A’ cazzari!

E’ notizia di ieri che i servizi segreti ucraini hanno simulato l’omicidio di un giornalista anti-Putin per evitare, dicono loro, che venisse ucciso dai servizi segreti russi.

«A’ cazzari!» è stata la sobria risposta dei russi, quando la messinscena è stata svelata dagli stessi protagonisti; tra l’altro era già partito un coro di condanna unanime, come nel caso dell’avvelenamento delle ex-spie a Londra, che lascia perplessi sull’equilibrio sia di varie istituzioni che di parecchi media.

Fortunatamente gli ucraini hanno tenuto fede al detto “il bel gioco dura poco”, altrimenti avremmo potuto anche assistere alla scena del giornalista che ricompare dopo il proprio funerale, o addirittura durante, vedendo di nascosto l’effetto che fa come nella canzone di Jannacci.

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Comunque a me l’idea è piaciuta, e mi meraviglia che non sia già venuta in mente a qualcuno; in questo modo si sarebbero potuti prevenire un sacco di lutti, incolpando chi più ci sta sull’anima.

C’è anche da considerare però che se la cosa prendesse piede non si saprebbe più cosa credere, e di fronte ad un vero omicidio si rimarrebbe in attesa della ricomparsa del supposto defunto per parecchio tempo, creando un effetto Elvis Presley o Michael Jackson, dei quali fans increduli attendono ancora il ritorno.

Mi rallegra che in quanto a cazzaritudine ci sia qualcuno che ci batte, di questi tempi sono soddisfazioni!

p.s.
perché non si dica che sia prevenuto verso l’Ucraina:

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Attaccatevi a ‘sto spread!

La settimana scorsa ho avuto delle belle soddisfazioni.

La prima è stata che ho ricevuto una proposta di lavoro, che data l’età non verdissima fa sempre piacere; ho fatto dei colloqui con ragazzi che potevano essere tranquillamente miei figli (se avessi conosciuto a suo tempo le madri), ed ho avanzato la mia richiesta economica, sulla quale li ho lasciati meditare.
Veramente mi sono venuti parecchi dubbi, ed il principale è: ma io ho ancora voglia di lavorare? Mica tanto, mi sono risposto. E dunque a questi ragazzi, nel caso decidano di prendermi, potrò essere davvero utile? Considerando che miei coetanei si stanno già avviando ai campi di bocce, sfruttando i vari scivoli che generosamente gli istituti bancari concedono (in larga misura con soldi dei contribuenti, non illudetevi), non ne sono così sicuro.

Quest’estate avrei voluto andare in vacanza in Liguria. Poi si è alzato il coro “Savona no, Savona no!” e pur non comprendendo questa ostilità verso la simpatica cittadina dovrò cambiare destinazione.

La seconda soddisfazione è stata che una signora mi si è seduta in grembo. Preciso che eravamo tutti e due vestiti. Il fatto è successo in metropolitana; io ero seduto intento a sbirciare un interessante articolo sul giornale del vicino di posto, quando la signora, che evidentemente non aveva ancora trovato modo di attaccarsi ai corrimano, è stata sorpresa dalla partenza brusca e, inciampando nella mia borsa posata in terra tra le mie gambe, ha compiuto una strana rotazione e più che sedersi mi è caduta sopra. Ho solo fatto in tempo ad allungare un braccio per tentare di sorreggerla, ed un osservatore poco attento avrebbe potuto malignare sul fatto che la mano si è appoggiata su una parte molle, indugiandovi forse un secondo di troppo. Naturalmente, da gentiluomo, mi sono offerto di cederle il posto, ma la signora ha declinato l’offerta, non risparmiando una critica alla collocazione della mia borsa, responsabile secondo lei dell’inciampo. Non è mia abitudine polemizzare con le persone che mi siedono addosso, perciò avrei lasciato perdere, quando un’altra signora non so perché ha risposto in mia vece, consigliando alla signora di attaccarsi meglio invece di prendersela con gli altri, e che se proprio avesse avuto qualcosa da ridire avrebbe dovuto prendersela con quelli che in metro indossano lo zaino in spalla, ostacolando e infastidendo tutti gli altri passeggeri.

Le persone che indossano gli zaini sui mezzi pubblici sono effettivamente una piaga. Fosse per me vieterei l’accesso alle metropolitane a quelli che indossano zaini, anche per una questione di ordine pubblico. Tantissimi di loro ci trasportano computer, ad esempio.

La terza soddisfazione è che a settembre torneremo a votare.
La campagna elettorale, di cui abbiamo già le prime avvisaglie, sarà stucchevole e deprimente: una parte, sempre senza entrare nel merito, cercherà di accreditarsi come europeista-antifascista-antisovranista, insomma i migliori che sanno qual è il bene del popolo ma stranamente il popolo irriconoscente non ringrazia, contro i peggiori, i beceri, i puzzoni. A questi ultimi basterà dire che avevano avuto la maggioranza ma gli è stato impedito di governare, non dovranno nemmeno sforzarsi molto.
Per come si sono messe le cose, l’esito mi pare scontato e quindi si potrebbe anche fare a meno di andarci: stragrande vittoria del destra-centro ed in particolare di Salvini, sostanziale tenuta dei 5S, irrilevanza di tutto il resto dello schieramento politico.
Dopodiché, sempre che i manovratori dello spread lo consentano, si potrà avere un governo, che stavolta non farà prigionieri.

Comunque non si può negare che i tempi siano migliorati. Negli anni settanta per sbarrare la strada a chi voleva cambiare lo status quo si usavano le bombe. Oggi bastano lo spread e l’euro (per ora).

Una bella settimana, non c’è che dire!

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Il paradiso non esiste

«Bulan, sbrigati amore che è tardi. Papà ci aspetta di sotto, dai che arriviamo tardi in chiesa»
Ratu, la mamma, è chinata sulla figlia minore, di sei anni, Mawar, e la sta aiutando ad allacciarsi il bell’impermeabilino rosso di cui la figlia è tutta orgogliosa, cucito da sua nonna Melati, che stravede per le nipotine.
«Uffa mamma, non ci voglio venire in chiesa» risponde la figlia maggiore, Bulan, dal bagno in cui si è rinchiusa da dieci minuti.
«Nessuna delle mie amiche va in chiesa!» protesta la ragazzina.
«Bulan?» continua paziente Ratu, rialzandosi e squadrando con un sorriso Mawar, che si è messa davanti al grande specchio ovale dell’ingresso, e stira le piccole pieghe dell’impermeabile con le manine.
«Mamma, dopo possiamo andare a mangiare il gelato tutti insieme, anche con Guntur e Kuwat?» chiede la bambina, che ha una vera venerazione per i due fratelli maggiori. Ratu scuote la testa, e pensa a quei suoi figli inseparabili, sempre in giro in due sulla stessa moto e sempre senza casco: “Prima o poi farete qualche incidente!” li ammonisce sempre bonariamente, sapendo bene che tanto non l’ascolteranno.
«I tuoi fratelli hanno promesso di andare anche loro in chiesa, ci vedremo tutti dopo» la rassicura la mamma. Al pensiero dei due figli ha un tuffo al cuore, un velo le offusca per un attimo la vista, ma si riprende subito e richiama ancora una volta la figlia ritardataria:
«Su Bulan, non fare i capricci. Lo sai come la pensa tuo padre. Quello che fanno le tue amiche è affare delle loro famiglie, quando sarai più grande potrai fare anche tu come vorrai. Adesso però esci, che è veramente tardi»
La porta del bagno si apre lentamente e Bulan esce, con il capo leggermente abbassato, non per modestia o imbarazzo, ma solo per non dar modo a sua madre di  vedere il filo di mascara che si è passata sugli occhi per sembrare più grande.
Ratu scruta questa figlia che sta crescendo, bella anche lei con il suo impermeabile rosso, e si accorge subito del trucco sugli occhi. Un sorriso di tenerezza e nostalgia le illumina il volto, e il pensiero vola a quando aveva la sua stessa età, il periodo delle prime cotte, quando si sentiva goffa e inadeguata, e va ad abbracciare la figlia, che ricambia, un po’ sorpresa.

Giù in strada Setiawan, il padre, aspetta seduto al posto di guida della vecchia auto, con il motore acceso,  e ascolta dalla radio musica tradizionale, con il gomito appoggiato sul finestrino aperto, e con le dita tamburella a ritmo sul tettuccio. Suo zio era stato un discreto suonatore di bonang, ed a Setiawan era rimasto il rimpianto di non aver avuto il tempo di imparare. Era dovuto andare a lavorare presto, e non c’era stato più spazio per il resto… aveva conosciuto Ratu, si erano sposati da giovani, e tutte le sue energie erano andate a mantenere la famiglia, e fare in modo che i figli crescessero bene, educati e rispettosi, e che potessero poi trovare la loro strada per realizzarsi nella vita.
A volte lo accusavano di essere un padre autoritario, ma lo faceva solo per il loro bene; tutti gli riconoscevano di aver cresciuto una bella famiglia, e se avevano dovuto fare qualche sacrificio, come ad esempio rinunciare alla macchina nuova, pensa Setiawan guardandosi intorno, ne valeva la pena.
“Adesso però comincia a farsi tardi ” pensa Setiawan guardando l’orologio dell’auto, e suona il clacson due volte, per richiamare le sue donne.
Che in un attimo sono fuori, controllano che non arrivino auto e attraversano la strada per salire in macchina, Radu davanti vicino a suo marito, e le bambine dietro.
Mawar sporge la testa dal finestrino guardando indietro, e vede qualcosa che le mette allegria:
«Aspetta papà, non partire, arrivano Guntur e Kumat!»
Setiawan controlla dallo specchietto retrovisore e sorride, vedendo arrivare effettivamente i due figli, a cavallo dell’inconfondibile moto.

«Buongiorno padre, buongiorno madre, ciao pesti!» saluta Kumat, mentre Guntur sgasa per non far spegnere la moto.
«Quando la porterai dal meccanico?» chiede Mawar al fratello. «Fa una puzza tremenda!» riferendosi al micidiale gas di scarico emesso dalla moto, senza marmitta da secoli.
«Quando sarai grande te la regalerò, così ce la porterai tu!» la canzona Kumat, scompigliandole i capelli.
«Siete pronti ragazzi?» chiede Setiawan ai due figli, guardandoli negli occhi.
«Siamo pronti, padre» risponde Guntur.
«Allora andiamo, ci troviamo di là» dice Setiawan ai figli, poi si gira verso la moglie, come a chiedere conferma. Anche lei guarda i figli, poi si volta verso le figlie e le accarezza. Infine si sistema sul sedile, e guardando fissa avanti a sé, dice:

«Si, andiamo, ragazzi. Ci troviamo di là»

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Domenica scorsa in Indonesia i membri di un’intera famiglia si sono divisi e sono andati a farsi eplodere in tre diverse chiese cristiane. Non c’è Dio che possa chiedere ad una madre di far esplodere le sue figlie, così la penso io. Non c’è paradiso che possa valere tanto.

p.s.
la mente, almeno la mia, non riesce a capire come certe azioni siano possibili. Ho provato ad immaginare gli ultimi minuti “normali” di questa famiglia, convinto che con la ragione non si possa arrivare a comprendere quei genitori, quei fratelli. Le sorelline sapevano? Spero di no. I nomi sono inventati, ed ho usato i nomi più normali possibile, non è vero che nel nome c’è già il destino. Il destino forse è nella fortuna di nascere nel posto “giusto”, e di avere genitori (e di esserlo noi stessi) che si sacrifichino e lottino per farci stare meglio qui ed ora, non nel paradiso dell’ignoranza e del fanatismo.

Ratu (“Regina”) la madre
Mawar (“Rosa”) la figlia minore
Bulan (“Luna”) la figlia maggiore
Melati (“Fiore di gelsomino”) la nonna
Guntur (“Tuono”) il figlio maggiore
Kumat (“Forte”) il figlio minore
Setiawan (“Uomo fedele”) il padre

Colon irritabile

Da qualche sera, all’ora di cena, la televisione ci allieta con una pubblicità dove una simpatica coppia di mezza età decanta gli effetti benefici di un medicinale portentoso sul loro colon irritato.
Curioso tra l’altro che entrambi soffrano del fastidioso problema.

C’era un tempo in cui certe parti del corpo in televisione, e non dico solo in prima serata, non potevano nemmeno essere nominate; adesso tra pruriti vaginali, prostate infiammate e stitichezze ostinate è tutto un tripudio di parti anatomiche finora ingiustamente relegate nell’ombra.

Non si può negare in effetti che parecchi motivi di irritazione esistano, e non solo del colon; nel mio piccolo quest’anno confesso di far fatica a ritrovare la leggerezza che mi contraddistingue.

A proposito di leggerezza e garbo, l’altro giorno è morto Paolo Ferrari, un grande attore, che ha accompagnato la mia giovinezza recitando in grandi sceneggiati (bellissimo il Nero Wolfe con Tino Buazzelli) e rimasto prigioniero, come Calindri con il Cynar, di una réclame fin troppo riuscita: “Signora, cambierebbe il suo fustino di Dash con due di un’altra marca?”.
Che è un po’ quello che è stato chiesto agli italiani con le elezioni di febbraio, domanda incauta perché gli italiani si sono affrettati ad accaparrarsi i due fustini.

Paolo Ferrari l’ho visto recitare qualche anno fa al teatro Manzoni, a Milano, in Victor Victoria, la commedia di Blake Edwards, con Matilde Brandi nella parte che fu di Julie Andrews e Gianni Nazzaro, che sinceramente credevo fosse morto e con mia sorpresa era ancora vitale. Ora però è sparito di nuovo: Gianni, dove sei?

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In questi giorni mi è capitato di ripensare a cosa facevo quarant’anni fa, quando le BR assassinarono Aldo Moro, il presidente della DC, rapito il giorno in cui il nuovo governo Andreotti (IV), con l’appoggio esterno del Pci, si sarebbe dovuto presentare in Parlamento a chiedere la fiducia. Fu tenuto prigioniero 55 giorni, con giri a vuoto, depistaggi, addirittura riunioni spiritiche, ed una volontà tenace di non trattare. Ragione di stato si diceva, non si tratta con i terroristi. Qualche anno dopo però con la mafia si trattò, eccome: sarà per quello che i terroristi non ci sono più e invece la mafia è viva e vegeta?

Comunque, sarà che a quei tempi non avevo ancora diciannove anni, mi sembra che fosse tutto molto migliore di adesso. Sarà che non ho ancora preso la pastiglia.

Sarà.

 

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