Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

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¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Olena à Paris – 15

Nonna Pina, appoggiata a Juanito, entra nel basso edificio dai muri esterni scrostati e fatti appena due passi si arresta, stupita.
«Entrate, entrate, non fate caso al disordine» la invita Juanito, con Olena e Alfonso che li seguono poco lontani.
Il lungo corridoio è tappezzato da foto in bianco e nero, che il vecchio mostra con orgoglio. Nonna Pina stropiccia gli occhi sentendosi riportata indietro nel tempo e si avvicina alla parete per mettere a fuoco le immagini: una festa, dove uomini eleganti con capelli e baffi impomatati discutono fumando e reggendo dei bicchieri di vino rosso, forse porto; donne fasciate da lunghi abiti da sera che sembrano conversare mettendo in mostra gioielli e decolté; una di queste, seduta su di un basso sofà, si sventola con un ventaglio di pizzo e madreperla mentre con l’altra mano si ravvia i corti capelli neri, ammiccando verso l’obiettivo.
«Ussignur» scappa detto a nonna Pina «Non mi dire che questa sono…» continua la vegliarda rivolgendosi verso Juanito, che risponde con un gran sorriso.
«Proprio così, donna Eusebia, siete proprio voi. E lì dietro, vedete quel bambino che regge il vassoio…»
«Juanito?» realizza finalmente la centenaria «Signore mio, quanto tempo è passato… ma dove hai preso tutta questa roba? Questa casa sembra un museo…»
Juanito risponde, annuendo. «In un certo senso avete ragione, donna Eusebia, è il mio museo… in questi anni mi sono dato da fare per salvare i ricordi di questa casa, mi piangeva il cuore che andassero perduti»
«Ma che è successo, Juanito, come ha fatto ad andare tutto in malora?»
«E’ una storia lunga, donna Eusebia, se avete pazienza ve la racconterò… iniziò tutto proprio l’anno che arrivaste voi, il 1940. La proprietà, forse lo ricorderete, era appena passata a don Ignazio, il nipote di don Otelo… »
«Ignazio Balenciaga… era un bell’uomo, un dongiovanni, e faceva la corte a tutte le belle donne che gli capitavano a tiro… ci provò anche con me, ma non c’era trippa per gatti» ricorda nonna Pina, con un pizzico di rimpianto.
«Si, era molto galante, ma purtroppo aveva anche altri interessi… don Ignazio era un un fervente interventista e avrebbe voluto che l’Argentina entrasse in guerra al fianco dell’Asse. Per questo spesso aveva discussioni, anche accese, con chi non era d’accordo con le sue idee»
«Quella sera successe qualcosa, giusto? Mi pare che ebbe da ridire con uno spagnolo, un commerciante, tanto che i due dovettero essere divisi e lo spagnolo se ne andò, offeso…»
«Ricorda bene, ma purtroppo la cosa non finì lì… don Ignazio aveva bevuto molto, lo seguì fuori e la discussione trascese, finché accusò gli spagnoli di essere dei vigliacchi e degli irriconoscenti dopo l’aiuto ricevuto da Italia e Germania contro i repubblicani… lo spagnolo cercò di sottrarsi ma don Ignazio continuò ad insultarlo e arrivò a schiaffeggiarlo. Il duello era vietato, ma l’offesa era troppo grande ed era stata fatta davanti a testimoni: andava lavata col sangue, e la scelta delle armi toccava allo sfidato. Così la mattina seguente don Ignazio e lo spagnolo si sfidarono alla pistola, di cui sfortunatamente quest’ultimo era maestro; don Ignazio rimase ferito e dopo un paio di settimane morì per un’infezione. La penicillina non era ancora arrivata e bastava poco per andare all’altro mondo…»
«Povero don Ignazio, avevo saputo che era stato un attacco di cuore…»
«La famiglia volle tenere la vicenda segreta. La estancia rimase così al fratello, don Alfonso, un debosciato che in poco tempo dilapidò tutti i possedimenti al gioco e con donne di malaffare; tentò anche la strada della politica ma ebbe poco successo… Morì in un incidente d’auto, completamente ubriaco, e girava la voce che fosse stato “suicidato”…»
Juanito interrompe il racconto, notando che nonna Pina è affascinata da un’altra foto, dove due donne, una bruna ed una bionda, si stanno abbracciando calorosamente.
«Eva…» sussurra nonna Pina, accarezzando la foto.
«Si, Evita» conferma Juanito annuendo, provocando in Olena un fremito nel sopracciglio destro.
«Babushka, voi avete conosciuto Evita Perón?» chiede la russa, perdendo per un attimo la sua abituale freddezza.
Nonna Pina si raddrizza, e le rughe del suo volto si stirano in un sorriso «Se l’ho conosciuta?» risponde, volgendo lo sguardo al vecchio che appare commosso.
«Juanito, tu che dici, la conoscevo?»
Juanito si schiarisce la voce e risponde:
«Donna Eusebia e donna Evita si erano conosciute proprio qui, ed erano diventate grandi amiche… ma all’epoca Evita non era ancora la signora Perón»
Poi, riprendendosi:
«Ma che ne direste di continuare questa conversazione a tavola? Sarete affamati, e sono sicuro che alla mia famiglia farà un immenso piacere sentire il racconto dalla vostra voce»
«La tua famiglia, Juanito?» chiede nonna Pina, sopresa.
«Per grazia di Dio, signora, ho avuto tre mogli, sette figli, ventidue nipoti e non so più quanti trisnipoti; qualcuno se n’è andato ma la maggior parte è rimasta qua, a dare una mano nell’allevamento»
«Perché, tu hai un allevamento?» chiede ancora nonna Pina, interessata.
«Certo che ho un allevamento, non ve l’avevo detto donna Eusebia? Che sbadato, ormai la testa è quella che è… ho il più grande allevamento di bovini della provincia di Santa Rosa, si tratta di ventimila capi di Aberdeen Angus, non per vantarmi ma la carne migliore della pampa…»
«Juanito, effettivamente mi è venuto un languorino allo stomaco» lo ferma nonna Pina prendendolo sotto braccio e lanciando uno sguardo eloquente ad Olena. «Che ne dici se ci appropinquiamo? Ah, e mi faresti un piacere, caro Juanito?»
«Tutto quello che vuole, donna Eusebia» risponde l’ottantenne con deferenza.
«Ecco, appunto. Potresti smetterla di chiamarmi donna Eusebia? Chiamami Pina, donna Pina»

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Olena à Paris – 10

Nel 1885 i fratelli Hector e Otelo Balenciaga, avventurieri di Toledo, inseguiti da una mezza dozzina di mariti cornificati e dalle guardie di re Alfonso XII di Borbone ritennero prudente cambiare aria emigrando in Argentina e appena arrivati ci misero poco a capire che quella era la terra dei loro sogni: sconfinata, accogliente, fertile, con poche regole che non si potessero accomodare con un uso accorto delle pesetas e, se necessario, di coltello e fucile: l’Eldorado insomma, e si misero subito alla ricerca di un appezzamento di terra non troppo in vista, per impiantare una attività intanto che le acque non si fossero calmate e che dalla Spagna si fossero dimenticati di loro. Si inoltrarono a cavallo da Buenos Aires verso l’interno attraverso la pampa finché, in una bettola nel paesino di San Enrique, non si fermarono per rigovernare i cavalli e mettere qualcosa sotto i denti. Gli stranieri furono accolti gentilmente dall’oste e sua moglie Floridiana, che offrirono da bere del mate ed espressero l’auspicio che si fermassero per la notte; lo sguardo eloquente della prosperosa ostessa stava per convincere i due viaggiatori quando da un tavolo all’angolo, vicino alla finestra, furono attirati dal rumore di due dadi fatti girare in un bicchiere da un uomo alto, con dei lunghi capelli biondi ed una barba altrettanto lunga. Henderson, o meglio Lo Svedese, così era conosciuto, era stato capitano di vascello finché, stufo di veleggiare, era approdato sul Mar della Plata ai lidi che più gli erano congeniali: donne, sbronze e baruffe. Notando il borsellino che pendeva dalla cintura di Otelo, Lo Svedese invitò i fratelli a brindare alle rispettive patrie lontane ed a fare una partitina e, brindisi dopo brindisi di vino rosso di Cuyo Henderson si ritrovò presto in mutande ma la prese sportivamente: cedette ai due l’atto di concessione su un terreno poco lontano, dal quale il governo aveva provveduto a scacciare gli indigeni senza troppi riguardi, sull’esempio dei gringos americani; su questa pagina della storia argentina è stata scritta da Camilìto Estudiantes una poesia celeberrima, “Jugaban descalzos”:

Dijeron che estaba desierto
No nos parecìo
La pradera era nuestro hogar
nuestros niños jugaban descalzos
pero llevaban botas de cuero pulido.
Por nuestro bien, por la civilización,
nos dispararon con rifles Remington,
morimos tirando bolas, que mierda.¹

I fratelli si misero subito in marcia, prima che Lo Svedese si fosse ripreso dalla sbronza e si potesse accorgere dei dadi truccati, e presero possesso della loro tenuta che in quel momento consisteva in una distesa di terra da pascolo su cui scorreva un fiumiciattolo, una mandria di un centinaio di mucche, una stalla per i cavalli ed una baracca per i mandriani. Ammainarono immediatamente la bandiera svedese che si innalzava su un palo nel bel mezzo del cortile e la sostituirono con la Croce di Borgogna, la bandiera dei Carlisti, i reazionari sostenitori di Carlo VII per i quali avevano parteggiato nella terza guerra civile contro i liberali della Prima Repubblica.

“Que viva Don Carlos” è ancora leggibile sul cartello appeso all’arco di quella che una volta era l’ingresso della tenuta Balenciaga; arco che, sopravvissuto all’abbandono, dopo aver percorso un vialone di duecento metri introduce in quello che era il cortile della casa padronale, di cui oggi rimangono solo rovine, come gli altri edifici che vi si affacciano a semicerchio. In mezzo al cortile, con il muso rivolto verso l’entrata, è fermo un monovolume nero con i vetri oscurati, con il cofano aperto da cui esce un fumo grigiastro; di fianco una vecchina seduta su una carrozzina, con le gambe coperte da un plaid a scacchi scozzesi. I due uomini, rayban e cappello alla texana, scendono dal pick-up con un’andatura dinoccolata e si dirigono verso la carrozzina, guardandosi intorno; arrivati ad un paio di metri si fermano ed uno dei due, sempre guardandosi intorno, si rivolge all’altro:
«Una volta qua venivano a scaricare le sigarette di contrabbando, ti ricordi Ricardo? Ora scaricano le vecchiette, che brutti tempi» poi, poggiando distrattamente la mano sul calcio della Smith & Wesson 500 poggiata sulla fondina in pelle marrone che gli pende dalla cintura, si rivolge alla vecchia fissandola negli occhi:
«Dove sono finiti i tuoi amici, nonnina?»
«Cos’è tutta questa confidenza, giovanotto?» risponde la vecchia indispettita. «Non mi pare che abbiamo mai mangiato insieme, cos’è questo “tu”? Ma pensa te. Innanzitutto non ti hanno insegnato che ci si toglie il cappello davanti ad una signora? E si chiede per favore. E poi a te cosa interessa dove sono andati i miei amici?»
L’uomo, con un ghigno divertito, si toglie il cappello e ripete la domanda:
«Gentile signora, sarebbe così gentile da dirci, per favore, dove possiamo trovare i suoi amici?»
«Oh, così va meglio. L’educazione è importante, che diamine. Dunque, fammi pensare… devi scusarmi sai, la memoria non è più quella di una volta…» poi, notando che la mascella dell’uomo che sta serrando, e la mano slaccia il fermaglio della pistola, l’anziana si affretta a proseguire:
«Ecco, ecco, che fretta… mi pare abbiano detto che andavano a cercare un meccanico. Ah no, che stordita, adesso mi ricordo. Dunque, uno è là dietro» dice indicando un punto alle spalle dell’uomo «che sta per far saltare la testa al tuo amico»
Si sente un piccolo schiocco, e il compare cade a terra urlando, colpito ad una gamba.
«Si vede che ci ha ripensato. E l’altra invece ha detto che doveva parlarti»
«Ma che…» sibila l’uomo, abbassandosi di colpo. «Io non parlo con nessuno, e tu adesso viene con me, mummia!» e così dicendo si getta verso la vegliarda con l’intenzione di farsene scudo, dovendo però recedere dai suoi propositi alla vista della canna dell’AK-47 che spunta da sotto il plaid.
«Mani bene in vista, hombre» intima nonna Pina «Slacciati il cinturone e fai qualche passo indietro, e sbrigati che il grilletto è sensibile e mi tremano le mani. Ecco, da bravo, e adesso in ginocchio, e con le mani sulla testa, forza!»
L’uomo esegue, sebbene riluttante, e nonna Pina si alza dalla carrozzella, facendo cadere a terra il plaid, e sempre tenendo sotto tiro l’uomo inginocchiato, dà il segnale di via libera:
«Vieni Natascia, è tutto tuo»

Dal monovolume esce una donna statuaria inguainata da una tuta nera con in testa un passamontagna ed in mano un lungo astuccio rigido. La donna arrivata a pochi passi dal prigioniero si ferma, poggia in terra l’astuccio e ne estrae due spade šaška². Esegue qualche rotazione, poi con una smorfia di disapprovazione si rivolge all’uomo:
«Io non capisco come gente così trascurata, non pensa anche voi babushka? Capelli tutti in disordine, che verguogna. Ma tu uomo muolto fortunato, c’è qui tuo parrucchiere. Tu preferisce sfumatura alta o bassa?»
«Che… che intenzione hai di fare con quelle?» chiede l’uomo preoccupato, vedendo che la donna ha ripreso a far roteare le spade. Olena si ferma, si toglie il passamontagna e si sistema i capelli scrollando la testa, poi fissa l’uomo con gli occhi di ghiaccio, e risponde:
«Dipende da te, finuocchietto. Chi manda voi? Dov’è Carlos? E non muovere testa, se tu tiene a tue orecchie»

¹ Dicevano che era deserto / a noi non sembrava / la prateria era casa nostra / i nostri figli giocavano a piedi nudi / loro indossavano stivali di cuoi lucido. / Per il nostro bene, per la civiltà / ci spararono con i fucili Remington / che merda, siamo morti lanciando bolas.
² La Šaška era una sciabola usata dai cosacchi, poi adottata dai dragoni dello Zar; oggi viene usata in danze tradizionali dove dei virtuosi si esibiscono roteandola con maestria.

Inno dei lavoratori

Buon Primo maggio, questo inno l’ho suonato tante volte da ragazzo con la banda, sfilando per le vie del paese… il canto è del 1886, parole di Filippo Turati e musiche di Amintore Galli. Dedicato a chi al sol dell’avvenir ancora ci crede… 

Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell’avvenir.

Nelle pene e nell’insulto
ci stringemmo in mutuo patto,
la gran causa del riscatto
niun di noi vorrà tradir.

Ritornello:
Il riscatto del lavoro
dei suoi figli opra sarà:
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.

La risaia e la miniera
ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d’un armento
siam sfruttati dai signor.

I signor per cui pugnammo
ci han rubato il nostro pane,
ci han promessa una dimane:
la diman si aspetta ancor.

Ritornello

L’esecrato capitale
nelle macchine ci schiaccia,
l’altrui solco queste braccia
son dannate a fecondar.

Lo strumento del lavoro
nelle mani dei redenti
spenga gli odii e fra le genti
chiami il dritto a trionfar.

Ritornello

Se divisi siam canaglia,
stretti in fascio siam potenti;
sono il nerbo delle genti
quei che han braccio e che han cor.

Ogni cosa è sudor nostro,
noi disfar, rifar possiamo;
la consegna sia: sorgiamo
troppo lungo fu il dolor.

Ritornello

Maledetto chi gavazza
nell’ebbrezza e nei festini,
fin che i giorni un uom trascini
senza pane e senza amor.

Maledetto chi non geme
dello scempio dei fratelli,
chi di pace ne favelli
sotto il pie dell’oppressor.

Ritornello

I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.

Guerra al regno della Guerra,
morte al regno della morte;
contro il dritto del del più forte,
forza amici, è giunto il dì.

Ritornello

O sorelle di fatica
o consorti negli affanni
che ai negrieri, che ai tiranni
deste il sangue e la beltà.

Agli imbelli, ai proni al giogo
mai non splenda il vostro riso:
un esercito diviso
la vittoria non corrà.

Ritornello

Se eguaglianza non è frode,
fratellanza un’ironia,
e pugnar non fu follia
per la santa libertà;

Su fratelli, su compagne,
tutti i poveri son servi:
cogli ignavi e coi protervi
il transigere è viltà.

Ritornello

Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XXVII)

Sabato 21 marzo

Ed è arrivata anche la primavera, che in verità si era già fatta precedere da una serie di belle giornate. Alle 11 il termometro sul balcone della sala segna 33 gradi…

Questo weekend si sarebbero dovute tenere le giornate di primavera del Fai, con apertura e visite di palazzi e monumenti tra i più belli d’Italia: rimandate a maggio e poi vedrà, del resto se anche le processioni di Pasqua verranno spostate a settembre (ma non la Pasqua, quella rimane al 12 aprile, la Risurrezione non può mica aspettare i comodi del virus).

Oggi avrei dovuto dedicare la giornata alla sistemazione della cantina ma ieri sono stato vittima di un incidente. Finito il lavoro mi sono messo a fare qualche esercizio di ginnastica per sgranchire spalle, collo e schiena, più che altro stretching ma, o non mi sono riscaldato abbastanza o mi sono stirato troppo, rialzandomi dopo un piegamento ho sentito un “tac” che mi fatto gridare “Ah!” come la suora inquieta di Lacrime e Laterizio che ben conoscete, a cui dalla cucina ha fatto eco un ‘Eh!” di biasimo e riprovazione. Ci ho messo un po’ a recuperare la posizione eretta, si è trattato credo di un colpo della strega che purtroppo dovrò curare in solitudine e senza il conforto dei cari, che anzi mi scherniscono per l’attacco di senilità che mi ha portato a fare esercizi non consoni al mio attuale stato fisico nonché psichico.

Tutt’altra solidarietà trovai in gioventù quando recandomi da un cliente a Modena fui vittima di un infortunio analogo: uscendo dal taxi mi voltai per prendere il disco su cui si trasportavano i programmi, una pizza del diametro appunto di una pizza del Digital PDP-11, con una capacità di 10 mega (preistoria, direte: si, ma funzionava benissimo…) che pesava sì e no un chilo, ma devo aver fatto una torsione anomala perché sono rimasto incriccato proprio come ieri sera e sono entrato dal cliente dolorante, pallido come un cencio e con i sudori freddi. Le segretarie poverine si sono preoccupate e si sono prodigate nei soccorsi: a quell’età ci vuole poco a riprendersi…

Ad ogni modo stamattina, dopo una notte semi insonne alla ricerca della giusta posizione che non ho trovato, ho dovuto rinunciare alla consueta passeggiata fino all’edicola per recarmi invece in farmacia a fare incetta di cerotti anti-infiammatori e Voltaren, oltre a varie altre medicine per non dover fare altri viaggi. In coda c’erano solo quattro persone, davanti a me un ottantenne senza mascherina che si copriva a stento con una sciarpetta e continuava ad avvicinarsi per raccontare la rava e la fava costringendomi a indietreggiare; la mia gentilezza innata, il rispetto per l’età ma anche la consapevolezza che dei due era lui quello che stava rischiando di più mi hanno impedito di mandarlo al diavolo, anche quando ha sparato che in cantina aveva una maschera antigas della guerra e non l’ha messa solo per paura che lo rinchiudessero; ma amico caro, non sei stato informato che i manicomi li hanno chiusi? E poi c’è gente in giro più pericolosa di chi mette uno scolapasta in testa o indossa una maschera antigas…

Per inciso, per andare alla farmacia devo attraversare la piazza percorrendo il sottopassaggio: indecente come al solito, e dico va bene richiamare alla responsabilità individuale ma il Comune che aspetta a far pulire, che arrivi la Protezione Civile o addirittura Conte in persona? Qui se ognuno non fa la sua parte non ne usciamo più…

Le farmaciste sono separate dalla clientela da una specie di parete di plexiglass, ed entra una persona alla volta; ho chiesto anche delle mascherine prenotate una decina di giorni fa, ma non sono ancora arrivate: saranno quelle bloccate da Erdogan alla dogana? Dovremo ricordarcene di questo “amico”, a suo tempo.

Mia madre è ovviamente molto preoccupata per le notizie dalla Lombardia, anche se ormai nessun posto d’Italia è immune; è incredula, come chi ne ha viste tante e le sembra di vivere l’ennesimo incubo; tra l’altro mi ha raccontato di quando nel 1940 lei fu l’unica del vicolo in cui viveva a beccarsi l’influenza e fu guardata malissimo da parenti e vicini e rimproverata, le dissero che era colpa sua se l’aveva presa perché andava sempre in giro…

Mia suocera invece ha raccontato di quando, nel ’62 suo suocero, il nonno di mia moglie, si ammalò di influenza asiatica; all’ospedale non vollero ricoverarlo ed il medico del paese non volle uscire a visitarlo; dovettero chiamare un medico del paese vicino, che prescrisse le medicine e disse che dovevano tenerlo al caldo… sembra facile, ma nelle case umili di una volta la stufa stava solo in cucina (anche nella mia era così); così il nonno fu spostato dalla camera fredda in cucina dove di solito dormivano i bambini… il nonno si salvò ed anche i bambini, mia moglie e suo fratello.

Alla fine di questo periodo saranno tante le strutture che dovranno essere riviste e migliorate… quelle ospedaliere, carcerarie, dell’accoglienza (ma di questo scriverò domani, la situazione sta diventando drammatica), addirittura quelle cimiteriali… e sì, perché ci si è accorti che nemmeno i forni crematori bastano: se hanno fatto tutti come a Como lo credo, è chiuso dal giugno 2016 e non si sa ancora quando riaprirà… impareremo qualcosa da questa lezione?

Povera Patria, cantava Battiato, non cambierà. Sì che cambierà…

Per oggi direi che può bastare, anche perché la schiena reclama; a domani dunque, amici vicini e lontani!

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Bollettino della Vittoria

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12; Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Per carità, in tempi di nazionalismi crescenti si rischia di dar fuoco alle polveri, ma pare quasi che ci vergognamo di averla  vinta, quella guerra… non so se quelli che l’hanno combattuta sarebbero molto orgogliosi di noi e di come è diventato questo paese. E pensare che l’Italia era unita da poco più di cinquant’anni,  Diaz era napoletano e magari senza Garibaldi sarebbe diventato un generale borbonico, vallo a sapere…

Qui un mio vecchio post con un ricordo del Quattro Novembre

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Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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Una birra per Olena (VI)

Fritz Gunnerbaum arriva a casa, nell’appartamento al terzo piano in un condominio di Werinherstrasse, non distante dal cimitero Ostfriedhof, infila la chiave nella toppa e apre la porta con delicatezza.
«Tesoro? Sono io, cara, il tuo coniglietto» si annuncia appena varcata la soglia. Dalla saletta lo accoglie un grugnito:
«Umpf, grumpf… pattine! Crunch, tele? Munch, coglione del vostro capo…»
Fritz decifra i suoni emessi da sua moglie, Ursula Schutzentagger, ex campionessa di sollevamento pesi della DDR, e risponde con calma:
«Si cara, ho messo le pattine. No, non ho sentito la televisione. Cosa sta dicendo quel coglione del nostro capo?» ed entra finalmente nel piccolo soggiorno dove Ursula, 130 chilogrammi di peso per 1,66 centimetri di altezza è sprofondata nel divano con in mano un bretzel al formaggio, davanti al televisore 52” dove troneggia il faccione del giornalista Leo Breitner che intervista il capo della polizia.
«Herr Muller, a che punto sono le indagini su questi attentati?» chiede a Dieter Muller, capo della polizia federale. Muller, un quarantacinquenne alto, biondo, molto attento all’immagine, risponde senza scomporsi:
«Le indagini procedono a 360 gradi, abbiamo messo in campo le nostre migliori risorse» e su questa affermazione Ursula commenta con uno “Sgrunt” che trasuda scetticismo «e stiamo circoscrivendo il campo dei sospetti»
«Ci sono state rivendicazioni?» chiede il giornalista. «Dieci attentati in pochi giorni sembrano opera di un gruppo organizzato. Sarebbe azzardato ipotizzare una pista islamica, o di anarchici ambientalisti-vegani?»
Questa volta è Fritz a commentare scuotendo la testa «Si, come no… e perché non la mafia, allora? » e come se gli avesse letto nel pensiero il capo della polizia risponde:
«Come dicevo, al momento non escludiamo alcuna pista, compresa quella della criminalità organizzata, dato che sono stati colpiti solo stabilimenti italiani. Rassicuro l’opinione pubblica che stiamo producendo il massimo sforzo e non lasceremo niente di intentato per assicurare alla giustizia i responsabili. Grazie, signori» e così dicendo Dieter Muller saluta l’intervistatore e se ne va.
«Chomp… crunch… scoperto niente, eh? Munch, figurarsi, crunch, ubriacone…»
«No cara, ancora non abbiamo scoperto, raccogliamo indizi. E non parlare così del commissario capo, non è un ubriacone… anzi, scusa un attimo…» e Fritz va in bagno a chiamare al telefono il suo superiore, cercando di non farsi sentire da sua moglie.
«Pronto, commissario Tupperware, chi parla?» risponde Horst.
«Capo, sono Fritz. Ha sentito alla tele quel cogl… ehm, il capo della polizia?»
«Si Fritz, ho appena spento l’apparecchio, perché?»
«Capo, non pensa che una volta tanto possa avere ragione? Che sia una faccenda di mafia, sa, questi italiani…»
«Fritz, Fritz, mio buon Fritz» lo interrompe il commissario capo «Ragiona: hai visto in giro delle Punto, delle Panda, delle pizze, dei mandolini, per caso?»
«No capo, ma….»
«E dunque come possono essere stati gli italiani? Senza contare che i calzini bianchi nel belpaese sono vietati per legge. Rimaniamo con i piedi per terra, Fritz, niente voli pindarici. Come sta Ursula? Salutami la tua dolce metà» e chiude la comunicazione.
Fritz rientra nella saletta e lancia uno sguardo alla moglie, considerando che la definizione di “metà”, data la stazza, è abbastanza riduttiva, poi tanto per cambiare discorso chiede:
«Cara, cosa c’è per cena?»
Ursula, senza alzarsi dal divano, indica al marito il forno; Fritz lo apre spargendo per la casa un delizioso profumo di stinco di maiale e patate arrosto.
«Ti amo, Ursula» dichiara il vicecommissario.
«Sgrunt, vaffanculo» risponde l’amorevole mogliettina.

Horst Tupperware entra nel piccolo bilocale che si affaccia su piazza Karlsplatz e si toglie l’impermeabile, poi rivolge uno sguardo di saluto al poster dell’Ispettore Derrick che ha appeso su una parete del corridoio e si dirige verso il frigorifero, dove può solo constatare che è desolatamente vuoto a meno di due bottiglie di birra, una confezione di rape ed un tubetto di senape. Sconsolato ritorna sui suoi passi e riprende l’impermeabile per dirigersi verso la vicina birreria Augustiner, quando si accorge della segreteria telefonica che lampeggia. Schiaccia i tasti per avviare la riproduzione:
«Bip! Volete risparmiare sulla bolletta telefonica? Offertona, un anno intero a 20 euro ed in più avrete a casa Ulla, la segreteria telefonica multilingua…»
«Bip! Passa a Sofronia, l’energia rinnovabile e ecologica! In regalo Frida, la bicicletta collegabile al contatore di casa…
«Non sanno più che inventare…» commenta Horst scuotendo la testa, prima di passare all’ultimo messaggio.
Il messaggio è in russo e la voce inconfondibile:
«Ciao Panzerotto, sono Marlene Dietrich. Chiamami.»
Horst Tupperware ha un sussulto, e la cornetta del cordless gli scivola di mano e cade a terra.

Dresda, 9 novembre 1989.
Davanti all’ambasciata russa una folla è accalcata ai cancelli e preme per entrare. Il muro è caduto e la DDR sta crollando con esso, la sede della Stasi è già stata presa d’assalto ed ora tocca a quella del Kgb. All’improvviso la porta dell’ambasciata si apre, e dalla scalinata scende un giovane tenente-colonnello, con una pistola in mano, che si rivolge con calma a quelli più vicini:
«Signori, questo è territorio sovietico, vi prego di allontanarvi. Questa pistola ha 12 colpi. Gli undici che vogliono morire si facciano avanti, l’ultimo colpo lo tengo per me»
Mentre gli invasori si chiedono se sia il caso di andare a vedere se quanto minacciato dall’uomo che hanno davanti è un bluff, al suo fianco si materializza una giovane donna alta, con dei capelli biondi a caschetto, due occhi blu ghiaccio ed un paio di stivali che le arrivano al ginocchio.
«Questo ha qualche colpo in più» afferma la donna senza accenno di sorriso, mostrando il Kalashnikov AK-47 che imbraccia. «Tornate a casa e nessuno si farà male»
La determinazione dell’amazzone consiglia i primi della fila a frenare, considerando che in fondo è stupido farsi sforacchiare poco prima di poter vedere i supermercati pieni di salami. Dall’interno un uomo, anch’esso con un’arma in pugno, richiama la coppia:
«Andiamo, compagni, dietro c’è un’auto che vi aspetta. I documenti sono stati tutti distrutti»
La donna si volta verso l’uomo, un bell’uomo sui trent’anni, e gli sorride.
«Alla buonora, Panzerotto, ce ne hai messo di tempo» lo saluta «Solo un attimo, arriviamo subito» dice risalendo la scalinata, facendo scudo al colonnello. Una volta dentro e chiusa la porta, chiede al suo superiore:
«L’avreste fatto veramente, colonnello? Voglio dire, sparare sulla gente»
L’ufficiale guarda la pistola, poi rivolge lo sguardo verso la ragazza e, con un sorriso beffardo, le chiede a sua volta:

«Secondo voi, sottotenente Smirnoff?»

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Cultura a catinelle!

Come si addice ad un intellettuale la cui cultura pop spazia da Nicola Di Bari a Luis Del Sol, da “Natale in India” con Boldi e De Sica ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij (ma solo in versione sceneggiata), la mia preparazione eclettica è apprezzata ed ammirata senza riserve.

Grazie alla fama di sapienza che alimento scuotendo gravemente la testa quando si parla di un argomento di cui non so una cippa mi sfuggono i dettagli ed intercalando con degli opportuni “già, già!” ed “eh!”, ogni tanto mi viene dato l’incarico di organizzare delle gite per partecipare a qualche evento culturale. In genere trovarsi la pappa pronta è apprezzato, perciò il fatto che io mi prenda la briga di prenotare, acquistare i biglietti anticipando i soldi, studiare itinerari e visite collaterali e magari scegliere anche il ristorante mi viene riconosciuto come grande capacità organizzativa, sulla quale la mia consorte non concorda non trovando uguale lucidità di azione quando si tratta di trovare i calzini dispersi chissà come in qualche cassetto a me sconosciuto.

Lo scorso weekend quindi, con una dozzina di volenterosi, ci siamo recati a Milano per la mostra sul pittore Antonello da Messina, che si trova al Palazzo Reale.
Qualche anno fa mi era capitato di vedere il suo dipinto più bello (secondo me), l’Annunciata, al palazzo Abatellis a Palermo; era agosto, poco dopo pranzo, ed andammo a visitare la stupenda Galleria confidando nell’aria condizionata: non sapevamo che custodisse questo tesoro, e ricordo che rimanemmo un quarto d’ora ad ammirarlo, lo sguardo, il velo, i gesti delle mani… a settembre tra l’altro ebbi la soddisfazione di veder pubblicato il mio reportage della vacanza (sotto pseudonimo, e gratis naturalmente) sulla rivista Turisti per Caso, ed ancora me ne vanto.

Poiché la prenotazione era per le 14:50 (orario strategico in quanto ci avrebbe permesso di pranzare con calma), ho studiato un itinerario che unendo storia ed arte avrebbe soddisfatto tutti, e siamo partiti dalla Vigna di Leonardo, situata nel giardino della casa degli Atellani, in corso Magenta.
La vigna fu regalata dagli Sforza a Leonardo, e da questo lasciata in eredità ai suoi servi quando si trasferì ad Amboise; per l’Expo del 2015 degli archeologi-botanici sono riusciti, scavando nel giardino, a ritrovare le radici degli antichi vitigni e li hanno fatti rivivere. Alcuni scettici del gruppo hanno messo in dubbio questa ricostruzione, tacciandola come balla colossale ma ben fatta: del resto se uno va in giro in Francia si accorgerà che è pieno di posti dove sono rimaste solo poche pietre e sulle quali i francesi hanno costruito delle attrazioni incredibili. Sono in vendita anche delle bottiglie di vino malvasia, ma prodotte nell’Oltrepò pavese.
Il palazzo fu donato alla famiglia Atellani da Ludovico il Moro, e nel corso dei secoli ha avuto diversi passaggi di mano, fino ad essere acquistata nel 1919 dall’ingegner Ettore Conti che lo fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi (del quale ho sentito parlare recentemente, nella visita a Villa Necchi Campiglio, sempre a Milano, per le giornate del Fai).
Conti, che è vissuto 101 anni, ha avuto la soddisfazione di vedere il palazzo rivivere, ma anche il dispiacere di vederselo di nuovo lesionare nel ferragosto del ’43, quando i bombardamenti terroristici degli americani distrussero il vicino chiostro di Santa Maria delle Grazie e per un miracolo non polverizzarono il Cenacolo Vinciano. Ora il palazzo è restaurato e visitabile, e vale la pena di farci un giro.

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La Vespa di Leonardo

Da lì ci siamo diretti a Sant’Ambrogio, dato che a Santa Maria delle Grazie era in corso la Messa; qui innanzitutto abbiamo ammirato i lavori per la M4, meravigliandoci che qualche ritrovamento non abbia bloccato tutto, poi mio figlio ci ha tenuto una lezione di arte rendendomi orgoglioso dei soldi spesi per la sua istruzione.
Poi, con l’intenzione di ritornare su Corso Magenta, siamo passati a fianco della Colonna del Diavolo, dove la leggenda vuole che i due buchi impressi su di essa siano appunto le corna del diavolo; e continuando ci siamo trovati davanti al Tempio della Vittoria, o Sacrario dei Caduti milanesi. Vincendo la resistenza della componente femminile siamo entrati, il luogo è suggestivo e toccante con oltre diecimila nomi scolpiti nel bronzo; mi ha colpito una lapide dedicata ai “ragazzi del ‘99”, quei diciottenni che dopo la disfatta di Caporetto furono gettati in battaglia per rinvigorire un esercito esaurito dalle “spallate”, la strategia folle del generale Cadorna. Il nonno di mia moglie fu uno di quei ragazzi: fu chiamato alle armi ma fortunatamente non fu mandato al fronte, e portò a casa la pelle a differenza di tanti suoi coetanei.

Tornati su Corso Magenta siamo entrati in San Maurizio al Monastero Maggiore, di cui ho già parlato, un capolavoro rivelato nel cuore di Milano, come dice il Touring Club Italiano che lo tiene aperto, i cui restauri sono conclusi anch’essi per l’Expo. Vittorio Sgarbi l’ha definito “la Cappella Sistina di Milano”, forse è un po’ esagerato ma l’impatto, visitandolo, è di quelli da lasciare veramente senza fiato.
Poi, anche approfittando del fatto che la prima domenica del mese i musei Statali e Civici sono gratuiti (finché a qualche seguace del “con la cultura non si mangia” non verrà in mente di abolire questa iniziativa) siamo entrati nel contiguo Museo Archeologico.
I musei archeologici difficilmente mi appassionano, lo confesso, ma devo dire che questo da cui pure mi ero tenuto per anni accuratamente alla larga mi è piaciuto, e molto. Non lo abbiamo visitato tutto, ma solo la sezione romana: moderna, ben spiegata, con plastici che ricostruiscono la Milano com’era e ricostruzioni che mostrano cosa c’era al posto di quello che si vede ora: anche alcuni bei reperti, bisognerà proprio farsi un giretto della Mediolanum romana, prossimamente.

E, poiché s’era fatta una certa, come dicono a Bolzano, ci siamo appropinquati ai luoghi delle cibarie: puntando prima verso i Panzerotti di Luini, delusi dal fatto che lo storico negozio la domenica è chiuso: eppure una del gruppo giurava e spergiurava di esserci stata una domenica e di aver rinunciato perché c’era una fila chilometrica: e ti credo, se era chiuso hai voglia ad aspettare…
Allora è scattato il piano B, che il pianificatore attento deve sempre avere a disposizione: l’Antica Focacceria San Francesco, piatti tipici siciliani e street food che ci avrebbero ben predisposto per la visita del pittore messinese. I prezzi sono modici tranne il passito finale: con quello che abbiamo speso per i quattro bicchierini ne avremmo comprata una intera bottiglia.

Avvicinandoci a Piazza del Duomo ci sorprende, davanti alla Rinascente, un boschetto di ulivi secolari: The Green Life, un’iniziativa del gruppo commerciale per promuovere lo stile di vita verde, che fa il paio con il bananeto che resiste rigoglioso in faccia al Duomo.
Ecologico, ecocompatibile, ecosostenibile: saranno ecoballe? Per una città che sfora regolarmente i livelli di Pm10 sorge il sospetto.

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Ma, avanzando ancora verso la Piazza, ci sorprende una installazione, che immaginiamo subito faccia parte del Fuori Salone, ovvero le iniziative per il Salone del Mobile che si svolge alla Fiera e che funesta i pendolari che si trovano le carrozze del metro stracolme. Si tratta di un enorme statua rosa della quale da lontano non si percepiva bene la forma e che quindi ha dato adito ad ipotesi azzardate: dei glutei maschili con peli; uno scroto, sempre con peli; un puntaspilli. Solo aggirandola, e grazie all’aiuto di targhe, si è riuscito a capire che si trattava di una poltrona trafitta da frecce, a significare la violenza sulle donne. Il giorno seguente ho letto di proteste femministe e ne hanno ben donde: la poltrona è il regno dell’uomo, era la cucina che andava trafitta!

E finalmente entriamo alla Mostra: a me è piaciuta molto, i ritratti di Antonello da Messina sono stupefacenti per come trasmettono il carattere, la psicologia del soggetto: è un peccato che se ne siano rimasti pochi, e molti siano andati persi nel grande terremoto che rase al suolo Messina nel 1909. Una curiosità che lessi l’anno scorso, quando preparavo il viaggio in Russia; l’incrociatore Aurora, quello che sparò il colpo che diede il via alla presa del palazzo d’Inverno, fu il primo a prestare soccorso alla popolazione, prostrata dal terremoto e dal successivo tsunami, che allora però si chiamava maremoto.

All’uscita una parte si è recata alla Rinascente a rifocillarsi, mentre i più valorosi sono andati a San Satiro, in Via Torino, dove oltre all’incredibile abside di Bramante c’è un bellissimo Compianto sul Cristo Morto, bellissimo ed espressivo anche se non così esageratamente drammatico come quello di Santa Maria della Vita, a Bologna.

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Poi una puntatina alla Chiesa di San Giorgio, nell’omonima piazza, dove c’è un bel polittico di Bernardino Luini; già che eravamo lì la professoressa d’Arte che ci accompagnava ci ha istigato ad entrare nella Pinacoteca Ambrosiana per vedere almeno la stanza con il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, ma una rivolta con minacce di stendersi sul selciato e farsi investire dal primo taxi di passaggio ci ha indotti a desistere.

Eravamo in piazza San Sepolcro, tra l’altro, dove Benito Mussolini il 23 marzo 1919 fondò i Fasci Italiani di combattimento, per dire che in ogni città italiana basta girare un angolo per incontrare un pezzo di storia.

Siamo tornati a casa stanchi ma soddisfatti: per cena, a giusto coronamento e come sintesi della giornata, ci aspettava il polpettone.

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Ciao, Nelson!

 

Conti aperti

Girovagando per siti politicamente scorretti ho trovato questa canzonetta che deve essere andata in voga nel 1940, sebbene testimoni dell’epoca sulla cui memoria faccio affidamento non la ricordino affatto.

I tempi ed i protagonisti erano drammatici mentre quelli attuali sono ridicolmente patetici: abbiamo inventato la perniciosa categoria dei sovranisti-interventisti,  che spero gli italiani (non i francesi, anche se a questo punto forse ne avrebbero una gran voglia) mettano al più presto in condizione di non nuocere. Per fortuna c’è Sanremo.

CONTI APERTI

Allungato è lo stivale
Fino all’Africa Orientale,
ma allargato adesso sia
con Biserta e Tunisia!

Torna Corsica rocciosa
Gemma italica preziosa
Villafranca? Il patto muoia
E a noi torni la Savoia!

Fuori fuori da Gibuti
Gli slombati ed i cornuti
Via aperta, è naturale,
di Suez per il canale!

Baldanzoso Deladier
Ripeteva i suoi “jamais!”
Ma per forza “aujourd’hui”
Dovrà dire sempre “oui”!

Cuginanze e sorellanze
Son finite, addio speranze!
Con i pianti e con i preghi
Francia tu più non ci freghi!

Con le buone e senza stizza
All’Italia torni Nizza
E l’inglese in tutta fretta
Ci ridia Malta e Valletta!

Con Badoglio e con Graziani
A Parigi gli italiani
Entreranno rosei e freschi
Incontrandovi i tedeschi!

O francesi ecco i nodi
Degli inganni e delle frodi
L’ora è giunta e certi conti
Siano resi tutti e pronti!

Aridatece Parmalat!

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