Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

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Una birra per Olena (XVII)

Fritz Gunnerbaum grattandosi la testa guarda sbalordito la donna che occupa la sedia a dondolo del gatto Ringo e che sembra in confidenza sia con sua moglie Ursula che con il suo superiore, il commissario capo Horst Tupperware. Poggia infine sul tavolo il piattino di torta che Ursula gli ha messo in mano, e sbotta:
«Signorina, visto che nessuno si degna di informarmi, non sarebbe così gentile da dirmi chi accidenti è lei e che ci fa a casa mia?».
Olena sorride ad Ursula, e con un cenno del capo le lascia la parola:
«Accomodati Fritz, adesso ti racconto tutto…» poi, quando il marito finalmente si siede, comincia a raccontare:
«Ci siamo conosciute nel 1988, a Seoul…»
«A Seoul? Che ci facevi a Seoul?» interviene subito Fritz, sbigottito.
«Fritz, per piacere, non cominciare ad interrompere. Cosa dovevo fare a Seoul? Ero alle Olimpiadi, no? Con la squadra di atletica della DDR»
«Con la squadra di atletica…» ripete Fritz «Ma che c’entravi tu con la squadra di atletica,  non facevi mica  sollevamento pesi? Tra l’altro allora non c’era ancora il sollevamento pesi femminile alle Olimpiadi…»
Ursula continua a raccontare, senza nemmeno ascoltarlo, persa ormai nei ricordi:
«Avevamo una squadra fortissima in tutte le discipline… vi ricordate? Portammo a casa 102 medaglie, secondi solo all’Unione Sovietica che ne vinse 132… e davanti agli americani, che ne presero solo 94. Per noi non era solo una questione sportiva, si trattava di dimostrare la superiorità del socialismo nello sviluppo armonico della persona rispetto al capitalismo»
Olena conferma, annuendo.
«Stronzate» interloquisce Fritz, zittito da un’occhiataccia della moglie.
«Fin da giovanissimi eravamo sottoposti a ritmi di allenamento massacranti… specialmente con noi donne erano molto severi, noi dovevamo essere i simboli dell’emancipazione femminile, con risultati che si avvicinavano sempre di più  a quelli maschili»
«Donne toste…» commenta Olena.
«Si, toste, ma a che prezzo… hai ragione Fritz, io non avrei dovuto partecipare a quelle Olimpiadi. Ma una mia compagna, Heidi Schmidt, una lanciatrice di peso, si infortunò. O così ci dissero…»
«Che vuoi dire, non era vero che si infortunò? E che le capitò allora?» chiede Fritz.
«Nei campionati mondiali precedenti aveva conosciuto un saltatore canadese… aveva deciso di scappare e chiedere asilo politico approfittando delle Olimpiadi, ma fu scoperta. Tutto questo lo venimmo a sapere molto dopo, naturalmente… allora ci dissero che aveva avuto un attacco di appendicite acuta, avevano dovuto operarla d’urgenza e c’erano state complicazioni. Io ero la prima riserva e presi il suo posto, e feci anche la mia bella figura…»
«Sei modesta, Ursula, una medaglia d’argento non è solo una bella figura…» dice Olena, con sincera ammirazione «tu eri una campionessa!»
«Una campionessa…» ripete con amarezza Ursula. «Lo pensi davvero, Olena? Tu sai bene come stavano le cose»
Ma prima che Olena possa rispondere, Fritz interviene:
«Olimpiadi, medaglia d’argento? Ursula, ma che storia è questa? Quando ci siamo conosciuti facevi la cameriera in una birreria e mi hai detto che avevi praticato un po’ di sport… e questo lo chiami un po’ di sport? E lei?» chiede Fritz a Olena «Anche lei ha praticato “un po’ ” di sport? E dove è stata tutto questo tempo, Ursula non mi ha mai parlato di lei!»
Ursula interviene:
«Fritz, lascia stare, queste sono cose che è meglio non…»
«No, Ursula, tuo marito ha ragione, ha diritto ad una spiegazione» la ferma Olena, alzandosi in piedi con sollievo del gatto Ringo.
«Mi chiamo Olena Iosifovna Smirnova, all’epoca avevo diciannove anni e facevo parte dei servizi di sicurezza sovietici»
«Servizi di sicu… che mi venga un colpo, il KGB?» chiede Fritz, ormai totalmente stordito.
«Esatto, per la precisione ero sottotenente ed avevo l’incarico di agente provocatore. Dovevo fingermi interessata alla fuga in occidente, scoprire la rete che gestiva le diserzioni e neutralizzarla»
Fritz trasecola:
«Neutralizzarla? Ma in che senso, scusi, doveva denunciarli?»
«Eliminazione fisica, preferibilmente» continua Olena senza cambiare tono.
«Ufficialmente facevo parte della squadra di biathlon, come riserva. Potevo girare per il villaggio olimpico e fu così che conobbi Ursula…»

«Tu lo sapevi?» chiede esterrefatto Fritz.
«Ma certo che no, sciocco! Mica andava in giro a dire “ciao, sono un agente segreto!”. Ci siamo incontrate in palestra, Olena non passava inosservata, era sempre attorniata da maschietti diciamo, ehm, interessati»
«Faceva parte del mio compito quello di mettermi in mostra»
«E ci riuscivi parecchio bene…» ridacchia Ursula, e continua «Così bene che qualcuno pensò che se ne potesse approfittare. Una sera la squadra di pallanuoto turca la aspettò nel sottopassaggio che portava dalla palestra al villaggio. L’avevano studiata bene, avevano messo persino dei complici agli ingressi del sottopassaggio, per avvisare in caso di “disturbi”. Quella sera, uscendo dalla palestra, le cadde dal borsone la giacca della tuta… pensai che avrebbe dovuto rimborsarla, e così le corsi dietro per riportargliela» poi, notando l’occhiata di Fritz, puntualizza: «Pesavo ottantadue chili allora, ero un concentrato di muscoli, non come… adesso» constata Ursula con amarezza, indicando il suo corpo eccessivo. «Insomma, immagina ottantadue chili lanciati in velocità ed un cretino che ti indica di fermarti, e per di più brutto. E’ volato come uno straccetto senza nemmeno il tempo di dire “ahi” e sono piombata come un missile nel sottopassaggio e lì mi sono trovata davanti a quella scena…»

Olena a questo punto le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio.
«La stavano spogliando… lei era incosciente, dalla testa le colava un filo di sangue, l’avevano colpita a tradimento quei maiali»
Fritz, a bocca aperta, non riesce a staccare gli occhi da sua moglie, cercando di trovare nella casalinga che ha davanti le tracce della sconosciuta che gli si sta rivelando.
«Indossavo ancora la cintura addominale, sai, quel cinturone che si usa nel sollevamento pesi, allora li avevamo in cuoio pesante con due grandi fibbie di ottone… quelli avevano già i pantaloni abbassati, cominciai ad urlare e a picchiare come una pazza, cercavano di scappare e cadevano, ed io picchiavo, e picchiavo, e picchiavo, per Olena, per la rabbia, per i miei allenamenti di merda, per il corpaccione goffo che mi ritrovavo, per Heidi…»
Ursula si interrompe, con le lacrime che le scorrono lungo il viso. Olena la abbraccia e le accarezza i capelli, sussurrandole all’orecchio:
«Basta, Schutzi, è tutto passato, è finito…»
Ursula alza il mento, tira su col naso, e sciogliendosi dall’abbraccio seguita:
«Per fortuna Olena si riprese e me li tolse dalle mani, sennò li avrei ammazzati tutti… Il giorno dopo furono rimpatriati, i loro dirigenti dissero che avevano avuto un incidente stradale…»
«Già, avevano avuto un frontale con il TIR Schutzentagger…» ride Olena.
«Incredibile… ma perché non me ne hai mai parlato, Ursula?» chiede Fritz, commosso, colto poi da un pensiero improvviso:
«La squadra di pallanuoto… non era una squadra turca quella che cadde con l’aereo, l’anno dopo? Erano partiti da noi, da Dresda, giusto? Che strana coincidenza…» dice Fritz, fissando intenzionalmente Olena.
Olena sostiene il suo sguardo, e arricciando le labbra in un sorriso beffardo, risponde:

«Il mondo è pieno di coincidenze, Herr Gunnerbaum»

Berlin, Junioren-Sportfest, Katrin Krabbe

Una birra per Olena (XVI)

«Vostro onore, mi dichiaro innocente!»
Il giudice istruttore, Walter Ritzenberg, uno scapolo quarantenne alto e magro con dei capelli rossi arruffati ed una barbetta rada dello stesso colore, abbassa la testa per osservare, dal di sopra degli occhialini alla Cavour che correggono la sua miopia e gli danno un certo tono autorevole, la donna che siede dall’altra parte della scrivania, assistita nella traduzione da quello che ha presentato come suo avvocato.
La donna, fasciata da un completo rosso Valentino impreziosito da un turbante Mantero in twill di seta, si  sventola con un ventaglio in madreperla e, accaldata per l’agitazione slaccia i bottoni della giacca, movimento che lascia intravedere un top che fatica a contenere i seni della quinta abbondante, come giudica il giudice ad un esame sommario, seni posti ancor più in risalto dal fatto che la donna è seduta sul bordo della sedia protendosi verso Ritzenberg come a chiedere protezione.
Il giovane giudice, che è tutt’altro che insensibile al fascino femminile, si premura di rassicurarla.
«Deve esserci un equivoco signora, lei non è assolutamente accusata di nulla. Glielo dica anche lei, avvocato, questo è solo un colloquio informativo, pura routine»

«James, avevi ragione tu, come sempre» dice Gilda all’uomo alle sue spalle. Poi, riallacciatasi la giacca e mettendosi più comoda sulla sedia, con delusione di Ritzenberg, passa subito all’attacco, recuperando la  grinta da padrona del vapore:
«Caro giudice, capirà che il mio tempo è prezioso. Ho diverse fabbriche da portare avanti e centinaia di lavoratori che dipendono da me e che aspettano che ci facciate riaprire al più presto, pertanto la pregherei di essere conciso. Di che si tratta?»
Walter Ritzenberg , sconcertato dal cambiamento di tono, fatica a riprendere il filo.
«Ehm… voi producete pasta ripiena, dico bene Frau Rana?»
«Bè,questo non mi pare sia un segreto, dico bene giudice? Siamo leader anche nel vostro paese, tra l’altro. Ma perché quest’interesse per la pasta, Herr Ritzenberg?»
«In realtà, signora, l’interesse più che per la pasta è per il ripieno»
«Ah davvero?» dice sorpresa Gilda.«Se ha qualche curiosità chieda pure, giudice, anche se forse sarebbe stato più adatto il nostro direttore della produzione»
«Già, l’ingegner…» il giudice cerca il nome tra le sue carte, e finalmente lo trova «Ingegner Jürgen Matthaeus. Ecco, l’abbiamo cercato in realtà, ma sembra essere irreperibile. Come peraltro il vostro direttore amministrativo… Ha lasciato per caso qualche messaggio, qualche recapito?»
Gilda,dopo aver lanciato di sottecchi un’occhiata all’imperturbabile James, risponde candidamente:
«Giudice, capirà che non sono la segretaria dell’ingegner Matthaeus…»
«Naturalmente, naturalmente signora. Lo chiedevo solo perché in realtà abbiamo già sentito la segretaria, ma non è stata in grado di darci indicazioni utili»
«Ah, peccato, sarà andato a pesca. Avete provato a cercarlo in qualche lago della foresta Nera? Ricordo che ogni tanto ne parlava. Potreste chiedere a sua cognata, Hilda, magari ne sa qualcosa» suggerisce Gilda maliziosamente.
«No, sua cognata dice che non si fa vivo da qualche giorno. »
«Mi dispiace allora, non saprei come aiutarvi» taglia corto la Calva Tettuta. «Possiamo andare adesso?»
«Un’ultima cosa, signora. Come sa la finanza ha ispezionato i magazzini ed i libri contabili…»
«A proposito di questo» dice Gilda che fatica a contenere l’indignazione, oltre che i seni «ce n’era proprio bisogno? E quand’è che toglierete i sigilli alle fabbriche?»
«Solo un attimo signora, mi permetta di spiegare… volevamo capire se c’erano stati degli ammanchi, qualche furto di merce, dei furti di materiale, e che i responsabili avessero interesse con gli incendi a far sparire le prove… per questo abbiamo verificato anche i riscontri con le bolle di consegna»
«Che ti dicevo James? Controllavano le bolle. E i contribuenti pagano… E cosa avete scoperto, caro giudice?»
«Voi avete diverse linee di produzione, giusto?»
«Ma certo che abbiamo diverse linee, noi diversifichiamo, cosa crede! Abbiamo le linee classiche, le stagionali… ad esempio a maggio ripieno fave e pecorino, in autunno prosciutto e fichi… poi ogni tanto lanciamo delle novità: adesso per esempio abbiamo un brasato al mojito che sta andando alla grande»
«Al mojito? Interessante» afferma il giudice con un brivido di raccapriccio. Poi poggia gli occhiali sul tavolo e fissa Gilda freddamente negli occhi:
«E, Frau Rana, che linea pensavate di lanciare con i trenta quintali di nandrolone che abbiamo trovato nei vostri magazzini?»

E’ la volta di Gilda a rimanere interdetta dal cambiamento di tono del giudice:
«Nandrolone, nandrolone… mi ricorda qualcosa ma su due piedi non saprei dire, ci vorrebbe il nostro direttore Ricerca e Sviluppo… » e, non badando ai colpetti di tosse di James, continua:
«E’ qualcosa di esotico? Il nome è evocativo, ricorda il merolone¹ e il nostro marketing potrebbe anche lavorarci su… So che in Nuova Zelanda stiamo per lanciare il kiuzzo, ripieno di kiwi e struzzo, ma non mi pare che c’entri questo nandrolone… James caro, per caso è uno dei tuoi caffè?»

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¹ Valerio Merola è un conduttore televisivo, abbastanza conosciuto negli anni ’80 e ’90, che nel ’96 fu coinvolto in un’inchiesta per violenza sessuale accusato da alcune “soubrette” di aver preteso rapporti sessuali in cambio di apparizioni TV. In un caso si difese sostenendo che le dimensioni del suo pene (da qui il “merolone”) non gli avrebbero consentito di avere il tipo di rapporto che l’accusatrice sosteneva di aver dovuto subire. L’inchiesta, per la cronaca, non arrivò mai a processo, e servì solo a “sputtanare” i protagonisti ed a rovinare loro le carriere e, in qualche caso, ad accorciargli la vita (vedi Gigi Sabani).

Dammi una lametta che mi taglio le vene

Così cantava Donatella Rettore nel 1982, l’anno in cui la nazionale di calcio di Bearzot vinse il Campionato del Mondo e in cui la mafia uccise Carlo Alberto dalla Chiesa, l’anno della guerra delle Falkland (o Malvinas) tra Argentina e Gran Bretagna e di film come Rambo, E.T. e Blade Runner; la Olivetti presentava il Personal Computer M20, nato per far concorrenza al neonato PC IBM, a cui seguì l’anno dopo l’M24; in America il presidente era l’ex-attore Ronald Reagan, mentre in Unione Sovietica finiva l’era Breznev ma la perestrojka era ancora ben lontana (per fortuna); in Italia c’era un governo pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) guidato da Giovanni Spadolini, il primo governo repubblicano guidato da un non democristiano (a dicembre però il governo cambiò ed i DC si ripresero la guida, con Fanfani). Nella pressochè totale indifferenza un certo Umberto Bossi, un perito elettronico con diploma preso per corrispondenza, fondava la Lega Autonomista Lombarda che alle successive elezioni politiche del 1983 nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio raccoglierà ben 157 voti.
L’Istat aveva appena certificato che, su tutto il territorio nazionale, erano presenti ben 321.000 stranieri, per cui si provvide a stabilire delle norme per regolarizzare quelli che non erano in possesso dei documenti.

Avevo allora 23 anni, e in ottobre mi trasferii a Parma per lavorare come programmatore in una giovanissima azienda informatica. Parma è una bellissima città dove la prima cosa che imparai fu che il salame di Felino non era fatto col gatto (quello lo fanno a Vicenza, mi canzonavano gli amici) e la seconda è che tutti vanno in bicicletta non importa che tempo faccia. Prendevo 800.000 lire lorde al mese, che facendo un po’ di conti, tenendo conto dell’inflazione, corrispondono a più di 1.400 euro attuali: non male anche se, dovendo mantenermi, ci stavo dentro a malapena ed a dicembre chiesi un aumento, che mi accordarono (ero bravo, modestamente): un milione.
Scoprivo, con meraviglia, di aver letto molti più libri della gran parte delle persone con cui lavoravo tra cui i miei capi, e di conoscere anche la situazione politica molto meglio di loro: meraviglia, dico, perché venendo da un paesino soffrivo un po’ di complessi di inferiorità e pensavo che la gente di città fosse più “avanti”, ma in fondo Parma era più un paesone che una città…

Ripensando a quei tempi non riesco a capacitarmi di come di quel mondo l’unica cosa che si è salvata sia la Lega e mi prende una botta di tristezza, una sensazione strana come di essere punito ingiustamente per qualcosa che altri hanno commesso: ma forse, come diceva l’altro Umberto, quello colto, il Tozzi, gli altri siamo noi e allora è giusto così, piglia su e porta a casa.
Rettore, ce l’hai ancora quella lametta?

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Una birra per Olena (XV)

Ursula Schutzentagger, che indossa un grazioso grembiule con disegni marini dove campeggia la scritta “Bellaria sole cuore e amore” ricordo del viaggio di nozze,  entra in soggiorno sorreggendo una teglia appena uscita dal forno, contenente il suo famoso stinco alla birra con patate arrosto.
Suo marito, l’agente scelto Fritz Gunnerbaum, la ammira orgoglioso mentre distribuisce generosamente pezzi di carne a lui ed ai loro ospiti, sua cugina Rose Zizzander ed il commissario capo Horst Tupperware.
Rose Zizzander, fresca vedova del terzo marito, è una spilungona segaligna sui sessantacinque anni, con i capelli biondo platino raccolti in uno chignon che la allunga ancora di più; l’invito non è stato fatto a caso, Fritz spera che l’esperta cugina riesca ad entrare nelle grazie del commissario capo, per il quale pur essendo più giovane si preoccupa come un fratello maggiore.

Rose, fattasi intraprendente dopo la terza bottiglia di birra, si rivolge civettuola a Horst:
«Non si sente bene, commissario? E’ così taciturno… e non sta mangiando niente, sta solo piluccando…».
In effetti Horst, distratto, sta sminuzzando la carne dello stinco in piccoli pezzi che impila con la forchetta uno sopra l’altro, e la voce della vedovella lo scuote:
«Oh, mi perdoni, frau Zizzander, sono un pessimo commensale. Questo caso che abbiamo tra le mani mi impegna molto…»
«Sgrumpf!» commenta Ursula, (“figurarsi”…), mentre il marito le lancia un’occhiata di supplica.
«Il caso dei tortellini, non è vero? Avete un’idea di chi possa essere stato?» chiede Rose, e continua senza attendere risposta: «Sicuramente qualche immigrato. Lo diceva sempre il mio povero terzo marito Hermann, pace all’anima sua: questo posto è diventato un casino» Poi, chinandosi verso il commissario mettendo in mostra lo scarso decolté e sfiorandogli con finta distrazione il ginocchio, gli chiede:
«Lei che ne pensa, commissario capo?»
«Ehm, a che proposito, signora?» risponde l’imbarazzato Tupperware.
«Ma commissario, non mi chiami signora, mi fa sentire vecchia… mi chiami semplicemente Rose… anzi non potremmo darci del tu?» incalza appoggiandosi ancor di più, e senza dar tempo di rispondere continua: «dicevo, cosa ne pensi, è stato qualche immigrato?»
«Purtroppo frau, ehm… Rose, non possiamo parlare delle indagini in corso, capirai, una parola fuori posto potrebbe compromettere le indagini… al momento comunque non abbiamo elementi per sospettare il coinvolgimento di stranieri»
«Umpf!» sottolinea Ursula, a voler dire “Non sapete niente, come al solito”.

In quel momento si sente suonare il campanello di ingresso. Ursula guarda interrogativamente il consorte, che appare sorpreso quanto lei. Dato che il campanello insiste, Fritz si stringe nelle spalle, si alza e va ad aprire.
Alla porta c’è una donna statuaria avvolta in una pelliccia violetta, che senza dire una parola gli mette in mano una Florentiner Torte della celebre Konditorei Widmann ed una magnum di champagne Brut Rosé Dame-Jane di Henri Giraud, dopodiché gli passa davanti ancheggiando senza degnarlo di uno sguardo.
«Buonasera a tutti» saluta i presenti, rimasti con le forchette in aria e le bocche aperte.
Poi si avvicina alla padrona di casa, immobilizzata dalla sorpresa, e le stampa in bocca un bacio alla russa:
«Buon compleanno, Schutzi» dice infine all’esterrefatta Ursula, che finalmente riacquista la parola:
«Olena Iosifovna Smirnova?» chiede incredula la tedesca. «Per la miseria Olena, a momenti mi fai venire un colpo. Che ci fai qua?»
«Sono venuta a trovare i vecchi amici, compagna Schutzentagger» e poi, rivolta ad Horst:
«A proposito, panzerotto, non ti avevo detto di chiamarmi? »
«Panzerotto?» chiede Rose a Horst «Tu conosci questa “signorina”, caro?»
«Ehm, ecco, la storia è un po’ lunga, cara Rose, non vorrei annoiarti… magari te la racconterò un’altra volta. Adesso però si è fatto tardi, e tu sarai senz’altro stanca, ti chiamo un taxi…»
«Ma io non sono affatto stanca! Sono appena le nove, e non abbiamo ancora mangiato la torta!»
Ursula a questo punto si alza, e con tutto il tatto di cui dispone si rivolge alla cugina del marito:
«Rose, hai dieci minuti per toglierti dalle palle»
«Che cosa?» strilla la vedova «Togliermi dalle palle? Non sono mai stata trattata così in vita mia! Fritz, tu non hai niente da dire?» chiede al cugino, che si guarda bene dal contrariare sua moglie.
«Ah, è così dunque! Non rimarrò in questa casa un momento di più, allora! Ma prima voglio dirvi cosa penso di voi» sbraita raccattando il suo soprabito e la sua borsetta.
«Tu!» dice a Fritz «sei un cacasotto senza palle e tu!» a Horst «sei un finocchio, “panzerotto”! E in quanto a te, brutta panzona, il tuo stinco fa caca… »
Fritz riesce appena in tempo a portare fuori di casa la cugina prima che Ursula, già lanciata, la usi come zerbino per le scarpe, e la accompagna beccandosene tutti gli improperi lungo i tre piani di scale che la portano all’uscita. Quando ritorna, Horst sta stappando lo champagne, Ursula taglia la torta ed Olena si è tolta la pelliccia e siede sulla sedia a dondolo in vimini di solito dominio del gatto Ringo, che ha ceduto il posto ad un felino più grosso.
Fritz si avvicina al tavolo in silenzio, prende il calice che Ursula gli porge e lo tracanna in un sorso.
«Adesso posso sapere anche io che cavolo sta succedendo?»

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