Pro e contro

Come saprà chi ha passato tutta o parte della propria vita in un paese, il fatto di vivere in un ambiente tutto sommato ristretto ha i suoi pro e i suoi contro. Tantissimi pro: ci si conosce tutti; i rapporti di parentela sono così ramificati che è difficile trovare una famiglia con la quale non si abbia almeno un cugino in comune; le amicizie sono profonde e durature (così come le inimicizie); c’è una fiducia reciproca che permette, o  almeno lo faceva fino a poco tempo fa, di lasciare tranquillamente la chiave nella toppa della porta di casa; per dei giovani con un po’ di inventiva c’è un sacco di possibilità di espressione.

Tanto per dire le parentele, un cugino di mio nonno  si chiamava Gardenio (non Kevin, ne Jonathan: esisterà ancora un Gardenio in Italia?).  Era l’uomo di fatica della banda, sistemava la sala prove, preparava i leggii. Si presentava con la sua divisa, e se gli chiedevano: “Gardè, ma tu che sòni?” “Sono il bidello!” Era la risposta orgogliosa. Quasi nessuno sapeva che fossimo parenti: evidentemente, il suo ramo nobiliare doveva essere alquanto decaduto.

A volte, specialmente nelle sere ventilate di primavera, si può cadere preda di una languida accidia; altre, per evitare discussioni e mantenere buoni rapporti con tutti, si può indulgere ad un certo conformismo;  ma il più fastidioso dei contro è che non è possibile fare qualsiasi cosa senza che lo sappiano tutti. Controllo sociale, si chiama, o farsi gli affari degli altri: per carità, non è una prerogativa solo del paese, basta vedere certi giornali o certe trasmissioni TV: solo che in paese la cosa è concreta, tangibile. Fino a diventare invadenza, quando non maldicenza: “chiacchiere” che possono macchiare una reputazione immacolata.

Ad esempio, ero fidanzato da poco con la mia futura moglie, in gita a Firenze. Allora mia moglie aveva i capelli corti; capitò che la sorella di un mio amico, in viaggio di nozze (le coincidenze in cui vi ho già detto che non credo), mi notò in un ristorante in atteggiamento affettuoso. Il giorno dopo mia madre mi chiama agitata, e chiede: “Giò, ma è vero che stavi a Firenze con un uomo?” (devo dire che la mia futura moglie non la prese molto bene).

Vivendo noi in tempi di segregazione (tra ragazzi e ragazze; tra paese e campagna), gli approcci tra sessi diversi dovevano essere ben ponderati. Nel senso che se due ragazzi si piacevano, dovevano essere pronti a superare tutto l’esame della famiglia e del vicinato; e l’eventuale sganciamento poteva provocare degli incidenti diplomatici difficili da ricomporre. Quindi se uno fosse stato indeciso tra un paio di donzelle sarebbe stato meglio non sbilanciarsi troppo, finché la scelta non apparisse chiara.

Cautela e indecisione non mi mancavano. Ogni volta che me ne piaceva una, me ne piaceva anche un’altra, e così non combinavo niente ne con l’una ne con l’altra. In questo modo mi sono tenuto sicuramente fuori dalle dispute anche se, ripensandoci, un approccio meno prudente avrebbe potuto essere  più proficuo e soddisfacente.

Bisognava stare attenti. Per Carnevale, la pro Loco organizzava dei balli. Nel Teatro Comunale venivano tolte le poltrone dalla platea, che diventava una grande sala. I miei erano dei bravi ballerini: a me piace ammirare le evoluzioni, ma non sono decisamente un Fred Astaire. Anche nella militanza con l’orchestra non ho sviluppato questa attitudine, in gran parte perché restavo sempre impalato sul palco a suonare. Qualcuno dei miei compagni invece poteva approfittare ogni tanto per scendere e farsi un balletto: l’amore tra il nostro sassofonista  Walter e la sua futura moglie è nato così.

Dunque, dicevo, i miei a ballare erano bravi, e il consiglio che mi diedero, di grande saggezza, fu: per imparare a ballare bisogna ballare. Ah, grazie.

Però per ballare, credo sia di dominio pubblico, bisogna essere in due. A meno di fare quei balli un po’ ridicoli dove tutti si muovono alzando le ginocchia e battendo le mani, insomma l’Hully Gully o giù di lì. Nelle coppie si registra una disparità di legittimazione: le donne possono anche ballare tra di loro, invece due uomini che ballino insieme non vengono visti di buon occhio. Almeno ai miei tempi, ora un po’ meno.

Quindi bisognava trovare una compagna. Per mimetizzarmi e non dare nell’occhio, così credevo, mi indirizzai verso una ragazza un po’ più grande di me (sia d’età che di tonnellaggio) che pensavo non avesse dato adito a pettegolezzi. La ragazza un po’ sorpresa accettò.  Un paio di valzer e un lento, non di più: eppure il giorno dopo qualcuno si stava già chiedendo che intenzioni avessi.

Diamine, datemi tempo, non abbiamo fatto nemmeno un tango!

(33. continua)

hully gully 2

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Minigonne e mira

Di solito le ragazze (con poche eccezioni) sono attirate dai ragazzi più grandi di età. E’ una conseguenza naturale dell’evoluzione animale: il più forte conquista la preda più ambita. Lì per lì può dar fastidio ma è una ruota che gira, non c’è da preoccuparsene troppo: basta aspettare di diventare a nostra volta più grandi di qualcuno, ed è fatta. Il sistema comunque ha un effetto collaterale, che si può osservare ancora ai giorni nostri:  ci sono in giro molte più vedove che vedovi.

Alle medie avevamo un bravo insegnante di matematica e scienze, il professor Ancillani, che aveva un metodo di interrogazione malizioso. Chiamava alla cattedra uno, e poi gli chiedeva di nominare un altro candidato, di sesso opposto. Si era esonerati solo se dall’altra parte qualcuno si offriva volontario, altrimenti bisognava scegliere un partner.

Eravamo una classe di alto livello, e non ritenevamo onorevole sottrarci alla sfida. Ognuno aveva i suoi criteri di selezione, e anch’io avevo elaborato un mio metodo. Per prima cosa, tendevo ad escluderne un paio che avrebbero potuto rendermi oggetto di ritorsioni: insomma, menavano. Un altro paio le escludevo perché erano troppo più brave di me, e mi avrebbero fatto fare brutta figura. Infine risparmiavo quelle che in scienze non andavano troppo bene, per non metterle in difficoltà (contando sul fatto che mi avrebbero reso il favore).

Insomma, alla fine sceglievo sempre le stesse due, a turno, sapendo di incorrere nel sorrisetto del prof, che sottintendeva: “Ancora? Allora ti piace proprio, eh?”.

La moda in quel periodo imponeva minigonna e maglioncini attillati per le ragazze e per i ragazzi maglia a girocollo e pantaloni a zampa di elefante. Durante le interrogazioni la disparità era palese: nessuno si fa distrarre da un paio di pantaloni a zampa di elefante.

Alcune interrogazioni erano spettacolari. In una ricordo che paragonai il movimento della seppia a quello di un jet a reazione, e il prof ammirato mi assegnò un bel 9.

Il giorno dopo mi reinterrogò. Forse in teatro, dopo aver ricevuto applausi a scena aperta,  ci si può aspettare di essere richiamati alla ribalta. Ma a scuola, siamo onesti, no. Tentai di riproporre il motivo seppia-jet, ma stavolta non funzionò.

Le figuracce con Ancillani ci preoccupavano più di altre, perché essendo l’unico prof ad abitare in paese la notizia avrebbe raggiunto presto i nostri genitori, ben prima dei colloqui trimestrali; tra l’altro era anche stato un vecchio compagno di calcio di mio padre, come ero venuto a conoscenza da una foto anni 40 che girava in casa, stile Grande Torino: stupendi quei ragazzi, maglietta uguale e scarpe spaiate, chi con la retina sui capelli impomatati, chi col ciuffo al vento.

C’erano poi le lezioni di disegno, dove come ricorderete non eccellevo, che si svolgevano in un’ aula che nei suoi tempi migliori aveva funzionato da refettorio. Per cui c’erano dei tavoloni alti, con il piano in marmo, sui quali per disegnare bene bisognava stare o in piedi o in ginocchio su delle panche.

Non so, e considerando la correttezza che mi contraddistingue escludo che l’iniziativa possa esser partita da me, chi suggerì  che invece di abbinare i colori primi necessari ad ottenere un bel verde pastello sarebbe stato più stimolante cercare di colpire, con una cerbottana ricavata dal corpo della penna Bic in dotazione, le gambe di qualche nostra compagna accovacciata in prima fila, o meglio la parte scoperta grazie alla minigonna di cui sopra.

Non abbiamo mai capito se fu la cerbottana a fallire o l’obiettivo a spostarsi. Fatto sta che a essere colpita fu la professoressa.

Nel tempo necessario alla docente per riprendersi dallo stupore, l’ultimo banco fu evacuato. I cecchini erano scivolati sotto, e stavano tentando di abbandonare l’area. Il movimento tuttavia non passò inosservato; segnalo con amarezza che da parte delle nostre compagne non ci fu piena solidarietà. Sul registro di classe una nota è ancora lì ad immortalare l’episodio.

Per concludere, voglio rivolgere alle compagne di classe di tutto il mondo un invito a non essere troppo precipitose nello scartare a priori dai vostri orizzonti dei ranocchi che potrebbero diventare dei principi azzurri: così facendo, in primis  vi priverete del piacere di rimanere vedove dei vostri compagni di classe, e poi non potrete raccontare ai nipotini di quella volta che nonno vi ha inquadrato le terga, ma le ha mancate.

(28. continua)

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L’anello pasquale

In quinta elementare rischiai di fidanzarmi. Mi piaceva una ragazzina, ma la smorfiosetta faceva la preziosa. Se la tirava, direbbero adesso. Dovevo contenderla ad un mio amico, ed esigeva la prova d’amore. Per quale motivo mi fossi impelagato in quella storia, con tutto quello che avevo da fare, non saprei dirlo; allora mi sembrava la cosa più importante del mondo.

Visto che aveva diversi pretendenti era necessario procedere con la conquista, e le tecniche fin dai tempi degli uomini preistorici sono sempre le stesse: o a sberle, o portando più selvaggina dei rivali.

Essendo passati i bei tempi delle clave, le sberle non si usavano più, e poi si sarebbe rischiato di prenderle; anche la selvaggina era desueta, ed era stata sostituita dal regalino.

Non un regalino qualsiasi però, ma “il” regalino: l’anello di fidanzamento. Ancora adesso mi viene la pelle d’oca.

A suo onore va detto che non richiedeva un solitario di 24 carati; essendo vicini alla Pasqua, si accontentava di un anellino di quelli che si trovavano nell’uovo.

Per natura ottimista, non vedevo il motivo per cui dall’uovo non sarebbe dovuto uscire un anello: quando invece comparve, come quasi tutti gli anni, la tavoletta con i numeri da mettere in ordine, il mio animo ne fu turbato. Ma solo per un attimo: la tavoletta con i numeri mi piaceva un sacco, e comunque niente avrebbe potuto incrinare l’atmosfera della mattina di Pasqua. Ogni bambino (e meglio se si è in tre o quattro) ha diritto a un lettone, un uovo di cioccolato fondente e una ciambella con la glassa sopra, se non sbaglio è scritto anche sulla dichiarazione Onu dei diritti umani.

Occorreva un piano B. In paese c’era una boccia distributrice di regalini, avete presente quelle che si trovano nei supermercati per far piangere i bambini e disperare le mamme; in questa boccia avevo adocchiato 2-3 palline che avrebbero fatto al caso mio. Certo, non potevo permettermi tanti tentativi: ogni pallina costava 20 lire, e con 20 lire ci compravo due bustine di figurine dei calciatori Panini.

Le figurine le compravo da Vittoria, dove ogni tanto mio nonno mi mandava per le sue Nazionali senza filtro: una donna simpatica e fiduciosa, tanto che spesso rimaneva nel retrobottega mentre noi ragazzini prendevamo le bustine dal raccoglitore. Ogni tanto qualcuno non ricambiava la sua fiducia, e allora al prezzo di 3 bustine ne venivano fuori quattro. Sono sicuro che lei sapesse, ma facesse finta di niente.

Affermo qua, e me ne assumo la responsabilità, che la cosa migliore che abbia fatto Walter Veltroni nella sua carriera di direttore dell’Unità post-comunista (e forse in tutta la vita) è stata quella di ripubblicare tutti gli album Panini.

Come fanno i giocatori di slot-machine, per un po’ di tempo mi aggirai con finta indifferenza attorno alla macchinetta distributrice, pronto ad entrare in azione quando avessi ritenuto che fosse giunto il momento propizio. E così feci: a colpo sicuro inserii le 20 lire e girai la rotella.

Fu con vivo disappunto che accolsi la decisione della boccia di non espellere l’oggetto del mio desiderio. Una palla uscì: ma in essa purtroppo non era contenuto il monile, ma un portachiavi con tartarughina. Bello nel suo genere, ma non adatto all’uopo.

Cosa che non sfuggì alla capricciosa fanciulla, e non mancò di rimarcarlo: indifferente ai miei sforzi, rifiutò persino di discutere che se la tartaruga è considerata uno dei cinque animali sacri dai cinesi un motivo deve esserci. Svelò lì anche il suo lato meno signorile, quando mi invitò a infilarmi il talismano dove avessi ritenuto più opportuno, che mi avrebbe portato fortuna.

Con tali premesse, capirete, non si poteva stabilire una relazione duratura e fattiva. Seppi poi che sua madre si era premurata di invitare la mia al diffidarmi dall’insistere nelle mie pretese: sua figlia era Bella.

Pur rispettando il suo punto di vista, non apprezzavo quella puntualizzazione. Lei era bella, sottintendeva che io fossi uno sgorbio? Ammettiamo pure che non fossi un Adone, se siete pratici di miti classici; anche mia madre ogni tanto mi ripeteva “la prima ciambella non viene mai bella”, in genere non tanto riferito all’aspetto fisico, quanto piuttosto a qualche esperimento andato a male; ma non ero proprio da buttar via. Anni dopo ebbi uguale soddisfazione da mia suocera: quando la mia non ancora moglie portò a casa una foto di gruppo per spianare la strada alla mia apparizione, la vegliarda chiese: -“Qual’ è, quello bello?” -“No, l’altro.” -“ Ah.”

Poco dopo, la sua famiglia lasciò il paese e se ne persero le tracce. Posso dire di averla scampata bella, e la vicenda mi è stata d’insegnamento: tra un anello e una bustina con De Sisti e Gigi Riva, solo un pazzo sceglie l’anello.

(25. continua)

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