Siamo al molo

Non molto lontano da casa mia c’è un capannone che è sede di una struttura gestita da una cooperativa sociale legata alla Caritas dove si può portare quasi ogni tipo di roba usata, abiti, scarpe, mobili, biancheria da cucina, piatti, elettrodomestici, libri insomma ogni sorta di cosa che sia in buono stato e possa essere utile a qualcuno.

Quelle ritenute idonee vengono messe in vendita a buon prezzo, la richiesta è parecchia, i bisogni sono tanti. A differenza di tanti mercatini dell’usato proliferati di recente chi porta le sue cose non ne ottiene un ricavo, ma lo fa per solidarietà se non altro con quei ragazzi che nella cooperativa lavorano e da questa vengono pagati, pur se poco.

Quando dirigevo il gruppetto teatrale di cui vi ho parlato ogni tanto ci facevo un salto per vedere se ci fosse qualcosa adatto al pezzo che avevamo in mente di mettere in scena: abiti, accessori per lo più, una volta ho preso una grande poltrona in vimini che volevo adattare a trono reale, ma che è poi finita nella stanza da lavoro di mia suocera.

Ogni tanto, quando per casa comincia a girare qualcosa che viene troppo spesso scansata senza essere usata, vado anch’io a rifornire il mercatino; l’ultima volta, per dire, ho portato una bella coperta matrimoniale di lana che ha fatto felice l’addetta che ha detto “questa va via subito”, e una poltroncina da studio che ho dovuto cambiare perché mi faceva male alla schiena, ma temo che fosse più colpa della mia schiena che della poltrona.

Dopo aver consegnato mi fermo sempre a fare un giretto, specialmente dalle parti dei libri e dischi: cinque euro tre pezzi, come si fa a non approfittare? Anche se in casa non ho quasi più spazio e temo sempre che la libreria un giorno o l’altro cadrà in testa al condomino del piano di sotto… e ripenso con tenerezza a nonna Annunziata, che diceva a mia madre bulimica di lettura: “ma che ce fai co’ tutta ‘ssa cartaccia” e con commozione a mia madre che ora invece non legge quasi più, abbattuta dalla rottura del femore che ne ha limitato molto i movimenti e dalla cura di mio padre, che piano piano sta tornando bambino.

Proprio a loro pensavo quando, portando a casa appunto i tre libri presi al mercatino, aprendo “Assassinio al Comitato Centrale” di Manuel Vázquez Montalbán è caduto un biglietto.

“SIAMO AL MOLO” c’era scritto in stampatello da una mano tremante, ed ho immaginato un nonno addormentato sotto l’ombrellone leggendo il suo giallo e sua moglie che, per non svegliarlo, gli lascia un bigliettino scritto di fretta proprio tra le ultime pagine che era arrivato a leggere.

Magari, chissà, passati gli anni quei nipoti si sono trovati a dividersi i libri dei nonni, magari anche loro senza spazio per metterli, e ne hanno potuto tenere uno, uno solo a testa e tutti gli altri portarli al mercatino, che ai nonni sarebbe piaciuto così.

Sono sicuro che se avessero sfogliato quel libro e visto il bigliettino avrebbero tenuto quello; e avrebbero ripensato a quei momenti felici, alla vita che scorre, e avrebbero sorriso al messaggio ritrovato: noi Siamo al molo, ragazzi, buona vita a voi.

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Olena à Paris – 2

Tre mesi prima.

Gilda Quacquarini osserva compiaciuta dal balcone della grande sala di villa Rana, di cui è unica proprietaria dopo la prematura dipartita del non molto rimpianto marito Evaristo, le attività che fervono nel giardino sottostante. Si ripara dal rigore dell’inverno con un colorato piumino Emilio Pucci con stampa Vallauris ispirata alle opere in ceramica di Pablo Picasso e dei pantaloni con pannelli a contrasto della stilista ucraina Natasha Zinko, in testa un simpatico Beanie¹ giamaicano a coprire uno dei due motivi per i quali è nota come la Calva Tettuta.
In lontananza, su una collinetta di neve artificiale, la ultracentenaria Eusebia detta Pina, nonna del defunto, si addestra al tiro alla carabina imbracciando una agile Anshütz 1727-F, con la quale conta di partecipare alle Olimpiadi Invernali Seniores di Pechino del 2022 nella specialità del biathlon, sotto l’occhio esperto di Olena, la ex spia del Kgb che le ha fatto da badante per due anni ed è ora la guardia del corpo di tutta la famiglia.
Attorno alla collinetta, su una pista anch’essa artificiale, Svengard il vichingo, l’amante di Gilda, e Adalgiso, il personal trainer tedesco ingaggiato come toy boy da Nonna Pina, si esercitano nello sci nordico coperti dal solo perizoma.

Gilda poggia la tazza della tisana al sardopardio, diuretica e disinfiammatoria, sul vassoio in argento che le porge il maggiordomo, che reprime a stento l’invidia per l’abbigliamento della vedova Rana.
«James caro, non è un portento il piccolo Chico? Guardalo là, ancora non sa camminare e già si arrampica dietro ai koala. Che amore!» cinguetta Gilda.
«Effettivamente, signora, Miguelito è molto dotato, credo sia anche merito dei piedini prensili»
«La peluria è sparita quasi del tutto, hai visto James? E’ una fortuna, all’inizio il veterinario faceva fatica a distinguerlo da quei simpatici animaletti australiani»
«A proposito signora, se posso permettermi, quello di adottare un’intera famiglia di koala e di far piantare un boschetto di eucalipti nel parco è stato un gesto di grande sensibilità ecologica da parte vostra»
«Schiocchezze, James, l’avrebbe fatto chiunque al posto mio, se avesse avuto un parco grande undici ettari. Non potevo certo restare insensibile alla tragedia di questi piccoli marsupiali, che tra l’altro hanno un alito freschissimo. L’associazione voleva mandarmi anche dei dromedari selvatici ma ho dovuto rifiutare, ho saputo che si riproducono come cinghiali ed in breve avrebbero riempito il parco, senza contare che avrei dovuto far portare tonnellate di sabbia del deserto e allestire un’oasi con palme e datteri. Oh, ma guarda!» si interrompe la Calva Tettuta, indicando il ramo di un eucalipto.
«Chico si agita, ha riconosciuto la voce della sua mamma…»

La televisione a 68 pollici installata a piano terra, nella saletta di fianco alle cucine, trasmette infatti la prima puntata di “Lacrime e laterizio”, la telenovela messicana giunta in patria alla ottocentoventitreesima puntata e di cui Conchita, la donna barbuta, è la protagonista nella parte di Rosa, una giovane ingenua, e che per questo ha abbandonato il figlio all’involontario padre Miguel, il giardiniere tuttofare.
«Mamma!» gracchia Chico, gattonando fin sotto la tele, seguito dai koala curiosi.

ROSA No, Ramon, non posso. Non devo, non voglio! Io sono promessa a Don Carlos!
RAMON Don Carlos è vecchio, non può darti la felicità. Rosa, devi essere mia, il mio cuore arde di passione.
ROSA Temerario! Sento che quello che facciamo è sbagliato. No, non avvicinarti, Ramon…
RAMON Dimmelo in faccia che non mi ami e io uscirò per sempre dalla tua vita.
ROSA Io non… no, non posso!
RAMON Lo vedi? La voce del cuore. E adesso baciami.
ROSA Oh, Ramon!
RAMON Oh, Rosa.
ROSA Oh, Ramon!!
RAMON Oh, Rosa. Come si slaccia questa camicetta?²

Lo squillo dell’interfono richiama Gilda alla realtà.
«Pronto, qui casa Rana» risponde professionalmente James.
«James, non eravamo d’accordo che all’interfono non c’è bisogno di rispondere così formalmente? E’ casa nostra, dopo tutto» lo riprende Gilda.
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine»
«Non possiamo lavorarci su questo vizietto, James? Comunque, chi è in linea?»
«E’ il direttore della produzione, signora, il dottor Haruki Laganà, sembra preoccupato»
«Preoccupato o corrucciato, James? Giusto per impostare la voce adatta alla risposta»
«Preoccupato, signora»
«Benissimo, James.»
Gilda prende dalle mani di James la cornetta e, in tono partecipe, si rivolge al sottoposto: «Haruki, caro, che succede?»
«Signora, mi dispiace allarmarla, ma qui sta succedendo qualcosa di strano!»
«Di strano dici, Haruki? A che ti riferisci? Non sarà ancora per la storia dell’impasto di carne non kosher in Israele?»
«No signora, il problema non è della carne kosher, il problema è di tutta la carne! I fornitori stanno consegnando col contagocce e la produzione è quasi bloccata! I nostri clienti chiamano inferociti, non riusciamo a rifornirli e minacciano di rivolgersi alla concorrenza»
«Ma com’è possibile? Sono andati in ferie tutti insieme? Non abbiamo scorte in magazzino?»
«Signora, i nostri prodotti sono freschi, non possiamo immagazzinarli per troppo tempo… e lo stesso è per i nostri fornitori: noi pretendiamo solo materie di prima scelta, non vogliamo prodotti congelati…»
«Ma i fornitori che dicono? Hai provato a contattarli?»
«Certo signora, hanno tutti dei problemi… chi ha avuto la visita dei Nas, chi ha gli operai in sciopero… al Rovellati si sono rotte le celle frigorifere, ed ha dovuto buttare via tutto…»
«Coincidenze, Haruki, non facciamoci prendere dal panico… cerchiamo altri fornitori, magari ci costerà un po’ di più, ma se è per coprire un’emergenza temporanea…»
«E questo è ancora più strano, signora: ne ho contattati diversi, e di solito sono ben contenti di avere un nuovo cliente ma questi… niente! Non hanno disponibilità, dicono che la produzione è già stata comprata tutta, e con prezzi fuori mercato!»
«Fuori mercato? Va bene Haruki, grazie. Stai tranquillo, intanto vai avanti con la linea vegana, che per quella bastano un po’ di carciofi»

Gilda riattacca lentamente la cornetta dell’interfono, poi pensierosa si rivolge al maggiordomo:
«James?»
«Signora?»
«Sembra che qualcuno ci abbia dichiarato guerra»
«Disdicevole, signora»
«Tu sai quel che c’è da fare, non è vero?»
«Naturalmente, signora. Posso suggerire un Orang Utan Coffee del Borneo?»

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¹ Il beanie è un cuffia di lana, ne più ne meno, solo che chiamarla cuffia di lana non è chic.
² Ad uno spettatore competente la recitazione di Conchita sembrerebbe un pelino enfatica e quella del suo partner eccessivamente piatta: ma ai messicani piace così.

Olena à Paris – 1

«Centomila e uno, centomila e due, centomila e tre: aggiudicato alla contessa Agnieszka Żubrówka Kasprowicza!»
Nella sala grande della casa d’aste Cauet, in Rue de Richelieu a Parigi, il banditore, un quarantenne abbronzato franco-armeno non molto alto, leggermente stempiato ma con delle folte sopracciglia, rivolge un sorriso smagliante alla donna che dopo una serie di rilanci si è aggiudicata il famoso quadro Primo maggio con fava e pecorino del pittore naïf Ardito Centini meglio conosciuto come Centinì dagli appassionati d’arte francesi che l’hanno adottato,

La contessa si alza, sollevando nella sala un brusio di ammirazione: statuaria e algida, capelli corti neri a caschetto sui quali è poggiata una coroncina tempestata di perle, un lungo abito violetto che ne mette in risalto le forme, una stola di ermellino sulle spalle nude e le braccia inguainate da lunghi guanti in seta, incede verso il banco seguita dal suo accompagnatore, un bell’uomo di qualche anno più giovane, capelli e barba scuri ben curati, elegante in un completo scuro Girifalchi su cui spiccano cravatta e pochette in seta con motivi di sardine argentate, visibilmente orgoglioso degli stivaletti che calza, realizzati a mano nel laboratorio artigiano Graziano Cucchiaroni a Montecosaro, MC.

«Congratulazioni contessa, un pezzo davvero raro: sono in pochi a possedere un Centinì del 1924…» la accoglie Serge Manoucharyan, il banditore, accompagnando il complimento con un lieve inchino della testa ed uno sguardo interessato verso la borsa in pelle della Cuoieria Fiorentina retta dall’accompagnatore.
«Oui, io so, grazie» risponde la contessa in un delizioso misto di francese e russo, allungando con degnazione la mano verso Serge che esegue un impeccabile baciamani.
«Posso chiederle, contessa, se avremo il piacere di averla con noi anche nei prossimi giorni? Sarebbe per me un privilegio mostrarle il resto della collezione…»
«Non credo, monsieur, io deve tornare subito in mio castello in Puolonia, affari urgenti. Ma voi mostrate pure vostra cuollezione a mio segretario, lui molto esperto» dice la contessa, sollevando appena l’angolo sinistro del labbro in qualcosa di simile ad un sorrisetto ironico, volgendosi poi verso l’uomo dietro di lei:
«Christopher, chérie?»
«Contessa?» risponde compìto il segretario.
«Sistema qvestioni amministrative, vuoi? Io prenderò taxi»
«Naturalmente, contessa. Ma non vuole attendere qualche minuto? La accompagno…»
«Non c’è bisogno, io conosce strada. Au revoir, messieurs» e, portando alle labbra il lungo bocchino di giada, si avvia verso l’uscita lasciando soli i due.

Manoucharyan segue incantato con lo sguardo l’ondeggiare sensuale della contessa finché questa non varca la porta girevole che la separa dal tiepido pomeriggio primaverile, poi si ricompone e si rivolge all’accompagnatore:
«Se vuol seguirmi, monsieur… ehm… Christopher, prego, faccio strada»
A metà del corridoio il banditore si guarda intorno per controllare che non ci sia nessuno, si ferma, si volta verso il segretario e, puntandogli contro un dito, gli chiede:

«James, mi spieghi che stai combinando?»

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Mi ha chiamato l’altro giorno proponendosi per la parte di James. C’è qualche volontaria per fargli un provino?

 

Ottimismo, per carità!

“Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” proclamava Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore nonché pittore, in una nota réclame per una catena di elettrodomestici; e ne aveva ben donde, dall’alto della sua lunga vita che l’aveva visto attraversare la seconda guerra mondiale ed essere sopravvissuto all’internamento in Germania nel ‘44.

A proposito di Tonino Guerra, nel mio giretto in Russia mi sorprese molto (ma per mia ignoranza) trovare a Suzdal, nel bel monastero dalle mura rosse che ospita tra l’altro un museo che ricorda gli italiani che vennero lì internati dopo la battaglia del Don, una stanza dedicata proprio al nostro Guerra, che all’Unione Sovietica e a quel luogo fu molto legato, venendone peraltro molto apprezzato come cineasta.

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Mi sembra che l’atmosfera sia un po’ troppo cupa, e non si tratta solo di smog o della nebbia che è ricomparsa dopo non so quanto tempo: venti di guerra, incendi devastanti, scioglimento di ghiacciai, frane ed alluvioni; movimenti millenaristi che proclamano la prossima fine del mondo brandendo non i cilici ma gli smartphone ultimo modello: che se non saremo sepolti dalle plastiche ci estingueremo per il riscaldamento globale, e se ci salveremo dall’innalzamento dei mari periremo per qualche altra catastrofe provocata da noi stessi.

Nel posto dove lavoro sono state bandite le bottiglie di plastica e la plastica monouso. Per carità, bravi bene bis: ma l’ecologia dovrebbe essere integrale, se uno toglie le bottigliette e contemporaneamente esubera migliaia di persone faccio fatica a credere che sia davvero convinto di quel che fa.

Al momento sulla terra siamo in 7,7 miliardi, in aumento irrefrenabile dato che alcune previsioni stimano che nel 2050 saremo 10 miliardi (e sfoggio subito ottimismo contandomi tra quelli) : chissà, forse qualche evoluzionista potrebbe interpretarla come una riproduzione frenetica in vista di un taglio sostanzioso, una spending review, una messa in esubero di una buona fetta del genere umano; e forse una sfoltita non sarebbe negativa tutto sommato, a non essere dalla parte degli sfoltiti.

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Certo il nostro osservatorio è ben più comodo di chi si trovasse, per dire, in Libia, Siria, Iraq, Yemen, o anche in Congo, in Nigeria, etc. etc. Ma ce lo meritiamo, siamo virtuosi: se non altro, con i pochi figli che facciamo non possiamo certo sentirci responsabili dell’incremento demografico.

L’umore naturalmente tende ad essere condizionato dalle vicende che accadono intorno e da come vengono raccontate: se tutte le sere che Dio manda in terra si sentono gli stessi quattro fannulloni ripetere in televisione che il governo ci porta sul baratro, le tasse aumentano ed il lavoro diminuisce, la criminalità dilaga e i barbari sono alle porte uno non è che sia portato a sprizzare gioia; piuttosto a spegnere la Tv o addirittura a romperla che sarebbe meglio.

Per fortuna ci pensano i cinesi a sollevarci l’umore! Ringraziamo quindi il maestro Muhai Tang, un uomo un mito, che ha perso i pantaloni mentre dirigeva un concerto sul palco del Teatro Dal Verme, a Milano: bastava un paio di bretelle per evitarlo, ma lui è stato troppo ottimista!

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Un inizio di anno alla grande!

È commovente assistere ai primi vagiti di questo anno. Il vecchio l’ho chiuso andando al cinema, e poi un piccolo cenino tra parenti: in tono minore, con moderazione, che noia. Il giorno dopo invece botta di vita, siamo andati con gli stessi parenti a vedere i Legnanesi a Milano, anzi ad Assago: avevo preso i biglietti on line ed ho sbagliato giorno, così mi sono presentato con i biglietti per domani. Fortunatamente c’erano parecchi posti vuoti, e ci hanno fatto entrare lo stesso: la fiducia nei miei confronti però è scemata, e dovrò faticare parecchio per risollevarla. Quest’anno vorrei scrivere solo cose vecchie e divertirmi con Olena & c. (intanto sto preparando il libretto per la stampa, tanto prima o poi tutto quello che c’è sui computer sparirà, lo sapete vero? Molto meglio la carta). Soprattutto mi sento ottimista, molto ottimista. Di che dovrei scrivere se no, se sia lecito per il paese più armato al mondo assassinare gente come più gli piace, con la scusa di difendersi? O delle 50 bombe atomiche che ci ritroveremo tra poco ad Aviano, nonostante il nostro ministro della difesa giuri il contrario? O che la prossima Parigi Dakar si correrà in Arabia, come del resto poco fa si è giocata la Supercoppa Italiana di calcio? O che in Libia arriveranno i turchi, che avevamo cacciato via nel 1911? O che in Siria, ad Idlib, quelli che fino a ieri erano i tagliagole dell’Isis ora sono definiti “ribelli”? No, non sono attrezzato. In bocca al lupo al nuovo anno comunque, se tanto mi dà tanto non sarà dei più tranquilli. Anno bisesto…

Girati, Gianluca!

Qualche tempo fa dei ricercatori dell’Università College di Londra se ne uscirono con la scoperta che in passato nel pene maschile era presente un osso, chiamato baculum, scomparso con l’evoluzione (?) a causa della monogamia dell’uomo.
Gli stessi ricercatori hanno ora certificato che il modo migliore per non ingrassare durante le feste natalizie non è quello di mangiare e bere come se non ci fosse un domani, ma contenersi: consiglio prezioso al quale mi sono strettamente attenuto, aiutato devo dire dalle circostante e dalla latitudine.

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Dalla latitudine, dicevo, perché nel posto dove abito il Cenone della Vigilia non è tradizione; ero riuscito ad introdurla faticosamente nella mia cerchia ma da quando sono diventato un fervente cantore l’ho dovuta abbandonare perché la Messa di Mezzanotte nella mia parrocchia si fa alle dieci, chi ha tempo non aspetti tempo e persino gli angeli ed i pastorelli hanno dovuto allungare il passo per raggiungere in tempo la capanna; capirete che alle dieci un cenone che si rispetti è ancora al Caro Amico, perciò pur di non soffrire mi sono accontentato di un piatto di spaghetti alle vongole ed una fettina di salmone, con un bicchierino di prosecco.

A Natale e Santo Stefano la famiglia (ramo moglie, perché il mio di ramo è abbastanza lontano) si è riunita come al solito, prima al completo e poi in formazione ristretta; un solo pasto al giorno, banditi brodino o avanzi o stuzzichini serali. Ho resistito strenuamente al tentativo di portarmi al cinema a Santo Stefano, senza Boldi e De Sica non ha più senso e di andare a ronfare con il Pinocchio di Benigni e Martone non avevo proprio voglia.

Quest’anno ho ricevuto ben due regali: un berretto di lana, perché quello precedente l’avevo perso, ed un ombrello pieghevole, che mi si era rotto. Ma sono contento, era proprio quello che volevo: quando uno ha tutto che può pretendere di più?
Tanto per dire, ieri ho contato i panettoni sparsi per casa: cinque. Considerando che siamo in tre, avremo da mangiare panettone fino a Pasqua: a me comunque il panettone piace, molto più del pandoro, ed una fetta a colazione me la taglio volentieri.
Ah, dimenticavo il pandorino che una vicina di casa regala ogni anno a tutti i condomini, attaccandolo alla cassetta della posta: vicini con buona parte dei quali ha litigato animosamente per tutto l’anno. Io ci vado d’accordo e posso mangiare il pandorino serenamente, altri non so.

Una mia nipote ha presentato il nuovo fidanzato, un ragazzo di Napoli. Poverino, forse si è reso conto solo al dolce che quello che era passato fino a quel momento non era l’antipasto, ma tutto il pranzo di Natale: ma chi gliel’ha fatto fare, mi chiedo? L’amore a Natale dovrebbe essere vietato.

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Ieri sera, per smaltire (ma io avevo già smaltito ad essere onesti) siamo andati a passeggiare in città, per vedere i mercatini di Natale e le illuminazioni, con le proiezioni animate nelle piazze più caratteristiche. Io odio i mercatini di Natale quasi quanto le proiezioni di omini di neve e babbi natale sui palazzi storici, perciò capirete quanto restio potessi essere ad abbandonare il mio confortevole divano ed il mio libro (“La repubblica di Mussolini” di Giorgio Bocca, non proprio natalizio ma istruttivo). Mi sono comunque fatto trasportare nella magia del Natale anche se non ho molto apprezzato che la quasi totalità dei bar fosse chiusa; per fortuna ce n’era uno gestito da cinesi ai quali per riscaldarci abbiamo chiesto dei punch al mandarino, ma non mi sembra che abbiano colto l’ironia.

Ora fortunatamente ci sarà una sosta fino a Capodanno. Letizia! Potrò spaparanzarmi a cercare di indovinare il parente misterioso dei soliti ignoti: l’altra sera un concorrente non particolarmente abile è stato apostrofato dal simpatico Amadeus con un “Girati, Gianluca” poco rassicurante. E per fortuna abbiamo perso l’osso!

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Una birra per Olena – Merry Christmas!

Dal balcone della grande camera da letto Gilda, avvolta da una calda vestaglia in lana di vigogna, osserva compiaciuta il giardino sottostante ritornato alla consueta ordinata vivacità. In lontananza si odono dei rumori ritmici, come di un norreno che spacchi legna o di una russa che tiri con un arco ad un bersaglio posto a 70 metri, che vanno ad intervallare il ritornello dell’allegro canto di lavoro intonato dal giardiniere, “Mi sono innamorato di tuo marito”, con coreografia originale di Cristiano Malgioglio.
Gilda annuisce in segno di approvazione, poi senza voltarsi si rivolge all’uomo impeccabile che, alle sue spalle, attende ordini.
«Non è un amore, James?»
Il maggiordomo si affaccia brevemente e, valutata la situazione, esprime il suo parere:
«Effettivamente, signora, il giallo e l’arancio dei fiori di nasturzio stampati sul camicione mettono bene in risalto il colorito olivastro del nostro Miguel. Peccato che le due braccia ingessate disturbino l’armonia dell’insieme»
«Non vorrei passare per buonista, James, ma la scenata di gelosia della sua ex fidanzata mi è sembrata spropositata. Passi per gli schiaffi, ma usare il manico della zappa è stato esagerato. Per fortuna Natascia e la sua amica sono riuscite a toglierglielo dalle mani, altrimenti non so come sarebbe andata a finire. E tutto per un attimo di distrazione!»
«Purtroppo la… ehm… signorina Pignola non era nello stato d’animo più aperto alla comprensione. Non dopo essersi sentita dare del maricòn davanti ai futuri suoceri da una donna barbuta che spiattella il figlio del proprio fidanzato. Anche quel “io lo sapevo!” di dona Antonieta non ha aiutato, ad essere onesti»
«Ed ora, James?»
«Sembra che la cubana sia fuggita ad Acapulco con Fidencio, il cugino di Miguel, mentre Conchita è tornata al suo lavoro nella telenovela Lacrime e Laterizio» relaziona il maggiordomo.
«Sai James, sto pensando di chiedere a Miguel di far rimanere il piccolo Chico qui con noi. Guarda come si diverte il generale Po a scorrazzarlo con il risció! E nonna Pina si è messa a sferruzzare una mezza dozzina di calze di lana. Il veterinario, cioè il pediatra, ha anche detto che presto perderà la peluria e tornerà normale, a parte la codina»
«Un gesto estremamente generoso da parte sua, se posso permettermi, signora. Ma non sarà d’incomodo? Voglio dire, i bambini piangono, strillano, sporcano…»
«Oh, sciocchezze, James. Abbiamo tante di quelle stanze in questo posto che potremmo giocare a nascondino per anni senza trovarci. Piuttosto, sono preoccupata per Flettàx»
«Per il pappagallo, signora?» chiede James, arricciando un sopracciglio.
«Si, lo vedo… strano. Si, strano… da quando è tornato non sembra più lui. Non insulta, non dice parolacce… l’ho sentito con le mie orecchie pronunciare le parole “cribbio” e “perdindirindina”! Pensa che l’altro giorno l’ho trovato che spulciava i bilanci della nostra società e bofonchiava: “tagliare, tagliare!… rami morti! delocalizzare, ridurre le spese, aumentare i profitti!”. Temo sia malato… sono indecisa se portarlo da uno psicologo per uccelli o spedirlo a Monaco al posto del povero Stielike. Svengard nega che gli sia successo qualcosa durante il viaggio ma se scopro che non me la racconta giusta lo stròppio peggio di Miguel!»

«Oh, oh, oh, Merry Christmas!»
Nel parco Toivonen, nell’ultima giornata di apertura prima della chiusura invernale, un variopinto Santa Klaus allieta gli ospiti sbattendo le ali e cantando “Jingle bells” su di una slitta trainata dalla renna Riitta, la cavalla Fiona e la gallina Kocca, queste ultime travestite anch’esse da renne. Piia Pihlajamåki, la guida, distribuisce dolciumi e piccoli giocattoli artigianali ai bambini, invitando nel contempo i genitori a visitare il Giftshop dove possono acquistare souvenir e prodotti alimentari delle vicine fattorie.
Tra i turisti, una famiglia italiana si fa notare per la squisitezza dei due bambini, Ciro e Sposito, uno dei quali si diverte a sparare con la cerbottana stoppacci di carta masticata alla gallina Kocca strappandole dei coccodè di disapprovazione e l’altro modulando dei “buu” razzisti al passaggio della renna Riitta. Finché, sul finale della canzone, si alza un grido:
«Ma che babbo Natale e babbo Natale, chist’è ‘nu sfaccimm ‘e pappagallo!»
All’improvviso sulla rappresentazione cala un silenzio di ghiaccio, considerando anche la temperatura.
Riitta, Fiona e Kocca si stringono tra di loro, preparandosi alla tempesta .
Flettàx, il pappagallo padano, si toglie il cappuccio e la barba ed ondeggiando sulle zampe si avvicina agli intemperanti, che indietreggiano intimoriti.
Arrivato a pochi centimetri dal naso di Ciro, Flettàx si ferma, raspa ben bene la gola e lancia il guanto di sfida:

«Anca chì al Pòl Nord te vegnet a rump i ball, terunèl?»

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Una birra per Olena – The End

Ay, ay, ay, ay
Canta y no llores
Porque cantando se alegran
Cielito lindo, los corazones

All’avvicinarsi della mezzanotte la grande festa di fidanzamento di Miguel e Paio Pignola sta raggiungendo il culmine. Dopo una settimana di canti, balli, grandi tavolate con trionfo di piatti leggeri e rinfrescanti come le Blancas picositas, enchiladas ripiene di pollo con una salsa a base di requesón e peperoncino habanero, o l’asado de boda jerezano, un arrosto di coscia di maiale condito con spezie varie e peperoncino propedeutico ad una lieta consumazione del matrimonio, abbondantemente innaffiati con i vini Terra Adientro delle vigne di Campo Real, e gli innumerevoli brindisi beneaugurali a base di Mezcal e Tequila, anche le riserve più ostinate sono state accantonate.

Paio Pignola, recuperato parte del bagaglio perduto nell’incidente d’autobus, volteggia gaia tra uno zio Ramon ed un cugino Fidencio, senza dimenticare don Ignacio, il padre di Miguel, al quale l’atletica nuora risveglia sopite fantasie di cui protagonista è la moglie Dona Antonieta, una rotondetta baffuta soggetta a periodici attacchi di flatulenza la quale, oltre a rintuzzare gli attacchi del poco sobrio consorte, non si capacita di come il figlio si sia potuto mettere con una così.

Per la serata finale è stata ingaggiata un’orchesta di grido, i “Los Vincisgraçias”, con un passato chiacchierato di assegni scoperti, cambiali insolute, repertori discutibili e sbronze colossali, i cui membri sfoggiano sombreri del campionato del mondo di calcio Messico ’70 con autografi originali di Pelè, Rivelino e Comunardo Niccolai¹; come ospite d’onore era stata contattata la cantante pop e attrice Paulina Rubio ma avendo questa riportato un fastidioso infortunio durante una replica del musical Vaselina² l’organizzazione ha provveduto a sostituirla con l’esperta e affidabile Luana Patacònas.

Letizia e contentezza regnano nell’Hacienda di don Ignacio; gli invitati fanno la spola tra il ricco buffet e la pista da ballo, dove hombres y mujeres volteggiano sulle note di evergreen come Perfidia, Malagueña Salerosa o Besame mucho e occasionalmente qualche coppia, anche provvisoria, si apparta nel vicino campo di granturco per un breve ma intenso convegno amoroso.

Tra gli ospiti spicca una pattuglia pittoresca, arrivata in mattinata da Monaco di Baviera; gli abiti disegnati dallo stilista Girifalchi sono un mix di tradizione e innovazione: Gilda copre la calvizie con un velo tehuana esibito su un vestito in ecopelle ricavata dai cactus e approvata dai vegani mentre James indossa un sobrio completo ispirato al Diego de la Vega di Guy Williams con tanto di bolero, alamari ricamati e cappello teso, impreziosito da stivaletti in pelle di crotalo.
Nonna Pina, avvolta da un vestito in pizzo nero, sventola vezzosamente un ventaglio anch’esso in pizzo accompagnata da Adalgiso, assunto con contratto a tempo determinato come toy boy, abbigliato da ballerino azteco; Horst non ha abbandonato il suo impermeabile mentre Fritz e Ursula, le cui valigie si sono perse in aeroporto, hanno rimediato con due magliette acquistate al duty-free, quella di lui con il ritratto di Danny Trejo³ e quella di lei con la scritta “Mexico sol corazon y amor”. Svengard, riabilitato agli occhi ed al cuore di Gilda ma in libertà vigilata, è stato diffidato dall’ostentare il costume vichingo ed ha dovuto optare per un elegante sarape con fasce di colori vivaci, che gli attira gli sguardi concupiscenti di giovani e meno giovani messicani di ambo i sessi. Po, ligio alla tradizione cinese, veste lo stesso Shen Long nero che usava nella difesa dell’Ultimo Imperatore, mentre il pappagallo Spread, appollaiato sulla sua spalla destra, osserva tutto quello sventolare di piume e penne con grande interesse.

L’orchestra sta eseguendo Serenata Messicana quando Olena, con una ampia camicia di lino bianca ed una lunga sottana rossa a balze aperta di lato fino all’anca, con stivaletti rossi con piccole falci e martello incise sui bordi, si avvia verso il centro della pista. Mentre nonna Pina si affretta a munirsi di noccioline, molto gradite da Spread, un brivido percorre la schiena di James che coglie lo sguardo sgomento di Miguel stretto in quel momento tra le braccia amorevoli di zia Rosaria, che gli ricorda quando da piccolo rubava i vestitini alla cuginetta Chiquita.
I musicisti presagendo la tragedia che sta per consumarsi interrompono la canzone ed il suonatore di guitarron, il cubano Giorginho Torres, estrae dal fodero la fida bottiglia di Matusalem Gran Reserva e si versa un abbondante cicchetto di rhum.

Paio Pignola vede la russa avanzare verso di lei e si appresta al combattimento, mani ai fianchi e petto (rifatto bene) proteso; le due si fronteggiano come Rocky e Apollo Creed ma, un attimo prima della catastrofe, a sorpresa Olena butta le braccia al collo di Paio ed avvicina la guancia a quella della cubana, sulla quale non può fare a meno di notare un principio di ricrescita pilifera.
«Auguri e figli maschi, finuocchietto» sibila beffarda ma prima che il transessuale possa rispondere amichevolmente dal fondo si ode uno sparo e si alza un grido:
«Sal de ahí, maricón, ese es mi hombre!»³

Conchita, la donna barbuta³, si fa avanti imbracciando una doppietta e tenendo al collo un bambino, barbuto anche lui, ed apostrofa Miguel:
«Y este es tu hijo, cabròn!»³

Un silenzio gravido di tensione cala sulla festa. Paio si avvicina, e chiede a Miguel con voce stridula:
«E’ vero quello che dice questa… questa… questa?» chiede, non riuscendo nella fattispecie a pronunciare la parola “donna”.
Miguel, sentendo su di sé lo sguardo dei convenuti ed il peso della canna della doppietta sulla pancia, ammette parzialmente.
«E’ successo solo una volta… era un periodo difficile, avevo tanti problemi, la telenovela andava male… ed ero pure ubriaco. Io non volevo, è stata lei!»
Paio si blocca, le vene del collo pericolosamente gonfie. Si volta verso Miguel e, con voce tornata stranamente calma, gli dice:
«Miguel?»
«Si, querida?» risponde incautamente il giardiniere.

«Io ti ammazzo»

Y tú,
Quien sabe por dónde andarás
Quien sabe qué aventura tendrás
¡Qué lejos estás de mí…!

paulinarubio

¹ Comunardo Niccolai è stato lo stopper del Cagliari campione d’Italia 1970, squadra di cui mio nonno Gaetano era gran tifoso pur non essendo sardo. Era famoso per degli autogol rocamboleschi; ai mondiali del Messico partì titolare ma alla prima partita si infortunò e la sua carriera in azzurro finì lì.
² A dispetto dei più maliziosi tra voi, il musical Vaselina è la versione messicana del celebre Grease.
³ L’interprete del film di culto “Machete”
³ Levati di lì, bucaiolo, quello è il mio uomo!
³ cfr. Niente sushi per Olena, 2018.
³ E questo è tuo figlio, cornuto!
³ Non ho mai imparato a mettere le note superiori al 3

Una birra per Olena (XXXI)

In un modesto appartamento sulla Max-Joseph Strasse, non distante dalla Karolinenplatz, la confusione creata da quattro ragazzini urlanti è rotta dal suono insistente del campanello d’ingresso; la padrona di casa, una quarantenne energica, dopo aver lanciato un grido di ammonimento e aver distribuito scapaccioni a quelli meno lesti ad allontanarsi, va ad aprire la porta.
Alla vista dei due visitatori, una bella donna non molto alta con un gran seno e con in testa un turbante di seta ed il suo maggiordomo con in mano una valigetta ventiquattr’ore, il viso le si illumina in un sorriso.
«Frau Rana, che sorpresa! Entrate, entrate, prego… scusate il disordine» li invita la donna.
«Non preoccuparti, Hilda» dice Gilda cercando di evitare le pozze di liquido non definito sparse sul pavimento «anzi scusa se non ci siamo annunciati ma passavamo da queste parti con James, ricordi James vero cara? E ci siamo detti: “qui vicino deve abitare quella cara Hilda, perché non andiamo a trovarla?” Ed eccoci qua, spero di non disturbare…»
«Al contrario, mi fa molto piacere che siate venuta, è molto bello da parte vostra»
«Ma figurati, cara. Come vanno le cose, i bambini stanno bene? E lo stato di famiglia l’abbiamo sistemato, o quello scavezzacollo di Helmut si rifiuta ancora di riconoscere i suoi figli?» si informa Gilda, premurosa.
«Oh no Frau Rana, Helmut è cambiato, negli ultimi tempi ha avuto quasi una metamorfosi, sembra un’altra persona!»
«Davvero, cara? Roba da non credere, non è vero James? Deve essere una specie di miracolo!»
«Si, è proprio un miracolo, ed è tutto merito vostro!» concorda Hilda.
«Merito mio, dici? Non vorrei intestarmi meriti che non ho, cara. Devo avere dei vuoti di memoria, ma non mi sembra di aver fatto niente di particolare…»
«Voi siete troppo modesta, Frau Rana! Se non aveste assunto Helmut nella vostra fabbrica, nonostante i fastidi che vi ha dato in passato… un gesto di grande generosità da parte vostra! Mi ha anche detto che non volevate farlo sapere in giro perché non ci tenete ad essere ringraziata… ma io invece voglio che sappiate quanto vi siamo grati»
«Ah ecco, io l’ho assunto in fabbrica…» ripete Gilda lanciando a James uno sguardo di intesa «ma non c’è bisogno di ringraziarmi cara, sai com’è, quando si può dare una mano… e poi devo dire che anche Jürgen ha messo una buona parola per il suo fratello gemello»
«Davvero? Questo mi sorprende… quei due non vanno proprio d’accordo, non si parlano da anni… tutta colpa di Helmut e del suo caratteraccio»
«Anche nelle migliori famiglie possono esserci incomprensioni… so io quante ne ho passate con il povero Evaristo, pace all’anima sua. Ma non voglio farti perdere ulteriore tempo Hilda, in realtà avrei proprio bisogno di parlare con tuo marito, è in casa?»
«Oh si certo, ma purtroppo non si sente molto bene, infatti oggi non è potuto venire al lavoro…»
«Ti prometto che lo disturberò il minimo indispensabile cara, ma è abbastanza importante che io possa parlargli, pensi sia possibile?»
«Ma certo signora, ci mancherebbe altro… Venite, faccio strada»
Hilda si dirige verso la camera seguita da Gilda e James, apre la porta lentamente, mette dentro la testa e annuncia:
«Helmut, indovina chi è venuto a trovarti?»

Il piccolo bilocale al secondo piano in piazza Karlsplatz è insolitamente animato. Una pelliccia violetta è appesa nel corridoio a coprire il poster dell’Ispettore Derrick, e diversi indumenti sparsi qua e là per la casa testimoniano di una certa frenesia nel liberarsene, che solo un osservatore poco attento potrebbe imputare ad un sovra-funzionamento del riscaldamento condominiale.
Olena, in négligé nero, è seduta sul divano con le lunghe gambe distese e sorseggia un calice di Franciacorta accompagnandolo con delle tartine al burro artigianale e caviale del Volga, mentre Horst Tupperware, in boxer giallorossi e canottiera di cotone, sbocconcella un bratwurst con una fetta di pane di segale.
«Complimenti Panzerotto, sei stato davvero bravo» proclama Olena, alzando il calice alla salute del padrone di casa.
«Bè, insomma, considera che era parecchio che non lo facevo…»
«Non mi riferivo a quello, stupido. Sei stato bravo a intervenire al momento giusto… come hai fatto a capire tutto?»
«Diciamo che è stato un colpo di fortuna…» si schermisce Horst.
«Di questo non avevo dubbi ma come è successo, racconta…»
«Lo scorso dicembre, alla festa annuale della polizia, mi capitò di inciamp… ehm, conoscere la moglie di Muller. La festa era davvero noiosa, ed ero appena uscito in giardino a fumare una sigaretta…»
«Non sapevo che tu fumassi…» lo interrompe Olena.
«Ehm, in realtà stavo rollandomi una canna, ma non è questo l’importante. Ero lì a farmi i fatti miei, quando si avvicina la moglie di Muller, un po’ traballante dal troppo spumante bevuto; mi giro per salutarla, nascondendo lo spinello, quando questa inciampa, mi si aggrappa addosso e mi tira giù. L’ho aiutata prontamente a rialzarsi ma come ha riacquistato la posizione eretta ha pensato bene di liberarsi di tutto quello che aveva mangiato e soprattutto bevuto vomitandosi addosso… una situazione davvero imbarazzante. Ho cercato di aiutarla a ripulirsi e stavo per andare a chiamare il marito ma lei mi ha pregato di non farlo, non voleva metterlo in imbarazzo, e mi ha chiesto se potevo accompagnarla a casa a cambiarsi…»
«Un po’ imprudente da parte tua, non credi?»
«In quel momento l’unica mia preoccupazione era che la moglie di Muller non mi vomitasse in macchina… una volta arrivati, l’ho aiutata con le chiavi di casa e a salire le scale per andare al piano di sopra; mi ha pregato di aspettarla un attimo, l’ho sentita fare una telefonata e poi sbattere la cornetta violentemente, dopodiché è scomparsa e pensavo si fosse addormentata, infatti me ne stavo andando quando… »
«Quando?» incalza la russa, partecipe.
«Quando è uscita dalla camera aveva ripreso totalmente il controllo di sé: aveva fatto una doccia e si lasciava dietro una scia di profumo… è venuta verso di me coperta solo dall’accappatoio, e mi ha chiesto di scusarla per la scena alla quale avevo assistito, e se avesse potuto fare qualcosa per farsi perdonare…»
«Scommetto che qualcosa l’hai trovato» ipotizza Olena, ironica.
«Erica, ehm… la signora Muller, era estremamente dispiaciuta, mi sembrava brutto lasciarle dentro un senso di colpa»
«Lo immagino. Non mi sarei aspettata niente di meno da un gentiluomo come te»
«Abbiamo fatto una chiacchierata molto interessante… avevo sempre creduto che Dieter Muller fosse un vanesio, un opportunista ed un arrivista, ma il ritratto che ne fece la moglie andava ben oltre… era un corrotto, un vizioso, un violento; Erica aveva paura a denunciarlo e mi chiese se potevo fare qualcosa per aiutarla. Cominciai a metterlo sotto controllo ed in breve scoprii il suo coinvolgimento in diversi affari sporchi; misi sotto controllo anche i suoi scagnozzi, Bodo e Lutz…»
«A proposito di quei due, perché non sei venuto ad aspettarmi all’aeroporto?» chiede Olena,
«Oh, ma io c’ero… quando però ho visto che quei due ti avevano avvicinata ho ritenuto più prudente non farmi notare. Tra l’altro nel manganello di Bodo avevo messo una microspia, non so se mi spiego» butta là Horst, accennando all’uso improprio a cui il suddetto manganello era stato destinato nell scontro all’aeroporto.
«E le teste di cuoio, come hai fatto a convincerle? Hai bluffato, dì la verità…»
«Assolutamente no!» risponde Horst, scandalizzato. «Ho solo fatto una chiamata ad una vecchia amica…»
«Ma come fai ad avere il numero della cancelliera? Non vorrai dirmi che…» chiede Olena, sbalordita.
«Top secret. E comunque acqua passata…» poi, vedendo che si sta ingenerando un equivoco, continua:
«Ma che vai a pensare? Ci siamo conosciuti a Lipsia, ai tempi della DDR… lo sapevi che è figlia di un pastore che si è trasferito dalla Germania Ovest alla Germania Est? Ero molto amico del fratello, e della sorella… ogni tanto facevamo il bagno nudi nell’Elba, tutto qua. Ma perché mi guardi in quel modo?» chiede Horst, disorientato dallo sguardo sornione di Olena.
«No, niente… hai finito il salsicciotto?» e lo invita a sedersi sul divano, indicandogli il posto libero. Horst si avvicina titubante, e Olena gli sussurra all’orecchio:
«Vieni qua, che ti canto Lili Marleen…»
«Per la miseria Olena, è la quinta volta, non so se…» mette le mani avanti Horst, preoccupato.
«Sshh…» lo zittisce Olena, mettendogli un dito sulle labbra. Poi si alza, lascia cadere a terra la sottoveste, si siede sulle gambe di Horst ed inizia a cantare con voce roca:
“Vor der Kaserne,
Vor dem großen Tor,
Stand eine Laterne.
Und steht sie noch davor,
So woll’n wir uns da wieder seh’n,
Bei der Laterne wollen wir steh’n
Wie einst, Lili Marleen.
Wie einst, Lili Marleen.“

«Caro Helmut, come stai? Hilda mi stava giusto dicendo che non ti senti molto bene»
«Cough, cough…» tossicchia Helmut «Niente di grave, solo qualche linea di febbre, Frau Rana… forse un’infreddatura…»
«In effetti non ha una bella cera, non è vero James?» chiede Gilda al maggiordomo.
«Trovo il signor Matthaeus notevolmente pallido, signora. Più che un raffreddore, ritengo possa trattarsi di una costipazione» diagnostica James.
«Helmut, Helmut, tu devi riguardarti. Per fortuna ci siamo qua noi… James, procedi»
Sotto lo sguardo preoccupato del padrone di casa, James estrae dalla valigetta una sacca di plastica contenente un liquido chiaro, ed un lungo tubo di gomma.
«Ehm, che volete fare con quella… cosa?» chiede Helmut, sospettoso.
«Oh, niente caro, è solo un clistere di saliscardo. E’ un toccasana, vedrai che ti sentirai immediatamente meglio»
«Ma io non voglio fare il clistere!» protesta Helmut.
«Mi meraviglio di te» lo rimprovera Gilda «Vuoi forse mettere in dubbio la competenza di James?»
«No, ma io non…»
«Ah, ma forse sei timido e sei restio a mettere in mostra il tuo didietro » ipotizza la Calva Tettuta «Lo capisco, forse sei in imbarazzo per via di quel piccolo inestetismo…»
«Inestetismo? Ma di che…»
«Ma si, quella buffa voglia… e comunque Helmut insomma, non sarà mica la prima volta che mostri a qualcuno le chiappe! Su, forza, poche storie, James, insuffla!»
«Noo!!»
Gilda e James, a braccia conserte, sostano perplessi guardando l’uomo che, aggrappato alla testiera del letto, fa i capricci rifiutandosi di abbassare i pantaloni del pigiama.

Finalmente Gilda rompe il silenzio e sblocca la situazione:
«Jürgen Matthaeus, quanto deve durare ancora questa commedia? Ti avverto che mi prudono le mani. O preferisci che chiami Hilda?»
«No, vi prego, Hilda no!» implora l’uomo in pigiama, mettendosi seduto sul letto.
«Oh, così va meglio. Vuota il sacco e vedi di non tralasciare niente» intima Gilda.
«Si, ehm, ecco… non so se avete presente Baldegunde, la cameriera del Paulaner am Nockherberg»
«Quella simpatica ragazzona? Ma certo, ma che c’entra Baldegunde adesso?»
«Ecco, ero riuscito a convincerla a venire a visitare, ehm, la mia collezione di farfalle, ma sfortunatamente avevo dimenticato le chiavi di casa in ufficio… così arrivai di notte allo stabilimento, e con mia grossa sorpresa trovai il cancello socchiuso, e un reparto con le luci accese. Come sa, signora, noi non lavoriamo su turni di notte, così andai a controllare se qualcuno non avesse dimenticato le luci accese, anche se i controlli spettano al custode»
«Il custode lo sistemiamo dopo, vai avanti adesso» ordina la Calva Tettuta.
«Avvicinandomi sentii dei rumori di macchine, e delle voci… così mi nascosi e li vidi! C’era mio fratello, Helmut, che sembrava il capo, ed una squadra di operai che stavano facendo andare le macchine non per produrre il nostro impasto ma una loro sostanza che alla fine mettevano dei tortellini… arrivarono addirittura due camion con le insegne Rana per caricare la produzione. Sentii Helmut parlare con un suo complice di quantità e consegne da rispettare, e che nei giorni seguenti si sarebbe dovuto lavorare ancora di più… ero frastornato, mio fratello stava organizzando qualcosa di brutto nella mia fabbrica, ma era pur sempre mio fratello… nei giorni seguenti riuscii a capire che avevano modificato le macchine, allora ne ordinai di nuove falsificando la sua firma.»
«Lo sapevo di non essere stata io!» dichiara Gilda «e nemmeno Flettàx!»
«Pensavo che, togliendo dalle linee le macchine vecchie, non avrebbero più potuto operare… ma loro diedero fuoco alle nuove macchine. A quel punto non sapevo più cosa fare, e mi procurai una quantità di nandrolone che portai nel magazzino ed avvisai con una telefonata anonima il giudice Ritzenberg»
«Che ci ha messo sotto sequestro gli impianti» conclude Gilda «Ma dico, non era più facile denunciare tuo fratello? Non mi pare che ci fosse questo gran legame tra di voi!»
«Avrei dovuto farlo, ma volli operare una piccola vendetta» confessa Jürgen. «Ricorderete la scenata che Hilda mi fece all’Hofbrauhaus, vero?»
«Eccome se lo ricordiamo» risponde Gilda, mentre James rabbrividisce.
«Non riuscivo a capire come Hilda potesse scambiarmi per mio fratello… ma poi mi resi conto che, in effetti, a parte quel piccolo particolare, siamo identici. Così la sera successiva passai allo stabilimento, vidi Helmut al lavoro e andai a casa sua, spacciandomi per lui. Hilda fu abbastanza sorpresa, perché mio fratello le aveva raccontato di fare il turno di notte; ma riuscii a convincerla, anche grazie ad una bottiglia di champagne ed ad un gioiellino…»
«Insomma, hai sedotto tua cognata! Sei un porcellino, te l’avevano mai detto? E Stielike?»
«Stielike lavorava per Helmut, teneva una contabilità parallela… le spese per l’acquisto delle loro sostanze le affogava nelle spese generali, ma quando la Finanza è venuta a fare i controlli si è spaventato… ha minacciato di confessare tutto e ha chiesto una grossa somma di denaro per riparare all’estero… così Helmut lo ha fatto uccidere, ma i suoi scagnozzi non hanno avuto il tempo di nascondere il corpo ed i registri»

«Jürgen, mi dispiace ma ti devo licenziare» dichiara Gilda, alla fine della storia.
«Capisco, signora» dice Jürgen, mortificato. «Sono a sua disposizione per una confessione piena »
«Confessione, Jürgen, ma di che stai parlando? Ti sembro per caso un prete? Spiegaglielo tu, James»
«La signora vuol dire che siccome lei, Jürgen Matthaeus, è stato arrestato, verrà licenziato in tronco. Ma nulla osta che sempre lei, Helmut Matthaeus, venga assunto, cosa del resto di cui la sua “consorte” Hilda è già convinta»
«Volete dire che potrò continuare a…» dice Jürgen-Helmut, indicando se stesso e la stanza intorno.
«Non mi sono spiegata, evidentemente» precisa Gilda. «Tu non “potrai”, ma dovrai continuare ad essere Helmut. E vedi di non farti mai scappare una parola su questa faccenda, o che Hilda abbia a lamentarsi, ci siamo capiti?»
«Certo, certo, io non so davvero come ringraziarvi…»
«Naturalmente» lo ferma Gilda «permetterai che facciamo una piccola verifica. Sai com’è, una formalità»
«Ma certo signora, tutto quello che volete!» concede Jürgen, confuso ma sollevato.
«Ottimo, allora. James?»
«Signora?» risponde il maggiordomo, infilandosi dei guanti.

«Vai con l’acquaragia»

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Ed è (finalmente) THE END! Ma non andate via, Miguel ci aspetta alla sua festa!

 

 

Una birra per Olena (XXX)

Tornati al riparo all’interno della palestra, i nostri cercano di organizzarsi per respingere l’imminente attacco della trentina di poliziotti che circondano l’edificio.
All’esterno un Dieter bruciacchiato dal razzo che gli ha indirizzato nonna Pina e solo per un pelo non l’ha mandato all’altro mondo osserva nervosamente l’avvicinarsi delle troupe televisive che, attirate dalle segnalazioni di spari, si sono dirette verso la zona.
«Ci mancavano solo i giornalisti… » dice Dieter a Franz. «Tienili lontani, per l’amor del cielo!»
«E’ una parola! Non siamo mica a Mogadiscio…» risponde Franz, sempre più preoccupato.
Infatti in poco tempo il cronista Leo Breitner supera i cordoni di sicurezza e si avvicina al capo della polizia:
«Herr Muller, può informarci su quello che sta succedendo?»
Muller risponde nervosamente:
«Signori, questa zona è vietata, è molto pericoloso stare qua, dovete allontanarvi. Quello che posso dire è che nella palestra sono asserragliati dei pericolosi terroristi, stiamo decidendo il da farsi»

Nonna Pina prende la parola:
«Natascia, io dico di andare di sotto, prendere quei quattro e poi andarcene via»
«Giusto, babushka, bello giuoco dura poco, andiamo»
«La fa facile lei! Come facciamo ad andarcene, siamo circondati!» protesta Fritz ma si ferma subito, sentendo il rumore di pale di elicotteri in avvicinamento. Dà una sbirciata fuori e poi sentenzia:
«Ecco, adesso siamo proprio fottuti»

Allontanato il giornalista, Dieter e Franz osservano interdetti la formazione di elicotteri Eurocopter EC-135 in avvicinamento.
«La squadra GSG-9? Ma chi li ha chiamati?»
«Perché guardi me?» chiede Franz, polemicamente. «Che ne so io? Comunque meglio così, ci penseranno loro»
Gli elicotteri atterrano e da quello di testa scende il leggendario comandante Karl Heinz Ziegenkäse, che con passo deciso si presenta al capo della polizia.
«Buonasera, Herr Muller»
«Comandante Ziegenkäse, è una sorpresa vederla qui. Non mi sembra di aver richiesto il vostro intervento, i reparti locali sono pienamente in grado di fronteggiare la situazione»
«Non lo metto in dubbio, Herr Muller» risponde scettico Ziegenkäse guardandosi intorno «anche se non mi risulta che i poliziotti della stradale siano addestrati per affrontare terroristi in procinto di far esplodere una bomba sporca…»
«Bè, pericolosi terroristi… bomba sporca… ah, ah,» ridacchia nervosamente Dieter minimizzando «qualcuno deve avere un po’ esagerato, si sa com’è questa stampa… eh, Franz, pensa te, bomba sporca!»
Franz ridacchia a sua volta nervosamente, sotto lo sguardo impassibile del comandante delle teste di cuoio.
«Comunque, signori, non è per la vostra bomba sporca che sono qui»
«Ah, no? E per che cosa allora?» chiede Dieter, sinceramente confuso.
«Ho ricevuto una chiamata dalla cancelliera, che mi chiedeva di recarmi da voi immediatamente»
«Frau Merkel l’ha chiamata?»
«La cancelliera, si. Mi ha chiesto di venire a vedere quello che stava succedendo, pregandomi di accompagnare un suo amico che deve consegnarle una cosa importante»
« Consegnare qualcosa… a me? Che cosa?» chiede Dieter frastornato, notando con meraviglia che le teste di cuoio stanno disarmando i poliziotti, ed addirittura stanno ammanettando Franz, accorso a porgere le sue rimostranze.
«Ma che significa?» urla Dieter, riprendendo il controllo di sé. «Questo è oltraggioso, esigo una spiegazione! Io sono il capo della polizia, esigo che lei mi…» ma le proteste di Dieter si spengono dato che la mascella rimane aperta nel vedere chi scende dalle scalette dell’elicottero e si dirige con passo tranquillo verso di lui.

«Ma… ma… ma…» si incanta Muller «Tupperware? Ma che cos’è, uno scherzo?»
E’ infatti Horst Tupperware quello che scende dall’elicottero delle teste di cuoio, ed è sempre Horst quello che, con andatura tranquilla ed un sorrisetto beffardo stampato sul viso, si avvicina al capo della polizia.
«Commissario capo Tupperware, vuole spiegarmi che sta succedendo?» chiede Dieter cercando di recuperare una parvenza di autorità.
Horst, con calma olimpica, estrae dalla tasca dell’impermeabile un plico. «Mi scuso per l’intrusione Herr Muller, ma devo consegnarle questa busta. E’ da parte del giudice Ritzenberg»
«Dal giudice?…» ormai inebetito, Dieter prende la busta che Horst gli porge, la apre, ne estrae il documento che contiene e impallidisce.
«Un mandato di arresto… per me? Ma… che vuol dire?»
«Vuol dire esattamente quello che c’è scritto, Herr Muller. Lei è in arresto per corruzione, complicità in traffico di droga, intralcio alla giustizia ed abuso di ufficio. E, sinceramente…» bisbiglia Horst all’orecchio di Muller «le consiglio di vuotare il sacco e ammettere tutto. No, perché ci sarebbe anche quell’altra cosetta e guardi che ci metto poco a dare la registrazione alla stampa»
«Cosetta? Registrazione? Ma di che sta parlando, ma dico, è impazzito commissario capo?» protesta Muller.
«Io no di certo Herr Muller. Non sono io quello che frequenta i bordelli di Bangkok vestito da SS insieme al suo amichetto, e si intrattiene con minorenni»
«Bangkok? E’ assurdo, nego tutto, si tratta di una montatura, una macchinazione, è stato lei ad organizzare tutto questo, è vero Tupperware? Ma io la distruggerò, la farò pentire di essersi messo sulla mia strada, la rovinerò…»
Karl Heinz Ziegenkäse, disgustato, tronca la sfuriata di Muller.
«Portatelo via» ordina ai suoi uomini; poi, mentre Muller sale le scalette dell’elicottero, si sente la voce di Horst chiamare:
«Herr Muller!»
Dieter Muller si gira, schiumante di rabbia:
«Che cosa vuoi ancora, maledetto?»
«Di che colore sono i calzini che indossa? »

«Aprite, polizia! » intima Fritz.
«Col cavolo!» risponde Jürgen. «Vogliamo prima i nostri avvocati, siamo stati sequestrati da dei pazzi, io voglio sporgere denuncia! »
«Signor Matthaeus per favore non complichi le cose, non mi costringa a far saltare la porta. Le do la mia parola che nessuno le torcerà un capello »
La porta si apre lentamente ed esce per primo Jürgen, il quale alla vista di nonna Pina rabbrividisce e cerca di rientrare nel caveau, intralciato però da Bodo e Lutz Piccolo, terrorizzati da Olena e soprattutto dal manganello che la russa fa roteare con nonchalance.
«E’ colpa sua!» grida Jürgen indicando Sparwasser. «Ha organizzato tutto lui, io ho cercato di oppormi ma lui mi ricattava… »
Fritz osservando il completino dell’uomo non può non alzare un sopracciglio in segno di perplessità, finché non è la volta di Sparwasser a parlare:
«Ah, colpa mia! Brutto maiale, è lui che ha organizzato tutto, ha messo a disposizione i laboratori della ditta dove lavora per produrre droga sintetica che vende alla mafia serba… io non sapevo niente dei loro maneggi, sono solo un consulente d’affari, non c’entro niente…»

Richiamata dalle voci, Ursula scende le scale ed impallidisce trovandosi di fronte Sparwasser.
«Certo, tu non c’entri mai niente, solo un esecutore… come allora, vero, bastardo?» e fa per avventarsi sul prigioniero, trattenuta a stento da Fritz, suo marito.
Hans impiega un po’ di tempo per inquadrare la nuova arrivata, poi finalmente riconosciutala raddrizza le spalle, un sorrisetto di scherno gli si dipinge in faccia e le si rivolge con voce sprezzante:
«Ma guarda guarda, la “piccola” Schutzentagger … cosa ci fai in palestra, sei venuta a metterti in forma? Vorresti tornare forte e potente? Mi dispiace cara, quelle pilloline blu che ti piacevano tanto le ho finite…»
«Assassino! Hai ammazzato un sacco di gente con le tue porcherie!» gli urla in faccia Ursula.
«Io non ho ammazzato nessuno» sibila Hans «Nessuno vi costringeva. Eravate liberi di prendere o non prendere le medicine, era vostra facoltà diventare degli dei o rimanere delle nullità… che scelta difficile, vero Ursula?»
«Noi non sapevamo cosa mettevi in quelle pillole, dicevi che erano integratori!»
«Oh ma certo, poveri innocenti, ingannati da quel cattivone del dottor Sparwasser. Certo fa comodo pensarla così adesso, ma quando salivate sul podio dell’Olimpiade era diverso, non è vero? Si, qualcuno non ha tollerato le cure, qualcuno si è ammalato, effetti collaterali! Ma se anche l’aveste saputo, avreste rinunciato, avresti rinunciato? Sii onesta con te stessa Ursula! Guarda come ti sei ridotta, ne valeva la pena lasciare tutto, eh, ne valeva la pena?»
Ursula, sconvolta, prende la pistola di Fritz e gliela punta contro, con la mano tremante dalla rabbia; Fritz cerca di fermarla ma è Olena, ponendosi tra lei e il dottore, che la blocca.
«Shutzi no, questo davvero non ne vale la pena. Non sporcarti le mani con questa feccia»
Ursula, piangente, abbraccia l’amica ma Sparwasser, approfittando della distrazione, fa un balzo verso Olena e le sfila la pistola dalla fondina. Con un ghigno feroce la punta verso Ursula:
«Brutto ammasso di lardo, ti faccio vedere io adesso se ne valeva la pena» e preme il grilletto, ma il rumore dello sparo non si sente; la bocca di Hans si contrae in una smorfia, pronuncia delle parole inintelleggibili, sbarra gli occhi e crolla a terra.
«Cazzo, ma è morto!» esclama Fritz «che gli avete fatto?»
«Giustizia divina» dice Olena, ben sicura che l’autopsia non troverà traccia della tossina letale che Sparwasser si è iniettato da solo, con la punturina al dito che si è procurato con l’ago fuoriuscito dal grilletto della pistola scarica.

Risaliti al piano terreno, Olena e nonna Pina guardano Horst e Fritz consegnare Jürgen ed i fratelli Piccolo alla squadra speciale.
Karl Heinz Ziegenkäse si avvicina a Gilda e la saluta con galanteria.
«Frau Rana, le porgo le scuse dell’intero corpo di polizia, e le assicuro personalmente che i colpevoli verranno puniti molto severamente. La cancelliera la invita a mettersi in contatto con il Ministero del Commercio, dove sicuramente si troverà un modo per superare questi incresciosi episodi in una maniera soddisfacente per tutti. Se posso esserle utile in qualsiasi modo, non esiti a contattarmi…»

Mentre i due conversano, sulla scena irrompe smarmittando un maggiolino Volkswagen decappottabile guidato da un anziano cinese; in piedi sul sedile posteriore svetta un vichingo con un pappagallo sulla spalla.
«Lasciate stare quella donna!» urla Svengard, scendendo al volo dal maggiolino.
«Lei non c’entra! Abbiamo scoperto tutto, i conti erano truccati, il contabile è morto, il direttore imbrogliava! Lasciatela vi dico, o per Odino preparatevi a combattere!»
Ziegenkäse squadra divertito il pittoresco individuo che si avvicina minaccioso armato di ascia bipenne.
«Lo conosce, signora?»
«Il pappagallo si. Lui invece non l’ho mai visto prima»
«Capisco. Che mi consiglia di farci, Frau Rana?»
«Potreste strapazzarlo un po’, senza fargli troppo male?»
«Cercheremo di non apportare danni permanenti» ridacchia la testa di cuoio. «E’ un uomo fortunato… va bene se glielo rimandiamo tra due giorni?»
«Perfettamente, comandante, perfettamente. L’importante è che sia contrito, giudichi lei.»

Gilda si volta verso James, con un sospiro.
«Non è un amore, James? E’ venuto a salvarmi quando tutto è finito. Lo terrò un po’ a bagnomaria, poi lo consolerò. Che pazienza che ci vuole!»

Mentre Adalgiso, sotto la benevola sovrintendenza di James, raccoglie armi e munizioni sparpagliate in giro, arriva Po spingendo il carrettino di nonna Pina, la quale ridacchiando gli fa un riassunto delle vicende:
«Lo sospettavo da tempo che quel tedesco fosse uno sporcaccione ma non sai che impressione, generale Po, trovarsi di fronte quel depravato di uno Jürgen con un costumino in lattice e le chiappe di fuori, con quella ridicola voglia a forma di castagna matta…»

Gilda e James si bloccano, sul viso un’espressione di incredulità.
E’ la Calva Tettuta la prima a riscuotersi:
«James?»
«Signora?» risponde il maggiordomo, ritrovando il consueto aplomb.
«Sento che il mio sistema nervoso sta per collassare. Non avresti a portata di mano qualcuna delle tue pozioni magiche?»
«In albergo dovrei avere un paio di confezioni di Malongo Blue Mountain, un caffè della Giamaica. Ha proprietà decisamente tonificanti»
«Ottimo, andiamo a raggiungere la Giamaica, allora. Ah, James?»
«Si, signora?»
«Se lungo la strada avvisti un ferramenta fermati, per favore.»

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