Ferragosto con Olena (X)

Com’è bello far l’amore
da Trieste in giù
com’è bello far l’amore
io son pronta e tu?

Miguel, il giardiniere tuttofare, abbracciato al rastrello con il quale ramazza le foglie cadute da una delle querce secolari del parco di villa Rana, si esibisce in una personalissima versione di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà ad uso e consumo del pappagallo celtico Flettàx.
Il pennuto sembra apprezzare, e lo dimostra concludendo il ritornello con una citazione dotta: «… ma poeù vegnen chì a Milan… Terùn!»
«Miguel… ppsst… Miguel!» Da un cespuglio adiacente la quercia, una voce in falsetto richiama l’attenzione del messicano. Miguel lascia cadere il rastrello e si avvicina incuriosito al cespuglio, scosta le foglie e prorompe in un gridolino di sorpresa: «Tu?! Paio? Paio, mi amor, que haces aquì?»
«Sshh… habla piano, Miguel…» dice sottovoce Hector García, in arte Paio Pignola. «Tu mi devi aiutare…»

Nel ristorante tipico “Casa Castalda”, situato nell’omonimo borghetto in provincia di Perugia, il proprietario nonché cuoco Lollo Cavaturaccioli meglio conosciuto come “Il mago della crescia” sta sovraintendendo all’allestimento dei numerosi tavoli all’aperto, tutti prenotati per l’attesissima finale di Miss Saltarello che si terrà di lì a poche ore sul palco allestito proprio di fronte al locale. Per il premio speciale al miglior gruppo folcloristico favoritissimo è il gruppo “Li ‘ngrifati de Montemeló” che, trascinati dalla famosa coppia di stornellatori Gustì de Pertecaró e Mariuccia Olivieri detta Fiencacelli e accompagnati dal funambolico organettista Leone Cacciamà, hanno affrontato una trasferta di ben 85 km pur di portare a casa per il quinto anno consecutivo il prestigioso premio “La crescia d’argento”.
I due improvvisatori stanno scaldando la voce con qualche rima sapida, mentre il corpo di ballo composto da ben dodici robuste ragazzotte dodici e relativi accompagnatori sgambetta allegro:

Gustì:
Me lo dicìa sempre la pora nonna
la tigna è sempre stata la ruvina della vigna
la vigna rovinata dalla tigna
uva ne fa tanta, ma non se magna
allora, cocca mia, mpara na cosa
a volte bisogna pur darla la pelosa.¹

Mariuccia:
Da lontano se sente che prufumi d’ignoranza
mammata te n’ha data proprio tanta;
scì natu in un periodu de bbonnanza
se ne venni una metà, troppa te ne ‘vvanza.

Il terzetto di ottantenni che risale lentamente la salita che porta alla piazzetta attira l’attenzione di Lollo. Si ferma un attimo, con lo strofinaccio in mano, e li osserva dirigersi verso il palco. Il più alto dei tre, che indossa una specie di saio marrone, fissa lo stornellatore con calma ma decisione. Quando Gustì se ne accorge rimane a bocca aperta per la sorpresa, lasciando Mariuccia senza l’attesa risposta. Quando si riprende, lascia alla partner il cembalo che usa per accompagnarsi e scende le scalette del palco, avvicinandosi al terzetto che lo aspetta a braccia conserte. Finalmente recupera la favella:
«Virginio, cazzo, mi stavi facendo prendere un colpo. Che ci fai con ‘sti rincoglioniti?» indicando Oscar e Armando, che ridacchiano sotto i baffi.
«Siamo venuti a prenderti, Agostino. Ci serve un batterista» spiega il Santone, con un accenno di sorriso, e continua: «E’ ora di fare quel lavoretto. Il Russo è tornato»
«Il Russo… lo sapevo che non era morto, quel bastardo!» sibila Agostino con disprezzo.
«Ancora no, gli serve una spintarella» lo informa Armando Grasparossa. Poi, guardando verso il palco: «Ma quella non è Mariuccia? Ma almeno te l’ha data dopo tutti ‘sti anni?» ridacchia il fisarmonicista.
«Sta’ zitto rimbambito, non farti sentire che è ancora una jena…» lo zittisce lo stornellatore «per tua informazione abbiamo cinque figli e diciotto nipoti, ma non ha ancora voluto sposarmi»
«Bè, quando torniamo falle la dichiarazione. Io ti suono l’Ave Maria, però sbrigati, che sennò mi tocca suonarti il Requiem Aeternam» ridacchia a sua volta Oscar Calatrava.
«Vaffanculo, Oscar». Poi, girandosi preoccupato verso il palco dove la compagna Mariuccia lo aspetta con le mani ai fianchi ed un’espressione infastidita sul viso:
«Mariuccia, amore mia, devo partì pe quarche jornu co ‘sti amici, non te sta’ a preoccupà»
Mariuccia squadra il quartetto, scuotendo la testa, poi si rivolge direttamente al Santone, guardandolo negli occhi.
«Tu non molli mai, eh? Lo sapìo che un jornu o l’antru saristi ‘rriatiu, è da quanno è morta la pora Giovanna che te ‘spettavo… »² Poi, dopo aver guardato Agostino con tenerezza, continua:
«Vidi de ‘rportarmilu a casa ‘ssu testó… che sennò, se non te ‘mmazza quillu te ‘mmazzo io»
Poi gira loro le spalle, e rivolta al gruppo folcoristico dichiara: «Ragazzi, Gustì non se sente bene. Stavolta faccio tutto io… daje Cacciamà, ‘ttacca»

«Natascia, figlietta mia, quanto manca per arrivare? Che questi sedili non sono proprio comodi, sai»
Nonna Pina, seduta al posto del secondo pilota, osserva Olena manovrare i comandi del vecchio Antonov An-2. «E poi sinceramente preferirei rimettere i piedi sulla terraferma, questi rumori non sono per niente rassicuranti» dichiara la ultracentenaria.
«Tranquilla, babushka, questo aereo è gioiellino. Scarta leggermente a destra in decollo, ma quando in aria sicuro come poltrona di casa. Ora speriamo che in atterraggio non andiamo in mille pezzi» dice la russa, concentrata.
«Spero questo macinino sia assicurato» chiede preoccupata nonna Pina «che ripagarmi come nuova costerebbe una fortuna»
«Ah, ah, avete ragione babushka… ma non ci sarà bisogno, io scherzavo…»
Nonna Pina guarda Olena con stupore «Aspetta aspetta che controllo se sta arrivando una tempesta di neve. Tu scherzavi? Ah, ah, Natascia non sai come mi fai contenta, ero preoccupata per te!»
«Preoccupata babushka? Perché mai?» chiede la russa.
«Perché ti ho visto triste, pensavo che avessi qualche problema… tutto a posto allora?»
«Si, tutto a posto babushka, davvero» conferma Olena, con lo sguardo fisso all’orizzonte.
«Bene, sono contenta per te» approva nonna Pina. «Allora dai, accelera che così arriviamo prima di mia nuora e del maggiordomo. Però, Natascia, posso chiederti una cosa?»
«Certo babushka, cuosa?»
«Come mai hai tolto di nuovo i serbatoi e rimesso le mitragliatrici?»

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¹ Tratto da “Stornelli marchigiani” di Leucano Esperani www.luoghifermani.it
² trad. Lo sapevo che un giorno o l’altro saresti arrivato, ti aspettavo da quando è morta la povera Giovanna. Vedi di riportarmelo a casa questo testone… che se no, se non ti ammazza quello ti ammazzo io.

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Elina Svitolina!

Confesso di non seguire molto il tennis. Come ho detto, ai miei tempi gli sport popolari erano il calcio, il ciclismo e la boxe: tutti gli altri o non esistevano, o erano riservati a chi poteva permetterseli, e non erano molti.
Nel mio paese tra l’altro non c’erano nemmeno campi da tennis, i primi vennero costruiti quando ero già grandicello, all’inizio degli anni ’70: la novità attirò qualche giocatore, a cui non mi accodai per qualche buon motivo e cioè: l’attrezzatura bisognava acquistarla ed il campo bisognava affittarlo (pagando). Chi ce lo faceva fare, quando potevamo giocare a pallone gratis per ore ed ore?
Poco prima era stata costruita una bellissima pista di pattinaggio a rotelle, anche quella gratis! dove generazioni di ragazzini si ruppero denti e braccia, cadendo o sbattendo sui corrimano di recinzione.
Ricordo la Coppa Davis del ’76, quella vinta dai quattro moschettieri Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli in Cile, nel plumbeo Cile del dittatore Augusto Pinochet, ma più per le discussioni politiche che per l’effettivo evento sportivo. Dopodiché, che devo dirvi, è un gioco che non capisco, non mi appassiona e francamente questa pallina che continua ad essere buttata da una parte all’altra del campo mi annoia.

Stamattina dentro al treno pendolari delle ferrovie Nord che mi vede assiduo frequentatore pioveva. Non so come mai ma filtrava acqua dall’alto e sgocciolava sopra alcuni posti. Era divertente vedere gente che ingolosita dal posto libero, una rarità dopo poche fermate dalla partenza, si sedeva e dopo pochi secondi, rendendosi conto della situazione, si alzava a razzo. Comunque poco male, era stato diramato allarme meteo e quindi eravamo tutti muniti di ombrello.

Leggendo il giornale ho così scoperto che esiste questa tennista ucraina, Elina Svitolina, molto brava e con un nome ed un carattere decisamente sbarazzini anche se in quanto ad avvenenza la posizionerei a qualche lunghezza dalla russa Maria Sharapova. Tra parentesi, sono rimasto uno dei pochissimi a sfogliare il quotidiano in treno. Qualcuno legge i titoli delle notizie dai telefonini, qualcuno all’arrivo prende il quotidiano gratuito, Metro. Io bandirei sia i cellulari dal treno che i quotidiani gratis all’uscita della stazione, due misure di salute pubblica forse eccessive ma necessarie.

Sembra incredibile ma sta finendo anche l’era della cancelliera tedesca Merkel. Ha annunciato l’abbandono della Presidenza del suo partito in forte calo di consensi, mentre il governo di coalizione traballa e non si vede come possa rilanciarsi. Ci mancheranno gli scherzi goliardici (cucù!) e gli apprezzamenti che il nostro arzillo ex-premier le riservava. Riposi politicamente in pace: i posteri giudicheranno se, dopo tutti questi anni al potere, lascerà un partito, un paese e un continente migliori di quelli che ha ereditato.

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Declassato!

Succede anche a voi di risvegliarvi al mattino senza aver voglia di far niente?
A me capita da qualche giorno. Apatia, abulia, sensazione di inutilità, pensieri a vuoto, assenza di desideri ed ispirazioni.
La cioccolata ed il whisky torbato invecchiato 12 anni alleviano solo momentaneamente il malessere, che arriva a livelli preoccupanti con la visione dell’Eredità del perfido Flavio Insinna o della partita di calcio Barcellona-Inter.
Mi crogiuolo nell’accidia, brontolo ad ogni pié sospinto, lascio scadere i buoni Groupon ed i cofanetti Smartbox.
Ho pensato e ripensato a quella che potesse essere la causa, sono persino ricorso all’integratore Polase (non diluendolo nel whisky); ero quasi arrivato al punto di ordinare online la nuova potentissima crema Bufalin con effetti duraturi e miracolosi, almeno così sostenuto dalla gentile signorina Angela Rizzo mittente delle mail che periodicamente mi vengono recapitate dai siti più variegati.

Me lo sono chiesto, seriamente. Ma che sarà? Sarà il governo gialloverde? Sarà Trump? Saranno gli arabi affettatori? Sarà che devo scrivere una commedia per la prossima settimana e sono ancora al caro amico? Sarà che sono stato contagiato dalla malinconia russa?

Poi, finalmente, ho avuto l’illuminazione. Ho capito! Ed è strano non averci pensato prima: la colpa è delle Agenzie di Rating! Sono stato declassato, e nemmeno mi hanno informato.

La loro valutazione, così mi è stato riferito, si è basata su criteri oggettivi. Il giorno prima ero A+, il giorno dopo: zac! Ed eccomi qua in B-.
Una vera ingiustizia. E’ vero, ho appena non festeggiato il compleanno (avete mai riflettuto sul fatto che quando si dice compiere gli anni vuol dire che quello è il numero di anni passati dal momento della vostra nascita? Non fatelo. E’ deprimente) ma non sono ancora da rottamare, insomma non ritengo di meritare di essere trattato alla stregua di un diesel euro 3. Tra l’altro non rientro ancora nei parametri di quota 100, cosa che mi deprime ancora di più.

Dei consiglieri esperti mi hanno suggerito, per recuperare fiducia, di concentrarmi solo su una cosa, al massimo due alla volta. Persone a me molto vicine sostengono che del resto non dovrei fare molti sforzi per seguire il consiglio. Può essere, in effetti, anche se mi pare di ricordare che un tempo quelle due-tre cose fossero un po’ diverse da quelle di adesso.

Ricorrerò al Tar del Lazio! O alla vodka Beluga.

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Ferragosto con Olena (IX)

Nel bel mezzo della ampia camera di nonna Pina, dalle cui finestre si gode una splendida vista del palazzetto del ghiaccio padronale dove la nazionale sudanese di curling si sta allenando in vista delle Olimpiadi Invernali del 2022, un uomo ritto sopra uno sgabellino sta cercando di prendere le misure ad una donna statuaria che è in piedi di fronte a lui con le braccia allargate.
«Quanto tempo ancora io deve cuosì restare?» chiede la donna, mentre con uno sbuffo si rialza una ciocca di capelli biondi che le era calata sugli occhi.
«Chi bella vuol comparire qualche pena deve soffrire» risponde provocatoriamente James il maggiordomo, reggendo la cartellina delle misure che il sarto gli ha affidato.
«Tu non dire altra parola se tiene tuoi gingilli, si?» suggerisce amichevolmente Olena a James che assiste con aria divertita alla cerimonia.
«Uh, siamo permalosetti stamattina!» constata il maggiordomo, tenendosi ad ogni buon conto a distanza di sicurezza. «Cosa avrò mai detto di male? Solo che la divisa da suorina ti si confà, ti dona un certo qual  tocco sbarazzino. Tra l’altro mi ricordi una cara amica, assistente alla poltrona del mio dentista, che veniva spesso invitata a delle cene eleganti purché ci andasse vestita da crocerossina. Una carriera fulgida.»
«Chiudi tua buocca o io appalluottola te!» sbotta Olena.
«Devo solo avvisarti che dovrai cambiare qualche accessorio. Quelli, ad esempio» continua James, indicando gli stivali di pelle che le arrivano fin sotto il ginocchio. «Calzini bianchi, cara mia, e sandali. Fattene una ragione.»
«No, no, ferma, non muoverti, che ti pungo!» intima il sarto ad Olena, intuendo che questa si appresta a dar seguito alle minacce.
«Ma che impazienza carina, un attimo che Jean Astolphe tuo ha quasi finito. James bello, stai prendendo nota?» chiede il famoso stilista, Jean Astolphe Girifalchi, a suo cugino James, il maggiordomo.
«Certo Oronzo, non sto mica qui a pettinare le bambole!» risponde James, al quale il ruolo di ragazzo di bottega non aggrada.
«Ma come siamo tutti nervosetti oggi!» constata lo stilista. «Poi quante volte ti ho detto di non chiamarmi Oronzo,  quella dell’Oronzo è storia passata. Chiamami Jean Astolphe o Maestro, o Maestro Jean Astolphe, come preferisci» E dopo aver redarguito il cugino, che a fatica si trattiene dal ricordare al congiunto gli scappellotti scambiati da bambini insieme ai vestiti delle sorelline, si allunga con la fettuccia verso Olena e detta le misure:
«Petto 90. Vita 60 e… fianchi 90. E ti pareva. Qui ci vorrà un sacco di stoffa.» commenta il sarto, disapprovando l’opulenza della modella.

Nel sagrato del duomo di Pennabilli lo sposo Ubaldo Campetelli passeggia nervosamente avanti e indietro, aspettando l’arrivo della sposa, Iginia Passannanzi. I testimoni dello sposo sbadigliano, provati dalla nottata precedente dove avevano festeggiato l’addio al celibato dell’amico nella vicina Rimini, girovagando da un locale all’altro collezionando una discreta dose di birre scure doppio malto e whiskeis torbati. Al culmine della festa si erano ritrovati in un locale sudamericano dove impazzava una musica eseguita da un’orchestra cubana in tournée, gli “Adelante Compañeros”, ed in pista una mulatta considerevole, sebbene dai tratti un pelino troppo marcati, che mostrava di non avere pregiudizi di sorta verso la categoria dei testimoni di nozze.
L’organista Oscar Calatrava, vecchio jazzista costretto a suonare a matrimoni e ricevimenti per sbarcare il lunario, seduto davanti alla tastiera del grande organo a canne Aletti 1930 che troneggia nella Cantoria è pronto ad attaccare la Marcia Nuziale di Richard Wagner, al segnale concordato con il sagrestano Duilio Marangoni, terrore dei chierichetti.
Oscar sistema i registri del vecchio organo, e ringrazia che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di sposarsi, cosa che da parte sua aveva rimpianto da tempo e precisamente da quando aveva trovato sua moglie, Zelinda Cicconi, a letto con il portalettere Luigino Giovanardi, avvenimento che a suo tempo aveva arrecato scalpore in quanto non è usuale veder correre per le vie del paese un portalettere nudo inseguito da un organista munito di doppietta.
Lo scricchiolio delle scale di legno che portano alla Cantoria lo distoglie dai suoi pensieri.
«Ma chi cavolo…» fa appena in tempo a dire Oscar, prima che la porticina che da sulle scale si apra, cigolando.
L’uomo che gli si para davanti ha capelli lunghi, bianchi, ed una barba anch’essa bianca. Indossa una tunica marrone lunga, da monaco, con una sacca di juta a tracolla.
«Ma che…» dice Oscar, alzandosi in piedi di scatto, con la velocità che gli consentono i suoi ottantuno anni. «Tu?» dice infine all’uomo, che è sbiancato come alla vista di un fantasma «Johnny? Ma… non è possibile!»
L’uomo lo guarda, quasi con tenerezza, poi scuote la testa su e giù, annuendo lentamente.
Oscar capisce. Annuisce a sua volta, poi chiude il coperchio della tastiera dell’organo e spegne l’interruttore. Raddrizza le spalle, e mormora: «E’ da quarant’anni che ti aspettavo»

Finalmente la sposa arriva, scende dalla Torpedo d’epoca affittata per l’occasione e sale raggiante le scale del sagrato. Sposo e sposa, affiancati dai relativi genitori, si preparano a fare l’ingresso, attendendo le solenni e gioiose note della Marcia Nuziale. Duilio il sagrestano si sbraccia verso la Cantoria, dove Oscar non da segni di vita.
«Vecchio ubriacone, si sarà addormentato» pensa tra di se, e facendo cenno agli sposini di aspettare  si appresta a salire dall’organista.
«E che cazzo!» scappa detto al sagrestano, non trovando Oscar al suo posto.
«Ma dove cavolo è andato quel rimbambito?» osservando gli spartiti sparpagliati in terra; poi, sporgendosi dalla Cantoria, fa cenno al prete di aspettare un momento e si precipita giù dalle scale per comunicare al quasi sposo che dovrà fare a meno della musica.
«Cominciamo bene» pensa Ubaldo allargandosi il colletto della camicia, lanciando uno sguardo imbarazzato alla bella Iginia ed uno preoccupato a Ursus Passannanzi, il futuro suocero.

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Ferragosto con Olena (VII)

«James caro, pendiamo dalle tua labbra. Che ne dici di questo tesoretto?»
Gilda, graziosamente assisa sulla sua poltrona prediletta che troneggia nel grande soggiorno, osserva con compiacimento James che, inforcato un occhialino da orafo, sta esaminando le monete allineate su di un panno di velluto viola disteso sopra l’ampio tavolo vittoriano in mogano che ospita solitamente la collezione di palle di vetro con neve provenienti dalle località più disparate che la Calva Tettuta colleziona e che Miguel, il giardiniere tuttofare, è incaricato di spolverare.
Il maggiordomo, che indossa dei guanti bianchi in cotone da bibliotecario, solleva la testa, si toglie lentamente il monocolo e pronuncia il suo responso.
«Siamo indubbiamente di fronte a reperti sensazionali,» sentenzia James «si tratta di monete d’oro di epoca romana, tardo imperiale… come si può evincere dalle effigi degli imperatori qui ritratti, Onorio, Valentiniano III, Leone I, Livio Severo…» e così dicendo avvicina una delle monete al visino della vedova Rana. La quale, ammirata da tanta competenza, rivolge al maggiordomo un elogio:
«Apro e chiudo una parentesi, James. Il monocolo ti dona, te l’hanno mai detto? Ti da un’aria austro-ungarica, dovresti inforcarlo più spesso, almeno nelle cene importanti»
«Grazie signora, provvederò. Ma tornando alle nostre monete, è affascinante pensare che furono coniate più di millecinquecento anni fa, in periodi tumultuosi, si era ormai in prossimità del crollo dell’Impero Romano di Occidente e…»

Gilda alza la mano e ferma la rievocazione storica del maggiordomo.
«James, tu non finisci mai di sorprenderci. Che ti avevo detto, Marisa?» ammicca a suor Matilda, seduta su di un lato del divano Chesterfield a tre piazze, dietro il quale suor Pulcheria, in piedi, fatica a chiudere la bocca dallo stupore.
«Non è meglio di una puntata di Superquark¹?» chiede Gilda alle astanti che annuiscono convinte, riflettendo peraltro di non essere mai riuscite a resistere sveglie dopo il primo documentario sugli animali.
«Ma dicci James, non per essere venali, quanto può valere tutto questo?» domanda la concreta padrona di casa, accompagnando la richiesta con un eloquente sfregamento del pollice con l’indice.
«Il calcolo è abbastanza semplice… dunque, 150 monete di 4-5 grammi d’oro ciascuna… al prezzo di 30-32 euro al grammo, ipotizzando oro a 24 carati… si va dai 20 ai 25 mila euro di oro»
«Ah, però» commenta Gilda, un po’ delusa. «Mi aspettavo qualcosina in più per dei pezzi millenari…»
«Naturalmente signora questo è il valore del solo materiale… nel caso deprecabile che qualche “barbaro” voglia fonderlo e rivenderlo. Ma la discussione è solo accademica, perché queste monete hanno un grande valore storico, e devono essere consegnate ai Beni Culturali…»
«Su questo non ci piove James, anzi ho già in mente di farli restaurare dalla Fondazione Rana e ricavarne un cospicuo sconto fiscale. Ma mettiamo il caso, solo in via ipotetica eh? Che qualche collezionista sia interessato. Quanto si potrebbe tirar su? Voglio dire, ci si potrebbe aggiustare un convento, per fare un paragone?»
«In caso di collezionisti il valore naturalmente cambia, in base al numero di appassionati dell’argomento, alla quantità di monete disponibili di quel periodo storico, allo stato di conservazione… se si vendono singolarmente, se vengono vendute in blocco, se si mettono all’asta… se può essere di utilità potrei interpellare il mio amico Serge, un franco-armeno, un’autorità in materia di aste.»
«James hai piena facoltà di consultare chi vuoi, sia pure un battitore armeno. Se c’è da pagare qualcosa, non farti scrupoli. »
«Benissimo signora. Vado subito a contattarlo. Con permesso»

Gilda e le suore lo guardano uscire rinculando, ammirate. Poi suor Matilda rompe il silenzio:
«E’ davvero un portento il tuo maggiordomo, Gilda!» dichiara entusiasta.
«Lo so Marisa, lo so!» risponde Gilda.
«E non sai che caffè che mi fa.»

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¹ Chiedo scusa a tutta la famiglia Angela, avrei voluto fare una ricostruzione multimediale ma non avevo a disposizione Paco Lanciano.

Ferragosto con Olena (VI)

Maracaibo,
balla al Barracuda,
si ma balla nuda, zà zà…

Luana, la cantante solista dell’Orchestra Spettacolo Armando Grasparossa, cinquantenne dotata di un fisico prorompente non supportato da capacità vocali di pari livello, dal palco della Casa del Popolo di Brisighella sta deliziando il pubblico pagante e non con una spettacolare versione di “Maracaibo” di Raffaella Carrà.
Armando, classe ’32, fisarmonicista leggendario in grado di eseguire tutte le variazioni della Mazurca di Migliavacca ad occhi chiusi e con la tastiera coperta da un panno, scuote la testa e sbotta:
«Socc’mel Agalgisa!» – che questo è il vero nome della cantante – «ma tienila mo su!»
«Ma più di così non posso, nonnino!» risponde la cantante sgambettando intorno a Carlone, il trombettista. «Già si vedono le mutande!»
«Ma non la sottana, oca che sei, la nota, la nota devi tenere su! Non senti come cali? E non chiamarmi nonnino!» la redarguisce l’anziano musicista.
«Uffa quante storie, sapessi come cali tu, io mi lamento per caso?» » risponde Luana-Adalgisa. provocatoriamente, accennando malignamente al fatto che il loro sodalizio travalica l’aspetto artistico. «Al “mio” pubblico comunque piace, guarda mo!» e la cantante, sempre continuando ad ancheggiare, rivolge uno sguardo languido ai ballerini che si accalcano in pista, tra i quali spicca un sessantenne abbronzato, leggermente sovrappeso, con abbigliamento da rimorchiatore da spiaggia composto da scarpe da yachting senza calzini, pantaloni bianchi, camicia a righe verticali bianche e blu con colletto rialzato tenuta fuori dai pantaloni e slacciata sul petto depilato, catenina d’oro a maglie di media grandezza e magliettina celeste di cotone appoggiata sulle spalle ed annodata sul davanti: Tullio Bongiovanni detto Puccio Maxi-bon, delizia delle mogli in vacanza e terrore dei mariti in città.
«C’è anche quel povero deficiente!» commenta Armando riconoscendo il Casanova alla piadina, lanciandosi in una svisata che copre l’assolo del sassofonista.
«Lascia stare Puccio o te li scateno, eh!» lo ammonisce Adalgisa. Poi, a scopo dimostrativo, brandisce il microfono e, con un gesto plateale come ad abbracciare la platea, pronuncia la frase di rito: «Brisighella, io vi a-mo! Siete fan-ta-sti-ci!» a cui seguono di riflesso applausi e fischi entusiastici.
«E ricordati di prendere la pastiglietta, piuttosto» sibila perfidamente la cantante. Sorpresa dalla risposta che non arriva, si volta verso il maestro di fisa e lo vede, sbiancato in volto e con il mantice fermo, fissare un punto in fondo alla sala con la bocca leggermente aperta.
«Oddio, gli è venuto un coccolone» è il primo pensiero dell’artista, che cerca di sincerarsi del sospetto scuotendo il capo-orchestra. « Armando, che succede Armando, ti senti male?»
Armando si riscuote, guarda Adalgisa, le fa una carezza, poi poggia in terra la fisarmonica e la rassicura: «No, niente, niente, tranquilla, è tutto a posto. Voi continuate pure, io vado a prendere un po’ d’aria, torno subito». Poi si alza, scende dal palco e si avvia lentamente verso l’uscita.

«Craa! Püsa via, brut curbàtt! Craa!!!»¹
Flettàx, l’Ara Macao allevato da un celta adoratore del dio Po, accoglie così suor Matilda che, passeggiando con Gilda, si sta avvicinando al suo trespolo.
«Ma com’è variopinto il tuo pappagallo!» constata ammirata suor Matilda «Devo esserle simpatica, guarda come sbatte le ali»
«Non farci caso, Marisa, Flettàx è esuberante. Miguel lo sta educando, ma siamo ancora alle prime lezioni» Poi, tornando al discorso precedente:
«Ma dopo essere scappata dal manicomio dove sei andata?»
«Non avevo una direzione precisa… ho camminato, camminato, finché mi sono seduta sfinita davanti ad un portone e mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ero in una celletta, con tre suore che stavano pregando, e mi hanno detto che avevo dormito tre giorni e tre notti. Mi sono seduta sul letto, stupita, mi sono guardata intorno, pareti spoglie, un piccolo crocifisso, e mi sono accorta di stare bene… avevo anche fame, pensa un po’. E quelle donne intorno a me, quelle suore, contente, ma non per finta sai Gilda? Avevano gli occhi che ridevano, trasmettevano gioia, serenità… proprio quello che avevo perso, di cui avevo bisogno. E ho capito che non ero arrivata lì per caso…»
«Che strana chiamata! Non era più facile apparirti in sogno?» riflette Gilda, pratica di estasi mistiche.
«Ah, ah, si, hai proprio ragione…» ride suor Matilda «ma ognuno ha la sua vocazione, e ci vuole un po’ a scoprirla… prendiamo te, per esempio»
«Io? Ma che c’entro io? Io non ho avuto nessuna chiamata…»
«Dici di no? Ma se allora non avessi seguito quello sconosciuto non saresti qua, non saresti mai diventata…» e qui la suora fa un gesto per indicare quello che c’è intorno «… questo.»
«Ah, tu dici che anch’io ho seguito la mia vocazione? Mmhh, devo pensarci, non so se prenderlo come un complimento» dice Gilda, ripensando alle circostanze che l’avevano condotta a passare da moglie appassionata e assaggiatrice di ripieni a vedova appassionata, ma proprietaria dell’impero del tortellino.

«Ma torniamo al motivo della tua visita… Marisa cara, devo dirtelo francamente: questa storia del sassofono andrà bene per le tue suore, ma a me non convince per niente. Sei sicura di non aver tralasciato qualche… ehm… dettaglio?» chiede Gilda, riportando l’amica all’argomento all’ordine del giorno. «No, te lo dico perché Natascia ha un certo caratterino, ed è meglio avvisarla se qualcosa non va. Non c’entrano per caso pigmei e cinesi? Perché se ci sono quelli ti consiglierei di far evacuare il convento.»
«Pigmei e cinesi? Ma come ti salta in mente, Gilda!» protesta la suora. «Anche se, in effetti, forse ho tralasciato un piccolo particolare…» confessa la suora reticente.
«Ecco, proprio a questo mi riferivo, cara. Eviterei di tralasciare particolari con Natascia in giro. Di che si tratta allora? Su, spara» incalza la Calva Tettuta.
«Vieni, sediamoci là» la suora indica una panchina appartata, e dopo essersi sincerata che nessuno le stia osservando, estrae dalla tasca un sacchetto in pelle marrone, chiuso da un laccio di cuoio.
«Dentro al sassofono c’erano queste…» e rovescia il contenuto del sacchetto sulla sua gonna.
«Fréchete! Monete d’oro? Ma che è, antiche? ‘Ndó l’ha pijate lu santó?» esclama Gilda, che nei momenti di agitazione ricorre al vernacolo del paese natale, Serrapetrona.
«E chi lo sa, Gilda, solo lui può dircelo, e anche perché le ha lasciate lì… con questo» risponde l’amica, estraendo dal sacchetto un pezzo di carta e porgendolo a Gilda.
«Un biglietto? “Il passato reclama il pagamento. Perdonatemi”… melodrammatico, non è vero? Hai un’idea di quello che voglia dire, Marisa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Gilda, il santone non mi ha mai parlato del suo passato…»
«Marisa, te lo devo dire, non ci sto capendo più niente. Per fortuna però c’è un’entità superiore alla quale rivolgerci»
«Dici di rivolgere qualche preghiera al Signore, Gilda?» chiede speranzosa la monaca.
«Male non fa» concede la vedova Rana. «Comunque prima proverei con James»

¹ Craa! Pussa via, brutto corvaccio! Craa!!!

capodanno

Ferragosto con Olena (V)

«Suor Emerenziana, Suor Emerenziana!!!»

Suor Burialda, la guardiana che funge anche da centralinista del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, agitata, abbandona momentaneamente il posto di controllo vicino all’ingresso e corre a grandi balzi verso la sala di lettura dove la consorella è in raccoglimento sfogliando con la massima delicatezza una Bibbia miniata del XII° secolo.
Qui irrompe, facendola sobbalzare e rischiando di farle cadere il prezioso libro dalle mani.
«E che ca…spita, Burialda, quante volte devo dirtelo di fare piano! Mi farai venire un colpo una volta o l’altra!» la redarguisce Suor Emerenziana, decana del convento, accompagnando il rimbrotto con un’occhiataccia.
«Insomma, che c’è di così urgente?»
«Suor Emerenziana, ho in linea il Vescovo… che gli dico?» risponde la giovane suora, torcendosi le mani.
«Il Vescovo? Oh ca…volo, ci mancava anche questa!» pensa l’anziana ancella del Signore. Poi rivolta alla suorina, chiede: «Ti ha detto cosa vuole?»
«Si, mi ha detto che vuole parlare con la Superiora, per mettersi d’accordo sulla processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, in ottobre…»
«Mer…itorio questo suo interessamento, non è vero Burialda? Gli hai detto qualcosa?»
«None sorella, non sapìo che dije! Minca putìo raccontaje che la Superiora è corsa dietro a lu Santó!» risponde Burialda, alla quale quando è nervosa scappa qualche parolina nel dialetto di origine.
«Brava, brava, hai fatto bene. Coraggio, su, passamelo di là, ci penso io»
Suor Burialda parte a razzo verso la sua postazione, mentre suor Emerenziana, con la solennità necessaria, ripone il libro nella teca che lo custodisce. Poi, con la velocità che le consente l’età, si dirige all’apparecchio posto nella stanza vicina, non prima di sostare un attimo davanti all’effigie del Fondatore.
«Beato Turoldo aiutami tu» poi considerando che presto dovrà confessarsi alza la cornetta, prende la linea e risponde con modestia alla voce nervosa dall’altra parte del cavo:
«Sua Eccellenza, quale onore. Sempre sia lodato. Suor Matilda sta facendo gli esercizi spirituali, può dire a me?»

Gilda e suor Matilda, la sua vecchia compagna di infanzia, passeggiano nel giardino di Villa Rana. In sottofondo il ciangottare del pappagallo Flettàx che, improvvisando sulle note di “Mi sono innamorato ma di tuo marito” di Cristiano Malgioglio, rivolge epiteti politicamente scorretti all’indirizzo del giardiniere Miguel.
«Quanto tempo è passato, Marisa… ti ricordi quando andavamo a lavare insieme i panni al lavatoio comunale?»
«Sembra sia passato un secolo, vero? Come eravamo giovani…» riflette con un pizzico di nostalgia la superiora.
«E tu eri la più bella del paese!» ricorda Gilda. «Quando passavi per la piazza si giravano tutti i ragazzi…»
«Ah, ah, tu non eri certo da meno!» ride suor Matilda. «Me lo ricordo ancora come sculettavi, sai! Ah, ah, e poi mi fregavi tutti i fidanzati!»
«Io sculettavo? Ma sentila! Fidanzati, ma figurati! Io non ci facevo proprio caso a quei farfalloni!» continua ridendo Gilda.
«Eh, lo so, tu cercavi il grande amore…» continua la suora, e poi guardandosi intorno constata: «Bè, mi pare che non ti sia andata male, no? Come ci si sente ad essere una possidente?»
«Possidente… insomma, diciamo che me la cavicchio. Il povero Evaristo, pace all’anima sua,  mi ha lasciato la fabbrica e qualche milioncino, così mi posso togliere qualche sfizio»
«C’è anche quello tra gli sfizi?» chiede allusiva la monaca, riferendosi al vichingo che spacca la legna nel giardino.
«Chi, Sven? No, no, con Sven è una cosa seria… mi tocca tirargli fuori le parole con le pinze, ma gli voglio bene veramente. Ogni tanto piglia e scappa, ma ritorna sempre. Ma tu piuttosto… quando me ne sono andata stavi per fidanzarti con Alfredo… che è successo?»

Un’ombra attraversa il volto della suora.
«Alfredo… Alfredo è morto, non l’hai saputo?» poi, vedendo lo stupore sulla faccia di Gilda, continua:
«Ci saremmo dovuti sposare la settimana dopo… ti avevo anche cercato per mandarti le partecipazioni, ma non si sapeva mai dove trovarti, eri sempre in giro…»
Gilda annuisce, ripensando ai tempi in cui girava l’Italia alla ricerca di ingredienti per i ripieni che avrebbero permesso al marito di creare il suo piccolo impero.
«Era sera, stava tornando a casa con la Vespa, la 125, te la ricordi? Non s’è mai saputo che è successo, l’hanno trovato in un fosso con la testa spaccata. Qualcuno dice che si è sentito male, qualcuno che è stato buttato giù apposta, per la politica… poi io mi sono ammalata, non avevo più voglia di fare niente, non riuscivo più nemmeno ad alzarmi dal letto, volevo solo andare da Alfredo, e basta»
«Mi dispiace Marisa, non sapevo niente… avevo solo saputo che te ne eri andata dal paese, ma nient’altro…»
«Alla fine mi ricoverarono. Una casa di cura la chiamavano per delicatezza, un manicomio, in effetti. Lì conobbi il santone, che mi salvò la vita.»
«Il santone? Era ricoverato anche lui?» chiede Gilda, alla quale la storia inizia a sembrare una telenovela.
«No, non era ricoverato… e non era ancora il santone, per la verità. Era la moglie ad essere ricoverata. Era rinchiusa nel suo mondo, non riconosceva più nessuno, nemmeno lui. Lui veniva, una volta alla settimana, le sistemava i capelli, le accarezzava le mani e le raccontava quello che aveva fatto da quando l’aveva salutata. Lei lo lasciava fare, non capiva niente o così sembrava, continuava a guardare fuori dalla finestra senza dire niente. Poi, prima di andare, tirava fuori dalla custodia il suo sassofono, e le suonava una canzone dolcissima, sempre la stessa. Certe volte sembrava che la musica le ricordasse qualcosa, e allora muoveva le mani, quasi a dirigere un coro che vedeva solo lei… poi lui asciugava il sassofono, lo metteva via, e la salutava con un bacio sulle labbra. “Ciao amore mio”, le diceva, “voleremo ancora, vedrai”, e se ne andava »
«Ma tu come facevi a sapere queste cose?» chiede Gilda, commossa dal racconto.
«Io ero nella stanza vicina, quando sentii per la prima volta suonare quella canzone qualcosa mi si mosse dentro… mi avvicinai alla porta della loro stanza e la aprii appena, e continuai così per quasi sei mesi, ogni volta che veniva a trovarla.»
«E poi, che è successo?»
«Un giorno, mentre lui suonava, passa un’infermiera e mi sorprende mentre li guardo dallo spiraglio della porta aperta. Mi urla contro di chiudere immediatamente e di tornare in camera mia e si muove per venire a prendermi, io mi spavento e così la porta si chiude e sbatte. Rimango lì paralizzata, sento che la musica si è interrotta, ed i passi del santone che vengono verso la porta. La apre, e mi trova lì, che tremo. Mi guarda con degli occhi, Gilda, degli occhi verdi che avevano dentro tutta la dolcezza e la sofferenza del mondo… mi guardava dentro, mi leggeva l’anima… so che possono sembrare sciocchezze, specialmente dette indossando quest’abito, ma così mi sembrò allora. Passò qualche secondo, ma mi sembrò l’eternità… alla fine si scostò dalla porta, con un gesto mi mostrò sua moglie seduta alla finestra, e fissandomi ancora negli occhi mi disse: “Signorina, lei non deve stare qui. Lei non è come loro. La vita la aspetta fuori, vada a prendersela”. Poi richiuse la porta, e ricominciò a suonare. Il giorno dopo scappai.»

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Ferragosto con Olena – personaggi in cerca d’autore

«James, caro, non sembra anche a te che quest’affare vada a rilento?»

E’ una Gilda pensosa quella che, appoggiata alla balaustra della ringhiera del balcone che si affaccia sul giardino, osserva Miguel, il giardiniere tuttofare, intonare una pregevole versione di “Quando l’amore diventa poesia”, impugnando un gambo di girasole come se si trattasse dell’asta di un microfono Shure, indossando una parrucca a caschetto che lo fa assomigliare ad Orietta Berti sul palco di Sanremo nel ’69, dedicandola al pappagallo Flettàx che sembra gradire, tanto da accompagnare il ritmo con gracchi e sbattiti di ali, e sull’acuto di “Io ti amo, e gridarlo vorrei!” rispondere con un appropriato: “Ma va’ a ciapà i rat!”.

«Effettivamente, signora» – risponde il maggiordomo disponendo artisticamente su di un vassoio d’argento i cetriolini per il thè delle cinque – «non per criticare ma sembra che l’Autore se la stia prendendo un po’ comoda. Tra l’altro, a voler essere pignoli, ferragosto è passato da un pezzo.»
«Gli toccherà cambiare titolo, come minimo. A meno che non voglia mandarci tutti in Australia, dove mi dicono che le stagioni siano rovesciate, ti risulta James?»
«Effettivamente, signora, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale» conferma il competente James.
«Su di te si può sempre contare James, sei un esperto di emisferi ed anche di inversioni. Ti dirò, non mi dispiacerebbe andare in Australia, conosco una ragazza a Perth che alleva ragni da combattimento. Ad ogni modo» – e qui l’espressione di Gilda si fa più preoccupata – «se non si sbriga, Sven abbatterà tutti i pioppi del boschetto, e poi mi toccherà comprare delle stufe a pellets. Poverino, si sta annoiando» constata Gilda sistemandosi il foulard in seta Mantero che le copre la calvizie «di questo passo fra poco ripartirà con i suoi amici suonati, e poi per sei mesi chi s’è visto s’è visto.»

Nonna Pina, che indossa una tunica a fiorellini con una fila di bottoncini sul davanti, è distesa su una sdraio imbottita in materiale Memory ai bordi della piscina olimpionica situata nel parco della villa. In testa un sombrero, in mano un calice di prosecchino appena versato dalla bottiglia posta nel cestello ripieno di ghiaccio. Alza il calice davanti agli occhi e, attraverso il cristallo, osserva Olena che, fasciata da un costume intero con la scritta CCCP sul davanti, siede ad un tavolino del vicino bersò sfogliando un tomo monumentale con su scritto “Dossier Mitrockin”, sibilando insulti e montando e smontando velocemente la nuova pistola PL-15K, sparando ogni tanto qualche colpo ad un bersaglio con al centro una foto di Gorbacёv.
La vegliarda si riscuote, ingolla il prosecchino, si butta alle spalle il calice e scoppia:
«Per la miseria, Natascia, non si può fare qualcosa? Non è che può tenermi qua fino a duecento anni, non è credibile! Da quando è tornato dalla Russia sembra rimbambito, non è che gli avete dato qualcuno dei vostri intrugli?»
«Niet, babushka, niente intrugli. Mia fonte dice che gira per casa in mutande e colbacco in testa ripetendo che vuol andare in pensione. Tra l’altro» e qui la voce della russa si fa sprezzante «dice che non ha bevuto nemmeno uno guoccio di vuodka. Nessuno crede lui, però» risponde la russa, con il sopracciglio sinistro aggrottato.
«Ma santo Dio, non ci può mica lasciare così a bagnomaria! Sentiamo se il cinese sa qualcosa. Generale? Ehi, generale!» la nonna si sbraccia e richiama Po, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, impegnato nei consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica. Po poggia in terra la racchetta e si reca presso la sdraio di nonna Pina.

«Avele chiamato, bella signola Eusebia?» chiede retoricamente il cinese con un inchino.
«Po, non ti ci mettere anche tu con questa Eusebia. E non fare il ruffiano cinese» lo bacchetta la centenaria. «Sai qualcosa di questa faccenda? Che sta facendo quell’impiastro? Che ormai non ho più boccini a cui sparare» afferma la nonna.
«Mio cugino Xi incontlato lui a Gubbio. Voi sapele, paese di Don Matteo»
«Che diamine dici Po, Gubbio è il paese del lupo e di San Francesco, ma che andate ad inventarvi in Cina?» protesta nonna Pina, scandalizzata.
«Comunque, mio cugino detto che visto lui in ostelia mangiale clescia con glossa palla di insaccato. Coglione.»
«Si, che è un coglione lo sappiamo, ma vai avanti Po» lo sollecita la vecchia.
«No, coglione è nome di insaccato, coglione di mulo. Mangiava coglione di mulo e beveva vino flesco Glechetto. Ela molto tliste»
«Me lo immagino quanto era triste» chiosa la nonna. «Ma perché avrebbe dovuto essere triste, poi?»
«Dile che ponte clollato ela più giovane di lui e che non sapeva che Molandi plogettasse ponti oltle che cantale “la fisalmonica”. E che vuole andale in pensione.» conclude il cinese.

«E basta con questa pensione!» ruggisce la nonna. «E a questi allora che gli facciamo fare?» indicando, dall’altra parte della piscina, la ballerina cubana Paio Pignola ed un attempato seduttore in maglietta azzurra con il collo rialzato e catenina d’oro sul petto villoso che svolazzano ballando la salsa. «Chi diamine è quello, tuo cugino lo sa?» chiede a Po.
«Si chiama Tullio Bongiovanni, ma amici chiamale Puccio Maxi-Bon. Maxi per le dimensioni» risponde il cinese, informatissimo.
«Di sicuro non per le dimensioni del cervello, suppongo» arguisce nonna Pina, squadrando l’ultimo arrivato scuotendo la testa.

«E va bene, adesso basta!» proclama la vegliarda. «Qui bisogna prendere in mano la situazione, il toro per le corna o quel che è. Natascia?»
Olena chiude il dossier e lo ripone nel cassetto del tavolo. Poi si alza, indossa lentamente la fondina ascellare intonata con il costume olimpionico, e si avvicina a nonna Pina.
«Eccomi babushka. Cuosa facciamo?»
«Figlietta mia, hai carta bianca. Sparagli pure se serve, ma fallo ritornare al lavoro»

Olena increspa leggermente l’angolo destro della bocca, alza gli occhi al cielo ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu e sbatte sul calcio della PL-15K che ha lucidato amorevolmente.
«Nessun pruoblema nonna, nessun pruoblema. Finita pacchia per finuocchietto»

 

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Viaggio in Russia – Mosca!

Ed eccoci a Mosca, la capitale, la sede del potere: la città più grande e importante della Russia, 15 milioni di abitanti a cui se ne aggiungono giornalmente diversi altri milioni, tra lavoratori pendolari, visitatori e turisti.

I giorni passati a Mosca sono stati un po’ come passare davanti al negozio di un pasticcere: si vedono i dolci, si sentono gli odori, e viene voglia di entrare, curiosare, assaggiare… si, perché ci siamo stati meno di due giorni (tre notti, però), e bastano appena per rendersi conto della grandezza di questa città.

La visita ha toccato ovviamente la Piazza Rossa, che mi piacerebbe visitare il 9 maggio, quando c’è la grande parata per la ricorrenza della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Ma anche così, trovarcisi è stata un’emozione, come quando trent’anni fa ci trovammo davanti alla Torre Eiffel in viaggio di nozze. La Piazza è racchiusa da un lato dalle mura del Cremlino, fronteggiate sul lato opposto dal grande magazzino Gum; di notte devo dire che le luci di quest’ultimo mi hanno un po’ disturbato, le luminarie in stile natalizio mi sono sembrate un po’ kitsch, togliendo un po’ di solennità al luogo. La Piazza è ora adibita anche a luogo di concerti, ed infatti una delle sere in cui, con un manipolo di ardimentosi, ci siamo avventurati in centro con la metropolitana (efficientissima!) ci siamo trovati di fronte uno sbarramento invalicabile: l’intera area era transennata, ed i varchi muniti di metal detector sorvegliati dalla polizia, con il rinforzo dell’esercito. E’ stato tenerissimo un soldatino che, vedendo una signora titubante di fronte ad una pozzanghera (pioveva) gli ha indicato un guado e le teso la mano per aiutarla ad attraversarlo. Mentre cercavamo di orientarci per aggirare gli ostacoli, tra cartine ed indicazioni in caratteri cirillici, si è avvicinato un ragazzo che, in un inglese senz’altro migliore del nostro, ci ha dato delle dritte per passare dall’altra parte. Gira che ti rigira comunque siamo riusciti a passare solo quando il concerto è finito, il girare però ci ha permesso di ammirare la via San Nicola, tutta illuminata di luci pendenti colorate, dove nei giorni dei mondiali si aggiravano i tifosi prima e dopo le partite. L’altro giorno leggevo di un manualetto distribuito ai propri tifosi dalla Federazione Calcio Argentina, che dava indicazioni sul modo più opportuno per conquistare le donne russe. Mi è sembrata un’iniziativa lodevole, non sono purtroppo riuscito a procurarmene un opuscolo, lo vorrei sottoporre all’attenzione di Olena per sentire che ne pensa.

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Turista in discutibile forma atletica e mentale inneggia all’amore universale (foto di repertorio)

Rimanendo sulla Piazza Rossa, abbiamo visitato la cattedrale di San Basilio, la cui grandiosità esterna contrasta con i piccoli ambienti interni; il Cremlino ovviamente, dove purtroppo la parte più bella non è visitabile: passeggiando dentro lo spazio del Cremlino bisogna stare attenti quando si attraversa la strada, facendolo sulle strisce pedonali, e questo non per paura di essere investiti ma perché altrimenti le guardie usano i fischietti a disposizione e redarguiscono i  contravventori. Nel Cremlino abbiamo visto lo Zar dei Cannoni (mai sparato un colpo) e la Zarina delle Campane (mai suonato un rintocco): maestosi manufatti, ma abbastanza sfortunati. Anche l’Armeria abbiamo visitato, dove sono custodite non solo armi ma tesori inestimabili. Siamo passati anche davanti al teatro dove spesso si esibiscono i nostri cantanti: non si sa perché ma i russi amano molto i nostri cantanti degli anni ’80, e qui Toto Cutugno e Al Bano ottengono sempre dei gran successi (la reunion Al Bano – Romina è avvenuta qua, non per caso…). A Mosca, per terminare col gossip, ha un bell’appartamento anche Ornella Muti. E no, non è vero che è stata amante del presidente Putin.

A proposito di rosso, a parte il ricordo dei sacrifici e dei caduti in guerra, mi sembra sia in atto una certa rimozione del periodo sovietico; anche sulla Piazza Rossa si pone l’accento che in realtà si chiamerebbe Piazza Bella, quasi si voglia nascondere quel di rosso che è rimasto. Per fortuna ci pensano i cinesi a ricordarcelo, e si incolonnano in file chilometriche per rendere omaggio alla salma di Lenin nel Mausoleo: cosa che avrei fatto volentieri anch’io se non ci fossero stati di mezzo, appunto, tutti quei cinesi. Una cosa carina che ho appreso è che esiste un modo di dire, quando un uomo tradisce la moglie, che dice “va a sinistra”: sara stato così anche prima del ’91?

Siamo passati davanti al Bolscioi, siamo passati davanti alla Casa Bianca, e qui non ho potuto non ripensare a quando, nell’ottobre del ’93, il democratico Eltsin la fece cannoneggiare dai carrarmati con dentro i deputati che si opponevano alle sue riforme di ultra-liberalizzazione.

Abbiamo visitato il grande magazzino Gum, un centro commerciale dove sono rappresentate tutte le migliori firme della moda mondiale: è curioso che l’embargo riguardi i prodotti alimentari e non questi, di prodotti. A proposito di prodotti agricoli, il nostro autolesionismo si spinge fino ad aver aderito all’embargo penalizzando le esportazioni dei nostri contadini, ma a permettere però che nostri tecnici vadano nelle loro industrie casearie ad insegnargli come fare la mozzarella. Tafazzi ci fa una pippa, per essere aulici.

Siamo entrati nella Chiesa del Cristo Salvatore, la nuova chiesa realizzata in epoca eltsiniana in un’area dove c’era prima una chiesa, abbattuta dai bolscevichi e dove venne poi edificata una grande piscina con l’acqua riscaldata; poiché di chiese mi sembrava ce ne fossero già abbastanza avrei più gradito la piscina, ma ammetto che dalla terrazza si gode un bellissimo panorama dei dintorni: si vede il museo Puskin, ed anche la nuova scultura dedicata a Pietro il grande, che in realtà l’autore aveva dedicato a Cristoforo Colombo ma poiché nessuno la voleva se la prese il sindaco di Mosca, chiedendo però di sostituire la testa del genovese con quella di Pietro.

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Bella, per carità, ma volete mettere una piscina?

A proposito di panorami, siamo stati sulla Collina dei Passeri, da cui si osserva tutta Mosca; alle spalle l’enorme Università; tra la distesa che si stende sotto spiccano alcune delle sagome delle Sette Sorelle, palazzi maestosi in stile sovietico dove abitavano funzionari del partito e le personalità più eminenti della società civile. In uno di questi abbiamo anche mangiato, in un bellissimo ristorante, e pasteggiato a spumantino.

Siamo stati sul Parco della Vittoria, creato di recente: qui si salda il giusto orgoglio per la vittoria su Napoleone con quello su Hitler; obelischi e targhe commemorano i protagonisti di quelle vittorie, e di notte una suggestiva fontana sgorga acqua che le luci illuminano di rosso, a ricordo del sangue versato.

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Mosca, dicevo, attira migliaia e migliaia di lavoratori dai paesi limitrofi (i trasporti pubblici sono efficienti, ma nonostante ciò il traffico stradale è micidiale). Sta succedendo quello che capita anche da noi: i lavori più umili i moscoviti non vogliono più farli (possono permetterselo dato che la disoccupazione è molto bassa) e quindi c’è anche una forte immigrazione dalle repubbliche asiatiche della Federazione Russa, ed anche da quelle che ne sono uscite trovandosi poi a mal partito, non avendo ne risorse proprie ne industrie significative. Anche in Russia c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione,e questo saldato al fatto che le pensioni sono abbastanza basse (la media è di 200 euro) così come l’età per andare in pensione (55 le donne e 60 gli uomini) costringerà a breve a prendere delle misure che potrebbero essere impopolari.

Spostarsi in metropolitana a Mosca è comodo, ci sono tantissime linee, e i passaggi sono molto frequenti. Alcune stazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, e infatti una mattina l’abbiamo dedicata alla loro visita. Considerevole che, dato che la città è in continua espansione, ogni anni vengono aggiunte almeno due nuove stazioni… Pur essendo enorme Mosca è anche una città verde: il 40% della superficie è coperto da verde e parchi, tra cui quel famoso Gorkij Park che ha ispirato un famoso film di spionaggio.

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Non ho portato a casa nemmeno una matrioska, e me ne dolgo. Contavo di farlo l’ultimo giorno, quando siamo riusciti a fare una passeggiata sulla via Arbat, via zeppa di negozietti: ma i primi due dove sono entrato erano gestiti da cinesi e mi sono sentito a casa, intristito. Le matrioske belle, quelle fatte a mano, giustamente costicchiano ed io ne posseggo già una, regalo di una vecchia collega, ancora in buono stato (la matrioska, la collega non so) che posso spacciare come appena arrivata. Ho portato a casa però una tazza con l’effigie di Putin: la terrò sulla scrivania e la metterò in mostra quando vorrò indicare di non rompermi le scatole.

L’ultima sera abbiamo assistito ad un bellissimo spettacolo di balletti, con una parte sulla storia russa ed una di balletti folcloristici tradizionali: costumi sfavillanti, grande corpo di ballo (cinquanta elementi!), ballerini e soprattutto ballerine con le quali rifarsi gli occhi.

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Danzatrici con uno speciale sistema di levitazione magnetica

Così come con le hostess dell’Aeroflot che ci ha riportato a casa, un bel biglietto da visita! Distribuendo anche una cena non disprezzabile.

Insomma, spero di avervi fatto capire che questo viaggio mi è piaciuto molto; che si può fare, anche senza tour organizzati; che mi piacerebbe persino andare a sentire Toto Cutugno cantare con il coro dell’Armata Rossa…

до свидания, Россия  !

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Questo francamente non si può vedere.

 

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Ma prima di abbandonare San Pietroburgo non si può non rivolgere un pensiero deferente ad Aleksandr Puŝkin, colui che è considerato il fondatore della lingua letteraria russa moderna. In Italia la sua opera più conosciuta è forse “La figlia del capitano”, da cui sono stati tratti un film e uno sceneggiato con Amedeo Nazzari nei panni di Pugacёv, ma in Russia è un monumento. Proprio il monumento di Pietro il Grande ispirò la sua opera “Il cavaliere di bronzo”, che da allora in poi è diventato il nome della statua che è il simbolo di San Pietroburgo. Sposò una moglie bellissima, e questo gli causò dei guai; nonostante avessero avuto quattro figli insieme sembra che questa lo tradisse, e per difendere il suo onore sfidò il presunto amante a duello e morì per le ferite riportate.¹

Da San Pietroburgo a Mosca ci siamo spostati con il treno veloce Sapsan, che collega le due città in circa quattro ore. Di Mosca parlerò nella prossima puntata, ma voglio anticipare quello che è uno dei problemi principali, come diceva il Johnny Stecchino di Benigni su Palermo: il traffico.

L’Anello d’Oro è quell’itinerario, non troppo distante da Mosca, che collega diverse città storiche, capitali medievali o comunque città allora importanti come Vladimir, Suzdal, Kostroma, Jaroslavl, Rostov, Sergei Posad. In queste cittadine (insomma, Jaroslavl conta 600.000 abitanti, per dire) abbiamo passato giornate a visitare Chiese, Monasteri maschili e femminili, Cremlini, con icone, iconostasi, affreschi e porte d’Oro come se piovesse. Fino a poco tempo fa pensavo che il Cremlino fosse solo quello di Mosca, poi ho scoperto invece che il Cremlino è la cittadella fortificata, ed ogni città importante ce l’aveva.

Osservando la cartina, come dicevo, non sembra esserci una grande distanza tra questi paesi, ed in effetti è così: il problema però è che le strade non sono adeguate al traffico, e le condizioni di manutenzione sono abbastanza precarie. Se si aggiunge che i lavori possono essere fatti solo nei lavori estivi, perché anche un non esperto di cantieristica intuirà che è un po’ difficile asfaltare a -30°, si capisce come sia possibile impiegare due ore per percorrere meno di settanta chilometri.

Il panorama è abbastanza uniforme: boschi, di betulle specialmente, pianura scarsamente coltivata, fiumi in lontananza ed ogni tanto delle pozze d’acqua. Non ci sono molti distributori o aree di servizio nel tragitto, ed a volte se anche ci sono è meglio evitarli; se proprio scappa, si può approfittare del boschetto di betulle, è più igienico.

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Meglio la betulla

Come dicevo, abbiamo fatto un’overdose di Chiese, Monasteri e Icone; alcune sono state ricostruite perché abbattute nel periodo rivoluzionario, molte le stanno restaurando così i futuri visitatori ne avranno a disposizione ancora di più.

La Chiesa Ortodossa, essendo chiesa nazionale (e non universale come quella Cattolica) per sua natura si presta abbastanza a supportare i nazionalismi (non che quella Cattolica non lo faccia, se è per questo); in questo caso quindi il fervore religioso si salda con la rinascita dell’orgoglio nazionale, non so quanto sia un bene ma vedranno loro. Segnalo l’incongruenza per cui, nonostante questo risveglio religioso, i matrimoni sono in calo; mentre invece la natalità, dopo il crollo drastico degli anni ’90, si sta riprendendo grazie ad efficaci interventi di aiuto alle madri ed alle famiglie.

Una delle visite che più mi è piaciuta è stata quella al Monastero di Suzdal, dove abbiamo assistito ad un concerto di campane ma soprattutto abbiamo visitato il piccolo museo dedicato ai prigionieri italiani; il monastero infatti era stato adibito, dopo la battaglia di Stalingrado, a campo di concentramento per i prigionieri, e vi furono rinchiusi parecchi italiani, molti dei quali persero la vita, come conseguenza delle condizioni in cui arrivarono, per le privazioni e le malattie. Il museo conserva foto, lettere e documenti dell’epoca, nonché testimonianze dei visitatori; assiduo era lo scrittore Tonino Guerra, quello della reclame “Gianni! L’ottimismo è il profumo della vita!”, che a sua volta era stato deportato e internato in Germania.

Ho imparato molto sulla forma delle cupole, sulle icone, sulle iconostasi, sul fatto che i preti possano sposarsi (ma solo se non vogliono fare carriera), ed anche sulla storia russa anche se tra Vladimir, Ivan, Alessandro e Nicola dopo un po’ ci si confonde. Sulle icone ad un certo momento cominciavo a simpatizzare per gli iconoclasti; simpatico poi che ogni tanto, dentro le chiese, ci fossero imboscate di cori russi che intonavano suggestivi canti sacri promuovendo il loro CD. Bravissimi, ma come dice Cetto La Qualunque, un coro è sublime, due cori sono da studiare, tre cori sono da andare a visitare con i torpedoni, ma al quarto…si comincia a cantare “non sopporto i cori russi” come Battiato.

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Colpisce che questi paesi sono abbastanza diversi dalle grandi città, ed anche per questo vale la pena visitarli: ci sono ad esempio molte case basse, le dacie, case di campagna dei cittadini che nei fine settimana danno vita ad esodi verso le loro casette, dove hanno un pezzetto di terra, una griglia, e spesso una mini-sauna.

Il tenore di vita è più basso che nelle città: lo stipendio medio di un operaio in città è di mille euro, mentre la media russa è di 500; così, mentre in città si vedono girare solo macchine nuove o comunque in buono stato, qui si vede ancora viaggiare qualche vecchia Lada! Una bella soddisfazione per noi italiani!

E si, perché quelle vetture sono state fabbricate dalle catene di montaggio della Fiat, portate a metà degli anni sessanta in quella che venne chiamata Togliattigrad (ma il vero nome della città è solo Togliatti), dal nome dell’allora segretario del PCI, che si impegnò per questa realizzazione. Quindi il nostro massimo capitalista di allora, Agnelli, mandò le sue linee (vecchie) in Unione Sovietica… la prima macchina costruita (la Zighulì) era la nostra 124, un po’ rinforzata, auto indistruttibile come so bene perché mio padre aveva una 124 familiare sulla quale ha caricato per anni ringhiere e cancelli sul portapacchi, e si arrese solo quando ormai era allo stremo, dopo aver percorso chilometri per almeno tre giri del mondo. Poi furono prodotte anche le 1300, che qui da noi avevano avuto minor fortuna. La città si chiama ancora Togliatti e conta più di 700.000 abitanti; la fabbrica funziona,  di proprietà per due terzi della Renault-Nissan e per un terzo russa. Produce un milione di vetture l’anno, forse la Fiat avrebbe fatto bene a rimanere…

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¹ Questa storia vale la pena di leggerla per intero, ci sono dei libri che la raccontano bene… l’amante della moglie era anche l’amante di un diplomatico (uomo) che lo adottò; questo amante era il cognato di Puŝkin , in quanto aveva sposato la sorella della moglie (quattro figli pure loro!) ma non contento insidiava anche la sorella. Se gli avessero dato ancora un po’ di tempo avrebbe insidiato anche Puŝkin stesso, probabilmente. Tutto chiaro, no?