Era una casa molto carina

L’appartamento dove ho abitato da bambino era molto carino. Si trovava in una casa del centro storico (“dentro le mura”), quelle case che si toccano tutte l’una con l’altra, sulla via che taglia l’intero paese dalla Porta di Sopra alla Porta di Sotto (non ci si può sbagliare), Via Roma.

I miei l’avevano preso in affitto dal padrone di una fabbrichetta di casse da morto. Uno stabilimento artigiano come altri: ad esempio ce n’era uno che produceva cappelli e borse di paglia ma a differenza del primo questo, dopo qualche anno, passò di moda.

La casa aveva due piani: noi occupavamo quello superiore e di sotto c’era la famiglia del mio amico Stelvio. Il nostro appartamento godeva di qualche privilegio: innanzitutto la vista, e poi avevamo il bagnetto (tazza e lavandino) a cui si accedeva uscendo sul balconcino della camera matrimoniale.  Stelvio invece per farla doveva uscire proprio di casa perché il suo, di bagno, dava sul cortile e ci si accedeva dal pianerottolo.

Non c’era l’acqua calda ma non era strano, erano pochissime le case dotate di tale comfort signorile: l’acqua si scaldava sulla stufa in un pentolone, e poi si miscelava con quella fredda nella tinozza (la “conca”) dove si faceva il bagno; la preparazione era abbastanza impegnativa perciò nel giorno stabilito (sabato) il lavaggio riguardava tutti, a scaletta dal più piccolo al più grande. Bei tempi quando il più piccolo ero io; ma quando mi ritrovai ad averne due in vasca prima di me (il quartogenito si è risparmiato la conca) ero abbastanza timoroso che i frugoletti non resistessero all’impulso di far pipì nell’acqua tiepida.

Quando fui abbastanza grande, mio padre mi portò con lui ai bagni pubblici. Un’emozione come quella che ebbi la prima volta che mi trovai sotto una doccia vera poche volte l’ho riprovata in seguito. Si andava la domenica mattina: si metteva il ricambio in una sacca a tracolla, e via. Il posto era a due passi dalla piazza principale, Piazza della Libertà: in una viuzza in discesa, la Pescheria, proprio sotto l’ospedale:  si apriva un portoncino, e sceso qualche scalino ci si imbatteva nell’inserviente che fungeva da custode. Si pagava qualcosina, una sciocchezza, ed in cambio si riceveva un asciugamani: il sapone e lo shampoo si portavano da casa.

Entravamo in una cabina dove mio padre, che ha sempre avuto un alto senso del pudore, non si spogliava mai completamente: indossava per l’occasione uno slip da mare modello Johnny Weissmuller in Tarzan. Dopo l’iniziale getto d’acqua ghiacciata al quale bisognava resistere stoicamente, dal grande sifone iniziava a scendere acqua calda. Bollente. Che goduria! Non durava molto, e quindi bisognava sbrigarsi: mio padre mi frizionava con le sue mani non proprio vellutate (sempre di fabbro si trattava) e ne uscivo rosso come un peperone, vuoi per la temperatura e vuoi per lo strofinamento.

Ora sembra naturale cambiare la biancheria intima tutti i giorni. Una volta sarebbe stato considerata un eccesso, una effeminatezza. La durata standard era di una settimana.

Non c’era nemmeno il gas. E anche questo non era strano, la metanizzazione era ben lungi dall’arrivare.  I fornelli della cucina economica venivano alimentati dalla bombola del gas. Il riscaldamento si irradiava invece da una stufa a legna posta in cucina, dove si svolgevano le attività principali della famiglia (cucinare, mangiare, fare i compiti, guardare la televisione).

Avevamo una soffitta alla quale si accedeva con una scala di legno; ci si accatastavano i ciocchi di legno, ci si teneva qualche bottiglia di vino, e c’era qualche vecchio giornaletto di sport di mio padre; in autunno vicino alla finestrella venivano messi dei grappoli di moscato a passire . Stelvio invece aveva la grotta; dire cantina è un po’ troppo, si trattava proprio di una grotta, nella cui parte anteriore Antonio, suo padre, aveva ricavato un mini-laboratorio di intaglio; ma quello che c’era dopo ci era ignoto e misterioso.

Si diceva (e c’è ancora gente che sta cercando le prove) che le grotte del paese fossero tutte collegate; che ci fossero dei passaggi segreti ricavati in epoche antiche per avventure amorose o per sfuggire agli assedi. Per certo sotto casa del mio amico trombonista Marco, proprio sotto alla torre civica, c’era un grande ambiente, una cripta con volte a botte, che si allagava spesso per le infiltrazioni delle acque di falda, e noi bambini fantasticavamo di esplorarlo con una barca per vedere fino a dove portasse. E si mormorava di gente sparita nel tentativo.

Ogni tanto, ma non sempre, avevamo degli ospiti. Dei topolini, ma piccoli, mica delle pantegane.  Ci si accorgeva della loro presenza quando di notte, nel muro tra la saletta e la cucina, si udiva un inconfondibile grat grat. Allora si correva ai ripari: ricerca dei buchi, trappola. Alla mattina magari qualche topino rimaneva dentro: non avendo a disposizione dei pitoni a cui darli in pasto, li si affogava.

Forse per questo, o solo perché lo trovammo per strada, prendemmo un gattino. Bello, dolcissimo, nero, Codadritta si chiamava: l’aveva battezzato mia sorella. Aveva l’abitudine di uscire dalla finestra e saltare sul tetto vicino: poi però non riusciva a risalire, e miagolava finché qualcuno non scendeva a salvarlo. Di topini non ricordo ne abbia mai acchiappati. Un giorno cadde dal tetto, e tutte le sue sette vite non gli bastarono. Povero Codadritta: sebbene fossi ormai nell’età de “i maschi non piangono”, qualche lacrimuccia mi scappò.

(27. continua)

gattino-nero

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