Non escludo il ritorno

Cari amici del blog, è giunta l’ora di tirare le somme di questo anno passato con voi. Ne sentivate il bisogno? Non credo, ma concedetemene il vezzo. Quando ho iniziato a scrivere questi raccontini avevo ben chiaro in mente che non avrei potuto ne dovuto andare avanti all’infinito. Volevo condividere dei ricordi, degli sprazzi di vita che chiamavo del secolo scorso, inteso come tempo ormai lontano, dimenticato ed oggi forse incomprensibile. L’ho fatto, penso, con generosità: ho presentato me, il mio anzi i miei paesi, la mia famiglia, le mie passioni, tanti amici e tante storie; a volte ho preso spunto da vicende dell’attualità grottesche o farsesche, talvolta  drammatiche. Scrivendole mi sono trovato a sorriderne, qualche volta a commuovermi; l’esercizio quasi quotidiano credo mi abbia fatto bene, non so a voi ma a me pare che la mia scrittura sia migliorata, la trovo un po’ più fluida; ho individuato anche un certo stile personale, che arriva divagando al punto facendo un po’ innervosire i frettolosi: in questo le letture giovanili di Woodehouse e Jerome K. Jerome hanno avuto il loro peso.

Il blog era un mondo abbastanza sconosciuto per me; vi ho scoperto delle belle persone con le quali condividerei volentieri un bel bicchiere di vino rosso contandocela su davanti ad un camino acceso; sarei probabilmente di poca compagnia perché dopo qualche minuto mi addormenterei beato, vi pregherei pertanto di non svegliarmi. Sono sorpreso da quanti poeti ci siano ancora a questo mondo, ed anche della necessità che tanti hanno di mettere a nudo i propri stati d’animo; ho conosciuto persone di grande spessore che,  a rischio di gettare perle ai porci, mettono a disposizione la loro cultura gratuitamente, solo per il piacere di scambiarsi opinioni. Tante storie tristi e tante storie divertenti; con qualcuno il colloquio è quasi giornaliero, e ci si allarma quando per qualche tempo da quelle parti non arrivano notizie…

Voglio rassicurarvi in anticipo, amici: non preoccupatevi per me! Il mio era un contratto a progetto, stipulato tra me e me: ed i progetti, si sa, prima o poi si concludono. A volte finiscono nei contratti a tempo indeterminato ma precario del Jobs Act, ma finiscono. Non male, a mio parere; del resto l’avevo detto di non essere Marina Ripa di Meana!

Potrei andare avanti ancora, perché di storie da raccontare ce ne sono tante e tante ce ne saranno; ma mi sono accorto che quest’impegno mi sta richiedendo un po’ troppo tempo, e semplicemente non ce la faccio più a mantenerlo… ho bisogno di leggere di più, di studiare di più, di informarmi di più, di ascoltare più musica. Tra l’altro anche ripassare l’italiano non mi farebbe male. Continuerò a seguirvi però! Non con l’assiduità attuale, perdonatemi… da programmatore, stabilirò un giorno della settimana e cercherò di mettermi in pari.

Con i social invece sono indeciso… ne riconosco una validità, e forse una imprescindibilità nel mondo odierno, ma sinceramente mi sembra che l’utilizzo stia diventando compulsivo anche per me, e dunque vorrei liberarmene. Non credo tra l’altro che lo strumento mi sia congeniale… voglio dire, lì sopra va bene la battuta, il cazzeggio, la foto, la condivisione di contenuti creati da altri al 90%… ma la discussione non va d’accordo con i tempi social. O sono i miei tempi a non essere social, o sono io che sono a-social, non so.

Niente panico, comunque! I miei lettori più affezionati si dispereranno, ma col tempo se ne faranno una ragione; per gli altri, pur non arrivando ad infischiarmene francamente, sento un po’ meno responsabilità.

Arrivederci dunque, amici. Come ho detto, sto qua, non scappo: pronto con voi a ridere, commuovermi, arrabbiarmi e di conseguenza maledire Gorbaciov.

Poi, siccome come avrete capito non sono proprio un campione di coerenza, non si sa mai; come faceva intendere uno dei nostri più grandi poeti contemporanei, prima di finire caricatura di se stesso nell’immonda trasmissione televisiva Music Farm: non escludo il ritorno.

(69. fine)

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L’uomo in mutande

A volte la realtà supera talmente la fantasia da lasciarci nel dubbio se stiamo vivendo nel mondo reale oppure in una sorta di Truman Show in cui, all’improvviso, lo sceneggiatore sia impazzito.

Non so se l’ho già detto, ma tra le tante cose in cui mi diletto c’è anche quella di scrivere delle commediole per ragazzi, di cui poi per mero narcisismo curo la regia; ma certe scene le riterrei assurde anche in un contesto farsesco.

Prendiamo ad esempio una persona qualunque, che so, un impiegato comunale. Anzi, meglio, un vigile urbano. Questo vigile si sta apprestando, un po’ trafelato, a timbrare il cartellino di presenza in Comune. Fin qui niente di strano, anzi la nostra mano si leverebbe a coprire il lieve sbadiglio; ma poi, tac! Scatta la situazione comica: il vigile non indossa la divisa, eh no! Anzi, non ha nemmeno i pantaloni. Il distratto uomo, abitando al piano superiore,  è sceso a timbrare il cartellino in mutande. Risata assicurata dalla platea, che nel mentre però si chiede: ma che ci fa un vigile urbano in mutande in Comune? A togliere il dubbio interviene l’avvocato (non manca mai un avvocato in una farsa) che dichiara: il mio assistito è sceso in mutande perché aveva fretta di andare a multare un’auto in sosta vietata. A questo punto io come epilogo avrei fatto entrare degli infermieri (che non mancano mai neanch’essi, tranne che negli ospedali) e avrei fatto indossare una camicia di forza sia all’avvocato che al suo assistito; magari per finire in gloria avrei potuto mettere anche gli infermieri in mutande.

Devo dire, ammettendo un leggero pregiudizio, che non avrei mai ambientato la scena in Liguria, ma eventualmente a Napoli; questo non perché ritenga i liguri più onesti dei campani ma perché la fantasia partenopea, corroborata dalle commedie di Eduardo e Scarpetta, mi sembrava fin’ oggi inarrivabile.

Avrei dovuto sospettare delle doti uniche dei sanremesi fin da quando nel ’90, nell’ultimo Festival che mi è capitato di seguire, ebbero la straordinaria idea di abbinare Toto Cutugno a Ray Charles (sullo stile di Zorro contro Maciste): l’esperimento però funzionò a metà perché The Genius lungi dal farsi trascinare dalla melensaggine cutugnesca decise di usare solo tre o  quattro note della canzone originale e per il resto ne inventò una lì per lì. Molto meglio di quella in concorso, peraltro, tanto da lasciare la giuria così interdetta che per togliersi d’impaccio diede la vittoria agli sdolcinati Pooh.

Intendiamoci, non è che mi scandalizzi un vigile in mutande. Io, ad esempio, almeno un vigile del mio paese in mutande l’ho visto. Anche senza mutande, se è per quello: ma era fuori servizio, mica pretendeva di correre ad appioppare multe in quelle condizioni. Almeno non prima di aver finito la doccia, specialmente se il campo da calcio era pesante.

Sembra, poi, che il solerte impiegato a volte si facesse sostituire nella timbratura dalla moglie, ovviamente in vestaglia. Questa è comunque, secondo me, una buona idea: trasformare il posto fisso in impresa familiare potrebbe essere una buona leva per rilanciare l’occupazione. A quel punto tanto valeva che l’infrazione venisse sanzionata direttamente dalla signora in deshabillé; ma ci sono cose che competono solo a chi (almeno) in casa porta i pantaloni.

Avrei voluto finirla qua e sarebbe stata anche una chiusura elegante; se non che leggo un’intervista a Tony Blair, mentitore professionale e idolo del nostro attuale premier, nella quale chiede scusa per la guerra in Iraq. Dodici anni dopo: ha mentito sulle prove, ha attaccato scienziati e giornalisti contrari costringendone persino qualcuno al suicidio; insieme ai suoi amichetti Bush e Berlusconi ha offeso e svillaneggiato tutti i movimenti per la pace e rifiutato persino proposte di soluzione politica; ha distrutto un paese, destabilizzato un’intera area e dato sfogo ai peggiori fondamentalismi. I’m sorry, dice. Ma con il criterio con cui lui e i suoi sodali hanno permesso di impiccare l’ex alleato Saddam Hussein poi divenuto sanguinario dittatore, colpevole secondo loro di opprimere il popolo curdo quando l’attuale alleato Erdogan (in futuro sanguinario dittatore?) bombarda i curdi ogni giorno, che fine dovrebbe fare il buon Tony colpevole direttamente della morte di centinaia di migliaia di persone e dell’esodo di altri milioni?

Allora va bene, lapidiamo pure il fantasioso vigile e l’amorosa mogliettina; ma non dimentichiamoci, per favore, di tenere le pietre più grosse per chi veramente le merita.

(68. continua)

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Noella

Che splendore! Giornata migliore per andare in gita non poteva esserci. Il sole brilla e il verde smeraldo della foresta spicca contro l’azzurro del cielo. Sul Nyiragongo c’è la solita nuvoletta, ma non vale la pena preoccuparsene, non pioverà.

Da tanto tempo pensavamo di andare, ma c’era sempre qualcosa di più importante da fare: Adelio, mio marito, è un architetto, ed ha sempre da fare tra il tirare su scuole, scavare pozzi, costruire ospedali… quassù, nel Kivu, se non ci fossero ad aiutarci questi italiani saremmo messi proprio male.

Adelio… mi ricordo la prima volta che lo vidi, ero una ragazzina, e di bianchi finora avevo visto solo le suore che ci insegnavano a leggere e scrivere. Quest’omone, con quelle mani grandi e grosse, mi faceva un po’ impressione. Carboncino, mi chiamava; pian piano abbiamo fatto amicizia, e a poco a poco ha iniziato a mancarmi il suo sorriso quando se ne ripartiva per quel paese così lontano, quell’Italia di cui mi parlava sempre come il più bello dei posti. Bè, se si sta così bene come dici, che vieni a fare qua? Gli chiedevo. Lui faceva una risata, e poi mi rispondeva: se no, come facevo a conoscerti?

Il giorno che mi chiese di sposarlo mi sentii schizzare il cuore in gola. Perché proprio io? Pensai. Mi metteva paura il pensiero di andar via dal mio paese. Ma lui mi rassicurò, come sapeva fare: non preoccuparti, vivremo un po’ qua e un po’ là, hanno bisogno di noi da tutte e due le parti…

Quando arrivai la prima volta in Italia mi sentii persa. Ero arrivata in aeroporto con il mio vestitino, non avevo idea del freddo che facesse là… mi venne da piangere, avrei voluto tornare subito a casa… poi Adelio mi portò a casa, sua mamma mi vide infreddolita e corse ad abbracciarmi: tra donne ci si capisce subito.

Ne è passato di tempo! Ora abbiamo tre bellissimi figli, Roberta, Samuele e Raffaella: quest’ultima, la più grande, stavolta non ci ha seguito, doveva rimanere a casa a studiare, le scuole in Italia sono molto migliori di quelle qua in Zaire. Non vedo l’ora di tornare ed abbracciarla, e stavolta per sempre… è dura, ma la famiglia ha bisogno di rimanere unita, e per fare avanti e indietro ci vuole il fisico! Largo ai giovani… tanti amici continueranno, gli daremo una mano come potremo. Certo che la situazione è sempre più difficile; l’anno scorso in Ruanda, appena oltre le montagne, è successo il finimondo…

Avrei voluto tornare subito dalla mia Raffaella, ma i bambini hanno insistito tanto: dai mamma non fare la musona! Ed eccoci qua, comodi (si fa per dire) nel nostro furgone scassato, dentro a questo magnifico parco naturale, il Virunga, per cercare di vedere questi famosi gorilla di montagna. Figurati se si faranno vedere da noi!, dico, per farli arrabbiare. C’è una bella atmosfera… siamo insieme a Luigi, Flavio, Michelangelo e Tarcisio, tutti volontari italiani e amici di Adelio da lungo tempo; si scherza sul fatto se siano più brutti i gorilla o più brutti i volontari. Dipende, dico io, e i bambini ridono.

Eccoli là! Una intera famiglia ci attraversa la strada! Quello davanti è il maschio, è enorme! Si gira appena verso di noi, ci da uno sguardo, si gratta il sedere e se ne va ondeggiando. Dietro lo seguono una femmina e due cuccioli, il più piccolo in groppa alla madre; mentre cammina le toglie i pidocchi dalla testa e se li mangia beatamente. Quello più grandicello dev’essere un maschio, cammina imitando il padre, è proprio buffo!

Di fronte a noi, in lontananza, scorgiamo una nuvola di polvere. Una jeep, senz’altro, ma dove vanno così veloci su queste strade, sono matti? Ci incrociamo, non riusciamo nemmeno a vederli tanto corrono. Dopo qualche metro li sentiamo inchiodare, far manovra e tornare verso di noi. Che vorranno, avranno bisogno di aiuto?

La jeep ci supera, si mette di traverso. Ma che fanno, per l’amor del Cielo! Scendono in due, vengono di corsa verso di noi, hanno in mano qualcosa… armi! Iniziano a sparare. Sono  impietrita, aiuto, non ho il coraggio di voltarmi. Luigi, che fai? Ha lasciato il volante, è pieno di sangue,  mi cade addosso. Urlo. Non sento più le gambe, non riesco a muovermi: Adelio salva i bambini! Adelio scende, è ferito, lo sento, urla di prendere tutto, di risparmiare almeno i bambini; poi gli spari. Gli spari.

Questo è successo, veramente, il 6 agosto del ’95, nel Parco Virunga, nell’ex-Zaire ora Repubblica Democratica del Congo. Furono massacrati suo marito Adelio ed i loro due bambini; i loro amici Luigi, Michelangelo e Tarcisio. Si salvarono solo Flavio, perché si finse morto, e Noella che colpita e coperta di sangue fu creduta anch’essa morta. Gli assassini non furono mai scoperti, ma forse neppure veramente cercati: gli scannamenti erano e sono ancora all’ordine del giorno.

Noella si riprese, lentamente: paralizzata dalla cintola in giù, senza milza, con un polmone collassato. Non ricordava nemmeno più di avere ancora un’altra figlia, tanto era lo shock subito.

Poi si riprese. A modo suo. Avrebbe potuto maledire Dio, maledire il suo destino, sfogare tutto il suo odio per chi gli aveva fatto tutto questo. Ne avrebbe avuto il diritto.

Invece no. E c’era un motivo. Noella non poteva permettersi di odiare: aveva troppo da fare.

“Li ho perdonati. Mi sono detta: il Signore ti ha sempre perdonata. Ho pensato a mio marito e ai miei bambini: ho ricevuto tanto, devo dare tanto. Potevo morire con mia sorella a dieci anni. Potevo finire bruciata in un incendio a Goma e invece sono ancora qui, con le mani, i piedi e le braccia coperti da ustioni ma viva. Che abbiano ucciso per odio o che abbiano ucciso per soldi, anche loro non sono tranquilli. Vorrei parlarci insieme solo per questo, perché so che sarebbe l’unico modo di restituirgli un po’ di pace.  Alzando la mia mano contro di loro, che otterrei? Sangue chiama sangue.”

Noella Baghora Chikuru Castiglioni ha fondato un’associazione, la Parsac Onluc, in memoria di suo marito e dei figli scomparsi; la sua missione è quella di soccorrere i bambini e le bambine più bisognosi del suo paese, gli orfani, i disabili, gli abbandonati; in venti anni tra enormi difficoltà è riuscita a portare a termine due progetti in diverse aree della RD del Congo, ed il terzo è in dirittura di arrivo.

Il suo motto è: “il poco per l’Italia è tanto per l’Africa”. E’ una di quelle persone di cui sono orgoglioso di essere amico.

(67. continua)

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Trent’anni dopo

Fa una certa impressione, almeno a chi come me all’epoca aveva tutti i capelli e quelli rimasti di un altro colore, riflettere sul fatto che sono passati trent’anni dal film “Ritorno al futuro”, simpatica commedia che nel suo secondo episodio immaginava un viaggio nel tempo che portava i protagonisti nel 2015, cioè oggi.

Se a quell’epoca avessi avuto a disposizione una DeLorean DMC-12 ed avessi intrapreso il balzo spazio-temporale, penso che avrei fatto un po’ fatica a riconoscermi, e probabilmente avrei pensato ad una qualche distorsione; e non parlo dell’aspetto fisico, che anzi a parte i capelli qualcuno  sostiene sia persino migliorato (lo prendo come un complimento), ma di tutto il resto.

“Va’ dove ti porta il cuore” si intitolava un noto romanzo che sfogliai appena, alla sua uscita; ed effettivamente là sono finito, ma allora non ne avevo idea. Avevo conosciuto da un annetto una ragazzotta lombardo-veneta simpatica e spigliata ma ero ancora ben lungi dal capire come sarebbe andata a finire; qualche anno dopo, sorridente in abito da sposa, lei mi confessò invece di averlo saputo da subito, e che io come al solito non capisco un tubo.

Ricordate Primuccio? Ve ne ho parlato a proposito del vino cotto serale, un toccasana; aveva avuto una vita movimentata ed avventurosa, era stato persino in America a stendere i binari dei treni; quando stava per mancare, a 99 anni, scherzando diceva che sua madre, morta a 104 anni, di là l’avrebbe preso in giro. Eppure a chi gli chiedeva cosa fosse stata la vita, la sua vita, rispondeva: “La vita è un ciuffiu”. Un soffio.

Con questa consapevolezza, sarei salito sulla DeLorean e chiuso gli sportelli: partenza, un attimo la durata del viaggio, e gli sportelli si sarebbero riaperti. La nube di fumo si sarebbe diradata, mi sarei guardato intorno e avrei visto l’altro me dopo trent’anni.

Dunque:  mi ritrovo a 500 chilometri da dove sono partito; quella là che mi saluta la mattina la riconosco, ha cambiato pettinatura mi pare; quello è mio figlio quasi alla mia età? Perbacco com’è alto. Quelli sono i miei amici? Mai visti prima. Ma che cavolo sto cantando, cosa ho avuto, una crisi mistica? Che dice quel gruppetto di ragazzini che mi saluta? Ci vediamo alle prove? Che prove? Teatro? Che c’entro io con il teatro? E il lavoro? Ah, meno male. Programmo ancora in Cobol. Dicevano che era obsoleto già nell’85, ed è ancora qua. Non vedo palloni in giro, mi sa che non gioco più. Dov’è che sto andando? A prendere il treno… oh no, ancora il treno… a Milano…

Buffo, mi sembra ieri che Milano mi sembrava su un altro pianeta, quando venivano in vacanza le sorelline milanesi al paesello;  mi ricordo anche che una volta, passando da Rimini, conobbi una ragazza milanese e facemmo una lunga chiacchierata. Alla fine ci salutammo e mi disse: no, tu a Milano non staresti bene, sei troppo calmo. Infatti mi sembra di vedere che sono diventato un po’ meno calmo.

E intorno, che succede?

Tutti hanno in mano qualcosa, sembra un telefonino, ci stanno pistolettando sopra, ma che fanno? Incrocio gente di tutti i colori e nazioni: forse c’è qualche fiera in giro, ma mi sembrano un po’ tanti. Aspetta, prendiamo un giornale, vediamo un po’ come sta andando il mondo: lo sapevo, Gorbaciov con le sue glasnost e perestrojka è riuscito a distruggere l’Unione Sovietica, e Leningrado è tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Tè, ho lasciato un papa polacco e ce n’è uno argentino. Meno male! L’America ha un presidente nero??  E non l’hanno ancora fatto fuori? Strano… Sono cose troppo grandi, vediamo un po’ che succede in casa nostra:  musica… concerto di Morandi e Baglioni… ah, ok, qui ci siamo. Politica: che fine hanno fatto i partiti che conoscevo? DC, PCI, PSI… spariti! What the Hell… il presidente del Milan è a capo del maggior partito di governo? E Beppe Grillo!!! Leader del maggiore movimento di opposizione? O la politica è diventata una barzelletta, o non so proprio che pensare. Vediamo il calcio… Sassuolo, Carpi e Frosinone in serie A? E no, dai, ragazzi non scherziamo.

Ho capito, devo aver toccato qualche tasto sbagliato: sono finito in un universo parallelo. Adesso riaccendo la DeLorean, torno indietro e ci riprovo.

(66. continua)

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Sudore e armonium

Mi è stato insegnato, evidentemente sulla base di qualche fondamento scientifico, che per curare un raffreddore può essere utile fare una bella sudata. Ogni età ha le sudate che si merita, e se me lo chiedereste adesso la prima cosa che mi verrebbe in mente sarebbe un bel piumone riscaldato; qualche tempo fa avrei preferito provocarla, la sudorazione, praticando quel riposo attivo tanto caro alla generosa Olena;  ancora prima avrei condiviso lo sforzo con una ventina di persone, perché sudare voleva dire correre e correre giocare a pallone.

Da piccolo devo aver avuto una bella voce bianca. Prima che la pubertà, arrivando a turbare i sogni innocenti dei fanciulli in fiore, facesse emergere degli aspetti animaleschi insospettati, ero uno dei migliori interpreti di “Cuore matto”, come ho raccontato a proposito delle colonie estive, nonché uno dei beniamini di Don Luigi nel coretto parrocchiale.

La vita ora è diventata più dura anche per i preti. Innanzitutto il numero si è di molto ridotto: più pance piene, meno vocazioni. E poi la dimensione dei problemi si è talmente ingrandita che, con tutta la buona volontà, farvi fronte richiederebbe un intervento diretto di chi di dovere di cui allo stato non sembra di cogliere segni. L’altro giorno, ad esempio, abbiamo assistito all’outing in diretta di un monsignore; pur essendo notoriamente tollerante la richiesta di chiudere un occhio sulla convivenza con il suo amore, seppur dello stesso sesso, mi è sembrata eccessiva. Voglio dire, stiamo parlando pur sempre di preti cattolici: sono i protestanti quelli di manica più larga.

Don Luigi non era il parroco ma una specie di franco tiratore: il suo incarico principale, oltre quello di dire Messa nelle chiesette di campagna, o di presenziare alle cene di tutte le associazioni, era semplicemente quello di portare in giro se stesso come réclame del buonumore e della serenità. Se avreste cercato una buona parola o un sorriso, da quelle parti non sarebbero mai mancate.

Nella bella collegiata di San Biagio, prima dell’avvento dell’elettronica che avrebbe rivoluzionato persino il modo di far musica in chiesa, in un cantuccio della sagrestia avreste notato un armonium. Per i profani, l’armonium è quello strumento a tastiera che, come l’organo, emette dei suoni tramite dell’aria che passa attraverso delle lamelle, o ance: come l’armonica a bocca, se avete presente. A differenza del pianoforte dove il suono è prodotto da delle corde battute da martelletti. O del clavicembalo, dove le corde sono pizzicate da plettri. O da… va bè, ci siamo capiti. L’aria veniva soffiata attraverso dei mantici azionati con i piedi: ottimo modo per fare ginnastica suonando, si potrebbe utilizzare ancora oggi al posto dello step.

I mantici c’erano anche nel grande organo posto sopra l’ingresso, venivano azionati a braccia con delle lunghe stanghe e di solito chi tirava il mantice non cantava; poi c’è stato applicato un motorino elettrico, tutta la poesia è andata a farsi friggere ma almeno il tiratore ha tirato un sospiro di sollievo.

Se è per quello anche le campane si manovravano tirando delle corde; ora la maggior parte di esse è collegata a dei bellissimi meccanismi elettronici capaci di riprodurre fino a 100 pezzi diversi; allora bisognava essere in tre o quattro, pronti a tirare a tempo seguendo le indicazioni di Renato, postino, campanaro e grancassista in banda. Quando consegnava la posta scendeva le scale della bottega salutando mio padre con voce stentorea (era anche cantante del Miserere): “La pomiceee!”, che credo facesse riferimento alle quantità industriali di carta vetrata che mio padre aveva dovuto usare fin da piccolo, non certo per suo diletto; al che la risposta era l’immancabile “L’apostulu!!” _ l’apostolo_ più che appropriato per un portalettere.  Stranamente il mio amico Stefano, pur facendo l’imbianchino, ha ereditato da suo padre il titolo di “apostulu”. La pomice invece non faceva per me.

Rileggendo questa paginetta mi accorgo che se fosse uno dei compiti che assegno ai programmatori sui quali esercito con magnanimità il potere di vita e di morte (lavorativa) glielo farei rifare, tanto mi sono attorcigliato; comunque dove eravamo rimasti? Ah, si, l’armonium.

Don Luigi quindi con il suo armonium cercava di inculcare i rudimenti del canto liturgico a un gruppetto di chierichetti per lo più indifferenti. Nel caso specifico i canti erano di Natale, ed ero stato scelto per cantare qualche strofa in solitaria. Se dicessi che la cosa mi entusiasmava non sarei onesto; anzi a dirla tutta se non fosse stato per non dispiacere il buon Don Luigi, me la sarei svignata appena possibile.

Arrivai nell’imminenza del debutto con un bel raffreddore. Sebbene il dialetto maceratese già di suo non sia tenerissimo con la consonante ti, la pronuncia “Du scendi dalle sdelle” o “Asdro del giel” non mi sembrava impeccabile, così ebbi il colpo di genio: una bella sudata, e via.

Se tra le antiche spartane poteva essere ritenuto normale, se non addirittura doveroso, che il proprio virgulto in vista degli impegni futuri presso le Termopili si esponesse alle intemperie, altrettanto non poteva dirsi delle moderne picene. L’accoglienza di mia madre la sera, quando mi presentai con un inizio di febbre poi debordato in bronchite, non fu delle più benevole. Tentai di difendere le mie intenzioni, ma con pochi margini di manovra.

Così Don Luigi per quel Natale non mi ebbe tra i suoi coristi più ispirati; ne mi ebbe negli altri Natali, perché presa la palla al balzo l’armonium non mi vide più tra i vicini più assidui. Si interruppe così una promettentissima carriera; e l’episodio mi è tornato in mente solo perché domenica scorsa ho cercato di intonare un canto un’ottava sopra di quanto avrei dovuto, ed un bel falsetto mi sarebbe stato di grande aiuto.

(65. continua)

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Pedrito el Drito

Di solito le catene di Sant’Antonio con me non attecchiscono. Diciamo che non possiedo il pollice verde per la perpetuazione e la moltiplicazione di quei messaggi di contenuto sdolcinato che finiscono con “mandala a 10 persone a cui vuoi bene”, a volte minacciando sciagure in caso di interruzione.

Non do soddisfazione neanche a chi mi invita a giocare a Candy Crush Saga, Criminal Case o pur anco Mafia War: non abbiatevene a male, amici, ma l’ultimo gioco che mi ha visto protagonista sul PC è stato il Tetris, nel quale senza modestia ero arrivato a livelli eccelsi, grazie all’allenamento effettuato in pausa pranzo presso un ignaro cliente.

Credo, ma non ho le prove, che all’origine dell’incitazione “mandala” ci sia dell’ignoranza, intesa senza offesa come deficit di conoscenza; l’ignorare appunto la differenza tra mantra vedici, di cui queste tiritere sono spesso ricicciature maccheroniche, e mandala che è invece un disegno simbolico; da parte mia non ho alcun imbarazzo nel confessare di non capire un’acca ne di mantra ne di mandala, per cui lascerei la mia intuizione nel campo delle ipotesi.

Essendo una persona notoriamente accorta, come mi pare di aver spiegato, rifuggo da atteggiamenti che potrebbero sollevare malintesi. Il “vuoi bene” copre una gamma che va dal “mi sei cara” al “vorrei scoprire il tuo tatuaggio ombelicale”: l’accusa di broccolamento è sempre in agguato dietro l’angolo. Dichiaro qua cari amici, e specialmente care amiche presenti nei miei contatti social, che se doveste ricevere a mio nome tali inviti sappiate che le intenzioni non sono mai men che paterne, o fraterne, o zierne.

Siccome sono generalmente empatico verso il prossimo,  salvo riceverne occasionalmente qualche delusione, mi riesce difficile scegliere i dieci a cui inoltrare la missiva. I dieci migliori amici? Con che criterio? E’ un po’ come quando, nei primi pensierini (era ancora presto per chiamarli temi) delle elementari, la maestra ci assegnava per compito: “Parla del tuo miglior amico”. Imbarazzantissimo scoprire che quello che avevi designato come miglior amico non ti corrispondeva nemmeno come terza o quarta scelta. Era fatto divieto, e lo dico senza nessun intento polemico verso gli odierni genitore 1 e genitore 2, di indicare una bambina come miglior amico.

A proposito di amici, mi ha colpito molto un’intervista di qualche tempo fa al bravo attore Michael Caine che, alla ragguardevole età di ottanta anni, affermava di essersi soffermato a contare i suoi amici ed averne elencati precisamente undici. Lo diceva in occasione della presentazione del film Youth-La giovinezza di Paolo Sorrentino, film che ho visionato con curiosità ma che al momento ricorderei solo per il nudo di una Madalina Diana Ghenea statuaria, prova provata che Dio esiste. Dicevo dei Caine’s friends, dunque, e ammettendo pure che data l’età avanzata siano quelli rimasti, è comunque un buon numero: chi lasciare fuori? Magari aspettando un po’ il problema si sarebbe risolto da se.

Sarà che essere sempre coerenti con se stessi è un po’ noioso, o che ultimamente sto perdendo capelli, vista e memoria e dunque non vorrei che qualche maleficio abbia attecchito, ma per una volta ho deciso di non interrompere l’ennesima catena propostami. L’ho fatto coscientemente, perché nell’invito c’era scritto chiaramente, come un contratto, che mettendo “mi piace” avrei dovuto assoggettarmi a delle clausole. Le quali erano: a) dover copiare il post, che riguardava la settimana della ricerca sul cancro dei bambini, sul proprio diario nel Librofaccia: un modo di sensibilizzare divertente e fantasioso; e b) cambiare il proprio profilo per almeno un giorno con un personaggio dei cartoni animati, assegnato da chi ha proposto l’invito.

Tutto bello, e non costa niente. Purtroppo mi sono stati assegnati dei personaggi di cui sapevo ancora meno di mantra e mandala, cioè Holly e Benji; lo so che qualcuno si chiederà dove io viva, scuserete ma sono rimasto un po’ indietro: mio figlio ormai non mi vuole più al cinema insieme per vedere i cartoni animati. Quindi ho deciso unilateralmente di cambiare personaggio e di assegnarmene uno più consono alla mia età ed esperienza: Pedrito El Drito.

Come chi è Pedrito ed Drito? Non provateci… ma come, davvero non lo sapete? Va bene, allora ve lo racconterò alla prossima puntata.

(64. continua)

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Però mi vuole bene. Manuale ad uso dei fratelli minori.

Come promesso, fornirò di seguito alcune avvertenze necessarie alla sopravvivenza dei fratelli minori. Qualche suggerimento l’avevo già sparso qua e la, se lo citerò è solo per completezza di informazione.

a) Cercate di non nascere a distanza regolare da vostro fratello.
Se vi ostinate a nascere a scaglioni di cinque anni, avrete una buona possibilità di incontrare sulla vostra strada gli stessi maestri del primo. Questi, con tutta la loro buona volontà, di fronte ad ogni vostra defaillance non potranno fare a meno di rimarcare: “eh, ma tuo fratello…”.

b) Non contate troppo sulla maturità di vostro fratello.
Specialmente se siete poppanti e avete un po’ di appetito. Cercate di non infastidirlo con pianti inopportuni, quando è alle prese con i primi compiti sul quaderno a quadretti. Potrebbe capitare che intinga il cucchiaino nel vino e ve lo faccia leccare. E’ comprensibile che trovandovi in bocca un liquido non consono lo bandiate per sempre dalla vostra vita: sarebbe un peccato.

c) Non crediate che solo perché vi ha fatto divertire col dindoló della catena ogni gioco sia buono.
Mio fratello minore era molto fiducioso. Giocavamo con una carriola di mio padre con delle grandi ruote con i raggi. Io spingevo e mio fratello sballonzolava sopra, piccolino, e se la rideva tutta. Ad un certo punto la carriola si inceppò, ed io cercavo di sbloccarla spingendo sulle stanghe. Spingi e spingi, mi ci volle un po’ per capire dove fosse l’intoppo. Al poverino era finito un piedino tra i raggi ma non osava piangere, per non interrompere il gioco; anzi, si domandava perplesso se non fosse proprio quello, il gioco. Comunque il piede è salvo ed anche l’affetto reciproco; in carriola non penso sia più salito, però.

d) Se vostro fratello ha fatto il militare non vuol dire che sia un generale.
Avevamo costruito una graziosa casettina su un albero, poco distante. Bande avverse di coetanei del mezzano perfidamente se ne erano appropriati; non essendo dignitoso che uno più grande partecipasse direttamente alla pugna, incitai mio fratello all’arrembaggio. Al primo assalto fu respinto, con perdite; facendo leva sull’onore, la famiglia e forse persino la patria lo rimandai all’attacco. Dove fu colpito da un bastone appuntito brandeggiato da un nemico spietato: solo per un miracolo da quel momento non divenne Ernesto il cecato. Grazie ai solerti angeli custodi di entrambi, se la cavò con qualche punto di sutura alla palpebra. La casetta rimase al nemico, ma poco dopo fu firmato un armistizio.

e) Se vostro fratello sa suonare non vuol dire che sappia anche ballare.
Sapete già tutto su questo punto, non mi dilungherei. Il succo è che se volete intraprendere la strada del boogie-woogie o del rock acrobatico dovete scegliere un partner meno infido, o meno scivoloso. Fra qualche mese comunque potrei sorprendervi (ma non anticipo niente).

f) Se vostro fratello guida la vespa, con o senza patente, non è necessario imitarlo.
Mia sorella, di solito con i piedi per terra, si mise in testa di voler imparare a guidare la vespa che come  ricorderete era stata lasciata in nostra eredità da uno zio emigrato per costruire automobili Fiat. Non Fca, Fiat. Quella vespa bisognava conoscerla: la frizione, ad esempio, staccava molto tardi, e bisognava farlo molto lentamente. Uno dei problemi era che mia sorella non riusciva a poggiare saldamente i piedi per terra; per questo babbo si accomodò sul sellino posteriore per equilibrarla e darle le istruzioni del caso. Da dietro sentimmo solo il “Piano!…” strozzato di mio padre; mia sorella non aveva idea di cosa volesse dire rilasciare una frizione, e tantomeno piano: la vespa disarcionò mio padre, e lei partì ad andatura sostenuta verso il suo primo viaggio in solitaria su mezzo motorizzato. Forse, e dico forse, se avesse guardato la strada invece di continuare a cercare la frizione, o il pedalino del freno posteriore, l’avventura sarebbe durata più a lungo: invece dritto per dritto alla prima (semi)curva si infilò nel fosso, con babbo corrente dietro. Grande ilarità degli astanti, non condivisa dai due protagonisti. Mia madre era al balcone del quarto piano e, se non udii male a causa della distanza, le sue parole non furono di elogio verso mio padre.

Penso di aver reso un servizio utile, ma nel caso occorrano altri consigli resto a disposizione: se vi siete sempre chiesti come mai vi sentiate soffocare alla vista dell’acqua, o perché affacciarvi dal balcone vi metta in ansia, chiedete a vostro fratello maggiore.

(63. continua)

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