Lo sai che i papaveri

Quando sarò vecchio i nipotini potrebbero chiedermi: ma nonno, che storie ci racconti? Bè, piccolini, quelle che so, accontentatevi. Perché la mia è una generazione di mezzo: non abbiamo vissuto storie epiche e a volte tragiche come i nostri genitori, forgiati dalla guerra, e non siamo stati nemmeno dei sessantottini: l’anagrafe ci ha penalizzato.

Quindi non ci avreste trovati radunati vocianti sotto i pochi lampioni dei vicoli per farsi spidocchiare dalle madri sedute in cerchio, facendo friggere gli animaletti su un pentolino riscaldato da una candela, come succedeva a mio padre; o non avreste avuto la casa invasa dai soldati polacchi in procinto di attaccare la Linea Gotica, come mia madre; e non ci avreste nemmeno trovati arrampicati di notte sugli alberi da frutta per cercare di alleviare la fame.

Noi di fame per fortuna non ne avevamo; però questi racconti ardimentosi ci avevano permeati, e sentivamo in qualche modo di doverne esser degni. Siccome rubare la frutta di notte dagli alberi dei contadini non si poteva, soprattutto perché di notte gli stessi che ai loro tempi avevano fatto razzie non ci facevano uscire, dovevamo osare ancora di più: in pieno giorno, a rischio di essere visti.

Ci muoveva una pulsione, come dire, estetica: non era importante l’oggetto della scorribanda, ma l’atto in se stesso. Rivolgemmo allora il nostro interesse ai fiori, di cui sapevamo nulla se non che fossero colorati e a volte emanassero odori.

Saprete, credo, che i papaveri prediligono i campi di grano, dove il loro colore rosso acceso spicca tra il verde-giallo delle spighe non ancora mature; il proprietario del campo in genere non apprezza che qualcuno pur mosso da passione floreale vada a passeggio sulle future pagnotte.

Perciò quel giorno partimmo abbastanza guardinghi: in quel campo, in contrada Rotelli, c’era un contadino che sparava a sale. Non sapevamo quanto la sua triste fama fosse meritata; avevamo deciso di affidarci, per l’impresa, alla guida del nostro compagno G. , che sapeva il fatto suo. Arrivati sul posto, dopo una pedalata in discesa, nascondemmo le bici, ci sparpagliammo per il campo e iniziammo la raccolta. G. si era offerto di guardarci le spalle, e di avvisarci se all’orizzonte fosse comparso il giustiziere, o almeno il suo cane. Eravamo sparsi per il campo, stando attenti a non lasciare scie come gli odierni cerchi alieni, con le braccia già colme di bottino, quando da lontano udimmo la vedetta dare l’allarme, e sbracciarsi: “arriva, arriva, via, correte!” Ci precipitammo verso il luogo dove giacevano i mezzi mimetizzati; ma poiché scappare in bicicletta in salita con un mazzo di fiori in mano non era agevolissimo, G. ci consigliò di lasciarli nascosti, e tornare più tardi a riprenderli. Ci sembrò una buona idea.

Dopo un centinaio di metri, sentimmo un urlo: “ah, m’ha sparato!”. Era G.! Era rimasto indietro e si era sacrificato per tutti. Con la foga della pedalata, il rumore dello schioppo ci era sfuggito; confesso che fummo tentati di abbandonare l’amico al suo destino (mors tua, vita mea) ma l’onore ebbe il sopravvento. Tornammo indietro, pronti alla pugna o a scappare più veloci di prima: ma sul posto del nostro amico non c’era più traccia. Un brivido freddo ci attraversò la schiena: era stato preso prigioniero.

Non avevamo cavalleria ne droni per tentare il salvataggio; dopo un breve conciliabolo stabilimmo di ritirarci: funesti presagi si addensavano sul nostro capo.

Appena arrivato a casa, raccontai tutto a mia madre. Immaginavo il mio amico lacero e ferito immobilizzato in una cantina buia: l’unica era rivolgersi alle autorità. Mia madre mi costrinse ad accompagnarla dalla madre dell’eroe. La signora, una donna austera e sobriamente riservata, venne alla porta; venni invitato ad enunciare sommariamente i fatti, ed alla fine del riassunto offrimmo tutto il sostegno necessario per intraprendere i passi necessari alla liberazione.

Fu prima con sorpresa, poi con sgomento, che vidi l’angolo destro della bocca della madre del mio amico sollevarsi. Una smorfia, un ghigno a stento trattenuto. Lì per lì pensai che stesse per diventare pazza, perciò feci un po’ fatica a decifrare le sue parole. Ci ringraziò della premura, ma doveva esserci senz’altro un equivoco: suo figlio non era mai stato così bene, anzi era tornato a casa con un magnifico mazzo di fiori, le aveva fatto proprio una bella sorpresa.

Per un attimo vidi l’occhio di mia madre brillare di una luce poco benevola nei miei confronti; strattonandomi via riuscì ad evitare che, quando fossi riuscito a richiudere la bocca rimasta spalancata, potessi coprirmi ancor più di ridicolo protestando di essere sicuro di aver sentito uno sparo, e il sangue, e di aver portar via G. ferito da una squadraccia di coltivatori diretti vestiti con cappucci del Ku Klux Klan.

In genere non sono uno che porta rancore, tuttavia non posso negare che il compagno G. non rientrò più nella lista dei miei top ten friends; da allora evitai accuratamente di incrociare anche sua madre.

Anche per i papaveri, tutto sommato, non sento più una grande attrazione.

(26. continua)

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L’anello pasquale

In quinta elementare rischiai di fidanzarmi. Mi piaceva una ragazzina, ma la smorfiosetta faceva la preziosa. Se la tirava, direbbero adesso. Dovevo contenderla ad un mio amico, ed esigeva la prova d’amore. Per quale motivo mi fossi impelagato in quella storia, con tutto quello che avevo da fare, non saprei dirlo; allora mi sembrava la cosa più importante del mondo.

Visto che aveva diversi pretendenti era necessario procedere con la conquista, e le tecniche fin dai tempi degli uomini preistorici sono sempre le stesse: o a sberle, o portando più selvaggina dei rivali.

Essendo passati i bei tempi delle clave, le sberle non si usavano più, e poi si sarebbe rischiato di prenderle; anche la selvaggina era desueta, ed era stata sostituita dal regalino.

Non un regalino qualsiasi però, ma “il” regalino: l’anello di fidanzamento. Ancora adesso mi viene la pelle d’oca.

A suo onore va detto che non richiedeva un solitario di 24 carati; essendo vicini alla Pasqua, si accontentava di un anellino di quelli che si trovavano nell’uovo.

Per natura ottimista, non vedevo il motivo per cui dall’uovo non sarebbe dovuto uscire un anello: quando invece comparve, come quasi tutti gli anni, la tavoletta con i numeri da mettere in ordine, il mio animo ne fu turbato. Ma solo per un attimo: la tavoletta con i numeri mi piaceva un sacco, e comunque niente avrebbe potuto incrinare l’atmosfera della mattina di Pasqua. Ogni bambino (e meglio se si è in tre o quattro) ha diritto a un lettone, un uovo di cioccolato fondente e una ciambella con la glassa sopra, se non sbaglio è scritto anche sulla dichiarazione Onu dei diritti umani.

Occorreva un piano B. In paese c’era una boccia distributrice di regalini, avete presente quelle che si trovano nei supermercati per far piangere i bambini e disperare le mamme; in questa boccia avevo adocchiato 2-3 palline che avrebbero fatto al caso mio. Certo, non potevo permettermi tanti tentativi: ogni pallina costava 20 lire, e con 20 lire ci compravo due bustine di figurine dei calciatori Panini.

Le figurine le compravo da Vittoria, dove ogni tanto mio nonno mi mandava per le sue Nazionali senza filtro: una donna simpatica e fiduciosa, tanto che spesso rimaneva nel retrobottega mentre noi ragazzini prendevamo le bustine dal raccoglitore. Ogni tanto qualcuno non ricambiava la sua fiducia, e allora al prezzo di 3 bustine ne venivano fuori quattro. Sono sicuro che lei sapesse, ma facesse finta di niente.

Affermo qua, e me ne assumo la responsabilità, che la cosa migliore che abbia fatto Walter Veltroni nella sua carriera di direttore dell’Unità post-comunista (e forse in tutta la vita) è stata quella di ripubblicare tutti gli album Panini.

Come fanno i giocatori di slot-machine, per un po’ di tempo mi aggirai con finta indifferenza attorno alla macchinetta distributrice, pronto ad entrare in azione quando avessi ritenuto che fosse giunto il momento propizio. E così feci: a colpo sicuro inserii le 20 lire e girai la rotella.

Fu con vivo disappunto che accolsi la decisione della boccia di non espellere l’oggetto del mio desiderio. Una palla uscì: ma in essa purtroppo non era contenuto il monile, ma un portachiavi con tartarughina. Bello nel suo genere, ma non adatto all’uopo.

Cosa che non sfuggì alla capricciosa fanciulla, e non mancò di rimarcarlo: indifferente ai miei sforzi, rifiutò persino di discutere che se la tartaruga è considerata uno dei cinque animali sacri dai cinesi un motivo deve esserci. Svelò lì anche il suo lato meno signorile, quando mi invitò a infilarmi il talismano dove avessi ritenuto più opportuno, che mi avrebbe portato fortuna.

Con tali premesse, capirete, non si poteva stabilire una relazione duratura e fattiva. Seppi poi che sua madre si era premurata di invitare la mia al diffidarmi dall’insistere nelle mie pretese: sua figlia era Bella.

Pur rispettando il suo punto di vista, non apprezzavo quella puntualizzazione. Lei era bella, sottintendeva che io fossi uno sgorbio? Ammettiamo pure che non fossi un Adone, se siete pratici di miti classici; anche mia madre ogni tanto mi ripeteva “la prima ciambella non viene mai bella”, in genere non tanto riferito all’aspetto fisico, quanto piuttosto a qualche esperimento andato a male; ma non ero proprio da buttar via. Anni dopo ebbi uguale soddisfazione da mia suocera: quando la mia non ancora moglie portò a casa una foto di gruppo per spianare la strada alla mia apparizione, la vegliarda chiese: -“Qual’ è, quello bello?” -“No, l’altro.” -“ Ah.”

Poco dopo, la sua famiglia lasciò il paese e se ne persero le tracce. Posso dire di averla scampata bella, e la vicenda mi è stata d’insegnamento: tra un anello e una bustina con De Sisti e Gigi Riva, solo un pazzo sceglie l’anello.

(25. continua)

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Bigoli (in salsa) e vocazioni

A dar retta ai vari profeti di sventura, negli ultimi cinquant’anni il mondo sarebbe dovuto finire almeno una cinquantina di volte. Un paio di allarmi dai testimoni di Geova: non dubito che prima o poi ci becchino, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Ancora, alla fine del millennio: non si sono viste processioni di penitenti stracciarsi le vesti gridando mille e non più mille, ma tecnici informatici in camici bianchi paventare una ribellione dei computer nel passaggio dal 99 allo 0 di date obsolete a 6 cifre. Stavolta ve la siete scampata, ma non crediate di superare il decimillenium bug. E infine dai Maya, nel 2012. Un po’ strano che un popolo incapace di prevedere la propria, di scomparsa, possa predire quella di tutti gli altri. E infatti.

Insomma, siamo ancora qua. Affaccendati, chi più chi meno, nel fare del proprio meglio per tirare avanti. Qualcuno cerca anche, nel suo piccolo, di dare una mano a chi non ce la fa. Chapeau.

A questo proposito, una delle persone più altruiste la conobbi proprio a ridosso dell’anno 2000, quando in un demenziale attacco di carrierismo abbandonai la vecchia società e andai a lavorare per una società padovana.
Eduardo è un tipo grande e grosso, con un gran barbone ed un paio di occhiali spessi un dito: informatico brillante, forse un po’ barocco, lo vedreste bene a piedi scalzi e con indosso un bel saio da frate carmelitano.
Che poi era, in fondo, la sua aspirazione: Eduardo infatti era stato missionario laico, ad un passo dal prendere i voti. Ci raccontava, tra due bigoli in salsa e un baccalà alla vicentina, delle sue esperienze, davvero dure, a partire dal seminario missionario.

Ho accennato, credo, al fatto di aver rischiato di intraprendere la carriera ecclesiastica. Durante le elementari ero considerato un bambino estremamente coscienzioso: ogni anno vincevo la medaglietta per i più buoni (un po’ come la coppa disciplina nel calcio: potevi perdere tutte le partite, ma se avevi meno ammoniti ed espulsi degli altri il trofeo non te lo toglieva nessuno). Alla fine dell’anno scolastico i premi venivano consegnati dal vescovo o dal vicario facente funzione, con tanto di bacio dell’anello: non so se venni adocchiato lì, oppure fu qualche mia letterina a Gesù Bambino troppo piena di zelo che spinse un frate, uno di quelli delle colonie di cui vi ho parlato ma stavolta della montagna, a presentarsi alla porta di casa nostra e reclamare la consegna dell’angioletto. Aveva sbagliato indirizzo, il chierico, perché non sapeva che mia madre aveva passato un bel po’ di anni dalle monache e non era entusiasta di quello che mi avrebbe aspettato. Le sue offerte furono quindi respinte con fermezza; un battipanni carezzato con nonchalance convinse il sant’uomo a non insistere.

Eduardo, dicevo, fu mandato a farsi le ossa nelle Filippine; aveva conosciuto la miseria materiale, ma tutto sommato in un tessuto permeato di saldi valori morali. Dopo aver portato aiuto e conforto agli autoctoni, a causa di una malattia dovette tornare a casa. Ricominciò a lavorare, ma senza demordere. Di lì a poco avrebbe avuto la chiamata che l’avrebbe segnato per sempre.

La seconda volta infatti fu traumatica. Una società disgregata: ragazze madri, prostituzione, alcoolismo, droga. Indifferenza verso le proposte religiose del buon Eduardo, anzi aperta ostilità in un ambiente decisamente pagano. Alla seconda bottiglia di prosecco, compativamo il caro collega immaginandolo nelle bidonville di Nairobi o tra i meninos de rua di Rio de Janeiro.

Solo al momento dell’ammazzacaffè, visibilmente commosso, il nostro amico ci rivelò di non aver potuto prendere i voti a causa di un’insufficienza cardiaca. Cosa che ci meravigliò, non sapevamo che per fare il frate bisognasse essere di sana e robusta costituzione come il militare, ma evidentemente per vocazione si intende anche quello.

Ma che comunque non avrebbe mai potuto dimenticare l’esperienza di Stoccolma.

Devo confessare che la scena che seguì non è una di quelle di cui vado più fiero. Eravamo in quattro a tavola, con un grappino in mano ciascuno. Purtroppo immaginare Eduardo, in saio, alle prese con le ragazze madri di Stoccolma non ci aiutò. Tre grappini su quattro finirono spruzzati sul tavolo e sul maglione, già di per sé non immacolato, del mancato missionario; al qual proposito ci esercitammo in una dotta dissertazione sulla differenza tra vocazione e posizione. Anche di pecorelle parlammo, o giù di lì.

(24. continua)

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Vecchio clarone

Ci sono degli strumenti musicali che non sono molto popolari. Degli ibridi, con delle voci così particolari che vanno bene solo per certa musica. O semplicemente che nessuno vuole perché non ne capisce l’utilità.
A volte certi strumenti fanno tenerezza: perché della loro famiglia sono il brutto anatroccolo, o lo zio eccentrico, o il fratello ritardato.

Prendete i clarinetti. Conoscerete tutti, credo, quello lungo, in ebano, con l’imboccatura affusolata e il fondo a campana: li troverete in tutte le bande, in tutte le orchestre, nei complessini di liscio, nei gruppi jazz.

Bene, quello che avete in mente è solo un tipo di clarinetto. Ce ne sono almeno tre tipi più piccoli (stessa forma, con voce più acuta, chiamiamoli fratelli minori) e cinque più grandi (di cui quattro assomigliano a dei sassofoni). Alzi la mano chi ne ha mai visto qualcuno, a parte il mio amico Piero professore di musica.
Ed è così, ve lo assicuro, per tutti gli strumenti. Che so, pensate ad una tromba. Immaginatevi la sua famiglia. Il figlio piccolo? Trombino. Il nonno sordo? Vi ho fregato, non è il trombone.  Tromba basso, si chiama.

Con questo non è che voglia fare un trattato di musica. E’ solo per far capire che, quando uno deve scegliere uno strumento a cui dedicare sforzi e ore di studio, di solito non è attirato da un trombino.

Accolsi perciò con qualche perplessità la proposta del maestro di banda di passare dal mio pur scalcinato clarinetto al clarone. Era un incrocio, una sirena, un ircocervo:  non dritto ma a forma di pipa, campana e collo metallici, corpo di ebano.

Le mamme con prole numerosa converranno con me che quando si hanno tanti figli le attenzioni maggiori vanno a chi più ne ha bisogno. Quello meno sicuro, con qualche debolezza. Che quando si ha un figlio che viene magari preso in giro per qualche difetto, vien voglia di stringerselo al petto e coccolarselo.

E’ quindi con istinto direi materno che accolsi il mio brutto anatroccolo e lo allevai. Era pesante, e più faticoso da suonare: ci voleva più fiato, e le dita dovevano essere stirate bene per raggiungere le chiavette più lontane. Nei toni alti aveva una voce stridula, da ragazzo nell’età della pubertà, ma in compenso nei toni bassi aveva una voce bellissima, calda e profonda.

Mi era stato consegnato in un sacchettino di tela, e mi preoccupai subito di dargli una casetta: il mio amico Stelvio (più in là mio padrino di nozze), figlio di un prodigioso intagliatore, mi costruì una valigetta che tappezzai con qualche scampolo fornito da mia madre. Non credo esistano molte custodie rivestite di velluto marroncino a quadrotti.

Conoscendolo, scoprii tanti punti di contatto con il mio carattere. Innanzitutto, non era invadente. Non imponeva la sua presenza. Stava bene con gli altri: da un lato rafforzava i clarinetti, e dall’altro ammorbidiva i sassofoni. Non amava fare il solista, se non costretto e solo per pochissimo tempo. Ed era unico.

Poi, come accade a volte con gli amori di gioventù, lo persi di vista. Lo tradii, persino, quando a Parma dovendo scegliere portai il sassofono, più presentabile, più glamour. Tuttavia mi dispiaceva liberarmene, pensavo: chissà, magari, un giorno. A Como portai con me poche cose. La chitarra, qualche libro, e lui.
Più come coperta di Linus, per scaramanzia. Infatti restò anni in uno scatolone in cantina, pensavo: chissà, magari, un giorno mio figlio.

Ma, visto che quel giorno non arrivava mai, alla fine mi sono deciso a liberarlo. Ero stato egoista: il brutto anatroccolo aveva messo le ali e aveva diritto di volare. Uno strumento è fatto per suonare, l’aria deve fluire attraverso di lui e raggiungere le orecchie e i cuori di chi lo ascolta. Troverà qualcuno che gli vorrà bene, come gliene ho voluto io.

L’ho riconsegnato alla banda. Ragazzi, si è riposato tanto tempo, fatelo suonare.

(23. continua)

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Il santone

Un’auto malandata è ferma davanti ad una fontanella, all’ingresso del paese. Nei pressi un uomo sulla sessantina, con capelli e barba arruffati e incolti, indossa un paio di pantaloncini sostenuti da un paio di bretelle. E’ scalzo, a torso nudo ed al sole di agosto sta impastando una focaccia che si appresterà a cuocere. Sul cofano arroventato della sua auto. Si chiama Omero ma per adesso, come direbbe Lucarelli in Blu Notte, lasciamolo lì.

Nell’estate del 1978, essendo pieni di impegni e non potendo continuare a prendere in prestito furgoncini, ci comprammo un pulmino 850 Fiat. Anzi, siccome nessuno di noi lavorava, il furgone lo acquistò lo zio del nostro trombettista, Diego. Era di un improbabile color marroncino, con qualche difettuccio: consumava più olio che benzina e tendeva a surriscaldarsi, per cui dovevamo portarci dietro una scorta d’acqua da mettere nel radiatore.

Eravamo stati ingaggiati in un paesino dei Monti Sibillini, Penna San Giovanni, ad un’oretta da casa nostra. C’era la festa del paese, ed era stato allestito un palco all’aperto, nella bella Terrazza Belvedere. In quel momento credo che avessimo raggiunto il nostro massimo fulgore: suonavamo proprio bene. A livello semiprofessionistico, diciamo: del resto Diego e Piero stavano frequentando il conservatorio, ed il percussionista Graziano il professionista l’aveva fatto davvero, nei circhi. Di Antonina ho già parlato, gran voce che dava sicurezza a tutti.L’animazione era garantita da Giancarlo, non ci mancava niente.

Ma prima di continuare devo fare un passo indietro.

Il nome R7 non era farina del nostro sacco. Era il nome di un’orchestra che aveva suonato anni prima, leggendaria per gli affezionati della zona, di cui Elio, il nostro maestro di banda, era stato uno degli esponenti di spicco. Ma tutti erano ad alti livelli. Quando iniziammo a fare le prove, e non avevamo una lira, trovammo dei leggii fatti bene, in legno, per niente rovinati, con su ancora lo stemma (non si diceva ancora il logo) dell’R7. Così, un po’ per opportunismo e un po’ per riconoscenza verso chi ci aveva preceduto, mantenemmo il loro nome.

Tra questi musicisti, ce n’era uno di cui parlava a bassa voce. Si era trasferito a Roma con la famiglia alla fine degli anni cinquanta, e si diceva che suonasse nei night club; poi che avesse abbandonato moglie e figlie; infine le leggende lo volevano eremita in una grotta di tufo intorno a Fiumicino.

Penna è un bel paesino, di circa 1500 abitanti. Più o meno in piazza c’erano tutti, e ogni tanto qualcuno si avvicinava con curiosità, come spesso succedeva mentre si preparano gli strumenti. Erano state allestite anche delle lunghe tavolate. Un occhio attento avrebbe notato un insolito capannello attorno ad uno strano tipo che predicava l’inutilità di ingerire ogni tipo di sostanza liquida e il danno che si arrecava al corpo nonché all’intero creato mangiando cose morte.

Eravamo un po’ in affanno, perché il pulmino ci aveva lasciati a piedi e avevamo dovuto aspettare che il radiatore si raffreddasse prima di poterlo riempire di nuovo. I preparativi affrettati avevano creato una certa tensione, come può succedere peraltro anche in condizioni normali quando metà lavora e l’altra si dedica diciamo alle public relations.
Iniziammo la serata con il nostro solito repertorio, ma qualcosa non andava. Suonavamo col freno a mano tirato, come se fossimo rimasti su quel benedetto pulmino. Al cospetto dei monti Sibillini, stavamo facendo cilecca.

Poi dalla panca dov’era seduto, si alzò un uomo dall’aspetto di santone e salì sul palco. A piedi scalzi, con i pantaloncini sorretti da due bretelle ma con indosso una camicia. E soprattutto, con un sassofono tenore.

Peter Gunn Theme, di Henry Mancini. Parte la batteria, segue il basso con un giro che dura per tutta la durata del pezzo. Pezzo che può durare all’infinito, perché ci si può improvvisare sopra finché si vuole. Omero ci prese per mano, e ci trascinò a dare il meglio di noi stessi: ci chiesero di tornare il giorno dopo, e quello dopo ancora; qualcuno si meravigliò che non fossimo ancora in televisione, ma forse era un’esagerazione.

(22. continua)

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Poropom, poropom, poropompompompompom!

Senza voler generalizzare, ma pochi inni nazionali rendono l’idea di un popolo come quello italiano. Pensate all’inno tedesco, Deutschland Deutschland uber alles: in sottofondo c’è un inquietante rumore di stivali e fucili. O la Marsigliese: ed ecco Marianna che sfida le baionette con la baguette sottobraccio.

L’inno italiano, che qualcuno derubrica a marcetta, inizia con “fratelli d’Italia”, scippato tra l’altro da un minuscolo partito politico di nostalgici senza nemmeno pagare copyright, ma raggiunge il suo culmine nelle geniali due battute di passaggio tra l’allegro marziale della strofa iniziale e l’allegro mosso delle strofe successive: poropom, poropom, poropompompompompom.

Lì risiede, piuttosto che nelle strofe risorgimentali, l’essenza italiana. Nel mutamento dal marziale in ballabile; dalla tragedia alla farsa. C’è la crisi? Poropom. Disoccupazione: poropom. Razzia della cosa pubblica: poropompompompompom!
Una collettiva alzata di spalle; un gigantesco “va bè, pensa alla salute”. Scurdammoce ‘o passato simm’é Napule (o di Como, o Roma, o Pollenza) paisà.

Del resto, appena fatta l’Italia Garibaldi si prese un bel calcio nel sedere: il buongiorno si vedeva dal mattino.

La banda musicale era finanziata in parte dal Comune. In cambio di una sede e qualche soldino si veniva impiegati in una serie di servizi, sia civili che religiosi: il 25 aprile, il primo maggio, il quattro novembre, il Venerdì Santo, il Corpus Domini… una fetta di incassi era data dai funerali ai quali qualche appassionato chiedeva la partecipazione.
Il quattro novembre (anniversario della Vittoria della Prima Guerra Mondiale, fino a quando per non mettere in imbarazzo i tedeschi si decise di eliminarla) sfilavamo per le vie del paese, con gonfalone del comune in testa e associazioni di combattenti, e veniva deposta una corona ai caduti; qualche reduce leggeva qualche parola di ricordo da fogli tenuti con mano tremante. Devo dire che, avendo la maggior parte degli adulti vissuto la Seconda, di guerra mondiale, non c’era tantissima voglia di ricordare la Prima, e il tutto sapeva un po’ di retorica; solo più tardi, in visita al Sacrario di Redipuglia, capii cosa potessero provare quei vecchietti. Cercai se ci fosse un Magrini. Presente.

Negli anni sessanta come noto ci fu il doppio boom: economico e di nascite. C’era fiducia nel futuro, ma una fiducia operosa: ci si dava da fare perché il futuro fosse migliore.

Mio padre andava, una volta la settimana, alle riunioni nella sezione del partito socialista. Mica in tuta da lavoro: si lavava, si metteva la camicia bianca che mia madre gli faceva trovare stirata, ed usciva; a discutere con i compagni, ad ascoltare magari qualche funzionario che veniva da fuori. E a prendersi solenni arrabbiature, anche perché nel mio paese le elezioni le hanno sempre vinte i democristiani che al massimo si facevano le scarpe tra loro. Sono orgoglioso e grato ai miei per avermi donato questa visione della politica. Ci si mette il vestito buono e, insieme agli altri, si cerca il progresso non per pochi ma per tutti: Avanti! , verso il sol dell’avvenir.
C’è da dire che babbo era minoranza della minoranza, essendo di una corrente (i Lombardiani) illuminata ma con poco peso specifico; la sua spinta ideale fu intaccata quando il partito si unificò, pur se per breve tempo, con i socialdemocratici di Saragat dediti per lo più a far entrare gente alle Poste dietro promessa di voto. Lasciò, con quella gente aveva poco da spartire.

I miei, come ho già detto, discutevano di tutto quello che succedeva nel paese e nel mondo; quando arrivai ad averne la capacità, dicevo anch’io la mia, spesso a torto. Le grandi conquiste civili, le stragi fasciste, gli scandali del potere, il terrorismo, Berlinguer e la questione morale… non so se è una mia impressione, ma il livello mi sembra sceso di molto.

Troika, bunga bunga, tombini di ghisa… Poropom, poropom, poropompompompompom.

(21. continua)

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Si, viaggiare

Da una stima prudenziale, fino ad oggi ho percorso 580.000 chilometri in treno. 14 volte e mezzo il giro del mondo, non male per uno che di mestiere non fa il macchinista.
Qualcuno potrebbe pensare che così facendo abbia perso un sacco di tempo. Non penso, conoscendomi. Prendere il treno di buon mattino obbliga ad alzarsi presto. Senza questa necessità non credo avrei fatto qualcosa di diverso dal dormire.

In treno si possono fare tante cose. Informarsi, studiare, leggere, ascoltare musica, al limite giocare a carte (a chi piace). Soprattutto, viaggiando insieme ad altri, quando si è fortunati si condividono delle storie
A me ascoltare storie è sempre piaciuto. Quando trovo qualcuno disposto a raccontarne, sono la spalla ideale.

Iniziai a pendolare sulla linea Pollenza – San Severino Marche. La stazione era a quattro chilometri dal paese, e si raggiungeva in bus; io aspettavo sempre che babbo mi svegliasse (come fa ora mio figlio con me); se per caso era un po’ in ritardo, scattava l’inseguimento al bus.
I treni erano o delle vecchie littorine, o dei “nuovi” bianchi e blu; già strapieni all’arrivo, difficilmente riuscivo a sedermi.
Al ritorno gli orari non sempre coincidevano col bus. Così ricorrevamo all’autostop, o in casi disperati ai piedi. Quattro chilometri in salita, un’ora.
Una volta mi caricò una donna, corpulenta, che non godeva di buona pubblicità. Insomma, si diceva che praticasse il mestiere. Io ero un po’ dubbioso, non capivo bene a chi potesse attirare una così.
Non so come, ma mi scivolò la carta d’identità sul sedile. Così al pomeriggio, mentre ero all’allenamento di pallone, la signora si presentò a casa nostra per riconsegnare il documento. Credo che la fede di mia madre in me per un attimo abbia vacillato.

All’inizio del mio pendolaresimo milanese, ebbi modo di rimpiangere le littorine: il riscaldamento era costituito da uno scaldino sotto il sedile a 100 gradi; mentre dai finestrini entravano spifferi gelati. Per gente dura.

Come dicevo, sul treno ci si può istruire. Tentai di imparare i rudimenti del francese dai fascicoli De Agostini. Uno strano fenomeno però accadeva: dopo una pagina o due, gli occhi mi si chiudevano. Rimasi quindi al “Je m’appelle Pierre, je suis un étudiant”. Qualche anno fa, venni invitato con famigliola cane e suocera a Dole, in Francia, da conoscenti. In campagna, ci accolsero con un bel Pastis di benvenuto. Anice, se avete presente. Due bei Pastis. Anzi, tre. Affermai senza paura di contraddittorio che mi appellavo Pierre, e se me ne avessero versato un altro avrei potuto cantare la Marsigliese sul tavolo. Dormii beato tutto il pomeriggio: per loro ancora oggi sono Pierre.

Quando non esistevano i telefoni cellulari (i più giovani saranno stupiti del come si riuscisse a vivere lo stesso), per comunicare con casa si usavano i telefoni a gettoni. Nel 1980 un gettone costava 100 lire. Non se ne faceva un uso smodato: niente nuove, buone nuove. In licenza, di solito avvisavo per tempo, e mio padre mi veniva ad aspettare alla stazione di Civitanova. A volte, quando l’orario era incerto, l’accordo era che una volta arrivato chiamassi, e in una mezzoretta babbo arrivava. Una sera purtroppo il piano non funzionò. Il treno da Rimini era in scandaloso ritardo; arrivai in stazione verso la mezzanotte, con un solo gettone in tasca e la biglietteria chiusa. Sperando che l’apparecchio non mangiasse il gettone (capitava) chiamai. Nervoso, sbagliai numero: svegliai la famiglia Farroni che pensando ad uno scherzo lì per lì mi mandò a quel paese. Solo la mia fama di rettitudine morale li convinse che non avessi alzato il gomito e promisero di chiamare i miei. Aspettai con apprensione ma fiducioso. Alla peggio, la mattina dopo la biglietteria avrebbe riaperto.

Per dire il fascino che può avere la ferrovia, mio nonno Gaetano si arruolò volontario per la guerra di Abissinia, non tanto per la smania di conquistare l’Impero al suon di Faccetta Nera ma perché appunto non aveva mai preso un treno. Le cronache familiari narrano che comprò, per la partenza, un vestito tutto bianco; in casa, sopra la toletta in camera dei miei, c’è una foto con lui e altri camerati in posa poco marziale, con vari tucul come sfondo, attorniati da bambini con lineamenti vagamente familiari. Sospetto di avere qualche cugino nella patria di Hailé Selassié.
Ma questa è un’altra storia e fa parte delle Memorie di mia madre; se mi cede i diritti, ve la racconterò.

(20. continua)

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Chiare, fresche e dolci acque

Non avevo mai fatto mente locale, finché l’altra sera non me l’ha fatto notare Alberto Angela, che la collina dove è situato il mio paese è poco più alta della torre Eiffel.
Sarà che in cima alla torre Eiffel sono salito in ascensore, e invece la salita della collina si faceva in bicicletta, ma mi sembrava che ci fosse una bella differenza di altitudine.

L’ho già accennato, e non insisto per vantarmi, ma il mio è un bel paesino. Ai fianchi della collina dove è posto, scorrono due fiumi (due “nastri d’argento” recita la poesia affissa di fianco alla Porta di Sopra); passeggiando attorno alle mura che circondano il centro storico, in una giornata limpida, da una parte si ammirano i monti e dall’altra si intravede il mare in lontananza.

A parte questo spot turistico, dentro quei nastri d’argento da ragazzi andavamo a fare il bagno. L’acqua era limpida e fresca; i più spericolati sfidavano la corrente, io che non sapevo nuotare mi limitavo a bagnare piedi e gambe. Non essendo proprio a mio agio, temevo di fare la figura di uno zio che stava affogando in ginocchio: era scivolato, non ce la faceva a rialzarsi e i suoi amici pensavano che scherzasse; quando si resero conto che lo scherzo durava un po’ troppo lo zio cianotico aveva maturato la convinzione di non avvicinarsi mai più in vita sua all’acqua, sotto ogni forma si presentasse. Vino quanto ne volete, però.

Ora sembra che la panacea di tutti i mali sia la piscina. Mandate i bambini in piscina; il nuoto fa bene a tutte le età; fa male la schiena: andate in piscina. A parte che un amico fisioterapista dissente vivamente da questa piscinolatria, c’erano due piscine in tutta la provincia. E a pagamento, quindi nemmeno a pensarci.

Cercai di imparare a nuotare in modo organico anni dopo, a Parma. Mi iscrissi ad un corso; la piscina dove si teneva però aveva il difetto di essere profonda solo un metro e cinquanta, per cui anch’io che non sono un gigante toccavo il fondo. In queste condizioni, capirete, è arduo acquisire una vera sicurezza nei propri mezzi. Cioè, non è che al mare potete poggiare un piede se siete al largo. Ancora oggi cerco di stare vicino alla riva.

Non essendo ancora patentato, avevo scelto la piscina più vicina; dopo un po’ una collega, apprezzando l’iniziativa, volle aggregarsi e si offrì di passare a prendermi in Panda. Caruccia, con dei lievi baffetti. Lei, dico, non la Panda. Se mai avessi avuto delle mire, comunque, me le smontò subito mettendosi a flirtare spudoratamente con l’istruttore. Dopo poco ricominciai ad andare a piedi.

Tra le altre cose, ci divertivamo a costruire delle trappole. Si faceva una specie di recinto con i sassi, formando una piccola pozza; si lasciava un passaggio obbligato, dopodiché se un pesce entrava, bastava chiudere l’uscita con un sasso e la preda era in trappola. Tecniche simili, magari con altri materiali, sono ancora utilizzate dagli indios del Rio delle Amazzoni. Non dico che la pesca fosse fruttuosa: i pesci mica erano scemi.

Ma l’età d’oro dei nastri d’argento stava volgendo al termine. Nel giro di un paio d’anni, non di più, delle chiare, fresche e dolci acque rimase solo il ricordo. L’estrazione della ghiaia da costruzione creava delle buche pericolosissime, dove si formavano i mulinelli; ma peggio, gli scarichi industriali delle pelletterie a monte coloravano l’acqua con la tintura delle borsette: pur rispecchiando la moda, non si può dire che la cosa attirasse i bagnanti.

Se l’avessimo chiesto ai furbi pesci di cui sopra, avrebbero rimpianto di non essersi infilati nella nostra trappola, piuttosto che venir tinteggiati con colori improbabili. Sarebbe stato più dignitoso.

(19. continua)

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Ciao, nì

Mio nonno si chiamava Ernesto Torres e veniva dall’Argentina. Non state a chiedervi come mai non mi chiami Torres anch’io: la storia è lunga, e merita una trattazione adeguata. Magari anche la sceneggiatura di un film, se il pargolo ne ha voglia.
Non l’ho mai conosciuto, essendo scomparso (nel vero senso della parola) verso la fine della seconda guerra mondiale; le sue tracce rimanevano nel modo in cui i vecchi si rivolgevano a mio padre: Nino de Torisse. Inter nos, il vero nome sarebbe Amleto, che la dice lunga sul livello di cultura del nonno; essendo però un po’ troppo complicato per il popolo, come spesso capitava venne storpiato: Amleto-Amletino-Nino e Nino rimase.
C’è anche da dire che Nì, come saprà chi ha seguito le gesta di Renato Zero, era il modo di chiamare tutti i bambini (“Nì, veni da mamma”; “Curri Nì, ch’è tardi”), quindi può darsi che il passaggio sia stato semplicemente Nì-Nino.

Quando ero bambino io, Nino Benvenuti era campione del mondo di pugilato nei pesi medi. Che Nino fosse sinonimo di forza, era fuori discussione.
Una sera Benvenuti venne al paese a fare un’esibizione. Aveva battuto da poco Emile Griffith, un leggendario pugile di colore, al Madison Square Garden di New York. Era la terza sfida tra i due; nella seconda Benvenuti era stato sconfitto dopo aver combattuto quasi tutto l’incontro con una costola rotta. Queste esibizioni erano un modo, per i professionisti, di guadagnare dei soldi extra; ne facevano magari due o tre per sera, in posti diversi. A quei tempi del resto la boxe era seguitissima. Il ring venne allestito nella piazza, strapiena tanto che i bambini venivano issati sulle spalle dei genitori.
Finalmente, dopo vari incontri minori, arrivò il momento atteso e lo speaker annunciò: Nino Benvenuti contro Emile Griffith! Onestamente, sussistono seri dubbi sul fatto che il nero sul ring fosse proprio Griffith: Benvenuti ad ogni modo si concesse al pubblico in tutti i modi, gigioneggiò con tanto di inseguimento all’arbitro e sconfisse lo sfidante-complice nei tre round regolamentari. Qualcuno ora, in tempi decisamente effeminati, potrebbe obiettare che lo spettacolo non si addicesse ad un bambino. Palle.
Gli sport popolari erano tre: calcio, pugilato e ciclismo. Si intuisce il perché: non servivano palestre (nemmeno per il pugilato: bastavano gli scantinati) ne piscine ne attrezzature costose. Cuore, sudore, fatica. Infatti avevamo campioni a bizzeffe.
Pensare che un bambino potesse diventare violento assistendo ad un match di boxe è fuori dalla realtà. Tutt’altro. Si ammirava la preparazione, il coraggio, la tecnica; si imparava a riconoscere i colpi (gancio, diretto, uppercut); ci si immergeva nella pedagogia di questo sport (si combatte tra pari peso; niente colpi bassi; non sempre la forza bruta ha la meglio sulla bravura).

Questa tolleranza, diciamo, forse dipendeva anche dal fatto che i luoghi dello sport erano molto maschili. Virili, direi. Cioè, io non ricordo mamme alle partite di pallone mie o anche dei miei fratelli, pur più piccoli. Discrete, si informavano del risultato una volta tornati a casa, preoccupate che non lasciassimo magliette o calzettoni sudati a macerarsi dentro i borsoni. C’era solo la zia nubile di un coetaneo di mia sorella che si faceva riconoscere, con urli e commenti fuori misura.
Ora invece palestre, piscine, palazzetti, sono territorio di madri in perenne ansia; con mariti magari contenti di aver sbolognato, in un colpo solo, figli e mogli per un paio d’ore.

Se babbo era figlio de Torisse, peraltro, io ero figlio de Nino; ognuno di noi prima di diventare Giorgio, o Marco, o Stelvio era “figlio di”: quando incontravi un adulto infatti la domanda era “de chi sì figliu?” che era anche un modo di inquadrarti in base alla genealogia. Spesso al nome del padre si aggiungeva la professione: e allora diventavo lu figliu de Nino lu ferrà.
Mestiere tra l’altro rispettato, essendo stato del padre del Duce; pur non avendo la cosa influito sulle mie future convinzioni politiche, mi rendeva tuttavia orgoglioso.
Anche la madre era tirata in ballo, di solito quando la richiesta di identificazione partiva da altre donne: “o nì, che sì lu figliu de Ida (la sarta, facoltativo)?”.

Fu con animo travagliato che assistetti alla fine della carriera del Nino nazionale. Da un lato il dispiacere che accompagna il declino di un beniamino di gioventù. Ma almeno aveva perso con un argentino, qualcuno di famiglia.

(18. continua)

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Il prete e la monaca

Secondo l’ultimo censimento Istat del 2012, a partire dai 35 anni le donne sono in misura maggiore degli uomini. Nel passato questo fenomeno, causa guerre e carestie, era ancora più accentuato: questo faceva sì che se un uomo maturo non fosse sposato venisse definito scapolo (c’è sempre speranza di); se invece matura era la donna, si parlava di zitella (mettiti l’anima in pace).
Ingiustizia da cui mi dissocio.

La mia prozia Caterina, Catò per gli intimi, era appunto una zitella. Si favoleggiava di un antico sfortunato amore di gioventù; o del suo ritrarsi di fronte a qualsiasi avance, per non fare la fine delle donne della sua epoca, totalmente sottomesse ai mariti. La parità tra i sessi era ben lungi dall’essere raggiunta dalle suffragette di casa nostra; qualche sonora battuta da parte di mariti denutriti si, ma frequentatori assidui di cantine, non era infrequente.
A volte accadeva anche il contrario, ma costituiva un’eccezione.

Oggi si sente parlare molto di sobrietà. Di solito da gente con la pancia piena che la raccomanda agli altri. Catò in fatto di sobrietà avrebbe potuto dar lezioni a tutti.
Ero bambino, e le chiedevo perché mai non si decidesse a comprare la televisione. E che ce faccio, rispondeva, che tra un po’ devo murì. Aveva poco più di 60 anni, e ne campò altri 30: la televisione non la comprò mai, benedetta donna, che bellezza se tanti avessero seguito il suo esempio!

Mi sembrava quindi abbastanza precipitosa nella sua risoluzione; c’è da dire che la preoccupazione maggiore degli anziani di una volta era quella di mettere via i soldi per “lu furnittu”, ovverosia il loculo dove essere tumulati, senza lasciare debiti agli eredi. Per me non preoccupatevi, comunque.
Per riscaldamento aveva una vecchia stufa a legna (ora tornate di gran moda) che riscaldava un solo ambiente della casa. La camera da letto, dove l’avreste trovata già alle sette di sera, era fredda; per questo d’inverno nel letto si infilava l’accoppiata prete-monaca.
Non pensate male: la monaca era un braciere di terracotta; il prete una specie di baldacchino che veniva infilato sotto le coperte e nel quale veniva deposta la monaca; il suo scopo era quello di non far toccare appunto le coperte con le braci.

Quando passavo a trovarla, innanzitutto si lamentava che non andassi mai a trovarla: gatto che si mordeva la coda, perché per non sentire le sue recriminazioni davvero la volta dopo ci pensavo due volte. Però a volte ne valeva la pena. Ad esempio, Catò custodiva un tesoro.

Ho già accennato al ramo di parentela emigrato con lo scopo precipuo di arricchire l’avvocato Agnelli. Zia Caterina conservava religiosamente, in soffitta, in scatoloni catalogati con cura, varie masserizie lasciate da mia zia Lelletta; delle bottiglie di liquore residui di una gestione di suo marito del circolo cittadino (Punt e Mes!); e soprattutto la collezione di Nembo Kid del di lui fratello minore, che Catò amava come un figlio. La zia mi faceva violare il sancta sanctorum con la scusa di aiutarla a spolverare; ma in realtà credo lo facesse perché sapeva che mi piaceva leggere, e tanto. Mentre lei passava in rassegna i suoi pacchi, io scandagliavo la raccolta; potevo leggere quanto volevo, ma guai a portar fuori un giornalino. Adesso la collezione varrebbe parecchio: peccato che perì nel crollo della soffitta, causato dalla canna fumaria dell’abitazione sottostante.

Catò alla perdita non resse. Deportata nel vicino ospedale, senza la sua indipendenza e i suoi lamenti, si spense. Aveva conservato per tutta la vita la sua virtù come quella collezione di Nembo Kid; testimoni attendibili riportano che alla fine si chiedeva se, dopotutto, ne fosse valsa la pena.

(17. continua)

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