Il  mio 25 aprile

Amiche e amici, da reduce e resistente quale sono mi sembra naturale lasciare delle tracce su come ho festeggiato questa giornata di festa (“Il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre resistenza”, gridava un bel gruppo di ragazzi e ragazze che sfilava gioiosamente). Ma per non tediarvi butterò là solo qualche titolo, qualche impressione, qualche foto.

  • Milàn l’è un gran Milàn

In più di due anni è solo la terza volta che torno a Milano, dove prima del pandemonio mi recavo giornalmente: le prime due per bisbocciare con antichi compagni di merende, e questa per manifestare per la pace. Ah, dimenticavo le tre volte che sono andato a teatro, ma quelle non le considero nemmeno: il bus scarica il gruppone di pensionati con cui mi sono imbucato a pochi metri dal teatro, mangiamo velocemente, guardiamo lo spettacolo (spesso dormiamo) e ripartiamo. I banani di piazza del Duomo, di cui vi ho parlato qua, sono ormai rigogliosi.

  • Misteri di Trenord

Ho fatto i biglietti online; non so perché ma bisogna indicare l’orario in cui si intende viaggiare, ed hanno la validità di 3 ore a partire da quella che si è indicata. Le donne a 60 anni godono di uno sconto (anziani, o senior che è meno offensivo). Per scontare mia moglie, che tra l’altro non ne voleva sapere, mi sono sbagliato ed ho comprato il doppio dei biglietti. Così per risparmiare due euro ne ho spesi quindici in più: un affarone!  Su suggerimento del customer care ho fatto richiesta di rimborso: non ci spero molto, ma tentare era doveroso. Mia moglie veramente ha detto: ti sta bene. Ingrata.

  • Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano

Ogni volta che partecipiamo alla festa per l’anniversario della Liberazione (a occhio e croce da più di trenta anni) cerchiamo di abbinare l’utile col dilettevole: il piano prevedeva la visita ad una mostra al Palazzo Reale a cui far seguire il pranzo, in modo da essere in forze per affrontare il corteo. L’ideale di donna del Cinquecento veneziano con quelle curve accoglienti mi soddisfa, penso che mi sarei trovato bene. La mostra è stata interessante ma secondo me sconta il periodo incerto e non poteva essere grandiosa come altre del passato (ricordo Caravaggio, Antonello da Messina…); nel cortile un allestimento, libri che vanno a seppellire i carri-armati. Ma tra i governanti del mondo non sembra sia rimasta molta gente che legge libri.

  • Ma non c’era la crisi?

Per pranzo puntavamo alla Antica Focacceria San Francesco, piatti siciliani: purtroppo era piena, ed abbiamo dovuto ripiegare in un bar delle vicinanze. Che delusione! Uno spritz annacquato ed una pizza con ingredienti messi sopra a caso. Unica soddisfazione, nel tavolo di fronte due turiste (Russe? Ucraine? Comunque dell’est)  che evidentemente avevano molto più caldo di noi.

  • Il corteo

La partenza era prevista per le 14:30 dai giardini di Porta Venezia; raggiungendo il nostro gruppo abbiamo notato, in testa al corteo, le bandiere dell’Ucraina con qualche bandiera americana, che mi hanno creato perplessità; poi la sera ho saputo, dalla blogger Cambio d’Aria, che c’erano anche bandiere della Nato: evidentemente i radicali e Calenda non hanno trovato di meglio per far parlare di loro. Ci sono state contestazioni, come quasi tutti gli anni: ricordo la volta che la sindaca Moratti sfilò spingendo suo padre in carrozzella, trovai davvero stupidi quelli che la fischiarono, anche se il motivo era che era esponente di un partito che i post-fascisti li aveva sdoganati. Sono molto più solidale con chi quest’anno ha fischiato chi è d’accordo con l’aumento delle spese militari e l’invio di armi! Comunque c’era tantissima gente, siamo riusciti ad entrare in piazza solo alle 16:30, proprio in tempo per sentire il discorso del segretario della Cgil Maurizio Landini e di seguito la chiusura del presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo (entrambi attaccati furiosamente nei giorni precedenti per la loro contrarietà all’invio di armi: ormai chi non è allineato è considerato un nemico… addirittura per l’Anpi hanno coniato la disgustosa: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia).

  • Rito?

Mentre in altre occasioni avevo il dubbio di stare partecipando ad un rito consolatorio, questa volta mi è sembrato invece di far parte di un popolo vivo; sarà stato che il giorno prima c’era stata la Marcia della Pace Perugia-Assisi, ma questa mi è sembrata la naturale continuazione: la mia impressione è che la stragrande maggioranza dei partecipanti, al di là della solidarietà con la povera gente ucraina, non credesse affatto che mandando più armi la guerra finirà prima e che fosse anzi preoccupata per l’allargamento con prospettive terribili; smarrita ed indignata per l’inazione dei governi che, appiattiti sulle direttive Usa e Nato, non si adoperano per cercare davvero la pace. Popolo vivo, insomma, ma rappresentato davvero male.

E finalmente siamo tornati a casa… a sera non mi sentivo più i piedi, e mi sono addormentato tutto storto sul divano, e così mi sono fatto venire pure il torcicollo. Cosa non si fa per la libertà!

Amiche e amici, ci avviciniamo al primo maggio, bei tempi quando si andava per prati a mangiare fave e pecorino.  Io lo farei anche, ma poi chi mi rialza? A presto!

Tre stelle per Olena – 29

Una mano en la cabeza
Una mano en la cabeza
Un movimiento sexy
Un movimiento sexy
Una mano en la cintura
Una mano en la cintura
Un movimiento sexy
Un movimiento sexy

L’orchestra esegue La Bomba, con la sinuosa ballerina Sibilla che guida il gruppo con movimenti provocanti e sensuali. La bella Sibilla mette generosamente in mostra la dotazione di cui madre natura l’ha fornita, appena ritoccata qua e là in punti strategici: la ragazza si avvicina ormai alla trentina e la forza di gravità, pur contrastata con ore di palestra ed esercizio fisico, tende ad avere il sopravvento su un seno della quarta misura. La ballerina, di carnagione olivastra, si spaccia per cubana (da qui il suo nome d’arte, Sibilla Cubana) ma i documenti rilasciati dall’anagrafe del comune di Belforte sul Chienti la contraddicono, riportando le generalità di Michela Pignataro, cugina di secondo grado della cantante Luana. Gilda, in prima fila, è impegnata a ruotare a tempo i fianchi, affiancata da James che fa del suo meglio ma è distratto dagli orecchini pendenti Diva’s Dream di Bulgari che la sua padrona indossa con elegante nonchalance, facendoli oscillare a ritmo.
«James, caro, ma che fine hanno fatto tutti gli chef? Sono spariti. Spero che Natascia li tenga d’occhio, non vorrei altra pubblicità negativa. Passi un presentatore, ma uno chef morto ammazzato sarebbe tutt’altra cosa, qualcuno potrebbe pensare che lo abbiamo fatto fuori noi perché era contrario ai nostri tortelli di zucca. Questo della pasta fresca è un mondo spietato, James» conclude Gilda, cambiando direzione con un piccolo balzo.
«Decisamente, signora. Mi duole dirle che oltre agli chef anche Natascia è sparita; tuttavia a quanto ho appreso ha portato con sé la pistola, che a voler essere positivi potrebbe interpretarsi come un segnale di speranza per la conclusione di questa vicenda» informa James, intrecciando le mani dietro la testa e scuotendo il bacino in modo professionale.

In cucina intanto Amaru Timu, sempre più stupito, chiede spiegazioni alla cuoca Palmira, tenendo tra le mani i due pezzi di quello che ad ogni evidenza era stato un unico ciondolo.
Palmira annuisce, e con un gesto della mano invita il maori a sedersi al tavolo di legno massiccio dove prepara le pietanze, su una sedia di vimini solitamente occupata dal gatto Ringo.
La cuoca apre l’anta di un pensile e tira fuori due bicchieri; poi dalla credenza prende una bottiglia di Vernaccia di Serrapetrona appena portata su dalla cantina, la stappa e riempie i bicchieri fino all’orlo; poi si siede davanti ad Amaru ed inizia a raccontare. Per favorire la comprensione del lettore riporteremo la conversazione in italiano, anche se Amaru non ha avuto nessun problema a capire la cuoca dato che il dialetto serrapetronese ha molti punti di contatto con la lingua maori.
«Tu conosci Greenpeace, vero?» chiede Palmira.
«Greenpeace? Gli ambientalisti, quelli delle lotte per l’Amazzonia, il Polo, la plastica nel mare? Sì, certo che li conosco, perché?»
«Sì, proprio loro… nel 1985 manifestavano contro gli esperimenti nucleari, le bombe atomiche che le “grandi potenze” facevano esplodere per testare la distruttività dei loro ordigni di morte. Riuscirono a bloccare gli esperimenti americani, ma i francesi andarono avanti. Usavano un’isoletta del Pacifico, Mururoa, che faceva parte della Polinesia francese; se ne fregavano delle proteste dei vicini, non dico delle isolette più piccole ma nemmeno di Australia e Nuova Zelanda, ed erano decisi a fare scoppiare l’ennesima bomba. Così Greenpeace decise di provare a fermarli, la loro intenzione era quella di avvicinarsi all’isola con la loro nave, la Rainbow Warrior, pensando che, finché loro fossero stati presenti, i francesi non avrebbero potuto mettere in atto i loro propositi ed inoltre contavano di riuscire a dare risalto all’operazione, in modo da sensibilizzare tutto il mondo»
«Ricordo vagamente…» risponde Amaru «io sono nato proprio in quell’anno, so solo quello che mi è stato raccontato»
«Come dicevo» continua Palmira «i vicini iniziavano a protestare, preoccupati che le radiazioni si diffondessero e causassero morti, come in effetti fu dimostrato qualche anno dopo; i francesi perciò avevano fretta di concludere l’esperimento, e per togliersi di mezzo quei rompiscatole di Greenpeace progettarono di affondargli la nave prima che salpasse per Mururoa»
Palmira si ferma, con le nocche delle mani nodose che impallidiscono stringendo il bicchiere.
«Furono due agenti dei servizi segreti, un uomo e una donna, che si spacciavano per turisti svizzeri, a piazzare le bombe sullo scafo, ad Aukland; la prima doveva essere dimostrativa, doveva servire a far abbandonare la nave a tutti; purtroppo un fotografo invece di scappare tornò in cabina per salvare la sua attrezzatura, fu sorpreso dallo scoppio della seconda bomba e ci lasciò la pelle.»
«Già… ma fu un vero e proprio boomerang se non ricordo male, perché la vicenda fu clamorosa ed ebbe una risonanza mondiale… dopo di allora gli esperimenti vennero bloccati. Sì, ma io che c’entro in tutto questo?» chiede Amaru, versandosi un altro bicchiere di Vernaccia.
«Pazienza, e non fermarmi troppe volte che se no perdo il filo… hai ragione, l’avvenimento fu troppo clamoroso: il ministro della Difesa dovette dimettersi, e i due autori furono messi in un carcere francese, da dove furono liberati dopo nemmeno due anni. Sai come si dice, cane non mangia cane… gli esperimenti vennero bloccati, ma non per molto, anzi poco dopo ripresero e andarono avanti fino al 1996. In tutto ne hanno fatti più di duecento» conclude con amarezza Palmira, vuotando il bicchiere ed alzandosi verso la credenza, dove apre un cassetto e ne estrae un vecchio album di foto con la copertina in pelle. Lo poggia sul tavolo, di fianco ad Amaru, e lo sfoglia fino ad arrivare alla foto che cercava, dove una bella ragazza riccia, in piedi sul molo di un porto, sorride con alle spalle una nave colorata.
Amaru guarda la foto, attratto dalla collana che la ragazza indossa al collo.
«Ma questo?» chiede il maori, stupito, riconoscendo nella foto il ciondolo che ha in mano. «Che vuol dire, chi è questa ragazza?»
Palmira sospira, prendendo dalle mani di Amaru uno dei due pezzi del ciondolo.
«Chi era… già, bella domanda. Era una che non si accontentava di vivacchiare, era una che amava la vita. Era dolce e determinata, aveva la testa dura: voleva cambiare il mondo. Si chiamava Eleonora» dice Palmira, accarezzando la foto, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime.
«Era mia figlia, Amaru. Era tua madre» conclude Palmira, poggiando la sua mano su quella del gigante.

La Rainbow Warrior nel porto di Auckland dopo essere stata bombardata dai servizi segreti francesi.

The End (Cronachette della quarta ondata)

Amiche e amici, improvvisamente com’è venuta, dopo due anni giorno più giorno meno, la pandemia se ne è andata: non perché non ci siano più morti o ricoveri, ma solo perché è sparita dai giornali e dai TG. Era ora! Peccato che per essere accantonata sia stata necessaria una emergenza ancora più grande, perlomeno localmente, la guerra in Ucraina; e molto probabilmente, quando sarà finita questa, per sostituirla ci sarà bisogno almeno di un’invasione aliena.

La benzina (ma la guerra non c’entra, era aumentata già da prima) supera ormai stabilmente i 2 euro al litro; il nostro parlamento ha deciso che, per far fronte alla probabile anzi certa penuria di gas (e del resto se gli abbiamo bloccato i sistemi di pagamenti perché i russi dovrebbero darci il gas?) sarà possibile riaprire le centrali a carbone chiuse ed estrarre più gas. Stamattina, andando a far spesa e guardando la fila quotidiana di macchine in direzione centro città, direzione per fortuna contraria alla mia, mi sono sorpreso a dar ragione a Mussolini quando doveva riconoscere, dopo la quasi disfatta in Grecia,  che gli italiani nella prima guerra mondiale erano migliori, dato lo slancio con cui tanti si erano offerti volontari; ed ora in piccolo ripenso a come noi affrontammo quelle giornate di austerity nel ’73, quando gli arabi non ci davano più il petrolio: domeniche senza auto, spostamenti solo se necessari, che bellezza! E quindi posso tranquillamente affermare che gli italiani di 50 anni fa erano ben migliori di quelli di adesso, non disposti a lasciare la macchina nemmeno per fare 100 metri ma disposti a tutto pur di mantenere il proprio “stile di vita” consumista, chi se ne frega dell’ambiente, chi se ne frega se i prezzi vanno alle stelle, chi se ne frega se Greta piange.

Stamattina ho saputo di una donna, disoccupata, che non riuscendo ad aprire il conto corrente perché non è vaccinata e gli è impedito di accedere alla banca per le firme necessarie, non può riscuotere l’importo della disoccupazione. Ed ho anche pensato che gli ucraini, per i quali a parole sono tutti disposti ad immolarsi, fino a ieri dato che i vaccinati sono solo il 37% non li avremmo nemmeno fatti salire sui bus, per non parlare di lavorare. E pensare che da giugno i migliori hanno dichiarato guerra ad una parte della popolazione italiana, quando la vaccinazione da noi era già all’80%…  

Il migliore dei migliori ha però dichiarato che dal 31 marzo l’emergenza Covid finirà. Finiranno le restrizioni, finirà l’uso scriteriato e discriminante del green pass? Questo non si sa ancora. A me il green pass scade il 10 marzo, il 12 marzo dovrei andare a vedere Il berretto a Sonagli al Piccolo Teatro di Milano: fare la terza dose adesso mi pare assurdo, penso che salterò. Del resto sabato scorso ero stato a vedere “Heichmann” con Paolo Pierobon e Ottavia Piccolo, bravissimi attori ma che vi devo dire, sarà stato l’argomento saranno state le luci sarà stata la mascherina che faceva mancare il fiato (tra l’altro a teatro la capienza ammessa è del 100%, quindi si sta appiccicati come nell’era pre-Covid) mi sono addormentato più volte, e mi sono sorpreso ad un certo punto a parteggiare per Heichmann ed auspicare la soluzione finale per la rappresentazione ed i suoi interpreti.

Il TG ha messo l’elmetto, e tutte le sere parla solamente di Ucraina. Da parte mia spero solo, per gli ucraini, che la guerra finisca presto; la UE che di solito non riesce a mettersi d’accordo nemmeno per stabilire quanto latte debba contenere una tavoletta di cioccolato, ha stabilito di inviare mezzo miliardo di euro di aiuti militari. A me sembra difficile che si possa ottenere la pace inviando armi; mai come in questo momento ci si rende conto dei nani che reggono la politica europea, a partire dalla osannata Ursula Border Line, come la chiama mia suocera; sui nostri stendiamo un pietoso velo, a cominciare da Draghi che dimostra ogni giorno di più la sua inadeguatezza su argomenti che non siano economici. Torni a fare il banchiere… per non parlare del ministro degli Esperi per caso, Di Maio, che è uno di quelli, come li chiamava mio nonno, che non sa ne parlare ne star zitto. Aridatece Andreotti!

Amiche e amici, dichiaro che con questo pezzo le cronachette della quarta ondata sono esaurite; martedì abbiamo iniziato il corso di balli folcloristici baltici con gli anziani (l’età media comunque è sui cinquanta) con un’istruttrice molto simpatica e brava; da dieci giorni sono impegnato nella preparazione dei canti per il funerale della figlia della mia amica, di cui vi avevo parlato, morta a 36 anni per un melanoma aggressivo. Come capirete il morale non è al top; del resto siamo in quaresima, non per niente. A presto!

Si offre come negoziatrice

Tre stelle per Olena – 19

« Carramba che sorpresa! Abbiamo qua la nipote del nonno morto. Che cose strane succedono in Cina, che razza di magia taoista avete fatto, Po?» chiede Nonna Pina fingendo stupore e rivolgendo alla ragazza un sorrisetto ironico.
«Più che di magia si trattò di illusionismo… » risponde Po, divertito. «Li Yuqin partorì un bambino sano, e lo sostituimmo prima che i giapponesi se ne accorgessero. Lo feci portare in campagna, affidato ad una famiglia di assoluta fiducia. Perfino a sua madre facemmo credere che il bambino fosse morto, fu crudele ma era per la sua sicurezza… la nostra intenzione era quella di andarlo a riprendere una volta che le acque si fossero calmate, ma non ne avemmo il tempo»
«Perché, che successe?» chiede Montesi, ormai rapito dal racconto.
«La guerra era ormai finita, i giapponesi avevano perso anche se la resa non era stata ancora dichiarata, e si preparavano a lasciare il Manciukuò. Disarmarono a sorpresa tutta la Guardia dell’Imperatore per impedirci qualsiasi ribellione. Questione di ore, i russi invasero la Manciuria e l’imperatore e la corte tentarono di fuggire verso il Giappone per consegnarsi agli americani, immaginando che li avrebbero trattati meno duramente, ma i sovietici li intercettarono e li portarono in Russia. Quando seppi che l’imperatore era stato catturato mi consegnai anch’io per cercare di stargli vicino. Ci tennero prigionieri cinque anni e poi ci restituirono alla Cina, dove nel frattempo Mao Tse Tung aveva sconfitto Chiang Kai-shek e proclamato la Repubblica Popolare. Venimmo internati in un campo di rieducazione, a Fushun, dove rimanemmo nove anni, finché il cittadino Pu Yi fu dichiarato riabilitato»
«Perché rimase con l’imperatore, signor… generale Po? Non aveva più nessun obbligo, mi pare, poteva vivere la sua vita, non era colpevole di nulla più che aver fatto il proprio dovere» chiede Montesi, colpito.
Po respira profondamente, e fissa Montesi negli occhi:
«Avrei dovuto vivere una vita senza onore, maresciallo? Avevo fatto un giuramento. E’ facile stare vicino alle persone quando sono forti e potenti, ma è nella disgrazia che si misura la lealtà. Non sono riuscito a proteggere Pu Yi dall’influenza dei giapponesi, ma posso dire di averlo aiutato a diventare un uomo nuovo e lo sono diventato a mia volta. Ne valeva la pena»
«E il bambino?» chiede Montesi, con la voce incrinata dall’emozione.
Un sorriso illumina il volto di Po:
«A quel punto solo io e la levatrice sapevamo della sua esistenza… la famiglia che l’aveva adottato si trasferii a Hong Kong, dove tuo nonno» dice rivolto a Li Wok «studiò e divenne avvocato. La società per cui lavorava lo mandò per qualche tempo nella sede in Australia, dove conobbe tua nonna e decise di stabilirsi definitivamente. Io uscito di prigione rimasi ancora vicino al mio signore ma dopo la sua morte, nel 1967, non c’era più niente che mi trattenesse. Non era facile uscire dalla Cina a quei tempi, specialmente per chi aveva un passato come il mio, ma finalmente qualche anno dopo riuscii anch’io a raggiungere l’Australia. Ho custodito il segreto di tuo nonno, e controllato che nessuno ne venisse a conoscenza…»
«Perché? Perché non gliel’hai detto, aveva diritto di saperlo, e anche noi!» contesta Li Wok.
«Non era più tempo di imperatori» risponde calmo Po. «Quel mondo è morto, e quello che ne rimane morirà con me. Il popolo non deve mai più dipendere da imperatori, e tanto meno dai capricci di un bambino. Ho avuto tante volte l’impulso di parlare a tuo nonno, ma mi sono sempre trattenuto. A che pro? Aveva una buon lavoro, una bella famiglia, figli e nipoti che adorava e lo adoravano. Tra cui un ragnetto che gli si arrampicava addosso e si faceva sempre fare il solletico..»
Li Wok spalanca gli occhi, colpita.
«Ragnetto? Ma, come fai a…?»
«A sapere che tuo nonno ti chiamava ragnetto? Chiamala magia anche questa, se vuoi. Non è difficile rendersi invisibile… la morte di tuo nonno mi rese molto triste. Avrei potuto tornare in Cina, ma come ho detto non c’era più niente che mi attirasse là, così venni in Europa. L’imperatore aveva avuto un precettore inglese, lo sapevi? Amava i costumi occidentali. Ho visitato luoghi che avevo solo immaginato e infine mi sono fermato qua. Ti aspettavo… »
«Alt, alt, per l’amor di Dio!» implora Montesi, alzando le braccia. «Quindi lei, generale o quel che è, mi sta dicendo che la signorina, qua, è davvero la discendente dell’ultimo imperatore della Cina? E lei signorina, chef o quel che è, come ha fatto a saperlo? E avete qualcosa che lo dimostri, o vi siete inventati tutto e magari vi siete messi d’accordo per far fuori Turchese sa solo il cielo perché? Sapete che vi dico? Che adesso mi sono rotto le palle di questo polpettone storico. Colasanti! Staccati da quella porta, che sta in piedi da sola! » urla Montesi al sottoposto, rimasto appoggiato allo stipite in attesa del finale.
«Comandi, maresciallo» risponde l’appuntato, ricomponendosi.
«Riporta l’imputata in guardina, e voi, signori» intima a Po e Nonna Pina con un gesto eloquente «potete andare. Grazie della collaborazione, vi faremo sapere»
«Ma come, vi faremo sapere? Ma se le abbiamo detto che…» protesta Nonna Pina.
«Ho detto di andare. E non costringetemi a mettere dentro anche voi» taglia corto il maresciallo.
Nonna Pina lancia uno sguardo a Olena, che con un cenno la invita a seguire l’ordine di Montesi. I due, riluttanti, lasciano la stanza scortati da Piccioni, mentre Colasanti riporta Li Wok nella cella dove è custodita.
Montesi e Olena rimangono soli nella stanza, la russa con un sorrisetto ironico dipinto sul volto.
«Ti diverti?» chiede Montesi.
«Abbastanza» risponde Olena. «Loro non c’entrano niente, tu sai vero?»
«Imperatrice della Cina… ma pensa te. Prima che arrivassero quei due ha chiamato il giudice. Mi ha detto che mi dà ancora 48 ore, e poi mi toglie il caso» informa Montesi, scrollando le spalle. «Non che me ne freghi molto, anche se mi dispiacerebbe lasciare le cose a metà»
«Io so cosa ci vuole per te» afferma Olena, con una punta di malizia.
«Lascia stare, l’ultima volta ci stavamo per lasciare la pelle, non mi pare proprio il caso» obietta imbarazzato Montesi.
«Non intendevo sesso, possibile tu pensa sempre a quello?» lo corregge Olena, passandosi la lingua sulle labbra .
«Stasera in villa si balla. Vestiti bene, prego. Rilascia Li Wok, devono esserci tutti» ordina, più che invitare, Olena. Poi si alza ed incede ancheggiando verso l’uscita; sulla soglia, quasi dimenticando qualcosa, si volta e completa le istruzioni:
«E porta Ines, per favore. Lei balla molto meglio di te»

Non sembra anche a voi che Mr. B assomigli sempre più a Mao Tse Tung?

Tre stelle per Olena – 18

Nonna Pina, con gli occhi fiammeggianti e la voce rauca che vibra di indignazione, punta un dito ossuto verso la giovane chef. Po le rivolge un sorriso riconoscente e prova a calmarla:
«Lasci stare signora, è passato troppo tempo…»
«Proprio perché è passato tanto tempo, Po, bisogna che qualcuno racconti la verità a questa signorina!» risponde la battagliera centenaria.
«Chi è questa donna? Non la conosco, non voglio ascoltarla!» protesta Li Wok.
«E invece mi starai a sentire, imperatrice dei miei stivali! Il tuo trisnonno era un deficiente, e mi pare proprio che tu abbia ereditato la sua malattia!»
All’affermazione di nonna Pina Montesi si abbandona stremato sulla poltrona.
«Trisnonno, imperatrice, ma di che sta parlando? Olena, tu ne sai qualcosa?» chiede confuso alla russa, meravigliata quanto lui.
Po, imbarazzato, cerca di frenare la veemenza di Nonna Pina:
«La prego signora, è meglio non…»
«Lasciami fare Po, quando ci vuole ci vuole. Quest’uomo» scandisce indicando il cinese «non è stato semplicemente una delle guardie dell’imperatore. A venticinque anni era già generale, e comandante delle guardie! Ma chi era quel cosiddetto imperatore a cui aveva giurato fedeltà assoluta? Un pupazzo, un vanesio, un inetto! Come avrebbe potuto essere diverso, del resto? Pu Yi era stato messo sul trono a due anni¹, due anni capite? E’ vissuto sempre in un mondo tutto suo, non conosceva niente del suo paese e dei bisogni del popolo. L’hanno fatto abdicare a sei anni, e meno male, e da allora ha vissuto una vita dorata all’interno della Città Proibita con l’unica occupazione di spendere i soldi che i cinesi continuavano a concedergli, solo loro sanno perché. Completamente manipolabile e manipolato, si è prestato per pura ambizione a fare il fantoccio dei giapponesi, opprimendo la sua stessa gente! Ti dico una cosa, ragazzina arrogante: se il tuo trisnonno nella vita ha capito qualcosa è stato solo quando, finita la guerra, i comunisti di Mao Tse Tung l’hanno tenuto in carcere per rieducarlo invece di trattarlo come criminale di guerra e impiccarlo come meritava!»
«Lui aveva giurato di proteggerlo fino alla morte» insiste Li Wok, ma con meno convinzione.
«E ti pare non l’abbia fatto? Pensi che sarebbe sopravvissuto, se Po non l’avesse difeso tutto il tempo? Se Po ha una colpa, cara mia, è solo quella di non averlo fatto fuori con le sue mani il tuo imperatore! Dovresti rispettarlo e onorarlo invece di insultarlo, e baciargli le mani, se non fosse stato per lui…»
«Che vuol dire con questo?» chiede Li Wok, colpita.
Per un attimo nella stanza cala il silenzio, poi Nonna Pina e Po si scambiano un lungo sguardo, alla fine del quale l’uomo si raddrizza, si schiarisce la voce ed inizia il suo racconto.
«I giapponesi cercavano da anni di far sposare Pu Yi con qualche loro connazionale, per rafforzare i legami di amicizia dicevano, ma in realtà l’unica cosa che volevano rafforzare era il dominio sulla Manciuria. L’imperatore aveva sempre rifiutato, anzi nel 1943 aveva preso come quarta moglie Li Yuqin, una ragazza quindicenne: Pu Yi non aveva ancora avuto figli, e si sperava che Li Yuqin potesse dargli un erede. Per la verità la prima consorte, Wanrong, dieci anni prima aveva perso un bambino, e circolava voce che fosse un figlio illegittimo e fosse stato soppresso per ordine dei giapponesi. Quando Li Yuqin rimase incinta eravamo preoccupati che qualcuno potesse far del male a lei o al bambino, e la misi sotto stretta sorveglianza. Nessuno poteva entrare o uscire dalle sue stanze senza venire controllato… i giapponesi in pubblico si felicitavano, ma in realtà erano contrariati dalla presenza di un successore che un giorno avrebbe potuto reclamare quello che ritenevano ormai un loro territorio. Si mostrarono perciò offesi, dissero di ritenere le misure adottate una mancanza di fiducia, e protestarono con l’imperatore che mi ingiunse di permettere l’accesso ad un loro dottore, che avrebbe vigilato sulla salute di Li Yuqin. Mancavano pochi giorni al parto ed un eunuco venne a riferirmi di aver assistito, non visto, ad un colloquio tra due ufficiali giapponesi ed il dottore: appena dopo il parto questi avrebbe dovuto praticare al bambino una puntura letale. C’era poco tempo… quando iniziarono le doglie mandai una pattuglia a prelevare il dottore. L’ordine era di trattenerlo il più a lungo possibile, ed i miei uomini eseguirono alla perfezione, fingendo persino una scaramuccia con degli uomini armati. Quando il dottore arrivò l’imperatrice si era ormai sgravata e dormiva profondamente, spossata. Vicino a lei, piangente, la levatrice teneva in braccio un bambino, morto»
Po si ferma, ripensando a quei momenti, e un velo offusca il suo sguardo. Tutti sono in attesa, affascinati; persino Piccioni e Corinaldi, in piedi sulla soglia della stanza, aspettano la continuazione.
«Il dottore certificò la morte» continua Po «e il giorno dopo il corpicino venne tumulato, con una cerimonia privata»
«Ma non è possibile» esclama Li Wok. «Quel bambino non può essere morto!»
«E perché mai?» chiede nonna Pina, provocatoriamente. «Ne morivano a migliaia di bambini a quei tempi, grazie agli amici del tuo imperatore, e perché proprio quel bambino no?»
«Perché altrimenti io non sarei qui!» rivela Li Wok. «Quel bambino era mio nonno!»

¹ La storia di Pu Yi, maschera tragica e grottesca, è affascinante e decadente come quella della società e del periodo storico in cui ebbe la ventura di vivere. Quello che sembrava dovesse rimanere immutato fino alla fine dei secoli cambiò in poco tempo e tumultuosamente travolgendo il mondo che conosceva: l’avvento della Repubblica, due guerre mondiali inframezzate da guerre civili e sino-giapponesi, la rivoluzione comunista, e Pu Yi si ritrovò da imperatore a giardiniere, riuscendo solo allora ad essere libero e, forse, felice. L’Autore ha romanzato solo la parte del figlio avuto con Li Yuqin, che non è mai esistito.

Tre stelle per Olena – 17

Montesi, accortosi che la mascella di Olena si sta irrigidendo, riporta la ragazza alla calma.
«Signorina, si sieda per favore. Qui decido io chi può parlare» chiarisce il maresciallo, lanciando un’occhiata alla russa che gli restituisce un cenno di approvazione.
«Signor… Po, la prego, si sieda. Ha qualche dichiarazione da fare sul caso? Intanto ci vuol dire perché la signorina le ha dato del traditore, vi conoscete per caso?».
Po ignora l’invito di Montesi e rimane in piedi fissando Li Wok, che volta ostentatamente la testa nella direzione opposta. Un sorriso triste gli attraversa il volto; sposta lo sguardo verso Montesi ed inizia a raccontare.¹
«Mi chiamo Po Hui, e sono nato nella provincia di Heilongjiang, in Manciuria, il 15 aprile 1921, nell’Anno del Gallo»
«Cento anni?» domanda meravigliato Montesi «Ma ne è sicuro, signor Po? Non è che in Cina contate gli anni in modo diverso che qua in Italia? Mi sembra piuttosto in forma per essere un centenario»
«Merito del Tai Chi, maresciallo, della dieta povera di carne e del sesso» risponde sorridendo Po. «Ma la prego, non mi interrompa, la mia mente non è più quella di una volta»
«In che senso sesso? No, lasci stare, prego, continui» si scusa Montesi dubbioso, invitandolo a proseguire con un gesto delle mani.
«Provengo da una famiglia di agricoltori, abituati a spaccarsi la schiena di lavoro e a patire la fame, eravamo costantemente minacciati dalle carestie e soprattutto dalle ruberie… Era un periodo confuso per la Cina: l’Impero era crollato nel 1912 e per anni avevano spadroneggiato i signori della guerra, sconfitti infine dal generale Chiang Kai-shek; la pace però era un miraggio, l’esercito combatteva da un lato contro i giapponesi che avevano invaso proprio la Manciuria e Shangai e volevano ulteriormente espandersi, e dall’altro purtroppo contro gli stessi cinesi, l’esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung. Proprio i giapponesi nel 1932 crearono nei territori della Manciuria il Manciukuò, ponendovi a capo Pu Yi, l’imperatore deposto, facendogli credere che l’avrebbero aiutato a riconquistare tutta la Cina»
«Non nominare quel nome! Non ne sei degno!» insorge Li Wok, scattando ancora in piedi.
«Signorina, la prego» la richiama ancora Montesi «Signor Po, vogliamo venire al dunque? La storia cinese è affascinante, ma qui avremmo da fare…»
Po continua, senza dar mostra di aver capito.
«A sedici anni mi arruolai nell’esercito ed a diciotto i miei superiori, apprezzando le mie capacità, mi cooptarono nella Guardia Personale dell’Imperatore e mi trasferirono a Chanchun, nella capitale. Era il 1939, e da lì a poco sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale… nonostante le promesse, fu ben presto chiaro che i giapponesi non avevano alcuna intenzione di restaurare l’Impero: il Manciukuò di fatto era una colonia ed i cinesi erano oppressi, sfruttati e trucidati quando osavano ribellarsi. Poi, a dicembre del 1941, il Giappone attaccò gli Stati Uniti andando ad affondare la loro flotta a Pearl Harbor, nelle Hawaii, costringendoli di fatto ad entrare in guerra. Da un momento all’altro ci trovammo, da cinesi, su due fronti opposti: Chiang Kai-shek con russi, americani e inglesi, ovvero con gli stessi che per decenni avevano fatto a gara nel depredarci, e noi del Manciukuò con le forze dell’Asse, cioè con quei giapponesi di cui eravamo di fatto prigionieri. I nostri comandanti erano inquieti ma Pu Yi diceva di pazientare, che i sacrifici sarebbero stati ripagati, la vittoria del Giappone era nel nostro interesse perché avrebbe portato alla restaurazione dell’Impero ed a rinnovare l’ordine e la concordia»
«E lei ci credeva, signor Po?» chiede Montesi scettico, prevenendo un altro scatto di insofferenza di Li Wok.
Po si ferma per qualche secondo ed alza lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra alle spalle di Montesi.
«Non è importante quello che io credevo, maresciallo. Ero un soldato, avevo fatto un giuramento e lo avrei rispettato fino alla fine. Chi ero io per discutere le parole dell’Imperatore? Il mio compito era quello di difenderlo, anche con la vita se ce ne fosse stato bisogno. Questo mi imponeva il mio Onore»
A questo punto Li Wok insorge di nuovo e scatta in piedi:
«Tu osi parlare di onore? Tu, che hai lasciato imprigionare il tuo imperatore? Tu che dovevi proteggerlo con la tua vita! Di quale onore parli, tu sei solo un traditore!» urla la cinese, incontenibile.
Po abbassa la testa, quasi curvandosi sotto il peso dell’accusa; infine si rialza e con un sorriso di tenerezza si accinge a rispondere alla ragazza, quando la porta dell’ufficio si apre violentemente lasciando entrare una donna anziana con lo sguardo fiammeggiante che si rivolge a Li Wok con una voce roca e raschiante come una lima sul ferro:
«Come osi tu, piccola stupida! Sciacquati la bocca prima di rivolgerti così al generale Po!»

Montesi guarda sbalordito la vecchia e soprattutto il suo piantone Piccioni che non è riuscito a trattenerla, chiedendosi come sia possibile.
«Ma che cazzo succede ancora?» sbotta il maresciallo balzando in piedi «Ma cosa siamo diventati, la sala colloqui della Baggina²? Adesso basta! Piccioni, toglimi immediatamente dai coglioni questi due o quanto è vero Dio ti faccio fare il giro della caserma a forza di calci in culo!»
Piccioni rosso in volto entra nella stanza ma a questo punto Olena, rimasta fino a quel punto seduta in silenzio, si alza in piedi e si avvicina alla nuova arrivata.
«Babushka, è bello rivedere voi. Come mai da queste parti?» le chiede alzando leggermente il labbro sinistro in quello che sembra un sorriso, e contemporaneamente diffidando con la mano alzata Piccioni dal fare un ulteriore passo.

¹ Per comodità del lettore il racconto verrà riportato in italiano corretto, senza trascrizione del difetto di pronuncia di Po, ovvero del suo pararotacismo.
² La Baggina è il nome familiare che i milanesi danno al Pio Albergo Trivulzio, famosa casa di riposo per anziani, ed è detta Baggina perché situata sulla strada che porta dal centro al quartiere Baggio. Nel 1992 quello che allora ne era presidente, il socialista Mario Chiesa, venne pizzicato con le mani nella marmellata e da lì prese il via l’inchiesta Mani Pulite che contribuì a mettere fine alla Prima Repubblica. L’Autore pur avendo a suo tempo apprezzato la momentanea piazza pulita ha tuttavia molti dubbi sul fatto che quanto venuto dopo sia meglio, anzi.

Tre stelle per Olena – 11

Sarajevo¹, 30 novembre 2000

«Smettila di fissarmi il fondoschiena²»
«Veramente le sto coprendo le spalle, capitano»
«Allora cerca di guardare dietro di te, non davanti, e mantieni la distanza»
«Fa un freddo dell’accidente capitano, cercavo solo di… scaldarci»
«Meno quattro non è freddo. O vi hanno dato anche stavolta gli stivali di cartone? Sempre uguali, voi italiani»
«Non tocchi questo tasto capitano, mio nonno c’è stato veramente da voi ed è tornato con tutte le dita di un piede congelate. Alpino Fulvio Montesi, una roccia!»
«Se è tornato gli è andata di lusso, tanti suoi camerati sono rimasti là»
«Lo so capitano, ma non dica “camerata” in quel modo. Mio nonno era un soldato di leva, è andato dove l’hanno mandato, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Si è fatto tutta la ritirata del Don, troppi amici ha lasciato lì nella steppa»
«E’ la guerra, maresciallo capo, e nessuno vi aveva invitato, mi pare. E comunque lì c’erano tra i meno 20 e i meno 30, quello sì che si può chiamare freddo»
«Dice bene lei che è siberiana. Ma io vengo da Castelfidardo, ha presente? Dove si fabbricano le fisarmoniche, in collina e a due passi dal mare, da noi il clima è sempre mite…»
«Tu suoni la fisarmonica, maresciallo? »
«Me la cavicchio, capitano, magari quando finiamo vengo a trovarla e gliela faccio sentire»
«Non vedo l’ora. Perché hanno scelto proprio te per questa missione, maresciallo?»
«Non lo so capitano, forse perché sono… bravo?»
«Lo spero, ma non credo sia la sola ragione. Devi essere un rompiscatole, è vero? Devi aver pestato i piedi a qualcuno e anche se ci lascerai le penne non ti rimpiangeranno troppo»
«Incoraggiante da parte sua, capitano, la scuola di motivazione russa è proprio al top. E lei, allora, a chi ha rotto le scatole?»
«A tutti. Ma adesso basta chiacchiere, ecco l’altro, a ore nove. Due all’esterno, e dentro ne troveremo altrettanti. Testa o croce?»
«Testa»
«Croce. Io prendo quello di destra, tu l’altro. Tra due minuti precisi, usa il silenziatore»
«Conosco il mio mestiere, capitano»
«Vedremo. Neutralizzati questi, io entro e tu rimani fuori a coprirmi per davvero le spalle»
«Ma capitano…»
«E’ un ordine, maresciallo»
Olena, liquidata la sentinella di sua competenza con un colpo preciso al centro della fronte, sale guardinga le scale verso il secondo piano del condominio sventrato dalle bombe del generale Mladic, dove un commando di mercenari ingaggiati non si sa da chi tiene prigioniero il serbo Zivko Rodiĉic, il presidente che dovrebbe entrare in carica il giorno seguente: lo scopo è creare il caos, ognuna delle parti darebbe la colpa all’altra, e sarebbe la scintilla per la ripresa dei combattimenti³.
La russa, coperta dalle macerie dei muri e dai nudi pilastri, scivola alle spalle dei due che tengono sotto tiro il presidente, legato ad una sedia; estrae il coltello e taglia la gola del primo e poi, facendosene scudo, spara al secondo che si è girato sorpreso. Si accinge a liberare Rodiĉic, sotto shock, quando dietro di sé sente un colpo di pistola attutito ed un tonfo, a cui segue la voce beffarda di Montesi:
«Erano tre, capitano, tre…»

***

Seduta alla scrivania nel piccolo ufficio della caserma in Brianza, Olena ripensa al primo incontro con l’uomo che ha davanti e scuote la testa, incredula e delusa.
«Che ci fai qua, Nicola? In questa stazioncina di periferia, dico. Non stavi per diventare ufficiale?»
«E’ una storia lunga, Olena, e non è interessante. E tu, allora? E’ da un po’ che ti tengo d’occhio, la badante russa di Villa Rana…»
«Anche la mia è una storia lunga, Nicola, ma ne parleremo un’altra volta. Voglio sapere di te, che ti è successo? Hai perso la… fede?»
Il maresciallo Montesi prende una matita tra le mani, si volta verso la piccola finestra alle sue spalle, dando le spalle a Olena, ed inizia a raccontare la sua storia.
«La fede, dici… dopo la nostra missione fui richiamato in Italia, e per i meriti acquisiti mi fu offerto di diventare ufficiale. Iniziai il corso ed andava tutto bene finché l’anno dopo l’Italia ospitò il G8 a Genova e venni chiamato per pochi giorni per dare una mano nell’ordine pubblico. Vedevo che qualcosa non andava, c’erano questi black block che sfasciavano tutto, in mezzo c’era ogni sorta di provocatore… io li segnalavo, ma la polizia invece di contrastare questi caricava le tute bianche, gente che manifestavano pacificamente. Non capivo… finché non arrivò il giorno in cui fu ucciso quel ragazzo, Carlo Giuliani, da un carabiniere poco più grande di lui, spaventato. Un incidente, dissero… mi misi immediatamente a rapporto dal mio colonnello, e chiesi perché non fossi stato mandato ad aiutare l’equipaggio di quella camionetta, ero a pochi isolati di distanza, tutto questo non sarebbe successo… il colonnello mi liquidò velocemente, c’era l’allerta per gli attacchi di altri black block e non poteva sguarnire la mia postazione, e poi disse l’ultima frase che mi raggelò: “E poi perché se la prende così tanto, Montesi? Una zecca comunista in meno”»
Il maresciallo si gira vero Olena, lo sguardo diventato improvvisamente duro.
«Tu sai che io non mi sono mai occupato di politica, la mia politica era quella di fare il mio mestiere al meglio, di cercare di difendere i più deboli, perché quelli forti si difendono da soli, ma sentir chiamare zecca comunista un ragazzo di 20 anni morto ammazzato mi fece ribollire il sangue… poi la sera ci fu la macelleria alla scuola Diaz e le torture alla caserma di Bolzaneto, e allora capii⁴»
La matita tra le mani di Montesi si spezza, con un crack secco.
«Qualche settimana dopo Genova, seguii il colonnello che andava a trovare la sua amante, una donna sposata, e lo bloccai su una strada di campagna. Gli chiesi se fosse stato programmato tutto, se fosse già tutto preparato, e se noi fossimo stati solo usati come pupazzi. Mi rise in faccia, disse che non capivo niente, che adesso quelle zecche rosse ci avrebbero pensato due volte prima di rifare tutti i casini che avevano combinato a Genova, e che se non avevo lo stomaco per certe cose era meglio che cambiassi mestiere… poi commise uno sbaglio»
«Quale sbaglio, Nicola?» chiede Olena, con un insolito luccichio negli occhi blu.
«Portò la mano alla giacca, e provò ad estrarre la pistola. Quando lo ritrovarono, con l’auto in un fosso, aveva cinque costole ed il braccio destro rotti, la mascella fratturata ed un proiettile nella tempia destra. Strano che si fosse sparato con il braccio rotto, dissero gli inquirenti; per un po’ indagarono su qualche marito cornificato ma poi lasciarono stare, meglio per tutti, uno stronzo in meno. Stracciai la mia domanda da ufficiale, ed eccomi qua. Tra poco sarò in pensione, e me ne andrò in Romagna con Ines.»
Montesi poggia i due pezzi di matita sulla scrivania, avvicinandoli come per riattaccarli.
«E tu, Olena, tu hai perso la fede?» chiede alla russa, fissandola negli occhi.
«Niet, Nicola, la mia fede non è cambiata» risponde Olena, dura. «Sono tutti gli altri che l’hanno persa.»

¹ Tra il dicembre del 1996 e quello del 2004 l’Onu ha schierato in Bosnia-Erzegovina una forza multinazionale per vigilare sul rispetto degli Accordi di Dayton del ’95 che avevano messo fine alla guerra civile jugoslava e sancito la separazione delle Repubbliche su base etnica. Solo la Bosnia-Erzegovina rimaneva multietnica, con componenti croate, serbe e bosgnacche; la forma di governo rimaneva quella federativa, con tre repubblichette, un parlamento comune ed un presidente che, a rotazione, cambia in rappresentanza delle tre componenti.
² Tutti i dialoghi qui riportati si sono svolti in inglese, tradotti dall’Autore per comodità del lettore.
³ Questa vicenda è inventata, anche se verosimile.
⁴ Queste vicende sono invece purtroppo accadute, per quanto possa sembrare inverosimile, nel 2001 nella Repubblica Italiana in quella che avrebbe dovuto essere una democrazia occidentale e non una dittatura del sudamerica degli anni ’60. Il governo in carica, che gli italiani avevano eletto da poco, era quello di centrodestra di Berlusconi, il vice era Gianfranco Fini, il ministro dell’Interno Claudio Scajola, quello dell’appartamento a sua insaputa di fronte al Colosseo.

Ti sbatto a Gaeta! (Cronachette dallo zoccolo duro – 4)

Amiche e amici,

riemergo dalla latitanza a cui mi sono dato per sfuggire alle brigate di cacciatori di ultrasessantenni renitenti alla leva vaccinale per farvi sapere che sto bene, e così spero di voi; ho trascorso una settimana al mio paesello natìo (“Roma caput mundi, Montemilo’ secundi”) che ho passato quasi interamente in casa nella poltrona di fianco alla mia mamma, per la gioia come potrete immaginare della mia consorte. Purtroppo quando uno non ha più voglia di campare non c’è medicina che tenga, ma di questo parleremo un’altra volta perché non ho voglia di intristirvi, già bastano le notizie che si sentono ogni giorno al telegiornale.

Da lì, attraversando l’Italia, ci siamo spostati a Gaeta, dove abbiamo passato un’altra settimana, questa volta di vere ferie. Perché Gaeta, direte? Ubi maior minor cessat etc. , confesso che di Gaeta gli unici ricordi che avevo erano quelli del carcere militare dove durante la naja (che ripristinerei seduta stante) venivamo minacciati di essere spediti in caso di mancanze o negligenze. Mi tolgo subito il dente, e non lo faccio per vanteria ma per lasciare una testimonianza ai posteri: la crisi non esiste, aveva ragione la buonanima di Berlusconi già tempo fa: gli alberghi ed i b&b sono pieni, i ristoranti e le spiagge lo stesso, in autostrada code sia all’andata che al ritorno. Chi stava male continua a star male e sta anche peggio, e chi stava bene continua a spendere come se non ci fosse un domani. Abbiamo pagato il b&b (bello, nuovo, ma non certo il Grand Hotel) 160€ a notte; per un ombrellone e due lettini da un minimo di 25€ a 40€, e cara grazia se si trovava posto: l’ultimo giorno abbiamo speso 35€ per un ombrellone in diciottesima fila! Che il mare si vedeva con il cannocchiale e già arrivare a bagnarsi i piedi era una passeggiata. Abbiamo cenato sempre all’aperto, tranne una sera (prima che entrasse in vigore l’obbligo di green pass); posso testimoniare di persone respinte perché sprovviste del lasciapassare. In proporzione abbiamo pagato meno a mangiare pesce che a sdraiarci panza all’aria (tra l’altro io ho tenuto quasi sempre addosso la maglietta, ridicolerrimo mi diceva mio figlio da piccolo ma la mia pelle è diventata delicata, pensare che una volta mi gratinavo da mattina a sera e diventavo nero come un tizzone).

Gaeta è una scenografia; i castelli e le chiese che la sovrastano la sera sono illuminati sapientemente, ed è piacevole  passeggiare per il lungomare, tra bancarelle e mercatini. Dove l’unica cosa che ho acquistato sono libri vecchi, tra cui una copia anastatica delle “Narrazione Storica Religiosa Politica Militare del soggiorno nella real piazza di Gaeta del Sommo Pontefice Pio IX”, scritto da un tal Giovanni Bois nel 1854, a ricordo delle vicende che portarono il Papa a scappare da Roma all’avvento della Repubblica Romana e trovare rifugio appunto a Gaeta, allora facente parte delle Due Sicilie, da re Ferdinando II.     

Ma è una scenografia anche perché niente è visitabile: tutto chiuso, dei due castelli quello Aragonese è destinato a caserma delle Guardia di Finanza e quello Angioino, storico carcere, aperto solo sabato e domenica e non sempre; le chiese aperte a turno con orari a capocchia; siamo riusciti se non altro a visitare la Montagna Spaccata, a cui si accede sal Santuario della SS Trinità; la tradizione popolare narra che la montagna si squarciò al momento della morte di Cristo, come  il velo del tempio di Gerusalemme. Lì si ritirava ogni tanto San Filippo Neri, e lì andò a morire.

Nei dintorni abbiamo visitato Sperlonga (paese ormai “finto”, ovvero solo turistico, destino di tutti i centri dove gli abitanti vengono sostituiti da viaggiatori di passaggio); l’Abbazia di Montecassino che volevo visitare da anni e finalmente ci sono riuscito; ricordo che l’abbazia non fu distrutta dai tedeschi come a volte una propaganda superficiale fa credere ma dagli alleati che la bombardarono con una azione controproducente dal punto di vista militare oltre che criminosa per i beni che vennero distrutti (ma cosa c’era da aspettarsi da gente che bombardò persino il Cenacolo di Leonardo da Vinci a Milano, che si salvò solo per miracolo?), e fortuna che i tedeschi salvarono la biblioteca millenaria portando i volumi in Vaticano, altrimenti sarebbe andata persa anche quella. Mi sarebbe piaciuto parlare ancora di questo con l’amico Anghessa che di cose militari era addentro e con gli americani aveva ancora il dente avvelenato, ma ormai ci vorrebbe un tavolinetto a tre piedi; infine Ponza, dove era appena entrato in vigore il Green Pass e avevo paura non mi facessero salire sull’aliscafo, ma per fortuna i trasporti sono ancora liberi (per poco, pare). Il paesino colorato è delizioso, volevamo andare in una spiaggia dall’altra parte del monte che secondo Google maps era a 15 minuti di distanza ma ad un certo punto ho desistito; va bene che ho l’assicurazione sulla vita e gli eredi non soffrirebbero eccessivamente, ma farsi venire un infarto a Ponza alle 13,30 non mi sembrava ragionevole.    

Avremmo voluto fare un giro al Circeo, magari arrivando fino a Sabaudia dove ho passato sei mesi di addestramento da ufficiale di artiglieria contraerea, e naturalmente gentiluomo, ma non ce n’è stato tempo e mi dispiace un po’. Ricordo quando ci caricarono all’improvviso su dei camion per andare a spegnere un incendio sul Circeo, muniti di fruste, secchi, zappe e pale, il momento in cui mi sono sentito più utile nella mia carriera militare. A proposito di incendi, ogni giorno si vedevano passare canadair ed elicotteri con cisterne d’acqua: purtoppo in questa disgraziata estate c’è un attacco generale alle arie verdi e boschive, e i monti Ausoni non fanno eccezione. Il direttore del parco era disperato. Ma per i venti morti al giorno di Covid titoloni, misure drastiche, miliardi su miliardi: per gli incendi che tutti gli anni funestano la terra non si fa una mazza. Meno vaccini e curiamo la terra, che è meglio!

Amiche e amici, ritorno nella mia tana, tanto al cinema non posso andare, al teatro nemmeno, nei musei nisba ed in discoteca men che meno: al supermercato si può, in chiesa pure, e vedremo se si potrà andare al lavoro. Buona continuazione di estate!

Olena à Paris – 27

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale centinaia di tedeschi, qualcuno responsabile di crimini di guerra, grazie a complicità varie riuscì a fuggire dalla Germania occupata e rifugiarsi in Sudamerica, dove erano già presenti numerosi connazionali e dove alcuni governi non erano troppo schizzinosi con i nazisti, sia pure ex; di questi fuggiaschi una buona parte trovò accoglienza in Argentina. Per la verità già durante la guerra c’era stato un certo viavài tanto che negli archivi di una nota banca a Buenos Aires recentemente si sono ritrovati i i conti di ben dodicimila tedeschi scappati, per lo più con beni depredati agli ebrei.

A Tres Lomas la battaglia si è conclusa, i superstiti si sono arresi e sono stati presi in consegna dagli uomini di Juanito: quello che li aspetta non è la prigione ma un lungo periodo come sorveglianti di bovini, sorvegliati a loro volta da sorveglianti di uomini. Nella stanza al secondo piano, sventrata da un razzo lanciato da uno degli antichi montoneros, Olena, Juanito e Osvaldo sono rimasti soli.
«Muchas gracias don Juan, senza di voi e dei vostri uomini non sarebbe stato facile uscire di qua»
«E’ stato un vero piacere, señorita, mi avete fatto ritornare giovane e mi avete dato l’opportunità di suonarle a quei banditi per cui lavoravano i miei nipoti, spero abbiano capito la lezione» risponde Juanito, orgoglioso. Poi, indicando l’uomo accasciato sulla sedia:
«E di lui, che ne facciamo?»
Olena abbassa lo sguardo verso Osvaldo, con un misto di delusione e disprezzo.
«Lasciatelo libero, don Juan»
«Libero, señorita? Siete sicura? Ha tradito una volta, lo farà ancora…»
«Si, liberatelo» conferma Olena, poi freddamente si rivolge ad Osvaldo:
«Vattene. E ricorda che fortuna passa una volta sola»
Osvaldo guarda i due, incerto, temendo una trappola. Si alza in piedi e si avvia all’uscita con circospezione, poi si gira cercando di dare una spiegazione:
«Capitano, io…»
«Vattene!» ripete la russa, puntandogli la pistola alla testa. Osvaldo indietreggia fino ad arrivare alle scale, dopodiché si dà ad una fuga precipitosa.
«Possiamo fidarci?» chiede Juanito
«Io crede che sì» afferma Olena, serrando le mascelle.

Allontanatosi Osvaldo, Olena dice a Juanito:
«E ora scopriamo cosa c’è di così prezioso in questo deposito da difendere con un piccolo esercito»
«I miei compañeros hanno setacciato i tre piani e non hanno trovato niente» comunica Juanito «se c’è qualcosa dev’essere nei sotterranei»
«Allora andiamo a controllare, don Juan» dice Olena, avviandosi.
I due scendono fino al piano interrato e attraversano un lungo corridoio, alla fine del quale si trovano di fronte un ostacolo.
«Una porta blindata, c’era da aspettarselo» afferma Olena.
«Un caveau?» si chiede Juanito.
«Così sembra» risponde Olena, avvicinatasi a studiare la serratura. «Combinazione manuale a otto cifre, vecchiotta ma efficace» dichiara la russa.
«Faccio venire qualche esperto?» si offre l’ottuagenario. «Mio cugino Pedro, la pecora nera della famiglia, è un maestro della lancia termica»
«Non c’è bisogno, gracias» risponde Olena, estraendo dallo zainetto due panetti di esplosivo plastico che piazza sui cardini e sulla serratura della porta blindata. Assicurati all’esplosivo i detonatori, suggerisce:
«Meglio se ci allontaniamo» e appena giunti a distanza di sicurezza, aziona il telecomando.
Quando il fumo e la polvere si sono diradati i due, passando sopra la porta blindata riversa a terra, entrano in quello che supponevano fosse il caveau, ma con loro meraviglia si trovano in un grande locale che assomiglia più ad un magazzino, con lunghe corsie suddivise da alti ripiani metallici su cui sono stipate delle casse di legno.
«Ma che posto è questo? Sembra di essere all’Ikea» esclama Juanito, stupito. «E’ un deposito di armi?»
«Lo scopriremo subito» risponde la siberiana, sollevando una cassa e poggiandola a terra; poi facendo leva con il coltello, riesce a schiodare il coperchio ed aprirla.
«Un quadro?» constata Juanito, sorpreso.
«Si, quadri» conferma Olena, girando lo sguardo intorno e cercando di valutare l’entità della fortuna lì immagazzinata.
«Dovremo denunciarli al Governo, alla Sovrintendenza alle Belle Arti…» ipotizza Juanito.
«Non ancora don Juan, non ancora» lo ferma Olena, alla quale balena in testa un piano. «Per ora mettete delle guardie a sorvegliare l’ingresso, poi vedremo il da farsi»
Uscita all’aperto, Olena estrae il telefono satellitare e compone un numero.

«Pronto, qui casa Rana. Chi parla?» risponde una voce nota.
«Io fatina da capelli turchini, tu piccolo Finuocchietto, bambino cattivo?»
«Natascia!» esclama James il maggiordomo. «A parte che la favola parla di Pinocchio con la P e tu non hai i capelli turchini, si può sapere dove ti sei andata a cacciare? Perché non ti sei fatta viva, l’abbiamo dovuto sapere dal consolato della povera signora Pina!» la rimprovera James.
«Lascia stare adesso babushka» lo interrompe Olena. «Tu sempre vantato di essere esperto di arte, sì?»
«Esperto, insomma, me ne intendo abbastanza ma… che c’entra questo, adesso? Si può sapere dove sei?»
«Tu prende immediatamente aereo per Buenos Aires, io aspetta te domani mattina»
«Buenos Aires, domani? Ma che stai dicendo, sei impazzita? Qui stiamo preparando un funerale, e tu mi parli di arte? Ma piuttosto sbrigati a venire qua, e porta con te la salma!» sbotta James, perdendo per un attimo il consueto aplomb.
«Tu non chiamare salma babushka Pina!» lo rimbecca Olena.
«E come devo chiamarla? Salma, defunta, deceduta, cara estinta, morta, insomma devi riportarla qua immediatamente! E, se vuoi saperlo, la signora Gilda è molto contrariata con te» la informa James con un pizzico di perfidia.
«Niet, io non posso spiegare ora, ma non posso muovere da qui. Tu viene domani, e avrai tua salma» dice Olena, e tronca la comunicazione.
Rimane un attimo a guardare il telefono, poi con un sorrisetto dice tra sè: «Se tu vuole salma, salma avrai, non c’è problema»

Troppo positivo!

Amiche e amici, l’eccesso di positività che mi contraddistingue ha debordato ed è finito sull’esito del tampone di verifica. Quando per scaramanzia dicevo che quasi quasi mi sarebbe dispiaciuto lasciare la stanzetta ebbene mi sono dato la zappa sui piedi perché adesso mi toccherà rimanerci ancora per almeno dieci giorni. Dopodiché tampone o non tampone potrò uscire, perché saranno passati ventun giorni senza sintomi: dovrò stare attento a mantenere il distanziamento perché suppongo che, se dovessi risultare ancora positivo, potrei contagiare qualcuno… comunque le linee guida sono queste, probabilmente penseranno che dopo tre settimane senza sintomi la carica virale sarà molto bassa, e allora come mai il tampone la rileverebbe? Mistero.

Così come è un mistero il fatto è che l’esito mi sia arrivato da un laboratorio di Napoli. Napoli, vi rendete conto? Tutti i giorni camion di tamponi si fanno più di 800 chilometri per essere analizzati a Napoli. Non so voi ma a me questa pare una follia bella e buona; pare che questo laboratorio abbia vinto una gara, dato che l’azienza sanitaria locale non aveva abbastanza macchinari, e se tanto mi dà tanto mi chiedo: ma in quanti in giro per l’Italia (e spero solo per l’Italia) stanno mangiando con ‘sti benedetti tamponi? Possibile che fosse proprio necessario arrivare fino a Napoli?

Questa storia mi ricorda quanto successo ad una mia amica, che lavora per una lavanderia industriale che ha come clienti alberghi e ospedali: bene, fino a un paio di anni fa questa ditta aveva l’appalto per l’ospedale pubblico della città; rifatta la gara d’appalto, questa è stata vinta al ribasso da una ditta di Bologna, che ovviamente non avendo interesse a far fare avanti e indietro alle lenzuola ha subappaltato il lavoro alla lavanderia della mia amica che così si ritrova a fare lo stesso lavoro di prima, con molti meno margini che ovviamente si ripercuotono sulla qualità del lavoro e sui salari, e con questo appaltatore che in sostanza è un parassita. Dicono che così la pubblica amministrazione ha risparmiato, ma a che prezzo per l’economia locale? Ha senso tutto ciò? Io dico di no.

Fa freddo e nevica, era da molto che non lo faceva e spero che si pulisca un po’ l’aria; così ho meno rimpianti nel non poter uscire, dato che non l’avrei fatto lo stesso…

Ieri sera volevo vedere una commedia e invece ho visto “Santiago, Italia”, un film-documentario di Nanni Moretti che parla delle vicende cilene del ’73, ovvero del colpo di stato militare che depose il presidente eletto Salvador Allende, ucciso (o suicidatosi) nel palazzo presidenziale della Moneda addirittura bombardato dall’aviazione cilena. Colpo di stato ovviamente fomentato e sostenuto dagli Stati Uniti per i quali un paese socialista nel cortile di casa, così considerano il sudamerica, non era tollerabile: prima con boicottaggi e scioperi dei trasporti si blocca l’economia, mentre si soffia sul fuoco dei media e della stampa prezzolata e poi, naturalmente per evitare la guerra civile come ha avuto il coraggio di dichiarare uno dei militari intervistati, si interviene militarmente. Oggi la trama è appena poco più sofisticata, ma se si va a vedere quello che è successo in Brasile, Bolivia, Venezuela, si può fare due più due…

Tanti cileni furono uccisi, la nostra ambasciata si distinse tra quelle che riuscì a ospitare più rifugiati e riuscì a farne arrivare parecchi in Italia, dove tutti trovarono un’accoglienza solidale, un lavoro (commovente quello che racconta un vecchio delegato sindacale: mi assunsero in regola, allora non esistevano mica tutte quelle boiate che esistono adesso), una nuova patria. L’Italia di allora, cari miei, era infinitamente migliore di quella di adesso, sotto tutti i punti di vista, e la caricatura che se ne vuol fare definendoli “anni di piombo” è per non ammettere che c’era una coscienza politica, civile e perfino religiosa che è venuta meno. Di fatto l’Italia non riconobbe mai la giunta militare di Pinochet come legittima, mentre ci sarebbe parecchio da ridire sul comportamento di “San” Wojtyla con il dittatore cileno, con il quale nel corso di una sua visita in Cile nell’87 si affacciò ad uno dei balconi di quella Moneda bombardata nel golpe…

Come vedete amiche e amici cerco di coltivare la negatività, ci riuscirò? Ho dieci giorni di tempo, potrebbe essere alla mia portata!