Tre stelle per Olena – 19

« Carramba che sorpresa! Abbiamo qua la nipote del nonno morto. Che cose strane succedono in Cina, che razza di magia taoista avete fatto, Po?» chiede Nonna Pina fingendo stupore e rivolgendo alla ragazza un sorrisetto ironico.
«Più che di magia si trattò di illusionismo… » risponde Po, divertito. «Li Yuqin partorì un bambino sano, e lo sostituimmo prima che i giapponesi se ne accorgessero. Lo feci portare in campagna, affidato ad una famiglia di assoluta fiducia. Perfino a sua madre facemmo credere che il bambino fosse morto, fu crudele ma era per la sua sicurezza… la nostra intenzione era quella di andarlo a riprendere una volta che le acque si fossero calmate, ma non ne avemmo il tempo»
«Perché, che successe?» chiede Montesi, ormai rapito dal racconto.
«La guerra era ormai finita, i giapponesi avevano perso anche se la resa non era stata ancora dichiarata, e si preparavano a lasciare il Manciukuò. Disarmarono a sorpresa tutta la Guardia dell’Imperatore per impedirci qualsiasi ribellione. Questione di ore, i russi invasero la Manciuria e l’imperatore e la corte tentarono di fuggire verso il Giappone per consegnarsi agli americani, immaginando che li avrebbero trattati meno duramente, ma i sovietici li intercettarono e li portarono in Russia. Quando seppi che l’imperatore era stato catturato mi consegnai anch’io per cercare di stargli vicino. Ci tennero prigionieri cinque anni e poi ci restituirono alla Cina, dove nel frattempo Mao Tse Tung aveva sconfitto Chiang Kai-shek e proclamato la Repubblica Popolare. Venimmo internati in un campo di rieducazione, a Fushun, dove rimanemmo nove anni, finché il cittadino Pu Yi fu dichiarato riabilitato»
«Perché rimase con l’imperatore, signor… generale Po? Non aveva più nessun obbligo, mi pare, poteva vivere la sua vita, non era colpevole di nulla più che aver fatto il proprio dovere» chiede Montesi, colpito.
Po respira profondamente, e fissa Montesi negli occhi:
«Avrei dovuto vivere una vita senza onore, maresciallo? Avevo fatto un giuramento. E’ facile stare vicino alle persone quando sono forti e potenti, ma è nella disgrazia che si misura la lealtà. Non sono riuscito a proteggere Pu Yi dall’influenza dei giapponesi, ma posso dire di averlo aiutato a diventare un uomo nuovo e lo sono diventato a mia volta. Ne valeva la pena»
«E il bambino?» chiede Montesi, con la voce incrinata dall’emozione.
Un sorriso illumina il volto di Po:
«A quel punto solo io e la levatrice sapevamo della sua esistenza… la famiglia che l’aveva adottato si trasferii a Hong Kong, dove tuo nonno» dice rivolto a Li Wok «studiò e divenne avvocato. La società per cui lavorava lo mandò per qualche tempo nella sede in Australia, dove conobbe tua nonna e decise di stabilirsi definitivamente. Io uscito di prigione rimasi ancora vicino al mio signore ma dopo la sua morte, nel 1967, non c’era più niente che mi trattenesse. Non era facile uscire dalla Cina a quei tempi, specialmente per chi aveva un passato come il mio, ma finalmente qualche anno dopo riuscii anch’io a raggiungere l’Australia. Ho custodito il segreto di tuo nonno, e controllato che nessuno ne venisse a conoscenza…»
«Perché? Perché non gliel’hai detto, aveva diritto di saperlo, e anche noi!» contesta Li Wok.
«Non era più tempo di imperatori» risponde calmo Po. «Quel mondo è morto, e quello che ne rimane morirà con me. Il popolo non deve mai più dipendere da imperatori, e tanto meno dai capricci di un bambino. Ho avuto tante volte l’impulso di parlare a tuo nonno, ma mi sono sempre trattenuto. A che pro? Aveva una buon lavoro, una bella famiglia, figli e nipoti che adorava e lo adoravano. Tra cui un ragnetto che gli si arrampicava addosso e si faceva sempre fare il solletico..»
Li Wok spalanca gli occhi, colpita.
«Ragnetto? Ma, come fai a…?»
«A sapere che tuo nonno ti chiamava ragnetto? Chiamala magia anche questa, se vuoi. Non è difficile rendersi invisibile… la morte di tuo nonno mi rese molto triste. Avrei potuto tornare in Cina, ma come ho detto non c’era più niente che mi attirasse là, così venni in Europa. L’imperatore aveva avuto un precettore inglese, lo sapevi? Amava i costumi occidentali. Ho visitato luoghi che avevo solo immaginato e infine mi sono fermato qua. Ti aspettavo… »
«Alt, alt, per l’amor di Dio!» implora Montesi, alzando le braccia. «Quindi lei, generale o quel che è, mi sta dicendo che la signorina, qua, è davvero la discendente dell’ultimo imperatore della Cina? E lei signorina, chef o quel che è, come ha fatto a saperlo? E avete qualcosa che lo dimostri, o vi siete inventati tutto e magari vi siete messi d’accordo per far fuori Turchese sa solo il cielo perché? Sapete che vi dico? Che adesso mi sono rotto le palle di questo polpettone storico. Colasanti! Staccati da quella porta, che sta in piedi da sola! » urla Montesi al sottoposto, rimasto appoggiato allo stipite in attesa del finale.
«Comandi, maresciallo» risponde l’appuntato, ricomponendosi.
«Riporta l’imputata in guardina, e voi, signori» intima a Po e Nonna Pina con un gesto eloquente «potete andare. Grazie della collaborazione, vi faremo sapere»
«Ma come, vi faremo sapere? Ma se le abbiamo detto che…» protesta Nonna Pina.
«Ho detto di andare. E non costringetemi a mettere dentro anche voi» taglia corto il maresciallo.
Nonna Pina lancia uno sguardo a Olena, che con un cenno la invita a seguire l’ordine di Montesi. I due, riluttanti, lasciano la stanza scortati da Piccioni, mentre Colasanti riporta Li Wok nella cella dove è custodita.
Montesi e Olena rimangono soli nella stanza, la russa con un sorrisetto ironico dipinto sul volto.
«Ti diverti?» chiede Montesi.
«Abbastanza» risponde Olena. «Loro non c’entrano niente, tu sai vero?»
«Imperatrice della Cina… ma pensa te. Prima che arrivassero quei due ha chiamato il giudice. Mi ha detto che mi dà ancora 48 ore, e poi mi toglie il caso» informa Montesi, scrollando le spalle. «Non che me ne freghi molto, anche se mi dispiacerebbe lasciare le cose a metà»
«Io so cosa ci vuole per te» afferma Olena, con una punta di malizia.
«Lascia stare, l’ultima volta ci stavamo per lasciare la pelle, non mi pare proprio il caso» obietta imbarazzato Montesi.
«Non intendevo sesso, possibile tu pensa sempre a quello?» lo corregge Olena, passandosi la lingua sulle labbra .
«Stasera in villa si balla. Vestiti bene, prego. Rilascia Li Wok, devono esserci tutti» ordina, più che invitare, Olena. Poi si alza ed incede ancheggiando verso l’uscita; sulla soglia, quasi dimenticando qualcosa, si volta e completa le istruzioni:
«E porta Ines, per favore. Lei balla molto meglio di te»

Non sembra anche a voi che Mr. B assomigli sempre più a Mao Tse Tung?

Tre stelle per Olena – 18

Nonna Pina, con gli occhi fiammeggianti e la voce rauca che vibra di indignazione, punta un dito ossuto verso la giovane chef. Po le rivolge un sorriso riconoscente e prova a calmarla:
«Lasci stare signora, è passato troppo tempo…»
«Proprio perché è passato tanto tempo, Po, bisogna che qualcuno racconti la verità a questa signorina!» risponde la battagliera centenaria.
«Chi è questa donna? Non la conosco, non voglio ascoltarla!» protesta Li Wok.
«E invece mi starai a sentire, imperatrice dei miei stivali! Il tuo trisnonno era un deficiente, e mi pare proprio che tu abbia ereditato la sua malattia!»
All’affermazione di nonna Pina Montesi si abbandona stremato sulla poltrona.
«Trisnonno, imperatrice, ma di che sta parlando? Olena, tu ne sai qualcosa?» chiede confuso alla russa, meravigliata quanto lui.
Po, imbarazzato, cerca di frenare la veemenza di Nonna Pina:
«La prego signora, è meglio non…»
«Lasciami fare Po, quando ci vuole ci vuole. Quest’uomo» scandisce indicando il cinese «non è stato semplicemente una delle guardie dell’imperatore. A venticinque anni era già generale, e comandante delle guardie! Ma chi era quel cosiddetto imperatore a cui aveva giurato fedeltà assoluta? Un pupazzo, un vanesio, un inetto! Come avrebbe potuto essere diverso, del resto? Pu Yi era stato messo sul trono a due anni¹, due anni capite? E’ vissuto sempre in un mondo tutto suo, non conosceva niente del suo paese e dei bisogni del popolo. L’hanno fatto abdicare a sei anni, e meno male, e da allora ha vissuto una vita dorata all’interno della Città Proibita con l’unica occupazione di spendere i soldi che i cinesi continuavano a concedergli, solo loro sanno perché. Completamente manipolabile e manipolato, si è prestato per pura ambizione a fare il fantoccio dei giapponesi, opprimendo la sua stessa gente! Ti dico una cosa, ragazzina arrogante: se il tuo trisnonno nella vita ha capito qualcosa è stato solo quando, finita la guerra, i comunisti di Mao Tse Tung l’hanno tenuto in carcere per rieducarlo invece di trattarlo come criminale di guerra e impiccarlo come meritava!»
«Lui aveva giurato di proteggerlo fino alla morte» insiste Li Wok, ma con meno convinzione.
«E ti pare non l’abbia fatto? Pensi che sarebbe sopravvissuto, se Po non l’avesse difeso tutto il tempo? Se Po ha una colpa, cara mia, è solo quella di non averlo fatto fuori con le sue mani il tuo imperatore! Dovresti rispettarlo e onorarlo invece di insultarlo, e baciargli le mani, se non fosse stato per lui…»
«Che vuol dire con questo?» chiede Li Wok, colpita.
Per un attimo nella stanza cala il silenzio, poi Nonna Pina e Po si scambiano un lungo sguardo, alla fine del quale l’uomo si raddrizza, si schiarisce la voce ed inizia il suo racconto.
«I giapponesi cercavano da anni di far sposare Pu Yi con qualche loro connazionale, per rafforzare i legami di amicizia dicevano, ma in realtà l’unica cosa che volevano rafforzare era il dominio sulla Manciuria. L’imperatore aveva sempre rifiutato, anzi nel 1943 aveva preso come quarta moglie Li Yuqin, una ragazza quindicenne: Pu Yi non aveva ancora avuto figli, e si sperava che Li Yuqin potesse dargli un erede. Per la verità la prima consorte, Wanrong, dieci anni prima aveva perso un bambino, e circolava voce che fosse un figlio illegittimo e fosse stato soppresso per ordine dei giapponesi. Quando Li Yuqin rimase incinta eravamo preoccupati che qualcuno potesse far del male a lei o al bambino, e la misi sotto stretta sorveglianza. Nessuno poteva entrare o uscire dalle sue stanze senza venire controllato… i giapponesi in pubblico si felicitavano, ma in realtà erano contrariati dalla presenza di un successore che un giorno avrebbe potuto reclamare quello che ritenevano ormai un loro territorio. Si mostrarono perciò offesi, dissero di ritenere le misure adottate una mancanza di fiducia, e protestarono con l’imperatore che mi ingiunse di permettere l’accesso ad un loro dottore, che avrebbe vigilato sulla salute di Li Yuqin. Mancavano pochi giorni al parto ed un eunuco venne a riferirmi di aver assistito, non visto, ad un colloquio tra due ufficiali giapponesi ed il dottore: appena dopo il parto questi avrebbe dovuto praticare al bambino una puntura letale. C’era poco tempo… quando iniziarono le doglie mandai una pattuglia a prelevare il dottore. L’ordine era di trattenerlo il più a lungo possibile, ed i miei uomini eseguirono alla perfezione, fingendo persino una scaramuccia con degli uomini armati. Quando il dottore arrivò l’imperatrice si era ormai sgravata e dormiva profondamente, spossata. Vicino a lei, piangente, la levatrice teneva in braccio un bambino, morto»
Po si ferma, ripensando a quei momenti, e un velo offusca il suo sguardo. Tutti sono in attesa, affascinati; persino Piccioni e Corinaldi, in piedi sulla soglia della stanza, aspettano la continuazione.
«Il dottore certificò la morte» continua Po «e il giorno dopo il corpicino venne tumulato, con una cerimonia privata»
«Ma non è possibile» esclama Li Wok. «Quel bambino non può essere morto!»
«E perché mai?» chiede nonna Pina, provocatoriamente. «Ne morivano a migliaia di bambini a quei tempi, grazie agli amici del tuo imperatore, e perché proprio quel bambino no?»
«Perché altrimenti io non sarei qui!» rivela Li Wok. «Quel bambino era mio nonno!»

¹ La storia di Pu Yi, maschera tragica e grottesca, è affascinante e decadente come quella della società e del periodo storico in cui ebbe la ventura di vivere. Quello che sembrava dovesse rimanere immutato fino alla fine dei secoli cambiò in poco tempo e tumultuosamente travolgendo il mondo che conosceva: l’avvento della Repubblica, due guerre mondiali inframezzate da guerre civili e sino-giapponesi, la rivoluzione comunista, e Pu Yi si ritrovò da imperatore a giardiniere, riuscendo solo allora ad essere libero e, forse, felice. L’Autore ha romanzato solo la parte del figlio avuto con Li Yuqin, che non è mai esistito.

Tre stelle per Olena – 17

Montesi, accortosi che la mascella di Olena si sta irrigidendo, riporta la ragazza alla calma.
«Signorina, si sieda per favore. Qui decido io chi può parlare» chiarisce il maresciallo, lanciando un’occhiata alla russa che gli restituisce un cenno di approvazione.
«Signor… Po, la prego, si sieda. Ha qualche dichiarazione da fare sul caso? Intanto ci vuol dire perché la signorina le ha dato del traditore, vi conoscete per caso?».
Po ignora l’invito di Montesi e rimane in piedi fissando Li Wok, che volta ostentatamente la testa nella direzione opposta. Un sorriso triste gli attraversa il volto; sposta lo sguardo verso Montesi ed inizia a raccontare.¹
«Mi chiamo Po Hui, e sono nato nella provincia di Heilongjiang, in Manciuria, il 15 aprile 1921, nell’Anno del Gallo»
«Cento anni?» domanda meravigliato Montesi «Ma ne è sicuro, signor Po? Non è che in Cina contate gli anni in modo diverso che qua in Italia? Mi sembra piuttosto in forma per essere un centenario»
«Merito del Tai Chi, maresciallo, della dieta povera di carne e del sesso» risponde sorridendo Po. «Ma la prego, non mi interrompa, la mia mente non è più quella di una volta»
«In che senso sesso? No, lasci stare, prego, continui» si scusa Montesi dubbioso, invitandolo a proseguire con un gesto delle mani.
«Provengo da una famiglia di agricoltori, abituati a spaccarsi la schiena di lavoro e a patire la fame, eravamo costantemente minacciati dalle carestie e soprattutto dalle ruberie… Era un periodo confuso per la Cina: l’Impero era crollato nel 1912 e per anni avevano spadroneggiato i signori della guerra, sconfitti infine dal generale Chiang Kai-shek; la pace però era un miraggio, l’esercito combatteva da un lato contro i giapponesi che avevano invaso proprio la Manciuria e Shangai e volevano ulteriormente espandersi, e dall’altro purtroppo contro gli stessi cinesi, l’esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung. Proprio i giapponesi nel 1932 crearono nei territori della Manciuria il Manciukuò, ponendovi a capo Pu Yi, l’imperatore deposto, facendogli credere che l’avrebbero aiutato a riconquistare tutta la Cina»
«Non nominare quel nome! Non ne sei degno!» insorge Li Wok, scattando ancora in piedi.
«Signorina, la prego» la richiama ancora Montesi «Signor Po, vogliamo venire al dunque? La storia cinese è affascinante, ma qui avremmo da fare…»
Po continua, senza dar mostra di aver capito.
«A sedici anni mi arruolai nell’esercito ed a diciotto i miei superiori, apprezzando le mie capacità, mi cooptarono nella Guardia Personale dell’Imperatore e mi trasferirono a Chanchun, nella capitale. Era il 1939, e da lì a poco sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale… nonostante le promesse, fu ben presto chiaro che i giapponesi non avevano alcuna intenzione di restaurare l’Impero: il Manciukuò di fatto era una colonia ed i cinesi erano oppressi, sfruttati e trucidati quando osavano ribellarsi. Poi, a dicembre del 1941, il Giappone attaccò gli Stati Uniti andando ad affondare la loro flotta a Pearl Harbor, nelle Hawaii, costringendoli di fatto ad entrare in guerra. Da un momento all’altro ci trovammo, da cinesi, su due fronti opposti: Chiang Kai-shek con russi, americani e inglesi, ovvero con gli stessi che per decenni avevano fatto a gara nel depredarci, e noi del Manciukuò con le forze dell’Asse, cioè con quei giapponesi di cui eravamo di fatto prigionieri. I nostri comandanti erano inquieti ma Pu Yi diceva di pazientare, che i sacrifici sarebbero stati ripagati, la vittoria del Giappone era nel nostro interesse perché avrebbe portato alla restaurazione dell’Impero ed a rinnovare l’ordine e la concordia»
«E lei ci credeva, signor Po?» chiede Montesi scettico, prevenendo un altro scatto di insofferenza di Li Wok.
Po si ferma per qualche secondo ed alza lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra alle spalle di Montesi.
«Non è importante quello che io credevo, maresciallo. Ero un soldato, avevo fatto un giuramento e lo avrei rispettato fino alla fine. Chi ero io per discutere le parole dell’Imperatore? Il mio compito era quello di difenderlo, anche con la vita se ce ne fosse stato bisogno. Questo mi imponeva il mio Onore»
A questo punto Li Wok insorge di nuovo e scatta in piedi:
«Tu osi parlare di onore? Tu, che hai lasciato imprigionare il tuo imperatore? Tu che dovevi proteggerlo con la tua vita! Di quale onore parli, tu sei solo un traditore!» urla la cinese, incontenibile.
Po abbassa la testa, quasi curvandosi sotto il peso dell’accusa; infine si rialza e con un sorriso di tenerezza si accinge a rispondere alla ragazza, quando la porta dell’ufficio si apre violentemente lasciando entrare una donna anziana con lo sguardo fiammeggiante che si rivolge a Li Wok con una voce roca e raschiante come una lima sul ferro:
«Come osi tu, piccola stupida! Sciacquati la bocca prima di rivolgerti così al generale Po!»

Montesi guarda sbalordito la vecchia e soprattutto il suo piantone Piccioni che non è riuscito a trattenerla, chiedendosi come sia possibile.
«Ma che cazzo succede ancora?» sbotta il maresciallo balzando in piedi «Ma cosa siamo diventati, la sala colloqui della Baggina²? Adesso basta! Piccioni, toglimi immediatamente dai coglioni questi due o quanto è vero Dio ti faccio fare il giro della caserma a forza di calci in culo!»
Piccioni rosso in volto entra nella stanza ma a questo punto Olena, rimasta fino a quel punto seduta in silenzio, si alza in piedi e si avvicina alla nuova arrivata.
«Babushka, è bello rivedere voi. Come mai da queste parti?» le chiede alzando leggermente il labbro sinistro in quello che sembra un sorriso, e contemporaneamente diffidando con la mano alzata Piccioni dal fare un ulteriore passo.

¹ Per comodità del lettore il racconto verrà riportato in italiano corretto, senza trascrizione del difetto di pronuncia di Po, ovvero del suo pararotacismo.
² La Baggina è il nome familiare che i milanesi danno al Pio Albergo Trivulzio, famosa casa di riposo per anziani, ed è detta Baggina perché situata sulla strada che porta dal centro al quartiere Baggio. Nel 1992 quello che allora ne era presidente, il socialista Mario Chiesa, venne pizzicato con le mani nella marmellata e da lì prese il via l’inchiesta Mani Pulite che contribuì a mettere fine alla Prima Repubblica. L’Autore pur avendo a suo tempo apprezzato la momentanea piazza pulita ha tuttavia molti dubbi sul fatto che quanto venuto dopo sia meglio, anzi.

Tre stelle per Olena – 11

Sarajevo¹, 30 novembre 2000

«Smettila di fissarmi il fondoschiena²»
«Veramente le sto coprendo le spalle, capitano»
«Allora cerca di guardare dietro di te, non davanti, e mantieni la distanza»
«Fa un freddo dell’accidente capitano, cercavo solo di… scaldarci»
«Meno quattro non è freddo. O vi hanno dato anche stavolta gli stivali di cartone? Sempre uguali, voi italiani»
«Non tocchi questo tasto capitano, mio nonno c’è stato veramente da voi ed è tornato con tutte le dita di un piede congelate. Alpino Fulvio Montesi, una roccia!»
«Se è tornato gli è andata di lusso, tanti suoi camerati sono rimasti là»
«Lo so capitano, ma non dica “camerata” in quel modo. Mio nonno era un soldato di leva, è andato dove l’hanno mandato, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Si è fatto tutta la ritirata del Don, troppi amici ha lasciato lì nella steppa»
«E’ la guerra, maresciallo capo, e nessuno vi aveva invitato, mi pare. E comunque lì c’erano tra i meno 20 e i meno 30, quello sì che si può chiamare freddo»
«Dice bene lei che è siberiana. Ma io vengo da Castelfidardo, ha presente? Dove si fabbricano le fisarmoniche, in collina e a due passi dal mare, da noi il clima è sempre mite…»
«Tu suoni la fisarmonica, maresciallo? »
«Me la cavicchio, capitano, magari quando finiamo vengo a trovarla e gliela faccio sentire»
«Non vedo l’ora. Perché hanno scelto proprio te per questa missione, maresciallo?»
«Non lo so capitano, forse perché sono… bravo?»
«Lo spero, ma non credo sia la sola ragione. Devi essere un rompiscatole, è vero? Devi aver pestato i piedi a qualcuno e anche se ci lascerai le penne non ti rimpiangeranno troppo»
«Incoraggiante da parte sua, capitano, la scuola di motivazione russa è proprio al top. E lei, allora, a chi ha rotto le scatole?»
«A tutti. Ma adesso basta chiacchiere, ecco l’altro, a ore nove. Due all’esterno, e dentro ne troveremo altrettanti. Testa o croce?»
«Testa»
«Croce. Io prendo quello di destra, tu l’altro. Tra due minuti precisi, usa il silenziatore»
«Conosco il mio mestiere, capitano»
«Vedremo. Neutralizzati questi, io entro e tu rimani fuori a coprirmi per davvero le spalle»
«Ma capitano…»
«E’ un ordine, maresciallo»
Olena, liquidata la sentinella di sua competenza con un colpo preciso al centro della fronte, sale guardinga le scale verso il secondo piano del condominio sventrato dalle bombe del generale Mladic, dove un commando di mercenari ingaggiati non si sa da chi tiene prigioniero il serbo Zivko Rodiĉic, il presidente che dovrebbe entrare in carica il giorno seguente: lo scopo è creare il caos, ognuna delle parti darebbe la colpa all’altra, e sarebbe la scintilla per la ripresa dei combattimenti³.
La russa, coperta dalle macerie dei muri e dai nudi pilastri, scivola alle spalle dei due che tengono sotto tiro il presidente, legato ad una sedia; estrae il coltello e taglia la gola del primo e poi, facendosene scudo, spara al secondo che si è girato sorpreso. Si accinge a liberare Rodiĉic, sotto shock, quando dietro di sé sente un colpo di pistola attutito ed un tonfo, a cui segue la voce beffarda di Montesi:
«Erano tre, capitano, tre…»

***

Seduta alla scrivania nel piccolo ufficio della caserma in Brianza, Olena ripensa al primo incontro con l’uomo che ha davanti e scuote la testa, incredula e delusa.
«Che ci fai qua, Nicola? In questa stazioncina di periferia, dico. Non stavi per diventare ufficiale?»
«E’ una storia lunga, Olena, e non è interessante. E tu, allora? E’ da un po’ che ti tengo d’occhio, la badante russa di Villa Rana…»
«Anche la mia è una storia lunga, Nicola, ma ne parleremo un’altra volta. Voglio sapere di te, che ti è successo? Hai perso la… fede?»
Il maresciallo Montesi prende una matita tra le mani, si volta verso la piccola finestra alle sue spalle, dando le spalle a Olena, ed inizia a raccontare la sua storia.
«La fede, dici… dopo la nostra missione fui richiamato in Italia, e per i meriti acquisiti mi fu offerto di diventare ufficiale. Iniziai il corso ed andava tutto bene finché l’anno dopo l’Italia ospitò il G8 a Genova e venni chiamato per pochi giorni per dare una mano nell’ordine pubblico. Vedevo che qualcosa non andava, c’erano questi black block che sfasciavano tutto, in mezzo c’era ogni sorta di provocatore… io li segnalavo, ma la polizia invece di contrastare questi caricava le tute bianche, gente che manifestavano pacificamente. Non capivo… finché non arrivò il giorno in cui fu ucciso quel ragazzo, Carlo Giuliani, da un carabiniere poco più grande di lui, spaventato. Un incidente, dissero… mi misi immediatamente a rapporto dal mio colonnello, e chiesi perché non fossi stato mandato ad aiutare l’equipaggio di quella camionetta, ero a pochi isolati di distanza, tutto questo non sarebbe successo… il colonnello mi liquidò velocemente, c’era l’allerta per gli attacchi di altri black block e non poteva sguarnire la mia postazione, e poi disse l’ultima frase che mi raggelò: “E poi perché se la prende così tanto, Montesi? Una zecca comunista in meno”»
Il maresciallo si gira vero Olena, lo sguardo diventato improvvisamente duro.
«Tu sai che io non mi sono mai occupato di politica, la mia politica era quella di fare il mio mestiere al meglio, di cercare di difendere i più deboli, perché quelli forti si difendono da soli, ma sentir chiamare zecca comunista un ragazzo di 20 anni morto ammazzato mi fece ribollire il sangue… poi la sera ci fu la macelleria alla scuola Diaz e le torture alla caserma di Bolzaneto, e allora capii⁴»
La matita tra le mani di Montesi si spezza, con un crack secco.
«Qualche settimana dopo Genova, seguii il colonnello che andava a trovare la sua amante, una donna sposata, e lo bloccai su una strada di campagna. Gli chiesi se fosse stato programmato tutto, se fosse già tutto preparato, e se noi fossimo stati solo usati come pupazzi. Mi rise in faccia, disse che non capivo niente, che adesso quelle zecche rosse ci avrebbero pensato due volte prima di rifare tutti i casini che avevano combinato a Genova, e che se non avevo lo stomaco per certe cose era meglio che cambiassi mestiere… poi commise uno sbaglio»
«Quale sbaglio, Nicola?» chiede Olena, con un insolito luccichio negli occhi blu.
«Portò la mano alla giacca, e provò ad estrarre la pistola. Quando lo ritrovarono, con l’auto in un fosso, aveva cinque costole ed il braccio destro rotti, la mascella fratturata ed un proiettile nella tempia destra. Strano che si fosse sparato con il braccio rotto, dissero gli inquirenti; per un po’ indagarono su qualche marito cornificato ma poi lasciarono stare, meglio per tutti, uno stronzo in meno. Stracciai la mia domanda da ufficiale, ed eccomi qua. Tra poco sarò in pensione, e me ne andrò in Romagna con Ines.»
Montesi poggia i due pezzi di matita sulla scrivania, avvicinandoli come per riattaccarli.
«E tu, Olena, tu hai perso la fede?» chiede alla russa, fissandola negli occhi.
«Niet, Nicola, la mia fede non è cambiata» risponde Olena, dura. «Sono tutti gli altri che l’hanno persa.»

¹ Tra il dicembre del 1996 e quello del 2004 l’Onu ha schierato in Bosnia-Erzegovina una forza multinazionale per vigilare sul rispetto degli Accordi di Dayton del ’95 che avevano messo fine alla guerra civile jugoslava e sancito la separazione delle Repubbliche su base etnica. Solo la Bosnia-Erzegovina rimaneva multietnica, con componenti croate, serbe e bosgnacche; la forma di governo rimaneva quella federativa, con tre repubblichette, un parlamento comune ed un presidente che, a rotazione, cambia in rappresentanza delle tre componenti.
² Tutti i dialoghi qui riportati si sono svolti in inglese, tradotti dall’Autore per comodità del lettore.
³ Questa vicenda è inventata, anche se verosimile.
⁴ Queste vicende sono invece purtroppo accadute, per quanto possa sembrare inverosimile, nel 2001 nella Repubblica Italiana in quella che avrebbe dovuto essere una democrazia occidentale e non una dittatura del sudamerica degli anni ’60. Il governo in carica, che gli italiani avevano eletto da poco, era quello di centrodestra di Berlusconi, il vice era Gianfranco Fini, il ministro dell’Interno Claudio Scajola, quello dell’appartamento a sua insaputa di fronte al Colosseo.

Ti sbatto a Gaeta! (Cronachette dallo zoccolo duro – 4)

Amiche e amici,

riemergo dalla latitanza a cui mi sono dato per sfuggire alle brigate di cacciatori di ultrasessantenni renitenti alla leva vaccinale per farvi sapere che sto bene, e così spero di voi; ho trascorso una settimana al mio paesello natìo (“Roma caput mundi, Montemilo’ secundi”) che ho passato quasi interamente in casa nella poltrona di fianco alla mia mamma, per la gioia come potrete immaginare della mia consorte. Purtroppo quando uno non ha più voglia di campare non c’è medicina che tenga, ma di questo parleremo un’altra volta perché non ho voglia di intristirvi, già bastano le notizie che si sentono ogni giorno al telegiornale.

Da lì, attraversando l’Italia, ci siamo spostati a Gaeta, dove abbiamo passato un’altra settimana, questa volta di vere ferie. Perché Gaeta, direte? Ubi maior minor cessat etc. , confesso che di Gaeta gli unici ricordi che avevo erano quelli del carcere militare dove durante la naja (che ripristinerei seduta stante) venivamo minacciati di essere spediti in caso di mancanze o negligenze. Mi tolgo subito il dente, e non lo faccio per vanteria ma per lasciare una testimonianza ai posteri: la crisi non esiste, aveva ragione la buonanima di Berlusconi già tempo fa: gli alberghi ed i b&b sono pieni, i ristoranti e le spiagge lo stesso, in autostrada code sia all’andata che al ritorno. Chi stava male continua a star male e sta anche peggio, e chi stava bene continua a spendere come se non ci fosse un domani. Abbiamo pagato il b&b (bello, nuovo, ma non certo il Grand Hotel) 160€ a notte; per un ombrellone e due lettini da un minimo di 25€ a 40€, e cara grazia se si trovava posto: l’ultimo giorno abbiamo speso 35€ per un ombrellone in diciottesima fila! Che il mare si vedeva con il cannocchiale e già arrivare a bagnarsi i piedi era una passeggiata. Abbiamo cenato sempre all’aperto, tranne una sera (prima che entrasse in vigore l’obbligo di green pass); posso testimoniare di persone respinte perché sprovviste del lasciapassare. In proporzione abbiamo pagato meno a mangiare pesce che a sdraiarci panza all’aria (tra l’altro io ho tenuto quasi sempre addosso la maglietta, ridicolerrimo mi diceva mio figlio da piccolo ma la mia pelle è diventata delicata, pensare che una volta mi gratinavo da mattina a sera e diventavo nero come un tizzone).

Gaeta è una scenografia; i castelli e le chiese che la sovrastano la sera sono illuminati sapientemente, ed è piacevole  passeggiare per il lungomare, tra bancarelle e mercatini. Dove l’unica cosa che ho acquistato sono libri vecchi, tra cui una copia anastatica delle “Narrazione Storica Religiosa Politica Militare del soggiorno nella real piazza di Gaeta del Sommo Pontefice Pio IX”, scritto da un tal Giovanni Bois nel 1854, a ricordo delle vicende che portarono il Papa a scappare da Roma all’avvento della Repubblica Romana e trovare rifugio appunto a Gaeta, allora facente parte delle Due Sicilie, da re Ferdinando II.     

Ma è una scenografia anche perché niente è visitabile: tutto chiuso, dei due castelli quello Aragonese è destinato a caserma delle Guardia di Finanza e quello Angioino, storico carcere, aperto solo sabato e domenica e non sempre; le chiese aperte a turno con orari a capocchia; siamo riusciti se non altro a visitare la Montagna Spaccata, a cui si accede sal Santuario della SS Trinità; la tradizione popolare narra che la montagna si squarciò al momento della morte di Cristo, come  il velo del tempio di Gerusalemme. Lì si ritirava ogni tanto San Filippo Neri, e lì andò a morire.

Nei dintorni abbiamo visitato Sperlonga (paese ormai “finto”, ovvero solo turistico, destino di tutti i centri dove gli abitanti vengono sostituiti da viaggiatori di passaggio); l’Abbazia di Montecassino che volevo visitare da anni e finalmente ci sono riuscito; ricordo che l’abbazia non fu distrutta dai tedeschi come a volte una propaganda superficiale fa credere ma dagli alleati che la bombardarono con una azione controproducente dal punto di vista militare oltre che criminosa per i beni che vennero distrutti (ma cosa c’era da aspettarsi da gente che bombardò persino il Cenacolo di Leonardo da Vinci a Milano, che si salvò solo per miracolo?), e fortuna che i tedeschi salvarono la biblioteca millenaria portando i volumi in Vaticano, altrimenti sarebbe andata persa anche quella. Mi sarebbe piaciuto parlare ancora di questo con l’amico Anghessa che di cose militari era addentro e con gli americani aveva ancora il dente avvelenato, ma ormai ci vorrebbe un tavolinetto a tre piedi; infine Ponza, dove era appena entrato in vigore il Green Pass e avevo paura non mi facessero salire sull’aliscafo, ma per fortuna i trasporti sono ancora liberi (per poco, pare). Il paesino colorato è delizioso, volevamo andare in una spiaggia dall’altra parte del monte che secondo Google maps era a 15 minuti di distanza ma ad un certo punto ho desistito; va bene che ho l’assicurazione sulla vita e gli eredi non soffrirebbero eccessivamente, ma farsi venire un infarto a Ponza alle 13,30 non mi sembrava ragionevole.    

Avremmo voluto fare un giro al Circeo, magari arrivando fino a Sabaudia dove ho passato sei mesi di addestramento da ufficiale di artiglieria contraerea, e naturalmente gentiluomo, ma non ce n’è stato tempo e mi dispiace un po’. Ricordo quando ci caricarono all’improvviso su dei camion per andare a spegnere un incendio sul Circeo, muniti di fruste, secchi, zappe e pale, il momento in cui mi sono sentito più utile nella mia carriera militare. A proposito di incendi, ogni giorno si vedevano passare canadair ed elicotteri con cisterne d’acqua: purtoppo in questa disgraziata estate c’è un attacco generale alle arie verdi e boschive, e i monti Ausoni non fanno eccezione. Il direttore del parco era disperato. Ma per i venti morti al giorno di Covid titoloni, misure drastiche, miliardi su miliardi: per gli incendi che tutti gli anni funestano la terra non si fa una mazza. Meno vaccini e curiamo la terra, che è meglio!

Amiche e amici, ritorno nella mia tana, tanto al cinema non posso andare, al teatro nemmeno, nei musei nisba ed in discoteca men che meno: al supermercato si può, in chiesa pure, e vedremo se si potrà andare al lavoro. Buona continuazione di estate!

Olena à Paris – 27

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale centinaia di tedeschi, qualcuno responsabile di crimini di guerra, grazie a complicità varie riuscì a fuggire dalla Germania occupata e rifugiarsi in Sudamerica, dove erano già presenti numerosi connazionali e dove alcuni governi non erano troppo schizzinosi con i nazisti, sia pure ex; di questi fuggiaschi una buona parte trovò accoglienza in Argentina. Per la verità già durante la guerra c’era stato un certo viavài tanto che negli archivi di una nota banca a Buenos Aires recentemente si sono ritrovati i i conti di ben dodicimila tedeschi scappati, per lo più con beni depredati agli ebrei.

A Tres Lomas la battaglia si è conclusa, i superstiti si sono arresi e sono stati presi in consegna dagli uomini di Juanito: quello che li aspetta non è la prigione ma un lungo periodo come sorveglianti di bovini, sorvegliati a loro volta da sorveglianti di uomini. Nella stanza al secondo piano, sventrata da un razzo lanciato da uno degli antichi montoneros, Olena, Juanito e Osvaldo sono rimasti soli.
«Muchas gracias don Juan, senza di voi e dei vostri uomini non sarebbe stato facile uscire di qua»
«E’ stato un vero piacere, señorita, mi avete fatto ritornare giovane e mi avete dato l’opportunità di suonarle a quei banditi per cui lavoravano i miei nipoti, spero abbiano capito la lezione» risponde Juanito, orgoglioso. Poi, indicando l’uomo accasciato sulla sedia:
«E di lui, che ne facciamo?»
Olena abbassa lo sguardo verso Osvaldo, con un misto di delusione e disprezzo.
«Lasciatelo libero, don Juan»
«Libero, señorita? Siete sicura? Ha tradito una volta, lo farà ancora…»
«Si, liberatelo» conferma Olena, poi freddamente si rivolge ad Osvaldo:
«Vattene. E ricorda che fortuna passa una volta sola»
Osvaldo guarda i due, incerto, temendo una trappola. Si alza in piedi e si avvia all’uscita con circospezione, poi si gira cercando di dare una spiegazione:
«Capitano, io…»
«Vattene!» ripete la russa, puntandogli la pistola alla testa. Osvaldo indietreggia fino ad arrivare alle scale, dopodiché si dà ad una fuga precipitosa.
«Possiamo fidarci?» chiede Juanito
«Io crede che sì» afferma Olena, serrando le mascelle.

Allontanatosi Osvaldo, Olena dice a Juanito:
«E ora scopriamo cosa c’è di così prezioso in questo deposito da difendere con un piccolo esercito»
«I miei compañeros hanno setacciato i tre piani e non hanno trovato niente» comunica Juanito «se c’è qualcosa dev’essere nei sotterranei»
«Allora andiamo a controllare, don Juan» dice Olena, avviandosi.
I due scendono fino al piano interrato e attraversano un lungo corridoio, alla fine del quale si trovano di fronte un ostacolo.
«Una porta blindata, c’era da aspettarselo» afferma Olena.
«Un caveau?» si chiede Juanito.
«Così sembra» risponde Olena, avvicinatasi a studiare la serratura. «Combinazione manuale a otto cifre, vecchiotta ma efficace» dichiara la russa.
«Faccio venire qualche esperto?» si offre l’ottuagenario. «Mio cugino Pedro, la pecora nera della famiglia, è un maestro della lancia termica»
«Non c’è bisogno, gracias» risponde Olena, estraendo dallo zainetto due panetti di esplosivo plastico che piazza sui cardini e sulla serratura della porta blindata. Assicurati all’esplosivo i detonatori, suggerisce:
«Meglio se ci allontaniamo» e appena giunti a distanza di sicurezza, aziona il telecomando.
Quando il fumo e la polvere si sono diradati i due, passando sopra la porta blindata riversa a terra, entrano in quello che supponevano fosse il caveau, ma con loro meraviglia si trovano in un grande locale che assomiglia più ad un magazzino, con lunghe corsie suddivise da alti ripiani metallici su cui sono stipate delle casse di legno.
«Ma che posto è questo? Sembra di essere all’Ikea» esclama Juanito, stupito. «E’ un deposito di armi?»
«Lo scopriremo subito» risponde la siberiana, sollevando una cassa e poggiandola a terra; poi facendo leva con il coltello, riesce a schiodare il coperchio ed aprirla.
«Un quadro?» constata Juanito, sorpreso.
«Si, quadri» conferma Olena, girando lo sguardo intorno e cercando di valutare l’entità della fortuna lì immagazzinata.
«Dovremo denunciarli al Governo, alla Sovrintendenza alle Belle Arti…» ipotizza Juanito.
«Non ancora don Juan, non ancora» lo ferma Olena, alla quale balena in testa un piano. «Per ora mettete delle guardie a sorvegliare l’ingresso, poi vedremo il da farsi»
Uscita all’aperto, Olena estrae il telefono satellitare e compone un numero.

«Pronto, qui casa Rana. Chi parla?» risponde una voce nota.
«Io fatina da capelli turchini, tu piccolo Finuocchietto, bambino cattivo?»
«Natascia!» esclama James il maggiordomo. «A parte che la favola parla di Pinocchio con la P e tu non hai i capelli turchini, si può sapere dove ti sei andata a cacciare? Perché non ti sei fatta viva, l’abbiamo dovuto sapere dal consolato della povera signora Pina!» la rimprovera James.
«Lascia stare adesso babushka» lo interrompe Olena. «Tu sempre vantato di essere esperto di arte, sì?»
«Esperto, insomma, me ne intendo abbastanza ma… che c’entra questo, adesso? Si può sapere dove sei?»
«Tu prende immediatamente aereo per Buenos Aires, io aspetta te domani mattina»
«Buenos Aires, domani? Ma che stai dicendo, sei impazzita? Qui stiamo preparando un funerale, e tu mi parli di arte? Ma piuttosto sbrigati a venire qua, e porta con te la salma!» sbotta James, perdendo per un attimo il consueto aplomb.
«Tu non chiamare salma babushka Pina!» lo rimbecca Olena.
«E come devo chiamarla? Salma, defunta, deceduta, cara estinta, morta, insomma devi riportarla qua immediatamente! E, se vuoi saperlo, la signora Gilda è molto contrariata con te» la informa James con un pizzico di perfidia.
«Niet, io non posso spiegare ora, ma non posso muovere da qui. Tu viene domani, e avrai tua salma» dice Olena, e tronca la comunicazione.
Rimane un attimo a guardare il telefono, poi con un sorrisetto dice tra sè: «Se tu vuole salma, salma avrai, non c’è problema»

Troppo positivo!

Amiche e amici, l’eccesso di positività che mi contraddistingue ha debordato ed è finito sull’esito del tampone di verifica. Quando per scaramanzia dicevo che quasi quasi mi sarebbe dispiaciuto lasciare la stanzetta ebbene mi sono dato la zappa sui piedi perché adesso mi toccherà rimanerci ancora per almeno dieci giorni. Dopodiché tampone o non tampone potrò uscire, perché saranno passati ventun giorni senza sintomi: dovrò stare attento a mantenere il distanziamento perché suppongo che, se dovessi risultare ancora positivo, potrei contagiare qualcuno… comunque le linee guida sono queste, probabilmente penseranno che dopo tre settimane senza sintomi la carica virale sarà molto bassa, e allora come mai il tampone la rileverebbe? Mistero.

Così come è un mistero il fatto è che l’esito mi sia arrivato da un laboratorio di Napoli. Napoli, vi rendete conto? Tutti i giorni camion di tamponi si fanno più di 800 chilometri per essere analizzati a Napoli. Non so voi ma a me questa pare una follia bella e buona; pare che questo laboratorio abbia vinto una gara, dato che l’azienza sanitaria locale non aveva abbastanza macchinari, e se tanto mi dà tanto mi chiedo: ma in quanti in giro per l’Italia (e spero solo per l’Italia) stanno mangiando con ‘sti benedetti tamponi? Possibile che fosse proprio necessario arrivare fino a Napoli?

Questa storia mi ricorda quanto successo ad una mia amica, che lavora per una lavanderia industriale che ha come clienti alberghi e ospedali: bene, fino a un paio di anni fa questa ditta aveva l’appalto per l’ospedale pubblico della città; rifatta la gara d’appalto, questa è stata vinta al ribasso da una ditta di Bologna, che ovviamente non avendo interesse a far fare avanti e indietro alle lenzuola ha subappaltato il lavoro alla lavanderia della mia amica che così si ritrova a fare lo stesso lavoro di prima, con molti meno margini che ovviamente si ripercuotono sulla qualità del lavoro e sui salari, e con questo appaltatore che in sostanza è un parassita. Dicono che così la pubblica amministrazione ha risparmiato, ma a che prezzo per l’economia locale? Ha senso tutto ciò? Io dico di no.

Fa freddo e nevica, era da molto che non lo faceva e spero che si pulisca un po’ l’aria; così ho meno rimpianti nel non poter uscire, dato che non l’avrei fatto lo stesso…

Ieri sera volevo vedere una commedia e invece ho visto “Santiago, Italia”, un film-documentario di Nanni Moretti che parla delle vicende cilene del ’73, ovvero del colpo di stato militare che depose il presidente eletto Salvador Allende, ucciso (o suicidatosi) nel palazzo presidenziale della Moneda addirittura bombardato dall’aviazione cilena. Colpo di stato ovviamente fomentato e sostenuto dagli Stati Uniti per i quali un paese socialista nel cortile di casa, così considerano il sudamerica, non era tollerabile: prima con boicottaggi e scioperi dei trasporti si blocca l’economia, mentre si soffia sul fuoco dei media e della stampa prezzolata e poi, naturalmente per evitare la guerra civile come ha avuto il coraggio di dichiarare uno dei militari intervistati, si interviene militarmente. Oggi la trama è appena poco più sofisticata, ma se si va a vedere quello che è successo in Brasile, Bolivia, Venezuela, si può fare due più due…

Tanti cileni furono uccisi, la nostra ambasciata si distinse tra quelle che riuscì a ospitare più rifugiati e riuscì a farne arrivare parecchi in Italia, dove tutti trovarono un’accoglienza solidale, un lavoro (commovente quello che racconta un vecchio delegato sindacale: mi assunsero in regola, allora non esistevano mica tutte quelle boiate che esistono adesso), una nuova patria. L’Italia di allora, cari miei, era infinitamente migliore di quella di adesso, sotto tutti i punti di vista, e la caricatura che se ne vuol fare definendoli “anni di piombo” è per non ammettere che c’era una coscienza politica, civile e perfino religiosa che è venuta meno. Di fatto l’Italia non riconobbe mai la giunta militare di Pinochet come legittima, mentre ci sarebbe parecchio da ridire sul comportamento di “San” Wojtyla con il dittatore cileno, con il quale nel corso di una sua visita in Cile nell’87 si affacciò ad uno dei balconi di quella Moneda bombardata nel golpe…

Come vedete amiche e amici cerco di coltivare la negatività, ci riuscirò? Ho dieci giorni di tempo, potrebbe essere alla mia portata!

La storia dalla finestra

Dalla finestra della mia stanza ho una vista stupenda. Specialmente alla mattina, quando il sole non è ancora alto nel cielo, i colori del boschetto che circonda il colle del Baradello sono bellissimi: verde scuro, chiaro, ocra, giallo, arancione, marrone, e tutte le sfumature che non sono in grado di descrivere perché per i colori sono negato; e tante varietà di piante, di erbe, di arbusti; scendendo verso basso si slanciano le piante ornamentali, un enorme cedro del Libano, delle palme, nei giardini di case un tempo signorili e che oggi risentono dell’usura del tempo. Piante che conquistano e riconquistano il loro spazio: da un tetto sfondato vedo spuntare i rami di un caco, con i suoi frutti arancioni…

In cima al colle, appena 430 mt., il Castello Baradello, fatto costruire dal Barbarossa quasi mille anni fa, di cui rimane oggi la torre di avvistamento; mille anni, ed è ancora là, e tra mille anni di tutti i nostri blog, social, computer non rimarrà niente, forse a malapena il ricordo; anche la stessa casa da cui osservo la torre non esisterà più perché non è stata costruita per resistere mille anni ma solo l’arco di qualche generazione. Già c’è qualche crepa…

Alle pendici del colle, scendendo appena verso Como, furono martirizzati nel 303-305 sei soldati romani che facevano parte della Legione Tebana, per non aver voluto sacrificare agli dei romani in ossequio all’editto di Costantino: pochi anni ancora ed il Cristianesimo sarebbe diventata religione ufficiale dell’Impero… Carpoforo ed i suoi compagni sono ancora oggi ricordati e venerati, dopo 1700 anni: e lo saranno ancora per centinaia e forse migliaia di anni ancora, quando di quanto oggi è cronaca si saranno perse le tracce.

El Greco – Martirio di San Maurizio

In onore di Carpoforo alla fine del IV secolo venne costruita una basilica, ampliata nel 724 su commissione di Liutprando, re dei Longobardi; e dopo l’anno mille assunse le forme attuali del romanico dai Magistri Comacini che all’epoca erano ricercati in tutta l’Europa per la loro perizia nelle costruzioni.

Più in basso, sulla sinistra, vedo la cima del grattacielo che si affaccia sulla piazza di Camerlata, realizzato nel ’62-’64 per l’Istituto delle Case Popolari (esiste ancora?) sul modello del grattacielo Pirelli di Milano; palazzo che fa da degna cornice alla fontana razionalista che si erge al centro della piazza sfidando la legge di gravità, e più di una volta mi sono trovato a dare indicazione a turisti che venivano a fotografarla da ogni parte del mondo, e che di architettura ne sapevano ben più di me…

Vedo, proprio dritto avanti a me, sotto al Baradello, il campanile ed la parte superiore della facciata della mia chiesa, S. Brigida, costruita nel ’37 su una cappelletta (o vicino ad essa) costruita dai pellegrini che diffusero il culto di questa santa irlandese, nel quinto secolo, santa che fece dei miracoli straordinari come quello di trasformare l’acqua in birra, e prima o poi dovrò andare a visitare il convento, a Kildare, dove si dice vicino ad una quercia sacra bruciasse una fiamma eterna… tempi di passaggio tra paganesimo, druidismo, e cristianesimo che ne inglobò miti e tradizioni.

Vedo, sotto casa, dall’altra parte del piazzale dove ci sono delle officine e che spero tengano duro, perché nel momento in cui venderanno al posto del piazzale si alzerà un condominio e allora non vedrò più niente, la casa di una mia amica, separata da anni e che spera ancora che il marito torni indietro; anche questa è una storia…

Oggi va così amiche e amici, a volte anche a guardare fuori dalla finestra si possono vedere tante cose belle e viaggiare con la mente; del resto ve l’ho detto che mi sento in crociera, no? A presto!

Cronachette dalla zona rossa (IV)

9 novembre

Questo tempo è proprio dispettoso, da quando siamo stati messi in zona rossa sta facendo delle giornate bellissime che invogliano alla trasgressione ed alla promiscuità: se almeno piovesse o facesse freddo si resisterebbe meglio alle tentazioni ma sul balcone esposto al sole il termometro segna 31 gradi, come si fa? A proposito di balcone, è ricomparsa la cavalletta senza una zampa: ma c’è una specie di cavallette fatta così? Non può essere la stessa ogni anno, quanto campa una cavalletta?

Ieri un mio ex-commilitone napoletano, eccellente musicista, postava su FB una foto con gruppi di ragazzi sciamanti, prevedendo che da lì a poco sarebbero stati chiusi anche loro, e poi in tanti si sarebbero lamentati di rimanere senza mangiare… non bisogna essere Nostradamus amico mio, se ci sono individui che non sono capaci di usare la testa è ovvio che poi la pagano tutti o meglio la pagano i più deboli, perché chi sta bene se ne frega di rimanere chiuso in casa. Ma a certa gente è più facile metterlo in tel cü che in tel cò, come dice mia suocera…

Come quelli che da Rimini vanno al ristorante a San Marino, soggetti ripresi ieri dal tg come se fosse la cosa più normale del mondo; siccome lì chiudono alle 24 noi andiamo, in otto, e allora? Mi ricordano quelli che, quando era stata fatta la chiusura dei bar alle 19, hanno fatto spallucce ed hanno solo anticipato l’aperitivo di un’ora. Ma quanto ci vuole a capire che è il comportamento da non tenere e non l’orario in cui lo si tiene? Comunque mi chiedo: da Rimini a San Marino c’è una strada sola, possibile che non c’era una pattuglia per controllare quelli in giro dopo le 22, dato che quell’orario vale anche per i riminesi? E poi, non che glielo auguri sia chiaro, ma se si impestano anche i sanmarinesi dove vanno a curarsi, negli ospedali italiani oppure in quelli loro? No, così, per saperlo…

Il mio fratellino è ancora in quarantena, e sono ormai 28 giorni; sta bene ma anche il terzo tampone è positivo, fortunatamente moglie e figli non lo sono e sono potuti uscire. Sembra che tra poco, non avendo sintomi da più di tre settimane, possa uscire anche lui (con qualche limitazione): ma non sarà pericoloso (per gli altri, dico?). Da parte sua si sta consolando abbastanza bene, ieri mi ha mandato foto di vincisgrassi e tiramisù, non vorrei che si abituasse troppo allo stare in cattività…

Salvini ha detto che a sconfiggere Trump non è stato Biden ma il virus. Forse non ha tutti i torti, fatto sta però che il virus c’era e far finta di niente non è che aiutasse molto. Anche se, a rifletterci bene, noi ci scandalizziamo per i loro 100.000 contagi al giorno, ma in proporzione sono molti di più i nostri 35.000, vuoi vedere che aveva ragione lui?  

Ho dichiarato fin dalla presentazione di questo blog che non avrei fatto recensioni di libri, tuttavia ne ho appena finito uno che credo meriti attenzione, si tratta di “Chi ha paura dell’Uomo Nero?”, un romanzo autobiografico di Graziella Fiorentin, che nel ’43 è dovuta scappare dalla sua casa in Istria per andare profuga a Chioggia dove la sua famiglia ha dovuto anche affrontare l’ostilità degli “italiani” verso gli sfollati. Una pagina di storia, quella degli italiani profughi dall’Istria e Dalmazia,  prima dimenticata e poi strumentalizzata, sempre per motivi politici. Dopo l’8 settembre al disfacimento dell’esercito italiano gli istriani sono rimasti in balìa dei tedeschi che non erano certo bendisposti verso gli italiani e degli slavi che spinti da odio politico e razziale hanno operato una pulizia etnica (vizio che non hanno mai perso da quelle parti), costretti a scappare (chi ha potuto) portando dietro solo l’indispensabile, e accolti in “patria” con diffidenza e sospetto, oltre a dover affrontare anche le bombe dei “liberatori”.

Amiche e amici, vado a prendere un po’ di sole sul balcone, finché almeno quello si può… a domani!

Cultura a secchiate! (II)

Secondo weekend delle Giornate FAI d’Autunno; i luoghi che visitiamo, meno spettacolari rispetto a quelli della scorsa settimana ma non meno interessanti, si trovano stavolta non “sul” ma “tra” i due rami del lago. Saprete tutti che il Lago di Como _ o Lario _ ha la forma di ypsilon rovesciata, o bastone da rabdomante se preferite,  e che il ramo cantato da Manzoni non è quello di Como ma bensì di Lecco, che ha dato anche i natali a Formigoni se proprio vogliamo trovargli altri demeriti; il territorio compreso nella V rovesciata si chiama Triangolo Lariano,  ed è nella parte meridionale di questo triangolo che i due paesi, Erba e Caslino d’Erba, si trovano. Erba anzi, per essere precisi, è già in Brianza, la parte più operosa del paese e dell’intero mondo se non dell’Universo, a parte forse qualche ristretta zona della Cina; Caslino invece è a pochi chilometri ma già più verso le Prealpi.

A proposito di vicende tristi, Erba è balzata agli onori () delle cronache, qualche anno fa, per la vicenda di Olindo e Rosa, i coniugi che, sembra esasperati dalle intemperanze dei vicini, hanno ordito e realizzato una strage; non oso pensare cosa avrebbero combinato in questi periodi di lockdown e coprifuoco, dove la gente va via di testa per molto meno…

Anche stavolta abbiamo prenotato on-line; insieme a due coppie di nostri amici ci eravamo riservato il pomeriggio della domenica, dato che i posti sono poco distanti; siamo partiti ciascuno con la propria auto,  galvanizzati dall’ulteriore annuncio del premier Conte di ulteriori strette e privazioni. Abbiamo pensato fosse meglio non andare a cercarsi il freddo per il letto, come  dicevano i miei colleghi quando abitavo a Parma…

Martirio di Santa Eufemia di Calcedonia

 La prima tappa è stata ad Erba, dove la visita prevedeva la Chiesa di Santa Eufemia ed il Borgo medievale di Villincino. La Chiesa ha una storia lunghissima, fu infatti fondata dal Vescovo Abbondio (ora Sant’Abbondio, a Como c’è una chiesa a lui dedicata, forse uno dei più begli esempi di romanico in Italia) che, di ritorno dal Concilio di Calcedonia (niente a che fare con le calze, lì si trattava di definire la natura del Cristo, di stabilire l’ortodossia, mica ciufole) portò il culto di Sant’Eufemia, questa giovinetta martirizzata per non aver abiurato alla fede; eravamo nel 451, poco prima del crollo dell’Impero Romano di Occidente, crollo che portò la Chiesa come unica istituzione rimasta prima a surrogare e poi ad assumere poteri civili, che mantenne poi per secoli alla faccia del “date a Cesare…”. Interessante il racconto del Battistero, che si trovava sul sagrato perché in origine solo i battezzati potevano entrare in chiesa, e della costruzione della torre in funzione sia difensiva che di comunicazione con altre torri distanti, con sistemi acustici (campane) o visivi (bandiere, fuochi) a seconda del tempo e del messaggio da trasmettere.

A pochi passi la Piazza del Mercato è la stessa dove si svolgeva il mercato nell’antichità; ora c’è una trattoria gestita da ragazzi che propone piatti della tradizione come ad esempio cassoeula, trippa (qui nella versione busecca, una sorta di brodaglia che non mi piace molto), salame d’oca, eccetera. Attraversato il mercato, a un centinaio di metri si arriva al Borgo di Villincino, a cui si accede attraversando il portone dell’antico castello; si tratta di un gruppo di case di origine medievale radunate appunto a quello che era il castello di tali Carpani, dei signorotti che avevano fatto fortuna con il carbone; una associazione, La Martesana, cerca di valorizzare questi luoghi, tenuti peraltro molto bene, con feste ed eventi quest’anno sfortunatamente proibiti. Nel Borgo pare abitassero un centinaio di persone, tra cui una strega (o almeno, sono stati trovati documenti relativi ad un processo in tal senso di cui però non si conosce l’esito, anche se dubito che le abbiano concesso le circostanze attenuanti). Una curiosità su questi Carpani: come sapete, per togliersele dai piedi  si usava mandare le figlie non sposate in convento, ma il pietoso Carpani per non averle troppo lontane fece costruire un convento a pochi passi da casa, di cui naturalmente sua figlia era la Badessa: verrebbe da chiedersi, con vocazioni così spontanee, quante fossero all’epoca le Monache di Monza…

La visite avrebbero dovuto essere guidate dagli alunni di una classe di uno dei Licei della cittadina, purtroppo però una delle ragazze è risultata positiva al Covid e così tutta la classe è stata ritirata; i giovani volontari FAI comunque si sono rimboccati le maniche e li hanno sostituiti egregiamente. Uno di loro per la cronaca è mio figlio e sono contento di constatare che i soldi spesi per farlo studiare non sono stati stati buttati…

Alla fine della visita del borghetto ci siamo resi conto che non ce l’avremmo fatta ad arrivare in tempo a Caslino d’Erba per la prima delle due visite previste, quella all’Oratorio di San Gregorio; abbiamo allora deciso di rinunciarci puntando a quella più prestigiosa, al palazzo Pecori, e ci siamo rifocillati nella trattoria di cui vi dicevo sopra, con tavoli separati per evitare assembramenti: donne da una parte, con tè, caffè e dolcetti e uomini dall’altra, con birra e ginseng corroborante.

Oratorio di San Gregorio – Caslino d’Erba

Ritemprati ci rechiamo quindi a Caslino d’Erba, parcheggiando appena fuori del paese perché il centro è fatto di viuzze strette dove ogni tanto si incastrano delle auto, e proprio pochi giorni fa non si sa come addirittura un camion, tradito dal navigatore Gps, ci si è andato ad infognare e per uscire ci ha messo del bello e del buono, danneggiando peraltro un paio di macchine lì parcheggiate.

La visita riguardava Palazzo Pecori, per la prima volta aperto al pubblico; la storia risale al tempo degli Sforza e Visconti, forse addirittura prima dato che nei pressi è stata trovata una fornace di origine romana; comunque dopo varie vicissitudini è arrivato fino ai giorni nostri finché gli eredi degli ultimi proprietari, appunto i Pecori originari di Firenze, l’hanno ceduto al Comune di Caslino d’Erba nudo e crudo, infatti i mobili e gli arredi di qualche valore se li sono portati via tutti… L’edificio ha di certo conosciuto giorni migliori ed ha bisogno di restauri pesanti; di notevole bellezza sono degli affreschi risalenti al settecento, di cui però non ho testimonianze fotografiche che ne rendano l’idea perché la visita è iniziata alle 17, e a causa del cambiamento d’orario eravamo già al buio; al piano affrescato non c’era la corrente elettrica per cui ci siamo dovuti arrangiare con torce elettriche e telefonini.

Due figure spiccano tra i vari proprietari succedutisi: Teresa Carini Castelletti, una donna austera che all’inizio dell’ottocento si dice fosse una specie di sindachessa del paese, a lei si rivolgevano infatti i paesani per dirimere liti o controversie; ed il cavaliere Enrico Pecori, che sposò una delle bisnipoti di Teresa diventando il padrone del palazzo, e che nel 1891 inventò il triciclo a vapore con il quale se ne andava tutti i giorni da Caslino d’Erba a Como, dove aveva un laboratorio di oreficeria. Incuriosito, appena tornato a casa sono andato a consultare la mia “Storia dell’Automobile”, un bellissimo libro che mi venne regalato in quinta elementare come borsa di studio insieme ad una cartella in pelle, e che conservo come una reliquia: si, Pecori c’è, peccato che poco dopo i motori a scoppio presero il sopravvento e per il suo triciclo non ci fu più spazio…

Amiche e amici, temo che per qualche tempo queste visite ce le sogneremo, cerchiamo di stupirci, di gioire e di godere comunque di quello che abbiamo intorno che, come diceva Eduardo, à dda passà ‘a nuttata…

Interessante ritrovamento in cantina