Ki ti foi atesso?!?

Nel febbraio del 1968, quando Paolo Villaggio¹ comparve in televisione in “Quelli della domenica” con i suoi personaggi, il Professor Otto von Kranz e Giandomenico Fracchia, non avevo ancora 9 anni.
C’erano solo due canali ed in bianco e nero; sul primo canale, dopo la Tv dei ragazzi e prima della partita di calcio, c’era questo nuovo varietà, con comici che avrebbero segnato tutta un’epoca come Cochi e Renato, Ric e Gian, e appunto Paolo Villaggio.
Solo per dare un’idea del livello di certi spettacoli, la regia era di Romolo Siena ed i testi erano scritti da Marcello Marchesi, Terzoli & Vaime e Maurizio Costanzo; l’orchestra era diretta da quel mostro sacro che era Gorni Kramer. Gli ospiti musicali erano bravissimi.

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Mi piaceva guardare la partita di calcio con mio padre, seduti al tavolo della cucina, un tavolo con il piano in fòrmica rossa che serviva per il pranzo e per lo studio, nella casetta di cui vi ho già parlato, in uno di quei pochi momenti di complicità tra “uomini”, che allora i genitori facevano i genitori, mica gli amici dei figli; non avevamo divani, sedevamo sulle sedie normali, babbo con il gomito appoggiato al tavolo e le gambe accavallate, io con i piedi che non toccavano terra, con le mani sotto le cosce, a tenerle calde, tutto contento di essere lì.
Nell’aria c’era l’odore della cena che mamma stava preparando; mia sorella, 4 anni, sgambettava intorno come una donnina e l’ultimo arrivato reclamava la sua parte di attenzione.
Quest’ultimo fratello, il terzo della serie, aveva appena compiuto un anno, e l’anno dopo sarebbe nato il quarto (e ultimo); mia madre lo ebbe a nemmeno 34 anni, età alla quale oggi la maggior parte delle donne non ha avuto nemmeno il primo.

Qualche settimana più tardi sarebbe iniziato lo Zecchino d’Oro, presentato da Cino Tortorella alias Mago Zurlì, con il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre; l’anno prima aveva vinto Popoff, quell’anno avrebbe vinto Quarantaquattro gatti, e grande successo ebbero Il valzer del moscerino cantata da Cristina D’Avena, che assomigliava vagamente a mia sorella, e il Torero Camomillo.

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Il festival di Sanremo era appena finito, l’aveva presentato Pippo Baudo e le canzoni si cantavano in coppia; vinse Canzone per te, cantata da Sergio Endrigo e Roberto Carlos; i concorrenti erano artisti formidabili, basti pensare che tra gli stranieri in gara c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, Paul Anka, Shirley Bassey, Dionne Warwick e gli italiani non erano da meno: Celentano, Milva, Ornella Vanoni, Ranieri, Modugno, Al Bano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Marisa Sannia, Little Tony, Johnny Dorelli….

Ma non fatevi trarre in inganno, non pensate che passassimo tutto il tempo a guardare la televisione! Anzi, la televisione era una concessione, ed andava presa a dosi parsimoniose. E poi, mica avevamo tanto tempo per guardare la televisione. Scuola, doposcuola, catechismo, compiti, e solo quando tutto era fatto si poteva uscire a giocare con gli amici… da soli, mica coi grandi sempre tra i piedi a controllare! A giocare a pallone, a palline, a figurine, a nascondino ad acchiapparella insomma tutti giochi che non si facevano da soli contro un computer e soprattutto che non costavano niente e non dovevano costare niente.
E i libri… non che in casa avessimo una gran biblioteca, ma quelli che c’erano li leggevo e rileggevo fino a consumarli.

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Tornando a Villaggio, le maschere che proponeva, viste da un bambino, ricordavano quelle delle comiche; personaggi improbabili alle prese con situazioni ridicole, Fracchia sulla famosa poltrona, Kranz che si batte con il martello per dimostrare di non sentire dolore, e va poi a urlare nei camerini… e le avventure di Fantozzi, per noi quasi aliene, perché raccontavano di un modo di lavorare che da noi era sconosciuto (nella zona c’era molta agricoltura, artigianato, qualche fabbrichetta ma grandi industrie non ce n’erano, gli impiegati erano in banca o al comune, e non erano considerati delle nullità ma erano ben considerati) se non per sentito dire dai parenti emigrati al “nord”.

Solo dopo qualche anno riuscii a capire di che si parlava. Fantozzi l’ho amato molto, mia moglie invece l’ha sempre odiato, lei sindacalista, perché rappresentava quanto di peggio c’è in un lavoratore: la mancanza di spina dorsale, il servilismo verso il potente, la rassegnazione ad ogni sopruso, la prepotenza verso i più deboli (in questo caso la moglie, la signora Pina), accomunando in questa avversione maschera e attore, Fantozzi e Villaggio.

“Quelli della domenica” finì in giugno; in quel giugno si svolsero in Italia i campionati Europei di calcio, che vincemmo contro la Jugoslavia, per la prima ed unica volta, nella seconda partita di finale, dato che la prima era finita in parità; ed alla finale eravamo arrivati dopo aver pareggiato contro l’URSS, grazie alla scelta fortunata della monetina da parte del nostro capitano Giacinto Facchetti².

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Ma non era mia intenzione fare una cronologia del 1968, solo di cercare di riportare alcune delle sensazioni di un bambino di allora: eravamo più semplici, più ingenui, più poveri se si intende la mancanza di un certo benessere, ma non certo più poveri di sogni, di volontà e di speranze; anzi, avevamo una speranza illimitata nel futuro, l’anno successivo l’uomo sarebbe arrivato sulla luna e nulla ci sembrava impossibile.

Quello che avevo allora non lo avrei cambiato, e non lo cambierei, per niente al mondo; e sono abbastanza sicuro che parecchie delle cose di cinquant’anni fa che ho raccontato, tra cinquant’anni saranno ricordate ancora; di quello che c’è in giro oggi, non credo proprio.³

(148 – continua)

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¹ Quando l’altro giorno hanno dato la notizia della morte di Paolo Villaggio mi sono meravigliato. Pensavo lo fosse già da anni.
² Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che ho citato è morta. Qualcuno però campa ancora e quando morirà mi darà modo di ricordare i bei tempi. Cavoli vostri.
³ Sicuramente se oggi le donne fanno figli ad oltre 35 anni, se le trasmissioni televisive fanno pena, se un cantante dura lo spazio di un mattino e poi viene bruciato, se per vedere una partita bisogna farsi l’abbonamento a Sky, se Urss e Jugoslavia non esistono più, se le magnifiche sorti e progressive dell’umanità all’orizzonte non si vedono, se la disoccupazione giovanile è vicina al 40% e noi dobbiamo lavorare fino a settant’anni abbiamo sbagliato qualcosa. Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.
³ E’ morta anche Solvi Stubing, la bionda spumeggiante della pubblicità Peroni. Quelli della mia generazione quando immaginavano una tedesca pensavano a Solvi; quelli di adesso ad Angela Merkel. Poi dite che siamo andati avanti?

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Bomba o non bomba, noi, arriveremo a Roma

Così cantava Antonello Venditti nel 1978, senza ne Italo ne Frecciarossa ne voli low-cost ad accorciare le distanze; cantautore bravissimo ma che allora non apprezzavo semplicemente perché delle canzoni tendo a non captare le parole e di conseguenza, ascoltando solo le melodie, le trovavo abbastanza ripetitive e noiose. Colpa mia, intendiamoci. Per colpa di questo approccio ai testi musicali non avrei mai potuto assegnare il Nobel al cantautore Bob Dylan, di cui peraltro conosco pochissime canzoni, ma mi fido del giudizio della giuria di Stoccolma. Stamattina leggevo un commento che affermava che tutta la poesia di Dylan, senza musica, non vale un solo verso di Montale, premio Nobel 1975: ogni tempo ha i suoi poeti, mi verrebbe da dire, e forse per questo tempo il buon Dylan è persino troppo.

Qualche giorno fa avevo annunciato una marcetta su Roma, e finalmente ci siamo. Con tempismo perfetto abbiamo rischiato di essere bloccati da uno sciopero generale, tra cui quello dei trasporti, indetto da alcuni sindacati autonomi con una sobria piattaforma rivendicativa che riassumerei con la famosa frase di Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” (1).

Partiremo prima dell’alba ed arriveremo a Roma giusto all’ora di colazione per i meritati cappuccino e maritozzo; ma a fare cosa vi chiederete? Ma si, ve lo dico: per cantare! Con il coretto della parrocchietta parteciperemo al Giubileo delle Corali, con altri 2490 cantori (noi saremo in dieci). In realtà il gruppo della marcetta è ben più nutrito, ma rispecchia l’andazzo italiano per cui uno lavora e due stanno a guardare: quindi i 10 di cui sopra saranno impegnati full time per le tre giornate canore in Vaticano, mentre gli altri andranno in giro per Roma a visitare monumenti e gozzovigliare a panini e porchetta e vino dei Castelli.

Ma non voglio dilungarmi troppo adesso, quello che faremo ve lo racconterò al ritorno.

Voglio invece riportare qualche considerazione condita con pillole di saggezza:

  • le cose non succedono da sole. Ci vuole che qualcuno ci creda, che qualcuno ci si impegni, che ci si incoraggi e sostenga a vicenda specie quando non tutto va come ci si aspetterebbe;
  • l’attività principale delle suore di Roma è quella di gestire case di accoglienza (di accoglienza ho detto, non tolleranza)? e soprattutto pagano l’Imu? Ce ne sono a bizzeffe, e tutte le strutture che ho contattato erano piene. Abbiamo dovuto occupare cinque B&B diversi per sistemarci…
  • perché in qualsiasi locale di Trastevere non è possibile prenotare al sabato sera? (un quesito per Roberto Giacobbo);
  • perché l’assistenza Italo è a pagamento? (mi hanno ciucciato 30 euro di ricaricabile per poter spostare i biglietti). E fortunatamente quando poi, avendo finito la ricarica, ho chiamato il numero gratuito, mi hanno fatto lo stesso servizio (un angelo di nome Elena)… l’assistenza non poteva dirmi subito di chiamare il numero gratuito?
  • ricordarsi sempre di essere fortunati e vivere la vita con passione, gioia e amore (con questa dovrei essermi meritato l’agognato titolo di fra’ Giò, che come ricorderete qualcuno mi aveva assegnato indebitamente).

La composizione del coro, anomala a dir poco, è: 2 soprani, 1 contralto, 5 non definibili; 1 tenore e 1 così così (io). Cioè, quando dico così così non mi riferisco all’identità sessuale, per chiarire, è solo che alcune voci non rientrano nei canoni standard: io ad esempio non sono ne tenore ne basso, e mi arrangio qua e là; le 5 donne indefinite non sono classificabili nelle categorie musicali ma in compenso vengono usate come cavie in laboratori di fisica, in quanto a volte emettono degli ultrasuoni che disturbano gli animali più delicati. Scherzo, sono brave (a cucinare poi ottime).  Notate la percentuale di cui ho già parlato in passato di 4 donne per ciascun uomo, che mi sembra rispettata in tutti i cori che conosco tranne quelli alpini.

Dunque Roma, arriviamo! E’ stata impegnativa ma ci siamo quasi…


(1) Riporto pari pari dal sito dell’Usb (che non è la chiavetta, sta per Unione Sindacale di Base):

per l’occupazione, il lavoro e lo stato sociale e contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi dettate dall’Unione Europea;
per la difesa e l’attuazione della Costituzione e il NO alle modifiche proposte dal governo;
per la scuola e la sanità pubblica e il diritto all’abitare;
contro l’attuale sistema previdenziale e la controriforma Fornero, la riforma Madia, il jobs act, l’abolizione dell’art.18, il contratto a “tutele crescenti”, la precarietà sul lavoro, l’attacco al potere d’acquisto dei salari e al Contratto nazionale;
per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, per l’aumento di salari e pensioni, per il reddito per tutti, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena ed efficace tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei territori;
contro le privatizzazioni, la deindustrializzazione del paese, le delocalizzazioni e per la nazionalizzazione di aziende in crisi e strategiche per il paese, contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’;
contro la Bossi-Fini e il nesso permesso di soggiorno – contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, per i diritti sociali e di cittadinanza, contro la guerra e le imprese militari;
per un fisco giusto senza condoni agli evasori;
per la democrazia sui posti di lavoro ed una legge sulla rappresentanza che annulli l’accordo del 10 gennaio 2014 e preveda il riconoscimento di diritti sindacali in tutti i luoghi di lavoro del pubblico e del privato per i sindacati legalmente costituiti.

Condivido in toto, stranamente mancano la pace nel mondo ed il disarmo nucleare, deve essere una svista.

(110. continua)

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Sole che sorgi libero e giocondo

Poiché non si riesce a far tutto (o almeno: io non ci riesco), in questi giorni mi sono dovuto un po’ assentare dal blog; tra le cose che mi hanno impegnato di più c’è l’organizzazione di una marcia su Roma (pacifica e senza obbligo di abito scuro, per capirci) di cui vi parlerò a breve.

Il vecchio alpino Gaetano, classe 1932, mi ha raccomandato, nell’imminenza della partenza, di imparare a memoria l’antico inno che egli apprese in lontani sabati giovanili cultural-ginnici, e che ricorda ancora; il ritornello non mi era nuovo e così ho chiesto conferma ad un’altra fonte di qualche anno più giovane, mia madre, alla quale l’inno ha riportato alla mente vecchi ricordi scolastici, nei quali non mancavano severe maestre con licenza di bacchetta.

Ormai non ignorate che sono un uomo del secolo scorso (della seconda metà, comunque) e per sua natura nostalgico; tuttavia c’è nostalgia e nostalgia, per rendere l’idea non sono uso frequentare campi Hobbitt e nemmeno amo troppo Tolkien, che trovo francamente una palla; il Signore degli Anelli visto al cinema lo ricordo solo perché, verso le 2 ore e mezza di proiezione, avevo perso la sensibilità della parte posteriore e quella anteriore si stava pericolosamente ingrossando.

Scartabellando qua e la ho quindi scoperto che l’inno era stato scritto nientemeno che da Giacomo Puccini nel 1919, per l’anniversario della fondazione di Roma, come potrete leggere in questo bell’articolo:
http://www.quotidianodipuglia.it/blog/pentagramma/l_inno_roma_dimenticato_di_puccini-1373231.html

Roma stiamo arrivando.

 

Inno a Roma
(parole Fausto Salvatori, musica Giacomo Puccini, 1919)

Roma divina, a te sul Campidoglio,
dove eterno verdeggia il sacro alloro,
a te, nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro.
Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all’ultimo orizzonte
sta la Vittoria.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l’officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il sol che nasce,
benedici l’aratro antico e il gregge
folto che pasce!

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d’amore,
la giovinezza florida e l’antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d’opere schiette e di pensose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

 

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E non ci lasceremo mai

Nel 1975 Wess e Dori Ghezzi rappresentarono l’Italia all’Eurofestival (ora chiamato  Eurovision Song Contest che fa più moderno) con la canzone Era, che pochi tra cui il sottoscritto ricordano ma che ottenne un non disprezzabile terzo posto. Ancor più apprezzabile considerando che, nei sessanta e passa anni di vita della manifestazione, solo due cantanti italiani sono saliti sul gradino più alto del podio: Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno.  Alla faccia della patria del bel canto!

Quell’anno parteciparono 19 paesi; mancava tutta l’Europa dell’Est, compresa metà Germania,  e ignoro se oltrecortina si tenesse un analogo concorso ma tenderei ad escluderlo perché altrimenti Toto Cutugno avrebbe cercato di parteciparvi, magari accompagnato dal Coro dell’Armata Rossa.

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Toto Cutugno performs with Red Army Choir during the first night of the 63rd Sanremo Italian Song Festival at the Ariston theatre in Sanremo, Italy, 12 February 2012. The festival runs from 12 to 16 February. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Dopo decenni di disinteresse, quest’anno mi è capitato di seguire qualche sprazzo di manifestazione. Innanzitutto in concorso c’erano 42 paesi. Mi sono un po’ meravigliato; per quanto si cerchi di allargarla in tutti i modi, non mi sembra di ricordare che nella cartina fisica del nostro continente ci sia spazio per Armenia, Azerbaigian, Israele ed Australia. D’altro canto la cartina politica si è complicata e propone paesi di cui nel 1975 non studiavamo certo la capitale a scuola: Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Moldavia, Ucraina e Georgia, la stessa Russia nonché le già citate Armenia e Azerbaigian avrebbero potuto al limite gareggiare sotto le insegne della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; Croazia, Slovenia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Serbia e Montenegro avrebbero avuto diritto ad un solo rappresentante per la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia; la Repubblica Ceca che ha partecipato da sola, avrebbe trascinato anche la Slovacchia nella Cecoslovacchia.  Ungheria, Polonia, Bulgaria e Albania avevano al tempo altri problemini che li impegnavano, non so quanto le canzonette li appassionassero.

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Per tornare al concorso, la nostra rappresentante era la brava Francesca Michielin, che ha proposto la versione inglese del brano presentato a Sanremo. Nella serata finale in realtà quasi tutte le canzoni erano cantate in inglese; l’ho trovato l’ennesimo segno di colonizzazione culturale e sia in segno di disapprovazione che per incapacità di capire le parole, dopo poco mi sono appisolato. Mi sarei appisolato lo stesso, perché tanto non seguo nemmeno le parole in italiano, ma forse avrei resistito un po’ di più. Per la cronaca ha vinto una bella figliola ucraina, Jamala, con la canzone 1944, un pippone in anglo-tataro sulla deportazione dei tartari di Crimea da parte di Iosif Stalin. Si sottace sul fatto che i tatari erano accusati di collaborazionismo coi nazisti, ma si sa la coperta della storia viene stiracchiata a seconda della convenienza e dei vincitori.

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Tornando a noi, Dori Ghezzi all’epoca aveva nemmeno trent’anni ed era bellissima; Wess, quasi coetaneo, con un passato da bassista di Rocky Roberts, aveva una bella voce calda ed una faccia cicciottella che ispirava simpatia. Un bellissimo sodalizio artistico che dal 1972 al 1979 li portò a conquistare un’edizione di Canzonissima (Un corpo e un’anima) e a partecipare a diverse edizioni del festival di Sanremo con grande successo di pubblico e vendite.

Io avevo sedici anni, avevamo formato il nostro complessino e trovato (anzi ci aveva trovato lei) una cantante bravissima, Antonina, che ci faceva un po’ da sorella maggiore; ricordava in effetti Dori Ghezzi, recentemente ho rivisto una sua foto con i pantaloni a zampa d’elefante e mi sono stupito nel constatare come fossimo così ammirati dalla sua bravura che non facessimo nemmeno caso a quanto fosse bella.

Sapete che mi diverto ogni tanto a leggere dei giornali a caso di qualche paese del mondo. Recentemente sono capitato sulla Nigeria: tra i tanti problemi che ha, c’è quello dei rapimenti. A parte quelli “ideologici” di Boko Haram, ce ne sono di più “spiccioli”: si fermano ad esempio bus di lavoratori, i quali vengono sequestrati e costretti a consegnare bancomat e pin, e chi non li ha deve chiamare i familiari per far accreditare i soldi ai rapitori. Anche gli studenti vengono rapiti, e spesso di famiglie con parenti all’estero; siccome il legame di sangue è molto forte, sanno che se quelli in loco non possono pagare lo faranno quelli emigrati.

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In quegli anni i rapimenti si facevano anche da noi, e spesso finivano tragicamente. Nel ’79 toccò anche a Dori Ghezzi essere sequestrata in Sardegna con l’allora compagno, poi marito,  Fabrizio De André; per fortuna ne uscirono vivi e poterono vedere, tempo dopo, i  loro carcerieri assicurati alla giustizia.

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Perché scrivo queste righe, vi chiederete (ma anche no, dirà qualcuno tra i meno affezionati). E’ perché ieri, colpevolmente in ritardo (di sette anni!) , ho scoperto che Wess, dopo aver cantato mille volte “e non ci lasceremo mai”, ci ha invece lasciato. E’ morto per un attacco di asma, fine beffarda per un cantante, quella di rimanere senza fiato. Faceva anche lui parte di un mondo che non c’è più: quello dei televisori in bianco e nero, dei cantanti che non venivano allevati in batteria, del talento discreto, del pop per il popolo, quando il popolo c’era ancora.

(107. continua)

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Il più grande violino del mondo

Una dozzina di anni or sono, in uno di quegli attacchi tipici delle mezze età che possono sfociare, a seconda della virulenza, con fughe a Cuba alla ricerca di avvenenti mulatte da cui farsi volentieri raggirare oppure con iscrizioni a corsi di burraco (opzione tristissima, secondo me), estrassi da uno scatolone che stava a prender polvere in cantina il violino che vi giaceva da un quarto di secolo, precludendomi così la strada di Cuba.

La storia di quel violino l’ho raccontata: lo acquistai per trentamila lire nel ’75 e per me era una bella sommetta, e comunque tutto quello che ero riuscito a risparmiare dalla prima elementare fino ai sedici anni.

Devo confessare che non fui attirato da quello strumento per i virtuosismi di qualche orchestra da camera; non che non ami la musica classica, ma a piccole dosi se intendete quel che voglio dire.

Invece in quel periodo era sulla cresta dell’onda un bravissimo violinista jazz, Piergiorgio Farina, che stava avendo un grande successo con la versione strumentale della colonna sonora del Padrino (parte seconda); il mio obiettivo era quello di emularlo, cosa che cercai di fare se non altro facendomi crescere, per un certo periodo di tempo, una folta barba che mi dava un aspetto assai maturo.

Una delle più grosse delusioni da musicista la conobbi a militare. Un commilitone, come me allievo ufficiale ma di Napoli, era stato incaricato, giacché batteva i locali della sua città cantando canzoni tradizionali, di allestire un’orchestrina per allietare gli ufficiali e le loro famiglie durante una serata di gala. Non volle ingaggiarmi come bassista, nonostante il mio impeccabile curriculum, ma fu incuriosito dalla mia reclamizzata pratica, forse un po’ troppo enfatizzata, del suddetto violino.

Alla prima licenza dunque tornai in caserma con l’armamentario necessario; ebbi dei piccoli problemi nell’esercitarmi, in quanto i rudi allievi non mi volevano in camerata e mi toccava rinchiudermi nel bagno, che come ho già accennato era comunque lindo in quanto le pulizie erano accurate e frequenti.

Nonostante l’impegno profuso non superai il provino, perché l’arruffone direttore non conosceva la musica e pretendeva che anch’io suonassi a orecchio; cosa di cui ero incapace non per mancanza di orecchio, tengo a precisare, ma di abitudine; perciò mi ritrovai invece che sul palco, tra ufficiali in grande uniforme e mogli in abiti da sera, a percorrere avanti e indietro il perimetro della caserma facendo la guardia, raggiunto dagli “Era de maggio” e “Funiculì funiculà” del pianista da strada.

Fu con quel violino storico che ripresi le mie lezioni; il maestro, un vero talento, aveva l’età di mio figlio; prese tra le mani il mio violinaccio e lo fece sembrare uno Stradivari. Peccato che si dimenticasse spesso di venire ad insegnare lasciandomi ad aspettarlo come un baccalà; devo riconoscere che adottava una tecnica molto accattivante per invogliare gli allievi: a me, ad esempio, diede da ascoltare un CD del grande David Ojstrach (che era già morto da un pezzo); quando lo misi nel lettore del computer però non furono le mie orecchie a meravigliarsi, ma piuttosto gli occhi: il talentuoso ragazzo doveva aver scambiato dischetti, e la sinfonia che apparve vedeva impegnati degli esecutori senz’altro dotati, anche troppo per i miei gusti, ma senza vestiti. Non credo che facesse parte del programma di Conservatorio; gli diedi comunque una sbirciata, non si sa mai, c’è sempre da imparare.

Il mio cane, che aveva la cuccia nella stanza dove mi esercitavo , appena mi vedeva imbracciare lo strumento si alzava e se ne andava uggiolando. Capii di star migliorando quando rimase nella sua cuccia, e addirittura si addormentò con le zampe stiracchiate in alto: forse stava diventando anche un po’ sordo, ma fu comunque  una soddisfazione.

Segnalo agli amici lontani da Milano, con un pizzico di delusione, che il più grande violino del mondo, così viene spacciato al Castello Sforzesco di Milano, è in realtà uno spazio a forma di violino e non un violinone dove entrare e vedere che effetto fa venir suonati. Peccato! Ma se passate di là, una capatina fatecela lo stesso.

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Tripoli, bel suol d’amore

Nel ’68 una ventenne e bellissima Patti Pravo lanciava il brano Tripoli 1969, che raccontava di una donna che soffriva aspettando che il suo uomo ritornasse, o quantomeno ritornasse in se, dopo una battaglia d’amore combattuta in altri lidi e soprattutto altri letti (Tripoli, bel suol d’amore!). Alla fine il battagliero uomo tornava al calduccio della propria casetta dove trovava la mogliettina, che nel frattempo aveva versato più di una lacrimuccia, ad attenderlo; abbastanza controcorrente, all’epoca dei fermenti femministi; oggi direi inverosimile, anche se tutti i giorni le vicende di cronaca che vedono certe donne succubi in maniera quasi masochistica dei loro uomini sono lì a smentirmi.

La Libia è grande quasi 6 volte l’Italia. Essendo il territorio per più del 90% desertico o semidesertico, la popolazione è appena poco più di un decimo di quella italiana; nel 1911, in una delle guerricciole coloniali di inizio novecento, alla ricerca della quarta sponda, la strappammo al moribondo Impero Ottomano e considerando che Tripoli è ad appena 300 chilometri in linea d’aria da Lampedusa ed a 470 da Ragusa, non fu del tutto una cattiva idea. Del resto l’Africa dalla Conferenza di Berlino del 1884 era diventata un grande campo di conquista ed alla giovane nazione italiana non erano rimaste molte verze da sfogliare: parte del Corno d’Africa, dove tra l’altro gli abissini ce le suonarono di brutto, e appunto la Libia.

A proposito di Abissinia, ricorderete di come mio nonno Gaetano fosse partito nel ’35 per civilizzare i sudditi di Hailé Selassié; lo fece perché non aveva mai preso il treno e probabilmente attratto dalla propaganda sulle faccette nere; sospetto che abbia sparso zii illegittimi in giro per l’Etiopia, se così fosse potrei avere qualche parente rastafariano e lo pregherei di farsi vivo con adeguata dotazione di ganja.

Dunque rimanemmo in Libia, con le buone ma spesso con le cattive, fino al ’43 quando gli inglesi ci buttarono fuori a calci; schierare scatolette di latta contro carrarmati M4 Sherman di solito non è un buon viatico per il successo, ma giusto quello ci era rimasto e finì come finì, conseguentemente.

Mio padre non ha un buon ricordo del Nordafrica. Nel ’44, a sedici anni, era stato portato in campeggio all’Alpe del Viceré con un gruppo di coetanei. In quel momento dalle nostre parti “passò il fronte”, cioè i tedeschi  incalzati dagli alleati si attestarono più a nord, sulla linea Gotica; i campeggiatori si trovarono quindi impossibilitati a tornare a casa e si ritrovarono arruolati “volontariamente” nella Repubblica di Salò. Fortunatamente, in uno dei primi turni di guardia a cui furono destinati,  furono presi prigionieri dai partigiani che li consegnarono agli inglesi; questi li impacchettarono per l’Algeria da cui riportò a casa: a) la pelle, e questo fu molto positivo; b) l’avversione per i viaggi in genere e specialmente per quelli via mare; c) la rimozione dei ricordi di tutto quel periodo; d) un odio perpetuo per i campeggi.

Non vorrei apparire nostalgico del colonialismo, ma è un dato di fatto che le varie liberazioni non hanno portato questi gran miglioramenti. Forse gli africani devono liberarsi anche dagli africani; un continente ripieno di ricchezze naturali e di gente che muore di fame evidentemente ha qualche problema. Diciamo che il sistema economico e politico imperante non spinge alla condivisione o almeno alla distribuzione: arrangiatevi e chi può si arricchisca, è la parola d’ordine.

Oggi leggo un’intervista al presidente Obama che definisce il risultato dell’intervento Nato in Libia “una merda”. Queste esternazioni a babbo morto (è proprio il caso di dirlo) lasciano sempre sbalorditi: ma tu dov’eri viene in mente di chiedere? Non mi rassicura pensare che alle prossime elezioni si contenderanno la presidenza del paese guida dell’umanità (secondo loro) la Clinton, artefice di quella merda e moglie dell’altro artefice delle merde nei balcani, e Trump al confronto del quale il nostro Mr. B. sembra uno statista; tra l’altro bisogna riconoscere a Berlusconi che se in quel 2011 non fosse stato politicamente cotto non si sarebbe prestato all’aggressione a Gheddafi, finita con democratico linciaggio, che ha ridotto la Libia a carne di porco.

La quale Libia, occorre ricordare, era uno dei paesi più sviluppati del Nordafrica; la stabilità garantita da Gheddafi, anche a randellate, aveva portato un benessere abbastanza diffuso ed i servizi erano di primordine; in Libia erano a lavorare circa due milioni di immigrati e udite udite i fondamentalisti erano fuori legge. Gheddafi era passato nel corso dei decenni da Grande Satana, in quanto finanziatore di terroristi, a partner affidabile; con noi c’erano accordi economici e militari; sui profughi abbiamo usato la Libia come grande campo di concentramento, pronti poi a rinfacciarglielo quando siamo andati a bombardarlo.

In compenso ora diamo miliardi di euro alla Turchia per tenerli lì, i profughi che scappano da quell’altra merda che è la Siria: quella Turchia che bombarda tutti i giorni i curdi per i quali eravamo andati a far guerra a Saddam. Quindi i curdi iracheni sono buoni perché li gasava il “dittatore” Saddam ma quelli turchi e siriani sono cattivi perché li bombarda il “democratico” Erdogan. Misteri della realpolitik.

Avendo esaurito le riserve di Recioto non sono in grado di prevedere come andrà a finire; intanto potrebbe non essere inutile ripassare qualche strofa della celebre marcetta:

“Tripoli, bel suol d’amore,
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il Tricolore
sulle torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!”  
 

(89.continua)

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Ave Maria

Tra i tanti trofei di cui posso fregiarmi, senza vantarmene troppo, c’è quello di aver suonato l’Ave Maria di Schubert con la chitarra elettrica. Capitò infatti verso l’inizio degli anni 80 che un compaesano restauratore di mobili, anticonformista ma non abbastanza da non sposarsi in chiesa, chiese ai comuni amici Diego e Antonina, duo tastiera e voce esperti di servizi matrimoniali, di completare l’ensemble liturgico con un chitarrista perché lui in chiesa si sposava si, ma l’Ave Maria la voleva elettrica. Come ricorderete io la chitarra la suonavo, anche se l’orchestrina R7 in cui militavamo tutti e tre mi vedeva competente bassista; e visto che l’ingaggio sarebbe stato di gran lunga superiore a quello che avrei guadagnato in una intera stagione, accettai di buon grado l’invito a partecipare all’evento.

Cercai di prepararmi come meglio potei, trovando un arrangiamento non troppo astruso: ovviamente non potevo limitarmi all’Ave Maria ma dovevo suonare l’intera messa compresa la Marcia Nuziale di Wagner; quello che temevo non erano tanto le difficoltà tecniche, quanto il fatto che sul più bello l’emozione mi giocasse qualche scherzo, anche perché il genere era abbastanza lontano da quello a cui eravamo adusi, che erano il liscio, lo swing e i sudamericani anni 50.

Non ho niente contro l’architettura moderna. Diciamo che non apprezzo certe esagerazioni; ad esempio nel paese dove ho vissuto un annetto in attesa di convolare a nozze, nel mentre sistemavamo il bilocalino acquistato dando fondo a tutti i risparmi e previa sottoscrizione di mutuo decennale, c’è una chiesa a forma di pandoro realizzata in cemento armato. A proposito di bilocalino dirò che tra i momenti più belli della mia esistenza annovero quelli in cui, da manovale del valente muratore Angelo, zio acquisito di mia moglie, dopo aver scarrucolato fino al terzo piano secchi di malta impastati con maestria ci fermavamo per la merenda mattutina a base di panini freschi e bologna (mortadella per i diversamente nordici), accompagnati da uno ma anche perché no due bicchieri di vino bianco fresco; dopodiché lo zio si faceva un caffè doppio ed un fiato di grappa Nardini che gli faceva scendere lacrimoni di commozione. Io mi fermavo al caffè.

Non sono un ingegnere edile e come detto nemmeno un muratore, ma non credo che il calcestruzzo possa durare dei secoli come le cattedrali o anche le chiesette di una volta; nel caso del pandoro auspico che il deterioramento sia accelerato e il luogo di culto possa riacquistare al più presto una forma dignitosa.

Invece la chiesa dove mi ritrovai a strapazzare Schubert devo ammettere che si adattasse bene ad una interpretazione moderna: si trovava in una frazione di nuovi insediamenti ed era una di quelle post-conciliari, con l’altare al centro di un’assemblea circolare sopraelevata, grandi vetrate variopinte e crocifisso stilizzato, quasi una pagoda.

Ci posizionammo in posizione sopraelevata rispetto al resto dell’assemblea, e potemmo registrare i sorrisetti di stupore quando, all’entrata della sposa, le note di accoglienza non furono quelle attese del grande organo; feci del mio meglio per non far rivoltare nella tomba il maestro tedesco, ma solo una riesumazione potrebbe dire se ci riuscii. Non so se la sposa fosse al corrente dell’iniziativa ma mi sembra che lo sguardo che lanciò al quasi marito non fu dei più promettenti, anche considerando l’imminente prima notte.

Finalmente arrivammo all’Ave Maria, che affrontai con partecipazione e persino commozione; ancora oggi penso che se anche non avessi suonato sarebbe stato lo stesso perché la voce di Antonina bastava da sola a riempire la chiesa; ciononostante feci del mio meglio, ed alla fine ricevetti anche i complimenti dalla carissima Adua, insegnante di musica, che ammirò soprattutto lo stile con cui riuscii a glissare il finale, visto che la comunione era finita da un pezzo.

(88. continua)

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Sudore e armonium

Mi è stato insegnato, evidentemente sulla base di qualche fondamento scientifico, che per curare un raffreddore può essere utile fare una bella sudata. Ogni età ha le sudate che si merita, e se me lo chiedereste adesso la prima cosa che mi verrebbe in mente sarebbe un bel piumone riscaldato; qualche tempo fa avrei preferito provocarla, la sudorazione, praticando quel riposo attivo tanto caro alla generosa Olena;  ancora prima avrei condiviso lo sforzo con una ventina di persone, perché sudare voleva dire correre e correre giocare a pallone.

Da piccolo devo aver avuto una bella voce bianca. Prima che la pubertà, arrivando a turbare i sogni innocenti dei fanciulli in fiore, facesse emergere degli aspetti animaleschi insospettati, ero uno dei migliori interpreti di “Cuore matto”, come ho raccontato a proposito delle colonie estive, nonché uno dei beniamini di Don Luigi nel coretto parrocchiale.

La vita ora è diventata più dura anche per i preti. Innanzitutto il numero si è di molto ridotto: più pance piene, meno vocazioni. E poi la dimensione dei problemi si è talmente ingrandita che, con tutta la buona volontà, farvi fronte richiederebbe un intervento diretto di chi di dovere di cui allo stato non sembra di cogliere segni. L’altro giorno, ad esempio, abbiamo assistito all’outing in diretta di un monsignore; pur essendo notoriamente tollerante la richiesta di chiudere un occhio sulla convivenza con il suo amore, seppur dello stesso sesso, mi è sembrata eccessiva. Voglio dire, stiamo parlando pur sempre di preti cattolici: sono i protestanti quelli di manica più larga.

Don Luigi non era il parroco ma una specie di franco tiratore: il suo incarico principale, oltre quello di dire Messa nelle chiesette di campagna, o di presenziare alle cene di tutte le associazioni, era semplicemente quello di portare in giro se stesso come réclame del buonumore e della serenità. Se avreste cercato una buona parola o un sorriso, da quelle parti non sarebbero mai mancate.

Nella bella collegiata di San Biagio, prima dell’avvento dell’elettronica che avrebbe rivoluzionato persino il modo di far musica in chiesa, in un cantuccio della sagrestia avreste notato un armonium. Per i profani, l’armonium è quello strumento a tastiera che, come l’organo, emette dei suoni tramite dell’aria che passa attraverso delle lamelle, o ance: come l’armonica a bocca, se avete presente. A differenza del pianoforte dove il suono è prodotto da delle corde battute da martelletti. O del clavicembalo, dove le corde sono pizzicate da plettri. O da… va bè, ci siamo capiti. L’aria veniva soffiata attraverso dei mantici azionati con i piedi: ottimo modo per fare ginnastica suonando, si potrebbe utilizzare ancora oggi al posto dello step.

I mantici c’erano anche nel grande organo posto sopra l’ingresso, venivano azionati a braccia con delle lunghe stanghe e di solito chi tirava il mantice non cantava; poi c’è stato applicato un motorino elettrico, tutta la poesia è andata a farsi friggere ma almeno il tiratore ha tirato un sospiro di sollievo.

Se è per quello anche le campane si manovravano tirando delle corde; ora la maggior parte di esse è collegata a dei bellissimi meccanismi elettronici capaci di riprodurre fino a 100 pezzi diversi; allora bisognava essere in tre o quattro, pronti a tirare a tempo seguendo le indicazioni di Renato, postino, campanaro e grancassista in banda. Quando consegnava la posta scendeva le scale della bottega salutando mio padre con voce stentorea (era anche cantante del Miserere): “La pomiceee!”, che credo facesse riferimento alle quantità industriali di carta vetrata che mio padre aveva dovuto usare fin da piccolo, non certo per suo diletto; al che la risposta era l’immancabile “L’apostulu!!” _ l’apostolo_ più che appropriato per un portalettere.  Stranamente il mio amico Stefano, pur facendo l’imbianchino, ha ereditato da suo padre il titolo di “apostulu”. La pomice invece non faceva per me.

Rileggendo questa paginetta mi accorgo che se fosse uno dei compiti che assegno ai programmatori sui quali esercito con magnanimità il potere di vita e di morte (lavorativa) glielo farei rifare, tanto mi sono attorcigliato; comunque dove eravamo rimasti? Ah, si, l’armonium.

Don Luigi quindi con il suo armonium cercava di inculcare i rudimenti del canto liturgico a un gruppetto di chierichetti per lo più indifferenti. Nel caso specifico i canti erano di Natale, ed ero stato scelto per cantare qualche strofa in solitaria. Se dicessi che la cosa mi entusiasmava non sarei onesto; anzi a dirla tutta se non fosse stato per non dispiacere il buon Don Luigi, me la sarei svignata appena possibile.

Arrivai nell’imminenza del debutto con un bel raffreddore. Sebbene il dialetto maceratese già di suo non sia tenerissimo con la consonante ti, la pronuncia “Du scendi dalle sdelle” o “Asdro del giel” non mi sembrava impeccabile, così ebbi il colpo di genio: una bella sudata, e via.

Se tra le antiche spartane poteva essere ritenuto normale, se non addirittura doveroso, che il proprio virgulto in vista degli impegni futuri presso le Termopili si esponesse alle intemperie, altrettanto non poteva dirsi delle moderne picene. L’accoglienza di mia madre la sera, quando mi presentai con un inizio di febbre poi debordato in bronchite, non fu delle più benevole. Tentai di difendere le mie intenzioni, ma con pochi margini di manovra.

Così Don Luigi per quel Natale non mi ebbe tra i suoi coristi più ispirati; ne mi ebbe negli altri Natali, perché presa la palla al balzo l’armonium non mi vide più tra i vicini più assidui. Si interruppe così una promettentissima carriera; e l’episodio mi è tornato in mente solo perché domenica scorsa ho cercato di intonare un canto un’ottava sopra di quanto avrei dovuto, ed un bel falsetto mi sarebbe stato di grande aiuto.

(65. continua)

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Scusate l’interruzione (sono stato preso da un’onda arancione)

Capita, ed a volte spesso, di non riuscire a mantenere gli impegni presi. Contro la proprio volontà, perlopiù; o per cosciente indolenza. Avrei dovuto illuminare i fratelli minori sul come riconoscere quei segnali che possono fare di loro, se non vigilanti, delle vittime dei loro fratelloni; senonché, e spero che nel frattempo qualcuno non sia caduto in qualche fraterno tranello, ho avuto altro da fare. Volendo incidere un’altra tacca tra le tante cose che so fare male, e non essendo momentaneamente disponibile uno stage di ballo tip tap, ho colto questa opportunità che già due anni fa mi aveva fatto lippi-lappi. Insomma, mi sono iscritto ad un workshop di canto Gospel e sono stato un po’ impegnato. Non so a voi, a me quando si parla di canto Gospel vengono immediatamente alla mente quelle chiese americane, ripiene di gente colorata con delle voci da far paura che vestita di tuniche variopinte si  dimena, nonostante la mole,  con leggerezza prodigiosa.

Innanzitutto spero che tutti sappiano cos’è un workshop. In italiano sarebbe un laboratorio, cosa che richiama immediatamente alla mente martelli e lime a me forse più adatti che non gorgheggi  e trilli; ma workshop fa tutto un altro effetto.

Ci siamo dunque ritrovati in poco meno di duecento in un teatro per due giorni e mezzo straordinari. Non pensiate che avessi chissà quali obiettivi. Che sia un cantante diciamo medio(cre) lo sapete; che il mio inglese traballi, pure; e che nel mio animo rimanga sempre una qual certa riserva verso la religione (quell’oppio dei popoli caro all’amico _ compagno si può ancora dire? _Vladimir Ilyich Ulyanov in arte Lenin) credo l’abbiate intuito, specialmente quando vira verso il fanatismo.  Certo detto da uno che canta in un coro parrocchiale può sorprendere ma l’uomo è fatto di contraddizioni e poi insomma, non si sa cosa si troverà di là, come disse l’imperatore Costantino facendosi battezzare in punto di morte, ma se qualcosa c’è io mi porto avanti.

Quindi un workshop di Gospel non poteva che farmi bene.

Innanzitutto ho avuto la conferma statistica che il rapporto uomo-donna in cori che non siano alpini è di uno a cinque. Sembra che gli uomini ritengano disdicevole dedicarsi al canto; se qualcuno fosse preoccupato per la propria virilità lo rassicuro, non è più di moda castrare per poter fare le vocine da soprano; e comunque l’operazione andava fatta in tenera età. Meglio così, piatto ricco mi ci ficco potrebbe dire qualcuno non attratto esclusivamente dalle performance vocali.

Quindi dicevo eravamo lì, un bel gruppone di impiegati, operai, casalinghe, studenti e qualche pensionato, quando sono arrivati questi due mostri sacri. Anzi gli altri due, perché il primo era il maestro del coro Gospel Always Positive Carlo Rinaldi (sempre sia lodato) che è l’anima di questo evento. Ho già detto che un atteggiamento fiducioso e ottimistico predispone ad ottenere buoni risultati, ed è uno stile di vita al quale di norma cerco di attenermi. Ecco, c’è da dire che questo atteggiamento interiore al maestro Rinaldi non manca di certo: quando ci ha comunicato che il giorno dopo avremmo cantato all’Expo di Milano, sul sagrato del Padiglione della Veneranda Fabbrica del Duomo proprio sotto alla riproduzione della Madunina, perfino a me questo ottimismo è sembrato un pelino eccessivo.

A dire la verità, una decina di giorni prima avevamo ricevuto un elenco dei pezzi che avremmo fatto, ed i relativi link youtube: peccato non aver fatto una foto della mia faccia la prima volta che li ho sentiti. Nei giorni seguenti ho stimolato i sorrisetti di compatimento di mia moglie, che scuotendo la testa si chiedeva tra se e se, ma a voce non troppo bassa, dove volessi andare con la mia vocetta a cantare Gospel; grazie a questi suoi amorevoli incoraggiamenti  avevo quasi imparato tutti i pezzi, se non altro abbastanza da non sbagliare labiale in caso di playback.

Esistono in giro molti grandi artisti che non amereste avere come coinquilini. I nostri due, Chris Mazen e Chantéa Kirkwood, avremmo voluto adottarli a turno: in questo modo però gli avremmo impedito di donar gioia anche agli altri e così, anche se a malincuore, alla fine li abbiamo dovuti lasciar andare.

Abbiamo iniziato a cantare alle 19:30 di venerdì, e con brevi interruzioni siamo andati avanti fino alle 23 di domenica: il mio stato d’animo è passato dal: a) o cacchio, quando ci hanno detto che metà dei canti imparati non li avremmo fatti, ma in compenso ne avremmo fatti  altrettanti sconosciuti ; b) mannaggia ai Genesis (ricorderete le mie lezioni di inglese!), quando dopo due ore capivo appena tre o quattro parole di un discorso, e scopiazzavo senza vergogna gli appunti del vicino; c) cavolo mi sono messo a fare con i tenori che non ci arrivo… va bè, meglio qua che i bassi sono troppo bassi; d) no per favore i testi lasciateceli leggere, io non mi ricordo dal naso alla bocca;  e) pensa te, vogliamo fare gospel e manco le mani a tempo battiamo! f) verso le 23 di venerdì, ormai in crisi mistica: si… può… fare!

E si è fatta. Dovessi dire come ci siamo riusciti non saprei; abbiamo cantato anche un canto in lingua Zulu, con una coreografia improbabile. Duecento persone che cantano, bisogna riconoscerlo, fanno un certo effetto anche se non sono dei Bocelli; e cantare con alle spalle la Madunina ci ha dato una spinta particolare.

Apro una piccola parentesi sull’Expo. Io sono fortunato, abito vicino e ci sono già stato un paio di volte. A me piace. Come quelle cose belle che non sai bene a cosa servono: ma belle. Fatte bene, organizzate, vive. Non sembra nemmeno di stare in Italia, nemmeno le code sono italiane. Nutrire il pianeta è un po’ un optional, a quel che ho visto; ma di bellezza del mondo se ne vede tanta. E non è nemmeno tanto caro per mangiare come dicono.

Insomma, abbiamo cantato un’ora e mezza; disturbati dagli occupanti il padiglione del Gambia che forse innervositi dal canto zulu hanno pensato che volessimo dichiarare guerra, ed hanno messo gli amplificatori a manetta.

Poi di corsa allo spettacolo dell’Albero della vita! Una fiumana di gente ed un’onda arancione che cercava di farsi largo! E si, perché avevamo delle belle magliette arancioni, una macchia di colore che spiccava in mezzo alla folla.

Pensavo quindi di aver toccato la vetta della mia carriera canora, quando invece domenica l’abbiamo dedicata a preparare i pezzi per la messa in Duomo; mica gli stessi, se no sarebbe stato troppo facile. Menzione speciale alla polenta e brasato preparata da dei valentissimi cuochi valtellinesi; gli avevano detto che c’era da cucinare per un coro, e da quelle parti i cori mangiano leggero.

Domenica sera in Duomo c’erano, così riportano i giornali, duemila persone, e senza gambiani intemperanti. Qualche titolo, solo per rendervi conto dell’emozione che potevamo avere, e che credo abbiamo trasmesso: Holy Spirit, Halleluja salvation and glory, Total Praise, Come let us worship the Lord, Holy Lord, You Can no stop no more… Certo, eravamo in duecento, se anche non ci fossi stato non se ne sarebbe accorto nessuno, e forse non se ne è accorto nessuno anche se ci sono stato. Ma c’ero! Ed è meglio che lo scriva, altrimenti fra un po’ finirà che non ci crederò nemmeno io…

(59. continua)

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Ciao mare

Nel 1973 Raoul Casadei scriveva uno dei più grandi successi di tutti i tempi: Ciao Mare. Per dire, nello stesso anno i Genesis pubblicavano “Selling England by the Pound”, un pippone che mi ha perseguitato per tutte le superiori, dove una professoressa di inglese si era messa in testa di insegnarci grammatica e pronuncia facendoci ascoltare dischi dei Genesis: risultato, il poco inglese che so è quello imparato alle medie, ed evito accuratamente il progressive rock.

Quando abbiamo costituito la nostra orchestrina, quindi, eravamo nel pieno del boom del ballo liscio: spuntavano sale da ballo come funghi e di conseguenza la richiesta di suonatori era  alta. Elio, il nostro maestro di banda, non approvava il nostro repertorio, i balli degli anni cinquanta erano un po’ più sofisticati dei valzer, mazurke, polke e tanghi che ci venivano richiesti; noi cercavamo di tenere alto il livello con dei classici sudamericani e degli swing, scelta che ci caratterizzava tra i tanti improvvisatori che imperversavano.

Riguardo le superiori, una delle cose che più mi infastidiva oltre ai lamenti di Peter Gabriel, erano le lezioni di aggiustaggio. Pochi sapranno che nel biennio iniziale degli istituti tecnici, uguale per tutte le specializzazioni, erano previste delle ore da fare in officina. Cosa lodevole questa, anzi a dirla tutta se ci avessero dato anche una zappa e un terreno da dissodare non ci avrebbe certo nuociuto, come non nuocerebbe agli studenti odierni. Il prodotto di queste ore in tuta da meccanico era però misero: si doveva limare un parallelepipedo, tirandolo perfettamente liscio ed in squadra; per controllare che non ci fossero avvallamenti si spargeva del minio su una tavoletta e ci si passava sopra il pezzo; se girandolo fosse stato tutto colorato, bene: altrimenti, ancora lima. Ogni tanto qualcuno provava ad accendere i torni, mettendo a repentaglio la vita dei compagni.

Io ero abbastanza perplesso, pensavo che se avessi voluto limare ne avrei avuto abbastanza nella bottega di mio padre; pensa oggi pensa domani si avvicinò il momento della consegna con il pezzo molto al di sopra delle dimensioni standard. Per recuperare mi portai il benedetto pezzo a casa e lo lavorai.

Ai colloqui con i professori, solitamente regno delle mamme,  quella volta venne mio padre. Il banco del  professore di aggiustaggio era comprensibilmente vuoto ma visto che sull’argomento babbo era ferrato, e per rompere il ghiaccio, ci dirigemmo verso di lui. Il prof, che non ricordava nemmeno che esistessi, disse a occhi chiusi che avrei potuto fare di più; al che mio padre reprimendo l’istinto di dargli ragione e mettermi finalmente in mano quella zappa, elogiò invece la mia presenza a bottega dove davo il mio contributo fattivo, e dove tra l’altro avevo anche portato il prisma metallico. Vidi per un attimo il prof vacillare, non convinto di aver capito bene: uno che faceva i compiti a casa di lima? O era da ricoverare, o da premiare. Discusse per un po’ di ferro e derivati con mio padre, si salutarono calorosamente ed io ebbi 2 punti in più sul registro. Non c’è niente da fare, per certi argomenti ci vogliono gli uomini.

Col professore di italiano fu ancora più facile. Il figlio suonava in un’orchestrina di San Severino; quando babbo gli disse che suonavo anch’io si ricordò di averci sentito e di essergli piaciuti molto, specialmente in quei sudamericani che i Cavalieri del liscio di suo figlio disdegnavano. In questo caso non avrei avuto bisogno di aiutini, ma certo se l’ascolto di Besame mucho gli ispirava larghezza di maniche, chi ero io per contraddirlo?

Ma tornando a Ciao mare, di questi tempi in cui le tedesche non sembra siano rappresentate al meglio ne per simpatia ne per avvenenza,  ricordo invece quell’atmosfera allegra e sbarazzina che c’era a Rimini, quando gli artiglieri in libera uscita sciamavano verso il bagnasciuga animati dalla ferma volontà di sdraiare qualche alemanna. Dovete sapere che gli artiglieri, nel caso specifico della contraerea, non erano dei corazzieri. Altrimenti non sarebbero entrati nei posti di manovra dei cannoni e delle mitragliatrici; perciò l’altezza media era di 1,60-1,65. Ora immaginate questa muta di soldatini assediare gruppetti di biondone,  le quali cercano una via di fuga svettando sopra il branco, inseguite da un coro delle uniche parole italiane che conoscano: ti amo, sei bellissima, vieni con me. Alla fine, lusingata e sfinita, anche la più dura di cuore cedeva. Tra gli inseguitori ce n’era uno, simpaticissimo, siculo: mi faceva ridere guardarlo alzare il braccio, e di molto,  per mettere la mano sulla spalla della sua compagna. Quando, rientrati per il contrappello, per prenderlo un po’ in giro glielo facevo notare, mi rispondeva seriamente: “Che m’importa tenè, e mica devo sposarmela”.  E invece seppi, un paio d’anni dopo, che non la raccontava giusta, quel pezzo di artigliere: si era trasferito a Colonia e si era proprio sposato, se con quella o con un’altra non saprei dire; ed ha anche aperto una pizzeria che si chiama, pensa te, Ciao mare.

(53. continua)

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