Ius soli (ed altre sòle)

Cosa c’è di meglio, quando si truffano i cittadini scippandoli di un referendum abolendo l’oggetto del contendere (l’utilizzo indiscriminato dei Voucher) e passato il pericolo infilandoli con un nuovo nome (PrestO) nella manovrina finanziaria correttiva ponendo la fiducia, che usare una bella arma di distrazione di massa sulla quale i cittadini si possano accapigliare senza disturbare il manovratore?

Mumble mumble avranno pensato i soloni: i matrimoni gay e la stepchild adotion l’abbiamo già usata, la legalizzazione della cannabis la teniamo per la finanziaria, perché non rispolverare lo Ius Soli che in questo momento può essere un bell’argomentino caldo, invece di parlare dei contenuti della manovra stessa (una per tutte: tolgono il centesimo e i due centesimi. Quindi si arrotonderà tutto ai cinque centesimi superiori, nella migliore tradizione euro. Poi dice uno li prende a calci nel didietro) o delle modalità con cui stiamo gestendo migliaia di migranti, pretendendo di salvare tutta l’Africa e caricandoci di ragazzi che teniamo a bagnomaria e non potrebbe essere diversamente dato che non sappiamo cosa far fare nemmeno ai ragazzi italiani?

Ma dell’industria dell’accoglienza parlerò un’altra volta. Ne penso tutto il male possibile ed ogni giorno c’è qualche episodio che conforta le mie convinzioni.

Sfatiamo due convinzioni dettate dall’ignoranza degli opposti schieramenti:

  • NON è vero che per un ragazzo straniero oggi non sia possibile diventare cittadino italiano;
  • NON è vero che la legge che si sta discutendo introduce l’automatismo per cui chi nasce in Italia diventa ipso facto cittadino italiano.

Quindi si confrontano due convinzioni, alimentate da un lato da pregiudizi e dall’altro da una “narrazione” di convenienza, entrambe false.

Per sostenere la necessità e anzi improcrastinabilità di questa legge si assiste allo sfruttamento di qualche storia patetica che coinvolge dei ragazzi, molto utili da usare quando si tratta di muovere a compassione e in modo da avere anche pronta l’accusa di cinismo, insensibilità, beceritudine o razzismo verso chi non fosse d’accordo.

Tattica mediatica standard, anche il Qatar sta usando delle famiglie divise tra Bahrein e Qatar per sensibilizzare sulla disumanità del blocco a cui sono stati sottoposti dai “fratelli” arabi; il bambino siriano morto su una spiaggia in Turchia ha fatto il giro del mondo ma purtroppo non è stato usato per chiedersi perché e da chi la Siria è stata ridotta così, è un esercizio troppo gravoso per le menti caritatevoli. Andava liberata da un “feroce dittatore” a costo di armare i peggiori tagliagole del pianeta e provocare centinaia di migliaia di morti e un esodo biblico ma tanto basta.

Mi si permetta una provocazione: l’altra sera Santoro ha trasmesso un programma sui ragazzi di Napoli che da quando nascono (già vecchi) a quando muoiono (di solito giovani) vivono da delinquenti in mezzo alla delinquenza. Quando questo Stato si deciderà a farli diventare cittadini italiani?

Ma torniamo ai ragazzi stranieri.

 “Può acquisire la cittadinanza italiana lo straniero nato e residente in Italia senza interruzioni fino ai diciotto anni e che dichiara, entro il compimento del diciannovesimo anno, di voler acquisire la cittadinanza italiana.
Si tratta di una forma “condizionata” di ius soli, suscettibile di trovare applicazione soltanto in presenza dei tre suddetti requisiti: nascita in Italia, residenza ininterrotta fino al compimento della maggiore età, dichiarazione entro un anno dal compimento della maggiore età.”¹

Quindi partirei dal fatto che chi non è diventato cittadino italiano, con le regole attuali,  o non ha fatto la domanda o non disponeva dei requisiti necessari .

Con la riforma in discussione si introducono, rispetto alla legislazione vigente, alcune novitಠche riguardano specialmente i minori ma non solo:

  1. Ius soli “temperato”, dove la cittadinanza per nascita è riconosciuta a chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
  2. Ius culturae, quando il minore straniero sia nato in Italia o sia arrivato entro il compimento del 12° anno di età, ed abbia frequentato regolarmente per almeno 5 anni uno o più cicli di istruzione;
  3. Naturalizzazione, per lo straniero entrato prima della maggiore età, residente da almeno sei anni, che abbia frequentato regolarmente un ciclo scolastico e conseguito la qualifica.

In tutti e tre i casi l’attribuzione della cittadinanza non è automatica. Per i minori la domanda deve essere fatta da uno dei genitori; e nel terzo caso la concessione è discrezionale e dipende da diversi fattori, non basta certo essere andati a scuola. Se uno è pregiudicato, ad esempio, difficilmente potrà avere la cittadinanza.

Se la legge passerà, alcune stime ipotizzano che il numero dei possibili beneficiari immediati sia intorno agli 800.000, ed a regime saranno un 50-60 mila l’anno (ipotetici perché come detto non c’è automatismo, bisogna vedere quanti genitori chiederanno la cittadinanza, specialmente da quei paesi dove non è ammessa la doppia cittadinanza).

Che dire? Come cittadino italiano mi sento orgoglioso che tanti si sentano e vogliano diventare italiani, in un momento in cui tanti italiani sembrano vergognarsi di esserlo; spero ed auspico che le nuove forze,  fresche e vitali, diano piena completezza a quella cittadinanza che raggiungeranno, con intelligenza e impegno.
Giovani italiani, fatevi onore.

(143 – continua)

p.s. Probabilmente se  vigesse ancora l’obbligo del servizio di leva il numero di aspiranti cittadini calerebbe vertiginosamente, ma questa è solo una mia illazione.

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¹ cit. https://www.cittadinanza.biz/cittadinanza-italiana-per-stranieri/

² cit. https://www.cittadinanza.biz/riforma-della-cittadinanza-italiana-ecco-il-testo-della-nuova-norma/

La linea rossa (cinq’ ghei püsé ma ross)

In questi giorni di deja vù, dove recitando lo stesso consunto copione attori senza pudore  replicano la tragica commedia di stragi provocazioni e mistificazioni, ho deciso di tracciare la mia personale linea rossa.
Non avendo a disposizione armate o droni o gas nervini non saprei bene come far rispettare tale linea a chi decidesse di varcarla: togliergli l’amicizia da Facebook? Contrassegnare la casella di posta come spam? Bannarlo da wordpress? Invitarlo a bere per offrirgli una birra analcolica?

Poco tempo fa ho letto un articolo che mi sembrava indicativo dei tempi che corriamo, dove qualche psicologo suggeriva alle maestre di non usare la matita rossa per correggere i compiti, perché il colore troppo aggressivo turberebbe i pargoletti, ma optare per un più rassicurante verde, che sottolineerebbe l’errore ma senza deprimere l’errante. Quindi se lo scolaro dovesse scrivere “ieri ho andato a squola” la correzione non andrebbe urlata con matita rossa accompagnata dall’onesto commento sgarbesco “capra!capra!capra!”, ma ingentilita da un benevolo “acciderbolina!” in verde possibilmente pisello.

Il primo film che ricordi di aver visto al cinema fu un western. Avrò avuto cinque o sei anni; probabilmente ne avevo già visti altri, compreso il pernicioso “Marcellino pane e vino”, ma questo in particolare mi rimase impresso perché quella volta mi ci portò mio padre, e mi pare fu anche l’unica. L’emozione era grande; il cinema ce l’avevamo anche al paese, ma il capoluogo mi sembrava in capo al mondo e già il solo andarci faceva parte dell’avventura.
A quei tempi al cinema gli indiani erano cattivi, niente da dire. Attaccavano le fattorie isolate e massacravano tutti; rapivano le donne bianche per farle schiave; tendevano imboscate ai coloni e scotennavano i soldati che gli passavano a tiro. Al massimo ce n’era qualcuno, addomesticato, che faceva da guida scout; non c’erano dubbi che la ragione fosse dalla parte dei pionieri, dei costruttori di ferrovie, di chi portava la civiltà insomma.
Non saprei raccontare la trama del film perché passai la maggior parte del tempo a cercare di svegliare mio padre che addormentandosi iniziava a russare; alla fine comunque la tromba suonò la carica che annunciava l’”arrivano i nostri”: il bene trionfava.
Solo qualche anno dopo si iniziarono a vedere dei film che ribaltavano lo stereotipo uomo bianco=civile e buono vs. uomo rosso=selvaggio e cattivo, bisognò aspettare Soldato blu, Il Piccolo grande uomo e Corvo rosso non avrai il mio scalpo che ristabilivano la verità storica: gli indiani erano le vittime e gli uomini bianchi gli aggressori: ma ormai i pochi indiani rimasti erano stati rinchiusi da tempo nelle riserve, ed anche sapere di aver avuto ragione non so quanto fu loro di conforto.

Come avrà capito chi segue da un po’ i miei sproloqui, non sono astemio. Non sono un fine intenditore ne un sommelier, ma un vino buono se me lo date lo so riconoscere; non disdegno niente ma potendo scegliere preferisco il rosso. Da quando ho letto che il tannino contenuto nelle uve nere aiuta a tener pulite le arterie mi attengo scrupolosamente ai consigli medici. Mi sono anche fatto regalare (trovo che sia molto utile avere dei vizi per togliere d’impaccio chi deve fare i regali) un decanter per far ossigenare il vino stagionato prima di degustarlo; peccato che nella mia cantina alle bottiglie non venga lasciato il tempo di invecchiare quindi il decanter è ampiamente sottoutilizzato. Bere da soli, credo lo sappiate, non è consigliabile: è per questo che quando ci troviamo tra amici un paio di bottiglie le stappiamo. Nel mio paese, lo segnalo agli appassionati, una prestigiosa azienda produce un vino da competizione, il Pollenza: quando deciderò di meritarmelo investirò i 50 euri necessari all’acquisto, ma non credo lo farò stagionare molto.

A proposito di linea rossa, la metro che prendo tutti i giorni per andare al lavoro è rossa. Stamattina era piena zeppa di persone che si recavano alla Fiera del Mobile; ad un certo punto ho sentito un urlo ed ho visto una giapponesina catapultarsi fuori, seguita da un suo amico; le avevano sfilato il portafoglio dalla borsetta, mariuoli, ma la ragazza è stata veloce perché è riuscita ad acciuffare il ladro e farsi restituire il maltolto. Il tutto si è svolto così rapidamente che sono appena riuscito a intuire quello che stava succedendo e non ho capito come abbia “convinto” il ladro, forse ha usato qualche arte marziale: se è così ha fatto bene, così gli impara¹ a superare la sua linea rossa.

(133 – continua)

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¹ mi vedo costretto a precisare che, attenendosi strettamente alla lingua italiana,  “così gli impara” meriterebbe la matita rossa.  

 

Beato te che non capisci un cavolo

Chi l’avrebbe detto appena qualche anno fa che in poco tempo avremmo avuto gli strumenti per collegarci in tempo reale con vecchi compagni di asilo, commilitoni di cui avevamo perso le tracce, compaesani sparsi per il mondo e parenti desaparecidos?

Ricordo che un giorno il mio vecchio capo, di fronte all’esplosione dell’Internet, mi chiese che ne pensassi e che cosa ci avremmo potuto fare. Con la mia consueta sagacia risposi come nella réclame del Chinamartini: “Düra minga, düra no”. Con questo si capisce perché io sono io e Zuckerberg è Zuckerberg.

Gente di cui non abbiamo sentito la mancanza per decenni, cordialmente ricambiati, ricompare nella nostra vita grazie alla potenza del social network, reclamando per ciascuno un pezzo della nostra esistenza: ti ricordi la maestra tale?  ti ricordi il professor talaltro? ed il capitano tizio? e il collega sempronio?
Gente di cui avevamo perso le tracce, che magari già all’epoca non sopportavamo, riemerge dall’angoletto polveroso in cui era stata relegata per chiederci l’amicizia. Tutti si aspettano che tu sia rimasto uguale a quello che loro ricordano tu fosti; cosa impossibile, perché anche ammettendo che  lo avessero capito veramente bisogna vedere se lo ricordano correttamente, e cosa ricorderebbero poi? Quello che apparivi o volevi apparire, la tua immagine in un’epoca in cui forse nemmeno tu lo sapevi, chi eri.

Io ad esempio ho attraversato tutte le superiori fregandomene dei compagni di classe. Esclusi due o tre, gli altri mi stavano tutti o antipatici e nemmeno cordialmente, o francamente sulle scatole. Cosa pensassero di me non mi tangeva; non vedevo l’ora di prendere il mio trenino e di tornarmene a casa alla mia vita vera. Erano alieni, come io lo ero per loro: contenti reciprocamente. Che amicizia volete chiedermi, che quando era l’ora di essere amici veramente ci siamo schifati?

Così si ha a che fare con degli sconosciuti; con persone con le quali si è condiviso un tratto di strada ma delle quali si ignora tutto.
Si cerca così di capire come la pensano dai post, dai commenti, ma l’esercizio diventa impegnativo perché anche dall’altra parte scatta lo stesso meccanismo; per non sbagliare ci sono degli argomenti che è meglio evitare in assoluto, me ne sono fatto un elenchino come promemoria al quale cercherò di attenermi il più possibile.

Argomenti di cui assolutamente non parlare per non perdere le amicizie:

  • Politica
  • Grigliate di carne
  • Omosessuali
  • Ruberie della Juventus
  • Immigrati
  • Gnocca (con le donne)
  • Religione
  • Libri (per non apparire troppo intellettuali)
  • Teatro (vedi Libri)

Argomenti di cui si può parlare senza paura di perdere amicizie:

  • Gatti
  • Cani
  • Vacanze preferibilmente al mare
  • Gnocca (con gli uomini)
  • Cibo (limitandosi agli antipasti, primi e dolci; secondi a base di carne e pesce da evitare)
  • Vittorie dell’Inter (non molto spesso)
  • Malattie esantematiche dei bambini
  • La Casta
  • Musica, fingendo competenza
  • Allarme caldo / Allarme freddo a seconda della stagione

Seguendo questo semplice vademecum si avrà la certezza di apparire un perfetto coglione, come del resto tutti ricordano si fu stati: ma le amicizie saranno salve.

(110 – continua)

p.s.:
mi sono cimentato con forme verbali di cui non sono sicuro al 100%. Spero di averne sbagliate almeno la metà, anche questo aiuterebbe nella considerazione e stima generale.

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Che palle!

Il mio albero è molto ordinato. Lo sto guardando adesso, mentre scrivo, dal divano, ed è veramente ordinato. Mette paura da quanto è ordinato. Io sono stato interdetto dall’avvicinarmi all’allestimento, perché i miei accostamenti cromatici non sprizzano armonia e buon gusto. Metto palle a caso, per capirci, e possibilmente tutte quelle che trovo nello scatolone. Non vedo la necessità di effettuare un turn-over delle palline natalizie, si sono già riposate tutto l’anno, ma è il mister che decide la formazione.
Comunque non m’importa, tanto in fondo al mio cuoricino l’albero è rimasto un accessorio, un’usanza nordica, che da piccoli facevamo giusto per non farci mancare niente; le palline erano di vetro, delicatissime, e quelle nuove si compravano solo quando si rompevano quelle vecchie.

Abbiamo un nuovo governo. E’ uguale a quello di prima. Deve cambiare la nuova legge elettorale fatta da loro stessi appena pochi mesi fa e con la quale non abbiamo mai votato. Sarebbe meglio che i governi non si impicciassero di leggi elettorali e costituzionali, secondo me, ma pare essere lo sport preferito. Una dimenticabile ministra dell’istruzione di qualche anno fa sostiene che il popolo non mangia leggi elettorali. Ai tempi, un suo compagno di governo sosteneva che nemmeno con la cultura si mangia. Sarà mica che si sono già mangiato tutto?

Il presepio mette allegria. Uno dei momenti più belli, da bambini, era quando si usciva e si andava per campi, muniti di sporta di plastica non biodegradabile e coltellino, a raccogliere il muschio (il “vellutino”) per fare il prato. I personaggi erano tutti in gesso, mica in resina o in plastica: ognuno portava i segni delle mille battaglie combattute. Lo zampognaro aveva perso più di una volta la testa per la lavandaia; al soldato romano qualche barbaro aveva tagliato un braccio e lo aveva riattaccato approssimativamente.

Fino a qualche anno fa per il presepio usavo un bel tavolo, un metro per un metro, e ci mettevo sopra tutti i personaggi che avevo: grandi, piccoli, il deserto, il laghetto, le casette di montagna, animali, tanti animali.
E’ un segno dei tempi che un argomento che dovrebbe ispirare tenerezza come il presepio sia diventato motivo di lite. Quando mio figlio andava alle elementari ci fu una polemica perché una maestra, piena di zelo multiculturale, aveva sostituito in una canzoncina di Natale la parola “Gesù” con “virtù”, per non offendere la sensibilità dei musulmani, diceva lei (poi ha ritrattato). Secondo me, al netto della laicità della scuola ed altre correttezze politiche, è una sciocchezza non far sapere perché festeggiamo il Natale, se no sembra che lo facciamo solo per far felici i negozianti e Amazon.

Quando ero piccolo io i musulmani non esistevano. Perlomeno non in Italia.
Sapevamo che vivevano da qualche parte tra Turchia, Marocco (che tutto il nordafrica era Marocco) e Arabia Saudita, ma ignoravamo che ce ne fossero di diversi tipi, molto litigiosi tra di loro peraltro. Sunniti e Sciiti? Già avevamo difficoltà a capire le differenze tra Cattolici e Protestanti, figurarsi. I Buddisti se ne stavano in Tibet; i Confuciani in Cina. Che poi anche il Tibet è in Cina, anche se loro non vorrebbero. Gli Indu stavano in India e adoravano le loro vacche sacre e magre. Poi c’erano quelli che pensavano che le religioni fossero l’oppio dei popoli e forse avevano ragione, ma purtroppo si sono estinti e sono diventati liberali(sti).

Mezzo secolo fa, a scuola i personaggi li facevamo con il Pongo; prima si costruiva l’impalcatura, l’anima, con il fil di ferro, che poi si rivestiva con gli strati necessari di materiale colorato. Vi ho già raccontato di quell’anno che i pupazzi furono vandalizzati da due antesignani dell’Isis, e della dura punizione che li colpì. Ora molto probabilmente i genitori avrebbero denunciato i maestri o meglio ancora avrebbero picchiato il maestro, non il proprio figlio, come successo non più di un mese fa a Palermo ad un professore che aveva osato rimproverare il loro pargoletto.

A leggere certi illustri commentatori de “La Repubblica” sembra che tutti i sostenitori del Si siano dei fini costituzionalisti, e quelli del No degli emeriti coglioni. Respingo questa accusa: non sono emerito!

Anno dopo anno il mio presepio si è ridimensionato. Il tavolo è stato venduto, lo spazio man mano si restringeva così come il tempo che mi veniva concesso per il progetto. Quest’anno si è dovuto rifugiare in una mensola della libreria di mio figlio, 30 x 50: minimalista, con sette personaggi sette e zero animali. Con un piccolo colpo di stato sono stato esautorato anche da questa realizzazione, che ha preso vita con due ore di lavoro al posto dei giorni che ci dedicavo io e soprattutto senza lasciare segatura o sassolini in giro. Le decine di pupazzetti che avrei usato affastellandoli uno sull’altro sono rimaste a dormire nello scatolone, in attesa di tempi migliori.

A proposito di colpi di stato, l’amico Erdogan continua a imperversare, anche ieri ha arrestato qualche centinaio di oppositori politici (curdi). Sta pensando anche lui di cambiare la Costituzione, è una mania.

Qualcuno ha inventato un buon sistema per evitare la confusione: una parente stretta ha fatto il presepio tipo plastico della ferrovia: è tutto incollato su una base, e basta poi mettere i personaggi. Molto pratico! E di bell’effetto. Per l’anno prossimo io sto pensando di usare uno schermo fisso con una foto del presepio Caracciolo di Napoli: altro che pecorelle!

Mi è piaciuta la mossa di Trump di nominare ambasciatore per la Cina un amico del presidente Xi Jinping ed a segretario del dipartimento di stato un amico di Putin. Da quelle parti guerre non dovrebbero essercene, perlomeno. Non avrebbe amici anche per l’Iran e Cuba, Mr. Trump?

Insomma, quest’anno lo spirito natalizio non pervade il mio animo. Rivoglio i tempi in cui le palle bianche potevano coesistere senza problemi con quelle rosse e blu; in cui i fiumi erano fatti di carta stagnola, quella dei pacchetti di sigarette e delle tavolette di cioccolata; quando Natale veniva una sola volta all’anno e i panettoni non si vendevano a settembre; in cui chiedevo a Gesù Bambino una pistola da cow-boy e non capivo perché arrivasse sempre, immancabilmente, un libro.

(115. continua stancamente)

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Centodieci e lode! (Zappa e Martello)

Mia nonna di parte materna, Annunziata, era analfabeta. Era la seconda moglie di mio nonno, sostituta della prima morta di stenti in quei tempi grami, tempi di guerra, “matrigna” non certo per vocazione, per me fu la nonna più amorevole del mondo; trovata forse con un passaparola da un uomo come mio nonno che aveva senz’altro contribuito, con le sue assenze ma forse ancora di più con le sue presenze, a non rendere facile la vita della prima moglie: sai, Gaetano, ho sentito che a Pignà, Appignano, c’è questa signorina, sono tante sorelle, è una brava donna, non più giovanissima, farebbe proprio al caso tuo…

Quando ho fatto il militare, alla fine degli anni ’70, la cosa che più mi ha meravigliato è scoprire che ancora ci fossero, in Italia, dei ragazzi della mia età analfabeti. Gente che non aveva mai potuto andare a scuola; o gente che sapeva a malapena leggere e scrivere perché non aveva nemmeno concluso le elementari. Per loro c’erano le lezioni pomeridiane e per molti fu sicuramente l’ultima occasione per sedersi su dei banchi di scuola; andare sotto le armi aveva la sua utilità, a volte.

Mio nonno paterno Ernesto, ricordate Ciao Nì?, non l’ho mai conosciuto perché fu inghiottito dal buio del periodo finale della guerra civile: faceva il portaordini in bicicletta, si dice che fu ucciso dai partigiani; il corpo non venne mai trovato, ed a dire il vero dalle nostre parti distinguere i partigiani veri dai banditi non era sempre facile. Di lui rimane solo un ritratto, da adolescente in divisa da esploratore, ed il nome, che mio fratello ha ereditato. Doveva essere istruito, per quei tempi: orfano, era stato portato in Italia dall’Argentina da un prete, e aveva frequentato gli Artigianelli, l’istituto caritatevole di San Severino che accoglieva ragazzi poveri o abbandonati e li formava ai mestieri artigiani, appunto; il nome Amleto dato a mio padre deve essere farina del suo sacco. Questa formazione a dire il vero non gli servì a molto, dato che da apolide qual era lavorare, anche a quei tempi, non era per niente facile; e nemmeno sposarsi se è per quello, e perciò impossibilitato nel dare ai figli il proprio cognome. La cosa complicò abbastanza la vita a mio padre ed ai suoi fratelli, che dovettero aspettare la legge che consentisse ai figli “naturali” di vedersi assegnato il cognome delle madri; prima l’attribuzione era lasciata alla fantasia o alla pigrizia degli ufficiali di stato civile: a Napoli c’erano tanti Esposito, al mio paese andavano di moda gli ortaggi e le verdure.

Mio padre ha la licenza elementare. Dopo di quella, per i figli dei lavoratori che dovevano a loro volta diventare lavoratori, c’era la Scuola di Avviamento Professionale: in teoria obbligatoria, in pratica frequentata da chi non avesse bisogno di lavorare per mangiare. Lui di bisogno ne aveva, ed a dieci anni si ritrovò garzone di bottega di un fabbro; il suo compito era quello di “acciaccare” il carbone, cioè rompere i pezzi grandi in pezzi più piccoli in modo da poterli usare nella forgia, della quale poi doveva tirare il mantice per mantenere vivo il fuoco: come avviamento non c’era male. Babbo, l’ho detto più volte, è un uomo di un’inventiva speciale e di capacità straordinarie, nonché di straordinaria umanità; nel nostro paese gran parte delle ringhiere, recinzioni e cancelli sono state fatte da lui, e sa fare ogni tipo di lavoro, dal calarsi nei pozzi al saldare grondaie; una cosa è sicura: se dovessimo trovarci in una foresta lontano dalla civiltà, lui riuscirebbe a salvarsi, io col mio computerino ci farei ben poco.

Mia madre, di sette anni più giovane, rientrò nella riforma Bottai del ’40, e quindi potè frequentare la scuola media unificata; la guerra era appena finita, il mondo da ricostruire; al giorno d’oggi sarebbe diventata forse una politica, o una sindacalista, data la passione che metteva nel difendere le cause comuni e la curiosità che ha sempre avuto; forgiata forse dalle battaglie con la nuova mamma, che non si capacitava di come questa ragazzina continuasse a passare i momenti liberi leggendo libri e giornali (“Che ce fai co’ tutta ‘ssa cartaccia?”); a ottant’anni tiene tutti i nipoti, e specialmente quelli sparsi per l’Italia, simpaticamente sotto controllo grazie a Facebook, che a qualcosa in qualche caso serve.

Io mi sono diplomato perito capotecnico in Informatica. Ho appreso con commozione che ancora adesso i diplomati degli istituti tecnici si chiamano periti capotecnici, me l’ha rivelato un ragazzo a cui ho fatto un colloquio di assunzione poco tempo fa: l’avrei preso solo per quello ma il dirigente che doveva decidere ha preferito un laureato, scelta assurda per fare il programmatore secondo me, ed infatti se n’è pentito poco dopo, peggio per lui. Adesso mi dicono che la percentuale sia cambiata, ma all’epoca in tutto l’istituto ci saranno state una decina di ragazze, e venivano guardate come aliene (e di aliene avevano anche le fattezze, a essere sinceri); era il secondo anno in cui era stata istituita la specializzazione di informatica, e diciamo che la cosa nella vita lavorativa successiva mi favorì non poco.

A che pro, si chiederà chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui, questo amarcord familiare? Per pura vanità, vantarmi di un fatto di cui solo in minima parte ho meriti, e peraltro solo di metà di quella minima parte, considerando l’apporto della consorte e della di lei famiglia: per dire che, a coronamento di una escalation secolare, mio figlio si è appena laureato e con una votazione di centodieci e lode.

“Vi ho messo le ali, ora volate!” diceva Omero, il santone musicista di cui vi ho raccontato, alle figlie dopo essersi ritirato nella sua grotta a Fiumicino, e averle lasciate abbastanza inguaiate anche se con le ali.

Perciò, figlio mio, adesso sta a te. A noi ci hai già fatto volare: spicca il volo, dai.

(91. continua)

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Sono un ossimoro

Non sono un intellettuale. Non ci sarebbe bisogno di puntualizzarlo dato che chiunque se ne può render conto da solo leggendo tre o quattro delle mie righe; comunque voglio ribadirlo, nel caso qualcuno ravvisi che mi stia montando la testa.  A volte anzi mi sento un analfabeta di ritorno: l’altro giorno ad esempio stavo preparando un quizzetto per allietare una cena elegante (in mancanza di consiglieri regionali abbigliati da crocerossina), Chi vuol esser medievale, e mettendo giù delle domandine che dei ragazzi delle medie, ed anche delle elementari di una volta, avrebbero indovinato ad occhi chiusi, ho dovuto ricorrere alla consultazione di wikipedia; poi per ringraziare gli estensori dell’enciclopedia on-line  ma soprattutto per punirmi ho lasciato loro una donazione (piccola).

Aggiorno quanti non hanno più in casa ragazzi frequentanti la scuola dell’obbligo: ora la storia si studia in una successione che va dalla terza elementare alla terza media. In sintesi, i bambini finiscono le elementari e ignorano non dico chi sia stato Napoleone, ma anche Carlo Magno e persino Garibaldi. Il Medioevo, ad esempio, si studia solo in prima media: questa assurdità si deve alla riforma dell’allora ministra Moratti, poi dimenticabile sindaco di Milano.

Se fosse in mio potere, prendetela pure come poca stima per il ceto politico emerso dopo la caduta del mai troppo poco rimpianto muro, cancellerei con un deciso colpo di spugna tutte le leggi partorite dal 1994 in poi, negli anni della cosiddetta seconda repubblica , a prescindere dal colore e orientamento dell’estensore; anzi cancellerei  in toto la seconda repubblica e riporterei  la situazione allo status quo ante, in attesa di ripartire dalla terza repubblica. Purtroppo non cambierebbe molto, perché percepisco una coscienza collettiva abbastanza corrotta e temo che in poco tempo saremmo punto e a capo; certo che quando si levano statisti del calibro di un Renzi, Verdini o Alfano, e prima di loro D’Alema, Berlusconi e Calderoli, e progettano  (minacciano) cambiamenti alla Costituzione scritta da De Gasperi, Nenni e Togliatti, sento prudermi dappertutto e specialmente dalle parti dei palmi delle mani.

Ammetto senza farne motivo di vanto di non essere un pozzo di scienza: non so niente di filosofia, di greco, di matematica, e di mille altre discipline classiche o scientifiche; essendo curioso di tutto non mi intendo veramente di nulla; faccio mille cose senza pretesa alcuna di padroneggiarne veramente una. Prendete la scrittura: ogni volta sono assalito da dubbi grammaticali, e mi chiedo se in quel dato periodo non sarebbe stato meglio usare un congiuntivo al posto del  condizionale. Risolvo da orecchiante: 9 su 10 va bene, ma non è sempre detto.

Sono un pigro esagitato, la mia anima se ne starebbe in panciolle sul divano con un bel libro giallo ed un bicchiere di vino:  convive però con un cervello che cento ne pensa e di conseguenza mi impedisce di concentrarmi su una sola stupidaggine alla volta. Fortunatamente questa modalità multitasking sembra attivarsi solo per le quisquilie; dev’essere una forma di sfogo che mi permette poi di dimostrare rigore, affidabilità e soprattutto modestia nelle cose serie; o semplicemente sprecando tante energie in cose futili mi trovo poi giocoforza a doverle centellinare per quelle utili. Anche la memoria è fatta a modo suo: mi capita ad esempio di ricordare benissimo delle notizie di gossip anche non recentissime, e di confondere invece eventi e personaggi storici famosi.

Sono un timido esibizionista: me ne starei volentieri in un cantuccio a farmi i fatti miei, e mi ritrovo alla ribalta negli ambienti più improbabili, tirato per la giacchetta solamente per il fatto di non aver più vergogna di parlare in un microfono. A tal proposito, non so se avete notato anche voi come spesso non siano i più meritevoli a primeggiare, ma quelli che hanno la faccia tosta di alzare il ditino e parlare in pubblico. Lo dico sempre ai ragazzi del teatro: vedrete che due belle uova in faccia oggi vi saranno utili domani. Se non altro una frittatina può sempre venir fuori.

(72. continua)

Nicole-Minetti

Privacy e cerbottana

Andare a scuola, un secolo fa, era un po’ diverso da oggi. Il passaggio dalle elementari alle medie era molto sentito perché innanzitutto si dismetteva il grembiule nero che ci aveva accompagnato per cinque anni; nonostante il sollievo provato, sono un sostenitore accanito del grembiule per i bambini delle elementari. Non c’è sfoggio di magliette firmate o vergogna per dei capi troppo lisi: un grembiulino nero per tutti, e via andare. Noto con rammarico che, nelle scuole dove ancora se ne fa uso, è stato abolito il fiocco.

Poi perché si passava dalle classi monosesso alle classi miste, cosa che per ragazzini in pieno travaglio ormonale era un bello shock. Sapete, allora andavano di moda le minigonne, e c’era già abbastanza carne scoperta: a nessuno sarebbe venuto in mente di andare a scuola con dei pantaloni bucati, se non per disattenzione. Anche i jeans, adesso che ci penso, non erano così diffusi: a quella aggressiva dell’indumento americano si preferiva un’eleganza low profile, da signori di campagna.

Gli zainetti non li avevamo; ci bastava una cartella, un po’ più grande di quella delle elementari ma sufficiente anche per la sostanziosa merenda, e alle superiori nemmeno quella: i libri, quei pochi che servivano, si portavano sottobraccio stretti da una cinghia.

Non eravamo connessi. Non esistevano i computer, se non in enormi stanzoni ubicati perlopiù in banche o grandissime industrie che dalla nostre parti scarseggiavano;  il telefono c’era ma uno squillo fuori orario era sempre accolto con trepidazione. “Niente nuove, buone nuove” era la massima che regolava le comunicazioni quando ci si allontanava dalla base.

Già non era frequente possedere una macchinetta fotografica, a quell’età, figurarsi usarla per autoscattarsi negli spogliatoi della palestra; a parte il valore estetico del soggetto, ci sarebbero voluti i soldi per far sviluppare i rullini, e se anche li avessimo avuti sarebbero finiti dall’unico fotografo del paese, Peppe de Sittì: non avremmo di certo potuto appellarci al segreto professionale per non fargli riferire ai nostri genitori della bravata.

Se aveste scritto un bigliettino e lo aveste sparato con la cerbottana ad un vostro amico magnificando che so, le poppe  della compagna di banco, o dileggiando le manie o tic di qualche professore, in caso di intercettazione non avreste trovato ne solidarietà ne comprensione.

Qualcuno ricorderà che nel 1984 uscì nelle sale il film omonimo, tratto dal libro profetico di Orwell; devo dire che assistendo alla sua visione in un cinema milanese, accanto all’allora futura moglie a mia insaputa, feci una delle più lunghe dormite della mia storia cinematografica. Seconda solo alla performance realizzata con Dune, sempre nello stesso anno, il 1984: lì ci ritrovammo a ronfare testa a testa, sognando vermoni e sperando che mangiassero regista, cast e troupe intera. C’era anche Sting, e come sbagliarsi: un praticante di sesso tantrico come lui non poteva mancare in un pippone di tal genere.

Oggi leggo di una classe, nel torinese, dove ventidue alunni delle medie sono stati sospesi  perché sorpresi a fotografare con il telefonino i professori in aula e se stessi in palestra, per poi scambiarsi commenti più o meno offensivi  su Whatsapp, applicazione usata nella fattispecie come versione moderna della nostra cerbottana.

Alcuni genitori hanno preso le distanze da questa iniziativa. Non dei propri figli, no no: dei professori e della dirigente scolastica che hanno appioppato il provvedimento disciplinare. Per via della privacy, dicono: cioè quei professori non avevano nessun diritto di andare a sbirciare nei telefonini dei loro pargoletti.

A meno che quei genitori non siano tutti degli avvocati, e allora lodevolmente stiano cercando di educare i figli a cercare di individuare il cavillo nell’uovo ed al negare ogni evidenza, questa richiesta di rispetto del diritto alla riservatezza mi sembra eccessiva.

Voglio dire, fa un po’ ridere appellarsi alla privacy quando i loro figli, e magari loro stessi, mettono a nudo  sul Librofaccia ogni aspetto della loro personalità, e spesso non solo quella, comprese le foto fatte in palestra. Ci siamo consegnati volontariamente al Grande Fratello, inteso non esclusivamente come sagra televisiva dei guardoni, e stiamo lì a sindacare sulla privacy di quattro ragazzini brufolosi.

Secondo me, poi ognuno è libero di fare come crede, sarebbe meglio mandarli a scuola senza smartphone, i propri figli; ma se proprio ce li volete mandare, almeno non difendeteli se la cerbottana fa cilecca.

(71. continua)

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Ciao mare

Nel 1973 Raoul Casadei scriveva uno dei più grandi successi di tutti i tempi: Ciao Mare. Per dire, nello stesso anno i Genesis pubblicavano “Selling England by the Pound”, un pippone che mi ha perseguitato per tutte le superiori, dove una professoressa di inglese si era messa in testa di insegnarci grammatica e pronuncia facendoci ascoltare dischi dei Genesis: risultato, il poco inglese che so è quello imparato alle medie, ed evito accuratamente il progressive rock.

Quando abbiamo costituito la nostra orchestrina, quindi, eravamo nel pieno del boom del ballo liscio: spuntavano sale da ballo come funghi e di conseguenza la richiesta di suonatori era  alta. Elio, il nostro maestro di banda, non approvava il nostro repertorio, i balli degli anni cinquanta erano un po’ più sofisticati dei valzer, mazurke, polke e tanghi che ci venivano richiesti; noi cercavamo di tenere alto il livello con dei classici sudamericani e degli swing, scelta che ci caratterizzava tra i tanti improvvisatori che imperversavano.

Riguardo le superiori, una delle cose che più mi infastidiva oltre ai lamenti di Peter Gabriel, erano le lezioni di aggiustaggio. Pochi sapranno che nel biennio iniziale degli istituti tecnici, uguale per tutte le specializzazioni, erano previste delle ore da fare in officina. Cosa lodevole questa, anzi a dirla tutta se ci avessero dato anche una zappa e un terreno da dissodare non ci avrebbe certo nuociuto, come non nuocerebbe agli studenti odierni. Il prodotto di queste ore in tuta da meccanico era però misero: si doveva limare un parallelepipedo, tirandolo perfettamente liscio ed in squadra; per controllare che non ci fossero avvallamenti si spargeva del minio su una tavoletta e ci si passava sopra il pezzo; se girandolo fosse stato tutto colorato, bene: altrimenti, ancora lima. Ogni tanto qualcuno provava ad accendere i torni, mettendo a repentaglio la vita dei compagni.

Io ero abbastanza perplesso, pensavo che se avessi voluto limare ne avrei avuto abbastanza nella bottega di mio padre; pensa oggi pensa domani si avvicinò il momento della consegna con il pezzo molto al di sopra delle dimensioni standard. Per recuperare mi portai il benedetto pezzo a casa e lo lavorai.

Ai colloqui con i professori, solitamente regno delle mamme,  quella volta venne mio padre. Il banco del  professore di aggiustaggio era comprensibilmente vuoto ma visto che sull’argomento babbo era ferrato, e per rompere il ghiaccio, ci dirigemmo verso di lui. Il prof, che non ricordava nemmeno che esistessi, disse a occhi chiusi che avrei potuto fare di più; al che mio padre reprimendo l’istinto di dargli ragione e mettermi finalmente in mano quella zappa, elogiò invece la mia presenza a bottega dove davo il mio contributo fattivo, e dove tra l’altro avevo anche portato il prisma metallico. Vidi per un attimo il prof vacillare, non convinto di aver capito bene: uno che faceva i compiti a casa di lima? O era da ricoverare, o da premiare. Discusse per un po’ di ferro e derivati con mio padre, si salutarono calorosamente ed io ebbi 2 punti in più sul registro. Non c’è niente da fare, per certi argomenti ci vogliono gli uomini.

Col professore di italiano fu ancora più facile. Il figlio suonava in un’orchestrina di San Severino; quando babbo gli disse che suonavo anch’io si ricordò di averci sentito e di essergli piaciuti molto, specialmente in quei sudamericani che i Cavalieri del liscio di suo figlio disdegnavano. In questo caso non avrei avuto bisogno di aiutini, ma certo se l’ascolto di Besame mucho gli ispirava larghezza di maniche, chi ero io per contraddirlo?

Ma tornando a Ciao mare, di questi tempi in cui le tedesche non sembra siano rappresentate al meglio ne per simpatia ne per avvenenza,  ricordo invece quell’atmosfera allegra e sbarazzina che c’era a Rimini, quando gli artiglieri in libera uscita sciamavano verso il bagnasciuga animati dalla ferma volontà di sdraiare qualche alemanna. Dovete sapere che gli artiglieri, nel caso specifico della contraerea, non erano dei corazzieri. Altrimenti non sarebbero entrati nei posti di manovra dei cannoni e delle mitragliatrici; perciò l’altezza media era di 1,60-1,65. Ora immaginate questa muta di soldatini assediare gruppetti di biondone,  le quali cercano una via di fuga svettando sopra il branco, inseguite da un coro delle uniche parole italiane che conoscano: ti amo, sei bellissima, vieni con me. Alla fine, lusingata e sfinita, anche la più dura di cuore cedeva. Tra gli inseguitori ce n’era uno, simpaticissimo, siculo: mi faceva ridere guardarlo alzare il braccio, e di molto,  per mettere la mano sulla spalla della sua compagna. Quando, rientrati per il contrappello, per prenderlo un po’ in giro glielo facevo notare, mi rispondeva seriamente: “Che m’importa tenè, e mica devo sposarmela”.  E invece seppi, un paio d’anni dopo, che non la raccontava giusta, quel pezzo di artigliere: si era trasferito a Colonia e si era proprio sposato, se con quella o con un’altra non saprei dire; ed ha anche aperto una pizzeria che si chiama, pensa te, Ciao mare.

(53. continua)

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