Funiculì Funiculà

Un momento fondamentale di emancipazione era la gita scolastica. In terza media, con la sezione C di inglese, partimmo per Napoli. Non esagero dicendo che alcuni di noi non erano mai andati più lontano del capoluogo. Io potevo considerarmi un viaggiatore scafato, perché ero stato diverse volte al mare e poi perché una volta avevo preso il treno: i miei nonni mi avevano portato con loro a trovare una zia che abitava a Martinafranca, in Puglia. Ma non divaghiamo, questa è un’altra storia.

Inizierò col dire che Napoli mi fece una grande impressione. Infatti ci tornai solo dopo quarant’anni.

Arrivammo di sera, e il paese d’ ’o sole non ci apparve idilliaco: pioveva, e la città era avvolta da una nebbiolina grigiastra. In lontananza si vedevano delle ciminiere: le acciaierie di Bagnoli, allora terzo centro siderurgico italiano.
La gita prevedeva le visite di Napoli, Pompei e Caserta; fu una vera iniziazione sotto molti versi.

Una sera, forse proprio la prima, uscimmo inquadrati per andare a mangiare la pizza. Allora nei dintorni del mio paese c’era una sola pizzeria, anzi era un ristorante che faceva anche pizzeria. Per il resto la pizza era quella che si comprava al trancio, più che altro per ricreazione, ma mica spesso. Non era costume comunque che famiglie di operai o artigiani o agricoltori andassero al ristorante. Ci si andava per le occasioni, le cerimonie, ma la sera si mangiava ognuno a casa propria.
La pizza di Napoli fu quindi in assoluto la prima pizza “al piatto” : un buon inizio, tutto sommato; tra l’altro il locale buio dove ci avevano portati certificava di aver dato i natali alla vera pizza margherita. A giudicare dallo stato dei tavoli, poteva essere vero.

Usciti da questa pizzeria, io e due compagni di merende, Marco e Antonello, eravamo qualche passo avanti agli altri. Ci avevano raccomandato di non allontanarci, ma non avevano specificato di quanto. Da un angolo, in quei vicoli stretti, saltò fuori una donna. No, cioè, un uomo. Un uomo vestito da donna! O mamma, ma allora esistevano per davvero! Ci accolse con un rutto formidabile, che ci fece sobbalzare, e poi declamò: “Benvenuti a Napule!”. Sento ancora la sua risata riecheggiare dietro le nostre spalle, mentre scappavamo a perdifiato.

Non so se a quattordici anni i ragazzi di oggi si meraviglino ancora di qualcosa. Io gli auguro di si, di mantenere pur nel loro mondo ipertecnologico uno spazio per l’ingenuità, lo stupore, l’innocenza.

Noi ingenui lo eravamo, innocentini insomma. Proprio in centro al paese c’era un cinema, chiamato della Signora per via della donna che lo gestiva e faceva i biglietti; la sera del giovedì, se non erro, la programmazione prevedeva sovente qualcuno di quei filmetti vistati dalla censura con il divieto ai minori di 14 anni. Recentemente rivalutati a livello di cult, pensa te.
Un titolo su tutti, immortale: “Giovannona coscialunga, disonorata con onore”, con Edwige Fenech e Pippo Franco.
Le prove della banda finivano giusto a metà del secondo tempo. La biglietteria a quell’ora era lasciata sguarnita, e si poteva tentare il colpaccio. Non sempre riuscivamo. A volte, quando a suo insindacabile giudizio la Signora decideva che proprio lo spettacolo non facesse per noi, si materializzava e ci sbarrava la strada.

A Pompei fummo vittime di una grave discriminazione: non ci fecero entrare nel lupanare. Dipinti licenziosi avrebbero potuto turbare delle giovani menti non ancora solidamente formate, dissero. O, molto probabilmente, la Signora aveva telefonato ai custodi. Quando finalmente quattro decenni dopo l’ingresso mi si schiuse, mi accostai agli affreschi con tenerezza.

Fu un attimo, e mi balenarono davanti agli occhi Edwige Fenech, Pippo Franco e tutta la Terza C.
Sorrisi, ed uscii.

(14. continua)

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Dammi il tuo amore, non chiedermi niente

Un consiglio a chi ne fosse tentato: non crediate di riuscire a fiaccare la resistenza di qualche ragazza tedesca a qualche vostro  approccio, pur legittimo, con qualche pinta di birra. Tempo sprecato, non sopravvalutate le vostre forze.

Da noi non si usava andare in ferie. Non ce n’era la necessità ne tantomeno la possibilità; la cosa non ci pesava, avendo a disposizione tutta l’estate per fare quello che ci pareva.
Le occasioni per uscire di casa erano: da piccoli, come ho accennato, le colonie; da ragazzi, i campi estivi con l’oratorio.

La prima volta che partii quindi per una vera vacanza ero già grande. Con la 127 di un amico del nostro batterista Sergio, partimmo alla volta di Lignano Sabbiadoro dove Giancarlo, lungi ancora dal diventare regista, stava svolgendo servizio come pompiere (vigile del fuoco, intendo). Antonina lo aveva raggiunto da qualche settimana in campeggio, dunque eravamo già un bel pezzetto di orchestra.

Il campeggio era ben attrezzato; tra le altre cose c’era un tavolo da ping-pong (rieccolo) dove ci trovavamo la sera, prima delle penne all’arrabbiata di Antonina. Subito ci adocchiò una coppia di ragazzine, due sorelle, abbastanza critiche sulla nostra tecnica di gioco. La loro missione divenne quella di istruirci con l’esempio: guardate e imparate.
Cercammo di superare la barriera linguistica ricorrendo alle canzoni: iniziammo con Deutschland Deutschland uber alles, ma ci mettemmo poco a capire che l’inno nazionale tedesco (tra l’altro della sola Germania Ovest) pur eseguito con perizia difficilmente avrebbe fatto breccia nei loro cuori: anche perché si trattava di austriache, e l’Anschluss del 1938 era ampiamente superato.
Non so chi ebbe il colpo di genio di attaccare “Tu sei l’unica donna per me” di Alan Sorrenti. Il motivo era in voga anche oltr’Alpe, ed ebbe senz’altro successo. La giovane Heidi apprezzò; anche troppo se è vero che ogni volta che ci incontrava richiedeva un bis. Quando tutto si avviava quindi verso una felice commistione di popoli, la nostra vacanza finì.
Ebbi la balorda idea di andare a tagliarmi i capelli; il barbiere vedendomi ben abbronzato mi scambiò per il rampollo di qualche sceicco arabo, e mi fece oggetto di una rapina a mano armata (di forbici). Soldi finiti, vacanza finita. Ciao Heidi.

Pochi mesi dopo ero in servizio come ufficiale di complemento presso la Caserma “Giulio Cesare” di Rimini. Capitò un’emergenza che richiedeva un alto spirito di corpo e sacrificio: il pari grado Fausto, compagno di corso, avendo incautamente dato appuntamento a due ragazze contemporaneamente e non godendo del dono dell’ubiquità, chiese a due camerati fidati e disinteressati di tener compagnia alla sua amica. Così io e il commilitone Michele ci attivammo, e con la 1100 bianca che avevamo comprato da un parente di un sergente ci recammo all’appuntamento. Li trovammo la vittima, che chiamerò Soggetto A, ed una amica, Soggetto B.
Soggetto A si dimostrò piuttosto sorpresa di trovare, al posto del pilota dell’Alitalia per cui si era spacciato il nostro Fausto, due soldati della contraerea, per quanto ufficiali. Soggetto B, più pragmatica, concordò con noi che visto che ormai si era lì, tanto valeva andare a cena.

Chi da questo punto in poi si aspettasse particolari piccanti rimarrebbe deluso. Primo, perché anche se ci fossero stati ne manterrei uno stretto riserbo. Il gentiluomo gode e tace, come non mancava di ammonire anni dopo il mio direttore, ex ingegnere Ibm. Secondo, perché non successe molto.

Le vedemmo massacrare due piatti di spaghetti al ragù con coltello e cucchiaio (non erano leggende quelle che giravano sulle crudeltà dei tedeschi). E bere birra, tanta. Intuimmo troppo tardi la loro tattica dilatoria. Una rimaneva al tavolo a fare il pieno, l’altra andava in bagno a svuotare, e così via.
Il fattore tempo a quel punto era contro di noi. A mezzanotte la nostra carrozza si trasformava in zucca, come capirà chi è pratico di contrappelli.

Dei due, il più motivato era senz’altro Michele. Verso la fine della serata, pose categoricamente alle teutoniche un aut-aut. L’ultimatum, come prevedibile, venne rigettato.
Ammettendo la sconfitta, quindi, ci ritirammo in buon ordine. Ricordo confusamente la vista, dallo specchietto retrovisore della 1100 vuota, di due ragazze che sbracciandosi salutavano in un italiano stentato.
Bronzi, o teste di mazzo, qualcosa del genere.

(13. continua)

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Gioca Jouer

La mia carriera di attore si esaurì in un giorno, al teatro comunale “Giuseppe Verdi” di Pollenza strapieno in ogni ordine di posti, come accade sempre e specialmente quando la compagnia è composta da beniamini locali. La patria ci aveva chiamati in successione a servirla, e quindi con l’orchestra non facevamo più serate. La nostra cantante, Antonina, aveva scritto una piccola commedia, più che altro un pretesto per mettere in scena un varietà: musica, scenette e qualche balletto. I protagonisti erano dei ragazzi che si ritrovavano in una villa incantata, e tra uno sketch e l’altro cantavano delle canzoni. Memorabile il Gioca Jouer di mio fratello Ernesto, quattordicenne, con balletto e coreografie curate da sue coetanee, successo strepitoso.
L’idea della villa incantata la rubai anni dopo, per i miei Tonti Viventi.

Non so voi, ma io sono convinto che non tutto si possa spiegare con il caso.
Una sera a Milano, dieci anni dopo, uscito dal lavoro in pieno centro, vicino Piazza Duomo, la coda dell’occhio registra una donna assorta davanti a una vetrina. Passo via, ma una spia si accende nel cervello. Dopo qualche passo realizzo e torno indietro. “Antonina? Ma che ci fai qua?”

Capirete che Milano non è proprio piccola, e non è facile che due persone lontane 500 chilometri si incontrino, senza appuntamento. Era in tournée con la Compagnia della Rancia di Saverio Marconi, con “A Chorus Line” al Teatro San Babila; sarta-guardarobiera ma avrebbe potuto cantare tranquillamente, senza sfigurare. Procurò a me e mia moglie due biglietti per lo spettacolo; quando entrai nei camerini per ringraziarla, il regista in persona andò a chiamarla.

Quei ragazzini, comunque, non erano dei debuttanti. Pochi mesi prima eravamo stati ingaggiati con l’R7 per il Veglione Rosso di Carnevale al Park Hotel, un bel ristorante con sala da ballo. Organizzava la Società Operaia e l’accordo era che l’incasso sarebbe stato diviso a metà, ma noi avremmo dovuto animare anche il pomeriggio, per le mascherine. Così, sempre con Antonina, arruolammo mio fratello e altri suoi amici/amiche e preparammo una decina di canzoni. Io alla chitarra, con batteria e fisarmonica. L’orologio matto, Cancaminì spazzacamin, Furia cavallo del west…

In pratica dovevo dire una sola battuta, appena entrati, tipo “Ma che strano posto!”.  Essendo di natura riservata, ho sempre dovuto lottare per tenere sotto controllo rossori e battiti accelerati. Dissimulando abbastanza bene, tanto che da sottotenente il capitano mi aveva giudicato un freddo (seh… freddo un corno). Però il pubblico mi metteva soggezione, e la paura che la voce non uscisse al momento giusto era tanta. Insomma, entrammo, e dissi la mia battuta. Non credo l’abbiano sentita in molti, visto che si era appena alzato il sipario e io non attesi che gli applausi terminassero, ma del resto non si trattava di “Essere o non essere”.

Qualcuno dirà: ma come, facevi le serate, e ti vergognavi a parlare in pubblico? E si, proprio così.
A differenza di adesso, dove diversi freni inibitori si sono allentati, allora al microfono non spiccicavo parola. Anzi, nessuno spiccicava parola tranne Antonina, appunto, e Giancarlo, suo marito, un mattatore che ci faceva da impresario/presentatore.
Quindi dissi la mia battuta, il più velocemente possibile ed in apnea, e la archiviai tra le esperienze da non ripetere.

I miei due amici, invece, si sono poi dedicati tutta la vita al teatro: Giancarlo ha studiato ed è diventato un ottimo regista; sempre insieme ad Antonina hanno allestito decine di spettacoli e allevato generazioni di attori; adesso Sarah, figlia d’arte, ne segue le orme.

Se fossero ancora qui con noi sarebbero sorpresi, direi increduli, di vedermi alle prese con parti, copioni, costumi e scenografie. A volte, quando non mi è chiaro come risolvere una scena, mi viene da pensare: chissà questa come l’avrebbero fatta loro. Magari da qualche parte si guardano e scuotono la testa. Non è per te, Giò, lascia sta’.

(12. continua)

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L’importante è finire

Tutti conoscono, credo, il motivo musicale che accompagna i collegamenti televisivi in Eurovisione. Pochi invece, sono sicuro, sanno che si tratta dell’attacco del “Te Deum” di Marc-Antoine Charpentier, compositore barocco.

Devo confessare che tra le mie modeste doti artistiche non rientra la pittura. Sono rimasto alla casetta col comignolo fumante sulla collina, se capite cosa intendo. I miei più grandi capolavori delle medie sono: Banda in piazza per il primo maggio, dove alle divise di colore grigio (avevo finito il blu) si unisce il grigio del selciato; e la Fuga di Renzo e Lucia (profetico, questo), dove al nero del lago di Como di notte si unisce il nero del cielo. Credo di aver reso l’idea.

In seconda media la nostra scuola, come in tutta Italia, venne invitata a partecipare ad un concorso per un elaborato originale sul tema dell’Europa unita. Poteva essere un disegno, o un tema, o una poesia. Io avevo raggiunto una buona notorietà come poeta; il mio componimento migliore, un pippone social-ecologico, era stato pubblicato sul giornalino scolastico, lo “Tzè Tzè”. Sicuramente una copia sarà nei cimeli familiari, per la delizia delle future generazioni.

La nostra professoressa di italiano, signora Giocondi, aveva molta stima di me.
Quando venne il giorno della prova, si aspettava quindi che io sfornassi un’opera poetica; capirete quindi la sua delusione quando al posto delle attese rime baciate presentai un disegno ispirato alla sigla dell’Eurovisione, denotando tra l’altro scarsissima fantasia.

La prof la prese come un’offesa personale. Il mio lavoro (ammetto, non eccelso) fu annullato. Il giorno dopo fui sequestrato e rinchiuso, da solo, in un’aula con il compito-ordine di scrivere, a tutti i costi, una poesia sull’Europa Unita.
Ora, non credo che al giovane Giacomo il premuroso Monaldo abbia mai detto: adesso tu, sgorbietto, ti siedi lì e mi scrivi subito una poesia sulla tal donzelletta. Non è così che funziona.
La poesia scorreva forte ma libera, per così dire. Mi sforzai, mi sforzai, ma l’ispirazione non venne.

L’insegnante amareggiata mi tenne per un po’ il broncio, e scesi decisamente di qualche gradino nella sua speciale classifica dei beniamini. Recuperai a fatica e di poesie non ne scrissi più, per non darle ulteriori dispiaceri.

Ritrovai i barocchi tanti anni dopo. In uno di quegli attacchi tipici delle mezze età, decisi di mettermi seriamente ad imparare il violino. Lo strumento, come ricorderete, ce l’avevo.
Iniziai a prendere lezioni da una bravissima maestra, Gaia, che ha più o meno l’età di mio figlio: arcate, scale, diteggiature, qualche pezzo facile. A fine anno, temutissimo, il saggio.

Io avrei potuto farmi esonerare, ovviamente. Ma non lo feci, mi sembrava una diserzione. Così ogni anno mi sottoposi, insieme a bimbetti in età a malapena scolare, a questa prova.
Al terzo anno, affrontai il Canone e Giga in Re maggiore di Joahnn Pachelbel. E’ il suo pezzo più conosciuto; anche perché alla sua fama contribuiscono tutti i violinisti tzigani, ad ogni angolo di strada. Lo eseguii in trio con la mia maestra e una sua amica violoncellista. Non credo lo citeranno nel loro curriculum vitae, ma ne manterranno un ricordo vivido.

L’uditorio era composto da bambinetti, genitori e nonne. E mia moglie con telecamera. Ogni tanto la ripresa è un po’ mossa, credo stesse singhiozzando.
Non so quanti di voi abbiano un’idea di quanto lunghi possano essere quattro minuti su di un palco, con in mano un violino di cui non si sia perfettamente padroni. Io avevo in mente una canzone di Mina degli anni ’70, “L’importante è finire”.

Devo registrare lo stupore del pubblico quando scoprì che il più vecchio del trio non era il maestro, ma l’allievo; il tremolio con cui attaccai le prime note; il sollievo quando superai quasi indenne la variazione più difficile; l’applauso finale (di liberazione, dato che il pezzo era durato il doppio del normale) ma soprattutto l’ammirazione che scorsi negli occhi dei bimbetti seduti sotto.

Se ce l’ha fatta lui, pensavano, ce la posso fare anch’io.

(11. continua)

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Sassofono e ping pong

A Parma il ping pong è uno sport rischioso. Questo ho imparato, per fortuna non a mie spese.
Mi ero trasferito da qualche mese, e avevo fatto amicizia con tutti i colleghi della società di software che mi aveva ingaggiato; avevo ventiquattro anni, nel pieno della forma fisica e delle facoltà mentali (dopo inizia il declino, a mio parere), il lavoro mi piaceva molto, eravamo un gruppetto davvero ben affiatato. Avevamo tutti più o meno la stessa età, a parte i soci titolari, e spesso ci trovavamo per giocare a pallone o farci una suonata (il sassofono mi aveva seguìto). Grazie a loro imparai che il salame di Felino non è fatto con il gatto, e che guai a dire che il prosciutto di S.Daniele è più buono di quello di Parma.

Un giorno, dopo aver suonato con la banda Giuseppe Verdi di Parma (mi sentivo a casa…) andai a mangiare in trattoria. Dopo un po’ una tavolata di tedeschi, abbastanza alticci, notando il mio sax mi chiese di suonare qualcosa. Ora, chi mi conosce sa che non amo esibirmi. Almeno gratis. Ma, di fronte all’insistenza, dovetti improvvisare lì per lì una versione discutibile di “Lola”, il famoso charleston. Applausi e brindisi, fielen danke maestro. Poco dopo, sentendo che avevo spiccicato qualche parola di inglese, l’ostessa (gran bella donna) mi chiede se gentilmente potessi farle da interprete. Come no, son qui per questo. Si trattava di convincere i succitati alemanni che a Parma non si può chiedere il prosciutto di S.Daniele senza temere ritorsioni. L’ostessa, per altri versi donna amabile, su questo non transigeva: se insistono, i crucchi li butto fuori.
Insomma, dovetti impegnarmi al massimo per ricomporre questo incidente diplomatico: solo dopo una cover indecente di “Marina” e qualche ulteriore brindisi riuscii a convincere gli amici che se volevano arrivare incolumi al dolce avrebbero dovuto aggiornare le proprie nozioni di geografia, nonché di salumeria.

Ma non divaghiamo. Stavo dicendo del ping pong.
Una sera ci trovammo nella tavernetta di uno di questi compagni per giocare a ping pong. Non è che io sia un amante di questo sport (oddio, sport…) ma per passare una serata anche questo andava bene. Doveva venire anche la sua ragazza, ma all’ultimo momento dette forfait, ragazza studiosa.
Ad un certo punto, per colpa di una schiacciata un po’ troppo energica, la pallina si ruppe. Per me la partita poteva finire lì, ma il mio amico visto che la ragazza abitava lì vicino si offrì di andarne a prendere altre. Va bè, tanto noi avevamo tutto quello che serviva per l’attesa: malvasia e torta al limone.
Dopo un po’ tornò, con la pallina si, ma abbastanza rabbuiato. A spizzichi e bocconi, tra un set e l’altro, raccontò che la pallina non gliel’aveva consegnata la sua ragazza ma bensì la di lei mamma; la quale era molto meravigliata che la figlia non fosse con lui, dal momento che le aveva suonato al citofono per invitarla ad uscire.

Come potete immaginare, noi facemmo del nostro meglio per giustificare l’innocente bugia: probabilmente faceva del volontariato in incognito, o frequentava dei gruppi di lettura biblica, o assisteva caritatevolmente dei bisognosi.
A smentirci, però, il giorno dopo la sventatella disse di aver inventato una balla con la sua mamma per andare al cinema con una sua amica, tanto triste per la perdita del moroso; interrogata con delicatezza, l’amica confermò l’alibi.

Al sabato mattina io e il mio amico Vincenzo, parmigiano doc, andavamo a correre sui bastioni della Cittadella. Una cosa che mi è sempre piaciuta di Parma sono questi bellissimi spazi verdi pubblici per fare sport all’aria aperta. Dopo un paio di giri, mi sembra di cogliere dietro un cespuglio dei movimenti sospetti. Soprattutto, un ciuffo di capelli biondi sospetti. Confido quindi, ansimante, tali sospetti a Vincenzo. Al giro successivo, rallentiamo un po’ l’andatura.
No, non mi ero sbagliato. Caritatevole era caritatevole, non c’era dubbio. In quanto a donarsi agli altri, si donava eccome, con entusiasmo anche. Il nostro amico avrebbe potuto essere orgoglioso di lei.

Io e Vincenzo mantenemmo il più stretto riserbo sulla cosa. Lo rivelammo solo a un paio di segretarie. Che, pettegole, lo spifferarono ad un paio di commerciali. Che lo dissero ad un gruppetto di programmatori. Che lo riportarono a me e Vincenzo: noi, scandalizzati, ci rifiutammo di dar credito a queste calunnie.

Se si dovesse dar retta a tutte le chiacchiere, dove andremmo a finire, signora mia!

(10. continua)

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Sliding doors (Genova per noi)

Ci sono delle scelte che cambiano la vita o quantomeno la indirizzano, anche se casualmente, in un verso o in un altro.
C’è un libro, “La storia fatta con i se”, dove si  fanno delle ipotesi su come sarebbe il mondo se, ad esempio, Hitler avesse vinto la guerra, o Napoleone non fosse stato sconfitto a Waterloo.

Ognuno si può divertire a elencare i punti che hanno determinato certe sue svolte; disegnare perfino le strutture che in programmazione sono dette if-then-else: se fai questo succederà questo, altrimenti quest’altro. Poiché gli umani fortunatamente non sono ancora dei robot (o almeno non tutti), le scelte fatte non portano sempre dove uno si prefigge di andare.

Ogni scelta però determina una conseguenza; a patto ovviamente di avere la possibilità di scegliere.

Io, innanzitutto, avevo potuto scegliere di continuare a studiare dopo le medie. Non era scontato, a 14 anni si poteva andare a lavorare. I miei hanno sempre creduto nel valore dell’istruzione. Non per saperne più degli altri e far pagare a caro prezzo le proprie competenze. Ma per contribuire al progresso e al benessere di tutti. Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni. (Atti degli Apostoli 4, 35 o, se preferite, Carlo Marx).

Scelsi di fare informatica. Un po’ perché di diventare geometra o ragioniere non ne avevo voglia; e un po’ perché mi piaceva fare il pioniere. Alle medie, la mia classe era stata la prima sezione di inglese della scuola. Mitica Terza C, ve ne parlerò. E alle superiori, l’Istituto Tecnico Industriale Statale di San Severino Marche aveva appena aperto la sezione di informatica.

In classe c’era un certo Trozzo, ripetente, che aveva velleità di porsi alla testa dei lavoratori per liberarli dallo sfruttamento del capitalismo. Nulla in contrario, per carità; solo che io pensavo che per mettersi alla testa dei lavoratori bisognasse avere almeno una vaga idea di cosa significasse lavorare, cosa che il Trozzo ignorava. Inoltre mi sembrava improbabile che un ripetente, anche se di Lotta Continua, avesse diciamo il carisma per essere seguito dalle masse.

Per convincerci, venivano organizzate delle grandi assemblee. Con grande partecipazione democratica, obbligatoria. L’orario scelto di solito erano le ultime due ore di lezione; in questo modo chi poteva cercava di sgattaiolare e prendere il treno per casa. Io ci provavo, ma venivo regolarmente acciuffato. Per il mio bene, ovviamente, per potermi formare una coscienza politica. La mia coscienza invece mi diceva che i miei non si facevano il mazzo tutti i giorni per farmi andare alle assemblee dei vari Trozzo e che avrei servito molto meglio gli interessi del popolo studiando piuttosto che cazzeggiando in eskimo (l’eskimo però ce l’avevo anch’io).
Così, nonostante l’amico organista liturgico Ivan sostenga il contrario, per colpa del compagno Trozzo non divenni comunista.

Finite le superiori, non sapendo bene cosa fare, mi iscrissi all’Università. Ero un po’ confuso;  indeciso se partire subito per il militare in modo da poter iniziare a lavorare al più presto, oppure continuare gli studi. Non volevo pesare sui miei, che già faticavano abbastanza; d’altra parte però la tentazione di provarci c’era. C’erano tanti somari, non avrei certo sfigurato. Trozzo c’era, sa va sans dire. Scienze Politiche: poi tante cose si spiegano.

Insomma, in preda a tutti questi dubbi, e confidando sulla borsa di studio, mi iscrissi a Macerata, a Lingue e Letteratura straniera.

Un amico di mio padre aveva una scuola di lingue a Genova; forse quello fu uno dei motivi inconsci che mi spinse. Io ero perito capotecnico in informatica, quindi per essere coerente avrei dovuto continuare con qualche facoltà tecnica; ma a Macerata c’erano solo facoltà umanistiche, e non era il caso di pensare ad allontanarsi.

Assistetti a due lezioni. Una di glottologia, l’altra di letteratura inglese. Alla terza, non trovai l’aula. Mi persi, letteralmente, nei meandri dell’università. Cosa per niente strana, il mio senso dell’orientamento è uguale a zero. Decisi che non faceva per me, annullai la domanda di rinvio del militare e feci invece domanda per il corso ufficiali.

Se avessi trovato quell’aula, magari oggi sarei a Genova, chissà.

(9. continua)

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La campanella

Cascasse il mondo, il primo ottobre iniziava la scuola. Lo stesso giorno in tutta Italia, mica come adesso che ognuno fa come gli pare.
Indossavamo un grembiule nero, con colletto bianco; la divisa era impreziosita da un fiocco, blu per i maschi e rosa per le femmine. Non erano previste confusioni nell’identità di genere. O blu, o rosa.

Il primo giorno qualcuno ci accompagnava a scuola. Poi basta. Una volta imparata la strada, si prendeva la cartellina e si andava. Gli zainetti non esistevano, mica si doveva andare in montagna.

Mia sorella e mio fratello minore, essendo nati a 5 e 10 anni di distanza da me, hanno avuto la mia stessa maestra, Bianca.
In casi come questi, i fratelli minori sono sempre oggetto di antipatici confronti. Se i maggiori sono somari, la strada è in discesa. Ma se sono bravi, devono faticare parecchio per superare quel “si, ma tuo fratello…”. Io ero bravo.

Mio fratello lo accompagnai io il primo giorno. Tutto bene, senonché dopo una mezz’oretta il bidello venne a chiamarmi a casa. Il piccolo si rifiutava di entrare in classe e, seduto sulla rampa delle scale, con mio grande imbarazzo omaggiava la maestra con epiteti irriferibili. Riuscii a calmarlo, e passai tutta la mattina in classe con lui. Come biglietto da visita, non era male.

La maestra era sposata con un altro maestro, e per po’ di anni credetti che le maestre potessero sposare solo altri maestri. Rimasi molto confuso quando scoprii che un’altra maestra aveva sposato un ebanista. Strano, pensai, magari prima era maestro.

In classe c’era Antonello, mio grande amico nonché cofondatore dell’R7, il figlio della maestra. Assolutamente non soggetto a favoritismi, comunque. Qualche anno dopo, in una delle prime serate con l’orchestra, augurò la buona sera al pubblico con la frase “Ballate questa raspa, potrebbe essere l’ultima”. Non ci hanno più chiamato, forse per scaramanzia.

I primi giorni passavano a riempire le pagine di aste. Solo dopo si iniziava con le lettere. Ora i bambini vanno a scuola già “imparati”. Che fretta c’è, se poi passano ore con i videogiochi. Boh.

I metodi educativi erano rigososi, ma spicci. Le punizioni corporali erano ormai state abolite; tuttavia non si disdegnava, per qualche caso particolare, qualche inginocchiatina sui palmi delle mani o qualche legatina al banco. I genitori non erano indulgenti come adesso. Se te le meritavi, te ne davano in sovrappiù.

A proposito di teppe, in terza avvenne che qualcuno entrò in classe e distrusse i personaggi del presepio che avevamo costruito col pongo. Si trattava sicuramente più di scarso gradimento artistico che di intolleranza religiosa; la cerchia dei sospettati era ristretta.

Venne fatta un’indagine sommaria. Tutti gli alunni vennero fatti sfilare davanti ad un tavolo dove erano seduti ben tre maestri; ciascuno doveva appoggiare il palmo della mano destra su un foglio, dove ci fu detto che il colpevole e solo lui avrebbe lasciato la propria impronta.
Io avevo la coscienza tranquilla, ma mi sembrava comunque un metodo un po’ troppo empirico e non privo di possibilità di errore giudiziario. Alla fine, ci crediate o no, i colpevoli vennero trovati. Il giorno dopo i genitori vennero convocati in classe.

Al giorno d’oggi una scena del genere sarebbe inimmaginabile, e non so quanto sia un bene. Allora la trovai altamente educativa. La madre di uno dei colpevoli, senza sentire nessuna ragione, lo prese a schiaffi lì, nel banco dov’era seduto, davanti a tutti. Ad ogni schiaffo il poverino cercava di alzarsi per scappare e la madre, un donnone, lo rimetteva seduto per ridargliene ancora. Solo dopo avergliene appioppato un congruo numero se ne andò, promettendogli il resto non appena fosse tornato a casa.
Credo che anche al mio amico la lezione sia servita. Divenne un poliziotto, ed un buon poliziotto.

Poi, allora come oggi, suonava la campanella, si sciamava più o meno ordinatamente fuori, e si tornava a casa.

(8. continua)

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Il fischietto di Arturo Yamasaki Maldonado

Alle 16 del 17 giugno 1970 l’arbitro Arturo Yamasaki Maldonado, peruviano di nascita ma sotto le insegne della Federazione calcistica messicana, fischiò.

Per il campionato del mondo, io e babbo rimanevamo alzati fino a tardi a guardare la televisione. C’erano solo due canali, in bianco e nero. Programma nazionale e Secondo canale, più che sufficienti. Se in questo paese avessimo guardato un po’ meno televisione e letto più libri… mah, lasciamo stare.
L’altra sera guardavo una replica de “I fratelli Karamazov”. L’avevano trasmesso a fine ‘69, un successo straordinario. Attori principali Salvo Randone, Umberto Orsini, Lea Massari, Carla Gravina. Non dico altro.

Un amico, qualche giorno fa, avendo saputo che un paio di settimane prima avevo arbitrato, per gioco, un torneuccio di ragazzi, mi ha chiesto se ne capivo di calcio. Un po’, gli ho detto.
Giovanissimi, allievi, juniores, under 21, terza categoria e amatori. Questo il mio curriculum, non esaltante ma nemmeno infimo. Il presidente Delio, titolare di un negozio di alimentari, mi chiese se me la sentissi di passare in seconda categoria. Ma io suonavo e facevo tardi la sera, declinai l’offerta. E poi c’era tanta gente più brava, avrei giocato poco.
Ho smesso dopo che, durante un allenamento, mio fratello Gianmarco più giovane di 10 anni non mi fece toccar palla. Quando è ora, è ora.

Due anni prima in Messico si erano tenute le Olimpiadi. Quelle famose per il pugno chiuso dei neri americani. Quelle dove a Città del Messico, pochi giorni prima dell’inizio, nella Piazza delle Tre Culture la polizia aveva sparato sugli studenti, uccidendone centinaia. Il mondo fece finta di niente. Oriana Fallaci venne ferita gravemente, e dal letto d’ospedale ne fece un resoconto memorabile.

In casa nostra si è sempre parlato di politica, fin da quando io ricordi.
Se ne accenno è solo per dire che di quello che succedeva nel mondo, anche se abitavamo in un piccolo paese, se ne è sempre discusso. Il 12 dicembre, ad esempio, stesso periodo dei Fratelli Karamavoz, a Milano scoppiò la bomba in Piazza Fontana, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Ai miei era evidente che fossero stati i fascisti. Qualcun altro, ancora oggi, finge di non saperlo.

Milano era così lontana che mai e poi mai avrei pensato che sarei finito a lavorarci. Marco, trombonista e compagno di classe di elementari e medie, mi chiede che cavolo corriamo a fare su per le scale mobili. Già, bella domanda.

Mercoledì 17 giugno 1970, quindi, allo stadio Azteca di Città del Messico, agli ordini dell’arbitro Yamasaki scesero in campo le nazionali di Italia e Germania Ovest. I nostri erano forti, forse la nazionale più forte di sempre. Due anni prima avevano vinto il Campionato Europeo (mai più successo); interisti e milanisti avevano vinto tutto il vincibile. Ma fin lì avevano un po’ stentato, e i tedeschi partivano favoriti.

Dodici anni dopo, quando l’Italia vinse il terzo mondiale della sua storia, ne patii fisicamente. Infatti, nel carosello di esultanza per la vittoria sul Brasile, ad Ancona dove frequentavo un corso di informatica (che mi portò poi a Parma… altra storia) la Ford Capri dell’amico Carlo venne tamponata in galleria. Io, seduto dietro, mi affrettai a scendere. Ma prima che terminassi l’operazione, Carlo mi chiuse la portiera sul piede. Fanculo al Brasile (e alla Ford Capri).

Enrico, Tarcisio, Giacinto, Mario, Roberto, Fabrizio, Pierluigi, Angelo, Alessandro (Sandro), Giovanni (Gianni), Roberto, Giancarlo, Luigi (Gigi). Nomi ordinari per gente dalle qualità tecniche e umane niente affatto ordinarie.
Dopo dieci minuti, eravamo uno a zero per noi.

I tedeschi, diciamocelo, non hanno mai avuto una grande considerazione degli italiani.
Non potevano aspettarsi, e non se l’aspettarono, che dopo aver subito il loro pareggio in pieno recupero non ci saremmo sfaldati. Italiani spaghetti pizza e mandolino.
Non potevano concepire che dopo essere andati sotto, riuscissimo a pareggiare. E addirittura ripassare in vantaggio. Come osavamo! Ci pareggiarono ancora. 3-3.
Solo un minuto: dopo 11 passaggi 11 senza che un tedesco riuscisse a toccar palla, Rivera segnò. Ancora una manciata di minuti, con i tedeschi ormai distrutti, e Yamasaki fischiò tre volte. Era finita.

Quella notte andò in scena uno straordinario concerto, per chi ebbe la fortuna di assistervi.
Per fischietto, cuore e orgoglio. Indimenticabile.

(7. continua)

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Il clacson della 124

La musica è l’arte dei suoni, per mezzo dei quali si esprimono i diversi sentimenti dell’animo umano. Questo il maestro ci dettava e faceva scrivere sulla prima pagina del quaderno di musica.
L’arte dei suoni, non dei rumori, per quanto a volte il confine sia piuttosto labile.

Come credo vi sia noto, il clacson non è uno strumento musicale. Tecnicamente è un “dispositivo di segnalazione acustica”. Non nego che esistano anche virtuosi del clacson, ma  in genere non ispirano grossa simpatia.

I clacson delle automobili Fiat erano inconfondibili. Mio padre aveva una 124 familiare. Indistruttibile. Caricavamo sul portapacchi ringhiere e portoni; babbo l’aveva fatta mettere a metano, e la tenne fino a quando non cadde letteralmente a pezzi. Per sostituirla con una 131, ovviamente familiare.
Una volta, a Macerata, si ruppe il filo dell’acceleratore. Lui attaccò un fil di ferro, e accelerò a mano fino a casa. Con una mano accelerava, con l’altra guidava. Allora le auto erano mezzi di locomozione, non aree climatizzate o sale giochi.

Ero orgoglioso di quelle automobili. In fondo, come famiglia, avevamo dato il nostro contributo.
Tutti i fratelli di mio padre, infatti, erano emigrati a Torino per fabbricare macchine. Una sorella e tre fratelli, uno dopo l’altro, nel giro di poco tempo. E anche mia nonna. A babbo non passò mai per la testa di seguirli. Anzi, proprio non li approvava. Diventare dei numeri alla catena di montaggio in cambio di uno stipendio garantito. No, non lo concepiva. Meno male, me la sono scampata bella.

Chi se ne va lascia un vuoto, lo so bene io. A me rimase il vuoto di mio cugino Gianni, che aveva la mia età e col quale eravamo cresciuti insieme. Da allora odiai Torino. Città grigia, di smog, di casermoni, di gente sradicata dal vecchio paese  e mai veramente accettata dal nuovo. Piemontesi falsi e cortesi, si diceva.
Mi decisi ad andare a visitare Torino solo dopo le Olimpiadi Invernali del 2006, in era post-industriale, e i miei zii o erano già in pensione o erano stati licenziati anni prima.
Mi ha fatto una bella impressione, tout est pardonné.

Gli zii, i genitori di Gianni, ci lasciarono la Vespa 125 e un cagnolino che si chiamava Rudy.
Ricordo ancora le feste che faceva quando, per le ferie estive, zio passava a salutare. E la delusione quando ripartiva. Dopo qualche anno capì, e di feste non ne fece più.
Aveva l’abitudine, d’estate, di fare il riposino in piazza, all’ombra di qualche macchina. Un giorno fu troppo lento a uscire, povero Rudy. Giurai di non prendere più cani in vita mia, ma fortunatamente non mantenni il giuramento.

Molto più tardi contribuii alla distruzione della 131 causando un incidente, e da allora finì la serie delle Fiat. Anche perché la Fiat nel frattempo aveva deciso di non costruire più macchine serie. Ritmo, Punto, robetta. Su quelle le ringhiere non le caricavi di sicuro. Così babbo prese un camioncino.

Una volta possedere un’auto straniera era una stranezza. Un tradimento, quasi.
Italianissima era la Bianchina, ad esempio, sulla quale salivamo in sette per andare a giocare a pallone a Villa Lauri. Ci caricava  Adele, che era a servizio dai padroni di una fabbrichetta di mobili il cui figlio giocava con noi. Lo tolleravamo, anche se era un paio d’anni più piccolo. Come rivincita, è diventato il più bravo di tutti.
Questa Villa, all’epoca semidisabitata, aveva un parco enorme, con nel mezzo un campo quasi regolamentare; di solito non si chiedeva permesso per entrare, e si usava solo per sfide ufficiali.
A volte ci arbitrava Don Luigi, che non nego ci favorisse alquanto; del resto c’era buona parte dei suoi chierichetti, un occhio di riguardo doveva averlo. Una delle partite più memorabili finì sospesa per grandine, con i chicchi che rimbalzavano sulla sua pelata.

Quello che volevo dire, insomma, è che un clacson può emettere un suono o un rumore.
Non è il clacson che fa la differenza. E’ l’animo umano.

(6. continua)

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La chitarra di legno

Dalla terza alla quinta elementare si andava in colonia. Un mese di esilio, lontano dagli amici e dalla famiglia. Ora le colonie sono una barzelletta. Si parte al mattino col pullman, e si torna la sera. Smidollati.

Allora si partiva e si stava via un mese intero. Il bagaglio era costituito da una federa di guanciale riempita di quello che serviva: mutandine, calzini, magliette, pantaloncini, cappellino. C’era un elenco ben preciso da rispettare: tot mutande, tot calzini, niente di superfluo. Una maglia pesante, non si sa mai. E occorrente per lavarsi. Su ogni capo veniva cucito il nome per non mischiarlo con gli altri.

La colonia era ad una quarantina di chilometri dal mio paese, a Porto Potenza Picena. Un altro mondo.
Era gestita dalle suore, che si avvalevano di signorine incaricate di far rispettare l’ordine. Chi sgarrava, se la vedeva con la superiora.

Le colonie non erano una villeggiatura. Erano una cura. Servivano a chi non aveva le possibilità (quasi tutti) di godere dei benefici del mare o della montagna. Chi era un po’ gracilino andava al mare; chi aveva dei problemi con i polmoni, in montagna. Tutto gratuito.
I genitori di allora erano più attrezzati di noi per fare quel mestiere. Ora tutti i bambini partirebbero con il cellulare in tasca. In qualche modo soprannaturale, invece, loro riuscivano a sapere quello che facevamo. Mia madre aveva un uccellino che la informava, sapeva benissimo quando stavo male o quando ero triste. Io a quell’uccellino ci credo ancora.

Giornate scandite da orari rigorosi: colazione, mare, merendina, bagno, pranzo, riposino. Mare, merendina, gioco, doccia, messa, cena. A letto molto presto. Niente televisione.
Quello che non sopportavo era il riposo pomeridiano. Obbligatorio. Non essendo abituato, rimanevo sveglio tutto il tempo a guardare il soffitto e contare i buchi delle tapparelle (per me che avevo le persiane alle finestre erano una grande novità) da cui filtrava il sole. Eravamo in grandi camerate, e la signorina dormiva con noi, separata da una tenda. Per andare in bagno bisognava chiederle il permesso; ma siccome lei si addormentava, il permesso era negato. Chi non ce la faceva a tenerla, si arrangiava. Io mi arrangiai due o tre volte.

Nel programma, c’era anche la preparazione di uno spettacolino da tenersi davanti ai genitori, a chiusura del mese.
Canzoncine, scenette, balletto. Nella variopinta coreografia, due venivano scelti per imbracciare una chitarra finta, di legno, mentre cantavano “Cuore matto” di Little Tony. Non per vantarmi, ma Cuore Matto la cantavo bene. Nella mia classe, a Pollenza, mi batteva solo un certo Fiorani, un fuoriclasse.
Così, non essendoci Fiorani nei paraggi, pensavo che la chitarra mi spettasse di diritto.

Macché. All’ultimo momento mi venne scippata, e sostituita con una racchetta da tennis.
Ora, tutti sanno che ad un bambino orgoglioso non puoi sostituire impunemente una chitarra, sia pur di legno, con una racchetta da tennis. E’ ovvio che questo bambino orgoglioso si rifiuti di cantare Cuore Matto con una racchetta da tennis in mano. E che odi il tennis per tutto il resto della vita.

A Porto Potenza Picena sono tornato, qualche anno dopo, a suonare con l’orchestrina. Un’estate intera, in un locale all’aperto che si chiamava “Peretos” (nome esotico che sta per: “dove c’era il campo di pere”). Vicino ad un ponte di dubbia fama, sede di lavoro di stimate professioniste.
E ancora quando, sempre con l’orchestrina, abbiamo incontrato “Ciccio ‘e Napule” che ci voleva portare in tournée con un suo spettacolo. Musica napoletana, roba forte. Dividendo i guadagni possibili (ma anticipando le spese certe). Ma anche questa è un’altra storia.

(5. continua)

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