La linea rossa (cinq’ ghei püsé ma ross)

In questi giorni di deja vù, dove recitando lo stesso consunto copione attori senza pudore  replicano la tragica commedia di stragi provocazioni e mistificazioni, ho deciso di tracciare la mia personale linea rossa.
Non avendo a disposizione armate o droni o gas nervini non saprei bene come far rispettare tale linea a chi decidesse di varcarla: togliergli l’amicizia da Facebook? Contrassegnare la casella di posta come spam? Bannarlo da wordpress? Invitarlo a bere per offrirgli una birra analcolica?

Poco tempo fa ho letto un articolo che mi sembrava indicativo dei tempi che corriamo, dove qualche psicologo suggeriva alle maestre di non usare la matita rossa per correggere i compiti, perché il colore troppo aggressivo turberebbe i pargoletti, ma optare per un più rassicurante verde, che sottolineerebbe l’errore ma senza deprimere l’errante. Quindi se lo scolaro dovesse scrivere “ieri ho andato a squola” la correzione non andrebbe urlata con matita rossa accompagnata dall’onesto commento sgarbesco “capra!capra!capra!”, ma ingentilita da un benevolo “acciderbolina!” in verde possibilmente pisello.

Il primo film che ricordi di aver visto al cinema fu un western. Avrò avuto cinque o sei anni; probabilmente ne avevo già visti altri, compreso il pernicioso “Marcellino pane e vino”, ma questo in particolare mi rimase impresso perché quella volta mi ci portò mio padre, e mi pare fu anche l’unica. L’emozione era grande; il cinema ce l’avevamo anche al paese, ma il capoluogo mi sembrava in capo al mondo e già il solo andarci faceva parte dell’avventura.
A quei tempi al cinema gli indiani erano cattivi, niente da dire. Attaccavano le fattorie isolate e massacravano tutti; rapivano le donne bianche per farle schiave; tendevano imboscate ai coloni e scotennavano i soldati che gli passavano a tiro. Al massimo ce n’era qualcuno, addomesticato, che faceva da guida scout; non c’erano dubbi che la ragione fosse dalla parte dei pionieri, dei costruttori di ferrovie, di chi portava la civiltà insomma.
Non saprei raccontare la trama del film perché passai la maggior parte del tempo a cercare di svegliare mio padre che addormentandosi iniziava a russare; alla fine comunque la tromba suonò la carica che annunciava l’”arrivano i nostri”: il bene trionfava.
Solo qualche anno dopo si iniziarono a vedere dei film che ribaltavano lo stereotipo uomo bianco=civile e buono vs. uomo rosso=selvaggio e cattivo, bisognò aspettare Soldato blu, Il Piccolo grande uomo e Corvo rosso non avrai il mio scalpo che ristabilivano la verità storica: gli indiani erano le vittime e gli uomini bianchi gli aggressori: ma ormai i pochi indiani rimasti erano stati rinchiusi da tempo nelle riserve, ed anche sapere di aver avuto ragione non so quanto fu loro di conforto.

Come avrà capito chi segue da un po’ i miei sproloqui, non sono astemio. Non sono un fine intenditore ne un sommelier, ma un vino buono se me lo date lo so riconoscere; non disdegno niente ma potendo scegliere preferisco il rosso. Da quando ho letto che il tannino contenuto nelle uve nere aiuta a tener pulite le arterie mi attengo scrupolosamente ai consigli medici. Mi sono anche fatto regalare (trovo che sia molto utile avere dei vizi per togliere d’impaccio chi deve fare i regali) un decanter per far ossigenare il vino stagionato prima di degustarlo; peccato che nella mia cantina alle bottiglie non venga lasciato il tempo di invecchiare quindi il decanter è ampiamente sottoutilizzato. Bere da soli, credo lo sappiate, non è consigliabile: è per questo che quando ci troviamo tra amici un paio di bottiglie le stappiamo. Nel mio paese, lo segnalo agli appassionati, una prestigiosa azienda produce un vino da competizione, il Pollenza: quando deciderò di meritarmelo investirò i 50 euri necessari all’acquisto, ma non credo lo farò stagionare molto.

A proposito di linea rossa, la metro che prendo tutti i giorni per andare al lavoro è rossa. Stamattina era piena zeppa di persone che si recavano alla Fiera del Mobile; ad un certo punto ho sentito un urlo ed ho visto una giapponesina catapultarsi fuori, seguita da un suo amico; le avevano sfilato il portafoglio dalla borsetta, mariuoli, ma la ragazza è stata veloce perché è riuscita ad acciuffare il ladro e farsi restituire il maltolto. Il tutto si è svolto così rapidamente che sono appena riuscito a intuire quello che stava succedendo e non ho capito come abbia “convinto” il ladro, forse ha usato qualche arte marziale: se è così ha fatto bene, così gli impara¹ a superare la sua linea rossa.

(133 – continua)

pollenza-home

¹ mi vedo costretto a precisare che, attenendosi strettamente alla lingua italiana,  “così gli impara” meriterebbe la matita rossa.  

 

Annunci

Negare sempre! (e tre)

In deroga a quanto dichiarato nelle mie note di presentazione, dove affermavo di non essere uomo da recensioni, perlomeno di questo secolo, farò una eccezione per un film che raccoglie l’eredità della grande commedia all’italiana, degno successore di due cult assoluti come “I due superpiedi quasi piatti” o meglio ancora “La soldatessa alla visita militare”:

Dura vita (e non solo) di un forestale a Miami

Come si può non essere fieri del genio italico? Saremo sgarrupati, arruffoni, imbroglioni, improvvisatori, fatalisti, incapaci di stare in coda, superstiziosi, ignoranti, maleducati, cialtroni, caciaroni, esagerati, mangiatori di pizza e suonatori di mandolino, ma quanto a fantasia non ci batte nessuno.

Qualità che non difetta certo, anzi direi che ne è dotatissimo come peraltro di altri attributi, al forestale lucano che, in congedo retribuito per “gravi motivi familiari”, non avendo trovato in Italia una località idonea si reca periodicamente a Miami, la nota Tabiano della Florida, per rilassarsi dopo i gravosi impegni da crocerossino.

crocerossina-berlusconi-51

Dove, più che sulle spiagge dell’Atlantico, mettere a frutto la sua esperienza di foreste? E dove trovar miglior ritempro se non nella calda cittadina statunitense, a due passi dalle Bahamas?

miami-beach-photo-1859153303

E’ qui, sul bordo di una piscina a forma di cuore, mentre sorseggia un succo di papaya con la fronte comprensibilmente corrucciata a cagione dei noti e gravi motivi familiari, che il nostro viene avvicinato da due avvenenti ragazzotte, vestite succintamente come si conviene ad avvenenti ragazzotte frequentanti i bordi delle piscine a forma di cuore.

L’idioma a lui estraneo, quell’inglese con poche assonanze con il potentino a lui caro, non gli permette di imbastire una conversazione soddisfacente; pensieri profondi gli inarcano le sopracciglia ma lì rimangono, non trovando modo di venire espressi compiutamente.

Intuisce, più che capire, che le due ragazze a causa della uniforme verde da forestale che egli indossa malgrado il congedo (retribuito), lo hanno scambiato per l’idraulico del lussuoso hotel; mimando con gesti sapienti problemi di tubature riescono a convincere il lucano a recarsi nella loro camera a dare un’occhiata allo stato dei sanitari.

Se vi chiedeste, in caso di bisogno, a chi domandare aiuto, non abbiate dubbi: un lucano una mano ve la darà sempre, e all’occorrenza anche due.

cover-lucano-top_it

Arrivati nella spaziosa camera al decimo piano, dove troneggia un letto matrimoniale king size a forma di cuore con copertina in raso rosa, il nostro si reca nel bagno a visionare gli impianti ma purtroppo il lavoro è ostacolato dalle due ragazzotte che, per dimostrare l’inefficienza degli scarichi, si sono infilate entrambe sotto la doccia e nella manovra hanno inavvertitamente inzuppato l’afflitto forestale.

Che tuttavia non si perde d’animo! Non sarà un goccio d’acqua a fermarlo. Chiedendo il permesso alle due bisognose, si toglie gli abiti bagnati e li pone ad asciugare sul balconcino che guarda sulla piscina a forma di cuore; si appresta ad armeggiare coi sifoni intasati, quando d’improvviso si accascia sul letto king size. Cos’è stato? What the hell? Preoccupate, le due floride floridesi si avvicinano al milite e colgono, sul suo viso, un’espressione smarrita, tipica dei lucani con gravi problemi familiari.

giovanardi-420x320

Come consolare un idraulico in mutande smarrito su di un letto king size? Si chiedono le due ragazze che per la preoccupazione non hanno ancora avuto il tempo di indossare il perizoma.

Tra le due avviene un conciliabolo; l’una propone di convocare il pastore della locale chiesa Battista, l’altra uno psicoterapeuta esperto di gravi problemi familiari. Alla fine concordano che la cosa migliore è quella di farlo svagare con dello sport; chiedono dunque al forestale che tipo di sport ami praticare, e all’uomo comprensibilmente confuso viene in mente solo quello praticato da tutti i forestali, come ben sanno i cultori di “Un passo dal cielo” con Terence Hill nei panni di Pietro/Don Matteo: il cavallo.

132053450-d6a8caf2-39da-4fa7-af00-af6c34d4b36e

Non che sia facile trovare il simpatico quadrupede in una camera d’albero di Miami! Ma a tutto c’è rimedio, fuorché a quello per cui non ce n’è; le due intraprendenti e momentaneamente svestite fanciulle che si fanno venire in mente? Pur digiune di storia e ancor più di letteratura, si improvvisano Lady Godiva ed utilizzano il frastornato idraulico dilettante come destriero: Yaaa!! Yaah!!  Non lesinano sugli sproni, e lo cavalcano ben bene. L’impegno delle ragazze è ben ripagato, e la cavalcata fa senz’altro bene al forestale, che lasciatisi alle spalle pensieri e preoccupazioni ritorna, fiducioso nel mondo e nell’avvenire, al suo succo di papaya. Le foreste di Miami sono in buone mani!

(112 – continua)

13655

p.s. 1:
sia chiaro che a quanto dichiarato dal forestale al giudice, e cioè che non sapeva di star girando un film porno, io ci credo. Decine di parlamentari non hanno mica creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak?

p.s. 2:
Il frate domenicano teologo di Radio Maria sbaglia. Il terremoto non è stato mandato per punire i peccati delle unioni civili, ma per avvisare chi ha intenzione di votare No al referendum.

 

Pane e cioccolata

Nel film Pane e Cioccolata, anno di grazia 1973, un Nino Manfredi toccato anch’egli dalla grazia interpretava un emigrante italiano in Svizzera che, occupato come cameriere in un ristorante di lusso, è in concorrenza con un turco per essere assunto, per ottenere quel posto fisso che avrebbe consentito la svolta della sua vita: e quando è ad un passo dal successo, rassicurato di essere il prescelto, viene pizzicato ad alleggerire la vescica dietro una pianta, nei cui pressi transitava una elvetica schizzinosa. Consiglio a tutti, anche a quelli non ancora nati all’epoca, di vedere questo film: per prima cosa perché è una delle più belle commedie italiane di tutti i tempi, e secondo perché mi sembra illuminante anche sulla condizione odierna.

Cesare Vespasiano Augusto fu imperatore di Roma per dieci anni, dal 69 al 79; è considerato unanimemente un buon imperatore, riportò l’ordine che dopo Nerone era andato a ramengo; riorganizzò l’esercito, represse come doveroso ribelli e barbari, insomma tutto come nel manuale del buon imperatore al quale anche ai tempi attuali si attengono taluni governanti  pur non essendo imperatori ne avendone le qualità. Non trascurò le opere pubbliche, che allora si facevano e celermente; tra queste una delle più meritorie fu quella di far installare numerosissimi orinatoi, detti poi vespasiani, dove si accedeva pagando un obolo.

Tali servizi igienici si potevano vedere ancora in giro, fino a poco tempo fa, e magari qualcuno ne è rimasto; al mio paese ce n’era uno proprio di fianco ai giardinetti posti di fronte alla porta di accesso principale (“la porta di sopra”; per non sbagliarsi c’è anche la porta di sotto e la porta di mezzo), frequentato per lo più da vecchietti in uscita da qualche cantina.

Per una decina d’anni, prima di essere folgorato dalla bellezza della Sicilia, le ferie ci vedevano partire verso qualche paese più a nord nel nostro. Una volta passammo dalla Germania alla Danimarca alla Svezia (tutto rigorosamente con mezzi pubblici); in quest’ultimo paese ci fermammo un giorno a Malmoe, graziosa cittadina con un bel centro medievale; mi colpì molto il fatto che stessero costruendo un nuovo quartiere e per prima cosa avessero piazzato i binari del tram: ai nostri amministratori non farebbe male farsi un giretto ogni tanto da quelle parti. Pur essendo agosto, di sera faceva freddino: i locali intorno alla caratteristica piazzetta Lilla Torg, dove si mangiava all’aperto, confortavano turisti e autoctoni con stufe a fungo e copertine di pile da mettersi sulle spalle.  Dopo cena ci avviammo per una passeggiata intenzionati a visitare il castello, che ovviamente era chiuso; ci accingemmo quindi a tornare al nostro alloggio, quando più o meno a metà strada la birra iniziò a fare effetto. Accelerai il passo, come capirà chi è pratico di effetti secondari della birra; disdegnai stoicamente qualsiasi locale aperto dove poter trovare sollievo; i miei congiunti ridevano e arrancavano dietro di me, con un atteggiamento francamente poco empatico. A cento metri dall’arrivo, capii tra i sudori freddi che non ce l’avrei mai fatta. Quando capirono le mie intenzioni, i miei ridendo scapparono fino all’angolo successivo, fingendo che fossi un profugo curdo: il godimento che provai liberandomi di fianco ad una cabinetta della locale azienda telefonica, rilasciando una quantità prodigiosa di birra lavorata, fu superiore persino a quello della vittoria dell’Inter sul Barcellona nell’anno del triplete di Mou; in quel momento sarebbero potuti passare squadroni di poliziotti in tenuta antisommossa ma niente mi avrebbe spostato di la.

L’Italia è un bel paese, non c’è che dire; ma è anche un paese dove si può dar fuoco ad un uomo e dopo dieci anni esser fuori di carcere, e chi volesse saperne di più legga il recente libro di Dario Fo, Un uomo bruciato vivo, scritto con la figlia della vittima, Florina Cazacu; in questo paese e precisamente a Bergamo un uomo, padre di tre figli, insegnante di filosofia, appena stabilizzato dopo quattordici anni di precariato (questo dovrebbe essere lo scandalo in un mondo che non fosse a rovescio), è stato licenziato perché ha omesso di segnalare che undici anni prima era stato colto da una pattuglia di carabinieri a fare la pipì dietro un cespuglio. La grave infrazione rilevata dai solerti tutori dell’ordine era arrivata fino alle estreme conseguenze:  giudice di pace, decreto penale, duecento euro di multa.

Se quel paese, quel buco nella Val Brembana di meno di 200 anime, avesse messo a disposizione dei cittadini un vespasiano tutto questo non sarebbe successo; se quei carabinieri fossero stati in servizio sul Gennargentu, come richiesto dal loro QI, nemmeno; se quel giudice di pace avesse bevuto almeno una volta in vita sua una birra, anche se non a Malmoe, avrebbe capito di che si stava parlando e del danno che avrebbe arrecato. Invece tutti hanno fatto il loro compitino, che non prevedeva l’applicazione di logica, ragionevolezza e buonsenso: signori miei, la legge è legge. Auguri, prof.

(83. continua)

large_e3RlikQf04jHotaao3kZGBrmCmB

Qui si fa la pipa non canta la raganella

Se qualche tempo fa vi fosse capitato di passare in treno dalle parti di Osimo/Loreto, avreste potuto notare sui muri di un casolare diroccato nei pressi della ferrovia la scritta criptica: QUI SI FA LA PIPA NON CANTA LA RAGANELLA. Mi sono scervellato per anni nei miei passaggi andata e ritorno per capire la logica che collegava l’attrezzo da fumo ai simpatici anfibi. Lo stile delle lettere ricordava quello del ventennio tanto caro ai nostalgici, sebbene il richiamo suonasse piuttosto frivolo rispetto ai roboanti INDIETRO NON SI TORNA o SE AVANZO SEGUITEMI che qualche buontempone aveva trasformato in SE AVANZO MANGIATEMI. Mio padre ricordava altri inviti, di cui forse in tempi di autarchia il più autorevole era  “ITALIANI, MANGIATE PESCE!” a cui gli italiani si sarebbero volentieri adeguati, ma che purtroppo ai tanti che compensavano la mancanza di cibo con qualche nozione storica  ricordava l’invito che Maria Antonietta rivolse ai suoi connazionali, peraltro poco riconoscenti, ovvero quello di cibarsi di brioche in mancanza di quelle baguette di cui andavano ghiotti, specialmente se impreziosite da un leggero aroma di ascella.

Probabilmente la mia ignoranza derivava dal fatto di non essere un amante del fumo; in famiglia non fumava nessuno e dunque non ero predisposto al vizio. Credo mi frenasse anche il fatto che il vizio del fumo, a differenza di quello di mangiarsi le unghie, non fosse gratis. Ad ogni modo, visto che chi lo faceva sembrava provarci un gran gusto, incuriosito mi attrezzai. Sotto la bottega di mio padre c’era un locale adibito a carbonaia. Approfittando del fatto che mio nonno Gaetano mi mandava qualche volta a comprare le Nazionali senza filtro, andai alla tabaccheria di Vittoria e presi un pacchetto da 10. Con due compagni di cui non rivelerò il nome aspettai che facesse sera, e insieme ci infilammo nella carbonaia al buio. Avevamo solo una vaga idea del cosa fare: accendere il cerino non bastava; soffiare non funzionava, ci mettemmo un po’ a capire che bisognava aspirare, ma non che il fumo sarebbe stato meglio non inspirarlo. Credo che ad un certo punto le Nazionali senza filtro siano state dichiarate fuorilegge ai sensi della Convenzione di Ginevra sulle armi chimiche; uscimmo all’aria aperta  violacei, e credo che il pacchetto sia ancora là. Converrà fare una telefonata anonima, e chiamare degli artificieri per disinnescarlo.

In questi giorni infuriano le polemiche sulla teoria gender, o dei generi. Come ho detto, a noi per sicurezza mettevano dei fiocchi blu se maschietti e rosa se femminucce; non dubito che qualcuno potesse fare confusione anche allora, ma a occhio e croce sembrava un numero più contenuto. Comunque sono argomenti troppo importanti e delicati per permettermi di scherzarci su: suggerirei solo di aggiungere alle numerose possibilità di combinazione oggi offerte dal mercato anche una ulteriore variabile fumatori- non fumatori. Questo lo dico soprattutto a vantaggio dei non fumatori: infatti se vi è capitato di baciare qualche volta una fumatrice, forse anche a voi è rimasta quella inquietante sensazione di star leccando un portacenere.

A me successe al mare e preciso, ad evitare ritorsioni, prima di conoscere mia moglie: se dicessi che lo rifarei non sarei sincero. Ero con un amico, poco più che ventenni entrambi, ed avendo visto queste due amiche aggirarsi intorno ad una pista da ballo all’aperto avevamo pensato bene di farci avanti. Il mio amico non brillava per delicatezza e savoir faire, nemmeno per eloquio a dire la verità; ma avendo capito dopo i primi approcci che non avevamo a che fare con due accademiche dei Lincei anche le sue qualità poterono risaltare. Insomma, noi in due, loro in due: il mare, la luna, la spiaggia eccetera, se mi seguite. C’erano tutti i presupposti per un lieto proseguimento della serata dopo il ballo liscio preliminare ma purtroppo il ricordo della carbonaia fu troppo forte e dovetti defilarmi con qualche scusa di circostanza. Il mio amico, che essendo uomo di poche parole stava già passando alle vie di fatto, rimase interdetto: la mia defezione aveva rotto l’armonia e la sua dama, vedendo l’amica ripudiata, si ricompose. Per un attimo vidi i suoi occhi attraversati dalla stessa luce di quelli di Jack Nicholson in Shining mentre sussurra “Sono il lupo cattivo!” alla mogliettina Wendy, sollecitandola con un’ascia ad uscire dal bagno; poi capii che era entrato in blocco, incapace di decidere a chi saltare addosso, se alla donzella per finire l’opera o a me per strozzarmi.

In verità la scampai bella: qualche settimana dopo si aggiravano tutte e due per il paese, alla nostra ricerca. Vi ho già detto che d’estate prima di una certa ora non incontrereste molta gente in piazza, e così accadde a loro; ma tra quei pochi si imbatterono proprio, vedi a volte le combinazioni, in mio nonno con tanto di cappello in testa. Abituato a tempi in cui non erano le donne a correre dietro agli uomini, fu sorpreso ma orgoglioso del fatto che due belle ragazze (secondo lui; niente di che, secondo me) mi cercassero, e noncurante del motivo si offrì addirittura di accompagnarle a casa; per fortuna le due con un barlume di pudore rifiutarono, e tanto non mi avrebbero trovato perché in quel momento ero a trecento chilometri di distanza.

Alcuni conoscenti mi hanno detto che il casolare è stato abbattuto, e con lui la scritta. Se fosse rimasta, tra duemila anni fior di archeologi sarebbero stati impegnati a decifrarla: meglio così, non ci sarebbero mai arrivati. A voi però posso dirlo, perché ora lo so: Non canta la raganella era una marca di pipa, e quel casolare era la fabbrica dove veniva prodotta.

(50. continua)

800px-The_Shining