Cronachette dell’anno nuovo (17)

E così siamo tornati in zona rossa. Stavolta è per salvare la Pasqua, l’ultimo sforzo ci assicura il governo dei migliori. A me sembra la stessa identica cosa che avrebbero fatto anche i peggiori, però adesso non si sentono commercianti o gestori di campi di sci lamentarsi, o perlomeno non li fanno sentire: e dunque tutto bene.

Le vaccinazioni, perlomeno qui dove abito, vanno a rilento; in settimana il vaccino Astrazeneca è finito sotto osservazione perché ci sono stati diversi casi sospetti in Europa ed in Italia di morti per trombosi dopo essersi vaccinati. Un coro quasi unanime cerca di esorcizzare gli allarmismi: be’ signori cari, per non allarmarsi ci vogliono risposte chiare e certe, nell’attesa se uno preferisce non farsi vaccinare con quel vaccino non vedo perché dovrebbe essere arruolato tra i no-vax o i nemici della patria. Personalmente già diffidavo, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi; quando arriverà lo Sputnik, deciderò. Non capisco bene cosa debbano decidere Ema o Aifa o quant’altro: se sui russi funziona perché su di noi dovrebbe essere nocivo, forse perché loro lo accompagnano con la vodka?

A proposito di bevande, dato che la cantina iniziava ad avere dei vuoti ho ordinato un po’ di vino, mai in zona rossa senza rosso dice il saggio. L’autista mi ha salutato come un vecchio amico, si è rallegrato di trovarmi in buona salute e mi ha confortato della scelta fatta informandomi che lui stesso ha fatto buona scorta. Chissà se un giorno, oltre al fumo, sarà messo fuori legge anche il vino, e ci ritroveremo come vecchi cospiratori a bere in cantine clandestine?

Sabato abbiamo fatto una passeggiatina fino in città, non c’erano assembramenti anche se vigili urbani e protezione civile era pronti a transennare le vie per far defluire la gente con sensi unici pedonali; ieri invece, che la giornata era ancora più bella, abbiamo evitato il lago e siamo andati a fare una bella passeggiata con qualche coppia di amici. Una volta si sarebbe camminato in gregge, ora ci stiamo abituando al distanziamento anche tra amici, e così si procedeva per coppie, lontani l’uno dall’altro e per parlarsi bisognava urlare. Abbiamo fatto qualche chilometro di vie secondarie, molto verde, sta scoppiando la primavera e le piante in fiore sono spettacolari, con dei gialli e dei rosa fantastici. Sono decisamente fuori allenamento, e oggi mi fanno male le gambe. Abbiamo parlato, tra le altre cose, delle proprietà benefiche della mela annurca, che sembra stimoli la crescita dei capelli: dovrò ordinarne qualche cassa, ma che diavolo è questa mela annurca?

Mi sono meravigliato che Enrico Letta abbia raccolto l’appello disperato rivoltogli dalle varie bande tribali di cui è composto il PD. Di solito quando uno lo prende in quel posto una volta non corre a mostrare il deretano, a meno che non gli piaccia: se è così, caro Enrico, buon pro ti faccia. Per quella gente lì ci vorrebbe un Charles Bronson, non un Don Matteo: ce l’hai la pistola, o almeno le pall(ottole)? Spero che lo spirito che ti animi sia quello di V come Vendetta, altrimenti tra qualche mese o settimana ti ritroverai ancora a stare sereno. Nel discorso di accettazione non sono mancate le solite supercazzole dello Ius Soli o del voto ai sedicenni, mi sembrano proprio argomenti all’ordine del giorno, per un partito che sta sul pezzo.

La notizia che più mi ha addolorato, questa settimana, è stata quella della morte di Raoul Casadei. Chi mi segue da un po’ sa che in gioventù ho contribuito a fondare un’orchestrina da ballo, suonavamo liscio, musica leggera, swing, musica sudamericana, samba, cha-cha-cha, bolero, beguine… abbiamo cominciato a fare serate a sedici anni, e ci accompagnavano i nostri genitori; l’orchestra spettacolo di Casadei era uno dei nostri miti, altro che Genesis, altro che Led Zeppelin. Ciao Mare fu forse il primo pezzo che imparammo, ero ancora al clarinetto, prima di passare al basso; siccome firmavo i borderò della Siae, ovvero il modulo che bisognava riempire ogni serata con l’elenco dei pezzi che erano stati suonati per riconoscere i diritti agli autori, periodicamente le case discografiche mi mandavano a casa gli spartiti, quelli di Casadei erano forse quelli più completi, e mi sono arrivati fino a qualche anno fa, quando ormai non suovano più da qualche decennio. Nella nostra zona non c’erano grandi balere come in Romagna, c’erano sale piccole ricavate da cinematografi, sale di ristoranti, addirittura stalle riadattate… gente semplice, appassionata, festosa, forse ingenua, come sicuramente lo eravamo noi, ragazzini di un’altra epoca. Romagna e Sangiovese, la Mazurka di periferia, Ja Ja Allegria… grazie, Raoul, per tutta la gioia che ci hai dato, e che speriamo nel nostro piccolo di essere riusciti a trasmettere.

Amiche e amici, è con un pizzico di nostalgia che vi saluto, ero molto più giovane e la mela annurca sicuramente non mi serviva;  vado a stappare una bottiglia, alla mia ed alla vostra salute. A presto!

Cronachette dell’anno nuovo (15)

In questi giorni ho ripensato alle lezioni di disegno delle medie, materia nella quale ero e sono rimasto un somaro (non certo l’unica), durante le quali la professoressa si sforzava di insegnarci a mescolare i colori primari per ottenere quelli secondari: con il blu ed il giallo si ottiene il verde, con rosso e giallo l’arancione, che colore bisognerà aggiungere per ottenere l’arancione rafforzato?

No, perché da ieri è proprio questo il colore che caratterizza queste parti, diciamo un arancio tendente al marrone: così ha stabilito un editto del presidente della Regione, appena il giorno dopo che dal giallo eravamo passati all’arancione, e pensare che quello era lo stesso che richiedeva a gran voce certezze sulle tempistiche dal governo nazionale (precedente). Gli effetti pratici sono che rimarranno chiuse tutte le scuole, tranne le materne; martedì mattina ho incontrato sulle scale una condomina, madre di due figli piccoli, che si chiedeva come fosse possibile, e a chi diavolo avrebbe potuto lasciare i figli dato che è sola e deve andare a lavorare. Anche perché i migliori si sono dimenticati di rifinanziare il congedo parentale, ma la compunta Gelmini ha assicurato che lo faranno con il prossimo decreto ristori: intanto, che ci si arrangi.

Anche Bertolaso, il jolly che ogni tanto salta fuori da qualche manica (destra), ci ha tenuto a dire la sua e cioè che l’Italia sta marciando a grandi balzi verso la zona rossa. Potrebbe anche essere vero, ma questi non erano gli stessi che strillavano contro allarmismi e addirittura clima di terrore?

Una buona notizia però c’è, e devo ringraziare una volta tanto Salvini e Berlusconi che stanno premendo per seguire le orme di San Marino e acquistare il vaccino russo Sputnik V, dato che gli altri ce li danno con il contagocce. Non se ne hanno abbastanza notizie? Non è testato adeguatamente? Ma perché, gli altri lo sono? E comunque, chi se ne frega! Datemi lo Sputnik, mi offro volontario! Che potrà succedermi, al limite finalmente imparerò il russo…

Sono cambiati i vertici della Protezione Civile ed il Commissario straordinario: buon lavoro ai nuovi, e ringraziamenti a chi ha dovuto affrontare un anno difficilissimo, commettendo magari qualche errore, ma chi è senza peccato scagli la prima pietra: ci siamo dimenticati di quando non si trovava una mascherina nemmeno a pagarla a peso d’oro, e quando negli ospedali mancavano i respiratori polmonari e la gente (tra cui un mio amico) si ingegnava a stampare in 3D bocchettoni doppi per collegare due pazienti ad una macchina? E le diatribe per imporre il prezzo calmierato di 50 centesimi sulle mascherine, con i farmacisti sulle barricate? Se almeno questo è stato superato qualche merito agli uscenti bisognerà riconoscerglielo, io credo.

E’ iniziato il festival di Sanremo, la 71° edizione, presentata da Amadeus con Fiorello battitore libero (divertentissima la pubblicità), edizione senza pubblico e senza aficionados per le strade ad aspettare le “star”… lo so, per qualcuno è un rito stantìo da abolire, ma è pur sempre un pezzo di costume di questo paese; finora della gara ho sentito poco, distratto da altre occupazioni, ma ho visto gli ospiti, Laura Pausini che ha cantato “Io sì”, brano scritto per il recente film di Sofia Loren, La vita davanti a sé  (che ho visto su Netflix, e l’attrice è stata bravissima), i Volo che hanno cantato un brano di Ennio Morricone, con l’orchestra diretta dal figlio del grande compositore con uno stile tutto suo, ed infine Elodie che ha proposto un medley di pezzi sanremesi famosi e, oltre ad avere una bella voce, è anche un bel vedere. Ho visto anche Ibrahimovic, che ha recitato sé stesso. Che ci volete fare, sono decisamente nazionalpopolare, così tanto che mi piacerebbe vincesse Orietta Berti, che si ripresenta in gara dopo quasi trent’anni, Oriettona della quale è uscita da qualche mese la biografia, che mi stuzzica e incuriosisce: Tra bandiere rosse e acquasantiere, deve essere proprio una bella storia.

I colleghi di Roma mi hanno detto che sta girando la voce di un rientro in ufficio, scaglionato a partire dal primo maggio. Fosse vero! Ci sono molti a cui il telelavoro piace ma come sapete non sono tra questi. Sono abbastanza convinto che, nonostante adesso faccia comodo spingerlo, alla lunga verrà ridimensionato per motivi sia di produttività che soprattutto di consumi. Pensiamo a tutta l’economia che gira intorno ai pendolari di una città come Milano…

Comunque staremo a vedere, amiche e amici; la primavera è alle porte, e con essa può darsi che riusciremo a tornare a visitare qualche museo, che anche il cervello bisogna rimetterlo in moto. A presto!

Olena à Paris – 32

«Mi chiamo Louis D’Ivoire¹, buffo per uno nero come la pece, vero? Ma i miei antenati erano arrivati dalla Costa d’Avorio, la Côte d’Ivoire, e così la provenienza ci è rimasta nel cognome. Mio padre era un grande appassionato di Louis Armstrong, il grande Satchmo, e così volle chiamarmi come lui, e fin da quando avevo cinque, sei anni mi mandò a lezione di musica e tromba da un suo amico barbiere, lezioni che ripagavo lavorando gratis come garzone… imparai bene, tanto che iniziai presto con la professione, suonavo il jazz nei club di New Orleans ma solo con il jazz non si racimolava molto, così ogni tanto accettavo degli ingaggi per suonare in qualche orchestra, anche di musica leggera, e andavo in giro qualche mese per l’America.»
Gilda, desiderosa di riprendere a massaggiarsi i piedi, lancia un’occhiata interrogativa al musicista.
«Scusate, signora, vengo al dunque… era l’ottobre del 1960, io avevo appena venti anni e l’orchestra per cui lavoravo in quel momento fu chiamata a suonare al Metropolitan di New York in un Gran Galà organizzato dalla comunità italo-americana per appoggiare il candidato democratico alle elezioni presidenziali che si sarebbero svolte il mese successivo, John Fitzgerald Kennedy. Dovevamo accompagnare grandi artisti, Frank Sinatra, che era amico personale di Kennedy, Dean Martin, Perry Como, e dall’Italia arrivarono mister Volare Domenico Modugno, il grande pianista Renato Carosone, Tony Renis… e lei»
«Lei chi?» chiede Gilda, raddrizzandosi sulla poltrona, mentre James contravvenendo alle regole del buon maggiordomo si è seduto in un angolo su una sedia damascata.
«Lei, signora, vostra nonna Wanda» chiarisce Louis, con un sorriso riverente.
«Aspetti, aspetti» lo ferma la Calva Tettuta. «A parte il fatto che non era mia nonna ma la bisnonna di mio marito, lei mi sta dicendo che nonna Pina ha conosciuto Frank Sinatra, Dean Martin, e addirittura il presidente Kennedy? Non la confonde con qualcun’altra, che so, Wilma De Angelis o Betty Curtis, pace all’anima loro? A quell’epoca a quanto sapevo si era ritirata dalle scene…»
«No, no, nessun errore, signora. Lei ha ragione, la signora Wanda si era ritirata dalle scene, ma fu invitata personalmente da Frank Sinatra che l’aveva conosciuta in una tourneé di qualche anno prima e ne era rimasto affascinato; del resto erano quasi coetanei, così come con il presidente Kennedy, e fraternizzarono facilmente»
«In che senso “fraternizzarono”?» chiede Gilda, ormai preda della curiosità.
«In senso artistico, naturalmente» chiarisce il trombettista «anche se Wanda, permettetemi di chiamarla così, era una donna esuberante, riempiva la scena… all’epoca aveva circa quarantacinque anni, e non passava certo inosservata»
«Più o meno la mia età, effettivamente l’età migliore» concorda la vedova Rana.
«Lei aveva una voce roca, molto blues, e quella sera propose delle canzoni napoletane tradizionali, Luce ‘e notte, Torna ‘a Surriento, delle belle ballads…»
«Effettivamente alla lunga delle belle ballads. Ma in napoletano? James, ti risulta che la nonna conoscesse le lingue straniere? Mi esce da un fianco»
«La signora è stata senz’altro un’artista polivalente» risponde James in modo competente.
«Quella sera successe qualcosa che mi cambiò la vita, e la carriera. Wanda doveva aver notato, prima delle prove, qualche fraseggio che improvvisavo per riscaldamento. Così quando arrivò all’ultimo pezzo del suo programma andò verso il direttore, gli parlò in un orecchio e poi mi indicò con la sua mano guantata. Io non capivo cosa stesse succedendo, il direttore dopo qualche attimo mosse la testa e fece ok, e mi fece cenno di alzarmi e mettermi di fronte all’orchestra. Stavo letteralmente facendomela addosso, quando Wanda mi si avvicinò, le spalle nude rivolte al pubblico, e strizzandomi l’occhio mi disse “Baby, ho sentito dire che hai le palle. E’ ora di tirarle fuori, non trovi?”. E senza lasciarmi il tempo di rispondere attaccò “Era de maggio”, con l’orchestra muta, ed io solo a sostenere il suo canto. Fu una cosa magica, un trionfo… la platea era tutta in piedi, e Kennedy in persona salì sul palco a consegnarle un mazzo di fiori. Dopo lo show andai a ringraziarla in camerino, lei mi abbracciò e guardandomi negli occhi mi disse: “Baby, da domani sarai su tutte le copertine, ma dammi retta. Lascia stare questa merda, suona il jazz”. E così ho fatto, è stata dura ma ho fatto quello per cui ero nato. Ho aperto anche una scuola per giovani che hanno voglia di imparare ma non hanno i mezzi, sua nonna ci mandava un paio di volte l’anno degli strumenti e ci aiutava a pagare l’affitto dei locali, lo sapeva signora?»
«No, veramente io… tu sapevi qualcosa, James?»
«No, signora, ne ero all’oscuro, ma la signora era molto munifica» risponde James, commosso.
Il trombettista si alza, tira fuori dalla marsina una busta e la poggia sul tavolo.
«E questo che cos’é?» chiede Gilda, confusa più che mai.
«E’ il nostro compenso, signora. Non posso accettarlo, questa volta offro io.»

¹ NdA: Per facilitare la comprensione il racconto di Louis D’Ivoire non è riportato in lingua originale ma nella sua traduzione italiana.

Recondite armonie

Amiche e amici, sono in spasmodica attesa dell’esito del tampone di verifica, ormai scalpito dato che sto bene ma la prudenza non è mai troppa e quindi finché non ci sarà l’ufficialità della guarigione continuerò l’isolamento nella mia stanzetta. A fare il tampone, sempre in modalità drive-in, sono andato ieri mattina; confermo che il processo mi sembra organizzato bene, non ho dovuto aspettare molto, solo una mezz’oretta di coda; la cosa strana è che per il primo tampone ero stato chiamato da ATS Insubria, e come ricorderete mi ero dovuto recare all’ex ospedale psichiatrico, mentre per questo mi ha chiamato l’Asl Lariana, ed il luogo è il vecchio Ospedale, a due passi da casa. Un’altra diversità è che qui mi hanno fatto compilare un foglio di consenso informato: ma a che serviranno tutti questi fogli? Nel pomeriggio ha fatto il tampone anche mio figlio, finalmente; essendo passati quattordici giorni dalla mia segnalazione avrebbe già potuto uscire, ma per sicurezza ha preferito farlo anche lui. Aveva paura che l’auto non partisse, dato che è stata ferma quindici giorni: invece si è avviata quasi al primo colpo, e forse per ringraziarla l’ha portata a lavare, cosa che a memoria d’uomo non mi pare sia mai successa.

Ho ricominciato a lavorare (quasi) a tempo pieno, e questo se da un lato, quello economico, mi fa piacere, dall’altro mi dà quasi un senso di fastidio, sembra che mi tolga il tempo per fare cose più interessanti: o Giò, direte, mica vorrai lamentarti del lavoro, in questo momento che tanti lo perdono o ce l’hanno estremamente precario! Per carità, sarebbe perfino immorale; non vorrei essere frainteso, ma in questi giorni sono entrato quasi in un’ottica da pensionato, ovvero del potersi dedicare solo a quello che piace, che diletta (tranne ovviamente quei pensionati che devono fare i baby sitter ai nipoti: ma magari a loro diletta questo). Ad esempio l’altro giorno invece di pigiare i tasti del computer mi sono sentito la Tosca: volete mettere?

Erano passati ormai più di tre anni dall’ultima volta in cui vi avevo assistito dal vivo, a Torre del Lago Puccini, vicino Viareggio, nel Gran Teatro all’aperto; avevamo approfittato di una breve vacanza a Marina di Massa per fare una puntata alla casa museo di Puccini e lì, per caso, avevamo notato le locandine per la serata. Siccome a Marina di Massa non è che ci sia tutta questa gran vita, di sera, decidemmo su due piedi di andare; arrivammo senza molto anticipo, al botteghino c’era una gran fila e ricordo che comprammo i biglietti da un signore che ne aveva presi una decina per una comitiva che però non sarebbe arrivata: li svendeva, praticamente un bagarino a rovescio. A parte lo Sferisterio di Macerata, molto più raccolto, era la prima volta che assistevo ad un’opera all’aperto: belle scenografie, maestosi movimenti corali ma che vi devo dire, sarà stata la lontananza dal palco, sarà stato che avevo dimenticato di prendere il libretto (alcuni vicini lo seguivano sul tablet e la luce era parecchio fastidiosa), non me la sono goduta. L’opera va vista in teatro, c’è poco da fare… l’unica eccezione che sarò disposto a fare nel futuro sarà per l’Aida all’Arena di Verona: e lì voglio anche gli elefanti, sia inteso!

La pusher di vino ha richiamato, e stavolta ho ceduto: mi ha proposto del Recioto, e come si fa a rifiutare? Diciamo che mi sono fatto il regalo di Natale, e ovviamente non mi sono limitato al Recioto, fino a Pasqua dovrei essere coperto. Ho considerato che quest’anno grazie ai lockdown di Conte (non saranno mica in società?) ho consumato un sacco di vino in più; a mensa il vino non c’era (per fortuna), ma a casa un bicchiere anche a pranzo non lo disdegno (tranne in quest’ultimo periodo, ma conto di rifarmi).

Stasera quindi potrebbe essere l’ultima sera di prigionia, ne approfitterò per vedere un bel film (ieri sera ho visto Child-44, un giallo angosciante ambientato nella Russia dei tempi di Stalin, dove uno pscicopatico uccide dei bambini ma il clima di terrore abiezione delazione e arbitrio che regna è persino più violento degli omicidi stessi. Dopo questo, penso proprio che cercherò una bella commedia!)

Amiche e amici, l’ora si avvicina, tra poco potrò tornare alla normalità, a comprare il giornale, a guardare il telegiornale, ad incazzarmi per l’Eredità: ma sono proprio sicuro di volerlo?  

La prima cosa bella

Dico subito che sono ormai anni che non seguo assiduamente il festival di Sanremo. Si può vivere abbastanza bene anche senza; ogni tanto però, se non ho di meglio da fare, qualche canzone la ascolto; e poi, anche se uno volesse farne a meno, ci pensano le radio e la TV a riproporcele (almeno la vincitrice e le due-tre più gradite) sera e mattina.

I “miei” festival sono quelli che vanno dal ’69 al ’72, rigorosamente in bianco e nero: alcune canzoni sono diventate successi sempreverdi, sono durate nel tempo come allora tutto doveva durare, i vestiti, le scarpe, i mobili, l’automobile… eravamo puri in un certo senso, il virus letale del consumismo non ci aveva ancora contagiato e trasformato del tutto.

Il mondo stava cambiando… grandi movimenti, conquiste faticose di diritti; c’era chi ascoltava il rock progressive spernacchiando il popolo che ascoltava canzonette ma non avevano capito che c’era spazio per tutti e forse in buona sostanza del popolo non avevano capito niente.

Riporto, solo a titolo di esempio ed alla rinfusa, le canzoni di quelle edizioni che ebbero più successo (scusandomi per quelle che ho dimenticato):

1969:

Zingara Bobby Solo / Iva Zanicchi
Ma che freddo fa Nada
La pioggia Gigliola Cinquetti
Un’avventura Lucio Battisti
Lontano dagli occhi Sergio Endrigo

1970:

La prima cosa bella Nicola Di Bari / Ricchi e Poveri
Chi non lavora non fa l’amore Adriano Celentano e Claudia Mori
Eternità Camaleonti / Ornella Vanoni
L’arca di Noè Sergio Endrigo / Iva Zanicchi
La spada nel cuore Little Tony / Patty Pravo
Taxi Antoine
Io mi fermo qui Dik Dik
Pa’ diglielo a ma’ Nada

1971:

Il cuore è uno zingaro Nicola Di Bari / Nada
4 marzo 1943 Lucio Dalla / Equipe 84
Che sarà Ricchi e Poveri / José Feliciano
Sotto le lenzuola Adriano Celentano

1972:

Montagne verdi Marcella Bella
Jesahel Delirium
Piazza Grande Lucio Dalla
I giorni dell’arcobaleno Nicola Di Bari

Se dovessi sceglierne una per assegnargli il titolo di vincitrice assoluta direi La prima cosa bella, più nella versione di Nicola Di Bari che dei Ricchi e Poveri: “la senti questa voce, chi parla è il mio cuore…”

E mi chiedo: fra cinquant’anni, rimarrà qualcosa delle canzoni di oggi? E in genere, vale la pena che rimanga qualcosa?

alketavejsiu

Olena à Paris – 3

Io di Parigi ancor non ho
le usanze bene apprese
E le malizie ancor non so
di questo bel paese.
Io son Pontevedrina ancor
che ci volete far?
Se fossi Parigina allor
mi saprei regolar!¹

Una figura coperta da un mantello scuro avanza claudicante nella grande camera dove campeggia un letto king size a forma di cuore sul quale giacciono due corpi profondamente addormentati. E’ l’alba, ed i primi raggi di luce filtrano fra le lamelle delle persiane poste a protezione delle grandi finestre all’inglese arrivando a colpire, indiscreti, la schiena della Calva Tettuta, nuda come mamma l’ha fatta.
L’ombra si arresta sul bordo del letto e fissa le forme un tempo ben conosciute; poi con un sospiro si scosta il mantello dal volto e batte con rabbia il bastone a cui si appoggia sul pavimento, gridando:
«Gilda! Per la miseria, almeno copriti!»
Gilda si sveglia di soprassalto e, riconoscendo la voce prima ancora della sagoma minacciosa che incombe su di lei, urla dallo spavento:
«Aahh! Evaristoo! Che cacchio ci fai qui, tu sei morto! E che diamine, possibile che non ti rassegni? Ritorna nell’oltretomba, via, sciò!» lo invita la vedova, accompagnando l’invito con un eloquente gesto della mano.
«Disgraziata, tu dormi mentre la barca affonda!»
«Ma di che barca parli, anche da spettro vaneggi? Infilati nel loculo e non rompere le scatole!»
«Parlo della mia azienda che va in malora, mentre tu ti trastulli! »
«Per tua norma e regola questa adesso è la “mia” azienda, e non preoccuparti che va molto meglio di quando c’eri tu! Ma guarda te se deve venire qua un fantasma a dirmi quello che devo fare. Adesso vai via, hai rotto, vade retro, io ti ordino di lasciare questa stanza con annessi e connessi, insomma Evaristo togliti dalle scatole una volta per tutte! Non costringermi a prendere l’aglio, eh?»
«No, l’aglio no! Non lo digerisco» risponde il fu cavalier Rana, indietreggiando.
«Allora vattene!»
«Me ne vado, ma non finisce qua!» e, ricoprendosi con il mantello, esce svanendo dalla stanza.

Il sonno della Calva Tettuta viene interrotto da un lieve tossicchiare. Gilda apre lentamente gli occhi, si stiracchia, si toglie la benda oscurante dagli occhi e rivolge un sorriso all’uomo che gli porge su un vassoio d’argento un bicchiere di acqua tiepida nel quale è stato spremuto uno spicchio di limone di Sorrento, un piccolo vaso di violette africane ed un cellulare acceso con una chiamata in attesa.
Gilda si siede, gettando uno sguardo al vicino infossamento nel materasso memory.
«Svengard è già andato a spaccar legna, James? Strano, non sento rumori»
«No signora, il signore è partito all’alba con il generale Po, sono andati a pesca di pesci siluro nel Ticino»
«Ha fatto bene a portare il generale, lui dovrebbe essere esperto di siluri. Ah, James?»
«Signora?» chiede il maggiordomo.
«Conosci un buon esorcista, per caso?»
«Appena discreto, signora. Ci si rivolse una mia cugina quando il marito iniziò a uscire di notte travestito da Platinette, ma riuscì solo a fargli fare una dieta dimagrante»
«Lascia stare allora, più tardi farò una telefonatina a Ladispoli» dice Gilda, pensando alla superiora del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, la sua amica di gioventù Marisa poi diventata Suor Matilda². Poi dà un’occhiata interrogativa al cellulare, occhiata che James coglie immediatamente.
«Una telefonata dalla Francia, signora, ha molto insistito»
«A quest’ora, James? Mi sembra inopportuno. Ma chi è?»
«Il presidente della Talnone, signora. Dico di richiamare più tardi?»
Gilda scatta in piedi sul letto, rovesciando bicchiere e vasetto; abbranca il cellulare, preme il tasto verde e, con voce allegra, risponde:
«Jean? Ma che piacere… a che devo tanto onore? E’ una vita che non ti fai vivo… eri preoccupato per me? E perché mai, caro? No, nessuna difficoltà, chi mette in giro certe voci? Non potrebbe andare meglio, mio caro, a gonfie vele direi. Ma no, no, piccoli contrattempi, sai com’è la stampa, esagera sempre… un piccolo calo fisiologico dopo le feste… ma tu, piuttosto, ho visto che avete lanciato l’acqua in bottiglia Poisson, sarà un altro dei tuoi successi» lo adula Gilda rabbrividendo.
«Come dici? Se possiamo incontrarci? Ma naturalmente, perché, sei di passaggio qui in Italia? Ah, dici se posso venire io a Parigi? Bè, adesso su due piedi non so, dovrei controllare gli impegni… domani? Ah, ah, Jean, sei un birbante…» ride Gilda, immaginandosi Jean Biscuit, presidente della Talnone, ricoperto di Nutella.
«Se è così… urgente, come dici, farò in modo di liberarmi… facciamo alle 11? Bien alors, à demain Jean…»
Gilda poggia il cellulare sul vassoio e comincia a fare piccoli salti sul letto, canticchiando Bidibodibù Bidibodiye, infine con un balzo più grande scende dal letto ritrovandosi proprio di fronte al maggiordomo.
«Allerta Natascia e prepara le valigie, James» ordina strizzando leggermente gli occhi «e ricordati: non si fanno prigionieri.»

«Chico? Chico? E’ ora della merenda… Donde te escondiste, Chico?»
Arrivato vicino alla cucina, Miguel sente dei gridolini soffocati, dei piccoli bramiti, dei ruggitini: mette dentro la testa e vede una intera famiglia di koala ed un cucciolo d’uomo, abbracciati, assistere affascinati alla ventesima puntata di “Lacrime e laterizio”:
SUOR MIRANDA (tra sé) (E’ Rosa… Signore, dammi la forza…)
ROSA Sorella, per fortuna vi ho trovata!
SUOR MIRANDA Rosa, che ti è successo? Sei agitata… (Che capelli di seta…)
ROSA Sono confusa, sorella. Sento il cuore che scoppia dalla felicità, e ho paura!
SUOR MIRANDA E dunque cosa ti preoccupa, Rosa?
ROSA Io amo! Ma è male!
SUOR MIRANDA Come può essere male l’amore, se è la cosa più bella che ci ha donato il Signore? (Ho un brivido)
ROSA Ma io sono promessa a don Carlos!
SUOR MIRANDA Ah!
ROSA Eh!
SUOR MIRANDA Sventurata! E don Carlos è al corrente? (Quel vecchio caprone)
ROSA No, sorella… mi aiuterete?
SUOR MIRANDA Certo, figliola… ma vieni qua, sul mio seno, non piangere (Ammazza quant’è soda) … e chi fu a rubarti il cuore?
ROSA Ramon, sorella!
SUOR MIRANDA Ramon? Il carpentiere? (Figlio di buona donna…)
ROSA Capomastro, sorella, capomastro. Si sorella, Ramon… noi abbiamo… peccato!
SUOR MIRANDA Peccato, dici? Ma peccato… quanto? (Sta a vedere che l’ha data a quell’animale)
ROSA Quattro volte!
SUOR MIRANDA Ah!
ROSA Eh!

“Ah! Ah! Eh!” ripetono i koala, mentre Chico ride beato e una lacrimuccia bagna il ciglio del giardiniere.

Koala

¹ La Vedova Allegra di Franz Lehar, Atto Primo
² cfr. Ferragosto con Olena, 2019

Orticello di guerra

Ieri mia madre, chiacchierando del più e del meno durante la telefonata domenicale, parlando dei fiori del mio balcone mi ha chiesto se non stessi curando il mio “orticello di guerra” e poi ha intonato una canzoncina chiedendomi se me la ricordassi. Considerando che la canzone è del ’41 non vedo come avrei potuto ricordarla, ma lei insiste che la cantavo da piccolo e quindi può darsi che qualcuno me l’abbia insegnata (secondo me si confonde un po’: nel ’41 aveva sei anni e mio nonno era in guerra, dunque senz’altro l’avrà cantata lei…).
In sottofondo ho sentito agitarsi allarmato mio padre al quale la canzoncina deve aver risvegliato ricordi non proprio piacevoli. Veramente non so se al mio paese gli orti di guerra ci fossero, dato che intorno era tutta campagna: loro quando avevano fame (sempre) cercavano di andare a rubare qualcosa ai contadini…
L’ho comunque cercata e la riporto, si intitolava “Caro papà” :

Caro Papà
ti scrivo e la mia mano
quasi mi trema, lo comprendi tu.
Son tanti giorni che mi sei lontano
e dove vivi non lo dici più.
Le lacrime che bagnano il mio viso
son lacrime di orgoglio, credi a me.
Ti vedo che dischiudi un bel sorriso,
e il tuo Balilla stringi in braccio a te.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio.

Caro Papà,
da ogni tua parola
sprigiona un “Credo” che non si scorda più
fiamma d’amore di patria che consola
come ad amarla mi insegnasti tu.
Così da te le cose ch’ho imparato
le tengo chiuse, strette nel mio cuor
ed oggi come te sono un soldato
credo il tuo Credo con lo stesso amor.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio

che vi devo dire, può darsi che l’abbia cantata veramente, perché ancora mi commuove…

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Una birra per Olena (III)

La Calva Tettuta, poggiato il telefonino sul vassoio argentato, si alza dal divano Frau personalizzato ed avanza fino alla finestra scorrevole dalla quale si accede alla grande terrazza prospiciente il giardino botanico Rana, dove vengono coltivate piante esotiche e rare come il Nanocellus Officiantes volgarmente detto prete nano e la Scamarcia Fracitia, dal colore bumbia acceso.
Gilda apre la finestra e va ad appoggiare, pensosa, il generoso petto che le è valso il meritato soprannome alla balaustra in pietra leccese; dopo qualche minuto di meditazione emette un sospiro e si rivolge interrogativa al maggiordomo James, che è rimasto in rispettosa attesa.
«James caro, pensi che Jürgen possa fronteggiare questa faccenda da solo? Francamente non mi pare attrezzato»
«Tenderei a dubitarne signora. L’ingegnere nei frangenti concitati non mantiene la freddezza necessaria» afferma il maggiordomo, ricordando il momento in cui aveva dovuto strofinargli i glutei con lo straccio intriso di acquaragia.
«Già, lo penso anch’io. Dovremo attivarci, giusto? Prendere il toro per la coda o giù di lì. Si ma, James?» chiede la vedova Rana, con la fronte corrugata dalla preoccupazione.
«Signora?»
«James, non vorrei essere pessimista ma mi sembra che siamo a corto di truppa. Dove sono finiti tutti quanti?» indicando il giardino desolatamente vuoto.

A Blaenavon, in Galles, nella grande miniera di carbone in disuso che ospita il Big Pit Mining Museum (Museo minerario del pozzo grande) si sta svolgendo un concerto fuori programma. Un gruppetto di attempate casalinghe, accese d’entusiasmo, applaudono e fischiano il proprio idolo, il famoso cantante Tom Jones, incitandolo a concedere il bis del suo cavallo di battaglia “Sex bomb”. L’artista appare decisamente provato e vorrebbe declinare l’invito, ma l’orgoglio del vecchio leone e soprattutto  un pungolo elettrico che una delle sue fan brandisce minacciosamente lo convincono ad attaccare il refrain. Non sono certo le esigenze di scena a richiedere che Tom sia legato alle caviglie da una lunga catena, e che sia vestito soltanto di un perizoma, per di più leopardato: l’anziano sex symbol è stato rapito dalla banda di babbione ostili alla sua amicizia con Priscilla Presley, l’ex moglie di Elvis.
«Vi prego, care signore, sono stanco…» chiede Tom, con la sua voce calda e roca che attizza ancor di più le indiavolate groupies.
«Nudo! Nudo!» urlano queste scatenate, strappandosi i capelli e lanciando verso l’improvvisato palchetto mutandoni e reggiseni, cosa quest’ultima che causa un crollo delle attrezzature da questi sorrette.
«Cazzo! Ma sono già nudo!» protesta il cantante. «E mi scappa pure da pisciare, con tutta la birra che mi avete fatto bere, fatemi uscire di qua!» e così dicendo cerca di liberarsi dalle catene, beccandosi immediatamente una scarica elettrica nel fondoschiena che lo riporta a più miti consigli.
«E va bene!» cede Tom «ma ancora una volta e poi basta, eh!» poi, sebbene, riluttante, inizia a cantare:
Aw, aw baby, yeah, ooh yeak, huh, listen to this
Spy on me baby use satellite
Infrared to see me move through the night
Aim gonna fire shoot me right
Aim gonna like the way you fight
And I love the way you fight

Improvvisamente la base si spegne, ed un mormorio di delusione serpeggia tra le ammiratrici. Dal buio del vecchio tunnel si sente cantare:
«Sex buomb, sex buomb, gliù ar a sex buomb…»
Con la bocca leggermente aperta dalla sorpresa tutte si girano lentamente verso l’origine del suono, da dove avanza una figura vestita con una tuta militare completamente nera, con la faccia striata di nero e con un berretto, anch’esso nero, in testa. Anche gli stivali che le arrivano sopra al ginocchio sono neri. Con un mitra Spectre M4 a tracolla, Olena avanza verso il palco, canticchiando.
«Molto pratico questo attrezzo» dice alla donna che impugna il pungolo elettrico. «Tu provato prima su tuo marito, sì? Brava» la elogia muovendo la testa in segno di approvazione.
«Ora da brave liberate uomo, prego. Bello giuoco dura puoco» consiglia Olena, togliendo la sicura al mitra.

Poi rivolgendosi al prigioniero, rimasto a bocca aperta:
«Signor Jones, mi manda Priscilla. Belle mutandine, ma ora voi potete rivestire, prego.»

mars attacks

Ferragosto con Olena – The End

L’ottobre è mite, ed i festeggiamenti per l’anniversario della fondazione dell’Istituto di Carità intitolato al Beato Turoldo Cesanese del Piglio non potrebbero essere più festosi.
La processione si dipana per le vie del paese, con in testa la banda cittadina che sfoggia le nuove divise disegnate dallo stilista Girifalchi ispirate alle Quattro Stagioni di Vivaldi ma per i maligni alla pizza quattro-stagioni, dono della Fondazione Rana; la partecipazione di fedeli, pie donne e congregazioni negli abiti tradizionali è massiccia, così come la presenza della folla ai lati della strada; la statua del Beato ondeggia a ritmo, sorretta da squadre di nerboruti manovali che si danno il cambio lungo i cinque chilometri del percorso.
Gilda, in divisa da crocerossina delle Volontarie del Soccorso ai soccorritori volontari sfila fianco a fianco a suor Matilda, commentando gli eventi dell’estate passata.
«Gilda, non so come ringraziarti. Se non fosse stato per te non so come saremmo uscite da quella situazione. Come potrò mai sdebitarmi?» chiede la suora alla sua vecchia amica.
«Non pensarci nemmeno, Marisa. Mi sono divertita tantissimo, specialmente con il lanciarazzi, mi serviva proprio divagarmi un po’ , non si vive di solo ripieno, giusto? Mi è dispiaciuto per l’auto del Vescovo, mi è scappato un colpo ma spero che quella nuova gli sia piaciuta…»
«Si, c’è rimasto proprio male! » ride la suora «Gli hai fatto saltare una Multipla e gli hai comprato una Jeep Cherokee, non finiva di ringraziare la provvidenza! Ma non c’era bisogno Gilda, hai fatto anche troppo… finanziato tutti i preparativi, avviato la costruzione del Museo della Corona di Galla Placidia… lo stabilimento per la produzione della Zuppa Imperiale…»
«Per quello mi raccomando, eh? Ci tengo, ho ordini fin dal Sultano del Brunei. Pugno di ferro in guanto di flanella o giù di lì, metti suor Emerenziana a contrattare con i sindacati» suggerisce la Calva Tettuta, ritrovando il piglio confindustriale.
«Ah, ah, ma certo, non preoccuparti» la rassicura la suora, poi dandole di gomito le indica il Vescovo:
«Guardalo, Gilda, non ha ancora capito niente di quello che è successo…»
«E ti credo» risponde la Calva Tettuta, «tra lui e don Martino si sono scolati una botte di vino… e quando si è svegliato ormai la mia Delta Force Rana aveva fatto sparire tutto. »  Poi, indicando all’amica la coppia che coadiuva S.E. Ardizzone dice: «Non li trovi teneri, Marisa? James non molla il campanellino e don Martino gli tiene il broncio. Beata gioventù!»

Sul grande palco allestito sul lungomare, davanti al ristorante “La coratella”, un’orchestra di All Stars sta eseguendo l’introduzione di “Historia de un Amor” nella versione mambo di Perez Prado.
Johnny Tempesti col suo sax tenore guida la sezione dei fiati tra cui spiccano i fuoriclasse Kuz Guardatí, italo-francese, alla tromba; Peter Petersen, norvegese, al clarinetto; Marco Cubillas, colombiano, al trombone e Walter Cotequinho, brasiliano, al sax baritono. Agostino picchia sulle percussioni, Armando ha abbandonato la fida fisarmonica per battere il ritmo con le claves, mentre Oscar sostiene l’armonia con il suo organo Hammond. Spicca nella sezione ritmica la presenza al  basso del cubano Giorginho Cerezo, in rotta dagli Adelante Compañeros per divergenze sul repertorio e soprattutto sugli emolumenti. La cantante Luana si muove languida scuotendo le maracas, operazione nella quale è maestra.
La pista è gremita di ballerini, tra cui spiccano le bionde Olena e Ljudmila. Quest’ultima è attorniata da una torma di indigeni, mentre Olena fa coppia fissa con Puccio Bongiovanni, inconfondibile con la sua camicia aperta sul petto villoso e la magliettina a proteggere l’arietta sulle spalle. Il marpione finge di non vedere le occhiate minacciose di Luana, e si affanna intorno alla russa nel suo stile accalappia-turiste-a-Brisighella.
Ad un tratto la luce sul palco si affievolisce, ed uno spot illumina la scalinata dietro al palco. Si apre il sipario e, coperta dai grandi ventagli in piume di struzzo sventolati dai due boys Petr e Ivan discende con movenze fatali lei, l’etoile, fasciata da un abito di lamè, con lunghi guanti di seta ed in testa un turbante a forma di ananas: poi, sull’ultima nota di Johnny, i ventagli si scostano e nonna Pina, ritornata per un giorno Wanda, si dona ai suoi ammiratori e con voce roca intona:
Ya no estas mas a mi lado corazón
En el alma sólo tengo soledad
Y si ya no puedo verte
Por qué Dios me hizo quererte
Para hacerme sufrir mas

Ad un tavolino del ristorante è seduto un uomo anziano, abbronzato, con un Panama in testa ed un sigaro Cohiba Siglo II in bocca. Pepe Secundo ascolta rapito nonna Pina, e si accorge appena della prosperosa cameriera Manuelona che, sfoggiando un seno della quinta misura abbondante, gli posa davanti una bottiglia di rhum, un bicchiere ed una ciotola di noccioline salate.

Siempre fuiste la razón de mi existir
adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba
el amor que me brindaba
el calor de tu pasión.

All’improvviso dal fondo della strada si sente lo smarmittare di una Ape Car Piaggio, sul cui cassone svetta una mulatta considerevole, che incita il guidatore ad affrettarsi.
«Miguel, cabròn, tra tante macchine che c’erano proprio esta scatoletta dovevi rubare!» lo apostrofa Paio.
«Ma mi amor, è l’unica che potevo guidare senza patente. Se ci fermavano i vigili?» risponde il giardiniere, ligio alle regole della strada.
«Mierda a todos los guardias de tráfico!» esclama Paio, esasperata. «Y mierda para ti!» poi, scorgendo una figura ben conosciuta:
«Eccola là, quella sciacquetta! Ferma immediatamente Miguel, fammi scendere!» ordina la cubana. Miguel, preoccupato, cerca di trattenerla:
«Por favor, amor, non farlo…» ma Paio si è già lanciata sulla pista, mentre il pappagallo Flettàx, sentito l’odore di noccioline, si dirige svolazzando verso il tavolo di Pepe Secundo.

La sagoma della cubana, in canottiera e gonnellina rossa, si staglia in mezzo alla pista, mentre i ballerini si spostano per farle largo.
Olena la vede arrivare, si ferma e la aspetta. Paio le si piazza davanti, e con un sorrisetto la sfida: «Fammi vedere adesso quello che sai fare…»
Olena la fissa negli occhi, e le dice: «Non ti è ancora bastato, vedo…» poi abbranca Puccio e gli sibila in un orecchio: «Preferisci morire ballando o facendo amore?» al che Puccio trova più allettante rispondere: «Facendo l’amore, ma…» e mentre Paio si è già messa in posizione con Miguel, Olena gli ordina: «Allora vedi di ballare bene, finuocchietto»

Es la historia de un amor
Como no hay otro igual
Que me hizo comprender
Todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Hay que vida tan obscura
Sin tu amor no viviré

Pepe si mangia con gli occhi la sua amata Wanda, mentre Flettàx gli mangia le noccioline.
«Che mujer!» commenta tra sé e sé, chiedendosi cosa sarà mai quella bevanda che ha davanti.

The End

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«O saggio Po, un cruccio mi attanaglia»
Il vigoroso Svengard, il norreno che ha trovato un posto nel cuore della Calva Tettuta dopo la dipartita del Cavaliere, cammina avanti e indietro di fronte al cinese Po, che sta svolgendo i consueti esercizi di Tai-Chi nella posizione del babbuino artritico.
Il confuciano poggia entrambe le gambe a terra prima di rispondere al biondo vichingo.
«O glande uomo del nold» risponde il saggio «Sei ploplio siculo che sia un cluccio ad attanaglialti? Di solito il cluccio allovella, il dubbio attanaglia. Che ti cluccia, comunque , o glande?»
«Maestro» risponde un accorato Svengard, sorvolando sull’aggettivo usato dal cinese, «tu che conosci i più reconditi anfratti dell’animo umano, aiutami»
«Se posso, mio amico, lo falò volentieli. Anche nel mio intelesse, è una settimana che spacchi legna, tla poco il boschetto salà diventato un campo da golf. Dimmi pule, dunque» lo invita Po.
«Po, in nome delle antiche scorribande in risció, rispondi a questo quesito: sai dirmi per quale motivo in questa storia hanno partecipato cani e porci, e solo io sono rimasto a spaccar legna?»

Felicità! (Счастье)

Grazie Ucraina!
Lo sospettavamo da tempo, ed ora ne abbiamo l’autorevole conferma: Al Bano è un pericoloso sovversivo!

Personalmente sono stato testimone dell’affetto e persino della devozione di cui è oggetto il nostro cantante in Russia, tanto da indurlo a richiamare in servizio l’ex moglie Romina per una rentreé memorabile, evento che come italiano mi ha inorgoglito anche se sinceramente non mi capacitavo di come potesse essere possibile, ma adesso tutto è chiaro: Al Bano è un amico di Putin, e prova ne sia che ha cantato più volte con il coro dell’Armata Rossa, una volta diretto persino da Toto Cutugno!

Basta e avanza per ritenerlo persona non grata e metterlo al bando: ma non illudetevi, amici ucraini! Il nostro cantante è immortale e sarà qua per fortuna anche quando il vostro governo sarà morto e sepolto: tra l’altro se aveste chiesto il parere delle circa 230.000 connazionali presenti nel nostro paese, non credo che tra i problemi maggiori dell’Ucraina vi avrebbero elencato ai primi posti Al Bano.

Ma tant’è, in questi tempi bui è sempre un piacere potersi fare una risata, e dopo mesi che qua ci triturano i cabasisi con tunnel si – tunnel no come se ne andasse dell’intera civiltà occidentale (e divido le responsabilità tra governo e opposizione, anche quando il governo l’opposizione se la fa da solo: ci avete rotto le scatole. Il mondo non casca ne col tunnel ne senza tunnel, di cose da fare in questo paese ce ne sono a bizzeffe anche senza tunnel quindi finitela e cercate di essere seri).

Dunque grazie ancora, Ucraina! Ci avete regalato un momento di vera felicità, più ancora della nomina di Lino Banfi all’Unesco; da parte mia prenoto il prossimo concerto del mio idolo al Cremlino: Al Bano, ti amo!

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Perché non si dica che sia affetto da pregiudizi verso il popolo ucraino!