Dindoló de la catena

“Dindoló de la catena, chiama a babbu che vène a cena, e se non ce vole vinì, chiudi la porta e lascilu llì!”.

Le istruzioni per eseguire questa filastrocca sono le seguenti: seduti, dovete prendere un bambino, meglio se di età non superiore ai quattro anni, e mettervelo a cavalcioni delle gambe unite tenendolo per le manine; mentre recitate la tiritera muovete su e giù le ginocchia, simulando un cavalluccio:  e sul “lascilu llì!” fingete di disarcionarlo buttandolo all’indietro. Fingete, ho detto. Qualora vi accingiate all’operazione, munitevi di pazienza: il bambino in questione non dirà mai basta. La cosa è stata sperimentata su me e i miei fratelli, e dunque ve la do per assodata.

Forse a prima vista questo ritornello potrebbe sembrare un po’ troppo fiscale, se non addirittura ingeneroso,  nei confronti di quei poveri babbi che magari avrebbero tutte le ragioni del mondo per non venire a cena: ma la regola non ce la siamo inventata.

Nelle famiglie di una volta cenare tutti insieme, come pranzare del resto, era un rito sacro. Alle otto di sera ci si metteva a tavola e non erano ammesse defezioni , se non per cause di estrema forza maggiore. Chi arrivava in ritardo era accolto dal rimbrotto dei genitori, seguito dalla domanda retorica se si fosse scambiata la casa per un albergo, e dalle risatine dei fratelli subito rimbrottati a loro volta. Una volta a tavola, si mangiava quello che c’era.  Conosco gente, molto vicina a me e di stirpe nordica, che si rifiutava di mangiare il minestrone; quel minestrone, e intendo proprio “quel” minestrone, gli venne riproposto tutti i giorni, pranzo e cena, finché la fame ebbe il sopravvento sull’orgoglio. Non essendo spartani ma piceni, da noi non si forzava nessuno: se il menu del giorno non piaceva, si poteva tranquillamente saltare. Anzi, il gesto sarebbe stato ampiamente apprezzato dai  commensali, ma succedeva purtroppo di rado.

Del resto, avendo dei genitori per i quali in tempo di guerra quella di non mangiare non era una scelta, non ci sembrava dignitoso lamentarci. Ed inoltre, essendo nostra madre una brava cuoca, non avevamo molto da recriminare.

Io, ad esempio, odiavo il formaggio sulla pasta, ma non lo facevo pesare. Ancora oggi, se il grana viene mescolato insieme alla pasta nella marmittona o insalatiera, se avete presente, creando quei filamenti che poi si attaccano in grumi ai denti della forchetta, io non godo. Messo sopra invece, a freddo, si.

Mio padre ha tantissime qualità. L’ho già detto e lo ripeto, con le mani sa fare tutto: ha una fantasia per inventare soluzioni, dove altri getterebbero la spugna, che da piccolo mi faceva dire orgoglioso: “babbu mia ‘ccomoda tutto”. Capitò però un giorno che mia madre non fosse al suo posto ai fornelli. Credo per colpa di mio fratello più piccolo, che pensava chissà perché fosse arrivato il momento di venire al mondo. Ora tutti si sentono chef, ma a quei tempi il compito del capofamiglia in cucina poteva essere tutt’al più quello di affettare il prosciutto: abituato a forgiare cancellate e inferriate, babbo non si perse d’animo. Ci propose un piatto che non si poteva definire della tradizione, ma che evidentemente l’aveva molto colpito: gli spaghetti ai quattro formaggi. Burro e parmigiano li ricordo; gli altri due al momento mi sfuggono, escluderei il gorgonzola che alle nostre latitudini era sconosciuto. Per me, che di formaggio non ne sopportavo nemmeno uno, fu un momento difficile. Non volendo dare un dispiacere al pater, nonché il cattivo esempio ai più piccoli, mi tappai il  naso e mangiai il più velocemente possibile. La tattica aveva i suoi rischi, perché poteva essere scambiata per alto gradimento e soggetta quindi ad assegnazione di bis; fortunatamente babbo era già stato generoso con la prima porzione, e di avanzi non ce n’erano. Ebbi l’onestà di non dimostrare rammarico per la mancanza.

Ora si fanno sacrosante campagne pubblicitarie per invitare la gente a non sprecare cibo. Essendo immersi nella cultura dello spreco, la vedo dura. Noi siamo stati educati bene: abituati a non buttare nemmeno l’insalata avanzata macerata nell’aceto, o tantomeno il pane secco, siamo cresciuti nella consapevolezza della fortuna costituita dall’avere il piatto pieno tutti i giorni, più volte al giorno. Se servono certi richiami, però, si vede che non siamo stati zelantissimi nell’applicazione o non molto convincenti con i nostri figli. Cercheremo di rimediare coi nipoti, non vedo l’ora: “Dindoló de la catena…”

(46. continua)

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Viaggio di un poeta

“Son poeta, e sommo”. Non ricordo se la dichiarazione fosse di Dante Alighieri, o Giobbe Covatta: fatto sta che ad un certo punto anch’io mi ero messo in testa che Euterpe, o Erato, o Calliope, o tutte e tre le Muse insieme, mi avessero baciato.

Il mio amico Franco, compagno di banco delle medie, ricorda distintamente, cosa della quale ho già scritto a proposito di un fallito concorso europeo, del gradimento della nostra professoressa di italiano verso i miei componimenti misti. Inframmezzavo i temi con piccole poesie, come quando scopiazzando il coro del Mercadante per i fratelli Bandiera scrissi : “Chi per il calcio muor / vissuto è assai / il cuoio del pallon / non langue mai”. Solo la tenerezza di un’insegnante che vede crescere i suoi virgulti poteva premiare simili boiate, ma certo non stava a me lamentarmi. Franco, vedendo che la cosa funzionava, tentò di imitarmi ma la prof non abboccò. Le sue rime, non del tutto disprezzabili a mio parere, non incontrarono tuttavia il favore del pubblico: un perentorio  4 suggellò la diffida  a riprovarci.

A quei tempi non si usavano gli eufemismi attuali: “buono”, “buonino”, “sufficiente”… un 8 era un 8, e un 4 un 4. Potrà sembrare un’età cinica, ma che un cieco fosse “non vedente” ci sembrava scontato; che un paralitico fosse “diversamente abile” era tutto da dimostrare.

Con Franco avevamo in comune una timidezza di fondo, bilanciata da una enorme grinta. Io ero una mezzala, se siete pratici. Correvo molto, senza combinare granché. A volte giocavo da mediano, e allora avevo licenza di randellamento. Il mondo era semplice: zone e diagonali erano solo concetti geometrici, noi prendevamo un uomo e precorrendo i tempi  lo sposavamo fino alla fine della partita; Franco era un terzino, e dunque gli toccavano le ali. Le ali (Causio, Claudio Sala, Bruno Conti… ) erano quei folletti dispettosi la cui missione era quella di far impazzire i terzini che li avevano in cura, spesso irridendoli con finte e controfinte, per arrivare con la palla fino al termine del campo da dove inventavano parabole perfette per gli attaccanti. Ora non ne fabbricano più.

Credo che fosse proprio in casa del Castelraimondo del mio amico Sandro che l’avversario gli fece un tunnel. Un tunnel, per i profani, è quando incautamente lasci le gambe aperte (l’atto come saprete è ammesso nei luoghi opportuni e con parsimonia) e ti ci fanno passare la palla sotto, lasciandoti alquanto imbarazzato. Nell’azione successiva il reo ci riprovò. Franco lo aspettava: lo fece sfilare e poi lo giustiziò con una scivolata da dietro, resa ancora più plastica dal campo bagnato. Secondo noi era tutto regolare ma l’arbitro, forse condizionato dai contorcimenti del caduto, era dell’opinione opposta e lo ammonì. Il tempo per il poverino di rialzarsi e riavvicinarsi al mio amico con qualche titubanza, che i suoi compagni commisero lo sbaglio di passargli la palla. Credo fosse solo per liberarsene che la buttò avanti e cercò di andare a riprenderla; se quella era la sua intenzione, non poté concretizzarla. Franco l’aveva già atterrato, con un’entrata fotocopia della precedente accompagnata stavolta da un sorriso compiaciuto, ma prendendolo sull’altra gamba. Legge e giustizia non sempre vanno a braccetto: e se pure la punizione era stata giusta, la legge però era a sfavore di Franco, che venne espulso. Perdemmo la partita, ma acquisimmo molto rispetto.

Il nostro allenatore usava un metodo per caricarci davvero singolare: sotto ai sedili posteriori della sua bianchina familiare teneva una collezione di giornalini. Non pensiate chissà che, roba che oggi si potrebbe vendere in parrocchia: i migliori fra tutti erano il Lando (con la faccia di Lando Buzzanca) e il Tromba (con le fattezze di Adriano Celentano nelle vesti di un idraulico), che andavano per la maggiore anche a militare. Risate ce ne facevamo tante: che la lettura ci rendesse più aggressivi, non credo.

L’ultima poesia, credo della mia vita ma chissà, la scrissi qualche anno fa. E’ in dialetto, ma abbastanza comprensibile. Era stata una giornata un po’ faticosa ed avevo corso dalla mattina alla sera; nell’ultima strofa, ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti è puramente casuale.

‘Na jornata tranquilla

Curri, curri, la sveglia ha sonato,
arzete, daje, cala dallu lettu.
Incubu! Penza, stanotte o sognato
che jìo a fadigà senza esse costrettu.

Sgrighete, sbrighete, è pronto lo latte:
te lavi? Che spetti? Sfreca ‘ssa faccia!
Vestete, su, stai ancora in ciavatte?
Rtròete li pagni (co lu ca’ dda caccia).

Lestu, lestu, che parte lu trenu,
lu sinti lu fischiu? A piedi, te lascia.
Fermatilu, sverdi, tirate lu frenu!
Lu postu? ‘Na grazia, Santa Rita da Cascia.

Camina, camina, li squilli ho sintito,
entra, rispunni, non fa che rettacca;
clienti, lamenti, “Il problema ha capito?”,
reclami, ritardi, la testa se spacca…

Jìmo, Jìmo, adesso se magna.
Pasta? Secondu? Compà, te lo scordi.
In piedi, un paninu, non fa tanta lagna:
la linea manteni, e sparambj li sòrdi.

Scatta, scatta, lu capu è ‘rriatu:
te vole, te cerca, chiama a rapportu.
Rispunni: “Presente!” come un sordatu.
Ne ferie, ne aumenti: oddio, che sconfortu!

Forza, forza, per ogghj è finita.
Lu tramme non passa? Cumincia a ‘vviatte.
Sciopero: certo, ce sta la partita:
loro la vede, de me, se ne sbatte.

Veloce, veloce, se jaccia la cena.
A ‘st’ora se ‘rrìa? Un po’ de creanza,
armeno ‘vvisassi, m’ì fatto stà in pena!
E magna de meno, te cresce la panza!

Mùite, mùite, cambia canale,
de che voi discorre, ce scade la rata?
Te prego, me vojo vedé la finale,
cuscì tu me voi ‘vvelenà la serata!

Veni, veni, sò tutta un bollore,
spòjete, ‘bbracceme con sintimentu,
basceme, caru, facimo l’amore…
Embè? Tutto qqua? Ma ‘spetta un momentu!

Como, 15 marzo 1999

(42. continua)

viaggiodiunpoeta

Viva le lasagne!

Con motu proprio stamattina il mio sopracciglio sinistro si è alzato. Sbirciando il giornale del mio compagno di viaggio (il mio non riporta certe notizie, siamo su altri livelli) un titolo in evidenza l’ha costretto a questa intemperanza, a cui non è solito indulgere: “Genitori contro lasagne e polpette”.

Detta francamente, e con rispetto per la posizione dei suddetti, mi è sembrato un comportamento contro natura. Cioè, si può essere contro il buco dell’ozono, lo scioglimento dei ghiacciai, l’estinzione dei panda ma una battaglia contro lasagne e polpette non mi troverebbe al fianco dei promotori.

Nemmeno mio nonno Gaetano, credo, ne sarebbe stato entusiasta. Tornato dalla guerra d’Africa (dove ricorderete era partito inaugurando il vestito bianco) dove la prigionia e la malaria l’avevano ridotto pelle e ossa, dovette assoggettarsi tutta la vita ad un menu di patate lesse, carote lesse, e pollo (lesso). Tenendo conto che mia nonna era cuoca, un bel supplizio. Nella dieta stranamente era ammesso il vino, credo come disinfettante. Avrei sconsigliato qualcuno dal perorare un boicottaggio di piatti conditi, siano primi o secondi, in sua presenza.

Da noi le lasagne si chiamano vincisgrassi e l’Unesco a mio parere dovrebbe proclamarli patrimonio dell’umanità. Quelli di mia madre, sicuramente.

Da piccolo, nella nostra casetta, capitava che avanzasse del pane e venisse posto a seccare. Il pane secco non si butta, è un peccato mortale: mio padre ancora oggi ama farci colazione. Qualche pomeriggio, per merenda, questo pane avanzato veniva ammollato con l’acqua e condito con lo zucchero; oppure con olio e aceto. Mio fratello, piccolino, non deve aver vissuto tali variazioni al regolamento con animo sereno: ancora oggi sostiene che ci veniva dato quando non c’era nient’altro da mangiare.  Non mi sento di escluderlo: comunque una zuppetta di pane e zucchero non ha mai fatto male a nessuno.

Tornando al casus belli, sembra che in precedenza in qualche piatto siano state trovate tracce di peli di cotenna (di maiale). La protesta fortunatamente non parte da pregiudizi religiosi altrimenti qualche parte politica facinorosa se ne approprierebbe per propugnare menu a base di cotenne pelose, ma esclusivamente sul merito della composizione dei ragù.

In tempi meno opulenti il dialogo sarebbe stato: “C’è un pelo!” “Scansalo e mangia” “No, non mi va più” “Lascia lì, che mangio io”. Il senso di colpa del lasciare cibo nel piatto mentre nel mondo chissà quanti bambini stavano morendo, in quello stesso preciso momento, di fame, impediva il reiterare di capricci. Per noi poi che eravamo in quattro più che fare storie bisognava essere veloci a finirlo, quel che c’era: gli altri non avrebbero avuto pietà.

Un altro punto di vista, fatalista ma non privo di verità, era: “quello che non strozza, ingrassa”. A parte che il concetto di strozzare varia da persona a persona: ad esempio qualcuno potrebbe essere refrattario alle carrube (teche marine si chiamano da noi, chissà perché; cronache antiche riportano che fossero vendute da Pietro de Claudina, insieme alla lavanda africana), e qualcun altro andarne ghiotto perché gli ricordano i bei tempi; il kebab nutre milioni di turchi, ma col sottoscritto è incompatibile. Detto ciò, concordo che magari dal punto di vista nutrizionale una setola di porco non valga granché ma come dire, non c’è ciambella senza buco ne cotica senza pelo.

A proposito di carrube, mi è venuto in mente che quando da piccolo mio padre mi portava a vedere le partite, c’erano i venditori di lupini, semi di zucca e appunto carrube; sono sempre stato un ammiratore dei virtuosi del lupino e seme di zucca. In entrambi i casi, si tratta di togliere la buccia senza l’uso delle mani; l’operazione va fatta con i denti e con la lingua, e la buccia deve essere rigorosamente sputata nel posto antistante. Come esecutore ero scarso, e una buccia su due la mangiavo. Le carrube però proprio non mi piacevano, a mio padre invece ricordavano le fiere di gioventù.

Mi capitò negli anni ’80 di andare a cena, con la mia futura dolce metà, in un ristorante storico di Milano, “La mamma”, vicino al Piccolo Teatro. All’ingresso c’era un cartello che diceva ”attenti alle tartarughine” e quindi entravi in questo locale buio con cautela, guardandoti i piedi: così concentrato non ti accorgevi dell’arrivo del gestore (uomo) che ti urlava un “Buonasera! Io sono la mamma!” facendoti sobbalzare. L’antipasto veniva servito in un vaso da notte, dei pezzetti di bologna e grana; e come frutta, appunto, le carrube, sempre in un vaso da notte. Il locale era tappezzato da foto di gente famosa, e sinceramente pensammo che fossero millanterie per impressionare i turisti. Con sorpresa ma anche tenerezza anni dopo sentimmo addirittura al telegiornale che il locale storico aveva chiuso i battenti. E le tartarughine?

Tornando alle lasagne, credo che l’unico motivo sensato per cui esse, con o senza peli, dovrebbero essere proibite ai bambini sia un altro ma quei genitori, lo dico con rammarico, non ne hanno accennato.

Le lasagne non sono un piatto normale. Sono un piatto della festa. Della domenica, e non di tutte le domeniche ma solo di quelle importanti, un piatto da mangiare tutti insieme in famiglia, un piatto che da solo mette allegria e voglia di stare insieme. Non si può far assurgere un semplice mercoledì, per dire, a livello di domenica. Altrimenti va a finire che ogni giorno è domenica, col risultato di passare le domeniche negli abominevoli centri commerciali. A mangiare, ancora, lasagne e polpette.

(34. continua)

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Ciao, nì

Mio nonno si chiamava Ernesto Torres e veniva dall’Argentina. Non state a chiedervi come mai non mi chiami Torres anch’io: la storia è lunga, e merita una trattazione adeguata. Magari anche la sceneggiatura di un film, se il pargolo ne ha voglia.
Non l’ho mai conosciuto, essendo scomparso (nel vero senso della parola) verso la fine della seconda guerra mondiale; le sue tracce rimanevano nel modo in cui i vecchi si rivolgevano a mio padre: Nino de Torisse. Inter nos, il vero nome sarebbe Amleto, che la dice lunga sul livello di cultura del nonno; essendo però un po’ troppo complicato per il popolo, come spesso capitava venne storpiato: Amleto-Amletino-Nino e Nino rimase.
C’è anche da dire che Nì, come saprà chi ha seguito le gesta di Renato Zero, era il modo di chiamare tutti i bambini (“Nì, veni da mamma”; “Curri Nì, ch’è tardi”), quindi può darsi che il passaggio sia stato semplicemente Nì-Nino.

Quando ero bambino io, Nino Benvenuti era campione del mondo di pugilato nei pesi medi. Che Nino fosse sinonimo di forza, era fuori discussione.
Una sera Benvenuti venne al paese a fare un’esibizione. Aveva battuto da poco Emile Griffith, un leggendario pugile di colore, al Madison Square Garden di New York. Era la terza sfida tra i due; nella seconda Benvenuti era stato sconfitto dopo aver combattuto quasi tutto l’incontro con una costola rotta. Queste esibizioni erano un modo, per i professionisti, di guadagnare dei soldi extra; ne facevano magari due o tre per sera, in posti diversi. A quei tempi del resto la boxe era seguitissima. Il ring venne allestito nella piazza, strapiena tanto che i bambini venivano issati sulle spalle dei genitori.
Finalmente, dopo vari incontri minori, arrivò il momento atteso e lo speaker annunciò: Nino Benvenuti contro Emile Griffith! Onestamente, sussistono seri dubbi sul fatto che il nero sul ring fosse proprio Griffith: Benvenuti ad ogni modo si concesse al pubblico in tutti i modi, gigioneggiò con tanto di inseguimento all’arbitro e sconfisse lo sfidante-complice nei tre round regolamentari. Qualcuno ora, in tempi decisamente effeminati, potrebbe obiettare che lo spettacolo non si addicesse ad un bambino. Palle.
Gli sport popolari erano tre: calcio, pugilato e ciclismo. Si intuisce il perché: non servivano palestre (nemmeno per il pugilato: bastavano gli scantinati) ne piscine ne attrezzature costose. Cuore, sudore, fatica. Infatti avevamo campioni a bizzeffe.
Pensare che un bambino potesse diventare violento assistendo ad un match di boxe è fuori dalla realtà. Tutt’altro. Si ammirava la preparazione, il coraggio, la tecnica; si imparava a riconoscere i colpi (gancio, diretto, uppercut); ci si immergeva nella pedagogia di questo sport (si combatte tra pari peso; niente colpi bassi; non sempre la forza bruta ha la meglio sulla bravura).

Questa tolleranza, diciamo, forse dipendeva anche dal fatto che i luoghi dello sport erano molto maschili. Virili, direi. Cioè, io non ricordo mamme alle partite di pallone mie o anche dei miei fratelli, pur più piccoli. Discrete, si informavano del risultato una volta tornati a casa, preoccupate che non lasciassimo magliette o calzettoni sudati a macerarsi dentro i borsoni. C’era solo la zia nubile di un coetaneo di mia sorella che si faceva riconoscere, con urli e commenti fuori misura.
Ora invece palestre, piscine, palazzetti, sono territorio di madri in perenne ansia; con mariti magari contenti di aver sbolognato, in un colpo solo, figli e mogli per un paio d’ore.

Se babbo era figlio de Torisse, peraltro, io ero figlio de Nino; ognuno di noi prima di diventare Giorgio, o Marco, o Stelvio era “figlio di”: quando incontravi un adulto infatti la domanda era “de chi sì figliu?” che era anche un modo di inquadrarti in base alla genealogia. Spesso al nome del padre si aggiungeva la professione: e allora diventavo lu figliu de Nino lu ferrà.
Mestiere tra l’altro rispettato, essendo stato del padre del Duce; pur non avendo la cosa influito sulle mie future convinzioni politiche, mi rendeva tuttavia orgoglioso.
Anche la madre era tirata in ballo, di solito quando la richiesta di identificazione partiva da altre donne: “o nì, che sì lu figliu de Ida (la sarta, facoltativo)?”.

Fu con animo travagliato che assistetti alla fine della carriera del Nino nazionale. Da un lato il dispiacere che accompagna il declino di un beniamino di gioventù. Ma almeno aveva perso con un argentino, qualcuno di famiglia.

(18. continua)

ciaonì