Ti auguro tempo

“Questa poesia non è mia. Magari fossi capace di scriverne così. E’ una poesia di una poetessa tedesca, Elli Michler (www.ellimichler.de). L’ho creduta, sbagliando, una poesia africana, e così in origine l’ho presentata. Mi sbagliavo, e volentieri e doverosamente ne do il merito a chi ce l’ha. Mi ha tratto in inganno perché vi traspare una saggezza grande, ancestrale, che mal si associa ai nostri ritmi e alle nostre nevrosi. Grazie, Elli Michler”.

 Ti auguro tempo.

Non ti auguro un dono qualsiasi.
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno:
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere,
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per poter essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo che te ne resti
per stupirti e per fidarti,
e non soltanto per guadarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle,
e tempo per crescere, ovvero per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
non ha senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni giorno, ogni ora con gioia.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di: avere tempo per la vita!

Elli Michler.

© Don Bosco Medien GmbH, München

(78. continua) e buon Natale!

leone-accovacciato

Posso recitarvi una poesia in cambio di una monetina?

In anni e anni di pendolarismo credevo di averle viste tutte. Ma il ragazzo che ieri è passato chiedendo se per favore potevo dargli una monetina, che in cambio mi avrebbe recitato una poesia, mi ha lasciato pieno di tenerezza e vergogna. Tenerezza per la sua timidezza, per la dignità della sua richiesta, per quell’atteggiamento che voleva dire  “mi dispiace disturbarvi, non lo farei se non avessi così tanto  bisogno ma voglio darvi qualcosa di mio”, per quel quadernino a quadretti che teneva stretto in mano, per i vestiti laceri e sporchi che indossava e per la magrezza che sottolineava i troppi pasti saltati; tenerezza perché avrebbe potuto avere l’età di mio figlio e chissà se da qualche parte avesse un padre, e se questo potesse permettersi di preoccuparsi anche per lui.

Si fa il callo a tutto, lo sappiamo; e poi, quando si ha la pancia piena, da persino fastidio incontrare chi ha bisogno. Avrà bisogno veramente, poi? O sarà tutta una scusa, e in realtà non ha voglia di lavorare, e quei soldi gli serviranno per ubriacarsi, per drogarsi, o sarà legato a qualche tipo di mafia degli accattoni? O saranno zingari?

Lavoro a Milano e di gente che chiede, per strada, in metropolitana, anche sul treno, ce n’è a bizzeffe. C’è una signora, alla fermata dove scendo per recarmi in ufficio, che quasi tutte le mattine è lì, ferma, in attesa che passi qualcuno da abbordare per raccontargli la sua storia. Disoccupata dice, vuole solo un aiuto per tirare avanti da chi, più fortunato di lei, il lavoro ce l’ha ancora. Sarà vero? Sa che la sua storia può andar bene una sola volta, per quella volta che ti fermerai credendo che quella signora dall’aspetto decoroso che si avvicina bisbigliando voglia chiederti delle informazioni, e che la volta dopo cercherai di evitarla: così ha bisogno di fermare gente sempre nuova. Sempre lì, da anni.

Col tempo, ho adottato una mia politica nel dispensare monete. Favoriti sono i musicisti: a chi suona in metropolitana di solito qualcosina lascio, se proprio non strimpella in maniera indecente. Ogni tanto c’è qualche violinista, ad esempio, che invidio molto. Qualche tempo fa c’era un ragazzo che non suonava ma si portava dietro un microfono collegato ad un amplificatorino, e cantava: ne ho seguito l’evoluzione della carriera ed all’inizio era un vero strazio; man mano però migliorava, fino a riuscire ad improvvisarsi showman: alla fine invitava tutti i passeggeri a battere le mani e a fare il coro con lui. E’ sparito, chissà dov’è?

Non lascio niente a chi usa i bambini piccoli; a chi ha dei cuccioli, dipende; qualche volta a chi vende libri o riviste. Per il resto, di solito abbasso la testa e passo oltre. Mi è rimasta impressa una storia che mi ha raccontato un amico, di ritorno da un viaggio in India: a Bombay, fuori dall’albergo dove alloggiava, per difendere gli ospiti dall’assalto dei questuanti c’erano degli inservienti con dei bastoni di bambù, incaricati di far largo tra la folla. Dopo un po’, a questa macchia di colore indistinta non si faceva più caso, ne al mulinare dei bastoni degli sherpa in guanti bianchi.

Così, giorno dopo giorno, mi accorgo che l’abitudine mi spinge ad usare l’indifferenza come bastone di bambù: e mica posso aiutare tutti io, cercate qualcun altro, non vedete che sono impegnato, sto leggendo il giornale, sto postando su facebook, non si può stare un attimo tranquilli?

Ed ero proprio così, impegnato a far niente, quando il ragazzo si è avvicinato. All’inizio non ho alzato nemmeno la testa, eccone un altro ho pensato; poi la coda dell’occhio ha colto quel quaderno stropicciato e le mani che delicatamente lo stringevano. Ho realizzato allora che quel ragazzo mi stava offrendo quanto di più prezioso avesse, un pezzetto di se, per una misera monetina;  e che forse, più ancora della monetina, gli sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse ascoltata, la sua poesia.

(57. continua)

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Viaggio di un poeta

“Son poeta, e sommo”. Non ricordo se la dichiarazione fosse di Dante Alighieri, o Giobbe Covatta: fatto sta che ad un certo punto anch’io mi ero messo in testa che Euterpe, o Erato, o Calliope, o tutte e tre le Muse insieme, mi avessero baciato.

Il mio amico Franco, compagno di banco delle medie, ricorda distintamente, cosa della quale ho già scritto a proposito di un fallito concorso europeo, del gradimento della nostra professoressa di italiano verso i miei componimenti misti. Inframmezzavo i temi con piccole poesie, come quando scopiazzando il coro del Mercadante per i fratelli Bandiera scrissi : “Chi per il calcio muor / vissuto è assai / il cuoio del pallon / non langue mai”. Solo la tenerezza di un’insegnante che vede crescere i suoi virgulti poteva premiare simili boiate, ma certo non stava a me lamentarmi. Franco, vedendo che la cosa funzionava, tentò di imitarmi ma la prof non abboccò. Le sue rime, non del tutto disprezzabili a mio parere, non incontrarono tuttavia il favore del pubblico: un perentorio  4 suggellò la diffida  a riprovarci.

A quei tempi non si usavano gli eufemismi attuali: “buono”, “buonino”, “sufficiente”… un 8 era un 8, e un 4 un 4. Potrà sembrare un’età cinica, ma che un cieco fosse “non vedente” ci sembrava scontato; che un paralitico fosse “diversamente abile” era tutto da dimostrare.

Con Franco avevamo in comune una timidezza di fondo, bilanciata da una enorme grinta. Io ero una mezzala, se siete pratici. Correvo molto, senza combinare granché. A volte giocavo da mediano, e allora avevo licenza di randellamento. Il mondo era semplice: zone e diagonali erano solo concetti geometrici, noi prendevamo un uomo e precorrendo i tempi  lo sposavamo fino alla fine della partita; Franco era un terzino, e dunque gli toccavano le ali. Le ali (Causio, Claudio Sala, Bruno Conti… ) erano quei folletti dispettosi la cui missione era quella di far impazzire i terzini che li avevano in cura, spesso irridendoli con finte e controfinte, per arrivare con la palla fino al termine del campo da dove inventavano parabole perfette per gli attaccanti. Ora non ne fabbricano più.

Credo che fosse proprio in casa del Castelraimondo del mio amico Sandro che l’avversario gli fece un tunnel. Un tunnel, per i profani, è quando incautamente lasci le gambe aperte (l’atto come saprete è ammesso nei luoghi opportuni e con parsimonia) e ti ci fanno passare la palla sotto, lasciandoti alquanto imbarazzato. Nell’azione successiva il reo ci riprovò. Franco lo aspettava: lo fece sfilare e poi lo giustiziò con una scivolata da dietro, resa ancora più plastica dal campo bagnato. Secondo noi era tutto regolare ma l’arbitro, forse condizionato dai contorcimenti del caduto, era dell’opinione opposta e lo ammonì. Il tempo per il poverino di rialzarsi e riavvicinarsi al mio amico con qualche titubanza, che i suoi compagni commisero lo sbaglio di passargli la palla. Credo fosse solo per liberarsene che la buttò avanti e cercò di andare a riprenderla; se quella era la sua intenzione, non poté concretizzarla. Franco l’aveva già atterrato, con un’entrata fotocopia della precedente accompagnata stavolta da un sorriso compiaciuto, ma prendendolo sull’altra gamba. Legge e giustizia non sempre vanno a braccetto: e se pure la punizione era stata giusta, la legge però era a sfavore di Franco, che venne espulso. Perdemmo la partita, ma acquisimmo molto rispetto.

Il nostro allenatore usava un metodo per caricarci davvero singolare: sotto ai sedili posteriori della sua bianchina familiare teneva una collezione di giornalini. Non pensiate chissà che, roba che oggi si potrebbe vendere in parrocchia: i migliori fra tutti erano il Lando (con la faccia di Lando Buzzanca) e il Tromba (con le fattezze di Adriano Celentano nelle vesti di un idraulico), che andavano per la maggiore anche a militare. Risate ce ne facevamo tante: che la lettura ci rendesse più aggressivi, non credo.

L’ultima poesia, credo della mia vita ma chissà, la scrissi qualche anno fa. E’ in dialetto, ma abbastanza comprensibile. Era stata una giornata un po’ faticosa ed avevo corso dalla mattina alla sera; nell’ultima strofa, ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti è puramente casuale.

‘Na jornata tranquilla

Curri, curri, la sveglia ha sonato,
arzete, daje, cala dallu lettu.
Incubu! Penza, stanotte o sognato
che jìo a fadigà senza esse costrettu.

Sgrighete, sbrighete, è pronto lo latte:
te lavi? Che spetti? Sfreca ‘ssa faccia!
Vestete, su, stai ancora in ciavatte?
Rtròete li pagni (co lu ca’ dda caccia).

Lestu, lestu, che parte lu trenu,
lu sinti lu fischiu? A piedi, te lascia.
Fermatilu, sverdi, tirate lu frenu!
Lu postu? ‘Na grazia, Santa Rita da Cascia.

Camina, camina, li squilli ho sintito,
entra, rispunni, non fa che rettacca;
clienti, lamenti, “Il problema ha capito?”,
reclami, ritardi, la testa se spacca…

Jìmo, Jìmo, adesso se magna.
Pasta? Secondu? Compà, te lo scordi.
In piedi, un paninu, non fa tanta lagna:
la linea manteni, e sparambj li sòrdi.

Scatta, scatta, lu capu è ‘rriatu:
te vole, te cerca, chiama a rapportu.
Rispunni: “Presente!” come un sordatu.
Ne ferie, ne aumenti: oddio, che sconfortu!

Forza, forza, per ogghj è finita.
Lu tramme non passa? Cumincia a ‘vviatte.
Sciopero: certo, ce sta la partita:
loro la vede, de me, se ne sbatte.

Veloce, veloce, se jaccia la cena.
A ‘st’ora se ‘rrìa? Un po’ de creanza,
armeno ‘vvisassi, m’ì fatto stà in pena!
E magna de meno, te cresce la panza!

Mùite, mùite, cambia canale,
de che voi discorre, ce scade la rata?
Te prego, me vojo vedé la finale,
cuscì tu me voi ‘vvelenà la serata!

Veni, veni, sò tutta un bollore,
spòjete, ‘bbracceme con sintimentu,
basceme, caru, facimo l’amore…
Embè? Tutto qqua? Ma ‘spetta un momentu!

Como, 15 marzo 1999

(42. continua)

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