E non ci lasceremo mai

Nel 1975 Wess e Dori Ghezzi rappresentarono l’Italia all’Eurofestival (ora chiamato  Eurovision Song Contest che fa più moderno) con la canzone Era, che pochi tra cui il sottoscritto ricordano ma che ottenne un non disprezzabile terzo posto. Ancor più apprezzabile considerando che, nei sessanta e passa anni di vita della manifestazione, solo due cantanti italiani sono saliti sul gradino più alto del podio: Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno.  Alla faccia della patria del bel canto!

Quell’anno parteciparono 19 paesi; mancava tutta l’Europa dell’Est, compresa metà Germania,  e ignoro se oltrecortina si tenesse un analogo concorso ma tenderei ad escluderlo perché altrimenti Toto Cutugno avrebbe cercato di parteciparvi, magari accompagnato dal Coro dell’Armata Rossa.

SANREMO ITALIAN SONG FESTIVAL

Toto Cutugno performs with Red Army Choir during the first night of the 63rd Sanremo Italian Song Festival at the Ariston theatre in Sanremo, Italy, 12 February 2012. The festival runs from 12 to 16 February. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Dopo decenni di disinteresse, quest’anno mi è capitato di seguire qualche sprazzo di manifestazione. Innanzitutto in concorso c’erano 42 paesi. Mi sono un po’ meravigliato; per quanto si cerchi di allargarla in tutti i modi, non mi sembra di ricordare che nella cartina fisica del nostro continente ci sia spazio per Armenia, Azerbaigian, Israele ed Australia. D’altro canto la cartina politica si è complicata e propone paesi di cui nel 1975 non studiavamo certo la capitale a scuola: Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Moldavia, Ucraina e Georgia, la stessa Russia nonché le già citate Armenia e Azerbaigian avrebbero potuto al limite gareggiare sotto le insegne della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; Croazia, Slovenia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Serbia e Montenegro avrebbero avuto diritto ad un solo rappresentante per la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia; la Repubblica Ceca che ha partecipato da sola, avrebbe trascinato anche la Slovacchia nella Cecoslovacchia.  Ungheria, Polonia, Bulgaria e Albania avevano al tempo altri problemini che li impegnavano, non so quanto le canzonette li appassionassero.

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Per tornare al concorso, la nostra rappresentante era la brava Francesca Michielin, che ha proposto la versione inglese del brano presentato a Sanremo. Nella serata finale in realtà quasi tutte le canzoni erano cantate in inglese; l’ho trovato l’ennesimo segno di colonizzazione culturale e sia in segno di disapprovazione che per incapacità di capire le parole, dopo poco mi sono appisolato. Mi sarei appisolato lo stesso, perché tanto non seguo nemmeno le parole in italiano, ma forse avrei resistito un po’ di più. Per la cronaca ha vinto una bella figliola ucraina, Jamala, con la canzone 1944, un pippone in anglo-tataro sulla deportazione dei tartari di Crimea da parte di Iosif Stalin. Si sottace sul fatto che i tatari erano accusati di collaborazionismo coi nazisti, ma si sa la coperta della storia viene stiracchiata a seconda della convenienza e dei vincitori.

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Tornando a noi, Dori Ghezzi all’epoca aveva nemmeno trent’anni ed era bellissima; Wess, quasi coetaneo, con un passato da bassista di Rocky Roberts, aveva una bella voce calda ed una faccia cicciottella che ispirava simpatia. Un bellissimo sodalizio artistico che dal 1972 al 1979 li portò a conquistare un’edizione di Canzonissima (Un corpo e un’anima) e a partecipare a diverse edizioni del festival di Sanremo con grande successo di pubblico e vendite.

Io avevo sedici anni, avevamo formato il nostro complessino e trovato (anzi ci aveva trovato lei) una cantante bravissima, Antonina, che ci faceva un po’ da sorella maggiore; ricordava in effetti Dori Ghezzi, recentemente ho rivisto una sua foto con i pantaloni a zampa d’elefante e mi sono stupito nel constatare come fossimo così ammirati dalla sua bravura che non facessimo nemmeno caso a quanto fosse bella.

Sapete che mi diverto ogni tanto a leggere dei giornali a caso di qualche paese del mondo. Recentemente sono capitato sulla Nigeria: tra i tanti problemi che ha, c’è quello dei rapimenti. A parte quelli “ideologici” di Boko Haram, ce ne sono di più “spiccioli”: si fermano ad esempio bus di lavoratori, i quali vengono sequestrati e costretti a consegnare bancomat e pin, e chi non li ha deve chiamare i familiari per far accreditare i soldi ai rapitori. Anche gli studenti vengono rapiti, e spesso di famiglie con parenti all’estero; siccome il legame di sangue è molto forte, sanno che se quelli in loco non possono pagare lo faranno quelli emigrati.

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In quegli anni i rapimenti si facevano anche da noi, e spesso finivano tragicamente. Nel ’79 toccò anche a Dori Ghezzi essere sequestrata in Sardegna con l’allora compagno, poi marito,  Fabrizio De André; per fortuna ne uscirono vivi e poterono vedere, tempo dopo, i  loro carcerieri assicurati alla giustizia.

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Perché scrivo queste righe, vi chiederete (ma anche no, dirà qualcuno tra i meno affezionati). E’ perché ieri, colpevolmente in ritardo (di sette anni!) , ho scoperto che Wess, dopo aver cantato mille volte “e non ci lasceremo mai”, ci ha invece lasciato. E’ morto per un attacco di asma, fine beffarda per un cantante, quella di rimanere senza fiato. Faceva anche lui parte di un mondo che non c’è più: quello dei televisori in bianco e nero, dei cantanti che non venivano allevati in batteria, del talento discreto, del pop per il popolo, quando il popolo c’era ancora.

(107. continua)

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Austerity!

Torniamo alle biciclettine rosse, che è meglio.

L’inverno 1973-1974 avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. I paesi mediorientali avevano deciso di chiudere i rubinetti del petrolio agli americani, come ritorsione per l’appoggio fornito agli israeliani nella guerra del Kippur; questo portò ad un aumento esagerato del prezzo del petrolio; e così i paesi europei, che in larga misura da quel petrolio dipendevano, si trovarono costretti a varare delle misure di contenimento dei consumi e degli sprechi: l’austerity.

Tra le varie misure prese, che comprendevano ad esempio lo spegnimento delle insegne commerciali e la fine anticipata dei programmi televisivi, quella che ricordo con più tenerezza fu quella di vietare assolutamente il traffico privato la domenica. Innanzitutto ci tengo a dire che quelle norme non furono la solita burletta all’italiana, del tipo: fatta la legge scoperto l’inganno. Potevano viaggiare solo i mezzi di trasporto pubblico e quelli di pubblica utilità (pompieri, polizia, ambulanze..) e le norme valevano anche per le autorità. I controlli erano capillari e le pene severe.

C’è da dire che per me e quasi tutti i miei amici cambiò poco: in paese grandi insegne luminose non ce n’erano e al cinema la sera non andavamo. Non abitando in pianura, la bicicletta d’inverno non era molto usata. Ma anche per gli adulti non cambiò granché: la società non era ancora completamente rimbambita dal consumismo; la domenica i negozi erano chiusi e non si andava in pellegrinaggio nei centri commerciali, che non esistevano nemmeno; i weekend erano roba da ricchi o da cittadini, da noi al massimo si poteva andare a fare delle scampagnate. L’automobile alla domenica serviva essenzialmente per andare a vedere la partita quando la squadra del paese, che allora militava in seconda categoria, giocava in trasferta.

La partenza di solito era organizzata così: ci si radunava in piazza alla sanfasò; si contavano le auto e ci si distribuiva in modo da ottimizzare il carico, riempiendole tutte fino al limite consentito, e si partiva in corteo. Car sharing, lo chiamano adesso. Questo in quell’inverno non si poteva fare: quindi i sostenitori si organizzavano affittando dei pullmann.

Certo i viaggi collettivi hanno tanti pregi ma anche qualche difetto: ricordo un ritorno da un paese di montagna, dove incautamente partii senza aver prima svuotato la vescica: vergognandomi di mostrare la mia debolezza e soprattutto la mia poca lungimiranza, sudai freddo tutto il tempo e la trattenni fino all’inverosimile finché, ormai rantolante, non dovetti cedere a pochi chilometri dal paese, implorando l’autista con voce appena udibile di fermarsi, che altrimenti gliela avrei fatta lì sopra.

Tornando a quelle antiche partite, non è che non ci fosse ogni tanto qualche scazzottata, ma l’impressione generale è che gli spettatori fossero meno esagitati di oggi: si ricorreva più all’ironia che all’insulto. Mio padre ad esempio non l’ho mai sentito insultare nessuno. Mio figlio non avrebbe potuto dire lo stesso di me, se solo mi avesse accompagnato in qualche partita, ma avrebbe dovuto nascere un po’ prima: infatti nell’ultima a cui ho assistito giocavano ancora Passarella e Altobelli ed il Como era in serie A, l’Inter schierava in porta Astutillo Malgioglio al posto di Walter Zenga ed io stetti tutta la partita sul chi vive per timore di essere coinvolto in qualche rissa, come mi era successo con un amico a Rimini in una gara di coppa Italia tra Rimini e Foggia, dove reputammo una buona idea metterci in curva con i suoi conterranei: invece proprio loro cominciarono non so perché a spintonarlo e si arrivò a scambiarsi delle sberle (più che altro a prenderle, le tecniche rudimentali di combattimento apprese nel corso ufficiali ci servirono a poco non avendo a disposizione un 40/70 Breda-Bofors, per chi è pratico di cannoni): smisero solo quando si qualificò insultandoli in dialetto: ma vafammokke a chi t’è stramurte!

Il mio fratello mezzano, dopo una promettente carriera da portiere, assecondando una vocazione autoritaria si iscrisse al corso arbitri. Severo ma giusto, raccontano le cronache: questo però non lo metteva al riparo da critiche di parte, che coinvolgevano spesso le comuni madre e sorella. Non avendo la patente, all’inizio lo accompagnava spesso nostro padre. Ho già accennato che mio padre ha iniziato a lavorare a dieci anni, a bottega da un fabbro: la mazza pesava quasi più di lui, per dire. Ha delle mani dure come il ferro, che non ha mai alzato su nessuno (fortunatamente); l’ho visto caricarsi in spalla un comò e portarlo in soffitta su una scala a pioli. E’ una persona mite, ma è meglio non rompergli le scatole, se intendete.

Dunque, durante una partita, un esagitato dagli spalti, in vicinanza della rete, si mise ad insultare l’arbitro, che incidentalmente era mio fratello; i ripetuti richiami alle prestazioni sessuali della sua, nonché mia, madre non furono graditi dal nostro genitore, che educatamente si avvicinò all’intemperante per chiedergli se effettivamente conoscesse la signora di cui decantava le lodi; alla risposta esageratamente affermativa capitò che a) il millantatore si ritrovò penzoloni, sorretto per la cinghia dei pantaloni ed il colletto della maglia, da un babbo comprensibilmente infastidito come potrebbe esserlo un gorilla al quale piombi addosso un bambino; b) l’ondeggiamento a cui fu sottoposto il buzzurro faceva presagire un suo pronto ingresso in campo e non dall’ingresso principale; c) solo un accorato appello della tifoseria vicina convinse mio padre dal desistere nel proposito di farlo planare in campo come invasore solitario. L’arbitro non fu più menzionato.

Avviso: la parte seguente con le biciclette rosse non c’entra. Sono sproloqui nostalgici, fossi in voi li salterei.

A questo penso quando si parla di austerità… parola che in Europa abbiamo prostituito, come giustamente dice l’ex presidente uruguagio, una delle persone che più ammiro, Pepe Mujica. Austerità è sobrietà dei consumi e dei comportamenti; limitazione del superfluo (non del necessario!); è tener conto che perché ce ne sia per tutti, ognuno deve rinunciare a qualcosa.

Non è il taglio dei servizi e dei diritti per dare soldi alle banche; non è strozzare interi popoli per gli errori ed i latrocini dei loro governanti, che erano spesso complici di quelli che adesso si ergono a giudici; non è regalare soldi pubblici ai padroni che non creano posti di lavoro ma vogliono solo risparmiare sui contributi (poi le pensioni le pagherà Pantalone); non è mantenere l’economia in deflazione per far si che chi è indebitato non possa mai uscire dai debiti; non è ridurre la democrazia a carne di porco cercando scorciatoie elettorali o costituzionali  autoritarie. Per me, intendiamoci: non pretendo di aver ragione…

(98. continua – ancora due ed è fatta)

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Trent’anni dopo

Fa una certa impressione, almeno a chi come me all’epoca aveva tutti i capelli e quelli rimasti di un altro colore, riflettere sul fatto che sono passati trent’anni dal film “Ritorno al futuro”, simpatica commedia che nel suo secondo episodio immaginava un viaggio nel tempo che portava i protagonisti nel 2015, cioè oggi.

Se a quell’epoca avessi avuto a disposizione una DeLorean DMC-12 ed avessi intrapreso il balzo spazio-temporale, penso che avrei fatto un po’ fatica a riconoscermi, e probabilmente avrei pensato ad una qualche distorsione; e non parlo dell’aspetto fisico, che anzi a parte i capelli qualcuno  sostiene sia persino migliorato (lo prendo come un complimento), ma di tutto il resto.

“Va’ dove ti porta il cuore” si intitolava un noto romanzo che sfogliai appena, alla sua uscita; ed effettivamente là sono finito, ma allora non ne avevo idea. Avevo conosciuto da un annetto una ragazzotta lombardo-veneta simpatica e spigliata ma ero ancora ben lungi dal capire come sarebbe andata a finire; qualche anno dopo, sorridente in abito da sposa, lei mi confessò invece di averlo saputo da subito, e che io come al solito non capisco un tubo.

Ricordate Primuccio? Ve ne ho parlato a proposito del vino cotto serale, un toccasana; aveva avuto una vita movimentata ed avventurosa, era stato persino in America a stendere i binari dei treni; quando stava per mancare, a 99 anni, scherzando diceva che sua madre, morta a 104 anni, di là l’avrebbe preso in giro. Eppure a chi gli chiedeva cosa fosse stata la vita, la sua vita, rispondeva: “La vita è un ciuffiu”. Un soffio.

Con questa consapevolezza, sarei salito sulla DeLorean e chiuso gli sportelli: partenza, un attimo la durata del viaggio, e gli sportelli si sarebbero riaperti. La nube di fumo si sarebbe diradata, mi sarei guardato intorno e avrei visto l’altro me dopo trent’anni.

Dunque:  mi ritrovo a 500 chilometri da dove sono partito; quella là che mi saluta la mattina la riconosco, ha cambiato pettinatura mi pare; quello è mio figlio quasi alla mia età? Perbacco com’è alto. Quelli sono i miei amici? Mai visti prima. Ma che cavolo sto cantando, cosa ho avuto, una crisi mistica? Che dice quel gruppetto di ragazzini che mi saluta? Ci vediamo alle prove? Che prove? Teatro? Che c’entro io con il teatro? E il lavoro? Ah, meno male. Programmo ancora in Cobol. Dicevano che era obsoleto già nell’85, ed è ancora qua. Non vedo palloni in giro, mi sa che non gioco più. Dov’è che sto andando? A prendere il treno… oh no, ancora il treno… a Milano…

Buffo, mi sembra ieri che Milano mi sembrava su un altro pianeta, quando venivano in vacanza le sorelline milanesi al paesello;  mi ricordo anche che una volta, passando da Rimini, conobbi una ragazza milanese e facemmo una lunga chiacchierata. Alla fine ci salutammo e mi disse: no, tu a Milano non staresti bene, sei troppo calmo. Infatti mi sembra di vedere che sono diventato un po’ meno calmo.

E intorno, che succede?

Tutti hanno in mano qualcosa, sembra un telefonino, ci stanno pistolettando sopra, ma che fanno? Incrocio gente di tutti i colori e nazioni: forse c’è qualche fiera in giro, ma mi sembrano un po’ tanti. Aspetta, prendiamo un giornale, vediamo un po’ come sta andando il mondo: lo sapevo, Gorbaciov con le sue glasnost e perestrojka è riuscito a distruggere l’Unione Sovietica, e Leningrado è tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Tè, ho lasciato un papa polacco e ce n’è uno argentino. Meno male! L’America ha un presidente nero??  E non l’hanno ancora fatto fuori? Strano… Sono cose troppo grandi, vediamo un po’ che succede in casa nostra:  musica… concerto di Morandi e Baglioni… ah, ok, qui ci siamo. Politica: che fine hanno fatto i partiti che conoscevo? DC, PCI, PSI… spariti! What the Hell… il presidente del Milan è a capo del maggior partito di governo? E Beppe Grillo!!! Leader del maggiore movimento di opposizione? O la politica è diventata una barzelletta, o non so proprio che pensare. Vediamo il calcio… Sassuolo, Carpi e Frosinone in serie A? E no, dai, ragazzi non scherziamo.

Ho capito, devo aver toccato qualche tasto sbagliato: sono finito in un universo parallelo. Adesso riaccendo la DeLorean, torno indietro e ci riprovo.

(66. continua)

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Ricominciamo!

Così cantava quell’animale (da palcoscenico) di Adriano Pappalardo nel ’79; da allora avrà chiesto di lasciarlo gridare almeno un milioncino di volte, con le vene del collo gonfie, e nessuno sano di mente si è mai azzardato a negargliene il permesso.

In queste settimane di vacanza mi sono rifiutato di ascoltare telegiornali e leggere giornali; tra l’altro non ho trovato in edicola nemmeno la mia amata Cronaca Vera, e dunque sono a corto di notizie. Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa ogni giorno raccogliendo l’invito “nulla dies sine linea” del poco accorto concittadino Plinio il Vecchio, ma la pigrizia ha avuto la meglio e di tante cose che avevo in mente di fare non ne ho fatta mezza.

Nel frattempo la mia dolce metà ha cercato di usufruire dell’assicurazione vita stipulata in suo favore, facendomi camminare per ore sotto al sole nella Riserva dello Zingaro; e poi, sopravvissuto, istigandomi a visitare la Salina di Calcara alle due  e mezza del pomeriggio. Lo consiglio a chiunque voglia suicidarsi con eleganza, magari senza cappello.

Con tutta la famiglia, mogli figli fratelli sorelle nipoti e affini, ci siamo poi ritrovati al paesello per festeggiare il compleanno di mamma e babbo. Ottanta e ottantasette anni, un bel traguardo. Tutti e due ancora compatibilmente in gamba, mio padre guida ancora la macchina anche se le ginocchia gli fanno male e ogni tanto gli cedono. Un dottore gli ha detto che ci sarebbe da sostituire un pezzo qua e un pezzo là, ma lui gli ha risposto come rispose zia Catò a chi gli diceva che sarebbe stato il caso di mettersi la dentiera visto che non ce la faceva più a mangiare: ormai, che me torna.  Che me torna, cioè ormai che convenienza posso averne?

Prima di tornare a casa mi sono fermato al cimitero, che è sulla strada. Erano anni che, con una scusa o l’altra, non andavo. Ma prima di partire avevo chiesto a mia madre di tirar fuori la foto di nonno Gaetano in Abissinia per farla vedere a mio figlio, e così mi è venuta voglia di andare a trovarlo.

Non l’ho trovato. Nel posto dove l’avevo lasciato, nella terra vicino ad un suo antico amico di bisbocce, non c’era più. Nella piccionaia al piano di sotto, vicino a nonna Nunziata, nemmeno. Ho avuto una specie di vertigine, non ricordavo niente, non trovavo più mio nonno, l’altra mia nonna, zia Catò… sono tornato di sopra, a cercare meglio tra le croci poste sul prato. Vi ho ritrovato l’amico Giancarlo, che pensavo da tutt’altra parte, e lì vicino una presenza che non mi aspettavo: Patrizia, una compagna di scuola delle medie. Non sapevo che fosse morta, o forse mi era stato detto ma non ci avevo creduto.

Mi è  presa una botta di commozione. Era bella, Patrizia; era una delle due che chiamavo sempre nelle interrogazioni di scienze di Ancillani, quando era obbligatorio nominare un partner di sesso opposto;  abbastanza spiritosa da far finta di arrabbiarsi e abbastanza brava da non temere l’interrogazione. Rideva tanto, aveva un gran sorriso ed un seno prosperoso sul quale le nostre fantasie adolescenziali si sbizzarrivano; ogni tanto i più temerari provavano ad allungare una mano: a volte lo schiaffo anticipava il tentativo ed a volte lo seguiva, era un gioco delle parti senza alcuna volgarità. Nessuno di noi la immaginava come fidanzata, troppo vistosa, troppo impegnativa, ma come compagna di giochi si, eccome; alla fine delle medie la persi di vista come la maggior parte di quei compagni, e ne ebbi solo sporadiche notizie. La rividi durante una cena indetta per festeggiare i venticinque anni dalla fine proprio delle medie, più o meno splendidi quarantenni; c’eravamo quasi tutti, e anche tanti di quei vecchi professori. Patrizia c’era e mentre per qualche attimo sembrava che, specialmente i ragazzi, tornassero indietro nel tempo, lei  partecipava guardandoci con tenerezza, come una sorella maggiore, ma con uno sguardo velato dal disincanto. Sembrava sapere qualcosa a noi nascosto: che anche quel momento sarebbe passato, tutti saremmo tornati alla vita di ogni giorno, e quel bel tempo quando l’unica preoccupazione al mondo era per noi quella di sbirciarle il petto, e per lei quella di fingere di indignarsi, non sarebbe tornato più.

(56. continua)

ricominciamo

Si, la vita è tutta un quiz

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna stabilire chi comanda. Tramontati i tempi in cui era sufficiente roteare con maestria una clava, o quelli più recenti in cui come ci suggeriva la millenaria civiltà orientale: “Appena arrivato a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei si”, la figura del capofamiglia si è via via annacquata. Tali abitudini in alcuni angoli del pianeta, non necessariamente meno civili, persistono; nel nostro angolino di mondo e nella contingenza storica che attraversiamo, sono biasimate. Anche la moda non aiuta: se una volta bastava un’occhiata ai pantaloni, e quindi a chi li indossasse in casa, ora il dubbio persisterebbe. Resta, per affermare il predominio, il possesso di oggetti simbolici, dei feticci: gli antropologi saranno d’accordo con me che cedere il telecomando alla moglie, o compagna, o fidanzata che sia, per permetterle di piangere all’ennesima replica di Dirty Dancing o Ghost mentre su un canale concorrente è in corso la semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus è un’abdicazione inammissibile. Sconsiglierei, se il rapporto non fosse già regolarizzato o se il cedimento non fosse motivato da biechi scopi opportunistici (do ut des), dal proseguire la frequentazione di tale partner, specialmente nei mercoledì di coppa.

Intendiamoci, non che sia un fissato del calcio. Mi piace, ma il troppo stroppia: l’eccesso di palle rotolanti a tutte le ore mi ha sfiancato. Sono persino arrivato a sostenere l’unica idea sensata del professor Monti, che era quella di sospendere per almeno tre anni tutti i campionati, alla quale naturalmente, forse per non intristire ulteriormente i lavoratori esodati dalla ministra piangente, non ha dato seguito.

Del resto l’ultima mia partita di calcetto risale al secolo scorso: Franco, che già conoscete, è finito all’ospedale con una caviglia rotta, ed un altro ha cercato di distruggere un paletto con un orecchio. E senza nemmeno avversari, cosa che mi ha ancor più impaurito.

Dunque non è per passione pallonara, ma per puro esercizio del potere, che affermo come Renzo Arbore nell’87 in Si, la vita è tutta un quiz: “tu nella vita comandi fino a quando, ci hai stretto in mano il tuo telecomando!”.

Prima sarebbe stato anacronistico. Fino al ’79 i canali erano solo due, e per cambiare si schiacciava un pulsantino posto sotto al video. I televisori avevano dentro delle enormi valvole e il tecnico era un po’ come un medico: veniva in casa, faceva la diagnosi, e poi decideva per il ricovero o la sostituzione in loco. Da noi veniva Manfredo, un amico di babbo, e se diceva “ahia, Nino” bisognava temere il peggio.

Sarò vetero ma penso che se ci fossimo fermati a tre, numero perfetto, ne avremmo avuto più che abbastanza. Invece ad un certo punto ci siamo fatti mettere in testa che più televisioni fossero sinonimo di più libertà; della qual cosa si è avvantaggiato un discusso imprenditore edile per creare un impero economico e una carriera politica. Una conoscenza almeno per sentito dire del romanzo “1984” di Orwell avrebbe dovuto metterci in guardia, per non parlare della Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco e qui mi fermo per non sembrare troppo saputello. Ora ho 300 canali, e quando ho voglia di vedere qualcosa di decente vado al cinema.

Da piccoli, la tele ci veniva concessa con parsimonia, anche perché i programmi adatti a noi erano concentrati in un’oretta, nella Tv dei ragazzi. C’erano degli sceneggiati strepitosi: il più bello, per me, Giovanna la nonna del corsaro nero, con Lina Volonghi: “Marabooo lei fa il judo’, e tutti i suoi nemici metterà kappaò!”. La sera, dopo il telegiornale a cui si assisteva in religioso silenzio, il Carosello. Calimero, con la sua dichiarazione politicamente scorretta: “Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero.” “Tu non sei nero, sei solo sporco”; Ercolino sempre in piedi, Carmencita, la mucca Carolina… simpaticissima, ma che non mi ispira ricordi lieti.

I miei, come vi ho accennato, avevano avuto un grave incidente stradale, ed erano stati ricoverati entrambi all’Ospedale Civile di Macerata. Io ero affidato ai nonni materni; dalle finestre della loro casetta, sopra le mura del paese, a pochi chilometri in linea d’aria si vedeva il capoluogo, che allora mi sembrava su un altro continente. Quando chiedevo dove fossero i miei, nonna mi rispondeva: “là”, ed io aiutato da uno scalino rimanevo affacciato per ore a vedere se per caso riuscissi a scorgerli; e quando chiedevo quando sarebbero tornati, nonna teneva un atteggiamento dilatorio che avrebbe dovuto tranquillizzarmi ma non raggiungeva lo scopo. Avevo già sentito di mamme volate tra gli angioletti, non mi sarebbe piaciuto che la tappa di passaggio fosse Macerata. Cavalcavo la mucca nel vicolo delle Monache, ma non ero sereno.

Io mi chiedo, e lo svilupperò prima o poi in qualche commedia, cosa possa pensare di noi un alieno che dovesse capitare sulla terra e sintonizzarsi sulla prima rete dopo il telegiornale (oddio, non è che durante avrebbe chissà quali impressioni): sui Pacchi. Leggevo proprio ieri che una puntata dei pacchi ha avuto 15 milioni di spettatori. Vivi e lascia vivere, è il motto a cui in linea di massima cerco di attenermi, ma quando è troppo è troppo. Toglietegli il telecomando!

(43. continua)

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Lo sai che i papaveri

Quando sarò vecchio i nipotini potrebbero chiedermi: ma nonno, che storie ci racconti? Bè, piccolini, quelle che so, accontentatevi. Perché la mia è una generazione di mezzo: non abbiamo vissuto storie epiche e a volte tragiche come i nostri genitori, forgiati dalla guerra, e non siamo stati nemmeno dei sessantottini: l’anagrafe ci ha penalizzato.

Quindi non ci avreste trovati radunati vocianti sotto i pochi lampioni dei vicoli per farsi spidocchiare dalle madri sedute in cerchio, facendo friggere gli animaletti su un pentolino riscaldato da una candela, come succedeva a mio padre; o non avreste avuto la casa invasa dai soldati polacchi in procinto di attaccare la Linea Gotica, come mia madre; e non ci avreste nemmeno trovati arrampicati di notte sugli alberi da frutta per cercare di alleviare la fame.

Noi di fame per fortuna non ne avevamo; però questi racconti ardimentosi ci avevano permeati, e sentivamo in qualche modo di doverne esser degni. Siccome rubare la frutta di notte dagli alberi dei contadini non si poteva, soprattutto perché di notte gli stessi che ai loro tempi avevano fatto razzie non ci facevano uscire, dovevamo osare ancora di più: in pieno giorno, a rischio di essere visti.

Ci muoveva una pulsione, come dire, estetica: non era importante l’oggetto della scorribanda, ma l’atto in se stesso. Rivolgemmo allora il nostro interesse ai fiori, di cui sapevamo nulla se non che fossero colorati e a volte emanassero odori.

Saprete, credo, che i papaveri prediligono i campi di grano, dove il loro colore rosso acceso spicca tra il verde-giallo delle spighe non ancora mature; il proprietario del campo in genere non apprezza che qualcuno pur mosso da passione floreale vada a passeggio sulle future pagnotte.

Perciò quel giorno partimmo abbastanza guardinghi: in quel campo, in contrada Rotelli, c’era un contadino che sparava a sale. Non sapevamo quanto la sua triste fama fosse meritata; avevamo deciso di affidarci, per l’impresa, alla guida del nostro compagno G. , che sapeva il fatto suo. Arrivati sul posto, dopo una pedalata in discesa, nascondemmo le bici, ci sparpagliammo per il campo e iniziammo la raccolta. G. si era offerto di guardarci le spalle, e di avvisarci se all’orizzonte fosse comparso il giustiziere, o almeno il suo cane. Eravamo sparsi per il campo, stando attenti a non lasciare scie come gli odierni cerchi alieni, con le braccia già colme di bottino, quando da lontano udimmo la vedetta dare l’allarme, e sbracciarsi: “arriva, arriva, via, correte!” Ci precipitammo verso il luogo dove giacevano i mezzi mimetizzati; ma poiché scappare in bicicletta in salita con un mazzo di fiori in mano non era agevolissimo, G. ci consigliò di lasciarli nascosti, e tornare più tardi a riprenderli. Ci sembrò una buona idea.

Dopo un centinaio di metri, sentimmo un urlo: “ah, m’ha sparato!”. Era G.! Era rimasto indietro e si era sacrificato per tutti. Con la foga della pedalata, il rumore dello schioppo ci era sfuggito; confesso che fummo tentati di abbandonare l’amico al suo destino (mors tua, vita mea) ma l’onore ebbe il sopravvento. Tornammo indietro, pronti alla pugna o a scappare più veloci di prima: ma sul posto del nostro amico non c’era più traccia. Un brivido freddo ci attraversò la schiena: era stato preso prigioniero.

Non avevamo cavalleria ne droni per tentare il salvataggio; dopo un breve conciliabolo stabilimmo di ritirarci: funesti presagi si addensavano sul nostro capo.

Appena arrivato a casa, raccontai tutto a mia madre. Immaginavo il mio amico lacero e ferito immobilizzato in una cantina buia: l’unica era rivolgersi alle autorità. Mia madre mi costrinse ad accompagnarla dalla madre dell’eroe. La signora, una donna austera e sobriamente riservata, venne alla porta; venni invitato ad enunciare sommariamente i fatti, ed alla fine del riassunto offrimmo tutto il sostegno necessario per intraprendere i passi necessari alla liberazione.

Fu prima con sorpresa, poi con sgomento, che vidi l’angolo destro della bocca della madre del mio amico sollevarsi. Una smorfia, un ghigno a stento trattenuto. Lì per lì pensai che stesse per diventare pazza, perciò feci un po’ fatica a decifrare le sue parole. Ci ringraziò della premura, ma doveva esserci senz’altro un equivoco: suo figlio non era mai stato così bene, anzi era tornato a casa con un magnifico mazzo di fiori, le aveva fatto proprio una bella sorpresa.

Per un attimo vidi l’occhio di mia madre brillare di una luce poco benevola nei miei confronti; strattonandomi via riuscì ad evitare che, quando fossi riuscito a richiudere la bocca rimasta spalancata, potessi coprirmi ancor più di ridicolo protestando di essere sicuro di aver sentito uno sparo, e il sangue, e di aver portar via G. ferito da una squadraccia di coltivatori diretti vestiti con cappucci del Ku Klux Klan.

In genere non sono uno che porta rancore, tuttavia non posso negare che il compagno G. non rientrò più nella lista dei miei top ten friends; da allora evitai accuratamente di incrociare anche sua madre.

Anche per i papaveri, tutto sommato, non sento più una grande attrazione.

(26. continua)

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