Niente sushi per Olena – 12

Olena e nonna Pina stanno salendo in cima alla ciminiera in disuso del vecchio laboratorio Rana. Da lontano vederle arrampicare usando le vecchie scalette metalliche è uno spettacolo, la russa con la nonna attaccata alla schiena e questa a sua volta con un fucile di precisione a tracolla.
Arrivate alla piccola piattaforma, mentre la nonna scruta i dintorni con un binocolo, Olena monta con calma il cannocchiale ed assicura il fucile, un DSV Dragunov modificato, al suo treppiede.
La nonna prende posizione e punta verso la bocciofila, distante un paio di chilometri. Nel mirino inquadra perfettamente il pensionato Osvaldo Mazzoleni che si sta grattando la testa pensando all’effetto da dare alla boccia per spostare quella dell’ amico Beppe Calderoli e accostare la sua al pallino.
«Babushka, appoggiate bene calcio fucile, o fare voi male» suggerisce premurosa Olena «e attenzione, ultima volta quasi preso piede. Pensa sempre che da partenza ad arrivo pallottola passano più di due secondi»  ricorda  con pazienza all’anziana tiratrice.
«Ok, ok, sshh, adesso zitta Natascia che mi deconcentri» protesta la nonna. Mira al pallino; aspetta che Osvaldo prenda lo slancio, e quando è certa che il movimento del giocatore non si possa più fermare, trattiene il respiro e preme delicatamente il grilletto. La pallottola parte, seguita un attimo dopo dalla boccia.
«Uno, due…» conta mentalmente nonna Pina, e prima del tre si vede il pallino sparire in una nuvoletta, polverizzato.

Osvaldo osserva incredulo la boccia dirigersi nel punto dove fino a un attimo prima c’era il pallino. Con la bocca ancora aperta, si volta verso Beppe.
«Come cazzo hai fatto? Rimettilo immediatamente a posto!» al che l’amico, più meravigliato di lui e nondimeno offeso dall’accusa rivoltagli, risponde per le rime:
«Ma sei scemo? Come cacchio facevo a spostarlo, gli sparavo?» non immaginando di essere alquanto vicino alla realtà.

Olena, osservato il colpo con il binocolo, sorride e commenta a bassa voce:
«Oтлично»¹
Nonna Pina osserva i due pensionati litigare, poi si mette seduta, si batte una mano sulla coscia e scaracchia di sotto. Infine, ridendo, esclama:
«Ah, ah, che mi venisse un colpo! Guarda quei due rincoglioniti, tra poco se le suonano! Quasi quasi gli sparo, che dici eh, Natascia?»
«Babushka…» scuote la testa Olena, come si fa con i bambini un po’ discoli.
«E va bene, va bene…» concede a malincuore la ultracentenaria. Poi, mettendosi più comoda, e facendo cenno ad Olena di avvicinarsi, chiede:
«E dimmi Natascia, coi cinesi come è andata?»

Gilda, seduta in soggiorno nella sua poltrona preferita, sta sfogliando l’ultimo numero di Vogue, incuriosita da un completino di Girifalchi ispirato al signor Bonaventura², con la variante di un paio di pantofole di pelo. In piedi al suo fianco James, reduce dalla seduta mattutina di capoeira con Miguel.
«Sobrio questo giovane stilista, dicono sia l’erede di Armani. Mah, sarà, a me pare che debba ancora mangiarne di pagnotte. Tu che ne pensi, James?»
«Una rivisitazione particolare, se posso esprimere la mia opinione. I pantaloni a pinocchietto sono molto estivi»
«Suvvia, James, chi mai si metterebbe quel cappellino in testa? Opprime» constata l’esperta Gilda.
«In una giornata assolata e con i giusti accessori potrebbe avere il suo perché» dice James, maledicendo tra sé e sé il cugino Tano Lomuscio, in arte Girifalchi, per non aver ascoltato il suo consiglio riguardo la sostituzione dell’orrendo cappellino con una bandana in seta stampata.

In quel mentre, a rompere la tranquillità della conversazione si ode lo squillo dell’interfono. Gilda sobbalza, ripensando a quando era il suo defunto marito, il cavalier Rana, a far squillare imperiosamente l’apparecchio. James va al ricevitore:
«Pronto, casa Rana. Chi parla?» rendendosi immediatamente conto, dall’occhiata che Gilda gli rivolge, di essere ricaduto nel suo vecchio vizio. Dall’altro capo del filo si ode una voce concitata:
«Noo! Questo no, non posso! Mi lasci stare, vada via, via!»
«Lasciarti stare? Ah, ah, te lo faccio vedere io come ti lascio stare!»
«Aahh…»
James rimane un attimo pensieroso con la cornetta in mano, cercando di mettere a fuoco quanto ha sentito. Poi, scuotendosi, si rivolge alla Calva Tettuta:
«Mi dispiace disturbarla, signora, ma temo dovremo recarci al laboratorio. Toshiro non mi sembra in forma»
«Toshiro? Cos’ha, mal di pancia? Non sarà stata la sua ultima creazione, papaya e cozze?»

«Tenderei ad escluderlo, signora»

Che è successo al povero Toshiro? E’ la giusta punizione per aver abbinato papaya e cozze? Girifalchi sarà davvero l’erede di Armani?

Signor_Bonaventura

¹ Ottimo
² Famoso personaggio di un fumetto del Corriere dei Piccoli. L’autore, pur non essendo un bambinetto, non ha mai letto questo giornalino, comunque.

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Niente sushi per Olena – 11

«Compagni, facciamo il punto della situazione» dice Luisito a Memo, Ambrogio e Olindo, seduti insieme a lui ad un tavolo del ristorante Wang Chung, in via Paolo Sarpi a Milano.
«Questo è l’ultimo posto dove è stato visto Nagatomo prima di sparire. Che era venuto a fare? C’è una relazione con la sparizione?»
«Magari è venuto anche lui a mangiare gli involtini primavera» suggerisce Ambrogio, dubitativo.
«O magari aveva un appuntamento con qualcuno» insinua Memo per poi uscirsene con una domanda off-topic: «Ma secondo voi i cinesi ce li hanno i cani da compagnia?»
«Memo, non romperci i coglioni adesso con i tuoi cani» dice Luisito attenendosi all’ordine del giorno.
«Per me è stata la mafia cinese» afferma convinto Olindo.
«Ma perché mai la mafia cinese dovrebbe interessarsi a Nagatomo, me lo spieghi? Tra l’altro quello è giapponese, mica cinese!» argomenta Ambrogio con competenza.
«Cinesi, giapponesi, sempre gialli sono» ribatte Olindo
«Pinna, non dire vaccate, che mi sembri un leghista» lo redarguisce Luisito. «Cerchiamo di agire con discrezione e capire che gli è successo. Ah, ecco che arriva la cameriera»

La cameriera, sorridente con gli incisivi prominenti e lievemente claudicante, arriva al tavolo sorreggendo un vassoio con i piatti ordinati dal quartetto.
«Signorina, la salsa wasabi l’ha portata?» chiede Memo, da uomo di mondo.
«E’ in quella ciotolina, signoli» risponde con grazia la cameriera.
«Ah, è quella verde? E senta, compagna, lei ha visto per caso questa persona qua?» continua Memo, tirando fuori dalla tasca della giacca la foto del terzino giapponese in divisa da trasferta. La cameriera rimane un attimo interdetta, dà un’occhiata alla foto e poi, scuotendo la testa, risponde:
«Mi dispiace, non mi intendele di calcio» e poi con un inchino torna in cucina.
I quattro si guardano. Luisito rompere il ghiaccio:
«E questo me lo chiami agire con discrezione?» chiede a Memo «Ci mancava solo che ti mettessi a ballare sul tavolo!»
Memo sta per rispondere per le rime, quando dall’altra parte della sala nota un trambusto che lo distrae.

«Ammorree! Mmhh, io aduoro pesce crudo tagliato a striscioline fini fini. Mangia raviolone piccante, poi io graffia tutto te come piace tanto, micione mio» e così dicendo Olena mostra le unghie ad un James non del tutto a suo agio.
«Natascia, per la miseria, quando finisce questa recita?» chiede il maggiordomo, al quale il pesce crudo non va troppo a genio.
«Sshh, tu zitto e sorridi» intima Olena avvicinandosi pericolosamente al lobo dell’orecchio  destro del maggiordomo «ora inizia divertimento»
Fingendo di abbracciare James, Olena tiene d’occhio l’ingresso, dal quale sono entrati quattro cinesi vestiti di nero. La solita cameriera si fa loro incontro premurosa. Questi le chiedono qualcosa   bruscamente, al che la cameriera irrigidendosi fa un cenno verso l’interno della sala e si ritira in cucina. I quattro si avviano decisi verso il tavolo di Olena e James.

Olindo detto il Pinna ha seguito la scena. Si batte una mano sulla fronte, poi appallottola il tovagliolo e lo butta sul tavolo.
«Aspettate qua, torno subito» dice alzandosi con decisione, diretto alla toilette.
«Pinna, ma dove vai? Ti si freddano gli involtini!» lo richiama Ambrogio, ma Olindo ha già varcato la porta dei servizi.
«Sono i diuretici che prende» rivela Memo, «quando scappa scappa»

«Temo che abbiate sbagliato locale, signori» dice il più atletico dei quattro ad Olena e James, ostentando un impeccabile accento italiano. Olena, giocherellando con i bastoncini, si guarda intorno meravigliata, e poi dice a James:
«Ammorre! Ma questo non essere Ritz! Dove tu hai portato me! Cattivo, cattivo bambino» picchiando James con i bastoncini.
«Esatto, questo non è il Ritz e adesso voi vi togliete dai piedi» e afferra Olena per un polso, con l’intenzione di farla alzare. La russa rimane inchiodata al suo posto e protesta verso James:
«Ma amuoruccio! Vedi cosa fanno questi brutti a tua Natascia… tu difende me, prego!» al che James, punto sul vivo, si alza in piedi con fierezza vestito del suo changshan e intima al cinese, scandendo bene le sillabe:

«To-gli-le su-bi-to le ma-ni di dos-so»

Un attimo di silenzio, poi i quattro cinesi scoppiano a ridere, e quello più arretrato parte con un destro di taglio diretto verso l’orecchio del maggiordomo.
La vecchia saggezza cinese non frequenta evidentemente il Wang Chun, perché nei dieci secondi successivi succede che:

  • James para l’attacco del cinese, gli blocca il braccio e con una torsione di judo lo fa volare sopra al tavolo;
  • Olena conficca le bacchette nel naso del cinese che la tiene per il polso, facendolo somigliare ad un indigeno della polinesia;
  • James para anche l’attacco del terzo cinese, ma stavolta con un occhio;
  • Olena afferra il quarto cinese per la cintura dei pantaloni ed il collo del maglioncino girocollo e lo usa come clava per abbattere il terzo;
  • Olena controlla l’occhio di James e gli fa segno che non è niente;
  • Olena infila a testa in giù il quarto cinese nel portaombrelli finto Ming dell’ingresso, lasciandolo fuori dalle ginocchia .

«Andiamo amuoruccio, questo non è locale di classe» dice Olena rimettendosi la pelliccia.
«Lo segnalerò a Tripadvisor» promette James premendosi un fazzoletto sull’occhio, prima di chiudersi la porta alle spalle.

I nostri tre hanno osservato la scena paralizzati. Si scambiano un rapido sguardo e prendono la decisione.
«Ragazzi, è meglio smammare prima che ci sgamino» suggerisce Memo.
«D’accordo, vado a chiamare Olindo che così ce ne andiamo» si offre Ambrogio.
«Signorina! Signorina, ci porta il conto? Signorina? Ma dov’è finita la cameriera?» chiede Luisito, che tiene la cassa comune, a Memo. «Vai un po’ a vedere, che se no facciamo notte»
Memo si alza e va fino in cucina. Dopo qualche secondo torna indietro confuso:
«Di là non c’è più nessuno!» ed in quel mentre Ambrogio rientra dal bagno, dove ha approfittato per liberare la vescica, e dichiara:
«Il Pinna è sparito!»

Dove sono finiti Olindo e la cameriera? Come mai James pratica il judo? I cani di compagnia dei cinesi si sentono tranquilli? Vi infilereste un bastoncino nel naso? Eppure c’è qualcuno che lo fa, ed anche gratis!

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Niente sushi per Olena – 10

«Ya viene el negro zumbon
Bailando alegre el baion
Repica la zambomba
Y llama a la mujer
Tengo gana de bailar el nuevo compass
Dicen todos cuando me ven pasar
“¿ Chica, donde vas?”
“Me voy a bailar, el baion!”»

Gilda, avvolta da una morbida vestaglia di seta amaranto e con in testa un turbante in tinta, sta sorbendo il caffè che il premuroso maggiordomo James le ha appena servito. Dalla portafinestra del balcone che si affaccia sul giardino entra una melodia allegra, e la nostra Calva Tettuta si ferma un attimo ad ascoltarla col mignolino alzato. Si avvicinano entrambi al balcone ed osservano inteneriti un gioioso Miguel  ballare un bajon imitando le movenze di Silvana Mangano nel film “Anna”, intonando però la canzone nella più recente versione dei Pink Martini.

«Si muove bene il nostro Miguel, non è vero James?»
«Decentemente, signora. Il bacino è mobile, ma la tecnica non è perfetta» minimizza James, battendo il piede a tempo.
«Per essere un dilettante non mi sembra malaccio. Piuttosto, pensi che “zumbon” sia politicamente corretto, James? Non vorrei avere noie dai vicini»
«Nulla osta per lo zumbon, signora. Anche la Crusca lo ammette.»
«Pochi sanno rasserenare come te, James caro»
«Dovere, signora» risponde James con un piccolo inchino.

«James, caro?» continua Gilda, cambiando discorso.
«Signora?» chiede James inarcando lievemente un sopracciglio.
«Senti anche tu questo rumore? Sembra un ticchettio, qualcosa che batte a intervalli regolari.»
«L’ho notato, signora. Credo sia Natascia che si esercita al tiro con la carabina. L’ho vista salire sulla ciminiera del vecchio laboratorio portando in spalla la signora Pina»
«Con nonna Pina? Che bizzarria. Ma che ci fanno lassù in cima, James?»
«Natascia sta insegnando alla signora a sparare ai pensionati, signora»
«Ai pensionati, James? Un bel passatempo. Ma non sarà illegale?»
«Affatto, signora. Mi sono espresso male, le due hanno preso di mira una bocciofila situata ad un paio di chilometri da qua e si divertono a spostare i boccini ai pensionati che si apprestano ad andare a punti. Un divertimento innocuo, signora»
«Bè, beata giovinezza! Quand’è così lasciamo pure che si divertano» concede Gilda, di larghe vedute.

Poi la Calva Tettuta posa la tazzina e osserva il suo maggiordomo. Colpita da un particolare che in precedenza non aveva notato, inclina leggermente la testa, con l’indice appoggiato pensosamente all’angolo della bocca. Infine, con un cenno di approvazione, dice:
«Quel violetto che hai messo intorno all’occhio destro è delizioso, James, risalta parecchio»
James risponde con modestia: «Troppo buona, signora. L’abbinamento è del tutto involontario, sono stato infatti vittima di un piccolo incidente»
«O povero caro, sei caduto, ti sei fatto male?»
«Niente di preoccupante, signora, una piccola disattenzione, cose che capitano»
«Non prenderlo come un rimprovero caro, ma ultimamente sei un po’ distratto. Spero non si tratti di affari di cuore, sa il cielo quanto si possa soffrire per quelli! » declama teatralmente Gilda, pensando allo scomparso Cavaliere ed al lontano Svengard.
«Niente di grave, le assicuro, signora» dice James mentre solleva il vassoio d’argento con la tazzina vuota e si appresta a lasciare il soggiorno «Con permesso» ed esce.

«Incidente un par de palle» dice tra sé James ripensando a quanto accaduto la sera prima.

Una graziosa cameriera, leggermente claudicante, si avvicina al tavolo di Luisito e compagni.
«Avele scelto, signoli? Potele plendele oldinazione?» chiede gentilmente, mettendo in mostra i denti superiori sporgenti.
Luisito dà uno sguardo alla tavolata, e visti gli sguardi sfuggenti dei commensali prende in mano la situazione:
«Allora… io vado sul classico, ravioli al vapore e pollo alle mandorle» decide compiaciuto, tra i cenni di approvazione dei compagni.
«A me riso alla cantonese e gamberetti in salsa matrigna» chiede Memo, e poi sottovoce al vicino: «Io qua la carne non la mangio. Lo sai che in Cina mangiano i cani, no?»
«Come sei provinciale! A Vicenza allora mangiano i gatti, che vogliamo fare, siamo internazionalisti o no? E comunque in Cina non mangiano solo i cani, si mangiano tutto, pure gli insetti e le larve» afferma con competenza Ambrogio.
«Tanto fra poco li mangeremo anche noi gli insetti» interviene Olindo detto il Pinna. «Non avete sentito che l’Unione Europea ha dato il via libera all’utilizzo per alimentazione umana?»
«Opponiamoci, compagni! Contro il sovvertimento delle abitudini alimentari e lo sfruttamento intensivo degli insetti, indiciamo una grande assemblea di lavoratori e studenti e promuoviamo una petizione popolare!» rilancia Ambrogio, buttandola subito in politica. «Per me tempura di pesce e verdure, compagna» conclude comunque il sindacalista.

Gli sguardi di tutti sono puntati ora su Olindo, che scorre freneticamente il menu con il sudore che gli cola dalla fronte.
«Entro domani, Pinna» lo incita amichevolmente Ambrogio.
«Uffa, ma che ne so, mi pare tutto uguale… ma che cavolo vi guardate?» poi prendendo finalmente  una decisione si raddrizza sulla sedia e spara: «Signorina, per me involtini primavera. Senza salsa di soia però!»
La ragazza recupera i menu e si dirige zoppicando verso la cucina. Luisito, Memo e Ambrogio fissano Olindo, che si torce nervosamente le mani. Alla fine sbotta:
«E va bene, vaffanculo! Gli involtini primavera mi piacciono, andate a cagare!»

Come si è procurato il livido James? Mangereste involtini di cavallette? Osservando Silvana Mangano capite perché oggi si fanno meno figli di allora? 

 

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Niente sushi per Olena – 8

E’ sera a Milano. Olena la siberiana, altera e glaciale, elegante nella sua pelliccia viola con cappuccio foderato di ermellino e stivali di pelle alti fino al ginocchio, sta attraversando a passo regolare via Braccio da Montone, traversa di via Paolo Sarpi, per recarsi nel ristorante cinese Wang Chung, dove ha prenotato un tavolo per due. Un osservatore attento potrebbe notare un insolito rigonfiamento nella sacca in tinta che la russa porta in spalla, ma è raro che incontrandola qualcuno faccia caso alla sacca.
All’improvviso, da un portone laterale, sbucano due cinesi di grosse proporzioni. Minacciosi, le si piazzano uno davanti per bloccarle il passaggio e l’altro dietro per impedirle la fuga. E’ quello di fronte, all’apparenza il più integrato dei due ed in regola col permesso di soggiorno, a parlare:
«Dove andale tutta sola bella signola? Zona pelicolosa questa. Ching e Chang aiutale voi»
Olena stringe appena le palpebre e risponde educatamente, come suo costume:
«Sto andando nel bosco dalla nuonnina, finuocchietto, vuoi tu fare cuompagnia sì? Togli tua brutta faccia da mia strada entro dieci secondi. Nove, otto, sette…»
Il cinese, facendo  mostra di non badare all’avvertimento amichevole, continua:
«E cosa tenele dentlo bolsetta, Cappuccetto viola?» – chiede ridendo, con l’altro che gli fa eco – «Da blava, fale vedele ai tuoi amichetti Ching e Chang»
Olena interrompe il conto alla rovescia ed un sorriso increspa l’angolo sinistro della sua bocca.
«Speravo tanto tu chiedessi questo me» e così dicendo si toglie di spalla la sacca e ne estrae la mitraglietta micro Uzi dono di un ammiratore israeliano passato a miglior vita.
I due cinesi, con velocità considerevole data la mole, se la danno a gambe tentando di uscire dal vicolo, spingendosi a vicenda. Olena imposta l’arma sul colpo singolo e prende con calma la mira.
«Tre, due, uno…»

Ad un tavolo del ristorante Wang Chung, dall’ambiente che vorrebbe richiamare il Palazzo Imperiale della Città Proibita di Pechino ma ricorda piuttosto un centro massaggi di Busto Arsizio, siedono quattro autorevoli esponenti dell’area antagonista milanese: Luisito Lenìn del PIR-Partito degli Interisti per la Rivoluzione, Ambrogio Cantaluppi del Sindacato dei mimi di strada e falsi bambini in carrozzella, Alcide Remigi detto Memo del Mo.Di.Ca., Movimento per la dignità del cane e Olindo Gervasoni, il Pinna, dell’Unione No-Sushi. E’ proprio quest’ultimo a prendere la parola:
«Compagni, non sarà stata un’imprudenza venire in questo posto? Che tra l’altro, una volta, qua c’era la trattoria di Armando, con la moglie Rosina che cucinava una büseca eccezionale»
«E dell’Oss Büs con la polenta, vi ricordate? E dietro l’angolo c’era ul prestinée, Tino… con quell’odore di michetta fresca…» rimembra un sognante Ambrogio.
«Eh, Tino è da un pezzo che è andato… adesso cari miei il panettiere si chiama bakery, fa un pane che fa cacare ma in compenso costa dieci volte tanto. Và a da’ via el cü…» sospira Memo.
E’ Luisito che si incarica di riportare i commensali alla realtà dei fatti.
«Compagni, basta rivangare il passato. Avanti, bisogna guardare! Ammiriamo piuttosto le conquiste dei compagni della Repubblica Popolare Cinese, da cui dovremmo prendere tutti esempio» e così dicendo fa una panoramica sul locale, soffermandosi sulla porta della cucina da cui provengono rumori ed odori inquietanti. I compagni compiono con lo sguardo lo stesso tragitto.
«Una bella merda» commenta in modo equilibrato Olindo «comunque sia chiaro, io gli involtini primavera non li ordino nemmeno morto»

All’altro lato della sala, ad un tavolo separato dal resto tramite un paravento decorato con rappresentazioni di tigri e dragoni, un uomo distinto sui trentacinque anni, capelli e barba neri, attende l’arrivo di una donna. Inganna il tempo recitando scioglilingua silenziosi e facendo ruotare tra le dita le bacchette di bambù fornite come posate.
Nel bel mezzo del “sopra la panca la capra campa” viene distolto dall’occupazione da un trambusto proveniente dall’ingresso, e poco dopo un codazzo di camerieri accompagna al tavolo la sua ospite.
«Ammorre!!! Ecco dove tu essere» saluta la donna, e poi rivolta ai camerieri «Grazie cari, potete andare adesso»
I camerieri inebriati dalla carica sensuale della dea e intimoriti dalla prestanza fisica rinculano inchinandosi.
«Come rinculano male» non può fare a meno di notare James, che di quell’arte è maestro. «Era ora che arrivassi, avevo finito gli scioglilingua»
«Ho avuto piccolo problema, ma ora sistemato» dice Olena, sedendosi. Poi, facendo in modo di essere udita dagli altri avventori:
«Carooo! Grazie avere me aspettato, tu vero tesuoruccio!» James rimane imperturbabile, sebbene un po’ perplesso.
«Natascia, è proprio necessaria questa pagliacciata? E’ imbarazzante»
Olena da un’occhiata intorno e ribatte sottovoce:
«E quello era pruoprio necessario? Tu sembra inserviente di circo» riferita al variopinto abito Changshan¹ indossato dal maggiordomo.
«Ho pensato che fosse il più adatto al luogo» risponde James «e comunque almeno io non sembro una battona di viale Porpora» rivendica piccato.

Che ci fanno tutte queste belle persone al Wang Chung? Perché le panetterie adesso si devono chiamare bakery? Tra James e Olena è sbocciato l’ammorre? Lo scopriremo presto, Trenord permettendo.

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¹ tradizionale abito manciù

Niente sushi per Olena – 7

Gilda Quacquarini, vedova Rana, è elegantemente seduta nella confortevole poltrona Frau realizzata appositamente per le sue misure da abili artigiani tolentinati, e sbocconcella assorta una oliva ascolana. Ha appena salvato il suo direttore della R&S, Toshiro Laganà, dal suicidio a causa del flop della nuova linea di ripieni, ma non è serena.
«James?» chiama la Calva Tettuta. Il maggiordomo appare come per magia, preceduto da un’onda di profumo. Gilda arriccia il nasino e scuote il turbante su e giù in segno di apprezzamento.
«Volevo dirtelo da tempo, James, il tuo after shave è delizioso»
James sorride con modestia, come prescrive il manuale del buon maggiordomo nei casi in cui il maggiordomo medesimo sottragga i profumi alla sua padrona e se ne cosparga senza parsimonia, e con un piccolo inchino risponde:
«E’ un estratto di saliscardo mescolato con essenze di lavanda e bergamotto, signora»
«E’ buonissimo, James. Potresti procurarmene una boccetta, magari con qualche aringa al posto del saliscardo? Non è tipo da saliscardi il mio Sven»
«Naturalmente, signora. Contatterò il mio fornitore di Aix-en-Provence»
«Splendido, James, splendido.» Poi, tornata assorta, si alza e va alla finestra. Guarda fuori e con tono preoccupato chiede:
«James, che ne pensi della faccenda?»

James si avvicina rispettosamente. Nel giardino Miguel, il nuovo badante di nonna Pina, sta potando un cespuglio di rose indossando i pantaloncini con cui Heather Parisi ballava “Cica-Cicà, io son qua”. Un sospiro sfugge all’integerrimo maggiordomo, mentre inizia il suo racconto:
«E’ un caso umano, signora. Deve sapere che l’uomo in Messico aveva una avviata carriera di attore di telenovelas e doppiatore di film porno. La sua specialità erano i gridolini in falsetto, le majors se lo contendevano. Purtroppo ad un certo punto fu vittima di molestie, e dovette abbandonare le scene»
Gilda, incuriosita e commossa, chiede lumi:
«Ma che peccato, James. Un ragazzo con un così bel gusto nel vestire non merita questo, non trovi?»
«Purtroppo il mondo dello spettacolo è una giungla, signora. Nel periodo del fattaccio egli stava recitando in “Lacrime e laterizio” nel ruolo del carpentiere Manolo innamorato di Conchita, la donna barbuta, e contemporaneamente doppiava “La bella Violante ha la passione del pulsante” del genere hot-catastrof-politico. Fu lì che venne preso di mira da una baby-gang di chierichetti che controllavano il racket dei doppiaggi porno. Al rifiuto di presentarsi in canonica travestito da prevosto, questi scambiarono gli interruttori del doppiaggio e Miguel andò in onda nel telegiornale delle 20:30 con i suoi gridolini sovrapponendosi, anziché alla pornostar Pamela Lanzarote, alla conduttrice Juanita Garzon, amante del presidente della TV messicana. Lo scandalo fece cadere molte teste; Miguel perse il lavoro e fu costretto ad emigrare; sbarcò il lunario facendo diversi lavoretti e prestandosi persino a suonare le maracas nelle orchestrine mariachi di Porto San Giorgio»
«Che tristezza, James. In ogni caso ha un bel paio di pantaloncini. Ma comunque, caro, non era questa la faccenda per cui volevo sentire il tuo parere»

Sorpreso, James, solleva il sopracciglio prediletto, il destro.
«Chiedo venia, signora. Si riferiva alla fabbrica, suppongo» ipotizza il maggiordomo.
«Pochi maggiordomi sono perspicaci come te, James caro» dichiara Gilda con involontaria ironia
«Faccio quel che posso, signora»
«James, non ci capisco più niente. Un momento sembra che nessuno voglia più comprare i nostri prodotti, e un attimo dopo… guarda qua» e così dicendo Gilda porge a James una busta.
James prende la busta con sussiego e ne estrae compunto un foglio scritto a mano. Inforca gli occhialini modello Elton John che tiene ripiegati nel taschino della giacca e ne scorre il contenuto. Infine ripiega il foglio, ripone gli occhialini nel taschino e restituendo il foglio dice:
«Un’offerta interessante, se posso esprimere il mio parere. La signora è intenzionata a prenderla in considerazione?»
«Non lo so James, non lo so. Non ci vedo chiaro e quando non ci vedo chiaro le cose non mi sembrano limpide, non so se mi sono spiegata»
«Perfettamente, signora»
«Sai che ci vorrebbe James? Un buon caffè. Qualche suggerimento?»
«Vuol assaggiare del caffè verde, signora? Dicono faccia dimagrire, non che lei ne abbia bisogno, naturalmente»
«Ma si James, proviamo a cambiare colore. Dai e dai anche il nero stufa»

Di che offerta parla James? E Gilda la prenderà in considerazione? Il caffè verde fa veramente dimagrire? Ma intanto Olena che fa? Lo scopriremo finalmente nella prossima puntata? 

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Niente sushi per Olena – 6

Svengard il vichingo, elmo cornuto in testa,  è in piedi a prua del suo drakkar, assorto, con le braccia conserte. L’erede di una lunga stirpe di guerrieri scruta l’orizzonte con aria pensierosa.
Dietro di lui echeggia un canto virile, una antica melodia che rievoca l’epopea di quei popoli avventurosi:
«Trulla-llà! Trulla-llà! Trensum Storjorm Silverån! Karmsund Rågrund Soknedal! Trulla-llà! Trulla-llà!»
Svengard, distogliendo lo sguardo dal mare, volta lentamente capo ed elmo annesso, e rivolge un pensiero affettuoso agli autori di testi e musica, i suoi amici Uppallo I e Uppallo IV, gemelli monozigoti.
«O amici, compagni di innumerevoli bisbocce! Spero non prendiate queste mie parole come una critica, lungi da me questa intenzione. Ma sono due ore che cantate ‘sta lagna, non potreste cambiare disco? Ve ne sarei riconoscente»
«O Svengard, vecchio alce scornacchiato» – qui Uppallo IV rifila al gemello maggiore Uppallo I una gomitata nelle costole, per fargli notare l’indelicatezza del suo preambolo, ma quest’ultimo non se ne avvede –  «Finalmente hai parlato!» continua il maggiore degli Uppalli «Pensavamo che avessi inghiottito una lisca di balena, è dalla partenza che non apri bocca! Si può sapere che ti è successo?»

I tre erano salpati all’alba da Laivaniemi. Nella simpatica cittadina lappone si era svolto il campionato internorreno dei giochi vichinghi: le specialità più spettacolari erano come sempre la corsa con il barile, in cui Svengard aveva primeggiato, il lancio dei pigmei, la camminata sulle braci ardenti e la gara dei tagliaboschi ad occhi bendati.
Quest’anno era stata ammessa una nuova competizione, il salto della corda con la figlia in groppa, ma era scoppiato uno scandalo in quanto il vincitore, Kronon da Svartöstaden, si era rivelato essere un certo Cosmo da Bitonto¹, pugliese, che grazie all’affinità del suo dialetto con il norreno era riuscito ad intrufolarsi e vincere con largo margine. Una volta scoperti, Cosmo e figlia erano stati portati nel bosco dei taglialegna bendati e di loro non si era saputo più nulla.
Uppallo I e Uppallo IV avevano allietato i convenuti con tutto il loro repertorio di canti tradizionali e moderni, favorendo brindisi e mescolanze di generi.
Solo Svengard, nonostante le sollecitazioni, si era tenuto lontano dai baccanali, con il volto corrucciato.

«Insomma, si può sapere che hai?» insiste Uppallo I, il meno discreto dei due gemelli. Lentamente, Svengard risponde:
«O amici, fratelli, sedetevi, per quanto possa sembrare strano ho bisogno di un vostro consiglio.»
I due, colpiti dalla serietà del loro amico, si siedono su due ceppi dove sogliono tagliare le teste delle aringhe prima di salarle.
«Ci ho pensato tanto, amici, e sono arrivato ad una conclusione: Gilda non mi ama»
I gemelli spalancano gli occhi e si guardano increduli. Che cosa? La Calva Tettuta, la donna per la quale il loro amico ha spasimato una vita ed è ora finalmente diventata sua compagna, non lo ama, ma che storia è questa?
«Che cosa? Gilda non ti ama? Ma che storia è questa?» ripete a pappagallo Uppallo I.
«Ma non è possibile!» dice il gemello, più fantasioso. «Ma se dici sempre che passate tutto il tempo a fare l’amore! Allora millanti!» insinua Uppallo IV tra lo stupore dei due che ignorano il significato del verbo millantare.
«E’ proprio quello il problema, caro Uppallo» scandisce gravemente Svengard «Lei ama solo il mio corpo, non la mia mente!»
A questa rivelazione i due gemelli seduti sui ceppi, uno a destra e l’altro a manca, fissano sbalorditi l’amico. Poi, partecipando del suo struggimento, si guardano e scoppiano contemporaneamente a ridere, così forte che sono costretti a reggersi le pance ed appoggiarsi ai parapetti per non rotolare a terra. Svengard, offeso, stacca l’ascia bipenne dall’albero maestro a cui era appesa, pronto ad usarla sulla zucca dei suoi amici, quando sente una voce:

«O glosso uomo del nold, che vuoi fale con quell’ascia?» Svengard si gira verso la voce e chi vede? Po il cinese, il cacciatore di zanzare con la racchetta elettrica, su un catamarano spinto con un ingegnoso sistema di trazione dal suo risció; approfittando della momentanea distrazione dei norreni  si è avvicinato al drakkar senza essere visto.
«Glan… glosso uomo, leggo nella tua anima soffelenza e colluccio. Cosa ti tolmenta? Dillo a Po»
Svengard, sollevato nel sentire una voce amica, ripone l’ascia bipenne con gran sollievo dei gemelli e risponde al cinese:
«O saggio Po, la mia donna mi ama solo per il mio corpo, ma io voglio essere amato anche per la mia mente, che posso fare?» chiede al cinese.
Po scruta a lungo il vichingo: fronte non particolarmente spaziosa, mani come due badili e spalle come un armadio a due ante, ed infine dando mostra di aver compreso perfettamente il problema rivolge a Svengard parole di consolazione:
«O possente uomo del nold, te lo dico flancamente: lascia stale. Lassegnati, è meglio. C’è chi è nato pel fal andale le mani, chi la testa e chi qualcos’altlo. La testa non fa pel te»
«Ma io devo sapere, o cinese, se sto vivendo con una donna che mi ama solo parzialmente!» sconfina nella poesia un ispirato Svengard.
«Sapele è soplavvalutato» dice il saggio cinese. «Non c’è bisogno di sapele quando due cuoli sono in sintonia. Anzi molto meglio non sapele» dice Po rivolto all’elmo; poi scrutando di nuovo in viso il vichingo: «Pelché voi siete in sintonia, velo glan… glosso uomo del nold? O pel tutti questi anni ti eli fatto tutto un cinema sbagliato?»
«Non so più niente, o saggio» risponde un confuso vichingo
«Hai messo a nudo i tuoi sentimenti, come già ti dissi tempo fa?»
«Fosse facile, o mandarino! Ogni volta che mi metto a nudo quella esclama “Frèchete!” e mi tappa la bocca! »
«Allola, o glan… glosso, non c’è che una soluzione: pallale! Adesso devo andale, ma mi laccomando: pallale!» e così dicendo il catamarano di Po, preso il vento e sospinto dalla corsa del cinese, si allontana dal drakkar dei norreni.

Svengard guarda malinconicamente il saggio Po allontanarsi. Poi prende una decisione, e drizzandosi sulla schiena annuncia:
«E così sia, Uppalli! Rotta a Varazze!»

Serviva proprio questa puntata? Vogliamo arrivare al dunque che la minestra si fredda? Che c’entrano i crucci amorosi di Svengard con il sushi, sempre che c’entrino qualcosa?

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¹ Per quanto possa sembrare strano Cosmo da Bitonto esiste veramente, l’ho visto con i miei occhi in televisione, e saltava la corda con in groppa la figlia venticinquenne di 53 chili. Si ignorano i motivi per i quali lo faccia.

Niente sushi per Olena – 5

E’ una Gilda preoccupata quella che è di fronte all’ingresso sotterraneo del rinnovato laboratorio, dove si è recata con il treno MagLev guidato da Hidetoshi Nakata che fa la spola con la villa. Al suo fianco il fedele maggiordomo James, imperturbabile come sempre.
Gilda accosta l’occhio al lettore di iride e la porta si apre con un clic appena percettibile. Appena il tempo di entrare, e la coppia si rende conto che qualcosa non va.
«Toshiro, che stai facendo? Per l’amor del cielo, posa quella spada!» è il condivisibile appello che la Calva Tettuta rivolge al suo sottoposto.
Infatti Toshiro Laganà, che ha preso la direzione della divisione R&S¹ dopo la prematura scomparsa del cavalier Rana, è inginocchiato di fronte ad un altarino allestito su una delle cucine degli impasti, con sopra allineate le immagini di Carmela Laganà e Toshiro Mifune, suoi genitori naturali, e José Mourinho suo padre spirituale; indossa un kimono rituale, con una benda bianca in testa, e stringe in mano un coltello tantō  con il quale si appresta verosimilmente a praticare il seppuku.
Toshiro, concentrato nelle ultime orazioni, non sembra accorgersi dei nuovi arrivati.
Gilda si rivolge allora al maggiordomo:
«James caro, saresti in grado di addormentare Toshiro stringendogli l’attaccatura del collo, come il dottor Spock dell’Enterprise?» chiede una proattiva Gilda.
«Sono desolato signora, ma il mio addestramento non lo prevede. Posso essere utile in altro modo?» risponde  un mortificato maggiordomo.
«Lascia stare James, era solo una mia idea. Chissà perché mi ero messa in testa che insieme ai cocktails vi insegnassero anche a stringere i colli»
«Ma casualmente ho in tasca questa, signora, che potrebbe fare al caso nostro.» Così dicendo James estrae da una tasca interna della giacca una cerbottana in buona efficienza.
«L’hai presa ai pigmei, James? Una bella fortuna. Ma non sarà pericolosa? Altrimenti soprassiedi»
«Assolutamente, signora. L’ho provata inavvertitamente su Miguel, mi è scappato un colpo»
«Scappato un colpo, James? Guardami negli occhi» chiede dubitativamente Gilda.
«Glielo assicuro, signora. Stavo soffiando per controllare che non ci fosse polvere, ed è partito un dardo. Miguel passava per caso ed è rimasto infilzato, ma dopo dieci minuti si è ripreso ed è tornato come nuovo»
«Quand’è così, James, procedi pure»

Olena attraversa il corridoio che la porta nella camera di nonna Pina, dove la vegliarda è andata a riposare dopo il lutto che l’ha colpita. Ha in mano una busta consunta, ed in spalla una balestra. All’improvviso si apre una porta e ne esce un uomo dal colorito olivastro con una tutina di raso verde. L’uomo ha in mano una padella.
«Chi tu essere, finuocchietto?» chiede Olena, togliendo la sicura alla balestra che ha prontamente imbracciato.
«Yo soy Miguel Gutierrez, il nuovo badante!» dichiara il messicano. Poi notando lo sguardo di disapprovazione della russa, si lascia sfuggire una excusatio non petita: «Soy un sorcino, esta è la tuta di Renato ai tempi del Triangolo…»
Olena a malincuore rimette la sicura alla balestra.
«Tuorna in tua camera e non uscire finché io non dico. Suorcino…»
Scuotendo la testa Olena arriva alla camera della nonna e bussa lievemente. Poi entra, e chiude dietro di se la porta a chiave.
«Babushka, nelle tasche di vostro amico trovato questa» dice mostrando la busta. Nonna Pina prende la busta tra le mani, sorpresa e commossa. Olena continua:
«Qualcuno avvelenato scuorza di limone» dice la russa, cercando di capire l’effetto che la notizia ha sulla centenaria. Poi, fissandola in viso: «Adesso, babushka, deve dire me tutto»

Come James aveva previsto, dopo dieci minuti di incoscienza Toshiro si riprende. Smarrito cerca il coltello rituale che i due hanno provveduto a far sparire.
«Ma dico, Toshiro, sei impazzito? Come ti viene in mente di suicidarti nel laboratorio?» lo rimbrotta una empatica Gilda.
Toshiro si prende la testa tra le mani, e tra i singhiozzi riesce a proferire qualche suono:
«Ho fallito, fallito, è tutta colpa mia, devo pagare…»
«Povero Toshiro, non fare così! Non è commovente, James?» chiede al vicino maggiordomo.
«Non è usuale veder piangere un direttore, effettivamente» concorda James.
«Su, Toshiro, adesso soffiati il naso e raccontaci che ti è successo. Problemi di cuore?» chiede Gilda, pronta ad empatizzare ulteriormente. Toshiro libera le vie aeree e con fatica risponde:
«Signora, non ha letto il rapporto delle vendite dell’ultimo trimestre?» chiede lo sconvolto direttore. «Meno trenta per cento! Vendite in picchiata… e la nuova linea di prodotti… un flop!» e Toshiro si accascia, abbattuto.
«Toshiro, non puoi fartene un cruccio. Le idee per i nuovi ripieni erano ottime: pizza e fichi, fave e pecorino, lardo e miele… tradizione e novità, dolce e salato…»
«Lei è troppo buona signora»
«Lo so Toshiro, era solo per non deprimerti ulteriormente, sei un emerito coglione. Se ti può sollevare comunque potrei licenziarti su due piedi» dichiara una comprensiva Gilda.
«Gliene sarei grato signora, anzi mi trattenga anche il TFR». Ma Gilda, dando mostra di non averlo nemmeno ascoltato, continua parlando più a se stessa che ai presenti:
«Purtroppo il problema è ben più grande… abbiamo venduto un terzo in meno su tutte le linee, non solo sulle nuove, e le previsioni per questo trimestre non sono migliori. Sembra che nessuno voglia più comprare i nostri tortellini!» Poi, prendendo sempre tra se e se una decisione, chiama:
«James!»
«Signora?»
«Qui gatta ci cova. Concordi?»
«Le circostanze sono sospette, in effetti»
«Bene. Allora sai quel che c’è da fare»
«Certamente signora. Ristretto o Lungo?»

Chi ha raccomandato Toshiro Laganà? Chi ha avvelenato la scorzetta di limone? La tutina è davvero di Miguel? Ma Miguel è quello della scimmietta? Oppure gatta ci cova?

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¹ Ricerca & Sviluppo. E’ pieno di gente inventiva: parecchi cazzeggiano, molti inventano acqua calda, ma qualcuno ha  davvero idee geniali che possono cambiare le sorti delle aziende per le quali lavorano, ed a volte anche le proprie anche se più di rado.

Niente sushi per Olena – 4

Se ne è andata anche Marina Ripa di Meana, ex Lante Della Rovere. Le sue battaglie contro le pellicce ci mancheranno.

In un tavolino del Bar Calindri, in Piazza San Babila, siedono due persone distinte, di una certa età. L’uomo veste un abito inglese a quadretti, con panciotto, ed ha in testa un cappello da caccia; la donna una pelliccia di visone ed un turbante fiorato in seta Mantero.
Due tavoli più indietro una donna avvolta da un mantello con cappuccio viola, con all’orecchio un auricolare ed in tasca una Tokarev TT-33.
Un cameriere, lievemente claudicante, serve ai due un Cynar con una scorzetta di limone ed un prosecchino.

«Fa freschino, non è vero?» esordisce l’uomo, scrutando le nuvole che si stanno addensando.
«Emilio, dopo settant’anni non vorrai parlarmi del meteo, vero?» interviene impaziente nonna Pina, l’altra avventrice. «Non abbiamo tutto il tempo del mondo, mi pare» con riferimento velato alla circostanza che in due fanno duecento anni.
«Naturalmente, naturalmente, cara Eusebia, dicevo così, tanto per rompere il ghiaccio»

Olena tocca l’auricolare per essere sicura di aver sentito bene: Eusebia? Chi diamine è questa Eusebia?

«Emilio, ti ho detto un sacco di volte di non chiamarmi Eusebia. Nessuno mi chiama più così da un secolo! Sono Pina e basta»
«Ma mia cara, lo sai che Eusebia mi attizza» dichiara l’uomo con ardore.
«Bè, calma i bollenti spiriti. Non c’è trippa per gatti, se ci siamo capiti»
«Capisco Euse… ehm, Pina. Hai un altro uomo? Non te ne farei una colpa, una donna affascinante come te» indaga l’attempato corteggiatore.
«Emilio, senza offesa ma devo chiedertelo: sei scemo per caso? Mi hai lasciato settant’anni fa senza dire ne “a” ne “ba” e mi vieni a parlare di attizzatoi? Su, forza, sputa il rospo, perché mi hai voluto vedere? Ti servono soldi?» chiede una pratica nonna Pina.
«Soldi?» Emilio respinge sdegnato l’accusa. «Ma quali soldi Pina, certo che non ho bisogno di soldi» poi, dopo essersi guardato intorno con circospezione, continua: «Ho bisogno di aiuto Pina, qui sta per succedere qualcosa di grosso…»
«Grosso? Ma Emilio, in cosa sei invischiato? Non è il caso di chiamare qualcuno un po’ più giovane? Guardati, sei nonagenario!»
«L’età non c’entra, Pina… ho scoperto un complotto, una faccenda che può cambiare le sorti dell’umanità…»
«Addirittura? Emilio, non sarà la tua fantasia nonché l’arterisclerosi che sta galoppando un po’ troppo? E se è così grave, perché non sei andato alla polizia?»
«Perché…» Emilio sembra perdere il filo «… perché…» l’anziano amico di nonna Pina si ferma, prende aria, si slaccia il colletto della camicia.
«Ti senti male Emilio? Vuoi che andiamo all’interno caro?» chiede una preoccupata Pina.
«No, non è niente…» continua affannosamente «la cosa ci riguarda entrambi Pina, tutto è cominciato da… da… off…» con un rantolo Emilio si accascia sul tavolino.
«Emilio! Emilio!» lo scuote Pina, cercando di farlo reagire. «Oddio, sta male! Aiuto! Aiuto!»

Olena comprende subito la gravità della situazione e si precipita al tavolo dei due. Distende Emilio sul pavimento e gli controlla i battiti.

«Eusebia, Eusebia…» sentendo il flebile richiamo dell’uomo che un tempo ha amato, Pina si avvicina e gli si inginocchia vicino.
«…sci… sci…» riesce ancora a farfugliare Emilio, poi reclina il capo.

Olena si china sull’uomo, e dopo avergli tastato il polso gli chiude gli occhi.

«Mi dispiace babushka, vostro amico muorto»

Nonna Pina si rialza da terra, sorretta dalla russa, e rivolge un’ultimo sguardo al suo antico amante. Una lacrima sta per farsi largo tra le rughe del viso, ma la vecchia la reprime con una energica soffiata di naso. Poi rivolge all’uomo l’ultimo saluto:

«Ma vai all’inferno Emilio! Sei sempre stato un buono a nulla! Non mi hai nemmeno detto perché mi hai lasciato, che ti venisse un colpo!»

Cosa voleva dire Emilio a Pina? Che c’era stato tra quei due settant’anni prima?  E perché oggi li avrebbe riguardati entrambi? Di che è morto Emilio? Che vuol dire nonagenario? 

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p.s.

sono quasi sicuro che con questa foto FB mi bloccherà l’account. Vi farò sapere.

 

 

Niente sushi per Olena – 2

«Non credo pruoprio, finuocchietti»

In un vicoletto di Josefov, il quartiere ebraico di Praga, vicino al vecchio cimitero, un gruppetto di quattro sudamericani sta minacciando due persone. Uno dei quattro ha in mano un machete, altri due dei coltelli ed il quarto, quello che da ordini, è disarmato ma ha accucciata sulla spalla destra una piccola scimmia.
«Saca el dinero, puta!» intima il più istruito dei quattro, quello con la scimmietta.
La donna a cui si rivolge, alta, capelli biondi a caschetto, occhi blu, stivali di pelle che le arrivano al ginocchio, lo fissa freddamente, strizzando appena le palpebre. Poi punta lo sguardo sull’uomo col machete e gli dice:
«Tu metti via limetta per unghie, puoi strappare pellicine»
Si avvicina al suo accompagnatore, del quale è incaricata della protezione, e sottovoce gli dice:
«Culio, volete mettere dietro me, per favore?»
L’uomo esegue, non prima di aver precisato: «Hulio, Olena, si pronuncia Hulio»

E’ ancora il capo dei latinos a parlare:
«Brutta vacca, li tiri fuori o no questi soldi? Se non ti sbrighi dico a Miguel di farti la manicure con il machete!»
Olena, per niente impressionata, rivolge a sua volta una domanda al bandito:
«Tu visto film “Un giorno da Dio”? Quello con Jim Carrey¹?» al che il latino, sorpreso dalla cultura di cinematografia hollywoodiana della sovietica, risponde con maleducazione:
«Vaffanculo tu e i film! Miguel, cioncala!»

All’ordine del capo, l’uomo con il machete fa un passo verso Olena ed alza l’arma. Non l’avesse mai fatto, si potrebbe commentare, constatando che un attimo dopo:

  1. Il machete di Miguel è conficcato nella testa di Rafael, l’uomo con il coltello alla sua destra;
  2. Il coltello di Rafael è piantato nella gola di Roberto Carlos, appena più indietro;
  3. La scimmietta è infilata tra le chiappe di Miguel, che scappa cercando di vincere il fastidio della coda che fuoriesce;
  4. Olena tiene Alonso, il capo, per i testicoli.

«E adesso fischia, froucietto» intima ad Alonso. «No Culio, non dicevo a te» precisa all’uomo alle sue spalle. E stringendo più forte:
«Per chi avete preso me, per ferroviere di Trenord?»
Nel mentre si sente squillare un cellulare. Olena, con la mano libera, lo estrae dalla sua tasca, guarda il display e risponde:
«Pronto? Babushka Pina, siete voi? Da, da, arrivo subito» poi strizzando ancora più forte, controlla l’orologio, sorride e propone al dolorante salvadoregno:
«Uora facciamo gioco. Io lascio te poi conto fino a tre. Se tu arriva fino angolo di strada tu salvo.»
Così dicendo lascia Alonso che, incredulo, si guarda intorno smarrito e poi schizza via a razzo.
«Uno… Due…» Alonso corre a perdifiato, raggiunge l’angolo e lo gira a tutta velocità, con una risata di trionfo. Subito dopo si sente un “Ponf!”, come un corpo che sia stato investito da un camion della nettezza urbana. Olena ricontrolla l’orologio e osserva ammirata:
«Sempre puntuali con pulizie, a Praga» e poi rivolta all’anziano cantante, tombeur de femmes, gli dice:

«Mi dispiace, devo lasciare voi. Cantate ancora, Culio»
E’ uno Julio Iglesias pallido, contrariamente al suo solito, quello che esce dall’ombra della schiena di Olena e attacca il suo cavallo di battaglia:
«Se mi lasci non vale,
 se mi lasci non vale,
dentro quella valigia tutto il nostro passato non ci può stare»

Perché nonna Pina ha chiamato Olena? Sapevate che Julio Iglesias ha nove figli? Che c’entra, vi chiederete? E la scimmietta, che fine ha fatto? La Brambilla avrà da ridire? A proposito, se foste su un’isola deserta con la Brambilla, prendereste in considerazione l’ipotesi del suicidio?

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¹ Concorderete con me che la scimmietta del deretano prima o poi dovevo infilarla da qualche parte.

 

Natale con Olena (X) – the end

Gilda, ancora incredula, appoggia la cornetta dell’interfono sulla sua base.
«James?»
«Signora?»
«Tirami fuori qualcosa di comodo, caro, andiamo a prendere il signore.»
«Come desidera signora. Posso consigliare la sahariana cachi?» – chiede James, pensoso.
«Lascia stare i cachi, James. Meno formale, se mi sono spiegata»
«Benissimo, signora. Se vuol perdonarmi un attimo» – dice James rinculando, avviandosi al guardaroba di Gilda.

Svengard ripone il barile di aringhe fermentate nel magazzino che è anche la sua stanza. Si siede sul letto, un asse di quercia con sopra un pagliericcio, e ripensa alle parole del saggio cinese Po: “Pallale, o glande uomo del Nold, pallale!”. Si alza, deciso, e si avvia verso il laboratorio.

Gilda e James sono davanti all’ingresso del laboratorio, dopo aver preso il treno Maglev guidato dal puntuale Hidetoshi Nakata. Gilda indossa una tuta color rosso fragola in maturazione di D&G, abbinata a scarpine  scintillanti. James le è di fiancoi; la Calva Tettuta lo guarda pensosa, con la testa lievemente inclinata e l’indice appoggiato alle labbra, e osserva:
«Quel caftano ti dona, James, sfina» – indicando la tunica che James indossa sopra la divisa da maggiordomo.
«Troppo buona, signora. Ho preso il primo straccetto che mi è capitato in mano»
«Hai sempre buon gusto, James. James caro, che significa “Access denied”?» – chiede indicando la risposta del lettore di iride che controlla il personale autorizzato all’ingresso nel laboratorio.
«Temo che la signora sia stata disabilitata» – ipotizza un perplesso James.
«Disabilitata? Ma io sono la moglie!» – sbotta Gilda.
«Il signore deve essere corrucciato»
«Corrucciato dici? Bene, adesso vediamo» – e cominciando a tempestare di pugni la porta blindata intima al marito:
«Evaristo! Apri immediatamente questa porta! Evaristo ti avverto, se non apri questa porta entro tre secondi faccio uno sproposito! Uno… due… Evaristo!» – finalmente dall’altra parte il cavalier Rana risponde:
«Gilda, che sei venuta a fare qua? Vattene, per favore» – chiede con voce troppo calma il cavaliere.
«Evaristo, apri questa porta. Non so che stai combinando, ma è ora di finirla con questa storia. Facci entrare e libera immediatamente quei ragazzi!»
Dopo tre secondi di silenzio totale, si sente il lieve clic della serratura della porta blindata. Gilda e James entrano nel laboratorio, dove il cavalier Rana è solo, in piedi, vicino ad una delle caldaie.
«Evaristo, per l’amor del cielo, torniamo a casa. Tu stai male, devi farti vedere da un medico» – cerca di convincerlo una preoccupata Gilda
«Male dici? Ah, ah» – risponde Rana con una risata lievemente inquietante – «Male? Non sono mai stato così bene invece, mia cara! La vedi questa?» – dice indicando una chiavetta USB che tiene in mano – «questa ci farà diventare ricchi!»
«Ma Evaristo noi siamo già ricchi, non ti basta ancora? Quanto ricco vuoi diventare?»
«Immensamente ricchi, cara mia… qui dentro c’è la formula per una tecnologia che ci permetterà di controllare la mente delle persone… nanocomputer in grado di installarsi direttamente nel cervello umano, che possono agire in rete ed essere comandati a distanza… con questi possiamo condizionare le persone e costringerli a comprare solo e sempre da noi…»
«Caro, per quello non c’è già la televisione o internet? Lascia stare i nani, caro, noi facciamo tortellini!» – cerca di riportarlo alla ragionevolezza Gilda
«E’ proprio questo che ci permetterà di prendere il possesso delle loro menti! Glieli aggiungeremo negli impasti e li introdurranno senza saperlo! E convinceranno altri a farlo! E ne vorranno sempre di più, ne imploreranno sempre di più, sempre di più, sempre di più! » – delira ormai il cavaliere.
Gilda guarda con orrore l’uomo che pensava di conoscere.
«Evaristo, è ufficiale, tu sei pazzo. Apri subito la porta del centro e fai uscire i ragazzi. Poi andiamo a casa, che ti faccio una puntura e chiamo il dottore. James, dammi una mano per favore» – ordina Gilda, cercando appoggio nel maggiordomo per riportare il marito alla calma.
«Fermi! Non muovetevi o sparo!» – intima il cavaliere, estraendo dalla tasca una vecchia Beretta M34.
«Evaristo per l’amor del cielo, metti via quella pistola! Che tanto non la sai usare» – azzarda Gilda. Il cavaliere, beffardo, risponde: «Vogliamo provare, Gilda cara?» – poi, indicando il cartello dove campeggia la scritta “Attenzione – pericolo” dice: «Volevi liberare i precari, cara? Accomodatevi, tu e il tuo chauffeur!» – dice spingendo i due verso la porta serrata.
«Mi permetto di correggerla signore, si dice butler  non chauffeur» – puntualizza un forse poco tempestivo James.
«Ma vaffanculo te e il butler!» – è la risposta del cavaliere, che apre la porta stagna con il telecomando e, spingendo dentro Gilda e il maggiordomo, si congeda con: «E salutatemi i precari!».
Poi rimessa in tasca la pistola, si avvicina alle caldaie e mette tutte le manopole della pressione al massimo. Un ultimo sguardo indietro ed esce, chiudendo la porta blindata, con un ghigno sul volto.

Nella foresta domestica i pigmei sono in agitazione. Qualcuno è uscito dal laboratorio e si avvicina a passi veloci. Lo riconoscono, è l’uomo che li nutre con quelle ciufeche ma che ogni tanto gli permette di rosicchiare qualcuno. I pigmei gli si fanno incontro.
«Pigmei, ascoltate!» – richiama l’attenzione il cavaliere. «Io me ne vado per un po’, voi arrangiatevi. Ah, prima di andare potete mangiare Christian De Sica.» – concede un magnanimo cavaliere, provocando mugolii di apprezzamento.
Silenziosamente, da dietro il gruppo di pigmei appare Olena, statuaria, divisa mimetica e colbacco in testa, con a tracolla il fido lanciarazzi RPG-32 Hashim.
«Dove voi pensa di andare, signuore?» – chiede Olena. I pigmei, impressionati, si prostrano e commentano sussurrando “bona”, “bona bona”. Il cavaliere, sorpreso, al vedere la russa tira un sospiro di sollievo.
«Ah, sei tu Natascia? Come mai hai lasciato la nonna? Fammi passare, non ti interessa dove vado»
«Me non interessa voi. Interessa quello che avere in tasca» – mette in chiaro le cose Olena.
«Quello che ho…» – prende tempo il cavaliere, rendendosi conto solo in quel momento della situazione. – «Quello che ho in tasca dici? Questo ho in tasca, in alto le mani!» – intima estraendo la Beretta. Olena lo guarda, con un sorriso sardonico. «Attento, tu potere fare male te con quella» – dice guardandolo negli occhi. – «Tu consegna me pistola e chiavetta, e nessuno fare male» – in tono che non ammette repliche. Il cavaliere, non decifrando il linguaggio del corpo dei pigmei, avanza verso Olena: «Te lo faccio vedere io se qualcuno si fa male» – dice prendendo la mira. Mentre Olena continua a sorridere, per niente impressionata, i pigmei si rialzano e la coprono, mettendosi uno sopra all’altro salendogli sulle spalle. Poi, lentamente, con in testa Gnugnu, iniziano ad avanzare verso il cavaliere.
«Ma che… Toglietevi dalle palle, teste di cazzo!» – ordina il cavaliere ai pigmei, ma è ormai troppo tardi. Questi gli sono addosso, lo disarmano e lo buttano a terra.
«No, fermi! Maledetti… Natascia, diglielo tu, fermali! Natascia, tieni, ecco la chiavetta, qui c’è dentro la formula, ma per carità liberami. Natascia!» – urla il cavaliere, terrorizzato.
Olena sorride al cavaliere, prende dalle sue mani la chiavetta, poi sorride a Gnugnu e fa un cenno di assenso con il capo.

«Buon appetito» – concede ai suoi devoti fedeli.

Svendard è a metà strada, quando sente il rumore delle esplosioni. Si mette a correre, e quando arriva a vedere il laboratorio inorridisce, vedendo i bagliori delle fiamme dell’incendio che sta sviluppando dentro.
Dalla gola emette un grido fortissimo: «Tullsta! Tullsta!» – che in norreno sarebbe «Gilda! Gilda!» e si lancia verso le fiamme.
Olena sta tornando verso la villa, quando sente l’urlo di Svengard, e sente una fitta allo stomaco. L’unico uomo che le ha resistito ha bisogno di aiuto, e si lancia nella sua direzione. Arrivata a 100 metri lo vede, intento a cercare di sfondare la porta blindata. Si inginocchia con il fido RPG-32 Hashim in spalla, e lo chiama: «Svengard! Svengard!» – finché il norreno non la sente e si ferma.
«Giù la testa, coglione»¹ – sussurra Olena mirando la porta blindata, appena prima di premere il grilletto.
La porta blindata viene polverizzata e Svengard entra nel laboratorio incendiato. Dal fondo sente un richiamo: «Aiuto! Aiuto! Liberateci!» – e riconosce la voce di Gilda. Afferra un calorifero in ghisa e getta 120 chili di vichingo e 50 di calorifero contro la porta che lo separa dal suo amore. Sotto l’urto i cardini cedono e Svengard piomba lungo disteso nello stanzone dove sono rinchiusi Gilda, James e i dieci ricercatori precari.
Gilda gli si china sopra e lo guarda attentamente, finalmente riconoscendolo: «Ah, sì tu? Fréchete, quanto c’ì misso a svegliatte!» – e lo prende dolcemente per mano, aiutandolo ad alzarsi.

Epilogo

All’ultimo piano dell’hotel Best Moskow, a due passi dal Cremlino e dalla Piazza Rossa, la cameriera del piano sta spingendo il vassoio della colazione che si appresta a portare nella suite presidenziale.
La ragazza, lunghi capelli neri raccolti in una coda, elegante nella divisa bianca e blu dell’albergo, bussa alla porta.
«Chi è?» – chiede una voce autoritaria dall’interno.
«Servizio in camera, signore» – risponde la cameriera
«Ah, si. Entri, lasci pure sul tavolo del salottino est»
La cameriera entra, apparecchia il tavolo del salottino scelto per la colazione, osserva la disposizione e poi chiede: «La colazione è pronta, signore. Ha bisogno di altro?» – e attende che dal bagno arrivi la risposta: «No, grazie, può andare».
La cameriera saluta ed esce, lasciando dentro il carrello con le bevande in caldo.
Nel bagno un uomo, disteso nella vasca Jacuzzi, sta parlando al telefono.
«Da, Da, John, ti ho detto che domani ce l’avrai. Che significa ci sono intoppi burocratici? John, guarda che la merce me l’hanno chiesta anche gli arabi… e quelli non hanno problemi di soldi. Ti sembrano troppi tre trilioni di dollari? Ma ti stai rendendo conto dell’importanza di questa scoperta? Ti rendi conto che significa poter controllare il cervello di chi è al potere nei vari paesi? John, non farmi perdere la pazienza!» – intima l’uomo all’interlocutore che sta tergiversando – «Se entro due ore non vedo il bonifico chiamo Kim. Vuoi che dia la scoperta a Kim? No? E allora muovi le chiappe, perdio! – e spegne il cellulare, gettandolo lontano con un gesto di stizza.
Solo allora l’uomo si accorge della figura in piedi nel vano della porta. La divisa da cameriera, ma i capelli biondi. Si gira verso di lei, paralizzato. La ragazza parla, la voce carica di delusione:
«E’ sempre stata una questione di soldi, vero? Solo soldi» – chiede Olena all’uomo nella Jacuzzi
«Ma chi… capitano Smirnoff! Come avete fatto a entrare?» – si guarda intorno cercando la pistola, rimpiangendo di averla lasciata nell’altra stanza. Olena coglie il suo sguardo.
«Cercate questa, colonnello Kutnezof?» – mostrandogli la Makarov a cui il colonnello è rimasto affezionato.
«Capitano, vi sapevamo ancora in Italia… come ha fatto…» – chiede il colonnello, preoccupato.
«Intende come ho fatto ad arrivare senza essere localizzata, colonnello?» – e gli mostra l’avambraccio, dove un cerotto copre i tagli del bisturi con cui Olena si è espiantata il chip. La ragazza continua, con disprezzo:
«Ideali, patria… soldi, solo soldi! Ho pulito il culo ad una vecchia per due anni, e si trattava solo di soldi!» – accusa Olena, sdegnata. Il colonnello abbassa la testa, sembra colpito. Poi la rialza, con aria di sfida:
«Ideali! Patria! Vieni a parlare a me di ideali! Questi sono i miei ideali!» – e così dicendo si alza in piedi, mostrando le cicatrici delle pallottole ricevute in Afghanistan e qualcos’altro che Olena valuta insufficiente. Il colonnello continua:
«Dov’erano gli ideali quando sono andati al potere mafiosi, papponi, ubriaconi, corrotti, quando si sono spartiti tutto, petrolio, gas, banche, quando hanno mandato sul lastrico milioni di famiglie! Dov’erano tutti questi difensori di ideali? Mi sono stancato di gente che si riempie la bocca di patria e manda gli altri a morire! Si, soldi, si tratta di soldi, adesso è il mio turno Olena, tocca a me far girare la giostra adesso! E anche tu puoi farne parte, se vuoi… possiamo dividere, ho già i compratori… dammi retta Olena!»
Olena ascolta colpita dalle parole del vecchio soldato, che nudo davanti a lei le spiattella una verità che non avrebbe voluto sentire.
«Questo non sarà mai, colonnello. Sedetevi, prego» – dice Olena, cercando di far recuperare un minimo di dignità al suo superiore. Ma il colonnello ormai non ha più freni:
«Sei una stupida Olena! Guardati intorno! La guerra l’abbiamo persa, lo vuoi capire, l’abbiamo persa! La loro bandiera sventola lì, sulla piazza Rossa, come la nostra sventolò un giorno sul Reichstag!» – proclama enfaticamente Kutnezov, indicando la bandiera di McDonalds.
«Noi non abbiamo perso.» – scandisce Olena – «Voi! avete tradito.» – e così dicendo, estrae la chiavetta USB e la schiaccia con il tacco dello stivale.
«No!!! Disgraziata, cosa hai fatto!!! Hai distrutto la nostra fortuna, la mia fortuna» – piange il colonnello, cadendo in ginocchio. Ma Olena ha già voltato le spalle. Il tempo di montare il silenziatore, si gira e spara.

«Увидимся в аду, полковник»² – saluta Olena, soffiando sulla canna della pistola.

Dalla porta girevole dell’albergo esce una donna alta, avvolta da un mantello violetto, con un cappuccio calato sugli occhi. Un’occhiata intorno senza alzare lo sguardo, e scende le scale che la portano al marciapiede. Di fronte all’albergo una Maserati con vetri oscurati.
Olena valuta la situazione. Troppo allo scoperto, scappare è impossibile. Stringe la Makarov del colonnello nella tasca del mantello, e avanza verso la macchina. Vede il finestrino abbassarsi, è pronta.
«Natascia!» – sente chiamare – «Natascia! Vieni qui, figlietta!»
Sbalordita, Olena si avvicina all’auto. Apre la portiera posteriore, e vede nonna Pina, in pelliccia di visone, fumare una sigaretta da un lungo bocchino. La vecchia sorride beffarda.
«E dai Natascia, sali, non abbiamo tutto il giorno» – la incita nonna Pina.
Natascia chiude la portiera e sta per fare il giro della macchina, quando dal posto di guida esce qualcuno che conosce bene. James, impeccabile nel suo completo da maggiordomo ma con in testa  un cappello da poliziotto ricevuto in dono dai Village People, scende e gli apre la portiera.
Gli sorride, e guardandola fissa negli occhi le dice:
«Si accomodi madame, benvenuta»
Olena si ferma un attimo. Guarda nonna Pina che ridacchia, e James che le sorride.
Alza gli occhi verso il cielo, ed il sole rimbalza nei suoi occhi blu e colpisce la visiera del cappello di James. Mentre un sorriso le illumina finalmente il viso, guarda James con qualcosa che somiglia ad affetto e gli dice:

«Fatti in là, finuocchietto. Guido io».

THE END

divise-cameriera

¹ Confesso che ho scritto tutto questo solo per poter mettere da qualche parte questa citazione.
² “Ci vediamo all’inferno, colonnello”