Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

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¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Olena à Paris – 16

Nonna Pina, seduta come ospite d’onore alla tavola da pranzo a ferro di cavallo, in legno massiccio ricavato da vecchie traversine della ferrovia, guarda la grande famiglia che è lì radunata e rivolge un sorriso al gruppetto di bambini che, seduti in terra a gambe incrociate, aspettano di ascoltare il suo racconto. Si volta leggermente alla sua sinistra, verso Juanito, che con un cenno del capo la incoraggia ad iniziare. Nonna Pina si rischiara la voce, socchiude gli occhi e ritorna con la mente a quei giorni del 1940.

«Evita era di qualche anno più giovane di me, oddio, eravamo tutte e due giovanissime, io allora avevo 26 anni e lei 21, la stessa età di mio fratello… non era ancora Evita Perón, ma solo Eva Duarte, un’attrice che dopo la sua bella gavetta cominciava ad essere conosciuta grazie ai radiodrammi, quei polpettoni che venivano trasmessi appunto alla radio e che avevano un grande seguito, più o meno l’equivalente delle soap operas di adesso. Venne lei a presentarsi, mi disse che aveva assistito al nostro spettacolo a Rosario ed era rimasta affascinata, non vedeva l’ora di rivedermi nel Gran Splendid di Buenos Aires… non era una bellezza appariscente Evita, non per vantarmi ma io ero molto più bella, vero Juanito?»
«Voi non eravate bella, eravate magnifica, donna Eus… donna Pina» dice il padrone di casa.
«Magnifica.. non farmi arrossire Juanito, diciamo che piaciucchiavo» si schermisce la vecchia, con un pizzico di civetteria.
«Scambiammo qualche parola in un buffo misto di italiano e spagnolo, mi disse che le sarebbe piaciuto molto venire in Italia. “Chissà”, le dissi, “magari una volta sarete voi a venire in tourneé da noi, e io verrò ad applaudirvi”. Non sapevo quanto quella frase di cortesia fosse profetica… ma non corriamo. Ah, Juanito, delizioso questo asado¹, si scioglie in bocca» si congratula la centenaria.
«Ve lo dicevo che la nostra carne è la migliore di tutta la pampa, donna Pina. Posso suggerirle di condirla con un po’ di chimichurri² ? »
«Dici, Juanito? Non mi darà bruciore di stomaco? E vada per il chimichurri, bisogna provare tutto nella vita, non è vero?» Poi, dopo aver inghiottito un altro boccone di carne intinto nella salsa verde, continua:
«Dov’ero rimasta? Ah sì, la tourneé. Ad un certo punto della cena uscii in giardino a prendere una boccata d’aria, il vestito mi stringeva ed avevo un caldo pazzesco, i piedi cominciavano a gonfiarsi e non vedevo l’ora di tornare in albergo per riposarmi… stavo per rientrare ma ebbi un mancamento e sarei caduta in terra se non ci fosse stata Evita a sostenermi. Mi aveva tenuto d’occhio per tutta la sera, e quando aveva visto che mi ero allontanata mi aveva raggiunto, voleva chiacchierare un po’, chiedermi consigli. Mi accompagnò fino ad una panchina, mi aiutò a sedere e con un sorriso dolce, indicando la pancia, mi chiese: “Di quanti mesi?”»
«Perché, voi?…» chiede Juanito, sorpreso.
«Si, Juanito, ero incinta, e lei se ne accorse subito. Mi allarmai e la pregai di non dire niente a nessuno, fece una smorfia offesa… capii guardandola negli occhi che quella era una donna di cui ci si poteva fidare, e colsi molto altro nel suo sguardo: orgoglio, volontà, determinazione, rabbia anche, ma anche comprensione, dolcezza, e soprattutto amore, tanto amore per la sua terra»
Nonna Pina beve un sorso di Mendoza tinto³ “Buscado vivo o muerto”, schiocca la lingua in segno di approvazione e continua:
«Rimanemmo lì a parlare, scoprimmo di avere parecchie cose in comune, oltre la professione. Non sopportava le ingiustizie… lei, la quinta di cinque figli che sua madre aveva avuto da un uomo già sposato, che li aveva poi abbandonati quando lei era ancora bambina per tornare con sua moglie e la sua vecchia famiglia; e loro, gli illegittimi, rimasti a masticare umiliazioni e subire discriminazioni, disprezzati persino dagli altri bambini, che non volevano nemmeno giocare con loro. Addirittura quando il padre morì, in un altro paese, a loro non fu nemmeno permesso di avvicinarsi alla bara, nonostante portassero il suo cognome… nel raccontarlo la voce le vibrava di sdegno, l’ingiustizia subita era stata troppo grande, e dentro si coglieva una promessa fatta prima di tutto a sè stessa, che di ingiustizie non ne avrebbe sopportate più. Era magra, Evita, e nemmeno altissima, ma aveva dentro una forza, un fuoco, che la faceva sembrare più grande di quel che era… Io potevo capire cosa volesse dire essere cresciuti senza padre, il mio l’avevo perso nella Grande Guerra…»
«Non lo sapevo, donna Pina. Dovete aver sofferto molto…» dice Juanito, sinceramente dispiaciuto.
«L’ho odiato parecchio, sai Juanito? Non era tenuto ad andare, teneva famiglia. Ma partì volontario, doveva liberare Trento e Trieste, diceva. Per me era un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura, solo crescendo riuscii a capire i silenzi, le lacrime di mia madre ogni volta che riceveva una sua lettera. L’ultima volta che lo vidi era tornato in licenza e mi disse di stare tranquilla che la guerra stava per finire, gli austriaci non ce la facevano più. Ma una pallottola per lui ce l’avevano ancora… Quella notte probabilmente mise incinta mia madre, che così rimase da sola a tirar grandi una bambina di quattro anni e quell’altro che teneva in grembo: mio fratello Mario, bello come il sole, che  per non essere da meno se ne andò volontario a morire in Russia⁴ nel ‘43, ma questa casomai ve la racconta dopo Natascia»
«Sarà mio onore, babushka» acconsente la russa, con gli occhi blu più luccicanti del solito.

(continua…)

¹ arrosto alla brace
² salsa verde a base di prezzemolo, peperoncino ed aglio
³ vino rosso prodotto nella regione di Mendoza
⁴ cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Marsala all’uovo!

Cronachette della fase tre (30-31 agosto)

Durante questo weekend avrei voluto scrivere un po’ ma invece mi sono immerso nella lettura di un bel libro, “I leoni di Sicilia”, la saga della famiglia Florio, quella del marsala e della Targa Florio per capirci, un racconto che parte dalla fine del Settecento attraversando la storia della Sicilia e del mondo. Era da un bel pezzo che non leggevo così di gusto, sarà un buon segno?

Leggendo ripensavo a quando siamo stati  nella parte occidentale della Sicilia, qualche anno fa, girando per Trapani, Erice, Mazara del Vallo, Marsala, le Egadi… a Favignana abbiamo visitato la vecchia tonnara Florio, ora museo, in una interessantissima visita guidata dove ci sono state spiegate tutte le fasi della mattanza e  della lavorazione del tonno fino alla messa sott’olio e l’inscatolazione. La mattanza era una pesca senz’altro cruenta, ma aveva una sua nobiltà ed a suo modo salvaguardava la continuazione della specie; le navi di alto mare (giapponesi, anche: che cavolo vengono a fare fino qua?) che pescano a strascico non risparmiando nemmeno le altre specie sono migliori solo perché non spargono sangue? Non mi pare.

Il mio interesse principale, a Marsala, più che lo sbarco di Garibaldi era ovviamente quello di visitare le cantine Florio; obiettivo fallito miseramente perché mi sono presentato di sabato, quando gli stabilimenti sono chiusi: un fallimento che ancora mi brucia. Anche perché al marsala è legato un ricordo dell’infanzia: al mio paese infatti in un Sali e Tabacchi che faceva anche da merceria c’era la titolare Chicchina, che io ricordo da sempre anziana e burbera con una crocchia di capelli grigi in testa, che teneva le bottiglie nel retrobottega che era diviso dal negozio da una tenda di stoffa, e le malelingue dicevano che non disdegnasse di appartarsi ogni tanto per farsi un bicchierino di marsala all’uovo magari in compagnia di qualche estimatore delle virtù corroboranti della bevanda.

A proposito di Sali e Tabacchi, una volta vendevano anche i francobolli: adesso non è detto, e infatti è diventato difficile anche spedire una cartolina.

Paesaggi da cartolina come quelli che si possono godere in Val Chiavenna, Valtellina, dov’ero stato prima di ritornare al lavoro: ad esempio le Cascate dell’Acquafraggia, a Borgonuovo di Piuro, certo non a livello delle Cascate delle Marmore appena viste ma spettacolari e soprattutto accessibili gratis ed infatti sulle rive del fiume Mera e nei prati sottostanti un sacco di persone prendevano il sole, si bagnavano e stendevano tovaglie per i picnic. Noi non eravamo attrezzati e quindi abbiamo prenotato al non distante Crotto del Belvedere (notate che era venerdì ed era tutto pieno, per riprendere il discorso sulla crisi…). Antipasto di bresaola (anzi brisaola, come dicono lì) e sciàtt, e poi ovviamente pizzoccheri, piatto estivo per eccellenza. Il mio colesterolo ha fatto salti di gioia ed anch’io; la sala dove ci hanno ospitati era accogliente e soprattutto aveva una bella vista.

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Sotto al locale è possibile visitare il vecchio crotto, ovvero la grotta dove erano tenuti (e ancora vengono tenuti) il vino ed i salumi a stagionare. Una frescura deliziosa, piacevolissima dopo la grappa alle erbe offerta dal gestore. Nel pomeriggio siamo andati a visitare Palazzo Vertemate Franchi, a Piuro, una dimora del ‘500 con un bel giardino ed un castagneto; sono ammesse solo visite guidate che bisogna prenotare, ma ne vale la pena. Come tutte le dimore antiche anche su questa sono state costruite delle leggende, una è quella che tutte le donne debbano fare una riverenza al  ritratto del vecchio proprietario, altrimenti il fantasma andrà a infastidirle…

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La dimora ha una lunga storia, perché in origine era solo una dependance, il Palazzo nobile di trovava in paese, che allora si chiamava Belforte ma venne spazzato via da una frana che seppellì l’intero abitato uccidendo quasi tutta la popolazione.

Dopo la visita ci siamo diretti a Chiavenna, alla Collegiata di S.Lorenzo, per un saluto a suor Maria Laura Mainetti, la suora uccisa ormai 20 anni fa da tre ragazzine (16 e 17 anni…) che nella loro mente offuscata intendevano compiere un rito satanico. Se Satana esiste non ha certo vinto: le ragazze si sono distrutte la vita, e la suora verrà beatificata l’anno prossimo…

Da Chiavenna partono diverse passeggiate, qualcuna alla portata di tutti e qualcuna più impegnativa; bisognerà assolutamente tornare, anche perché l’altra specialità, gli gnocchetti (non pensate a quelli di patate: sono fatti di acqua e farina, e conditi con burro, bitto o casera _ o entrambi_), non li abbiamo assaggiati.

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Certo, a questo punto mi direte “e grazie al cavolo che ti viene mal di stomaco se pensi sempre a mangiare”, in realtà non sareste originali perché è la stessa cosa che mi dice sempre mia moglie, ma dico io altrimenti come si fa a sopravvivere alle notizie che ci bombardano? Referendum si/no; apertura delle scuole si/no; Lukaschenko che in Bielorussia ha appena vinto le elezioni con l’80% ma è un dittatore e che vi devo dire, se la democrazia che vogliono questi oppositori è la stessa che si è trovata la Russia quando è caduta l’Unione Sovietica, con Eltsin e la sua cricca che hanno depredato tutto il depredabile, non penso che ne potrà venire niente di buono per i bielorussi; Erdogan invece è nostro amico, tanto che facciamo le esercitazioni navali insieme a Grecia, Cipro e Francia per non farlo allargare ancora di più nel Mediterraneo, però non è un dittatore ma un  “importante partner”, tra l’altro non solo ha riaperto come moschea Santa Sofia, ma anche l’altro gioiello che è San Salvatore in Chora _ per fortuna ho fatto in tempo a visitarle entrambe prima che il nazional-islamismo prendesse il sopravvento_ ; in Germania i “no-mask” (una volta si chiamavano nazi) danno l’assalto al Parlamento; in America si sparano addosso bianchi e neri come ai bei tempi (anzi, ai bei tempi erano solo i bianchi a sparare ai neri: si vede che la musica sta cambiando…);  l’Egitto, altro nostro grande amico nonostante quel “piccolo inciampo” che è Giulio Regeni, tiene in carcere da mesi un ragazzo che era venuto a studiare a Bologna (cospirazione contro lo Stato se non ho capito male, per essersi occupato di diritti civili…) e se ne sbatte dei richiami della UE e non solo; Navalny avvelenato si/no (e nel caso da chi: perché si vocifera che i servizi russi lo tenessero d’occhio per proteggerlo, dato che evidentemente un Navalny morto fa più danno a Putin di un Navalny vivo, e allora come in tutti i gialli bisognerebbe forse chiedersi cui prodest…).

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Amiche e amici come al solito mi sono lasciato prendere la mano, e saltando di palo in frasca partendo dal marsala sono arrivato al thè corretto; tra i due comunque la mia preferenza pensi si sia capita…

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E per fortuna che siamo l’eccellenza!

Cronachette della fase tre 24-29 agosto

La dottoressa dice che somatizzo. Non ne sono molto convinto, fatto sta che al primo giorno di rientro al lavoro, peraltro da casa, il mal di stomaco si è rifatto vivo. Ingiustificato, a mio parere, data la dieta frugale a cui mi sono sottoposto durante le settimane di vacanza e della quale vi ho puntualmente ragguagliato. Nemmeno mi sento di dare la colpa alla zuppa inglese mangiata a casa di amici durante la visione di Paris Saint Germaine – Bayern Munich: il dessert che prediligo e che la nostra amica prepara appositamente per me. Secondo me sto diventando allergico al lavoro o alla lettura delle mail, dato che il male si è manifestato dopo una mezza giornata di visione di arretrati. Arriverà anche per me il giorno in cui potrò affrancarmi dalla condanna biblica? (che non è quella di sopportare Eva, preciso).

Comunque, giusto per tenermi buono e per confutare la autodiagnosi di colecistite, stilata dopo attenti studi dei sintomi su Internet (“lasci stare” è stato il laconico commento), la mia medico curante mi ha prescritto una gastroscopia. E finalmente! Ho subito chiamato il numero verde, che mi ha trovato la prima data utile per l’ospedale cittadino: il 4 marzo. Ho provato ad obiettare che siamo in agosto ma la data non è cambiata. Stranamente l’altro ospedale non era prenotabile dal numero verde unico, quindi non così unico, allora mi ci sono recato di persona e lì sì che ho avuto soddisfazione: appuntamento al 10 dicembre. Tornando a casa riflettevo sul fatto che se dovesse ripartire il Covid difficilmente in dicembre avrò voglia di farmi infilare un tubo in gola, ma vedremo a suo tempo.

La mia preoccupazione più grande non era tanto per la comparsa del dolore, che normalmente in una settimana di digiuno e continenza passa, ma del momento in cui si è presentato: venerdì infatti eravamo invitati al matrimonio della figlia di altri amici, cerimonia che si sarebbe dovuta svolgere in giugno ed è stata rimandata causa Covid, ed alla fine è stata fissata per venerdì non per scelta degli sposi ma perché era l’unica data rimasta libera al ristorante. Mi vedevo lì a chiedere pasta in bianco e patate lesse, con magari qualche carotina, mentre gli altri invitati si abbuffavano all’inverosimile, e la sofferenza si acuiva ulteriormente.

Dopo una settimana ho avuto comunque la soddisfazione di riuscire a rientrare senza troppi sforzi, grazie al chiletto perso, nel vestito che avevo indossato per l’ultima volta tre anni fa ad un altro matrimonio, che ancora mi va a pennello.

Appena arrivati al ristorante, in attesa degli sposi, un cameriere si avvicina con un vassoio ed offre l’aperitivo. A questo punto coraggiosamente mi sono detto “o la va o la spacca” e miracolosamente è andata. Credo che per questo tipo di disturbi la prescrizione di evitare il vino non sia opportuna, anzi trovo che come disinfettante e analgesico sia ottimo; fatto sta che ho mangiato tutto dall’antipasto al dolce, con tanto di caffè e limoncello, senza risentirne. Da dire che le porzioni non erano giganti e il menu rinfrescante: avrei personalmente evitato i tagliolini con ragù alla menta ma la qualità è stata decisamente di ottimo livello. L’unica cosa è che, trattandosi di una cascina nel vigevanese, all’avvicinarsi del tramonto si sono levati nugoli di zanzare ed hanno iniziato a banchettare con le banchettanti; io grazie ai peli sono quasi immune ma le signore e signorine hanno cominciato a schiaffeggiarsi senza ritegno.

Bellissima la scena del lancio del bouquet che mi dispiace di non aver ripreso: una donzella, evidentemente desiderosa di essere impalmata, si è addirittura gettata a pesce: chi ha orecchi per intendere intenda, sembrava voler dire…

Insomma amiche e amici, le feste come gli esami sembrano non finire mai; e non vi ho raccontato della puntatina che ho fatto la settimana prima in Val Chiavenna, ma magari un’altra volta, eh? Buon weekend!

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p.s.: Questa NON è la figlia della nostra amica

Culurgiones!

Lo so, eravate preoccupati che mi fossi perso per le strade della Sardegna. Per una decina di giorni mi sono imposto di non leggere giornali e non ascoltare notiziari e stranamente sono sopravvissuto senza saper niente di rubli padani (ma un capitolo di Olena ce lo dedicherò, siatene certi).

Ho visitato solo una piccola parte di quest’isola, un po’ di nord-est (con base a Cannigione) ed un po’ di nord-ovest (base a Stintino). Non voglio tediarvi con racconti o cronache, solo qualche foto e pensierino alla rinfusa.

  • A Stintino i nomi delle spiagge sono accattivanti: La Pelosa e La Pelosetta. Su queste spiagge girano delle guardie che controllano che non ci si porti via la sabbia, l’asciugamano non può toccare direttamente per terra ma deve essere posto sopra una stuoia. Con quello che ho pagato l’ombrellone avrei potuto caricare un camioncino di rena e nessuno avrebbe potuto biasimarmi, comunque.

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Spiaggia La Pelosa – ignoro perché si chiami così
  • Avete presente quelle escursioni in motonave dove vi fanno fare il giro delle isole con bagnetti e pranzo a bordo? Pittoresco, vero? Noi l’abbiamo fatto per visitare l’Arcipelago della Maddalena. Il paese de La Maddalena di per se stesso mi è sembrato troppo turistico, il giro in barca invece è stato bello se non ché questi ci sbarcavano in delle cale dove non c’era un filo d’ombra. Alla seconda cala (era l’una del pomeriggio!) ho cercato rifugio vicino all’unico muretto presente. Dopo il bagno però nell’asciugarmi non ho visto una roccia che sbucava dalla sabbia, sono caduto all’indietro (e per fortuna non ho sbattuto l’osso sacro) e mi sono sgarbellato tutto un gomito ed un polpaccio. La pasta in compenso era buona. Una signora si è lamentata perché i marinai gettavano gli avanzi in mare (i pesci non facevano nemmeno arrivare il cibo in mare, li mangiavano al volo). Ecco, questo lo definirei ambientalismo stupido, ma in quel momento il mio giudizio era condizionato dal male al gomito. Avrei gradito visitare le strutture create per il G8 del 2009 e mai usate (perché poi il G8 si tenne a L’Aquila, dove c’era stato il terremoto), così come le basi militari, ma non è stato possibile, mannaggia.

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Questa NON era la nostra barca
  • Porto Cervo: non pensiate che quanto dirò sia dettato da invidia o odio sociale. Ma questo paese finto a che serve? Si potrebbe radere al suolo con tutti i suoi frequentatori (con armi convenzionali, per non contaminare l’ambiente)? Le spiagge del Piccolo Pevero e del Grande Pevero meritano. Il prezzo degli ombrelloni è uno schiaffo alla miseria (l’ho già detto?).

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A Porto Cervo mi sono rifiutato di fare foto. Questa è dall’interno della Roccia dell’Orso a Capo d’Orso, non molto lontano
  • Caprera: non si può e non si deve passare da quelle parti e non visitare la casa-museo di Giuseppe Garibaldi. Tra l’altro il 4 luglio ricorreva il 212° anniversario della nascita dell’Eroe dei Due Mondi: non so nemmeno se si studi più a scuola, io ho un bel libro di Memorie dove mi colpì il suo feroce anticlericalismo (avrebbe volentieri mandato tutti i preti e suore a bonificare le paludi pontine). Sarebbe orgoglioso di come sono diventati gli italiani? Non credo, e del resto già l’unità non fu proprio quella che avrebbe auspicato lui.

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La casa di Garibaldi si intravede dietro un enorme pino della stessa età dell’Eroe dei Due Mondi
  • Isola dell’Asinara: questo è stato il giro che più mi è piaciuto. La storia dell’isola è affascinante, fino al 1885 ci vivevano 45 persone: poi lo Stato decise che l’Asinara diventasse Colonia Penale, e le persone furono “deportate” ed andarono ad insediarsi a Stintino. La storia dell’Asinara è quindi la storia dei suoi carceri: quello più “famoso” o meglio famigerato è il carcere di Fornelli, carcere di massima sicurezza, ma su tutto il territorio ce ne erano altri, più leggeri per detenuti con pene più lievi, dove in alcuni di questi i carcerati potevano uscire e coltivare la terra o accudire degli animali. Ora l’isola è Parco Naturale e le strutture, tra cui Fornelli, stanno andando in malora. La vicenda più interessante secondo me è quella dei prigionieri austro-ungarici della fine della Prima Guerra Mondiale: in origine 77.000, i serbi prima di imbarcarli a Valona, in Albania, li sottoposero ad una marcia della morte nella neve, e ne sopravvissero solo 27.000; questi furono internati all’Asinara, dove si dovettero preparare le strutture in fretta e furia, messi in quarantena per il tifo, tubercolosi etc., e se ne salvarono circa 20.000. C’è un bel libro su questo episodio, “I dannati dell’Asinara (ediz. Utet)”, che mi sono affrettato ad ordinare.  Tra le regole ferree del Parco (non prendere sassi, fiori etc…) bisognerebbe introdurre un’altra: evitare di emettere gridolini ogni volta che si avvista un asinello. Di mufloni, nemmeno l’ombra.

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Erba autoctona: il cuscino della suocera
  • Nuraghi: non abbiamo fatto dei gran giri archeologici e nemmeno gran visite a opere d’arte o musei a dire la verità. Come cittadine abbiamo visitato Alghero e Tempio Pausania, la prima meglio della seconda. Ma è a Tempio Pausania che mi sono reso conto di uno dei motivi per cui ho sempre vissuto la Sardegna con diffidenza: sono passati quarant’anni dal rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Lo ricordo bene perché ero partito militare da poco, e quell’ennesimo rapimento ci colpì molto, come colpì tutta l’Italia. A proposito di quarant’anni alcuni miei commilitoni (di cui uno diventato generale!) si sono ritrovati a Sabaudia a festeggiare l’anniversario del nostro corso. Tutte le scuse sono buone per bisbocciare, amici!

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  • Ma, tornando al nuraghe, non potevamo tornare a casa senza averne almeno visto uno: vicino a Tempio Pausania c’è il Nuraghe Major, che tra l’altro ospita una colonia di pipistrelli. Che bel paese che siamo! Ripopoliamo pipistrelli, vietiamo di asportare sabbia, impediamo di raccogliere un fiore, ma i poveracci in carne e ossa ci disturbano. Una volta avrei detto “Ha da venì baffo’ “, ma è sicuro che non verrà più, i poveracci dovranno arrangiarsi da soli.

 

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Homo nuraghensis
  • Cibo: avrei voluto fare molto di più cari amici, ma i nostri pranzi erano frugali come si addice al turista che voglia rimanere leggero (la birra Ichnusa non filtrata comunque non è mai mancata) la sera abbiamo mangiato sempre pesce: perciò niente culurgiones, malloreddus, ciccioneddos, niente porceddu, vini rossi niente (Cannonau!) così come i bianchi (Vermentino!). Ci siamo buttati su dei buoni rosè: mi permetto di segnalare due ristoranti, uno vicino a Cannigione (L’Oasi, dove non si prenota e solo per questo merita un applauso) ed uno a Stintino (Opera Viva, dove c’è una signora che impasta i culurgiones a vista). Una sera ho mangiato una seadas, ma confesso di averne assaggiata una migliore in un ristorante di Como.

 

Amiche e amici, è finita! Da lunedì si torna al lavoro. Un po’ di mal di Sardegna mi è venuto, contro le mie aspettative: l’anno prossimo, chissà…

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Niente sushi per Olena – 5

E’ una Gilda preoccupata quella che è di fronte all’ingresso sotterraneo del rinnovato laboratorio, dove si è recata con il treno MagLev guidato da Hidetoshi Nakata che fa la spola con la villa. Al suo fianco il fedele maggiordomo James, imperturbabile come sempre.
Gilda accosta l’occhio al lettore di iride e la porta si apre con un clic appena percettibile. Appena il tempo di entrare, e la coppia si rende conto che qualcosa non va.
«Toshiro, che stai facendo? Per l’amor del cielo, posa quella spada!» è il condivisibile appello che la Calva Tettuta rivolge al suo sottoposto.
Infatti Toshiro Laganà, che ha preso la direzione della divisione R&S¹ dopo la prematura scomparsa del cavalier Rana, è inginocchiato di fronte ad un altarino allestito su una delle cucine degli impasti, con sopra allineate le immagini di Carmela Laganà e Toshiro Mifune, suoi genitori naturali, e José Mourinho suo padre spirituale; indossa un kimono rituale, con una benda bianca in testa, e stringe in mano un coltello tantō  con il quale si appresta verosimilmente a praticare il seppuku.
Toshiro, concentrato nelle ultime orazioni, non sembra accorgersi dei nuovi arrivati.
Gilda si rivolge allora al maggiordomo:
«James caro, saresti in grado di addormentare Toshiro stringendogli l’attaccatura del collo, come il dottor Spock dell’Enterprise?» chiede una proattiva Gilda.
«Sono desolato signora, ma il mio addestramento non lo prevede. Posso essere utile in altro modo?» risponde  un mortificato maggiordomo.
«Lascia stare James, era solo una mia idea. Chissà perché mi ero messa in testa che insieme ai cocktails vi insegnassero anche a stringere i colli»
«Ma casualmente ho in tasca questa, signora, che potrebbe fare al caso nostro.» Così dicendo James estrae da una tasca interna della giacca una cerbottana in buona efficienza.
«L’hai presa ai pigmei, James? Una bella fortuna. Ma non sarà pericolosa? Altrimenti soprassiedi»
«Assolutamente, signora. L’ho provata inavvertitamente su Miguel, mi è scappato un colpo»
«Scappato un colpo, James? Guardami negli occhi» chiede dubitativamente Gilda.
«Glielo assicuro, signora. Stavo soffiando per controllare che non ci fosse polvere, ed è partito un dardo. Miguel passava per caso ed è rimasto infilzato, ma dopo dieci minuti si è ripreso ed è tornato come nuovo»
«Quand’è così, James, procedi pure»

Olena attraversa il corridoio che la porta nella camera di nonna Pina, dove la vegliarda è andata a riposare dopo il lutto che l’ha colpita. Ha in mano una busta consunta, ed in spalla una balestra. All’improvviso si apre una porta e ne esce un uomo dal colorito olivastro con una tutina di raso verde. L’uomo ha in mano una padella.
«Chi tu essere, finuocchietto?» chiede Olena, togliendo la sicura alla balestra che ha prontamente imbracciato.
«Yo soy Miguel Gutierrez, il nuovo badante!» dichiara il messicano. Poi notando lo sguardo di disapprovazione della russa, si lascia sfuggire una excusatio non petita: «Soy un sorcino, esta è la tuta di Renato ai tempi del Triangolo…»
Olena a malincuore rimette la sicura alla balestra.
«Tuorna in tua camera e non uscire finché io non dico. Suorcino…»
Scuotendo la testa Olena arriva alla camera della nonna e bussa lievemente. Poi entra, e chiude dietro di se la porta a chiave.
«Babushka, nelle tasche di vostro amico trovato questa» dice mostrando la busta. Nonna Pina prende la busta tra le mani, sorpresa e commossa. Olena continua:
«Qualcuno avvelenato scuorza di limone» dice la russa, cercando di capire l’effetto che la notizia ha sulla centenaria. Poi, fissandola in viso: «Adesso, babushka, deve dire me tutto»

Come James aveva previsto, dopo dieci minuti di incoscienza Toshiro si riprende. Smarrito cerca il coltello rituale che i due hanno provveduto a far sparire.
«Ma dico, Toshiro, sei impazzito? Come ti viene in mente di suicidarti nel laboratorio?» lo rimbrotta una empatica Gilda.
Toshiro si prende la testa tra le mani, e tra i singhiozzi riesce a proferire qualche suono:
«Ho fallito, fallito, è tutta colpa mia, devo pagare…»
«Povero Toshiro, non fare così! Non è commovente, James?» chiede al vicino maggiordomo.
«Non è usuale veder piangere un direttore, effettivamente» concorda James.
«Su, Toshiro, adesso soffiati il naso e raccontaci che ti è successo. Problemi di cuore?» chiede Gilda, pronta ad empatizzare ulteriormente. Toshiro libera le vie aeree e con fatica risponde:
«Signora, non ha letto il rapporto delle vendite dell’ultimo trimestre?» chiede lo sconvolto direttore. «Meno trenta per cento! Vendite in picchiata… e la nuova linea di prodotti… un flop!» e Toshiro si accascia, abbattuto.
«Toshiro, non puoi fartene un cruccio. Le idee per i nuovi ripieni erano ottime: pizza e fichi, fave e pecorino, lardo e miele… tradizione e novità, dolce e salato…»
«Lei è troppo buona signora»
«Lo so Toshiro, era solo per non deprimerti ulteriormente, sei un emerito coglione. Se ti può sollevare comunque potrei licenziarti su due piedi» dichiara una comprensiva Gilda.
«Gliene sarei grato signora, anzi mi trattenga anche il TFR». Ma Gilda, dando mostra di non averlo nemmeno ascoltato, continua parlando più a se stessa che ai presenti:
«Purtroppo il problema è ben più grande… abbiamo venduto un terzo in meno su tutte le linee, non solo sulle nuove, e le previsioni per questo trimestre non sono migliori. Sembra che nessuno voglia più comprare i nostri tortellini!» Poi, prendendo sempre tra se e se una decisione, chiama:
«James!»
«Signora?»
«Qui gatta ci cova. Concordi?»
«Le circostanze sono sospette, in effetti»
«Bene. Allora sai quel che c’è da fare»
«Certamente signora. Ristretto o Lungo?»

Chi ha raccomandato Toshiro Laganà? Chi ha avvelenato la scorzetta di limone? La tutina è davvero di Miguel? Ma Miguel è quello della scimmietta? Oppure gatta ci cova?

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¹ Ricerca & Sviluppo. E’ pieno di gente inventiva: parecchi cazzeggiano, molti inventano acqua calda, ma qualcuno ha  davvero idee geniali che possono cambiare le sorti delle aziende per le quali lavorano, ed a volte anche le proprie anche se più di rado.

Spezialitaten

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Ma quali saranno queste specialità di cui si parla, mi sono chiesto? Quelle per le quali valga la pena intraprendere iniziative istituzionali? Ho stilato quindi un breve elenco, che sarà utile ai votanti:

  • ossobuco alla milanese;
  • cotoletta alla milanese (o Wiener Schnitzel);
  • risotto allo zafferano;
  • primari di ospedale ciellini;
  • polenta in tutte le salse;
  • tortelli di zucca (Mantova);
  • missoltini e pesce persico (lago di Como);
  • vini della Franciacorta;
  • chirurghi che impiantano protesi in cambio di mazzette;
  • pizzoccheri (Valtellina);
  • mariuoli che rubano ai vecchietti del Pio Albergo Trivulzio;
  • bresaola (Valtellina);
  • ex ministri dell’Interno che negano l’esistenza della mafia in Lombardia;
  • ex ministri dell’Interno che fanno resistenza a pubblico ufficiale;
  • ex ministri dell’Interno che diventano governatori e promulgano referendum a capocchia;
  • casseula;
  • panettone;
  • ‘ndrangheta e camorra (ma l’ex ministro dell’Interno diceva che non ci sono);
  • anziani leader in passato dediti a cene eleganti;
  • mostarda (Cremona);
  • violini (sempre Cremona);
  • partiti politici che investono rimborsi elettorali in diamanti in Tanzania;
  • amaretto di Saronno;
  • gorgonzola;

e tante altre che non citerò per questioni di spazio, ma che meritano senz’altro riguardo.

Segnalo che ieri sera, non bastassero forzitalioti, fratelliditaliani e centricoli vari che hanno appoggiato le mene leghiste, parte dei sindaci piddini che si sono pronunciati a favore, tra cui primeggiano il sindaco di Bergamo e quello di Milano, ieri dicevo perfino un consigliere cinquestelle (con rispetto parlando) blaterava di autodeterminazione.

Il 22 ottobre saremo quindi chiamati, intendo i residenti in Lombardia con diritto di voto _ il suffragio universale è comunque sopravvalutato, secondo me_, a dire la nostra sul quesito che ho riportato all’inizio, tema che sta a cuore a tutti i lombardi, non il lavoro, non la precarizzazione e la dignità delle persone, non la caduta morale della società, non la privatizzazione di tutti i servizi, non l’infiltrazione mafiosa (stessa cosa faranno in Veneto). Il referendum, in piena trasparenza, si svolgerà con voto elettronico e senza quorum. Cioè basteranno tre pirla certificati dalla società Lombardia Informatica (i cui dipendenti come noto sono assunti per alti meriti professionali) per autorizzare l’ex ministro degli Interni a chiedere più poteri e più soldi (per adesso, poi si sa come va a finire).

Mi rivolgo allora all’attuale ministro degli Interni, onorevole Minniti. Onorevole, sono un suo estimatore, mi farebbe un favore? Li faccia pure votare perché se no poi piangono, ma subito dopo potrebbe metterli tutti su un barcone e spedirli in Libia? Grazie.

(163 – continua)

maroni

L’Omino di Burro

L’altro giorno una amica, volontaria in una mensa per poveri (lo dico fintanto che il politicamente corretto non obbligherà a definirli diversamente ricchi), mi raccontava degli episodi che l’hanno messa seriamente a disagio, e non posso negare che altrettanto abbiano fatto con me.

La premessa è che in questo esodo che avviene dall’Africa , nella confusione e inettitudine degli organismi che dovrebbero essere preposti a governarlo, stanno arrivando sì persone duramente toccate da guerre, persecuzione e carestie ma anche persone che si muovono spinte da puro utilitarismo. Avrete già capito che non amo le ipocrisie: e dunque nemmeno quella del tutti bisognosi e tutti buoni. Ne tutti bisognosi ne tutti buoni, e non è poi detto che i bisognosi siano per forza buoni: perché dovrebbero esserlo, poi.

Uno degli episodi, minimo ma emblematico, è questo: una mattina, a colazione, due giovani hanno protestato vivacemente con i volontari, fino ad arrivare a vie di fatto, perché ad uno era stata data una brioche ripiena di marmellata mentre all’altro di Nutella. Volevano entrambi la Nutella. L’ho guardata trasecolato. Non per la scelta: sinceramente, ed in barba all’olio di palma e alle foreste di mangrovia, anch’io avrei scelto la Nutella. Ma perché fino a quel momento non avrei mai creduto possibile che qualcuno, a parte i bei tempi in cui Maria Antonietta aveva ancora la testa sulle spalle,  potesse dare a qualcuno che asserisca di avere fame brioche a colazione.

La giustificazione è stata: questo ci danno i supermercati, è roba ormai in scadenza che va consumata altrimenti va buttata. Bisognerebbe magari valutare se sia più immorale buttar via delle brioche industriali o illudere la gente che questo sia il paese dei Balocchi. Io avrei detto chiaramente: cari signori, qui a colazione si mangia il pane, o al massimo i biscotti se ce n’è; chi non gradisce, vada al bar.

Ad esempio, noi la colazione la facevamo con gli Oro Saiwa, quelli che se non ti sbrigavi a mangiarli dopo averli inzuppati nel latte ti si scioglievano nella tazza, e dove il grande gusto era quello di prenderne un pacchettino e mangiarlo tutto insieme.  Ma usare il pane, anche secco, non mi risulta sia peccato per nessuna religione.

Sicuramente essere circondati da pubblicità che invita a consumare a tutti i costi non aiuta a distinguere il necessario dal superfluo: per questo forse ricordare tempi più sobri non dovrebbe far male.

Una volta non c’era l’abitudine di mangiare il dolce dopo pranzo. I dolci si facevano in occasioni speciali, a Carnevale per esempio: Rosa, la madre del mio amico Stelvio, era una virtuosa degli scroccafusi e delle pesche dolci con le metà inframezzate da uno strato di crema;  mia madre faceva le sfrappe, che potevano anche essere ripiene, e le chiacchiere  che sono delle girelle di pasta arrotolata e fritta. Mi rivedo bambinetto seduto sulle scale della vecchia casetta, qualche gradino sopra Stelvio, intento a confrontare i dolci: ma può darsi che mi confonda con quando Rosa tentava di dare da mangiare al mio amico ed io, da settimino che doveva ancora recuperare appieno il peso forma, cercavo di impietosirla con “No mancia Telvio? Mancia io”. Mia madre imbarazzata mi riportava in casa sollevandomi di peso.

Le torte si mangiavano in occasione di qualche compleanno. I compleanni erano esclusivamente quelli dei bambini, dei grandi non era interessante sapere quando compissero gli anni; invitati al massimo erano i cuginetti in modo che tutto rimanesse in famiglia; non si facevano le feste perché poi non ci sarebbe stato modo di ricambiare. Una sola volta ricordo di essere andato ad una festa di compleanno che non fosse di qualche parente. Adele, di  cui vi ho parlato a proposito della Bianchina familiare in sette, era a servizio in quella casa e ci preparò della cioccolata buonissima. Ad un certo punto tutti si scatenarono creando una piramide umana sopra l’amico Aldo, che aveva fama di forzuto: io rimasi in prossimità della cioccolata e la mia saggia condotta fu da Adele apprezzata ed elogiata.

Quando i tempi divennero più opulenti, e eravamo tutti già grandicelli, certe domeniche mio padre mi mandava a comprare le paste. A me piacevano i diplomatici, quei rettangoli con l’esterno di pasta sfoglia spolverata di zucchero a zelo e l’interno di strati di pasta frolla imbevuta di alchermes e crema pasticcera. Due a testa, tre proprio per le grandi occasioni. Alla fine del pranzo, magari dopo una bella porzione di vincisgrassi, veniva posto al centro della tavola il cabaret. Un’occhiata veloce alla destra e alla sinistra precedeva il momento del prelievo, che veniva fatto quasi con pudore; ma sotto sotto la speranza era sempre che qualcuno rinunciasse alla sua parte per potersene dividere le spoglie.

Io credo, ed anche la mia amica ne è convinta, che bisognerebbe astenersi da certi colpi di genio. Sveliamo il grande imbroglio: non è vero che in Italia si mangi tutti i giorni brioche a colazione e sgorghi Coca Cola e aranciata dai rubinetti. Se qualcuno vi fa credere il contrario attenzione, potrebbe essere l’Omino di burro.

(51. continua)

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Viva le lasagne!

Con motu proprio stamattina il mio sopracciglio sinistro si è alzato. Sbirciando il giornale del mio compagno di viaggio (il mio non riporta certe notizie, siamo su altri livelli) un titolo in evidenza l’ha costretto a questa intemperanza, a cui non è solito indulgere: “Genitori contro lasagne e polpette”.

Detta francamente, e con rispetto per la posizione dei suddetti, mi è sembrato un comportamento contro natura. Cioè, si può essere contro il buco dell’ozono, lo scioglimento dei ghiacciai, l’estinzione dei panda ma una battaglia contro lasagne e polpette non mi troverebbe al fianco dei promotori.

Nemmeno mio nonno Gaetano, credo, ne sarebbe stato entusiasta. Tornato dalla guerra d’Africa (dove ricorderete era partito inaugurando il vestito bianco) dove la prigionia e la malaria l’avevano ridotto pelle e ossa, dovette assoggettarsi tutta la vita ad un menu di patate lesse, carote lesse, e pollo (lesso). Tenendo conto che mia nonna era cuoca, un bel supplizio. Nella dieta stranamente era ammesso il vino, credo come disinfettante. Avrei sconsigliato qualcuno dal perorare un boicottaggio di piatti conditi, siano primi o secondi, in sua presenza.

Da noi le lasagne si chiamano vincisgrassi e l’Unesco a mio parere dovrebbe proclamarli patrimonio dell’umanità. Quelli di mia madre, sicuramente.

Da piccolo, nella nostra casetta, capitava che avanzasse del pane e venisse posto a seccare. Il pane secco non si butta, è un peccato mortale: mio padre ancora oggi ama farci colazione. Qualche pomeriggio, per merenda, questo pane avanzato veniva ammollato con l’acqua e condito con lo zucchero; oppure con olio e aceto. Mio fratello, piccolino, non deve aver vissuto tali variazioni al regolamento con animo sereno: ancora oggi sostiene che ci veniva dato quando non c’era nient’altro da mangiare.  Non mi sento di escluderlo: comunque una zuppetta di pane e zucchero non ha mai fatto male a nessuno.

Tornando al casus belli, sembra che in precedenza in qualche piatto siano state trovate tracce di peli di cotenna (di maiale). La protesta fortunatamente non parte da pregiudizi religiosi altrimenti qualche parte politica facinorosa se ne approprierebbe per propugnare menu a base di cotenne pelose, ma esclusivamente sul merito della composizione dei ragù.

In tempi meno opulenti il dialogo sarebbe stato: “C’è un pelo!” “Scansalo e mangia” “No, non mi va più” “Lascia lì, che mangio io”. Il senso di colpa del lasciare cibo nel piatto mentre nel mondo chissà quanti bambini stavano morendo, in quello stesso preciso momento, di fame, impediva il reiterare di capricci. Per noi poi che eravamo in quattro più che fare storie bisognava essere veloci a finirlo, quel che c’era: gli altri non avrebbero avuto pietà.

Un altro punto di vista, fatalista ma non privo di verità, era: “quello che non strozza, ingrassa”. A parte che il concetto di strozzare varia da persona a persona: ad esempio qualcuno potrebbe essere refrattario alle carrube (teche marine si chiamano da noi, chissà perché; cronache antiche riportano che fossero vendute da Pietro de Claudina, insieme alla lavanda africana), e qualcun altro andarne ghiotto perché gli ricordano i bei tempi; il kebab nutre milioni di turchi, ma col sottoscritto è incompatibile. Detto ciò, concordo che magari dal punto di vista nutrizionale una setola di porco non valga granché ma come dire, non c’è ciambella senza buco ne cotica senza pelo.

A proposito di carrube, mi è venuto in mente che quando da piccolo mio padre mi portava a vedere le partite, c’erano i venditori di lupini, semi di zucca e appunto carrube; sono sempre stato un ammiratore dei virtuosi del lupino e seme di zucca. In entrambi i casi, si tratta di togliere la buccia senza l’uso delle mani; l’operazione va fatta con i denti e con la lingua, e la buccia deve essere rigorosamente sputata nel posto antistante. Come esecutore ero scarso, e una buccia su due la mangiavo. Le carrube però proprio non mi piacevano, a mio padre invece ricordavano le fiere di gioventù.

Mi capitò negli anni ’80 di andare a cena, con la mia futura dolce metà, in un ristorante storico di Milano, “La mamma”, vicino al Piccolo Teatro. All’ingresso c’era un cartello che diceva ”attenti alle tartarughine” e quindi entravi in questo locale buio con cautela, guardandoti i piedi: così concentrato non ti accorgevi dell’arrivo del gestore (uomo) che ti urlava un “Buonasera! Io sono la mamma!” facendoti sobbalzare. L’antipasto veniva servito in un vaso da notte, dei pezzetti di bologna e grana; e come frutta, appunto, le carrube, sempre in un vaso da notte. Il locale era tappezzato da foto di gente famosa, e sinceramente pensammo che fossero millanterie per impressionare i turisti. Con sorpresa ma anche tenerezza anni dopo sentimmo addirittura al telegiornale che il locale storico aveva chiuso i battenti. E le tartarughine?

Tornando alle lasagne, credo che l’unico motivo sensato per cui esse, con o senza peli, dovrebbero essere proibite ai bambini sia un altro ma quei genitori, lo dico con rammarico, non ne hanno accennato.

Le lasagne non sono un piatto normale. Sono un piatto della festa. Della domenica, e non di tutte le domeniche ma solo di quelle importanti, un piatto da mangiare tutti insieme in famiglia, un piatto che da solo mette allegria e voglia di stare insieme. Non si può far assurgere un semplice mercoledì, per dire, a livello di domenica. Altrimenti va a finire che ogni giorno è domenica, col risultato di passare le domeniche negli abominevoli centri commerciali. A mangiare, ancora, lasagne e polpette.

(34. continua)

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