E’ lui o non è lui? Direi di si…

Qualcuno di voi forse ricorderà che l’anno scorso mi ero messo in testa di scoprire se il ragazzo ritratto in una foto che è da anni in casa dei miei genitori fosse davvero mio nonno:

E’ lui o non è lui?

E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

Considerando che la mia zia più anziana è nata nel ’26 ed il ragazzo dimostra 13-14 anni , se la foto fosse sua avrebbe dovuto essere stata scattata una decina di anni prima, dunque nel periodo della Prima Guerra Mondiale, o poco prima / poco dopo.

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La foto, purtroppo parecchio rovinata, mostra il ragazzo con una divisa di tipo coloniale in un accampamento di tipo militare, con in mano un moschetto con la baionetta innestata. Le ipotesi sono state varie, ma siccome mio padre nel passato aveva parlato di esploratore (ora non lo ricorda più molto bene, però) ho pensato di cercare tra gli scout. Certo ora noi pensiamo agli scout come a quei bravi ragazzi in pantaloncini che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada ma, scavando scavando, mi si è aperto un mondo! Di seguito la risposta che ho ricevuto da una gentilissima signora del centro studi scout del CNGEI, Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani, l’associazione Scout laica più antica esistente in Italia (1913).

Egregio sig. …,
dalla divisa indossata da suo nonno, è possibile che sia stato iscritto al CNGEI.
Durante la Grande Guerra, moltissimi Esploratori vennero utilizzati dal Ministero della Guerra in “Servizi Ausiliari” e svolsero compiti di aiuto negli ospedali, di assistenza ai profughi, pattugliamento di linee ferroviarie, porta ordini, ecc.ecc., al posto degli uomini validi destinati a rinforzare le prime linee.
Furono organizzati parecchi corsi di preparazione di pronto soccorso e di tiro a segno con armi vere, il che giustificherebbe l’arma in mano a suo nonno.
Se desidera approfondire l’argomento, le suggerisco il libro “Gioventù Italiana e Grande Guerra – Il contributo dei Giovani Esploratori nell’ultima guerra per l’indipendenza” di G. Monetti e D. Bettale, Edizione TIPI, pubblicato in occasione del Centenario della Prima Guerra Mondiale e rientrante nel Programma Ufficiale della sua commemorazione.
Cordialità.

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Ho preso il libro, come suggerito, ed è davvero molto interessante per capire qualcosa di quel periodo che sembra così lontano, ma in fondo sono passati solo cento anni…

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Qualcuno magari si chiederà come sia possibile che non si sappia con certezza se la foto è di mio nonno o no… bisogna tener presente che mio nonno è morto nel ’44 (era dalla parte “sbagliata”, aveva aderito alla RSI e faceva il portaordini, venne intercettato dai partigiani _ non ce n’erano molti di partigiani dalle nostre parti, ma quei pochi bastarono_ e non se ne seppe più niente), e che io sappia esiste solo un’altra sua foto, perché le foto si facevano solo per avvenimenti speciali _ e chi non aveva soldi ne faceva poche! _ quando già aveva tre figli (in tutto poi furono cinque nell’arco di 18 anni); la foto la custodiva mia nonna, ed entrò in casa nostra solo quando anche nonna morì… e purtroppo dietro la  foto, che è un ingrandimento (l’originale è perso) non ci sono indicazioni utili.

Insomma, nonno non si sa come arrivò e non si sa come se ne andò… una bella storia, magari un giorno mi metterò a scriverla.

 

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Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Ci troviamo nella Piazza del Palazzo d’Inverno, è pieno di gente, turisti, corridori di una gara podistica, qualche comparsa con costumi dell’ottocento che propone di fotografarsi insieme in cambio di qualche rublo (o euro, ancora meglio).

Davanti a questo maestoso palazzo bianco e verde, se si chiudono gli occhi, si può cercare di immaginare le vicende di oltre cento anni fa: si era nel corso della prima guerra mondiale, l’Impero Russo era ormai stremato e sfiduciato, lo Zar Nicola II in febbraio aveva abdicato ed il successore aveva rifiutato di assumere il comando; il governo provvisorio di Kerenskij non aveva più l’appoggio delle masse popolari, e non era possibile costituire un’assemblea costituente a causa delle divisioni tra la Duma, la camera dei deputati, e i Soviet, ovvero le rappresentanze dei lavoratori, della Marina e dell’Esercito, dove i bolscevichi (che significa: la maggioranza) di Lenin avevano appunto la maggioranza.

L’incrociatore Aurora spara il colpo che da il via alla presa del palazzo d’Inverno; l’anno successivo la capitale fu stabilita (ri-stabilita) a Mosca, e nel 1924 il nome venne cambiato in Leningrado.

Il nome San Pietroburgo le venne restituito nel 1991, dopo il collasso del comunismo, a seguito di un referendum: curioso che gli abitanti della città scelsero di tornare all’antico nome, ma la provincia nel suo insieme decise di restare Leningrado, in omaggio ai caduti della Grande Guerra Patriottica. Così la città di San Pietroburgo rimane nella provincia di Leningrado, e mi pare giusto.

La città è molto bella. Fondata dallo zar Pietro il Grande sulle rive del fiume Neva, bonificando aree malsane e paludose, scavando canali, collegando le varie isolette con decine di ponti; doveva essere bella e potente, proiettata verso il nord Europa, e fronteggiare la potenza concorrente, che a quell’epoca era la Svezia…

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Turisti giapponesi venerano la Statua di Pietro il Grande nella Fortezza dei Santi Pietro e Paolo

Le rive sono costeggiate da splendidi palazzi sette-ottocenteschi, opera in gran parte di architetti italiani e ticinesi; a proposito di italiani, non per vantarci ma nelle sale dell’Ermitage, il famoso museo di cui il Palazzo d’Inverno ora fa parte, ci sono ben 35 sale dedicate alla pittura italiana, con capolavori inestimabili come ad esempio la Madonna Litta di Leonardo Da Vinci.

Se non fosse per le scritte in cirillico (ma comunque su quasi tutte le targhe delle vie c’è la traduzione inglese, per cui il mio sforzo di studio accelerato del russo non era poi così indispensabile) sembrerebbe di essere in Olanda, o in qualche città della Germania; del resto proprio così Pietro voleva la sua città, che assomigliasse a quelle di queste nazioni che stimava e ammirava.

E’ suggestivo fare un giro in battello la sera, dopo l’imbrunire, e vedere i palazzi illuminati; percorrere la famosa prospettiva Nevskij, la grande arteria di oltre quattro chilometri che attraversa lo spazio racchiuso in un’ansa della Neva, dove di trovano negozi, palazzi, parchetti, chiese, e dove c’è sempre un grande passeggio; visitare almeno la Chiesa di S. Isacco, la cattedrale della Nostra Signora di Kazan, che contiene un’icona della Madonna bellissima, e la scenografica Chiesa della Resurrezione, sul canale Griboedov. E la Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, ovviamente, dove il povero comandante non poteva mai uscire, in pratica era prigioniero…

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Chiesa della Resurrezione, che ad un occhio poco allenato potrebbe sembrare composta da pezzi messi a caso

A proposito di Griboedov, poco prima di partire avevo letto la sua commedia “Che disgrazia l’ingegno!”, nella quale immodestamente mi riconosco; morì giovane, fatto a pezzi nell’assalto dell’ambasciata russa a Teheran, dove stava trattando le clausole di pace dopo la guerra che aveva visto la Persia soccombere: i russi volevano indietro le donne cristiane,  armene e georgiane, presenti negli harem turchi, ma la folla sobillata da quelli che le donne se le volevano tenere linciò gli occupanti dell’ambasciata.

E’ impossibile, passando vicino a quei palazzi, non pensare a tutti gli scrittori che vi hanno abitato, o semplicemente si incontravano nei caffè per discutere delle loro opere; ogni via e ogni monumento, si può dire, sono citati e raccontati in qualche loro opera. I racconti di Pietroburgo di Gogol, Il maestro e Margherita di Bulgakov… per non parlare di Dostoevskij. Proprio oggi sono passato in biblioteca, volevo prendere Delitto e castigo e (ri)leggerlo, ma non c’era. C’era l’Idiota, c’erano i Demoni e c’erano i Fratelli Karamazov, ma Delitto e castigo no. Ho pensato che le mie forze attuali non mi permettono di affrontare letture così impegnative, di migliaia e migliaia di pagine; ho ripiegato allora (si fa per dire) sulla Sonata a Kreutzer di Tolstoj, più accessibile, che posso leggere anche in treno senza paura di rompermi una rotula nel caso, addormentandomi, che il tomo mi cada su un ginocchio.

Mi viene in mente quando, da ragazzo, andavo ad aiutare mio padre a bottega (lui era fabbro, lo ricorderete); la mia mansione spesso era quella di spazzare per terra, compito che svolgevo con scrupolo persino eccessivo; una volta al mese il postino Renato consegnava la “Selezione del Reader’s Digest”, di cui mio padre non so perché aveva l’abbonamento; questa rivista (non so se esista ancora) pubblicava insieme tre o quattro libri ma di ognuno solo qualche pagina era originale, ed il resto era un riassunto, ben fatto e curato, ma sempre riassunto. Quasi un bignamino, che forse in questi casi sarebbe utile…

Alzi la mano quanti hanno letto “I Fratelli Karamazov” in edizione integrale. Senza barare, eh? Quelli della mia età sono fortunati, perché la Rai ce l’ha trasmesso in televisione a puntate nel novembre-dicembre del 1969, con un cast di attori fenomenali. Allora si faceva cultura, e la gente non si annoiava mica: 15 milioni di audience! C’era fame di conoscenza, oggi tutti pensano di sapere tutto e l’ignoranza invece imperversa.

Ho in mente tante immagini: il fiume di gente che la sera attraversa il ponte prospiciente l’ammiragliato, per andare sul Lungoneva, o sulla Piazza del palazzo d’Inverno, o sulla Prospettiva Nevskij; le macchine private sul Lungoneva che, nel portabagagli, hanno delle macchinette di caffè con il quale fanno espressi da vendere ai passanti; la metropolitana profondissima, che abbiamo preso per mettere alla prova la mia lettura del cirillico (esame superato): il biglietto costa solo 45 rubli, circa 60 centesimi. Le piccole band di musicisti che si mettevano a suonare per strada, dove subito di formavano i capannelli di ragazzi… giovani, tanti giovani! Ho visto pulizia, gioia e la voglia di godersi queste giornate di sole.

Erano in corso anche le esercitazioni per la festa della Marina, che si sarebbe tenuta il 27 luglio, ma noi eravamo già partiti; a proposito, il servizio militare in Russia dura un anno, e spesso si incontrano dei reparti di soldati; anche da loro si sta discutendo se abolire la leva e puntare solo sull’esercito professionale, mi auguro non facciano il nostro stesso sbaglio.

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L’incrociatore ha appena sparato una palla facendo centro nel bersaglio

Abbiamo fatto un’escursione alla cittadina di Puskin (o Tsarskoe Selo, il villaggio degli zar) dove abbiamo visitato il palazzo di Caterina, e la splendida Camera d’Ambra. Il palazzo fu distrutto dai tedeschi prima di ritirarsi, nella seconda guerra mondiale; la Camera d’Ambra originale fu smontata e portata via. Venne anche catalogata (reperto 200) ma dopo la guerra non fu mai ritrovata. Quella di oggi è una riproduzione fedele, rifatta sulla base delle fotografie e disegni originali, e la spesa è stata sostenuta dal governo tedesco, a parziale risarcimento dei danni fatti.

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Miei compagni di fatica ai quali sono state negate le meritate ferie

Due parole sul cibo. Essendo un tour organizzato, la maggior parte dei pasti li abbiamo consumati in alberghi o ristoranti convenzionati: il menu consisteva di solito in insalata, zuppa, un secondo di carne o pesce e dolce. Noi non siamo abituati alle zuppe in estate, ma devo dire che dopo un po’ le ho trovate gradevoli. Una sera ci siamo liberati e siamo andati a mangiare in un piacevole ristorantino georgiano, dove abbiamo preso dei ravioloni di cui non ricordo il nome, della buona carne e due buone birre, e abbiamo pagato meno di 25 euro in due: da tornare!

Spero di non aver fatto troppa confusione, come dicevo ho mischiato racconti impressioni e ricordi; ma, date retta, vi conviene andare a vedere da voi…

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Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

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¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

I suggerimenti più acuti ricevuti nonché qualche ricerca storica portano a pensare che il ragazzo sia uno scout, magari del Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori ed Esploratrici? Se tra di voi c’è qualche storico dello scoutismo è il momento di palesarsi.

La data ipotetica in cui la foto è stata realizzata, 1910-1920, sarebbe compatibile con la nascita dello scoutismo in Italia; così come le perplessità sulla presenza di fucile e baionetta sono fugate dal fatto che nei gruppi originari veniva effettivamente impartita una istruzione premilitare. Poi i cattolici si fecero i loro gruppi e forse quelli i fucili non li usavano, ma non ne sono sicuro.

Sarà proprio così? Quel ragazzo dalla carnagione un pò scura e dallo sguardo serio, forse un pò triste, è davvero quell’Ernesto di cui rimangono poche tracce? Cosa pensava, come si sentiva, senza padre e senza madre, e persino senza patria essendo apolide (eppure per la patria morì, seppure dalla parte sbagliata)? Viene voglia di abbracciarlo, di dirgli: “Ernesto lascia stare quel fucile, vieni via dai che andiamo a giocare a pallone”.

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Credo che a nonno farebbe piacere sapere che, nonostante siano passati più di settant’anni dalla sua sparizione, i nipoti e bisnipoti in qualche modo lo ricordano ancora. Mia madre ha raccontato che, quando nacque mio fratello il terzogenito, nel ’67, per lui aveva scelto un altro nome ma la notte prima del battesimo gli comparve in sogno mio nonno, di spalle, come per andare, che le disse: “Di me non si ricorda più nessuno”. Così mio fratello si chiama Ernesto, e anche lui avrà una bella storia da raccontare ai nipoti.

 

E’ lui o non è lui?

Questo è un esperimento, per vedere se almeno i social ogni tanto servono a qualcosa. La foto che allego dovrebbe essere stata scattata tra l’inizio del secolo ed il 1920 (dal 1910, più probabilmente). Mostra un ragazzo, diciamo avrà al massimo 14 anni? con una divisa che sembra da esploratore, da scout, ranger?

Alcuni mi hanno detto che potrebbe essere una divisa da esploratore in qualche colonia, qualcuno una divisa statunitense. Ha anche un fucile, sembrerebbe un qualche campo militare (di addestramento?) ma sono solo mie supposizioni.

So solo che dovrebbe essere mio nonno, ed a quell’età avrebbe già dovuto essere in Italia (dall’Argentina), ma le fonti storiche scarseggiano e l’alternativa sarebbe chiederlo a lui con un tavolino a tre gambe ma servirebbe una buona medium.

Qualcuno ha qualche indizio, o magari qualche foto simile che possa aiutare a capire che cosa stesse facendo il giovane Ernesto (sempre che fosse il giovane Ernesto)?

La foto (un ingrandimento d’epoca) ha delle scritte a matita sul retro, illeggibili, ci vorrebbero gli strumenti del Ris ma non è il caso di scomodarli per quesiti di famiglia.

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Thanks in advance!

p.s.
se anche dovessi scoprire che non è mio nonno pazienza. Ormai è stato adottato come nonno e come tale passerà nei cimeli di famiglia.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

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Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

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Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

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¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

España cañí

Quello del turista è un mestiere impegnativo. Specialmente per un Ossimoro come me, che se ne starebbe beatamente in panciolle tutto il giorno con il suo libro ed un bicchierino di vino.

Una volta, quando non c’era Internet, era più facile. Innanzitutto si andava molto meno in giro. La prima volta che insieme alla mi señora visitammo la Spagna, che coincise come vi ho raccontato con il giorno che il mio secolo finì, ci mettemmo un bel po’ a scegliere la destinazione, e per tutte le prenotazioni ci rivolgemmo ad una agenzia di viaggio, oltre a doverci rivolgere alla banca per munirci di pesetas e travellers cheque.

Bisogna ammettere che la moneta unica ha molto semplificato lo scambio all’interno dell’Europa. Se non altro quando si è all’estero non si è costretti a portare la calcolatrice per capire quanti soldi si stanno spendendo. Gli altri vantaggi specialmente di questi tempi non sono evidentissimi. Ci bombardano tutti i giorni dicendo che uscirne sarebbe una catastrofe che anche la sciagura di restarci così com’è sembra rassicurante. La sensazione non molto piacevole è quella di essere tenuti per gli zebedei da dei cravattari.

Oggi tra Booking, Trivago, Tripadvisor, Ryanair e quant’altro ognuno diventa agenzia di viaggio di se stesso; avendo tempo e qualche soldino si può decidere di andare a passare un weekend in qualsiasi paese scegliendo il volo più economico possibile e portando il minimo bagaglio possibile.

A proposito di bagaglio, abbiamo passato una giornata a Toledo, antica capitale, stupenda cittadina ottimamente collegata a Madrid con i treni ad alta velocità; la cattedrale è un gioiello storico ed artistico; ho riflettuto sul fatto di conoscere pochissimo la storia spagnola come peraltro quella di quasi ogni paese e mi sono ripromesso di tornare per visitare il museo della cultura visigota. Avvincente la storia di questo popolo che pressato dagli unni chiese di poter entrare nell’Impero Romano in decadenza e finì poi per contribuire a disfarlo; sembra quasi storia di oggi.

Il bagaglio dicevo non mi ha aiutato perché avrei portato volentieri a casa una lama di Toledo, utilissima di sera sui treni delle Ferrovie Nord, ma a malincuore vi ho dovuto rinunciare perché non avrebbe superato i controlli di sicurezza dell’aeroporto.

La Camera ha approvato delle modifiche di legge in materia di legittima difesa notturna. L’iter proseguirà al Senato; speriamo non sia l’inizio del far west: ho sempre in mente l’atleta sudafricano Oscar Pistorius, il velocista senza gambe,  che in Sudafrica ha sparato alla fidanzata credendo (dice lui) che ci fosse un ladro in bagno.

Dunque siamo tornati a Madrid dopo più di 25 anni. Personalmente mi sento un po’ a disagio nell’andare in giro oggi. Voglio dire, non che non mi piaccia, ma sentirmi dentro al meccanismo del turismo di massa mi fa sentire un po’ un pollo in batteria. Anche se le città architettonicamente rimangono uguali, o magari si abbelliscono, l’impressione è che si amalgamino sempre di più; le stesse catene, gli stessi negozi, addirittura gli stessi prezzi… e gente che corre da una parte all’altra non tanto per vedere e capire, quanto per far vedere agli altri di esserci stato, di segnare un’altra tacca sul calcio del proprio I-Phone.

Oggi la gente del mondo si sposta molto di più; chi in aereo e chi in barcone, chi come me privilegiata per divertimento (o cultura se vogliamo esagerare) chi per cercare una vita migliore.

Non è elegante parlare di barconi dopo essere stato a bisbocciare, me ne rendo conto. Sono sempre più convinto che se le contraddizioni e ingiustizie del mondo non vengono risolte a partire da dove sono più gravi non ne usciremo. L’approccio solo caritatevole non basta, non può bastare e arrivo a pensare che sia addirittura deleterio: bisogna che in quei posti il popolo si prenda il potere, con le buone e se necessario con le cattive.

Di Madrid porterò a casa, alla rinfusa, i ricordi di: Il Palacio Real con l’Armeria, Il Prado e specialmente l’aula con i dipinti visionari di Jeronimus Bosch, i vù cumprà attrezzatissimi con lenzuoli legati con corde cucite agli angoli che gli permettono di trasformarli velocissimamente in sacco all’arrivo dei vigili e della polizia (molto presenti); la sangria e la paella che ho avanzato perché mi ero riempito troppo di tapas; il Parco del Buen Retiro con il laghetto artificiale; la Vecchia Cattedrale di San Isidro, ma anche la nuova di Santa Maria de la Almudena; la quantità di locali per mangiare e bere e la quantità di persone che mangia e beve; la tariffa calmierata dei taxi dall’aeroporto al centro; un valente suonatore di dixieland che è andato avanti per due ore sotto le finestre dell’albergo a scassarci i cabasisi a deliziarci; delle persone che sembrava scattassero foto a caso ma mi inquadravano e mi hanno fatto scattare la paranoia; l’orsa nella piazza della Porta del Sol, da cui parte tra le altre una via dove di sera si prostituiscono delle ragazzine; la trippa alla madrilena che ho mangiato in una taverna e che ha portato il mio colesterolo nel sangue a livelli preoccupanti; Guernica di Picasso, che avevo visto in copia al Palazzo Reale di Milano; i boccadillos con i calamaros; Plaza Mayor sempre suggestiva dove abbiamo mangiato nello stesso ristorante di 26 anni fa.

Questo è stato uno sbaglio che ci ha procurato una grande delusione: allora, circondati da madrileni,  avevamo gustato una paella spettacolosa, almeno così ci era sembrata anche perché era la prima che mangiavamo in vita nostra; stavolta, circondati da turisti come noi, una paella triste. I camerieri però erano abbastanza stagionati e avrebbero potuto benissimo essere quelli di allora. Ma è passata la Fornero anche in Spagna?

Passeggiando per il centro ci siamo imbattuti in una taverna dal nome evocativo di España cañí, che in effetti mi ha fatto tornare in mente che quando suonavo con l’orchestrina questo era uno dei pezzi forti del nostro fisarmonicista Mauro; un famosissimo paso-doble che faceva la gioia dei ballerini più abili.

Anche La Spagnola suonavamo, “stretti stretti nell’estasi d’amor, la Spagnola sa far così..”, e a proposito di spagnola con rammarico segnalo che allora avevo notato molte più madrilene con caratteristiche fisiche adatte alla pratica, se mi seguite; ora troppi fisici atletici e nervosi scolpiti da eccessi di diete e palestre, servirebbe un po’ di ciccetta in più.

Bella Spagna! Infischiamocene se gli invidiosi nordeuropei ci hanno accomunati nell’odioso acronimo Pigs, insieme ai fratelli portoghesi e greci. Che la smettano quei fanatici mangiatori di aringhe e sanguinacci di romperci le scatole! Viva el jamon, viva el sol, felicidad y salud a todo el mundo!¹

(137 – continua)

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¹ Non sono sicuro che si scriva proprio così dato che lo spagnolo lo orecchio solamente. Spero che il senso sia chiaro.

Ricordatevi di Alamo!

Se c’è qualcuno che potrebbe nutrire sentimenti di astio verso la Corea del Nord quelli siamo noi. Nel 1966 la nazionale nordcoreana osò batterci ai mondiali di calcio in Inghilterra, facendoci fare una figura di palta; dopo la disfatta di Caporetto, quella di Corea rimane la pagina più ingloriosa della storia patria. Giustamente al ritorno a casa gli idoli osannati alla partenza furono attesi da pernacchie e pomodori; se fossimo stati giapponesi qualcuno e precisamente il commissario tecnico Edmondo Fabbri avrebbe dovuto espiare le sue colpe facendo seppuku; passò invece il resto dei suoi giorni a negare che la colpa fosse la sua, in perfetto stile Blues Brothers: “Quel giorno finì la benzina. Si bucò un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non era arrivato in tempo dalla tintoria! Era venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi rubò la macchina! Ci fu un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette!”.

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Mr. Trump a quell’epoca aveva 20 anni, dubito che tifasse Italia o semplicemente si interessasse al calcio. Gli Stati Uniti avevano ben altri problemi: le lotte per i diritti degli afroamericani, guidate da Martin Luther King che due anni prima era stato insignito del premio Nobel per la Pace, e due anni dopo fu ucciso in una cospirazione che gli Usa non hanno mai saputo, o voluto, chiarire fino in fondo; e soprattutto la guerra in Vietnam.
Guerra alla quale Mr. Trump riuscì a sottrarsi a differenza di tanti suoi coetanei con una buona dose di fortuna: alcuni rinvii per motivi di studio, un problema ai talloni per cui fu fatto rivedibile, ed infine perché nella lotteria che si svolse per decidere quali scaglioni dovessero partire per primi il suo fu uno degli ultimi.
Vorrei dire al presidente americano che non deve sentirsi in alcun modo sminuito dal non aver potuto partecipare alla carneficina in Vietnam; considerando che gli Usa sganciarono lì sopra più bombe che in tutta la seconda guerra mondiale, e gli agenti chimici che usarono come l’Orange o i micidiali bombardamenti al napalm-B uccisero e ferirono centinaia di migliaia di persone, uomini donne e bambini, e la guerra finì come finì, non c’era da esserne comunque molto fieri.

<> on April 26, 2016 in New York, New York.

Mi ritengo un uomo fiducioso nel genere umano. Ad esempio non penso che un uomo con una moglie simile possa essere meno che ragionevole ed accorto.

Il twitter scanzonato con cui Mr. Trump ha accompagnato l’invio della portaerei verso le acque coreane: “La Corea del Nord sta cercando rogne” (più o meno, scusate il mio cattivo inglese) al munifico e illuminato presidente Kim Jong-un dovrà essere sembrato un invito a nozze; mi preoccupa abbastanza che il giovane presidente, amico tra gli altri di personalità autorevoli come il nostro senatore Razzi, avendo esaurito i consanguinei da eliminare non intenda ora rivolgersi agli estranei.

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Tra l’altro sembra che in Corea del Nord siano convinti, ogni quattro anni, di essere loro i vincitori del campionato del mondo.

Spero che l’imminente Pasqua porti consiglio, almeno a chi fa un uso così intensivo di Dio; chi ha più testa la usi, per essere più terra terra.
Anche agli amici turchi, che proprio nel giorno di Pasqua andranno a votare per il referendum voluto dal presidente Erdogan per accrescere i poteri presidenziali, auguro di usare la testa.

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Il ministro degli esteri britannico si allena in vista dei negoziati di pace

A Lucca, questa bella cittadina toscana che amo molto, si è appena svolto il G7 dei ministri degli esteri. Tra gli argomenti trattati ovviamente  Corea del Nord, Siria, Libia, Russia. Mi hanno molto colpito le pacate dichiarazioni di Mr. Tillerson e  Mr. Johnson: “Mosca deve decidere se stare con noi o con Assad”. Quasi quasi sono contento di avere come ministro Angelino Alfano.

(134 – Buona Pasqua!)

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Il giorno che il mio secolo finì

A tanti ragazzi questo racconto non dirà nulla. E’ di un mondo che non hanno vissuto, conosciuto solo per sentito dire e che a stento riescono a collegare a quanto hanno intorno. E’ storia che non si studia a scuola perché troppo recente ma allo stesso tempo così lontana. A noi che c’eravamo  il mondo cambiò sotto gli occhi, così velocemente che quasi non ce ne accorgemmo. Capimmo più tardi che stava finendo una guerra, e i vincitori non avrebbero fatto prigionieri.

Il 19 agosto del 1991 io e mia moglie stavamo tornando dalla Spagna, con la nostra Volkswagen Polo verde senza aria condizionata che l’impianto costava troppo, dove avevamo passato le ferie estive con gran delizia. Avevamo percorso quasi 5.000 km, da Como a Gibilterra e ritorno; non eravamo mai stati in Spagna e ne avevamo approfittato, oltre che per goderci il mare, per andare un po’ a zonzo.

Appassionati di politica, ci eravamo imposti di non leggere giornali e non ascoltare radio; i cellulari non c’erano, perciò non c’era pericolo di essere rintracciati da pubblicità o cattive notizie. Una telefonatina a casa appena arrivati bastava e avanzava: niente nuove, buone nuove. L’Euro non esisteva, e ci eravamo portati da casa un mucchietto di pesetas e qualche travellers cheque: 100 pesetas valevano un po’ meno di 1200 lire.

La prima settimana la passammo a Lloret de Mar, di cui sento ancora nitidamente l’odore dell’aglio del gazpacho che, sudando durante il riposino pomeridiano dal momento che nemmeno la camera aveva l’aria condizionata, si spargeva nell’aria.

In Italia il presidente del consiglio era Giulio Andreotti, perno dell’alleanza di governo a cui era stata attribuita giornalisticamente la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il presidente americano era George H.W. Bush, succeduto a Ronald Reagan; quello dell’Unione Sovietica era Gorbaciov, che con gli slogan perestrojka e glasnost stava cercando di introdurre delle riforme per rivitalizzare un sistema sclerotizzato che perdeva colpi e repubbliche per strada. Sul soglio pontificio sedeva Papa Wojtyla, polacco, il primo papa straniero dopo 455 anni.
Lo scudetto era stato vinto, per la prima e ultima volta nella sua storia, dalla Sampdoria allenata da Vujadin Boskov; il festival di Sanremo, presentato da un imbarazzante Andrea Occhipinti ed una sontuosa Edwige Fenech, era stato vinto da Riccardo Cocciante.

Di Barcellona ci impressionarono la quantità  di gru e di lavori edili che erano in corso. La città, in preparazione delle Olimpiadi che vi si sarebbero tenute l’anno successivo, stava letteralmente cambiando pelle. Non so perché, una delle cose che ci colpì di più furono i parcheggi sotterranei che permettevano praticamente di arrivare in macchina fino alla Cattedrale. Mia moglie si era beccata una congiuntivite leggendo con la faccia rivolta al sole; e siccome io facevo solo da passeggero non pagante l’avevo in pratica costretta a guidare con degli occhiali neri calzati sopra quelli da vista, lacrimando vistosamente.

Ad est la cortina di ferro si stava sgretolando: nell’89 era caduto il muro di Berlino; l’anno dopo la Germania si era riunificata; gli stati satellite Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania si erano staccati, quasi tutti pacificamente ma in alcuni casi, come quello rumeno, drammaticamente. Le Repubblichette Baltiche erano in fermento e non vedevano l’ora di lasciare l’Unione.
In Italia stavano arrivando, da marzo, migliaia di albanesi in cerca della “Merica”; epico lo sbarco dalla motonave Valona, dei 20.000 che vennero stipati nello stadio San Nicola di Bari.

A Cordoba visitammo la Mezquita, a Granada l’Alhambra, a Siviglia la Cattedrale, dove una simpatica gitana chiamandomi Moreno voleva leggermi la mano e intanto mi toccava il sedere nell’intento di sfilarmi il portafogli; a Gibilterra andammo a trovare le bertucce, abbastanza scontrosette per la verità.

L’anno prima eravamo stati in vacanza in Jugoslavia. Era la prima vera vacanza che facevamo dopo sposati, a basso costo: eravamo in un albergo in un paesino dell’Istria, che a parte quello non offriva nient’altro. Tutte le sere l’orchestrina suonava le stesse canzoni: La famiglia dei gobbon, Rolling on the river… anche lì girammo un po’, ma non di sera perché le strade buie non lo permettevano: l’isola di Krk attraversando il ponte di Tito, Lubiana, i laghi di Plitvice, le grotte di Postumia, Lipizza… avremmo voluto tornare anche l’anno dopo se non che ci fu un piccolo impedimento: la guerra. Slovenia e Croazia avevano dichiarato l’indipendenza dalla Federazione Jugoslava, e sui laghi di Plitvice passeggiavano i carrarmati.

Da Cordoba a Madrid, non c’era niente. Chilometri e chilometri senza vedere una casa, solo ogni tanto su delle collinette c’erano delle sagome di tori, che interpretai come pubblicità delle corride ma che più tardi scoprii essere pubblicità si, ma di un gruppo commerciale: il toro di Osborne. Arrivammo a Madrid che il termometro segnava 44°; ci fiondammo subito al Prado, che almeno lì dentro si stava freschi. La sera mangiammo la prima paella della nostra vita in Plaza Mayor; ad un certo punto scoppiò un temporale improvviso e ci fu un fuggi fuggi generale; io sarei stato tentato di approfittarne come la maggior parte degli avventori, ma la consorte mi richiamò all’ordine dicendomi: non facciamoci riconoscere. Come italiani, intendeva, anche se di solito non sono mica i portoghesi che entrano e escono senza pagare?

Finiti i giorni ed i soldi, ci accingemmo a tornare a casa. Passata la frontiera a Ventimiglia, mentre stavamo già pregustando il piatto di spaghetti che ci saremmo fatti appena arrivati a casa, più per abitudine che per altro accendemmo la radio. Apprendemmo così che in Russia alcuni autorevoli membri del governo avevano deciso che era arrivata l’ora di farla finita con Gorbaciov, l’avevano arrestato insieme a sua moglie Raissa nella dacia in Crimea dove si era recato a passare le ferie e si proponevano di ristabilire l’ordine costituito.
Ricordo che pensai, e non fui il solo: era ora! Sarà pure un Nobel per la Pace, ma ha fatto un gran casino!

E invece, nel giro di una settimana, crollò tutto. Il comunismo, ma in qualche modo anche la democrazia, e iniziò la grande rapina, in Russia come in Occidente. Tra qualche anno gli storici diranno se Gorbaciov è stato un idealista o un inetto; se Eltsin un liberale o un bandito; se Clinton è stato davvero meglio di Bush e se perfino papa Woytjla, contribuendo al crollo globale, abbia fatto davvero il bene dei cristiani. Quello che so io è che ci siamo distratti un attimo, e il secolo è finito.

 (117 – continua)

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