Minigonne e mira

Di solito le ragazze (con poche eccezioni) sono attirate dai ragazzi più grandi di età. E’ una conseguenza naturale dell’evoluzione animale: il più forte conquista la preda più ambita. Lì per lì può dar fastidio ma è una ruota che gira, non c’è da preoccuparsene troppo: basta aspettare di diventare a nostra volta più grandi di qualcuno, ed è fatta. Il sistema comunque ha un effetto collaterale, che si può osservare ancora ai giorni nostri:  ci sono in giro molte più vedove che vedovi.

Alle medie avevamo un bravo insegnante di matematica e scienze, il professor Ancillani, che aveva un metodo di interrogazione malizioso. Chiamava alla cattedra uno, e poi gli chiedeva di nominare un altro candidato, di sesso opposto. Si era esonerati solo se dall’altra parte qualcuno si offriva volontario, altrimenti bisognava scegliere un partner.

Eravamo una classe di alto livello, e non ritenevamo onorevole sottrarci alla sfida. Ognuno aveva i suoi criteri di selezione, e anch’io avevo elaborato un mio metodo. Per prima cosa, tendevo ad escluderne un paio che avrebbero potuto rendermi oggetto di ritorsioni: insomma, menavano. Un altro paio le escludevo perché erano troppo più brave di me, e mi avrebbero fatto fare brutta figura. Infine risparmiavo quelle che in scienze non andavano troppo bene, per non metterle in difficoltà (contando sul fatto che mi avrebbero reso il favore).

Insomma, alla fine sceglievo sempre le stesse due, a turno, sapendo di incorrere nel sorrisetto del prof, che sottintendeva: “Ancora? Allora ti piace proprio, eh?”.

La moda in quel periodo imponeva minigonna e maglioncini attillati per le ragazze e per i ragazzi maglia a girocollo e pantaloni a zampa di elefante. Durante le interrogazioni la disparità era palese: nessuno si fa distrarre da un paio di pantaloni a zampa di elefante.

Alcune interrogazioni erano spettacolari. In una ricordo che paragonai il movimento della seppia a quello di un jet a reazione, e il prof ammirato mi assegnò un bel 9.

Il giorno dopo mi reinterrogò. Forse in teatro, dopo aver ricevuto applausi a scena aperta,  ci si può aspettare di essere richiamati alla ribalta. Ma a scuola, siamo onesti, no. Tentai di riproporre il motivo seppia-jet, ma stavolta non funzionò.

Le figuracce con Ancillani ci preoccupavano più di altre, perché essendo l’unico prof ad abitare in paese la notizia avrebbe raggiunto presto i nostri genitori, ben prima dei colloqui trimestrali; tra l’altro era anche stato un vecchio compagno di calcio di mio padre, come ero venuto a conoscenza da una foto anni 40 che girava in casa, stile Grande Torino: stupendi quei ragazzi, maglietta uguale e scarpe spaiate, chi con la retina sui capelli impomatati, chi col ciuffo al vento.

C’erano poi le lezioni di disegno, dove come ricorderete non eccellevo, che si svolgevano in un’ aula che nei suoi tempi migliori aveva funzionato da refettorio. Per cui c’erano dei tavoloni alti, con il piano in marmo, sui quali per disegnare bene bisognava stare o in piedi o in ginocchio su delle panche.

Non so, e considerando la correttezza che mi contraddistingue escludo che l’iniziativa possa esser partita da me, chi suggerì  che invece di abbinare i colori primi necessari ad ottenere un bel verde pastello sarebbe stato più stimolante cercare di colpire, con una cerbottana ricavata dal corpo della penna Bic in dotazione, le gambe di qualche nostra compagna accovacciata in prima fila, o meglio la parte scoperta grazie alla minigonna di cui sopra.

Non abbiamo mai capito se fu la cerbottana a fallire o l’obiettivo a spostarsi. Fatto sta che a essere colpita fu la professoressa.

Nel tempo necessario alla docente per riprendersi dallo stupore, l’ultimo banco fu evacuato. I cecchini erano scivolati sotto, e stavano tentando di abbandonare l’area. Il movimento tuttavia non passò inosservato; segnalo con amarezza che da parte delle nostre compagne non ci fu piena solidarietà. Sul registro di classe una nota è ancora lì ad immortalare l’episodio.

Per concludere, voglio rivolgere alle compagne di classe di tutto il mondo un invito a non essere troppo precipitose nello scartare a priori dai vostri orizzonti dei ranocchi che potrebbero diventare dei principi azzurri: così facendo, in primis  vi priverete del piacere di rimanere vedove dei vostri compagni di classe, e poi non potrete raccontare ai nipotini di quella volta che nonno vi ha inquadrato le terga, ma le ha mancate.

(28. continua)

amleto_44

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6 pensieri su “Minigonne e mira

  1. Grazie Isabella… io sto dando un’occhiata al tuo blog, spazi dalla poesia al giornalismo alla storia, sei veramente poliedrica! Pian piano mi metterò in pari con chi ti segue da tempo… A presto!

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  2. Pingback: Profilassi prima di tutto! | L'uomo che avrebbe voluto essere grave

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