Jesus bleibet meine Freude

Se Johann Sebastian Bach, nel 1723, accingendosi a completare la Cantata Sacra “Herz und Mund und Tat und Leben” (catalogata BWM 147 per gli esperti) avesse immaginato che il decimo e ultimo movimento, il celeberrimo corale Jesus bleibet meine Freude (Gesù rimane la mia gioia), dopo quasi due secoli di vita sarebbe stato oggetto di violenza vocale da parte di qualche migliaio di cantori tra cui il sottoscritto con il Piccolo Coro di Santa Brigida (piccolo per l’esiguità del numero, niente a che vedere con il Piccolo coro dell’Antoniano: età media molto più elevata, se mi capite), forse avrebbe vacillato. La mano avrebbe avuto un tremito; l’inchiostro si sarebbe sparso sul pentagramma; il genio, accigliato, avrebbe osservato le note generate a caso e ne avrebbe concluso che si, tanto, per quello che ne avrebbero combinato dopo duecento anni non valeva la pena mettersi a cambiarle.

Quest’anno, per non essere da meno dell’anno scorso dove avevo partecipato incoscientemente ad una tre giorni Gospel, con duecento altri cantanti tra i quali, se avessimo fatto una classifica di merito, non mi sarei classificato ai primi posti e nemmeno in quelli centrali, ho deciso di fare le cose ancora più in grande ed a gentile richiesta ho iscritto tutto il coro di cui sopra al Giubileo delle Corali, a Roma tra il 21 ed il 23 ottobre.

Questo è il secondo Giubileo a cui partecipo, a distanza di 40 anni. In quello del ’75 accompagnai mia nonna, che non aveva nessun bisogno di essere accompagnata. Ci andai soprattutto perché c’erano delle ragazzine che mi piacevano, ma il controllo nonnesco fu ferreo e non mi fu possibile ottenere quei momenti di privacy a cui aspiravo.

Il Giubileo, credo lo sappiate tutti, è indetto ogni 25 anni tranne quando il Papa in carica decide di indirne uno straordinario, come ha fatto Papa Francesco con il Giubileo della Misericordia. Il Giubileo delle Corali, e cioè il raduno delle corali per celebrare insieme il Giubileo, aveva come padroni di casa il Coro della Diocesi di Roma ed il suo direttore, monsignor Frisina; evento  strutturato su tre giornate dove la prima, venerdì, prevedeva un convegno sul tema della musica nella liturgia, con interventi autorevolissimi, che il nostro anziano parroco ha etichettato: “una palla cosmica”, lasciando intendere che due di palle sarebbero state più appropriate per descrivere l’evento. Il suo incoraggiamento a disertare tuttavia non ci ha fatto desistere e non ce ne  siamo pentiti perché gli interventi sono stati di altissimo livello così come il buffet.

Due parole su Monsignor Marco Frisina. Ho appreso in questi giorni che in Italia ci sono più di 20.000 parrocchie; se ognuna in media ha una decina di cantori, vuol dire che almeno in duecentomila cantano o hanno cantato un qualche suo pezzo. E’ una star della musica liturgica: due mie coriste alla fine della prima giornata si sono lanciate sul palco per farsi autografare il CD con gli ultimi successi, e la sicurezza ha avuto il suo bel daffare a tenerle a bada. Scrive musica molto bella e sta contribuendo, meritoriamente, a spazzare via tanto ciarpame musicale dalle sacrestie. Un musicista a tutto tondo che compone anche per film e fiction, oltre che una persona entusiasta e disponibile.

Al mattino del sabato era prevista l’Udienza Papale ed al pomeriggio un grande concerto con la partecipazione di tutte le corali registrate. Non avendo mai partecipato ad un’Udienza papale, ho pensato che fosse doveroso presentarsi con l’abito migliore del guardaroba, così ho spolverato un impeccabile completo nero, camicia bianca e cravatta blu disegnata a mano. Insieme alle corali erano presenti le più svariate associazioni: i camperisti cattolici; i farmacisti cattolici _ che mi sono chiesto se siano quelli che si rifiutano di vendere preservativi o addirittura li sabotano _ ; svariati gruppi diocesani; tanti polacchi perché ricorreva l’anniversario dell’insediamento di papa Giovanni Paolo II: a questo proposito il nostro gruppetto ha cercato di farsi riprendere dalla televisione fingendoci polacchi, sventolando un cartello in formato A4 scritto a penna, ma gli scaltri cameramen non hanno abboccato; l’associazione dei rianimatori cattolici insomma una babele di associazioni. Non ho fatto in tempo a chiederlo, e se qualcuno lo sa me lo dica: in che differisce un camperista cattolico da uno protestante?). Credo di non sbagliarmi troppo se affermo che tra i centomila presenti all’udienza  io fossi il più elegante.

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Il nostro gruppetto è abbastanza caratteristico, ve lo presento premettendo che i nomi, ma solo quelli, sono inventati. La nostra direttrice, Antonella, è una sacerdotessa vestale di Mons. Frisina e Renato Zero, una bi-sorcina. Conosce tutti i canti a memoria e credo che in casa mantenga una fiamma perennemente accesa. Apparentemente è una persona normale ma se d’estate, passeggiando sulle spiagge della Liguria o della Toscana, doveste incrociare una bionda con l’auricolare che canticchia in gregoriano, non preoccupatevi, è lei ma non è pericolosa. Pare che anche a letto, dopo che il consorte si è addormentato, ascolti in modalità random Zero e Frisina. E’ una grande cantante che potrebbe cantare dove vorrebbe se solo ne avesse voglia ma siccome si diverte troppo con noi, pur minacciando di abbandonarci con frequenza regolare  rimane qua.

La positività (e l’appetito) è il nostro forte, e se c’è una persona positiva per antonomasia è la nostra Gemma. Basta darle il la e lei vi allieterà con la sua risata squillante. Fa coppia con Gianna, ed a entrambe basta uno sguardo per scoppiare a ridere beate. L’altra sera hanno attirato l’attenzione di un attempato cameriere che, essendosi scottato portando incautamente quattro piatti alla volta, voleva comprensibilmente un bacino sul ditino. La richiesta, a differenza della pasta ed i saltimbocca con le patate che comunque non erano un granché,  è stata rifiutata sdegnosamente rattristando il Ganimede. Di Gemma c’è anche da dire che è una stoica. Soffre ridendo. Incurante  della mia raccomandazione di indossare scarpe comode, che Roma non è propriamente piccola, è accorsa ad acquistare un paio di stivaletti il giorno prima della partenza. La sera del sabato glieli hanno dovuti togliere in due, insieme a vari strati di pelle. La domenica, non contenta, le ha rimesse; potrebbe trattarsi di un nuovo ordine religioso, che ha sostituito il cilicio dell’Opus Dei con le scarpe strette? Indagherò.

In rinforzo dalla vicina parrocchia sono arrivati Arcangelo e Cristina, due fuoriclasse. Il loro coro, di cui uno era il maestro e l’altra una delle soliste,  fortunatamente per noi si è sciolto e li abbiamo potuti ingaggiare a parametro zero. Colgo l’occasione per invitare il resto del disciolto coro a riunirsi. Da noi, però.

Ad un certo punto ho temuto che tutto potesse andare a rotoli. Il concerto previsto al pomeriggio sarebbe dovuto iniziare alle 18; l’ingresso all’Aula Paolo VI dalle 16, ed alle 17 era prevista una prova. Avendo finito l’udienza verso mezzogiorno, ci siamo detti: andiamo a mangiare qualcosina, poi facciamo un giro almeno di piazza di Spagna e piazza Navona, poi torniamo indietro e facciamo le prove. Gianna, Gemma e Antonella si sono offerte volontarie per precedere il gruppo e riservare i posti: tutto bene, missione compiuta. Hanno sparpagliato magliette sulle sedie circostanti e riservato i posti.

Poi qualcosa è andato storto.

Il resto del gruppo è stato purtroppo rallentato da due sfortunate circostanze di cui una conseguenza dell’altra. In prossimità di Piazza Navona abbiamo incontrato un gruppo di conoscenti (tra cui una corista del coro disciolto!), pervenuti a Roma per fatti loro e ignari sia del Giubileo delle Corali che della nostra presenza. Ci vorrebbe un matematico per calcolare quante probabilità ci siano di incontrare per caso qualcuno che si conosce in una città diversa, ma deve essere bassa perché succede in continuazione. L’incontro comunque è stato propiziato dal fatto che non stavamo passando proprio inosservati. Avevamo le nostre borsette azzurre con la scritta “Giubileo delle Corali” e soprattutto le nostre quattro dell’Ave Maria, Lorella, Maura, Dina e Marianna si stavano scompisciando di risate. Infatti la decana del gruppo, Marianna, avendo intravisto un personaggio familiare intento a farsi gli affari suoi si era sentita in dovere di andare ad importunarlo. Si trattava di Barillari, il re dei paparazzi, che nonostante le frequenti letture dei  Grand Hotel di mia suocera non ho riconosciuto; sono così fiorite le più fantasiose illazioni su come e quando la nostra Marianna, in gioventù evidentemente una bellezza, avesse conosciuto il famoso fotografo, con richiesta di visione del book fotografico. E’ stato in questo momento ilare che il gruppetto ci ha incocciato, costringendoci a ricomporci.

Di gran carriera ci siamo diretti verso l’Aula Paolo VI, ai cui controlli di sicurezza siamo arrivati verso le 16:20. Purtroppo a quell’ora tutti si erano concentrati lì, e la fila era quella classica all’italiana: tutti contro tutti. Non si creda che questi zelanti fedeli siano meglio dei miscredenti! Quando c’è una fila da non rispettare, l’italiano non si trattiene, è più forte di lui. L’organizzazione non è stata delle migliori; se avessero chiesto a Gardaland di fornire qualche metro di nastro per disciplinare il serpentone, si sarebbe evitato che tanti il giorno dopo avessero dovuto confessarsi.

Ad un certo punto, dopo più di un’ora che eravamo fermi, con la coda dell’occhio ho visto un buco sulla sinistra. Quando c’è un buco aperto bisogna infilarcisi con decisione, è uno di quegli insegnamenti di cui faccio tesoro da sempre, e così mi sono buttato con fermezza a sinistra, senza voler fare riferimenti politici, e anche aiutato dall’abito nero e il dito appoggiato all’orecchio che mi ha fatto scambiare per addetto alla sicurezza, sono arrivato in un baleno ai metal detector. Purtroppo girandomi non ho visto più il mio coro! Digiuni di storia patria, il motto “Se avanzo seguitemi!” era per loro sconosciuto; ho saputo più tardi che si erano fatti irretire da un prete umbro, che ha raccontato loro la rava e la fava finché lo Stargate in cui mi ero catapultato non si è richiuso. Da Maura me l’aspettavo, che ogni tanto sparisce per farsi una vacanzina con la scusa di accompagnare i vecchietti con l’ossigeno: ma gli altri!

Entrato nella sala, già stracolma (6000 coristi!), ho raggiunto a fatica le nostre avanguardiste, che avevano difeso le posizioni conquistate a costo della propria vita e virtù; lo stato d’animo della nostra direttrice non era dei più sereni, immaginate Mick Jagger che salga sul palco, si giri, e non veda l’ombra di Keith Richards, Charlie Watts e Ronnie Wood fermatisi a bere un Mojito al bar: contrarietà e corruccio segnerebbero il suo volto, già segnato di per sé da decenni di stravizi. A questo proposito vorrei chiedere al dottor Veronesi: ma è proprio vero che le droghe facciano male? No perché mi pare che questi ragazzotti ne abbiano prese di ogni, e non mi sembra di vederli così malandati.

In extremis anche il resto del gruppo è riuscito ad entrare, ma si sono dovuti accomodare dove capitava. Non credo che nell’economia globale dell’evento si sia notato, comunque.

Il concerto è stato bellissimo! Sul palco c’erano circa 200 elementi, più un coro di voci bianche e l’orchestra; l’aula era piena zeppa, e anche ipotizzando che sui seimila presenti un terzo non abbia cantato, si trattava sempre di  4000 persone che emettevano suoni (che definirci tutti cantanti è un po’ esagerato)! Vi assicuro che un accordo tenuto da quattromila persone si sente vibrare fino alla cellula più piccola del corpo, per non parlare dell’anima.

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Alla fine del concerto siamo riusciti a radunarci, per la gioia di  Lorella. Che è la persona più cara e disponibile del mondo, nonna entusiasta e fantastica, sempre pronta a dare una mano per ogni attività ma con un unico limite: fatica a decifrare il linguaggio del corpo. Se avesse letto, come io ho fatto fin dai primi colloqui di lavoro, quanto scritto su questo argomento da Alexander Lowen , avrebbe saputo che se una direttrice ha le gote imporporate, gli occhi fiammeggianti e i canini in evidenza che puntano la giugulare, non è consigliabile contraddirla. Lei ignara lo ha fatto, un po’ come quei pincher che vanno a stuzzicare i pitbull tenuti al guinzaglio; ma dato che sfasciare la corale proprio nel giorno del giubileo delle corali sarebbe stato un risultato magari gradito ai nostri parrocchiani ma francamente inaudito, la notte ha portato consiglio e forse anche il ricordo delle parole mattutine del Papa: discutere, discutere, mai lasciarsi arrabbiati.

Alla domenica ci siamo ritrovati a Castel Sant’Angelo, per il pellegrinaggio alla Porta Santa e la messa nella Basilica di San Pietro, che era riservata alle sole corali. Qui è successo un altro di quei fenomeni, che secondo me solo con forzature si può definire “caso”. Dovete sapere che per l’evento, come per qualunque cosa ormai, era stata aperta una pagina Facebook. A questa pagina i partecipanti potevano lasciare delle foto, dei commenti, dei saluti. Anche noi l’abbiamo fatto, ovviamente, ed abbiamo ricevuto immediatamente il saluto di un certo Columbro, che si presentava come maestro tenore. Sbirciando gli altri post abbiamo visto che questo maestro Columbro salutava tutti, al che io ho pensato che fosse l’incaricato dell’accoglienza e mi sono anche un po’ preoccupato del dover passare al vaglio del suo giudizio la mia voce, cosa che mi avrebbe automaticamente fatto espellere dal Giubileo e forse addirittura dal Vaticano. Il maestro aveva chiesto l’amicizia alla nostra Dina; che prudentemente si era riservata di concedergliela. Ci sediamo nei banchi riservati, e Dina comincia ad agitarsi. Noto un conciliabolo tra le donne, che mi indicano una persona seduta proprio davanti alla nostra direttrice: è Columbro! Quello che aveva annunciato che avrebbe fatto tremare San Pietro con la voce! Dina ovviamente non si trattiene, e come biasimarla? Va a presentarsi al maestro, chiede informazioni, ma dopo un breve dialogo si accorge che il maestro non è completamente in se. E’ euforico, agitato, si alza come per dirigere, ride tra di se e fa degli strani movimenti con le mani. Scopriamo quindi l’arcano, non di cerimoniere si tratta ma di evidente fenomeno; vi consiglio di segnarvelo questo nome, Columbro, perché uno così prima o poi finisce in televisione.

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Durante la messa sono stati eseguiti diversi canti gregoriani. Sinceramente temevo parecchio il momento in cui migliaia di coristi avessero tentato di salmodiare in gregoriano. Eppure è andata, e anche questo va considerato tra i miracoli della musica.

Poi ci siamo precipitati fuori per ascoltare l’Angelus del Papa, e nella ressa abbiamo purtroppo perso di vista il maestro Columbro, al quale mando i nostri saluti. Durante l’Angelus sempre il nostro anziano parroco mi ha telefonato per chiedermi dove avessimo intenzione di andare a mangiare. Eh, effettivamente s’era fatta ‘na certa. Poi dice uno diventa musulmano.

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E dunque, a mangiare! Cacio e pepe e amatriciana per ricordo, ed è arrivato il momento di tornare.

Per cantare in un coro, secondo me, non c’è necessariamente bisogno ne di conoscere la musica ne di  avere una gran voce. Un po’ di orecchio si, di intonazione pure, ma soprattutto tanta gioia. Per i cori parrocchiali, o anche gospel, sarebbe richiesta anche la fede, ma su quella come sapete devo lavorare. Ricordo che una quindicina di anni fa, per lavoro, conobbi un ingegnere informatico russo. Assolutamente ateo, si meravigliava di come potessi frequentare la chiesa. Era un grande giocatore di scacchi, ma della letteratura del suo paese non sapeva un accidenti, e si limitò a scrollare la testa quando cercai di spiegare la mia posizione con le parole del suo compatriota Fëdor Dostoevskij: «Sono un figlio del secolo del dubbio e della miscredenza e so che fin nella tomba continuerò ad arrovellarmi se Dio sia. Eppure se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».

Il Giubileo della Misericordia: speriamo che infine il buon vecchio Johann Sebastian, se da lassù ci ha ascoltato, abbia avuto misericordia di noi!

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(111 – continua)

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