La storia dalla finestra

Dalla finestra della mia stanza ho una vista stupenda. Specialmente alla mattina, quando il sole non è ancora alto nel cielo, i colori del boschetto che circonda il colle del Baradello sono bellissimi: verde scuro, chiaro, ocra, giallo, arancione, marrone, e tutte le sfumature che non sono in grado di descrivere perché per i colori sono negato; e tante varietà di piante, di erbe, di arbusti; scendendo verso basso si slanciano le piante ornamentali, un enorme cedro del Libano, delle palme, nei giardini di case un tempo signorili e che oggi risentono dell’usura del tempo. Piante che conquistano e riconquistano il loro spazio: da un tetto sfondato vedo spuntare i rami di un caco, con i suoi frutti arancioni…

In cima al colle, appena 430 mt., il Castello Baradello, fatto costruire dal Barbarossa quasi mille anni fa, di cui rimane oggi la torre di avvistamento; mille anni, ed è ancora là, e tra mille anni di tutti i nostri blog, social, computer non rimarrà niente, forse a malapena il ricordo; anche la stessa casa da cui osservo la torre non esisterà più perché non è stata costruita per resistere mille anni ma solo l’arco di qualche generazione. Già c’è qualche crepa…

Alle pendici del colle, scendendo appena verso Como, furono martirizzati nel 303-305 sei soldati romani che facevano parte della Legione Tebana, per non aver voluto sacrificare agli dei romani in ossequio all’editto di Costantino: pochi anni ancora ed il Cristianesimo sarebbe diventata religione ufficiale dell’Impero… Carpoforo ed i suoi compagni sono ancora oggi ricordati e venerati, dopo 1700 anni: e lo saranno ancora per centinaia e forse migliaia di anni ancora, quando di quanto oggi è cronaca si saranno perse le tracce.

El Greco – Martirio di San Maurizio

In onore di Carpoforo alla fine del IV secolo venne costruita una basilica, ampliata nel 724 su commissione di Liutprando, re dei Longobardi; e dopo l’anno mille assunse le forme attuali del romanico dai Magistri Comacini che all’epoca erano ricercati in tutta l’Europa per la loro perizia nelle costruzioni.

Più in basso, sulla sinistra, vedo la cima del grattacielo che si affaccia sulla piazza di Camerlata, realizzato nel ’62-’64 per l’Istituto delle Case Popolari (esiste ancora?) sul modello del grattacielo Pirelli di Milano; palazzo che fa da degna cornice alla fontana razionalista che si erge al centro della piazza sfidando la legge di gravità, e più di una volta mi sono trovato a dare indicazione a turisti che venivano a fotografarla da ogni parte del mondo, e che di architettura ne sapevano ben più di me…

Vedo, proprio dritto avanti a me, sotto al Baradello, il campanile ed la parte superiore della facciata della mia chiesa, S. Brigida, costruita nel ’37 su una cappelletta (o vicino ad essa) costruita dai pellegrini che diffusero il culto di questa santa irlandese, nel quinto secolo, santa che fece dei miracoli straordinari come quello di trasformare l’acqua in birra, e prima o poi dovrò andare a visitare il convento, a Kildare, dove si dice vicino ad una quercia sacra bruciasse una fiamma eterna… tempi di passaggio tra paganesimo, druidismo, e cristianesimo che ne inglobò miti e tradizioni.

Vedo, sotto casa, dall’altra parte del piazzale dove ci sono delle officine e che spero tengano duro, perché nel momento in cui venderanno al posto del piazzale si alzerà un condominio e allora non vedrò più niente, la casa di una mia amica, separata da anni e che spera ancora che il marito torni indietro; anche questa è una storia…

Oggi va così amiche e amici, a volte anche a guardare fuori dalla finestra si possono vedere tante cose belle e viaggiare con la mente; del resto ve l’ho detto che mi sento in crociera, no? A presto!

Cronachette dalla zona rossa (IV)

9 novembre

Questo tempo è proprio dispettoso, da quando siamo stati messi in zona rossa sta facendo delle giornate bellissime che invogliano alla trasgressione ed alla promiscuità: se almeno piovesse o facesse freddo si resisterebbe meglio alle tentazioni ma sul balcone esposto al sole il termometro segna 31 gradi, come si fa? A proposito di balcone, è ricomparsa la cavalletta senza una zampa: ma c’è una specie di cavallette fatta così? Non può essere la stessa ogni anno, quanto campa una cavalletta?

Ieri un mio ex-commilitone napoletano, eccellente musicista, postava su FB una foto con gruppi di ragazzi sciamanti, prevedendo che da lì a poco sarebbero stati chiusi anche loro, e poi in tanti si sarebbero lamentati di rimanere senza mangiare… non bisogna essere Nostradamus amico mio, se ci sono individui che non sono capaci di usare la testa è ovvio che poi la pagano tutti o meglio la pagano i più deboli, perché chi sta bene se ne frega di rimanere chiuso in casa. Ma a certa gente è più facile metterlo in tel cü che in tel cò, come dice mia suocera…

Come quelli che da Rimini vanno al ristorante a San Marino, soggetti ripresi ieri dal tg come se fosse la cosa più normale del mondo; siccome lì chiudono alle 24 noi andiamo, in otto, e allora? Mi ricordano quelli che, quando era stata fatta la chiusura dei bar alle 19, hanno fatto spallucce ed hanno solo anticipato l’aperitivo di un’ora. Ma quanto ci vuole a capire che è il comportamento da non tenere e non l’orario in cui lo si tiene? Comunque mi chiedo: da Rimini a San Marino c’è una strada sola, possibile che non c’era una pattuglia per controllare quelli in giro dopo le 22, dato che quell’orario vale anche per i riminesi? E poi, non che glielo auguri sia chiaro, ma se si impestano anche i sanmarinesi dove vanno a curarsi, negli ospedali italiani oppure in quelli loro? No, così, per saperlo…

Il mio fratellino è ancora in quarantena, e sono ormai 28 giorni; sta bene ma anche il terzo tampone è positivo, fortunatamente moglie e figli non lo sono e sono potuti uscire. Sembra che tra poco, non avendo sintomi da più di tre settimane, possa uscire anche lui (con qualche limitazione): ma non sarà pericoloso (per gli altri, dico?). Da parte sua si sta consolando abbastanza bene, ieri mi ha mandato foto di vincisgrassi e tiramisù, non vorrei che si abituasse troppo allo stare in cattività…

Salvini ha detto che a sconfiggere Trump non è stato Biden ma il virus. Forse non ha tutti i torti, fatto sta però che il virus c’era e far finta di niente non è che aiutasse molto. Anche se, a rifletterci bene, noi ci scandalizziamo per i loro 100.000 contagi al giorno, ma in proporzione sono molti di più i nostri 35.000, vuoi vedere che aveva ragione lui?  

Ho dichiarato fin dalla presentazione di questo blog che non avrei fatto recensioni di libri, tuttavia ne ho appena finito uno che credo meriti attenzione, si tratta di “Chi ha paura dell’Uomo Nero?”, un romanzo autobiografico di Graziella Fiorentin, che nel ’43 è dovuta scappare dalla sua casa in Istria per andare profuga a Chioggia dove la sua famiglia ha dovuto anche affrontare l’ostilità degli “italiani” verso gli sfollati. Una pagina di storia, quella degli italiani profughi dall’Istria e Dalmazia,  prima dimenticata e poi strumentalizzata, sempre per motivi politici. Dopo l’8 settembre al disfacimento dell’esercito italiano gli istriani sono rimasti in balìa dei tedeschi che non erano certo bendisposti verso gli italiani e degli slavi che spinti da odio politico e razziale hanno operato una pulizia etnica (vizio che non hanno mai perso da quelle parti), costretti a scappare (chi ha potuto) portando dietro solo l’indispensabile, e accolti in “patria” con diffidenza e sospetto, oltre a dover affrontare anche le bombe dei “liberatori”.

Amiche e amici, vado a prendere un po’ di sole sul balcone, finché almeno quello si può… a domani!

Cultura a secchiate! (II)

Secondo weekend delle Giornate FAI d’Autunno; i luoghi che visitiamo, meno spettacolari rispetto a quelli della scorsa settimana ma non meno interessanti, si trovano stavolta non “sul” ma “tra” i due rami del lago. Saprete tutti che il Lago di Como _ o Lario _ ha la forma di ypsilon rovesciata, o bastone da rabdomante se preferite,  e che il ramo cantato da Manzoni non è quello di Como ma bensì di Lecco, che ha dato anche i natali a Formigoni se proprio vogliamo trovargli altri demeriti; il territorio compreso nella V rovesciata si chiama Triangolo Lariano,  ed è nella parte meridionale di questo triangolo che i due paesi, Erba e Caslino d’Erba, si trovano. Erba anzi, per essere precisi, è già in Brianza, la parte più operosa del paese e dell’intero mondo se non dell’Universo, a parte forse qualche ristretta zona della Cina; Caslino invece è a pochi chilometri ma già più verso le Prealpi.

A proposito di vicende tristi, Erba è balzata agli onori () delle cronache, qualche anno fa, per la vicenda di Olindo e Rosa, i coniugi che, sembra esasperati dalle intemperanze dei vicini, hanno ordito e realizzato una strage; non oso pensare cosa avrebbero combinato in questi periodi di lockdown e coprifuoco, dove la gente va via di testa per molto meno…

Anche stavolta abbiamo prenotato on-line; insieme a due coppie di nostri amici ci eravamo riservato il pomeriggio della domenica, dato che i posti sono poco distanti; siamo partiti ciascuno con la propria auto,  galvanizzati dall’ulteriore annuncio del premier Conte di ulteriori strette e privazioni. Abbiamo pensato fosse meglio non andare a cercarsi il freddo per il letto, come  dicevano i miei colleghi quando abitavo a Parma…

Martirio di Santa Eufemia di Calcedonia

 La prima tappa è stata ad Erba, dove la visita prevedeva la Chiesa di Santa Eufemia ed il Borgo medievale di Villincino. La Chiesa ha una storia lunghissima, fu infatti fondata dal Vescovo Abbondio (ora Sant’Abbondio, a Como c’è una chiesa a lui dedicata, forse uno dei più begli esempi di romanico in Italia) che, di ritorno dal Concilio di Calcedonia (niente a che fare con le calze, lì si trattava di definire la natura del Cristo, di stabilire l’ortodossia, mica ciufole) portò il culto di Sant’Eufemia, questa giovinetta martirizzata per non aver abiurato alla fede; eravamo nel 451, poco prima del crollo dell’Impero Romano di Occidente, crollo che portò la Chiesa come unica istituzione rimasta prima a surrogare e poi ad assumere poteri civili, che mantenne poi per secoli alla faccia del “date a Cesare…”. Interessante il racconto del Battistero, che si trovava sul sagrato perché in origine solo i battezzati potevano entrare in chiesa, e della costruzione della torre in funzione sia difensiva che di comunicazione con altre torri distanti, con sistemi acustici (campane) o visivi (bandiere, fuochi) a seconda del tempo e del messaggio da trasmettere.

A pochi passi la Piazza del Mercato è la stessa dove si svolgeva il mercato nell’antichità; ora c’è una trattoria gestita da ragazzi che propone piatti della tradizione come ad esempio cassoeula, trippa (qui nella versione busecca, una sorta di brodaglia che non mi piace molto), salame d’oca, eccetera. Attraversato il mercato, a un centinaio di metri si arriva al Borgo di Villincino, a cui si accede attraversando il portone dell’antico castello; si tratta di un gruppo di case di origine medievale radunate appunto a quello che era il castello di tali Carpani, dei signorotti che avevano fatto fortuna con il carbone; una associazione, La Martesana, cerca di valorizzare questi luoghi, tenuti peraltro molto bene, con feste ed eventi quest’anno sfortunatamente proibiti. Nel Borgo pare abitassero un centinaio di persone, tra cui una strega (o almeno, sono stati trovati documenti relativi ad un processo in tal senso di cui però non si conosce l’esito, anche se dubito che le abbiano concesso le circostanze attenuanti). Una curiosità su questi Carpani: come sapete, per togliersele dai piedi  si usava mandare le figlie non sposate in convento, ma il pietoso Carpani per non averle troppo lontane fece costruire un convento a pochi passi da casa, di cui naturalmente sua figlia era la Badessa: verrebbe da chiedersi, con vocazioni così spontanee, quante fossero all’epoca le Monache di Monza…

La visite avrebbero dovuto essere guidate dagli alunni di una classe di uno dei Licei della cittadina, purtroppo però una delle ragazze è risultata positiva al Covid e così tutta la classe è stata ritirata; i giovani volontari FAI comunque si sono rimboccati le maniche e li hanno sostituiti egregiamente. Uno di loro per la cronaca è mio figlio e sono contento di constatare che i soldi spesi per farlo studiare non sono stati stati buttati…

Alla fine della visita del borghetto ci siamo resi conto che non ce l’avremmo fatta ad arrivare in tempo a Caslino d’Erba per la prima delle due visite previste, quella all’Oratorio di San Gregorio; abbiamo allora deciso di rinunciarci puntando a quella più prestigiosa, al palazzo Pecori, e ci siamo rifocillati nella trattoria di cui vi dicevo sopra, con tavoli separati per evitare assembramenti: donne da una parte, con tè, caffè e dolcetti e uomini dall’altra, con birra e ginseng corroborante.

Oratorio di San Gregorio – Caslino d’Erba

Ritemprati ci rechiamo quindi a Caslino d’Erba, parcheggiando appena fuori del paese perché il centro è fatto di viuzze strette dove ogni tanto si incastrano delle auto, e proprio pochi giorni fa non si sa come addirittura un camion, tradito dal navigatore Gps, ci si è andato ad infognare e per uscire ci ha messo del bello e del buono, danneggiando peraltro un paio di macchine lì parcheggiate.

La visita riguardava Palazzo Pecori, per la prima volta aperto al pubblico; la storia risale al tempo degli Sforza e Visconti, forse addirittura prima dato che nei pressi è stata trovata una fornace di origine romana; comunque dopo varie vicissitudini è arrivato fino ai giorni nostri finché gli eredi degli ultimi proprietari, appunto i Pecori originari di Firenze, l’hanno ceduto al Comune di Caslino d’Erba nudo e crudo, infatti i mobili e gli arredi di qualche valore se li sono portati via tutti… L’edificio ha di certo conosciuto giorni migliori ed ha bisogno di restauri pesanti; di notevole bellezza sono degli affreschi risalenti al settecento, di cui però non ho testimonianze fotografiche che ne rendano l’idea perché la visita è iniziata alle 17, e a causa del cambiamento d’orario eravamo già al buio; al piano affrescato non c’era la corrente elettrica per cui ci siamo dovuti arrangiare con torce elettriche e telefonini.

Due figure spiccano tra i vari proprietari succedutisi: Teresa Carini Castelletti, una donna austera che all’inizio dell’ottocento si dice fosse una specie di sindachessa del paese, a lei si rivolgevano infatti i paesani per dirimere liti o controversie; ed il cavaliere Enrico Pecori, che sposò una delle bisnipoti di Teresa diventando il padrone del palazzo, e che nel 1891 inventò il triciclo a vapore con il quale se ne andava tutti i giorni da Caslino d’Erba a Como, dove aveva un laboratorio di oreficeria. Incuriosito, appena tornato a casa sono andato a consultare la mia “Storia dell’Automobile”, un bellissimo libro che mi venne regalato in quinta elementare come borsa di studio insieme ad una cartella in pelle, e che conservo come una reliquia: si, Pecori c’è, peccato che poco dopo i motori a scoppio presero il sopravvento e per il suo triciclo non ci fu più spazio…

Amiche e amici, temo che per qualche tempo queste visite ce le sogneremo, cerchiamo di stupirci, di gioire e di godere comunque di quello che abbiamo intorno che, come diceva Eduardo, à dda passà ‘a nuttata…

Interessante ritrovamento in cantina

Olena à Paris – 18

Il pranzo è ormai finito, la tavola è stata liberata e sono rimasti seduti solo nonna Pina e Juanito, mentre tutti gli altri hanno spostato le sedie davanti, come per assistere ad uno spettacolo teatrale; i bambini siedono in terra, affascinati da quella donna che racconta di quella Evita di cui hanno sentito parlare tante volte dal nonno; Olena è in piedi sulla porta, pronta a intervenire in caso di allarme da parte di Osvaldo, che è rimasto fuori di guardia.
«Alla fine della guerra l’Italia era tutta da ricostruire; io mi tuffai nel lavoro insieme a mio marito, e di fatto abbandonai le scene» riprende nonna Pina, bevendo un bicchierino di sherry.
«Che peccato, un’artista come voi…» si rammarica Juanito, tirando fuori un sigaro cubano, vincendo le occhiate di riprovazione di figlie, nuore e nipoti.
«In un certo senso fu una scelta obbligata, per me si erano chiuse tutte le porte; gli impresari dicevano che ero troppo compromessa col vecchio regime, che bisognava far calmare le acque… Evita mi fece sapere che alcuni suoi amici stavano allestendo una rivista e sarebbero stati felicissimi di avermi come soubrette; confesso che ne fui lusingata e ci feci un pensierino, ma evidentemente non era destino.»
«Perché, che successe?» chiede l’anziano gaucho.
«Dovresti saperlo, Juanito… nell’ottobre del ’45 Perón venne arrestato. Era diventato troppo popolare, pericoloso; Evita dopo un primo momento di smarrimento si batté per la sua liberazione e  facendo appello al popolo, ai lavoratori, a quelli che vennero poi chiamati sprezzantemente “descamisados”, senza camicia, costrinsero il governo a liberarlo: pochi giorni dopo si sposarono e divenne Evita Perón.  Lei non dimenticò mai questa gente, e da allora si dedicò anima e corpo a loro, seguendo le idee del suo uomo, ed il popolo la contraccambiò, la adorò… La rividi nel ’47 quando venne visita in Europa, in visita diplomatica in Spagna, Italia e Francia, splendida ambasciatrice del proprio paese; in Italia fu persino ricevuta dal Papa, Pio XII; era ormai una leggenda, e fui molto sorpresa quando quella sera mi chiamò: “Eusebia, sono Evita, perché non sei venuta a salutarmi?” Ma come facevo, le sue visite erano strettamente programmate, e gli invitati attentamente selezionati… “Quante storie!” mi disse, “Senti, sono in partenza per la Francia ma prima dobbiamo assolutamente incontrarci. Ti aspetto domani sul lago di Como, va bene? Per favore però non parlarne con nessuno, non voglio fotografi o giornalisti a disturbarci, c’è già abbastanza gente a controllarmi…” Ci demmo appuntamento al Grand Hotel Britannia di Cadenabbia, pieno di turisti, ci truccammo un po’ con dei cappelli a falde larghe, occhiali neri, nessuno fece caso a noi. All’inizio feci fatica a riconoscerla, sembrava un’altra persona, persino più alta, più bella, matura anche se aveva solo 28 anni… Era conscia ed anche un po’ spaventata dalla responsabilità che il marito le aveva accordato, di rappresentare all’estero l’intera nazione, ma in realtà quel furbone sapeva bene che lui non sarebbe certo stato accolto bene quanto sua moglie… Parlammo per ore, mi raccontò del lavoro che stava facendo per il popolo, per le donne, delle resistenze che aveva dovuto superare ed anche delle umiliazioni… aveva sposato ed amava incondizionatamente Perón e le sue idee, si definiva una fanatica della giustizia sociale, odiava gli oligarchi e quelli che pensavano di ripulirsi la coscienza con un po’ di carità, soffriva fisicamente per quelli che non riconoscevano la grandezza della rivoluzione che stavano portando avanti… io non mi occupavo di politica ma ammirai nelle sue parole una passione genuina, e temetti anche che si stesse mettendo contro forze troppo grandi, che ne finisse stritolata. Mi chiese anche del mio lavoro, e mi disse che l’Argentina era una grande produttrice di carne, se ne avessimo avuto bisogno per la nostra attività sarebbe bastato chiederla… Ci salutammo con affetto, al momento di lasciarci però mi disse una cosa che mi fece preoccupare: “Eusebia, mi prometti una cosa?” Ma certo, le dissi, qualsiasi cosa. “Promettimi che se dovesse capitarmi qualcosa difenderai la mia memoria” Cercai di sdrammatizzare, dicendo che non le sarebbe di certo successo niente, con la sua forza e la sua grinta, ma mi lasciò dentro un brutto presentimento… Juanito, posso chiederti una cosa?» cambia discorso per un attimo la centenaria.
«Certo, donna Pina, che cosa?»
«Tu sei stato peronista?»
Il vecchio allevatore scoppia in una risata:
«Sono un figlio del popolo, donna Pina, come potevo non esserlo? Ma aspettate, ve lo faccio dire dai miei nipoti. Pronti, muchacos?»
Ad un cenno del nonno i nipotini di Juanito si alzano in piedi e iniziano a cantare:
Los muchachos peronistas
todos unidos triunfaremos,
y como siempre daremos
un grito de corazón:
¡Viva Perón! ¡Viva Perón!¹

«Ah, ah, okay, okay, ho capito, basta così» ride nonna Pina, applaudendo alla performance dei nipotini, che avevano iniziato a marciare inquadrati per tre. Poi, dopo un altro sorso di sherry, continua:
«Continuammo a sentirci di tanto in tanto, lei era sempre impegnatissima ai limiti dello sfinimento; aveva fondato il partito peronista femminile, qualcuno cercava persino di contrapporla a Perón stesso…»
«A dicembre del 1951 mi arrivò a casa un libro, “La ragione della mia vita”, con una dedica autografata che mi commosse “Alla cara amica Eusebia, la splendida Wanda da cui ho imparato tanto”. Provai a chiamarla per ringraziarla non so quante volte, ma ogni volta rispondeva una persona diversa, sembrava facessero apposta a non passarmela… chiesi ad amici a Buenos Aires e mi dissero che era molto malata. Seppi dopo che aveva un tumore che non aveva voluto operare; e la sua morte mi lasciò inebetita, senza parole… aveva solo 33 anni, avrebbe potuto fare ancora tanto… Ma la sua storia non era ancora finita.»
«Raccontaci della mummia!» la incita uno dei nipotini.
«Nestor! Un poco de respeto!» lo sgrida la mamma.
«No, lo lasci dire, señora» lo difende nonna Pina «ha ragione il ragazzo, la mummia c’entra, eccome… Alla sua morte Perón volle che Evita fosse mummificata, per questo chiamò il migliore specialista del tempo, che fece un lavoro superlativo, chi la vide disse che sembrava viva… per sicurezza ne vennero fatte tre copie, identiche anche loro, tanto che era impossibile distinguere la vera dalle false. E infine successe l’inimmaginabile: nel ’55 Perón fu deposto e pur di evitare una guerra civile rinunciò a battersi ed andò in esilio e sono sicura, Juanito, che se la moglie fosse stata in vita non si sarebbe mai arresa così facilmente; la salma di Evita rimase in Argentina ed era un grosso problema per il nuovo governo, troppo ingombrante… i nemici di Perón la odiavano e avrebbero voluto farla sparire perché il popolo l’adorava, gli amici invece avrebbero voluto prenderla per usarla come bandiera della loro lotta. Decisero così di sotterrare la salma e le copie in posti nascosti e diversi, in modo che non potessero essere ritrovate. Un giorno mi chiamò un vecchio amico, un repubblichino che dopo la guerra era riparato a Buenos Aires; mi disse che mi stava arrivando un container di carne, e di preparare la cella frigorifera. Veramente non aspettavo nessuna carne, chiesi spiegazioni ma mi disse che le avrei avute a tempo debito. Il giorno dell’arrivo della nave ero sul molo in attesa, mi si avvicinò un uomo e mi mise in mano un biglietto. Si diceva che nel container c’era una bara che conteneva la salma di Evita, e che avrei dovuta farla sotterrare nel Cimitero Maggiore di Milano, in una tomba intestata ad una certa Maria Maggi De Magistris. “Perché io?” Mi ricordo che chiesi. “Perché Evita di fidava di lei” mi fu risposto, e tanto mi bastò. E lì è stata per tredici anni, ed ogni settimana passavo a portarle un fiore…»
Una lacrima scivola attraverso le rughe del volto della vecchia, che se la asciuga col dorso della mano. Juanito, commosso, le porge un fazzoletto, mentre il più piccolo dei nipoti le porge un mazzo di fiori di Ceibo.
«Muchas gracias niño» lo ringrazia nonna Pina che poi si raddizza e rischiara la voce e, finito lo sherry, si volta verso il vicino e gli dice:
«Bene Juanito, adesso che ne diresti di parlare di affari?»

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¹ Prima strofa del vecchio inno argentino “Los Muchacos peronistas” – Hugo del Carril (1949)

Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

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¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Olena à Paris – 15

Nonna Pina, appoggiata a Juanito, entra nel basso edificio dai muri esterni scrostati e fatti appena due passi si arresta, stupita.
«Entrate, entrate, non fate caso al disordine» la invita Juanito, con Olena e Alfonso che li seguono poco lontani.
Il lungo corridoio è tappezzato da foto in bianco e nero, che il vecchio mostra con orgoglio. Nonna Pina stropiccia gli occhi sentendosi riportata indietro nel tempo e si avvicina alla parete per mettere a fuoco le immagini: una festa, dove uomini eleganti con capelli e baffi impomatati discutono fumando e reggendo dei bicchieri di vino rosso, forse porto; donne fasciate da lunghi abiti da sera che sembrano conversare mettendo in mostra gioielli e decolté; una di queste, seduta su di un basso sofà, si sventola con un ventaglio di pizzo e madreperla mentre con l’altra mano si ravvia i corti capelli neri, ammiccando verso l’obiettivo.
«Ussignur» scappa detto a nonna Pina «Non mi dire che questa sono…» continua la vegliarda rivolgendosi verso Juanito, che risponde con un gran sorriso.
«Proprio così, donna Eusebia, siete proprio voi. E lì dietro, vedete quel bambino che regge il vassoio…»
«Juanito?» realizza finalmente la centenaria «Signore mio, quanto tempo è passato… ma dove hai preso tutta questa roba? Questa casa sembra un museo…»
Juanito risponde, annuendo. «In un certo senso avete ragione, donna Eusebia, è il mio museo… in questi anni mi sono dato da fare per salvare i ricordi di questa casa, mi piangeva il cuore che andassero perduti»
«Ma che è successo, Juanito, come ha fatto ad andare tutto in malora?»
«E’ una storia lunga, donna Eusebia, se avete pazienza ve la racconterò… iniziò tutto proprio l’anno che arrivaste voi, il 1940. La proprietà, forse lo ricorderete, era appena passata a don Ignazio, il nipote di don Otelo… »
«Ignazio Balenciaga… era un bell’uomo, un dongiovanni, e faceva la corte a tutte le belle donne che gli capitavano a tiro… ci provò anche con me, ma non c’era trippa per gatti» ricorda nonna Pina, con un pizzico di rimpianto.
«Si, era molto galante, ma purtroppo aveva anche altri interessi… don Ignazio era un un fervente interventista e avrebbe voluto che l’Argentina entrasse in guerra al fianco dell’Asse. Per questo spesso aveva discussioni, anche accese, con chi non era d’accordo con le sue idee»
«Quella sera successe qualcosa, giusto? Mi pare che ebbe da ridire con uno spagnolo, un commerciante, tanto che i due dovettero essere divisi e lo spagnolo se ne andò, offeso…»
«Ricorda bene, ma purtroppo la cosa non finì lì… don Ignazio aveva bevuto molto, lo seguì fuori e la discussione trascese, finché accusò gli spagnoli di essere dei vigliacchi e degli irriconoscenti dopo l’aiuto ricevuto da Italia e Germania contro i repubblicani… lo spagnolo cercò di sottrarsi ma don Ignazio continuò ad insultarlo e arrivò a schiaffeggiarlo. Il duello era vietato, ma l’offesa era troppo grande ed era stata fatta davanti a testimoni: andava lavata col sangue, e la scelta delle armi toccava allo sfidato. Così la mattina seguente don Ignazio e lo spagnolo si sfidarono alla pistola, di cui sfortunatamente quest’ultimo era maestro; don Ignazio rimase ferito e dopo un paio di settimane morì per un’infezione. La penicillina non era ancora arrivata e bastava poco per andare all’altro mondo…»
«Povero don Ignazio, avevo saputo che era stato un attacco di cuore…»
«La famiglia volle tenere la vicenda segreta. La estancia rimase così al fratello, don Alfonso, un debosciato che in poco tempo dilapidò tutti i possedimenti al gioco e con donne di malaffare; tentò anche la strada della politica ma ebbe poco successo… Morì in un incidente d’auto, completamente ubriaco, e girava la voce che fosse stato “suicidato”…»
Juanito interrompe il racconto, notando che nonna Pina è affascinata da un’altra foto, dove due donne, una bruna ed una bionda, si stanno abbracciando calorosamente.
«Eva…» sussurra nonna Pina, accarezzando la foto.
«Si, Evita» conferma Juanito annuendo, provocando in Olena un fremito nel sopracciglio destro.
«Babushka, voi avete conosciuto Evita Perón?» chiede la russa, perdendo per un attimo la sua abituale freddezza.
Nonna Pina si raddrizza, e le rughe del suo volto si stirano in un sorriso «Se l’ho conosciuta?» risponde, volgendo lo sguardo al vecchio che appare commosso.
«Juanito, tu che dici, la conoscevo?»
Juanito si schiarisce la voce e risponde:
«Donna Eusebia e donna Evita si erano conosciute proprio qui, ed erano diventate grandi amiche… ma all’epoca Evita non era ancora la signora Perón»
Poi, riprendendosi:
«Ma che ne direste di continuare questa conversazione a tavola? Sarete affamati, e sono sicuro che alla mia famiglia farà un immenso piacere sentire il racconto dalla vostra voce»
«La tua famiglia, Juanito?» chiede nonna Pina, sopresa.
«Per grazia di Dio, signora, ho avuto tre mogli, sette figli, ventidue nipoti e non so più quanti trisnipoti; qualcuno se n’è andato ma la maggior parte è rimasta qua, a dare una mano nell’allevamento»
«Perché, tu hai un allevamento?» chiede ancora nonna Pina, interessata.
«Certo che ho un allevamento, non ve l’avevo detto donna Eusebia? Che sbadato, ormai la testa è quella che è… ho il più grande allevamento di bovini della provincia di Santa Rosa, si tratta di ventimila capi di Aberdeen Angus, non per vantarmi ma la carne migliore della pampa…»
«Juanito, effettivamente mi è venuto un languorino allo stomaco» lo ferma nonna Pina prendendolo sotto braccio e lanciando uno sguardo eloquente ad Olena. «Che ne dici se ci appropinquiamo? Ah, e mi faresti un piacere, caro Juanito?»
«Tutto quello che vuole, donna Eusebia» risponde l’ottantenne con deferenza.
«Ecco, appunto. Potresti smetterla di chiamarmi donna Eusebia? Chiamami Pina, donna Pina»

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Olena à Paris – 10

Nel 1885 i fratelli Hector e Otelo Balenciaga, avventurieri di Toledo, inseguiti da una mezza dozzina di mariti cornificati e dalle guardie di re Alfonso XII di Borbone ritennero prudente cambiare aria emigrando in Argentina e appena arrivati ci misero poco a capire che quella era la terra dei loro sogni: sconfinata, accogliente, fertile, con poche regole che non si potessero accomodare con un uso accorto delle pesetas e, se necessario, di coltello e fucile: l’Eldorado insomma, e si misero subito alla ricerca di un appezzamento di terra non troppo in vista, per impiantare una attività intanto che le acque non si fossero calmate e che dalla Spagna si fossero dimenticati di loro. Si inoltrarono a cavallo da Buenos Aires verso l’interno attraverso la pampa finché, in una bettola nel paesino di San Enrique, non si fermarono per rigovernare i cavalli e mettere qualcosa sotto i denti. Gli stranieri furono accolti gentilmente dall’oste e sua moglie Floridiana, che offrirono da bere del mate ed espressero l’auspicio che si fermassero per la notte; lo sguardo eloquente della prosperosa ostessa stava per convincere i due viaggiatori quando da un tavolo all’angolo, vicino alla finestra, furono attirati dal rumore di due dadi fatti girare in un bicchiere da un uomo alto, con dei lunghi capelli biondi ed una barba altrettanto lunga. Henderson, o meglio Lo Svedese, così era conosciuto, era stato capitano di vascello finché, stufo di veleggiare, era approdato sul Mar della Plata ai lidi che più gli erano congeniali: donne, sbronze e baruffe. Notando il borsellino che pendeva dalla cintura di Otelo, Lo Svedese invitò i fratelli a brindare alle rispettive patrie lontane ed a fare una partitina e, brindisi dopo brindisi di vino rosso di Cuyo Henderson si ritrovò presto in mutande ma la prese sportivamente: cedette ai due l’atto di concessione su un terreno poco lontano, dal quale il governo aveva provveduto a scacciare gli indigeni senza troppi riguardi, sull’esempio dei gringos americani; su questa pagina della storia argentina è stata scritta da Camilìto Estudiantes una poesia celeberrima, “Jugaban descalzos”:

Dijeron che estaba desierto
No nos parecìo
La pradera era nuestro hogar
nuestros niños jugaban descalzos
pero llevaban botas de cuero pulido.
Por nuestro bien, por la civilización,
nos dispararon con rifles Remington,
morimos tirando bolas, que mierda.¹

I fratelli si misero subito in marcia, prima che Lo Svedese si fosse ripreso dalla sbronza e si potesse accorgere dei dadi truccati, e presero possesso della loro tenuta che in quel momento consisteva in una distesa di terra da pascolo su cui scorreva un fiumiciattolo, una mandria di un centinaio di mucche, una stalla per i cavalli ed una baracca per i mandriani. Ammainarono immediatamente la bandiera svedese che si innalzava su un palo nel bel mezzo del cortile e la sostituirono con la Croce di Borgogna, la bandiera dei Carlisti, i reazionari sostenitori di Carlo VII per i quali avevano parteggiato nella terza guerra civile contro i liberali della Prima Repubblica.

“Que viva Don Carlos” è ancora leggibile sul cartello appeso all’arco di quella che una volta era l’ingresso della tenuta Balenciaga; arco che, sopravvissuto all’abbandono, dopo aver percorso un vialone di duecento metri introduce in quello che era il cortile della casa padronale, di cui oggi rimangono solo rovine, come gli altri edifici che vi si affacciano a semicerchio. In mezzo al cortile, con il muso rivolto verso l’entrata, è fermo un monovolume nero con i vetri oscurati, con il cofano aperto da cui esce un fumo grigiastro; di fianco una vecchina seduta su una carrozzina, con le gambe coperte da un plaid a scacchi scozzesi. I due uomini, rayban e cappello alla texana, scendono dal pick-up con un’andatura dinoccolata e si dirigono verso la carrozzina, guardandosi intorno; arrivati ad un paio di metri si fermano ed uno dei due, sempre guardandosi intorno, si rivolge all’altro:
«Una volta qua venivano a scaricare le sigarette di contrabbando, ti ricordi Ricardo? Ora scaricano le vecchiette, che brutti tempi» poi, poggiando distrattamente la mano sul calcio della Smith & Wesson 500 poggiata sulla fondina in pelle marrone che gli pende dalla cintura, si rivolge alla vecchia fissandola negli occhi:
«Dove sono finiti i tuoi amici, nonnina?»
«Cos’è tutta questa confidenza, giovanotto?» risponde la vecchia indispettita. «Non mi pare che abbiamo mai mangiato insieme, cos’è questo “tu”? Ma pensa te. Innanzitutto non ti hanno insegnato che ci si toglie il cappello davanti ad una signora? E si chiede per favore. E poi a te cosa interessa dove sono andati i miei amici?»
L’uomo, con un ghigno divertito, si toglie il cappello e ripete la domanda:
«Gentile signora, sarebbe così gentile da dirci, per favore, dove possiamo trovare i suoi amici?»
«Oh, così va meglio. L’educazione è importante, che diamine. Dunque, fammi pensare… devi scusarmi sai, la memoria non è più quella di una volta…» poi, notando che la mascella dell’uomo che sta serrando, e la mano slaccia il fermaglio della pistola, l’anziana si affretta a proseguire:
«Ecco, ecco, che fretta… mi pare abbiano detto che andavano a cercare un meccanico. Ah no, che stordita, adesso mi ricordo. Dunque, uno è là dietro» dice indicando un punto alle spalle dell’uomo «che sta per far saltare la testa al tuo amico»
Si sente un piccolo schiocco, e il compare cade a terra urlando, colpito ad una gamba.
«Si vede che ci ha ripensato. E l’altra invece ha detto che doveva parlarti»
«Ma che…» sibila l’uomo, abbassandosi di colpo. «Io non parlo con nessuno, e tu adesso viene con me, mummia!» e così dicendo si getta verso la vegliarda con l’intenzione di farsene scudo, dovendo però recedere dai suoi propositi alla vista della canna dell’AK-47 che spunta da sotto il plaid.
«Mani bene in vista, hombre» intima nonna Pina «Slacciati il cinturone e fai qualche passo indietro, e sbrigati che il grilletto è sensibile e mi tremano le mani. Ecco, da bravo, e adesso in ginocchio, e con le mani sulla testa, forza!»
L’uomo esegue, sebbene riluttante, e nonna Pina si alza dalla carrozzella, facendo cadere a terra il plaid, e sempre tenendo sotto tiro l’uomo inginocchiato, dà il segnale di via libera:
«Vieni Natascia, è tutto tuo»

Dal monovolume esce una donna statuaria inguainata da una tuta nera con in testa un passamontagna ed in mano un lungo astuccio rigido. La donna arrivata a pochi passi dal prigioniero si ferma, poggia in terra l’astuccio e ne estrae due spade šaška². Esegue qualche rotazione, poi con una smorfia di disapprovazione si rivolge all’uomo:
«Io non capisco come gente così trascurata, non pensa anche voi babushka? Capelli tutti in disordine, che verguogna. Ma tu uomo muolto fortunato, c’è qui tuo parrucchiere. Tu preferisce sfumatura alta o bassa?»
«Che… che intenzione hai di fare con quelle?» chiede l’uomo preoccupato, vedendo che la donna ha ripreso a far roteare le spade. Olena si ferma, si toglie il passamontagna e si sistema i capelli scrollando la testa, poi fissa l’uomo con gli occhi di ghiaccio, e risponde:
«Dipende da te, finuocchietto. Chi manda voi? Dov’è Carlos? E non muovere testa, se tu tiene a tue orecchie»

¹ Dicevano che era deserto / a noi non sembrava / la prateria era casa nostra / i nostri figli giocavano a piedi nudi / loro indossavano stivali di cuoi lucido. / Per il nostro bene, per la civiltà / ci spararono con i fucili Remington / che merda, siamo morti lanciando bolas.
² La Šaška era una sciabola usata dai cosacchi, poi adottata dai dragoni dello Zar; oggi viene usata in danze tradizionali dove dei virtuosi si esibiscono roteandola con maestria.

Inno dei lavoratori

Buon Primo maggio, questo inno l’ho suonato tante volte da ragazzo con la banda, sfilando per le vie del paese… il canto è del 1886, parole di Filippo Turati e musiche di Amintore Galli. Dedicato a chi al sol dell’avvenir ancora ci crede… 

Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell’avvenir.

Nelle pene e nell’insulto
ci stringemmo in mutuo patto,
la gran causa del riscatto
niun di noi vorrà tradir.

Ritornello:
Il riscatto del lavoro
dei suoi figli opra sarà:
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.

La risaia e la miniera
ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d’un armento
siam sfruttati dai signor.

I signor per cui pugnammo
ci han rubato il nostro pane,
ci han promessa una dimane:
la diman si aspetta ancor.

Ritornello

L’esecrato capitale
nelle macchine ci schiaccia,
l’altrui solco queste braccia
son dannate a fecondar.

Lo strumento del lavoro
nelle mani dei redenti
spenga gli odii e fra le genti
chiami il dritto a trionfar.

Ritornello

Se divisi siam canaglia,
stretti in fascio siam potenti;
sono il nerbo delle genti
quei che han braccio e che han cor.

Ogni cosa è sudor nostro,
noi disfar, rifar possiamo;
la consegna sia: sorgiamo
troppo lungo fu il dolor.

Ritornello

Maledetto chi gavazza
nell’ebbrezza e nei festini,
fin che i giorni un uom trascini
senza pane e senza amor.

Maledetto chi non geme
dello scempio dei fratelli,
chi di pace ne favelli
sotto il pie dell’oppressor.

Ritornello

I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.

Guerra al regno della Guerra,
morte al regno della morte;
contro il dritto del del più forte,
forza amici, è giunto il dì.

Ritornello

O sorelle di fatica
o consorti negli affanni
che ai negrieri, che ai tiranni
deste il sangue e la beltà.

Agli imbelli, ai proni al giogo
mai non splenda il vostro riso:
un esercito diviso
la vittoria non corrà.

Ritornello

Se eguaglianza non è frode,
fratellanza un’ironia,
e pugnar non fu follia
per la santa libertà;

Su fratelli, su compagne,
tutti i poveri son servi:
cogli ignavi e coi protervi
il transigere è viltà.

Ritornello

Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XXVII)

Sabato 21 marzo

Ed è arrivata anche la primavera, che in verità si era già fatta precedere da una serie di belle giornate. Alle 11 il termometro sul balcone della sala segna 33 gradi…

Questo weekend si sarebbero dovute tenere le giornate di primavera del Fai, con apertura e visite di palazzi e monumenti tra i più belli d’Italia: rimandate a maggio e poi vedrà, del resto se anche le processioni di Pasqua verranno spostate a settembre (ma non la Pasqua, quella rimane al 12 aprile, la Risurrezione non può mica aspettare i comodi del virus).

Oggi avrei dovuto dedicare la giornata alla sistemazione della cantina ma ieri sono stato vittima di un incidente. Finito il lavoro mi sono messo a fare qualche esercizio di ginnastica per sgranchire spalle, collo e schiena, più che altro stretching ma, o non mi sono riscaldato abbastanza o mi sono stirato troppo, rialzandomi dopo un piegamento ho sentito un “tac” che mi fatto gridare “Ah!” come la suora inquieta di Lacrime e Laterizio che ben conoscete, a cui dalla cucina ha fatto eco un ‘Eh!” di biasimo e riprovazione. Ci ho messo un po’ a recuperare la posizione eretta, si è trattato credo di un colpo della strega che purtroppo dovrò curare in solitudine e senza il conforto dei cari, che anzi mi scherniscono per l’attacco di senilità che mi ha portato a fare esercizi non consoni al mio attuale stato fisico nonché psichico.

Tutt’altra solidarietà trovai in gioventù quando recandomi da un cliente a Modena fui vittima di un infortunio analogo: uscendo dal taxi mi voltai per prendere il disco su cui si trasportavano i programmi, una pizza del diametro appunto di una pizza del Digital PDP-11, con una capacità di 10 mega (preistoria, direte: si, ma funzionava benissimo…) che pesava sì e no un chilo, ma devo aver fatto una torsione anomala perché sono rimasto incriccato proprio come ieri sera e sono entrato dal cliente dolorante, pallido come un cencio e con i sudori freddi. Le segretarie poverine si sono preoccupate e si sono prodigate nei soccorsi: a quell’età ci vuole poco a riprendersi…

Ad ogni modo stamattina, dopo una notte semi insonne alla ricerca della giusta posizione che non ho trovato, ho dovuto rinunciare alla consueta passeggiata fino all’edicola per recarmi invece in farmacia a fare incetta di cerotti anti-infiammatori e Voltaren, oltre a varie altre medicine per non dover fare altri viaggi. In coda c’erano solo quattro persone, davanti a me un ottantenne senza mascherina che si copriva a stento con una sciarpetta e continuava ad avvicinarsi per raccontare la rava e la fava costringendomi a indietreggiare; la mia gentilezza innata, il rispetto per l’età ma anche la consapevolezza che dei due era lui quello che stava rischiando di più mi hanno impedito di mandarlo al diavolo, anche quando ha sparato che in cantina aveva una maschera antigas della guerra e non l’ha messa solo per paura che lo rinchiudessero; ma amico caro, non sei stato informato che i manicomi li hanno chiusi? E poi c’è gente in giro più pericolosa di chi mette uno scolapasta in testa o indossa una maschera antigas…

Per inciso, per andare alla farmacia devo attraversare la piazza percorrendo il sottopassaggio: indecente come al solito, e dico va bene richiamare alla responsabilità individuale ma il Comune che aspetta a far pulire, che arrivi la Protezione Civile o addirittura Conte in persona? Qui se ognuno non fa la sua parte non ne usciamo più…

Le farmaciste sono separate dalla clientela da una specie di parete di plexiglass, ed entra una persona alla volta; ho chiesto anche delle mascherine prenotate una decina di giorni fa, ma non sono ancora arrivate: saranno quelle bloccate da Erdogan alla dogana? Dovremo ricordarcene di questo “amico”, a suo tempo.

Mia madre è ovviamente molto preoccupata per le notizie dalla Lombardia, anche se ormai nessun posto d’Italia è immune; è incredula, come chi ne ha viste tante e le sembra di vivere l’ennesimo incubo; tra l’altro mi ha raccontato di quando nel 1940 lei fu l’unica del vicolo in cui viveva a beccarsi l’influenza e fu guardata malissimo da parenti e vicini e rimproverata, le dissero che era colpa sua se l’aveva presa perché andava sempre in giro…

Mia suocera invece ha raccontato di quando, nel ’62 suo suocero, il nonno di mia moglie, si ammalò di influenza asiatica; all’ospedale non vollero ricoverarlo ed il medico del paese non volle uscire a visitarlo; dovettero chiamare un medico del paese vicino, che prescrisse le medicine e disse che dovevano tenerlo al caldo… sembra facile, ma nelle case umili di una volta la stufa stava solo in cucina (anche nella mia era così); così il nonno fu spostato dalla camera fredda in cucina dove di solito dormivano i bambini… il nonno si salvò ed anche i bambini, mia moglie e suo fratello.

Alla fine di questo periodo saranno tante le strutture che dovranno essere riviste e migliorate… quelle ospedaliere, carcerarie, dell’accoglienza (ma di questo scriverò domani, la situazione sta diventando drammatica), addirittura quelle cimiteriali… e sì, perché ci si è accorti che nemmeno i forni crematori bastano: se hanno fatto tutti come a Como lo credo, è chiuso dal giugno 2016 e non si sa ancora quando riaprirà… impareremo qualcosa da questa lezione?

Povera Patria, cantava Battiato, non cambierà. Sì che cambierà…

Per oggi direi che può bastare, anche perché la schiena reclama; a domani dunque, amici vicini e lontani!

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Bollettino della Vittoria

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12; Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Per carità, in tempi di nazionalismi crescenti si rischia di dar fuoco alle polveri, ma pare quasi che ci vergognamo di averla  vinta, quella guerra… non so se quelli che l’hanno combattuta sarebbero molto orgogliosi di noi e di come è diventato questo paese. E pensare che l’Italia era unita da poco più di cinquant’anni,  Diaz era napoletano e magari senza Garibaldi sarebbe diventato un generale borbonico, vallo a sapere…

Qui un mio vecchio post con un ricordo del Quattro Novembre

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