Marsala all’uovo!

Cronachette della fase tre (30-31 agosto)

Durante questo weekend avrei voluto scrivere un po’ ma invece mi sono immerso nella lettura di un bel libro, “I leoni di Sicilia”, la saga della famiglia Florio, quella del marsala e della Targa Florio per capirci, un racconto che parte dalla fine del Settecento attraversando la storia della Sicilia e del mondo. Era da un bel pezzo che non leggevo così di gusto, sarà un buon segno?

Leggendo ripensavo a quando siamo stati  nella parte occidentale della Sicilia, qualche anno fa, girando per Trapani, Erice, Mazara del Vallo, Marsala, le Egadi… a Favignana abbiamo visitato la vecchia tonnara Florio, ora museo, in una interessantissima visita guidata dove ci sono state spiegate tutte le fasi della mattanza e  della lavorazione del tonno fino alla messa sott’olio e l’inscatolazione. La mattanza era una pesca senz’altro cruenta, ma aveva una sua nobiltà ed a suo modo salvaguardava la continuazione della specie; le navi di alto mare (giapponesi, anche: che cavolo vengono a fare fino qua?) che pescano a strascico non risparmiando nemmeno le altre specie sono migliori solo perché non spargono sangue? Non mi pare.

Il mio interesse principale, a Marsala, più che lo sbarco di Garibaldi era ovviamente quello di visitare le cantine Florio; obiettivo fallito miseramente perché mi sono presentato di sabato, quando gli stabilimenti sono chiusi: un fallimento che ancora mi brucia. Anche perché al marsala è legato un ricordo dell’infanzia: al mio paese infatti in un Sali e Tabacchi che faceva anche da merceria c’era la titolare Chicchina, che io ricordo da sempre anziana e burbera con una crocchia di capelli grigi in testa, che teneva le bottiglie nel retrobottega che era diviso dal negozio da una tenda di stoffa, e le malelingue dicevano che non disdegnasse di appartarsi ogni tanto per farsi un bicchierino di marsala all’uovo magari in compagnia di qualche estimatore delle virtù corroboranti della bevanda.

A proposito di Sali e Tabacchi, una volta vendevano anche i francobolli: adesso non è detto, e infatti è diventato difficile anche spedire una cartolina.

Paesaggi da cartolina come quelli che si possono godere in Val Chiavenna, Valtellina, dov’ero stato prima di ritornare al lavoro: ad esempio le Cascate dell’Acquafraggia, a Borgonuovo di Piuro, certo non a livello delle Cascate delle Marmore appena viste ma spettacolari e soprattutto accessibili gratis ed infatti sulle rive del fiume Mera e nei prati sottostanti un sacco di persone prendevano il sole, si bagnavano e stendevano tovaglie per i picnic. Noi non eravamo attrezzati e quindi abbiamo prenotato al non distante Crotto del Belvedere (notate che era venerdì ed era tutto pieno, per riprendere il discorso sulla crisi…). Antipasto di bresaola (anzi brisaola, come dicono lì) e sciàtt, e poi ovviamente pizzoccheri, piatto estivo per eccellenza. Il mio colesterolo ha fatto salti di gioia ed anch’io; la sala dove ci hanno ospitati era accogliente e soprattutto aveva una bella vista.

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Sotto al locale è possibile visitare il vecchio crotto, ovvero la grotta dove erano tenuti (e ancora vengono tenuti) il vino ed i salumi a stagionare. Una frescura deliziosa, piacevolissima dopo la grappa alle erbe offerta dal gestore. Nel pomeriggio siamo andati a visitare Palazzo Vertemate Franchi, a Piuro, una dimora del ‘500 con un bel giardino ed un castagneto; sono ammesse solo visite guidate che bisogna prenotare, ma ne vale la pena. Come tutte le dimore antiche anche su questa sono state costruite delle leggende, una è quella che tutte le donne debbano fare una riverenza al  ritratto del vecchio proprietario, altrimenti il fantasma andrà a infastidirle…

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La dimora ha una lunga storia, perché in origine era solo una dependance, il Palazzo nobile di trovava in paese, che allora si chiamava Belforte ma venne spazzato via da una frana che seppellì l’intero abitato uccidendo quasi tutta la popolazione.

Dopo la visita ci siamo diretti a Chiavenna, alla Collegiata di S.Lorenzo, per un saluto a suor Maria Laura Mainetti, la suora uccisa ormai 20 anni fa da tre ragazzine (16 e 17 anni…) che nella loro mente offuscata intendevano compiere un rito satanico. Se Satana esiste non ha certo vinto: le ragazze si sono distrutte la vita, e la suora verrà beatificata l’anno prossimo…

Da Chiavenna partono diverse passeggiate, qualcuna alla portata di tutti e qualcuna più impegnativa; bisognerà assolutamente tornare, anche perché l’altra specialità, gli gnocchetti (non pensate a quelli di patate: sono fatti di acqua e farina, e conditi con burro, bitto o casera _ o entrambi_), non li abbiamo assaggiati.

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Certo, a questo punto mi direte “e grazie al cavolo che ti viene mal di stomaco se pensi sempre a mangiare”, in realtà non sareste originali perché è la stessa cosa che mi dice sempre mia moglie, ma dico io altrimenti come si fa a sopravvivere alle notizie che ci bombardano? Referendum si/no; apertura delle scuole si/no; Lukaschenko che in Bielorussia ha appena vinto le elezioni con l’80% ma è un dittatore e che vi devo dire, se la democrazia che vogliono questi oppositori è la stessa che si è trovata la Russia quando è caduta l’Unione Sovietica, con Eltsin e la sua cricca che hanno depredato tutto il depredabile, non penso che ne potrà venire niente di buono per i bielorussi; Erdogan invece è nostro amico, tanto che facciamo le esercitazioni navali insieme a Grecia, Cipro e Francia per non farlo allargare ancora di più nel Mediterraneo, però non è un dittatore ma un  “importante partner”, tra l’altro non solo ha riaperto come moschea Santa Sofia, ma anche l’altro gioiello che è San Salvatore in Chora _ per fortuna ho fatto in tempo a visitarle entrambe prima che il nazional-islamismo prendesse il sopravvento_ ; in Germania i “no-mask” (una volta si chiamavano nazi) danno l’assalto al Parlamento; in America si sparano addosso bianchi e neri come ai bei tempi (anzi, ai bei tempi erano solo i bianchi a sparare ai neri: si vede che la musica sta cambiando…);  l’Egitto, altro nostro grande amico nonostante quel “piccolo inciampo” che è Giulio Regeni, tiene in carcere da mesi un ragazzo che era venuto a studiare a Bologna (cospirazione contro lo Stato se non ho capito male, per essersi occupato di diritti civili…) e se ne sbatte dei richiami della UE e non solo; Navalny avvelenato si/no (e nel caso da chi: perché si vocifera che i servizi russi lo tenessero d’occhio per proteggerlo, dato che evidentemente un Navalny morto fa più danno a Putin di un Navalny vivo, e allora come in tutti i gialli bisognerebbe forse chiedersi cui prodest…).

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Amiche e amici come al solito mi sono lasciato prendere la mano, e saltando di palo in frasca partendo dal marsala sono arrivato al thè corretto; tra i due comunque la mia preferenza pensi si sia capita…

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 5

Ed eccoci giunti alla fine di questo miniviaggio attraverso questo bel pezzetto d’Italia; dulcis in fundo come dicevo, anzi panforte in fundo, Siena.  Di passaggio però siamo prima andati a Todi, bella cittadina umbra piena di storia, basti pensare che ha tre ordini di mura, etrusche, romane e medievali; la bella piazza del Popolo con la Cattedrale a cui si accede da una scenografica scalinata, il palazzo del Popolo, il palazzo dei Priori; la chiesa di San Fortunato ed la vicina statua a Jacopone da Todi, le cui vicende si intrecciano con quelle di Pietro da Morrone ovvero Celestino V, il papa del gran rifiuto visto a L’ Aquila: un periodo oltremodo interessante, di grandi fermenti in seno alla cristianità; una chicca, la Chiesa della Nunziatina, completamente affrescata… la città merita una visita più approfondita e con un clima più fresco e non a Ferragosto come abbiamo fatto noi…

Dopo un rapido spuntino dirigo le vele verso Siena e a questo punto i due navigatori, quello dell’auto e quello del telefonino, litigano tra di loro. Commetto l’errore di ascoltare quello dell’auto e patatrac, questo ci porta su una strada interrotta, costringendoci ad allungare il tragitto di un’ora. Chiediamo ad una persona del luogo e questo seraficamente ci dice che la strada è interrotta da tempo, chissà quando la riapriranno. Ora, senza polemiche, mi chiedo: secondo me è giusto revocare la concessione autostradale a chi non effettua la giusta manutenzione, ma non bisognerebbe anche revocare cariche e stipendi a tutti i direttori degli enti che dovrebbero garantire che le strade statali, provinciali, comunali e chi più ne ha più ne metta non siano nello stato pietoso in cui nella quasi totalità si trovano? Da questo viaggio inoltre ho imparato, e quasi mi dispiace ammetterlo, che il navigatore di Google Maps vince sugli altri perché è aggiornato in tempo reale o quasi.

Chiusa la parentesi arriviamo a Siena; siamo stati fortunati a trovare una camera libera ci dice la gentile addetta alla reception, perché Siena è sold-out e lo sarebbe stata ancora di più se si fosse potuto disputare il Palio dell’Assunta, di norma in programma il 16 agosto: non sappiamo se ringraziare il Covid-19 per l’opportunità avuta o preoccuparci per la massa di gente che comunque incontreremo… perché di gente ce n’è veramente tanta, italiani e stranieri (francesi, tedeschi, russi…), abbiamo usato spesso la mascherina all’aperto perché davvero evitare gli assembramenti era impossibile. Appena arrivati, uscendo dalla scala mobile che porta dal parcheggio vicino la Fonte Fontebranda (dove delle ragazze si tuffano facendo il bagno…) ci troviamo nel mezzo di una contrada che festeggia con una grande tavolata open-air…

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Siena è un gioiello di arte, storia, esperienza gastronomica ed enologica; l’unica volta che c’ero stato era stato più di trent’anni fa e non avevo visto praticamente niente, solo piazza del Campo e di corsa… la nostra intenzione era fermarci solo il 15 e 16, ma quando siamo andati a visitare il Duomo, domenica, abbiamo scoperto che era chiuso perché si stava preparando la scopertura del pavimento, opera d’arte nell’opera d’arte, che è visibile un solo mese l’anno, così abbiamo prolungato la visita sacrificando la tappa successiva, che avrebbe dovuto essere San Gimignano. Non ce ne siamo pentiti, nemmeno della coda di quasi un’ora fatta per entrare; peccato che, dato il numero di persone ed il distanziamento, è stato possibile rimanere nella libreria Piccolomini contenuta al suo interno solo un paio di minuti: la sensazione che ho avuto è stata la stessa dell’ultima volta che ho visto la Cappella Sistina, e non solo lo stupore per la grande bellezza ma la convinzione che così non ha quasi senso, bisognerà porre un limite… ma se nemmeno il Covid è bastato, forse non c’è soluzione, il turismo di massa è così.

Il Duomo, il Battistero, Santa Maria della Scala, il Museo del Palazzo del Popolo, il Convento di S.Caterina, la  Chiesa di San Domenico, su e giù per le vie calpestate da secoli con la sensazione quasi di profanarle. Ce li meritiamo? Nel dubbio, abbiamo pasteggiato entrambe le sere in piazza del Campo, turisti fino in fondo, pici al ragù di cinta senese e Chianti; forse non c’è nemmeno bisogno di conoscere la storia per apprezzare certe bellezze, basta aprire gli occhi e rendersi conto di quanto si è fortunati a poterne godere…

E così, con queste meraviglie negli occhi, siamo tornati a casa: chi se ne frega delle code, dei contagi che aumentano, delle solite montature contro il “nemico” di turno, bielorusso o vattelapesca che sia, delle polemiche politiche su chiusure o aperture delle discoteche… addolorati per la poca pietà umana e cristiana avuta per la povera donna morta in Sicilia con il suo bambino, mal trattata e mal cercata; per la stupidità di quei giapponesi che hanno portato una petroliera a spezzarsi sulla barriera corallina delle Mauritius, perché non avevano linea per telefonare; per l’ottusità di quei poliziotti americani che in sei avevano circondato il solito nero e invece di immobilizzarlo gli hanno sparato tredici colpi, per gli incendi disastrosi in California, in una nazione dove il presidente e tanta parte della popolazione continua a negare la correlazione tra l’uso di combustibili fossili e riscaldamento globale… per fortuna ci rallegra il “governatore” della Sicilia, che ha fatto una ordinanza per vietare la pioggia, ovvero di vietare lo sbarco di immigrati… chissà come mai nessuno ci aveva pensato prima!

Amiche e amici, spero di non avervi tediato troppo con i miei piccoli racconti che non ho fatto tanto per esibizionismo ma per ricordarmi, tra qualche mese o anno, cosa si poteva ancora fare quando se ne aveva la possibilità (in tutti i sensi). La vacanzina è finita, una volta avrei detto che si torna alla normalità… ma la normalità, oggi, che cos’è?

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 4

Lasciata L’Aquila troppo presto per il pranzo e rifocillati da un centrifugato disintossicante (una volta si chiamavano spremute e costavano un decimo) ci dirigiamo verso Rieti. L’attraversamento della valle reatina, piena di verde, ci fa ben sperare; la fama della cittadina laziale, definita dai classici “Umbilicus Italiae” ovvero centro d’Italia (e quindi del mondo a mio parere e con buona pace del cantante Jovanotti) ci predispone a goderne le delizie. L’anno scorso eravamo stati a Viterbo, con monumenti importanti e a pochi chilometri da ville papali spettacolari (basti pensare a Villa Farnese), ci aspettavamo altrettanto: invece, e mi perdonino gli amici reatini, a Rieti non c’è niente. Il giudizio sarà forse condizionato dal fatto che, arrivati in centro dopo la scalata a cui ci siamo sottosti verso le 14:30 e con 35°, c’era un solo bar aperto che ci ha propinato una piadina indecente al modico costo di 10 euro; o dal fatto che l’ufficio turistico avrebbe dovuto aprire alle 15:30 ed invece l’omino si è presentato dopo le 16 e si è degnato di rivolgermi la parola dopo una ventina di minuti, indispettito dall’essere interrotto dalla sua senz’altro interessantissima storia di Rieti a quattro ragazzi, ed alla mia richiesta di una mappa me l’ha quasi tirata, argomentando che tanto Rieti si gira tutta in un’ora e mezza; o sarà per il fatto che, nonostante tutto, la sera la città si è misteriosamente animata ed ho fatto fatica per trovare un ristorante libero, e quando sono riuscito a prenotare un tavolo in uno abbastanza ben recensito su Tripadvisor (di solito abbastanza attendibile, secondo me) ho pagato poco, è vero, ma mangiando una amatriciana preparata con pancetta affumicata anziché guanciale (eresia!) e passata di pomodoro tipo mensa aziendale ed una cacio e pepe acquosa. Non ci siamo proprio, amici! Per non parlare del fatto che un insetto di qualche sorta ha punto mia moglie causandole un bozzo preoccupante. Io sono sempre terrorizzato dal ragno violino, qualche mese fa il ragazzo di mia nipote ne fu punto e se la vide brutta: per fortuna non di quello si trattava ma probabilmente di una vespa annoiata, e la pomata al cortisone è bastata in qualche giorno a far rientrare l’allarme. E’ evidente che con queste premesse non posso che parteggiare per i Romani che si fotter.. ehm, rapirono le Sabine.

A voler grattare qualcosa di trova: delle belle mura, la Chiesa di San Francesco, il ponte romano (non un granché), la movida serale lungo il fiume Velino frequentate da ragazze molto carine (l’occhio vuole la sua parte, amici, sapete che la mia è una valutazione meramente estetica senza assolutissimamente secondi fini); ma soprattutto Rieti è una base per escursioni nei dintorni, per gli sciatori che vanno al Terminillo o per i pellegrini che affrontano il cammino francescano. A proposito di San Francesco, siamo andati ovviamente a Greccio, dove la tradizione narra che Francesco d’Assisi “inventò” il presepio; la grotta è molto suggestiva, e il contrasto tra la semplicità delle origini ed il Santuario che ci è stato costruito sopra (pur cercando di rimanere abbastanza spoglio) è evidente. Di Francesco potrei scrivere per dei giorni, era un uomo coerente alla lettera del Vangelo, oggi forse sarebbe definito un integralista (ma anche alla sua epoca lo era). Salvatore o foglia di fico della Chiesa? Nei nostri tempi di consumismo esasperato la risposta pare quasi scontata ma se si ha l’onestà di guardarsi intorno si può vedere che, tra tante storture, il suo insegnamento ed il suo esempio sono ancora vivi… forse il destino dei francescani è quello di essere voce profetica per ogni tempo: che il tempo non finisce oggi, Covid o no…

Dopo questa divagazione mistica, fatemi dire che abbiamo visitato anche il Borgo di Greccio, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia; è carino e soprattutto vi abbiamo mangiato, sotto il fresco di un albero nella piazzetta principale (l’unica), un tagliere di affettati e formaggi che ci ha riconciliato con il Creato. Il simpatico gestore, essendosi sbilanciato sul fatto di avere una quantità bastevole di birra Ichnusa, dato che non ce l’aveva per farsi perdonare mi ha offerto un Peroncino. Santi posti!

A questo punto avevamo di fronte un’altra mezza giornata e di tornare a Rieti non se ne parlava: direzione Lago di Piediluco e lungo la strada ci siamo resi conto che le cascate delle Marmore sono lì vicino e come non farci un salto? Abbiamo dovuto lottare con il navigatore che si ostinava a farci passare in un paesino che si chiama Papigno; dopo non so che giro arriviamo alle Cascate, spettacolo meraviglioso. Ci eravamo stati più di trent’anni fa, con i miei fratelli ed i miei genitori, per una scampagnata di quelle di una volta con teglie di vincisgrassi, vino a litri e cocomeri da mettere in fresco: allora l’organizzazione era alla buona, chi prima arrivava meglio alloggiava, si stendevano le tovaglie e poi si andava a vedere le Cascate. Ricordo che, dato che il fiume (Nera) viene sfruttato a fini idroelettrici, non sempre le cascate erano aperte, e si aspettava l’orario di apertura per vedere il getto iniziale, tutti con il naso all’aria e la bocca aperta…

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Ora è tutto molto organizzato; c’è un parcheggio ben segnalato (a pagamento) e alle cascate si accede pagando un biglietto; sono state predisposte passerelle, itinerari numerati; c’è un mercatino, bar, ristoranti… lo spettacolo è sempre meraviglioso, personalmente rimango un po’ perplesso e preoccupato: fra quanto dovremo pagare per osservare i fenomeni della natura, comprese albe e tramonti?

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Poi ci siamo diretti al Lago di Piediluco, certo per uno che arriva dal lago di Como il confronto è impari però direi che è carino, c’è una bella passeggiata, il lago non è piatto come altri dell’Umbria e del Lazio, tipo il Trasimeno o il lago di Bolsena, ma è incastonato tra colline verdi che gli danno un certo fascino. Ci sono delle spiaggette attrezzate per prendere il sole e ci siamo fatti uno Spritz beneaugurante. Tornati a Rieti per la cena, segnalo una delle ragioni per cui si potrebbe tornare nell’ombelico del mondo: l’Osteria delle Tre Porte, vicino al lungofiume, gestito da giovani che propongono piatti della tradizione rivisitati e propongono una buona lista di vini: notevoli le polpette di coda alla vaccinara. Prezzo giusto. Tornando all’albergo, anche Rieti ci sembrava più bella.

Ancora una volta mi sono dilungato ma vi rassicuro, le tappe sono quasi finite…

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 3

La seconda tappa del viaggio è L’ Aquila. Ero stato in questa città più di trent’anni fa per lavoro, e le uniche cose che ricordavo erano la lunghissima pausa pranzo, la faticosa salita per arrivare in centro, il freddo (credo fosse ottobre-novembre), i colori della Basilica di Collemaggio e lo stupore nell’imbattermi per caso nella Fontana delle 99 cannelle. Perché L’ Aquila dunque? Per prima cosa perché mia moglie non c’era mai stata, poi per verificare di persona come la città si sta riprendendo, dopo il terremoto disastroso del 2009; non per voyeurismo macabro ma con molto rispetto, con amore direi. Cosa abbiamo trovato? Il centro storico è tutto riaperto, i monumenti ed i palazzi in travertino bianco sembrano addirittura brillare; a volte si ha l’impressione di camminare tra una scenografia teatrale, perché le facciate sono rimesse a nuove ma magari dietro gli edifici sono puntellati, e se si scende man mano lontani dal centro diversi edifici sono ancora lesionati. La città mi è sembrata comunque viva, tanta gente per strada, turisti e non solo; la sera addirittura giravamo in alcuni tratti con le mascherine a causa dell’affollamento. Nella bella Piazza del Duomo abbiamo visitato la chiesa di Santa Maria del Suffragio, perché il Duomo è ancora in ristrutturazione; la sera nello spazio del mercato, nella stessa piazza, trasmettevano un film per bambini, ed era pieno di famigliole; abbiamo mangiato in un ristorantino in una via laterale, scelto a caso dato che ho cercato di prenotare telefonicamente in tre posti suggeriti da Tripadvisor ma erano tutti pieni (questo è stata una costante del viaggio: i locali per mangiare erano sempre pieni. Sarà che hanno dovuto mettere meno tavoli, o forse sarà che di gente in giro ce n’è comunque tanta, certo che si fa fatica a pensare ad un paese in crisi… tra l’altro devo dire che grazie al Covid i ristoratori sono obbligati a fare quello che avrebbero dovuto fare anche prima: disinfettare i tavoli quando cambiano avventori, e non mettere un tavolo appiccicato all’altro permettendo di godersi la cena. Quasi tutti, mi sembra, si sono adeguati a queste norme di normale igiene).

Abbiamo visitato la Basilica di Collemaggio che con i colori del tramonto è ancora più bella e visto la Porta dell’Indulgenza; ho preso un libriccino di poche pagine su Celestino V ma non sono ancora riuscito a leggerlo, ogni volta che lo apro mi si chiudono gli occhi; visitato la Fontana delle 99 cannelle, tutte funzionanti, e più su la Chiesa di San Bernardino da Siena con le spoglie del Santo, siamo arrivati fino alla Fortezza Spagnola, questa chiusa, con intorno un parco tenuto veramente bene nel quale è stato costruito da Renzo Piano il nuovo Auditorium (non so come mai ma ad ogni disastro Renzo Piano costruisce qualcosa).

Una sera abbiamo lasciato l’auto in un parcheggio vicino a Collemaggio che avrebbe dovuto essere collegato con il centro con delle scale mobili: peccato fossero tutte ferme e ce le siamo fatte tutte a piedi, in questi tunnel vuoti ed inquietanti. A L’ Aquila non abbiamo mangiato gli arrosticini e questo è già da solo un motivo per tornare.

Siccome il nostro albergo era vicino alla Stazione, per salire in centro dovevamo prendere l’auto (avremmo anche potuto andare a piedi ma con 35 gradi non era consigliabile) e passare in via XX Settembre, dove si trovava la Casa dello Studente nel crollo della quale persero la vita otto ragazzi; e si sarebbe potuto evitare, se ognuno avesse fatto il proprio dovere, a cominciare da chi fece i lavori che ne indebolirono la struttura per finire a chi non fece evacuare gli studenti dato che le scosse si succedevano ormai da mesi. Ma in questo paese siamo spesso a piangere i morti perché chi deve controllare non controlla, e sembra che non impariamo mai. Sembra passata un’era geologica: al governo c’era Berlusconi, ci furono polemiche a non finire, costruttori intercettati mentre se la ridevano pregustando i guadagni, G9 spostato dalla Maddalena a L’ Aquila, New Towns… il disastro usato come occasione di affari e vetrina mediatica: un vero e proprio schifo dal quale fortunatamente gli aquilani, gli abruzzesi, sono usciti con l’orgoglio che li contraddistingue.

Mi accorgo di starla buttando in politica e non è mia intenzione, anche perché come la penso su quei personaggi lo sapete. Continuiamo in leggerezza: la sera del ritorno in albergo c’è stato il primo scontro con il navigatore, che ci ha fatto fare un giro assurdo e sarà solo il primo tanto che a un certo certo punto l’ho dovuto esautorare e tornare alle usanze di una volta, ovvero chiedere ai passanti. La tecnologia ci salverà? Non credo.

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Ottimismo, per carità!

“Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” proclamava Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore nonché pittore, in una nota réclame per una catena di elettrodomestici; e ne aveva ben donde, dall’alto della sua lunga vita che l’aveva visto attraversare la seconda guerra mondiale ed essere sopravvissuto all’internamento in Germania nel ‘44.

A proposito di Tonino Guerra, nel mio giretto in Russia mi sorprese molto (ma per mia ignoranza) trovare a Suzdal, nel bel monastero dalle mura rosse che ospita tra l’altro un museo che ricorda gli italiani che vennero lì internati dopo la battaglia del Don, una stanza dedicata proprio al nostro Guerra, che all’Unione Sovietica e a quel luogo fu molto legato, venendone peraltro molto apprezzato come cineasta.

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Mi sembra che l’atmosfera sia un po’ troppo cupa, e non si tratta solo di smog o della nebbia che è ricomparsa dopo non so quanto tempo: venti di guerra, incendi devastanti, scioglimento di ghiacciai, frane ed alluvioni; movimenti millenaristi che proclamano la prossima fine del mondo brandendo non i cilici ma gli smartphone ultimo modello: che se non saremo sepolti dalle plastiche ci estingueremo per il riscaldamento globale, e se ci salveremo dall’innalzamento dei mari periremo per qualche altra catastrofe provocata da noi stessi.

Nel posto dove lavoro sono state bandite le bottiglie di plastica e la plastica monouso. Per carità, bravi bene bis: ma l’ecologia dovrebbe essere integrale, se uno toglie le bottigliette e contemporaneamente esubera migliaia di persone faccio fatica a credere che sia davvero convinto di quel che fa.

Al momento sulla terra siamo in 7,7 miliardi, in aumento irrefrenabile dato che alcune previsioni stimano che nel 2050 saremo 10 miliardi (e sfoggio subito ottimismo contandomi tra quelli) : chissà, forse qualche evoluzionista potrebbe interpretarla come una riproduzione frenetica in vista di un taglio sostanzioso, una spending review, una messa in esubero di una buona fetta del genere umano; e forse una sfoltita non sarebbe negativa tutto sommato, a non essere dalla parte degli sfoltiti.

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Certo il nostro osservatorio è ben più comodo di chi si trovasse, per dire, in Libia, Siria, Iraq, Yemen, o anche in Congo, in Nigeria, etc. etc. Ma ce lo meritiamo, siamo virtuosi: se non altro, con i pochi figli che facciamo non possiamo certo sentirci responsabili dell’incremento demografico.

L’umore naturalmente tende ad essere condizionato dalle vicende che accadono intorno e da come vengono raccontate: se tutte le sere che Dio manda in terra si sentono gli stessi quattro fannulloni ripetere in televisione che il governo ci porta sul baratro, le tasse aumentano ed il lavoro diminuisce, la criminalità dilaga e i barbari sono alle porte uno non è che sia portato a sprizzare gioia; piuttosto a spegnere la Tv o addirittura a romperla che sarebbe meglio.

Per fortuna ci pensano i cinesi a sollevarci l’umore! Ringraziamo quindi il maestro Muhai Tang, un uomo un mito, che ha perso i pantaloni mentre dirigeva un concerto sul palco del Teatro Dal Verme, a Milano: bastava un paio di bretelle per evitarlo, ma lui è stato troppo ottimista!

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Una birra per Olena (XX)

«O Svengard, compagno di mille bisbocce» dice il più giovane degli Uppalli osservando preoccupato la bottiglia di Kostenkorva ormai vuota ed il pianista riverso sul barile «che bisogno c’è di fermarci in quell’isola disabitata? Non è meglio tirare fino a Gotland finché il sole è alto nel cielo? Non abbiamo a bordo né cani né bambini né nonni che giustifichino soste all’Autogrill, mi pare»
Svengard scuote l’elmo cornuto e rivolge all’amico uno sguardo benevolo, introduttivo alla spiegazione che si appresta a fornire.
«Vecchio amico, tu sai quanto ti stimi. Le tue qualità sono conosciute ed apprezzate dal mare di Barents fino al canale di Skagerrat. E non mi riferisco alla maestria nel comporre canzoni, per essere chiari»
«Ah, no? E di che si tratta allora? Della mia simpatia, della mia arguzia?» chiede curioso il cantautore.
«Niente di tutto questo, caro mio: faccia tosta ed ignoranza, quelle sono le tue doti. Impareggiabili entrambe, specialmente l’ignoranza. Come si fa a definire “isola disabitata” Gotska Sandön? E’ persino parco nazionale!»
«Sarà anche parco nazionale, mare dune e uccelli in libertà, ma non c’è anima viva!» protesta Uppallo IV.
«Questo non è assolutamente vero» spiega il vichingo. «Gotska Sandön, oltre ad offrire rifugio e protezione a specie animali e vegetali, ospita custodi e personale del parco; numerosi visitatori si recano a visitarla, specialmente d’estate.»
«E sia pure» concede il cantante «ma da quando in qua ti interessi di dune o migratori? Non per farti fretta, o cornuto (mi riferisco all’elmo, naturalmente) ma la tua donna ti sta aspettando e, a differenza delle sue poppe, non mi sembra che la pazienza sia uno degli aspetti più sviluppati del suo carattere. Guardami negli occhi, per quanto il copricapo te lo consenta, e vuota il sacco: che diavolo dobbiamo fare a Gotska Sandön?»

Il vichingo inspira profondamente e poi, indicando il pappagallo Spread, inizia a parlare:
«Gilda non crederà mai che quello sia Flettàx… ma lo hai sentito? “Venti gradi e dieci decimi a dritta…” è troppo preciso! Troppo educato, troppo rispettoso, non insulta, non dice una parolaccia, niente!»
«Bè, effettivamente… magari potresti dire che ha sbattuto la testa, o magari sbattergliela veramente da qualche parte…» suggerisce Uppallo IV.
«Questa è in effetti una possibilità» concede Svengard «ma prima vorrei tentare un’altra strada. Tu sai che su quest’isola vive il più grande addestratore di pappagalli del mondo? Qualcuno lo considera uno sciamano, dicono sia un fenomeno…»
«Sciamano? Ma tu vaneggi amico mio, non avrai mica mangiato aringa fermentata andata a male, vero? Non ti sarai convertito al new age? O è l’astinenza che comincia a darti alla testa? E chi sarebbe poi questo fenomeno, e in che modo dovrebbe esserci di aiuto?»
«Frena, frena, piccolo Uppallo! Una cosa per volta, mi confondi» lo ferma Svengard. «Il nostro uomo è un italo-brasiliano, si chiama Giuseppi Tronfionaro»
«Tronfionaro? Mai sentito. Ma chi è?»
«Si dice» riprende Svengard «che fosse un potente capotribù, costretto a lasciare la sua terra a causa degli incendi»
«Una vittima della deforestazione, un combattente ecologista?» chiede Uppallo IV, con un fremito di indignazione.
«Ehm, ecco, non proprio… Tronfionaro più che combattente era un visionario… sognava di trasformare l’intera Amazzonia in un grande condominio pieno di boschi verticali ed orti urbani. Scopo più che nobile, se ci si pensa, e molto democratico: assemblee di condominio, amministratori eletti, manutenzione programmata…»
«Assemblee di condominio? Ma che diamine…» mormora l’aedo, che inizia a capire.
«Naturalmente, come ogni rivoluzionario ben sa, prima di costruire il nuovo bisogna abbattere il vecchio… e così Tronfionaro e i suoi seguaci si misero di buzzo buono a incendiare la foresta. Sottovalutarono il fatto che nella foresta ci abitavano anche loro, e così si ritrovarono senza foresta, senza case e ricercati dalla polizia di mezzo mondo»
«Un deficiente, insomma!» sbotta infine il cantante «E tu vuoi andare a trovarlo, quello è capace di darci fuoco alla nave!»

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Culurgiones!

Lo so, eravate preoccupati che mi fossi perso per le strade della Sardegna. Per una decina di giorni mi sono imposto di non leggere giornali e non ascoltare notiziari e stranamente sono sopravvissuto senza saper niente di rubli padani (ma un capitolo di Olena ce lo dedicherò, siatene certi).

Ho visitato solo una piccola parte di quest’isola, un po’ di nord-est (con base a Cannigione) ed un po’ di nord-ovest (base a Stintino). Non voglio tediarvi con racconti o cronache, solo qualche foto e pensierino alla rinfusa.

  • A Stintino i nomi delle spiagge sono accattivanti: La Pelosa e La Pelosetta. Su queste spiagge girano delle guardie che controllano che non ci si porti via la sabbia, l’asciugamano non può toccare direttamente per terra ma deve essere posto sopra una stuoia. Con quello che ho pagato l’ombrellone avrei potuto caricare un camioncino di rena e nessuno avrebbe potuto biasimarmi, comunque.

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Spiaggia La Pelosa – ignoro perché si chiami così
  • Avete presente quelle escursioni in motonave dove vi fanno fare il giro delle isole con bagnetti e pranzo a bordo? Pittoresco, vero? Noi l’abbiamo fatto per visitare l’Arcipelago della Maddalena. Il paese de La Maddalena di per se stesso mi è sembrato troppo turistico, il giro in barca invece è stato bello se non ché questi ci sbarcavano in delle cale dove non c’era un filo d’ombra. Alla seconda cala (era l’una del pomeriggio!) ho cercato rifugio vicino all’unico muretto presente. Dopo il bagno però nell’asciugarmi non ho visto una roccia che sbucava dalla sabbia, sono caduto all’indietro (e per fortuna non ho sbattuto l’osso sacro) e mi sono sgarbellato tutto un gomito ed un polpaccio. La pasta in compenso era buona. Una signora si è lamentata perché i marinai gettavano gli avanzi in mare (i pesci non facevano nemmeno arrivare il cibo in mare, li mangiavano al volo). Ecco, questo lo definirei ambientalismo stupido, ma in quel momento il mio giudizio era condizionato dal male al gomito. Avrei gradito visitare le strutture create per il G8 del 2009 e mai usate (perché poi il G8 si tenne a L’Aquila, dove c’era stato il terremoto), così come le basi militari, ma non è stato possibile, mannaggia.

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Questa NON era la nostra barca
  • Porto Cervo: non pensiate che quanto dirò sia dettato da invidia o odio sociale. Ma questo paese finto a che serve? Si potrebbe radere al suolo con tutti i suoi frequentatori (con armi convenzionali, per non contaminare l’ambiente)? Le spiagge del Piccolo Pevero e del Grande Pevero meritano. Il prezzo degli ombrelloni è uno schiaffo alla miseria (l’ho già detto?).

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A Porto Cervo mi sono rifiutato di fare foto. Questa è dall’interno della Roccia dell’Orso a Capo d’Orso, non molto lontano
  • Caprera: non si può e non si deve passare da quelle parti e non visitare la casa-museo di Giuseppe Garibaldi. Tra l’altro il 4 luglio ricorreva il 212° anniversario della nascita dell’Eroe dei Due Mondi: non so nemmeno se si studi più a scuola, io ho un bel libro di Memorie dove mi colpì il suo feroce anticlericalismo (avrebbe volentieri mandato tutti i preti e suore a bonificare le paludi pontine). Sarebbe orgoglioso di come sono diventati gli italiani? Non credo, e del resto già l’unità non fu proprio quella che avrebbe auspicato lui.

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La casa di Garibaldi si intravede dietro un enorme pino della stessa età dell’Eroe dei Due Mondi
  • Isola dell’Asinara: questo è stato il giro che più mi è piaciuto. La storia dell’isola è affascinante, fino al 1885 ci vivevano 45 persone: poi lo Stato decise che l’Asinara diventasse Colonia Penale, e le persone furono “deportate” ed andarono ad insediarsi a Stintino. La storia dell’Asinara è quindi la storia dei suoi carceri: quello più “famoso” o meglio famigerato è il carcere di Fornelli, carcere di massima sicurezza, ma su tutto il territorio ce ne erano altri, più leggeri per detenuti con pene più lievi, dove in alcuni di questi i carcerati potevano uscire e coltivare la terra o accudire degli animali. Ora l’isola è Parco Naturale e le strutture, tra cui Fornelli, stanno andando in malora. La vicenda più interessante secondo me è quella dei prigionieri austro-ungarici della fine della Prima Guerra Mondiale: in origine 77.000, i serbi prima di imbarcarli a Valona, in Albania, li sottoposero ad una marcia della morte nella neve, e ne sopravvissero solo 27.000; questi furono internati all’Asinara, dove si dovettero preparare le strutture in fretta e furia, messi in quarantena per il tifo, tubercolosi etc., e se ne salvarono circa 20.000. C’è un bel libro su questo episodio, “I dannati dell’Asinara (ediz. Utet)”, che mi sono affrettato ad ordinare.  Tra le regole ferree del Parco (non prendere sassi, fiori etc…) bisognerebbe introdurre un’altra: evitare di emettere gridolini ogni volta che si avvista un asinello. Di mufloni, nemmeno l’ombra.

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Erba autoctona: il cuscino della suocera
  • Nuraghi: non abbiamo fatto dei gran giri archeologici e nemmeno gran visite a opere d’arte o musei a dire la verità. Come cittadine abbiamo visitato Alghero e Tempio Pausania, la prima meglio della seconda. Ma è a Tempio Pausania che mi sono reso conto di uno dei motivi per cui ho sempre vissuto la Sardegna con diffidenza: sono passati quarant’anni dal rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Lo ricordo bene perché ero partito militare da poco, e quell’ennesimo rapimento ci colpì molto, come colpì tutta l’Italia. A proposito di quarant’anni alcuni miei commilitoni (di cui uno diventato generale!) si sono ritrovati a Sabaudia a festeggiare l’anniversario del nostro corso. Tutte le scuse sono buone per bisbocciare, amici!

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  • Ma, tornando al nuraghe, non potevamo tornare a casa senza averne almeno visto uno: vicino a Tempio Pausania c’è il Nuraghe Major, che tra l’altro ospita una colonia di pipistrelli. Che bel paese che siamo! Ripopoliamo pipistrelli, vietiamo di asportare sabbia, impediamo di raccogliere un fiore, ma i poveracci in carne e ossa ci disturbano. Una volta avrei detto “Ha da venì baffo’ “, ma è sicuro che non verrà più, i poveracci dovranno arrangiarsi da soli.

 

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Homo nuraghensis
  • Cibo: avrei voluto fare molto di più cari amici, ma i nostri pranzi erano frugali come si addice al turista che voglia rimanere leggero (la birra Ichnusa non filtrata comunque non è mai mancata) la sera abbiamo mangiato sempre pesce: perciò niente culurgiones, malloreddus, ciccioneddos, niente porceddu, vini rossi niente (Cannonau!) così come i bianchi (Vermentino!). Ci siamo buttati su dei buoni rosè: mi permetto di segnalare due ristoranti, uno vicino a Cannigione (L’Oasi, dove non si prenota e solo per questo merita un applauso) ed uno a Stintino (Opera Viva, dove c’è una signora che impasta i culurgiones a vista). Una sera ho mangiato una seadas, ma confesso di averne assaggiata una migliore in un ristorante di Como.

 

Amiche e amici, è finita! Da lunedì si torna al lavoro. Un po’ di mal di Sardegna mi è venuto, contro le mie aspettative: l’anno prossimo, chissà…

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Viaggio in Russia – Mosca!

Ed eccoci a Mosca, la capitale, la sede del potere: la città più grande e importante della Russia, 15 milioni di abitanti a cui se ne aggiungono giornalmente diversi altri milioni, tra lavoratori pendolari, visitatori e turisti.

I giorni passati a Mosca sono stati un po’ come passare davanti al negozio di un pasticcere: si vedono i dolci, si sentono gli odori, e viene voglia di entrare, curiosare, assaggiare… si, perché ci siamo stati meno di due giorni (tre notti, però), e bastano appena per rendersi conto della grandezza di questa città.

La visita ha toccato ovviamente la Piazza Rossa, che mi piacerebbe visitare il 9 maggio, quando c’è la grande parata per la ricorrenza della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Ma anche così, trovarcisi è stata un’emozione, come quando trent’anni fa ci trovammo davanti alla Torre Eiffel in viaggio di nozze. La Piazza è racchiusa da un lato dalle mura del Cremlino, fronteggiate sul lato opposto dal grande magazzino Gum; di notte devo dire che le luci di quest’ultimo mi hanno un po’ disturbato, le luminarie in stile natalizio mi sono sembrate un po’ kitsch, togliendo un po’ di solennità al luogo. La Piazza è ora adibita anche a luogo di concerti, ed infatti una delle sere in cui, con un manipolo di ardimentosi, ci siamo avventurati in centro con la metropolitana (efficientissima!) ci siamo trovati di fronte uno sbarramento invalicabile: l’intera area era transennata, ed i varchi muniti di metal detector sorvegliati dalla polizia, con il rinforzo dell’esercito. E’ stato tenerissimo un soldatino che, vedendo una signora titubante di fronte ad una pozzanghera (pioveva) gli ha indicato un guado e le teso la mano per aiutarla ad attraversarlo. Mentre cercavamo di orientarci per aggirare gli ostacoli, tra cartine ed indicazioni in caratteri cirillici, si è avvicinato un ragazzo che, in un inglese senz’altro migliore del nostro, ci ha dato delle dritte per passare dall’altra parte. Gira che ti rigira comunque siamo riusciti a passare solo quando il concerto è finito, il girare però ci ha permesso di ammirare la via San Nicola, tutta illuminata di luci pendenti colorate, dove nei giorni dei mondiali si aggiravano i tifosi prima e dopo le partite. L’altro giorno leggevo di un manualetto distribuito ai propri tifosi dalla Federazione Calcio Argentina, che dava indicazioni sul modo più opportuno per conquistare le donne russe. Mi è sembrata un’iniziativa lodevole, non sono purtroppo riuscito a procurarmene un opuscolo, lo vorrei sottoporre all’attenzione di Olena per sentire che ne pensa.

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Turista in discutibile forma atletica e mentale inneggia all’amore universale (foto di repertorio)

Rimanendo sulla Piazza Rossa, abbiamo visitato la cattedrale di San Basilio, la cui grandiosità esterna contrasta con i piccoli ambienti interni; il Cremlino ovviamente, dove purtroppo la parte più bella non è visitabile: passeggiando dentro lo spazio del Cremlino bisogna stare attenti quando si attraversa la strada, facendolo sulle strisce pedonali, e questo non per paura di essere investiti ma perché altrimenti le guardie usano i fischietti a disposizione e redarguiscono i  contravventori. Nel Cremlino abbiamo visto lo Zar dei Cannoni (mai sparato un colpo) e la Zarina delle Campane (mai suonato un rintocco): maestosi manufatti, ma abbastanza sfortunati. Anche l’Armeria abbiamo visitato, dove sono custodite non solo armi ma tesori inestimabili. Siamo passati anche davanti al teatro dove spesso si esibiscono i nostri cantanti: non si sa perché ma i russi amano molto i nostri cantanti degli anni ’80, e qui Toto Cutugno e Al Bano ottengono sempre dei gran successi (la reunion Al Bano – Romina è avvenuta qua, non per caso…). A Mosca, per terminare col gossip, ha un bell’appartamento anche Ornella Muti. E no, non è vero che è stata amante del presidente Putin.

A proposito di rosso, a parte il ricordo dei sacrifici e dei caduti in guerra, mi sembra sia in atto una certa rimozione del periodo sovietico; anche sulla Piazza Rossa si pone l’accento che in realtà si chiamerebbe Piazza Bella, quasi si voglia nascondere quel di rosso che è rimasto. Per fortuna ci pensano i cinesi a ricordarcelo, e si incolonnano in file chilometriche per rendere omaggio alla salma di Lenin nel Mausoleo: cosa che avrei fatto volentieri anch’io se non ci fossero stati di mezzo, appunto, tutti quei cinesi. Una cosa carina che ho appreso è che esiste un modo di dire, quando un uomo tradisce la moglie, che dice “va a sinistra”: sara stato così anche prima del ’91?

Siamo passati davanti al Bolscioi, siamo passati davanti alla Casa Bianca, e qui non ho potuto non ripensare a quando, nell’ottobre del ’93, il democratico Eltsin la fece cannoneggiare dai carrarmati con dentro i deputati che si opponevano alle sue riforme di ultra-liberalizzazione.

Abbiamo visitato il grande magazzino Gum, un centro commerciale dove sono rappresentate tutte le migliori firme della moda mondiale: è curioso che l’embargo riguardi i prodotti alimentari e non questi, di prodotti. A proposito di prodotti agricoli, il nostro autolesionismo si spinge fino ad aver aderito all’embargo penalizzando le esportazioni dei nostri contadini, ma a permettere però che nostri tecnici vadano nelle loro industrie casearie ad insegnargli come fare la mozzarella. Tafazzi ci fa una pippa, per essere aulici.

Siamo entrati nella Chiesa del Cristo Salvatore, la nuova chiesa realizzata in epoca eltsiniana in un’area dove c’era prima una chiesa, abbattuta dai bolscevichi e dove venne poi edificata una grande piscina con l’acqua riscaldata; poiché di chiese mi sembrava ce ne fossero già abbastanza avrei più gradito la piscina, ma ammetto che dalla terrazza si gode un bellissimo panorama dei dintorni: si vede il museo Puskin, ed anche la nuova scultura dedicata a Pietro il grande, che in realtà l’autore aveva dedicato a Cristoforo Colombo ma poiché nessuno la voleva se la prese il sindaco di Mosca, chiedendo però di sostituire la testa del genovese con quella di Pietro.

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Bella, per carità, ma volete mettere una piscina?

A proposito di panorami, siamo stati sulla Collina dei Passeri, da cui si osserva tutta Mosca; alle spalle l’enorme Università; tra la distesa che si stende sotto spiccano alcune delle sagome delle Sette Sorelle, palazzi maestosi in stile sovietico dove abitavano funzionari del partito e le personalità più eminenti della società civile. In uno di questi abbiamo anche mangiato, in un bellissimo ristorante, e pasteggiato a spumantino.

Siamo stati sul Parco della Vittoria, creato di recente: qui si salda il giusto orgoglio per la vittoria su Napoleone con quello su Hitler; obelischi e targhe commemorano i protagonisti di quelle vittorie, e di notte una suggestiva fontana sgorga acqua che le luci illuminano di rosso, a ricordo del sangue versato.

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Mosca, dicevo, attira migliaia e migliaia di lavoratori dai paesi limitrofi (i trasporti pubblici sono efficienti, ma nonostante ciò il traffico stradale è micidiale). Sta succedendo quello che capita anche da noi: i lavori più umili i moscoviti non vogliono più farli (possono permetterselo dato che la disoccupazione è molto bassa) e quindi c’è anche una forte immigrazione dalle repubbliche asiatiche della Federazione Russa, ed anche da quelle che ne sono uscite trovandosi poi a mal partito, non avendo ne risorse proprie ne industrie significative. Anche in Russia c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione,e questo saldato al fatto che le pensioni sono abbastanza basse (la media è di 200 euro) così come l’età per andare in pensione (55 le donne e 60 gli uomini) costringerà a breve a prendere delle misure che potrebbero essere impopolari.

Spostarsi in metropolitana a Mosca è comodo, ci sono tantissime linee, e i passaggi sono molto frequenti. Alcune stazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, e infatti una mattina l’abbiamo dedicata alla loro visita. Considerevole che, dato che la città è in continua espansione, ogni anni vengono aggiunte almeno due nuove stazioni… Pur essendo enorme Mosca è anche una città verde: il 40% della superficie è coperto da verde e parchi, tra cui quel famoso Gorkij Park che ha ispirato un famoso film di spionaggio.

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Non ho portato a casa nemmeno una matrioska, e me ne dolgo. Contavo di farlo l’ultimo giorno, quando siamo riusciti a fare una passeggiata sulla via Arbat, via zeppa di negozietti: ma i primi due dove sono entrato erano gestiti da cinesi e mi sono sentito a casa, intristito. Le matrioske belle, quelle fatte a mano, giustamente costicchiano ed io ne posseggo già una, regalo di una vecchia collega, ancora in buono stato (la matrioska, la collega non so) che posso spacciare come appena arrivata. Ho portato a casa però una tazza con l’effigie di Putin: la terrò sulla scrivania e la metterò in mostra quando vorrò indicare di non rompermi le scatole.

L’ultima sera abbiamo assistito ad un bellissimo spettacolo di balletti, con una parte sulla storia russa ed una di balletti folcloristici tradizionali: costumi sfavillanti, grande corpo di ballo (cinquanta elementi!), ballerini e soprattutto ballerine con le quali rifarsi gli occhi.

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Danzatrici con uno speciale sistema di levitazione magnetica

Così come con le hostess dell’Aeroflot che ci ha riportato a casa, un bel biglietto da visita! Distribuendo anche una cena non disprezzabile.

Insomma, spero di avervi fatto capire che questo viaggio mi è piaciuto molto; che si può fare, anche senza tour organizzati; che mi piacerebbe persino andare a sentire Toto Cutugno cantare con il coro dell’Armata Rossa…

до свидания, Россия  !

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Questo francamente non si può vedere.

 

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Ma prima di abbandonare San Pietroburgo non si può non rivolgere un pensiero deferente ad Aleksandr Puŝkin, colui che è considerato il fondatore della lingua letteraria russa moderna. In Italia la sua opera più conosciuta è forse “La figlia del capitano”, da cui sono stati tratti un film e uno sceneggiato con Amedeo Nazzari nei panni di Pugacёv, ma in Russia è un monumento. Proprio il monumento di Pietro il Grande ispirò la sua opera “Il cavaliere di bronzo”, che da allora in poi è diventato il nome della statua che è il simbolo di San Pietroburgo. Sposò una moglie bellissima, e questo gli causò dei guai; nonostante avessero avuto quattro figli insieme sembra che questa lo tradisse, e per difendere il suo onore sfidò il presunto amante a duello e morì per le ferite riportate.¹

Da San Pietroburgo a Mosca ci siamo spostati con il treno veloce Sapsan, che collega le due città in circa quattro ore. Di Mosca parlerò nella prossima puntata, ma voglio anticipare quello che è uno dei problemi principali, come diceva il Johnny Stecchino di Benigni su Palermo: il traffico.

L’Anello d’Oro è quell’itinerario, non troppo distante da Mosca, che collega diverse città storiche, capitali medievali o comunque città allora importanti come Vladimir, Suzdal, Kostroma, Jaroslavl, Rostov, Sergei Posad. In queste cittadine (insomma, Jaroslavl conta 600.000 abitanti, per dire) abbiamo passato giornate a visitare Chiese, Monasteri maschili e femminili, Cremlini, con icone, iconostasi, affreschi e porte d’Oro come se piovesse. Fino a poco tempo fa pensavo che il Cremlino fosse solo quello di Mosca, poi ho scoperto invece che il Cremlino è la cittadella fortificata, ed ogni città importante ce l’aveva.

Osservando la cartina, come dicevo, non sembra esserci una grande distanza tra questi paesi, ed in effetti è così: il problema però è che le strade non sono adeguate al traffico, e le condizioni di manutenzione sono abbastanza precarie. Se si aggiunge che i lavori possono essere fatti solo nei lavori estivi, perché anche un non esperto di cantieristica intuirà che è un po’ difficile asfaltare a -30°, si capisce come sia possibile impiegare due ore per percorrere meno di settanta chilometri.

Il panorama è abbastanza uniforme: boschi, di betulle specialmente, pianura scarsamente coltivata, fiumi in lontananza ed ogni tanto delle pozze d’acqua. Non ci sono molti distributori o aree di servizio nel tragitto, ed a volte se anche ci sono è meglio evitarli; se proprio scappa, si può approfittare del boschetto di betulle, è più igienico.

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Meglio la betulla

Come dicevo, abbiamo fatto un’overdose di Chiese, Monasteri e Icone; alcune sono state ricostruite perché abbattute nel periodo rivoluzionario, molte le stanno restaurando così i futuri visitatori ne avranno a disposizione ancora di più.

La Chiesa Ortodossa, essendo chiesa nazionale (e non universale come quella Cattolica) per sua natura si presta abbastanza a supportare i nazionalismi (non che quella Cattolica non lo faccia, se è per questo); in questo caso quindi il fervore religioso si salda con la rinascita dell’orgoglio nazionale, non so quanto sia un bene ma vedranno loro. Segnalo l’incongruenza per cui, nonostante questo risveglio religioso, i matrimoni sono in calo; mentre invece la natalità, dopo il crollo drastico degli anni ’90, si sta riprendendo grazie ad efficaci interventi di aiuto alle madri ed alle famiglie.

Una delle visite che più mi è piaciuta è stata quella al Monastero di Suzdal, dove abbiamo assistito ad un concerto di campane ma soprattutto abbiamo visitato il piccolo museo dedicato ai prigionieri italiani; il monastero infatti era stato adibito, dopo la battaglia di Stalingrado, a campo di concentramento per i prigionieri, e vi furono rinchiusi parecchi italiani, molti dei quali persero la vita, come conseguenza delle condizioni in cui arrivarono, per le privazioni e le malattie. Il museo conserva foto, lettere e documenti dell’epoca, nonché testimonianze dei visitatori; assiduo era lo scrittore Tonino Guerra, quello della reclame “Gianni! L’ottimismo è il profumo della vita!”, che a sua volta era stato deportato e internato in Germania.

Ho imparato molto sulla forma delle cupole, sulle icone, sulle iconostasi, sul fatto che i preti possano sposarsi (ma solo se non vogliono fare carriera), ed anche sulla storia russa anche se tra Vladimir, Ivan, Alessandro e Nicola dopo un po’ ci si confonde. Sulle icone ad un certo momento cominciavo a simpatizzare per gli iconoclasti; simpatico poi che ogni tanto, dentro le chiese, ci fossero imboscate di cori russi che intonavano suggestivi canti sacri promuovendo il loro CD. Bravissimi, ma come dice Cetto La Qualunque, un coro è sublime, due cori sono da studiare, tre cori sono da andare a visitare con i torpedoni, ma al quarto…si comincia a cantare “non sopporto i cori russi” come Battiato.

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Colpisce che questi paesi sono abbastanza diversi dalle grandi città, ed anche per questo vale la pena visitarli: ci sono ad esempio molte case basse, le dacie, case di campagna dei cittadini che nei fine settimana danno vita ad esodi verso le loro casette, dove hanno un pezzetto di terra, una griglia, e spesso una mini-sauna.

Il tenore di vita è più basso che nelle città: lo stipendio medio di un operaio in città è di mille euro, mentre la media russa è di 500; così, mentre in città si vedono girare solo macchine nuove o comunque in buono stato, qui si vede ancora viaggiare qualche vecchia Lada! Una bella soddisfazione per noi italiani!

E si, perché quelle vetture sono state fabbricate dalle catene di montaggio della Fiat, portate a metà degli anni sessanta in quella che venne chiamata Togliattigrad (ma il vero nome della città è solo Togliatti), dal nome dell’allora segretario del PCI, che si impegnò per questa realizzazione. Quindi il nostro massimo capitalista di allora, Agnelli, mandò le sue linee (vecchie) in Unione Sovietica… la prima macchina costruita (la Zighulì) era la nostra 124, un po’ rinforzata, auto indistruttibile come so bene perché mio padre aveva una 124 familiare sulla quale ha caricato per anni ringhiere e cancelli sul portapacchi, e si arrese solo quando ormai era allo stremo, dopo aver percorso chilometri per almeno tre giri del mondo. Poi furono prodotte anche le 1300, che qui da noi avevano avuto minor fortuna. La città si chiama ancora Togliatti e conta più di 700.000 abitanti; la fabbrica funziona,  di proprietà per due terzi della Renault-Nissan e per un terzo russa. Produce un milione di vetture l’anno, forse la Fiat avrebbe fatto bene a rimanere…

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¹ Questa storia vale la pena di leggerla per intero, ci sono dei libri che la raccontano bene… l’amante della moglie era anche l’amante di un diplomatico (uomo) che lo adottò; questo amante era il cognato di Puŝkin , in quanto aveva sposato la sorella della moglie (quattro figli pure loro!) ma non contento insidiava anche la sorella. Se gli avessero dato ancora un po’ di tempo avrebbe insidiato anche Puŝkin stesso, probabilmente. Tutto chiaro, no?

Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Ci troviamo nella Piazza del Palazzo d’Inverno, è pieno di gente, turisti, corridori di una gara podistica, qualche comparsa con costumi dell’ottocento che propone di fotografarsi insieme in cambio di qualche rublo (o euro, ancora meglio).

Davanti a questo maestoso palazzo bianco e verde, se si chiudono gli occhi, si può cercare di immaginare le vicende di oltre cento anni fa: si era nel corso della prima guerra mondiale, l’Impero Russo era ormai stremato e sfiduciato, lo Zar Nicola II in febbraio aveva abdicato ed il successore aveva rifiutato di assumere il comando; il governo provvisorio di Kerenskij non aveva più l’appoggio delle masse popolari, e non era possibile costituire un’assemblea costituente a causa delle divisioni tra la Duma, la camera dei deputati, e i Soviet, ovvero le rappresentanze dei lavoratori, della Marina e dell’Esercito, dove i bolscevichi (che significa: la maggioranza) di Lenin avevano appunto la maggioranza.

L’incrociatore Aurora spara il colpo che da il via alla presa del palazzo d’Inverno; l’anno successivo la capitale fu stabilita (ri-stabilita) a Mosca, e nel 1924 il nome venne cambiato in Leningrado.

Il nome San Pietroburgo le venne restituito nel 1991, dopo il collasso del comunismo, a seguito di un referendum: curioso che gli abitanti della città scelsero di tornare all’antico nome, ma la provincia nel suo insieme decise di restare Leningrado, in omaggio ai caduti della Grande Guerra Patriottica. Così la città di San Pietroburgo rimane nella provincia di Leningrado, e mi pare giusto.

La città è molto bella. Fondata dallo zar Pietro il Grande sulle rive del fiume Neva, bonificando aree malsane e paludose, scavando canali, collegando le varie isolette con decine di ponti; doveva essere bella e potente, proiettata verso il nord Europa, e fronteggiare la potenza concorrente, che a quell’epoca era la Svezia…

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Turisti giapponesi venerano la Statua di Pietro il Grande nella Fortezza dei Santi Pietro e Paolo

Le rive sono costeggiate da splendidi palazzi sette-ottocenteschi, opera in gran parte di architetti italiani e ticinesi; a proposito di italiani, non per vantarci ma nelle sale dell’Ermitage, il famoso museo di cui il Palazzo d’Inverno ora fa parte, ci sono ben 35 sale dedicate alla pittura italiana, con capolavori inestimabili come ad esempio la Madonna Litta di Leonardo Da Vinci.

Se non fosse per le scritte in cirillico (ma comunque su quasi tutte le targhe delle vie c’è la traduzione inglese, per cui il mio sforzo di studio accelerato del russo non era poi così indispensabile) sembrerebbe di essere in Olanda, o in qualche città della Germania; del resto proprio così Pietro voleva la sua città, che assomigliasse a quelle di queste nazioni che stimava e ammirava.

E’ suggestivo fare un giro in battello la sera, dopo l’imbrunire, e vedere i palazzi illuminati; percorrere la famosa prospettiva Nevskij, la grande arteria di oltre quattro chilometri che attraversa lo spazio racchiuso in un’ansa della Neva, dove di trovano negozi, palazzi, parchetti, chiese, e dove c’è sempre un grande passeggio; visitare almeno la Chiesa di S. Isacco, la cattedrale della Nostra Signora di Kazan, che contiene un’icona della Madonna bellissima, e la scenografica Chiesa della Resurrezione, sul canale Griboedov. E la Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, ovviamente, dove il povero comandante non poteva mai uscire, in pratica era prigioniero…

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Chiesa della Resurrezione, che ad un occhio poco allenato potrebbe sembrare composta da pezzi messi a caso

A proposito di Griboedov, poco prima di partire avevo letto la sua commedia “Che disgrazia l’ingegno!”, nella quale immodestamente mi riconosco; morì giovane, fatto a pezzi nell’assalto dell’ambasciata russa a Teheran, dove stava trattando le clausole di pace dopo la guerra che aveva visto la Persia soccombere: i russi volevano indietro le donne cristiane,  armene e georgiane, presenti negli harem turchi, ma la folla sobillata da quelli che le donne se le volevano tenere linciò gli occupanti dell’ambasciata.

E’ impossibile, passando vicino a quei palazzi, non pensare a tutti gli scrittori che vi hanno abitato, o semplicemente si incontravano nei caffè per discutere delle loro opere; ogni via e ogni monumento, si può dire, sono citati e raccontati in qualche loro opera. I racconti di Pietroburgo di Gogol, Il maestro e Margherita di Bulgakov… per non parlare di Dostoevskij. Proprio oggi sono passato in biblioteca, volevo prendere Delitto e castigo e (ri)leggerlo, ma non c’era. C’era l’Idiota, c’erano i Demoni e c’erano i Fratelli Karamazov, ma Delitto e castigo no. Ho pensato che le mie forze attuali non mi permettono di affrontare letture così impegnative, di migliaia e migliaia di pagine; ho ripiegato allora (si fa per dire) sulla Sonata a Kreutzer di Tolstoj, più accessibile, che posso leggere anche in treno senza paura di rompermi una rotula nel caso, addormentandomi, che il tomo mi cada su un ginocchio.

Mi viene in mente quando, da ragazzo, andavo ad aiutare mio padre a bottega (lui era fabbro, lo ricorderete); la mia mansione spesso era quella di spazzare per terra, compito che svolgevo con scrupolo persino eccessivo; una volta al mese il postino Renato consegnava la “Selezione del Reader’s Digest”, di cui mio padre non so perché aveva l’abbonamento; questa rivista (non so se esista ancora) pubblicava insieme tre o quattro libri ma di ognuno solo qualche pagina era originale, ed il resto era un riassunto, ben fatto e curato, ma sempre riassunto. Quasi un bignamino, che forse in questi casi sarebbe utile…

Alzi la mano quanti hanno letto “I Fratelli Karamazov” in edizione integrale. Senza barare, eh? Quelli della mia età sono fortunati, perché la Rai ce l’ha trasmesso in televisione a puntate nel novembre-dicembre del 1969, con un cast di attori fenomenali. Allora si faceva cultura, e la gente non si annoiava mica: 15 milioni di audience! C’era fame di conoscenza, oggi tutti pensano di sapere tutto e l’ignoranza invece imperversa.

Ho in mente tante immagini: il fiume di gente che la sera attraversa il ponte prospiciente l’ammiragliato, per andare sul Lungoneva, o sulla Piazza del palazzo d’Inverno, o sulla Prospettiva Nevskij; le macchine private sul Lungoneva che, nel portabagagli, hanno delle macchinette di caffè con il quale fanno espressi da vendere ai passanti; la metropolitana profondissima, che abbiamo preso per mettere alla prova la mia lettura del cirillico (esame superato): il biglietto costa solo 45 rubli, circa 60 centesimi. Le piccole band di musicisti che si mettevano a suonare per strada, dove subito di formavano i capannelli di ragazzi… giovani, tanti giovani! Ho visto pulizia, gioia e la voglia di godersi queste giornate di sole.

Erano in corso anche le esercitazioni per la festa della Marina, che si sarebbe tenuta il 27 luglio, ma noi eravamo già partiti; a proposito, il servizio militare in Russia dura un anno, e spesso si incontrano dei reparti di soldati; anche da loro si sta discutendo se abolire la leva e puntare solo sull’esercito professionale, mi auguro non facciano il nostro stesso sbaglio.

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L’incrociatore ha appena sparato una palla facendo centro nel bersaglio

Abbiamo fatto un’escursione alla cittadina di Puskin (o Tsarskoe Selo, il villaggio degli zar) dove abbiamo visitato il palazzo di Caterina, e la splendida Camera d’Ambra. Il palazzo fu distrutto dai tedeschi prima di ritirarsi, nella seconda guerra mondiale; la Camera d’Ambra originale fu smontata e portata via. Venne anche catalogata (reperto 200) ma dopo la guerra non fu mai ritrovata. Quella di oggi è una riproduzione fedele, rifatta sulla base delle fotografie e disegni originali, e la spesa è stata sostenuta dal governo tedesco, a parziale risarcimento dei danni fatti.

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Miei compagni di fatica ai quali sono state negate le meritate ferie

Due parole sul cibo. Essendo un tour organizzato, la maggior parte dei pasti li abbiamo consumati in alberghi o ristoranti convenzionati: il menu consisteva di solito in insalata, zuppa, un secondo di carne o pesce e dolce. Noi non siamo abituati alle zuppe in estate, ma devo dire che dopo un po’ le ho trovate gradevoli. Una sera ci siamo liberati e siamo andati a mangiare in un piacevole ristorantino georgiano, dove abbiamo preso dei ravioloni di cui non ricordo il nome, della buona carne e due buone birre, e abbiamo pagato meno di 25 euro in due: da tornare!

Spero di non aver fatto troppa confusione, come dicevo ho mischiato racconti impressioni e ricordi; ma, date retta, vi conviene andare a vedere da voi…

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