Vita quotidiana al tempo del coronavirus (LXXX)

Mercoledì 13 maggio

Cielo bigio, giornata scura, piovigginosa. Sembra che la terra voglia dirci: “ma che fase due, statevene in casa che si sta meglio senza di voi” e non gli si può dare tutti i torti dato che in questo periodo tutti i parametri di inquinamento sono migliorati in tutto il mondo: bellissime le immagine viste ieri di Mumbai, la città più inquinata dell’India, dove finalmente l’aria era limpida e per le strade passeggiavano perplesse delle scimmiette, grattandosi il didietro.

Oggi sono in vena di ricordi, ieri sera ho rivisto il bel film su Mia Martini, una delle cantanti che ho amato di più; sono già passati venticinque anni dalla scomparsa e già questo è motivo di tristezza. La sua carriera, sembra incredibile perfino pensarlo, negli anni ’80 si interruppe perché nell’ambiente si diceva che “portasse male”: cattiverie, bassezze, invidie, perfidie, tutte sotto il cappello impalpabile della  superstizione: “io non ci credo ma…” Soffrì molto, abbandonò per anni le scene, si isolò; ritornò, bravissima e inquieta, e finì per morire da sola in una villetta di un paesino vicino all’aeroporto di Malpensa.

Mi è tornato in mente quando alle superiori, nell’attesa tra la fine delle lezioni ed il treno che mi avrebbe riportato quasi a casa, perché dovevo poi prendere ancora un bus, facevo una passeggiata di un paio di chilometri, sempre lo stesso giro perché non è che fossimo in una metropoli, e spesso sotto un portico incontravo sempre gli stessi quattro che facevano l’autostop, di cui uno era un mio compagno di classe. Dopo un po’ questi cominciarono a dire che io gli portavo sfortuna; io all’inizio scherzavo, poi cominciai a prenderli in giro dicendo che la colpa era solo loro se non li caricavano, primo perché erano brutti e secondo perché erano in quattro ma visto che questi continuavano mi toccò sistemarli. Presi da parte il mio compagno di classe e gli intimai di far smettere subito la storia, “perché, se no?” fu la risposta che del resto mi aspettavo. La settimana dopo, per pura combinazione, avevamo una partita di campionato, lui giocava nella squadra del capoluogo ed anche per quello se la tirava; in questi giorni ho letto che è uscito un libro del difensore della Juventus Giorgio Chiellini, che dice di provare verso alcuni avversari del vero e proprio odio; senza arrivare all’odio sicuramente quella squadra non la amavamo come nessuno tranne i propri tifosi ama la squadra di Chiellini e lo stesso Chiellini.

Si giocava in casa nostra, loro erano più forti di noi, ci difendevamo con le unghie ed i denti e tutto andò bene finché l’arbitro non ci fece una carognata e ci negò un rigore solare. Gli animi come è ovvio si scaldarono, spintoni e accenni di scazzottate; il nostro allenatore fu espulso; nell’azione seguente il mio compagno di classe che giocava in difesa provò a venire in avanti anche lui, ma nella nostra area non ci arrivò mai perché un mio compagno di squadra gli ruppe una gamba. Detto così pare brutale, io ancora oggi sono sicuro che fu uno scontro casuale, ma così non la pensò il mio compagno di classe.  Da allora di jella non si parlò più.

Un altro ricordo, più dolce, mi riporta al luglio 2001 quando i mie amici decisero di rievocare i venticinque anni dalla fondazione della nostra orchestrina e mi convocarono; io non toccavo più il basso da una decina d’anni e dovetti mettermi sotto seriamente a studiare, le mani non si muovevano più, i polpastrelli avevano perso i calli, anche nella lettura degli spartiti feci un po’ fatica perché avevo quasi dimenticato la chiave di basso; adesso si riesce persino a fare le prove collegati ognuno da casa propria ma allora facemmo tutto senza rete, riuscimmo a fare insieme solo una prova… Fu una bellissima serata, la piazza del paese era  strapiena con la gente che ballava sotto le logge che la delimitano (anche i miei genitori si fecero un paio di balletti) e fu una bella sorpresa anche per mia moglie e mio figlio, che non mi avevano mai visto suonare… uno dei pezzi più belli cantati dalla nostra cantante Antonina, che oggi purtroppo non c’è più neanche lei, fu proprio “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini.  Ciao Antonina, e ciao Mia.

Amiche e amici, scusate se mi sono lasciato andare un po’ alla nostalgia ma è colpa del tempo, avrei dovuto rallegrarvi parlando del governo ma è andata così. A domani!

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Però qualcosina per tirarci su ci vuole…

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La prima cosa bella

Dico subito che sono ormai anni che non seguo assiduamente il festival di Sanremo. Si può vivere abbastanza bene anche senza; ogni tanto però, se non ho di meglio da fare, qualche canzone la ascolto; e poi, anche se uno volesse farne a meno, ci pensano le radio e la TV a riproporcele (almeno la vincitrice e le due-tre più gradite) sera e mattina.

I “miei” festival sono quelli che vanno dal ’69 al ’72, rigorosamente in bianco e nero: alcune canzoni sono diventate successi sempreverdi, sono durate nel tempo come allora tutto doveva durare, i vestiti, le scarpe, i mobili, l’automobile… eravamo puri in un certo senso, il virus letale del consumismo non ci aveva ancora contagiato e trasformato del tutto.

Il mondo stava cambiando… grandi movimenti, conquiste faticose di diritti; c’era chi ascoltava il rock progressive spernacchiando il popolo che ascoltava canzonette ma non avevano capito che c’era spazio per tutti e forse in buona sostanza del popolo non avevano capito niente.

Riporto, solo a titolo di esempio ed alla rinfusa, le canzoni di quelle edizioni che ebbero più successo (scusandomi per quelle che ho dimenticato):

1969:

Zingara Bobby Solo / Iva Zanicchi
Ma che freddo fa Nada
La pioggia Gigliola Cinquetti
Un’avventura Lucio Battisti
Lontano dagli occhi Sergio Endrigo

1970:

La prima cosa bella Nicola Di Bari / Ricchi e Poveri
Chi non lavora non fa l’amore Adriano Celentano e Claudia Mori
Eternità Camaleonti / Ornella Vanoni
L’arca di Noè Sergio Endrigo / Iva Zanicchi
La spada nel cuore Little Tony / Patty Pravo
Taxi Antoine
Io mi fermo qui Dik Dik
Pa’ diglielo a ma’ Nada

1971:

Il cuore è uno zingaro Nicola Di Bari / Nada
4 marzo 1943 Lucio Dalla / Equipe 84
Che sarà Ricchi e Poveri / José Feliciano
Sotto le lenzuola Adriano Celentano

1972:

Montagne verdi Marcella Bella
Jesahel Delirium
Piazza Grande Lucio Dalla
I giorni dell’arcobaleno Nicola Di Bari

Se dovessi sceglierne una per assegnargli il titolo di vincitrice assoluta direi La prima cosa bella, più nella versione di Nicola Di Bari che dei Ricchi e Poveri: “la senti questa voce, chi parla è il mio cuore…”

E mi chiedo: fra cinquant’anni, rimarrà qualcosa delle canzoni di oggi? E in genere, vale la pena che rimanga qualcosa?

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Eppure noi ci credevamo…

Le prime elezioni per il Parlamento europeo si sono svolte, in Italia, il 10 giugno 1979. Io non avevo ancora vent’anni e stavo per partire militare: a breve mi sarebbe arrivata la cartolina che mi convocava a Sabaudia(LT) al corso per allievi ufficiali di complemento dell’Esercito; non ero mai stato fuori d’Italia ed a dire la verità ero stato poche volte anche fuori dal mio paese. Allora non erano molti quelli che potevano permettersi gite o viaggi, almeno tra i miei conoscenti; non c’erano corsi estivi, college, vacanze-studio, e se c’erano non era roba per figli di operai, contadini, artigiani, impiegati e piccoli commercianti, che quella era la composizione sociale del popolo.

Per chi ci riusciva comunque c’erano le frontiere, le dogane, i cambi delle monete; per non parlare poi dell’Europa dell’Est, quella dei paesi comunisti, dove per entrare era anche necessario richiedere il visto di ingresso.

A scuola avevo studiato un po’ di inglese, meglio alle medie che alle superiori dove dovetti ricominciare da capo dato che la maggioranza degli studenti alle medie aveva fatto francese, annoiandomi terribilmente: in teoria cittadino del  mondo, in pratica di un mondo molto piccolo.

I nostri genitori avevano conosciuto la guerra, con i suoi lutti, distruzioni, la fame, le privazioni… e l’Europa unita significava soprattutto pace, armonia tra i popoli e sviluppo per chi era più arretrato, per allinearsi ai livelli di quelli più progrediti.

Si parlava di Stati Uniti d’Europa…

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Che è rimasto di quei sogni, di quegli ideali, un’era geologica dopo?
Abbiamo sostituito il muro di Berlino, la Cortina di ferro, con altri muri, altre cortine… Oggi che possiamo spostarci liberamente da un paese all’altro, usando una stessa moneta, parlando la stessa lingua o quasi, è possibile che ci sentiamo meno europei di quaranta anni fa?

Ma che ci è successo?

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Come lacrime nella pioggia

Giovedì scorso, 25 aprile, lasciando casa dei miei genitori per tornare al “nord”, al lavoro, mia moglie ha incrociato mio padre, che si era alzato sentendo i rumori dei preparativi.
«Ciao Nino, noi stiamo andando» lo ha salutato. Lui l’ha guardata sorpreso, un po’ stranito, e le ha chiesto:
«E dove andate?» dispiaciuto che questa bella signora lo lasciasse.
«Torniamo a casa, a Como» ha spiegato mia moglie e lui, colpito, ha osservato:
«Ah, a Como? Io ho un figlio a Como…»

Mio padre è del ’28, ne ha passate parecchie come tanti della sua generazione, qualche storia ve l’ho raccontata: figlio di apolide, secondo di cinque figli, a 16 anni si ritrova in guerra dalla “parte sbagliata” ed al ritorno, dopo le peripezie della prigionia, scopre di essere rimasto pure orfano di padre. Ha cominciato a lavorare a 10 anni, una vita da artigiano, e con mia madre hanno formato una bella famiglia, con quattro figli, sette nipoti e (per ora) un bisnipote.
Un uomo forte, che non si è perso mai d’animo nelle difficoltà, che ha sempre anteposto la famiglia alle sue aspirazioni: tutto il suo impegno è sempre stato per il futuro dei figli, aiutandoci in tutti i modi quando c’era bisogno di lui.
Lo svelarsi della fragilità a cui l’età lo ha esposto è doloroso: senza mia madre sarebbe perso, ed è triste pensare che tutta la vita,tutti i ricordi, tutte le storie che adesso avrebbe potuto raccontare ai nipoti, se solo fossero stati disposti ad ascoltarlo, sono persi per sempre nei meandri della sua memoria.

Sono stato in casa sua tre giorni, ma non mi ha riconosciuto: sa di conoscermi, ma non chi sono: il Giorgio che ricorda lui è giovane, gioca a calcio con gli amici e suona in banda, prende il treno per andare a scuola e ogni tanto lo aiuta a bottega: ma questo signore gentile con i capelli brizzolati, che lo guarda con tenerezza e gli parla con rispetto e affetto, chi è?

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Ferragosto con Olena – The End

L’ottobre è mite, ed i festeggiamenti per l’anniversario della fondazione dell’Istituto di Carità intitolato al Beato Turoldo Cesanese del Piglio non potrebbero essere più festosi.
La processione si dipana per le vie del paese, con in testa la banda cittadina che sfoggia le nuove divise disegnate dallo stilista Girifalchi ispirate alle Quattro Stagioni di Vivaldi ma per i maligni alla pizza quattro-stagioni, dono della Fondazione Rana; la partecipazione di fedeli, pie donne e congregazioni negli abiti tradizionali è massiccia, così come la presenza della folla ai lati della strada; la statua del Beato ondeggia a ritmo, sorretta da squadre di nerboruti manovali che si danno il cambio lungo i cinque chilometri del percorso.
Gilda, in divisa da crocerossina delle Volontarie del Soccorso ai soccorritori volontari sfila fianco a fianco a suor Matilda, commentando gli eventi dell’estate passata.
«Gilda, non so come ringraziarti. Se non fosse stato per te non so come saremmo uscite da quella situazione. Come potrò mai sdebitarmi?» chiede la suora alla sua vecchia amica.
«Non pensarci nemmeno, Marisa. Mi sono divertita tantissimo, specialmente con il lanciarazzi, mi serviva proprio divagarmi un po’ , non si vive di solo ripieno, giusto? Mi è dispiaciuto per l’auto del Vescovo, mi è scappato un colpo ma spero che quella nuova gli sia piaciuta…»
«Si, c’è rimasto proprio male! » ride la suora «Gli hai fatto saltare una Multipla e gli hai comprato una Jeep Cherokee, non finiva di ringraziare la provvidenza! Ma non c’era bisogno Gilda, hai fatto anche troppo… finanziato tutti i preparativi, avviato la costruzione del Museo della Corona di Galla Placidia… lo stabilimento per la produzione della Zuppa Imperiale…»
«Per quello mi raccomando, eh? Ci tengo, ho ordini fin dal Sultano del Brunei. Pugno di ferro in guanto di flanella o giù di lì, metti suor Emerenziana a contrattare con i sindacati» suggerisce la Calva Tettuta, ritrovando il piglio confindustriale.
«Ah, ah, ma certo, non preoccuparti» la rassicura la suora, poi dandole di gomito le indica il Vescovo:
«Guardalo, Gilda, non ha ancora capito niente di quello che è successo…»
«E ti credo» risponde la Calva Tettuta, «tra lui e don Martino si sono scolati una botte di vino… e quando si è svegliato ormai la mia Delta Force Rana aveva fatto sparire tutto. »  Poi, indicando all’amica la coppia che coadiuva S.E. Ardizzone dice: «Non li trovi teneri, Marisa? James non molla il campanellino e don Martino gli tiene il broncio. Beata gioventù!»

Sul grande palco allestito sul lungomare, davanti al ristorante “La coratella”, un’orchestra di All Stars sta eseguendo l’introduzione di “Historia de un Amor” nella versione mambo di Perez Prado.
Johnny Tempesti col suo sax tenore guida la sezione dei fiati tra cui spiccano i fuoriclasse Kuz Guardatí, italo-francese, alla tromba; Peter Petersen, norvegese, al clarinetto; Marco Cubillas, colombiano, al trombone e Walter Cotequinho, brasiliano, al sax baritono. Agostino picchia sulle percussioni, Armando ha abbandonato la fida fisarmonica per battere il ritmo con le claves, mentre Oscar sostiene l’armonia con il suo organo Hammond. Spicca nella sezione ritmica la presenza al  basso del cubano Giorginho Cerezo, in rotta dagli Adelante Compañeros per divergenze sul repertorio e soprattutto sugli emolumenti. La cantante Luana si muove languida scuotendo le maracas, operazione nella quale è maestra.
La pista è gremita di ballerini, tra cui spiccano le bionde Olena e Ljudmila. Quest’ultima è attorniata da una torma di indigeni, mentre Olena fa coppia fissa con Puccio Bongiovanni, inconfondibile con la sua camicia aperta sul petto villoso e la magliettina a proteggere l’arietta sulle spalle. Il marpione finge di non vedere le occhiate minacciose di Luana, e si affanna intorno alla russa nel suo stile accalappia-turiste-a-Brisighella.
Ad un tratto la luce sul palco si affievolisce, ed uno spot illumina la scalinata dietro al palco. Si apre il sipario e, coperta dai grandi ventagli in piume di struzzo sventolati dai due boys Petr e Ivan discende con movenze fatali lei, l’etoile, fasciata da un abito di lamè, con lunghi guanti di seta ed in testa un turbante a forma di ananas: poi, sull’ultima nota di Johnny, i ventagli si scostano e nonna Pina, ritornata per un giorno Wanda, si dona ai suoi ammiratori e con voce roca intona:
Ya no estas mas a mi lado corazón
En el alma sólo tengo soledad
Y si ya no puedo verte
Por qué Dios me hizo quererte
Para hacerme sufrir mas

Ad un tavolino del ristorante è seduto un uomo anziano, abbronzato, con un Panama in testa ed un sigaro Cohiba Siglo II in bocca. Pepe Secundo ascolta rapito nonna Pina, e si accorge appena della prosperosa cameriera Manuelona che, sfoggiando un seno della quinta misura abbondante, gli posa davanti una bottiglia di rhum, un bicchiere ed una ciotola di noccioline salate.

Siempre fuiste la razón de mi existir
adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba
el amor que me brindaba
el calor de tu pasión.

All’improvviso dal fondo della strada si sente lo smarmittare di una Ape Car Piaggio, sul cui cassone svetta una mulatta considerevole, che incita il guidatore ad affrettarsi.
«Miguel, cabròn, tra tante macchine che c’erano proprio esta scatoletta dovevi rubare!» lo apostrofa Paio.
«Ma mi amor, è l’unica che potevo guidare senza patente. Se ci fermavano i vigili?» risponde il giardiniere, ligio alle regole della strada.
«Mierda a todos los guardias de tráfico!» esclama Paio, esasperata. «Y mierda para ti!» poi, scorgendo una figura ben conosciuta:
«Eccola là, quella sciacquetta! Ferma immediatamente Miguel, fammi scendere!» ordina la cubana. Miguel, preoccupato, cerca di trattenerla:
«Por favor, amor, non farlo…» ma Paio si è già lanciata sulla pista, mentre il pappagallo Flettàx, sentito l’odore di noccioline, si dirige svolazzando verso il tavolo di Pepe Secundo.

La sagoma della cubana, in canottiera e gonnellina rossa, si staglia in mezzo alla pista, mentre i ballerini si spostano per farle largo.
Olena la vede arrivare, si ferma e la aspetta. Paio le si piazza davanti, e con un sorrisetto la sfida: «Fammi vedere adesso quello che sai fare…»
Olena la fissa negli occhi, e le dice: «Non ti è ancora bastato, vedo…» poi abbranca Puccio e gli sibila in un orecchio: «Preferisci morire ballando o facendo amore?» al che Puccio trova più allettante rispondere: «Facendo l’amore, ma…» e mentre Paio si è già messa in posizione con Miguel, Olena gli ordina: «Allora vedi di ballare bene, finuocchietto»

Es la historia de un amor
Como no hay otro igual
Que me hizo comprender
Todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Hay que vida tan obscura
Sin tu amor no viviré

Pepe si mangia con gli occhi la sua amata Wanda, mentre Flettàx gli mangia le noccioline.
«Che mujer!» commenta tra sé e sé, chiedendosi cosa sarà mai quella bevanda che ha davanti.

The End

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«O saggio Po, un cruccio mi attanaglia»
Il vigoroso Svengard, il norreno che ha trovato un posto nel cuore della Calva Tettuta dopo la dipartita del Cavaliere, cammina avanti e indietro di fronte al cinese Po, che sta svolgendo i consueti esercizi di Tai-Chi nella posizione del babbuino artritico.
Il confuciano poggia entrambe le gambe a terra prima di rispondere al biondo vichingo.
«O glande uomo del nold» risponde il saggio «Sei ploplio siculo che sia un cluccio ad attanaglialti? Di solito il cluccio allovella, il dubbio attanaglia. Che ti cluccia, comunque , o glande?»
«Maestro» risponde un accorato Svengard, sorvolando sull’aggettivo usato dal cinese, «tu che conosci i più reconditi anfratti dell’animo umano, aiutami»
«Se posso, mio amico, lo falò volentieli. Anche nel mio intelesse, è una settimana che spacchi legna, tla poco il boschetto salà diventato un campo da golf. Dimmi pule, dunque» lo invita Po.
«Po, in nome delle antiche scorribande in risció, rispondi a questo quesito: sai dirmi per quale motivo in questa storia hanno partecipato cani e porci, e solo io sono rimasto a spaccar legna?»

Nostalgia, nostalgia canaglia

La canzone di Albano riflette lo stato d’animo che mi coglie quando penso alla Russia, e di quanto poco ho visto. Riuscirò a tornare un giorno? E sopratutto, per quel giorno avrò almeno imparato a presentarmi ed a pronunciare l’equivalente russo di “the cat is on the table”?

Tra l’altro Albano, con o senza Romina, in Russia è amatissimo, così come Toto Cotugno, e questo si spiega solo col fatto che anche i russi hanno nostalgia dell’Italia, ma com’era prima della caduta del muro, non com’è adesso. Anche il sottoscritto, peraltro, ma su questo mi pare di essermi espresso abbastanza.

Al ritorno dal giro di fine luglio scrissi qualche appunto, che riposto nel caso qualcuno abbia voglia di farsi un giretto ad est, prima che all’Imperatore Supremo Trumpone I non venga in mente di proibircelo come se fossimo mozzarelle.

Vacanze in Russia!

Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Viaggio in Russia – Mosca!

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Macerata, Alabama?

Quando, più di 35 anni fa, iniziai a lavorare a Parma, mi iscrissi alla locale associazione artigiani e, quando fu il momento dei dati di nascita, arrivato alla provincia MC, la simpatica impiegata mi chiese: «Massa Carrara?».
Questo per dire quanto fosse conosciuta la cittadina capoluogo di provincia, che dista una decina di chilometri dal mio paese natale.
Desta meraviglia che sia assurta agli onori della cronaca, e per vicende purtroppo non allegre: nel 2016 il terremoto, che ha causato distruzioni e danni a molti paesi (il territorio della provincia si estende dal mare all’appennino, alcuni paesi montani sono stati distrutti o danneggiati pesantemente, ed anche la fascia collinare non è stata risparmiata; tra l’altro anche il mio vecchio istituto tecnico è stato abbattuto perché non più agibile); ed ora questi episodi di violenza efferata che ne danno un’immagine niente affatto rassicurante.
Riassumo l’accaduto: una ragazza giovanissima scappa dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Corridonia (ricordate Pakistonia?) e si imbatte (o lo cerca, o questo la fiuta, ancora non si sa) in uno spacciatore nigeriano. Poteva anche essere italiano, ma era nigeriano. La ragazza va in casa di quest’uomo, muore o viene uccisa, dopodiché viene tagliata a pezzi, messa in due valigie e buttata in un fosso ai piedi del mio paese, Pollenza.
Pochi giorni dopo, con il presunto assassino in carcere, un esaltato con la testa piena di idee balorde si erge a vendicatore dell’italianità, sale in macchina e se ne parte dal suo paese, Tolentino, per andare a Macerata e sparare ai primi neri che trova in giro.

Fine, di parole ne sono già state spese tante che non voglio aggiungerne di ulteriori.

A me pensare a Macerata come il Bronx fa abbastanza ridere; per me è rimasta la cittadina dove noi paesani andavamo sempre con un po’ di timore reverenziale; dove tanti miei amici sono andati a studiare (Licei, Istituti Tecnici e Commerciali, Magistrali, Agraria e Scuola d’Arte, e l’Università che frequentai per ben tre giorni); la cittadina dove presi le lezioni di chitarra, e dello Sferisterio dove si tiene una bellissima stagione operistica estiva; delle squadre di calcio con cui ci confrontavamo nei campionati giovanili e che spesso ce le suonavano; del primo locale dove andammo a suonare con la nostra orchestrina; del magazzino di ferramenta dove mi mandava mio padre a comprare la vernice a credito, con la Vespa 125 eredità di mio zio emigrato a Torino (senza patente, ovviamente); il Corso, dove c’era un negozio di musica dove passavo sempre a comprare gli spartiti; dei Giardini, dove si aspettava l’autobus quando si era in anticipo, seduti sulle panchine guardando il trenino dello Sceriffo che girava; del negozio dove comprammo i nostri strumenti musicali… era la tristezza di un bambino alla finestra, pensando all’ospedale dove i miei erano stati ricoverati dopo l’incidente d’auto, era la preoccupazione prima di andare dal dentista… e della pizzeria delle Scalette con la mozzarella filante¹…

E’ un mondo che è cambiato così in fretta da sembrare quasi un altro mondo; pure il panorama è cambiato, là dove le colline sono state rivestite da distese di pannelli solari anziché di erba medica. Comunità di recupero, immigrazione, fanatici suprematisti, problemi sconosciuti o che riguardavano altre realtà lontane, le città,  il nord…
Forse fra qualche anno, quando tutto sarà un enorme melting pot, questi discorsi faranno ridere. Ai nipotini racconterò della mozzarella filante, e loro mi faranno girare intorno droni caricati con mini-bombette atomiche, non so. «E’ la globalizzazione, bellezza, guarda i lati positivi!» mi dicono.

Dovrò comprare gli occhiali adatti, perché io per quanto mi sforzi non vedo niente.

 

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¹ Può sembrare strano che ricordi così una pizza, ma il fatto è che nel nostro paese non c’erano pizzerie, c’era solo il forno che sfornava la pizza ma senza mozzarella, solo col pomodoro, oppure bianca con il rosmarino o la cipolla… sento ancora l’odore…

E non ci lasceremo mai

Nel 1975 Wess e Dori Ghezzi rappresentarono l’Italia all’Eurofestival (ora chiamato  Eurovision Song Contest che fa più moderno) con la canzone Era, che pochi tra cui il sottoscritto ricordano ma che ottenne un non disprezzabile terzo posto. Ancor più apprezzabile considerando che, nei sessanta e passa anni di vita della manifestazione, solo due cantanti italiani sono saliti sul gradino più alto del podio: Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno.  Alla faccia della patria del bel canto!

Quell’anno parteciparono 19 paesi; mancava tutta l’Europa dell’Est, compresa metà Germania,  e ignoro se oltrecortina si tenesse un analogo concorso ma tenderei ad escluderlo perché altrimenti Toto Cutugno avrebbe cercato di parteciparvi, magari accompagnato dal Coro dell’Armata Rossa.

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Toto Cutugno performs with Red Army Choir during the first night of the 63rd Sanremo Italian Song Festival at the Ariston theatre in Sanremo, Italy, 12 February 2012. The festival runs from 12 to 16 February. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Dopo decenni di disinteresse, quest’anno mi è capitato di seguire qualche sprazzo di manifestazione. Innanzitutto in concorso c’erano 42 paesi. Mi sono un po’ meravigliato; per quanto si cerchi di allargarla in tutti i modi, non mi sembra di ricordare che nella cartina fisica del nostro continente ci sia spazio per Armenia, Azerbaigian, Israele ed Australia. D’altro canto la cartina politica si è complicata e propone paesi di cui nel 1975 non studiavamo certo la capitale a scuola: Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Moldavia, Ucraina e Georgia, la stessa Russia nonché le già citate Armenia e Azerbaigian avrebbero potuto al limite gareggiare sotto le insegne della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; Croazia, Slovenia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Serbia e Montenegro avrebbero avuto diritto ad un solo rappresentante per la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia; la Repubblica Ceca che ha partecipato da sola, avrebbe trascinato anche la Slovacchia nella Cecoslovacchia.  Ungheria, Polonia, Bulgaria e Albania avevano al tempo altri problemini che li impegnavano, non so quanto le canzonette li appassionassero.

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Per tornare al concorso, la nostra rappresentante era la brava Francesca Michielin, che ha proposto la versione inglese del brano presentato a Sanremo. Nella serata finale in realtà quasi tutte le canzoni erano cantate in inglese; l’ho trovato l’ennesimo segno di colonizzazione culturale e sia in segno di disapprovazione che per incapacità di capire le parole, dopo poco mi sono appisolato. Mi sarei appisolato lo stesso, perché tanto non seguo nemmeno le parole in italiano, ma forse avrei resistito un po’ di più. Per la cronaca ha vinto una bella figliola ucraina, Jamala, con la canzone 1944, un pippone in anglo-tataro sulla deportazione dei tartari di Crimea da parte di Iosif Stalin. Si sottace sul fatto che i tatari erano accusati di collaborazionismo coi nazisti, ma si sa la coperta della storia viene stiracchiata a seconda della convenienza e dei vincitori.

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Tornando a noi, Dori Ghezzi all’epoca aveva nemmeno trent’anni ed era bellissima; Wess, quasi coetaneo, con un passato da bassista di Rocky Roberts, aveva una bella voce calda ed una faccia cicciottella che ispirava simpatia. Un bellissimo sodalizio artistico che dal 1972 al 1979 li portò a conquistare un’edizione di Canzonissima (Un corpo e un’anima) e a partecipare a diverse edizioni del festival di Sanremo con grande successo di pubblico e vendite.

Io avevo sedici anni, avevamo formato il nostro complessino e trovato (anzi ci aveva trovato lei) una cantante bravissima, Antonina, che ci faceva un po’ da sorella maggiore; ricordava in effetti Dori Ghezzi, recentemente ho rivisto una sua foto con i pantaloni a zampa d’elefante e mi sono stupito nel constatare come fossimo così ammirati dalla sua bravura che non facessimo nemmeno caso a quanto fosse bella.

Sapete che mi diverto ogni tanto a leggere dei giornali a caso di qualche paese del mondo. Recentemente sono capitato sulla Nigeria: tra i tanti problemi che ha, c’è quello dei rapimenti. A parte quelli “ideologici” di Boko Haram, ce ne sono di più “spiccioli”: si fermano ad esempio bus di lavoratori, i quali vengono sequestrati e costretti a consegnare bancomat e pin, e chi non li ha deve chiamare i familiari per far accreditare i soldi ai rapitori. Anche gli studenti vengono rapiti, e spesso di famiglie con parenti all’estero; siccome il legame di sangue è molto forte, sanno che se quelli in loco non possono pagare lo faranno quelli emigrati.

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In quegli anni i rapimenti si facevano anche da noi, e spesso finivano tragicamente. Nel ’79 toccò anche a Dori Ghezzi essere sequestrata in Sardegna con l’allora compagno, poi marito,  Fabrizio De André; per fortuna ne uscirono vivi e poterono vedere, tempo dopo, i  loro carcerieri assicurati alla giustizia.

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Perché scrivo queste righe, vi chiederete (ma anche no, dirà qualcuno tra i meno affezionati). E’ perché ieri, colpevolmente in ritardo (di sette anni!) , ho scoperto che Wess, dopo aver cantato mille volte “e non ci lasceremo mai”, ci ha invece lasciato. E’ morto per un attacco di asma, fine beffarda per un cantante, quella di rimanere senza fiato. Faceva anche lui parte di un mondo che non c’è più: quello dei televisori in bianco e nero, dei cantanti che non venivano allevati in batteria, del talento discreto, del pop per il popolo, quando il popolo c’era ancora.

(107. continua)

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Austerity!

Torniamo alle biciclettine rosse, che è meglio.

L’inverno 1973-1974 avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. I paesi mediorientali avevano deciso di chiudere i rubinetti del petrolio agli americani, come ritorsione per l’appoggio fornito agli israeliani nella guerra del Kippur; questo portò ad un aumento esagerato del prezzo del petrolio; e così i paesi europei, che in larga misura da quel petrolio dipendevano, si trovarono costretti a varare delle misure di contenimento dei consumi e degli sprechi: l’austerity.

Tra le varie misure prese, che comprendevano ad esempio lo spegnimento delle insegne commerciali e la fine anticipata dei programmi televisivi, quella che ricordo con più tenerezza fu quella di vietare assolutamente il traffico privato la domenica. Innanzitutto ci tengo a dire che quelle norme non furono la solita burletta all’italiana, del tipo: fatta la legge scoperto l’inganno. Potevano viaggiare solo i mezzi di trasporto pubblico e quelli di pubblica utilità (pompieri, polizia, ambulanze..) e le norme valevano anche per le autorità. I controlli erano capillari e le pene severe.

C’è da dire che per me e quasi tutti i miei amici cambiò poco: in paese grandi insegne luminose non ce n’erano e al cinema la sera non andavamo. Non abitando in pianura, la bicicletta d’inverno non era molto usata. Ma anche per gli adulti non cambiò granché: la società non era ancora completamente rimbambita dal consumismo; la domenica i negozi erano chiusi e non si andava in pellegrinaggio nei centri commerciali, che non esistevano nemmeno; i weekend erano roba da ricchi o da cittadini, da noi al massimo si poteva andare a fare delle scampagnate. L’automobile alla domenica serviva essenzialmente per andare a vedere la partita quando la squadra del paese, che allora militava in seconda categoria, giocava in trasferta.

La partenza di solito era organizzata così: ci si radunava in piazza alla sanfasò; si contavano le auto e ci si distribuiva in modo da ottimizzare il carico, riempiendole tutte fino al limite consentito, e si partiva in corteo. Car sharing, lo chiamano adesso. Questo in quell’inverno non si poteva fare: quindi i sostenitori si organizzavano affittando dei pullmann.

Certo i viaggi collettivi hanno tanti pregi ma anche qualche difetto: ricordo un ritorno da un paese di montagna, dove incautamente partii senza aver prima svuotato la vescica: vergognandomi di mostrare la mia debolezza e soprattutto la mia poca lungimiranza, sudai freddo tutto il tempo e la trattenni fino all’inverosimile finché, ormai rantolante, non dovetti cedere a pochi chilometri dal paese, implorando l’autista con voce appena udibile di fermarsi, che altrimenti gliela avrei fatta lì sopra.

Tornando a quelle antiche partite, non è che non ci fosse ogni tanto qualche scazzottata, ma l’impressione generale è che gli spettatori fossero meno esagitati di oggi: si ricorreva più all’ironia che all’insulto. Mio padre ad esempio non l’ho mai sentito insultare nessuno. Mio figlio non avrebbe potuto dire lo stesso di me, se solo mi avesse accompagnato in qualche partita, ma avrebbe dovuto nascere un po’ prima: infatti nell’ultima a cui ho assistito giocavano ancora Passarella e Altobelli ed il Como era in serie A, l’Inter schierava in porta Astutillo Malgioglio al posto di Walter Zenga ed io stetti tutta la partita sul chi vive per timore di essere coinvolto in qualche rissa, come mi era successo con un amico a Rimini in una gara di coppa Italia tra Rimini e Foggia, dove reputammo una buona idea metterci in curva con i suoi conterranei: invece proprio loro cominciarono non so perché a spintonarlo e si arrivò a scambiarsi delle sberle (più che altro a prenderle, le tecniche rudimentali di combattimento apprese nel corso ufficiali ci servirono a poco non avendo a disposizione un 40/70 Breda-Bofors, per chi è pratico di cannoni): smisero solo quando si qualificò insultandoli in dialetto: ma vafammokke a chi t’è stramurte!

Il mio fratello mezzano, dopo una promettente carriera da portiere, assecondando una vocazione autoritaria si iscrisse al corso arbitri. Severo ma giusto, raccontano le cronache: questo però non lo metteva al riparo da critiche di parte, che coinvolgevano spesso le comuni madre e sorella. Non avendo la patente, all’inizio lo accompagnava spesso nostro padre. Ho già accennato che mio padre ha iniziato a lavorare a dieci anni, a bottega da un fabbro: la mazza pesava quasi più di lui, per dire. Ha delle mani dure come il ferro, che non ha mai alzato su nessuno (fortunatamente); l’ho visto caricarsi in spalla un comò e portarlo in soffitta su una scala a pioli. E’ una persona mite, ma è meglio non rompergli le scatole, se intendete.

Dunque, durante una partita, un esagitato dagli spalti, in vicinanza della rete, si mise ad insultare l’arbitro, che incidentalmente era mio fratello; i ripetuti richiami alle prestazioni sessuali della sua, nonché mia, madre non furono graditi dal nostro genitore, che educatamente si avvicinò all’intemperante per chiedergli se effettivamente conoscesse la signora di cui decantava le lodi; alla risposta esageratamente affermativa capitò che a) il millantatore si ritrovò penzoloni, sorretto per la cinghia dei pantaloni ed il colletto della maglia, da un babbo comprensibilmente infastidito come potrebbe esserlo un gorilla al quale piombi addosso un bambino; b) l’ondeggiamento a cui fu sottoposto il buzzurro faceva presagire un suo pronto ingresso in campo e non dall’ingresso principale; c) solo un accorato appello della tifoseria vicina convinse mio padre dal desistere nel proposito di farlo planare in campo come invasore solitario. L’arbitro non fu più menzionato.

Avviso: la parte seguente con le biciclette rosse non c’entra. Sono sproloqui nostalgici, fossi in voi li salterei.

A questo penso quando si parla di austerità… parola che in Europa abbiamo prostituito, come giustamente dice l’ex presidente uruguagio, una delle persone che più ammiro, Pepe Mujica. Austerità è sobrietà dei consumi e dei comportamenti; limitazione del superfluo (non del necessario!); è tener conto che perché ce ne sia per tutti, ognuno deve rinunciare a qualcosa.

Non è il taglio dei servizi e dei diritti per dare soldi alle banche; non è strozzare interi popoli per gli errori ed i latrocini dei loro governanti, che erano spesso complici di quelli che adesso si ergono a giudici; non è regalare soldi pubblici ai padroni che non creano posti di lavoro ma vogliono solo risparmiare sui contributi (poi le pensioni le pagherà Pantalone); non è mantenere l’economia in deflazione per far si che chi è indebitato non possa mai uscire dai debiti; non è ridurre la democrazia a carne di porco cercando scorciatoie elettorali o costituzionali  autoritarie. Per me, intendiamoci: non pretendo di aver ragione…

(98. continua – ancora due ed è fatta)

malgioglio

Trent’anni dopo

Fa una certa impressione, almeno a chi come me all’epoca aveva tutti i capelli e quelli rimasti di un altro colore, riflettere sul fatto che sono passati trent’anni dal film “Ritorno al futuro”, simpatica commedia che nel suo secondo episodio immaginava un viaggio nel tempo che portava i protagonisti nel 2015, cioè oggi.

Se a quell’epoca avessi avuto a disposizione una DeLorean DMC-12 ed avessi intrapreso il balzo spazio-temporale, penso che avrei fatto un po’ fatica a riconoscermi, e probabilmente avrei pensato ad una qualche distorsione; e non parlo dell’aspetto fisico, che anzi a parte i capelli qualcuno  sostiene sia persino migliorato (lo prendo come un complimento), ma di tutto il resto.

“Va’ dove ti porta il cuore” si intitolava un noto romanzo che sfogliai appena, alla sua uscita; ed effettivamente là sono finito, ma allora non ne avevo idea. Avevo conosciuto da un annetto una ragazzotta lombardo-veneta simpatica e spigliata ma ero ancora ben lungi dal capire come sarebbe andata a finire; qualche anno dopo, sorridente in abito da sposa, lei mi confessò invece di averlo saputo da subito, e che io come al solito non capisco un tubo.

Ricordate Primuccio? Ve ne ho parlato a proposito del vino cotto serale, un toccasana; aveva avuto una vita movimentata ed avventurosa, era stato persino in America a stendere i binari dei treni; quando stava per mancare, a 99 anni, scherzando diceva che sua madre, morta a 104 anni, di là l’avrebbe preso in giro. Eppure a chi gli chiedeva cosa fosse stata la vita, la sua vita, rispondeva: “La vita è un ciuffiu”. Un soffio.

Con questa consapevolezza, sarei salito sulla DeLorean e chiuso gli sportelli: partenza, un attimo la durata del viaggio, e gli sportelli si sarebbero riaperti. La nube di fumo si sarebbe diradata, mi sarei guardato intorno e avrei visto l’altro me dopo trent’anni.

Dunque:  mi ritrovo a 500 chilometri da dove sono partito; quella là che mi saluta la mattina la riconosco, ha cambiato pettinatura mi pare; quello è mio figlio quasi alla mia età? Perbacco com’è alto. Quelli sono i miei amici? Mai visti prima. Ma che cavolo sto cantando, cosa ho avuto, una crisi mistica? Che dice quel gruppetto di ragazzini che mi saluta? Ci vediamo alle prove? Che prove? Teatro? Che c’entro io con il teatro? E il lavoro? Ah, meno male. Programmo ancora in Cobol. Dicevano che era obsoleto già nell’85, ed è ancora qua. Non vedo palloni in giro, mi sa che non gioco più. Dov’è che sto andando? A prendere il treno… oh no, ancora il treno… a Milano…

Buffo, mi sembra ieri che Milano mi sembrava su un altro pianeta, quando venivano in vacanza le sorelline milanesi al paesello;  mi ricordo anche che una volta, passando da Rimini, conobbi una ragazza milanese e facemmo una lunga chiacchierata. Alla fine ci salutammo e mi disse: no, tu a Milano non staresti bene, sei troppo calmo. Infatti mi sembra di vedere che sono diventato un po’ meno calmo.

E intorno, che succede?

Tutti hanno in mano qualcosa, sembra un telefonino, ci stanno pistolettando sopra, ma che fanno? Incrocio gente di tutti i colori e nazioni: forse c’è qualche fiera in giro, ma mi sembrano un po’ tanti. Aspetta, prendiamo un giornale, vediamo un po’ come sta andando il mondo: lo sapevo, Gorbaciov con le sue glasnost e perestrojka è riuscito a distruggere l’Unione Sovietica, e Leningrado è tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Tè, ho lasciato un papa polacco e ce n’è uno argentino. Meno male! L’America ha un presidente nero??  E non l’hanno ancora fatto fuori? Strano… Sono cose troppo grandi, vediamo un po’ che succede in casa nostra:  musica… concerto di Morandi e Baglioni… ah, ok, qui ci siamo. Politica: che fine hanno fatto i partiti che conoscevo? DC, PCI, PSI… spariti! What the Hell… il presidente del Milan è a capo del maggior partito di governo? E Beppe Grillo!!! Leader del maggiore movimento di opposizione? O la politica è diventata una barzelletta, o non so proprio che pensare. Vediamo il calcio… Sassuolo, Carpi e Frosinone in serie A? E no, dai, ragazzi non scherziamo.

Ho capito, devo aver toccato qualche tasto sbagliato: sono finito in un universo parallelo. Adesso riaccendo la DeLorean, torno indietro e ci riprovo.

(66. continua)

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