Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

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¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

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E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

I suggerimenti più acuti ricevuti nonché qualche ricerca storica portano a pensare che il ragazzo sia uno scout, magari del Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori ed Esploratrici? Se tra di voi c’è qualche storico dello scoutismo è il momento di palesarsi.

La data ipotetica in cui la foto è stata realizzata, 1910-1920, sarebbe compatibile con la nascita dello scoutismo in Italia; così come le perplessità sulla presenza di fucile e baionetta sono fugate dal fatto che nei gruppi originari veniva effettivamente impartita una istruzione premilitare. Poi i cattolici si fecero i loro gruppi e forse quelli i fucili non li usavano, ma non ne sono sicuro.

Sarà proprio così? Quel ragazzo dalla carnagione un pò scura e dallo sguardo serio, forse un pò triste, è davvero quell’Ernesto di cui rimangono poche tracce? Cosa pensava, come si sentiva, senza padre e senza madre, e persino senza patria essendo apolide (eppure per la patria morì, seppure dalla parte sbagliata)? Viene voglia di abbracciarlo, di dirgli: “Ernesto lascia stare quel fucile, vieni via dai che andiamo a giocare a pallone”.

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Credo che a nonno farebbe piacere sapere che, nonostante siano passati più di settant’anni dalla sua sparizione, i nipoti e bisnipoti in qualche modo lo ricordano ancora. Mia madre ha raccontato che, quando nacque mio fratello il terzogenito, nel ’67, per lui aveva scelto un altro nome ma la notte prima del battesimo gli comparve in sogno mio nonno, di spalle, come per andare, che le disse: “Di me non si ricorda più nessuno”. Così mio fratello si chiama Ernesto, e anche lui avrà una bella storia da raccontare ai nipoti.

 

E’ lui o non è lui?

Questo è un esperimento, per vedere se almeno i social ogni tanto servono a qualcosa. La foto che allego dovrebbe essere stata scattata tra l’inizio del secolo ed il 1920 (dal 1910, più probabilmente). Mostra un ragazzo, diciamo avrà al massimo 14 anni? con una divisa che sembra da esploratore, da scout, ranger?

Alcuni mi hanno detto che potrebbe essere una divisa da esploratore in qualche colonia, qualcuno una divisa statunitense. Ha anche un fucile, sembrerebbe un qualche campo militare (di addestramento?) ma sono solo mie supposizioni.

So solo che dovrebbe essere mio nonno, ed a quell’età avrebbe già dovuto essere in Italia (dall’Argentina), ma le fonti storiche scarseggiano e l’alternativa sarebbe chiederlo a lui con un tavolino a tre gambe ma servirebbe una buona medium.

Qualcuno ha qualche indizio, o magari qualche foto simile che possa aiutare a capire che cosa stesse facendo il giovane Ernesto (sempre che fosse il giovane Ernesto)?

La foto (un ingrandimento d’epoca) ha delle scritte a matita sul retro, illeggibili, ci vorrebbero gli strumenti del Ris ma non è il caso di scomodarli per quesiti di famiglia.

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Thanks in advance!

p.s.
se anche dovessi scoprire che non è mio nonno pazienza. Ormai è stato adottato come nonno e come tale passerà nei cimeli di famiglia.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

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Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

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Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

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¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

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Quello del turista è un mestiere impegnativo. Specialmente per un Ossimoro come me, che se ne starebbe beatamente in panciolle tutto il giorno con il suo libro ed un bicchierino di vino.

Una volta, quando non c’era Internet, era più facile. Innanzitutto si andava molto meno in giro. La prima volta che insieme alla mi señora visitammo la Spagna, che coincise come vi ho raccontato con il giorno che il mio secolo finì, ci mettemmo un bel po’ a scegliere la destinazione, e per tutte le prenotazioni ci rivolgemmo ad una agenzia di viaggio, oltre a doverci rivolgere alla banca per munirci di pesetas e travellers cheque.

Bisogna ammettere che la moneta unica ha molto semplificato lo scambio all’interno dell’Europa. Se non altro quando si è all’estero non si è costretti a portare la calcolatrice per capire quanti soldi si stanno spendendo. Gli altri vantaggi specialmente di questi tempi non sono evidentissimi. Ci bombardano tutti i giorni dicendo che uscirne sarebbe una catastrofe che anche la sciagura di restarci così com’è sembra rassicurante. La sensazione non molto piacevole è quella di essere tenuti per gli zebedei da dei cravattari.

Oggi tra Booking, Trivago, Tripadvisor, Ryanair e quant’altro ognuno diventa agenzia di viaggio di se stesso; avendo tempo e qualche soldino si può decidere di andare a passare un weekend in qualsiasi paese scegliendo il volo più economico possibile e portando il minimo bagaglio possibile.

A proposito di bagaglio, abbiamo passato una giornata a Toledo, antica capitale, stupenda cittadina ottimamente collegata a Madrid con i treni ad alta velocità; la cattedrale è un gioiello storico ed artistico; ho riflettuto sul fatto di conoscere pochissimo la storia spagnola come peraltro quella di quasi ogni paese e mi sono ripromesso di tornare per visitare il museo della cultura visigota. Avvincente la storia di questo popolo che pressato dagli unni chiese di poter entrare nell’Impero Romano in decadenza e finì poi per contribuire a disfarlo; sembra quasi storia di oggi.

Il bagaglio dicevo non mi ha aiutato perché avrei portato volentieri a casa una lama di Toledo, utilissima di sera sui treni delle Ferrovie Nord, ma a malincuore vi ho dovuto rinunciare perché non avrebbe superato i controlli di sicurezza dell’aeroporto.

La Camera ha approvato delle modifiche di legge in materia di legittima difesa notturna. L’iter proseguirà al Senato; speriamo non sia l’inizio del far west: ho sempre in mente l’atleta sudafricano Oscar Pistorius, il velocista senza gambe,  che in Sudafrica ha sparato alla fidanzata credendo (dice lui) che ci fosse un ladro in bagno.

Dunque siamo tornati a Madrid dopo più di 25 anni. Personalmente mi sento un po’ a disagio nell’andare in giro oggi. Voglio dire, non che non mi piaccia, ma sentirmi dentro al meccanismo del turismo di massa mi fa sentire un po’ un pollo in batteria. Anche se le città architettonicamente rimangono uguali, o magari si abbelliscono, l’impressione è che si amalgamino sempre di più; le stesse catene, gli stessi negozi, addirittura gli stessi prezzi… e gente che corre da una parte all’altra non tanto per vedere e capire, quanto per far vedere agli altri di esserci stato, di segnare un’altra tacca sul calcio del proprio I-Phone.

Oggi la gente del mondo si sposta molto di più; chi in aereo e chi in barcone, chi come me privilegiata per divertimento (o cultura se vogliamo esagerare) chi per cercare una vita migliore.

Non è elegante parlare di barconi dopo essere stato a bisbocciare, me ne rendo conto. Sono sempre più convinto che se le contraddizioni e ingiustizie del mondo non vengono risolte a partire da dove sono più gravi non ne usciremo. L’approccio solo caritatevole non basta, non può bastare e arrivo a pensare che sia addirittura deleterio: bisogna che in quei posti il popolo si prenda il potere, con le buone e se necessario con le cattive.

Di Madrid porterò a casa, alla rinfusa, i ricordi di: Il Palacio Real con l’Armeria, Il Prado e specialmente l’aula con i dipinti visionari di Jeronimus Bosch, i vù cumprà attrezzatissimi con lenzuoli legati con corde cucite agli angoli che gli permettono di trasformarli velocissimamente in sacco all’arrivo dei vigili e della polizia (molto presenti); la sangria e la paella che ho avanzato perché mi ero riempito troppo di tapas; il Parco del Buen Retiro con il laghetto artificiale; la Vecchia Cattedrale di San Isidro, ma anche la nuova di Santa Maria de la Almudena; la quantità di locali per mangiare e bere e la quantità di persone che mangia e beve; la tariffa calmierata dei taxi dall’aeroporto al centro; un valente suonatore di dixieland che è andato avanti per due ore sotto le finestre dell’albergo a scassarci i cabasisi a deliziarci; delle persone che sembrava scattassero foto a caso ma mi inquadravano e mi hanno fatto scattare la paranoia; l’orsa nella piazza della Porta del Sol, da cui parte tra le altre una via dove di sera si prostituiscono delle ragazzine; la trippa alla madrilena che ho mangiato in una taverna e che ha portato il mio colesterolo nel sangue a livelli preoccupanti; Guernica di Picasso, che avevo visto in copia al Palazzo Reale di Milano; i boccadillos con i calamaros; Plaza Mayor sempre suggestiva dove abbiamo mangiato nello stesso ristorante di 26 anni fa.

Questo è stato uno sbaglio che ci ha procurato una grande delusione: allora, circondati da madrileni,  avevamo gustato una paella spettacolosa, almeno così ci era sembrata anche perché era la prima che mangiavamo in vita nostra; stavolta, circondati da turisti come noi, una paella triste. I camerieri però erano abbastanza stagionati e avrebbero potuto benissimo essere quelli di allora. Ma è passata la Fornero anche in Spagna?

Passeggiando per il centro ci siamo imbattuti in una taverna dal nome evocativo di España cañí, che in effetti mi ha fatto tornare in mente che quando suonavo con l’orchestrina questo era uno dei pezzi forti del nostro fisarmonicista Mauro; un famosissimo paso-doble che faceva la gioia dei ballerini più abili.

Anche La Spagnola suonavamo, “stretti stretti nell’estasi d’amor, la Spagnola sa far così..”, e a proposito di spagnola con rammarico segnalo che allora avevo notato molte più madrilene con caratteristiche fisiche adatte alla pratica, se mi seguite; ora troppi fisici atletici e nervosi scolpiti da eccessi di diete e palestre, servirebbe un po’ di ciccetta in più.

Bella Spagna! Infischiamocene se gli invidiosi nordeuropei ci hanno accomunati nell’odioso acronimo Pigs, insieme ai fratelli portoghesi e greci. Che la smettano quei fanatici mangiatori di aringhe e sanguinacci di romperci le scatole! Viva el jamon, viva el sol, felicidad y salud a todo el mundo!¹

(137 – continua)

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¹ Non sono sicuro che si scriva proprio così dato che lo spagnolo lo orecchio solamente. Spero che il senso sia chiaro.

Ricordatevi di Alamo!

Se c’è qualcuno che potrebbe nutrire sentimenti di astio verso la Corea del Nord quelli siamo noi. Nel 1966 la nazionale nordcoreana osò batterci ai mondiali di calcio in Inghilterra, facendoci fare una figura di palta; dopo la disfatta di Caporetto, quella di Corea rimane la pagina più ingloriosa della storia patria. Giustamente al ritorno a casa gli idoli osannati alla partenza furono attesi da pernacchie e pomodori; se fossimo stati giapponesi qualcuno e precisamente il commissario tecnico Edmondo Fabbri avrebbe dovuto espiare le sue colpe facendo seppuku; passò invece il resto dei suoi giorni a negare che la colpa fosse la sua, in perfetto stile Blues Brothers: “Quel giorno finì la benzina. Si bucò un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non era arrivato in tempo dalla tintoria! Era venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi rubò la macchina! Ci fu un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette!”.

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Mr. Trump a quell’epoca aveva 20 anni, dubito che tifasse Italia o semplicemente si interessasse al calcio. Gli Stati Uniti avevano ben altri problemi: le lotte per i diritti degli afroamericani, guidate da Martin Luther King che due anni prima era stato insignito del premio Nobel per la Pace, e due anni dopo fu ucciso in una cospirazione che gli Usa non hanno mai saputo, o voluto, chiarire fino in fondo; e soprattutto la guerra in Vietnam.
Guerra alla quale Mr. Trump riuscì a sottrarsi a differenza di tanti suoi coetanei con una buona dose di fortuna: alcuni rinvii per motivi di studio, un problema ai talloni per cui fu fatto rivedibile, ed infine perché nella lotteria che si svolse per decidere quali scaglioni dovessero partire per primi il suo fu uno degli ultimi.
Vorrei dire al presidente americano che non deve sentirsi in alcun modo sminuito dal non aver potuto partecipare alla carneficina in Vietnam; considerando che gli Usa sganciarono lì sopra più bombe che in tutta la seconda guerra mondiale, e gli agenti chimici che usarono come l’Orange o i micidiali bombardamenti al napalm-B uccisero e ferirono centinaia di migliaia di persone, uomini donne e bambini, e la guerra finì come finì, non c’era da esserne comunque molto fieri.

<> on April 26, 2016 in New York, New York.

Mi ritengo un uomo fiducioso nel genere umano. Ad esempio non penso che un uomo con una moglie simile possa essere meno che ragionevole ed accorto.

Il twitter scanzonato con cui Mr. Trump ha accompagnato l’invio della portaerei verso le acque coreane: “La Corea del Nord sta cercando rogne” (più o meno, scusate il mio cattivo inglese) al munifico e illuminato presidente Kim Jong-un dovrà essere sembrato un invito a nozze; mi preoccupa abbastanza che il giovane presidente, amico tra gli altri di personalità autorevoli come il nostro senatore Razzi, avendo esaurito i consanguinei da eliminare non intenda ora rivolgersi agli estranei.

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Tra l’altro sembra che in Corea del Nord siano convinti, ogni quattro anni, di essere loro i vincitori del campionato del mondo.

Spero che l’imminente Pasqua porti consiglio, almeno a chi fa un uso così intensivo di Dio; chi ha più testa la usi, per essere più terra terra.
Anche agli amici turchi, che proprio nel giorno di Pasqua andranno a votare per il referendum voluto dal presidente Erdogan per accrescere i poteri presidenziali, auguro di usare la testa.

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Il ministro degli esteri britannico si allena in vista dei negoziati di pace

A Lucca, questa bella cittadina toscana che amo molto, si è appena svolto il G7 dei ministri degli esteri. Tra gli argomenti trattati ovviamente  Corea del Nord, Siria, Libia, Russia. Mi hanno molto colpito le pacate dichiarazioni di Mr. Tillerson e  Mr. Johnson: “Mosca deve decidere se stare con noi o con Assad”. Quasi quasi sono contento di avere come ministro Angelino Alfano.

(134 – Buona Pasqua!)

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Il giorno che il mio secolo finì

A tanti ragazzi questo racconto non dirà nulla. E’ di un mondo che non hanno vissuto, conosciuto solo per sentito dire e che a stento riescono a collegare a quanto hanno intorno. E’ storia che non si studia a scuola perché troppo recente ma allo stesso tempo così lontana. A noi che c’eravamo  il mondo cambiò sotto gli occhi, così velocemente che quasi non ce ne accorgemmo. Capimmo più tardi che stava finendo una guerra, e i vincitori non avrebbero fatto prigionieri.

Il 19 agosto del 1991 io e mia moglie stavamo tornando dalla Spagna, con la nostra Volkswagen Polo verde senza aria condizionata che l’impianto costava troppo, dove avevamo passato le ferie estive con gran delizia. Avevamo percorso quasi 5.000 km, da Como a Gibilterra e ritorno; non eravamo mai stati in Spagna e ne avevamo approfittato, oltre che per goderci il mare, per andare un po’ a zonzo.

Appassionati di politica, ci eravamo imposti di non leggere giornali e non ascoltare radio; i cellulari non c’erano, perciò non c’era pericolo di essere rintracciati da pubblicità o cattive notizie. Una telefonatina a casa appena arrivati bastava e avanzava: niente nuove, buone nuove. L’Euro non esisteva, e ci eravamo portati da casa un mucchietto di pesetas e qualche travellers cheque: 100 pesetas valevano un po’ meno di 1200 lire.

La prima settimana la passammo a Lloret de Mar, di cui sento ancora nitidamente l’odore dell’aglio del gazpacho che, sudando durante il riposino pomeridiano dal momento che nemmeno la camera aveva l’aria condizionata, si spargeva nell’aria.

In Italia il presidente del consiglio era Giulio Andreotti, perno dell’alleanza di governo a cui era stata attribuita giornalisticamente la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il presidente americano era George H.W. Bush, succeduto a Ronald Reagan; quello dell’Unione Sovietica era Gorbaciov, che con gli slogan perestrojka e glasnost stava cercando di introdurre delle riforme per rivitalizzare un sistema sclerotizzato che perdeva colpi e repubbliche per strada. Sul soglio pontificio sedeva Papa Wojtyla, polacco, il primo papa straniero dopo 455 anni.
Lo scudetto era stato vinto, per la prima e ultima volta nella sua storia, dalla Sampdoria allenata da Vujadin Boskov; il festival di Sanremo, presentato da un imbarazzante Andrea Occhipinti ed una sontuosa Edwige Fenech, era stato vinto da Riccardo Cocciante.

Di Barcellona ci impressionarono la quantità  di gru e di lavori edili che erano in corso. La città, in preparazione delle Olimpiadi che vi si sarebbero tenute l’anno successivo, stava letteralmente cambiando pelle. Non so perché, una delle cose che ci colpì di più furono i parcheggi sotterranei che permettevano praticamente di arrivare in macchina fino alla Cattedrale. Mia moglie si era beccata una congiuntivite leggendo con la faccia rivolta al sole; e siccome io facevo solo da passeggero non pagante l’avevo in pratica costretta a guidare con degli occhiali neri calzati sopra quelli da vista, lacrimando vistosamente.

Ad est la cortina di ferro si stava sgretolando: nell’89 era caduto il muro di Berlino; l’anno dopo la Germania si era riunificata; gli stati satellite Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania si erano staccati, quasi tutti pacificamente ma in alcuni casi, come quello rumeno, drammaticamente. Le Repubblichette Baltiche erano in fermento e non vedevano l’ora di lasciare l’Unione.
In Italia stavano arrivando, da marzo, migliaia di albanesi in cerca della “Merica”; epico lo sbarco dalla motonave Valona, dei 20.000 che vennero stipati nello stadio San Nicola di Bari.

A Cordoba visitammo la Mezquita, a Granada l’Alhambra, a Siviglia la Cattedrale, dove una simpatica gitana chiamandomi Moreno voleva leggermi la mano e intanto mi toccava il sedere nell’intento di sfilarmi il portafogli; a Gibilterra andammo a trovare le bertucce, abbastanza scontrosette per la verità.

L’anno prima eravamo stati in vacanza in Jugoslavia. Era la prima vera vacanza che facevamo dopo sposati, a basso costo: eravamo in un albergo in un paesino dell’Istria, che a parte quello non offriva nient’altro. Tutte le sere l’orchestrina suonava le stesse canzoni: La famiglia dei gobbon, Rolling on the river… anche lì girammo un po’, ma non di sera perché le strade buie non lo permettevano: l’isola di Krk attraversando il ponte di Tito, Lubiana, i laghi di Plitvice, le grotte di Postumia, Lipizza… avremmo voluto tornare anche l’anno dopo se non che ci fu un piccolo impedimento: la guerra. Slovenia e Croazia avevano dichiarato l’indipendenza dalla Federazione Jugoslava, e sui laghi di Plitvice passeggiavano i carrarmati.

Da Cordoba a Madrid, non c’era niente. Chilometri e chilometri senza vedere una casa, solo ogni tanto su delle collinette c’erano delle sagome di tori, che interpretai come pubblicità delle corride ma che più tardi scoprii essere pubblicità si, ma di un gruppo commerciale: il toro di Osborne. Arrivammo a Madrid che il termometro segnava 44°; ci fiondammo subito al Prado, che almeno lì dentro si stava freschi. La sera mangiammo la prima paella della nostra vita in Plaza Mayor; ad un certo punto scoppiò un temporale improvviso e ci fu un fuggi fuggi generale; io sarei stato tentato di approfittarne come la maggior parte degli avventori, ma la consorte mi richiamò all’ordine dicendomi: non facciamoci riconoscere. Come italiani, intendeva, anche se di solito non sono mica i portoghesi che entrano e escono senza pagare?

Finiti i giorni ed i soldi, ci accingemmo a tornare a casa. Passata la frontiera a Ventimiglia, mentre stavamo già pregustando il piatto di spaghetti che ci saremmo fatti appena arrivati a casa, più per abitudine che per altro accendemmo la radio. Apprendemmo così che in Russia alcuni autorevoli membri del governo avevano deciso che era arrivata l’ora di farla finita con Gorbaciov, l’avevano arrestato insieme a sua moglie Raissa nella dacia in Crimea dove si era recato a passare le ferie e si proponevano di ristabilire l’ordine costituito.
Ricordo che pensai, e non fui il solo: era ora! Sarà pure un Nobel per la Pace, ma ha fatto un gran casino!

E invece, nel giro di una settimana, crollò tutto. Il comunismo, ma in qualche modo anche la democrazia, e iniziò la grande rapina, in Russia come in Occidente. Tra qualche anno gli storici diranno se Gorbaciov è stato un idealista o un inetto; se Eltsin un liberale o un bandito; se Clinton è stato davvero meglio di Bush e se perfino papa Woytjla, contribuendo al crollo globale, abbia fatto davvero il bene dei cristiani. Quello che so io è che ci siamo distratti un attimo, e il secolo è finito.

 (117 – continua)

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Ossi

L’altra sera Luciana Littizzetto, la nota comica torinese, nella sua consueta rubrica su “Che tempo che fa” ci ha edotti sul risultato degli studi di alcuni ricercatori inglesi che, evidentemente non proprio oberati di lavoro, hanno mescolato le ossa di un uomo di Neanderthal e poi, nel rimetterle insieme, si sono accorti che ne avanzava una ed hanno pensato bene, come una carota in un pupazzo di neve, di infilarglielo da qualche parte. La prognosi degli studiosi, dopo ponderosi studi corroborati da numerose pinte di birra doppio malto, è stata: è un osso del cazzo.

Qui la simpatica cabarettista per amore di battuta ha voluto un po’ esagerare, cercando di spiegare il motivo per cui ora l’osso non lo abbiamo più mentre avrebbe fatto piuttosto comodo; il fatto è che, sebbene per qualche esemplare si faccia fatica ad  accettarlo, l’homo sapiens non discende dall’homo neanderthalensis ma si è sviluppato per suo conto. C’è anzi il fondato sospetto che la nostra specie, pur con l’appendice floscia, abbia sterminato gli abominevoli con l’osso, ma non ci sono ancora le prove scientifiche e per averne la certezza occorreranno ancora parecchie generazioni di ricercatori e soprattutto parecchie pinte di birra. Con questo ho dato fondo a tutte le mie nozioni di paleontologia, pertanto vi invito ad approfondire la questione a casa vostra, con calma.

Chiedo a chi conosce il mondo più di me: ma in Inghilterra, giacché gran parte di queste scoperte viene da lì, tengono dei dipartimenti di ricerca appositi per far felici i comici? Possibile dico io che dal 1829 ad oggi nessuno abbia fatto caso a questo ossetto e tutti quanti, non sapendo dove metterlo, l’abbiano appioppato a casaccio da qualche altra parte dello scheletro? Faccio fatica a crederlo.

A proposito di ossi, il nostro ministro del Lavoro, dei Voucher e delle cooperative si è distinto per una dichiarazione che una volta tanto condivido. Parliamo tanto dei centomila cervelli costretti ad emigrare: ma siamo proprio sicuri che siano tutti-tutti ‘sti gran cervelli? Non è che qualcuno di questi cervelloni era in quella stanzetta a cercare di incastrare l’osso, come un cubo di Rubik? Vorrei essere rassicurato sulla questione. L’altra parte del discorso, che condivido però solo in parte, è: d’accordo, quelli che vanno all’estero saranno sicuramente bravi, ma non è che chi rimane qua sia necessariamente un coglione. No, è vero, non necessariamente: è una libera scelta che specialmente gli ingegneri informatici, che ben conosco, abbracciano spesso.

Rivolgo un appello alle donne: Madri, impedite ai vostri figli di diventare ingegneri informatici! Piuttosto indirizzateli ad attività più oneste come lo spaccio di stupefacenti o il gioco d’azzardo, faranno meno danni! Sorelle, se avete un fratello che vuol diventare ingegnere informatico, fategli terra bruciata con le vostre amiche raccontandogli di quanto poco si lavi, di quanto ami rubarvi i vestiti e rimirarsi davanti allo specchio vestito da Barbie Principessa! Mogli, se inavvertitamente avete sposato un ingegnere informatico, evitate di perpetuarne la stirpe! Concupite e concepite, ma non con lui!

Mentre i nostri amici inglesi si trastullano con i loro ossetti, noi brandiremo l’osso che più ci piace: quello del prosciutto! Voglio chiudere con un’immagine che farà inumidire le ciglia ai cuori sensibili del secolo scorso: Capodanno, famiglia e parenti, bambini, fratelli e cugini, pentolone con fagioli, cotiche e osso di prosciutto, di quel prosciutto fatto in casa l’anno prima e arrivato alla fine giusto per l’occasione, quel prosciutto che ci aveva accompagnato in quasi tutte le giornate di scuola, altro che merendine, altro che pizzette: pane e salsiccia, pane e ciauscolo, pane e prosciutto…

Per essere felici non c’è bisogno di avere tante cose, o di sapere tante cose. Anche un osso può bastare, se è quello giusto e, soprattutto, se è usato bene.

(116. continua)

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La grande proletaria si è mossa

Sto studiando, per mio diletto, la storia della disoccupazione in Italia dall’unità ad oggi. Mi sono imbattuto in questo discorso di Giovanni Pascoli, del 1911, che conoscevo solo per il titolo ma non nel contenuto. Cercavamo la Quarta Sponda, per dare terra e lavoro ai nostri disoccupati costretti altrimenti alla miseria o ad emigrare e nel contempo, usando l’esercito come strumento, si formava un popolo. Ora per i popoli dell’altra parte del Mediterraneo la Quarta Sponda siamo diventati noi, e l’Impero Ottomano rialza la testa; la grande proletaria è una vecchia sfatta e i suoi figli fanno le battaglie su twitter. 

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La grande proletaria si è mossa

Giovanni Pascoli

1911

Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada. Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava.

Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos!

Erano diventati un po’ come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano.

Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d’Italia.

Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Sì, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi.

Si diceva: — Dante? Ma voi siete un popolo d’analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s’è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik!

I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d’astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl’italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello.

Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.

Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto.

Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore.

E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.

Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati.

Anche là è Roma.

E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SÌ: Romani. SÌ: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace.

— Ma che? — Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. — La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d’un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d’un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sè, era stata vinta da popoli neri e semineri E ora … —

Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora.

Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo.

Nessun’altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Berenike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane!

Guardate in alto: vi sono anche le aquile!

Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini …

O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d’Italia? Non ha l’Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l’arte militare dei progenitori, con fossa e vallo; per avanzare poi sicura e irresistibile?

Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve.

Ma non sono le solite strade, che fanno per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d’Italia.

Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno li sotto i rovesci d’acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d’amore e ventura è spesso l’inno funebre che cantano a se stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini.

Il popolo che l’Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant’anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l’imperatore d’Austria, e ciò quando l’imperio di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file … vedeteli!

È l’ora dell’insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue, vengono … i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente.

Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant’anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sè, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell’avvenire. In cinquant’anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.

Ebbene in cinquant’anni l’Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino.

Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l’alto granatiere lombardo s’affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d’Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica.

E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v’è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.

Non si chiami, questa, retorica. Invero nè là esistono classi nè qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un’altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sè stessa?

E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande!

Lotta d’emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore.

O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l’Italia, armata ed esercito nostri!

Dicono che in codesta scuola s’insegna a oziare! E no: s’insegna a vigilar sempre. S’insegna a godere! E no: s’insegna a patire. S’insegna a essere crudeli a ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S’insegna a uccidere! S’insegna a morire.

Questa è la scuola che, oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell’umano esercizio del diritto e nell’eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l’aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù.

— Noi — dicono quei nostri maestri — che siamo l’Italia in armi, l’Italia al rischio, l’Italia. in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sè e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all’intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.

Così risponde l’Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi.

Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l’assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l’esercito nostro che ha l’armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita?

O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono divenuti masnadieri …

Sì: noi sorrideremmo se l’accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e di più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro te, o pura o santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all’orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d’ogni umanità, o madre tanto forte quanto pia!

Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell’inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d’amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a divenir pane.

O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio, e del patibolo un altare!

Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l’esempio che aveva a restar unico, del Giappone, si era, dopo poco tempo rinnovato. Le opre de’ mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell’occidente appunto come quell’altra dell’oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo’ redenta, doveva a sua volta divenir redentrice.

Così l’Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; ché in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l’impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà, non può morir più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra, di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio, in cui (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l’obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro. I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre e per i fratelli è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di coscienza di noi, di gloria e vittoria, d’amore e concordia.

Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre, e non muta mai: alla Patria a cui quando si rende, e così volontieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange.

Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perchè morirono per ciò che non esisteva ancora!

Voi l’Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti.

Qual festa vi faranno i morti vincitori di S. Martino di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell’ 84° conquistatori della bandiera del Profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felice anche i morti.

Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Flombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un’ora, consolate i morti di Custoza!

Oh! Non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche più valorosi, morti di Amba Alage e Abba Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d’Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggior Toselli così degno di guidare un’avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggior Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat!

O capitano Pietro Verri che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle Trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitan Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! E ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono.

Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l’Italia! L’Italia, cinquant’anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantennario voi avete provato, ciò che era voto de’ nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gl’italiani.

 

Giovanni Pascoli