Una birra per Olena (XVII)

Fritz Gunnerbaum grattandosi la testa guarda sbalordito la donna che occupa la sedia a dondolo del gatto Ringo e che sembra in confidenza sia con sua moglie Ursula che con il suo superiore, il commissario capo Horst Tupperware. Poggia infine sul tavolo il piattino di torta che Ursula gli ha messo in mano, e sbotta:
«Signorina, visto che nessuno si degna di informarmi, non sarebbe così gentile da dirmi chi accidenti è lei e che ci fa a casa mia?».
Olena sorride ad Ursula, e con un cenno del capo le lascia la parola:
«Accomodati Fritz, adesso ti racconto tutto…» poi, quando il marito finalmente si siede, comincia a raccontare:
«Ci siamo conosciute nel 1988, a Seoul…»
«A Seoul? Che ci facevi a Seoul?» interviene subito Fritz, sbigottito.
«Fritz, per piacere, non cominciare ad interrompere. Cosa dovevo fare a Seoul? Ero alle Olimpiadi, no? Con la squadra di atletica della DDR»
«Con la squadra di atletica…» ripete Fritz «Ma che c’entravi tu con la squadra di atletica,  non facevi mica  sollevamento pesi? Tra l’altro allora non c’era ancora il sollevamento pesi femminile alle Olimpiadi…»
Ursula continua a raccontare, senza nemmeno ascoltarlo, persa ormai nei ricordi:
«Avevamo una squadra fortissima in tutte le discipline… vi ricordate? Portammo a casa 102 medaglie, secondi solo all’Unione Sovietica che ne vinse 132… e davanti agli americani, che ne presero solo 94. Per noi non era solo una questione sportiva, si trattava di dimostrare la superiorità del socialismo nello sviluppo armonico della persona rispetto al capitalismo»
Olena conferma, annuendo.
«Stronzate» interloquisce Fritz, zittito da un’occhiataccia della moglie.
«Fin da giovanissimi eravamo sottoposti a ritmi di allenamento massacranti… specialmente con noi donne erano molto severi, noi dovevamo essere i simboli dell’emancipazione femminile, con risultati che si avvicinavano sempre di più  a quelli maschili»
«Donne toste…» commenta Olena.
«Si, toste, ma a che prezzo… hai ragione Fritz, io non avrei dovuto partecipare a quelle Olimpiadi. Ma una mia compagna, Heidi Schmidt, una lanciatrice di peso, si infortunò. O così ci dissero…»
«Che vuoi dire, non era vero che si infortunò? E che le capitò allora?» chiede Fritz.
«Nei campionati mondiali precedenti aveva conosciuto un saltatore canadese… aveva deciso di scappare e chiedere asilo politico approfittando delle Olimpiadi, ma fu scoperta. Tutto questo lo venimmo a sapere molto dopo, naturalmente… allora ci dissero che aveva avuto un attacco di appendicite acuta, avevano dovuto operarla d’urgenza e c’erano state complicazioni. Io ero la prima riserva e presi il suo posto, e feci anche la mia bella figura…»
«Sei modesta, Ursula, una medaglia d’argento non è solo una bella figura…» dice Olena, con sincera ammirazione «tu eri una campionessa!»
«Una campionessa…» ripete con amarezza Ursula. «Lo pensi davvero, Olena? Tu sai bene come stavano le cose»
Ma prima che Olena possa rispondere, Fritz interviene:
«Olimpiadi, medaglia d’argento? Ursula, ma che storia è questa? Quando ci siamo conosciuti facevi la cameriera in una birreria e mi hai detto che avevi praticato un po’ di sport… e questo lo chiami un po’ di sport? E lei?» chiede Fritz a Olena «Anche lei ha praticato “un po’ ” di sport? E dove è stata tutto questo tempo, Ursula non mi ha mai parlato di lei!»
Ursula interviene:
«Fritz, lascia stare, queste sono cose che è meglio non…»
«No, Ursula, tuo marito ha ragione, ha diritto ad una spiegazione» la ferma Olena, alzandosi in piedi con sollievo del gatto Ringo.
«Mi chiamo Olena Iosifovna Smirnova, all’epoca avevo diciannove anni e facevo parte dei servizi di sicurezza sovietici»
«Servizi di sicu… che mi venga un colpo, il KGB?» chiede Fritz, ormai totalmente stordito.
«Esatto, per la precisione ero sottotenente ed avevo l’incarico di agente provocatore. Dovevo fingermi interessata alla fuga in occidente, scoprire la rete che gestiva le diserzioni e neutralizzarla»
Fritz trasecola:
«Neutralizzarla? Ma in che senso, scusi, doveva denunciarli?»
«Eliminazione fisica, preferibilmente» continua Olena senza cambiare tono.
«Ufficialmente facevo parte della squadra di biathlon, come riserva. Potevo girare per il villaggio olimpico e fu così che conobbi Ursula…»

«Tu lo sapevi?» chiede esterrefatto Fritz.
«Ma certo che no, sciocco! Mica andava in giro a dire “ciao, sono un agente segreto!”. Ci siamo incontrate in palestra, Olena non passava inosservata, era sempre attorniata da maschietti diciamo, ehm, interessati»
«Faceva parte del mio compito quello di mettermi in mostra»
«E ci riuscivi parecchio bene…» ridacchia Ursula, e continua «Così bene che qualcuno pensò che se ne potesse approfittare. Una sera la squadra di pallanuoto turca la aspettò nel sottopassaggio che portava dalla palestra al villaggio. L’avevano studiata bene, avevano messo persino dei complici agli ingressi del sottopassaggio, per avvisare in caso di “disturbi”. Quella sera, uscendo dalla palestra, le cadde dal borsone la giacca della tuta… pensai che avrebbe dovuto rimborsarla, e così le corsi dietro per riportargliela» poi, notando l’occhiata di Fritz, puntualizza: «Pesavo ottantadue chili allora, ero un concentrato di muscoli, non come… adesso» constata Ursula con amarezza, indicando il suo corpo eccessivo. «Insomma, immagina ottantadue chili lanciati in velocità ed un cretino che ti indica di fermarti, e per di più brutto. E’ volato come uno straccetto senza nemmeno il tempo di dire “ahi” e sono piombata come un missile nel sottopassaggio e lì mi sono trovata davanti a quella scena…»

Olena a questo punto le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio.
«La stavano spogliando… lei era incosciente, dalla testa le colava un filo di sangue, l’avevano colpita a tradimento quei maiali»
Fritz, a bocca aperta, non riesce a staccare gli occhi da sua moglie, cercando di trovare nella casalinga che ha davanti le tracce della sconosciuta che gli si sta rivelando.
«Indossavo ancora la cintura addominale, sai, quel cinturone che si usa nel sollevamento pesi, allora li avevamo in cuoio pesante con due grandi fibbie di ottone… quelli avevano già i pantaloni abbassati, cominciai ad urlare e a picchiare come una pazza, cercavano di scappare e cadevano, ed io picchiavo, e picchiavo, e picchiavo, per Olena, per la rabbia, per i miei allenamenti di merda, per il corpaccione goffo che mi ritrovavo, per Heidi…»
Ursula si interrompe, con le lacrime che le scorrono lungo il viso. Olena la abbraccia e le accarezza i capelli, sussurrandole all’orecchio:
«Basta, Schutzi, è tutto passato, è finito…»
Ursula alza il mento, tira su col naso, e sciogliendosi dall’abbraccio seguita:
«Per fortuna Olena si riprese e me li tolse dalle mani, sennò li avrei ammazzati tutti… Il giorno dopo furono rimpatriati, i loro dirigenti dissero che avevano avuto un incidente stradale…»
«Già, avevano avuto un frontale con il TIR Schutzentagger…» ride Olena.
«Incredibile… ma perché non me ne hai mai parlato, Ursula?» chiede Fritz, commosso, colto poi da un pensiero improvviso:
«La squadra di pallanuoto… non era una squadra turca quella che cadde con l’aereo, l’anno dopo? Erano partiti da noi, da Dresda, giusto? Che strana coincidenza…» dice Fritz, fissando intenzionalmente Olena.
Olena sostiene il suo sguardo, e arricciando le labbra in un sorriso beffardo, risponde:

«Il mondo è pieno di coincidenze, Herr Gunnerbaum»

Berlin, Junioren-Sportfest, Katrin Krabbe

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Un uomo, un mito!

Grazie Andy Ruiz per aver vendicato tutti gli uomini con pancetta e maniglie dell’amore suonandole senza risparmio al superfigo palestrato!

Da oggi in poi la tua foto riposerà nel mio altarino personale insieme all’immagine di Mourinho (santo subito), alla palla di vetro con la neve finta di Mosca, al dromedario Drupi ed al libro immortale “Tre uomini e una barca (per non parlare del cane)”.

Se passerai in Italia, cena pagata (all-you-can-eat).

Viva la ciccia!

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Elina Svitolina!

Confesso di non seguire molto il tennis. Come ho detto, ai miei tempi gli sport popolari erano il calcio, il ciclismo e la boxe: tutti gli altri o non esistevano, o erano riservati a chi poteva permetterseli, e non erano molti.
Nel mio paese tra l’altro non c’erano nemmeno campi da tennis, i primi vennero costruiti quando ero già grandicello, all’inizio degli anni ’70: la novità attirò qualche giocatore, a cui non mi accodai per qualche buon motivo e cioè: l’attrezzatura bisognava acquistarla ed il campo bisognava affittarlo (pagando). Chi ce lo faceva fare, quando potevamo giocare a pallone gratis per ore ed ore?
Poco prima era stata costruita una bellissima pista di pattinaggio a rotelle, anche quella gratis! dove generazioni di ragazzini si ruppero denti e braccia, cadendo o sbattendo sui corrimano di recinzione.
Ricordo la Coppa Davis del ’76, quella vinta dai quattro moschettieri Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli in Cile, nel plumbeo Cile del dittatore Augusto Pinochet, ma più per le discussioni politiche che per l’effettivo evento sportivo. Dopodiché, che devo dirvi, è un gioco che non capisco, non mi appassiona e francamente questa pallina che continua ad essere buttata da una parte all’altra del campo mi annoia.

Stamattina dentro al treno pendolari delle ferrovie Nord che mi vede assiduo frequentatore pioveva. Non so come mai ma filtrava acqua dall’alto e sgocciolava sopra alcuni posti. Era divertente vedere gente che ingolosita dal posto libero, una rarità dopo poche fermate dalla partenza, si sedeva e dopo pochi secondi, rendendosi conto della situazione, si alzava a razzo. Comunque poco male, era stato diramato allarme meteo e quindi eravamo tutti muniti di ombrello.

Leggendo il giornale ho così scoperto che esiste questa tennista ucraina, Elina Svitolina, molto brava e con un nome ed un carattere decisamente sbarazzini anche se in quanto ad avvenenza la posizionerei a qualche lunghezza dalla russa Maria Sharapova. Tra parentesi, sono rimasto uno dei pochissimi a sfogliare il quotidiano in treno. Qualcuno legge i titoli delle notizie dai telefonini, qualcuno all’arrivo prende il quotidiano gratuito, Metro. Io bandirei sia i cellulari dal treno che i quotidiani gratis all’uscita della stazione, due misure di salute pubblica forse eccessive ma necessarie.

Sembra incredibile ma sta finendo anche l’era della cancelliera tedesca Merkel. Ha annunciato l’abbandono della Presidenza del suo partito in forte calo di consensi, mentre il governo di coalizione traballa e non si vede come possa rilanciarsi. Ci mancheranno gli scherzi goliardici (cucù!) e gli apprezzamenti che il nostro arzillo ex-premier le riservava. Riposi politicamente in pace: i posteri giudicheranno se, dopo tutti questi anni al potere, lascerà un partito, un paese e un continente migliori di quelli che ha ereditato.

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L’algoritmo (piovono mufloni)

Ieri pomeriggio, nella ridente cittadina lacustre dove vivo, è accaduto un fenomeno che definire curioso è dir poco: un condominio si è ritrovato sul tetto un muflone.
L’anziano che lo ha avvistato, dalle finestre di fronte, sulle prime è stato redarguito dalla consorte ed invitato a limitare i bicchieri di vino a pasto e soprattutto fuori pasto; ma alla fine le sue vibranti proteste hanno convinto la moglie a dare un’occhiata dall’altra parte della strada, e a qual punto la bocca si è spalancata e la dentiera è fuoriuscita dalla sede naturale.
Avevamo già assistito a scorribande di cinghiali, ormai numerosi grazie a meritorie opere di ripopolamento, forse persino troppo numerosi che forse il ripopolamento è sfuggito di mano; ma finora i mufloni se ne erano stati al loro posto, e tantomeno si erano improvvisati antennisti o lattonieri.
I vigili del fuoco intervenuti non hanno ancora saputo spiegare come l’animale sia salito fin lassù; si tratta pur sempre di un arrampicatore, ma sembrano mancare i necessari appigli.
Potrebbe essere che, in mancanza di una scimmia¹, sia stato addestrato ad arrampicarsi sulle grondaie, o sui tubi del gas, come certi ladri di appartamento; e immagino lo stupore che si potrebbe provare nel ritrovarsi in casa un muflone con in bocca l’argenteria.

Sembra che Mr.Trump abbia intenzione di usare le prerogative presidenziali per ripristinare la Ius Primae Noctis. Personalmente non ci trovo niente di male, è la democrazia.

I miei colleghi pendolari che hanno la (s)ventura di dover pendolare tra regioni diverse hanno appreso di aver pagato per anni parecchio in più di quel che sarebbe stato dovuto. La colpa ci fanno sapere i giornalisti, che come è noto hanno la missione di far capire le cose, è dell’Algoritmo.
Ricordo quei bei tempi, all’inizio della mia carriera di programmatore, in cui a fronte di un nostro sbaglio potevamo sempre dire agli utilizzatori: ha sbagliato il computer. C’era un timore reverenziale verso quelle macchine, erano considerati come organismi dotati di vita propria e pertanto soggetti a sbalzi di umore e bizzosità: se mi stai simpatico ok, ma se non mi sfagioli o mi tratti male, peggio per te.
Poiché oggi i computer sono dappertutto e tutti li conoscono bisogna inventare nuove divinità a cui dare la colpa, ed ecco pronto il nostro signor Malaussène², il comodo capro espiatorio: il bieco Algoritmo. Già il nome incute diffidenza e repulsione, quell’Algo che richiama algidità, freddezza, distanza; e poi quel ritmo, che scandisce a sua volontà le ore del destino, distribuisce premi e punizioni e stabilisce a capocchia le tariffe dei treni.

La Kasta degli informatici mi odierà e mi emarginerà per questo, chiamatemi pure infame ma sento di dovere svelare tutto quello che so. Ebbene, l’Algoritmo non esiste. E’ una mistificazione. La cupola responsabile del pastrocchio è composta da:

  1. un pool di funzionari regionali e delle ferrovie che hanno deciso, dopo numerosi incontri, meeting e brain storming che hanno comportato cospicui  rimborsi a pié di lista, senza avere alcuna idea che non fosse quella di estrarre più soldi possibile dalle tasche dei cittadini, una regola ad minchiam;
  2. degli analisti informatici, in genere dipendenti di multinazionali e vestiti rigorosamente di nero, che a digiuno della materia ancor più dei funzionari di cui sopra, e senza porsi alcuna domanda sulla giustezza delle istruzioni ricevute, facendosi pagare a peso d’oro hanno trasformata le due righette di regole ricevute in un sacro Totem;
  3. dei programmatori informatici, pagati giustamente poco, spesso inutilmente laureati e con scarsa igiene personale, che come le tre scimmiette non vedo non sento non parlo hanno eseguito pedissequamente gli ordini ricevuti.

Dopodiché per 10 (dieci!) anni nessuno si accorge dell’imbroglio, della truffa, del latrocinio. Qui c’è da dire che noi pendolari siamo stati abituati a subire ogni sopruso, a viaggiare in carri bestiame con 15 gradi d’estate e 42 d’inverno, che ci hanno smantellato le stazioni ma applicato televisori dappertutto; hanno diminuito le frequenze dei treni ma non i tempi di percorrenza e non ci siamo mai lamentati, quindi un po’ ci sta bene che ci freghino. Voglio dire, se uno glielo mettono in quel posto una volta, e due, e tre, e non si lamenta, vuol dire che un po’ gli piace.

Sembra che il sindaco di Roma sia affiliato alla banda della Magliana. Anche i manifesti contro Papa Francesco li ha fatti affiggere lui. Inoltre il cugino è stato assunto come bidello nella scuola media di Tor Pignattara. Non vedo dove sia il problema, è la democrazia.

A proposito di sindaci di Roma, non sono rimasto invece sorpreso nel sentire che l’ex segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, a coronamento della sua carriera istituzionale possa diventare il prossimo presidente della Figc. D’Alema della Figc³  era stato segretario 40 anni fa, figuriamoci se lui poteva rimanere indietro. Il calcio italiano, a vocazione maggioritaria, ne aveva bisogno. A Mr. Veltroni si riconosce universalmente una buona capacità di inventare slogan come quella di affondare quello che tocca: fosse la volta buona che il nostro calcio vada finalmente a scatafascio! Vai Uolter, facce sognà!

(122. continua)


1 L’immagine inquietante del muflone arrampicatore oscura quella dell’orango assassino di Edgar Allan Poe nei delitti della Rue Morgue.
2 Chi non conosce il signor Malausséne di Daniel Pennac smetta di leggermi, per favore.
3 Erano altre Figc, ma a D’Alema roderà lo stesso.

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La corsa dei cammelli

Lo scorso weekend, nello splendido scenario del Castello Sforzesco di Milano, si è svolta la corsa dei cammelli, valida per l’assegnazione del campionato mondiale. I partecipanti, pervenuti in massima parte da paesi del Golfo Persico, si sono sfidati su una distanza di 10 chilometri, dando luogo ad una gara avvincente e ricca di colpi di scena.
La competizione è stata seguita da un folto pubblico, assiepato ai bordi delle strade, i cui festosi incitamenti sono stati di stimolo ai gibbosi quadrupedi.
La Federazione Internazionale Corse Camelidi, ringraziando gli sponsor e gli organizzatori, si è dichiarata pienamente soddisfatta  della riuscita della manifestazione; fonti ben informate riportano di contatti di emissari di Oman e Emirati Arabi Uniti per l’acquisto dell’area dell’Ippodromo di San Siro, da convertire a Cammellodromo.
Il Comune, per bocca dell’assessore alle attività sportive, si è detto favorevole; contrari comitati di quartiere, M5S e Lega Nord. Salvini ha dichiarato: avevamo detto di prendere su i cammelli e tornare a casa, non di portare qua i cammelli. Grillo: vigileremo sugli scontrini.

Lo scorso weekend si è svolto nel deserto dell’Oman, che sinceramente pochi sanno dove si trovi, il campionato del mondo di ciclismo su strada. Il circuito, interamente pianeggiante, metteva alla prova gli atleti per due motivi principali: il vento che spingeva la sabbia negli occhi e nel naso, per cui era necessario indossare occhiali e mascherine speciali, e la noia che infatti ha colpito diversi partecipanti. In particolare gli italiani, dopo aver cercato di combattere l’abbiocco intonando cori alpini o raccontandosi barzellette sconce, hanno ceduto e sono stramazzati al suolo.
Sembra, ma non è sicuro, che due o tre telespettatori siano rimasti svegli fino alla fine.
Tifo caloroso da parte dei quattro spettatori presenti, incuriositi da questo strano mezzo di locomozione.
La Federazione Internazionale Ciclismo si è dichiarata soddisfatta dall’esperimento, ed ha dichiarato che se l’Oman sgancerà altrettanto pardon sponsorizzerà la manifestazione anche  per il prossimo anno, organizzerà un giro a tappe delle dune. Il sindacato ciclisti si è detto d’accordo, a patto che i corridori vengano forniti di selle refrigerate.

Siccome entrambe le notizie mi sembravano assurde, sono andato a ricercarle sui principali quotidiani nazionali. Stranamente della prima non c’era traccia. Della seconda invece se ne parlava, ma quasi con pudore: si, insomma, dai, è stato fatto lì ma sapete com’è, lo show business, la promozione dello sport, in fondo anche i sultani devono divertirsi, ci hanno dato tanti soldi che non potevamo rifiutare, su non fate troppo gli schizzinosi.
Non ho idea di quante persone vadano in bicicletta in Oman, col caldo che fa credo pochine; tra l’altro se sono allineati all’Arabia Saudita la bicicletta dovrebbe essere vietata alle donne, per noti motivi di tutela della salute e integrità.
Se poi volessimo fare proprio i sofistici verrebbe da discutere sull’opportunità di svolgere i campionati in un paese che in questo momento sta partecipando ai bombardamenti del paese confinante (senza nemmeno la scusa dell’Isis), ma sembrerebbe volerci far entrare a forza la politica, e non è mia intenzione.

Insomma, per dirla in dipietrese (che fine ha fatto il buon Tonino, a proposito?): ma che c’azzecca il ciclismo in Oman, che se vogliono spostarsi pigliano il Suv con la benzina che gli piove dal cielo?

Il ciclismo vero è un’altra cosa… è il campionato del mondo del 1968, con Vittorio Adorni iridato e 5 italiani nei primi 6; o quello del 1972, con Basso che beffa in volata Franco Bitossi, è Gimondi che batte il cannibale Merckx nel ‘73… quello di Doha sarà forse ciclismo 2.0, ma per me assomiglia più al meretricio che allo sport.

(108. continua)

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Mens sana in corpore sano

Mens sana in corpore sano, affermava Giovenale ai suoi tempi e sicuramente sapeva il fatto suo. In anni non recentissimi il duce romagnolo, come ricorda mio padre, aveva declinato il motto latino in un più prosaico “libro e moschetto, balilla perfetto”. Avendo praticato sport fino a quando è stato ragionevole posso ben dire di aver già dato: ora vedere gente di una certa età affannarsi tra palestre, piscine, biciclette e quant’altro confesso mi mette addosso un filo di turbamento. Un po’ va bene, lo concedo: ad esempio le mie amiche coriste che si ritrovano in oratorio a rotolarsi sui tappetini e fare step infondono allegria. Così come gli amici che mettono a rischio le cartilagini residue per sfidarsi a calcetto: la birretta finale vale il rischio. Sul tennis ho già detto, per me due persone che si tirano una palletta per ore da una parte all’altra di un campo non hanno senso: ma è un mio pregiudizio, lo ammetto.
La formazione atletica ai miei tempi non richiedeva più che ci si adunasse al sabato in camicia nera, e magari si saltasse attraverso un cerchio, per di più incendiato. Non avrei forse avuto niente in contrario, anche considerando che per la Befana si allestiva una grande catasta di legna a cui si dava fuoco ed i ragazzi, come iniziazione tribale, cercavano di saltarci da una parte all’altra; ma non si usava più, e tra l’altro anche l’incendio della Befana ad un certo punto fu abolito.
Alle elementari, dove a quei tempi maestri onniscienti insegnavano tutte le materie e quindi anche educazione fisica, la lezione si svolgeva in classe e consisteva nel: a) correre in cerchio b) fare dei piegamenti toccandosi le punte dei piedi c) aprire e chiudere le braccia ritmicamente, respirando (possibilmente). Non ricordo alle elementari di compagni sedentari o sovrappeso; ci si muoveva in abbondanza e l’educazione fisica era un optional.
Alle medie si iniziava a fare sul serio: si correva sempre in cerchio ma in palestra; salto in alto, dove lo stile Fosbury era appena agli inizi; pertica, fune, quadro inglese e spalliera. Ero bravino, ma senza esagerare. Non so perché le ragazze invece di fare pertica e fune dovessero fare la trave: ma forse era un bene, ce n’erano diverse che ci avrebbero bagnato il naso. A sancire il trionfo della nostra preparazione vi erano i Giochi della Gioventù.

Io partecipai nella categoria dei mille metri. Un chilometro che sarà mai, pensavo, abituato a partite di pallone interminabili. Avevo una discreta resistenza ed ero fiducioso in me stesso. In più, un apprendista di mio padre, saputo della mia presenza, non ricordo più a che titolo si mise in testa di insegnarmi a correre: dove io pensavo che bastasse mettere una gamba dopo l’altra il più velocemente possibile, lui mi parlò di falcata, appoggio del piede e respirazione.
Arrivò il momento della gara che avrebbe designato i rappresentanti della scuola per le gare provinciali: per riscaldarmi, previdentemente, feci un bel chilometro gareggiando con i compagni. Partenza! I primi scattarono invasati. Ero abituato ad altri ritmi: spompato dal riscaldamento dimenticai falcate, appoggi e persino respirazione e arrancai in apnea cercando di riprendere i fuggitivi. Tra i quali, ed era la cosa che più mi infastidiva, ce n’era uno che battevo regolarmente: com’era possibile? Dagli spalti mi arrivavano gli incitamenti di mia madre; mio padre ne ero sicuro lì di fianco scuoteva la testa. Quando mi accorsi di stare per essere doppiato, accelerai. Non per fare chissà quale rimonta: solo per portarmi il più velocemente dalla parte opposta della pista rispetto agli spalti, e ritirarmi alla chetichella.
Mia madre poi disse di essersi preoccupata nel non rivedermi, pensava mi fossi sentito male. In effetti bene non stavo, soprattutto nell’orgoglio; ne ricavai comunque delle lezioni per l’avvenire, primo mai sottovalutare gli avversari e secondo mai dar retta a chi ne sa meno di voi.

Mi ricimentai con i mille metri a militare. Verso la fine del corso ufficiali c’erano le prove sportive da superare, se si voleva essere ammessi a comandare una sezione di artiglieri. Sarebbero state più utili prove con fruste e affini, ma invece ci toccò lancio del peso, salto in lungo e mille metri. Ero in una forma fisica smagliante e nessun timore: mi ero allenato insieme a due commilitoni che facevano gare agonistiche e avrei passato l’esame a occhi chiusi.
Nel nostro corso c’era un ragazzo salernitano, simpaticissimo, di taglia abbondante. Un po’ tanto abbondante per i requisiti richiesti, doveva aver avuto qualche spintarella. Il tempo limite per i mille metri erano cinque minuti, e il sergente istruttore gli disse senza mezzi termini che se non fosse rimasto almeno sotto i dieci sarebbe tornato a casa. Mille metri, due soli giri e mezzo di campo, sei mesi sprecati: non potevamo permetterlo. Non ci fu gara; corremmo tutti intorno al nostro amico, spingendolo, spronandolo e insultandolo: non ho mai più visto in vita mia uno rosso in faccia e sull’orlo dell’infarto come lui, così come non ho mai più visto qualcuno più arrabbiato ed orgoglioso del nostro sergente.
“Jatevenne a ‘fanculo, teste di cazzo”, ci congedò affettuosamente.

(48. continua)

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Ciao, nì

Mio nonno si chiamava Ernesto Torres e veniva dall’Argentina. Non state a chiedervi come mai non mi chiami Torres anch’io: la storia è lunga, e merita una trattazione adeguata. Magari anche la sceneggiatura di un film, se il pargolo ne ha voglia.
Non l’ho mai conosciuto, essendo scomparso (nel vero senso della parola) verso la fine della seconda guerra mondiale; le sue tracce rimanevano nel modo in cui i vecchi si rivolgevano a mio padre: Nino de Torisse. Inter nos, il vero nome sarebbe Amleto, che la dice lunga sul livello di cultura del nonno; essendo però un po’ troppo complicato per il popolo, come spesso capitava venne storpiato: Amleto-Amletino-Nino e Nino rimase.
C’è anche da dire che Nì, come saprà chi ha seguito le gesta di Renato Zero, era il modo di chiamare tutti i bambini (“Nì, veni da mamma”; “Curri Nì, ch’è tardi”), quindi può darsi che il passaggio sia stato semplicemente Nì-Nino.

Quando ero bambino io, Nino Benvenuti era campione del mondo di pugilato nei pesi medi. Che Nino fosse sinonimo di forza, era fuori discussione.
Una sera Benvenuti venne al paese a fare un’esibizione. Aveva battuto da poco Emile Griffith, un leggendario pugile di colore, al Madison Square Garden di New York. Era la terza sfida tra i due; nella seconda Benvenuti era stato sconfitto dopo aver combattuto quasi tutto l’incontro con una costola rotta. Queste esibizioni erano un modo, per i professionisti, di guadagnare dei soldi extra; ne facevano magari due o tre per sera, in posti diversi. A quei tempi del resto la boxe era seguitissima. Il ring venne allestito nella piazza, strapiena tanto che i bambini venivano issati sulle spalle dei genitori.
Finalmente, dopo vari incontri minori, arrivò il momento atteso e lo speaker annunciò: Nino Benvenuti contro Emile Griffith! Onestamente, sussistono seri dubbi sul fatto che il nero sul ring fosse proprio Griffith: Benvenuti ad ogni modo si concesse al pubblico in tutti i modi, gigioneggiò con tanto di inseguimento all’arbitro e sconfisse lo sfidante-complice nei tre round regolamentari. Qualcuno ora, in tempi decisamente effeminati, potrebbe obiettare che lo spettacolo non si addicesse ad un bambino. Palle.
Gli sport popolari erano tre: calcio, pugilato e ciclismo. Si intuisce il perché: non servivano palestre (nemmeno per il pugilato: bastavano gli scantinati) ne piscine ne attrezzature costose. Cuore, sudore, fatica. Infatti avevamo campioni a bizzeffe.
Pensare che un bambino potesse diventare violento assistendo ad un match di boxe è fuori dalla realtà. Tutt’altro. Si ammirava la preparazione, il coraggio, la tecnica; si imparava a riconoscere i colpi (gancio, diretto, uppercut); ci si immergeva nella pedagogia di questo sport (si combatte tra pari peso; niente colpi bassi; non sempre la forza bruta ha la meglio sulla bravura).

Questa tolleranza, diciamo, forse dipendeva anche dal fatto che i luoghi dello sport erano molto maschili. Virili, direi. Cioè, io non ricordo mamme alle partite di pallone mie o anche dei miei fratelli, pur più piccoli. Discrete, si informavano del risultato una volta tornati a casa, preoccupate che non lasciassimo magliette o calzettoni sudati a macerarsi dentro i borsoni. C’era solo la zia nubile di un coetaneo di mia sorella che si faceva riconoscere, con urli e commenti fuori misura.
Ora invece palestre, piscine, palazzetti, sono territorio di madri in perenne ansia; con mariti magari contenti di aver sbolognato, in un colpo solo, figli e mogli per un paio d’ore.

Se babbo era figlio de Torisse, peraltro, io ero figlio de Nino; ognuno di noi prima di diventare Giorgio, o Marco, o Stelvio era “figlio di”: quando incontravi un adulto infatti la domanda era “de chi sì figliu?” che era anche un modo di inquadrarti in base alla genealogia. Spesso al nome del padre si aggiungeva la professione: e allora diventavo lu figliu de Nino lu ferrà.
Mestiere tra l’altro rispettato, essendo stato del padre del Duce; pur non avendo la cosa influito sulle mie future convinzioni politiche, mi rendeva tuttavia orgoglioso.
Anche la madre era tirata in ballo, di solito quando la richiesta di identificazione partiva da altre donne: “o nì, che sì lu figliu de Ida (la sarta, facoltativo)?”.

Fu con animo travagliato che assistetti alla fine della carriera del Nino nazionale. Da un lato il dispiacere che accompagna il declino di un beniamino di gioventù. Ma almeno aveva perso con un argentino, qualcuno di famiglia.

(18. continua)

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