Ferragosto con Olena (I)

Gilda Quacquarini, vedova Rana, si pulisce lentamente il viso dal fango del quale è imbrattata, lo butta a terra scuotendo le mani, e sbuffa dall’angolo della bocca guardando con odio la sua avversaria.
E’ in ginocchio nella grande vasca allestita nello stadio di Boryeong, a 200 km da Seul, Sud Corea, dove si stanno svolgendo i campionati del mondo di lotta nel fango femminile.
La sua avversaria, una tonica Barbara D’Urso, l’ha appena atterrata, e sogghigna guardandola dall’alto in basso, con le gambe larghe e le mani appoggiate ai fianchi, ricoperta anch’essa interamente di fango.
«Ti è bastato o ne vuoi ancora?» chiede perfidamente la simpatica conduttrice, e continua:
«Arrenditi vecchia smandruppona, Svengard è mio!»
Più che l’epiteto inelegante è l’udire pronunciare il nome dell’amato dalla bocca della rivale che le fa ribollire il sangue. Si rialza lentamente, in tutto lo splendore del suo metro e sessanta e si sistema il bikini, la cui parte superiore stenta a contenere le forme grazie alle quali è conosciuta come Calva Tettuta.
Strizza i begli occhi verdi, fissa la presentatrice e risponde alla provocazione ricorrendo al vernacolo che riaffiora nei momenti di tensione:
«A scì? E mo’ te lo faccio vedé io, brutta sgallettata, de chi è Svengard!»
Così dicendo avanza verso la D’Urso, la quale con una smorfia di disappunto piega le gambe e flette leggermente il busto in avanti, rimettendosi in posizione di combattimento. Gilda avanza, esegue una finta a destra ed una a sinistra; la D’Urso si sbilancia, ed in un attimo la furia tascabile le è dietro e la afferra per i capelli, tirandola verso il basso; la show-girl cerca a sua volta di attaccarsi ai capelli di Gilda, ma non trova la materia prima: si ritrova in mano solo la bandana con la quale la vedova Rana ricopre la calvizie causata dal pentolone di ripieno di agnolotti bollente rovesciatole in testa proprio dal suo Svengard anni prima.
«E adesso chi è che se arrende, eh?» e comincia a sbatacchiare la testa della D’Urso sul fondo della vasca, provocando un rumore sordo, attutito dalla melma:
“Tum… tum… tum…”

¡Wepa!
Un, dos, tres,
un pasito pa’lante Maria
un, dos, tres,
un pasito pa’tras

Sono le 6:20 del mattino in casa Rana. Gilda sta dormendo nel suo letto King Size a forma di cuore, nuda come mamma l’ha fatta, con gli occhi coperti da una mascherina da notte per non essere colpita dai raggi del sole che penetrano nella stanza dall’enorme portafinestra che da sul balcone.
Risvegliata all’improvviso dalla suoneria del suo Huawei nuovo fiammante, “Un dos tres Maria” di Ricky Martin, allunga un braccio per svegliare il suo amante, Svengard il vichingo.
La ricerca però non sortisce effetto, di Svengard non c’è traccia.
«Sven?» chiama Gilda, con la voce ancora impastata dal sonno. Alla fine, dato che il norreno non risponde, si decide a togliersi la mascherina.
Sorpresa di non trovare il suo amore al suo posto, si chiede per un attimo se non sia andato in cantina a controllare un rumore, o a vedere se la luce in cucina è accesa; ricordatosi poi che era il suo defunto marito Evaristo ad avere problemi di prostata e non certo il gagliardo vichingo, allunga finalmente il braccino verso il comodino dove è poggiato il cellulare.
«Chi sarà mai a quest’ora?» si chiede Gilda ancora accaldata dopo la lotta nel fango notturna.

Dal giardino si sentono dei colpi ritmati: “Tum… tum… tum…” . Gilda si affaccia sul balcone, dopo essersi ricoperta con una vestaglia leopardata, e si appoggia alla balaustra, ammirando il suo Svengard che, a torso nudo, sta spaccando la legna per l’inverno dopo aver abbattuto un pioppo cresciuto abusivamente nel bosco domestico.
Dalla cucina vede uscire Miguel, il messicano che è stato assunto come badante di nonna Pina e uomo tuttofare, che con in testa un vassoio di frutta ed ancheggiando come Carmen Miranda sta recandosi a dare da mangiare all’Ara Macao che si è installato nel giardino dopo essere scappato dalla villa di un senatore padano.
Il pappagallo, riconosciutolo, lo saluta cordialmente:
«Cra…! Cra…! E’ finita la pacchia! E’ finita la pacchia!»
Miguel si guarda intorno circospetto, pronto a passare alle vie di fatto nei confronti dell’insolente uccello tropicale, che continua con i saluti:
«Terùn! Terùn! Cra…! Negher!»
Miguel smettendo di ballare posa il vassoio a terra e si accinge a spiumare il pappagallo, quando Gilda, avvedendosi delle sue intenzioni, lo richiama all’ordine:
«Miguel!»
«Si, señora?»
«Miguel, quante volte devo dirti di non infastidire Flettàx?»
«Ma yo…» prova a giustificarsi il messicano, prontamente stoppato dalla padrona di casa
«Ma yo, ma yo. E’ un animale delicato, poverino. Ha sofferto molto.»
«Ma señora, l’uccello me offende! »
«Miguel smettila di dire stupidaggini. E’ ridicolo! Un ragazzone come te, offenderti per un uccello» e rientra in camera, dove il telefonino ha ripreso a squillare.

Gilda guarda il numero sconosciuto; rimpiange di avere concesso le ferie a James, il fido maggiordomo, ed infine si decide a rispondere:
«Pronto?»
«Sia lodato Gesù Cristo!» risponde la voce squillante in linea.
«Sempre sia lodato» risponde una sorpresa Gilda. «Ma chi è che parla?»
«Sono suor Matilda Inclinata del convento di Ladispoli. C’è la madre badessa?»
«La badessa? Che badessa? Ma no, guardi suora, deve aver sbagliato numero, questo non è un convento»
«Ma certo che non è un convento, lo so bene. Tutt’altro, a quello che mi risulta.»
«Tutt’altro? Cosa vuole insinuare suora?» chiede Gilda, iniziando ad innervosirsi.
«Voglio dire che in quel posto si fornica e si vive nel peccato. Sbaglio per caso?»
«Si forniché? Ma come si permette, nel peccato ci vivrà lei!»
«Su su non è il caso di prendersela. Tanto al giorno d’oggi fornicano tutti»
«Senta suora, non l’ho ancora mandata al diavolo per il rispetto che ho per l’abito che indossa, ma se continua così mi costringe proprio a…»
«Che abito?» la interrompe la suora. Gilda, confusa, risponde:
«Come che abito? La tonaca, no? Il saio, o come si chiama. E che diamine, mica mi posso mettere a insultare una consacrata»
«Perché?» chiede sinceramente incuriosita la suora.
«Ma come perché! Perché sono stata educata così, che i preti e le monache vanno rispettati! Però se continua posso cominciare adesso a fare un’eccezione »
«Ah, ah, ah…» una risata squillante, dall’altra parte del telefono, interrompe la dichiarazione di guerra di Gilda, che rimane sbalordita a guardare il cellulare.
«Ah, ah, Gilda sei incredibile. Non sei cambiata per niente!»
Gilda continua a guardare il cellulare con la bocca aperta. Finché non si decide a chiedere:
«Ma scusi, noi ci conosciamo?»
«Ah, ah, ma che certo che ci conosciamo, tontolana! Sono Marisa, ti ricordi adesso?»

swimsuitmuddy

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Non escludo il ritorno

Cari amici del blog, è giunta l’ora di tirare le somme di questo anno passato con voi. Ne sentivate il bisogno? Non credo, ma concedetemene il vezzo. Quando ho iniziato a scrivere questi raccontini avevo ben chiaro in mente che non avrei potuto ne dovuto andare avanti all’infinito. Volevo condividere dei ricordi, degli sprazzi di vita che chiamavo del secolo scorso, inteso come tempo ormai lontano, dimenticato ed oggi forse incomprensibile. L’ho fatto, penso, con generosità: ho presentato me, il mio anzi i miei paesi, la mia famiglia, le mie passioni, tanti amici e tante storie; a volte ho preso spunto da vicende dell’attualità grottesche o farsesche, talvolta  drammatiche. Scrivendole mi sono trovato a sorriderne, qualche volta a commuovermi; l’esercizio quasi quotidiano credo mi abbia fatto bene, non so a voi ma a me pare che la mia scrittura sia migliorata, la trovo un po’ più fluida; ho individuato anche un certo stile personale, che arriva divagando al punto facendo un po’ innervosire i frettolosi: in questo le letture giovanili di Woodehouse e Jerome K. Jerome hanno avuto il loro peso.

Il blog era un mondo abbastanza sconosciuto per me; vi ho scoperto delle belle persone con le quali condividerei volentieri un bel bicchiere di vino rosso contandocela su davanti ad un camino acceso; sarei probabilmente di poca compagnia perché dopo qualche minuto mi addormenterei beato, vi pregherei pertanto di non svegliarmi. Sono sorpreso da quanti poeti ci siano ancora a questo mondo, ed anche della necessità che tanti hanno di mettere a nudo i propri stati d’animo; ho conosciuto persone di grande spessore che,  a rischio di gettare perle ai porci, mettono a disposizione la loro cultura gratuitamente, solo per il piacere di scambiarsi opinioni. Tante storie tristi e tante storie divertenti; con qualcuno il colloquio è quasi giornaliero, e ci si allarma quando per qualche tempo da quelle parti non arrivano notizie…

Voglio rassicurarvi in anticipo, amici: non preoccupatevi per me! Il mio era un contratto a progetto, stipulato tra me e me: ed i progetti, si sa, prima o poi si concludono. A volte finiscono nei contratti a tempo indeterminato ma precario del Jobs Act, ma finiscono. Non male, a mio parere; del resto l’avevo detto di non essere Marina Ripa di Meana!

Potrei andare avanti ancora, perché di storie da raccontare ce ne sono tante e tante ce ne saranno; ma mi sono accorto che quest’impegno mi sta richiedendo un po’ troppo tempo, e semplicemente non ce la faccio più a mantenerlo… ho bisogno di leggere di più, di studiare di più, di informarmi di più, di ascoltare più musica. Tra l’altro anche ripassare l’italiano non mi farebbe male. Continuerò a seguirvi però! Non con l’assiduità attuale, perdonatemi… da programmatore, stabilirò un giorno della settimana e cercherò di mettermi in pari.

Con i social invece sono indeciso… ne riconosco una validità, e forse una imprescindibilità nel mondo odierno, ma sinceramente mi sembra che l’utilizzo stia diventando compulsivo anche per me, e dunque vorrei liberarmene. Non credo tra l’altro che lo strumento mi sia congeniale… voglio dire, lì sopra va bene la battuta, il cazzeggio, la foto, la condivisione di contenuti creati da altri al 90%… ma la discussione non va d’accordo con i tempi social. O sono i miei tempi a non essere social, o sono io che sono a-social, non so.

Niente panico, comunque! I miei lettori più affezionati si dispereranno, ma col tempo se ne faranno una ragione; per gli altri, pur non arrivando ad infischiarmene francamente, sento un po’ meno responsabilità.

Arrivederci dunque, amici. Come ho detto, sto qua, non scappo: pronto con voi a ridere, commuovermi, arrabbiarmi e di conseguenza maledire Gorbaciov.

Poi, siccome come avrete capito non sono proprio un campione di coerenza, non si sa mai; come faceva intendere uno dei nostri più grandi poeti contemporanei, prima di finire caricatura di se stesso nell’immonda trasmissione televisiva Music Farm: non escludo il ritorno.

(69. fine)

califano