Una birra per Olena (VI)

Fritz Gunnerbaum arriva a casa, nell’appartamento al terzo piano in un condominio di Werinherstrasse, non distante dal cimitero Ostfriedhof, infila la chiave nella toppa e apre la porta con delicatezza.
«Tesoro? Sono io, cara, il tuo coniglietto» si annuncia appena varcata la soglia. Dalla saletta lo accoglie un grugnito:
«Umpf, grumpf… pattine! Crunch, tele? Munch, coglione del vostro capo…»
Fritz decifra i suoni emessi da sua moglie, Ursula Schutzentagger, ex campionessa di sollevamento pesi della DDR, e risponde con calma:
«Si cara, ho messo le pattine. No, non ho sentito la televisione. Cosa sta dicendo quel coglione del nostro capo?» ed entra finalmente nel piccolo soggiorno dove Ursula, 130 chilogrammi di peso per 1,66 centimetri di altezza è sprofondata nel divano con in mano un bretzel al formaggio, davanti al televisore 52” dove troneggia il faccione del giornalista Leo Breitner che intervista il capo della polizia.
«Herr Muller, a che punto sono le indagini su questi attentati?» chiede a Dieter Muller, capo della polizia federale. Muller, un quarantacinquenne alto, biondo, molto attento all’immagine, risponde senza scomporsi:
«Le indagini procedono a 360 gradi, abbiamo messo in campo le nostre migliori risorse» e su questa affermazione Ursula commenta con uno “Sgrunt” che trasuda scetticismo «e stiamo circoscrivendo il campo dei sospetti»
«Ci sono state rivendicazioni?» chiede il giornalista. «Dieci attentati in pochi giorni sembrano opera di un gruppo organizzato. Sarebbe azzardato ipotizzare una pista islamica, o di anarchici ambientalisti-vegani?»
Questa volta è Fritz a commentare scuotendo la testa «Si, come no… e perché non la mafia, allora? » e come se gli avesse letto nel pensiero il capo della polizia risponde:
«Come dicevo, al momento non escludiamo alcuna pista, compresa quella della criminalità organizzata, dato che sono stati colpiti solo stabilimenti italiani. Rassicuro l’opinione pubblica che stiamo producendo il massimo sforzo e non lasceremo niente di intentato per assicurare alla giustizia i responsabili. Grazie, signori» e così dicendo Dieter Muller saluta l’intervistatore e se ne va.
«Chomp… crunch… scoperto niente, eh? Munch, figurarsi, crunch, ubriacone…»
«No cara, ancora non abbiamo scoperto, raccogliamo indizi. E non parlare così del commissario capo, non è un ubriacone… anzi, scusa un attimo…» e Fritz va in bagno a chiamare al telefono il suo superiore, cercando di non farsi sentire da sua moglie.
«Pronto, commissario Tupperware, chi parla?» risponde Horst.
«Capo, sono Fritz. Ha sentito alla tele quel cogl… ehm, il capo della polizia?»
«Si Fritz, ho appena spento l’apparecchio, perché?»
«Capo, non pensa che una volta tanto possa avere ragione? Che sia una faccenda di mafia, sa, questi italiani…»
«Fritz, Fritz, mio buon Fritz» lo interrompe il commissario capo «Ragiona: hai visto in giro delle Punto, delle Panda, delle pizze, dei mandolini, per caso?»
«No capo, ma….»
«E dunque come possono essere stati gli italiani? Senza contare che i calzini bianchi nel belpaese sono vietati per legge. Rimaniamo con i piedi per terra, Fritz, niente voli pindarici. Come sta Ursula? Salutami la tua dolce metà» e chiude la comunicazione.
Fritz rientra nella saletta e lancia uno sguardo alla moglie, considerando che la definizione di “metà”, data la stazza, è abbastanza riduttiva, poi tanto per cambiare discorso chiede:
«Cara, cosa c’è per cena?»
Ursula, senza alzarsi dal divano, indica al marito il forno; Fritz lo apre spargendo per la casa un delizioso profumo di stinco di maiale e patate arrosto.
«Ti amo, Ursula» dichiara il vicecommissario.
«Sgrunt, vaffanculo» risponde l’amorevole mogliettina.

Horst Tupperware entra nel piccolo bilocale che si affaccia su piazza Karlsplatz e si toglie l’impermeabile, poi rivolge uno sguardo di saluto al poster dell’Ispettore Derrick che ha appeso su una parete del corridoio e si dirige verso il frigorifero, dove può solo constatare che è desolatamente vuoto a meno di due bottiglie di birra, una confezione di rape ed un tubetto di senape. Sconsolato ritorna sui suoi passi e riprende l’impermeabile per dirigersi verso la vicina birreria Augustiner, quando si accorge della segreteria telefonica che lampeggia. Schiaccia i tasti per avviare la riproduzione:
«Bip! Volete risparmiare sulla bolletta telefonica? Offertona, un anno intero a 20 euro ed in più avrete a casa Ulla, la segreteria telefonica multilingua…»
«Bip! Passa a Sofronia, l’energia rinnovabile e ecologica! In regalo Frida, la bicicletta collegabile al contatore di casa…
«Non sanno più che inventare…» commenta Horst scuotendo la testa, prima di passare all’ultimo messaggio.
Il messaggio è in russo e la voce inconfondibile:
«Ciao Panzerotto, sono Marlene Dietrich. Chiamami.»
Horst Tupperware ha un sussulto, e la cornetta del cordless gli scivola di mano e cade a terra.

Dresda, 9 novembre 1989.
Davanti all’ambasciata russa una folla è accalcata ai cancelli e preme per entrare. Il muro è caduto e la DDR sta crollando con esso, la sede della Stasi è già stata presa d’assalto ed ora tocca a quella del Kgb. All’improvviso la porta dell’ambasciata si apre, e dalla scalinata scende un giovane tenente-colonnello, con una pistola in mano, che si rivolge con calma a quelli più vicini:
«Signori, questo è territorio sovietico, vi prego di allontanarvi. Questa pistola ha 12 colpi. Gli undici che vogliono morire si facciano avanti, l’ultimo colpo lo tengo per me»
Mentre gli invasori si chiedono se sia il caso di andare a vedere se quanto minacciato dall’uomo che hanno davanti è un bluff, al suo fianco si materializza una giovane donna alta, con dei capelli biondi a caschetto, due occhi blu ghiaccio ed un paio di stivali che le arrivano al ginocchio.
«Questo ha qualche colpo in più» afferma la donna senza accenno di sorriso, mostrando il Kalashnikov AK-47 che imbraccia. «Tornate a casa e nessuno si farà male»
La determinazione dell’amazzone consiglia i primi della fila a frenare, considerando che in fondo è stupido farsi sforacchiare poco prima di poter vedere i supermercati pieni di salami. Dall’interno un uomo, anch’esso con un’arma in pugno, richiama la coppia:
«Andiamo, compagni, dietro c’è un’auto che vi aspetta. I documenti sono stati tutti distrutti»
La donna si volta verso l’uomo, un bell’uomo sui trent’anni, e gli sorride.
«Alla buonora, Panzerotto, ce ne hai messo di tempo» lo saluta «Solo un attimo, arriviamo subito» dice risalendo la scalinata, facendo scudo al colonnello. Una volta dentro e chiusa la porta, chiede al suo superiore:
«L’avreste fatto veramente, colonnello? Voglio dire, sparare sulla gente»
L’ufficiale guarda la pistola, poi rivolge lo sguardo verso la ragazza e, con un sorriso beffardo, le chiede a sua volta:

«Secondo voi, sottotenente Smirnoff?»

sollevamento-peso

 

Annunci

Cultura a catinelle!

Come si addice ad un intellettuale la cui cultura pop spazia da Nicola Di Bari a Luis Del Sol, da “Natale in India” con Boldi e De Sica ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij (ma solo in versione sceneggiata), la mia preparazione eclettica è apprezzata ed ammirata senza riserve.

Grazie alla fama di sapienza che alimento scuotendo gravemente la testa quando si parla di un argomento di cui non so una cippa mi sfuggono i dettagli ed intercalando con degli opportuni “già, già!” ed “eh!”, ogni tanto mi viene dato l’incarico di organizzare delle gite per partecipare a qualche evento culturale. In genere trovarsi la pappa pronta è apprezzato, perciò il fatto che io mi prenda la briga di prenotare, acquistare i biglietti anticipando i soldi, studiare itinerari e visite collaterali e magari scegliere anche il ristorante mi viene riconosciuto come grande capacità organizzativa, sulla quale la mia consorte non concorda non trovando uguale lucidità di azione quando si tratta di trovare i calzini dispersi chissà come in qualche cassetto a me sconosciuto.

Lo scorso weekend quindi, con una dozzina di volenterosi, ci siamo recati a Milano per la mostra sul pittore Antonello da Messina, che si trova al Palazzo Reale.
Qualche anno fa mi era capitato di vedere il suo dipinto più bello (secondo me), l’Annunciata, al palazzo Abatellis a Palermo; era agosto, poco dopo pranzo, ed andammo a visitare la stupenda Galleria confidando nell’aria condizionata: non sapevamo che custodisse questo tesoro, e ricordo che rimanemmo un quarto d’ora ad ammirarlo, lo sguardo, il velo, i gesti delle mani… a settembre tra l’altro ebbi la soddisfazione di veder pubblicato il mio reportage della vacanza (sotto pseudonimo, e gratis naturalmente) sulla rivista Turisti per Caso, ed ancora me ne vanto.

Poiché la prenotazione era per le 14:50 (orario strategico in quanto ci avrebbe permesso di pranzare con calma), ho studiato un itinerario che unendo storia ed arte avrebbe soddisfatto tutti, e siamo partiti dalla Vigna di Leonardo, situata nel giardino della casa degli Atellani, in corso Magenta.
La vigna fu regalata dagli Sforza a Leonardo, e da questo lasciata in eredità ai suoi servi quando si trasferì ad Amboise; per l’Expo del 2015 degli archeologi-botanici sono riusciti, scavando nel giardino, a ritrovare le radici degli antichi vitigni e li hanno fatti rivivere. Alcuni scettici del gruppo hanno messo in dubbio questa ricostruzione, tacciandola come balla colossale ma ben fatta: del resto se uno va in giro in Francia si accorgerà che è pieno di posti dove sono rimaste solo poche pietre e sulle quali i francesi hanno costruito delle attrazioni incredibili. Sono in vendita anche delle bottiglie di vino malvasia, ma prodotte nell’Oltrepò pavese.
Il palazzo fu donato alla famiglia Atellani da Ludovico il Moro, e nel corso dei secoli ha avuto diversi passaggi di mano, fino ad essere acquistata nel 1919 dall’ingegner Ettore Conti che lo fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi (del quale ho sentito parlare recentemente, nella visita a Villa Necchi Campiglio, sempre a Milano, per le giornate del Fai).
Conti, che è vissuto 101 anni, ha avuto la soddisfazione di vedere il palazzo rivivere, ma anche il dispiacere di vederselo di nuovo lesionare nel ferragosto del ’43, quando i bombardamenti terroristici degli americani distrussero il vicino chiostro di Santa Maria delle Grazie e per un miracolo non polverizzarono il Cenacolo Vinciano. Ora il palazzo è restaurato e visitabile, e vale la pena di farci un giro.

WP_20190407_10_43_40_Pro

La Vespa di Leonardo

Da lì ci siamo diretti a Sant’Ambrogio, dato che a Santa Maria delle Grazie era in corso la Messa; qui innanzitutto abbiamo ammirato i lavori per la M4, meravigliandoci che qualche ritrovamento non abbia bloccato tutto, poi mio figlio ci ha tenuto una lezione di arte rendendomi orgoglioso dei soldi spesi per la sua istruzione.
Poi, con l’intenzione di ritornare su Corso Magenta, siamo passati a fianco della Colonna del Diavolo, dove la leggenda vuole che i due buchi impressi su di essa siano appunto le corna del diavolo; e continuando ci siamo trovati davanti al Tempio della Vittoria, o Sacrario dei Caduti milanesi. Vincendo la resistenza della componente femminile siamo entrati, il luogo è suggestivo e toccante con oltre diecimila nomi scolpiti nel bronzo; mi ha colpito una lapide dedicata ai “ragazzi del ‘99”, quei diciottenni che dopo la disfatta di Caporetto furono gettati in battaglia per rinvigorire un esercito esaurito dalle “spallate”, la strategia folle del generale Cadorna. Il nonno di mia moglie fu uno di quei ragazzi: fu chiamato alle armi ma fortunatamente non fu mandato al fronte, e portò a casa la pelle a differenza di tanti suoi coetanei.

Tornati su Corso Magenta siamo entrati in San Maurizio al Monastero Maggiore, di cui ho già parlato, un capolavoro rivelato nel cuore di Milano, come dice il Touring Club Italiano che lo tiene aperto, i cui restauri sono conclusi anch’essi per l’Expo. Vittorio Sgarbi l’ha definito “la Cappella Sistina di Milano”, forse è un po’ esagerato ma l’impatto, visitandolo, è di quelli da lasciare veramente senza fiato.
Poi, anche approfittando del fatto che la prima domenica del mese i musei Statali e Civici sono gratuiti (finché a qualche seguace del “con la cultura non si mangia” non verrà in mente di abolire questa iniziativa) siamo entrati nel contiguo Museo Archeologico.
I musei archeologici difficilmente mi appassionano, lo confesso, ma devo dire che questo da cui pure mi ero tenuto per anni accuratamente alla larga mi è piaciuto, e molto. Non lo abbiamo visitato tutto, ma solo la sezione romana: moderna, ben spiegata, con plastici che ricostruiscono la Milano com’era e ricostruzioni che mostrano cosa c’era al posto di quello che si vede ora: anche alcuni bei reperti, bisognerà proprio farsi un giretto della Mediolanum romana, prossimamente.

E, poiché s’era fatta una certa, come dicono a Bolzano, ci siamo appropinquati ai luoghi delle cibarie: puntando prima verso i Panzerotti di Luini, delusi dal fatto che lo storico negozio la domenica è chiuso: eppure una del gruppo giurava e spergiurava di esserci stata una domenica e di aver rinunciato perché c’era una fila chilometrica: e ti credo, se era chiuso hai voglia ad aspettare…
Allora è scattato il piano B, che il pianificatore attento deve sempre avere a disposizione: l’Antica Focacceria San Francesco, piatti tipici siciliani e street food che ci avrebbero ben predisposto per la visita del pittore messinese. I prezzi sono modici tranne il passito finale: con quello che abbiamo speso per i quattro bicchierini ne avremmo comprata una intera bottiglia.

Avvicinandoci a Piazza del Duomo ci sorprende, davanti alla Rinascente, un boschetto di ulivi secolari: The Green Life, un’iniziativa del gruppo commerciale per promuovere lo stile di vita verde, che fa il paio con il bananeto che resiste rigoglioso in faccia al Duomo.
Ecologico, ecocompatibile, ecosostenibile: saranno ecoballe? Per una città che sfora regolarmente i livelli di Pm10 sorge il sospetto.

WP_20190407_14_18_36_Pro

Ma, avanzando ancora verso la Piazza, ci sorprende una installazione, che immaginiamo subito faccia parte del Fuori Salone, ovvero le iniziative per il Salone del Mobile che si svolge alla Fiera e che funesta i pendolari che si trovano le carrozze del metro stracolme. Si tratta di un enorme statua rosa della quale da lontano non si percepiva bene la forma e che quindi ha dato adito ad ipotesi azzardate: dei glutei maschili con peli; uno scroto, sempre con peli; un puntaspilli. Solo aggirandola, e grazie all’aiuto di targhe, si è riuscito a capire che si trattava di una poltrona trafitta da frecce, a significare la violenza sulle donne. Il giorno seguente ho letto di proteste femministe e ne hanno ben donde: la poltrona è il regno dell’uomo, era la cucina che andava trafitta!

E finalmente entriamo alla Mostra: a me è piaciuta molto, i ritratti di Antonello da Messina sono stupefacenti per come trasmettono il carattere, la psicologia del soggetto: è un peccato che se ne siano rimasti pochi, e molti siano andati persi nel grande terremoto che rase al suolo Messina nel 1909. Una curiosità che lessi l’anno scorso, quando preparavo il viaggio in Russia; l’incrociatore Aurora, quello che sparò il colpo che diede il via alla presa del palazzo d’Inverno, fu il primo a prestare soccorso alla popolazione, prostrata dal terremoto e dal successivo tsunami, che allora però si chiamava maremoto.

All’uscita una parte si è recata alla Rinascente a rifocillarsi, mentre i più valorosi sono andati a San Satiro, in Via Torino, dove oltre all’incredibile abside di Bramante c’è un bellissimo Compianto sul Cristo Morto, bellissimo ed espressivo anche se non così esageratamente drammatico come quello di Santa Maria della Vita, a Bologna.

WP_20190407_16_33_28_Pro
Poi una puntatina alla Chiesa di San Giorgio, nell’omonima piazza, dove c’è un bel polittico di Bernardino Luini; già che eravamo lì la professoressa d’Arte che ci accompagnava ci ha istigato ad entrare nella Pinacoteca Ambrosiana per vedere almeno la stanza con il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, ma una rivolta con minacce di stendersi sul selciato e farsi investire dal primo taxi di passaggio ci ha indotti a desistere.

Eravamo in piazza San Sepolcro, tra l’altro, dove Benito Mussolini il 23 marzo 1919 fondò i Fasci Italiani di combattimento, per dire che in ogni città italiana basta girare un angolo per incontrare un pezzo di storia.

Siamo tornati a casa stanchi ma soddisfatti: per cena, a giusto coronamento e come sintesi della giornata, ci aspettava il polpettone.

WP_20190407_17_24_10_Pro

Ciao, Nelson!

 

Conti aperti

Girovagando per siti politicamente scorretti ho trovato questa canzonetta che deve essere andata in voga nel 1940, sebbene testimoni dell’epoca sulla cui memoria faccio affidamento non la ricordino affatto.

I tempi ed i protagonisti erano drammatici mentre quelli attuali sono ridicolmente patetici: abbiamo inventato la perniciosa categoria dei sovranisti-interventisti,  che spero gli italiani (non i francesi, anche se a questo punto forse ne avrebbero una gran voglia) mettano al più presto in condizione di non nuocere. Per fortuna c’è Sanremo.

CONTI APERTI

Allungato è lo stivale
Fino all’Africa Orientale,
ma allargato adesso sia
con Biserta e Tunisia!

Torna Corsica rocciosa
Gemma italica preziosa
Villafranca? Il patto muoia
E a noi torni la Savoia!

Fuori fuori da Gibuti
Gli slombati ed i cornuti
Via aperta, è naturale,
di Suez per il canale!

Baldanzoso Deladier
Ripeteva i suoi “jamais!”
Ma per forza “aujourd’hui”
Dovrà dire sempre “oui”!

Cuginanze e sorellanze
Son finite, addio speranze!
Con i pianti e con i preghi
Francia tu più non ci freghi!

Con le buone e senza stizza
All’Italia torni Nizza
E l’inglese in tutta fretta
Ci ridia Malta e Valletta!

Con Badoglio e con Graziani
A Parigi gli italiani
Entreranno rosei e freschi
Incontrandovi i tedeschi!

O francesi ecco i nodi
Degli inganni e delle frodi
L’ora è giunta e certi conti
Siano resi tutti e pronti!

Aridatece Parmalat!

composit

E’ lui o non è lui? Direi di si…

Qualcuno di voi forse ricorderà che l’anno scorso mi ero messo in testa di scoprire se il ragazzo ritratto in una foto che è da anni in casa dei miei genitori fosse davvero mio nonno:

E’ lui o non è lui?

E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

Considerando che la mia zia più anziana è nata nel ’26 ed il ragazzo dimostra 13-14 anni , se la foto fosse sua avrebbe dovuto essere stata scattata una decina di anni prima, dunque nel periodo della Prima Guerra Mondiale, o poco prima / poco dopo.

IMG-20170818-WA0020

La foto, purtroppo parecchio rovinata, mostra il ragazzo con una divisa di tipo coloniale in un accampamento di tipo militare, con in mano un moschetto con la baionetta innestata. Le ipotesi sono state varie, ma siccome mio padre nel passato aveva parlato di esploratore (ora non lo ricorda più molto bene, però) ho pensato di cercare tra gli scout. Certo ora noi pensiamo agli scout come a quei bravi ragazzi in pantaloncini che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada ma, scavando scavando, mi si è aperto un mondo! Di seguito la risposta che ho ricevuto da una gentilissima signora del centro studi scout del CNGEI, Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani, l’associazione Scout laica più antica esistente in Italia (1913).

Egregio sig. …,
dalla divisa indossata da suo nonno, è possibile che sia stato iscritto al CNGEI.
Durante la Grande Guerra, moltissimi Esploratori vennero utilizzati dal Ministero della Guerra in “Servizi Ausiliari” e svolsero compiti di aiuto negli ospedali, di assistenza ai profughi, pattugliamento di linee ferroviarie, porta ordini, ecc.ecc., al posto degli uomini validi destinati a rinforzare le prime linee.
Furono organizzati parecchi corsi di preparazione di pronto soccorso e di tiro a segno con armi vere, il che giustificherebbe l’arma in mano a suo nonno.
Se desidera approfondire l’argomento, le suggerisco il libro “Gioventù Italiana e Grande Guerra – Il contributo dei Giovani Esploratori nell’ultima guerra per l’indipendenza” di G. Monetti e D. Bettale, Edizione TIPI, pubblicato in occasione del Centenario della Prima Guerra Mondiale e rientrante nel Programma Ufficiale della sua commemorazione.
Cordialità.

img054

Ho preso il libro, come suggerito, ed è davvero molto interessante per capire qualcosa di quel periodo che sembra così lontano, ma in fondo sono passati solo cento anni…

img081

Qualcuno magari si chiederà come sia possibile che non si sappia con certezza se la foto è di mio nonno o no… bisogna tener presente che mio nonno è morto nel ’44 (era dalla parte “sbagliata”, aveva aderito alla RSI e faceva il portaordini, venne intercettato dai partigiani _ non ce n’erano molti di partigiani dalle nostre parti, ma quei pochi bastarono_ e non se ne seppe più niente), e che io sappia esiste solo un’altra sua foto, perché le foto si facevano solo per avvenimenti speciali _ e chi non aveva soldi ne faceva poche! _ quando già aveva tre figli (in tutto poi furono cinque nell’arco di 18 anni); la foto la custodiva mia nonna, ed entrò in casa nostra solo quando anche nonna morì… e purtroppo dietro la  foto, che è un ingrandimento (l’originale è perso) non ci sono indicazioni utili.

Insomma, nonno non si sa come arrivò e non si sa come se ne andò… una bella storia, magari un giorno mi metterò a scriverla.

 

Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Ci troviamo nella Piazza del Palazzo d’Inverno, è pieno di gente, turisti, corridori di una gara podistica, qualche comparsa con costumi dell’ottocento che propone di fotografarsi insieme in cambio di qualche rublo (o euro, ancora meglio).

Davanti a questo maestoso palazzo bianco e verde, se si chiudono gli occhi, si può cercare di immaginare le vicende di oltre cento anni fa: si era nel corso della prima guerra mondiale, l’Impero Russo era ormai stremato e sfiduciato, lo Zar Nicola II in febbraio aveva abdicato ed il successore aveva rifiutato di assumere il comando; il governo provvisorio di Kerenskij non aveva più l’appoggio delle masse popolari, e non era possibile costituire un’assemblea costituente a causa delle divisioni tra la Duma, la camera dei deputati, e i Soviet, ovvero le rappresentanze dei lavoratori, della Marina e dell’Esercito, dove i bolscevichi (che significa: la maggioranza) di Lenin avevano appunto la maggioranza.

L’incrociatore Aurora spara il colpo che da il via alla presa del palazzo d’Inverno; l’anno successivo la capitale fu stabilita (ri-stabilita) a Mosca, e nel 1924 il nome venne cambiato in Leningrado.

Il nome San Pietroburgo le venne restituito nel 1991, dopo il collasso del comunismo, a seguito di un referendum: curioso che gli abitanti della città scelsero di tornare all’antico nome, ma la provincia nel suo insieme decise di restare Leningrado, in omaggio ai caduti della Grande Guerra Patriottica. Così la città di San Pietroburgo rimane nella provincia di Leningrado, e mi pare giusto.

La città è molto bella. Fondata dallo zar Pietro il Grande sulle rive del fiume Neva, bonificando aree malsane e paludose, scavando canali, collegando le varie isolette con decine di ponti; doveva essere bella e potente, proiettata verso il nord Europa, e fronteggiare la potenza concorrente, che a quell’epoca era la Svezia…

WP_20180724_11_29_18_Pro

Turisti giapponesi venerano la Statua di Pietro il Grande nella Fortezza dei Santi Pietro e Paolo

Le rive sono costeggiate da splendidi palazzi sette-ottocenteschi, opera in gran parte di architetti italiani e ticinesi; a proposito di italiani, non per vantarci ma nelle sale dell’Ermitage, il famoso museo di cui il Palazzo d’Inverno ora fa parte, ci sono ben 35 sale dedicate alla pittura italiana, con capolavori inestimabili come ad esempio la Madonna Litta di Leonardo Da Vinci.

Se non fosse per le scritte in cirillico (ma comunque su quasi tutte le targhe delle vie c’è la traduzione inglese, per cui il mio sforzo di studio accelerato del russo non era poi così indispensabile) sembrerebbe di essere in Olanda, o in qualche città della Germania; del resto proprio così Pietro voleva la sua città, che assomigliasse a quelle di queste nazioni che stimava e ammirava.

E’ suggestivo fare un giro in battello la sera, dopo l’imbrunire, e vedere i palazzi illuminati; percorrere la famosa prospettiva Nevskij, la grande arteria di oltre quattro chilometri che attraversa lo spazio racchiuso in un’ansa della Neva, dove di trovano negozi, palazzi, parchetti, chiese, e dove c’è sempre un grande passeggio; visitare almeno la Chiesa di S. Isacco, la cattedrale della Nostra Signora di Kazan, che contiene un’icona della Madonna bellissima, e la scenografica Chiesa della Resurrezione, sul canale Griboedov. E la Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, ovviamente, dove il povero comandante non poteva mai uscire, in pratica era prigioniero…

WP_20180723_20_38_51_Pro

Chiesa della Resurrezione, che ad un occhio poco allenato potrebbe sembrare composta da pezzi messi a caso

A proposito di Griboedov, poco prima di partire avevo letto la sua commedia “Che disgrazia l’ingegno!”, nella quale immodestamente mi riconosco; morì giovane, fatto a pezzi nell’assalto dell’ambasciata russa a Teheran, dove stava trattando le clausole di pace dopo la guerra che aveva visto la Persia soccombere: i russi volevano indietro le donne cristiane,  armene e georgiane, presenti negli harem turchi, ma la folla sobillata da quelli che le donne se le volevano tenere linciò gli occupanti dell’ambasciata.

E’ impossibile, passando vicino a quei palazzi, non pensare a tutti gli scrittori che vi hanno abitato, o semplicemente si incontravano nei caffè per discutere delle loro opere; ogni via e ogni monumento, si può dire, sono citati e raccontati in qualche loro opera. I racconti di Pietroburgo di Gogol, Il maestro e Margherita di Bulgakov… per non parlare di Dostoevskij. Proprio oggi sono passato in biblioteca, volevo prendere Delitto e castigo e (ri)leggerlo, ma non c’era. C’era l’Idiota, c’erano i Demoni e c’erano i Fratelli Karamazov, ma Delitto e castigo no. Ho pensato che le mie forze attuali non mi permettono di affrontare letture così impegnative, di migliaia e migliaia di pagine; ho ripiegato allora (si fa per dire) sulla Sonata a Kreutzer di Tolstoj, più accessibile, che posso leggere anche in treno senza paura di rompermi una rotula nel caso, addormentandomi, che il tomo mi cada su un ginocchio.

Mi viene in mente quando, da ragazzo, andavo ad aiutare mio padre a bottega (lui era fabbro, lo ricorderete); la mia mansione spesso era quella di spazzare per terra, compito che svolgevo con scrupolo persino eccessivo; una volta al mese il postino Renato consegnava la “Selezione del Reader’s Digest”, di cui mio padre non so perché aveva l’abbonamento; questa rivista (non so se esista ancora) pubblicava insieme tre o quattro libri ma di ognuno solo qualche pagina era originale, ed il resto era un riassunto, ben fatto e curato, ma sempre riassunto. Quasi un bignamino, che forse in questi casi sarebbe utile…

Alzi la mano quanti hanno letto “I Fratelli Karamazov” in edizione integrale. Senza barare, eh? Quelli della mia età sono fortunati, perché la Rai ce l’ha trasmesso in televisione a puntate nel novembre-dicembre del 1969, con un cast di attori fenomenali. Allora si faceva cultura, e la gente non si annoiava mica: 15 milioni di audience! C’era fame di conoscenza, oggi tutti pensano di sapere tutto e l’ignoranza invece imperversa.

Ho in mente tante immagini: il fiume di gente che la sera attraversa il ponte prospiciente l’ammiragliato, per andare sul Lungoneva, o sulla Piazza del palazzo d’Inverno, o sulla Prospettiva Nevskij; le macchine private sul Lungoneva che, nel portabagagli, hanno delle macchinette di caffè con il quale fanno espressi da vendere ai passanti; la metropolitana profondissima, che abbiamo preso per mettere alla prova la mia lettura del cirillico (esame superato): il biglietto costa solo 45 rubli, circa 60 centesimi. Le piccole band di musicisti che si mettevano a suonare per strada, dove subito di formavano i capannelli di ragazzi… giovani, tanti giovani! Ho visto pulizia, gioia e la voglia di godersi queste giornate di sole.

Erano in corso anche le esercitazioni per la festa della Marina, che si sarebbe tenuta il 27 luglio, ma noi eravamo già partiti; a proposito, il servizio militare in Russia dura un anno, e spesso si incontrano dei reparti di soldati; anche da loro si sta discutendo se abolire la leva e puntare solo sull’esercito professionale, mi auguro non facciano il nostro stesso sbaglio.

WP_20180723_12_46_06_Pro

L’incrociatore ha appena sparato una palla facendo centro nel bersaglio

Abbiamo fatto un’escursione alla cittadina di Puskin (o Tsarskoe Selo, il villaggio degli zar) dove abbiamo visitato il palazzo di Caterina, e la splendida Camera d’Ambra. Il palazzo fu distrutto dai tedeschi prima di ritirarsi, nella seconda guerra mondiale; la Camera d’Ambra originale fu smontata e portata via. Venne anche catalogata (reperto 200) ma dopo la guerra non fu mai ritrovata. Quella di oggi è una riproduzione fedele, rifatta sulla base delle fotografie e disegni originali, e la spesa è stata sostenuta dal governo tedesco, a parziale risarcimento dei danni fatti.

WP_20180722_19_04_07_Pro

Miei compagni di fatica ai quali sono state negate le meritate ferie

Due parole sul cibo. Essendo un tour organizzato, la maggior parte dei pasti li abbiamo consumati in alberghi o ristoranti convenzionati: il menu consisteva di solito in insalata, zuppa, un secondo di carne o pesce e dolce. Noi non siamo abituati alle zuppe in estate, ma devo dire che dopo un po’ le ho trovate gradevoli. Una sera ci siamo liberati e siamo andati a mangiare in un piacevole ristorantino georgiano, dove abbiamo preso dei ravioloni di cui non ricordo il nome, della buona carne e due buone birre, e abbiamo pagato meno di 25 euro in due: da tornare!

Spero di non aver fatto troppa confusione, come dicevo ho mischiato racconti impressioni e ricordi; ma, date retta, vi conviene andare a vedere da voi…

images

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

tyrone-power-lead-600x450

¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

I suggerimenti più acuti ricevuti nonché qualche ricerca storica portano a pensare che il ragazzo sia uno scout, magari del Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori ed Esploratrici? Se tra di voi c’è qualche storico dello scoutismo è il momento di palesarsi.

La data ipotetica in cui la foto è stata realizzata, 1910-1920, sarebbe compatibile con la nascita dello scoutismo in Italia; così come le perplessità sulla presenza di fucile e baionetta sono fugate dal fatto che nei gruppi originari veniva effettivamente impartita una istruzione premilitare. Poi i cattolici si fecero i loro gruppi e forse quelli i fucili non li usavano, ma non ne sono sicuro.

Sarà proprio così? Quel ragazzo dalla carnagione un pò scura e dallo sguardo serio, forse un pò triste, è davvero quell’Ernesto di cui rimangono poche tracce? Cosa pensava, come si sentiva, senza padre e senza madre, e persino senza patria essendo apolide (eppure per la patria morì, seppure dalla parte sbagliata)? Viene voglia di abbracciarlo, di dirgli: “Ernesto lascia stare quel fucile, vieni via dai che andiamo a giocare a pallone”.

IMG-20170818-WA0020

Credo che a nonno farebbe piacere sapere che, nonostante siano passati più di settant’anni dalla sua sparizione, i nipoti e bisnipoti in qualche modo lo ricordano ancora. Mia madre ha raccontato che, quando nacque mio fratello il terzogenito, nel ’67, per lui aveva scelto un altro nome ma la notte prima del battesimo gli comparve in sogno mio nonno, di spalle, come per andare, che le disse: “Di me non si ricorda più nessuno”. Così mio fratello si chiama Ernesto, e anche lui avrà una bella storia da raccontare ai nipoti.

 

E’ lui o non è lui?

Questo è un esperimento, per vedere se almeno i social ogni tanto servono a qualcosa. La foto che allego dovrebbe essere stata scattata tra l’inizio del secolo ed il 1920 (dal 1910, più probabilmente). Mostra un ragazzo, diciamo avrà al massimo 14 anni? con una divisa che sembra da esploratore, da scout, ranger?

Alcuni mi hanno detto che potrebbe essere una divisa da esploratore in qualche colonia, qualcuno una divisa statunitense. Ha anche un fucile, sembrerebbe un qualche campo militare (di addestramento?) ma sono solo mie supposizioni.

So solo che dovrebbe essere mio nonno, ed a quell’età avrebbe già dovuto essere in Italia (dall’Argentina), ma le fonti storiche scarseggiano e l’alternativa sarebbe chiederlo a lui con un tavolino a tre gambe ma servirebbe una buona medium.

Qualcuno ha qualche indizio, o magari qualche foto simile che possa aiutare a capire che cosa stesse facendo il giovane Ernesto (sempre che fosse il giovane Ernesto)?

La foto (un ingrandimento d’epoca) ha delle scritte a matita sul retro, illeggibili, ci vorrebbero gli strumenti del Ris ma non è il caso di scomodarli per quesiti di famiglia.

IMG-20170818-WA0020

Thanks in advance!

p.s.
se anche dovessi scoprire che non è mio nonno pazienza. Ormai è stato adottato come nonno e come tale passerà nei cimeli di famiglia.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

1467883064415

Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

IMG-20170629-WA0002

Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

Alpe_Vicerè_villaggio_alpino1

¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.