Casatschok

La mattina del primo maggio il paese veniva svegliato dalle note della banda che eseguiva ad libitum  l’Inno dei Lavoratori. Con gioia birichina andavamo a svegliare proprio quei lavoratori che più di altri avrebbero avuto il diritto di riposarsi, almeno nel giorno della loro festa, ma c’è da dire che allora la gente non era solita crogiolarsi sotto le lenzuola.

Non tutti sapranno che le parole di quest’inno sono state scritte nell’ottocento nientemeno che da Filippo Turati; della qual cosa pochi anche allora erano al corrente ma non il nostro maestro, vecchio socialista, che ce lo proponeva con particolare piacere. Gli strumentisti più conservatori a volte opponevano qualche resistenza; per convincerli a suonare Fischia il vento, celebre inno partigiano, bisognava illuderli che si trattasse di Casatschok di Dori Ghezzi.

Pensare di trovare un negozio aperto il primo maggio sarebbe stata (e dovrebbe esserlo ancora, a mio parere) un’eresia. Ci sono 364 (+1 per i bisestili) giorni l’anno per fare spese: non c’è motivo di intestardirsi nel voler comprare, che so, un paio di scarpe o un maglione proprio quel giorno.

Il culmine della giornata era costituito dalla scampagnata. Ci si trovava, con tutti i membri della Società Operaia, in un prato nella frazione di Cantagallo; questa collina, lo dico per i curiosi, era stata teatro di una battaglia, nel 1815, tra Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e Re di Napoli, e gli austriaci: Murat fu sconfitto, cosa di cui mi sono sempre dispiaciuto, e oltretutto gli aborriti vicini tolentinati hanno sempre cercato di accreditare l’avvenimento come “Battaglia di Tolentino”. Invidiosi.

Oggi scampagnata è un termine desueto, si dice picnic. Non so voi ma a me, quando si parla di picnic, salgono alla mente immagini bucoliche, perlopiù di ambientazione inglese, dove famigliole vestite di tutto punto estraggono da graziosi panieri di vimini  sandwich al formaggio e cetriolo, con contorno di bambini che giocano alla corda o al volano.

Niente di tutto ciò.

La scampagnata del primo maggio era semplicemente la cucina di casa traslata su un prato. Ed ecco quindi uscire dal portabagagli della 124 familiare: teglie di vincisgrassi; arrosto misto a cui magari si accostava una fritturetta di olive ascolane; un po’ di insalata per pulirsi la bocca; un ciambellone o una pizza battuta, magari farcita di crema. Vino, parecchio. La visione salutista odierna prescrive di non somministrare questo alimento a bambini e ragazzi sotto una certa età. Il fegato non metabolizza, dicono. Boh, a noi un goccetto l’hanno sempre dato, magari annacquato; non so se metabolizzasse, ma male non ne ha fatto.
Per merenda, fave e pecorino, ciauscolo e vino cotto.

Non essendo il volano nelle nostre corde,  il prato diventava un immenso campo di calcio; vidi una cosa simile un primo maggio di qualche anno fa, nel Parco della Reggia di Capodimonte a Napoli: però con meno sobrietà.

Dopo qualche anno la consuetudine si interruppe; riprese poi ma in un’altra frazione, il Trebbio, dove fummo chiamati ad allietare il pomeriggio con la nostra orchestrina. Ci venne chiesto di suonare Bandiera Rossa; io non avevo niente in contrario, lungi ancora da me il considerare un ossimoro l’ultima parte del ritornello (“evviva il comunismo e la libertà”) ma il nostro trombettista Diego, maestro del coro parrocchiale,  si faceva qualche scrupolo. Fu una versione discutibile: il popolo sarebbe dovuto andare avanti alla riscossa, ma a passo di marcetta molto spedita.

Quest’anno il primo maggio sarà ricordato per l’apertura dell’Expo di Milano. Nutrire il pianeta, è il tema, o meglio i sette miliardi di persone che lo popolano. Finché un pugno di privilegiati continueranno a mangiare come metà del pianeta credo che l’obiettivo sarà difficilmente raggiungibile: spero di sbagliarmi, ma non mi sembra che tanti siano disposti a intonare Fischia il vento, la maggior parte balla il Casatschok.

(35. continua)

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Viva le lasagne!

Con motu proprio stamattina il mio sopracciglio sinistro si è alzato. Sbirciando il giornale del mio compagno di viaggio (il mio non riporta certe notizie, siamo su altri livelli) un titolo in evidenza l’ha costretto a questa intemperanza, a cui non è solito indulgere: “Genitori contro lasagne e polpette”.

Detta francamente, e con rispetto per la posizione dei suddetti, mi è sembrato un comportamento contro natura. Cioè, si può essere contro il buco dell’ozono, lo scioglimento dei ghiacciai, l’estinzione dei panda ma una battaglia contro lasagne e polpette non mi troverebbe al fianco dei promotori.

Nemmeno mio nonno Gaetano, credo, ne sarebbe stato entusiasta. Tornato dalla guerra d’Africa (dove ricorderete era partito inaugurando il vestito bianco) dove la prigionia e la malaria l’avevano ridotto pelle e ossa, dovette assoggettarsi tutta la vita ad un menu di patate lesse, carote lesse, e pollo (lesso). Tenendo conto che mia nonna era cuoca, un bel supplizio. Nella dieta stranamente era ammesso il vino, credo come disinfettante. Avrei sconsigliato qualcuno dal perorare un boicottaggio di piatti conditi, siano primi o secondi, in sua presenza.

Da noi le lasagne si chiamano vincisgrassi e l’Unesco a mio parere dovrebbe proclamarli patrimonio dell’umanità. Quelli di mia madre, sicuramente.

Da piccolo, nella nostra casetta, capitava che avanzasse del pane e venisse posto a seccare. Il pane secco non si butta, è un peccato mortale: mio padre ancora oggi ama farci colazione. Qualche pomeriggio, per merenda, questo pane avanzato veniva ammollato con l’acqua e condito con lo zucchero; oppure con olio e aceto. Mio fratello, piccolino, non deve aver vissuto tali variazioni al regolamento con animo sereno: ancora oggi sostiene che ci veniva dato quando non c’era nient’altro da mangiare.  Non mi sento di escluderlo: comunque una zuppetta di pane e zucchero non ha mai fatto male a nessuno.

Tornando al casus belli, sembra che in precedenza in qualche piatto siano state trovate tracce di peli di cotenna (di maiale). La protesta fortunatamente non parte da pregiudizi religiosi altrimenti qualche parte politica facinorosa se ne approprierebbe per propugnare menu a base di cotenne pelose, ma esclusivamente sul merito della composizione dei ragù.

In tempi meno opulenti il dialogo sarebbe stato: “C’è un pelo!” “Scansalo e mangia” “No, non mi va più” “Lascia lì, che mangio io”. Il senso di colpa del lasciare cibo nel piatto mentre nel mondo chissà quanti bambini stavano morendo, in quello stesso preciso momento, di fame, impediva il reiterare di capricci. Per noi poi che eravamo in quattro più che fare storie bisognava essere veloci a finirlo, quel che c’era: gli altri non avrebbero avuto pietà.

Un altro punto di vista, fatalista ma non privo di verità, era: “quello che non strozza, ingrassa”. A parte che il concetto di strozzare varia da persona a persona: ad esempio qualcuno potrebbe essere refrattario alle carrube (teche marine si chiamano da noi, chissà perché; cronache antiche riportano che fossero vendute da Pietro de Claudina, insieme alla lavanda africana), e qualcun altro andarne ghiotto perché gli ricordano i bei tempi; il kebab nutre milioni di turchi, ma col sottoscritto è incompatibile. Detto ciò, concordo che magari dal punto di vista nutrizionale una setola di porco non valga granché ma come dire, non c’è ciambella senza buco ne cotica senza pelo.

A proposito di carrube, mi è venuto in mente che quando da piccolo mio padre mi portava a vedere le partite, c’erano i venditori di lupini, semi di zucca e appunto carrube; sono sempre stato un ammiratore dei virtuosi del lupino e seme di zucca. In entrambi i casi, si tratta di togliere la buccia senza l’uso delle mani; l’operazione va fatta con i denti e con la lingua, e la buccia deve essere rigorosamente sputata nel posto antistante. Come esecutore ero scarso, e una buccia su due la mangiavo. Le carrube però proprio non mi piacevano, a mio padre invece ricordavano le fiere di gioventù.

Mi capitò negli anni ’80 di andare a cena, con la mia futura dolce metà, in un ristorante storico di Milano, “La mamma”, vicino al Piccolo Teatro. All’ingresso c’era un cartello che diceva ”attenti alle tartarughine” e quindi entravi in questo locale buio con cautela, guardandoti i piedi: così concentrato non ti accorgevi dell’arrivo del gestore (uomo) che ti urlava un “Buonasera! Io sono la mamma!” facendoti sobbalzare. L’antipasto veniva servito in un vaso da notte, dei pezzetti di bologna e grana; e come frutta, appunto, le carrube, sempre in un vaso da notte. Il locale era tappezzato da foto di gente famosa, e sinceramente pensammo che fossero millanterie per impressionare i turisti. Con sorpresa ma anche tenerezza anni dopo sentimmo addirittura al telegiornale che il locale storico aveva chiuso i battenti. E le tartarughine?

Tornando alle lasagne, credo che l’unico motivo sensato per cui esse, con o senza peli, dovrebbero essere proibite ai bambini sia un altro ma quei genitori, lo dico con rammarico, non ne hanno accennato.

Le lasagne non sono un piatto normale. Sono un piatto della festa. Della domenica, e non di tutte le domeniche ma solo di quelle importanti, un piatto da mangiare tutti insieme in famiglia, un piatto che da solo mette allegria e voglia di stare insieme. Non si può far assurgere un semplice mercoledì, per dire, a livello di domenica. Altrimenti va a finire che ogni giorno è domenica, col risultato di passare le domeniche negli abominevoli centri commerciali. A mangiare, ancora, lasagne e polpette.

(34. continua)

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Pro e contro

Come saprà chi ha passato tutta o parte della propria vita in un paese, il fatto di vivere in un ambiente tutto sommato ristretto ha i suoi pro e i suoi contro. Tantissimi pro: ci si conosce tutti; i rapporti di parentela sono così ramificati che è difficile trovare una famiglia con la quale non si abbia almeno un cugino in comune; le amicizie sono profonde e durature (così come le inimicizie); c’è una fiducia reciproca che permette, o  almeno lo faceva fino a poco tempo fa, di lasciare tranquillamente la chiave nella toppa della porta di casa; per dei giovani con un po’ di inventiva c’è un sacco di possibilità di espressione.

Tanto per dire le parentele, un cugino di mio nonno  si chiamava Gardenio (non Kevin, ne Jonathan: esisterà ancora un Gardenio in Italia?).  Era l’uomo di fatica della banda, sistemava la sala prove, preparava i leggii. Si presentava con la sua divisa, e se gli chiedevano: “Gardè, ma tu che sòni?” “Sono il bidello!” Era la risposta orgogliosa. Quasi nessuno sapeva che fossimo parenti: evidentemente, il suo ramo nobiliare doveva essere alquanto decaduto.

A volte, specialmente nelle sere ventilate di primavera, si può cadere preda di una languida accidia; altre, per evitare discussioni e mantenere buoni rapporti con tutti, si può indulgere ad un certo conformismo;  ma il più fastidioso dei contro è che non è possibile fare qualsiasi cosa senza che lo sappiano tutti. Controllo sociale, si chiama, o farsi gli affari degli altri: per carità, non è una prerogativa solo del paese, basta vedere certi giornali o certe trasmissioni TV: solo che in paese la cosa è concreta, tangibile. Fino a diventare invadenza, quando non maldicenza: “chiacchiere” che possono macchiare una reputazione immacolata.

Ad esempio, ero fidanzato da poco con la mia futura moglie, in gita a Firenze. Allora mia moglie aveva i capelli corti; capitò che la sorella di un mio amico, in viaggio di nozze (le coincidenze in cui vi ho già detto che non credo), mi notò in un ristorante in atteggiamento affettuoso. Il giorno dopo mia madre mi chiama agitata, e chiede: “Giò, ma è vero che stavi a Firenze con un uomo?” (devo dire che la mia futura moglie non la prese molto bene).

Vivendo noi in tempi di segregazione (tra ragazzi e ragazze; tra paese e campagna), gli approcci tra sessi diversi dovevano essere ben ponderati. Nel senso che se due ragazzi si piacevano, dovevano essere pronti a superare tutto l’esame della famiglia e del vicinato; e l’eventuale sganciamento poteva provocare degli incidenti diplomatici difficili da ricomporre. Quindi se uno fosse stato indeciso tra un paio di donzelle sarebbe stato meglio non sbilanciarsi troppo, finché la scelta non apparisse chiara.

Cautela e indecisione non mi mancavano. Ogni volta che me ne piaceva una, me ne piaceva anche un’altra, e così non combinavo niente ne con l’una ne con l’altra. In questo modo mi sono tenuto sicuramente fuori dalle dispute anche se, ripensandoci, un approccio meno prudente avrebbe potuto essere  più proficuo e soddisfacente.

Bisognava stare attenti. Per Carnevale, la pro Loco organizzava dei balli. Nel Teatro Comunale venivano tolte le poltrone dalla platea, che diventava una grande sala. I miei erano dei bravi ballerini: a me piace ammirare le evoluzioni, ma non sono decisamente un Fred Astaire. Anche nella militanza con l’orchestra non ho sviluppato questa attitudine, in gran parte perché restavo sempre impalato sul palco a suonare. Qualcuno dei miei compagni invece poteva approfittare ogni tanto per scendere e farsi un balletto: l’amore tra il nostro sassofonista  Walter e la sua futura moglie è nato così.

Dunque, dicevo, i miei a ballare erano bravi, e il consiglio che mi diedero, di grande saggezza, fu: per imparare a ballare bisogna ballare. Ah, grazie.

Però per ballare, credo sia di dominio pubblico, bisogna essere in due. A meno di fare quei balli un po’ ridicoli dove tutti si muovono alzando le ginocchia e battendo le mani, insomma l’Hully Gully o giù di lì. Nelle coppie si registra una disparità di legittimazione: le donne possono anche ballare tra di loro, invece due uomini che ballino insieme non vengono visti di buon occhio. Almeno ai miei tempi, ora un po’ meno.

Quindi bisognava trovare una compagna. Per mimetizzarmi e non dare nell’occhio, così credevo, mi indirizzai verso una ragazza un po’ più grande di me (sia d’età che di tonnellaggio) che pensavo non avesse dato adito a pettegolezzi. La ragazza un po’ sorpresa accettò.  Un paio di valzer e un lento, non di più: eppure il giorno dopo qualcuno si stava già chiedendo che intenzioni avessi.

Diamine, datemi tempo, non abbiamo fatto nemmeno un tango!

(33. continua)

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La bicicletta rossa

Pur non essendo particolarmente appassionato di  sport motoristici, confesso di essere rimasto impressionato dall’incidente occorso al pilota di formula uno Fernando Alonso, che a seguito di una scossa (almeno così sembra) ha perso la memoria. Perbacco, mi sono detto: e se succede anche a me,  e dimentico tutto? Va bene, la Ferrari non devo guidarla, ma magari qualcosina da salvare c’è. Così la mattina di Pasqua, scambiando gli auguri con i miei fratelli, mi sono ritrovato a condividere questa preoccupazione. Ridendo, mi hanno precisato l’accaduto: Alonso non ha perso la memoria, gli si sono solo cancellati gli ultimi 15 anni.  Lì per lì mi sono sentito rassicurato, ma poi mi è sorto un dubbio: visto che mi vengono in mente solo storie vecchie, avrò preso la scossa anch’io?

Il giorno della prima comunione è solitamente un giorno di letizia. Il vestitino blu per i maschietti, o l’abitino bianco per le femminucce, era l’abbigliamento che identificava i nuovi ammessi alla mensa del Signore; per quanto mi riguarda, un paio di scarpe di vernice completava la divisa.

Ero senz’altro un bambino obbediente, non abituato a lamentarsi per niente. Così, orgoglioso delle mie scarpe nuove, passavo sopra al fatto che mi stessero un po’ strette. Un po’ tanto, strette. Da un lato mi sentivo in colpa: forse quando le avevo provate non ero stato abbastanza attento. Dall’altro, ben sapendo che mica si potevano comprar scarpe nuove tutti i giorni, e nemmeno mesi, pensavo: portandole si allargheranno. Trascorsi quindi tutta la messa, e le foto, e il seguente pranzo (la durata di un pranzo con scarpe strette è almeno il triplo di uno con scarpe comode), con stoica concentrazione. Lo sforzo mi causava una lieve ruga sulla fronte che  confermava la mia fama di bambino buono (del tentativo di farmi entrare in seminario ho già raccontato).

Fu solo tornati a casa, finito tutto, che togliendo le scarpe mia madre si accorse di un particolare che ad un bambino meno distratto di me non sarebbe sfuggito.  “Ma non sentivi che erano strette?” – mi chiese allibita – “non hai visto che c’era la carta?”. Mi ero dimenticato di togliere la carta che serve solitamente a tenere in forma le punte. Ci sono momenti, e passano nella vita di ognuno,  in cui non ci si sente di un’intelligenza acuta (l’ora del cojo’), e quello ne fu uno; alla domanda pleonastica credo di aver risposto balbettando, forse un diffuso rossore imporporò il mio viso. Ed io che pensavo che per fare la comunione si dovesse soffrire.

In quell’occasione gli zii materni mi regalarono la bicicletta. Bella, rossa. Ora ci sono biciclette di tutte le misure, e man mano che i bambini crescono si cambiano: allora la bicicletta da bambino doveva durare fino a quando si prendeva quella da uomo. Perciò all’inizio erano grandi, e si faceva fatica a toccare i piedi per terra; alla fine invece le ginocchia toccavano il mento.

La tecnica per diventare ciclisti non è molto cambiata nel tempo. Qualcuno più grande ti regge in equilibrio, solitamente dalla sella; quando si accorge, dopo qualche pedalata avanti e indietro, che bene o male stai dritto, ti molla e vai. E così difatti il mio genitore fece: ad un certo punto, fiducioso, mi mollò. La bottega di mio padre, come ho già accennato, dava sulle mura del paese, intorno alle quali scorre la strada di circonvallazione; ed è proprio lì che mi lanciai per il mio primo viaggio solitario.

Le mani piccole non riuscivano a tirare i freni, ma ero confidente in un modo o nell’altro di riuscire a fermarmi.

Quando pensavo già di essere padrone del mezzo, il cielo sopra il novello Gimondi si oscurò. Un inconfondibile suono strombazzante annunciò l’arrivo della corriera di Damiani, della linea Pollenza-Macerata, ed il panico si impadronì di me. Con le mani sudate, i freni scivolavano; cercai di spostarmi a destra, ma tutto impegnato a cercare di tirare quei maledetti freni, mi accostai un po’ troppo ai veicoli parcheggiati. Per fermare mi fermai, ma con uno stile che non mi sentirei di consigliare ai neofiti : come freno usai la faccia. Cioè, mi impastai sul retro di un camioncino. Col senno di poi sarebbe stato meglio mettere almeno le mani avanti: ma l’idea di mollare il manubrio nemmeno sfiorò la mia mente. Tornai alla bottega, pesto e insanguinato, e con i miei bei dentoni davanti spezzati. Mio padre, che sapeva cosa l’avrebbe aspettato appena arrivati a casa, non aveva un aspetto sereno.

Qualche tempo dopo, a causa della nuova pista di pattinaggio, scoppiò un’epidemia di denti rotti: su di me non attecchì, ero stato vaccinato.

(32. continua)

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Noi vogliamo tanto bene (alla madre superiora)

Alle 5 e 56, ora italiana, del 21 luglio 1969, l’americano Neil Armstrong poggiò un piede sulla luna. Io tifavo per i russi, che avevano reso immortali la cagnetta Laika,  Jurij Gagarin  e Valentina Tereshkova: tuttavia fu la bandiera a stelle e strisce a essere conficcata per prima sul suolo lunare. Qualcuno sostiene che sia stata tutta una messinscena; se all’epoca avessero avuto 10 anni, letto qualche romanzo di Verne e assistito alla cronaca di Tito Stagno, di dubbi non ne avrebbero.

Quando iniziai a lavorare, il nostro computer aveva 5 megabyte di memoria fissa e 5 di memoria removibile. Cioè c’era un padellone, con una maniglia sopra, che si poteva togliere e sostituire con un altro.

Non voglio fare il saputello, ma è solo per dire che oggi il modello base di un qualsiasi telefonino è almeno 100 volte più potente di quel mio primo computer,  il quale a sua volta era più potente di quello che aveva guidato l’Apollo 11. Se poi ci sia bisogno di tutta questa potenza per mandare messaggini sgrammaticati, foto della colazione o uozzappare (sono sicuro che l’Accademia della Crusca approverà questo neologismo) faccine sorridenti con qualcuno che si vedrà cinque minuti dopo, non lo so.

A proposito di padellone, a Parma avevamo installato dei programmi alle Piccole Figlie dei  Sacri Cuori di Gesù e Maria. Io non ero molto addentro al mondo religioso; al mio paese c’era un convento di Clarisse, e per il resto avevo visto suore disseminate tra asili e ospedali, ma non mi ero mai interessato della galassia di congregazioni  che identifichiamo genericamente come “suore”.

Ad esempio, l’asilo “Monsignor Marinozzi” era gestito dalle suore. Io lo frequentai per ben tre giorni, che mi sembrarono un’eternità. Ora si tende a mandare i bambini all’asilo per socializzare. Sarà. Ai miei tempi si socializzava benissimo fuori, anzi chi frequentava l’asilo era visto come un poveretto, un orfanello: possibile che non abbia nessuno, una nonna, una zia, che possa tenerlo? Del periodo trascorso ricordo: una suora con la faccia quadrata che ci faceva correre in cerchio, al ritmo di un fischietto; l’umiliazione del dover chiedere il permesso di andare in bagno per far pipì; l’invidia (immotivata) per i cestini della merenda altrui; la canzoncina che avrebbe dovuto ispirare amore spontaneo e genuino verso le nostre educatrici:
“Tra le rose e le viole
anche un giglio ci sta bene.
Noi vogliamo tanto bene
alla madre superiora.
Superiora, superiora cara!
Vero angelo sei tu.”

Da scrutatore per non so più quali elezioni, mi capitò di accompagnare il presidente ai seggi mobili allestiti in ospedale. Si mette un paravento e si permette anche ai ricoverati di esercitare il diritto di voto; quelli che non sono autosufficienti hanno la facoltà di farsi aiutare. Insomma, dietro al paravento andò una suora: si sentì trafficare con la scheda, finché non si udì la protesta strozzata dell’anziano, immobilizzato si ma con deciso orientamento politico: “No! Falce e martello perdio! Ho detto falce e martello!”. Dal separé emerse la suorina paonazza, ma sicuramente convinta di aver salvato l’anima al peccatore. Nell’urna Berlinguer non ti vede, ma la suorina si.

Con queste premesse partii un po’ prevenuto. Ma queste, non c’è che dire, mi piacevano. Avevano una marcia in più. Innanzitutto il fatto che si informatizzassero non era scontato, più di trent’anni fa. E poi avevano una curiosità, un candore, una gioia che contagiavano. Si accostavano alla tastiera con timore; bei tempi quelli in cui qualche malfunzionamento si poteva imputare alla “macchina” e non agli errori di chi la macchina la programmava. Ascoltavano le spiegazioni con religiosa (!) attenzione, e imparavano subito.

Mi avevano preso a benvolere: ero poco più di un ragazzo, e notato l’accento (credo sappiate che il maceratese è abbastanza diverso dal parmense: a Parma hanno la erre moscia, ops, francese, e le parole generalmente non finiscono in “u”) mi avevano interrogato sulle origini, e sentito che vivevo lontano dalla famiglia si erano intenerite e mi consideravano una specie di consorella.

Io cercavo di passare da loro al pomeriggio, all’ora di merenda: facevano a gara per viziarmi, e ogni volta mi offrivano qualcosa di buono. Chiedevo il vino del prete, e mi portavano un passito dolce che era fantastico; a volte un nocino, per digerire, fatto da loro stesse; e non mancava qualche biscotto e fetta di crostata.

L’unico appunto che potevo muovere, pur intuendo che il loro comportamento fosse giustificato da una forte fede, era che non facevano mai le copie di salvataggio dei dati.

Va bene affidarsi totalmente ad un’Entità Superiore, ma un backup è un backup: quando cercavo di far passare questo concetto senza apparire blasfemo, un sorrisetto sollevava i baffetti della suora contabile, un guizzo negli occhi come quello di un bambino pescato dopo una marachella. Che gli vuoi fare a donne così?

“Dia a me, sorella, mi passi il padellone. Gliela faccio io la copia, il Padreterno ha altro da fare”.

(31. continua)

TITO-STAGNO

Il paese dei campanelli

D’estate la Pro Loco “Corporazione del Melograno” organizzava le operette. Anzi, il Festival delle Operette. Compagnie di grido, mica scalzacani. L’avvenimento richiamava pubblico da tutto il circondario, ed era motivo di orgoglio per tutto il paese.

Per un paio d’anni venni ingaggiato come mascherina. Sapete, quelli che accompagnano le persone ai posti. Eravamo un bel gruppetto, carinissimi: i maschi con una divisa azzurro avio, che era poi quella della banda (sospetto che fosse quello il motivo principale per cui venivamo chiamati) e le femmine con una divisa da hostess, con gonna a plissé.

Non venivamo retribuiti, già il fatto di esserci solleticava la nostra vanità; ci godevamo comunque gratis lo spettacolo, e magari riuscivamo a raggranellare qualche mancia. Io all’inizio feci il ritroso, mi sembrava poco serio accettare dei soldi per accompagnare al suo posto qualcuno che sapeva benissimo dove andare ma dopo un po’, vedendo che i miei amici cominciavano a intascare, anche i miei scrupoli si dileguarono.

Nel ’77 arrivò Raffaele Pisu. Grande attore di varietà, presentatore televisivo , noi più giovani lo conoscevamo per un personaggio che aveva reso così famoso da diventare un fumetto: il pupazzo Provolino. I suoi fasti erano alle spalle, ma era sempre un nome di richiamo.

Operetta vuol dire storie allegre, scenografie variopinte, belle voci, orchestre e ballerine.
La speranza era proprio quella di vedere da vicino le ballerine. L’anno precedente c’era stato uno spettacolo di flamenco, e due amici di cui non rivelerò il nome si erano arrampicati sopra i tetti per poter assistere alla vestizione. Pura curiosità artistica, si intende.  Senonché una delle andaluse se ne accorse, e i due dovettero battere in ritirata inseguiti da una litania di improperi, rischiando l’osso del collo.

Una compagnia di operetta è molto costosa. Per questo motivo in Italia non ce n’erano molte; ed ora anche meno.  La Pro Loco, per mantenere un certo livello e rimanere in budget sostenibili, iniziò ad ingaggiare compagnie straniere. Ed arrivarono i russi.

Per carità, niente da dire sulla professionalità: potenti voci liriche, corpi di ballo di impostazione classica. Ma avevano un che di, come dire, macchinoso.  Prendete la Vedova Allegra. Ammettendo che l’ambientazione del Pontevedro potesse risultare credibile, altrettanto non si poteva dire della protagonista:  per una stazza così, nessun conte Danilo avrebbe lasciato Lolò, Dodò e Froufrou.  Senza contare che, nonostante il labbro dovesse tacere, sul punto cruciale del “Si è ver tu m’ami, tu m’ami è ver” ci si aspettava sempre che Anna rispondesse: “Da, tovarisc” e la cosa toglieva un po’ di poesia all’idillio.

E infatti le compagnie italiane puntavano molto sul comico, il mattatore, che aveva facoltà di divagare dal testo e improvvisare. Pisu in questo era un maestro, e il suo La Gaffe del Paese dei Campanelli è il più divertente che abbia mai visto.

Il palco, enorme, veniva allestito nella piazza principale. La parte in ferro era stata realizzata da mio padre, con grande perizia e rispetto delle pendenze; se ci fate caso, di solito i palchi davanti sono sempre un po’ più bassi che dietro. Non escludo di aver partecipato anch’io all’opera, tagliando i tubi o almeno verniciando.

A verniciare me la cavavo abbastanza, sia a spruzzo che a pennello; anche se le mie performance non erano apprezzatissime dai vecchietti che passeggiavano nei dintorni della bottega, i quali non mancavano di farmi notare che se avessi continuato a sprecare tutta quella vernice avrei mandato mio padre in malora. “Tìrilu de più ‘ssu pennéllu!” (stiralo di più quel pennello)  mi dicevano quando andavo a pennello, mentre lo spruzzo per loro era uno spreco a priori, perché una parte se ne volava lontana dall’obiettivo.
Educato al rispetto degli anziani, non mi permisi mai di rispondere come avrei voluto; a volte mio padre richiamato dai commenti si affacciava dalla grande porta scorrevole sovrastante, e apostrofava gli antichi pensionati con un beffardo: “Eccoli qua, i Lavoratori!” e poi a me, quando riponevo gli attrezzi: “Li vedi quelli? Stanno aspettando la morte”.  Che era un modo affettuoso per dire che, in attesa del trapasso, a qualcuno dovevano pur rompere le scatole.

Pur svolgendosi le Operette in luglio, poteva capitare una giornata piovosa. Nel qual caso lo spettacolo si svolgeva all’interno del bel Teatro Comunale “Giuseppe Verdi”, il cui ingresso si affaccia proprio sulla piazza. In quel caso, il teatro era stracolmo; e a noi mascherine, una volta spente le luci, non rimaneva che restare stretti stretti giù in fondo, vicino all’uscita. Cosa tra l’altro che, almeno ai maschietti, non dispiaceva affatto.

Pisu alla fine dello spettacolo si concesse volentieri; ci raccontò qualche barzelletta e si fece fotografare (più in mezzo alle mascherine che ai mascherini, per la verità). Ne persi poi le tracce, finché all’inizio degli anni ‘90 seppi che si era ridotto a fare da spalla al cosiddetto conduttore del sedicente “TG satirico” Striscia la Notizia.

Avrei potuto sopportarlo solo se Greggio si fosse travestito da Bombon e insieme avessero duettato “Balla la giava, boccuccia di baci” ma così, sfortunatamente, non fu.

(30. continua)

getmedia

Testasecca e Martelloni

Le menti più ingegnose si stanno spremendo per trovare il modo di produrre meno rifiuti, e per riciclare nel miglior modo possibile quelli che si producono. Il problema, a mio modesto parere sia chiaro, forse risiede un po’ più a monte, e cioè che si consuma troppo. E troppo spesso, roba che serve a niente.

A dieci metri dalla nostra casetta, c’era una drogheria. Quei negozi che, come nel far west del cinema, vendevano di tutto: dalle sigarette alle caramelle, dagli alimentari ai bottoni. Il negozio di Testasecca.

Confesso di essere uno che non ricorda i nomi delle persone che incontra. Sono capace di stare a parlare per ore con qualcuno, ma se poi mi si chiede: “allora, che vi siete detti con Fassina?” Di solito rispondo: “Fassina chi?” Qualcun altro deve avere lo stesso problema, recentemente.

Per dire, all’inizio della mia residenza a Parma feci un intero viaggio, fin da Civitanova Marche, con una ragazza pugliese molto carina che stava andando a studiare a Milano. Non c’erano ancora i cellulari, e per essere rintracciato avrei dovuto lasciare il numero della cabina telefonica sotto casa: così mi lasciò il suo, di numero. Con ottimismo, che col senno di poi definirei eccessivo, evitai di appuntarmi sia il numero che il nome. Una volta a casa azzardai qualche combinazione: Amanda, Amalia, o Antonia? Prefisso 02 ok, ma finisce con 73 o 45? Feci qualche chiamata a caso; dopo un po’, non potendo chiamare tutte le Amande di Milano, desistetti. Non la biasimerei se mi avesse giudicato poco serio.

Qualche anno fa partecipai ad un corso di gestione dei conflitti interpersonali. A Roma, in un bellissimo convento restaurato per il giubileo e trasformato in albergo di lusso. Con questo non voglio tirarmela, è solo per dire che c’era un’insegnante, la dottoressa Martelloni, che per ricordare il cognome di qualcuno ci suggeriva di associarlo ad un oggetto, una situazione, una sensazione. Martelloni, facile: un grande martello. Magrini, anche: qualche bambino denutrito. Testasecca, Pelagalli: fate voi.

A metà degli anni 60 non esistevano i supermercati, almeno nella mia zona. C’era una Upim a Macerata, ma non smerciava cibarie. Del resto sarebbe stato inutile fare incetta di generi alimentari, pur se di prima necessità: si sarebbe oltretutto fatto fatica a conservarli, dato che i frigoriferi non erano ancora alla portata di tutti. D’inverno ci si sarebbe anche potuti arrangiare ponendo le vivande fuori dalla finestra, ma nelle altre stagioni sarebbe stato un po’ più difficile.

Tutto aveva un ordine: la frutta dall’ortolano, il pane dal fornaio, la carne dal macellaio, il pesce fresco dalla pescivendola (la pesciarola) che veniva una volta la settimana direttamente dal mercato di Civitanova. Ovviamente essendoci tanta campagna, chi poteva faceva rifornimento a chilometro zero.
Per certi acquisti occorre perizia, e non possono essere delegati ad un bambino: ci vuole l’occhio di una massaia allenata per distinguere il pesce più fresco, il taglio più tenero, la verdura più bella.

Io venivo usato per compiti più facili, come andare da Testasecca a comprare la cioccolata per far merenda. Intendiamoci, mica c’era sempre la cioccolata, non eravamo così viziati. Andavo, e la cioccolata veniva tirata fuori da un barattolone e spalmata con una paletta su della carta oleata, avvolta poi da altra carta marroncina. Il rispetto della tara e del peso netto era affidato alla correttezza professionale del droghiere. Di cioccolata ce n’era due tipi: quella di un colore, tipo Nutella, e quella a due colori, la Ciao Crem. La prima costava più della seconda: chi si contentava, godeva.

Per andare a comprare il tonno mi offrivo volontario. La carta era la stessa, la paletta no. Da grandi latte (buatta rende bene l’idea, ma è un termine che da noi non esiste) il tonno veniva, con delle lunghe pinze, spezzato a tocchi, estratto e scolato dall’olio; i giapponesi possono fare incetta di tonno rosso quanto vogliono, ma buono come quello non lo troveranno più. In un’altra incartata, venivano messe un po’ di alici sotto sale.

Poche cose sono sicure a questo mondo ma se foste capitati a pranzo a casa nostra al venerdì, avreste trovato immancabilmente spaghetti al tonno; e per secondo, tonno e alici. Il contorno poteva variare, ma quello speciale era quello invernale: olive nere (quelle amare!) e arance tagliate a fette.
Mi riservo appena arrivato alla pensione di riprendere questa dieta.

A volte penso, non so se sarete d’accordo con me, che se ogni città, ogni paese, ogni quartiere avesse saputo conservare i propri Testasecca, tanti problemi ce li saremmo risparmiati.

(29. continua)

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Minigonne e mira

Di solito le ragazze (con poche eccezioni) sono attirate dai ragazzi più grandi di età. E’ una conseguenza naturale dell’evoluzione animale: il più forte conquista la preda più ambita. Lì per lì può dar fastidio ma è una ruota che gira, non c’è da preoccuparsene troppo: basta aspettare di diventare a nostra volta più grandi di qualcuno, ed è fatta. Il sistema comunque ha un effetto collaterale, che si può osservare ancora ai giorni nostri:  ci sono in giro molte più vedove che vedovi.

Alle medie avevamo un bravo insegnante di matematica e scienze, il professor Ancillani, che aveva un metodo di interrogazione malizioso. Chiamava alla cattedra uno, e poi gli chiedeva di nominare un altro candidato, di sesso opposto. Si era esonerati solo se dall’altra parte qualcuno si offriva volontario, altrimenti bisognava scegliere un partner.

Eravamo una classe di alto livello, e non ritenevamo onorevole sottrarci alla sfida. Ognuno aveva i suoi criteri di selezione, e anch’io avevo elaborato un mio metodo. Per prima cosa, tendevo ad escluderne un paio che avrebbero potuto rendermi oggetto di ritorsioni: insomma, menavano. Un altro paio le escludevo perché erano troppo più brave di me, e mi avrebbero fatto fare brutta figura. Infine risparmiavo quelle che in scienze non andavano troppo bene, per non metterle in difficoltà (contando sul fatto che mi avrebbero reso il favore).

Insomma, alla fine sceglievo sempre le stesse due, a turno, sapendo di incorrere nel sorrisetto del prof, che sottintendeva: “Ancora? Allora ti piace proprio, eh?”.

La moda in quel periodo imponeva minigonna e maglioncini attillati per le ragazze e per i ragazzi maglia a girocollo e pantaloni a zampa di elefante. Durante le interrogazioni la disparità era palese: nessuno si fa distrarre da un paio di pantaloni a zampa di elefante.

Alcune interrogazioni erano spettacolari. In una ricordo che paragonai il movimento della seppia a quello di un jet a reazione, e il prof ammirato mi assegnò un bel 9.

Il giorno dopo mi reinterrogò. Forse in teatro, dopo aver ricevuto applausi a scena aperta,  ci si può aspettare di essere richiamati alla ribalta. Ma a scuola, siamo onesti, no. Tentai di riproporre il motivo seppia-jet, ma stavolta non funzionò.

Le figuracce con Ancillani ci preoccupavano più di altre, perché essendo l’unico prof ad abitare in paese la notizia avrebbe raggiunto presto i nostri genitori, ben prima dei colloqui trimestrali; tra l’altro era anche stato un vecchio compagno di calcio di mio padre, come ero venuto a conoscenza da una foto anni 40 che girava in casa, stile Grande Torino: stupendi quei ragazzi, maglietta uguale e scarpe spaiate, chi con la retina sui capelli impomatati, chi col ciuffo al vento.

C’erano poi le lezioni di disegno, dove come ricorderete non eccellevo, che si svolgevano in un’ aula che nei suoi tempi migliori aveva funzionato da refettorio. Per cui c’erano dei tavoloni alti, con il piano in marmo, sui quali per disegnare bene bisognava stare o in piedi o in ginocchio su delle panche.

Non so, e considerando la correttezza che mi contraddistingue escludo che l’iniziativa possa esser partita da me, chi suggerì  che invece di abbinare i colori primi necessari ad ottenere un bel verde pastello sarebbe stato più stimolante cercare di colpire, con una cerbottana ricavata dal corpo della penna Bic in dotazione, le gambe di qualche nostra compagna accovacciata in prima fila, o meglio la parte scoperta grazie alla minigonna di cui sopra.

Non abbiamo mai capito se fu la cerbottana a fallire o l’obiettivo a spostarsi. Fatto sta che a essere colpita fu la professoressa.

Nel tempo necessario alla docente per riprendersi dallo stupore, l’ultimo banco fu evacuato. I cecchini erano scivolati sotto, e stavano tentando di abbandonare l’area. Il movimento tuttavia non passò inosservato; segnalo con amarezza che da parte delle nostre compagne non ci fu piena solidarietà. Sul registro di classe una nota è ancora lì ad immortalare l’episodio.

Per concludere, voglio rivolgere alle compagne di classe di tutto il mondo un invito a non essere troppo precipitose nello scartare a priori dai vostri orizzonti dei ranocchi che potrebbero diventare dei principi azzurri: così facendo, in primis  vi priverete del piacere di rimanere vedove dei vostri compagni di classe, e poi non potrete raccontare ai nipotini di quella volta che nonno vi ha inquadrato le terga, ma le ha mancate.

(28. continua)

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Era una casa molto carina

L’appartamento dove ho abitato da bambino era molto carino. Si trovava in una casa del centro storico (“dentro le mura”), quelle case che si toccano tutte l’una con l’altra, sulla via che taglia l’intero paese dalla Porta di Sopra alla Porta di Sotto (non ci si può sbagliare), Via Roma.

I miei l’avevano preso in affitto dal padrone di una fabbrichetta di casse da morto. Uno stabilimento artigiano come altri: ad esempio ce n’era uno che produceva cappelli e borse di paglia ma a differenza del primo questo, dopo qualche anno, passò di moda.

La casa aveva due piani: noi occupavamo quello superiore e di sotto c’era la famiglia del mio amico Stelvio. Il nostro appartamento godeva di qualche privilegio: innanzitutto la vista, e poi avevamo il bagnetto (tazza e lavandino) a cui si accedeva uscendo sul balconcino della camera matrimoniale.  Stelvio invece per farla doveva uscire proprio di casa perché il suo, di bagno, dava sul cortile e ci si accedeva dal pianerottolo.

Non c’era l’acqua calda ma non era strano, erano pochissime le case dotate di tale comfort signorile: l’acqua si scaldava sulla stufa in un pentolone, e poi si miscelava con quella fredda nella tinozza (la “conca”) dove si faceva il bagno; la preparazione era abbastanza impegnativa perciò nel giorno stabilito (sabato) il lavaggio riguardava tutti, a scaletta dal più piccolo al più grande. Bei tempi quando il più piccolo ero io; ma quando mi ritrovai ad averne due in vasca prima di me (il quartogenito si è risparmiato la conca) ero abbastanza timoroso che i frugoletti non resistessero all’impulso di far pipì nell’acqua tiepida.

Quando fui abbastanza grande, mio padre mi portò con lui ai bagni pubblici. Un’emozione come quella che ebbi la prima volta che mi trovai sotto una doccia vera poche volte l’ho riprovata in seguito. Si andava la domenica mattina: si metteva il ricambio in una sacca a tracolla, e via. Il posto era a due passi dalla piazza principale, Piazza della Libertà: in una viuzza in discesa, la Pescheria, proprio sotto l’ospedale:  si apriva un portoncino, e sceso qualche scalino ci si imbatteva nell’inserviente che fungeva da custode. Si pagava qualcosina, una sciocchezza, ed in cambio si riceveva un asciugamani: il sapone e lo shampoo si portavano da casa.

Entravamo in una cabina dove mio padre, che ha sempre avuto un alto senso del pudore, non si spogliava mai completamente: indossava per l’occasione uno slip da mare modello Johnny Weissmuller in Tarzan. Dopo l’iniziale getto d’acqua ghiacciata al quale bisognava resistere stoicamente, dal grande sifone iniziava a scendere acqua calda. Bollente. Che goduria! Non durava molto, e quindi bisognava sbrigarsi: mio padre mi frizionava con le sue mani non proprio vellutate (sempre di fabbro si trattava) e ne uscivo rosso come un peperone, vuoi per la temperatura e vuoi per lo strofinamento.

Ora sembra naturale cambiare la biancheria intima tutti i giorni. Una volta sarebbe stato considerata un eccesso, una effeminatezza. La durata standard era di una settimana.

Non c’era nemmeno il gas. E anche questo non era strano, la metanizzazione era ben lungi dall’arrivare.  I fornelli della cucina economica venivano alimentati dalla bombola del gas. Il riscaldamento si irradiava invece da una stufa a legna posta in cucina, dove si svolgevano le attività principali della famiglia (cucinare, mangiare, fare i compiti, guardare la televisione).

Avevamo una soffitta alla quale si accedeva con una scala di legno; ci si accatastavano i ciocchi di legno, ci si teneva qualche bottiglia di vino, e c’era qualche vecchio giornaletto di sport di mio padre; in autunno vicino alla finestrella venivano messi dei grappoli di moscato a passire . Stelvio invece aveva la grotta; dire cantina è un po’ troppo, si trattava proprio di una grotta, nella cui parte anteriore Antonio, suo padre, aveva ricavato un mini-laboratorio di intaglio; ma quello che c’era dopo ci era ignoto e misterioso.

Si diceva (e c’è ancora gente che sta cercando le prove) che le grotte del paese fossero tutte collegate; che ci fossero dei passaggi segreti ricavati in epoche antiche per avventure amorose o per sfuggire agli assedi. Per certo sotto casa del mio amico trombonista Marco, proprio sotto alla torre civica, c’era un grande ambiente, una cripta con volte a botte, che si allagava spesso per le infiltrazioni delle acque di falda, e noi bambini fantasticavamo di esplorarlo con una barca per vedere fino a dove portasse. E si mormorava di gente sparita nel tentativo.

Ogni tanto, ma non sempre, avevamo degli ospiti. Dei topolini, ma piccoli, mica delle pantegane.  Ci si accorgeva della loro presenza quando di notte, nel muro tra la saletta e la cucina, si udiva un inconfondibile grat grat. Allora si correva ai ripari: ricerca dei buchi, trappola. Alla mattina magari qualche topino rimaneva dentro: non avendo a disposizione dei pitoni a cui darli in pasto, li si affogava.

Forse per questo, o solo perché lo trovammo per strada, prendemmo un gattino. Bello, dolcissimo, nero, Codadritta si chiamava: l’aveva battezzato mia sorella. Aveva l’abitudine di uscire dalla finestra e saltare sul tetto vicino: poi però non riusciva a risalire, e miagolava finché qualcuno non scendeva a salvarlo. Di topini non ricordo ne abbia mai acchiappati. Un giorno cadde dal tetto, e tutte le sue sette vite non gli bastarono. Povero Codadritta: sebbene fossi ormai nell’età de “i maschi non piangono”, qualche lacrimuccia mi scappò.

(27. continua)

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