Piccolo galateo reazionario

Può darsi che la mia ottica sia parziale e che le conclusioni che tragga da questa osservazione siano soggette ad accuse di conservatorismo, ma ho l’impressione che la convivenza tra genitori e figli stia diventando sempre più difficile. Una volta l’aspirazione naturale dei figli era quella di rendersi autonomi il prima possibile per uscire di casa e farsi i fatti propri (che nell’ordine significava: guadagnare e spendere senza sentirsi in colpa; poter disporre a piacimento dei propri spazi senza render conto di calzini lasciati qualche giorno sul pavimento a decantare; invitare amici e sperabilmente amiche senza tema di essere disturbati o interrotti sul più bello; ed, infine, per metterne su una propria, di famiglia).

Ora noto invece una tendenza preoccupante a volersi fare i fatti propri ma senza nessuna ambizione di togliersi dai piedi per far respirare i poveri genitori. Con i propri soldi, dico: che di togliersi dai piedi con i soldi di mammà son buoni tutti. E passi quando si è da soli; ma ora si pretende anche di imporre la presenza di fidanzatini, amichette e sodali.

Credo fermamente che alcune regole di igiene vadano ripristinate. Regole sociali e di educazione create nel corso dei decenni se non dei secoli allo scopo precipuo di salvaguardare i genitori e sentire i figli costretti, soffocati, in modo da dargli il giusto stimolo per togliere al più presto il disturbo.

Le regole (lo ammetto, più stringenti per le ragazze che per i ragazzi, ma forse proprio per questo ancora più  valide) erano poche e semplici:

  • questa casa non è un albergo:

traduzione: in questa casa ci sono degli orari da rispettare. C’è un’ora per la colazione, una per il pranzo ed una per la cena: se non sta bene, quella è la porta. La postilla per il desinare era che se non piaceva quello che c’era nel piatto si poteva tranquillamente astenersene, ma si restava a tavola fino alla fine. Il giorno dopo, probabilmente, si sarebbe ritrovata la stessa pietanza. Una variante era: se inizi a mangiare, poi lo finisci. Non si lasciano avanzi nel piatto. Considerando che un recente studio di Waste Watcher afferma che le famiglie italiane sprecano ogni anno cibo per 13 miliardi di euro, ripristinare questa regola apporterebbe anche indubbi vantaggi economici.

  • ognuno mangia a casa sua:

non si fanno visite all’ora di pranzo o cena. Se per caso ci si trova a fare i compiti da un amico/a, anche di fronte all’invito che i suoi genitori faranno per cortesia: “vuoi rimanere a cena da noi?” si risponde: “No, grazie” e si torna a casa, coscienti che se si è arrivati fino a quel punto ci si è fermati già troppo.

  • ognuno dorme a casa sua:

le assurde richieste “Mamma, posso rimanere a dormire dalla Stefi?” oppure “Mamma, la Sabri può rimanere a dormire da noi?” hanno una risposta categorica ed inequivocabile: NO. Io voglio e pretendo la libertà di girare per casa mia come cacchio voglio, in mutande e Crocs gialle se mi aggrada, e non voglio nessuna Stefi o Sabri tra i piedi mentre mi gratto il sedere. Se la Stefi e la Sabri sono state in grado di arrivare fin qua, devono anche essere in grado di tornarsene da dove sono venute. E non mi chiedano di accompagnarle a casa. Chiamino i loro, di genitori, se del caso.

  • ognuno contribuisce all’economia familiare:

il patto tra generazioni è: finché studi (sempre che tu sia portato per studiare) io se ci riesco ti mantengo, e tu dai una mano come puoi in casa; quando cominci a guadagnare qualcosa, e sempre fintanto che rimani in casa, una parte del tuo stipendio per piccolo che sia viene incamerato. Poi magari viene messo da parte e restituito, ma senza obblighi. D’altronde anche il valore del risparmio si è un po’ svalutato. Ricordo che alle elementari era istituita una giornata del risparmio, e appunto la locale Cassa di Risparmio dava a tutti gli alunni una cassettina blu di lamiera, a forma di libro, dove mettere i pochi spiccioli che si ricevevano di quando in quando; dopo un congruo periodo, all’apertura della cassettina seguiva l’immediata apertura del libretto in banca, dove con lo stesso sistema anno dopo anno si andavano accumulando delle fortune. Credo di aver estinto il mio libretto a 16 anni per comprarmi il violino: avevo un capitale di ben trenta mila lire! Pensando a che fine fanno le mancette ed i regali di Natale dei bambini moderni, e cioè in gran parte ad arricchire compagnie telefoniche ed elettroniche, non sarebbe meglio recuperare le vecchie cassettine di latta?

  • qui non siamo americani, e nemmeno svedesi:

se vuoi far l’amore con il tuo ragazzo, non pensare di poter usare la tua camera ne tantomeno il divano. Non m’interessa se la alla tua amica Stefi i genitori lasciano la casa libera: vai dalla tua amica Stefi! E se proprio vogliamo parlarne, non mi sta nemmeno bene che continuiate a sbaciucchiarvi sul divano mentre si guarda la televisione. Andate al cinema. E se volete fare l’amore, buttatevi su un prato. Dice: eh ma oggi ci sono tanti pericoli, meglio in casa che chissà dove. In casa mia, no. Uscite e correte il pericolo.

  • ogni cosa a suo tempo:

ai miei tempi prima di fidanzarsi ci si pensava bene. Le parole e gli atti avevano il giusto peso: fidanzamento aveva un preciso significato e costituiva un preciso impegno: non ci si fidanzava così tanto per fare. Ci si metteva insieme perché si intravedeva la possibilità di realizzare un progetto di vita (parolone, ma così è); e non era un mero fatto personale, ma un avvenimento che coinvolgeva almeno le rispettive famiglie. In un paese poi figurarsi, riguardava tutti.

Ora a 16 anni una ragazzina dice: “Mi sono fatta il fidanzato” dove per fatta non intende solo “ho una simpatia ricambiata”. Detta ragazzina chiederà senz’altro di poter partire per il weekend con il “fatto”, perché lo fanno tutte le sue amiche, ed i genitori ritenendosi moderni le daranno il consenso. Calma, ragazza. Tu con il mio consenso fino a 18 anni non vai da nessuna parte, tantomeno a farti il fidanzato. Ed anche dopo i 18, se sei in questa casa, è tutto da vedere. E poi, dico, perché? Perché questa fretta? Perché questo bisogno di scimmiottare i grandi, dico, se vuoi fare l’amore fallo, ma che bisogno c’è di “fidanzarsi”? E poi magari dovrei ospitare per contraccambiare il fidanzato lontano? No, mi dispiace, la camera degli ospiti è occupata.

(79. e non finisce qua)

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Ti auguro tempo

“Questa poesia non è mia. Magari fossi capace di scriverne così. E’ una poesia di una poetessa tedesca, Elli Michler (www.ellimichler.de). L’ho creduta, sbagliando, una poesia africana, e così in origine l’ho presentata. Mi sbagliavo, e volentieri e doverosamente ne do il merito a chi ce l’ha. Mi ha tratto in inganno perché vi traspare una saggezza grande, ancestrale, che mal si associa ai nostri ritmi e alle nostre nevrosi. Grazie, Elli Michler”.

 Ti auguro tempo.

Non ti auguro un dono qualsiasi.
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno:
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere,
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per poter essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo che te ne resti
per stupirti e per fidarti,
e non soltanto per guadarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle,
e tempo per crescere, ovvero per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
non ha senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni giorno, ogni ora con gioia.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di: avere tempo per la vita!

Elli Michler.

© Don Bosco Medien GmbH, München

(78. continua) e buon Natale!

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Negare sempre (2)

Sto pensando seriamente di trasformare questo blog in una rubrica dal titolo: Negare sempre! Come infatti ho avuto modo di spiegare, non posso nascondere l’ammirazione che nutro per chi riesca a negare l’evidenza dei fatti, e alcune performance le paragonerei alle migliori pièces teatrali.

Una infermiera di Bergamo, sposata da poco anche se non di primo pelo (47 anni), di ritorno dal viaggio di nozze si accorge di essere stata un po’ troppo precipitosa nella decisione di convolare a nozze. Glielo fa capire un paziente della clinica dove ella lavora prodigandosi, è il caso di dire: l’uomo, ricoverato per riabilitare un ginocchio irrigidito da un infortunio, viene sottoposto ad una terapia che sollecita anche altre parti del corpo ugualmente rigide; la sposina gradisce ed alle dimissioni del malato, da vera crocerossina,  si offre di proseguire la cura a domicilio. Il marito è ignaro, ma comunque di troppo: una persona meno fantasiosa avrebbe magari preparato le carte di separazione, ma perché perdersi in lungaggini burocratiche, ha pensato la solerte infermiera?  Una bella dose di sonnifero nel caffè ed una dose di insulina per cavalli diabetici: il maritino va all’altro mondo e la vedova affranta può, dopo un breve periodo di lutto, convolare a nuove nozze.

Il piano a me sembrava ben congegnato; tuttavia qualcosa non ha funzionato, poiché il marito è stato salvato (per il rotto della cuffia, ricordando solo che effettivamente il caffè aveva uno strano sapore _ anche Sindona a suo tempo per un attimo lo pensò_) e le analisi fatte all’ospedale hanno scoperto le sostanze nel sangue. Se siete un po’ pratici di polizieschi vi chiederete a questo punto chi avesse arma, opportunità e movente: gli investigatori per capirlo ci hanno messo solo qualche giorno, e più che altro qualche notte, visto che l’infermiera appena lasciato il capezzale del marito si presentava a quello dell’amico.

Accusata dunque di tentato omicidio, si è difesa dicendo: “Non ho fatto nulla, e se ho fatto qualcosa non lo ricordo”. Per carità, potrebbe anche trattarsi di sdoppiamento della personalità, lo stabiliranno gli psichiatri; io se fossi nei panni dell’amante tirerei un sospiro di sollievo, in fondo le ginocchia ed il resto non rimangono rigidi per sempre.

Un’altra vicenda, boccaccesca ancora di più se si vuole, non proprio in linea con il clima natalizio e per questo mi scuso: un miliardario inglese di 46 anni, accusato di aver stuprato una ragazzina di 18 anni, si è difeso dicendo: “Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”. E in effetti, diciamocelo, a chi non è mai capitato di inciampare e al posto dello sbucciarsi un ginocchio atterrare sul posteriore di una signora intenta ad allacciarsi le scarpe, o anche un signore giacché non è che si possa far troppo gli schizzinosi sul dove atterrare? Da quando l’ho letto evito ad ogni buon conto di allacciarmi le scarpe se non con le spalle ben vicine ad un muro. Non ho ben capito se abbiano chiesto la versione dei fatti anche alla ragazzina, e se questa abbia risposto come Melisenda, figlia del conte Mascetti: “Sparecchiavo!”. Comunque, giusto per confermare che la negazione ad oltranza paga, il miliardario è stato assolto.

(77. continua)

QUIRINALE: TRA VOTI ANCHE QUELLO PER IL CONTE MASCETTI

 

Un uomo, un mito

Il signor Ivic Zvonomir Cicak, croato,  si è battuto per tutta la vita per il rispetto dei diritti dell’uomo. Il suo paese, nella persona della presidentessa della Repubblica signora Kolinda Grabar Kitarovic (che non credo fosse in carica quando il nostro premier in auge era un arzillo ottantenne, altrimenti ne avremmo viste delle belle) gliene ha giustamente reso atto conferendogli un diploma al merito.

Non capita tutti i giorni di ricevere apprezzamenti per l’impegno di una vita. Si fa un bel dire che la più grande soddisfazione nello spendersi per una nobile causa sia quella di sentirsi in pace con se stessi; ogni tanto però ricevere un grazie e magari una pacca sulla spalla fa piacere. Sempre che la causa sia nobile: io ad esempio non riesco ad apprezzare gli animalisti che sono andati a manifestare alla fiera degli O Bej O Bej di Milano contro le bancarelle che esponevano carne. Non bastava l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci mancavano anche loro. Già mi sentivo in colpa per il livello di colesterolo LDL, davvero non si può più mangiare una fettina di salame in santa pace.

Devo confessare che in generale la Croazia non mi ispira grande simpatia. Ricordi storici, sia della prima (la questione istriana) che della seconda guerra mondiale (i famigerati Ustascia) e più recenti, legati alla guerra civile che ha portato alla disintegrazione della Jugoslavia e alla conseguente somma di problemi che ancora ci portiamo dietro, non mi inducono alla benevolenza. Anche nello sport spesso ce le suonano, intollerabile. A conferma del mio stato d’animo, aggiungerò che sono andato al mare in Croazia l’anno prima della guerra, non riuscendo a fare nemmeno un bagno dato che l’acqua era subito profonda ed io non sapevo nuotare, ed a tutt’oggi non ci sono più tornato.

“L’ora del cojó passa per tutti”, recita un proverbio delle mie parti che sta a significare che a qualsiasi uomo, per quanto intelligente o potente sia, accade almeno una volta nella vita di combinare qualcosa di cui non andare esattamente fiero. A me ad esempio uno di questi momenti,  e ringrazio la dottoressa Martelloni di cui vi parlai qualche tempo fa per avermelo fatto tornare in mente, passò durante il servizio militare, quando durante il corso ufficiali fui incaricato di innalzare la bandiera sul pennone posto nel bel mezzo del la piazza d’armi per la quotidiana cerimonia detta appunto dell’alzabandiera. Ogni mattina un allievo ufficiale doveva portare il drappo fino al pennone, legarlo alla corda scorrevole e poi, al comando del comandante, tirare la corda fino ad issarlo in cima, con i reparti schierati sull’attenti. Ancora non so se la mia tecnica di fissaggio non fosse adeguata o se fu colpa del vento maligno, fatto sta che la bandiera si avvoltolò attorno al cavo ed arrivata a metà non volle più saperne ne di salire ne di scendere. Passarono attimi interminabili, in cui la mia schiena si inzuppò di sudore; sentivo in sottofondo le risatine dei commilitoni e mi sarei volentieri vaporizzato se ne avessi avuto modo; ad un certo punto il sergente istruttore ruppe le righe per vedere che caspita spessi combinando e poi, dopo avermi rivolto un’occhiata schifata, fece un cenno al comandante che ruggì un “riposo!” che mi fece rizzare i peli sulla nuca. Temetti che come punizione mi facesse arrampicare sul pennone per sbrogliare la matassa; mi balenarono in mente immagini di marinai impiccati al pennone più alto, ma fortunatamente eravamo in contraerea e quel tipo di condanna non usava; poco tempo fa mi capitò di ripensare a quell’episodio quando girarono voci che in Corea del Nord il magnanimo e saggio Kim Jon-un avesse condannato alla fucilazione a colpi di cannone un generale colpevole di essersi addormentato durante una parata: spero che da quelle parti le bandiere salgano sempre senza intoppi.

Ma tornando al signor Ivic Zvonimir Cicak non si può non notare che ha un problema,  comune peraltro alla maggior parte degli uomini: ha solo due mani. E avendone già una impegnata dal bastone al quale deve appoggiarsi e l’altra occupata a reggere il diploma che l’avvenente presidentessa gli ha consegnato, ne avrebbe avuto bisogno di una terza per reggere i pantaloni incautamente indossati senza cintura ne bretelle. Così il nostro beniamino sopravvalutando le sue forze e il suo giro vita si è trovato in mutande nel bel mezzo della premiazione; i consiglieri presidenziali presenti, lungi dal dare quella mano di cui ci sarebbe stato gran bisogno, sono inopinatamente scoppiati a ridere; all’altezza della situazione, dimostrando di meritare pienamente il ruolo che occupa,  è stata solo la presidentessa Kitarovic che con prontezza di riflessi ha abbassato il diploma per coprire gli impresentabili boxer azzurrini di mister Cicak.

Quello che mi tormenta è: può un momento di distrazione cancellare decenni di impegno civile? Secondo me, no. Ed a tale proposito, propongo che il signor Cicak faccia parte della prossima delegazione della Croazia in Corea del Nord, per ricevere dalle mani del munifico e giusto Kim Jon-un la targa in ricordo dell’amicizia imperitura tra quei due popoli.

(76. continua)

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Affittasi utero

Non avendo alcun titolo per esprimermi nel merito di questa questione, ovvero se sia lecito permettere anche in casa nostra quello che già da altre parti del mondo è concesso, dove la fattispecie consiste nell’ affittare un pezzo di corpo di una donatrice per i pochi mesi necessari al concepimento di un bambino dopo di che il nascituro rimarrebbe agli affittuari mentre alla locataria (necessariamente di sesso femminile, almeno per ora) verrebbe restituita la possibilità di fare del proprio utero quello che meglio crede, mi permetto comunque di manifestare qualche dubbio.

Non mi è ben chiaro in questa transazione quale sarebbe il ruolo dell’uomo: se partecipi attivamente alla scelta della donatrice ed alla successiva fecondazione, se si limiti a fornire una o più dosi di seme oppure se il contratto preveda che la generosa incubatrice scelga da se stessa il partner, ed in questo caso se gli affittuari abbiano la possibilità di indicare un gradimento o addirittura accampare un diritto di veto.

Anche dal punto di vista del diritto del lavoro l’inquadramento sarebbe controverso: si tratterebbe di lavoratrici autonome o dipendenti a tempo determinato? Le tariffe rispettano le tabelle nazionali del comparto metalmeccanico, o data la natura sociale la prestazione può essere equiparata al trattamento del pubblico impiego?  E, visto che l’articolo 18 che prevedeva il reintegro è stato eliminato dal grazioso governo Renzi-Confindustria, che succederebbe  in caso di licenziamento? E a chi spetta l’indennità di maternità, all’affittata o all’affittuaria? O prima all’una e dopo all’altra?

L’unione dei consumatori avrebbe qualcosa da dire, e probabilmente vi andrebbe dedicata qualche puntata di Report. Ad esempio, in questi casi si applica il diritto di recesso? Se il prodotto non rispetta le attese, può essere reso al produttore? Ed in che misura può non rispettare le attese? L’acquirente può controllare la filiera, ovvero risalire l’albero genealogico della produttrice di qualche generazione? E nel caso la consegna non avvenga nei tempi previsti, può essere applicata una penale? E se invece di un bambino ne nascono due o più contemporaneamente, che si fa?

Non voglio dibattere se sia etico o morale comprare o vendere un corpo umano, o se sia da considerare più mamma chi il bambino lo dia alla luce o chi lo accolga e gli voglia bene. Corpi umani si vendono e comprano tutti i giorni, anche a pezzi ed anche a poco prezzo; alcuni corpi addirittura non hanno nessun valore; e di bambini figli di genitori non “naturali”, se la parola ha un senso, ce ne sono a milioni.

A ben vedere, di bambini in vendita ce ne sono sempre stati; specialmente in periodi grami come potevano essere quelli di guerra, di storie di povere donne che davano i figli a coppie facoltose, in cambio di un piccolo tornaconto per loro e una speranza di vita migliore per il figlio, ne giravano a bizzeffe. In genere però si trattava di bisogno, non è che si scegliesse come professione lo sfornare figli , a mo’ di panettiere, per conto terzi.

Ricordo con nostalgia quando, da adolescenti degli anni settanta, sentivamo scandire (in televisione) lo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io”. Devo dire che all’epoca avevamo una vaga idea di dove si trovasse, ‘sto benedetto utero; già fantasticavamo su organi più esterni, figurarsi quelli più nascosti.

Certo fa un po’ impressione vedere come quello slogan, che all’epoca veniva usato per rivendicare non già la supremazia ma addirittura l’esclusività nel decidere tempi e modi per la procreazione, in tempi di consumismo venga distorto per sostenere che, assodato ormai che l’utero è mio, lo possa usare come voglio e quindi anche per fabbricare figli e venderli al migliore offerente.

Ci sono dei bisogni, delle sofferenze, su cui non si può banalizzare o scherzare, e sicuramente uno di questi è il desiderio di maternità. Ma, mi chiedo, sul pianeta siamo già sette miliardi, ed a breve arriveremo a nove sempre che Erdogan non continui a stuzzicare Putin e questo giustamente non gli tiri in testa qualche bomba atomica, è proprio necessario comprarseli i bambini? Non ce ne sono già abbastanza in giro? Come si fa ad essere contenti che il governo cinese, per dire, abbia tolto il limite di un figlio a coppia quando sono già un miliardo e quattrocento milioni? Mi sembra per lo meno incauto. E se si mettessero a produrli anche loro, e magari ad esportarli col marchio Made in RPC? Staremmo freschi…

(75. continua)

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