Quello che non fecero i Barbari, l’hanno fatto i Barberini

Venerdì scorso, festa della Repubblica, è stato uno di quei giorni in cui meno mi sono sentito intelligente.

Partito di casa alle 6:30 per recarmi al paesello a visitare i genitori acciaccati, mi sono trovato intruppato per ben dodici ore in un serpentone di auto piene di gente diretta verso località balneari adriatiche.
Purtroppo non viaggiavo da solo e non ho potuto cristonare tutto il tempo come avrei voluto, ne intonare i canti a me cari come il “Credo in unum Deum” o gli evergreen “Lisa dagli occhi blu” di Mario Tessuto o “Il mondo” di Jimmy Fontana, tra l’altro nativo dei luoghi dove mi stavo recando, ma essendo in compagnia della mia signora mi sono dovuto contenere, nemmeno “Anima mia” dei Cugini di Campagna in falsetto mi è stato concesso.

La radio non aiutava: continuava infatti a parlare della stramaledettissima finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, squadre che detesto entrambe e nemmeno cordialmente.
Per la cronaca ha vinto il Real Madrid, che ha un fortissimo centravanti impossibile da marcare perché tende ad appoggiarsi al marcatore e sbucargli da dietro. Quando giocavo io, era ai difensori che si intimava di stare incollato all’uomo, e nelle mischie il rischio di essere tirati per i testicoli per impedire di saltare era sempre in agguato, ma con quel fenomeno è impossibile: come cambiano i tempi!
Il centravanti bianconero invece mi è sembrato affetto da pinguedine, cioè con la pancia più piena del portafogli, ed è tutto dire. Ma mi fermo qua perché non vorrei dare l’impressione che le mie riflessioni siano offuscate da pregiudizi o peggio invidia, lungi da me questi sentimenti.

In compenso al ritorno ho dovuto sorbirmi interminabili concioni su quanto si sarebbe dovuto o non dovuto fare per impedire la quasi strage di Piazza San Carlo a Torino, dove ci sono stati più di 1500 feriti, qualcuno purtroppo seriamente, nel fuggi fuggi causato da non si sa bene cosa.
Mi accodo all’opinione dei commentatori più sensati: bisognava evitare di ammassare tutte quelle persone, si sa poi come sono fatti gli juventini: avendo code di paglia lunghe chilometri, appena qualcuno strilla “Polizia!” tendono a scappare. E’ una loro psicosi, non ci possono fare niente.
Perché la festa non è stata organizzata allo stadio della Juve, mi chiedo? Forse perché è privato e avevano paura di “rovinarlo”? Quindi la piazza pubblica si può ridurre ad immondezzaio ma lo stadio privato va tenuto da conto? Metafora del rapporto pubblico-privato, se mi si consente l’uso della parola metafora di cui non padroneggio appieno il significato.

Ma non preoccupiamoci perché è già stato trovato a chi dare la colpa, e questa è sempre una buona cosa: ai venditori ambulanti di birra. Ignobili malfattori!

Mio malgrado devo dar ragione al Mr.B. d’antan: la crisi non esiste, è un’invenzione della sinistra disfattista! Altrimenti non si spiegherebbe perché milioni di persone dovrebbero inscatolarsi per bagnar le chiappe chiare¹ per qualche ora, quando al costo di autostrada e benzina ci si potrebbe godere una bella cenetta in un discreto ristorante.

Strada facendo ho avuto diversi momenti di sconforto, come quando a Fiorenzuola abbiamo lasciato l’autostrada per prendere la Via Emilia, intasata anch’essa dai tanti che come me pensavano di essere furbi. Ho deciso allora di fermarmi un’oretta nella stessa Fiorenzuola, dove non ero mai stato; adesso su due piedi non saprei elencare i motivi che mi indurrebbero eventualmente a tornarci.
La consapevolezza che con le stesse ore di viaggio avrei potuto fare una puntata a Monaco di Baviera, bere una birra all’Hofbräuhaus e tornare indietro mi deprimeva.

Finalmente, verso le 18:30, ho raggiunto l’ospedale dove la mia mammetta, classe ’35, era ricoverata a seguito della rottura del femore. Incidente domestico che mi ha ispirato il titolo: usciti fisicamente indenni dal terremoto, nell’ispezione che doveva valutare i danni subiti dall’abitazione un improvvido controllore aprendo senza cognizione una botola per accedere al tetto si è quasi fatto cadere in testa una scala di ferro, e nei movimenti bruschi che ne sono seguiti mia madre è caduta, ricevendo quindi più danni dall’ispezione che dal terremoto.

Per fortuna l’assistenza ospedaliera, nonostante le carenze di cui si vogliono far patire a bella posta gli ospedali pubblici, è buona, ed è circondata dalle cure amorevoli dei miei fratelli e parenti più vicini; mia madre ne ha passate e viste passare tante che sono sicuro si tirerà in piedi anche da questa; consiglio tuttavia amichevolmente agli Enti implicati in questa vicenda di darsi da fare perché i disagi siano i minori possibile, chi ha orecchio per intendere intenda.

La prossima volta credo che partirò col treno, che la partenza intelligente non fa per me.

¹ Cit. Gabriella Ferri “Tutti al mare”

(141 – continua)

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España cañí

Quello del turista è un mestiere impegnativo. Specialmente per un Ossimoro come me, che se ne starebbe beatamente in panciolle tutto il giorno con il suo libro ed un bicchierino di vino.

Una volta, quando non c’era Internet, era più facile. Innanzitutto si andava molto meno in giro. La prima volta che insieme alla mi señora visitammo la Spagna, che coincise come vi ho raccontato con il giorno che il mio secolo finì, ci mettemmo un bel po’ a scegliere la destinazione, e per tutte le prenotazioni ci rivolgemmo ad una agenzia di viaggio, oltre a doverci rivolgere alla banca per munirci di pesetas e travellers cheque.

Bisogna ammettere che la moneta unica ha molto semplificato lo scambio all’interno dell’Europa. Se non altro quando si è all’estero non si è costretti a portare la calcolatrice per capire quanti soldi si stanno spendendo. Gli altri vantaggi specialmente di questi tempi non sono evidentissimi. Ci bombardano tutti i giorni dicendo che uscirne sarebbe una catastrofe che anche la sciagura di restarci così com’è sembra rassicurante. La sensazione non molto piacevole è quella di essere tenuti per gli zebedei da dei cravattari.

Oggi tra Booking, Trivago, Tripadvisor, Ryanair e quant’altro ognuno diventa agenzia di viaggio di se stesso; avendo tempo e qualche soldino si può decidere di andare a passare un weekend in qualsiasi paese scegliendo il volo più economico possibile e portando il minimo bagaglio possibile.

A proposito di bagaglio, abbiamo passato una giornata a Toledo, antica capitale, stupenda cittadina ottimamente collegata a Madrid con i treni ad alta velocità; la cattedrale è un gioiello storico ed artistico; ho riflettuto sul fatto di conoscere pochissimo la storia spagnola come peraltro quella di quasi ogni paese e mi sono ripromesso di tornare per visitare il museo della cultura visigota. Avvincente la storia di questo popolo che pressato dagli unni chiese di poter entrare nell’Impero Romano in decadenza e finì poi per contribuire a disfarlo; sembra quasi storia di oggi.

Il bagaglio dicevo non mi ha aiutato perché avrei portato volentieri a casa una lama di Toledo, utilissima di sera sui treni delle Ferrovie Nord, ma a malincuore vi ho dovuto rinunciare perché non avrebbe superato i controlli di sicurezza dell’aeroporto.

La Camera ha approvato delle modifiche di legge in materia di legittima difesa notturna. L’iter proseguirà al Senato; speriamo non sia l’inizio del far west: ho sempre in mente l’atleta sudafricano Oscar Pistorius, il velocista senza gambe,  che in Sudafrica ha sparato alla fidanzata credendo (dice lui) che ci fosse un ladro in bagno.

Dunque siamo tornati a Madrid dopo più di 25 anni. Personalmente mi sento un po’ a disagio nell’andare in giro oggi. Voglio dire, non che non mi piaccia, ma sentirmi dentro al meccanismo del turismo di massa mi fa sentire un po’ un pollo in batteria. Anche se le città architettonicamente rimangono uguali, o magari si abbelliscono, l’impressione è che si amalgamino sempre di più; le stesse catene, gli stessi negozi, addirittura gli stessi prezzi… e gente che corre da una parte all’altra non tanto per vedere e capire, quanto per far vedere agli altri di esserci stato, di segnare un’altra tacca sul calcio del proprio I-Phone.

Oggi la gente del mondo si sposta molto di più; chi in aereo e chi in barcone, chi come me privilegiata per divertimento (o cultura se vogliamo esagerare) chi per cercare una vita migliore.

Non è elegante parlare di barconi dopo essere stato a bisbocciare, me ne rendo conto. Sono sempre più convinto che se le contraddizioni e ingiustizie del mondo non vengono risolte a partire da dove sono più gravi non ne usciremo. L’approccio solo caritatevole non basta, non può bastare e arrivo a pensare che sia addirittura deleterio: bisogna che in quei posti il popolo si prenda il potere, con le buone e se necessario con le cattive.

Di Madrid porterò a casa, alla rinfusa, i ricordi di: Il Palacio Real con l’Armeria, Il Prado e specialmente l’aula con i dipinti visionari di Jeronimus Bosch, i vù cumprà attrezzatissimi con lenzuoli legati con corde cucite agli angoli che gli permettono di trasformarli velocissimamente in sacco all’arrivo dei vigili e della polizia (molto presenti); la sangria e la paella che ho avanzato perché mi ero riempito troppo di tapas; il Parco del Buen Retiro con il laghetto artificiale; la Vecchia Cattedrale di San Isidro, ma anche la nuova di Santa Maria de la Almudena; la quantità di locali per mangiare e bere e la quantità di persone che mangia e beve; la tariffa calmierata dei taxi dall’aeroporto al centro; un valente suonatore di dixieland che è andato avanti per due ore sotto le finestre dell’albergo a scassarci i cabasisi a deliziarci; delle persone che sembrava scattassero foto a caso ma mi inquadravano e mi hanno fatto scattare la paranoia; l’orsa nella piazza della Porta del Sol, da cui parte tra le altre una via dove di sera si prostituiscono delle ragazzine; la trippa alla madrilena che ho mangiato in una taverna e che ha portato il mio colesterolo nel sangue a livelli preoccupanti; Guernica di Picasso, che avevo visto in copia al Palazzo Reale di Milano; i boccadillos con i calamaros; Plaza Mayor sempre suggestiva dove abbiamo mangiato nello stesso ristorante di 26 anni fa.

Questo è stato uno sbaglio che ci ha procurato una grande delusione: allora, circondati da madrileni,  avevamo gustato una paella spettacolosa, almeno così ci era sembrata anche perché era la prima che mangiavamo in vita nostra; stavolta, circondati da turisti come noi, una paella triste. I camerieri però erano abbastanza stagionati e avrebbero potuto benissimo essere quelli di allora. Ma è passata la Fornero anche in Spagna?

Passeggiando per il centro ci siamo imbattuti in una taverna dal nome evocativo di España cañí, che in effetti mi ha fatto tornare in mente che quando suonavo con l’orchestrina questo era uno dei pezzi forti del nostro fisarmonicista Mauro; un famosissimo paso-doble che faceva la gioia dei ballerini più abili.

Anche La Spagnola suonavamo, “stretti stretti nell’estasi d’amor, la Spagnola sa far così..”, e a proposito di spagnola con rammarico segnalo che allora avevo notato molte più madrilene con caratteristiche fisiche adatte alla pratica, se mi seguite; ora troppi fisici atletici e nervosi scolpiti da eccessi di diete e palestre, servirebbe un po’ di ciccetta in più.

Bella Spagna! Infischiamocene se gli invidiosi nordeuropei ci hanno accomunati nell’odioso acronimo Pigs, insieme ai fratelli portoghesi e greci. Che la smettano quei fanatici mangiatori di aringhe e sanguinacci di romperci le scatole! Viva el jamon, viva el sol, felicidad y salud a todo el mundo!¹

(137 – continua)

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¹ Non sono sicuro che si scriva proprio così dato che lo spagnolo lo orecchio solamente. Spero che il senso sia chiaro.

Extraterrestre portami via

L’altro giorno la Nasa ha annunciato di aver scoperto ben sette nuovi pianeti compatibili con la vita così come la conosciamo. Nemmeno troppo distanti, a soli 40 anni luce da qua; considerando che la velocità della luce nel vuoto è di circa 300.000 chilometri al secondo, con i mezzi attuali ci metteremmo qualche secolo ad arrivare, e personalmente purtroppo non credo che me lo ricorderò, come si dice dalle mie parti quando si dispera di veder completata un’opera prima di dipartire; sarà già difficile vedere la fine della vicenda paratie sul lago di Como, figuriamoci andare su Alienia.

Tuttavia la prospettiva è affascinante, ed apre scenari stimolanti in tutte le branche dello scibile. Innanzitutto non è detto che i nostri vicini siano al nostro stesso livello evolutivo; potrebbero essere al livello scimmiesco come invece molto più progrediti di noi e in questo preciso momento si stiano chiedendo, se già non l’hanno fatto, come raggiungere quel lontano mondo nel sistema solare che pare interessante.

Pensiamo alle implicazioni religiose: mettiamo che non abbiano per niente l’aspetto umano. Che assomiglino che so, più a dei porcelli che a degli antropoidi. Pretenderanno anche loro di essere stati creati ad immagine e somiglianza? E perché queste disparità? Non è che magari uno dei due mondi è una brutta copia venuta male (e vedendo quello che succede a volte dalle nostre parti c’è da sospettare che il brogliaccio siamo noi), tenuta solo per essere usata come minaccia: fate i buoni che sennò diventate come gli uomini?

A proposito di vita come la conosciamo, l’altro ieri un uomo, rimasto paralizzato e cieco a seguito di un incidente stradale, ha deciso di togliersi la vita (non potendolo fare da solo come avrebbe fatto se ne fosse stato in grado, si è fatto accompagnare in una clinica Svizzera dove il suicidio assistito _ non l’eutanasia come è stato erroneamente detto _ è ammesso). Non giudico e non condanno; quando uno non ce la fa più non ce la fa più, non dovrebbero certo essere degli estranei a decidere quanto sopportare; deploro solo che la fine dei suoi giorni non sia potuta avvenire a casa sua, vicino ai suoi cari, ma abbia dovuto accontentarsi della compagnia del radicale Cappato.

Tornando agli extra-galattici, siamo ovviamente nella fantascienza, e potremmo chiederci se questo mondo ci sarà ostile o amichevole; se ci sarà ostile che armi avrà, e se saremo in grado di contrastarle; se invece sarà amichevole che risorse avrà, e se saremo capaci di depredargliele.

Riusciremo a vivere da buoni vicini nell’Universo senza cedere alla tentazione di cancellarci l’un l’altro? Delocalizzeremo aziende per abbassare il costo del lavoro? Li inviteremo ad entrare nella UE per poi imporgli i parametri di Maastricht? Ah, avere una macchina del tempo per poter vedere come andrà a finire!

Ma, nell’attesa degli alieni, potremmo avere qualche problemino con le nuove tecnologie. Saprete che esistono già oggi dei robot che vengono usati come animali da compagnia. Costano parecchio; per ora ce li hanno dei ricchi americani, anziani, che li usano al posto di cagnolini. Ma ben presto arriveranno robot umanoidi e sarà sempre più difficile riconoscere gli originali; un po’ come quel film con Yul Brinner, dove lui era un pistolero in un villaggio del West ricostruito, o come i replicanti di Blade Runner; e non sarà impossibile che un uomo si innamori di una bella androide (molto comodo tra l’altro: si potrebbe programmare a dire sempre di si), o che la robot venga usata come governante e che il bambino si affezioni. Sarà ammesso cambiare modello, in caso di malfunzionamento?¹

Se invece questi alieni fossero compatibili con noi, ben presto si arriverà a qualche intreccio di popoli… speriamo senza esodi galattici su gommoni spaziali. Si dovrà istituire un tribunale intergalattico? E chi ne farà rispettare le sentenze? Una polizia intergalattica? Non basterà più l’Onu, ci vorrà l’Ogu (Organizzazione delle Galassie Unite). Sfide enormi per i governi del futuro. Non è detto che tutto il male venga per nuocere, ad esempio le xenofobie locali verranno abbandonate a favore di quelle universali: “Mogli e buoi dei pianeti tuoi!”² “Padroni nel mondo nostro!” “Aiutiamoli nel mondo loro!”.

Per carità, niente che non sia già stato immaginato, scritto e persino visto sul grande schermo. Ma, mi sono chiesto, dovessero arrivare adesso chi manderemmo a parlare per rappresentarci? Forse il presidente dello Stato con più abitanti, la Cina? O quello più potente o che si crede tale, come il presidente Usa? Un’autorità morale come Papa Francesco, il Dalai Lama, un Ayatollah? Un indios dell’Amazzonia? Potrebbero pensare che sulla Terra esistano solo uomini, però. Allora Fraulein Merkel? La premier britannica? La first lady mrs. Melania? (personalmente voterei quest’ultima, lei sa già come trattare con gli alieni). Pensiamoci, insomma! Avremo giusto quei 100-200 anni di tempo ma prima o poi accadrà, se nel frattempo non ci saremo estinti da soli.

(126 – continua)

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¹ Su questo tema ho scritto una commedia che, se non mi fossero spariti gli attori principali per questioni di ingaggio, sarebbe già stata messa in scena.

² Questo invece è proprio il titolo di un’altra commedia, seguito della fortunata “Sono strani questi umani”, che vorrei rappresentare prima che la cronaca superi la fantasia.

 

Il giorno che il mio secolo finì

A tanti ragazzi questo racconto non dirà nulla. E’ di un mondo che non hanno vissuto, conosciuto solo per sentito dire e che a stento riescono a collegare a quanto hanno intorno. E’ storia che non si studia a scuola perché troppo recente ma allo stesso tempo così lontana. A noi che c’eravamo  il mondo cambiò sotto gli occhi, così velocemente che quasi non ce ne accorgemmo. Capimmo più tardi che stava finendo una guerra, e i vincitori non avrebbero fatto prigionieri.

Il 19 agosto del 1991 io e mia moglie stavamo tornando dalla Spagna, con la nostra Volkswagen Polo verde senza aria condizionata che l’impianto costava troppo, dove avevamo passato le ferie estive con gran delizia. Avevamo percorso quasi 5.000 km, da Como a Gibilterra e ritorno; non eravamo mai stati in Spagna e ne avevamo approfittato, oltre che per goderci il mare, per andare un po’ a zonzo.

Appassionati di politica, ci eravamo imposti di non leggere giornali e non ascoltare radio; i cellulari non c’erano, perciò non c’era pericolo di essere rintracciati da pubblicità o cattive notizie. Una telefonatina a casa appena arrivati bastava e avanzava: niente nuove, buone nuove. L’Euro non esisteva, e ci eravamo portati da casa un mucchietto di pesetas e qualche travellers cheque: 100 pesetas valevano un po’ meno di 1200 lire.

La prima settimana la passammo a Lloret de Mar, di cui sento ancora nitidamente l’odore dell’aglio del gazpacho che, sudando durante il riposino pomeridiano dal momento che nemmeno la camera aveva l’aria condizionata, si spargeva nell’aria.

In Italia il presidente del consiglio era Giulio Andreotti, perno dell’alleanza di governo a cui era stata attribuita giornalisticamente la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il presidente americano era George H.W. Bush, succeduto a Ronald Reagan; quello dell’Unione Sovietica era Gorbaciov, che con gli slogan perestrojka e glasnost stava cercando di introdurre delle riforme per rivitalizzare un sistema sclerotizzato che perdeva colpi e repubbliche per strada. Sul soglio pontificio sedeva Papa Wojtyla, polacco, il primo papa straniero dopo 455 anni.
Lo scudetto era stato vinto, per la prima e ultima volta nella sua storia, dalla Sampdoria allenata da Vujadin Boskov; il festival di Sanremo, presentato da un imbarazzante Andrea Occhipinti ed una sontuosa Edwige Fenech, era stato vinto da Riccardo Cocciante.

Di Barcellona ci impressionarono la quantità  di gru e di lavori edili che erano in corso. La città, in preparazione delle Olimpiadi che vi si sarebbero tenute l’anno successivo, stava letteralmente cambiando pelle. Non so perché, una delle cose che ci colpì di più furono i parcheggi sotterranei che permettevano praticamente di arrivare in macchina fino alla Cattedrale. Mia moglie si era beccata una congiuntivite leggendo con la faccia rivolta al sole; e siccome io facevo solo da passeggero non pagante l’avevo in pratica costretta a guidare con degli occhiali neri calzati sopra quelli da vista, lacrimando vistosamente.

Ad est la cortina di ferro si stava sgretolando: nell’89 era caduto il muro di Berlino; l’anno dopo la Germania si era riunificata; gli stati satellite Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania si erano staccati, quasi tutti pacificamente ma in alcuni casi, come quello rumeno, drammaticamente. Le Repubblichette Baltiche erano in fermento e non vedevano l’ora di lasciare l’Unione.
In Italia stavano arrivando, da marzo, migliaia di albanesi in cerca della “Merica”; epico lo sbarco dalla motonave Valona, dei 20.000 che vennero stipati nello stadio San Nicola di Bari.

A Cordoba visitammo la Mezquita, a Granada l’Alhambra, a Siviglia la Cattedrale, dove una simpatica gitana chiamandomi Moreno voleva leggermi la mano e intanto mi toccava il sedere nell’intento di sfilarmi il portafogli; a Gibilterra andammo a trovare le bertucce, abbastanza scontrosette per la verità.

L’anno prima eravamo stati in vacanza in Jugoslavia. Era la prima vera vacanza che facevamo dopo sposati, a basso costo: eravamo in un albergo in un paesino dell’Istria, che a parte quello non offriva nient’altro. Tutte le sere l’orchestrina suonava le stesse canzoni: La famiglia dei gobbon, Rolling on the river… anche lì girammo un po’, ma non di sera perché le strade buie non lo permettevano: l’isola di Krk attraversando il ponte di Tito, Lubiana, i laghi di Plitvice, le grotte di Postumia, Lipizza… avremmo voluto tornare anche l’anno dopo se non che ci fu un piccolo impedimento: la guerra. Slovenia e Croazia avevano dichiarato l’indipendenza dalla Federazione Jugoslava, e sui laghi di Plitvice passeggiavano i carrarmati.

Da Cordoba a Madrid, non c’era niente. Chilometri e chilometri senza vedere una casa, solo ogni tanto su delle collinette c’erano delle sagome di tori, che interpretai come pubblicità delle corride ma che più tardi scoprii essere pubblicità si, ma di un gruppo commerciale: il toro di Osborne. Arrivammo a Madrid che il termometro segnava 44°; ci fiondammo subito al Prado, che almeno lì dentro si stava freschi. La sera mangiammo la prima paella della nostra vita in Plaza Mayor; ad un certo punto scoppiò un temporale improvviso e ci fu un fuggi fuggi generale; io sarei stato tentato di approfittarne come la maggior parte degli avventori, ma la consorte mi richiamò all’ordine dicendomi: non facciamoci riconoscere. Come italiani, intendeva, anche se di solito non sono mica i portoghesi che entrano e escono senza pagare?

Finiti i giorni ed i soldi, ci accingemmo a tornare a casa. Passata la frontiera a Ventimiglia, mentre stavamo già pregustando il piatto di spaghetti che ci saremmo fatti appena arrivati a casa, più per abitudine che per altro accendemmo la radio. Apprendemmo così che in Russia alcuni autorevoli membri del governo avevano deciso che era arrivata l’ora di farla finita con Gorbaciov, l’avevano arrestato insieme a sua moglie Raissa nella dacia in Crimea dove si era recato a passare le ferie e si proponevano di ristabilire l’ordine costituito.
Ricordo che pensai, e non fui il solo: era ora! Sarà pure un Nobel per la Pace, ma ha fatto un gran casino!

E invece, nel giro di una settimana, crollò tutto. Il comunismo, ma in qualche modo anche la democrazia, e iniziò la grande rapina, in Russia come in Occidente. Tra qualche anno gli storici diranno se Gorbaciov è stato un idealista o un inetto; se Eltsin un liberale o un bandito; se Clinton è stato davvero meglio di Bush e se perfino papa Woytjla, contribuendo al crollo globale, abbia fatto davvero il bene dei cristiani. Quello che so io è che ci siamo distratti un attimo, e il secolo è finito.

 (117 – continua)

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Bomba o non bomba, noi, arriveremo a Roma

Così cantava Antonello Venditti nel 1978, senza ne Italo ne Frecciarossa ne voli low-cost ad accorciare le distanze; cantautore bravissimo ma che allora non apprezzavo semplicemente perché delle canzoni tendo a non captare le parole e di conseguenza, ascoltando solo le melodie, le trovavo abbastanza ripetitive e noiose. Colpa mia, intendiamoci. Per colpa di questo approccio ai testi musicali non avrei mai potuto assegnare il Nobel al cantautore Bob Dylan, di cui peraltro conosco pochissime canzoni, ma mi fido del giudizio della giuria di Stoccolma. Stamattina leggevo un commento che affermava che tutta la poesia di Dylan, senza musica, non vale un solo verso di Montale, premio Nobel 1975: ogni tempo ha i suoi poeti, mi verrebbe da dire, e forse per questo tempo il buon Dylan è persino troppo.

Qualche giorno fa avevo annunciato una marcetta su Roma, e finalmente ci siamo. Con tempismo perfetto abbiamo rischiato di essere bloccati da uno sciopero generale, tra cui quello dei trasporti, indetto da alcuni sindacati autonomi con una sobria piattaforma rivendicativa che riassumerei con la famosa frase di Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” (1).

Partiremo prima dell’alba ed arriveremo a Roma giusto all’ora di colazione per i meritati cappuccino e maritozzo; ma a fare cosa vi chiederete? Ma si, ve lo dico: per cantare! Con il coretto della parrocchietta parteciperemo al Giubileo delle Corali, con altri 2490 cantori (noi saremo in dieci). In realtà il gruppo della marcetta è ben più nutrito, ma rispecchia l’andazzo italiano per cui uno lavora e due stanno a guardare: quindi i 10 di cui sopra saranno impegnati full time per le tre giornate canore in Vaticano, mentre gli altri andranno in giro per Roma a visitare monumenti e gozzovigliare a panini e porchetta e vino dei Castelli.

Ma non voglio dilungarmi troppo adesso, quello che faremo ve lo racconterò al ritorno.

Voglio invece riportare qualche considerazione condita con pillole di saggezza:

  • le cose non succedono da sole. Ci vuole che qualcuno ci creda, che qualcuno ci si impegni, che ci si incoraggi e sostenga a vicenda specie quando non tutto va come ci si aspetterebbe;
  • l’attività principale delle suore di Roma è quella di gestire case di accoglienza (di accoglienza ho detto, non tolleranza)? e soprattutto pagano l’Imu? Ce ne sono a bizzeffe, e tutte le strutture che ho contattato erano piene. Abbiamo dovuto occupare cinque B&B diversi per sistemarci…
  • perché in qualsiasi locale di Trastevere non è possibile prenotare al sabato sera? (un quesito per Roberto Giacobbo);
  • perché l’assistenza Italo è a pagamento? (mi hanno ciucciato 30 euro di ricaricabile per poter spostare i biglietti). E fortunatamente quando poi, avendo finito la ricarica, ho chiamato il numero gratuito, mi hanno fatto lo stesso servizio (un angelo di nome Elena)… l’assistenza non poteva dirmi subito di chiamare il numero gratuito?
  • ricordarsi sempre di essere fortunati e vivere la vita con passione, gioia e amore (con questa dovrei essermi meritato l’agognato titolo di fra’ Giò, che come ricorderete qualcuno mi aveva assegnato indebitamente).

La composizione del coro, anomala a dir poco, è: 2 soprani, 1 contralto, 5 non definibili; 1 tenore e 1 così così (io). Cioè, quando dico così così non mi riferisco all’identità sessuale, per chiarire, è solo che alcune voci non rientrano nei canoni standard: io ad esempio non sono ne tenore ne basso, e mi arrangio qua e là; le 5 donne indefinite non sono classificabili nelle categorie musicali ma in compenso vengono usate come cavie in laboratori di fisica, in quanto a volte emettono degli ultrasuoni che disturbano gli animali più delicati. Scherzo, sono brave (a cucinare poi ottime).  Notate la percentuale di cui ho già parlato in passato di 4 donne per ciascun uomo, che mi sembra rispettata in tutti i cori che conosco tranne quelli alpini.

Dunque Roma, arriviamo! E’ stata impegnativa ma ci siamo quasi…


(1) Riporto pari pari dal sito dell’Usb (che non è la chiavetta, sta per Unione Sindacale di Base):

per l’occupazione, il lavoro e lo stato sociale e contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi dettate dall’Unione Europea;
per la difesa e l’attuazione della Costituzione e il NO alle modifiche proposte dal governo;
per la scuola e la sanità pubblica e il diritto all’abitare;
contro l’attuale sistema previdenziale e la controriforma Fornero, la riforma Madia, il jobs act, l’abolizione dell’art.18, il contratto a “tutele crescenti”, la precarietà sul lavoro, l’attacco al potere d’acquisto dei salari e al Contratto nazionale;
per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, per l’aumento di salari e pensioni, per il reddito per tutti, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena ed efficace tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei territori;
contro le privatizzazioni, la deindustrializzazione del paese, le delocalizzazioni e per la nazionalizzazione di aziende in crisi e strategiche per il paese, contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’;
contro la Bossi-Fini e il nesso permesso di soggiorno – contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, per i diritti sociali e di cittadinanza, contro la guerra e le imprese militari;
per un fisco giusto senza condoni agli evasori;
per la democrazia sui posti di lavoro ed una legge sulla rappresentanza che annulli l’accordo del 10 gennaio 2014 e preveda il riconoscimento di diritti sindacali in tutti i luoghi di lavoro del pubblico e del privato per i sindacati legalmente costituiti.

Condivido in toto, stranamente mancano la pace nel mondo ed il disarmo nucleare, deve essere una svista.

(110. continua)

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Sole che sorgi libero e giocondo

Poiché non si riesce a far tutto (o almeno: io non ci riesco), in questi giorni mi sono dovuto un po’ assentare dal blog; tra le cose che mi hanno impegnato di più c’è l’organizzazione di una marcia su Roma (pacifica e senza obbligo di abito scuro, per capirci) di cui vi parlerò a breve.

Il vecchio alpino Gaetano, classe 1932, mi ha raccomandato, nell’imminenza della partenza, di imparare a memoria l’antico inno che egli apprese in lontani sabati giovanili cultural-ginnici, e che ricorda ancora; il ritornello non mi era nuovo e così ho chiesto conferma ad un’altra fonte di qualche anno più giovane, mia madre, alla quale l’inno ha riportato alla mente vecchi ricordi scolastici, nei quali non mancavano severe maestre con licenza di bacchetta.

Ormai non ignorate che sono un uomo del secolo scorso (della seconda metà, comunque) e per sua natura nostalgico; tuttavia c’è nostalgia e nostalgia, per rendere l’idea non sono uso frequentare campi Hobbitt e nemmeno amo troppo Tolkien, che trovo francamente una palla; il Signore degli Anelli visto al cinema lo ricordo solo perché, verso le 2 ore e mezza di proiezione, avevo perso la sensibilità della parte posteriore e quella anteriore si stava pericolosamente ingrossando.

Scartabellando qua e la ho quindi scoperto che l’inno era stato scritto nientemeno che da Giacomo Puccini nel 1919, per l’anniversario della fondazione di Roma, come potrete leggere in questo bell’articolo:
http://www.quotidianodipuglia.it/blog/pentagramma/l_inno_roma_dimenticato_di_puccini-1373231.html

Roma stiamo arrivando.

 

Inno a Roma
(parole Fausto Salvatori, musica Giacomo Puccini, 1919)

Roma divina, a te sul Campidoglio,
dove eterno verdeggia il sacro alloro,
a te, nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro.
Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all’ultimo orizzonte
sta la Vittoria.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l’officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il sol che nasce,
benedici l’aratro antico e il gregge
folto che pasce!

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d’amore,
la giovinezza florida e l’antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d’opere schiette e di pensose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

 

inno-a-roma

Posso recitarvi una poesia in cambio di una monetina?

In anni e anni di pendolarismo credevo di averle viste tutte. Ma il ragazzo che ieri è passato chiedendo se per favore potevo dargli una monetina, che in cambio mi avrebbe recitato una poesia, mi ha lasciato pieno di tenerezza e vergogna. Tenerezza per la sua timidezza, per la dignità della sua richiesta, per quell’atteggiamento che voleva dire  “mi dispiace disturbarvi, non lo farei se non avessi così tanto  bisogno ma voglio darvi qualcosa di mio”, per quel quadernino a quadretti che teneva stretto in mano, per i vestiti laceri e sporchi che indossava e per la magrezza che sottolineava i troppi pasti saltati; tenerezza perché avrebbe potuto avere l’età di mio figlio e chissà se da qualche parte avesse un padre, e se questo potesse permettersi di preoccuparsi anche per lui.

Si fa il callo a tutto, lo sappiamo; e poi, quando si ha la pancia piena, da persino fastidio incontrare chi ha bisogno. Avrà bisogno veramente, poi? O sarà tutta una scusa, e in realtà non ha voglia di lavorare, e quei soldi gli serviranno per ubriacarsi, per drogarsi, o sarà legato a qualche tipo di mafia degli accattoni? O saranno zingari?

Lavoro a Milano e di gente che chiede, per strada, in metropolitana, anche sul treno, ce n’è a bizzeffe. C’è una signora, alla fermata dove scendo per recarmi in ufficio, che quasi tutte le mattine è lì, ferma, in attesa che passi qualcuno da abbordare per raccontargli la sua storia. Disoccupata dice, vuole solo un aiuto per tirare avanti da chi, più fortunato di lei, il lavoro ce l’ha ancora. Sarà vero? Sa che la sua storia può andar bene una sola volta, per quella volta che ti fermerai credendo che quella signora dall’aspetto decoroso che si avvicina bisbigliando voglia chiederti delle informazioni, e che la volta dopo cercherai di evitarla: così ha bisogno di fermare gente sempre nuova. Sempre lì, da anni.

Col tempo, ho adottato una mia politica nel dispensare monete. Favoriti sono i musicisti: a chi suona in metropolitana di solito qualcosina lascio, se proprio non strimpella in maniera indecente. Ogni tanto c’è qualche violinista, ad esempio, che invidio molto. Qualche tempo fa c’era un ragazzo che non suonava ma si portava dietro un microfono collegato ad un amplificatorino, e cantava: ne ho seguito l’evoluzione della carriera ed all’inizio era un vero strazio; man mano però migliorava, fino a riuscire ad improvvisarsi showman: alla fine invitava tutti i passeggeri a battere le mani e a fare il coro con lui. E’ sparito, chissà dov’è?

Non lascio niente a chi usa i bambini piccoli; a chi ha dei cuccioli, dipende; qualche volta a chi vende libri o riviste. Per il resto, di solito abbasso la testa e passo oltre. Mi è rimasta impressa una storia che mi ha raccontato un amico, di ritorno da un viaggio in India: a Bombay, fuori dall’albergo dove alloggiava, per difendere gli ospiti dall’assalto dei questuanti c’erano degli inservienti con dei bastoni di bambù, incaricati di far largo tra la folla. Dopo un po’, a questa macchia di colore indistinta non si faceva più caso, ne al mulinare dei bastoni degli sherpa in guanti bianchi.

Così, giorno dopo giorno, mi accorgo che l’abitudine mi spinge ad usare l’indifferenza come bastone di bambù: e mica posso aiutare tutti io, cercate qualcun altro, non vedete che sono impegnato, sto leggendo il giornale, sto postando su facebook, non si può stare un attimo tranquilli?

Ed ero proprio così, impegnato a far niente, quando il ragazzo si è avvicinato. All’inizio non ho alzato nemmeno la testa, eccone un altro ho pensato; poi la coda dell’occhio ha colto quel quaderno stropicciato e le mani che delicatamente lo stringevano. Ho realizzato allora che quel ragazzo mi stava offrendo quanto di più prezioso avesse, un pezzetto di se, per una misera monetina;  e che forse, più ancora della monetina, gli sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse ascoltata, la sua poesia.

(57. continua)

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