Incompreso

Uno dei libri indispensabili per la formazione del fanciullo era “Cuore” di Edmondo de Amicis. La dose di buoni sentimenti ivi contenuta sarebbe letale per le menti disincantate dei moderni bimbi tecnologici, cresciuti a pane (anzi merendine) e cartoni animati; le gesta della piccola vedetta lombarda, abbinate magari alla visione ripetuta di “Marcellino pane e vino”, sarebbero ben lungi dall’infondere amor di patria e santità.

Veramente a me Marcellino pane e vino non piaceva. Un lieto fine consistente nell’andare in Paradiso lo avrei tenuto in considerazione ma come dire, non a breve termine; più forte della commozione era il sentimento di ingiustizia verso lo sfortunato bambino, bersagliato dalla sorte fin dalle fasce.

Invece Garrone mi ispirava molto. Nello stesso periodo degli attentati ai pupazzetti di pongo del presepe, di cui vi ho raccontato, qualcuno ruppe un vaso di fiori che faceva bella mostra di se sopra la cattedra. La maestra chiese al colpevole di farsi avanti, il giudizio sarebbe stato clemente. L’invito comprensibilmente non venne accolto: un’aria pesante spirava sulla giovane classe. Pervaso di altruismo, alzai il braccino e confessai: “Sono stato io”. La maestra Bianca alzò la testa per vedere da dove provenisse la vocina, e individuata l’origine mi freddò con un: “Giorgio, non dire bugie!”.  Da Garrone all’Incompreso: il mio slancio non era stato premiato e i compagni, evidentemente digiuni di de Amicis, mi considerarono un esibizionista. Il Franti di turno, dal canto suo, ridacchiava: dalla sua aveva la certezza che nessuno avrebbe fatto il delatore. I più idealisti per imitare il Nemecsek dei Ragazzi della Via Pal, se siete pratici di Ferenc Molnar; quelli un po’ più terra terra per attenersi al monito: “Chi fa la spia non è figlio di Maria / non è figlio di Gesù / quando muore va laggiù / va laggiù da quell’ometto / che si chiama diavoletto”.

Rare le storie che finivano bene: Pattini d’argento dopo un diluvio di lacrime alla fine esagerava, con una gragnuola di felicità che lasciava sinceramente increduli.

Avrete presente quell’accessorio di arredamento che in genere è posto accanto al letto: il comodino. Una delle sue funzioni principali ora è quella di fungere da base per la ricarica del cellulare; una volta se aveste aperto lo sportellino posto sotto al cassetto non di rado ci avreste trovato dentro un vaso da notte. Contenitore più che mai utile, specialmente nelle notti d’inverno, per quanti avessero il bagno posto all’esterno della casa o ad un livello diverso dalle stanze da letto. Dopo l’utilizzo, veniva posto sotto al letto; dal contenuto veniva svuotato la mattina seguente.

Mia zia Caterina (Catò, la ricorderete sicuramente) mi aveva regalato una raccolta di fiabe di Hans Christian Andersen. Un bel libriccino, antico, forse appartenutole da bambina. Aveva una copertina in tela, con le scritte in rilievo; le pagine erano consumate dall’uso ed ingiallite, qua e la qualche macchia di pianto. Nelle fiabe di Andersen, almeno in quelle più belle, il protagonista muore. Era più forte di lui, era fatto così. Pensate alla Piccola fiammiferaia, al Soldatino di stagno, la Sirenetta. A proposito della Sirenetta, la versione di Disney ha previsto il lieto fine: per non turbare il pubblico infantile, dicono. Dunque edulcoriamo tutto, per non turbare il pubblico infantile: la piccola vedetta scende dall’albero spolverandosi la giacchetta, Nemecsek guarisce e diventa calciatore del Ferencvaros, Marcellino si fa frate e va a cantare ad X-Factor. E all’undicesimo fratello di Elisa, quello rimasto con un’ala al posto del braccio perché l’eroina non era riuscita a completare l’ultima tunica d’ortica che aveva tessuto a mani nude prima di essere avviata al rogo, vogliamo lasciarlo così?

Quel libro me lo leggevo e rileggevo. Un po’ di nascosto, perché comunque leggere favole non era un’occupazione dignitosa per i “grandi”, qualifica alla quale si accedeva non appena nasceva qualcuno più piccolo, e che io raggiunsi a 5 anni grazie a mia sorella; ma liberamente quando qualche linea di febbre mi costringeva a letto. Anche in quel caso l’uso del pitale era consigliato, per non alzarsi e prender freddo; purtroppo nell’espletare una di quelle funzioni non ricordai del libriccino posato sulle coperte, che mi cadde dentro. Potreste divertirvi a misurare il potere drenante di un libro stagionato, qualora non l’abbiate mai fatto: se vi fidate, vi assicuro che è notevole. Il mio generoso tentativo di salvare il salvabile sciacquandolo sotto al rubinetto non ebbe successo: appiccicati in un unico blocco il re rimase nudo, e la principessa giacque per sempre sul pisello.

(44. continua)

vaso da notte

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Si, la vita è tutta un quiz

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna stabilire chi comanda. Tramontati i tempi in cui era sufficiente roteare con maestria una clava, o quelli più recenti in cui come ci suggeriva la millenaria civiltà orientale: “Appena arrivato a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei si”, la figura del capofamiglia si è via via annacquata. Tali abitudini in alcuni angoli del pianeta, non necessariamente meno civili, persistono; nel nostro angolino di mondo e nella contingenza storica che attraversiamo, sono biasimate. Anche la moda non aiuta: se una volta bastava un’occhiata ai pantaloni, e quindi a chi li indossasse in casa, ora il dubbio persisterebbe. Resta, per affermare il predominio, il possesso di oggetti simbolici, dei feticci: gli antropologi saranno d’accordo con me che cedere il telecomando alla moglie, o compagna, o fidanzata che sia, per permetterle di piangere all’ennesima replica di Dirty Dancing o Ghost mentre su un canale concorrente è in corso la semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus è un’abdicazione inammissibile. Sconsiglierei, se il rapporto non fosse già regolarizzato o se il cedimento non fosse motivato da biechi scopi opportunistici (do ut des), dal proseguire la frequentazione di tale partner, specialmente nei mercoledì di coppa.

Intendiamoci, non che sia un fissato del calcio. Mi piace, ma il troppo stroppia: l’eccesso di palle rotolanti a tutte le ore mi ha sfiancato. Sono persino arrivato a sostenere l’unica idea sensata del professor Monti, che era quella di sospendere per almeno tre anni tutti i campionati, alla quale naturalmente, forse per non intristire ulteriormente i lavoratori esodati dalla ministra piangente, non ha dato seguito.

Del resto l’ultima mia partita di calcetto risale al secolo scorso: Franco, che già conoscete, è finito all’ospedale con una caviglia rotta, ed un altro ha cercato di distruggere un paletto con un orecchio. E senza nemmeno avversari, cosa che mi ha ancor più impaurito.

Dunque non è per passione pallonara, ma per puro esercizio del potere, che affermo come Renzo Arbore nell’87 in Si, la vita è tutta un quiz: “tu nella vita comandi fino a quando, ci hai stretto in mano il tuo telecomando!”.

Prima sarebbe stato anacronistico. Fino al ’79 i canali erano solo due, e per cambiare si schiacciava un pulsantino posto sotto al video. I televisori avevano dentro delle enormi valvole e il tecnico era un po’ come un medico: veniva in casa, faceva la diagnosi, e poi decideva per il ricovero o la sostituzione in loco. Da noi veniva Manfredo, un amico di babbo, e se diceva “ahia, Nino” bisognava temere il peggio.

Sarò vetero ma penso che se ci fossimo fermati a tre, numero perfetto, ne avremmo avuto più che abbastanza. Invece ad un certo punto ci siamo fatti mettere in testa che più televisioni fossero sinonimo di più libertà; della qual cosa si è avvantaggiato un discusso imprenditore edile per creare un impero economico e una carriera politica. Una conoscenza almeno per sentito dire del romanzo “1984” di Orwell avrebbe dovuto metterci in guardia, per non parlare della Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco e qui mi fermo per non sembrare troppo saputello. Ora ho 300 canali, e quando ho voglia di vedere qualcosa di decente vado al cinema.

Da piccoli, la tele ci veniva concessa con parsimonia, anche perché i programmi adatti a noi erano concentrati in un’oretta, nella Tv dei ragazzi. C’erano degli sceneggiati strepitosi: il più bello, per me, Giovanna la nonna del corsaro nero, con Lina Volonghi: “Marabooo lei fa il judo’, e tutti i suoi nemici metterà kappaò!”. La sera, dopo il telegiornale a cui si assisteva in religioso silenzio, il Carosello. Calimero, con la sua dichiarazione politicamente scorretta: “Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero.” “Tu non sei nero, sei solo sporco”; Ercolino sempre in piedi, Carmencita, la mucca Carolina… simpaticissima, ma che non mi ispira ricordi lieti.

I miei, come vi ho accennato, avevano avuto un grave incidente stradale, ed erano stati ricoverati entrambi all’Ospedale Civile di Macerata. Io ero affidato ai nonni materni; dalle finestre della loro casetta, sopra le mura del paese, a pochi chilometri in linea d’aria si vedeva il capoluogo, che allora mi sembrava su un altro continente. Quando chiedevo dove fossero i miei, nonna mi rispondeva: “là”, ed io aiutato da uno scalino rimanevo affacciato per ore a vedere se per caso riuscissi a scorgerli; e quando chiedevo quando sarebbero tornati, nonna teneva un atteggiamento dilatorio che avrebbe dovuto tranquillizzarmi ma non raggiungeva lo scopo. Avevo già sentito di mamme volate tra gli angioletti, non mi sarebbe piaciuto che la tappa di passaggio fosse Macerata. Cavalcavo la mucca nel vicolo delle Monache, ma non ero sereno.

Io mi chiedo, e lo svilupperò prima o poi in qualche commedia, cosa possa pensare di noi un alieno che dovesse capitare sulla terra e sintonizzarsi sulla prima rete dopo il telegiornale (oddio, non è che durante avrebbe chissà quali impressioni): sui Pacchi. Leggevo proprio ieri che una puntata dei pacchi ha avuto 15 milioni di spettatori. Vivi e lascia vivere, è il motto a cui in linea di massima cerco di attenermi, ma quando è troppo è troppo. Toglietegli il telecomando!

(43. continua)

silavitaetuttaunquiz

Viaggio di un poeta

“Son poeta, e sommo”. Non ricordo se la dichiarazione fosse di Dante Alighieri, o Giobbe Covatta: fatto sta che ad un certo punto anch’io mi ero messo in testa che Euterpe, o Erato, o Calliope, o tutte e tre le Muse insieme, mi avessero baciato.

Il mio amico Franco, compagno di banco delle medie, ricorda distintamente, cosa della quale ho già scritto a proposito di un fallito concorso europeo, del gradimento della nostra professoressa di italiano verso i miei componimenti misti. Inframmezzavo i temi con piccole poesie, come quando scopiazzando il coro del Mercadante per i fratelli Bandiera scrissi : “Chi per il calcio muor / vissuto è assai / il cuoio del pallon / non langue mai”. Solo la tenerezza di un’insegnante che vede crescere i suoi virgulti poteva premiare simili boiate, ma certo non stava a me lamentarmi. Franco, vedendo che la cosa funzionava, tentò di imitarmi ma la prof non abboccò. Le sue rime, non del tutto disprezzabili a mio parere, non incontrarono tuttavia il favore del pubblico: un perentorio  4 suggellò la diffida  a riprovarci.

A quei tempi non si usavano gli eufemismi attuali: “buono”, “buonino”, “sufficiente”… un 8 era un 8, e un 4 un 4. Potrà sembrare un’età cinica, ma che un cieco fosse “non vedente” ci sembrava scontato; che un paralitico fosse “diversamente abile” era tutto da dimostrare.

Con Franco avevamo in comune una timidezza di fondo, bilanciata da una enorme grinta. Io ero una mezzala, se siete pratici. Correvo molto, senza combinare granché. A volte giocavo da mediano, e allora avevo licenza di randellamento. Il mondo era semplice: zone e diagonali erano solo concetti geometrici, noi prendevamo un uomo e precorrendo i tempi  lo sposavamo fino alla fine della partita; Franco era un terzino, e dunque gli toccavano le ali. Le ali (Causio, Claudio Sala, Bruno Conti… ) erano quei folletti dispettosi la cui missione era quella di far impazzire i terzini che li avevano in cura, spesso irridendoli con finte e controfinte, per arrivare con la palla fino al termine del campo da dove inventavano parabole perfette per gli attaccanti. Ora non ne fabbricano più.

Credo che fosse proprio in casa del Castelraimondo del mio amico Sandro che l’avversario gli fece un tunnel. Un tunnel, per i profani, è quando incautamente lasci le gambe aperte (l’atto come saprete è ammesso nei luoghi opportuni e con parsimonia) e ti ci fanno passare la palla sotto, lasciandoti alquanto imbarazzato. Nell’azione successiva il reo ci riprovò. Franco lo aspettava: lo fece sfilare e poi lo giustiziò con una scivolata da dietro, resa ancora più plastica dal campo bagnato. Secondo noi era tutto regolare ma l’arbitro, forse condizionato dai contorcimenti del caduto, era dell’opinione opposta e lo ammonì. Il tempo per il poverino di rialzarsi e riavvicinarsi al mio amico con qualche titubanza, che i suoi compagni commisero lo sbaglio di passargli la palla. Credo fosse solo per liberarsene che la buttò avanti e cercò di andare a riprenderla; se quella era la sua intenzione, non poté concretizzarla. Franco l’aveva già atterrato, con un’entrata fotocopia della precedente accompagnata stavolta da un sorriso compiaciuto, ma prendendolo sull’altra gamba. Legge e giustizia non sempre vanno a braccetto: e se pure la punizione era stata giusta, la legge però era a sfavore di Franco, che venne espulso. Perdemmo la partita, ma acquisimmo molto rispetto.

Il nostro allenatore usava un metodo per caricarci davvero singolare: sotto ai sedili posteriori della sua bianchina familiare teneva una collezione di giornalini. Non pensiate chissà che, roba che oggi si potrebbe vendere in parrocchia: i migliori fra tutti erano il Lando (con la faccia di Lando Buzzanca) e il Tromba (con le fattezze di Adriano Celentano nelle vesti di un idraulico), che andavano per la maggiore anche a militare. Risate ce ne facevamo tante: che la lettura ci rendesse più aggressivi, non credo.

L’ultima poesia, credo della mia vita ma chissà, la scrissi qualche anno fa. E’ in dialetto, ma abbastanza comprensibile. Era stata una giornata un po’ faticosa ed avevo corso dalla mattina alla sera; nell’ultima strofa, ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti è puramente casuale.

‘Na jornata tranquilla

Curri, curri, la sveglia ha sonato,
arzete, daje, cala dallu lettu.
Incubu! Penza, stanotte o sognato
che jìo a fadigà senza esse costrettu.

Sgrighete, sbrighete, è pronto lo latte:
te lavi? Che spetti? Sfreca ‘ssa faccia!
Vestete, su, stai ancora in ciavatte?
Rtròete li pagni (co lu ca’ dda caccia).

Lestu, lestu, che parte lu trenu,
lu sinti lu fischiu? A piedi, te lascia.
Fermatilu, sverdi, tirate lu frenu!
Lu postu? ‘Na grazia, Santa Rita da Cascia.

Camina, camina, li squilli ho sintito,
entra, rispunni, non fa che rettacca;
clienti, lamenti, “Il problema ha capito?”,
reclami, ritardi, la testa se spacca…

Jìmo, Jìmo, adesso se magna.
Pasta? Secondu? Compà, te lo scordi.
In piedi, un paninu, non fa tanta lagna:
la linea manteni, e sparambj li sòrdi.

Scatta, scatta, lu capu è ‘rriatu:
te vole, te cerca, chiama a rapportu.
Rispunni: “Presente!” come un sordatu.
Ne ferie, ne aumenti: oddio, che sconfortu!

Forza, forza, per ogghj è finita.
Lu tramme non passa? Cumincia a ‘vviatte.
Sciopero: certo, ce sta la partita:
loro la vede, de me, se ne sbatte.

Veloce, veloce, se jaccia la cena.
A ‘st’ora se ‘rrìa? Un po’ de creanza,
armeno ‘vvisassi, m’ì fatto stà in pena!
E magna de meno, te cresce la panza!

Mùite, mùite, cambia canale,
de che voi discorre, ce scade la rata?
Te prego, me vojo vedé la finale,
cuscì tu me voi ‘vvelenà la serata!

Veni, veni, sò tutta un bollore,
spòjete, ‘bbracceme con sintimentu,
basceme, caru, facimo l’amore…
Embè? Tutto qqua? Ma ‘spetta un momentu!

Como, 15 marzo 1999

(42. continua)

viaggiodiunpoeta

Macchie

E’ indubbio che un atteggiamento fiducioso e ottimistico predisponga alla risoluzione dei problemi meglio di uno pessimista e rinunciatario. L’ottimismo della volontà, slogan di un noto statista milanese (rubato a Gramsci). Purtroppo per lui, essendosi circondato da gente che non si limitava a rubare slogan, finì latitante, o esule a seconda dei punti di vista, ad Hammamet, dove prevalse il pessimismo della ragione.

Non so se conoscete le macchie di Rorschach. Sono delle tavole, su cui sono stampate appunto delle macchie di colore, che in mano a psicologi esperti riescono ad evidenziare aspetti della personalità del soggetto. Magari il grande pubblico le avrà orecchiate grazie al fumetto “Sturmtruppen” di Bonvi, dove un soldato veniva sottoposto a questo test e in ogni macchia individuava una donnina nuda; ma quando poi al posto della macchia gli veniva mostrata la foto della suddetta  se ne andava sconsolato, ripetendo:  “sempre guerra, sempre guerra…”.

Sono stato sottoposto un paio di volte a questa prova. La prima, in una visita preliminare per essere ammesso al corso per ufficiali di complemento, ad Ancona, insieme al mio amico Sandro di cui vi ho già parlato a proposito della mentalità vincente. In quel caso però la scelta di presentarsi con un “tanto so già che non mi prenderete” non fu vincente, anzi, i manuali del buon candidato la sconsigliano; io invece mi sottoposi all’esame senza pregiudizi. Non vidi donnine e la cosa mi tranquillizzò: tra foglie in autunno, astronavi e nuvole cariche di pioggia in primavera me la cavai.

Poi l’esaminatore passò alla domanda più attinente all’oggetto: quale fosse il condottiero nella storia che più mi avesse colpito. Preso a bruciapelo, pensai che Garibaldi e Napoleone fossero un po’ troppo inflazionati; Attila e Hitler forse non erano le scelte più accattivanti. Mi venne Annibale. “Annibale? E perché?” – c’era della sincera curiosità nella voce del maggiore esaminatore. Non potendo dirgli che il nome mi piaceva, in quanto portato con orgoglio dal nonno del mio amico Antonello, fabbro e antico datore di lavoro di mio padre (nonché una volta in pensione compagno di merende, a cui non mi fecero mai partecipare), improvvisai una risposta plausibile. “Perché aveva idee nuove” – dissi – “mica era da tutti portare gli elefanti attraverso le Alpi per andare a far guerra ai romani”. “Anche se poi ha perso?” –  mi chiese. – “Ha perso, ma almeno ci ha provato.”  Al maggiore la risposta piacque, perché dopo una dissertazione sulle antiche e moderne tecniche di combattimento, alla quale interloquivo dondolando su e giù la testa, mi congedò con un poco profetico: “Noi ci rivedremo, giovanotto!”.

Non che ce l’avessi con i romani, per carità. Solo che per carattere tendo a simpatizzare per quelli che perdono, e di conseguenza a gioire quando i più forti prendono qualche legnata. Sarà l’origine picena. Questo popolo fiero, fondatore tra l’altro (sembra) del mio paese, fu l’ultimo popolo italico a sottomettersi ai romani, e come diceva Nino Manfredi nella commedia Straziami ma di baci saziami: “So piceno, embè? Li piceni gliel’hanno sonate spesso e volentieri alli romani, se lo voi sapé.”

Mia nonna Nunziata (Annunziata) era stata a servizio a Roma. Negli anni ’30 non esistevano le agenzie interinali. Anzi, non sono esistite fino alla fine degli anni ’90 e, considerati i risultati, potevamo continuare a farne a meno. La chiamata avveniva per passaparola: ho sentito che… zia Francesca che è a Roma ha detto… Io ancora adesso, lo confesso, prima di partire per un viaggio sono sempre un po’ in apprensione. Immagino cosa potesse essere, per una ragazzina di quei tempi, analfabeta per giunta, lasciare il suo paesino e la sua famiglia per andare in una grande città. Di cui, quando tornava, ne sapeva quanto prima, perché tutta la sua vita si era svolta  all’interno del palazzo dei “signori”.

Proprio il rampollo di uno di questi signori, un conte nientemeno, d’estate veniva a passare qualche settimana al paesello, dove nonostante l’avvento della repubblica gli era rimasto qualche possedimento. In uno di questi, un giardino o orangerie, c’era un campetto che faceva proprio al caso nostro. Un lusso, visto che spesso ci trovavamo a tirar calci in un vecchio orto in pendenza,  e le partite ne venivano abbastanza condizionate . Sapete come funziona: ci si trova, si scelgono due capitani, e questi scelgono i compagni, uno alla volta, in genere dal più bravo al più scarso (diversamente bravo). C’era anche un milanese, ed è ovvio che romano e milanese militassero sempre in squadre diverse. Al conte cercavamo di picchiarlo a turno, amichevolmente, in modo che non potesse dire che qualcuno l’avesse preso in antipatia, non certo perché fosse romano ma per una forma subdola di lotta di classe; ogni tanto gli concedevamo di fare qualche gol, in fondo campo e pallone erano suoi: ma di partite no, non ricordo ne abbia mai vinte.

(41. continua)

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Canta che ti passa

Se qualche anno fa qualcuno avesse scommesso sul mio futuro come cantore, per giunta in un coro parrocchiale, avrebbe avuto scarse probabilità di vincita. Lasciando da parte il mio rapporto con la fede, abbastanza contraddittorio, è proprio delle capacità vocali che sarei stato scettico.

Purtroppo a differenza di tanti, anche famosi, ho il difetto di riuscire ad ascoltarmi: e a quello che sento non assegnerei un bel nove in pagella. Innanzitutto, il suono è un po’ nasale. Va bè, direte, anche Ramazzotti ce l’ha. Si, appunto, Ramazzotti. Da tecnico, potrei dire che l’aria non viene convogliata nelle giuste cavità: ma certi vizi vanno corretti da piccoli, ed ora la soluzione di tagliare il naso mi sembra esteticamente discutibile.

Poi, l’estensione. In un coro, normalmente, ci sono quattro tipi di voci: soprani e contralti per le donne,  tenori e bassi per gli uomini. Per me, le parti del tenore sono troppo alte; quelle dei bassi troppo basse. A volte mi trovo bene con i contralti (le partiture, intendo).

Parliamo di intonazione. Su questo potrei dire con un eufemismo che dovremmo tutti migliorare (tranne la nostra solista e direttrice Donatella); da parte mia mi difendo ma non potrei garantire di azzeccare al primo colpo, e neanche al secondo,  un intervallo con in mezzo qualche accidente (che, credo sappiate, non sono le invettive lanciate verso gli altri coristi, pur necessarie, ma i diesis o bemolli… insomma i soliti tasti neri).

“Ma allora, scusa, chi te lo fa fare?” – direte. Non che non me lo chieda anch’io, almeno una volta la settimana, ma gli avvenimenti mi hanno preso la mano.

Io volevo suonare l’organo. Il coretto esistente, da cui mi ero tenuto accuratamente alla larga, era ormai ai minimi termini: erano rimaste solo in due, di cui una specializzata nei salmi. Non essendo addentro alle liturgie, pensavo che li inventasse lì per lì: tra l’altro mi sembravano tutti uguali.

Non so perché, forse fu dopo un salmo particolarmente deprimente, ma mi offrii di accompagnarle.  L’offerta venne accolta con entusiasmo tale da rendere impossibile la ritirata. Il fatto che sapessi suonare la chitarra, e non l’organo, fu archiviato come particolare secondario. Realizzato che la gamba era un po’ più corta del passo, dovetti comprare una tastiera e imparare gli accordi.

Passammo dei mesi a ricostituire il coro, reclutando vecchie e nuove coriste (gli uomini generalmente preferiscono cantare nei cori alpini, strada che non mi precludo); preparare un repertorio di canti decente e non troppo datato; nel frattempo io cercavo di prendere un po’ di dimestichezza con il nuovo mezzo. Arrivammo alla data stabilita per il debutto, una Pasqua.

Vi ho già detto che in banda il debutto era previsto per il venerdì santo, contribuendo allo strazio generale: ma per un coro ricostituito non ci sembrava di buonissimo augurio. Successe però un piccolo imprevisto.

Per lavoro mi è capitato, ogni tanto, di dover andare all’estero. Nella fattispecie a Praga, magnifica città ma che in quel frangente non potei ammirare come meritava. Infatti, appena arrivato, uscendo dall’albergo inciampai su una rotaia del tram. Sentii un rumorino, ma non ci feci caso. La sera, il ginocchio mi si era gonfiato come un melone: si era lesionato un menisco. Anni e anni di calcio senza un infortunio, e un menisco rotto per attraversare la strada. Ciò non mi impedì la sera di trincare birra in una bettola con i colleghi e brindare con una acquavite al retrogusto di idrocarburi, la Slivovitz, che consiglio come anestetico ; ma al ritorno dovetti apprestarmi all’operazione. Per il debutto, ero convalescente e con le stampelle. La mia consorte scuoteva la testa.

Fu quindi con particolare emozione che eseguii le gioiose note della Resurrezione. Magari un po’ meccanicamente,  a scatti; e con la mia tastiera perché dell’organo ancora non mi sentivo degno.  Insomma, un 6+; però dopo anni di canti a cappella (lungi da me ogni intenzione di  doppio senso) era un miglioramento notevole. Alla fine della cerimonia un fedele si avvicinò e dopo i complimenti dichiarò di saper suonare l’organo. Sono dell’opinione che se non mi avesse sentito suonare mai e poi mai si sarebbe fatto avanti: sicuramente nel suo animo gioia pasquale e sofferenza  musicale quel giorno avevano dibattuto a lungo. Fu arruolato all’istante.

A quel punto, la mia missione si sarebbe potuta considerare conclusa  ma non colsi l’attimo.

La domenica, dopo la messa, chiedo sempre un giudizio al mio critico personale. In genere dice che il coro ha cantato bene, io così così. Non è chiaro se lo faccia per spingermi a migliorare o per invitarmi a smetterla: ma se spera che smetta prima di avermi assegnato un bel “bravo” sbaglia di grosso.

(40. continua)

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Il pelo nell’uomo

C’è stato un tempo in cui i sarti non erano stilisti, i cuochi non erano chef ed i barbieri non erano coiffeur, men che meno unisex. L’onorevole professione di barbiere era svolta nel mio paese da due rami della stessa famiglia, i Pisani: barbieri e artisti, derivavano i nomi dalla passione operistica dei loro avi: Otello, Adelchi, Orfeo… il mio amico Aldo, autore, regista e attore, ne prosegue la tradizione. E’ dottore e non barbiere, però.

Per breve tempo, dopo sposato, ho frequentato un salone unisex. Devo dire la verità, mi sentivo un po’ a disagio. Voglio dire, dal barbiere si va per: a) leggere Tuttosport b) commentare le partite di calcio c) inveire contro le tasse d) parlare di donne. Il massaggio alla cute è inessenziale.

I barbieri erano aperti la domenica mattina. Servizio utilissimo, in quanto davano la possibilità ai lavoratori indaffarati di darsi una sistemata. I capelli si lavavano rigorosamente a casa. Per Natale era molto ricercato il calendarietto con foto di donnine svestite ma non interamente, figurarsi: se andava bene erano costumi a due pezzi, ma era già qualcosa visto che al mare regnavano i pezzi interi.

I tagli ammessi erano due: o con la riga, o all’indietro, alla “mascagna”. Il compositore di Cavalleria Rusticana era morto da un pezzo, ma il taglio di capelli gli era sopravvissuto. Io (allora) avevo i capelli dritti (soprattutto li avevo), perciò li facevo con la riga.

Anche mia zia Raffaella (guarda caso sposata con un Pisani, ma falegname) era parrucchiera. Tagli, tinture, messe in piega, e caschi dalla forma aerodinamica. Fra 2000 anni chissà cosa penseranno gli archeologi che troveranno i caschi sotterrati. Una mosca che volasse da un barbiere ad una parrucchiera avrebbe una buona probabilità di sentir parlare dello stesso argomento. No, non le tasse. Le donne amano molto parlare di altre donne, specie se assenti.

L’estetica odierna è contraria al pelo. Il vecchio detto “Donna baffuta sempre piaciuta” non è più credibile, ma che addirittura si vedano così tanti uomini ricorrere alla depilazione è inquietante.

Ad Ancona, frequentando un corso di formazione di quadri intermedi, avevamo molto tempo a disposizione. Con l’amico Carlo e la sua Ford Capri, di cui vi ho già parlato, all’ora di pranzo scappavamo al mare, dove passavamo un paio d’ore nella spiaggetta più vicina. Non essendo del posto, ignoravamo che la spiaggetta fosse frequentata da coppiette che allora si definivano equivoche. Personalmente ho maturato la convinzione che la vita sessuale di persone adulte e consenzienti sia affar loro, come dire, i gusti son gusti: tuttavia non sono così moderno dal negare che effusioni tra persone dello stesso sesso, in pubblico, mi mettano in imbarazzo. Potrei definire stupore o meraviglia o incredulità quella con cui vedemmo alzarsi, da un telo poco vicino, una coppia di uomini abbracciata, di cui uno indossante un tanga: visione da vietare ai minori, ed anche ai maggiori sensibili. Ecco, in quel caso avrei auspicato che l’esibizione fosse avvenuta dopo opportuna depilazione. Subentrò poi un’altra preoccupazione: e se qualcuno ci avesse visto, e accostati all’affettuoso quadretto? La volta dopo, per sicurezza, andai a prendere il sole sulla terrazza del capannone dove si teneva il corso. Non calcolai però l’effetto amplificante delle lamiere: mi ustionai di brutto e il corso pomeridiano non mi ebbe tra gli allievi più attenti.

Le creme solari erano roba per femminucce. L’uva era quella che si coglieva in grappoli d’autunno: dei raggi Uva e dell’ozono che poi avrebbe avuto il torto di bucarsi non sapevamo niente. Il sole si prendeva in questo modo: primo giorno, nessuna precauzione se non a volte un cappellino: ustioni di primo grado. In serata, se non proprio il delirio di Fantozzi, insorgeva comunque una leggera febbre. La schiena veniva spalmata di crema Nivea o olio d’oliva, e nei casi più gravi da acqua e amido. Il giorno dopo riposo. Il terzo giorno, si tornava al sole. Le nostre capacità di recupero erano prodigiose, gli scienziati dicono che le pagheremo col tempo, tié.

Un paio di annetti fa, notando che i capelli diminuivano ma le tariffe aumentavano, comprai una macchinetta. Affidai il taglio a mia moglie, che ha il pollice verde. Prese ispirazione dai due attori che più ammira,  lo scomparso Yul Brinner e lo Zingaretti di Montalbano. Il risultato fu soggettivo: per lei ero irresistibile, mentre i colleghi il giorno dopo, con delicatezza, mi chiesero a che ciclo di chemio fossi arrivato.

Sono tornato dal barbiere. Da Leo, prossimo alla pensione, a leggere il Tuttosport del giorno prima, a commentare le partite di calcio di vent’anni fa e a inveire contro il governo di turno, tanto le tasse salgono sempre. Sulle donne, no comment.

(39. continua)

Edoardo-Vianello

Under the Dome

Nella serie televisiva Under the Dome (“Sotto la cupola”), tratta da un romanzo di Stephen King, una cittadina della provincia americana, Chester’s Mill,  rimane rinchiusa sotto una misteriosa cupola di energia. Nessuna possibilità di uscire all’esterno. Le risorse iniziano a scarseggiare: l’acqua, il cibo, i medicinali, il carburante, tutto è destinato ad esaurirsi.

A Chester’s Mill quindi ci si pone il problema di come ripartire queste risorse e la soluzione trovata, sebbene non brilli per originalità, ha senz’altro dei caratteri di efficacia: i più forti cercano di controllare le sorgenti, di arraffare le riserve di cibo, di controllare i depositi di gas; per far questo non esitano a uccidere quelli che fino a poco tempo prima erano i loro pacifici vicini di casa.

Sono sempre stato appassionato di fantascienza. Da piccolo mi piacevano un sacco i telefilm di “Ai confini della realtà”: me ne ricordo uno, terribile, dove c’era una fabbrica che produceva organi umani e da una parete spuntavano delle braccia. La notte, guardavo la parete di fronte al letto con qualche apprensione.

Tornando alla cupola, se allargassimo un po’ la prospettiva e ci ponessimo nell’ottica, mettiamo,  dell’astronauta Samanta Cristoforetti sulla Stazione Spaziale Internazionale, potremmo riflettere sul fatto che, in fondo, siamo tutti sotto un’enorme cupola.

Secondo Oxfam, una organizzazione che studia e sensibilizza sulle povertà e disuguaglianze nel mondo, la ricchezza delle 80 persone più ricche del pianeta è pari a quella della metà più povera. Siccome siamo sette miliardi, fatevi un po’ i conti. Ugualmente istruttivo è imparare che l’1% della popolazione detiene quasi la stessa ricchezza del restante 99%. Se è difficile immaginarlo, vi aiuto con un esempio. Prendete nove squadre di calcio, un arbitro e una torta. Dividete la torta in due. Una metà se la mangerà da solo l’ingordo portiere della Juve: i suoi compagni di squadra, gli avversari e l’arbitro stizzito si spartiranno l’altra metà, e nemmeno in parti uguali.

La cosa peggiore, secondo me, è che a questo stato di cose siamo così assuefatti che non ci facciamo nemmeno più caso. Lo consideriamo irreversibile. Prendiamo i combustibili fossili, carbone, petrolio, avete presente? Tutti sappiamo che prima o poi finiranno. Bisognerebbe prepararsi, magari chiedendosi se veramente in una famiglia servano due auto a testa. Nel frattempo, assistiamo a: guerre per il controllo delle fonti; sfruttamenti a uso e consumo di despoti che se ci fa comodo definiamo illuminati altrimenti feroci dittatori; metodi di estrazione sempre più invasivi e distruttivi (il famigerato fracking, che potrebbe essere stata la causa del terremoto in Emilia di due anni fa… le trivellazioni nel canale di Sicilia!);  ricerca di nuovi giacimenti in ambienti naturali incontaminati (persino dell’Artico… c’è chi esulta, ci dice Greenpeace, per lo scioglimento dei ghiacci che renderà più facile l’estrazione);  utilizzo delle terre coltivabili per produrre biocarburanti. Cioè, terra agricola non per produrre cibo per nutrire il pianeta (magari all’Expo si dovrebbe parlare di questo, più che di quanto siano belli i padiglioni delle archistar) ma per far viaggiare le automobili.

Assistiamo, ormai da 25 anni (da quando è caduto il muro, si può dire?), ad una sempre maggiore pressione dal sud e dall’est del mondo verso l’”occidente”, inteso come luogo di opportunità e benessere; popolazioni intere si spostano in cerca della loro fettina di torta che qualcuno gli ha nascosto. Per alcuni è una necessità vitale: dalle loro parti si muore, di guerra o di fame. Per altri è la ricerca dell’Eldorado, il Paese dei Balocchi di Pinocchio e Lucignolo, la speranza dell’Anno che verrà di Lucio Dalla: sarà tre volte Natale, e festa tutto il giorno. Per questi il risveglio, quando si accorgono che festa e torta non sono per loro, è traumatico.

Per restare in tema Expo, un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel mondo un miliardo di persone siano in sovrappeso, di cui 300 milioni clinicamente obese. Nel contempo, quasi un miliardo di persone soffre la fame. Qualcuno mangia troppo e male, e qualcun altro non mangia: la media è salva, anche se questo non è di consolazione , specialmente per i secondi.

Non che manchino le soluzioni: l’altro giorno ad esempio un amico mi ha raccontato una bella storia. Da bambini erano andati in gita con l’oratorio, e ognuno aveva portato la sua bella merenda preparata dalla mamma. Arrivati sul posto, il prete ha requisito panini, focacce e merendine. Poi li ha spezzati, e li ha messi in comune, o in comunione se preferite.

Io non so come andranno a finire le cose, a Chester’s Mill. Può darsi che un Dio benigno li tiri fuori dalla cupola, assicurando pace e prosperità; o può darsi che, preso atto che dalla cupola non si scappa, i superstiti riescano a collaborare insieme; o può essere che continuino come adesso, ma in questo caso si pone un piccolo problema di sceneggiatura: non è detto che i più forti di oggi lo siano per sempre. E la torta piace a tutti.

(38. continua)

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E’ arrivato Takimiri

L’arte circense è una delle forme più ammirevoli di spettacolo. Giocolieri, domatori, acrobati, pagliacci: ogni gesto sottende una preparazione ferrea, giorni e mesi e anni di esercizi per quei quattro, cinque minuti di esibizione che lasciano gli spettatori a bocca aperta.

Grandi famiglie storiche girano il mondo con i loro tendoni: gli Orfei, i Togni, gli Errani… elefanti, leoni, tigri, scintillio di paillettes, equilibriste in costumi succinti, macisti capaci di sollevare un’auto da soli. A proposito degli animali, alcuni cultori della natura ne invocano la messa al bando dai circhi. Passi per la corrida, ma sostenere che in un circo gli animali vengano torturati mi sembra azzardato.  Se fossero torturati veramente, ci sarebbe un grande turn-over di domatori. Al loro posto non sarei sereno nel condividere una gabbia con un leone che nutrisse del risentimento nei miei confronti.

Verso la fine del dicembre scorso nei dintorni di Macerata un commando dei suddetti, animato dalle migliori intenzioni, ha liberato un ippopotamo oppresso. Come è noto, l’habitat ideale di un ippopotamo è la strada provinciale marchigiana: ed è lì che libero e selvaggio il pachiderma si è diretto. Confesso che, come è capitato all’autista della Polo che è sopraggiunta poco dopo, anch’io sarei rimasto perplesso se non incredulo. L’immagine impressa nella retina avrebbe fatto fatica a raggiungere il cervello, e di conseguenza gli impulsi ad azionare l’impianto frenante sarebbero stati rallentati. La bocca spalancata non avrebbe aiutato, e purtroppo anch’io avrei investito la povera Aisha, 15 quintali, stroncandone in un sol colpo la fuga verso la libertà  e la vita.

Prima di Natale arrivava il circo Takimiri. Prendeva il nome dal suo fondatore, il clown-acrobata Takimiri; come tutti i circhi familiari ogni membro della famiglia aveva un ruolo, e spesso più di uno: così avreste trovato l’assistente del domatore alla cassa, e mi sono sempre chiesto come facesse a cambiarsi così in fretta.

Da piccoli nostro padre cercava di stimolare in noi doti acrobatiche. Si metteva lungo disteso sul letto, con le braccia in alto, e noi ci posizionavamo con i piedi sulle sue mani; dopodiché dovevamo cercare di rimanere in equilibrio mentre ci sollevava. Maneggiando il ferro, a lui veniva abbastanza agevole; con qualche rimpianto devo dire di non aver riproposto l’esercizio a mio figlio.

A nostra volta inventavamo giochi aerei: uno di questi vedeva i miei fratelli, a turno, prendere una breve rincorsa  in corridoio alla fine della quale io li aspettavo, seduto in terra, e spingendo il loro piede con le mani incrociate li catapultavo alle mie spalle, sul letto di mia sorella (che, privilegiata, aveva una cameretta per se). Grandi risate: finché, vuoi per la rincorsa troppo veloce, vuoi per la spinta troppo energica, catapultai il più leggero dei tre non sul letto, ma sulla finestra. Prendete la miglior situazione comica ma mettetela in un contesto inadeguato e il riscontro del pubblico non sarà gratificante.

Di situazioni comiche se ne intendeva il buon Takimiri: uno dei suoi numeri preferiti era quello di coinvolgere il pubblico in qualche impresa ridicola. In ognuno di noi è presente una piccola componente sadica, che gode nel poter sbeffeggiare i propri simili, specialmente dopo aver rischiato di essere quei simili. E arrivò così il momento del “Ed ora, prendiamo tre volontari dal pubblico!”.

Io, e credo di averlo ben rappresentato finora, voglio bene a mia madre. Molto. Tuttavia non posso garantire che i pensieri che mi attraversarono la mente, nell’attimo in cui alzò la mia mano, furono di amore filiale. In un baleno mi ritrovai al centro della pista, insieme a due compagni di sventura, destinati di lì a poco a rientrare nel novero dei diversamente amici.

Nel primo esercizio, di riscaldamento, si trattava di impersonare le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Non parlare mi riusciva abbastanza bene. Nel secondo, più di abilità, si trattava di sedersi su una sedia rovesciata in terra, che bisognava rialzare salendoci  sopra dalle gambe. Realizzai più tardi che quello era solo un test di idoneità.
Il clou, infatti, era il terzo gioco. Ci avrebbero legato ciascuno ad una gamba dell’altro, ed avremmo dovuto correre verso la parte opposta della pista, dove il primo arrivato avrebbe guadagnato il premio consistente in un biglietto per un altro spettacolo. Se fate mente locale, visualizzerete che essendo in tre, quello di sinistra aveva la gamba destra legata, e quello di destra aveva la gamba sinistra legata.

In mezzo, c’ero io.

Per cui entrambe le gambe erano legate; particolare che mi poneva in una condizione svantaggiosa, ma che sul momento non colsi. Takimiri si raccomandò di partire solo al suo fischio: ma sono sicuro che con i miei rivali avesse concordato un diverso segnale. Infatti il fischio mi colse abbastanza disunito: i due dimostrando scarsissimo fair play erano già partiti, sollevandomi contemporaneamente i piedi, e poco gloriosamente mi stavano trascinando verso la meta. Essere strascinati per il sedere oltre che poco onorevole è anche abbastanza doloroso, se avete provato a fare qualche metro sull’osso sacro saprete di che parlo:  tentavo di salvare il salvabile cercando di sollevarmi con le mani all’indietro, e l’effetto era quello di un ragnetto annaspante.

Ricordo vagamente l’arrivo, la liberazione dai legacci, le proteste per la falsa partenza, le risate del pubblico e l’applauso chiamato da Takimiri.

In quel momento un bel leone innervosito dai maltrattamenti mi avrebbe fatto proprio comodo. Ma Takimiri li trattava troppo bene, i suoi animali.

(37. continua)

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Demografia e libertà

Quando è stato il mio turno, in Italia nascevano 900.000 bambini l’anno. Ora poco più di 500.000, e solo perché un quinto di questi ha almeno un genitore straniero: sembrerebbe, insomma, che gli italiani di far figli non ne vogliano più sapere o, peggio, non ci riescano più. Io di lezioni non posso farne a nessuno, essendo rimasto abbondantemente al di sotto delle performance dei miei, ma il dato fa comunque riflettere.

Ai fini pratici, il ridotto nucleo familiare comporta che se una volta il controllo dei figli più piccoli poteva essere delegato ai maggiori ora tocca fare tutto ai genitori, con una notevole riduzione degli spazi di manovra sia per gli uni che per gli altri. Io credo, ma fior di sociologi potranno smentirmi, che i bambini di adesso siano molto meno liberi di quanto eravamo noi. Gli stiamo addosso H24, non gli diamo tregua.

Alcune cose che un tempo erano normali ora sono inimmaginabili. Provate oggigiorno a lasciare solo in casa un bambino di sei anni. Vigili, servizi sociali, se non peggio. Mia madre quando aveva delle commesse da fare mi lasciava eccome, e non da solo ma con la sorellina piccola: ho un’immagine viva di me, in prima elementare, che faccio i compiti seduto al tavolo in formica rossa della cucina; al fianco la culla di mia sorella Cinzia, che faccio dondolare. Ogni tanto qualcuno, qualche zia, qualche vicina, veniva a controllare: il quadretto contribuiva ad alimentare la mia fama di santità. Io su questo un po’ ci marciavo: come diceva il Nerone di Petrolini, il popolo “Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!”. Perciò nessuno avrebbe potuto sospettare che, per calmare i singhiozzi della piccolina, le facessi leccare un cucchiaino intinto nel vino. A lei non dispiaceva: poi è diventata astemia, ma non credo per colpa mia.

Direi che anche la soglia di tolleranza rispetto ai bambini si è abbassata: sembra che si faccia fatica ad accettare che i bambini oltre ad andare a scuola, a nuoto, a scuola calcio (possibile che ci voglia una scuola anche per il pallone?) e di violino possano anche giocare; e che giocando possano fare un po’ di rumore. Certi condomini sono diventati decisamente paesi per vecchi, e anche senza memoria. Bè, non è che le cose siano sempre state rose e fiori, però.

Come ho detto, in banda suonavo il clarinetto; mio fratello Ernesto, per puro spirito di contraddizione, scelse la tromba. Siccome non si nasce “imparati”, nemmeno per una attività a prima vista frivola come suonare la tromba, bisogna esercitarsi: e se si dovesse scegliere un aggettivo per definire le prime note soffiate da una tromba, la scelta non cadrebbe su “esaltante”. Trasferitici nelle nuove case popolari, sotto di noi venne ad abitare una famiglia che veniva dalla campagna; questo non per dire che la provenienza rurale impedisse di avere inclinazioni musicali, ma perché avendo in precedenza avuto a disposizione spazi larghi pativano un po’ la convivenza forzata.

Quando mio fratello iniziava le sue scale Maringio’, il capofamiglia, cominciava ad ululare.
Ricordo uno degli epiteti più gentili che ci lanciava: “Popolo incivile!”, che trovavo sommamente ingiusto: avessimo suonato all’ora del riposino quotidiano avrei capito, ma qualsiasi ora era buona. All’inizio mia madre rispondeva per le rime, poi la moglie di Maringiò (la Maringiona) pregò di portar pazienza: il riflesso era condizionato, purtroppo la tromba gli ricordava la guerra (la prima, credo) e la rimembranza di antichi assalti lo mandava in bestia. Per fortuna mio fratello non suonava la carica!

Anche lo spirito imprenditoriale aveva modo di svilupparsi.

Io e Stelvio facevamo la pesca. Piazzavamo fuori di casa, sulla strada, un tavolino su cui riponevamo le poche cosine che avevamo: perlopiù giornalini vecchi. In un bicchierino mettevamo dei bigliettini piegati, ciascuno con un numerello. Il ricavato ci serviva per comprare altri giornalini, e magari delle figurine. Impietosito da qualche sorriso timido, qualche generoso ogni tanto ci dava 10 lire. Forse calcammo un po’ troppo la mano sul versante pietà, e raccontammo storie di bisogno e denutrizione: allarmato dalle voci che aveva raccolto, Peppe de Sittì (sapete già che il cognome spesso da noi è un accessorio; Sittì _Settimio_ era il padre di Peppe), fotografo, attore comico nonché titolare del negozio di cartoleria in piazza, volle sincerarsi delle nostre condizioni e il nostro stato lo convinse che le notizie non fossero infondate. Ci lasciò ben 100 lire.
Avremmo auspicato un’accoglienza migliore da parte delle nostre mamme ma a quei tempi il ricordo dei patimenti, di guerra e dopoguerra, era ancora vivido.

Non si scherza con la fame,  soprattutto per comprarsi le figurine.

(36. continua)

petroponi