Ciao mare

Siccome mi sono stufato di sentire quotidianamente di stragi, delitti efferati, guerre, barbarie, colpi di stato veri o finti, fondamentalismi, matti o matti che fan diventar matti, riposto questo pezzetto estivo. Resistere resistere resistere all’impulso di mandarceli tutti, come il materano di Verdone: “Lo sapete che ve tiche. Lo sapete che ve tiche? Annatevela a pija tutti quanti in ‘to …”. Compreso Trump. Buone vacanze a tutti!

L'uomo che avrebbe voluto essere grave

Nel 1973 Raoul Casadei scriveva uno dei più grandi successi di tutti i tempi: Ciao Mare. Per dire, nello stesso anno i Genesis pubblicavano “Selling England by the Pound”, un pippone che mi ha perseguitato per tutte le superiori, dove una professoressa di inglese si era messa in testa di insegnarci grammatica e pronuncia facendoci ascoltare dischi dei Genesis: risultato, il poco inglese che so è quello imparato alle medie, ed evito accuratamente il progressive rock.

Quando abbiamo costituito la nostra orchestrina, quindi, eravamo nel pieno del boom del ballo liscio: spuntavano sale da ballo come funghi e di conseguenza la richiesta di suonatori era  alta. Elio, il nostro maestro di banda, non approvava il nostro repertorio, i balli degli anni cinquanta erano un po’ più sofisticati dei valzer, mazurke, polke e tanghi che ci venivano richiesti; noi cercavamo di tenere alto il livello con dei classici sudamericani e degli…

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Scemo di guerra

Prima che il politicamente o ipocritamente corretto prendesse il sopravvento vi era la possibilità, di fronte a comportamenti francamente riprovevoli o grandemente  imbarazzanti, di apostrofarne l’autore con un appellativo che in qualche modo, pur mettendo in risalto la penosità della sua condotta, ne giustificava l’operato quasi affettuosamente, come causato da traumi a cui era stato involontariamente sottoposto: Scemo di guerra. Una variante, a fronte di deficienza manifesta, era: Poverino, da piccolo ha fatto (contratto) la meningite.

Nel 1985 un giovane Beppe Grillo interpretò sull’argomento un film di Dino Risi, che a mio avviso non ebbe il successo che meritava; se è vero come sostengono persone ben più sapienti del sottoscritto che un battito d’ali di una farfalla in Brasile possa provocare un uragano in Texas, potrebbe anche essere (dico potrebbe) che quel lontano insuccesso abbia causato l’odierna elezione del sindaco di Roma. In Brasile comunque ci sono, lo so per certo, farfalle con ali molto grandi. Tra l’altro col Brasile Grillo aveva una certa dimestichezza, avendo condotto l’anno prima proprio il varietà “Te lo do io il Brasile” di cui era anche autore con Enzo Trapani (indimenticabile regista di Stryx, suicida qualche anno dopo) e Antonio Ricci (si, quello di Striscia la notizia, piaccia o non piaccia ancora vivente).

Nel 2003, credo lo sappiate, George W. Bush cristiano rinato ed allora presidente degli Usa, decise che l’ex alleato Saddam Hussein, contro cui già suo padre aveva scatenato una guerra nel  1991 per negargli quello che il raìs considerava un diritto sacrosanto, ovvero l’annessione del Kuwait, che Saddam dicevo fosse un dittatore criminale che finanziasse i terroristi che avevano abbattuto le Torri Gemelle, quando a quel punto anche i sassi sapevano che erano stati invece i qaedisti di Osama Bin Laden, saudita e finanziato per anni dagli stessi americani; che possedesse armi di distruzione di massa tra cui montagne di antrace e che, colmo dei colmi, avesse gassato qualche centinaio di ribelli curdi.

Passi per i curdi, pensarono in fondo i più, e del resto i curdi gli amici turchi li bombardano amichevolmente tutti i giorni, e non mi sembra che si stia pensando di invadere la Turchia; l’antrace invece metteva soggezione, tant’è che per convincere anche i più riottosi ci andarono di mezzo dei postini, che si trovarono a maneggiare delle buste dove qualche manina aveva infilato polvere di antrace e ci lasciarono le penne.

Le balle erano così grosse che l’Onu non se la sentì di coprire la guerra: fu allestita allora la “coalizione dei volenterosi”, a cui ci accodammo anche noi, ma di cui uno dei partner e sponsor più attivi fu l’allora premier britannico Tony Blair. Il quale oggi, di fronte ad un rapporto molto critico sul suo operato, dice: “Non credo che la rimozione di Saddam Hussein sia la causa del terrorismo che vediamo oggi in Medio Oriente o altrove”. “La cosa più importante che possiamo fare è davvero imparare la lezione per il futuro”.

L’esortazione ad imparare lezioni per il futuro, senza fare i conti col passato, a me sembra tanto un “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato simm’é Napule paisà” che non ci si aspetterebbe da uno statista inglese. Però, ad essere onesti, prima aveva detto sorry.

Qualche anno dopo, giusto per far capire come avessero imparato la lezione, l’altro grande statista ma stavolta francese, Nicholas Sarzoky,  noto più che altro per la moglie, l’algida modella Carla Bruni peraltro modestissima cantante, con l’appoggio di quella che potrebbe diventare il prossimo presidente degli Usa, Mrs. Clinton, e quindi la Nato, decise di muovere guerra a Gheddafi. Per proteggere i ribelli “democratici” di Bengasi, pervasi da un grande afflato umanitario; così come più tardi cercheranno di andare a proteggere i ribelli sempre “democratici” di Aleppo in Siria; lì però la Russia si incazzerà, e Obama risvegliatosi dal torpore dirà e no, aspettate un attimo, mi sembra un po’ esagerato.

Piccola parentesi. Gli Stati Uniti di America sono un grande paese. Possibile che per eleggere il presidente debbano periodicamente rivolgersi alle stesse tre famiglie? Una monarchia, praticamente. Chiusa parentesi.

Naturalmente chiunque è libero di pensare che il mondo sia migliore adesso che Saddam è stato impiccato, o rimosso che dir si voglia; così come la Libia sia molto più libera ora che Gheddafi è stato linciato; che la destabilizzazione della Siria abbia in qualche modo aiutato i democratici, se anche ve ne fossero stati, quanto piuttosto aiutato l’espansione dell’Isis.

A me, sarà che non sono uno statista, non pare; anzi ripensando alla farfalla di prima ho il sospetto che persino la strage di ieri sulla Promenade Des Anglais a Nizza derivi da quei disastri; causati da apprendisti stregoni incapaci di richiudere il pentolone, irresponsabili incuranti delle conseguenze delle proprie azioni: da scemi, di guerra.

(103. continua)

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Si, viaggiare

Ripropongo questo pezzo di oltre un anno fa, sottovoce. Nel frattempo di chilometri ne ho percorsi ancora tanti: il pensiero va a quelli che in altri tempi e luoghi avrebbero potuto essermi compagni di viaggio, che ieri sono partiti ma non sono mai arrivati.

L'uomo che avrebbe voluto essere grave

Da una stima prudenziale, fino ad oggi ho percorso 580.000 chilometri in treno. 14 volte e mezzo il giro del mondo, non male per uno che di mestiere non fa il macchinista.
Qualcuno potrebbe pensare che così facendo abbia perso un sacco di tempo. Non penso, conoscendomi. Prendere il treno di buon mattino obbliga ad alzarsi presto. Senza questa necessità non credo avrei fatto qualcosa di diverso dal dormire.

In treno si possono fare tante cose. Informarsi, studiare, leggere, ascoltare musica, al limite giocare a carte (a chi piace). Soprattutto, viaggiando insieme ad altri, quando si è fortunati si condividono delle storie
A me ascoltare storie è sempre piaciuto. Quando trovo qualcuno disposto a raccontarne, sono la spalla ideale.

Iniziai a pendolare sulla linea Pollenza – San Severino Marche. La stazione era a quattro chilometri dal paese, e si raggiungeva in bus; io aspettavo sempre che babbo mi svegliasse (come fa…

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Ridateci il carciofo

Non so se sia ancora attuale, ma una volta c’era una norma di buona educazione che vietava, quando si era a tavola, di parlare di argomenti che potessero creare disgusto, e che impedissero di apprezzare pienamente quello che c’era nel piatto.

Ad esempio, non sarebbe stato reputato elegante mettersi a parlare di emorroidi; la dentiera del nonno non sarebbe stata all’ordine del giorno ne i sanguinamenti gengivali, per quanto il rimedio potesse essere approvato dall’onnisciente associazione dei medici dentisti; la secchezza vaginale che per i minori rimane comunque misteriosa sarebbe stato un argomento da tenere riservato, così come la fastidiosa incontinenza urinaria (di due tipi: quella femminile che impedisce di frequentare gli ascensori; quella maschile invece causata dalla dispettosa ghiandola prostatica che induce ad alzarsi ad ogni ora della notte con scuse inverosimili).

La pubblicità di una volta, per quanto ricordi, si limitava a reclamizzare prodotti di largo consumo, elettrodomestici, detersivi, automobili: per quanto riguarda medicinali o para-medicinali proponeva articoli pertinenti come l’Alka Seltzer per digerire o la dolce Euchessina e il Confetto Falqui contro costipazioni passeggere; mettiamoci anche la Citrosodina e la gamma dei rimedi fai da te era completa.

Apprendo che l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria compie 50 anni: Auguri e figli maschi. Lo slogan scelto per festeggiare l’evento è: La buona pubblicità vola più in alto. Più in alto d’accordo, ma di cosa? Va bene che in fondo si tratta di convincerci a comprare cose che per lo più non servono, ma è proprio necessario essere tediati all’ora di cena da assorbenti esterni e interni, con o senza ali, ragadi anali e piorrea? Per quanto possiamo essere partecipi del disagio della poverina che si lagna di soffrire di un fastidioso prurito intimo, è possibile convincerla a rendercene edotti dopo cena, e magari nel frattempo grattarselo, il disagio?

Il bello è che a volte vengono scelti dei testimonial improbabili. Cioè, se Ernesto Calindri intento a sorbire il suo Cynar in un crocevia di Milano era credibile, così come Franco Cerri in ammollo col Biopresto a 40 gradi, una trentenne con perdite urinarie non suscita empatia, la reazione è solo quella di “ma caspita, fatti curare!”  così come spacciare il lato B di una ventenne per un fondoschiena di una ultracinquantenne restaurato dagli inestetismi della cellulite (che tuttavia tenderei a non disprezzare) spinge a domandarsi se gli autori abbiano mai effettivamente constatato la differenza. E’ fraudolento, diciamocelo. E’ come se mettessero una mia foto di oggi e di trent’anni fa, e facessero credere che con l’uso assiduo di un certo balsamo i capelli siano tornati folti, neri e lunghi.

Ultimamente poi arrivano delle strane proposte anche dall’Internet. La mia mail personale è bersaglio  quotidiano di andrologi, sessuologi e sessuologhe che promettono di restituire, a modico prezzo, la capacità di rendere felice il proprio partner fino a 3 volte consecutive. Di più penso che la tariffa sia maggiorata. A parte, voglio dire, che il concetto di felicità è relativo, ci vuole anche un po’ di cautela prima di rendere il proprio partner eccessivamente felice, e tutto d’un botto poi; che adesso fa anche caldo e non è detto che un bel libro non sia preferibile ad una somministrazione coatta di felicità.

Inviterei l’Istituto di Autodisciplina a controllare che gli spot siano in tema. Siamo a cena? Proponete caffè, amari e tisane, sono ben accetti anche suggerimenti per i pasti dei giorni successivi: ma sui gonfiori intestinali di Alessia Marcuzzi bisognerebbe, davvero, volare più in alto.

(102. continua)

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Fino a calata di sole (Wrong place, wrong people)

Una ventina di anni fa, era una sera autunnale, stavo aspettando in Piazza della Scala, Milano, che il semaforo diventasse verde, quando mi ritrovai circondato da un gruppetto di tifosi inglesi, supporters di non ricordo più quale squadra i quali, già piuttosto carburati, scambiandomi evidentemente per un loro compatriota vuoi per via dell’abbigliamento, che comprendeva impermeabile e ombrellino tenuto sottobraccio a mò di baguette francese, vuoi per il mio aplomb imperturbabile, mi chiesero dove si trovasse un certo pub. Non essendo frequentatore abituale di tali locali ebbi qualche difficoltà ad inquadrarlo ma, con la volontà di rendermi utile che mi contraddistingue, chiesi se conoscessero almeno la via, e saputo che si trovava in Via Torino, già che mi trovavo di strada mi offersi di accompagnarli per un pezzo, almeno fino a Piazza del Duomo.  Attraversammo quindi la Galleria Vittorio Emanuele II; al che, ammirando sia il pregevole manufatto che le belle persone che lo frequentano, uno dei tifosi sentenziò, facendo in modo di farsi udire bene: “Beautiful place, beautiful people: wrong place, wrong people”, intendendo loro stessi come wrong people, cosa di cui non ebbi motivo di dubitare: una riflessione profonda, che non mi sarei aspettato in quel frangente, su come la bellezza possa condizionare lo sviluppo umano.

I giovani filosofi mi proposero di berci una birretta insieme, cosa che avrei fatto volentieri se gli orari del treno pendolari me l’avessero permesso; a malincuore dovetti declinare l’invito, e non mancai di salutarli augurando il più classico dei “win the best”, sperando di non essere trattato come Fantozzi in Superfantozzi: anche perché in quel momento la formazione più forte, anche se mi dispiace ammetterlo, era quella dei detestati cugini rossoneri.

A proposito di aplomb, ricordo la volta che l’allora presidente della DC, Arnaldo Forlani, venne in visita al mio paese e l’elicottero atterrò nel bel mezzo del campo sportivo intorno al quale stava sgambettando il vostro cronista cercando di recuperare una forma decente dopo gli stravizi estivi; non mi fermai nemmeno dopo l’atterraggio, al che credo che il servizio di scorta mi abbia reputato inoffensivo. Mia madre, che assisteva alla scena dalla finestra, appena tornato a casa mi chiese: – “Ma non hai visto Forlani?” –“Forlani chi?” risposi con finta nonchalance, mentre tra me e me mi dicevo: “Ah, ecco chi era, mi sembrava”.

Come sapete, l’umorismo inglese mi affascina. Quello basato sui dialoghi, le situazioni giocate sul filo dell’ironia, mai volgare. Woodehouse, Jerome K. Jerome, Oscar Wilde… ad esempio ho trovato irresistibile la petizione per chiedere di ripetere il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea; la proposta è stata accantonata come boutade, ma secondo me avrebbe meritato una valutazione più approfondita.

Fa’ e disfà l’è tutt un laurà: sarebbe come, che so, un partito presentasse un marziano come sindaco, il popolo lo eleggesse, e poi lo stesso partito dicesse: “E no, belli, vi siete sbagliati, questo è troppo marziano”. Allora si rifarebbero le elezioni e il popolo per puro spirito goliardico voterebbe uno più marziano ancora, ma del partito avversario. Fantasie, beninteso, qua da noi non potrebbe mai succedere.

Al mio paese c’era Adelchi, detto Adamo, barbiere e artista, che tra le tante attività, tra cui quella di trombonista in banda, svolgeva in antichità quella di arbitro. Testimoni oculari, ormai radi,  raccontano che tendesse ad avere un occhio di riguardo per la squadra di casa e quando questa perdesse allungasse la durata della partita finché non si arrivasse ad un onorevole pareggio, o in caso contrario finché non ci fosse più abbastanza luce per continuare il gioco. Fino a calata di sole, insomma.

Si potrebbe istituire, sull’esempio del celebre compaesano, un referendum a calata di sole; si vota ad oltranza finché il risultato non è quello auspicato dall’arbitro, e se proprio i votanti non ne vogliono sapere, si annulla tutto e si ricomincia da capo.

(101. e via così)

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