Tre stelle per Olena – 10

Scoppia scoppia mi scò
Scoppia scoppia mi scoppia il cuor
Scoppia scoppia mi scò
Scoppia scoppia mi scoppia il cuor
Liebe liebe liebelei
E’ un disastro se te ne vai
Scoppia scoppia mi scò
Scoppia scoppia mi scoppia il cuor

«James, sbaglio o quella che Miguel porta al braccio è una fascia nera? Che animo delicato, non sapevo che fosse così affezionato a Turchese» commenta Gilda sorbendo il suo caffè, osservando il giardiniere rastrellare le foglie cadute saltellando sulle note di “A far l’amore comincia tu”.
«In verità, signora, il lutto è per la scomparsa di Raffaella Carrà¹, il nostro Miguel ne era un grande ammiratore. Pensi che la passione gli fu inculcata da suo padre don Ignacio che nel 1981 assistette alla puntata di Millemilioni² che la Carrà girò a Città del Messico e ne rimase così colpito che si ripromise, se avesse avuto una figlia femmina, di farle intraprendere la carriera artistica. Sfortunatamente nacque un maschietto» conclude James, indicando Miguel.
«Be’, al nostro Miguel non mancano certo i numeri e comunque noi gli vogliamo bene così com’è, non è vero James? A volergli fare un appunto, quella parrucca bionda non si intona perfettamente col suo colorito olivastro. Ma, a proposito di bionde, sei riuscito a parlare con Natascia?»
«Sì, signora. L’ho messa immediatamente al corrente della situazione, ha detto un paio di volte “Da”, ha cambiato il giubbetto di pelle, inforcato la moto ed è partita»
«Sai se ha preso la pistola, James?»
«Dal rigonfiamento vicino all’ascella direi di sì, signora»
«Bene, mi sento più tranquilla. Che ne diresti se facessimo un giro per le cucine? Con tutti questi cuochi, riusciremo a rimediare due spaghetti aglio e olio?»

Seduto alla scrivania del suo ufficio, al primo piano della caserma “Salvo d’Acquisto”, il maresciallo Montesi riguarda le riprese della sera prima, perplesso. Un energico battito di tacchi lo distoglie dalle sue riflessioni.
«Maresciallo, la scientifica ha mandato i risultati degli esami. La boccetta trovata nell’armadietto della svedese contiene un estratto di Gelsemium, lo stesso usato per avvelenare il raviolo» annuncia l’appuntato Corinaldi, provocando un sospiro del suo superiore.
«Corinaldi, qui l’affare si ingrossa. Come ha fatto la cinese a avvelenare il raviolo, solo uno, e poi mettere la boccetta nell’armadio dell’altra concorrente? O non sarà mica stata la svedese a avvelenare Turchese buttando poi la colpa sulla cinese? Ma sarebbe stata così stupida da lasciare il veleno nel suo armadietto? E perché, poi? Convochiamola, e cerchiamo di capire se tra le due c’è qualche rapporto…»
Mentre Montesi riflette a voce alta, dal piano terra giunge la voce concitata del piantone:
«Signora, le ho detto che non può entrare, il maresciallo è occupato, non mi costringa a usare la forza!»
«Se tu chiama me signuora ancora una volta io non crede tu sarà in grado di usare muolta forza, con tue braccia spiezzate. Ora tu vai da tuo capo e dici lui che è arrivata sua nipotina, sì?»
«Ma che diavolo sta succedendo di sotto?» chiede Montesi all’appuntato, che si stringe nelle spalle. Il maresciallo si alza ma non riesce ad uscire dalla stanza perché si trova di fronte il suo piantone che, spinto da una donna atletica che gli torce un braccio dietro la schiena, occupa il vano della porta. Montesi resta per un attimo sorpreso poi scuote la testa e un sorriso gli illumina il volto.
«Capitano Smirnoff, che piacere rivederla. Vedo che ha fatto amicizia con il mio uomo» constata Montesi, lanciando un’occhiata velenosa al piantone. «Piccioni, con te facciamo i conti dopo. Puoi andare, adesso»
L’appuntato prova ad intervenire:
«Maresciallo, tutto a posto? Vuole che faccia uscire la signora?»
Montesi, notando un lieve irrigidimento nella mascella della visitatrice, alza una mano per fermare l’iniziativa dell’incauto sottoposto.
«Grazie Corinaldi, non c’è bisogno. E poi mi servono appuntati tutti interi. Lasciaci soli»
L’appuntato, riluttante, esce. Montesi ritorna alla sua scrivania ed invita con un gesto la russa ad accomodarsi, e deglutisce vedendola accavallare le lunghe gambe e lanciargli uno sguardo beffardo.
«Ti trovo bene, Olena. Cosa posso fare per te?»
«Tu invece deve controllare carboidrati, Nicuola, tu fa puoco movimento. A proposito, come sta Ines?»

¹ La Raffa nazionale, grandissima e indimenticabile artista, si è spenta il 5 luglio 2021. Ha dispensato gioia e allegria fino alla fine, con una bravura, una simpatia, una classe, un senso del gusto e della misura inimitabili. Mia zia Emanuelita l’ha chiamata più volte per cercare di indovinare quanti diavolo di fagioli contenesse quel vaso: mitiche, l’una e l’altra.
² Programma in cinque puntate girate a Buenos Aires, Città del Messico, Mosca, Londra e Roma, coprodotto dalla Rai e da canali degli Stati coinvolti. Raffaella cantava e ballava per le strade, in mezzo alla gente, e faceva conoscere aspetti insoliti delle città visitate.

Tre stelle per Olena – 9

«Vi ho detto che non c’entro niente, perché mai avrei dovuto avvelenare Turchese? Non lo conoscevo nemmeno!»
La giovane cinese, tramite l’interprete fornita dalla produzione dello show, risponde indignata alle domande del maresciallo Montesi, che maledice il momento in cui il suo superiore, il quarantenne capitano Fiacchini, donnaiolo incallito, si è rotto il tendine crociato del ginocchio destro giocando a calcetto in una partita scapoli-ammogliati, incidente che qualche malalingua non attribuisce ad uno scontro fortuito ma ad un regolamento di conti per una vecchia questione di corna.
Montesi, un sessantenne brizzolato, non molto alto, leggermente sovrappeso, amante del ballo liscio che pratica regolarmente con la sua signora Ines, una allampanata romagnola, abbronzato dalle ore passate all’aria aperta per servizio e dalla cura del suo orto di cui è orgogliosissimo e che gli regala soddisfazioni come la vittoria del prestigioso “Oscar della zucca 2018” attribuito dalla Pro Loco di Ciapanò, risponde paziente.
«Signorina, è la prassi, stiamo interrogando tutti quelli che erano nelle vicinanze del… ehm, dell’evento. Le ho solo chiesto cosa intendeva con quel “V come Vendetta”, non c’è motivo di innervosirsi. Capirà che è una strana causalità che qualcuno evochi una vendetta e subito dopo qualcun altro muoia, sbaglio?»
«Era solo un modo per attirare l’attenzione, per farmi pubblicità! Io non devo vendicarmi di nessuno» risponde Li Wok, spazientita.
«Se è come lei dice, signorina, come spiega che Turchese è morto dopo aver mangiato un suo raviolo? Se non è stata lei chi può averlo avvelenato, qualcuno che voleva far ricadere la colpa su di lei?» chiede il maresciallo accaldato mentre guarda sconsolato la pala ventilatore che pende inerte dal soffitto, che l’elettricista aveva promesso da due mesi di passare a sistemare.
«Ma come faccio a saperlo? Avete tutte le riprese video, si vedrà se qualcuno ha messo qualcosa nel mio piatto, no? Io l’ho messo sul tavolo della giuria, chiunque avrebbe potuto metterci le mani»
«E’ proprio questo il punto, signorina, le immagini non ci hanno dato nessun aiuto, non sembra che qualcuno si sia avvicinato. Ha notato qualcosa di strano in cucina? Qualcuno del suo staff, qualcuno con il quale ha avuto degli attriti, che avrebbe avuto motivo di danneggiarla? »
«Lo escludo assolutamente! I miei ragazzi si butterebbero nel fuoco per me, non farebbero mai una cosa del genere, le dico che si sta sbagliando!»
Un battito di nocche alla porta interrompe la discussione.
«Avanti!» consente Montesi, per niente sorpreso dall’entrata dell’appuntato Corinaldi, suo aiutante, un biondino quasi trentenne.
«Maresciallo, la scientifica ci ha mandato questo» comunica l’appuntato, porgendo a Montesi una carpetta «mentre stamattina è arrivata in caserma questa» continua porgendo una busta.
«E il mittente?» chiede il maresciallo, interrogativo.
«E’ anonima maresciallo, ma sembra interessante, gli dia un’occhiata»
«Va bene Corinaldi, puoi andare, grazie» lo congeda Montesi. Apre prima il referto e poi la busta; rimane per qualche secondo pensieroso e poi si rivolge ancora alla cinese:
«Lei conosce un’erba chiamata Gelsemium Elegans, signorina Wok?»
«Gelsemium? Certo che la conosco, è un’erba nota nella medicina tradizionale, ha molte proprietà ma è molto pericolosa, se non la si sa trattare… perché?» chiede la cuoca, improvvisamente sul chi vive.
«Appunto, molto pericolosa. Il laboratorio ha trovato tracce dell’erba nello stomaco di Turchese. Come lei saprà, è un’erba coltivata in diverse regioni della Cina» butta là il maresciallo con finta indifferenza.
«Ma che vuol dire?» si agita Li Wok «Innanzitutto non è coltivata solo in Cina, e poi oggi con Internet si può comprare qualunque cosa da qualunque parte del mondo, secondo voi per uccidere un uomo che nemmeno conoscevo avrei portato un’erba dalla Cina e l’avrei messa proprio nei miei ravioli? Ma è ridicolo!»
«Signorina, glielo chiedo di nuovo, lei conferma di non aver mai conosciuto Alessandro Turchese e di non aver avuto nessun dissidio con lui?»
«Certo che lo confermo, lo confermo, quante volte ve lo devo dire?» alza la voce la cinese concitata, alzandosi anche in piedi. Montesi resta qualche secondo a guardarla, indeciso se richiamarla a sedersi, poi con una smorfia di delusione estrae il contenuto della busta e lo mette sul tavolo, prima di chiedere con voce calma:
«E questa allora come la spiega?»

La cinese guarda sgomenta la foto di lei e di Alessandro Turchese abbracciati in riva al mare limpido di quello che sembra un atollo, con sullo sfondo dei bungalow su palafitte, ma prima che possa fornire una qualche giustificazione Montesi la blocca.
«Corinaldi!» chiama di nuovo il sottoposto.
«Comandi, maresciallo» accorre prontamente l’appuntato, sbattendo i tacchi.
«Signorina, lei è in stato di fermo per l’omicidio di Alessandro Turchese. Corinaldi, portala via» ordina Montesi, dispiaciuto per la ragazza ma soprattutto per la certezza di dover saltare la serata danzante.

Tre stelle per Olena – 8

«Mi sembra che quello sia stato il momento in cui tutto ha iniziato a precipitare, sei d’accordo James? V come Vendetta… l’anno prossimo dovremo ricordarci di far allegare al curriculum professionale una perizia psichiatrica, non si sa mai, quella gente usa i coltelli tutto il giorno! Confesso che lì per lì ho pensato ad una trovata di Turchese per aumentare l’audience, come quando a Sanremo la buonanima di Pippo Baudo ingaggiava i disoccupati per minacciare di buttarsi giù dai tralicci del teatro Ariston, ma qui siamo andati ben oltre. Ma cos’è questo rumore, James? Sembrano delle pale che girano, e ne avrebbero ben donde date le circostanze»
Il maggiordomo soprassiede sulla dipartita attribuita prematuramente dalla sua padrona al Pippo nazionale e si affaccia al terrazzo per individuare la fonte del suono importuno.
«E’ uno dei nostri elicotteri, signora, dovrebbe essere Natascia di ritorno dalla vacanza a Mosca. Sì, è proprio lei» conferma James, annuendo «riconosco i missili aria-aria»
«Sia lodato il cielo! Le nubi si diradano, il cielo è limpido, gli uccelli cinguettano, il sole splende ed il futuro è radioso. Hai il nulla osta per sacrificare un vitello grasso, se non lo ritieni eccessivo. Anche uno leggermente sovrappeso può andar bene. Ora che è arrivata la fanteria pesante possiamo rilassarci, non è vero James? Tirare un sospiro di sollievo. Mi prepareresti uno dei tuoi caffè ricostituenti?»
«Volentieri, signora. Gradirebbe un Kahawa Ya Congo? Il terroir è quello del Kivu, regione turbolenta e ricca di minerali, dove le coltivazioni sono completamente biologiche, senza alcun uso di fertilizzanti»
«Terroir? Non sapevo che parlassi anche il congolese, James, sei un pozzo di scienza» lo elogia la Calva Tettuta, ammirata, avviandosi in terrazzo per distendersi sulla sua chaise longue in teak.

La sera prima la cinese Li Wok, dopo aver gelato il pubblico annunciando il nome del suo piatto, aveva riacquistato subito un sorriso celestiale sebbene leggermente enigmatico. Questo aveva consentito a Turchese, preoccupato, di riprendere in mano le redini dello show.
«Ah, ah, grazie Li, il senso dell’umorismo orientale a volte è difficile da comprendere da questa parte del mondo, ma sono sicuro che scopriremo presto gli ingredienti che non ci hai voluto rivelare. Ora, amisci e amiche, la palla passa alla giuria di qualità che assaggerà i piatti ed assegnerà i voti, mentre tra gli spettatori verrà estratto un campione che esprimerà a sua volta il proprio parere ed a quel punto, sommando le due votazioni, avremo il risultato finale. Nell’attesa, direttamente da Cuba l’orchestra Los Melograños del maestro Dieguito Guardatì eseguirà un medley del grande compositore e mio personale amico Ennio Perticaroni, scomparso recentemente: no, amisci, niente di drammatico, sembra che Ennio sia scappato con un basso lituano e abbia fatto perder le tracce a moglie, suocera e dieci figli a carico, di metà dei quali ha peraltro sempre negato la paternità. Ennio, se sei in ascolto, fatti vivo! L’orchestra accompagnerà le danze del corpo di ballo ungherese del coreografo Elisio Stipovich, con la partecipazione straordinaria della ètoile Fiorella Fiatella. Un bell’applauso!» invita Turchese, euforico per aver potuto sconfinare nel gossip e nel trash.
E, mentre gli operai allontanano velocemente i microfoni dal palco, l’orchestra si prepara e i ballerini si mettono in posizione, da un microfono lasciato inavvertitamente acceso irrompe un fuori onda:
«Ma che cazzo, Alexandre, almeno usa la forchetta!»
«Ma non rompermi i coglioni Auguste, sci siamo capiti vero? Mmhh che buono questo raviolo, tu te lo sogni caro mio! Non riesco a capire cosa sci ha messo… carne, sicuramente, ma c’è un retrogusto dolceamaro… ammazza che caldo però, non si respira… cough, cough, accendete i ventilatori, non… si… aahh!»
Turchese cade a terra, cianotico; Trésomarie balza sul proscenio ed urla con voce stridula:
«Un medico, presto! Non respira, fate presto!»
Il cameraman, perplesso, chiede lumi alla regia:
«Dotto’ che faccio, stacco? Quarcheduno se potrebbe impressiona’»
«Ma che stacchi, sei scemo? Continua a riprenne, continua, zumma… i telefilm americani ce propinano morti ammazzati a tutte le ore der giorno e dela notte e tu te fai scrupoli per uno che se strozza da solo? Ma magari! Daje, gira, gira, che la mannamo in mondovisione!»

Tre stelle per Olena – 7

«Ma prima di introdurre l’ultimo sfidante permettetemi, amiche ed amisci, di presentarvi il presidente della giuria di qualità, il vinscitore della scorsa edizione del nostro concorso: un bell’applauso ad Auguste Trésomarie!»
Gli spettatori tributano il giusto omaggio all’uomo di mezza età con capelli e baffetti impomatati, non molto alto, pingue e azzimato che si alza lentamente dalla sua poltrona per andare alla ribalta vicino a Turchese e raccogliere gli elogi con degnazione.
«Vieni, vieni, Auguste» lo invita il presentatore. «Ricorderete amisci che Auguste Trésomarie è lo chef dello storico locale parigino “Le doigt d’honneur”, chiamato così in ricordo del fondatore Louison Trésomarie che preparando uno stufato di coniglio si tranciò di netto il dito medio e lo servì ai suoi clienti con tanto di unghia» svela Turchese, trattenendo un brivido di raccapriccio.
«Ma non temete amisci» continua il conduttore «le pietanze che vengono servite oggi sono delle prelibatezze, come il piatto vincitore dell’anno scorso: i cappelletti ripieni di escargots alle erbe di Provenza, che mi dicono abbiano avuto molto successo, non è vero Auguste?»
«Verissimo, Alexandre, la nostra creazione modestamente ha riscosso il favore della clientela, del resto composta da veri intenditori e amanti dell’arte culinaria. Non gestiamo mica una bettola, noi, come i locali di certi sedicenti colleghi. A proposito, ti ringrazio di averci invitato a presiedere la giuria di qualità, una soddisfazione personale ma anche un chiaro riconoscimento della superiorità della cucina francese, oserei parlare di superiorità tout-court, vogliamo dimenticare il vino, il formaggio, le donne, la cultura, la storia, la moda, la politica?» declama con enfasi Trésomarie usando come suo costume il plurale maiestatis. «Ci rattrista che quest’anno non ci sia un francese in finale » continua lo chef con un sorrisetto malizioso «ma del resto avete già scelto il migliore, s’est moi, gli altri sarebbero stati solo brutte copie»
Turchese interrompe la tirata del narciso francese trattenendosi signorilmente dal chiedere se tra i simboli di superiorità sia da considerare anche l’abitudine di trasportare delle baguette sotto le ascelle, specialmente in estate:
«Aspetta a ringraziarmi, Auguste, sono sicuro che anche quest’anno il lavoro della giuria sarà molto impegnativo, le tifoserie sono pronte a scatenarsi ed il vostro giudizio sarà sottoposto a dure critiche, dovrete affrontare accese discussioni e contestazioni, si potrebbe addirittura arrivare allo scontro fisico…» prospetta il presentatore con un filo di perfidia, mentre Trésomarie sbianca leggermente e fa un passo indietro.
«Ma ecco a voi il quinto e ultimo concorrente» annuncia Turchese, mentre il francese ritorna al suo posto.
«Dalla Cina, Li Wok!»

Il pubblico trattiene il fiato, impressionato dalla giovane donna che sale sul palco con grazia e leggiadria, vestita con una semplice divisa nera ed una cuffia che le copre parte dei capelli corvini raccolti in una lunga coda che termina con un fiocco rosso, divisa che ne accentua la magrezza atletica; la ragazza regge delicatamente un cestello in bambù e avanza a piccoli passi, quasi levitando, con la testa abbassata in un lieve inchino; le labbra atteggiate ad un sorriso discreto e pudico contrastano con gli occhi che lanciano di nascosto sguardi saettanti verso il presentatore. Anche Turchese sembra colpito dall’apparizione e, quasi perso in qualche suo pensiero, impiega qualche secondo prima di riacquistare la parola.
«Li… Li Wok è la chef di uno dei più famosi ristoranti yum di Hong Kong, The last Emperor, l’ultimo imperatore, e sebbene sia molto giovane è già considerata una maestra del dim sum» dice il presentatore, quasi con deferenza . «Li, sono sicuro che il nostro pubblico è curioso di saperne di più del tuo ristorante e dei piatti che prepari, vuoi parlarcene?» la invita Turchese con gentilezza.
«Volentieri caro Alessandro» risponde Li in perfetto inglese, subito tradotta. «Lo yum cha non è solo un pranzo, ma un’esperienza che deriva dalla nostra tradizione millenaria: non è solo il pasto principale della giornata ma un rito di sublimazione, di autoconsapevolezza: il tè viene servito insieme a piatti con tante piccole porzioni, i dim sum, che possono essere composti con carne, pesce, verdura o anche frutta, fritti, stufati, al forno, al vapore… pensa che sono state raccolte ben diecimila ricette diverse di dim sum. Tra questi non mancano certo i ravioli e sono proprio questi che ho ritenuto più appropriato portare al concorso, sperando possano essere apprezzati» conclude la cinese con modestia, facendo un piccolo inchino.
«Mi hai anticipato, Li, ed hai già annunciato il tuo piatto, ma vuoi anche dirci di cosa è composto il ripieno? Come dicevi c’è una vasta scelta, ma credo che per questa serata avrai scelto degli ingredienti speciali, sbaglio?»
«Non sbagli caro Alessandro ma per ora, se permetti, vorrei lasciarli segreti e svelarli solo al termine» risponde Li Wok, irrigidendosi leggermente.
«Credo che il regolamento non lo vieti» ipotizza Turchese, lanciando uno sguardo alla giuria che dà subito un cenno affermativo «ma vorresti almeno dirci il nome della tua pietanza?»
«Sì, questo posso farlo. Il mio piatto si chiama V.»
«V?» chiede il presentatore, confuso. «V e basta?»
La cinese rialza la testa, fissa Turchese negli occhi e più che rispondere pronuncia una sentenza:
«V come Vendetta, Alessandro. V come Vendetta»

Tre stelle per Olena – 6

Dançando, dançando, dançando
Mi sono preso Fernando, dançando, dançando
Dan dan dan

Terminate le abluzioni Gilda, avvolta da un vaporoso sari indiano e da una nuvola di Moresque Fiore di Portofino, si affaccia alla terrazza della sala e assiste perplessa alle svogliate evoluzioni del giardiniere.
«James, mi sembra che il nostro Miguel non abbia la solita verve, non lo vedo entusiasta e sgargiante, anzi lo trovo stranamente abulico, se è la parola giusta. E’ successo qualcosa, per caso?»
«Niente di grave signora» la rassicura il maggiordomo «solo un po’ di delusione. Pare che durante la serata finale dell’Eurovision Song Contest Cristiano Malgioglio, che fungeva da co-presentatore, abbia espresso l’intenzione in caso di vittoria dei rappresentanti italiani di eseguire uno spogliarello come Sabrina Ferilli allo stadio Olimpico in occasione dello scudetto della Roma nel 2001, ma non abbia mantenuto la promessa»
«Che peccato, sarebbe stata di gran lunga la parte migliore dello show. Certo essere riuscito a veder vincere degli italiani dopo 31 anni dal trionfo della buonanima di Toto Cutugno, suo quasi coetaneo peraltro, deve essere stata una bella soddisfazione per il simpatico cantante. Ma a proposito James, siamo sicuri che siano proprio italiani quei saltamartini? Che fossero fuori di testa non c’è dubbio, ma mi è sfuggito il resto del testo»
«Assolutamente, signora, il gruppo ha scelto il nome danese Måneskin perché rende più l’idea di rock, ma i membri sono autoctoni e regolarmente iscritti all’anagrafe»
«Se non altro indossavano un costume sobrio, non come quello delle azerbaijane. Tra l’altro, ti risulta che l’Azerbaijan sia in Europa? Questa mania di cambiare anche la geografia, oltre che la storia, mi fa venire il mal di testa. La mia amica Loredana¹ ha elogiato il loro look definendole “scappate di casa”, prima di esprimermi vorrei però da te una rassicurazione: non è opera di tuo cugino, vero?»
James, sorpreso dal sentir chiamare in causa il suo stilista preferito nonché cugino di primo grado Jean Astolphe Girifalchi , nasconde l’imbarazzo dietro un leggero colpo di tosse ed un lieve inchino:
«Per la verità, signora, Jean Astolphe è stato ingaggiato per confezionare l’abito di Nikkie Tutorials², una delle presentatrici da Rotterdam: alla fine era esausto, capirà, la signorina ha delle misure notevoli ed ha dovuto abbondare con la stoffa.»
«Una ragazzotta deliziosa, non è vero James? Pensare che da piccola si dice fosse un maschiaccio. O era un maschietto?»
Ma, prima che James possa dissipare i dubbi della Calva Tettuta, l’attenzione di questa viene catturata da degli stridìi provenienti dal giardino.
«Non sembra anche a te di sentire degli strepiti, James? Spero che non si stiano di nuovo accapigliando, quei due!»

«Porco mondo, dalla padella alla brace. Scappo da una prigione per finire in un’altra. Tutto per colpa di quel parrocchetto!»
Flettàx, il pappagallo celtico, saltella amareggiato dentro la voliera nella quale è stato rinchiuso.
«Chi è causa del suo mal pianga sé stesso» sentenzia la saggia renna Riitta «Hai preso in ostaggio un bambino, dirottato una nave e infine, non contento, hai aggredito il dottor Spread: che ti aspettavi, che ti dessero una medaglia?»
«Craa!!» garrisce il fiero pennuto. «Dottore dei miei rognoni! Se quello è un dottore io sono uno scienziato, un astronauta, un premio Nobel! Potrà infinocchiare voi ritardate con le sue arie da damerino, ma a me non la dà a bere. Quello è falso, fasullo come una moneta del Monopoli! Ma appena esco di qua ve lo faccio vedere io dove gli infilo la laurea» dichiara Flettàx, accompagnando la minaccia con un eloquente gesto delle penne della coda.
«Sei il solito scurrile» lo apostrafa Riitta. «Dovresti prendere qualche lezione di buone maniere, non so proprio come faccia Kocca a sopportarti»
«Kocca mi ama così come sono, anzi proprio perché sono così come sono. Ma che potete capirne voi di amore libero e selvaggio, siete state allevate in cattività! A proposito, dove è finita quella benedetta gallina? Le avevo chiesto di passare in cucina a prendere un po’ di spagnolette da sgranocchiare, ma ancora non si vede. Fiona, tu che hai le gambe lunghe e non hai pesi e idee fastidiose in testa» ordina il pennuto alludendo alle corna di Riitta «vai a chiamarla, che ho un certo languorino»
«Ma certo Flettino, volentieri» risponde la servizievole cavalla, provocando una scrollata di disapprovazione della renna ma, prima che si metta in moto, dall’inizio del sentierino che si addentra nel bosco spunta la cresta della chioccia.
Kocca avanza infatti zompettando distrattamente, fermandosi ogni tanto a raspare in terra in cerca di qualche lombrico.
«Ehi!» protesta Flettàx quando la fidanzata arriva a tiro. «E le spagnolette?»
Riitta e Fiona si scambiano uno sguardo interrogativo, notando le penne arruffate della loro amica e lo sguardo sognante.
«Dico a te, femmina!» insiste il collerico pennuto. «Dove sono le mie spagno…?»
Ma la veemente recriminazione di Flettàx viene interrotta dalla scoperta di una presenza inaspettata.
«E quelle che mi stanno a rappresentare?» chiede confuso il pappagallo padano, riconoscendo sulla groppa della sua innamorata le forme ed i colori inequivocabili di due penne di Ara Macao.

¹ Loredana Bertè in collegamento telefonico con Cristiano Malgioglio, che ne ha approfittato per chiederle un paio dei suoi guanti.
² Nikkie Tutorials, o meglio Nikkie de Jager, alta un metro e novanta, recentemente ha fatto outing raccontando di essere passata dal genere maschile a quello femminile.

Tre stelle per Olena – 5

«Svengard, fratello, compagno di scorribande su e giù per i sette mari, come ti saltano in mente certe idee? Di certo il peso dell’elmo cornuto che hai portato in testa per troppo tempo si fa sentire. Ti dico che è una coincidenza!»
Seduto su un tronco posato sulla riva del ruscello che costeggia il bosco che ricopre un’ampia area della tenuta Uppallo I, il cantante norreno autore con il gemello minore Uppallo IV di canzoni popolari come Bejublad Äpplarö e Skarpö Brusen Ingmarsö¹, cerca di rassicurare l’agitato amico.
«Ma quale coincidenza, quella è venuta qua apposta, altroché! Ce l’ha ancora con voi, e lo credo bene dopo lo scherzo che le avete tirato!» insiste l’amico, con i lunghi capelli biondi scarmigliati dal vento.
«Se non avessimo esplorato insieme tutti i fiordi della Norvegia penserei che tu abbia dimenticato il vecchio detto vichingo “acqua passata non macina più”. Sono passati più di due anni…» minimizza il cantautore.
«Acqua passata un corno di bue muschiato! Il veleno l’hanno trovato proprio nel suo armadietto e non credo che ci volesse condire le aringhe. Dovete andarvene!»
«Ma chiunque avrebbe potuto metterlo lì, quegli armadietti sono chiusi con un lucchettino, basta una forcina per aprirlo. E poi la polizia ha detto di non allontanarsi» fa notare Uppallo I, esperto di effrazioni ma ligio alle regole.
«Tu pensala pure come ti pare, ma io ti dico che se siete furbi dovete stare lontani da quella donna come farò io, perché quella per colpa vostra ce l’ha anche con me!» e così dicendo Svengard si alza, abbranca il tronco lasciando appena il tempo al cantante di scendere e lo getta di slancio dall’altra parte del corso d’acqua.

Consumata con soddisfazione l’energetica colazione Gilda si dirige verso il suo Santa Sanctorum, dove la pratica di assumere tisane a base di erbe di mellifrace la sospinge con regolarità e dove nessuno è ammesso tranne l’anziana balia Serafina che l’ha vista nascere. Riscontrando una certa urgenza accelera il passo tacchettando sulle pantofole rosa, riuscendo comunque a scambiare qualche altro parere sulla serata precedente.
«James, chi ha scelto i candidati di quest’anno? Saranno dei bravi cuochi, ma certo non brillano per simpatia. Oddio, anche come cuochi non è che si siano sprecati: aringhe, cous cous, fagioli… e quell’altro, quel marcantonio di aborigeno, te lo raccomando. Per fortuna non ha portato il boomerang!»
«Il signor Timu è di origine māori, signora, il suo popolo per la caccia preferisce usare mazze ricavate da ossa di balena. Erano gli abitanti originari della Nuova Zelanda prima che arrivassero i coloni, li sottomettessero e li aggregassero alla Corona Inglese. Gli aborigeni abitavano invece l’Australia e…»
«James sei un divulgatore straordinario e starei volentieri ad ascoltare la tua puntata di Superquark» lo interrompe la Calva Tettuta, alla quale una fitta consiglia di accelerare il passo. «Mettiti in stand-bye, continuiamo più tardi. Potresti sondare con il māori se sa giocare a rugby? Vorrei ingaggiarlo per insegnare la haka² ai capiturno del pastificio, pensi che possa avere problemi sindacali?»

Dopo un breve stacchetto pubblicitario in cui vengono illustrate le proprietà benefiche di un preparato contro gonfiori intestinali e flatulenze, Alessandro Turchese riprende la presentazione:
«Signore e signori, una novità assoluta per il nostro concorso: dalla Nuova Zelanda, Amaru Timu! Amaru appartiene al popolo māori, pensate che discende addirittura dal capo Rewi Manga Maniopato che nel 1863 combattè contro gli inglesi. Amaru gira la Nuova Zelanda con il suo ristorante mobile, lo Hau Hau³, proponendo piatti della tradizione come l’Hangi di carne e verdure, o la Paua, la prelibata lumaca di mare, in brodo. Amaru, tu che sei considerato un ambasciatore della vostra cultura, potresti togliermi una curiosità?» chiede Turchese, con finto candore.
«Dici bene Alessandro, tramite i nostri piatti mi onoro di veicolare la nostra storia e la nostra cultura, che si impernia sull’amicizia tra i popoli e la tolleranza: sarò perciò lieto di rispondere alle tue domande» risponde il gigante dalla pelle bruna con un inchino.
«Mi domandavo, Amaru, e sono sicuro che anche i nostri spettatori se lo chiedano: visto che per preparare il vostro Hangi è necessaria una buca scavata nel terreno, come fate in scittà?» sogghigna il presentatore, suscitando l’ilarità del pubblico. Il fiero indigeno si erge in tutta la sua altezza e risponde con calma, mentre Turchese fa qualche passo indietro mettendosi a distanza di sicurezza.
«Ti ringrazio della domanda, Alessandro, che mi permette di chiarire un punto fondamentale della nostra cucina. Ma prima devo fare una premessa, e cioè che mio nonno Tangaroa mi ha sconsigliato di partecipare a questo concorso, perché sostiene che non avreste capito una mazza delle nostre usanze e pietanze. Ah, anche che il conduttore è un deficiente dice mio nonno, affermazione alla quale non ho ovviamente dato credito. Fino ad ora. Comunque, se proprio lo vuoi sapere, prendiamo un martello pneumatico e facciamo un buco nell’asfalto» conclude Amaru, seraficamente.
«Ehm, grazie Amaru. Vuoi presentarsci il tuo piatto?» taglia corto Turchese, rimanendo a distanza.
«Volentieri, sono qui apposta. La mia creazione sono gli agnolotti ripieni di kiwi ripieni di kiwi»
«In che senso, scusa?» chiede il presentatore, confuso.
«Nel senso che gli agnolotti sono ripieni di kiwi ed i kiwi sono ripieni di kiwi. Non è difficile capirlo, se uno ha un QI appena nella media» risponde Amaru, che comincia ad innervosirsi. «Mio nonno mi aveva avvisato che nel vecchio mondo siete de coccio, ma non immaginavo tanto. Il kiwi, hai presente il kiwi? L’uccello col becco lungo. Viene farcito con il kiwi frutto, il frutto, quello verde. V-E-R-D-E. Entrambi formano il ripieno per gli agnolotti. Ti è chiaro adesso?» chiude il māori, avviandosi verso la sua postazione scuotendo la testa.

¹ Obladì Obladà e Pa’ diglielo a Ma’.
² La Haka è una danza tipica māori resa celebre dagli All Blacks, la nazionale di rugby neozelandese.
³ Pace e Bene in lingua māori.

Tre stelle per Olena – 3

Superato il momento di crisi, Gilda si alza dal divano e avvolta in una blusa-vestaglia in twill di seta fiorata che stenta a contenerne le forme, oltre a suscitare l’invidia del maggiordomo, si dirige verso il grande terrazzo dove troneggia un tavolino ovale in pietra lavica decorato a mano da artigiani di Caltagirone su cui sono poggiate due teste di moro¹, l’una raffigurante una Gilda trionfante e persino chiomata e l’altra un perplesso Evaristo, il defunto marito; fra le due teste un vassoio di dolci alle mandorle, cannoli e persino una cassatina.
«Che meraviglia James, ci voleva proprio qualche dolcetto per tirarmi su. Sven ha già fatto colazione?» chiede Gilda, notando l’assenza dell’amato.
«Il signor Svengard è uscito presto, l’ho visto dirigersi verso il bosco»
«Aveva in mano un’ascia, per caso?»
«Non mi sembra, signora»
«Sia lodato il cielo. Se continua così mi ritroverò con un giardino zen! Spero abbia capito che non può lasciare la tenuta»
«La polizia è stata abbastanza chiara, signora»
«Già, “nessuno lasci la villa fino a nuova disposizione”. E io devo mantenerli tutti! E’ vero che abbiamo tante stanze, ma non siamo mica un albergo, non è vero? A proposito, come sei messo ad aiutanti?»
«Le maestranze si stanno prodigando, signora, anche Miguel dà una mano»
«Se ti serve qualche operaio chiedi pure ad Haruki, non fare complimenti. Peccato che i koala siano tornati a casa, con il grembiulino avrebbero fatto un figurone. Mi ero affezionata ma le autorità australiane sono state irremovibili, mi avrebbero messo l’embargo alle esportazioni di lasagne all’eucalipto, non potevo permettermelo. Piuttosto, notizie del piccolo Chico? Ci ha fatto stare in pena»
«Miguelito fortunatamente sta bene, quando i marsupiali sono stati caricati sul camion si è intrufolato, favorito dalla folta peluria. Sono state ore di apprensione, specialmente per suo padre Miguel: si era temuto un rapimento da parte della madre, l’attrice di telenovelas»
«Che sollievo, finalmente una buona notizia» dice Gilda, addentando un cannolo al pistacchio di Bronte, prima che sulla sua fronte si disegni una ruga di preoccupazione «Chissà perché quell’uomo avrà dato dell’impostore a Turchese? Ci dovrà essere sicuramente un collegamento con quello che è successo dopo. E soprattutto, sono riusciti a prenderlo?»
«No signora, purtroppo nella confusione è riuscito a dileguarsi»
«E ti pareva» sospira la Calva Tettuta. «James, mi pare che siamo un po’ a corto di truppe. I koala sono partiti, nonna Pina è in luna di miele, Adalgiso è stato assunto come body guard da Antonietta Talnone, almeno ci fosse qua Natascia! Quella se proprio non fosse riuscita a catturarlo l’avrebbe abbattuto. Ma si può sapere che fine ha fatto?»

A Mosca, nella Piazza Rossa, è in corso l’attesissimo concerto che anticipa la parata del 9 maggio, dove si commemora la vittoria dell’Unione Sovietica contro la Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale; star internazionali anche se stagionate come i Rolling Stones, Elton John, Cher, Celìne Dion, Tina Turner e, ambasciatori per l’Italia, Albano e Romina, beniamini del pubblico russo.
E’ proprio durante il loro duetto in Nostalgia canaglia che gli spettatori assistono con ammirazione a quello che percepiscono come effetto speciale: da un elicottero che vola sopra il palco si cala una figura vestita completamente di nero che addormenta Romina con un colpo di karate alla nuca, la imbraga e la carica con lei sull’elicottero.
La folla è in delirio, solo Albano è interdetto e chiede lumi alla regia, chiedendosi se per caso Romina si sia sbilanciata in qualche dichiarazione anti-governativa; ma recuperando subito il sangue freddo con il quale ha dominato l’Isola dei famosi il cantante di Cellino San Marco attacca a squarciagola uno dei suoi cavalli di battaglia, Cara terra mia.
Sull’elicottero che si allontana, due Romine: quella addormentata e quella vera, che fissa ad occhi sgranati la sosia che Olena ha portato a bordo.
«Ma chi è questa?» chiede la vera Romina «Non sarà mica la Lecciso travestita?»
«Niet, niente Lecciso. Lui Aleksej Ŝalimov, terrorista, si sarebbe fatto scoppiare su palco quando nostro Presidente avrebbe consegnava premio a voi e vostro marito»
«Mio ex marito, prego, adesso cantiamo insieme e basta»
«Naturalmente, naturalmente» la asseconda Olena, inarcando leggermente il sopracciglio destro, ed a dimostrazione della sua affermazione toglie la parrucca all’uomo, gli apre il camicione e scopre la cintura esplosiva che la falsa Romina indossa.
«Sergente, dirigi su Moscova» ordina al pilota; arrivati sopra al fiume ammanetta Aleksej con le mani dietro la schiena e lo risveglia.
«Buongiorno, Romina» lo saluta.
«Che cosa? Tu? Maledetta…» riesce solo a dire l’uomo, con lo sguardo carico d’odio.
«Tu canta molto bene, Aleksej. Facci sentire Volare, adesso» e così dicendo Olena apre il portellone e con un calcio butta di sotto Ŝalimov; poi rapida prende un fucile, punta alla sagoma che cade e fa fuoco. Il botto ed il bagliore arrivano fino alla Piazza Rossa, con la folla che alza gli occhi al cielo verso i fuochi artificiali. Applausi scroscianti accolgono il ritorno dell’elicottero da cui vedono ridiscendere Romina, cambiata d’abito.
«Si può sapere che succede? Prima canti meglio del solito, poi sparisci. Dove cavolo sei andata?» chiede Albano, mentre l’orchestra attacca Felicità.
«Ma vaffanculo Albano, te e Felicità. Ripigliati la Lecciso, io ho chiuso!»

¹ Le Teste di Moro sono bellissimi vasi siciliani in ceramica decorata; la leggenda narra che mille anni fa una ragazza fu sedotta da un moro e quando scoprì che questo aveva moglie e figli a carico gli tagliò la testa e ne fece un vaso per il basilico. Che caratterino!

Olena à Paris – sui titoli di coda…

«Non essere arrabbiato Flettino. Come facevamo a sapere che la nave invece di andare verso la Germania sarebbe andata a nord, verso la Lapponia svedese?» cerca di calmarlo la paziente chioccia.
«Non pronunciare quella parola! Lapponia! E svedese, poi, come se di Lapponia non ce ne fosse abbastanza in Finlandia. Ma cosa ha in testa quella gente, chilometri e chilometri al gelo per vedere l’aurora boreale, che palle!» strepita il pennuto.
«A noi piace» afferma la renna Riitta, sopraggiunta nel frattempo. «E’ perché tu non hai un’indole romantica. Sei senza cuore! Non so proprio cosa ci trovi Kocca in te» dice scuotendo la testa in segno di disapprovazione.
«Oh, certo, tu ti sarai divertita a scorrazzare nella neve trainando la slitta, con tanto di campanellini. Ma io? Costretto a fare le imitazioni per i turisti con un costume da deficiente? Dalla padella alla brace! E senza nemmeno poter scappare, con il golfo tutto congelato!»
«Però devi ammettere che il capitano è stato gentile a permetterci di rimanere a bordo, solo in cambio di qualche lavoretto…»
«Lavoretto me lo chiama! Sfruttamento, schiavitù! La vedremo appena tornati a casa, andrò di corsa dai sindacati, mi farò versare tutti i contributi!»
La tirata rivendicativa del pappagallo viene interrotta da Fiona, salita in coperta al galoppo.
«Flettino vieni a vedere, sei in televisione, corri!»
«In televisione?»
Il pappagallo soprassiede sull’odiato vezzeggiativo e si precipita in sala TV, seguito dalle tre compagne di avventura. Il telegiornale svedese trasmette in diretta l’intervista che l’inviato da Buenos Aires sta facendo alle due proprietarie del nuovo Museo Ranone, appena inaugurato.
«La mia padrona!» strilla Flettàx, con le penne che si arruffano.
«Impossibile» lo contraddice Riitta, puntigliosa. «Spartaco non ha padroni»
«Chiudi quella bocca, o ti taglio le corna!» la minaccia il pappagallo. L’intervista è ormai agli sgoccioli, e il giornalista pone la domanda finale:
«Signora Rana, a proposito del suo consulente diciamo… particolare, sarebbe possibile farlo conoscere al nostro pubblico più giovane? »
«Sta parlando del nostro Flettàx, vero? E’ un portento, un vero cervellone. Ma certo, glielo presento»
«Sta parlando di te, Flettino!» dice Kocca, in adorazione.
«Non credo. Ha detto cervellone…» la contraddice la renna, dubbiosa.
«Consulente? Ma io veramente non… ehi, che scherzi sono questi? Chi accidenti è quello?» Flettàx sgrana gli occhi e si gratta le penne della testa, vedendosi comparire sullo schermo.
«Ecco qua il nostro amico» dice Gilda dallo schermo «Su, Flettàx, fai un saluto ai bambini sfortunati che ti stanno guardando da quel paese lontano dove fa sempre freddo, poverini» lo esorta la Calva Tettuta.
«Hej! Buongiorno bambini» obbedisce il compunto animale, chiedendosi perché mai la socia si ostini a non chiamarlo con il suo nome, Spread. «Mi raccomando, ripassate le tabelline. E non dimenticate di lavare i denti, l’igiene orale è importante! »
«Ma chi è quel pagliaccio? Questo è offensivo!» tuona Flettàx.
«Sei tu sputato, solo più educato» constata Riitta, senza intenti polemici.
«Ma tu sei più bello, Flettino» lo conforta Kocca.
«Porco mondo, non puoi allontanarti un attimo che ti fregano subito il trespolo. Dà da pensare» riflette il pennuto, meditabondo.

«Chi va a Roma perde la poltrona» sentenzia Riitta, citando un vecchio adagio di saggezza popolare.
«E chi parla ancora perde le corna!» gracchia l’animale, congestionato. «Ma non se la passerà liscia quell’approfittatore, quell’impostore, quel… quel… parrocchetto! Gli strappo le penne ad una ad una, e poi prendo il dentifricio e glielo infilo su per…»
«Flettino non essere scurrile, ci sono i bambini!» lo richiama Kocca.
«E chi se ne frega dei bambini! Bambini! Mocciosi rompiscatole frignoni…» ma improvvisamente Flettàx si blocca, con un lampo diabolico che gli balena negli occhi. Cambia atteggiamento, e con la voce più suadente possibile si rivolge ad uno dei piccoli che affollano la sala:
«Bimbo? Sì tu, quello con le lentiggini, vieni qua piccino, ti piacciono le imitazioni? Ah, ti piace l’ippopotamo? Ma che caz… ma certo che so fare l’ippopotamo, vieni, vieni qua che ti faccio l’ippopotamo»
Il bambino si avvicina caracollando fiducioso, ma appena arrivato a portata di becco un urlo di battaglia accompagna il balzo che il pennuto compie per piazzarglisi in testa, saldamente aggrappato ai teneri riccioli biondi. Urla di raccapriccio accompagnano la risata di Flettàx, che trionfante becchetta le orecchie del piccolo, e grida:
Fermi tutti o gli stacco il naso! Capitano! Craa!! Capitano!! Questo è un sequestro! Col cavolo che lo lascio, mica sono scemo» risponde il pappagallo a chi lo esorta a staccarsi dalla testa del bambino «Fate esattamente quello che dico e nessuno si farà male, capito? Che voglio? Libertà e Vendetta, io sono Spartaco avete capito? Spartaco! Capitano, rotta per la pampa! »

Olena à Paris – epilogo

A Buenos Aires, e precisamente nello storico quartiere di San Telmo, è in corso una importante cerimonia a cui partecipano il ministro dei Beni Culturali Ramon Diaz, il governatore Fulgencio Sbandado, il sindaco Nestor Figueroa Alcorta, il vescovo Guillermo Colasanto ed altri esponenti politici, imprenditoriali e del mondo dello spettacolo e della cultura. L’occasione per il raduno è data dall’inaugurazione, a pochi passi dal MALBA, il Museo d’arte moderna latinoamericana, del nuovo Museo RANONE, progettato dall’archistar Alexandro Ciavapedra, che in onore delle committenti ha progettato un edificio a forma di vasetto di yogurt rovesciato al centro di un enorme tortellino.
L’evento, trasmesso in diretta dalla Televisión Pública, riguarda appunto l’apertura dell’avveniristico spazio multifunzionale destinato ad ospitare le opere d’arte ritrovate rocambolescamente in territorio argentino e che le due promotrici, Gilda Rana e Antonietta Talnone, hanno voluto dedicare alla memoria dei compianti mariti.
Gilda, appena conclusa l’intervista con l’anziano giornalista Bruno Mosquito, più interessato alla sua scollatura che alle sue dichiarazioni, scende dal palco dove l’orchestra “Las Vincisgraçias” sta accordando gli strumenti per il ballo che seguirà e si dirige al suo posto, aggrappandosi al braccio che l’elegante e premuroso accompagnatore gli tende.
«James, caro, come me la sono cavata, ti sono sembrata abbastanza compìta? Ho infilato quelle due paroline, come mi avevi suggerito, e mi è parso che perfino l’assessore approvasse, quel macaco, anche se in privato mi ha chiesto se non fosse possibile aggiungere al progetto un centro massaggi e una sauna. Gli ho detto che devo pensarci, tu pensi sia abbastanza multifunzionale?» chiede la Calva Tettuta, distribuendo sorrisi agli astanti.
«Accogliente ed inclusivo è un passepartout per tutte le situazioni, signora. In quanto alla sauna lascerei decantare la cosa, se posso permettermi. Le amicizie nate in quegli ambienti non sono delle più solide» risponde James, ripensando con un brivido ad un capanno nella tundra dove qualche anno prima si era trovato a tu per tu con Dimitri, il domatore di elefanti del circo Nikulin.
«A proposito James, sai che quegli occhiali ti donano? Il colore della montatura si intona con l’ematoma all’occhio destro. Ti hanno maltrattato quei bruti a Parigi? Ma quella ragazzotta, l’amica di Natascia, li ha sistemati per le feste. Peccato tu ti sia perso la scena madre, ma dov’eri finito? Siamo stati in pensiero»
«Desolato di avere involontariamente arrecato preoccupazione, signora, ma ho avuto un piccolo contrattempo. Vede, Serge…»
«Il tuo amico battitore?»
«Precisamente, signora. E’ stato quando gli ho confessato che non avrebbe avuto l’esclusiva per la vendita dei quadri, non l’ha presa molto bene. Mi ha dato dello spergiuro, del traditore, del matto da legare, finché non è passato alle offese inaccettabili»
«Davvero, James? Sembrava un armeno così a modo, chi l’avrebbe detto. Ma cosa ti ha detto, di preciso?» chiede Gilda, partecipe.
«Ha sostenuto _ faccio fatica a ripeterlo _ che ha visto attaccapanni più eleganti di me, il mio stilista dovrebbe essere carcerato e bisognerebbe istituire una lista nera di tutti i suoi clienti. Ed inoltre, e questo è quello che più mi ha fatto male, che il caffè che preparo è merde»
Gilda sbarra gli occhi e porta una mano alla bocca, inorridita dal racconto e commossa dalla lacrima che spunta dall’angolo dell’occhio pesto del suo maggiordomo.

«Oh, Gilda, eccoti qua, vieni, siedi vicino a me cara» li interrompe Antonietta Talnone, che affranta sorseggia un calice di Cruzat «Lascia che ti ringrazi ancora, non so cosa avrei fatto senza di te. Detto tra noi poi, quest’idea del museo è geniale: una pubblicità planetaria, sgravi fiscali per decenni, e diritti di sfruttamento di immagine… ho già dato disposizioni al nostro marketing di lanciare il Roquefort Caravaggio, ammuffito tre anni, sarà un successone!»
Gilda rabbrividisce all’idea e si affretta a ingollare a sua volta un calice dello spumante argentino, rimpiangendo peraltro il Franciacorta di casa; poi si stringe alla fresca vedova, e le confessa:
«In realtà l’idea non è stata mia, Antonietta. Lo vedi quello? » dice indicando una macchia variopinta.
«Ma chi, il pappagallo?» chiede Antonietta, sorpresa.
«Sshh, per l’amor del cielo, non farti sentire, è di un permaloso… Si chiama Flettàx, ma vuol essere chiamato Dottore. Pensa che una volta era un sovranista, poi ha avuto una crisi mistica ed è diventato commercialista. Ad essere sincera lo preferivo prima, era molto più divertente, anche se si rende molto utile. Per farlo divagare un po’ l’ho portato a vedere l’Amazzonia dove è nato, non si sa mai trovi la fidanzata»
«Ma Gilda, qui in Argentina non c’è l’Amazzonia, quella è in Brasile. Qui c’è la Patagonia» la corregge la francese, più ferrata in geografia.
«Ama, Pata, non stiamo a sottilizzare Antonietta. Ma piuttosto» e qui la Calva Tettuta avvicina il viso a quello della vedova Talnone, e abbassa la voce «hai avuto problemi dopo… l’incidente?»
«Assolutamente, tutto a posto. Le tue ragazze hanno fatto un lavoro perfetto: le impronte sulla pistola erano già quelle di Carlos, sul fucile hanno messo quelle di mio marito; le registrazioni delle telecamere di sicurezza sono state tutte cancellate, le nostre tracce nella stanza ripulite e l’ufficio messo a soqquadro a regola d’arte. Aggiungi che il capo della polizia è un mio caro amico e tutti gli anni faccio generose donazioni all’associazione delle famiglie dei caduti in servizio e insomma, il caso è chiuso. Sono libera come l’aria!»
«Libera, insomma… adesso ti toccherà prendere in mano le redini dell’azienda, ti assorbirà un sacco di tempo… » dice Gilda, ripensando alla sua esperienza.
«Non ci penso nemmeno!» risponde Antonietta, alzando le mani come ad allontanare un pericolo. «Hai presente la segretaria, Geneviéve, quella bruttarella? Lei conosce la ditta meglio di chiunque altro, ed erano anni che mio marito faceva fare a lei tutto il lavoro che avrebbe dovuto fare lui. Poverina, era innamorata, chissà quanto ha sofferto sperando che arrivasse il suo turno di essere sdraiata sul divano, ma ogni volta c’era una Chantal o una Juliette che aveva la precedenza. L’ho nominata direttore generale, ho fatto bene?» chiede la fresca vedova, guardandosi intorno con interesse.
«Furba! Hai fatto benissimo, così finalmente potrai dedicare del tempo a te stessa… ma c’è qualcosa che non va, cara?» chiede Gilda, vedendo l’amica distratta.
«Come? Ah, no, no… senti Gilda, pensi che qualcuno avrà da ridire se mi allontanassi per, diciamo, un paio d’ore? Sento che sto per avere un mancamento»
«Ti senti male Antonietta? Chiamiamo un medico, se vuoi…»
«No, no, non è necessario. Ecco, è che avrei un… ehm… appuntamento con quel ragazzo, quello laggiù…» indica Antonietta con un lieve cenno con la testa.
«Ma chi, Adalgiso?» chiede Gilda, scoppiando a ridere. «Stai attenta Antonietta che quello è rimasto disoccupato da poco, farà di tutto per farsi… apprezzare»
«Ah, ah, spero che sia all’altezza, perché non hai un’idea da quanto tempo non lo faccio…» confessa Antonietta che, vedendo il palestrato Adalgiso avvicinarsi si alza, si china su Gilda, le stampa un bacio sulla guancia e la saluta.
«Au revoir, mon ami» e si aggrappa al braccio muscoloso dell’uomo fingendo un malore; da sotto il ventaglio che sventola per farsi aria, dà disposizioni per il lieto proseguo.
«Suite Imperiale, caro. I muscoli non sono male, vedremo il resto… hai portato le manette? Bene, la frusta è in camera»

All’improvviso le luci si abbassano, e l’orchestra attacca Por me cabeza di Carlos Gardel, un classico del tango. Un occhio di bue illumina i due ballerini che, tenendosi per mano, avanzano regalmente dal fondo della sala verso lo spazio che si è creato sotto il palco: lei, affascinante, con il corpo inguainato in un lungo abito di seta nera, aperto ai lati per permettere i movimenti, lunghi guanti che le arrivano fin sopra il gomito, ed una rossa scarlatta fra i capelli candidi; lui, elegante in un completo immacolato di lino, che ben contrasta con la sua carnagione, emozionato ed orgoglioso di essere al fianco della sua partner.
Gilda, che sta addentando una empanada, allunga il calice verso James e rimane paralizzata, così come il maggiordomo, che per lo stupore continua a versare lo spumante finché non trabocca.
«James?» chiede sostegno Gilda, deglutendo.
«Signora?» risponde James, recuperando a fatica l’aplomb.
«Trovi che sia sveglia? Voglio dire, non sto sognando, è vero?»
«Lo escluderei, signora. Desidera che le dia un pizzicotto?»
«Lascia stare, casomai lo chiedo all’assessore. Stai vedendo anche tu quello che vedo io?»
«Temo di sì, signora» conferma il maggiordomo.
«Passi uno, ma due fantasmi mi sembrano un po’ troppi, non trovi? Non sarà un difetto di famiglia? Prima Evaristo, adesso nonna Pina. E guarda come balla! Sembra più in forma adesso di quando era viva»
«In effetti è inusuale anche per gli standard patagoni che una defunta balli il tango, a quanto ne so» dichiara James, ancora incredulo.
«Sarà colpa del 5G?» si chiede Gilda, che diffida delle novità tecnologiche. «Comunque direi che non è il caso di crucciarci, nel solaio di Villa Rana c’è un sacco di spazio, fantasma più, fantasma meno, basta che non si mettano a litigare tra di loro. Ma a proposito di fantasmi, dov’è sparito Svengard? Sempre il solito, la mondanità proprio non la sopporta. Senti James, come te la cavi col tango figurato?»
«Discretamente, signora. Mio cugino mi ha insegnato i passi fondamentali, anche se in cambio pretendeva che indossassi gli abiti di mia zia.»
«Ottimo, allora. Balliamo?»
«Con piacere, signora. Conduco io o conduce lei?»

«Chi sono quei due, capitano?» chiede Vassilissa, incuriosita dalla strana coppia che sta eseguendo una caminada. Olena guarda i due, intenerita, ed un raggio del faretto colpisce i suoi occhi blu e si riflettono in quelli della sua amica.
«Lei è Babushka Pina» dice lentamente, ammirando la donna alla quale ha fatto da badante per due anni.¹
«Lei è Leggenda» continua alzandosi in piedi, ed applaudendo la parada² dei due, che sembrano sospesi nell’aria. «Lui l’ha amata tutta la vita, ed è la prima volta che ballano insieme. E’ tango, Vassilissa, tango. Balliamo, vuoi?» le chiede, fissandola negli occhi.
«Temevo non me lo chiedesse mai, capitano» risponde la giovane, sostenendo lo sguardo, e alzandosi a sua volta.

«Juanito, mettici un po’ più di energia, per la miseria, non siamo ancora all’Ospizio. Hai paura di spezzarmi?» redarguisce il suo cavaliere nonna Pina.
«Ma querida, la ferita non è ancora cicatrizzata del tutto, il medico si è raccomandato, non devi sforzarti…»
«Ma chi se ne frega del medico, Juanito! Pensi che sarei ancora qua se avessi dato sempre retta ai medici?» chiede la centenaria, apprestandosi al molinete.
«Non ti ho ancora detto grazie per tutto quello che hai fatto» appoggiandosi più decisamente al ballerino.
«Grazie? E di cosa, sono io che devo ringraziare te. Questo è un regalo per me, un sogno che ho coltivato fin da ragazzo, ballare con la grande Wanda Del Rio…»
«Lascia stare quella là, Juanito» lo ferma l’antica diva. «Wanda è morta, lei sì, morta e sepolta da un pezzo. Ti ringrazio perché hai salvato me, nonna Pina, e non so ancora come hai fatto»
«Fortuna, solo fortuna» si schermisce l’anziano spasimante. «Quando ti ho caricata sul cavallo per riportarti a casa, non ho resistito alla tentazione, e ti ho voluto dare un bacio»
«Ti eri montato la testa, Juanito, pensavi di essere il principe azzurro? E se invece ti avessi trasformato in rospo?» ride la vegliarda, eseguendo i suoi adornos.
«La principessa sei tu, amada mia. Se non ti avessi dato quel bacio non mi sarei accorto di quel piccolo soffio, e non sarei corso al paese, dal dottore… il resto l’hai fatto da sola, con la tua tempra, il tuo temperamento…»
«Non essere modesto Juanito, tu mi hai salvato la vita. Anche se, sai, a pensarci mi è un po’ dispiaciuto non aver potuto partecipare al mio funerale»
«Capisco, cara, ma quella donna, il Capitano, non ha voluto si sapesse che tu eri ancora viva, temeva che quelli che ti avevano sparato venissero a completare l’opera. Ma ti ha fatto fare una statua di cera, come quella di Evita»
«Tu l’hai vista, Juanito? Com’era, mi somigliava?»
«Si, querida, ti somigliava. Ma tu sei molto più bella»
La musica termina con i ballerini impegnati in un lento casquet; gli invitati sono tutti in piedi, e tributano ai due anziani innamorati un applauso scrosciante. Juanito e nonna Pina rispondono con un inchino, si rialzano e si abbracciano.
«E adesso, che ne sarà di noi?» chiede l’uomo, commosso.
«E chi lo sa, Juanito. Intanto viviamo, poi si vedrà»

E stavolta è davvero The End… ma non perdetevi i titoli di coda!

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017
² Caminada, Parada, Molinete, Adornos sono passi del tango argentino. L’autore ammira sconfinatamente i ballerini e soprattutto le ballerine di questo ballo affascinante, languido e sensuale.

Olena à Paris – 44

L’erede della fortuna dei Talnone si scioglie dall’abbraccio con Gilda, raddrizza la schiena, fa qualche passo verso il marito e gli parla, ma con lo sguardo perso oltre la grande vetrata.
«Sai, Jean, io devo ringraziarti»
«Ringraziarmi, Antonietta? Ma di cosa? Senti, cara, posso spiegarti tutto, non è come sembra, è tutto un equivoco…»
«Sshh, Jean, taci per favore» lo zittisce Antonietta. «Hai ragione, ho trascurato le attività della società, le avevo delegate ad un uomo che amavo, un uomo affascinante che mi aveva fatto sentire desiderata, una principessa, me, una ragazza insignificante…»
«Anch’io ti amo Antonietta, ma non potremmo parlare dopo di queste questioni? Sono sicuro che chiariremo questo malinteso…»
«Ti ho detto di tacere, Jean!» lo zittisce Antonietta, fredda. «Tu mi hai illusa, mi hai sfruttata, ti sei servito di me per la tua ambizione, mi hai tradito… come potevi amarmi, Jean? Tu ami solo te stesso… non mi hai mai amato, ma non pensavo che potessi arrivare a compatirmi, a disprezzarmi »
«Ma cosa dici Antonietta, non è assolutamente vero, se ti sono sembrato distante è per colpa del lavoro, le preoccupazioni…» cerca di giustificarsi Biscuit.
«Ma in fondo hai ragione, sai? Me lo meritavo» continua Antonietta, senza dare peso alle parole del marito «Sono stata debole. Mi accontentavo di vivere nella tua ombra, senza accorgermi che eri tu che stavi risucchiando la mia vita. Ma possiamo ancora cambiare, sai? Guarda, voglio farti vedere una cosa» dice la donna, aprendo la borsetta Kelly Classique di Hermès.
«Ma certo, cambierà tutto, te lo prometto cara, ma… che cos’è quella?» chiede Jean, fissando l’attrezzo che la moglie ha estratto dalla borsetta.
«Ah, questa? Oh, niente, una chiave inglese. Sai, da bambina mio nonno mi ha insegnato a smontare e rimontare il motore del suo trattore, l’avresti mai detto?»
«No, veramente no, Antonietta, ma qual è il punto, non capisco…» risponde Biscuit sorpreso e preoccupato.
«Vedi Jean, mio padre era come te. Ha portato mia madre all’esasperazione, alla disperazione, finché si è tolta la vita. Ma, e questo è il punto caro Jean, io non sono mia madre»
«Naturalmente, ma continuo a non capire, se potessimo uscire da qua…»
«Cosa non capisci di “stare zitto”, Jean?» lo gela Antonietta, dura, e continua:
«Aveva fatto in fretta a dimenticarla, dopo appena sei mesi si era risposato con la sua segretaria, che era stata la sua amante per anni» La Talnone si ferma, come persa nei ricordi, e poi prosegue, cambiando discorso.
«Hai un’idea di cosa sia un rotore di coda, Jean?»
«Un rotore… un pezzo di elicottero, sbaglio? Ma che c’entra?» chiede Biscuit, sempre più confuso.
«Bravo, Jean, serve a controllare il beccheggio ed il rollio dell’elicottero, in sostanza serve a stabilizzarlo. E sai cosa succede se, inavvertitamente, qualcuno ne allenta le viti con le quali è fissato alla sua trave?»
«Vuoi dire che… tu… sei stata tu? Tu hai provocato l’incidente in cui è morto tuo padre? L’hai ammazzato tu? Ma non è possibile, tu sei… pazza!» grida Biscuit, mentre un lampo di orrore gli attraversa il cervello nel momento in cui si rende conto che la moglie non è quella creatura innocua che aveva sempre creduto.
«Pazza sono stata ad aspettare così tanto» continua Antonietta, glaciale. «Sai Jean, niente mi farebbe più piacere che vederti chiedere l’elemosina vivendo sotto qualche ponte di Parigi. Potrei farlo, sai? Con il divorzio ti toglierei la pelle, e impedirei a chiunque di avere rapporti con te. Ma magari troveresti il modo di infinocchiare qualche poveretta e farti mantenere, ed io sinceramente sono stanca. E poi non l’hai sempre detto anche tu che il nero mi dona?»
«Il… nero?» si chiede Biscuit, che comincia a realizzare l’enormità degli sbagli commessi nel momento in cui vede la moglie avvicinarsi ad Olena, stendere verso di lei la mano guantata e farsi consegnare la pistola di Carlos.
«Antonietta, per l’amor di Dio, metti giù quella pistola, che vuoi fare? Ho sbagliato, me ne andrò, ti prometto che non mi vedrai più, Antonietta, ti prego…» piagnucola quello che fino a poco prima era a capo di un impero.
«Che sfortuna, Jean. Un ladro è entrato nel palazzo, cercava probabilmente la cassaforte, come poteva sapere che tu fossi rimasto a lavorare fino a tardi? Avete lottato, era armato e ti sei difeso con il tuo fucile, un’arma insolita da tenere in ufficio ma si sa, tu eri un appassionato di armi. Una tremenda casualità, vi siete uccisi a vicenda. Al funerale parteciperanno tutti i tuoi amici, i soci del Rotary, sicuramente ci sarà il Presidente della Repubblica, farà un bel discorso e forse mi consegnerà una medaglia alla tua memoria. Gilda, pensi che il tubino Armani possa andar bene per l’occasione?»
Prima che Gilda possa dare la sua approvazione Carlos, vista la piega che stanno prendendo gli eventi, interviene.
«Un attimo, un attimo, signora, io non c’entro niente in questa storia. Io sono solo un professionista, proprio come quelle due lì!» protesta, indicando Olena e Vassilissa.
Le quali si guardano e si scambiano un sorrisetto; dopodiché Vassilissa con un gesto veloce arma la cartuccia ed esplode un colpo verso il messicano, colpo che gli fa sfondare la vetrata e precipitare nel vuoto.
«Manda noi fattura, pruofessionista» lo saluta Olena, affacciandosi a guardare il corpo che cade, rimbalzando sulle pareti della Tour Bifidus.
Biscuit paralizzato, pallido come un lenzuolo, fissa tremando la pistola che la sua prossima vedova gli sta puntando contro.
Olena, Vassilissa e Gilda escono dall’ufficio, ma da dietro la porta riescono ad ascoltare il saluto di commiato che si scambiano i coniugi Biscuit:
«Jean, ti dispiacerebbe spostarti verso la finestra? Mi rincrescerebbe macchiare il Tactile Blue¹»
«Vaffanculo Antonietta, tu e il Tactile Blue» risponde Jean Biscuit, in un sussulto di dignità.
Poi uno sparo, ed è la fine.

Ma la storia non è ancora finita, resistete ancora un poco…

¹ Tactile Blue by Mohebban, tappeto fatto a mano in lana, seta di bambù, viscosa e iuta, prezzo €8.784,00 Iva inclusa.