Letti – dal blog di Poetella

ecco, caro Giò, quanto richiesto… letto di mio figlio, al quale abbiamo tolto la piediera, che lui non c’entrava! letto mio… questo è quanto… 😉

per giomag59… — Poetella’s Blog

Amiche e amici, ieri abbiamo parlato di letti in ferro battuto ed è doveroso far partire la rubrica “Letti”; chi si aspettasse storie di alcove rimarrebbe deluso per diversi motivi: principalmente perché, come si sa, il gentiluomo gode e tace, poi perché è prudente dare ascolto ai suggerimenti guerreschi come “taci, il nemico ti ascolta” ed infine perché, come diceva De Sica padre in “Pane amore e…”, per me, oramai…

Rimarrà deluso anche chi si aspetta recensioni di letture: no, ci sono già eccellenti blog di recensioni, non c’è bisogno che mi ci metta anch’io, che tra l’altro sto leggendo ora “Ragazzi di vita” di Pasolini, non sarebbe proprio una recensione freschissima.

Ringrazio Poetella, poetessa come dice il nome stesso e soprattutto amante e cultrice (si dice cultrice?) del bello in tutte le sue forme, per aver dato il primo contributo; chi non l’ha ancora fatto vada a curiosare nel suo blog dove oltre le belle poesie mette in mostra gli oggetti che colleziona nella sua casa-museo.

Mio padre sapeva costruire ed aggiustare i letti in ferro battuto. Non so in quanti hanno un’idea di quanto lavoro occorra per partire da un tondino di ferro del 12 e farci uscire la testiera di un letto, quanto carbone deve bruciare per alimentare la forgia, e quante martellate per spianare i riccioli; e quanto ingegno per far stare insieme tutti i pezzi prima che si inventasse la saldatura… e gli ovali con disegni floreali, o piccoli camei, che si incastonavano tra i ricci. Oggi i letti in ferro si fanno ancora, sono prodotti industrialmente, e li vengono come ferro battuto anche se di battuto hanno veramente poco. Quanti artigiani saranno rimasti in Italia a saperli fare? Quanti hanno ancora tra le mani la sapienza per creare un pezzo che supererà la propria vita, e quella di chi l’ha ordinato?

Vacanze a Malta

Le cronache di questi giorni ci hanno fatto conoscere le ambasce di quei ragazzi che, in vacanza studio a Malta, sono dovuti rimanere in quarantena perché qualcuno del gruppo era stato trovato positivo al Covid. A me è sembrato più che normale, invece la tv ci propinava un bollettino quotidiano che manco il colon del Papa, quasi che i ragazzi risultassero dispersi nel Centrafrica o fossero prigionieri dei Talebani; addirittura da un paesino qua vicino un tizio si è mobilitato per far recapitare a destinazione dei reclusi, da un suo conoscente sull’isola, una colazione siciliana con tanto di granita (“io a Malta ci sono stato tanti anni, conosco bene la cucina di quegli alberghi”, ha detto. Una bella pubblicità, non c’è che dire).  

Non è che voglia fare il moralista, ma con tutta la buona volontà non riesco a empatizzare con quei ragazzi, ne coi loro genitori; e tantomeno con quei  300 che sono andati in vacanza studio (di che?) a Dubai, bloccati anche loro e men che meno con quelli che stanno per partire per la Grecia, a festeggiare la raggiunta maturità (su cui ho parecchi dubbi). Voglio dire, siete andati con la situazione che conoscete bene, poi almeno non lamentatevi; che volete, che mandiamo le portaerei a salvarvi?

Le mie vacanze, quando frequentavo le superiori e quindi un secolo fa, le passavo aiutando mio padre, fabbro, a bottega. Senza ammazzarmi di lavoro, per carità, anche perché mio padre sapeva bene cosa potevo fare e cosa no (avevo ed ho le mani delicate, ma lui era molto più fiducioso di me sulle mie capacità: io le cose che mi faceva fare lui non credo le avrei fatte fare a mio figlio che anzi ho protetto pure troppo, ma lui aveva fatto la guerra e io no). Scartavetravo, verniciavo (c’era una antiquaria che era contentissima quando sistemavo le testiere di letti antichi che portava, perché non lesinavo sulla porporina), tagliavo i pezzi per le ringhiere, lo accompagnavo nelle sue avventure più straordinarie, come calarsi nei pozzi per sistemare le pompe o issarsi sui tetti ad aggiustare grondaie, lo aiutavo a fare i conti, sorvegliavo gli operai, che erano poco più grandi di me di età. Ed i miei amici non è che partissero per Malta… i figli di contadini avevano da fare nei campi e con le stalle, quelli di altri artigiani andavano anche loro ad aiutare, gli unici che rimanevano senza far niente erano i figli di impiegati, se non trovavano qualche lavoretto da fare. Non ci mancava non andare in vacanza, i nostri genitori non le avevano mai fatte, e poi la vacanza era non andare a scuola e trovarci per interminabili partite a pallone, e magari la sera una birretta al bar (Peroni, al massimo Nastro Azzurro…).

Era un altro mondo, certamente, e sono anche storie che ho già raccontato. Per non parlare dei miei compagni che hanno dovuto lasciare la scuola dopo le medie per andare a lavorare, perché la famiglia non poteva mantenerli agli studi. Ma da quando è diventato indispensabile andare in vacanza? Come è stato possibile che in così (relativamente) poco tempo siamo diventati un popolo fiacco, viziato, frignone, e però pretenzioso, arrogante, ignorante? Com’è possibile che mandiamo i figli a studiare a Malta o Dubai per farli diventare dei perfetti idioti, ma che sanno l’inglese?

Ma che diavolo ci è successo?

Cronachette dal paese dei migliori (12)

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso… e anche Burgnich, la roccia, se ne è andato. Meglio così, Tarcisio, e perdona se ti chiamo affettuosamente per nome ma per me sei stato come un amico più grande, uno dei miti della mia giovinezza: questo mondo non è più per persone come te, serie, dure ma corrette, gente di sostanza e di cuore, capace di risorgere dopo i tradimenti, di lottare sempre, di schivare e schifare i riflettori e le ruffianerie. Il calcio è diventato una merda, Tarcisio, e non solo quello: lassù ritroverai tanti compagni della squadra più forte del mondo, rimettiti in forma roccia, che quando sarà il mio turno verrò a cercarvi per applaudirvi ancora e magari, chissà, mi permetterete di palleggiare insieme, in paradiso tutto è possibile…

Nello stesso giorno i mercanti cinesi che hanno acquistato la “nostra” squadra si accordavano con l’allenatore per una buonuscita di sette milioni di euro, poco più della metà del suo stipendio di un anno: quanti milioni avreste dovuto guadagnare in proporzione voi, che avete vinto tutto? Tu e Giacinto, la coppia di terzini più forte della storia, cosa sareste stati oggi? O magari non vi avrebbero nemmeno fatto giocare, perché si preferisce prendere scarponi da tutto il mondo pagandoli anche a peso d’oro, con contorno di parassiti troie e ruffiani?

E a proposito di troie, pochi giorni fa era morto Franco Battiato. Povera Italia, aveva scritto, e come non riconoscersi nell’amarezza delle parole di quella canzone, quel “tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni”? Purtoppo con uno di quei buffoni ci era finito anche lui, quel Crocetta che lo volle come assessore nella sua giunta regionale siciliana (è ora di togliere l’autonomia alle regioni autonome, altro che darla anche alle altre) e poi, appena disse qualcosa di sgradito ai partiti ma verissimo, e cioè che in parlamento siedono decine forse centinaia di troie disposte ad ogni cosa per soldi, si affrettò a scaricarlo. Sessismo, che vergogna, rispetto delle istituzioni, si scatenarono le boldrine sciocche. Il rispetto bisogna meritarselo e le troie ci sono in tutti i sessi, ma certo è più facile alzare polveroni su una parola che condannare chi per soldi cambia casacca e fa cadere un governo. E  la vogliono far passare per politica?

Dichiaro qua, una volta per tutte, che non me ne frega niente di Lukashenko e di Navalny. Mi indignerò per i diritti umani dei paesi che ci stanno antipatici solo quando la stessa indignazione ci sarà per gli “amici”: Erdogan, i libici, gli sceicchi, gli egiziani… finché i  “dittatori che ci fanno comodo”, come ha detto il Migliore dei Migliori, possono fare  quello che vogliono, di Lukashenko me ne frego. Tra l’altro ho visto in tv una cosiddetta oppositrice democratica con alle spalle una bandiera vagamente nazista: anche questa una nostra amica? Ad esempio, vogliamo dire che l’amico Netanhjau per il suo esclusivo tornaconto ha creato ad arte una provocazione e all’ovvia risposta di Hamas ha mandato l’aviazione a spianare Gaza, facendo più di 200 morti per la maggior parte civili, contro i 10 che ha avuto Israele?  (Ricordo che la proporzione nazista per le rappresaglie era di 1:10, qui mi sembra siamo ben oltre, ma Israele è ovviamente democratico. Ma uno stato è democratico solo perché si vota? No, perché allora si vota anche in Bielorussia, che ci piaccia o meno).

E, giusto per essere coerente, non me ne frega niente nemmeno di ddl Zan: i cosiddetti diritti civili a buon mercato quando i diritti sociali vengono calpestati tutti i giorni non mi appassionano. Tanto per dire, dei 40 miliardi sbandierati ai destinatari di bonus e di reddito di emergenza non è ancora arrivato niente: ma come, non dovevano essere soldi pronti e “veri”, come se gli altri avessero dato quelli del monopoli? E come mai la nostra informazione così attenta ai Lukashenko non dice che il 74% degli aiuti finora è stato preso dalle aziende, che ogni giorno piangono miseria?

Piangono sempre, tutti… diamine, non riaprono le piste da sci, disastro nazionale: e poi succede che appena riaperta una funivia pur di non perdere qualche giorno di guadagno tolgono le sicurezze facendo morire la gente. Che poi purtroppo a volte i lavoratori, mi dispiace dirlo, ci mettono del loro: quanti  infortuni sono occorsi in fabbrica perché per fare più produzione gli stessi operai disattivano le sicurezze per sostenere i ritmi, o per compiacere i capetti o a volte solo per stupide gare?

Certo amiche e amici direte: ma che ti è successo oggi Giò che hai una parolina buona per tutti, ti ha morso la tarantola?

E’ che è morto anche un mio amico del paese, poco più giovane di me, ci chiamavamo l’uno l’altro “socio”, come di due che ne avevano fatte parecchie. E’ morto di Covid ma non di Covid, ovvero aveva dolori da qualche tempo ma tra esami rimandati e ricoveri impossibili si è ridotto che non stava più in piedi: andato al pronto soccorso l’hanno fatto aspettare in macchina perché mancavano letti, senza nemmeno guardarlo e con dolori lancinanti (una infermiera gli ha detto testualmente: “e che ci posso fare, mica posso prenderlo in braccio”); finché finalmente dopo ore l’hanno ricoverato e gli hanno fatto la morfina, e hanno congedato la moglie dicendogli che l’avrebbero avvisata loro, perché con il Covid non si può stare vicini ai propri cari, nemmeno se stanno malissimo. Infatti la mattina dopo l’hanno chiamata, ma solo per dirle che suo marito nella notte era morto: aveva un tumore in stato avanzato, l’oncologo ha chiesto alla moglie il permesso per fargli l’autopsia dato che “è strano perdere dei pazienti così velocemente”. La moglie è stata molto signorile ed ha solo detto che era meglio se l’avessero guardato quando era vivo piuttosto di indagare ora che era morto: a che serve, a chi? Tanto lo metteranno nelle statistiche Covid. Ecco, questo è come siamo ridotti dopo un anno di pandemia, non siamo nemmeno riusciti a separare gli infetti dai sani, grazie ai nostri ospedali pensati da cervelloni per il comodo dei dottori, non dei malati.

Adesso smetto, amiche e amici, perché la rabbia è troppo forte, mi serve una pausa:  ho prenotato un weekend a Venezia e spero che nel frattempo tutti i migliori se ne vadano a quel paese.

Cronachette dal paese dei migliori (8)

Nel paese dei migliori non poteva mancare lui, il migliore dei migliori: José Mourinho! Tornerà nel bel paese purtroppo non per allenare i nerazzurri ma i giallorossi, e da quel gatto ruffianone che è si è presentato  con un “Daje Roma” che ha galvanizzato la tifoseria romanista e sconcertato i giornalisti inglesi. Da quando ha lasciato l’Inter non ne ha imbroccata una ma ha guadagnato lo stesso un sacco di soldi: amici romani, vi do un consiglio, fatelo sindaco che vi costa meno!

Con tutto quello che succede per il mondo ci parli di calcio, mi chiederete? Avete ragione ma, amiche e amici, di cosa posso parlare: di morti sul lavoro? Più che parlarne, chi di dovere dovrebbe agire: quanti soldi sono stati previsti nel Recovery Plan per il potenziamento degli ispettori del lavoro? Quanti “imprenditori” vengono incarcerati? E allora, di che devo parlare? Di sesso, genere e identità di genere? Non sono attrezzato. Di brevetti sui vaccini? Si parla di una deroga temporanea, quando per me bisognerebbe abolirli, non voglio ripetermi. Del fatto che fino a settembre non si parla di rientrare in ufficio, e forse nemmeno allora? Fatti tuoi, direte.

Di carino però qualcosa lo posso dire: nel weekend del 15/16 maggio si terranno le giornate di primavera del FAI: verranno aperti tanti siti normalmente non accessibili al pubblico, tanti parchi: bisogna prenotarsi, quindi non dimenticate di farlo! Viene richiesto un minimo contributo, e chi vuole poi può iscriversi (tra l’altro l’iscrizione è deducibile dalla denuncia dei redditi). Poi non dite che non do informazioni utili!

Il leader di uno dei partiti che fanno parte del governo dei migliori ha detto che si batte per riaprire tutto (vorrei sapere chi è che si diverte a tenere chiuse le attività: ah, forse c’è una pandemia in corso?) , è a favore di un’invasione di turisti paganti e contrario all’invasione di barconi (quelli come è noto non pagano).  Personalmente ho trovato la dichiarazione di una volgarità disgustosa, non nuova peraltro per il personaggio, se questi sono i migliori che Dio ce ne scampi. Nel merito dei turisti paganti io sono da sempre contrario che l’Italia diventi la Disneyland del mondo; in questo anno ci siamo accorti di cosa significhi aver smantellato industrie strategiche, ma vogliamo continuare così, a spopolare le città di cittadini per riempirle di bed and breakfast o peggio? Tra l’altro, dato che la natalità è sempre più in calo, tra poco ci toccherà pagarli i barconi perché ci portino qua famiglie con bambini, se non altro per fare da camerieri ai turisti paganti…

Dalla Cina una bella notizia: il governo ha dichiarato guerra allo spreco alimentare. Pare che con quello che buttano quelli che stanno meglio (l’uguaglianza è andata a farsi friggere da un pezzo anche in quel paese) ci mangerebbero 150.000.000 di persone (centocinquanta milioni!) . E allora revisione dei menu dei ristoranti, e addirittura delle ordinazioni: se si è in dieci, si possono ordinare al massimo nove pietanze, e ce le si divide. E chi lascia sul piatto troppa roba paga una multa. Sarà la fine degli all-you-can-eat? Lo spero vivamente.

Amiche e amici, adesso vi saluto perché devo andare ad un funerale: l’ennesimo, in questo anno e passa. E’ la mamma di un mio amico, colpita dal Covid poco dopo essersi vaccinata (evidentemente gli anticorpi ancora non erano entrati in funzione); ricoverata sembrava averlo superato, ma l’altra mattina ha avuto un rigurgito, ed è soffocata. Da sola: andiamo su Marte, ma il modo di far avvicinare almeno i figli ai malati anziani ancora non l’abbiamo inventato. A presto!

Tifosa interista tradita attende a pié fermo lo Special One

Cronachette dell’anno nuovo (17)

E così siamo tornati in zona rossa. Stavolta è per salvare la Pasqua, l’ultimo sforzo ci assicura il governo dei migliori. A me sembra la stessa identica cosa che avrebbero fatto anche i peggiori, però adesso non si sentono commercianti o gestori di campi di sci lamentarsi, o perlomeno non li fanno sentire: e dunque tutto bene.

Le vaccinazioni, perlomeno qui dove abito, vanno a rilento; in settimana il vaccino Astrazeneca è finito sotto osservazione perché ci sono stati diversi casi sospetti in Europa ed in Italia di morti per trombosi dopo essersi vaccinati. Un coro quasi unanime cerca di esorcizzare gli allarmismi: be’ signori cari, per non allarmarsi ci vogliono risposte chiare e certe, nell’attesa se uno preferisce non farsi vaccinare con quel vaccino non vedo perché dovrebbe essere arruolato tra i no-vax o i nemici della patria. Personalmente già diffidavo, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi; quando arriverà lo Sputnik, deciderò. Non capisco bene cosa debbano decidere Ema o Aifa o quant’altro: se sui russi funziona perché su di noi dovrebbe essere nocivo, forse perché loro lo accompagnano con la vodka?

A proposito di bevande, dato che la cantina iniziava ad avere dei vuoti ho ordinato un po’ di vino, mai in zona rossa senza rosso dice il saggio. L’autista mi ha salutato come un vecchio amico, si è rallegrato di trovarmi in buona salute e mi ha confortato della scelta fatta informandomi che lui stesso ha fatto buona scorta. Chissà se un giorno, oltre al fumo, sarà messo fuori legge anche il vino, e ci ritroveremo come vecchi cospiratori a bere in cantine clandestine?

Sabato abbiamo fatto una passeggiatina fino in città, non c’erano assembramenti anche se vigili urbani e protezione civile era pronti a transennare le vie per far defluire la gente con sensi unici pedonali; ieri invece, che la giornata era ancora più bella, abbiamo evitato il lago e siamo andati a fare una bella passeggiata con qualche coppia di amici. Una volta si sarebbe camminato in gregge, ora ci stiamo abituando al distanziamento anche tra amici, e così si procedeva per coppie, lontani l’uno dall’altro e per parlarsi bisognava urlare. Abbiamo fatto qualche chilometro di vie secondarie, molto verde, sta scoppiando la primavera e le piante in fiore sono spettacolari, con dei gialli e dei rosa fantastici. Sono decisamente fuori allenamento, e oggi mi fanno male le gambe. Abbiamo parlato, tra le altre cose, delle proprietà benefiche della mela annurca, che sembra stimoli la crescita dei capelli: dovrò ordinarne qualche cassa, ma che diavolo è questa mela annurca?

Mi sono meravigliato che Enrico Letta abbia raccolto l’appello disperato rivoltogli dalle varie bande tribali di cui è composto il PD. Di solito quando uno lo prende in quel posto una volta non corre a mostrare il deretano, a meno che non gli piaccia: se è così, caro Enrico, buon pro ti faccia. Per quella gente lì ci vorrebbe un Charles Bronson, non un Don Matteo: ce l’hai la pistola, o almeno le pall(ottole)? Spero che lo spirito che ti animi sia quello di V come Vendetta, altrimenti tra qualche mese o settimana ti ritroverai ancora a stare sereno. Nel discorso di accettazione non sono mancate le solite supercazzole dello Ius Soli o del voto ai sedicenni, mi sembrano proprio argomenti all’ordine del giorno, per un partito che sta sul pezzo.

La notizia che più mi ha addolorato, questa settimana, è stata quella della morte di Raoul Casadei. Chi mi segue da un po’ sa che in gioventù ho contribuito a fondare un’orchestrina da ballo, suonavamo liscio, musica leggera, swing, musica sudamericana, samba, cha-cha-cha, bolero, beguine… abbiamo cominciato a fare serate a sedici anni, e ci accompagnavano i nostri genitori; l’orchestra spettacolo di Casadei era uno dei nostri miti, altro che Genesis, altro che Led Zeppelin. Ciao Mare fu forse il primo pezzo che imparammo, ero ancora al clarinetto, prima di passare al basso; siccome firmavo i borderò della Siae, ovvero il modulo che bisognava riempire ogni serata con l’elenco dei pezzi che erano stati suonati per riconoscere i diritti agli autori, periodicamente le case discografiche mi mandavano a casa gli spartiti, quelli di Casadei erano forse quelli più completi, e mi sono arrivati fino a qualche anno fa, quando ormai non suovano più da qualche decennio. Nella nostra zona non c’erano grandi balere come in Romagna, c’erano sale piccole ricavate da cinematografi, sale di ristoranti, addirittura stalle riadattate… gente semplice, appassionata, festosa, forse ingenua, come sicuramente lo eravamo noi, ragazzini di un’altra epoca. Romagna e Sangiovese, la Mazurka di periferia, Ja Ja Allegria… grazie, Raoul, per tutta la gioia che ci hai dato, e che speriamo nel nostro piccolo di essere riusciti a trasmettere.

Amiche e amici, è con un pizzico di nostalgia che vi saluto, ero molto più giovane e la mela annurca sicuramente non mi serviva;  vado a stappare una bottiglia, alla mia ed alla vostra salute. A presto!

Olena à Paris – 16

Nonna Pina, seduta come ospite d’onore alla tavola da pranzo a ferro di cavallo, in legno massiccio ricavato da vecchie traversine della ferrovia, guarda la grande famiglia che è lì radunata e rivolge un sorriso al gruppetto di bambini che, seduti in terra a gambe incrociate, aspettano di ascoltare il suo racconto. Si volta leggermente alla sua sinistra, verso Juanito, che con un cenno del capo la incoraggia ad iniziare. Nonna Pina si rischiara la voce, socchiude gli occhi e ritorna con la mente a quei giorni del 1940.

«Evita era di qualche anno più giovane di me, oddio, eravamo tutte e due giovanissime, io allora avevo 26 anni e lei 21, la stessa età di mio fratello… non era ancora Evita Perón, ma solo Eva Duarte, un’attrice che dopo la sua bella gavetta cominciava ad essere conosciuta grazie ai radiodrammi, quei polpettoni che venivano trasmessi appunto alla radio e che avevano un grande seguito, più o meno l’equivalente delle soap operas di adesso. Venne lei a presentarsi, mi disse che aveva assistito al nostro spettacolo a Rosario ed era rimasta affascinata, non vedeva l’ora di rivedermi nel Gran Splendid di Buenos Aires… non era una bellezza appariscente Evita, non per vantarmi ma io ero molto più bella, vero Juanito?»
«Voi non eravate bella, eravate magnifica, donna Eus… donna Pina» dice il padrone di casa.
«Magnifica.. non farmi arrossire Juanito, diciamo che piaciucchiavo» si schermisce la vecchia, con un pizzico di civetteria.
«Scambiammo qualche parola in un buffo misto di italiano e spagnolo, mi disse che le sarebbe piaciuto molto venire in Italia. “Chissà”, le dissi, “magari una volta sarete voi a venire in tourneé da noi, e io verrò ad applaudirvi”. Non sapevo quanto quella frase di cortesia fosse profetica… ma non corriamo. Ah, Juanito, delizioso questo asado¹, si scioglie in bocca» si congratula la centenaria.
«Ve lo dicevo che la nostra carne è la migliore di tutta la pampa, donna Pina. Posso suggerirle di condirla con un po’ di chimichurri² ? »
«Dici, Juanito? Non mi darà bruciore di stomaco? E vada per il chimichurri, bisogna provare tutto nella vita, non è vero?» Poi, dopo aver inghiottito un altro boccone di carne intinto nella salsa verde, continua:
«Dov’ero rimasta? Ah sì, la tourneé. Ad un certo punto della cena uscii in giardino a prendere una boccata d’aria, il vestito mi stringeva ed avevo un caldo pazzesco, i piedi cominciavano a gonfiarsi e non vedevo l’ora di tornare in albergo per riposarmi… stavo per rientrare ma ebbi un mancamento e sarei caduta in terra se non ci fosse stata Evita a sostenermi. Mi aveva tenuto d’occhio per tutta la sera, e quando aveva visto che mi ero allontanata mi aveva raggiunto, voleva chiacchierare un po’, chiedermi consigli. Mi accompagnò fino ad una panchina, mi aiutò a sedere e con un sorriso dolce, indicando la pancia, mi chiese: “Di quanti mesi?”»
«Perché, voi?…» chiede Juanito, sorpreso.
«Si, Juanito, ero incinta, e lei se ne accorse subito. Mi allarmai e la pregai di non dire niente a nessuno, fece una smorfia offesa… capii guardandola negli occhi che quella era una donna di cui ci si poteva fidare, e colsi molto altro nel suo sguardo: orgoglio, volontà, determinazione, rabbia anche, ma anche comprensione, dolcezza, e soprattutto amore, tanto amore per la sua terra»
Nonna Pina beve un sorso di Mendoza tinto³ “Buscado vivo o muerto”, schiocca la lingua in segno di approvazione e continua:
«Rimanemmo lì a parlare, scoprimmo di avere parecchie cose in comune, oltre la professione. Non sopportava le ingiustizie… lei, la quinta di cinque figli che sua madre aveva avuto da un uomo già sposato, che li aveva poi abbandonati quando lei era ancora bambina per tornare con sua moglie e la sua vecchia famiglia; e loro, gli illegittimi, rimasti a masticare umiliazioni e subire discriminazioni, disprezzati persino dagli altri bambini, che non volevano nemmeno giocare con loro. Addirittura quando il padre morì, in un altro paese, a loro non fu nemmeno permesso di avvicinarsi alla bara, nonostante portassero il suo cognome… nel raccontarlo la voce le vibrava di sdegno, l’ingiustizia subita era stata troppo grande, e dentro si coglieva una promessa fatta prima di tutto a sè stessa, che di ingiustizie non ne avrebbe sopportate più. Era magra, Evita, e nemmeno altissima, ma aveva dentro una forza, un fuoco, che la faceva sembrare più grande di quel che era… Io potevo capire cosa volesse dire essere cresciuti senza padre, il mio l’avevo perso nella Grande Guerra…»
«Non lo sapevo, donna Pina. Dovete aver sofferto molto…» dice Juanito, sinceramente dispiaciuto.
«L’ho odiato parecchio, sai Juanito? Non era tenuto ad andare, teneva famiglia. Ma partì volontario, doveva liberare Trento e Trieste, diceva. Per me era un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura, solo crescendo riuscii a capire i silenzi, le lacrime di mia madre ogni volta che riceveva una sua lettera. L’ultima volta che lo vidi era tornato in licenza e mi disse di stare tranquilla che la guerra stava per finire, gli austriaci non ce la facevano più. Ma una pallottola per lui ce l’avevano ancora… Quella notte probabilmente mise incinta mia madre, che così rimase da sola a tirar grandi una bambina di quattro anni e quell’altro che teneva in grembo: mio fratello Mario, bello come il sole, che  per non essere da meno se ne andò volontario a morire in Russia⁴ nel ‘43, ma questa casomai ve la racconta dopo Natascia»
«Sarà mio onore, babushka» acconsente la russa, con gli occhi blu più luccicanti del solito.

(continua…)

¹ arrosto alla brace
² salsa verde a base di prezzemolo, peperoncino ed aglio
³ vino rosso prodotto nella regione di Mendoza
⁴ cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Vita quotidiana al tempo del coronavirus (LXXX)

Mercoledì 13 maggio

Cielo bigio, giornata scura, piovigginosa. Sembra che la terra voglia dirci: “ma che fase due, statevene in casa che si sta meglio senza di voi” e non gli si può dare tutti i torti dato che in questo periodo tutti i parametri di inquinamento sono migliorati in tutto il mondo: bellissime le immagine viste ieri di Mumbai, la città più inquinata dell’India, dove finalmente l’aria era limpida e per le strade passeggiavano perplesse delle scimmiette, grattandosi il didietro.

Oggi sono in vena di ricordi, ieri sera ho rivisto il bel film su Mia Martini, una delle cantanti che ho amato di più; sono già passati venticinque anni dalla scomparsa e già questo è motivo di tristezza. La sua carriera, sembra incredibile perfino pensarlo, negli anni ’80 si interruppe perché nell’ambiente si diceva che “portasse male”: cattiverie, bassezze, invidie, perfidie, tutte sotto il cappello impalpabile della  superstizione: “io non ci credo ma…” Soffrì molto, abbandonò per anni le scene, si isolò; ritornò, bravissima e inquieta, e finì per morire da sola in una villetta di un paesino vicino all’aeroporto di Malpensa.

Mi è tornato in mente quando alle superiori, nell’attesa tra la fine delle lezioni ed il treno che mi avrebbe riportato quasi a casa, perché dovevo poi prendere ancora un bus, facevo una passeggiata di un paio di chilometri, sempre lo stesso giro perché non è che fossimo in una metropoli, e spesso sotto un portico incontravo sempre gli stessi quattro che facevano l’autostop, di cui uno era un mio compagno di classe. Dopo un po’ questi cominciarono a dire che io gli portavo sfortuna; io all’inizio scherzavo, poi cominciai a prenderli in giro dicendo che la colpa era solo loro se non li caricavano, primo perché erano brutti e secondo perché erano in quattro ma visto che questi continuavano mi toccò sistemarli. Presi da parte il mio compagno di classe e gli intimai di far smettere subito la storia, “perché, se no?” fu la risposta che del resto mi aspettavo. La settimana dopo, per pura combinazione, avevamo una partita di campionato, lui giocava nella squadra del capoluogo ed anche per quello se la tirava; in questi giorni ho letto che è uscito un libro del difensore della Juventus Giorgio Chiellini, che dice di provare verso alcuni avversari del vero e proprio odio; senza arrivare all’odio sicuramente quella squadra non la amavamo come nessuno tranne i propri tifosi ama la squadra di Chiellini e lo stesso Chiellini.

Si giocava in casa nostra, loro erano più forti di noi, ci difendevamo con le unghie ed i denti e tutto andò bene finché l’arbitro non ci fece una carognata e ci negò un rigore solare. Gli animi come è ovvio si scaldarono, spintoni e accenni di scazzottate; il nostro allenatore fu espulso; nell’azione seguente il mio compagno di classe che giocava in difesa provò a venire in avanti anche lui, ma nella nostra area non ci arrivò mai perché un mio compagno di squadra gli ruppe una gamba. Detto così pare brutale, io ancora oggi sono sicuro che fu uno scontro casuale, ma così non la pensò il mio compagno di classe.  Da allora di jella non si parlò più.

Un altro ricordo, più dolce, mi riporta al luglio 2001 quando i mie amici decisero di rievocare i venticinque anni dalla fondazione della nostra orchestrina e mi convocarono; io non toccavo più il basso da una decina d’anni e dovetti mettermi sotto seriamente a studiare, le mani non si muovevano più, i polpastrelli avevano perso i calli, anche nella lettura degli spartiti feci un po’ fatica perché avevo quasi dimenticato la chiave di basso; adesso si riesce persino a fare le prove collegati ognuno da casa propria ma allora facemmo tutto senza rete, riuscimmo a fare insieme solo una prova… Fu una bellissima serata, la piazza del paese era  strapiena con la gente che ballava sotto le logge che la delimitano (anche i miei genitori si fecero un paio di balletti) e fu una bella sorpresa anche per mia moglie e mio figlio, che non mi avevano mai visto suonare… uno dei pezzi più belli cantati dalla nostra cantante Antonina, che oggi purtroppo non c’è più neanche lei, fu proprio “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini.  Ciao Antonina, e ciao Mia.

Amiche e amici, scusate se mi sono lasciato andare un po’ alla nostalgia ma è colpa del tempo, avrei dovuto rallegrarvi parlando del governo ma è andata così. A domani!

Mia-Martini-kfvC-U3170679065954ScD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

 

Però qualcosina per tirarci su ci vuole…

tumblr_inline_oskqwnsmGM1tvmbs1_1280

La prima cosa bella

Dico subito che sono ormai anni che non seguo assiduamente il festival di Sanremo. Si può vivere abbastanza bene anche senza; ogni tanto però, se non ho di meglio da fare, qualche canzone la ascolto; e poi, anche se uno volesse farne a meno, ci pensano le radio e la TV a riproporcele (almeno la vincitrice e le due-tre più gradite) sera e mattina.

I “miei” festival sono quelli che vanno dal ’69 al ’72, rigorosamente in bianco e nero: alcune canzoni sono diventate successi sempreverdi, sono durate nel tempo come allora tutto doveva durare, i vestiti, le scarpe, i mobili, l’automobile… eravamo puri in un certo senso, il virus letale del consumismo non ci aveva ancora contagiato e trasformato del tutto.

Il mondo stava cambiando… grandi movimenti, conquiste faticose di diritti; c’era chi ascoltava il rock progressive spernacchiando il popolo che ascoltava canzonette ma non avevano capito che c’era spazio per tutti e forse in buona sostanza del popolo non avevano capito niente.

Riporto, solo a titolo di esempio ed alla rinfusa, le canzoni di quelle edizioni che ebbero più successo (scusandomi per quelle che ho dimenticato):

1969:

Zingara Bobby Solo / Iva Zanicchi
Ma che freddo fa Nada
La pioggia Gigliola Cinquetti
Un’avventura Lucio Battisti
Lontano dagli occhi Sergio Endrigo

1970:

La prima cosa bella Nicola Di Bari / Ricchi e Poveri
Chi non lavora non fa l’amore Adriano Celentano e Claudia Mori
Eternità Camaleonti / Ornella Vanoni
L’arca di Noè Sergio Endrigo / Iva Zanicchi
La spada nel cuore Little Tony / Patty Pravo
Taxi Antoine
Io mi fermo qui Dik Dik
Pa’ diglielo a ma’ Nada

1971:

Il cuore è uno zingaro Nicola Di Bari / Nada
4 marzo 1943 Lucio Dalla / Equipe 84
Che sarà Ricchi e Poveri / José Feliciano
Sotto le lenzuola Adriano Celentano

1972:

Montagne verdi Marcella Bella
Jesahel Delirium
Piazza Grande Lucio Dalla
I giorni dell’arcobaleno Nicola Di Bari

Se dovessi sceglierne una per assegnargli il titolo di vincitrice assoluta direi La prima cosa bella, più nella versione di Nicola Di Bari che dei Ricchi e Poveri: “la senti questa voce, chi parla è il mio cuore…”

E mi chiedo: fra cinquant’anni, rimarrà qualcosa delle canzoni di oggi? E in genere, vale la pena che rimanga qualcosa?

alketavejsiu

Eppure noi ci credevamo…

Le prime elezioni per il Parlamento europeo si sono svolte, in Italia, il 10 giugno 1979. Io non avevo ancora vent’anni e stavo per partire militare: a breve mi sarebbe arrivata la cartolina che mi convocava a Sabaudia(LT) al corso per allievi ufficiali di complemento dell’Esercito; non ero mai stato fuori d’Italia ed a dire la verità ero stato poche volte anche fuori dal mio paese. Allora non erano molti quelli che potevano permettersi gite o viaggi, almeno tra i miei conoscenti; non c’erano corsi estivi, college, vacanze-studio, e se c’erano non era roba per figli di operai, contadini, artigiani, impiegati e piccoli commercianti, che quella era la composizione sociale del popolo.

Per chi ci riusciva comunque c’erano le frontiere, le dogane, i cambi delle monete; per non parlare poi dell’Europa dell’Est, quella dei paesi comunisti, dove per entrare era anche necessario richiedere il visto di ingresso.

A scuola avevo studiato un po’ di inglese, meglio alle medie che alle superiori dove dovetti ricominciare da capo dato che la maggioranza degli studenti alle medie aveva fatto francese, annoiandomi terribilmente: in teoria cittadino del  mondo, in pratica di un mondo molto piccolo.

I nostri genitori avevano conosciuto la guerra, con i suoi lutti, distruzioni, la fame, le privazioni… e l’Europa unita significava soprattutto pace, armonia tra i popoli e sviluppo per chi era più arretrato, per allinearsi ai livelli di quelli più progrediti.

Si parlava di Stati Uniti d’Europa…

a_b06571ea35

Che è rimasto di quei sogni, di quegli ideali, un’era geologica dopo?
Abbiamo sostituito il muro di Berlino, la Cortina di ferro, con altri muri, altre cortine… Oggi che possiamo spostarci liberamente da un paese all’altro, usando una stessa moneta, parlando la stessa lingua o quasi, è possibile che ci sentiamo meno europei di quaranta anni fa?

Ma che ci è successo?

18729660_PA_La-patata-bollente_1

 

Come lacrime nella pioggia

Giovedì scorso, 25 aprile, lasciando casa dei miei genitori per tornare al “nord”, al lavoro, mia moglie ha incrociato mio padre, che si era alzato sentendo i rumori dei preparativi.
«Ciao Nino, noi stiamo andando» lo ha salutato. Lui l’ha guardata sorpreso, un po’ stranito, e le ha chiesto:
«E dove andate?» dispiaciuto che questa bella signora lo lasciasse.
«Torniamo a casa, a Como» ha spiegato mia moglie e lui, colpito, ha osservato:
«Ah, a Como? Io ho un figlio a Como…»

Mio padre è del ’28, ne ha passate parecchie come tanti della sua generazione, qualche storia ve l’ho raccontata: figlio di apolide, secondo di cinque figli, a 16 anni si ritrova in guerra dalla “parte sbagliata” ed al ritorno, dopo le peripezie della prigionia, scopre di essere rimasto pure orfano di padre. Ha cominciato a lavorare a 10 anni, una vita da artigiano, e con mia madre hanno formato una bella famiglia, con quattro figli, sette nipoti e (per ora) un bisnipote.
Un uomo forte, che non si è perso mai d’animo nelle difficoltà, che ha sempre anteposto la famiglia alle sue aspirazioni: tutto il suo impegno è sempre stato per il futuro dei figli, aiutandoci in tutti i modi quando c’era bisogno di lui.
Lo svelarsi della fragilità a cui l’età lo ha esposto è doloroso: senza mia madre sarebbe perso, ed è triste pensare che tutta la vita,tutti i ricordi, tutte le storie che adesso avrebbe potuto raccontare ai nipoti, se solo fossero stati disposti ad ascoltarlo, sono persi per sempre nei meandri della sua memoria.

Sono stato in casa sua tre giorni, ma non mi ha riconosciuto: sa di conoscermi, ma non chi sono: il Giorgio che ricorda lui è giovane, gioca a calcio con gli amici e suona in banda, prende il treno per andare a scuola e ogni tanto lo aiuta a bottega: ma questo signore gentile con i capelli brizzolati, che lo guarda con tenerezza e gli parla con rispetto e affetto, chi è?

il_vecchio_e_il_bambino