Profilassi prima di tutto!

Di questi tempi non è da poco imbattersi in una notizia che possa sollevare il morale, sovrastati da disastri, naturali e non, e dalle tonnellate di retorica che vi si riversano in sopraggiunta.

I fatti in questione sono avvenuti in Uganda lo scorso giugno; confesso che per documentarmi su questo paese sono ricorso al World Factook della Cia libro che, nonostante la provenienza, non contiene informazioni segrete ma analisi sintetiche e aggiornate su tutti i paesi del mondo, compreso il nostro.

E’ successo dunque che  1300 studenti della scuola secondaria (privata) di Aduku abbiano protestato vivacemente contro il divieto per le ragazze di indossare minigonne e pantaloncini corti. Le autorità scolastiche avevano provveduto a confiscare alle studentesse questi peccaminosi capi di abbigliamento; non è ben chiaro se i suddetti siano stati sfilati alle legittime proprietarie oppure sequestrati dopo scrupolose perquisizioni degli alloggi.

La cosa ha comprensibilmente infastidito i ragazzi, che ai pantaloncini avrebbero anche potuto rinunciare ma sul diritto alla minigonna non erano disposti a transigere; tra l’altro le ugandesi sono generalmente di coscia abbastanza forte, ed il privarne la visione è stata ritenuta una vera e propria provocazione.

C’è da dire che l’aria era già abbastanza surriscaldata: i ragazzi chiedevano da tempo che l’orario del porridge mattutino, che per chi non lo sapesse è una zuppa di latte e avena, fosse spostato dalle 6 ad un orario più consono. Solidarizzo per le minigonne (come potrete vedere da qui ) ma non per la zuppa; se il problema è di non rimanere assonnati a lezione, avrei consigliato di applicare la vecchia regola: sette ore dorme il corpo, otto ore dorme il porco, e regolarsi di conseguenza sull’orario della ritirata.

Ma come mai in Uganda ci si preoccupa così tanto della lunghezza delle gonne, mi sono chiesto? Possibile che non abbiano altri problemi, come dire, più pressanti? Il provvedimento, ispirato dal ministero per l’Etica e l’Integrità retto non a caso da un ex-prete, è inquadrato nella legge anti-pornografia. Il ragionamento è: siccome andare in giro in minigonna provoca eccitazione sessuale negli uomini, la minigonna va vietata. La regola ad essere sinceri varrebbe anche a parti invertite, e se qualche maschio ugandese avesse l’abitudine di girare in minigonna sappia che incorrerebbe nei rigori della legge. Anche gli scozzesi in kilt correrebbero dei rischi, credo.

Mi sono messo per un attimo nei panni del ministro. Non in minigonna, preciso. La fascia più popolosa di età nel suo paese va dagli 0 ai 14 anni: giovanissimi, insomma. Moltissime ragazze abbandonano precocemente gli studi perché incinta oppure per sposarsi (quasi sempre incinta). Ciliegina sulla torta, su una popolazione di 37 milioni di abitanti, un milione e mezzo circa è affetto da AIDS o risulta sieropositiva. Vista dalla sua ottica, la misura sarà sembrata più precauzionale che repressiva.

Del resto, che il cervello per tanti uomini non sia la parte predominante per l’elaborazione del pensiero è risaputo.

Per restare in argomento sono stato colpito, una volta tanto positivamente, da una pubblicità di una nota marca di profilattici che invita a munirsi del proprio prodotto perché in Italia si pratica, in media, una interruzione di gravidanza ogni 5 minuti. Tra l’altro essendo classificato come dispositivo medico si può scaricare lo scontrino della farmacia tra le spese mediche. L’informazione mi sembra meritevole di essere divulgata alle giovani generazioni, almeno quelle non dedite esclusivamente a rapporti virtuali; anche il solerte ministro per l’Etica dovrebbe prenderne nota, e magari organizzare una distribuzione gratuita. Qualche onlus potrebbe prendersi la briga di organizzare una raccolta, o magari promuovere adozioni a distanza: lo slogan potrebbe essere “adotta un volatile in Uganda”, più o meno.

(106. continua)

poicephalus-meyeri

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Insalata di Farro e tristezze miste

In preda ad un attacco salutista dovuto probabilmente ai sensi di colpa derivanti da sovra-libagioni estive ieri, invece della pasta pasticciata che lo  chef della mensa che frequento proponeva riciclando sapientemente gli  avanzi del giorno precedente, ho voluto mortificarmi prendendo l’insalata di farro.

Non sottovaluto l’importanza storica di questo alimento, che ha accompagnato le legioni romane per secoli; tuttavia confesso che fino a pochissimo tempo fa la mia dieta ne ignorava l’utilizzo e ciò nonostante sono sopravvissuto discretamente.   Sembra comunque che abbia delle proprietà positive rispetto ad altri cereali: meno glutine, meno calorie. S’intende, benefiche per chi ha la pancia piena, perché per gli altri qualche caloria in più non guasterebbe.

Ultimamente c’è stata una riscoperta, grazie allo sviluppo dell’agricoltura biologica, di tante coltivazioni di cui si era persa memoria. Le reputo iniziative lodevoli, e attribuisco interamente alla mia ignoranza l’incapacità di cogliere questa gran differenza tra bio e non bio se non nel prezzo:  e se mi vedrete dondolare la testa su e giù davanti ad un piatto di farro in segno di approvazione è solo per non fare la figura del retrogrado.

Insomma, a me il bio mette tristezza. Il mio inconscio si rifiuta di associarlo a belle tavolate di gente festante, ma piuttosto a sette di penitenti intenti a vendere l’argenteria della nonna per acquistare da perfidi spacciatori dosi giornaliere di zucchine e melanzane. Quando invece penso alle cose genuine, ai sapori di una volta, penso a quei bei pranzi della gioventù.

Sapete, una volta le famiglie di lavoratori non andavano al ristorante. Tra l’altro mezzo secolo fa, dalle mie parti ovvero sulle colline maceratesi, non è che ci fossero tutti questi ristoranti. Quando lo facevano, era per occasioni speciali: matrimoni, comunioni, cresime. Battesimi e funerali no. Siccome i figli erano parecchi, comunioni e cresime venivano ottimizzate per fare in modo di accorparne almeno un paio alla volta.

Il pranzo tradizionale di matrimonio, una maratona del gusto, consisteva con piccole varianti di:

  • antipasto di affettati misti: ciabuscolo, salame lardellato, a volte salsiccia di fegato, lonza, prosciutto; a proposito della lonza, in alcune zone d’Italia viene chiamata coppa, mentre nel maceratese è la soppressata ad essere chiamata coppa;
  • minestra per sciacquarsi la bocca, in genere straccetti ovvero uova strapazzate nel brodo di carne bollente;
  • lesso (“l’allesso”), da non confondere con il bollito; la carne usata per il brodo, insomma, cioè mucca e gallina (vecchie entrambe), e anche cappone,  con contorno di verdure, spinaci o erbette.

Questa prima parte serviva, come si diceva, “per preparare lo stomaco”, poi si passava ai primi:

  • tagliatelle all’uovo (o pappardelle) con sugo di papera (anatra);
  • ravioli di ricotta con sugo di pomodoro;
    qui voglio dire, e spero di non offendere nessuno, che gli sfogliavelo non mi piacciono: la pasta per me si deve sentire sotto i denti, e quella si sentiva, eccome.

Dopodiché, dopo una doverosa pausa, si passava ai secondi:

  • arrosto misto (pollo, maiale, agnello, vitello) con insalata per pulire la bocca;
  • frittura mista (la carne di cui sopra, ma fritta; olive ascolane; crema fritta).

Infine gran finale, con lingue impastate e palpebre cascanti:

  • pizza battuta (ovvero pan di spagna) farcita con crema pasticcera; oppure crostate con frutta di stagione; ovviamente spumante, di solito Moscato;
  • caffè e ammazzacaffè (i più duri prima si facevano il caffè corretto al Varnelli e, poi, l’ammazzacaffè)

Ora che mangio come un uccellino, anche se la mia consorte afferma il contrario, mi chiedo come fosse possibile, considerando anche i bis; venivamo diffidati dal mangiare il pane per non riempirci, al contrario di quanto succedeva a casa, dove invece venivamo esortati a mangiarlo eccome.

Mio padre lavorava abbastanza spesso per un’impresa edile; quando un cantiere si chiudeva era usanza, e spero sia rimasta ancora oggi, che il titolare offrisse la cena a tutte le maestranze: carpentieri, muratori, idraulici, elettricisti. Due o tre volte partecipai anch’io, un po’ intimorito da quella gente rude; in genere non spiccicavo parola, ingenerando in quegli uomini il dubbio che quel figlio di Nino, di cui si decantava l’intelligenza, fosse purtroppo muto.

Ve ne sarete senz’altro accorti, che in questi giorni a Rio de Janeiro si stanno svolgendo le XXXI Olimpiadi dell’era moderna. Mangiando quell’insipido farro, e orgoglioso per meriti non miei, riflettevo sul fatto che gli atleti italiani sono come sempre nei primi posti del medagliere ed hanno, da soli, più medaglie di tutta l’Africa messa insieme.

Come pingue rappresentante di questa parte opulenta del mondo, sono incline all’autocritica. E sia: colonialismo, sfruttamento, colpi di stato, FMI, Banca Mondiale e via discorrendo. Ma non sarebbe ormai onesto da parte delle elites dei paesi africani, a più di sessant’anni dalle varie indipendenze, fare delle considerazioni e dei consuntivi su come questa indipendenza l’hanno usata? Hanno operato per il bene comune od hanno pensato più che altro ad arricchire loro e i loro clan? Pochi ne escono bene.

Non vorrei sembrare un sostenitore del fardello dell’uomo bianco o un nostalgico dell’Africa Orientale Italiana, ma siamo sicuri che gli eritrei che si affollano in stazione a Como, o i somali o gli stessi novanta milioni di etiopi, non sarebbero stati meglio sotto una amministrazione fiduciaria italiana (o al limite dell’Onu) visto che da soli per sessant’anni non sono stati capaci di altro che di farsi guerre? Se fossi in loro chiederei di essere annessi all’Italia come stato federato, come il lontano Alaska per gli Usa; così in poco tempo diventerebbero cittadini europei e potrebbero scorrazzare dove meglio credono, in barba ai doganieri svizzeri.

Infine, anche se nessuno ne sentirà il bisogno,  vorrei dire anch’io due paroline sul divieto per i burkini, tormentone del momento. A parte il fatto che li trovo tremendamente sexy, ma questa dev’essere una mia perversione, non capisco che male facciano; un conto è il burka che copre la faccia, che vieterei senza dubbio, ma questa specie di costume intero non vedo come possa dare problemi di ordine pubblico; a questa stregua allora le suore delle colonie estive non potrebbero più andare in spiaggia, e questa sarebbe una vera cattiveria.

Comunque, oggi, pasta al forno.

(107. continua)

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Basta politicamente corretto!

Di ritorno dalle ferie, pieno di astio verso tutti quelli che non le hanno ancora consumate e di fraterna empatia verso quelli che non possono farle e giustamente odiano quelli che le hanno fatte o le faranno, voglio dare il peggio di me stesso ed esternare una serie di opinioni politicamente scorrette, come Clint Eastwood che non prova alcun disagio a fare outing a favore di mr. Trump. Perderò molti consensi, ma è il prezzo da pagare per la verità.

 Non sono un grande amante della natura. Voglio dire, apprezzo un bel tramonto sul mare, specie se con la giusta compagnia possa essere foriero di un lieto tornaconto, ma oramai il vantaggio è relativo; così come ammiro quei panorami da cartolina che mi accontententerei comunque di ammirare anche solo in cartolina.

Sarà che non sono competente: non capisco un’acca di rocce, concrezioni calcaree o vulcaniche che siano; di erbe riconosco quelle quattro-cinque utili all’alimentazione, meglio se prodotte in orti e cotte in padella; di mare so che è grande e pieno di pesci, la maggior parte commestibili, e che i più buoni se li stanno accaparrando i giapponesi per il loro assurdo sushi.

Mi intriga, invece, il lavoro dell’uomo sulla natura; i campi coltivati, specialmente quelle belle colline ricoperte da vigneti, infondono tenerezza nel mio animo sensibile.

Ammiro quelli che, insomma, la natura sanno dominarla; se vado in montagna non sto troppo a recriminare sulla perdita della primigenia selvatichezza, ma la domanda che mi sgorga dal cuore è: ma come diamine avranno fatto a costruire la chiesetta lassù in pizzo, senza nemmeno un elicottero?

Se mi trovassi da solo in una foresta inostipale non credo che sarei capace di sopravvivere più di qualche giorno; non ho la preparazione da boy-scout, per capirci, che dev’essere abbastanza vasta se spazia dal riconoscere il nord dalla posizione del muschio sui tronchi delle piante alla partecipazione alla Ruota della Fortuna o alla modifica di Costituzioni.

Non sono certo John Rambo, che si nutre di bacche e larve e si ricuce le ferite da solo, in quel cult immortale con Sylvester Stallone, dell’82, che seguiva il grande Rocky del ’76.

Sbaglia secondo me chi legge quel primo film come l’esaltazione del super-uomo militarista, così come chi ravvede nel secondo l’esaltazione della violenza. Tutt’altro, a parer mio.

Il primo Rambo è un film che racconta il disagio della gente che è stata mandata a “servire” la patria, ed al ritorno si trova buttata in un angolo come rifiuti, vergogne da cancellare. E’ un fenomeno che non riguarda solo l’America: in Europa dopo la prima guerra mondiale trattamenti simili li subirono tanti combattenti, che andarono a fornire parecchia manodopera ai nascenti fascismi e nazismi. Se posso azzardare un parallelismo, i recenti attacchi ai poliziotti americani che avevano ucciso dei neri sono venuti da veterani neri, che hanno fatto un ragionamento molto semplice: quando devi mandarmi a morire ammazzato ti va bene che sono nero, e quando torno a casa invece divento un “negro di merda”? E no ciccio, e mó basta.

Rocky invece è semplicemente una favola: Rocky Balboa incarna il mito americano, l’uomo che dal niente può diventare tutto, con il cuore e il duro lavoro; il sogno del paese dove è possibile che il figlio di un immigrato keniota diventi Presidente degli Stati Uniti. Paradossale poi che proprio durante la prima presidenza nera della storia riaffiorino tensioni razziali che sembravano reperti fossili, ma forse proprio strano non è.

Ovviamente mi riferisco al primo Rambo ed al primo Rocky; dopo è arrivata la propaganda reaganiana ed il buon Stallone è stato arruolato: overdose di guerra fredda, ostaggi da liberare (dimenticati naturalmente dagli stessi traditori che non avevano voluto vincere la guerra, i Viet Cong e Ho Chi Min erano particolari trascurabili per gli sceneggiatori unbedded), il perfido Ivan Drago e la giunonica Brigitte Nielsen.

Per un breve periodo, tornato dal militare dove come ormai sapete ho servito da sottotenentino, mi sono ritrovato anch’io con la sindrome di Rambo: là guidavo un carro armato, rispondevo di attrezzature per milioni di dollari, qui non riesco neanche a trovare lavoro come parcheggiatore! Melodrammatico, considerando che non avevo neanche la patente B, altro che guidare carri armati. Di lavoro, comunque, se ne avessi voluto da mio padre a bottega ne avrei avuto a bizzeffe, ma il lavoro come è noto stanca.

Ed a proposito, avete notato come le idee migliori vengano oziando? O pensando, direbbero i filosofi. In questi giorni di riposo ho quindi avuto un’illuminazione sul come risolvere contemporaneamente due problemi che affliggono il nostro territorio: l’abbandono di tanti borghi disagiati e la disoccupazione.

Cioè, sono in vacanza su queste isolette, in Sicilia. Che già la Sicilia è un’isola, andare a cercare isolette mi sembrava eccessivo ma ubi maior etc. etc. , ci siamo capiti.
Che poi, come riflette tra se e se il ginecologo novizio, che sarà mai, vista una viste tutte.

Acqua tutto intorno, un cucuzzolo in cima, paesini disabitati d’inverno che d’estate si riempiono di vacanzieri vocianti; gli autoctoni superstiti passati da occupazioni onorevoli quali quelle di agricoltori o pescatori a venditori di cineserie spacciate per artigianato locale, o ristoratori improvvisati; antiche famiglie di pescatori portano in giro i turisti con motonavi dai nomi altisonanti, fornendo informazioni di dubbia attendibilità.

C’è chi teorizza che l’Italia, essendo un paese così ricco di bellezze, potrebbe permettere a tutti di vivere di solo turismo: una enorme Disneyland, insomma. Personalmente non mi ci vedrei a fare da Cicerone a mandrie di cinesi o russi; nel caso però potrei interpretare un appassionato Pulcinella, accompagnandomi al mandolino e intonando con sentimento canzoni amorose napoletane, con accento plausibile. A proposito di Pulcinella, vi raccontai tempo fa di quando con l’orchestrina di cui ero co-fondatore, l’R7, fummo lì lì per essere ingaggiati da un personaggio che si millantava impresario, tale Ciccio ‘e Napule; questi aveva già in mente un tour, a cui avremmo dovuto partecipare come band di supporto alle star, che sarebbero state lui e sua moglie già avanti con gli anni, ed un chitarrista molto bravo preso dall’istituto dei disabili di Porto Potenza Picena. Non se ne fece niente perché tra le clausole del contratto ce n’era una che recitava che avremmo dovuto anticipare qualche spesuccia, che ci sarebbe stata rimborsata con i proventi delle numerose serate; mi chiedo ancora oggi come sarebbe andata a finire se avessimo accettato: una fulgida carriera ci si sarebbe schiusa davanti o più probabilmente qualcosa di duro ci avrebbe colpiti didietro.

Tornando all’ideona, mi è venuta a Filicudi, in un pomeriggio abbastanza assolato: saputo che l’isola ad inizio ‘900 contava circa 5.000 abitanti, ed ora d’inverno appena 300, con intere frazioni abbandonate, isola già di per se sfortunata alla quale hanno voluto portare il loro contributo gli ex ministri Rutelli e Melandri costruendovi un loro pied-a-tèrre, dove credo che accedano separatamente, nonché Luca Barbareschi, osservando con il pianto nel cuore quei terrazzamenti di uva malvasia abbandonati mi è venuto spontaneo unire i miei due vecchi cavalli di battaglia: la zappa obbligatoria ed il servizio di leva obbligatorio: il servizio di zappa obbligatorio, per ripopolare e ricostituire territori incolti e abbandonati.

Seguitemi perché qua non si scherza: a far data dal 2018 (un minimo di tempo per la preparazione logistica), partendo dalla leva del 2000, zappa obbligatoria per un totale di 300.000 effettivi; esonerati solo quelli con documentati problemi fisici (i piedi piatti non sono sufficienti) o che già si trovino a fare lavori manuali; in caso di esuberi la selezione viene fatta per sorteggio; in carenza, ci si rivolge alla leva precedente, sempre a sorteggio. Corsia preferenziale a chi ha intenzione di andare in Australia a lavorare nelle farm, o magari in Madagascar a fare volontariato: prima bisogna zappare qua ben bene, non vogliamo mandare in giro per il mondo gente impreparata. La durata la stabilirei in dodici mesi di servizio, ad almeno 500 km da casa. Vitto ed alloggio gratuito, ed una piccola diaria giornaliera. Non vogliamo discriminare nessuno: l’obbligatorietà vigerebbe sia per i ragazzi che per le ragazze. Alloggiamenti separati ma non troppo, se si deve ripopolare qualcuno deve pur farlo. Cellulari vietati dall’alba al tramonto; dopo il tramonto chi li usa è solo perché non ha niente di meglio da fare, ed è tutto a suo disdoro.

Credo che chi di dovere dovrebbe prendere molto sul serio questo suggerimento, ben più concreto del generico “i giovani devono lavorare” dell’attuale ministro del lavoro. Da quanto ho capito anche lui vorrebbe farli lavorare a gratis, con molta meno utilità pubblica però.

Il costo, che posso dettagliare in un progettino, sarebbe di circa 2 miliardi l’anno, molto meno del truffaldino jobs act; vantaggi indubbi, tra calo del tasso di disoccupazione e indotto che si attiva. Gestione rigorosamente statale e militarizzata. Non allargherei la mangiatoia a regioni e cooperative, si sa come andrebbe a finire.

Fondamentale è il coinvolgimento di brigate di pensionati: chi meglio di gente del posto, attaccata alla terra e con solido background, per controllare degli inesperti cittadini? Quale migliore occasione per fornire consigli e suggerimenti non richiesti?

Mi è anche tornato alla mente, per risolvere un altro problema che per qualcuno problema non è, cioè quello dell’immigrazione, di ripristinare una vecchia norma in uso nell’Impero Romano, come venni edotto durante un viaggio in Turchia da un maresciallo in congedo dei servizi, non ricordo se segreti o di logistica. Tra quegli antichi civilizzatori era costume concedere la cittadinanza a quei barbari che avessero effettuato cinque anni di servizio militare; certo date le guerre e battaglie che l’esercito romano sosteneva in giro per il mondo conosciuto non c’era la sicurezza di arrivare alla fine, e non credo esista una statistica dei casi di successo; tuttavia l’idea mi sembra buona, e se pure al momento non me la sentirei di affidare dei kalashnikov a chiunque chieda la cittadinanza, una bella zappa non gliela negherei.

Segnalo che, nel parco della stazione di Como San Giovanni, quotidianamente da circa un mese stazionano decine se non centinaia di persone, in prevalenza di provenienza eritree o somale, che rifiutano di farsi identificare perché sperano così di non incappare nelle regole assurde di Dublino e poter partire per il nord Europa, tramite Svizzera. Anime buone li accudiscono come possono. Ma, amici, qui non si tratta di essere anime buone. La Svizzera non li farà passare mai. E’ accettabile tenere delle persone (e sottolineo persone) così? E per quanto, fino a quando non succederà qualcosa che scatenerà una reazione popolare? E’ questo che si vuole? Shock e reazione? Non è ora che diventiamo un paese serio, e le regole che noi stessi abbiamo accettato e controfirmato le facciamo rispettare? Domanda retorica, che giro ai responsabili dell’ordine pubblico, prefetto in testa.

Chiuderò con qualcosa di idoneo a farmi ancor più detestare, seppur cordialmente. Adoro la tauromachia. Disprezzo però il fatto, come ho appreso da fonte spagnola anzi catalana, che quando il toro infilza il torero tutta la famiglia (del toro) venga macellata, lo trovo ingiusto e poco sportivo. Inoltre sono uno sfegatato sostenitore del ponte sullo stretto di Messina, è inutile che si continui a dire che ci sono cose più urgenti da fare se poi non si fanno mai. E poi basta postare foto delle vacanze. Io le vacanze le ho finite! Abbiate pietà.

(105 e 106. continua ma a piccole dosi, non preoccupatevi)

 

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