Olena à Paris – 2

Tre mesi prima.

Gilda Quacquarini osserva compiaciuta dal balcone della grande sala di villa Rana, di cui è unica proprietaria dopo la prematura dipartita del non molto rimpianto marito Evaristo, le attività che fervono nel giardino sottostante. Si ripara dal rigore dell’inverno con un colorato piumino Emilio Pucci con stampa Vallauris ispirata alle opere in ceramica di Pablo Picasso e dei pantaloni con pannelli a contrasto della stilista ucraina Natasha Zinko, in testa un simpatico Beanie¹ giamaicano a coprire uno dei due motivi per i quali è nota come la Calva Tettuta.
In lontananza, su una collinetta di neve artificiale, la ultracentenaria Eusebia detta Pina, nonna del defunto, si addestra al tiro alla carabina imbracciando una agile Anshütz 1727-F, con la quale conta di partecipare alle Olimpiadi Invernali Seniores di Pechino del 2022 nella specialità del biathlon, sotto l’occhio esperto di Olena, la ex spia del Kgb che le ha fatto da badante per due anni ed è ora la guardia del corpo di tutta la famiglia.
Attorno alla collinetta, su una pista anch’essa artificiale, Svengard il vichingo, l’amante di Gilda, e Adalgiso, il personal trainer tedesco ingaggiato come toy boy da Nonna Pina, si esercitano nello sci nordico coperti dal solo perizoma.

Gilda poggia la tazza della tisana al sardopardio, diuretica e disinfiammatoria, sul vassoio in argento che le porge il maggiordomo, che reprime a stento l’invidia per l’abbigliamento della vedova Rana.
«James caro, non è un portento il piccolo Chico? Guardalo là, ancora non sa camminare e già si arrampica dietro ai koala. Che amore!» cinguetta Gilda.
«Effettivamente, signora, Miguelito è molto dotato, credo sia anche merito dei piedini prensili»
«La peluria è sparita quasi del tutto, hai visto James? E’ una fortuna, all’inizio il veterinario faceva fatica a distinguerlo da quei simpatici animaletti australiani»
«A proposito signora, se posso permettermi, quello di adottare un’intera famiglia di koala e di far piantare un boschetto di eucalipti nel parco è stato un gesto di grande sensibilità ecologica da parte vostra»
«Schiocchezze, James, l’avrebbe fatto chiunque al posto mio, se avesse avuto un parco grande undici ettari. Non potevo certo restare insensibile alla tragedia di questi piccoli marsupiali, che tra l’altro hanno un alito freschissimo. L’associazione voleva mandarmi anche dei dromedari selvatici ma ho dovuto rifiutare, ho saputo che si riproducono come cinghiali ed in breve avrebbero riempito il parco, senza contare che avrei dovuto far portare tonnellate di sabbia del deserto e allestire un’oasi con palme e datteri. Oh, ma guarda!» si interrompe la Calva Tettuta, indicando il ramo di un eucalipto.
«Chico si agita, ha riconosciuto la voce della sua mamma…»

La televisione a 68 pollici installata a piano terra, nella saletta di fianco alle cucine, trasmette infatti la prima puntata di “Lacrime e laterizio”, la telenovela messicana giunta in patria alla ottocentoventitreesima puntata e di cui Conchita, la donna barbuta, è la protagonista nella parte di Rosa, una giovane ingenua, e che per questo ha abbandonato il figlio all’involontario padre Miguel, il giardiniere tuttofare.
«Mamma!» gracchia Chico, gattonando fin sotto la tele, seguito dai koala curiosi.

ROSA No, Ramon, non posso. Non devo, non voglio! Io sono promessa a Don Carlos!
RAMON Don Carlos è vecchio, non può darti la felicità. Rosa, devi essere mia, il mio cuore arde di passione.
ROSA Temerario! Sento che quello che facciamo è sbagliato. No, non avvicinarti, Ramon…
RAMON Dimmelo in faccia che non mi ami e io uscirò per sempre dalla tua vita.
ROSA Io non… no, non posso!
RAMON Lo vedi? La voce del cuore. E adesso baciami.
ROSA Oh, Ramon!
RAMON Oh, Rosa.
ROSA Oh, Ramon!!
RAMON Oh, Rosa. Come si slaccia questa camicetta?²

Lo squillo dell’interfono richiama Gilda alla realtà.
«Pronto, qui casa Rana» risponde professionalmente James.
«James, non eravamo d’accordo che all’interfono non c’è bisogno di rispondere così formalmente? E’ casa nostra, dopo tutto» lo riprende Gilda.
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine»
«Non possiamo lavorarci su questo vizietto, James? Comunque, chi è in linea?»
«E’ il direttore della produzione, signora, il dottor Haruki Laganà, sembra preoccupato»
«Preoccupato o corrucciato, James? Giusto per impostare la voce adatta alla risposta»
«Preoccupato, signora»
«Benissimo, James.»
Gilda prende dalle mani di James la cornetta e, in tono partecipe, si rivolge al sottoposto: «Haruki, caro, che succede?»
«Signora, mi dispiace allarmarla, ma qui sta succedendo qualcosa di strano!»
«Di strano dici, Haruki? A che ti riferisci? Non sarà ancora per la storia dell’impasto di carne non kosher in Israele?»
«No signora, il problema non è della carne kosher, il problema è di tutta la carne! I fornitori stanno consegnando col contagocce e la produzione è quasi bloccata! I nostri clienti chiamano inferociti, non riusciamo a rifornirli e minacciano di rivolgersi alla concorrenza»
«Ma com’è possibile? Sono andati in ferie tutti insieme? Non abbiamo scorte in magazzino?»
«Signora, i nostri prodotti sono freschi, non possiamo immagazzinarli per troppo tempo… e lo stesso è per i nostri fornitori: noi pretendiamo solo materie di prima scelta, non vogliamo prodotti congelati…»
«Ma i fornitori che dicono? Hai provato a contattarli?»
«Certo signora, hanno tutti dei problemi… chi ha avuto la visita dei Nas, chi ha gli operai in sciopero… al Rovellati si sono rotte le celle frigorifere, ed ha dovuto buttare via tutto…»
«Coincidenze, Haruki, non facciamoci prendere dal panico… cerchiamo altri fornitori, magari ci costerà un po’ di più, ma se è per coprire un’emergenza temporanea…»
«E questo è ancora più strano, signora: ne ho contattati diversi, e di solito sono ben contenti di avere un nuovo cliente ma questi… niente! Non hanno disponibilità, dicono che la produzione è già stata comprata tutta, e con prezzi fuori mercato!»
«Fuori mercato? Va bene Haruki, grazie. Stai tranquillo, intanto vai avanti con la linea vegana, che per quella bastano un po’ di carciofi»

Gilda riattacca lentamente la cornetta dell’interfono, poi pensierosa si rivolge al maggiordomo:
«James?»
«Signora?»
«Sembra che qualcuno ci abbia dichiarato guerra»
«Disdicevole, signora»
«Tu sai quel che c’è da fare, non è vero?»
«Naturalmente, signora. Posso suggerire un Orang Utan Coffee del Borneo?»

schiavaisaura

¹ Il beanie è un cuffia di lana, ne più ne meno, solo che chiamarla cuffia di lana non è chic.
² Ad uno spettatore competente la recitazione di Conchita sembrerebbe un pelino enfatica e quella del suo partner eccessivamente piatta: ma ai messicani piace così.

Olena à Paris – 1

«Centomila e uno, centomila e due, centomila e tre: aggiudicato alla contessa Agnieszka Żubrówka Kasprowicza!»
Nella sala grande della casa d’aste Cauet, in Rue de Richelieu a Parigi, il banditore, un quarantenne abbronzato franco-armeno non molto alto, leggermente stempiato ma con delle folte sopracciglia, rivolge un sorriso smagliante alla donna che dopo una serie di rilanci si è aggiudicata il famoso quadro Primo maggio con fava e pecorino del pittore naïf Ardito Centini meglio conosciuto come Centinì dagli appassionati d’arte francesi che l’hanno adottato,

La contessa si alza, sollevando nella sala un brusio di ammirazione: statuaria e algida, capelli corti neri a caschetto sui quali è poggiata una coroncina tempestata di perle, un lungo abito violetto che ne mette in risalto le forme, una stola di ermellino sulle spalle nude e le braccia inguainate da lunghi guanti in seta, incede verso il banco seguita dal suo accompagnatore, un bell’uomo di qualche anno più giovane, capelli e barba scuri ben curati, elegante in un completo scuro Girifalchi su cui spiccano cravatta e pochette in seta con motivi di sardine argentate, visibilmente orgoglioso degli stivaletti che calza, realizzati a mano nel laboratorio artigiano Graziano Cucchiaroni a Montecosaro, MC.

«Congratulazioni contessa, un pezzo davvero raro: sono in pochi a possedere un Centinì del 1924…» la accoglie Serge Manoucharyan, il banditore, accompagnando il complimento con un lieve inchino della testa ed uno sguardo interessato verso la borsa in pelle della Cuoieria Fiorentina retta dall’accompagnatore.
«Oui, io so, grazie» risponde la contessa in un delizioso misto di francese e russo, allungando con degnazione la mano verso Serge che esegue un impeccabile baciamani.
«Posso chiederle, contessa, se avremo il piacere di averla con noi anche nei prossimi giorni? Sarebbe per me un privilegio mostrarle il resto della collezione…»
«Non credo, monsieur, io deve tornare subito in mio castello in Puolonia, affari urgenti. Ma voi mostrate pure vostra cuollezione a mio segretario, lui molto esperto» dice la contessa, sollevando appena l’angolo sinistro del labbro in qualcosa di simile ad un sorrisetto ironico, volgendosi poi verso l’uomo dietro di lei:
«Christopher, chérie?»
«Contessa?» risponde compìto il segretario.
«Sistema qvestioni amministrative, vuoi? Io prenderò taxi»
«Naturalmente, contessa. Ma non vuole attendere qualche minuto? La accompagno…»
«Non c’è bisogno, io conosce strada. Au revoir, messieurs» e, portando alle labbra il lungo bocchino di giada, si avvia verso l’uscita lasciando soli i due.

Manoucharyan segue incantato con lo sguardo l’ondeggiare sensuale della contessa finché questa non varca la porta girevole che la separa dal tiepido pomeriggio primaverile, poi si ricompone e si rivolge all’accompagnatore:
«Se vuol seguirmi, monsieur… ehm… Christopher, prego, faccio strada»
A metà del corridoio il banditore si guarda intorno per controllare che non ci sia nessuno, si ferma, si volta verso il segretario e, puntandogli contro un dito, gli chiede:

«James, mi spieghi che stai combinando?»

festatema20

timthumb

Mi ha chiamato l’altro giorno proponendosi per la parte di James. C’è qualche volontaria per fargli un provino?

 

Una birra per Olena – Merry Christmas!

Dal balcone della grande camera da letto Gilda, avvolta da una calda vestaglia in lana di vigogna, osserva compiaciuta il giardino sottostante ritornato alla consueta ordinata vivacità. In lontananza si odono dei rumori ritmici, come di un norreno che spacchi legna o di una russa che tiri con un arco ad un bersaglio posto a 70 metri, che vanno ad intervallare il ritornello dell’allegro canto di lavoro intonato dal giardiniere, “Mi sono innamorato di tuo marito”, con coreografia originale di Cristiano Malgioglio.
Gilda annuisce in segno di approvazione, poi senza voltarsi si rivolge all’uomo impeccabile che, alle sue spalle, attende ordini.
«Non è un amore, James?»
Il maggiordomo si affaccia brevemente e, valutata la situazione, esprime il suo parere:
«Effettivamente, signora, il giallo e l’arancio dei fiori di nasturzio stampati sul camicione mettono bene in risalto il colorito olivastro del nostro Miguel. Peccato che le due braccia ingessate disturbino l’armonia dell’insieme»
«Non vorrei passare per buonista, James, ma la scenata di gelosia della sua ex fidanzata mi è sembrata spropositata. Passi per gli schiaffi, ma usare il manico della zappa è stato esagerato. Per fortuna Natascia e la sua amica sono riuscite a toglierglielo dalle mani, altrimenti non so come sarebbe andata a finire. E tutto per un attimo di distrazione!»
«Purtroppo la… ehm… signorina Pignola non era nello stato d’animo più aperto alla comprensione. Non dopo essersi sentita dare del maricòn davanti ai futuri suoceri da una donna barbuta che spiattella il figlio del proprio fidanzato. Anche quel “io lo sapevo!” di dona Antonieta non ha aiutato, ad essere onesti»
«Ed ora, James?»
«Sembra che la cubana sia fuggita ad Acapulco con Fidencio, il cugino di Miguel, mentre Conchita è tornata al suo lavoro nella telenovela Lacrime e Laterizio» relaziona il maggiordomo.
«Sai James, sto pensando di chiedere a Miguel di far rimanere il piccolo Chico qui con noi. Guarda come si diverte il generale Po a scorrazzarlo con il risció! E nonna Pina si è messa a sferruzzare una mezza dozzina di calze di lana. Il veterinario, cioè il pediatra, ha anche detto che presto perderà la peluria e tornerà normale, a parte la codina»
«Un gesto estremamente generoso da parte sua, se posso permettermi, signora. Ma non sarà d’incomodo? Voglio dire, i bambini piangono, strillano, sporcano…»
«Oh, sciocchezze, James. Abbiamo tante di quelle stanze in questo posto che potremmo giocare a nascondino per anni senza trovarci. Piuttosto, sono preoccupata per Flettàx»
«Per il pappagallo, signora?» chiede James, arricciando un sopracciglio.
«Si, lo vedo… strano. Si, strano… da quando è tornato non sembra più lui. Non insulta, non dice parolacce… l’ho sentito con le mie orecchie pronunciare le parole “cribbio” e “perdindirindina”! Pensa che l’altro giorno l’ho trovato che spulciava i bilanci della nostra società e bofonchiava: “tagliare, tagliare!… rami morti! delocalizzare, ridurre le spese, aumentare i profitti!”. Temo sia malato… sono indecisa se portarlo da uno psicologo per uccelli o spedirlo a Monaco al posto del povero Stielike. Svengard nega che gli sia successo qualcosa durante il viaggio ma se scopro che non me la racconta giusta lo stròppio peggio di Miguel!»

«Oh, oh, oh, Merry Christmas!»
Nel parco Toivonen, nell’ultima giornata di apertura prima della chiusura invernale, un variopinto Santa Klaus allieta gli ospiti sbattendo le ali e cantando “Jingle bells” su di una slitta trainata dalla renna Riitta, la cavalla Fiona e la gallina Kocca, queste ultime travestite anch’esse da renne. Piia Pihlajamåki, la guida, distribuisce dolciumi e piccoli giocattoli artigianali ai bambini, invitando nel contempo i genitori a visitare il Giftshop dove possono acquistare souvenir e prodotti alimentari delle vicine fattorie.
Tra i turisti, una famiglia italiana si fa notare per la squisitezza dei due bambini, Ciro e Sposito, uno dei quali si diverte a sparare con la cerbottana stoppacci di carta masticata alla gallina Kocca strappandole dei coccodè di disapprovazione e l’altro modulando dei “buu” razzisti al passaggio della renna Riitta. Finché, sul finale della canzone, si alza un grido:
«Ma che babbo Natale e babbo Natale, chist’è ‘nu sfaccimm ‘e pappagallo!»
All’improvviso sulla rappresentazione cala un silenzio di ghiaccio, considerando anche la temperatura.
Riitta, Fiona e Kocca si stringono tra di loro, preparandosi alla tempesta .
Flettàx, il pappagallo padano, si toglie il cappuccio e la barba ed ondeggiando sulle zampe si avvicina agli intemperanti, che indietreggiano intimoriti.
Arrivato a pochi centimetri dal naso di Ciro, Flettàx si ferma, raspa ben bene la gola e lancia il guanto di sfida:

«Anca chì al Pòl Nord te vegnet a rump i ball, terunèl?»

Araracanga_-_Ara_macao_macao_03

Una birra per Olena – The End

Ay, ay, ay, ay
Canta y no llores
Porque cantando se alegran
Cielito lindo, los corazones

All’avvicinarsi della mezzanotte la grande festa di fidanzamento di Miguel e Paio Pignola sta raggiungendo il culmine. Dopo una settimana di canti, balli, grandi tavolate con trionfo di piatti leggeri e rinfrescanti come le Blancas picositas, enchiladas ripiene di pollo con una salsa a base di requesón e peperoncino habanero, o l’asado de boda jerezano, un arrosto di coscia di maiale condito con spezie varie e peperoncino propedeutico ad una lieta consumazione del matrimonio, abbondantemente innaffiati con i vini Terra Adientro delle vigne di Campo Real, e gli innumerevoli brindisi beneaugurali a base di Mezcal e Tequila, anche le riserve più ostinate sono state accantonate.

Paio Pignola, recuperato parte del bagaglio perduto nell’incidente d’autobus, volteggia gaia tra uno zio Ramon ed un cugino Fidencio, senza dimenticare don Ignacio, il padre di Miguel, al quale l’atletica nuora risveglia sopite fantasie di cui protagonista è la moglie Dona Antonieta, una rotondetta baffuta soggetta a periodici attacchi di flatulenza la quale, oltre a rintuzzare gli attacchi del poco sobrio consorte, non si capacita di come il figlio si sia potuto mettere con una così.

Per la serata finale è stata ingaggiata un’orchesta di grido, i “Los Vincisgraçias”, con un passato chiacchierato di assegni scoperti, cambiali insolute, repertori discutibili e sbronze colossali, i cui membri sfoggiano sombreri del campionato del mondo di calcio Messico ’70 con autografi originali di Pelè, Rivelino e Comunardo Niccolai¹; come ospite d’onore era stata contattata la cantante pop e attrice Paulina Rubio ma avendo questa riportato un fastidioso infortunio durante una replica del musical Vaselina² l’organizzazione ha provveduto a sostituirla con l’esperta e affidabile Luana Patacònas.

Letizia e contentezza regnano nell’Hacienda di don Ignacio; gli invitati fanno la spola tra il ricco buffet e la pista da ballo, dove hombres y mujeres volteggiano sulle note di evergreen come Perfidia, Malagueña Salerosa o Besame mucho e occasionalmente qualche coppia, anche provvisoria, si apparta nel vicino campo di granturco per un breve ma intenso convegno amoroso.

Tra gli ospiti spicca una pattuglia pittoresca, arrivata in mattinata da Monaco di Baviera; gli abiti disegnati dallo stilista Girifalchi sono un mix di tradizione e innovazione: Gilda copre la calvizie con un velo tehuana esibito su un vestito in ecopelle ricavata dai cactus e approvata dai vegani mentre James indossa un sobrio completo ispirato al Diego de la Vega di Guy Williams con tanto di bolero, alamari ricamati e cappello teso, impreziosito da stivaletti in pelle di crotalo.
Nonna Pina, avvolta da un vestito in pizzo nero, sventola vezzosamente un ventaglio anch’esso in pizzo accompagnata da Adalgiso, assunto con contratto a tempo determinato come toy boy, abbigliato da ballerino azteco; Horst non ha abbandonato il suo impermeabile mentre Fritz e Ursula, le cui valigie si sono perse in aeroporto, hanno rimediato con due magliette acquistate al duty-free, quella di lui con il ritratto di Danny Trejo³ e quella di lei con la scritta “Mexico sol corazon y amor”. Svengard, riabilitato agli occhi ed al cuore di Gilda ma in libertà vigilata, è stato diffidato dall’ostentare il costume vichingo ed ha dovuto optare per un elegante sarape con fasce di colori vivaci, che gli attira gli sguardi concupiscenti di giovani e meno giovani messicani di ambo i sessi. Po, ligio alla tradizione cinese, veste lo stesso Shen Long nero che usava nella difesa dell’Ultimo Imperatore, mentre il pappagallo Spread, appollaiato sulla sua spalla destra, osserva tutto quello sventolare di piume e penne con grande interesse.

L’orchestra sta eseguendo Serenata Messicana quando Olena, con una ampia camicia di lino bianca ed una lunga sottana rossa a balze aperta di lato fino all’anca, con stivaletti rossi con piccole falci e martello incise sui bordi, si avvia verso il centro della pista. Mentre nonna Pina si affretta a munirsi di noccioline, molto gradite da Spread, un brivido percorre la schiena di James che coglie lo sguardo sgomento di Miguel stretto in quel momento tra le braccia amorevoli di zia Rosaria, che gli ricorda quando da piccolo rubava i vestitini alla cuginetta Chiquita.
I musicisti presagendo la tragedia che sta per consumarsi interrompono la canzone ed il suonatore di guitarron, il cubano Giorginho Torres, estrae dal fodero la fida bottiglia di Matusalem Gran Reserva e si versa un abbondante cicchetto di rhum.

Paio Pignola vede la russa avanzare verso di lei e si appresta al combattimento, mani ai fianchi e petto (rifatto bene) proteso; le due si fronteggiano come Rocky e Apollo Creed ma, un attimo prima della catastrofe, a sorpresa Olena butta le braccia al collo di Paio ed avvicina la guancia a quella della cubana, sulla quale non può fare a meno di notare un principio di ricrescita pilifera.
«Auguri e figli maschi, finuocchietto» sibila beffarda ma prima che il transessuale possa rispondere amichevolmente dal fondo si ode uno sparo e si alza un grido:
«Sal de ahí, maricón, ese es mi hombre!»³

Conchita, la donna barbuta³, si fa avanti imbracciando una doppietta e tenendo al collo un bambino, barbuto anche lui, ed apostrofa Miguel:
«Y este es tu hijo, cabròn!»³

Un silenzio gravido di tensione cala sulla festa. Paio si avvicina, e chiede a Miguel con voce stridula:
«E’ vero quello che dice questa… questa… questa?» chiede, non riuscendo nella fattispecie a pronunciare la parola “donna”.
Miguel, sentendo su di sé lo sguardo dei convenuti ed il peso della canna della doppietta sulla pancia, ammette parzialmente.
«E’ successo solo una volta… era un periodo difficile, avevo tanti problemi, la telenovela andava male… ed ero pure ubriaco. Io non volevo, è stata lei!»
Paio si blocca, le vene del collo pericolosamente gonfie. Si volta verso Miguel e, con voce tornata stranamente calma, gli dice:
«Miguel?»
«Si, querida?» risponde incautamente il giardiniere.

«Io ti ammazzo»

Y tú,
Quien sabe por dónde andarás
Quien sabe qué aventura tendrás
¡Qué lejos estás de mí…!

paulinarubio

¹ Comunardo Niccolai è stato lo stopper del Cagliari campione d’Italia 1970, squadra di cui mio nonno Gaetano era gran tifoso pur non essendo sardo. Era famoso per degli autogol rocamboleschi; ai mondiali del Messico partì titolare ma alla prima partita si infortunò e la sua carriera in azzurro finì lì.
² A dispetto dei più maliziosi tra voi, il musical Vaselina è la versione messicana del celebre Grease.
³ L’interprete del film di culto “Machete”
³ Levati di lì, bucaiolo, quello è il mio uomo!
³ cfr. Niente sushi per Olena, 2018.
³ E questo è tuo figlio, cornuto!
³ Non ho mai imparato a mettere le note superiori al 3

Una birra per Olena (XXXI)

In un modesto appartamento sulla Max-Joseph Strasse, non distante dalla Karolinenplatz, la confusione creata da quattro ragazzini urlanti è rotta dal suono insistente del campanello d’ingresso; la padrona di casa, una quarantenne energica, dopo aver lanciato un grido di ammonimento e aver distribuito scapaccioni a quelli meno lesti ad allontanarsi, va ad aprire la porta.
Alla vista dei due visitatori, una bella donna non molto alta con un gran seno e con in testa un turbante di seta ed il suo maggiordomo con in mano una valigetta ventiquattr’ore, il viso le si illumina in un sorriso.
«Frau Rana, che sorpresa! Entrate, entrate, prego… scusate il disordine» li invita la donna.
«Non preoccuparti, Hilda» dice Gilda cercando di evitare le pozze di liquido non definito sparse sul pavimento «anzi scusa se non ci siamo annunciati ma passavamo da queste parti con James, ricordi James vero cara? E ci siamo detti: “qui vicino deve abitare quella cara Hilda, perché non andiamo a trovarla?” Ed eccoci qua, spero di non disturbare…»
«Al contrario, mi fa molto piacere che siate venuta, è molto bello da parte vostra»
«Ma figurati, cara. Come vanno le cose, i bambini stanno bene? E lo stato di famiglia l’abbiamo sistemato, o quello scavezzacollo di Helmut si rifiuta ancora di riconoscere i suoi figli?» si informa Gilda, premurosa.
«Oh no Frau Rana, Helmut è cambiato, negli ultimi tempi ha avuto quasi una metamorfosi, sembra un’altra persona!»
«Davvero, cara? Roba da non credere, non è vero James? Deve essere una specie di miracolo!»
«Si, è proprio un miracolo, ed è tutto merito vostro!» concorda Hilda.
«Merito mio, dici? Non vorrei intestarmi meriti che non ho, cara. Devo avere dei vuoti di memoria, ma non mi sembra di aver fatto niente di particolare…»
«Voi siete troppo modesta, Frau Rana! Se non aveste assunto Helmut nella vostra fabbrica, nonostante i fastidi che vi ha dato in passato… un gesto di grande generosità da parte vostra! Mi ha anche detto che non volevate farlo sapere in giro perché non ci tenete ad essere ringraziata… ma io invece voglio che sappiate quanto vi siamo grati»
«Ah ecco, io l’ho assunto in fabbrica…» ripete Gilda lanciando a James uno sguardo di intesa «ma non c’è bisogno di ringraziarmi cara, sai com’è, quando si può dare una mano… e poi devo dire che anche Jürgen ha messo una buona parola per il suo fratello gemello»
«Davvero? Questo mi sorprende… quei due non vanno proprio d’accordo, non si parlano da anni… tutta colpa di Helmut e del suo caratteraccio»
«Anche nelle migliori famiglie possono esserci incomprensioni… so io quante ne ho passate con il povero Evaristo, pace all’anima sua. Ma non voglio farti perdere ulteriore tempo Hilda, in realtà avrei proprio bisogno di parlare con tuo marito, è in casa?»
«Oh si certo, ma purtroppo non si sente molto bene, infatti oggi non è potuto venire al lavoro…»
«Ti prometto che lo disturberò il minimo indispensabile cara, ma è abbastanza importante che io possa parlargli, pensi sia possibile?»
«Ma certo signora, ci mancherebbe altro… Venite, faccio strada»
Hilda si dirige verso la camera seguita da Gilda e James, apre la porta lentamente, mette dentro la testa e annuncia:
«Helmut, indovina chi è venuto a trovarti?»

Il piccolo bilocale al secondo piano in piazza Karlsplatz è insolitamente animato. Una pelliccia violetta è appesa nel corridoio a coprire il poster dell’Ispettore Derrick, e diversi indumenti sparsi qua e là per la casa testimoniano di una certa frenesia nel liberarsene, che solo un osservatore poco attento potrebbe imputare ad un sovra-funzionamento del riscaldamento condominiale.
Olena, in négligé nero, è seduta sul divano con le lunghe gambe distese e sorseggia un calice di Franciacorta accompagnandolo con delle tartine al burro artigianale e caviale del Volga, mentre Horst Tupperware, in boxer giallorossi e canottiera di cotone, sbocconcella un bratwurst con una fetta di pane di segale.
«Complimenti Panzerotto, sei stato davvero bravo» proclama Olena, alzando il calice alla salute del padrone di casa.
«Bè, insomma, considera che era parecchio che non lo facevo…»
«Non mi riferivo a quello, stupido. Sei stato bravo a intervenire al momento giusto… come hai fatto a capire tutto?»
«Diciamo che è stato un colpo di fortuna…» si schermisce Horst.
«Di questo non avevo dubbi ma come è successo, racconta…»
«Lo scorso dicembre, alla festa annuale della polizia, mi capitò di inciamp… ehm, conoscere la moglie di Muller. La festa era davvero noiosa, ed ero appena uscito in giardino a fumare una sigaretta…»
«Non sapevo che tu fumassi…» lo interrompe Olena.
«Ehm, in realtà stavo rollandomi una canna, ma non è questo l’importante. Ero lì a farmi i fatti miei, quando si avvicina la moglie di Muller, un po’ traballante dal troppo spumante bevuto; mi giro per salutarla, nascondendo lo spinello, quando questa inciampa, mi si aggrappa addosso e mi tira giù. L’ho aiutata prontamente a rialzarsi ma come ha riacquistato la posizione eretta ha pensato bene di liberarsi di tutto quello che aveva mangiato e soprattutto bevuto vomitandosi addosso… una situazione davvero imbarazzante. Ho cercato di aiutarla a ripulirsi e stavo per andare a chiamare il marito ma lei mi ha pregato di non farlo, non voleva metterlo in imbarazzo, e mi ha chiesto se potevo accompagnarla a casa a cambiarsi…»
«Un po’ imprudente da parte tua, non credi?»
«In quel momento l’unica mia preoccupazione era che la moglie di Muller non mi vomitasse in macchina… una volta arrivati, l’ho aiutata con le chiavi di casa e a salire le scale per andare al piano di sopra; mi ha pregato di aspettarla un attimo, l’ho sentita fare una telefonata e poi sbattere la cornetta violentemente, dopodiché è scomparsa e pensavo si fosse addormentata, infatti me ne stavo andando quando… »
«Quando?» incalza la russa, partecipe.
«Quando è uscita dalla camera aveva ripreso totalmente il controllo di sé: aveva fatto una doccia e si lasciava dietro una scia di profumo… è venuta verso di me coperta solo dall’accappatoio, e mi ha chiesto di scusarla per la scena alla quale avevo assistito, e se avesse potuto fare qualcosa per farsi perdonare…»
«Scommetto che qualcosa l’hai trovato» ipotizza Olena, ironica.
«Erica, ehm… la signora Muller, era estremamente dispiaciuta, mi sembrava brutto lasciarle dentro un senso di colpa»
«Lo immagino. Non mi sarei aspettata niente di meno da un gentiluomo come te»
«Abbiamo fatto una chiacchierata molto interessante… avevo sempre creduto che Dieter Muller fosse un vanesio, un opportunista ed un arrivista, ma il ritratto che ne fece la moglie andava ben oltre… era un corrotto, un vizioso, un violento; Erica aveva paura a denunciarlo e mi chiese se potevo fare qualcosa per aiutarla. Cominciai a metterlo sotto controllo ed in breve scoprii il suo coinvolgimento in diversi affari sporchi; misi sotto controllo anche i suoi scagnozzi, Bodo e Lutz…»
«A proposito di quei due, perché non sei venuto ad aspettarmi all’aeroporto?» chiede Olena,
«Oh, ma io c’ero… quando però ho visto che quei due ti avevano avvicinata ho ritenuto più prudente non farmi notare. Tra l’altro nel manganello di Bodo avevo messo una microspia, non so se mi spiego» butta là Horst, accennando all’uso improprio a cui il suddetto manganello era stato destinato nell scontro all’aeroporto.
«E le teste di cuoio, come hai fatto a convincerle? Hai bluffato, dì la verità…»
«Assolutamente no!» risponde Horst, scandalizzato. «Ho solo fatto una chiamata ad una vecchia amica…»
«Ma come fai ad avere il numero della cancelliera? Non vorrai dirmi che…» chiede Olena, sbalordita.
«Top secret. E comunque acqua passata…» poi, vedendo che si sta ingenerando un equivoco, continua:
«Ma che vai a pensare? Ci siamo conosciuti a Lipsia, ai tempi della DDR… lo sapevi che è figlia di un pastore che si è trasferito dalla Germania Ovest alla Germania Est? Ero molto amico del fratello, e della sorella… ogni tanto facevamo il bagno nudi nell’Elba, tutto qua. Ma perché mi guardi in quel modo?» chiede Horst, disorientato dallo sguardo sornione di Olena.
«No, niente… hai finito il salsicciotto?» e lo invita a sedersi sul divano, indicandogli il posto libero. Horst si avvicina titubante, e Olena gli sussurra all’orecchio:
«Vieni qua, che ti canto Lili Marleen…»
«Per la miseria Olena, è la quinta volta, non so se…» mette le mani avanti Horst, preoccupato.
«Sshh…» lo zittisce Olena, mettendogli un dito sulle labbra. Poi si alza, lascia cadere a terra la sottoveste, si siede sulle gambe di Horst ed inizia a cantare con voce roca:
“Vor der Kaserne,
Vor dem großen Tor,
Stand eine Laterne.
Und steht sie noch davor,
So woll’n wir uns da wieder seh’n,
Bei der Laterne wollen wir steh’n
Wie einst, Lili Marleen.
Wie einst, Lili Marleen.“

«Caro Helmut, come stai? Hilda mi stava giusto dicendo che non ti senti molto bene»
«Cough, cough…» tossicchia Helmut «Niente di grave, solo qualche linea di febbre, Frau Rana… forse un’infreddatura…»
«In effetti non ha una bella cera, non è vero James?» chiede Gilda al maggiordomo.
«Trovo il signor Matthaeus notevolmente pallido, signora. Più che un raffreddore, ritengo possa trattarsi di una costipazione» diagnostica James.
«Helmut, Helmut, tu devi riguardarti. Per fortuna ci siamo qua noi… James, procedi»
Sotto lo sguardo preoccupato del padrone di casa, James estrae dalla valigetta una sacca di plastica contenente un liquido chiaro, ed un lungo tubo di gomma.
«Ehm, che volete fare con quella… cosa?» chiede Helmut, sospettoso.
«Oh, niente caro, è solo un clistere di saliscardo. E’ un toccasana, vedrai che ti sentirai immediatamente meglio»
«Ma io non voglio fare il clistere!» protesta Helmut.
«Mi meraviglio di te» lo rimprovera Gilda «Vuoi forse mettere in dubbio la competenza di James?»
«No, ma io non…»
«Ah, ma forse sei timido e sei restio a mettere in mostra il tuo didietro » ipotizza la Calva Tettuta «Lo capisco, forse sei in imbarazzo per via di quel piccolo inestetismo…»
«Inestetismo? Ma di che…»
«Ma si, quella buffa voglia… e comunque Helmut insomma, non sarà mica la prima volta che mostri a qualcuno le chiappe! Su, forza, poche storie, James, insuffla!»
«Noo!!»
Gilda e James, a braccia conserte, sostano perplessi guardando l’uomo che, aggrappato alla testiera del letto, fa i capricci rifiutandosi di abbassare i pantaloni del pigiama.

Finalmente Gilda rompe il silenzio e sblocca la situazione:
«Jürgen Matthaeus, quanto deve durare ancora questa commedia? Ti avverto che mi prudono le mani. O preferisci che chiami Hilda?»
«No, vi prego, Hilda no!» implora l’uomo in pigiama, mettendosi seduto sul letto.
«Oh, così va meglio. Vuota il sacco e vedi di non tralasciare niente» intima Gilda.
«Si, ehm, ecco… non so se avete presente Baldegunde, la cameriera del Paulaner am Nockherberg»
«Quella simpatica ragazzona? Ma certo, ma che c’entra Baldegunde adesso?»
«Ecco, ero riuscito a convincerla a venire a visitare, ehm, la mia collezione di farfalle, ma sfortunatamente avevo dimenticato le chiavi di casa in ufficio… così arrivai di notte allo stabilimento, e con mia grossa sorpresa trovai il cancello socchiuso, e un reparto con le luci accese. Come sa, signora, noi non lavoriamo su turni di notte, così andai a controllare se qualcuno non avesse dimenticato le luci accese, anche se i controlli spettano al custode»
«Il custode lo sistemiamo dopo, vai avanti adesso» ordina la Calva Tettuta.
«Avvicinandomi sentii dei rumori di macchine, e delle voci… così mi nascosi e li vidi! C’era mio fratello, Helmut, che sembrava il capo, ed una squadra di operai che stavano facendo andare le macchine non per produrre il nostro impasto ma una loro sostanza che alla fine mettevano dei tortellini… arrivarono addirittura due camion con le insegne Rana per caricare la produzione. Sentii Helmut parlare con un suo complice di quantità e consegne da rispettare, e che nei giorni seguenti si sarebbe dovuto lavorare ancora di più… ero frastornato, mio fratello stava organizzando qualcosa di brutto nella mia fabbrica, ma era pur sempre mio fratello… nei giorni seguenti riuscii a capire che avevano modificato le macchine, allora ne ordinai di nuove falsificando la sua firma.»
«Lo sapevo di non essere stata io!» dichiara Gilda «e nemmeno Flettàx!»
«Pensavo che, togliendo dalle linee le macchine vecchie, non avrebbero più potuto operare… ma loro diedero fuoco alle nuove macchine. A quel punto non sapevo più cosa fare, e mi procurai una quantità di nandrolone che portai nel magazzino ed avvisai con una telefonata anonima il giudice Ritzenberg»
«Che ci ha messo sotto sequestro gli impianti» conclude Gilda «Ma dico, non era più facile denunciare tuo fratello? Non mi pare che ci fosse questo gran legame tra di voi!»
«Avrei dovuto farlo, ma volli operare una piccola vendetta» confessa Jürgen. «Ricorderete la scenata che Hilda mi fece all’Hofbrauhaus, vero?»
«Eccome se lo ricordiamo» risponde Gilda, mentre James rabbrividisce.
«Non riuscivo a capire come Hilda potesse scambiarmi per mio fratello… ma poi mi resi conto che, in effetti, a parte quel piccolo particolare, siamo identici. Così la sera successiva passai allo stabilimento, vidi Helmut al lavoro e andai a casa sua, spacciandomi per lui. Hilda fu abbastanza sorpresa, perché mio fratello le aveva raccontato di fare il turno di notte; ma riuscii a convincerla, anche grazie ad una bottiglia di champagne ed ad un gioiellino…»
«Insomma, hai sedotto tua cognata! Sei un porcellino, te l’avevano mai detto? E Stielike?»
«Stielike lavorava per Helmut, teneva una contabilità parallela… le spese per l’acquisto delle loro sostanze le affogava nelle spese generali, ma quando la Finanza è venuta a fare i controlli si è spaventato… ha minacciato di confessare tutto e ha chiesto una grossa somma di denaro per riparare all’estero… così Helmut lo ha fatto uccidere, ma i suoi scagnozzi non hanno avuto il tempo di nascondere il corpo ed i registri»

«Jürgen, mi dispiace ma ti devo licenziare» dichiara Gilda, alla fine della storia.
«Capisco, signora» dice Jürgen, mortificato. «Sono a sua disposizione per una confessione piena »
«Confessione, Jürgen, ma di che stai parlando? Ti sembro per caso un prete? Spiegaglielo tu, James»
«La signora vuol dire che siccome lei, Jürgen Matthaeus, è stato arrestato, verrà licenziato in tronco. Ma nulla osta che sempre lei, Helmut Matthaeus, venga assunto, cosa del resto di cui la sua “consorte” Hilda è già convinta»
«Volete dire che potrò continuare a…» dice Jürgen-Helmut, indicando se stesso e la stanza intorno.
«Non mi sono spiegata, evidentemente» precisa Gilda. «Tu non “potrai”, ma dovrai continuare ad essere Helmut. E vedi di non farti mai scappare una parola su questa faccenda, o che Hilda abbia a lamentarsi, ci siamo capiti?»
«Certo, certo, io non so davvero come ringraziarvi…»
«Naturalmente» lo ferma Gilda «permetterai che facciamo una piccola verifica. Sai com’è, una formalità»
«Ma certo signora, tutto quello che volete!» concede Jürgen, confuso ma sollevato.
«Ottimo, allora. James?»
«Signora?» risponde il maggiordomo, infilandosi dei guanti.

«Vai con l’acquaragia»

2vLCPW26LbQT1ODl274kD53Rtp4

Ed è (finalmente) THE END! Ma non andate via, Miguel ci aspetta alla sua festa!

 

 

Una birra per Olena (XXX)

Tornati al riparo all’interno della palestra, i nostri cercano di organizzarsi per respingere l’imminente attacco della trentina di poliziotti che circondano l’edificio.
All’esterno un Dieter bruciacchiato dal razzo che gli ha indirizzato nonna Pina e solo per un pelo non l’ha mandato all’altro mondo osserva nervosamente l’avvicinarsi delle troupe televisive che, attirate dalle segnalazioni di spari, si sono dirette verso la zona.
«Ci mancavano solo i giornalisti… » dice Dieter a Franz. «Tienili lontani, per l’amor del cielo!»
«E’ una parola! Non siamo mica a Mogadiscio…» risponde Franz, sempre più preoccupato.
Infatti in poco tempo il cronista Leo Breitner supera i cordoni di sicurezza e si avvicina al capo della polizia:
«Herr Muller, può informarci su quello che sta succedendo?»
Muller risponde nervosamente:
«Signori, questa zona è vietata, è molto pericoloso stare qua, dovete allontanarvi. Quello che posso dire è che nella palestra sono asserragliati dei pericolosi terroristi, stiamo decidendo il da farsi»

Nonna Pina prende la parola:
«Natascia, io dico di andare di sotto, prendere quei quattro e poi andarcene via»
«Giusto, babushka, bello giuoco dura poco, andiamo»
«La fa facile lei! Come facciamo ad andarcene, siamo circondati!» protesta Fritz ma si ferma subito, sentendo il rumore di pale di elicotteri in avvicinamento. Dà una sbirciata fuori e poi sentenzia:
«Ecco, adesso siamo proprio fottuti»

Allontanato il giornalista, Dieter e Franz osservano interdetti la formazione di elicotteri Eurocopter EC-135 in avvicinamento.
«La squadra GSG-9? Ma chi li ha chiamati?»
«Perché guardi me?» chiede Franz, polemicamente. «Che ne so io? Comunque meglio così, ci penseranno loro»
Gli elicotteri atterrano e da quello di testa scende il leggendario comandante Karl Heinz Ziegenkäse, che con passo deciso si presenta al capo della polizia.
«Buonasera, Herr Muller»
«Comandante Ziegenkäse, è una sorpresa vederla qui. Non mi sembra di aver richiesto il vostro intervento, i reparti locali sono pienamente in grado di fronteggiare la situazione»
«Non lo metto in dubbio, Herr Muller» risponde scettico Ziegenkäse guardandosi intorno «anche se non mi risulta che i poliziotti della stradale siano addestrati per affrontare terroristi in procinto di far esplodere una bomba sporca…»
«Bè, pericolosi terroristi… bomba sporca… ah, ah,» ridacchia nervosamente Dieter minimizzando «qualcuno deve avere un po’ esagerato, si sa com’è questa stampa… eh, Franz, pensa te, bomba sporca!»
Franz ridacchia a sua volta nervosamente, sotto lo sguardo impassibile del comandante delle teste di cuoio.
«Comunque, signori, non è per la vostra bomba sporca che sono qui»
«Ah, no? E per che cosa allora?» chiede Dieter, sinceramente confuso.
«Ho ricevuto una chiamata dalla cancelliera, che mi chiedeva di recarmi da voi immediatamente»
«Frau Merkel l’ha chiamata?»
«La cancelliera, si. Mi ha chiesto di venire a vedere quello che stava succedendo, pregandomi di accompagnare un suo amico che deve consegnarle una cosa importante»
« Consegnare qualcosa… a me? Che cosa?» chiede Dieter frastornato, notando con meraviglia che le teste di cuoio stanno disarmando i poliziotti, ed addirittura stanno ammanettando Franz, accorso a porgere le sue rimostranze.
«Ma che significa?» urla Dieter, riprendendo il controllo di sé. «Questo è oltraggioso, esigo una spiegazione! Io sono il capo della polizia, esigo che lei mi…» ma le proteste di Dieter si spengono dato che la mascella rimane aperta nel vedere chi scende dalle scalette dell’elicottero e si dirige con passo tranquillo verso di lui.

«Ma… ma… ma…» si incanta Muller «Tupperware? Ma che cos’è, uno scherzo?»
E’ infatti Horst Tupperware quello che scende dall’elicottero delle teste di cuoio, ed è sempre Horst quello che, con andatura tranquilla ed un sorrisetto beffardo stampato sul viso, si avvicina al capo della polizia.
«Commissario capo Tupperware, vuole spiegarmi che sta succedendo?» chiede Dieter cercando di recuperare una parvenza di autorità.
Horst, con calma olimpica, estrae dalla tasca dell’impermeabile un plico. «Mi scuso per l’intrusione Herr Muller, ma devo consegnarle questa busta. E’ da parte del giudice Ritzenberg»
«Dal giudice?…» ormai inebetito, Dieter prende la busta che Horst gli porge, la apre, ne estrae il documento che contiene e impallidisce.
«Un mandato di arresto… per me? Ma… che vuol dire?»
«Vuol dire esattamente quello che c’è scritto, Herr Muller. Lei è in arresto per corruzione, complicità in traffico di droga, intralcio alla giustizia ed abuso di ufficio. E, sinceramente…» bisbiglia Horst all’orecchio di Muller «le consiglio di vuotare il sacco e ammettere tutto. No, perché ci sarebbe anche quell’altra cosetta e guardi che ci metto poco a dare la registrazione alla stampa»
«Cosetta? Registrazione? Ma di che sta parlando, ma dico, è impazzito commissario capo?» protesta Muller.
«Io no di certo Herr Muller. Non sono io quello che frequenta i bordelli di Bangkok vestito da SS insieme al suo amichetto, e si intrattiene con minorenni»
«Bangkok? E’ assurdo, nego tutto, si tratta di una montatura, una macchinazione, è stato lei ad organizzare tutto questo, è vero Tupperware? Ma io la distruggerò, la farò pentire di essersi messo sulla mia strada, la rovinerò…»
Karl Heinz Ziegenkäse, disgustato, tronca la sfuriata di Muller.
«Portatelo via» ordina ai suoi uomini; poi, mentre Muller sale le scalette dell’elicottero, si sente la voce di Horst chiamare:
«Herr Muller!»
Dieter Muller si gira, schiumante di rabbia:
«Che cosa vuoi ancora, maledetto?»
«Di che colore sono i calzini che indossa? »

«Aprite, polizia! » intima Fritz.
«Col cavolo!» risponde Jürgen. «Vogliamo prima i nostri avvocati, siamo stati sequestrati da dei pazzi, io voglio sporgere denuncia! »
«Signor Matthaeus per favore non complichi le cose, non mi costringa a far saltare la porta. Le do la mia parola che nessuno le torcerà un capello »
La porta si apre lentamente ed esce per primo Jürgen, il quale alla vista di nonna Pina rabbrividisce e cerca di rientrare nel caveau, intralciato però da Bodo e Lutz Piccolo, terrorizzati da Olena e soprattutto dal manganello che la russa fa roteare con nonchalance.
«E’ colpa sua!» grida Jürgen indicando Sparwasser. «Ha organizzato tutto lui, io ho cercato di oppormi ma lui mi ricattava… »
Fritz osservando il completino dell’uomo non può non alzare un sopracciglio in segno di perplessità, finché non è la volta di Sparwasser a parlare:
«Ah, colpa mia! Brutto maiale, è lui che ha organizzato tutto, ha messo a disposizione i laboratori della ditta dove lavora per produrre droga sintetica che vende alla mafia serba… io non sapevo niente dei loro maneggi, sono solo un consulente d’affari, non c’entro niente…»

Richiamata dalle voci, Ursula scende le scale ed impallidisce trovandosi di fronte Sparwasser.
«Certo, tu non c’entri mai niente, solo un esecutore… come allora, vero, bastardo?» e fa per avventarsi sul prigioniero, trattenuta a stento da Fritz, suo marito.
Hans impiega un po’ di tempo per inquadrare la nuova arrivata, poi finalmente riconosciutala raddrizza le spalle, un sorrisetto di scherno gli si dipinge in faccia e le si rivolge con voce sprezzante:
«Ma guarda guarda, la “piccola” Schutzentagger … cosa ci fai in palestra, sei venuta a metterti in forma? Vorresti tornare forte e potente? Mi dispiace cara, quelle pilloline blu che ti piacevano tanto le ho finite…»
«Assassino! Hai ammazzato un sacco di gente con le tue porcherie!» gli urla in faccia Ursula.
«Io non ho ammazzato nessuno» sibila Hans «Nessuno vi costringeva. Eravate liberi di prendere o non prendere le medicine, era vostra facoltà diventare degli dei o rimanere delle nullità… che scelta difficile, vero Ursula?»
«Noi non sapevamo cosa mettevi in quelle pillole, dicevi che erano integratori!»
«Oh ma certo, poveri innocenti, ingannati da quel cattivone del dottor Sparwasser. Certo fa comodo pensarla così adesso, ma quando salivate sul podio dell’Olimpiade era diverso, non è vero? Si, qualcuno non ha tollerato le cure, qualcuno si è ammalato, effetti collaterali! Ma se anche l’aveste saputo, avreste rinunciato, avresti rinunciato? Sii onesta con te stessa Ursula! Guarda come ti sei ridotta, ne valeva la pena lasciare tutto, eh, ne valeva la pena?»
Ursula, sconvolta, prende la pistola di Fritz e gliela punta contro, con la mano tremante dalla rabbia; Fritz cerca di fermarla ma è Olena, ponendosi tra lei e il dottore, che la blocca.
«Shutzi no, questo davvero non ne vale la pena. Non sporcarti le mani con questa feccia»
Ursula, piangente, abbraccia l’amica ma Sparwasser, approfittando della distrazione, fa un balzo verso Olena e le sfila la pistola dalla fondina. Con un ghigno feroce la punta verso Ursula:
«Brutto ammasso di lardo, ti faccio vedere io adesso se ne valeva la pena» e preme il grilletto, ma il rumore dello sparo non si sente; la bocca di Hans si contrae in una smorfia, pronuncia delle parole inintelleggibili, sbarra gli occhi e crolla a terra.
«Cazzo, ma è morto!» esclama Fritz «che gli avete fatto?»
«Giustizia divina» dice Olena, ben sicura che l’autopsia non troverà traccia della tossina letale che Sparwasser si è iniettato da solo, con la punturina al dito che si è procurato con l’ago fuoriuscito dal grilletto della pistola scarica.

Risaliti al piano terreno, Olena e nonna Pina guardano Horst e Fritz consegnare Jürgen ed i fratelli Piccolo alla squadra speciale.
Karl Heinz Ziegenkäse si avvicina a Gilda e la saluta con galanteria.
«Frau Rana, le porgo le scuse dell’intero corpo di polizia, e le assicuro personalmente che i colpevoli verranno puniti molto severamente. La cancelliera la invita a mettersi in contatto con il Ministero del Commercio, dove sicuramente si troverà un modo per superare questi incresciosi episodi in una maniera soddisfacente per tutti. Se posso esserle utile in qualsiasi modo, non esiti a contattarmi…»

Mentre i due conversano, sulla scena irrompe smarmittando un maggiolino Volkswagen decappottabile guidato da un anziano cinese; in piedi sul sedile posteriore svetta un vichingo con un pappagallo sulla spalla.
«Lasciate stare quella donna!» urla Svengard, scendendo al volo dal maggiolino.
«Lei non c’entra! Abbiamo scoperto tutto, i conti erano truccati, il contabile è morto, il direttore imbrogliava! Lasciatela vi dico, o per Odino preparatevi a combattere!»
Ziegenkäse squadra divertito il pittoresco individuo che si avvicina minaccioso armato di ascia bipenne.
«Lo conosce, signora?»
«Il pappagallo si. Lui invece non l’ho mai visto prima»
«Capisco. Che mi consiglia di farci, Frau Rana?»
«Potreste strapazzarlo un po’, senza fargli troppo male?»
«Cercheremo di non apportare danni permanenti» ridacchia la testa di cuoio. «E’ un uomo fortunato… va bene se glielo rimandiamo tra due giorni?»
«Perfettamente, comandante, perfettamente. L’importante è che sia contrito, giudichi lei.»

Gilda si volta verso James, con un sospiro.
«Non è un amore, James? E’ venuto a salvarmi quando tutto è finito. Lo terrò un po’ a bagnomaria, poi lo consolerò. Che pazienza che ci vuole!»

Mentre Adalgiso, sotto la benevola sovrintendenza di James, raccoglie armi e munizioni sparpagliate in giro, arriva Po spingendo il carrettino di nonna Pina, la quale ridacchiando gli fa un riassunto delle vicende:
«Lo sospettavo da tempo che quel tedesco fosse uno sporcaccione ma non sai che impressione, generale Po, trovarsi di fronte quel depravato di uno Jürgen con un costumino in lattice e le chiappe di fuori, con quella ridicola voglia a forma di castagna matta…»

Gilda e James si bloccano, sul viso un’espressione di incredulità.
E’ la Calva Tettuta la prima a riscuotersi:
«James?»
«Signora?» risponde il maggiordomo, ritrovando il consueto aplomb.
«Sento che il mio sistema nervoso sta per collassare. Non avresti a portata di mano qualcuna delle tue pozioni magiche?»
«In albergo dovrei avere un paio di confezioni di Malongo Blue Mountain, un caffè della Giamaica. Ha proprietà decisamente tonificanti»
«Ottimo, andiamo a raggiungere la Giamaica, allora. Ah, James?»
«Si, signora?»
«Se lungo la strada avvisti un ferramenta fermati, per favore.»

f2c4d6c282986d59a8281e1a3cff6b28

Una birra per Olena (XXIX)

Gilda, in tuta mimetica Marc Jacobs e stivaletti leopardati con zeppa, incita Adalgiso a legare e imbavagliare meticolosamente i frequentatori della palestra, compito che il personal trainer assolve con solerzia, motivato dall’elegante Beretta Px4 Storm che la Calva Tettuta gli punta alle parti basse.

Ursula e Fritz intanto sorvegliano l’ingresso, con Fritz critico sulla piega che stanno prendendo gli eventi.
«E adesso come usciamo di qua?» chiede polemicamente alla consorte, la quale non si fa certo pregare per attaccar lite:
«Si può sapere che sei venuto a fare? Se sei qui solo per criticare potevi rimanere a casa, o in birreria! Datti da fare, insomma, prendi un mitra, un bazooka, insomma non stare con le mani in mano come al solito! Tra l’altro quelli là fuori sono amici tuoi, non miei, e vorrei proprio sapere chi li ha invitati…» sbotta Ursula, fissando con sospetto il marito.

James, nel suo impeccabile completo Girifalchi impreziosito da un giubbetto antiproiettile D&G e da un casco da aviatore in cuoio, è a rapporto. Olena gli rivolge delle parole di sprone e incoraggiamento:
«Io sempre sottovalutato te, tu essere vero genio!»
James, percependo una lieve nota sarcastica, fornisce la propria versione dei fatti:
«Se ti riferisci al fatto che un drone armato di esplosivo ad alto potenziale svolazza libero nei cieli di Monaco, declino ogni responsabilità. Sarebbe stato carino, da parte tua, avvertirmi che i comandi erano in iraniano e che il telecomando era stato concepito per piloti mancini»
«Tu non inventa scuse, si? Anche bambino può far vuolare druone. Ma tu troppo occupato a stirare tuo vestito, tu pensa di pensa di essere a corte, a ballo di debuttanti?»
«Questa è la mia divisa, carina, se qualcuno ci tiene ad essere sciatto» risponde impavido il maggiordomo, riferendosi alla tenuta della russa «faccia pure. Certo se avessi saputo che avremmo dovuto sostenere l’assedio di Stalingrado, mi sarei attrezzato con una pelliccia d’orso» continua James.
«Ma io adesso non voglio litigare con te» taglia Olena. «Quando dico tu genio io non scherzo. Guarda dove finito druone…»
Olena apre un tablet, sul quale vengono riportate le immagini trasmesse dalla telecamera del drone.
«Ma questo è l’ingresso della palestra!» esclama James «allora è davanti a noi!»
«Precisamente tra quei cespugli, giusto dietro linee nemiche»

«Capo, e se tentassimo una sortita?» chiede Bodo Piccolo, senza troppa convinzione.
«Se vuoi andare prego, accomodati, non fare complimenti!» ironizza Jürgen «Dai retta a me, è meglio che ce ne stiamo qua buoni e aspettiamo la cavalleria.»
«Comunque capo, io ancora non capisco» dice Hans Sparwasser. «C’era veramente bisogno di dar fuoco alle macchine nuove?»
«Tu avevi un’idea migliore? Se avessimo avuto più tempo… ma quei maledetti serbi volevano la consegna subito, non avevamo il tempo di modificare le macchine nuove, dovevamo usare per forza quelle vecchie…»
«Certo è stato un bel danno…»
«Ma chi se ne frega del danno! Vuoi che mi preoccupi se si fabbricano meno tortellini? A me nemmeno piacciono i tortellini, poi! L’importante è che riusciamo a produrre il nostro impasto, quello vero…»
«Droga sintetica nell’impasto dei tortellini… geniale!» dice Hans.
«Una combinazione perfetta, un chimico come te con la possibilità di produrre a livello industriale… nessuno poteva sospettare che gli impianti producessero di giorno tortellini e di notte droga… se solo a quella nanetta pelata non fosse venuto in mente di aumentare la produzione! Adesso dobbiamo trovare il modo di uscire di qua e poi ricominceremo da un’altra parte, in Sudamerica magari, apriamo una bella fabbrica di Tacos… ma mi dici perché diamine hai messo  il nandrolone nel magazzino, per colpa tua ci hanno messo tutto sotto sequestro!»
«Io?! Guarda che io con c’entro niente! Non sono stato io, nemmeno mi serve il nandrolone… ne tengo solo un po’ per quegli esaltati che si vogliono pompare i muscoli, ma non l’ho mai portato negli stabilimenti, giuro! Anzi, io pensavo che fossi stato tu per dare la colpa a Frau Rana… ma allora, se non sei stato tu, chi…Muller?»
«Muller è impossibile, ha tutto da perdere… sa benissimo che se tenta qualche scherzetto è finito…»

Dieter Muller, il giovane capo della polizia federale, in piedi su un rialzo del terreno controlla con un binocolo lo schieramento di poliziotti intorno alla palestra. Vicino a lui il comandante della polizia stradale di Monaco di Baviera torce nervosamente il fazzoletto col quale si asciuga il sudore.
«Dieter, sei proprio sicuro di…» inizia, ma viene subito bloccato dal superiore.
«Certo che sono sicuro, Franz! Dovete entrare in quel posto e fare fuori tutti. La colpa poi la daremo a Jürgen ed alla russa…»
«Ma ci deve essere un altro modo… non so nemmeno se gli uomini ci seguiranno…»
«Sarà meglio per te che lo facciano, caro mio. O ci tieni a comparire in televisione vestito da SS mentre ti sollazzi a Bangkok con le bambine, peggio di un cardinale americano con i chierichetti? Io no, grazie… e quindi entra in quella fottuta palestra e fai quello che devi fare»
«Ma se quelli hanno nascosto le registrazioni da qualche parte?»
«Poi le cercheremo, l’importante è che da lì non esca nessuno…»

Franz, riluttante, si appresta a dare l’ordine di assaltare la palestra, quando la porta si apre e ne esce un uomo, sventolando una bandiera bianca costituita da una maglietta della salute legata ad un manico di una scopa.
«Dieter, ma quello non è uno dei tuoi uomini?»
«Chi?» chiede Muller, puntando il binocolo sull’uomo. «Ma quello è Gunnerbaum, l’aiutante di Tupperware, che diamine ci fa lì? Ho assegnato apposta il caso a quei due deficienti, ero sicuro che non avrebbero scoperto niente. Pensa che tutto quello che sono riusciti a partorire finora è che deve essere stato per forza un tedesco per via dei calzini bianchi»
«Bè, non è che ci siano andati molto lontano, però… » riflette Franz «comunque adesso che facciamo con quel Gunnerbaum?»
«Che dobbiamo fare? Te lo faccio vedere io che dobbiamo fare…» e Dieter strappa di mano il fucile a uno dei poliziotti, e lo punta su Fritz.
Fritz guarda sorpreso il puntino rosso che gli si è illuminato sul petto, ma prima di capire di che si tratti si trova tre metri più in là, dove Ursula l’ha fatto volare con uno spintone.
«Ma che cavolo…» dice il capo della polizia deluso, non vedendo più nel mirino la faccia del suo sottoposto, sostituita da una donna corpulenta che, brandendo una mitragliatrice poggiata su di un treppiede, gli fa l’occhietto e inizia a sparare su di lui e sul cordone di poliziotti.
«Giù, giù, al riparo!» urla Franz ai suoi uomini, che iniziano a chiedersi se la missione sia davvero congeniale a gente più abituata a fare multe per divieto di sosta che combattimenti con armi pesanti.
Dieter, trovato riparo dietro una cunetta, cerca di trovare il momento per alzare la testa per dare qualche ordine; non si accorge così di una figurina esile che esce tranquilla dal portone, poggia a terra un ginocchio e punta verso la sua posizione un lanciarazzi.
«Attenta a rinculo, Babushka»
«Preocupes no¹, Natascia. Se c’è qualcuno che deve preoccuparsi del rinculo non sono io»

due-pistole-in-pugno

¹ “Non preoccuparti” in milanese. Probabilmente derivato dallo spagnolo “no te preocupes”.

Una birra per Olena (XXVIII)

«Non muovetevi, stiamo arrivando…»
«E chi si muove! Ma datti una mossa, che quella ci sta addosso…»
«Ma chi, la vecchia?»
«Ma che vecchia! La russa, cazzo, la russa! Quella che i due deficienti che hai mandato all’aeroporto si sono fatti scappare…»
«Ma per la miseria, Jürgen, voi siete in quattro, chi sarà mai questa russa, Rambo?»
«Non dire stronzate, questa a Rambo gli fa mettere le pattine e il grembiulino, e poi gli fa asciugare i piatti! Sbrigati, ti dico…»

Dieter Muller, il capo della polizia, rientra nel proprio ufficio. Riflette un attimo, e poi ordina all’uomo che lo aspetta in posizione di riposo:
«Comandante, la situazione è peggiorata. Sono appena stato informato che i terroristi progettano di far esplodere una bomba sporca¹, bisogna intervenire immediatamente»
«Herr Muller, con tutto il rispetto… non potremmo tentare una trattativa? Almeno fino all’arrivo del GSG-9²… non posso garantire sull’incolumità degli ostaggi»
«Comandante, forse non mi sono spiegato bene. Qui sono a rischio decine di migliaia di persone, non possiamo permetterci di aspettare che arrivino le teste di cuoio da Bonn e non possiamo preoccuparci per un pugno di ostaggi! Danni collaterali, ci siamo capiti?»
«Perfettamente, Herr Muller»
E il comandante della polizia stradale, dopo aver eseguito un impeccabile saluto militare, fa dietro front, esce dall’ufficio ed inizia ad impartire ordini.

«Non so di che stai parlando» risponde Uwe Schelenz, il proprietario della palestra, fissando la canna della pistola che Olena gli sta puntando alla fronte.
«Che peccato,» dice Olena stringendo appena gli occhi per il disappunto «risposta sbagliata».
Lo sguardo della russa avrebbe indotto un uomo assennato a considerare se l’atteggiamento adottato fosse stato il più opportuno alla situazione ma questo non è evidentemente il caso in questione ed Olena, preso atto della chiusura ostinata alle proprie ragionevoli proposte, fa un passo indietro e gli spara ad una coscia.
Il rumore attira un capannello di salutisti con tutine di vari colori, con in prima fila Adalgiso, che guarda stralunato il suo principale rotolarsi urlando ai piedi della nuova cliente.
«Ma che sta succedendo qui?» chiede sbigottito.

La risposta arriva tuttavia non da Olena, intenta a soffiare nella canna della pistola, ma da un inserviente delle pulizie, che avanza spingendo un carrellino con sacchi, stracci, scope e detersivi.
«E no, belli, fermi dove siete! Ho appena lavato il pavimento, non voglio vedere pedate³ in giro!»
La recriminazione del lavorante, in tuta blu e cappellino in tinta che ne copre il volto, lascia interdetti gli astanti.
«Ma non vedi che c’è un ferito? Chi se ne frega del pavimento, bisogna soccorrerlo!» proclama Adalgiso, preoccupato, avanzando verso Uwe.
«Sempre così voi signorini, ve ne sbattete del lavoro degli altri…» sbuffa il lavoratore, estraendo dal sacco della rumenta³ un fucile d’assalto H&K G36.
«Oh, oh, buono, buono, non scherzare con quello…» dice Adalgiso, rinculando a mani alzate, con uno stile approssimativo che difficilmente avrebbe meritato l’approvazione di James.
«Aahh!! Aiuto, chiamate un’ambulanza!» implora Uwe, sperimentando a sue spese quanta poca solidarietà possa ispirare il trovarsi davanti un fucile spianato.
Il labbro di Olena si increspa in un sorriso di tenerezza al vedere il nuovo arrivato togliersi il cappellino e buttarlo a terra, raschiare la gola e lanciare uno scaracchio tra i piedi di Adalgiso.
«Babushka tu scusa me, io sporcato un poco per terra»
«Non fa niente Natascia, dopo pulisco con la varechina. Ah, lo sai» dice nonna Pina, indicando Uwe «che quello voleva pagarmi in nero? Che ne dici se gli sparo sull’altra gamba?»
Olena, pur simpatizzando con le rivendicazione salariali dell’ultracentenaria, nega l’autorizzazione.
«Magari più tardi, babushka, prima finiamo lavoro» ed estrae la micro radiotrasmittente nascosta nell’asciugamano.

«Gatta a gattini, gatta a gattini, passo»
«Qui gattino uno, passo» risponde Ursula.
«Qui gattino due, passo» risponde Gilda, mentre James in sottofondo commenta “io preferivo sorcini”.
«Comunicate situazione, passo»
«Stanno arrivando le teste di cuoio!» risponde concitato Fritz, che ha strappato l’apparecchio dalle mani di sua moglie.
«E James ha perso il drone» spiffera gattino due, mentre un affranto maggiordomo insegue con lo sguardo il drone sfuggito al controllo del telecomando.

6-How_to_Clean_a_Fitness_Centre_or_a_Gym

¹ Una bomba sporca è un’arma che sfrutta un esplosivo convenzionale per diffondere materiale radioattivo, come ad esempio scorie nucleari. Il danno che si vuol ottenere non è il numero delle vittime, che può essere consistente ma non paragonabile a quello di un ordigno nucleare, ma la contaminazione del territorio e dell’ambiente circostante.
² Teste di cuoio tedesche (GSG 9 der Bundespolizei)
³ Pedate sta per orme, e rumenta per spazzatura, immondizia. Anche se non sembra, sono parole italiane.

Una birra per Olena (XXVII)

Nel grande parco Forstenrieder, alla periferia sud-ovest di Monaco, non distante dalla piscina Bad Forstenrieder Park ma  nascosta da un boschetto alla vista delle ultime abitazioni della Forstenrieder Allee si trova una palestra esclusiva, ritrovo di avvocati rampanti, attricette in cerca di pigmalione, rampolli sfaccendati della buona società, vecchie entraîneuses con labbra a canotto e sportivi d’antan riciclati come commentatori televisivi: parassiti, insomma, a cui tengono compagnia professionisti di mezza età che coltivano l’illusione di cancellare gli effetti di decenni di trincate con qualche minuto di tapis roulant nonché mogli e amanti intente a difendere glutei e cosce, ovvero il proprio reddito, dagli attacchi dell’età e della forza di gravità.

Si sta facendo sera e Gilda e James, appostati a guardia dell’uscita di emergenza, commentano la situazione con preoccupazione.
«James, caro, temo di non essermi coperta abbastanza, non vorrei portarmi a casa un raffreddore. Se Natascia non ci avesse ordinato di attendere il suo segnale ti direi di lanciare qualche razzo, così, tanto per scaldarci. Chi l’avrebbe mai detto che Jürgen fosse coinvolto? Confesso che mi ha sorpreso, l’ho sempre considerato incapace di prendere qualsivoglia iniziativa. Ma per quale motivo, poi? Recentemente gli avevo persino dato un aumento, nonostante il flop del raviolo al ripieno di sanguinaccio. L’animo umano è davvero un mistero insondabile, come sostiene del resto Augusto Propoli nel bestseller “Sondare l’uomo con le erbe di mellifrace” dove viene riportato lo studio fatto su una tribù di aborigeni australiani sottoposti per un anno a lavaggi intestinali… ma non vorrei annoiarti, tu ti intendi di sonde, non è vero James?»
«Abbastanza, signora» risponde James «anche se non potrei definirmi un esperto…»
«Sei troppo modesto, James. E a proposito, sei riuscito a capire come funziona quel trabiccolo?» chiede Gilda, riferendosi al drone che il maggiordomo dovrebbe azionare.
«Credo di aver afferrato i principi fondamentali, signora; tempo fa ebbi modo di essere introdotto ai rudimenti dell’aeromodellismo da un caro amico che…»
Ma James non ha modo di finire il suo racconto, perché Gilda lo ferma con un gesto della mano, portandosi il cellulare all’orecchio.

«Sven, alla buonora!» sbotta sottovoce. «Si può sapere dove ti eri cacciato? No, non adesso, caro, non ho tempo. Ah, Sven, ti sei ricordato di depositare il testamento biologico? Dona il cervello alla scienza, è praticamente inutilizzato. Alla Rana Tower? Che ci fai alla Rana Tower? E che significa che hai trovato Stielike, che diamine ci fa lì? Mummia? Con libri contabili? Ma che c’entrano le mummie adesso? Svengard ti avviso, non è il momento di tirare in ballo gli egiziani, se ti aspetti di giocare a Cleopatra e Marcantonio ti sbagli di grosso! Adesso apri bene le orecchie, ti offro l’ultima possibilità per evitare una morte lenta e dolorosa: chiama un taxi e precipitati immediatamente qui» dopodiché la Calva Tettuta interrompe la comunicazione e si riposiziona di vedetta.

Nel solaio del Rana Tower, al 34° piano, Svengard guarda perplesso il contabile incellofanato e nascosto in un cestone della biancheria e la pigna di scatoloni contenenti faldoni di registrazioni contabili. Spread, visibilmente felice, sta studiando la movimentazione delle entrate ed uscite, ed ogni tanto emette un grido:
«Craa!! Apperò! E me cojoni, alla faccia del ripieno!».
Il norreno, grattandosi la testa, si rende conto di mancare di una informazione importante, perciò riprende in mano il telefonino e digita un messaggino per la sua amata:
«Si, ma qui dove?».

Dentro la palestra una nuova iscritta, una bella bruna con i capelli a caschetto, sta eseguendo gli esercizi per i pettorali sotto la guida del personal trainer Adalgiso, che le corregge la posizione indugiando forse un po’ troppo con le mani sui suoi fianchi. Le signore presenti scrutano invidiosette il corpo statuario della bruna, cercando invano di individuare qualche segno di smagliatura o cellulite.
Finiti gli esercizi la donna si asciuga il sudore, si butta al collo l’asciugamano di spugna bianco, saluta Adalgiso schioccandogli un bacio e si avvia verso gli spogliatoi; nel corridoio incontra il proprietario, che la saluta cordiale e interessato.
«Allora, signora, si è trovata bene nella nostra palestra? Spero di si, sarebbe un piacere poter contare sulla sua presenza…»
«Sicuramente, avete un’attrezzatura e del personale di prim’ordine» risponde «e l’ambiente è molto tranquillo, proprio come piace a me»
«Me ne compiaccio, la tranquillità e la riservatezza della clientela è uno dei nostri punti di forza. Capirà, abbiamo uomini d’affari, professionisti, politici, la privacy è importante… lei, signora, se non sono indiscreto, di che cosa si occupa?»
La donna gli si avvicina guardandolo negli occhi, poi gli mette una mano sulla nuca e gli sussurra all’orecchio, con voce roca:
«Vedo gente, faccio cose. E ammazzo i bugiardi» dice Olena, che per rendere meglio l’idea con l’altra mano gli preme la canna della sua Tokarev TT-33 sulla pancia.
«Dove li hai nascosti?»

«Ursula, per l’amor di Dio, che stai facendo con quella mitragliatrice?».
Fritz Gunnerbaum, sbigottito, guarda sua moglie, in tuta mimetica e passamontagna nero in testa, puntare una mitragliatrice Heckler & Koch Mg 4  verso l’ingresso della palestra, appostata dentro ad un cespuglio sempreverde di Amorpha.
«Fritz? Che cavolo ci fai qua, rompiscatole? Vattene immediatamente, non vedi che ho da fare?» intima Ursula, visibilmente contrariata.
«Ma che avete intenzione di combinare? No, lascia stare, non voglio saperlo» si arrende Fritz, alzando le mani.
«Ecco, bravo, non impicciarti. Vai a casa e metti in forno le patate, che tra poco arrivo»
«Mi dispiace disturbarti, amore, ma devi andartene. Insisto. E’ stato diffuso l’allarme terrorismo, stanno arrivando le teste di cuoio»
«Le teste di cuoio? Ma chi diavolo li ha avvisati? E tu come hai fatto a trovarmi?»
«Dal gps del telefonino, cara. I commando di solito li spengono»

donna-con-glutei-scolpiti

Una birra per Olena (XXVI)

«Aahh! E fai piano, cazzo!»
L’ingegner Matthaeus, prono su di un lettino per massaggi, ancora vestito della tuta in lattex infilatagli a forza da Olena, urla dal dolore.
«Abbi pazienza Jürgen, hai il sedere come un puntaspilli…» cerca di calmarlo Hans Sparwasser, con in mano una tenaglia e nell’altra un batuffolo di cotone idrofilo imbevuto di mercurio-cromo.
«Ci vorrebbe una puntura di antibiotico, non vorrei che ti venisse un’infezione» suggerisce l’improvvisato paramedico.
«Puntura? Aahh! Non ti sembra che me ne abbiano fatte abbastanza di punture per oggi? Voi due idioti, perché non l’avete fatta fuori quella maledetta vecchia?»
Bodo e Lutz Piccolo, i liberatori, assistono alle operazioni chirurgiche con partecipazione ed apprensione. Entrambi hanno ancora vivo il ricordo dell’incontro di qualche giorno prima con Olena all’aeroporto, soprattutto Bodo, il possessore dello sfollagente, ed è proprio quest’ultimo ad abbozzare una giustificazione:
«Capo, ma chi lo sapeva che c’era la vecchia! Quando abbiamo visto la russa uscire abbiamo pensato che la stanza fosse vuota, come facevamo a immaginare…»
«Vuota! Deficienti, e controllare con una sonda, un microfono, no eh? Quella vecchia mi ha fatto patire le pene dell’inferno! Prima mi ha frustato cianciando di programmatori e obsolescenza programmata e poi … no, è troppo, non ce la faccio a raccontarlo… A un certo punto per fortuna ha ricevuto una telefonata, ma quando ha riattaccato mi ha guardato come un topo guarda un pezzo di formaggio, ha stretto gli occhietti e mi ha detto “Ah si? Adesso gliela preparo io una bella sorpresina ai tuoi amichetti”… evidentemente il palazzo era sorvegliato, la russa avrà piazzato delle telecamere, mica come voi cogli… aahh!!» strilla Jürgen, all’ennesima freccia.
«Ecco qua, con questa abbiamo finito. Ventisei dardi tutti a segno, complimenti!» dichiara Hans, ammirato, strappando un grugnito al suo paziente, che continua:
«Quella matta ha messo sottosopra tutte le stanze e si è costruita una barricata, poi ha portato il drone in bagno e si è messa ad aspettarvi»
«E’ vero capo, quando siamo entrati la camera era oscurata, le tende tirate… Abbiamo provato ad accendere le luci ma la vecchia aveva tolto la tesserina che serve da contatto per la corrente elettrica… non si vedeva un accidente, ma lei invece ci vedeva benissimo, aveva un visore agli infrarossi! Ha cominciato a sparare, e per fortuna ci eravamo messi i giubbetti antiproiettile, altrimenti ci avrebbe fatto secchi. Poi abbiamo sentito i tuoi lamenti, e siamo corsi in bagno.»
«Quel maledetto drone si è alzato ed ha cominciato a girarmi intorno, poi ha cominciato a sparare freccette: cazzo, che male!»
«Per fortuna erano solo freccette, e nemmeno avvelenate» lo tranquillizza Sparwasser.
«La vecchia deve essere scappata quando siete venuti a slegarmi» continua Jürgen, girandosi a fatica su di un fianco. «Da non credere, due uomini battuti da una vecchia… adesso dobbiamo assolutamente trovarla, glielo faccio vedere io! Aahh! » geme ancora, cercando di alzarsi.
«Oh, oh» sillaba Hans Sparwasser, tenendo in mano l’ultima freccia.
«Che hai da dire “oh oh”, chi ti credi di essere, Santa Klaus? Hai finito finalmente, su, andiamo!»
«Ehm, tu volevi trovare la vecchia, vero?»
«Certo che la voglio trovare! E quando ce l’avrò tra le mani rimpiangerà di esserci impicciata di faccende che non la riguardano, oltre a…» si interrompe Jürgen, rabbrividendo al ricordo di nonna Pina in guêpière.
«Ehm, Jürgen, potrei sbagliare ma se questo è quello che penso» e mostra un rilevatore GPS montato sulla capocchia dell’ultimo dardo, «mi sa che non ci sarà bisogno di cercarla…»
«Porca vacca, un GPS? Brutti coglioni, non potevate controllare prima? Via di qui, fuori, subito, di corsa, via, via!» strilla Jürgen, lanciandosi con le natiche in bella vista su per le scale che dagli scantinati portano al piano superiore della palestra.

Svengard, in piedi davanti all’ingresso del Rana Tower di Monaco di Baviera, fissa perplesso i sigilli che ne bloccano l’entrata, grattandosi la testa libera dall’elmo vichingo che ha lasciato sul drakkar con il quale i gemelli Uppallo I e Uppallo IV in compagnia della bella violinista Anastasija sono ripartiti alla volta delle Isole Svalbard per partecipare al prestigioso Festival di musica artica.
Il cinese Po lo osserva estrarre di tasca un cellulare e formare un numero, dal quale però non ottiene risposta. Preoccupato, il norreno si rivolge al vecchio orientale:
«O saggio Po, la mia amata non risponde. Temo non sia bendisposta nei miei confronti, che mi consigli?»
«O glande uomo del nold, se così fosse chi potlebbe biasimalla? Hai scollazzato in lungo e lalgo, sei in litaldo di una settimana e non ti sei nemmeno fatto vivo con una telefonata. Non mi melaviglielei se nutlisse cattivi sentimenti. Ti consiglio di inginocchialti, piangele e implolale pietà»
«Certo che per essere un confuciano praticante sai come rassicurare le persone» constata il vichingo. «Non è stata colpa mia, come facevo a immaginare quello che sarebbe successo?»
«Tla tutte le qualità che un uomo può avele tu ne hai scelta una delle più utili» lo elogia Po «la testa vuota. Che bisogno c’ela di tlattenelsi su quell’isola spelduta e maledetta?» chiede infine, polemicamente.
«Come facevo a saperlo? Tutte le guide lo descrivevano come un posto paradisiaco… e poi avevo bisogno dell’addestratore di pappagalli!»
«Giuseppi Tlonfionalo… che blutta fine, povelaccio»
«E’ stato orribile… quando sono apparsi Riccardo del Turco, Nico Fidenco e Michele¹, ho pensato per un attimo di essere capitato sull’Isola dei Famosi…»
«Elano spaventosi, in bianco e nelo, affamati…»
«Tutta colpa del pianista! Gliel’avevo detto di smetterla, è stata la sua musica a risvegliarli!»
«Il blasiliano è stato cattulato subito… ha celcato di difendelsi insultando in tutte le lingue e appellandosi alla salvagualdia della biodivelsità ma gli zombie non hanno sentito lagioni»
«Poi è arrivata quella donna indemoniata…»
«Mikako, la ex fidanzata del pianista… povelino lui ha anche celcato di falsi mangiale dagli zombie pul di non cadele nelle sue mani, ma non ce l’ha fatta»
«Già, ha anche cercato di salire in barca, ma non so perché Uppallo l’ha ributtato giù…»
«Lo so io pelché…» dice Po, ripensando al sorrisetto che Uppallo I e Anastasija si sono scambiati prima di calare il remo in testa allo sventurato Oreste Cardamomolis.
«Comunque tutto è bene quel che finisce bene, ola siamo qua e vedlemo di… Splead?»
I due guardano Spread alzarsi in volo, all’inseguimento di una traccia che solo lui sente.
«Oh no, pure Sprea no…» dice Svengard, inebetito. «Po, fai qualcosa, abbattilo! »
Ma Spread si è ormai allontanato, e in preda ad una frenesia incontrollabile lancia il suo grido di battaglia:
«Craa!! Partita doppia! Porca troia, arrivo!»
Svengard e Po, sconcertati, lo vedono entrare nell’edificio da una finestrella dell’ultimo piano.
«Che ha detto?» chiede Svengard.
«Polca tloia?» ipotizza Po.
«No, prima… va bene, fa niente» e, presa una decisione, Svengard rompe i sigilli e con una spallata abbatte la porta di ingresso.

Olga-wallpapers-olga-kurylenko-5770509-500-375

¹ Cantanti famosi negli anni 60 costretti a vagare per l’eternità ogni volta che qualche loro vecchia canzone viene riesumata da qualche programma di revival.