Siamo seri, please!

Cronachette della fase tre (23-25 settembre)

Ieri il nostro Presidente della Repubblica prof. Sergio Mattarella (che il Signore ce lo conservi) ha dovuto rispondere all’ineffabile premier britannico Johnson, sofferente di incontinenza verbale e alcolica, che per giustificare il fatto che i contagi nel suo paese crescono molto di più che nel nostro (segno che nonostante i vari Porto Cervo e Billionaire qualcosa abbiamo imparato…) ha detto che gli inglesi si stanno contagiando più di noi perché amano la libertà più degli italiani e dei tedeschi. Che il premier di uno Stato che si dice amico possa pronunciare frasi così sconclusionate fa temere che il Covid gli abbia danneggiato irreversibilmente le cellule cerebrali, già deboli di loro; per non infierire il nostro Presidente, con la moderatezza e la classe che lo contraddistinguono, ha precisato che anche noi amiamo la libertà, ma amiamo anche la serietà.

Qui sono entrato in crisi di identità. Ma siamo proprio sicuri, Presidente? No, perché per quanto arbitrario possa essere il tracciare i caratteri distintivi di un popolo non mi pare che la serietà sia al primo  posto tra le nostre qualità, e nemmeno al secondo. Si potrà dire che siamo fantasiosi, a volte geniali, cordiali, allegri e spesso caciaroni, laboriosi nonostante le apparenze (siamo pur sempre una delle maggiori potenze industriali: ma per quanto ancora?), che ci piace il buon cibo ed il buon vino, che sappiamo improvvisare ed arrangiarci; ma sulla serietà ho dei dubbi.

Non siamo noi ad aver iniziato due guerre mondiali da una parte ed averle finite dall’altra? Non siamo noi nell’ultimo quarto di secolo, per non tornare più indietro, ad aver votato massicciamente un uomo che ci ha dato lustro con i suoi bunga-bunga, le sue bandane, le corna nelle foto ufficiali e i cucù alle cancelliere teutoniche? Non siamo noi a coltivare un debito pubblico che ci pesa sulle spalle come un macigno, senza riuscire peraltro a risolvere problemi annosi come disoccupazione, l’arretratezza di buona parte del paese, la mafia (pardon, la criminalità organizzata)? Non siamo noi ad aver fatto diventare questo un paese per vecchi, costringendo le menti giovani più brillanti ad andarsene in cerca di fortuna all’estero, perché qua gli si chiudevano tutte le porte? Non so a voi cari amici, ma a me tutto questo non sembra tanto serio, anzi a dire la verità mi pare desolante e tafazzianamente autolesionista.

Vi faccio solo un piccolo esempio, e lo faccio a futura memoria perché quanto racconto non si è ancora avverato ma si avvererà.

Prima partiamo però da una buona notizia, e cioè che le Ferrovie Nord rimborsano gli abbonamenti per il periodo del lockdown. In verità non ci speravo ma non credo che sia farina del loro sacco, saranno stati obbligati; comunque rilasceranno un voucher da usare per i prossimi abbonamenti. Io di solito faccio l’abbonamento annuale, con il quale si risparmia abbastanza: ma l’anno prossimo non so, se non mi fanno tornare in ufficio che lo faccio a fare l’abbonamento? E in quel caso dove me lo ficco il voucher? Ma, a parte questo che giustamente direte sono fatti miei, continuo con le Ferrovie Nord per dire che stanno mettendo in funzione un nuovo sistema di apertura delle sbarre dei passaggi a livello, più sicuro e controllato dicono loro. In merito potrei aprire una parentesi sulla scelta illuminata di questi ultimi anni  di aver eliminato casellanti e lavoranti, che mantenevano se non altro il presidio del territorio, e poi lamentarsi che le stazioni diventano terra di nessuno, oltre al fatto che si elimina del lavoro e quindi poi si deve dare il reddito di cittadinanza a chi non lavora: solo a me sembra assurdo?

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Comunque, non divaghiamo. Dovete sapere che Como e Milano sono collegate da due linee ferroviarie, quella di cui parlo parte a Milano dalla stazione di Cadorna, a due passi dal Castello Sforzesco quindi in pieno centro, ed arriva proprio sul lago, basta scendere dal treno ed attraversare la strada. Una comodità pazzesca per i milanesi ed i turisti che da Milano vogliono venire a visitare la bella cittadina lariana, treni abbastanza frequenti, nessun bisogno quindi di utilizzare l’auto. Ma, come capirete, l’area a ridosso del lago è molto appetibile per chi voglia fare una bella speculazione immobiliare; e già ci aveva provato l’amministrazione di centrodestra una decina di anni fa (giunta Bruni, formigonian-berlusconian-leghisti, quelli del disastro delle paratie e dello spostamento dell’ospedale dalla città ad una periferia paludosa in cui si è sospettato _ e indagato male _ fossero  stati interrati rifiuti tossici) con tanto di rendering e nuova skyline (quando si vuol fregare la gente semplice un po’ d’inglese va sempre bene); allora però non ci riuscirono perché furono travolti dallo scandalo paratie, ed i comaschi con un sussulto di dignità se ne liberarono alle elezioni successive; purtroppo però anche la giunta di centrosinistra si insabbiò sulle paratie, quando sarebbe bastato portare i libri in tribunale, ma come si dice cane non mangia cane ed alle elezioni successive ritornò in sella il centrodestra, stavolta a trazione leghista-fratelliditaliota. Quelli per dire che hanno un’assessore ai servizi sociali che, nel punto dove è stato ucciso don Roberto la settimana scorsa, aveva fatto togliere le panchine dove sedeva qualche immigrato, ha fatto chiudere la fontanella ed i bagni chimici, col risultato che potete immaginare: ah, è anche andata di persona a togliere le coperte a dei senzatetto, dopo aver fatto chiudere il dormitorio. Uno strano concetto di servizi sociali, non trovate?

Bene, siccome l’area è ancora là, come fare per convincere la cittadinanza ad alienarla, anzi farselo proprio chiedere per piacere? Ed ecco che entrano in gioco i compari, pardon gli amici alle Trenord, ed i giornalisti compiacenti: il nuovo sistema allungherà il tempo di attesa di un minuto (1) in centro città; questo provocherà inevitabilmente, secondo loro, ingorghi da girone dantesco: addirittura è stato calcolato (probabilmente con lo stesso criterio dell’aumento/diminuzione dei contagi) che ci sarà una perdita di tempo giornaliera di 2 ore e mezzo. Ora, siamo seri amici, primo perché l’aumento sarà di un solo minuto, perché per perdere due ore e mezzo uno dovrebbe stare tutto il giorno ad attraversare il casello; secondo le auto in centro non dovrebbero nemmeno andarci se fossimo un paese civile; terzo in periferia, come da me, i tempi diminuiranno e non di poco perché attualmente le sbarre stanno chiuse quasi dieci minuti e poi lo saranno per due minuti e mezzo. Giornale locale con titoloni, allarme peggio della pandemia: sarà il disastro, il collasso, l’apocalisse. La soluzione qual’è stata? Chiedere alle Trenord di non mettere in funzione il nuovo sistema nella tratta in città; e se non possibile, far fermare il treno nell’ultima stazione prima di entrare in città, e da lì poi raggiungere il centro con navette. Una mossa subdola, si crea un allarme fasullo, qualcuno a cui dare la colpa (i compari di Trenord, che a loro volta troveranno qualcuno su cui buttarla, il ministero va benissimo all’uopo) ed ecco imbastita una bella speculazione: posso sbagliarmi, ma non credo.

Se davvero fossimo seri questa gente non dovrebbe amministrare nemmeno una casa derrena, come non si vergognò di dire l’allora Presidente della Repubblica Cossiga (che se fossimo stati seri non avrebbe mai dovuto occupare quella posizione) a proposito del giudice Livatino, di cui proprio l’altro giorno si sono ricordati i trent’anni dall’uccisione; e invece sono lì, perché sono stati votati da persone serie.

Amiche e amici, in questo momento sta infuriando una bufera con pioggia torrenziale e grandine; osservo dalla finestra le piante del balcone, ed anche i nanetti, sballottati di qua e di là; se fossimo seri (ma tutti stavolta, non solo noi italiani) dovremmo preoccuparci un po’ di più del clima, e un po’ meno dell’esame di italiano di Luis Suarez… adesso vi saluto, spero almeno i nanetti di salvarli!

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Autunno, cadono i marroni

Cronachette della fase tre (11-22 settembre)

L’estate è finalmente finita, con i tormentoni quotidiani sull’aumento o diminuzione dei contagi (a seconda di quanti tamponi venivano fatti), l’allarme per le scuole con alti lai su mancanza di mascherine, di aule, di banchi, di insegnanti e perfino di mense: come se senza Covid tutto andasse per il meglio, infatti come è noto ad inizio anno ci sono sempre stati tutti i professori, negli anni non si sono create classi con numeri sempre più alti di studenti, per razionalizzare s’intende,  e le mense funzionavano a meraviglia, specialmente quelle smantellate o privatizzate dagli stessi che oggi strillano allo scempio; nel passato se vogliamo mancava anche la carta igienica, di questo si saranno dimenticati o almeno a questo si è posto rimedio?  Briatore e Berlusconi poverini, “quasi quasi mi dispiace” dice mia madre,  pensa a te ma’ che già hai i tuoi problemi, riapriamo gli stadi ai tifosi (ma si, e teniamoceli dentro), non criminalizziamo i luoghi del divertimento, ma no per carità ci mancherebbe, non criminalizziamo nemmeno chi ha deciso di andare ad impestarsi in Grecia, in Spagna, a Malta, in Croazia: ma vi sembrava il momento giusto? Non criminalizziamo nessuno, nemmeno quelli che hanno ammazzato di botte il ragazzino a Colleferro, o quello che ha ammazzato il prete a Como, poverino anche lui, aveva tanti problemi…

Oh Gio’ ma che hai, direte, ti ha morso la tarantola? Non sarai mica arrabbiato per l’esito del referendum? Tranquilli amici, del referendum non me ne importava una cippa anche se alla fine sono andato a votare, ma giusto per mettere un timbro sulla scheda elettorale e per controllare le misure di sicurezza; data l’affluenza non è che corressi tutto ‘sto gran rischio, ma comunque devo dire che sono state prese tutte le precauzioni possibili, anche quella di disinfettare la matita dopo l’uso. No, è solo che sono un po’ nervoso, e non solo perché continua la cattività ovvero il telelavoro ma, non bastasse questo, mi tocca condividere la gabbia con mia suocera. Che, poverina anche lei, è venuta a svernare a casa nostra perché  nel condominio di fronte al suo stanno facendo dei lavori di rifacimento dei tetti coibentati con l’ethernit; e per evitarle di respirare qualche fibra di amianto, che peraltro avrebbe digerito senza problemi, è stata portata a distanza di sicurezza. Ora, non vorrei dare cattive impressioni ma a mia suocera voglio bene, solo che non abbiamo niente da dirci e le sue storie ormai le conosco tutte a memoria; in più è una sorda selettiva che tende a capire solo quello che le fa comodo. D’altro canto lei penserà che io sia un orso selvatico, non fosse altro perché qualsiasi gioco delle carte mi fa venire sonno e di solito non parlo per slogan ma cerco di argomentare qualche opinione, sforzo che viene puntualmente vanificato dalle convinzioni eterne e immutabili della vecchia. Aggiungete che la stanza dove è il mio studiolo è anche la stanza degli ospiti e quindi sono dovuto sloggiare in soggiorno e capirete che la mia gioia di vivere non è alle stelle.

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A proposito di marroni l’altra domenica sono andato in visita al Castello di Masino, bene FAI, poco distante da Ivrea, per una visita guidata al giardino e soprattutto per la degustazione di Erbaluce, il vino tipico della zona, che un mio collega originario di quelle parti mi ha promesso per anni e non mi ha mai portato, vatti a fidare. Così, se Maometto non va all’Erbaluce, ecco che si muove Gio’… la visita è stata molto interessante, il castello è ricco di storia ed il parco è curato con tutti metodi naturali; i giovani del FAI vendevano anche della marmellata fatta nel Giardino della Kolimbetra, ad Agrigento: noi ci eravamo stati sei anni fa quando il Giardino era stato riaperto da poco, e quella di fare la marmellata era solo un’idea. E’ strano però trovarsi a Torino a parlare di Giardini di Agrigento!

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Masino è un piccolo borgo dove è rimasta una trentina di persone, tutti anziani; noi ne abbiamo incrociato una decina, quindi un buon trenta per cento; da una di queste abbiamo comprato delle castagne, anzi appunto dei marroni (confesso che alla mia veneranda età non avevo mai visto dei ricci così grandi). In settimana mi sono esibito in qualcosa che non avevo mai fato in vita mia e cioè lessare delle castagne (facile: ma ricordarsi di mettere un po’ di sale e una foglia di alloro, e poi pelarle ancora calde) e poi al forno. Purtroppo quest’ultimo esperimento non è andato bene perché a) ho aspettato troppi giorni e le castagne cominciavano a seccare e b) le ho cotte troppo. Risultato: le prime ancora calde sono riuscito a sgranocchiarle ma per le altre nessuno si è sentito di rischiare la dentiera. Che peccato, mi toccherà tornare! E ne ho ben donde, dato che alla fine l’Erbaluce non l’ho comprato, e nemmeno il passito di Caluso (un paese lì vicino dove fanno un passito favoloso) perché abbiamo deciso di andare a visitare Ivrea. Ora,a Ivrea c’ero stato nel 1982 in visita alla Olivetti dove si progettavano e realizzavano circuiti elettronici integrati: erano all’avanguardia e nessuno ha mai fatto un mea culpa per la fine che ha fatto quell’azienda. Tutta gente che ancora oggi pontifica per il bene del paese, eh! Allora mi colpì il terreno brullo intorno, di un ocra che mi metteva tristezza; ma forse il ricordo è fallace, perché oggi la cittadina l’ho trovata carina, non ho visitato niente perché era tutto chiuso ma in compenso ho visto che ci sono molti ristoranti e trattorie per future puntate.

Che strano, anche stavolta finisco con un richiamo alle trattorie; sarà che in questa prigionia sto mangiando tanta di quell’insalata che temo di trasformarmi presto o tardi in una capretta. Ma che marroni!

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Martire della porta accanto

Stamattina a poche centinaia di metri da dove vivo è stato ucciso un prete. All’ingresso della città, nella piazza S.Rocco che è in fondo alla Via Napoleona e non è una vera piazza ma un crocevia di strade; da qui parte Via Milano, la lunga strada dritta che arriva fino in Piazza Garibaldi, la grande piazza prospiciente le mura romane e dalle quali si apre Porta Torre attraverso la quale si accede al centro storico. Una strada che faccio spesso a piedi, l’ultima volta qualche giorno fa, per andare proprio in Via Milano in uno di quei negozietti di “cinesi” (in realtà in questo caso pakistano) che aggiustano cellulari e computer, a prezzi modici. Una via che è divisa fisicamente in due: da una parte via Milano bassa, la parte più vicina alle mura e quindi più pregiata, dove resistono diversi negozi eleganti, anche se con difficoltà; e dall’altra via Milano alta, dove i residenti sono ormai solo immigrati e le attività commerciali, almeno quelle rimaste perché molti negozi sono chiusi, sono decisamente multietniche. Piazza S.Rocco è all’imbocco di questa parte della via; la parrocchia confina con la nostra, era una parrocchia fiorente fino a qualche anno fa poi, a causa dello svuotamento dei residenti e della penuria di sacerdoti, ha subito diverse vicissitudini. Io l’ho frequentata per un breve periodo perché i miei amici congolesi ci si ritrovavano a cantare al sabato, e ogni tanto andavo a trovarli; davanti alla chiesa c’è un piccolissimo spazio con qualche panchina, che l’ultima amministrazione comunale ha fatto togliere perché favoriva assembramenti di ragazzi di colore, rifugiati o richiedenti asilo. Così si risolvono i problemi, spostandoli da qualche altra parte…  Ricordo un’assemblea cittadina, qualche anno fa, dove persino il rappresentante della comunità islamica chiedeva di intervenire contro il degrado della zona…

Il sacerdote si chiamava don Roberto Malgesini, l’avevo conosciuto insieme al coro qualche anno fa, lui giovane vicario in un paese vicino che veniva a sostituire il nostro parroco per la messa domenicale quando questi, anziano, andava in ferie (fino a quel momento non avevo mai saputo che i preti andassero in ferie) o doveva curarsi. Anche il nostro parroco ebbe una brutta disavventura, nel 2016, con una persona che lo trovò da solo in Chiesa e lo picchiò per farsi dare dei soldi, causandogli problemi che si porta dietro ancora oggi. Mi sono meravigliato quando oggi ho letto che don Roberto aveva 51 anni, lo ricordo giovane e con un sorriso timido, buono, con occhi che brillavano di entusiasmo e che dopo la messa veniva sempre a salutarci. Ho saputo che aiutava in parrocchia e si prodigava per aiutare i senzatetto, portandogli persino la colazione: ed era questo che stava facendo quando l’assassino l’ha colpito, non si sa ancora perché, se c’è un perché.

L’uomo che l’ha ucciso, un tunisino, era anche lui un senzatetto e alcuni amici della Caritas mi dicono che era conosciuto anche da loro dato che era stato ospite del dormitorio; aveva un decreto di espulsione dal 2015 nonchè problemi psichici, e veniva anche seguito dai servizi sociali. Ha accoltellato don Roberto e si è andato a costituire. Si possono fare le più svariate congetture, ma tali appunto restano per il momento.

In questa vicenda noto diversi elementi che mi fanno pensare che non stiamo gestendo queste situazioni nel modo migliore, sembra quasi che vogliamo mentire a noi stessi: decreto di espulsione ed era ancora qua, non nascosto dato che se è vero quello che mi dicono era seguito addirittura dai servizi sociali; ma che possono seguire i servizi sociali in questi casi, quando non riescono a seguire le povertà “normali”? Ricordo un paio di anni fa l’uomo che uccise i quattro figli per paura che glieli portassero via…

Nel 1999 qua vicino, a Ponte Chiasso, venne ucciso un altro sacerdote, sempre a coltellate, don Renzo Beretta: era un sacerdote di frontiera e non solo perché era vicino alla Svizzera, ma perché aiutava anche lui gli ultimi, emarginati, tossicodipendenti, immigrati (allora per la maggior parte dell’Est Europa, infatti fu ucciso da un ragazzo rumeno); il Vescovo di allora arrivò a dire che se l’era cercata, per dire che aria tirava…

Oggi, se non altro, almeno nella Chiesa la sensibilità è diversa; al di fuori non mi sembra, e sicuramente saranno in molti a dire che “se l’era cercata”. Un martire della porta accanto, l’ha definito l’attuale Vescovo: in questo tempo balordo dove si è perso il senso dell’essere comunità, e dove per fare i missionari non c’è più bisogno di andare in Africa.

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Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

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¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Salviamo i pigoscelidi antartici!

Cronachette della fase tre (9-10 settembre)

Greenpeace informa che su Elephant Island, il luogo della Penisola Antartica che ospita una delle più importanti colonie di pinguini dell’Antartide, la popolazione di questi simpatici pigoscelidi è diminuita del 60% in cinquanta anni. Di chi è la colpa? Ma nostra, naturalmente, di noi umani, che con il nostro modo di vivere incosciente alteriamo l’habitat necessario alla loro sopravvivenza: se si alza la temperatura dell’acqua i ghiacci non si formano come dovrebbero ed il krill, i gamberetti che sono cibo per molti animali, non si riproduce a dovere. Continuando così, faremo scomparire anche i pinguini.

Certo che siamo una specie ben strana: abbiamo le case piene di animali di compagnia veri o presunti idolatrandoli ben oltre il lecito, ci prodighiamo per far accoppiare in cattività i panda e tagliamo le foreste dove vivono migliaia di altre specie di cui sostanzialmente ce ne impipiamo; aiutiamo i rospi ad attraversare la strada di notte per non farli schiacchiare dalle auto, e ci rifiutiamo pervicacemente di cambiare, anche minimamente, quelle abitudini che stanno portando il mondo al disastro.

Ma come, direte, proprio tu parli così che non più tardi di ieri volevi dare una bella sfoltita alla popolazione di cinghiali a te limitrofi? Bè, innanzitutto i cinghiali non sono in estinzione, anzi, si riproducono a velocità abbastanza elevate, una femmina può anche sfornare una ventina di cuccioli all’anno; è vero che di norma si fanno gli affari loro rotolandosi nel fango ma capita spesso che attraversando qualche strada causino incidenti (nel 2018, solo in Lombardia, 803) e se qualche cacciatore di funghi si imbatte in qualche femmina con la cucciolata, è meglio che scappi… Perché sono così tanti? Perché non hanno predatori naturali, dato che i lupi sono pochini e l’uomo non li può cacciare (salvo una quota stabilita dalle Regioni di anno in anno, e solo da cacciatori selezionati), e perché trovano il cibo che i pinguini non trovano. E se non lo trovano nel bosco, se lo vanno a cercare dove capita…

Comunque che devo dirvi, io gli animali li ho avuti e gli ho voluto bene ma non è che mi inteneriscano troppo: mi hanno detto che qualcuno degli indagati per l’omicidio del ragazzo di Colleferro, l’altro giorno, sul suo profilo social aveva dei bei post di animaletti: che teneri, che cuori d’oro. Ammazzare un ragazzo va bene: ma guai a maltrattare i teneri gattini!  Che poi vorrei capire come si fa a parlare di omicidio preterintenzionale quando in quattro si picchia uno già a terra e senza difese…

Un mio amico ha avuto una bella avventura con un cinghialetto: una mattina è uscito di casa e se ne è trovato uno in giardino, caduto letteralmente dal cielo ovvero scivolato dalla scarpata dietro casa, passato sotto la rete del muro di cinta e volato per circa tre metri, atterrando sulle lastre di cemento vicine al garage. L’animale sembrava morto, ma il tempo di rientrare in casa per svegliare il figlio e fargli prendere qualche provvedimento che questo (il cinghiale, non il figlio) si è alzato ed ha iniziato a caracollare per il giardino, cominciando a grufolare ed a rovistare nell’orto a cui il mio amico tiene gelosamente. Voi che avreste fatto? Lui ha chiamato la forestale, pensando che questi avrebbero provveduto a prelevarlo e riportarlo nel bosco. Invece si sono presentati disarmati, e vedendo che il suino era ferito e malandato, hanno deciso che non si potesse fare altro che sopprimerlo. Peccato che non avessero nessuna arma, ed il mio amico non fosse munito di doppietta: così si sono fatti prestare un tubo di ferro, e l’hanno abbattuto con quello. Quando l’ho saputo ho rimproverato il mio amico, così eravamo capaci anche noi e avremmo anche potuto metterlo a frollare nel congelatore! Quindi un consiglio spassionato, cari amici, se vi piove un cinghiale un giardino non state a perder tempo a chiamare forestali o affini, munitevi di tubo!

Come vi ho raccontato qualche tempo fa, il giovedì mattina sono di corvée, ovvero vado a fare spesa al supermercato, ma solo degli articoli ingombranti; l’operazione è ormai diventata talmente ripetitiva che in mezzora riesco a fare il giro, caricare il carrello e pagare: non ci trovo niente più di divertente, tanto che sto pensando di convertirmi alla spesa online, tanto il corriere mi trova di sicuro a casa… mi è successa solo una cosa curiosa, vi avevo parlato della signora nigeriana alla quale prendevo i pacchi più pesanti, l’acqua, il latte, e glieli portavo dato che lei non ha l’automobile: bene, la signora abbastanza imbarazzata mi ha pregato di non portarglieli più, perché i vicini sono invidiosi e gelosi. Non vorrei a mia insaputa aver alimentato maldicenze ai suoi danni comunque l’invidia è una brutta bestia e non me la sento di condannarla per quella che mi sembra una superstizione bella e buona. Così adesso la roba devo scaricarla nel mio garage, e poi se la viene a prendere in motorino: come complicarsi la vita quando è già complicata…

Sento che molti, specialmente del centrodestra, sono preoccupati dalla mancanza dei banchi per le scuole. Amici, ma vi ricordate che prima del Covid in certe scuole mancava persino la carta igienica, e dovevano portarla i genitori? Mi rivedo un sabato, nel cortile della scuola medio di mio figlio, a fare le pulire che il Comune non svolgeva più da anni: trovammo persino un bidet rotto in mezzo alla sterpaglia, ed il preside ebbe il coraggio di venire a lamentarsi perché non avremmo dovuto essere lì. Dov’è dunque la meraviglia, la novità? E poi ‘sti maledetti banchi perché non erano già singoli, mi chiedo? Io lo avevo singolo alle elementari, alle medie ed alle superiori, che diamine è cambiato nel frattempo? Comunque un preside li ha mandati in una falegnameria e li ha fatti tagliare in due: ben fatto!

Amiche e amici, avrei voluto parlare anche di vaccini e politica internazionale ma, sarà che mi sento un po’ pinguino, avrei dovuto volare un po’ troppo alto. Per ora, di internazionale, mi accontenterò del cous cous in previsione stasera…

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Olena à Paris – 16

Nonna Pina, seduta come ospite d’onore alla tavola da pranzo a ferro di cavallo, in legno massiccio ricavato da vecchie traversine della ferrovia, guarda la grande famiglia che è lì radunata e rivolge un sorriso al gruppetto di bambini che, seduti in terra a gambe incrociate, aspettano di ascoltare il suo racconto. Si volta leggermente alla sua sinistra, verso Juanito, che con un cenno del capo la incoraggia ad iniziare. Nonna Pina si rischiara la voce, socchiude gli occhi e ritorna con la mente a quei giorni del 1940.

«Evita era di qualche anno più giovane di me, oddio, eravamo tutte e due giovanissime, io allora avevo 26 anni e lei 21, la stessa età di mio fratello… non era ancora Evita Perón, ma solo Eva Duarte, un’attrice che dopo la sua bella gavetta cominciava ad essere conosciuta grazie ai radiodrammi, quei polpettoni che venivano trasmessi appunto alla radio e che avevano un grande seguito, più o meno l’equivalente delle soap operas di adesso. Venne lei a presentarsi, mi disse che aveva assistito al nostro spettacolo a Rosario ed era rimasta affascinata, non vedeva l’ora di rivedermi nel Gran Splendid di Buenos Aires… non era una bellezza appariscente Evita, non per vantarmi ma io ero molto più bella, vero Juanito?»
«Voi non eravate bella, eravate magnifica, donna Eus… donna Pina» dice il padrone di casa.
«Magnifica.. non farmi arrossire Juanito, diciamo che piaciucchiavo» si schermisce la vecchia, con un pizzico di civetteria.
«Scambiammo qualche parola in un buffo misto di italiano e spagnolo, mi disse che le sarebbe piaciuto molto venire in Italia. “Chissà”, le dissi, “magari una volta sarete voi a venire in tourneé da noi, e io verrò ad applaudirvi”. Non sapevo quanto quella frase di cortesia fosse profetica… ma non corriamo. Ah, Juanito, delizioso questo asado¹, si scioglie in bocca» si congratula la centenaria.
«Ve lo dicevo che la nostra carne è la migliore di tutta la pampa, donna Pina. Posso suggerirle di condirla con un po’ di chimichurri² ? »
«Dici, Juanito? Non mi darà bruciore di stomaco? E vada per il chimichurri, bisogna provare tutto nella vita, non è vero?» Poi, dopo aver inghiottito un altro boccone di carne intinto nella salsa verde, continua:
«Dov’ero rimasta? Ah sì, la tourneé. Ad un certo punto della cena uscii in giardino a prendere una boccata d’aria, il vestito mi stringeva ed avevo un caldo pazzesco, i piedi cominciavano a gonfiarsi e non vedevo l’ora di tornare in albergo per riposarmi… stavo per rientrare ma ebbi un mancamento e sarei caduta in terra se non ci fosse stata Evita a sostenermi. Mi aveva tenuto d’occhio per tutta la sera, e quando aveva visto che mi ero allontanata mi aveva raggiunto, voleva chiacchierare un po’, chiedermi consigli. Mi accompagnò fino ad una panchina, mi aiutò a sedere e con un sorriso dolce, indicando la pancia, mi chiese: “Di quanti mesi?”»
«Perché, voi?…» chiede Juanito, sorpreso.
«Si, Juanito, ero incinta, e lei se ne accorse subito. Mi allarmai e la pregai di non dire niente a nessuno, fece una smorfia offesa… capii guardandola negli occhi che quella era una donna di cui ci si poteva fidare, e colsi molto altro nel suo sguardo: orgoglio, volontà, determinazione, rabbia anche, ma anche comprensione, dolcezza, e soprattutto amore, tanto amore per la sua terra»
Nonna Pina beve un sorso di Mendoza tinto³ “Buscado vivo o muerto”, schiocca la lingua in segno di approvazione e continua:
«Rimanemmo lì a parlare, scoprimmo di avere parecchie cose in comune, oltre la professione. Non sopportava le ingiustizie… lei, la quinta di cinque figli che sua madre aveva avuto da un uomo già sposato, che li aveva poi abbandonati quando lei era ancora bambina per tornare con sua moglie e la sua vecchia famiglia; e loro, gli illegittimi, rimasti a masticare umiliazioni e subire discriminazioni, disprezzati persino dagli altri bambini, che non volevano nemmeno giocare con loro. Addirittura quando il padre morì, in un altro paese, a loro non fu nemmeno permesso di avvicinarsi alla bara, nonostante portassero il suo cognome… nel raccontarlo la voce le vibrava di sdegno, l’ingiustizia subita era stata troppo grande, e dentro si coglieva una promessa fatta prima di tutto a sè stessa, che di ingiustizie non ne avrebbe sopportate più. Era magra, Evita, e nemmeno altissima, ma aveva dentro una forza, un fuoco, che la faceva sembrare più grande di quel che era… Io potevo capire cosa volesse dire essere cresciuti senza padre, il mio l’avevo perso nella Grande Guerra…»
«Non lo sapevo, donna Pina. Dovete aver sofferto molto…» dice Juanito, sinceramente dispiaciuto.
«L’ho odiato parecchio, sai Juanito? Non era tenuto ad andare, teneva famiglia. Ma partì volontario, doveva liberare Trento e Trieste, diceva. Per me era un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura, solo crescendo riuscii a capire i silenzi, le lacrime di mia madre ogni volta che riceveva una sua lettera. L’ultima volta che lo vidi era tornato in licenza e mi disse di stare tranquilla che la guerra stava per finire, gli austriaci non ce la facevano più. Ma una pallottola per lui ce l’avevano ancora… Quella notte probabilmente mise incinta mia madre, che così rimase da sola a tirar grandi una bambina di quattro anni e quell’altro che teneva in grembo: mio fratello Mario, bello come il sole, che  per non essere da meno se ne andò volontario a morire in Russia⁴ nel ‘43, ma questa casomai ve la racconta dopo Natascia»
«Sarà mio onore, babushka» acconsente la russa, con gli occhi blu più luccicanti del solito.

(continua…)

¹ arrosto alla brace
² salsa verde a base di prezzemolo, peperoncino ed aglio
³ vino rosso prodotto nella regione di Mendoza
⁴ cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Marsala all’uovo!

Cronachette della fase tre (30-31 agosto)

Durante questo weekend avrei voluto scrivere un po’ ma invece mi sono immerso nella lettura di un bel libro, “I leoni di Sicilia”, la saga della famiglia Florio, quella del marsala e della Targa Florio per capirci, un racconto che parte dalla fine del Settecento attraversando la storia della Sicilia e del mondo. Era da un bel pezzo che non leggevo così di gusto, sarà un buon segno?

Leggendo ripensavo a quando siamo stati  nella parte occidentale della Sicilia, qualche anno fa, girando per Trapani, Erice, Mazara del Vallo, Marsala, le Egadi… a Favignana abbiamo visitato la vecchia tonnara Florio, ora museo, in una interessantissima visita guidata dove ci sono state spiegate tutte le fasi della mattanza e  della lavorazione del tonno fino alla messa sott’olio e l’inscatolazione. La mattanza era una pesca senz’altro cruenta, ma aveva una sua nobiltà ed a suo modo salvaguardava la continuazione della specie; le navi di alto mare (giapponesi, anche: che cavolo vengono a fare fino qua?) che pescano a strascico non risparmiando nemmeno le altre specie sono migliori solo perché non spargono sangue? Non mi pare.

Il mio interesse principale, a Marsala, più che lo sbarco di Garibaldi era ovviamente quello di visitare le cantine Florio; obiettivo fallito miseramente perché mi sono presentato di sabato, quando gli stabilimenti sono chiusi: un fallimento che ancora mi brucia. Anche perché al marsala è legato un ricordo dell’infanzia: al mio paese infatti in un Sali e Tabacchi che faceva anche da merceria c’era la titolare Chicchina, che io ricordo da sempre anziana e burbera con una crocchia di capelli grigi in testa, che teneva le bottiglie nel retrobottega che era diviso dal negozio da una tenda di stoffa, e le malelingue dicevano che non disdegnasse di appartarsi ogni tanto per farsi un bicchierino di marsala all’uovo magari in compagnia di qualche estimatore delle virtù corroboranti della bevanda.

A proposito di Sali e Tabacchi, una volta vendevano anche i francobolli: adesso non è detto, e infatti è diventato difficile anche spedire una cartolina.

Paesaggi da cartolina come quelli che si possono godere in Val Chiavenna, Valtellina, dov’ero stato prima di ritornare al lavoro: ad esempio le Cascate dell’Acquafraggia, a Borgonuovo di Piuro, certo non a livello delle Cascate delle Marmore appena viste ma spettacolari e soprattutto accessibili gratis ed infatti sulle rive del fiume Mera e nei prati sottostanti un sacco di persone prendevano il sole, si bagnavano e stendevano tovaglie per i picnic. Noi non eravamo attrezzati e quindi abbiamo prenotato al non distante Crotto del Belvedere (notate che era venerdì ed era tutto pieno, per riprendere il discorso sulla crisi…). Antipasto di bresaola (anzi brisaola, come dicono lì) e sciàtt, e poi ovviamente pizzoccheri, piatto estivo per eccellenza. Il mio colesterolo ha fatto salti di gioia ed anch’io; la sala dove ci hanno ospitati era accogliente e soprattutto aveva una bella vista.

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Sotto al locale è possibile visitare il vecchio crotto, ovvero la grotta dove erano tenuti (e ancora vengono tenuti) il vino ed i salumi a stagionare. Una frescura deliziosa, piacevolissima dopo la grappa alle erbe offerta dal gestore. Nel pomeriggio siamo andati a visitare Palazzo Vertemate Franchi, a Piuro, una dimora del ‘500 con un bel giardino ed un castagneto; sono ammesse solo visite guidate che bisogna prenotare, ma ne vale la pena. Come tutte le dimore antiche anche su questa sono state costruite delle leggende, una è quella che tutte le donne debbano fare una riverenza al  ritratto del vecchio proprietario, altrimenti il fantasma andrà a infastidirle…

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La dimora ha una lunga storia, perché in origine era solo una dependance, il Palazzo nobile di trovava in paese, che allora si chiamava Belforte ma venne spazzato via da una frana che seppellì l’intero abitato uccidendo quasi tutta la popolazione.

Dopo la visita ci siamo diretti a Chiavenna, alla Collegiata di S.Lorenzo, per un saluto a suor Maria Laura Mainetti, la suora uccisa ormai 20 anni fa da tre ragazzine (16 e 17 anni…) che nella loro mente offuscata intendevano compiere un rito satanico. Se Satana esiste non ha certo vinto: le ragazze si sono distrutte la vita, e la suora verrà beatificata l’anno prossimo…

Da Chiavenna partono diverse passeggiate, qualcuna alla portata di tutti e qualcuna più impegnativa; bisognerà assolutamente tornare, anche perché l’altra specialità, gli gnocchetti (non pensate a quelli di patate: sono fatti di acqua e farina, e conditi con burro, bitto o casera _ o entrambi_), non li abbiamo assaggiati.

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Certo, a questo punto mi direte “e grazie al cavolo che ti viene mal di stomaco se pensi sempre a mangiare”, in realtà non sareste originali perché è la stessa cosa che mi dice sempre mia moglie, ma dico io altrimenti come si fa a sopravvivere alle notizie che ci bombardano? Referendum si/no; apertura delle scuole si/no; Lukaschenko che in Bielorussia ha appena vinto le elezioni con l’80% ma è un dittatore e che vi devo dire, se la democrazia che vogliono questi oppositori è la stessa che si è trovata la Russia quando è caduta l’Unione Sovietica, con Eltsin e la sua cricca che hanno depredato tutto il depredabile, non penso che ne potrà venire niente di buono per i bielorussi; Erdogan invece è nostro amico, tanto che facciamo le esercitazioni navali insieme a Grecia, Cipro e Francia per non farlo allargare ancora di più nel Mediterraneo, però non è un dittatore ma un  “importante partner”, tra l’altro non solo ha riaperto come moschea Santa Sofia, ma anche l’altro gioiello che è San Salvatore in Chora _ per fortuna ho fatto in tempo a visitarle entrambe prima che il nazional-islamismo prendesse il sopravvento_ ; in Germania i “no-mask” (una volta si chiamavano nazi) danno l’assalto al Parlamento; in America si sparano addosso bianchi e neri come ai bei tempi (anzi, ai bei tempi erano solo i bianchi a sparare ai neri: si vede che la musica sta cambiando…);  l’Egitto, altro nostro grande amico nonostante quel “piccolo inciampo” che è Giulio Regeni, tiene in carcere da mesi un ragazzo che era venuto a studiare a Bologna (cospirazione contro lo Stato se non ho capito male, per essersi occupato di diritti civili…) e se ne sbatte dei richiami della UE e non solo; Navalny avvelenato si/no (e nel caso da chi: perché si vocifera che i servizi russi lo tenessero d’occhio per proteggerlo, dato che evidentemente un Navalny morto fa più danno a Putin di un Navalny vivo, e allora come in tutti i gialli bisognerebbe forse chiedersi cui prodest…).

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Amiche e amici come al solito mi sono lasciato prendere la mano, e saltando di palo in frasca partendo dal marsala sono arrivato al thè corretto; tra i due comunque la mia preferenza pensi si sia capita…

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E per fortuna che siamo l’eccellenza!

Cronachette della fase tre 24-29 agosto

La dottoressa dice che somatizzo. Non ne sono molto convinto, fatto sta che al primo giorno di rientro al lavoro, peraltro da casa, il mal di stomaco si è rifatto vivo. Ingiustificato, a mio parere, data la dieta frugale a cui mi sono sottoposto durante le settimane di vacanza e della quale vi ho puntualmente ragguagliato. Nemmeno mi sento di dare la colpa alla zuppa inglese mangiata a casa di amici durante la visione di Paris Saint Germaine – Bayern Munich: il dessert che prediligo e che la nostra amica prepara appositamente per me. Secondo me sto diventando allergico al lavoro o alla lettura delle mail, dato che il male si è manifestato dopo una mezza giornata di visione di arretrati. Arriverà anche per me il giorno in cui potrò affrancarmi dalla condanna biblica? (che non è quella di sopportare Eva, preciso).

Comunque, giusto per tenermi buono e per confutare la autodiagnosi di colecistite, stilata dopo attenti studi dei sintomi su Internet (“lasci stare” è stato il laconico commento), la mia medico curante mi ha prescritto una gastroscopia. E finalmente! Ho subito chiamato il numero verde, che mi ha trovato la prima data utile per l’ospedale cittadino: il 4 marzo. Ho provato ad obiettare che siamo in agosto ma la data non è cambiata. Stranamente l’altro ospedale non era prenotabile dal numero verde unico, quindi non così unico, allora mi ci sono recato di persona e lì sì che ho avuto soddisfazione: appuntamento al 10 dicembre. Tornando a casa riflettevo sul fatto che se dovesse ripartire il Covid difficilmente in dicembre avrò voglia di farmi infilare un tubo in gola, ma vedremo a suo tempo.

La mia preoccupazione più grande non era tanto per la comparsa del dolore, che normalmente in una settimana di digiuno e continenza passa, ma del momento in cui si è presentato: venerdì infatti eravamo invitati al matrimonio della figlia di altri amici, cerimonia che si sarebbe dovuta svolgere in giugno ed è stata rimandata causa Covid, ed alla fine è stata fissata per venerdì non per scelta degli sposi ma perché era l’unica data rimasta libera al ristorante. Mi vedevo lì a chiedere pasta in bianco e patate lesse, con magari qualche carotina, mentre gli altri invitati si abbuffavano all’inverosimile, e la sofferenza si acuiva ulteriormente.

Dopo una settimana ho avuto comunque la soddisfazione di riuscire a rientrare senza troppi sforzi, grazie al chiletto perso, nel vestito che avevo indossato per l’ultima volta tre anni fa ad un altro matrimonio, che ancora mi va a pennello.

Appena arrivati al ristorante, in attesa degli sposi, un cameriere si avvicina con un vassoio ed offre l’aperitivo. A questo punto coraggiosamente mi sono detto “o la va o la spacca” e miracolosamente è andata. Credo che per questo tipo di disturbi la prescrizione di evitare il vino non sia opportuna, anzi trovo che come disinfettante e analgesico sia ottimo; fatto sta che ho mangiato tutto dall’antipasto al dolce, con tanto di caffè e limoncello, senza risentirne. Da dire che le porzioni non erano giganti e il menu rinfrescante: avrei personalmente evitato i tagliolini con ragù alla menta ma la qualità è stata decisamente di ottimo livello. L’unica cosa è che, trattandosi di una cascina nel vigevanese, all’avvicinarsi del tramonto si sono levati nugoli di zanzare ed hanno iniziato a banchettare con le banchettanti; io grazie ai peli sono quasi immune ma le signore e signorine hanno cominciato a schiaffeggiarsi senza ritegno.

Bellissima la scena del lancio del bouquet che mi dispiace di non aver ripreso: una donzella, evidentemente desiderosa di essere impalmata, si è addirittura gettata a pesce: chi ha orecchi per intendere intenda, sembrava voler dire…

Insomma amiche e amici, le feste come gli esami sembrano non finire mai; e non vi ho raccontato della puntatina che ho fatto la settimana prima in Val Chiavenna, ma magari un’altra volta, eh? Buon weekend!

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p.s.: Questa NON è la figlia della nostra amica

Turisti per caso al tempo del coronavirus – 5

Ed eccoci giunti alla fine di questo miniviaggio attraverso questo bel pezzetto d’Italia; dulcis in fundo come dicevo, anzi panforte in fundo, Siena.  Di passaggio però siamo prima andati a Todi, bella cittadina umbra piena di storia, basti pensare che ha tre ordini di mura, etrusche, romane e medievali; la bella piazza del Popolo con la Cattedrale a cui si accede da una scenografica scalinata, il palazzo del Popolo, il palazzo dei Priori; la chiesa di San Fortunato ed la vicina statua a Jacopone da Todi, le cui vicende si intrecciano con quelle di Pietro da Morrone ovvero Celestino V, il papa del gran rifiuto visto a L’ Aquila: un periodo oltremodo interessante, di grandi fermenti in seno alla cristianità; una chicca, la Chiesa della Nunziatina, completamente affrescata… la città merita una visita più approfondita e con un clima più fresco e non a Ferragosto come abbiamo fatto noi…

Dopo un rapido spuntino dirigo le vele verso Siena e a questo punto i due navigatori, quello dell’auto e quello del telefonino, litigano tra di loro. Commetto l’errore di ascoltare quello dell’auto e patatrac, questo ci porta su una strada interrotta, costringendoci ad allungare il tragitto di un’ora. Chiediamo ad una persona del luogo e questo seraficamente ci dice che la strada è interrotta da tempo, chissà quando la riapriranno. Ora, senza polemiche, mi chiedo: secondo me è giusto revocare la concessione autostradale a chi non effettua la giusta manutenzione, ma non bisognerebbe anche revocare cariche e stipendi a tutti i direttori degli enti che dovrebbero garantire che le strade statali, provinciali, comunali e chi più ne ha più ne metta non siano nello stato pietoso in cui nella quasi totalità si trovano? Da questo viaggio inoltre ho imparato, e quasi mi dispiace ammetterlo, che il navigatore di Google Maps vince sugli altri perché è aggiornato in tempo reale o quasi.

Chiusa la parentesi arriviamo a Siena; siamo stati fortunati a trovare una camera libera ci dice la gentile addetta alla reception, perché Siena è sold-out e lo sarebbe stata ancora di più se si fosse potuto disputare il Palio dell’Assunta, di norma in programma il 16 agosto: non sappiamo se ringraziare il Covid-19 per l’opportunità avuta o preoccuparci per la massa di gente che comunque incontreremo… perché di gente ce n’è veramente tanta, italiani e stranieri (francesi, tedeschi, russi…), abbiamo usato spesso la mascherina all’aperto perché davvero evitare gli assembramenti era impossibile. Appena arrivati, uscendo dalla scala mobile che porta dal parcheggio vicino la Fonte Fontebranda (dove delle ragazze si tuffano facendo il bagno…) ci troviamo nel mezzo di una contrada che festeggia con una grande tavolata open-air…

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Siena è un gioiello di arte, storia, esperienza gastronomica ed enologica; l’unica volta che c’ero stato era stato più di trent’anni fa e non avevo visto praticamente niente, solo piazza del Campo e di corsa… la nostra intenzione era fermarci solo il 15 e 16, ma quando siamo andati a visitare il Duomo, domenica, abbiamo scoperto che era chiuso perché si stava preparando la scopertura del pavimento, opera d’arte nell’opera d’arte, che è visibile un solo mese l’anno, così abbiamo prolungato la visita sacrificando la tappa successiva, che avrebbe dovuto essere San Gimignano. Non ce ne siamo pentiti, nemmeno della coda di quasi un’ora fatta per entrare; peccato che, dato il numero di persone ed il distanziamento, è stato possibile rimanere nella libreria Piccolomini contenuta al suo interno solo un paio di minuti: la sensazione che ho avuto è stata la stessa dell’ultima volta che ho visto la Cappella Sistina, e non solo lo stupore per la grande bellezza ma la convinzione che così non ha quasi senso, bisognerà porre un limite… ma se nemmeno il Covid è bastato, forse non c’è soluzione, il turismo di massa è così.

Il Duomo, il Battistero, Santa Maria della Scala, il Museo del Palazzo del Popolo, il Convento di S.Caterina, la  Chiesa di San Domenico, su e giù per le vie calpestate da secoli con la sensazione quasi di profanarle. Ce li meritiamo? Nel dubbio, abbiamo pasteggiato entrambe le sere in piazza del Campo, turisti fino in fondo, pici al ragù di cinta senese e Chianti; forse non c’è nemmeno bisogno di conoscere la storia per apprezzare certe bellezze, basta aprire gli occhi e rendersi conto di quanto si è fortunati a poterne godere…

E così, con queste meraviglie negli occhi, siamo tornati a casa: chi se ne frega delle code, dei contagi che aumentano, delle solite montature contro il “nemico” di turno, bielorusso o vattelapesca che sia, delle polemiche politiche su chiusure o aperture delle discoteche… addolorati per la poca pietà umana e cristiana avuta per la povera donna morta in Sicilia con il suo bambino, mal trattata e mal cercata; per la stupidità di quei giapponesi che hanno portato una petroliera a spezzarsi sulla barriera corallina delle Mauritius, perché non avevano linea per telefonare; per l’ottusità di quei poliziotti americani che in sei avevano circondato il solito nero e invece di immobilizzarlo gli hanno sparato tredici colpi, per gli incendi disastrosi in California, in una nazione dove il presidente e tanta parte della popolazione continua a negare la correlazione tra l’uso di combustibili fossili e riscaldamento globale… per fortuna ci rallegra il “governatore” della Sicilia, che ha fatto una ordinanza per vietare la pioggia, ovvero di vietare lo sbarco di immigrati… chissà come mai nessuno ci aveva pensato prima!

Amiche e amici, spero di non avervi tediato troppo con i miei piccoli racconti che non ho fatto tanto per esibizionismo ma per ricordarmi, tra qualche mese o anno, cosa si poteva ancora fare quando se ne aveva la possibilità (in tutti i sensi). La vacanzina è finita, una volta avrei detto che si torna alla normalità… ma la normalità, oggi, che cos’è?

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