Olena regina d’Abissinia – 6

Seduti ad un tavolo del bar Chicco d’Oro in Piazza della Riforma, nel centro di Lugano a pochi passi dal lungolago, Gilda ancora sconcertata sorseggia una tisana al salopardo dall’inconfondibile colore dorato che ben si abbina con gli orecchini creoli che le adornano i graziosi lobi.
«James caro, temo di non capirci più niente. Mio nonno ha avuto un figlio da un’abissina, ma ti pare possibile? E questa storia dei matrimoni temporanei è veramente assurda, pensavo che roba del genere si facesse solo a Las Vegas!»
«Purtroppo signora» risponde il maggiordomo distogliendo a fatica lo sguardo dai monili pendenti della padrona «la pratica era abbastanza comune, anche il giornalista Indro Montanelli ammise di averci fatto ricorso da giovane ufficiale. Sembra che fosse anzi considerata una pratica di igiene, piuttosto che frequentare prostitute con il pericolo di contrarre malattie veneree. Ad un certo punto però, con l’introduzione delle leggi razziali, i matrimoni misti furono formalmente vietati anche se continuarono per un certo periodo. Non c’è da meravigliarsi quindi se anche suo nonno si sia adeguato alla prassi del tempo»
«Mio nonno, diciamocelo pure James, era un vero figlio del suo tempo, per non dire di qualcos’altro. Pensa che la povera nonna, che era poi la sua seconda moglie, mi raccontava che quello sconsiderato partì volontario per l’Africa lasciando la prima moglie incinta e con tre bambini piccoli; quando si ripresentò, a guerra finita, la moglie era morta di parto e i bambini sparpagliati tra zii e parenti. Così non sapendo che pesci pigliare cercò una donna che facesse da madre ai suoi figli e trovò mia nonna, che aveva 35 anni ed era considerata ormai una zitella. Ma mia nonna non si limitò a quel ruolo, sia chiaro, lei fu una moglie vera ed oltre a crescere i figli del marito ebbe da lui un altro figlio: mio padre»
«Mi scusi se mi permetto, signora» chiede educatamente il maggiordomo «ma se suo nonno ha avuto altri figli come mai lei è rimasta l’unica erede?»
«Purtroppo morirono tutti nell’epidemia di asiatica del ’57, una vera tragedia, finirono anche sul giornale. In effetti io non li ho mai conosciuti. Mia nonna e mio padre invece si salvarono, una bella fortuna!» conclude la Calva Tettuta, e riprende:
«Comunque adesso abbiamo un bel problema, non è vero James? L’atto parla chiaro»
«Effettivamente signora le clausole sembrano abbastanza stringenti» ammette il maggiordomo, leggendo la copia del testamento.

“Io sottoscritto Tafari Maconnèn, negus neghesti con il nome di Hailé Selassié, imperatore d’Etiopia, nel pieno possesso delle mie facoltà, proprietario presso la Bank of London del deposito fiduciario numero HS-8991 e della cassetta di sicurezza numero HS-C2812, lascio questi averi agli eredi viventi di mia nipote Mariam Maconnèn ed agli eredi viventi dell’italiano da cui ha avuto un figlio, in modo che le ferite causate possano rimarginarsi e le famiglie possano riunirsi. Il testamento sarà effettivo solo quando gli eredi, alla presenza di testimoni, si incontreranno e renderanno omaggio alla tomba di mia nipote nel cimitero di Addis Abeba. In fede, eccetera eccetera…”

«Fin qui tutto bene, vero James? Peccato che il notaio abbia detto che quel lontano cugino sia sparito. E dove andiamo a trovarlo adesso? Non ho nemmeno l’abbigliamento adatto per la savana. Per curiosità mi piacerebbe conoscerlo, magari si scopre tutta una tribù di Quacquarini. Ma alla fine, non per essere venali, di quanto stiamo parlando? Non vorrei che sia più la spesa che l’impresa.» ragiona la pratica imprenditrice.
«Il notaio parlava di un valore aggiornato assai cospicuo, signora. Si tratta di circa 88 miliardi di sterline, o 100 miliardi di euro»
«Fréchete!» esclama Gilda rispolverando il vernacolo serrapetronese. «Hai voglia a impastare ravioli per arrivare a cento miliardi! A questo punto direi di affidarci ad un’entità superiore, sei d’accordo caro?»
«Credo che la decisione sia quasi obbligata, signora» concorda James.
«Bene, allora» conferma la Calva Tettuta, levando il suo richiamo verso una bionda statuaria avvolta da una lunga pelliccia turchese seduta qualche tavolino indietro.
«Natascia? Sei mai stata in Etiopia?»

Olena regina d’Abissinia – 3

Ay, ay, ay, ay,
Canta y no llores,
Porque cantando se alegran,
cielito lindo, los corazones.

Mentre l’orchestra Los Vincisgraçias a grande richiesta esegue il classico Cielito Lindo, nonna Pina viene interrotta da giovani camerieri che offrono agli invitati dolcetti tipici come churros, flam, buñuelos e cocadas. La centenaria sbocconcella qualche churro intingendolo in un bicchiere di chinguirito¹ dopodiché si accende un sigaro, si appoggia alla spalliera della sedia,rovescia la testa all’indietro, sbuffa il fumo verso l’alto e continua il racconto.
«All’epoca della conquista italiana il negus aveva sei figli; la maggiore si chiamava Romanework, ed era quasi mia coetanea, aveva solo 23 anni ma a differenza mia era già madre di quattro figli. Hailé Selassié scappò subito in Inghilterra con i figli e parte della corte ma Romanework non volle lasciare il marito, che faceva parte della resistenza. Avrebbero fatto meglio ad andarsene anche loro…» dice scuotendo la testa e facendo un’altra nuvoletta di fumo.
«Il marito venne catturato ma è dopo l’attentato a Graziani che tutto precipitò: lui venne fucilato e lei, pare su ordine di Mussolini in persona, venne prelevata e deportata in Italia con i figli»
«In Messico avete delle spiagge bellissime e ne andate giustamenti orgogliosi» cambia apparentemente discorso nonna Pina, rivolgendosi a doña Antonieta. «Ma anche in Italia non scherziamo… conoscete la Sardegna? E’ una grande isola, con intorno altre isolette, con cale e calette meravigliose dove spesso si arriva solo in barca. Una di queste si chiama Asinara, ed è lì che venne portata Romanework.

«Apperò!» scappa detto a Gilda, risvegliatasi di soprassalto. «Non l’hanno trattata tanto male, la principessa, l’Asinara è un paradiso! Ci sono stata con la buonanima di Evaristo, ci aveva portato Flavio² con il suo yacht, c’era pure Noemi e ricordo che aveva fatto un sacco di complimenti alla linea di cappelletti zero calorie, i cazzeri»

«Effettivamente ora tutta l’isola è un Parco Nazionale al centro di un’area marina protetta» risponde nonna Pina sorvolando sul bizzarro nome della pasta ripiena «ma allora era una colonia penale, una specie di Caienna³ italiana, e fino a non molti anni fa era la sede di un carcere di massima sicurezza. Gli unici abitanti erano i carcerati e i secondini… Romanework e i suoi figli vennero alloggiati in alcune casette a Cala Reale, con le damigelle e i dignitari che l’avevano accompagnata; non era proprio incarcerata, ma del resto dove avrebbe potuto andare? La sorveglianza era stretta e scappare non era possibile, le giornate passavano lentamente, e l’unico svago consisteva in qualche passeggiata. Ma perché vi sto raccontando questo, vi chiederete?» chiede nonna Pina addentando un altro churro, e prima che qualcuno possa rispondere alla domanda retorica continua:
«Il fatto è che io ho conosciuto Romanework. Nel maggio del ’36, entrati ad Addis Abeba, Graziani si insediò nella residenza imperiale, palazzo Guenete Leul, e volle dare un ricevimento per i militari e le personalità civili italiane più in vista, oltre ai notabili etiopi che avevano deciso di collaborare con il nuovo governo pensando di riceverne un tornaconto. Ad allietare la serata fu chiamata l’orchestra di Duccio Falconieri, un caro amico, che dato che in quel momento non avevo impegni mi volle come cantante. Ricordo ancora il tragitto dall’aeroporto alla villa, scortati da camionette dell’esercito, e l’ingresso al parco, attraversando la porta sormontata dalle statue di due leoni. C’era tensione nell’aria; si percepiva la diffidenza degli uni verso gli altri, ed inoltre in lontananza ogni tanto si sentivano degli spari, che contrastavano con il messaggio di potenza incontrastata che si voleva dare. Ad un certo punto uscii nel parco a prendere un poco d’aria, e fu lì che la incontrai. Era su una panchina, e stava allattando tranquillamente un bambino; mi avvicinai incuriosita ma prima che potessi raggiungerla un uomo mi sorpassò di corsa e le si inginocchiò davanti prostrandosi con la fronte a terra. Sorpresa, chiesi che significasse tutto questo e l’uomo, che parlava italiano con qualche difficoltà, mi spiegò che lei era la principessa del melograno d’oro, l’erede del negus. Mi sedetti vicino a lei, e parlammo tra di noi, aiutate dall’improvvisato traduttore che era un suo fedele servo. Lei mi disse che si sentiva come un trofeo di caccia e tuttavia non era preoccupata per sé stessa ma per i suoi figli. Le dissi che mi dispiaceva per la sua sorte, e speravo di rivederla in una circostanza migliore, e le dissi anche che se avesse avuto bisogno di qualcosa avrei cercato di fare del mio meglio per aiutarla. Quella fu la prima e ultima volta che ci vedemmo»

Doña Antonieta, scacciato il marito che la reclama in pista per una cumbia, si soffia il naso rumorosamente e prega nonna Pina di continuare.

«La mia promessa era stata azzardata; rientrata in Italia di lei persi le tracce finché un giorno ricevetti la visita di un prete di ritorno da una visita ai prigionieri dell’Asinara ed essendo stato sedici anni in missione in Etiopia aveva riconosciuto la principessa: mi diceva che il figlio minore Gedeon, quello che avevo visto allattare, era in fin di vita per il tifo e se io, tramite qualche conoscenza, avessi potuto far qualcosa per salvare gli altri figli, la principessa mi sarebbe stata riconoscente per sempre. Io feci quel che potei… scomodai qualche amicizia influente e riuscii a farli trasferire a Torino, all’ospedale maggiore, ma nel frattempo Gedeon era morto, e lei era ammalata di tubercolosi. Purtroppo dopo poco tempo anche lei morì, ma serena perché almeno gli altri tre figli erano sopravvissuti; e per sdebitarsi volle donarmi quello che in quel momento le era rimasto di più caro» e così dicendo nonna Pina estrae dalla camicia una catenina d’oro alla quale è appesa una piccola medaglia.
«La medaglia di dama dell’ordine della Regina di Saba»

«Allora è fuorse per questo che negus vuole lasciare voi eredità?» ipotizza Olena, avvinta anche lei dal racconto.
«E chi lo sa, figlietta mia. Tutto può essere, ma ce lo potrà dire solo il notaio. Adesso però direi di lasciar perdere questa storia e pensare a divertirci, abbiamo rubato pure troppo spazio agli sposi. Non c’è qualche messicano libero che faccia fare un balletto ad una vecchia signora?»

¹ Rum messicano.
² Ogni riferimento a persone che infestano la Sardegna con locali da ballo trash è puramente casuale.
³ Famigerato carcere che si trovava nella Guyana francese.

Ballando sull’orlo del burrone

Amiche e amici,

rassegnatevi, ci vogliono portare alla guerra. Non preoccupatevi per i mutui anzi, è il momento di spendere e spandere tutto quello che abbiamo a disposizione, poco o tanto che sia. Suggerisco anche di smettere di pagare tasse e bollette, a che serve essere in regola se tra poco saremo morti?

Infatti quando sembrava che perfino Biden o chi per lui cominciasse ad accennare alla possibilità di negoziati, non è passato nemmeno un giorno che abbiamo assistito a:

  • Lancio di razzi sulla Polonia; ovviamento incolpata subito la Russia; la conclusione è che i razzi sono chiaramente ucraini, ma la colpa è dei russi;
  • gli ucraini hanno ricominciato a bombardare la centrale di Zaporizhzha cercando chiaramente l’incidente nucleare o quantomeno ricattando i fornitori: “occhio che se non continuate a mandarci armi facciamo saltare la centrale”; a sentire la nostra tv però sembra che i russi si bombardino da soli;
  • i russi continuano a lanciare attacchi missilistici alle infrastrutture energetiche; gli ucraini continuano a bombardare gli indipendentisti del Donbass (spesso usando gli Himars americani, che dovevano essere armi difensive, o artiglieria con proiettili da 155mm Nato);
  • alla riunione di Varsavia dell’OSCE, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la presidenza polacca ha impedito la partecipazione al ministro degli esteri russo Lavrov: con chi si deve parlare di cooperazione e sicurezza, col Liechtenstein?;
  • intanto la stessa Polonia ha deciso di portare a breve le spese militari al 5% del Pil: se hanno così tanti soldi da spendere secondo me potrebbero fare a meno dei finanziamenti europei, no?;
  • l’assemblea generale della Nato, un organo totalmente inutile, dichiara la Russia “stato terrorista”; forse non ricorda bene chi ha finanziato prima Al Qaeda e poi l’Isis; gli sfugge anche che l’Isis la Russia l’ha combattuta, a differenza di qualche membro Nato;
  • il parlamento europeo, un altro organo totalmente inutile ed ora più che mai, dichiara la Russia “stato sponsor del terrorismo”;
  • in Kosovo si sta creando il casus belli per staccare la Serbia dalla Russia, pur se il legame si è molto allentato: magari tornando a bombardare Belgrado? Tra l’altro il Kosovo si è dichiarato indipendente unilateralmente, contro gli accordi presi in sede Onu: perché se lo fanno loro va bene, e se lo fa la Crimea, Donetsk e Lugansk no?
  • per non parlare dell’Iran, dove sfruttando le legittime rivendicazioni della popolazione (chi ricorda le primavere arabe? E come sono finite?) si sta cercando di provocare un crollo del regime con conseguente cambio di alleanza;
  • del gasdotto North Stream sabotato non si parla più. Chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato?

Ora, è chiaro che alla Russia importa poco come li definiscano organismi più o meno rappresentativi, ma attenzione perché è importante per noi: d’ora in poi chi oserà muovere qualche critica sulla conduzione sciagurata di questa vicenda, chiunque si proclami pacifista non verrà solo tacciato di fiancheggiatore di Putin ma anche di sostenere il terrorismo.

Personalmente me ne frego, mi dispiace solo che quando la bomba scoppierà non starà a distinguere tra chi ha sostenuto questa follia e chi è stato contrario fin dall’inizio.

Secondo me potrebbe negoziare tranquillamente

Olena regina d’Abissinia – 2

Nonna Pina si siede, scossa. Olena, preoccupata, lascia le due lottatrici sguazzare nel fango e si avvicina alla vegliarda alla quale la lega un affetto filiale, cementato nei due anni in le ha fatto da badante, infiltrata in casa Rana per sventare le trame di dominio del mondo del nipote Evaristo¹.
«Babushka, voi sente male?» chiede tastandole il polso, riscontrando fortunatamente un battito forte, anche se accelerato dall’agitazione. Intanto James si è avvicinato con un bicchiere di acqua fresca e la Calva Tettuta, sfilato il sombrero dalla testa dello zio Ramon, lo sventola per farle aria, mentre un capannello di invitati si appressa al tavolo, ognuno desideroso di dare una mano e soprattutto dispensare consigli non richiesti.
«Che succede, nonna? Sembra che abbiate visto un fantasma» chiede Gilda, guardandosi intorno per cercare di individuare la presenza del de cuius, il cui spirito vaga inquieto a Villa Rana ma solitamente non va in trasferta.
Nonna Pina fa un gesto di fastidio con le mani per allontanare i curiosi; poi ignorando l’acqua fresca offerta da James abbranca la bottiglia di tequila e se ne versa una dose abbondante.
«Un fantasma… non sei molto lontana dalla realtà. E’ una storia lunga e ve la racconterò ma non oggi, non voglio rovinare questa bella festa con una storia triste» vorrebbe glissare nonna Pina, ma nel frattempo una buona fetta delle invitate, appassionate di telenovelas e di storie tristi, ha spostato le sedie e si è piazzata a semicerchio attorno alla ultracentenaria. Notando un certo assembramento anche l’orchestra si ferma, e il bassista cubano Giorginho Torres è pronto ad estrarre dal fodero la bottiglia di Rum Mathusalem delle grandi occasioni, ma i musicisti vengono subito richiamati all’ordine dal maestro Dieguito Guardatì preoccupato che don Ignacio non versi il saldo di quanto pattuito, indispensabile per pagare la rata in scadenza degli strumenti e soprattutto gli alimenti alla ex-moglie Luana Patacon.
Nonna Pina, vedendo che l’uditorio si è fatto numeroso, e persino Dona Antonieta ha preso posto in prima fila, scrolla la testa.
«E va bene, ma poi non dite che non vi avevo avvisato» dichiara, invitando Olena a sedere vicino a lei; poi inghiotte un sorso generoso di tequila ed inizia il racconto.
«Era il 1935 e l’Italia fascista decise di invadere l’Abissinia. Detto così fa un po’ ridere, anche perché l’Etiopia è grande tre volte l’Italia: comunque Mussolini inviò un esercito per conquistarla e nel giro di nove mesi gli etiopi, coraggiosi ma decisamente meno armati, furono sconfitti anche grazie all’uso spregiudicato di gas come l’iprite e le arsine che tante stragi avevano fatto nelle trincee della Prima Guerra Mondiale ed erano stati messi fuori legge, ma cosa importava ai conquistatori? Io ero giovane, ero arrivata da poco al successo come soubrette e vivevo in un mondo ovattato, ma ricordo che in Italia c’era molta euforia, l’Etiopia era un paese dove esisteva ancora lo schiavismo e ci raccontavano di civilizzazione, di spazio vitale, di posto al sole: Adua era vendicata, e tutto il Corno d’Africa (tranne una piccola parte rimasta agli inglesi) era italiano! Furono commesse innumerevoli atrocità, alla faccia degli italiani brava gente, che raggiunsero il culmine dopo il 19 febbraio 1937, quando due giovani patrioti etiopi lanciarono delle bombe a mano contro un gruppo di autorità italiane tra cui il maresciallo Graziani che dopo la campagna era stato nominato Viceré, che venne ferito seriamente.
Addis Abeba venne allora messa a ferro e fuoco, abitazioni date alle fiamme, gente trascinata per strada e lì trucidata; forse avrete sentito parlare di Debra Libanòs, un grande monastero preso di mira perché si riteneva che appoggiasse i ribelli, dove vennero sterminati tutti i preti, i monaci, i diaconi, gli studenti di teologia, i maestri… ma tutto questo lo scoprimmo anni, decenni più tardi: allora dovevamo costruire l’Impero per la gloria dei Savoia, quei disgraziati, e convincere gli etiopi con le buone o le cattive che il nuovo imperatore Vittorio Emanuele III era meglio del loro. Perché loro un imperatore ce l’avevano già: il Negus neghesti, o re dei re, Hailé Selassié che voleva dire “Potenza della Trinità”.»

«James?» chiama sottovoce Gilda, per non disturbare il racconto.
«Signora?»
«Mi sto perdendo. Chi sarebbe questa Adua, la famosa abissina della canzonetta “aspetta e spera eccetera eccetera”? Che tra l’altro è la sigla del nuovo governo, sbaglio?»
James sorride, indulgente verso le lacune storiche e non solo della sua datrice di lavoro.
«No signora, Adua è una città del nord dell’Etiopia, nella regione del Tigrè, abbastanza vicina all’Eritrea. In questa zona nel 1886 si svolse una battaglia, tristemente famosa, dove l’esercito italiano subì una disastrosa disfatta da parte degli abissini guidati dall’allora imperatore Menelik II. Il mio trisavolo Filiberto vi prese parte ed ebbe la fortuna di tornare a casa sano e salvo ma non fu più lo stesso, pare che di notte si mettesse di vedetta sul tetto del fienile con il suo Carcano modello 91 in attesa dell’arrivo degli abissini. Fu uno scontro impari: gli italiani erano meno di 18.000 compresi 7.000 àscari, soldati indigeni; gli abissini erano circa 120.000 e oltretutto conoscevano bene il terreno, mentre i nostri avevano delle mappe approssimative. Insomma fu un massacro, che ebbe ripercussioni politiche e che oltretutto interruppe le ambizioni coloniali italiane per molto tempo, fino appunto al 1935»

Il lieve russare della Calva Tettuta, alla quale è calata la palpebra complice senz’altro l’abbondante libagione, induce il maggiordomo a sospendere la lezione di storia patria; sfilato un cuscino dallo schienale di una poltroncina lo pone tra il tavolo ed il capo di Gilda e, vedendo che persino i koala si sono seduti ai piedi di nonna Pina, si appresta a seguire il prosieguo del racconto.

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017

La accendiamo?

Amiche e amici, avete preparato i maglioncini per l’inverno? O confidate nel caro vecchio riscaldamento globale, come diceva l’ex presidente Usa Trump canzonando gli ambientalisti quando mezza America era finita sotto il gelo?

Da piccolo la casa dove abitavo con la mia famiglia non aveva riscaldamento. C’era solo una stufa a legna in cucina, la cucina economica si chiamava, che serviva sia per cucinare che per riscaldare: e infatti d’inverno tutte le attività che richiedevano di stare fermi si svolgevano in cucina: lo studio, la lettura, il lavoro di cucito di mia madre… avevamo anche una saletta, dove dietro un paravento c’era il mio letto; e la camera da letto dove c’era il letto matrimoniale ed il letto dove dormivano i miei tre fratellini (in un letto dormivano in due, uno da un lato e uno dall’altro); questa veniva scaldata con il prete e la monaca infilati nel letto, cioè con un’intelaiatura di legno (il prete) dove veniva messo all’interno un braciere con dei pezzi di carbone (la monaca).  Per fare il bagno (una volta la settimana) mia madre riscaldava delle pentolone di acqua e le versava in una grande conca di plastica.  

Nel 1971 ci fu la svolta: ci venne assegnata una casa popolare, era un sogno! Cucina, sala, camera dei genitori, due camere per noi figli (mia sorella ebbe subito la sua, noi tre maschi invece tutti in una). Non c’era il gas: la cucina veniva alimentata con bombole che ci venivano portate in casa da un venditore che passava con un’ape Piaggio, ritirava le bombole vuote e le sostituiva con quelle piene; l’acqua calda era assicurata da uno scaldabagno elettrico; per il riscaldamento invece avevamo una stufa a cherosene che era messa nel corridoio in un posto strategico da cui irradiava il calore in tutte le stanze, e tramite il tubo che arrivava alla cappa di scarico dei fumi riscaldava anche la cucina.

Solo verso la fine degli anni ’80 nel comune arrivò il gas, e vennero stese le condutture per le vie del paese; l’Istituto delle Case Popolari per quanto lo riguardava curò i collegamenti per tutti i suoi condomini, poi ogni affittuario decise se allacciarsi o meno. Mio padre che era anche idraulico ci fece l’impianto, tirando i tubi di rame in tutte le stanze e piazzando i caloriferi (in ghisa). Anche lo scaldabagno venne sostituito: mio padre aveva installato una caldaia Vaillant e ne andava fierissimo, diceva che era l’ammiraglia delle caldaie! Il progresso per me è stato questo: potersi lavare senza stare a dover lesinare l’acqua calda…

Ora la preoccupazione sembra essere quella opposta: le case sono riscaldate troppo, e per troppe ore, e dato che il gas scarseggia perché per sostenere gli ucraini, sa solo il cielo perché, abbiamo deciso di rinunciare alle forniture russe, come se gli altri a cui ci stiamo legando mani e piedi fossero tutti grandi democratici (uno per tutti: gli azeri che stanno compiendo veri e propri massacri di armeni, ancora una volta) e le bollette sono alle stelle, dobbiamo fare sacrifici. Bisogna risparmiare. Che nobile intento! Quello che non poté Greta lo poté la guerra. Peccato aver buttato la stufa a legna, anche se mi dicono che il prezzo della legna è alle stelle pure quello. Al limite avrei potuto bruciarci i giornali,tanto per quello che servono…

Amiche e amici, vi saluto informandovi che al Piccolo Teatro di Milano è in scena “M il figlio del secolo”, tratto dal libro di Scurati, la storia dell’ascesa al potere di Mussolini: ve lo consiglio caldamente, sono tre ore di spettacolo ma per niente faticose. Ci siamo dimenticati troppe cose, e temo che siamo andati troppo oltre.

A presto! (o a noi, fate voi)

Il vecchio Jack non aveva la stufa a legna

L’uomo che reggeva l’ombrellone (III)

Ed eccoci arrivati amiche e amici all’ultima puntata di questo mini diario. Gli ultimi giorni li abbiamo passati a Bosa, che è una cartolina più che un paese; credo sia l’unico paese della Sardegna che è lambito da un fiume, il Temo (a proposito: la Sardegna è piena di acqua, con tante falde sotterranee e, anche se la siccità si fa sentire, finora sembra reggere); le sue case colorate arrampicate su per la collina sono pittoresche anche se ormai poco abitate. E’ sovrastata da un castello dai cui camminamenti si gode il panorama sottostante: chiude alle 19, noi siamo andati alle 18 con un caldo micidiale rischiando il collasso. La sera i negozi sono tutti chiusi, tranne bar e ristoranti; segnalo un bistrot lungo la strada principale dove ho preso un tagliere di affettati che non sono riusciti a finire, compatito dalla cameriera. La spiaggia vicina, Bosa Marina, è di sabbia ferrosa che nelle ore più calde si arroventa ed è impossibile camminarci sopra senza ciabatte. Le cale più pittoresche sono a pochi minuti e ci si arriva solo a piedi; noi ci siamo limitati a guardarle dall’alto perché solo il pensiero di affrontare la discesa e la conseguente risalita ce l’ha sconsigliato. Belle, ma non fanno per noi. Mentre invece è accessibile, a qualche chilometro verso Alghero, la spiaggia di S’Abba Drucche; la spiaggia (in realtà due) è libera, ma in loco si possono noleggiare lettini. L’ombrellone ce l’avevo; l’avevo comprato prima della partenza dopo attenta ricerca, robusto e leggero; mi ero anche munito di trivella per scavare nella sabbia per piazzarlo; mi sono dimenticato però la cosa più importante: la corda. Infatti, per quanto l’ombrellone sia fissato bene, quando tira il maestrale c’è sempre il rischio che ve lo faccia volare via ed infatti i più esperti (quasi tutti a dire la verità) lo ancorano con una o più corde legate a dei picchetti piantati nella sabbia. In mancanza di corda quindi il vostro cronista stringeva con la mano sinistra, con molta eleganza direi, il palo dell’ombrellone, ma ad un certo punto mi sono dovuto arrendere e l’ho chiuso; da quel momento ho preso il sole (si fa per dire) disteso sul lettino ma ricoperto da maglietta e asciugamano.

Come sapete, amiche e amici, il sole può essere un grande amico ma anche un grande nemico: fa bene alle ossa ma può fare molto male alla pelle, specie se di carnagione chiara e se preso nelle ore più calde. Dopo questa piccola informazione medica dirò che la mia pelle, sebbene tenda a diventare presto scura, è meglio che sia riparata. Da giovane entravo e uscivo dall’acqua, l’ombrellone era roba per effeminati e diventavo nero come un tizzone: probabilmente ora il corpo mi sta porgendo il conto, non voglio sfidarlo troppo.

A pochi minuti da Bosa c’è un paesino, Tinnura, famoso per i murales disegnati sulle case; ce ne sono un centinaio, e riportano scene di vita contadina del passato. Qui abbiamo incontrato (quanto è piccolo il mondo!) nell’unico negozietto aperto, un ceramista che ha lavorato per anni a Cantù e conosceva benissimo la zona dove abitiamo, forse meglio di noi. Siccome ha lavorato anche per dei mobilieri (Cantù è la patria del mobile d’arte) abbiamo parlato delle ripercussioni dell’embargo alla Russia sugli ordinativi; lui sosteneva che non incide molto perché gran parte di quei mobili li acquistano gli arabi, e per prezzi stratosferici rispetto al reale valore. Insomma, è una questione di prestigio: se li paghi poco vuol dire che valgono poco… così sedie da 700 euro vengono vendute a 5000, e quelli pagano senza battere ciglio. Tanto poi basta che aumentino un po’ il prezzo del petrolio…

La proprietaria del b&b dove abbiamo alloggiato, una persona davvero squisita, più o meno della nostra età, ci ha raccontato di non essere proprio sarda. O meglio, è figlia di genitori sardi, ma emigrati in Belgio perché il papà lavorava in miniera; lei è nata là, ed ha imparato a parlare solo il sardo (che è una vera e propria lingua, anche se diversa da zona a zona) ed il fiammingo. Tornava a Bosa solo d’estate, per le ferie, e alloggiavano appunto in una delle case colorate; ma poi il padre si è ammalato di silicosi e sono dovuti tornare: lei aveva già finito le medie, e non conosceva l’italiano! Così ha dovuto ripetere la terza media (due volte, perché aveva una professoressa che voleva darle le basi giuste: e ce l’ha fatta, perché poi la signora si è anche diplomata). Giusto per farsi un’idea dell’epoca, sua madre era l’ultima di dieci figli, e lei l’ultima di cinque.

L’ultimo giorno, prima di riprendere il traghetto, siamo passati ad Alghero, che avevamo già visitato l’altra volta ed è sempre carina e piena di movimento. Alghero è stata fondata dai catalani e la lingua assomiglia al catalano. Abbiamo comprato qualche regalino ed ovviamente una bottiglia di mirto che berrò alla vostra salute.

Al ritorno, in attesa della partenza, dal traghetto si vedevano i preparativi per un concerto di Ivana Spagna. Ne avevo perso le tracce, nonostante abiti proprio a Como. Avrei voluto fare il cambio di cuccetta ma il prezzo era troppo alto e quindi mi sono rassegnato al letto a castello: vi dico solo che la prima volta che sono salito mi è preso un crampo al piede e poi non sapevo come scendere. Ho accarezzato l’idea di mettere il materasso per terra ma poi l’orgoglio ha vinto. Nella notte sono sceso quattro volte (colpa del Vermentino) e l’ultima volta posso dire che l’uomo scimmia sarebbe stato orgoglioso di me, se non fosse che in quel momento indossavo una delle magliette di mia moglie, dato che le mie erano tutte sudate. Infatti di solito nelle cabine c’è un freddo polare, stavolta invece o non funzionava l’aria condizionata oppure il caldo saliva in alto, mi sono dovuto cambiare più volte. Avevo promesso ad una cara lettrice di postare la foto, ma è troppo compromettente.

E’ finita, amiche e amici! Spero di non avervi annoiato troppo. Adesso ho ancora qualche giorno di relax, andrò al paesello a festeggiare insieme ai miei fratelli la nostra mamma che tra qualche giorno compie 87 anni ed a salutare parenti e amici superstiti. Al ritorno mi aspetta Olena impaziente, che ha voglia di andare in vacanza anche lei!

A presto!

Il  mio 25 aprile

Amiche e amici, da reduce e resistente quale sono mi sembra naturale lasciare delle tracce su come ho festeggiato questa giornata di festa (“Il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre resistenza”, gridava un bel gruppo di ragazzi e ragazze che sfilava gioiosamente). Ma per non tediarvi butterò là solo qualche titolo, qualche impressione, qualche foto.

  • Milàn l’è un gran Milàn

In più di due anni è solo la terza volta che torno a Milano, dove prima del pandemonio mi recavo giornalmente: le prime due per bisbocciare con antichi compagni di merende, e questa per manifestare per la pace. Ah, dimenticavo le tre volte che sono andato a teatro, ma quelle non le considero nemmeno: il bus scarica il gruppone di pensionati con cui mi sono imbucato a pochi metri dal teatro, mangiamo velocemente, guardiamo lo spettacolo (spesso dormiamo) e ripartiamo. I banani di piazza del Duomo, di cui vi ho parlato qua, sono ormai rigogliosi.

  • Misteri di Trenord

Ho fatto i biglietti online; non so perché ma bisogna indicare l’orario in cui si intende viaggiare, ed hanno la validità di 3 ore a partire da quella che si è indicata. Le donne a 60 anni godono di uno sconto (anziani, o senior che è meno offensivo). Per scontare mia moglie, che tra l’altro non ne voleva sapere, mi sono sbagliato ed ho comprato il doppio dei biglietti. Così per risparmiare due euro ne ho spesi quindici in più: un affarone!  Su suggerimento del customer care ho fatto richiesta di rimborso: non ci spero molto, ma tentare era doveroso. Mia moglie veramente ha detto: ti sta bene. Ingrata.

  • Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano

Ogni volta che partecipiamo alla festa per l’anniversario della Liberazione (a occhio e croce da più di trenta anni) cerchiamo di abbinare l’utile col dilettevole: il piano prevedeva la visita ad una mostra al Palazzo Reale a cui far seguire il pranzo, in modo da essere in forze per affrontare il corteo. L’ideale di donna del Cinquecento veneziano con quelle curve accoglienti mi soddisfa, penso che mi sarei trovato bene. La mostra è stata interessante ma secondo me sconta il periodo incerto e non poteva essere grandiosa come altre del passato (ricordo Caravaggio, Antonello da Messina…); nel cortile un allestimento, libri che vanno a seppellire i carri-armati. Ma tra i governanti del mondo non sembra sia rimasta molta gente che legge libri.

  • Ma non c’era la crisi?

Per pranzo puntavamo alla Antica Focacceria San Francesco, piatti siciliani: purtroppo era piena, ed abbiamo dovuto ripiegare in un bar delle vicinanze. Che delusione! Uno spritz annacquato ed una pizza con ingredienti messi sopra a caso. Unica soddisfazione, nel tavolo di fronte due turiste (Russe? Ucraine? Comunque dell’est)  che evidentemente avevano molto più caldo di noi.

  • Il corteo

La partenza era prevista per le 14:30 dai giardini di Porta Venezia; raggiungendo il nostro gruppo abbiamo notato, in testa al corteo, le bandiere dell’Ucraina con qualche bandiera americana, che mi hanno creato perplessità; poi la sera ho saputo, dalla blogger Cambio d’Aria, che c’erano anche bandiere della Nato: evidentemente i radicali e Calenda non hanno trovato di meglio per far parlare di loro. Ci sono state contestazioni, come quasi tutti gli anni: ricordo la volta che la sindaca Moratti sfilò spingendo suo padre in carrozzella, trovai davvero stupidi quelli che la fischiarono, anche se il motivo era che era esponente di un partito che i post-fascisti li aveva sdoganati. Sono molto più solidale con chi quest’anno ha fischiato chi è d’accordo con l’aumento delle spese militari e l’invio di armi! Comunque c’era tantissima gente, siamo riusciti ad entrare in piazza solo alle 16:30, proprio in tempo per sentire il discorso del segretario della Cgil Maurizio Landini e di seguito la chiusura del presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo (entrambi attaccati furiosamente nei giorni precedenti per la loro contrarietà all’invio di armi: ormai chi non è allineato è considerato un nemico… addirittura per l’Anpi hanno coniato la disgustosa: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia).

  • Rito?

Mentre in altre occasioni avevo il dubbio di stare partecipando ad un rito consolatorio, questa volta mi è sembrato invece di far parte di un popolo vivo; sarà stato che il giorno prima c’era stata la Marcia della Pace Perugia-Assisi, ma questa mi è sembrata la naturale continuazione: la mia impressione è che la stragrande maggioranza dei partecipanti, al di là della solidarietà con la povera gente ucraina, non credesse affatto che mandando più armi la guerra finirà prima e che fosse anzi preoccupata per l’allargamento con prospettive terribili; smarrita ed indignata per l’inazione dei governi che, appiattiti sulle direttive Usa e Nato, non si adoperano per cercare davvero la pace. Popolo vivo, insomma, ma rappresentato davvero male.

E finalmente siamo tornati a casa… a sera non mi sentivo più i piedi, e mi sono addormentato tutto storto sul divano, e così mi sono fatto venire pure il torcicollo. Cosa non si fa per la libertà!

Amiche e amici, ci avviciniamo al primo maggio, bei tempi quando si andava per prati a mangiare fave e pecorino.  Io lo farei anche, ma poi chi mi rialza? A presto!

Tre stelle per Olena – 29

Una mano en la cabeza
Una mano en la cabeza
Un movimiento sexy
Un movimiento sexy
Una mano en la cintura
Una mano en la cintura
Un movimiento sexy
Un movimiento sexy

L’orchestra esegue La Bomba, con la sinuosa ballerina Sibilla che guida il gruppo con movimenti provocanti e sensuali. La bella Sibilla mette generosamente in mostra la dotazione di cui madre natura l’ha fornita, appena ritoccata qua e là in punti strategici: la ragazza si avvicina ormai alla trentina e la forza di gravità, pur contrastata con ore di palestra ed esercizio fisico, tende ad avere il sopravvento su un seno della quarta misura. La ballerina, di carnagione olivastra, si spaccia per cubana (da qui il suo nome d’arte, Sibilla Cubana) ma i documenti rilasciati dall’anagrafe del comune di Belforte sul Chienti la contraddicono, riportando le generalità di Michela Pignataro, cugina di secondo grado della cantante Luana. Gilda, in prima fila, è impegnata a ruotare a tempo i fianchi, affiancata da James che fa del suo meglio ma è distratto dagli orecchini pendenti Diva’s Dream di Bulgari che la sua padrona indossa con elegante nonchalance, facendoli oscillare a ritmo.
«James, caro, ma che fine hanno fatto tutti gli chef? Sono spariti. Spero che Natascia li tenga d’occhio, non vorrei altra pubblicità negativa. Passi un presentatore, ma uno chef morto ammazzato sarebbe tutt’altra cosa, qualcuno potrebbe pensare che lo abbiamo fatto fuori noi perché era contrario ai nostri tortelli di zucca. Questo della pasta fresca è un mondo spietato, James» conclude Gilda, cambiando direzione con un piccolo balzo.
«Decisamente, signora. Mi duole dirle che oltre agli chef anche Natascia è sparita; tuttavia a quanto ho appreso ha portato con sé la pistola, che a voler essere positivi potrebbe interpretarsi come un segnale di speranza per la conclusione di questa vicenda» informa James, intrecciando le mani dietro la testa e scuotendo il bacino in modo professionale.

In cucina intanto Amaru Timu, sempre più stupito, chiede spiegazioni alla cuoca Palmira, tenendo tra le mani i due pezzi di quello che ad ogni evidenza era stato un unico ciondolo.
Palmira annuisce, e con un gesto della mano invita il maori a sedersi al tavolo di legno massiccio dove prepara le pietanze, su una sedia di vimini solitamente occupata dal gatto Ringo.
La cuoca apre l’anta di un pensile e tira fuori due bicchieri; poi dalla credenza prende una bottiglia di Vernaccia di Serrapetrona appena portata su dalla cantina, la stappa e riempie i bicchieri fino all’orlo; poi si siede davanti ad Amaru ed inizia a raccontare. Per favorire la comprensione del lettore riporteremo la conversazione in italiano, anche se Amaru non ha avuto nessun problema a capire la cuoca dato che il dialetto serrapetronese ha molti punti di contatto con la lingua maori.
«Tu conosci Greenpeace, vero?» chiede Palmira.
«Greenpeace? Gli ambientalisti, quelli delle lotte per l’Amazzonia, il Polo, la plastica nel mare? Sì, certo che li conosco, perché?»
«Sì, proprio loro… nel 1985 manifestavano contro gli esperimenti nucleari, le bombe atomiche che le “grandi potenze” facevano esplodere per testare la distruttività dei loro ordigni di morte. Riuscirono a bloccare gli esperimenti americani, ma i francesi andarono avanti. Usavano un’isoletta del Pacifico, Mururoa, che faceva parte della Polinesia francese; se ne fregavano delle proteste dei vicini, non dico delle isolette più piccole ma nemmeno di Australia e Nuova Zelanda, ed erano decisi a fare scoppiare l’ennesima bomba. Così Greenpeace decise di provare a fermarli, la loro intenzione era quella di avvicinarsi all’isola con la loro nave, la Rainbow Warrior, pensando che, finché loro fossero stati presenti, i francesi non avrebbero potuto mettere in atto i loro propositi ed inoltre contavano di riuscire a dare risalto all’operazione, in modo da sensibilizzare tutto il mondo»
«Ricordo vagamente…» risponde Amaru «io sono nato proprio in quell’anno, so solo quello che mi è stato raccontato»
«Come dicevo» continua Palmira «i vicini iniziavano a protestare, preoccupati che le radiazioni si diffondessero e causassero morti, come in effetti fu dimostrato qualche anno dopo; i francesi perciò avevano fretta di concludere l’esperimento, e per togliersi di mezzo quei rompiscatole di Greenpeace progettarono di affondargli la nave prima che salpasse per Mururoa»
Palmira si ferma, con le nocche delle mani nodose che impallidiscono stringendo il bicchiere.
«Furono due agenti dei servizi segreti, un uomo e una donna, che si spacciavano per turisti svizzeri, a piazzare le bombe sullo scafo, ad Aukland; la prima doveva essere dimostrativa, doveva servire a far abbandonare la nave a tutti; purtroppo un fotografo invece di scappare tornò in cabina per salvare la sua attrezzatura, fu sorpreso dallo scoppio della seconda bomba e ci lasciò la pelle.»
«Già… ma fu un vero e proprio boomerang se non ricordo male, perché la vicenda fu clamorosa ed ebbe una risonanza mondiale… dopo di allora gli esperimenti vennero bloccati. Sì, ma io che c’entro in tutto questo?» chiede Amaru, versandosi un altro bicchiere di Vernaccia.
«Pazienza, e non fermarmi troppe volte che se no perdo il filo… hai ragione, l’avvenimento fu troppo clamoroso: il ministro della Difesa dovette dimettersi, e i due autori furono messi in un carcere francese, da dove furono liberati dopo nemmeno due anni. Sai come si dice, cane non mangia cane… gli esperimenti vennero bloccati, ma non per molto, anzi poco dopo ripresero e andarono avanti fino al 1996. In tutto ne hanno fatti più di duecento» conclude con amarezza Palmira, vuotando il bicchiere ed alzandosi verso la credenza, dove apre un cassetto e ne estrae un vecchio album di foto con la copertina in pelle. Lo poggia sul tavolo, di fianco ad Amaru, e lo sfoglia fino ad arrivare alla foto che cercava, dove una bella ragazza riccia, in piedi sul molo di un porto, sorride con alle spalle una nave colorata.
Amaru guarda la foto, attratto dalla collana che la ragazza indossa al collo.
«Ma questo?» chiede il maori, stupito, riconoscendo nella foto il ciondolo che ha in mano. «Che vuol dire, chi è questa ragazza?»
Palmira sospira, prendendo dalle mani di Amaru uno dei due pezzi del ciondolo.
«Chi era… già, bella domanda. Era una che non si accontentava di vivacchiare, era una che amava la vita. Era dolce e determinata, aveva la testa dura: voleva cambiare il mondo. Si chiamava Eleonora» dice Palmira, accarezzando la foto, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime.
«Era mia figlia, Amaru. Era tua madre» conclude Palmira, poggiando la sua mano su quella del gigante.

La Rainbow Warrior nel porto di Auckland dopo essere stata bombardata dai servizi segreti francesi.

The End (Cronachette della quarta ondata)

Amiche e amici, improvvisamente com’è venuta, dopo due anni giorno più giorno meno, la pandemia se ne è andata: non perché non ci siano più morti o ricoveri, ma solo perché è sparita dai giornali e dai TG. Era ora! Peccato che per essere accantonata sia stata necessaria una emergenza ancora più grande, perlomeno localmente, la guerra in Ucraina; e molto probabilmente, quando sarà finita questa, per sostituirla ci sarà bisogno almeno di un’invasione aliena.

La benzina (ma la guerra non c’entra, era aumentata già da prima) supera ormai stabilmente i 2 euro al litro; il nostro parlamento ha deciso che, per far fronte alla probabile anzi certa penuria di gas (e del resto se gli abbiamo bloccato i sistemi di pagamenti perché i russi dovrebbero darci il gas?) sarà possibile riaprire le centrali a carbone chiuse ed estrarre più gas. Stamattina, andando a far spesa e guardando la fila quotidiana di macchine in direzione centro città, direzione per fortuna contraria alla mia, mi sono sorpreso a dar ragione a Mussolini quando doveva riconoscere, dopo la quasi disfatta in Grecia,  che gli italiani nella prima guerra mondiale erano migliori, dato lo slancio con cui tanti si erano offerti volontari; ed ora in piccolo ripenso a come noi affrontammo quelle giornate di austerity nel ’73, quando gli arabi non ci davano più il petrolio: domeniche senza auto, spostamenti solo se necessari, che bellezza! E quindi posso tranquillamente affermare che gli italiani di 50 anni fa erano ben migliori di quelli di adesso, non disposti a lasciare la macchina nemmeno per fare 100 metri ma disposti a tutto pur di mantenere il proprio “stile di vita” consumista, chi se ne frega dell’ambiente, chi se ne frega se i prezzi vanno alle stelle, chi se ne frega se Greta piange.

Stamattina ho saputo di una donna, disoccupata, che non riuscendo ad aprire il conto corrente perché non è vaccinata e gli è impedito di accedere alla banca per le firme necessarie, non può riscuotere l’importo della disoccupazione. Ed ho anche pensato che gli ucraini, per i quali a parole sono tutti disposti ad immolarsi, fino a ieri dato che i vaccinati sono solo il 37% non li avremmo nemmeno fatti salire sui bus, per non parlare di lavorare. E pensare che da giugno i migliori hanno dichiarato guerra ad una parte della popolazione italiana, quando la vaccinazione da noi era già all’80%…  

Il migliore dei migliori ha però dichiarato che dal 31 marzo l’emergenza Covid finirà. Finiranno le restrizioni, finirà l’uso scriteriato e discriminante del green pass? Questo non si sa ancora. A me il green pass scade il 10 marzo, il 12 marzo dovrei andare a vedere Il berretto a Sonagli al Piccolo Teatro di Milano: fare la terza dose adesso mi pare assurdo, penso che salterò. Del resto sabato scorso ero stato a vedere “Heichmann” con Paolo Pierobon e Ottavia Piccolo, bravissimi attori ma che vi devo dire, sarà stato l’argomento saranno state le luci sarà stata la mascherina che faceva mancare il fiato (tra l’altro a teatro la capienza ammessa è del 100%, quindi si sta appiccicati come nell’era pre-Covid) mi sono addormentato più volte, e mi sono sorpreso ad un certo punto a parteggiare per Heichmann ed auspicare la soluzione finale per la rappresentazione ed i suoi interpreti.

Il TG ha messo l’elmetto, e tutte le sere parla solamente di Ucraina. Da parte mia spero solo, per gli ucraini, che la guerra finisca presto; la UE che di solito non riesce a mettersi d’accordo nemmeno per stabilire quanto latte debba contenere una tavoletta di cioccolato, ha stabilito di inviare mezzo miliardo di euro di aiuti militari. A me sembra difficile che si possa ottenere la pace inviando armi; mai come in questo momento ci si rende conto dei nani che reggono la politica europea, a partire dalla osannata Ursula Border Line, come la chiama mia suocera; sui nostri stendiamo un pietoso velo, a cominciare da Draghi che dimostra ogni giorno di più la sua inadeguatezza su argomenti che non siano economici. Torni a fare il banchiere… per non parlare del ministro degli Esperi per caso, Di Maio, che è uno di quelli, come li chiamava mio nonno, che non sa ne parlare ne star zitto. Aridatece Andreotti!

Amiche e amici, dichiaro che con questo pezzo le cronachette della quarta ondata sono esaurite; martedì abbiamo iniziato il corso di balli folcloristici baltici con gli anziani (l’età media comunque è sui cinquanta) con un’istruttrice molto simpatica e brava; da dieci giorni sono impegnato nella preparazione dei canti per il funerale della figlia della mia amica, di cui vi avevo parlato, morta a 36 anni per un melanoma aggressivo. Come capirete il morale non è al top; del resto siamo in quaresima, non per niente. A presto!

Si offre come negoziatrice