Quello che non fecero i Barbari, l’hanno fatto i Barberini

Venerdì scorso, festa della Repubblica, è stato uno di quei giorni in cui meno mi sono sentito intelligente.

Partito di casa alle 6:30 per recarmi al paesello a visitare i genitori acciaccati, mi sono trovato intruppato per ben dodici ore in un serpentone di auto piene di gente diretta verso località balneari adriatiche.
Purtroppo non viaggiavo da solo e non ho potuto cristonare tutto il tempo come avrei voluto, ne intonare i canti a me cari come il “Credo in unum Deum” o gli evergreen “Lisa dagli occhi blu” di Mario Tessuto o “Il mondo” di Jimmy Fontana, tra l’altro nativo dei luoghi dove mi stavo recando, ma essendo in compagnia della mia signora mi sono dovuto contenere, nemmeno “Anima mia” dei Cugini di Campagna in falsetto mi è stato concesso.

La radio non aiutava: continuava infatti a parlare della stramaledettissima finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, squadre che detesto entrambe e nemmeno cordialmente.
Per la cronaca ha vinto il Real Madrid, che ha un fortissimo centravanti impossibile da marcare perché tende ad appoggiarsi al marcatore e sbucargli da dietro. Quando giocavo io, era ai difensori che si intimava di stare incollato all’uomo, e nelle mischie il rischio di essere tirati per i testicoli per impedire di saltare era sempre in agguato, ma con quel fenomeno è impossibile: come cambiano i tempi!
Il centravanti bianconero invece mi è sembrato affetto da pinguedine, cioè con la pancia più piena del portafogli, ed è tutto dire. Ma mi fermo qua perché non vorrei dare l’impressione che le mie riflessioni siano offuscate da pregiudizi o peggio invidia, lungi da me questi sentimenti.

In compenso al ritorno ho dovuto sorbirmi interminabili concioni su quanto si sarebbe dovuto o non dovuto fare per impedire la quasi strage di Piazza San Carlo a Torino, dove ci sono stati più di 1500 feriti, qualcuno purtroppo seriamente, nel fuggi fuggi causato da non si sa bene cosa.
Mi accodo all’opinione dei commentatori più sensati: bisognava evitare di ammassare tutte quelle persone, si sa poi come sono fatti gli juventini: avendo code di paglia lunghe chilometri, appena qualcuno strilla “Polizia!” tendono a scappare. E’ una loro psicosi, non ci possono fare niente.
Perché la festa non è stata organizzata allo stadio della Juve, mi chiedo? Forse perché è privato e avevano paura di “rovinarlo”? Quindi la piazza pubblica si può ridurre ad immondezzaio ma lo stadio privato va tenuto da conto? Metafora del rapporto pubblico-privato, se mi si consente l’uso della parola metafora di cui non padroneggio appieno il significato.

Ma non preoccupiamoci perché è già stato trovato a chi dare la colpa, e questa è sempre una buona cosa: ai venditori ambulanti di birra. Ignobili malfattori!

Mio malgrado devo dar ragione al Mr.B. d’antan: la crisi non esiste, è un’invenzione della sinistra disfattista! Altrimenti non si spiegherebbe perché milioni di persone dovrebbero inscatolarsi per bagnar le chiappe chiare¹ per qualche ora, quando al costo di autostrada e benzina ci si potrebbe godere una bella cenetta in un discreto ristorante.

Strada facendo ho avuto diversi momenti di sconforto, come quando a Fiorenzuola abbiamo lasciato l’autostrada per prendere la Via Emilia, intasata anch’essa dai tanti che come me pensavano di essere furbi. Ho deciso allora di fermarmi un’oretta nella stessa Fiorenzuola, dove non ero mai stato; adesso su due piedi non saprei elencare i motivi che mi indurrebbero eventualmente a tornarci.
La consapevolezza che con le stesse ore di viaggio avrei potuto fare una puntata a Monaco di Baviera, bere una birra all’Hofbräuhaus e tornare indietro mi deprimeva.

Finalmente, verso le 18:30, ho raggiunto l’ospedale dove la mia mammetta, classe ’35, era ricoverata a seguito della rottura del femore. Incidente domestico che mi ha ispirato il titolo: usciti fisicamente indenni dal terremoto, nell’ispezione che doveva valutare i danni subiti dall’abitazione un improvvido controllore aprendo senza cognizione una botola per accedere al tetto si è quasi fatto cadere in testa una scala di ferro, e nei movimenti bruschi che ne sono seguiti mia madre è caduta, ricevendo quindi più danni dall’ispezione che dal terremoto.

Per fortuna l’assistenza ospedaliera, nonostante le carenze di cui si vogliono far patire a bella posta gli ospedali pubblici, è buona, ed è circondata dalle cure amorevoli dei miei fratelli e parenti più vicini; mia madre ne ha passate e viste passare tante che sono sicuro si tirerà in piedi anche da questa; consiglio tuttavia amichevolmente agli Enti implicati in questa vicenda di darsi da fare perché i disagi siano i minori possibile, chi ha orecchio per intendere intenda.

La prossima volta credo che partirò col treno, che la partenza intelligente non fa per me.

¹ Cit. Gabriella Ferri “Tutti al mare”

(141 – continua)

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Fino a calata di sole (Wrong place, wrong people)

Una ventina di anni fa, era una sera autunnale, stavo aspettando in Piazza della Scala, Milano, che il semaforo diventasse verde, quando mi ritrovai circondato da un gruppetto di tifosi inglesi, supporters di non ricordo più quale squadra i quali, già piuttosto carburati, scambiandomi evidentemente per un loro compatriota vuoi per via dell’abbigliamento, che comprendeva impermeabile e ombrellino tenuto sottobraccio a mò di baguette francese, vuoi per il mio aplomb imperturbabile, mi chiesero dove si trovasse un certo pub. Non essendo frequentatore abituale di tali locali ebbi qualche difficoltà ad inquadrarlo ma, con la volontà di rendermi utile che mi contraddistingue, chiesi se conoscessero almeno la via, e saputo che si trovava in Via Torino, già che mi trovavo di strada mi offersi di accompagnarli per un pezzo, almeno fino a Piazza del Duomo.  Attraversammo quindi la Galleria Vittorio Emanuele II; al che, ammirando sia il pregevole manufatto che le belle persone che lo frequentano, uno dei tifosi sentenziò, facendo in modo di farsi udire bene: “Beautiful place, beautiful people: wrong place, wrong people”, intendendo loro stessi come wrong people, cosa di cui non ebbi motivo di dubitare: una riflessione profonda, che non mi sarei aspettato in quel frangente, su come la bellezza possa condizionare lo sviluppo umano.

I giovani filosofi mi proposero di berci una birretta insieme, cosa che avrei fatto volentieri se gli orari del treno pendolari me l’avessero permesso; a malincuore dovetti declinare l’invito, e non mancai di salutarli augurando il più classico dei “win the best”, sperando di non essere trattato come Fantozzi in Superfantozzi: anche perché in quel momento la formazione più forte, anche se mi dispiace ammetterlo, era quella dei detestati cugini rossoneri.

A proposito di aplomb, ricordo la volta che l’allora presidente della DC, Arnaldo Forlani, venne in visita al mio paese e l’elicottero atterrò nel bel mezzo del campo sportivo intorno al quale stava sgambettando il vostro cronista cercando di recuperare una forma decente dopo gli stravizi estivi; non mi fermai nemmeno dopo l’atterraggio, al che credo che il servizio di scorta mi abbia reputato inoffensivo. Mia madre, che assisteva alla scena dalla finestra, appena tornato a casa mi chiese: – “Ma non hai visto Forlani?” –“Forlani chi?” risposi con finta nonchalance, mentre tra me e me mi dicevo: “Ah, ecco chi era, mi sembrava”.

Come sapete, l’umorismo inglese mi affascina. Quello basato sui dialoghi, le situazioni giocate sul filo dell’ironia, mai volgare. Woodehouse, Jerome K. Jerome, Oscar Wilde… ad esempio ho trovato irresistibile la petizione per chiedere di ripetere il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea; la proposta è stata accantonata come boutade, ma secondo me avrebbe meritato una valutazione più approfondita.

Fa’ e disfà l’è tutt un laurà: sarebbe come, che so, un partito presentasse un marziano come sindaco, il popolo lo eleggesse, e poi lo stesso partito dicesse: “E no, belli, vi siete sbagliati, questo è troppo marziano”. Allora si rifarebbero le elezioni e il popolo per puro spirito goliardico voterebbe uno più marziano ancora, ma del partito avversario. Fantasie, beninteso, qua da noi non potrebbe mai succedere.

Al mio paese c’era Adelchi, detto Adamo, barbiere e artista, che tra le tante attività, tra cui quella di trombonista in banda, svolgeva in antichità quella di arbitro. Testimoni oculari, ormai radi,  raccontano che tendesse ad avere un occhio di riguardo per la squadra di casa e quando questa perdesse allungasse la durata della partita finché non si arrivasse ad un onorevole pareggio, o in caso contrario finché non ci fosse più abbastanza luce per continuare il gioco. Fino a calata di sole, insomma.

Si potrebbe istituire, sull’esempio del celebre compaesano, un referendum a calata di sole; si vota ad oltranza finché il risultato non è quello auspicato dall’arbitro, e se proprio i votanti non ne vogliono sapere, si annulla tutto e si ricomincia da capo.

(101. e via così)

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Tutti contro Tutti

Capitava a volte, nei pomeriggi d’estate, che ci trovassimo attorno ad un pallone ma non abbastanza numerosi da formare due squadre. Si ricorreva allora al Tutti contro Tutti: non esistevano compagni ma solo avversari, e chi prendeva la palla in breve aveva tutti addosso. Gli artisti, i dribblatori, potevano divertirsi a saltare e risaltare come birilli i più lenti, salvo poi perdersi ad un passo dal goal; i più potenti provavano a  sparare delle cannonate da trenta metri alla sperandio; i più opportunisti aspettavano sornioni vicino alla porta per rubare la palla all’ultimo minuto, dopo aver fatto spolmonare gli altri. Se volessi fare il saputello la chiamerei metafora della vita, ma non è il mio caso. A dire la verità c’era anche un altro gioco, più cruento ma non meno divertente, ed era quello che si faceva a due porte, uno contro uno, ed a chi perdeva si strizzavano gli zebedei finché non riuscisse a fischiare. Era consigliabile, per chi non fosse un gran fischiatore, astenersi dal partecipare; per comprensibili motivi le sfide miste erano vietate.

Ricorderete nonno Gaetano, quello che si era fatto un paio di guerre da volontario. Di mestiere faceva il muratore, anzi il capomastro che a quei tempi era quasi un geometra; sovente per andare a lavorare doveva inforcare la bicicletta all’alba, e tornare all’imbrunire. Pedalando, specialmente in salita e sotto il sole, l’istinto di andare a civilizzare il mondo veniva corroborato: tanto peggio di così difficilmente sarebbe potuta andare. Salvò entrambe le volte la pelle, e tornò facendosi una promessa solenne: che quando fosse andato in pensione non avrebbe mai più toccato un mattone. Uomo di parola, io lo ricordo da sempre in pensione ed in effetti mattoni non gliene ho mai visti toccare.

Non apprezzo molto chi utilizza le parole a sproposito. Ad esempio ce n’è una, orribile, che va molto di moda di questi tempi: rottamazione. E’ usata per indicare, oltre a degli incentivi economici per la sostituzione di autovetture vetuste, il ricambio non consenziente di gruppi dirigenti. Nel merito, niente da obiettare; ma lo stile lascia a desiderare. A tal proposito gli slogan dei miei tempi erano un po’ più allegri: “Fantasia al potere”, che presupponeva che una casta di vecchie cariatidi venisse finalmente soppiantata da menti fresche e immaginifiche. Parecchi, di quelli che li scandivano, al potere ci sono effettivamente arrivati, per fare l’esatto contrario di quanto propugnavano allora; gente che voleva mettersi alla testa dei lavoratori e  teorizzava rivoluzioni mondiali riempie i salotti televisivi con occhialini improbabili discettando delle magnifiche sorti e progressive della Juventus. Aborro tali personaggi.

Penso di non essere il solo a sapere che l’età per il pensionamento è stata allungata, su iniziativa di una certa ministra piangente, alle calende greche. L’aspettativa di vita è aumentata, e dunque bisogna lavorare di più. Secondo me, ma lo dico da profano perché le ministre piangenti la sanno sicuramente lunga, l’assunto è sbagliato per almeno tre motivi: a) per continuare a lavorare bisogna che ci sia lavoro; b) l’aspettativa di vita è data dalle condizioni in cui si vive, e senza lavoro e senza pensione tanto lontano non si va; c) se ai vecchi non si permette di frequentare i giardinetti o i campi di bocce, o almeno attorniare i cantieri stradali con le mani intrecciate dietro la schiena, non si capisce quando  i giovani possano iniziare a lavorare.

Se poi qualcuno cerca di convincermi che la crisi in cui versiamo sia colpa delle pensioni dei miei nonni o dei miei genitori, mi scappa da ridere: la colpa è di Gorbaciov, e su questo non ci piove.

Tornando alle rottamazioni, a meno che non sia affetto da disturbi visivi osservo che raramente i bersagli siano dei potenti, che anzi bene o male se la sfangano sempre.

Stiamo assistendo ad un gigantesco Tutti contro Tutti:  si aizzano giovani contro vecchi,  precari contro tutelati, dipendenti contro autonomi, statali contro privati; intere categorie: pensionati, lavoratori dipendenti, impiegati statali, vengono additate al pubblico ludibrio, da estirpare quasi fossero la causa di tutti i mali del mondo. Non più lotta di classe che quantomeno univa proletari contro capitalisti, ma tante piccole guerre tra poveri e per di più rancorosi. Intanto i veri potenti se la ridono, strizzano, e aspettano che fischiamo.

(62. continua… ma sono un pò stanchino però)

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Si, la vita è tutta un quiz

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna stabilire chi comanda. Tramontati i tempi in cui era sufficiente roteare con maestria una clava, o quelli più recenti in cui come ci suggeriva la millenaria civiltà orientale: “Appena arrivato a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei si”, la figura del capofamiglia si è via via annacquata. Tali abitudini in alcuni angoli del pianeta, non necessariamente meno civili, persistono; nel nostro angolino di mondo e nella contingenza storica che attraversiamo, sono biasimate. Anche la moda non aiuta: se una volta bastava un’occhiata ai pantaloni, e quindi a chi li indossasse in casa, ora il dubbio persisterebbe. Resta, per affermare il predominio, il possesso di oggetti simbolici, dei feticci: gli antropologi saranno d’accordo con me che cedere il telecomando alla moglie, o compagna, o fidanzata che sia, per permetterle di piangere all’ennesima replica di Dirty Dancing o Ghost mentre su un canale concorrente è in corso la semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus è un’abdicazione inammissibile. Sconsiglierei, se il rapporto non fosse già regolarizzato o se il cedimento non fosse motivato da biechi scopi opportunistici (do ut des), dal proseguire la frequentazione di tale partner, specialmente nei mercoledì di coppa.

Intendiamoci, non che sia un fissato del calcio. Mi piace, ma il troppo stroppia: l’eccesso di palle rotolanti a tutte le ore mi ha sfiancato. Sono persino arrivato a sostenere l’unica idea sensata del professor Monti, che era quella di sospendere per almeno tre anni tutti i campionati, alla quale naturalmente, forse per non intristire ulteriormente i lavoratori esodati dalla ministra piangente, non ha dato seguito.

Del resto l’ultima mia partita di calcetto risale al secolo scorso: Franco, che già conoscete, è finito all’ospedale con una caviglia rotta, ed un altro ha cercato di distruggere un paletto con un orecchio. E senza nemmeno avversari, cosa che mi ha ancor più impaurito.

Dunque non è per passione pallonara, ma per puro esercizio del potere, che affermo come Renzo Arbore nell’87 in Si, la vita è tutta un quiz: “tu nella vita comandi fino a quando, ci hai stretto in mano il tuo telecomando!”.

Prima sarebbe stato anacronistico. Fino al ’79 i canali erano solo due, e per cambiare si schiacciava un pulsantino posto sotto al video. I televisori avevano dentro delle enormi valvole e il tecnico era un po’ come un medico: veniva in casa, faceva la diagnosi, e poi decideva per il ricovero o la sostituzione in loco. Da noi veniva Manfredo, un amico di babbo, e se diceva “ahia, Nino” bisognava temere il peggio.

Sarò vetero ma penso che se ci fossimo fermati a tre, numero perfetto, ne avremmo avuto più che abbastanza. Invece ad un certo punto ci siamo fatti mettere in testa che più televisioni fossero sinonimo di più libertà; della qual cosa si è avvantaggiato un discusso imprenditore edile per creare un impero economico e una carriera politica. Una conoscenza almeno per sentito dire del romanzo “1984” di Orwell avrebbe dovuto metterci in guardia, per non parlare della Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco e qui mi fermo per non sembrare troppo saputello. Ora ho 300 canali, e quando ho voglia di vedere qualcosa di decente vado al cinema.

Da piccoli, la tele ci veniva concessa con parsimonia, anche perché i programmi adatti a noi erano concentrati in un’oretta, nella Tv dei ragazzi. C’erano degli sceneggiati strepitosi: il più bello, per me, Giovanna la nonna del corsaro nero, con Lina Volonghi: “Marabooo lei fa il judo’, e tutti i suoi nemici metterà kappaò!”. La sera, dopo il telegiornale a cui si assisteva in religioso silenzio, il Carosello. Calimero, con la sua dichiarazione politicamente scorretta: “Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero.” “Tu non sei nero, sei solo sporco”; Ercolino sempre in piedi, Carmencita, la mucca Carolina… simpaticissima, ma che non mi ispira ricordi lieti.

I miei, come vi ho accennato, avevano avuto un grave incidente stradale, ed erano stati ricoverati entrambi all’Ospedale Civile di Macerata. Io ero affidato ai nonni materni; dalle finestre della loro casetta, sopra le mura del paese, a pochi chilometri in linea d’aria si vedeva il capoluogo, che allora mi sembrava su un altro continente. Quando chiedevo dove fossero i miei, nonna mi rispondeva: “là”, ed io aiutato da uno scalino rimanevo affacciato per ore a vedere se per caso riuscissi a scorgerli; e quando chiedevo quando sarebbero tornati, nonna teneva un atteggiamento dilatorio che avrebbe dovuto tranquillizzarmi ma non raggiungeva lo scopo. Avevo già sentito di mamme volate tra gli angioletti, non mi sarebbe piaciuto che la tappa di passaggio fosse Macerata. Cavalcavo la mucca nel vicolo delle Monache, ma non ero sereno.

Io mi chiedo, e lo svilupperò prima o poi in qualche commedia, cosa possa pensare di noi un alieno che dovesse capitare sulla terra e sintonizzarsi sulla prima rete dopo il telegiornale (oddio, non è che durante avrebbe chissà quali impressioni): sui Pacchi. Leggevo proprio ieri che una puntata dei pacchi ha avuto 15 milioni di spettatori. Vivi e lascia vivere, è il motto a cui in linea di massima cerco di attenermi, ma quando è troppo è troppo. Toglietegli il telecomando!

(43. continua)

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Viaggio di un poeta

“Son poeta, e sommo”. Non ricordo se la dichiarazione fosse di Dante Alighieri, o Giobbe Covatta: fatto sta che ad un certo punto anch’io mi ero messo in testa che Euterpe, o Erato, o Calliope, o tutte e tre le Muse insieme, mi avessero baciato.

Il mio amico Franco, compagno di banco delle medie, ricorda distintamente, cosa della quale ho già scritto a proposito di un fallito concorso europeo, del gradimento della nostra professoressa di italiano verso i miei componimenti misti. Inframmezzavo i temi con piccole poesie, come quando scopiazzando il coro del Mercadante per i fratelli Bandiera scrissi : “Chi per il calcio muor / vissuto è assai / il cuoio del pallon / non langue mai”. Solo la tenerezza di un’insegnante che vede crescere i suoi virgulti poteva premiare simili boiate, ma certo non stava a me lamentarmi. Franco, vedendo che la cosa funzionava, tentò di imitarmi ma la prof non abboccò. Le sue rime, non del tutto disprezzabili a mio parere, non incontrarono tuttavia il favore del pubblico: un perentorio  4 suggellò la diffida  a riprovarci.

A quei tempi non si usavano gli eufemismi attuali: “buono”, “buonino”, “sufficiente”… un 8 era un 8, e un 4 un 4. Potrà sembrare un’età cinica, ma che un cieco fosse “non vedente” ci sembrava scontato; che un paralitico fosse “diversamente abile” era tutto da dimostrare.

Con Franco avevamo in comune una timidezza di fondo, bilanciata da una enorme grinta. Io ero una mezzala, se siete pratici. Correvo molto, senza combinare granché. A volte giocavo da mediano, e allora avevo licenza di randellamento. Il mondo era semplice: zone e diagonali erano solo concetti geometrici, noi prendevamo un uomo e precorrendo i tempi  lo sposavamo fino alla fine della partita; Franco era un terzino, e dunque gli toccavano le ali. Le ali (Causio, Claudio Sala, Bruno Conti… ) erano quei folletti dispettosi la cui missione era quella di far impazzire i terzini che li avevano in cura, spesso irridendoli con finte e controfinte, per arrivare con la palla fino al termine del campo da dove inventavano parabole perfette per gli attaccanti. Ora non ne fabbricano più.

Credo che fosse proprio in casa del Castelraimondo del mio amico Sandro che l’avversario gli fece un tunnel. Un tunnel, per i profani, è quando incautamente lasci le gambe aperte (l’atto come saprete è ammesso nei luoghi opportuni e con parsimonia) e ti ci fanno passare la palla sotto, lasciandoti alquanto imbarazzato. Nell’azione successiva il reo ci riprovò. Franco lo aspettava: lo fece sfilare e poi lo giustiziò con una scivolata da dietro, resa ancora più plastica dal campo bagnato. Secondo noi era tutto regolare ma l’arbitro, forse condizionato dai contorcimenti del caduto, era dell’opinione opposta e lo ammonì. Il tempo per il poverino di rialzarsi e riavvicinarsi al mio amico con qualche titubanza, che i suoi compagni commisero lo sbaglio di passargli la palla. Credo fosse solo per liberarsene che la buttò avanti e cercò di andare a riprenderla; se quella era la sua intenzione, non poté concretizzarla. Franco l’aveva già atterrato, con un’entrata fotocopia della precedente accompagnata stavolta da un sorriso compiaciuto, ma prendendolo sull’altra gamba. Legge e giustizia non sempre vanno a braccetto: e se pure la punizione era stata giusta, la legge però era a sfavore di Franco, che venne espulso. Perdemmo la partita, ma acquisimmo molto rispetto.

Il nostro allenatore usava un metodo per caricarci davvero singolare: sotto ai sedili posteriori della sua bianchina familiare teneva una collezione di giornalini. Non pensiate chissà che, roba che oggi si potrebbe vendere in parrocchia: i migliori fra tutti erano il Lando (con la faccia di Lando Buzzanca) e il Tromba (con le fattezze di Adriano Celentano nelle vesti di un idraulico), che andavano per la maggiore anche a militare. Risate ce ne facevamo tante: che la lettura ci rendesse più aggressivi, non credo.

L’ultima poesia, credo della mia vita ma chissà, la scrissi qualche anno fa. E’ in dialetto, ma abbastanza comprensibile. Era stata una giornata un po’ faticosa ed avevo corso dalla mattina alla sera; nell’ultima strofa, ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti è puramente casuale.

‘Na jornata tranquilla

Curri, curri, la sveglia ha sonato,
arzete, daje, cala dallu lettu.
Incubu! Penza, stanotte o sognato
che jìo a fadigà senza esse costrettu.

Sgrighete, sbrighete, è pronto lo latte:
te lavi? Che spetti? Sfreca ‘ssa faccia!
Vestete, su, stai ancora in ciavatte?
Rtròete li pagni (co lu ca’ dda caccia).

Lestu, lestu, che parte lu trenu,
lu sinti lu fischiu? A piedi, te lascia.
Fermatilu, sverdi, tirate lu frenu!
Lu postu? ‘Na grazia, Santa Rita da Cascia.

Camina, camina, li squilli ho sintito,
entra, rispunni, non fa che rettacca;
clienti, lamenti, “Il problema ha capito?”,
reclami, ritardi, la testa se spacca…

Jìmo, Jìmo, adesso se magna.
Pasta? Secondu? Compà, te lo scordi.
In piedi, un paninu, non fa tanta lagna:
la linea manteni, e sparambj li sòrdi.

Scatta, scatta, lu capu è ‘rriatu:
te vole, te cerca, chiama a rapportu.
Rispunni: “Presente!” come un sordatu.
Ne ferie, ne aumenti: oddio, che sconfortu!

Forza, forza, per ogghj è finita.
Lu tramme non passa? Cumincia a ‘vviatte.
Sciopero: certo, ce sta la partita:
loro la vede, de me, se ne sbatte.

Veloce, veloce, se jaccia la cena.
A ‘st’ora se ‘rrìa? Un po’ de creanza,
armeno ‘vvisassi, m’ì fatto stà in pena!
E magna de meno, te cresce la panza!

Mùite, mùite, cambia canale,
de che voi discorre, ce scade la rata?
Te prego, me vojo vedé la finale,
cuscì tu me voi ‘vvelenà la serata!

Veni, veni, sò tutta un bollore,
spòjete, ‘bbracceme con sintimentu,
basceme, caru, facimo l’amore…
Embè? Tutto qqua? Ma ‘spetta un momentu!

Como, 15 marzo 1999

(42. continua)

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