Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

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¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

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Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

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Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

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Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

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¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

Tripoli, bel suol d’amore

Nel ’68 una ventenne e bellissima Patti Pravo lanciava il brano Tripoli 1969, che raccontava di una donna che soffriva aspettando che il suo uomo ritornasse, o quantomeno ritornasse in se, dopo una battaglia d’amore combattuta in altri lidi e soprattutto altri letti (Tripoli, bel suol d’amore!). Alla fine il battagliero uomo tornava al calduccio della propria casetta dove trovava la mogliettina, che nel frattempo aveva versato più di una lacrimuccia, ad attenderlo; abbastanza controcorrente, all’epoca dei fermenti femministi; oggi direi inverosimile, anche se tutti i giorni le vicende di cronaca che vedono certe donne succubi in maniera quasi masochistica dei loro uomini sono lì a smentirmi.

La Libia è grande quasi 6 volte l’Italia. Essendo il territorio per più del 90% desertico o semidesertico, la popolazione è appena poco più di un decimo di quella italiana; nel 1911, in una delle guerricciole coloniali di inizio novecento, alla ricerca della quarta sponda, la strappammo al moribondo Impero Ottomano e considerando che Tripoli è ad appena 300 chilometri in linea d’aria da Lampedusa ed a 470 da Ragusa, non fu del tutto una cattiva idea. Del resto l’Africa dalla Conferenza di Berlino del 1884 era diventata un grande campo di conquista ed alla giovane nazione italiana non erano rimaste molte verze da sfogliare: parte del Corno d’Africa, dove tra l’altro gli abissini ce le suonarono di brutto, e appunto la Libia.

A proposito di Abissinia, ricorderete di come mio nonno Gaetano fosse partito nel ’35 per civilizzare i sudditi di Hailé Selassié; lo fece perché non aveva mai preso il treno e probabilmente attratto dalla propaganda sulle faccette nere; sospetto che abbia sparso zii illegittimi in giro per l’Etiopia, se così fosse potrei avere qualche parente rastafariano e lo pregherei di farsi vivo con adeguata dotazione di ganja.

Dunque rimanemmo in Libia, con le buone ma spesso con le cattive, fino al ’43 quando gli inglesi ci buttarono fuori a calci; schierare scatolette di latta contro carrarmati M4 Sherman di solito non è un buon viatico per il successo, ma giusto quello ci era rimasto e finì come finì, conseguentemente.

Mio padre non ha un buon ricordo del Nordafrica. Nel ’44, a sedici anni, era stato portato in campeggio all’Alpe del Viceré con un gruppo di coetanei. In quel momento dalle nostre parti “passò il fronte”, cioè i tedeschi  incalzati dagli alleati si attestarono più a nord, sulla linea Gotica; i campeggiatori si trovarono quindi impossibilitati a tornare a casa e si ritrovarono arruolati “volontariamente” nella Repubblica di Salò. Fortunatamente, in uno dei primi turni di guardia a cui furono destinati,  furono presi prigionieri dai partigiani che li consegnarono agli inglesi; questi li impacchettarono per l’Algeria da cui riportò a casa: a) la pelle, e questo fu molto positivo; b) l’avversione per i viaggi in genere e specialmente per quelli via mare; c) la rimozione dei ricordi di tutto quel periodo; d) un odio perpetuo per i campeggi.

Non vorrei apparire nostalgico del colonialismo, ma è un dato di fatto che le varie liberazioni non hanno portato questi gran miglioramenti. Forse gli africani devono liberarsi anche dagli africani; un continente ripieno di ricchezze naturali e di gente che muore di fame evidentemente ha qualche problema. Diciamo che il sistema economico e politico imperante non spinge alla condivisione o almeno alla distribuzione: arrangiatevi e chi può si arricchisca, è la parola d’ordine.

Oggi leggo un’intervista al presidente Obama che definisce il risultato dell’intervento Nato in Libia “una merda”. Queste esternazioni a babbo morto (è proprio il caso di dirlo) lasciano sempre sbalorditi: ma tu dov’eri viene in mente di chiedere? Non mi rassicura pensare che alle prossime elezioni si contenderanno la presidenza del paese guida dell’umanità (secondo loro) la Clinton, artefice di quella merda e moglie dell’altro artefice delle merde nei balcani, e Trump al confronto del quale il nostro Mr. B. sembra uno statista; tra l’altro bisogna riconoscere a Berlusconi che se in quel 2011 non fosse stato politicamente cotto non si sarebbe prestato all’aggressione a Gheddafi, finita con democratico linciaggio, che ha ridotto la Libia a carne di porco.

La quale Libia, occorre ricordare, era uno dei paesi più sviluppati del Nordafrica; la stabilità garantita da Gheddafi, anche a randellate, aveva portato un benessere abbastanza diffuso ed i servizi erano di primordine; in Libia erano a lavorare circa due milioni di immigrati e udite udite i fondamentalisti erano fuori legge. Gheddafi era passato nel corso dei decenni da Grande Satana, in quanto finanziatore di terroristi, a partner affidabile; con noi c’erano accordi economici e militari; sui profughi abbiamo usato la Libia come grande campo di concentramento, pronti poi a rinfacciarglielo quando siamo andati a bombardarlo.

In compenso ora diamo miliardi di euro alla Turchia per tenerli lì, i profughi che scappano da quell’altra merda che è la Siria: quella Turchia che bombarda tutti i giorni i curdi per i quali eravamo andati a far guerra a Saddam. Quindi i curdi iracheni sono buoni perché li gasava il “dittatore” Saddam ma quelli turchi e siriani sono cattivi perché li bombarda il “democratico” Erdogan. Misteri della realpolitik.

Avendo esaurito le riserve di Recioto non sono in grado di prevedere come andrà a finire; intanto potrebbe non essere inutile ripassare qualche strofa della celebre marcetta:

“Tripoli, bel suol d’amore,
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il Tricolore
sulle torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!”  
 

(89.continua)

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Noella

Che splendore! Giornata migliore per andare in gita non poteva esserci. Il sole brilla e il verde smeraldo della foresta spicca contro l’azzurro del cielo. Sul Nyiragongo c’è la solita nuvoletta, ma non vale la pena preoccuparsene, non pioverà.

Da tanto tempo pensavamo di andare, ma c’era sempre qualcosa di più importante da fare: Adelio, mio marito, è un architetto, ed ha sempre da fare tra il tirare su scuole, scavare pozzi, costruire ospedali… quassù, nel Kivu, se non ci fossero ad aiutarci questi italiani saremmo messi proprio male.

Adelio… mi ricordo la prima volta che lo vidi, ero una ragazzina, e di bianchi finora avevo visto solo le suore che ci insegnavano a leggere e scrivere. Quest’omone, con quelle mani grandi e grosse, mi faceva un po’ impressione. Carboncino, mi chiamava; pian piano abbiamo fatto amicizia, e a poco a poco ha iniziato a mancarmi il suo sorriso quando se ne ripartiva per quel paese così lontano, quell’Italia di cui mi parlava sempre come il più bello dei posti. Bè, se si sta così bene come dici, che vieni a fare qua? Gli chiedevo. Lui faceva una risata, e poi mi rispondeva: se no, come facevo a conoscerti?

Il giorno che mi chiese di sposarlo mi sentii schizzare il cuore in gola. Perché proprio io? Pensai. Mi metteva paura il pensiero di andar via dal mio paese. Ma lui mi rassicurò, come sapeva fare: non preoccuparti, vivremo un po’ qua e un po’ là, hanno bisogno di noi da tutte e due le parti…

Quando arrivai la prima volta in Italia mi sentii persa. Ero arrivata in aeroporto con il mio vestitino, non avevo idea del freddo che facesse là… mi venne da piangere, avrei voluto tornare subito a casa… poi Adelio mi portò a casa, sua mamma mi vide infreddolita e corse ad abbracciarmi: tra donne ci si capisce subito.

Ne è passato di tempo! Ora abbiamo tre bellissimi figli, Roberta, Samuele e Raffaella: quest’ultima, la più grande, stavolta non ci ha seguito, doveva rimanere a casa a studiare, le scuole in Italia sono molto migliori di quelle qua in Zaire. Non vedo l’ora di tornare ed abbracciarla, e stavolta per sempre… è dura, ma la famiglia ha bisogno di rimanere unita, e per fare avanti e indietro ci vuole il fisico! Largo ai giovani… tanti amici continueranno, gli daremo una mano come potremo. Certo che la situazione è sempre più difficile; l’anno scorso in Ruanda, appena oltre le montagne, è successo il finimondo…

Avrei voluto tornare subito dalla mia Raffaella, ma i bambini hanno insistito tanto: dai mamma non fare la musona! Ed eccoci qua, comodi (si fa per dire) nel nostro furgone scassato, dentro a questo magnifico parco naturale, il Virunga, per cercare di vedere questi famosi gorilla di montagna. Figurati se si faranno vedere da noi!, dico, per farli arrabbiare. C’è una bella atmosfera… siamo insieme a Luigi, Flavio, Michelangelo e Tarcisio, tutti volontari italiani e amici di Adelio da lungo tempo; si scherza sul fatto se siano più brutti i gorilla o più brutti i volontari. Dipende, dico io, e i bambini ridono.

Eccoli là! Una intera famiglia ci attraversa la strada! Quello davanti è il maschio, è enorme! Si gira appena verso di noi, ci da uno sguardo, si gratta il sedere e se ne va ondeggiando. Dietro lo seguono una femmina e due cuccioli, il più piccolo in groppa alla madre; mentre cammina le toglie i pidocchi dalla testa e se li mangia beatamente. Quello più grandicello dev’essere un maschio, cammina imitando il padre, è proprio buffo!

Di fronte a noi, in lontananza, scorgiamo una nuvola di polvere. Una jeep, senz’altro, ma dove vanno così veloci su queste strade, sono matti? Ci incrociamo, non riusciamo nemmeno a vederli tanto corrono. Dopo qualche metro li sentiamo inchiodare, far manovra e tornare verso di noi. Che vorranno, avranno bisogno di aiuto?

La jeep ci supera, si mette di traverso. Ma che fanno, per l’amor del Cielo! Scendono in due, vengono di corsa verso di noi, hanno in mano qualcosa… armi! Iniziano a sparare. Sono  impietrita, aiuto, non ho il coraggio di voltarmi. Luigi, che fai? Ha lasciato il volante, è pieno di sangue,  mi cade addosso. Urlo. Non sento più le gambe, non riesco a muovermi: Adelio salva i bambini! Adelio scende, è ferito, lo sento, urla di prendere tutto, di risparmiare almeno i bambini; poi gli spari. Gli spari.

Questo è successo, veramente, il 6 agosto del ’95, nel Parco Virunga, nell’ex-Zaire ora Repubblica Democratica del Congo. Furono massacrati suo marito Adelio ed i loro due bambini; i loro amici Luigi, Michelangelo e Tarcisio. Si salvarono solo Flavio, perché si finse morto, e Noella che colpita e coperta di sangue fu creduta anch’essa morta. Gli assassini non furono mai scoperti, ma forse neppure veramente cercati: gli scannamenti erano e sono ancora all’ordine del giorno.

Noella si riprese, lentamente: paralizzata dalla cintola in giù, senza milza, con un polmone collassato. Non ricordava nemmeno più di avere ancora un’altra figlia, tanto era lo shock subito.

Poi si riprese. A modo suo. Avrebbe potuto maledire Dio, maledire il suo destino, sfogare tutto il suo odio per chi gli aveva fatto tutto questo. Ne avrebbe avuto il diritto.

Invece no. E c’era un motivo. Noella non poteva permettersi di odiare: aveva troppo da fare.

“Li ho perdonati. Mi sono detta: il Signore ti ha sempre perdonata. Ho pensato a mio marito e ai miei bambini: ho ricevuto tanto, devo dare tanto. Potevo morire con mia sorella a dieci anni. Potevo finire bruciata in un incendio a Goma e invece sono ancora qui, con le mani, i piedi e le braccia coperti da ustioni ma viva. Che abbiano ucciso per odio o che abbiano ucciso per soldi, anche loro non sono tranquilli. Vorrei parlarci insieme solo per questo, perché so che sarebbe l’unico modo di restituirgli un po’ di pace.  Alzando la mia mano contro di loro, che otterrei? Sangue chiama sangue.”

Noella Baghora Chikuru Castiglioni ha fondato un’associazione, la Parsac Onluc, in memoria di suo marito e dei figli scomparsi; la sua missione è quella di soccorrere i bambini e le bambine più bisognosi del suo paese, gli orfani, i disabili, gli abbandonati; in venti anni tra enormi difficoltà è riuscita a portare a termine due progetti in diverse aree della RD del Congo, ed il terzo è in dirittura di arrivo.

Il suo motto è: “il poco per l’Italia è tanto per l’Africa”. E’ una di quelle persone di cui sono orgoglioso di essere amico.

(67. continua)

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Tutti contro Tutti

Capitava a volte, nei pomeriggi d’estate, che ci trovassimo attorno ad un pallone ma non abbastanza numerosi da formare due squadre. Si ricorreva allora al Tutti contro Tutti: non esistevano compagni ma solo avversari, e chi prendeva la palla in breve aveva tutti addosso. Gli artisti, i dribblatori, potevano divertirsi a saltare e risaltare come birilli i più lenti, salvo poi perdersi ad un passo dal goal; i più potenti provavano a  sparare delle cannonate da trenta metri alla sperandio; i più opportunisti aspettavano sornioni vicino alla porta per rubare la palla all’ultimo minuto, dopo aver fatto spolmonare gli altri. Se volessi fare il saputello la chiamerei metafora della vita, ma non è il mio caso. A dire la verità c’era anche un altro gioco, più cruento ma non meno divertente, ed era quello che si faceva a due porte, uno contro uno, ed a chi perdeva si strizzavano gli zebedei finché non riuscisse a fischiare. Era consigliabile, per chi non fosse un gran fischiatore, astenersi dal partecipare; per comprensibili motivi le sfide miste erano vietate.

Ricorderete nonno Gaetano, quello che si era fatto un paio di guerre da volontario. Di mestiere faceva il muratore, anzi il capomastro che a quei tempi era quasi un geometra; sovente per andare a lavorare doveva inforcare la bicicletta all’alba, e tornare all’imbrunire. Pedalando, specialmente in salita e sotto il sole, l’istinto di andare a civilizzare il mondo veniva corroborato: tanto peggio di così difficilmente sarebbe potuta andare. Salvò entrambe le volte la pelle, e tornò facendosi una promessa solenne: che quando fosse andato in pensione non avrebbe mai più toccato un mattone. Uomo di parola, io lo ricordo da sempre in pensione ed in effetti mattoni non gliene ho mai visti toccare.

Non apprezzo molto chi utilizza le parole a sproposito. Ad esempio ce n’è una, orribile, che va molto di moda di questi tempi: rottamazione. E’ usata per indicare, oltre a degli incentivi economici per la sostituzione di autovetture vetuste, il ricambio non consenziente di gruppi dirigenti. Nel merito, niente da obiettare; ma lo stile lascia a desiderare. A tal proposito gli slogan dei miei tempi erano un po’ più allegri: “Fantasia al potere”, che presupponeva che una casta di vecchie cariatidi venisse finalmente soppiantata da menti fresche e immaginifiche. Parecchi, di quelli che li scandivano, al potere ci sono effettivamente arrivati, per fare l’esatto contrario di quanto propugnavano allora; gente che voleva mettersi alla testa dei lavoratori e  teorizzava rivoluzioni mondiali riempie i salotti televisivi con occhialini improbabili discettando delle magnifiche sorti e progressive della Juventus. Aborro tali personaggi.

Penso di non essere il solo a sapere che l’età per il pensionamento è stata allungata, su iniziativa di una certa ministra piangente, alle calende greche. L’aspettativa di vita è aumentata, e dunque bisogna lavorare di più. Secondo me, ma lo dico da profano perché le ministre piangenti la sanno sicuramente lunga, l’assunto è sbagliato per almeno tre motivi: a) per continuare a lavorare bisogna che ci sia lavoro; b) l’aspettativa di vita è data dalle condizioni in cui si vive, e senza lavoro e senza pensione tanto lontano non si va; c) se ai vecchi non si permette di frequentare i giardinetti o i campi di bocce, o almeno attorniare i cantieri stradali con le mani intrecciate dietro la schiena, non si capisce quando  i giovani possano iniziare a lavorare.

Se poi qualcuno cerca di convincermi che la crisi in cui versiamo sia colpa delle pensioni dei miei nonni o dei miei genitori, mi scappa da ridere: la colpa è di Gorbaciov, e su questo non ci piove.

Tornando alle rottamazioni, a meno che non sia affetto da disturbi visivi osservo che raramente i bersagli siano dei potenti, che anzi bene o male se la sfangano sempre.

Stiamo assistendo ad un gigantesco Tutti contro Tutti:  si aizzano giovani contro vecchi,  precari contro tutelati, dipendenti contro autonomi, statali contro privati; intere categorie: pensionati, lavoratori dipendenti, impiegati statali, vengono additate al pubblico ludibrio, da estirpare quasi fossero la causa di tutti i mali del mondo. Non più lotta di classe che quantomeno univa proletari contro capitalisti, ma tante piccole guerre tra poveri e per di più rancorosi. Intanto i veri potenti se la ridono, strizzano, e aspettano che fischiamo.

(62. continua… ma sono un pò stanchino però)

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