Ferragosto con Olena (VI)

Maracaibo,
balla al Barracuda,
si ma balla nuda, zà zà…

Luana, la cantante solista dell’Orchestra Spettacolo Armando Grasparossa, cinquantenne dotata di un fisico prorompente non supportato da capacità vocali di pari livello, dal palco della Casa del Popolo di Brisighella sta deliziando il pubblico pagante e non con una spettacolare versione di “Maracaibo” di Raffaella Carrà.
Armando, classe ’32, fisarmonicista leggendario in grado di eseguire tutte le variazioni della Mazurca di Migliavacca ad occhi chiusi e con la tastiera coperta da un panno, scuote la testa e sbotta:
«Socc’mel Agalgisa!» – che questo è il vero nome della cantante – «ma tienila mo su!»
«Ma più di così non posso, nonnino!» risponde la cantante sgambettando intorno a Carlone, il trombettista. «Già si vedono le mutande!»
«Ma non la sottana, oca che sei, la nota, la nota devi tenere su! Non senti come cali? E non chiamarmi nonnino!» la redarguisce l’anziano musicista.
«Uffa quante storie, sapessi come cali tu, io mi lamento per caso?» » risponde Luana-Adalgisa. provocatoriamente, accennando malignamente al fatto che il loro sodalizio travalica l’aspetto artistico. «Al “mio” pubblico comunque piace, guarda mo!» e la cantante, sempre continuando ad ancheggiare, rivolge uno sguardo languido ai ballerini che si accalcano in pista, tra i quali spicca un sessantenne abbronzato, leggermente sovrappeso, con abbigliamento da rimorchiatore da spiaggia composto da scarpe da yachting senza calzini, pantaloni bianchi, camicia a righe verticali bianche e blu con colletto rialzato tenuta fuori dai pantaloni e slacciata sul petto depilato, catenina d’oro a maglie di media grandezza e magliettina celeste di cotone appoggiata sulle spalle ed annodata sul davanti: Tullio Bongiovanni detto Puccio Maxi-bon, delizia delle mogli in vacanza e terrore dei mariti in città.
«C’è anche quel povero deficiente!» commenta Armando riconoscendo il Casanova alla piadina, lanciandosi in una svisata che copre l’assolo del sassofonista.
«Lascia stare Puccio o te li scateno, eh!» lo ammonisce Adalgisa. Poi, a scopo dimostrativo, brandisce il microfono e, con un gesto plateale come ad abbracciare la platea, pronuncia la frase di rito: «Brisighella, io vi a-mo! Siete fan-ta-sti-ci!» a cui seguono di riflesso applausi e fischi entusiastici.
«E ricordati di prendere la pastiglietta, piuttosto» sibila perfidamente la cantante. Sorpresa dalla risposta che non arriva, si volta verso il maestro di fisa e lo vede, sbiancato in volto e con il mantice fermo, fissare un punto in fondo alla sala con la bocca leggermente aperta.
«Oddio, gli è venuto un coccolone» è il primo pensiero dell’artista, che cerca di sincerarsi del sospetto scuotendo il capo-orchestra. « Armando, che succede Armando, ti senti male?»
Armando si riscuote, guarda Adalgisa, le fa una carezza, poi poggia in terra la fisarmonica e la rassicura: «No, niente, niente, tranquilla, è tutto a posto. Voi continuate pure, io vado a prendere un po’ d’aria, torno subito». Poi si alza, scende dal palco e si avvia lentamente verso l’uscita.

«Craa! Püsa via, brut curbàtt! Craa!!!»¹
Flettàx, l’Ara Macao allevato da un celta adoratore del dio Po, accoglie così suor Matilda che, passeggiando con Gilda, si sta avvicinando al suo trespolo.
«Ma com’è variopinto il tuo pappagallo!» constata ammirata suor Matilda «Devo esserle simpatica, guarda come sbatte le ali»
«Non farci caso, Marisa, Flettàx è esuberante. Miguel lo sta educando, ma siamo ancora alle prime lezioni» Poi, tornando al discorso precedente:
«Ma dopo essere scappata dal manicomio dove sei andata?»
«Non avevo una direzione precisa… ho camminato, camminato, finché mi sono seduta sfinita davanti ad un portone e mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ero in una celletta, con tre suore che stavano pregando, e mi hanno detto che avevo dormito tre giorni e tre notti. Mi sono seduta sul letto, stupita, mi sono guardata intorno, pareti spoglie, un piccolo crocifisso, e mi sono accorta di stare bene… avevo anche fame, pensa un po’. E quelle donne intorno a me, quelle suore, contente, ma non per finta sai Gilda? Avevano gli occhi che ridevano, trasmettevano gioia, serenità… proprio quello che avevo perso, di cui avevo bisogno. E ho capito che non ero arrivata lì per caso…»
«Che strana chiamata! Non era più facile apparirti in sogno?» riflette Gilda, pratica di estasi mistiche.
«Ah, ah, si, hai proprio ragione…» ride suor Matilda «ma ognuno ha la sua vocazione, e ci vuole un po’ a scoprirla… prendiamo te, per esempio»
«Io? Ma che c’entro io? Io non ho avuto nessuna chiamata…»
«Dici di no? Ma se allora non avessi seguito quello sconosciuto non saresti qua, non saresti mai diventata…» e qui la suora fa un gesto per indicare quello che c’è intorno «… questo.»
«Ah, tu dici che anch’io ho seguito la mia vocazione? Mmhh, devo pensarci, non so se prenderlo come un complimento» dice Gilda, ripensando alle circostanze che l’avevano condotta a passare da moglie appassionata e assaggiatrice di ripieni a vedova appassionata, ma proprietaria dell’impero del tortellino.

«Ma torniamo al motivo della tua visita… Marisa cara, devo dirtelo francamente: questa storia del sassofono andrà bene per le tue suore, ma a me non convince per niente. Sei sicura di non aver tralasciato qualche… ehm… dettaglio?» chiede Gilda, riportando l’amica all’argomento all’ordine del giorno. «No, te lo dico perché Natascia ha un certo caratterino, ed è meglio avvisarla se qualcosa non va. Non c’entrano per caso pigmei e cinesi? Perché se ci sono quelli ti consiglierei di far evacuare il convento.»
«Pigmei e cinesi? Ma come ti salta in mente, Gilda!» protesta la suora. «Anche se, in effetti, forse ho tralasciato un piccolo particolare…» confessa la suora reticente.
«Ecco, proprio a questo mi riferivo, cara. Eviterei di tralasciare particolari con Natascia in giro. Di che si tratta allora? Su, spara» incalza la Calva Tettuta.
«Vieni, sediamoci là» la suora indica una panchina appartata, e dopo essersi sincerata che nessuno le stia osservando, estrae dalla tasca un sacchetto in pelle marrone, chiuso da un laccio di cuoio.
«Dentro al sassofono c’erano queste…» e rovescia il contenuto del sacchetto sulla sua gonna.
«Fréchete! Monete d’oro? Ma che è, antiche? ‘Ndó l’ha pijate lu santó?» esclama Gilda, che nei momenti di agitazione ricorre al vernacolo del paese natale, Serrapetrona.
«E chi lo sa, Gilda, solo lui può dircelo, e anche perché le ha lasciate lì… con questo» risponde l’amica, estraendo dal sacchetto un pezzo di carta e porgendolo a Gilda.
«Un biglietto? “Il passato reclama il pagamento. Perdonatemi”… melodrammatico, non è vero? Hai un’idea di quello che voglia dire, Marisa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Gilda, il santone non mi ha mai parlato del suo passato…»
«Marisa, te lo devo dire, non ci sto capendo più niente. Per fortuna però c’è un’entità superiore alla quale rivolgerci»
«Dici di rivolgere qualche preghiera al Signore, Gilda?» chiede speranzosa la monaca.
«Male non fa» concede la vedova Rana. «Comunque prima proverei con James»

¹ Craa! Pussa via, brutto corvaccio! Craa!!!

capodanno

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Ferragosto con Olena (V)

«Suor Emerenziana, Suor Emerenziana!!!»

Suor Burialda, la guardiana che funge anche da centralinista del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, agitata, abbandona momentaneamente il posto di controllo vicino all’ingresso e corre a grandi balzi verso la sala di lettura dove la consorella è in raccoglimento sfogliando con la massima delicatezza una Bibbia miniata del XII° secolo.
Qui irrompe, facendola sobbalzare e rischiando di farle cadere il prezioso libro dalle mani.
«E che ca…spita, Burialda, quante volte devo dirtelo di fare piano! Mi farai venire un colpo una volta o l’altra!» la redarguisce Suor Emerenziana, decana del convento, accompagnando il rimbrotto con un’occhiataccia.
«Insomma, che c’è di così urgente?»
«Suor Emerenziana, ho in linea il Vescovo… che gli dico?» risponde la giovane suora, torcendosi le mani.
«Il Vescovo? Oh ca…volo, ci mancava anche questa!» pensa l’anziana ancella del Signore. Poi rivolta alla suorina, chiede: «Ti ha detto cosa vuole?»
«Si, mi ha detto che vuole parlare con la Superiora, per mettersi d’accordo sulla processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, in ottobre…»
«Mer…itorio questo suo interessamento, non è vero Burialda? Gli hai detto qualcosa?»
«None sorella, non sapìo che dije! Minca putìo raccontaje che la Superiora è corsa dietro a lu Santó!» risponde Burialda, alla quale quando è nervosa scappa qualche parolina nel dialetto di origine.
«Brava, brava, hai fatto bene. Coraggio, su, passamelo di là, ci penso io»
Suor Burialda parte a razzo verso la sua postazione, mentre suor Emerenziana, con la solennità necessaria, ripone il libro nella teca che lo custodisce. Poi, con la velocità che le consente l’età, si dirige all’apparecchio posto nella stanza vicina, non prima di sostare un attimo davanti all’effigie del Fondatore.
«Beato Turoldo aiutami tu» poi considerando che presto dovrà confessarsi alza la cornetta, prende la linea e risponde con modestia alla voce nervosa dall’altra parte del cavo:
«Sua Eccellenza, quale onore. Sempre sia lodato. Suor Matilda sta facendo gli esercizi spirituali, può dire a me?»

Gilda e suor Matilda, la sua vecchia compagna di infanzia, passeggiano nel giardino di Villa Rana. In sottofondo il ciangottare del pappagallo Flettàx che, improvvisando sulle note di “Mi sono innamorato ma di tuo marito” di Cristiano Malgioglio, rivolge epiteti politicamente scorretti all’indirizzo del giardiniere Miguel.
«Quanto tempo è passato, Marisa… ti ricordi quando andavamo a lavare insieme i panni al lavatoio comunale?»
«Sembra sia passato un secolo, vero? Come eravamo giovani…» riflette con un pizzico di nostalgia la superiora.
«E tu eri la più bella del paese!» ricorda Gilda. «Quando passavi per la piazza si giravano tutti i ragazzi…»
«Ah, ah, tu non eri certo da meno!» ride suor Matilda. «Me lo ricordo ancora come sculettavi, sai! Ah, ah, e poi mi fregavi tutti i fidanzati!»
«Io sculettavo? Ma sentila! Fidanzati, ma figurati! Io non ci facevo proprio caso a quei farfalloni!» continua ridendo Gilda.
«Eh, lo so, tu cercavi il grande amore…» continua la suora, e poi guardandosi intorno constata: «Bè, mi pare che non ti sia andata male, no? Come ci si sente ad essere una possidente?»
«Possidente… insomma, diciamo che me la cavicchio. Il povero Evaristo, pace all’anima sua,  mi ha lasciato la fabbrica e qualche milioncino, così mi posso togliere qualche sfizio»
«C’è anche quello tra gli sfizi?» chiede allusiva la monaca, riferendosi al vichingo che spacca la legna nel giardino.
«Chi, Sven? No, no, con Sven è una cosa seria… mi tocca tirargli fuori le parole con le pinze, ma gli voglio bene veramente. Ogni tanto piglia e scappa, ma ritorna sempre. Ma tu piuttosto… quando me ne sono andata stavi per fidanzarti con Alfredo… che è successo?»

Un’ombra attraversa il volto della suora.
«Alfredo… Alfredo è morto, non l’hai saputo?» poi, vedendo lo stupore sulla faccia di Gilda, continua:
«Ci saremmo dovuti sposare la settimana dopo… ti avevo anche cercato per mandarti le partecipazioni, ma non si sapeva mai dove trovarti, eri sempre in giro…»
Gilda annuisce, ripensando ai tempi in cui girava l’Italia alla ricerca di ingredienti per i ripieni che avrebbero permesso al marito di creare il suo piccolo impero.
«Era sera, stava tornando a casa con la Vespa, la 125, te la ricordi? Non s’è mai saputo che è successo, l’hanno trovato in un fosso con la testa spaccata. Qualcuno dice che si è sentito male, qualcuno che è stato buttato giù apposta, per la politica… poi io mi sono ammalata, non avevo più voglia di fare niente, non riuscivo più nemmeno ad alzarmi dal letto, volevo solo andare da Alfredo, e basta»
«Mi dispiace Marisa, non sapevo niente… avevo solo saputo che te ne eri andata dal paese, ma nient’altro…»
«Alla fine mi ricoverarono. Una casa di cura la chiamavano per delicatezza, un manicomio, in effetti. Lì conobbi il santone, che mi salvò la vita.»
«Il santone? Era ricoverato anche lui?» chiede Gilda, alla quale la storia inizia a sembrare una telenovela.
«No, non era ricoverato… e non era ancora il santone, per la verità. Era la moglie ad essere ricoverata. Era rinchiusa nel suo mondo, non riconosceva più nessuno, nemmeno lui. Lui veniva, una volta alla settimana, le sistemava i capelli, le accarezzava le mani e le raccontava quello che aveva fatto da quando l’aveva salutata. Lei lo lasciava fare, non capiva niente o così sembrava, continuava a guardare fuori dalla finestra senza dire niente. Poi, prima di andare, tirava fuori dalla custodia il suo sassofono, e le suonava una canzone dolcissima, sempre la stessa. Certe volte sembrava che la musica le ricordasse qualcosa, e allora muoveva le mani, quasi a dirigere un coro che vedeva solo lei… poi lui asciugava il sassofono, lo metteva via, e la salutava con un bacio sulle labbra. “Ciao amore mio”, le diceva, “voleremo ancora, vedrai”, e se ne andava »
«Ma tu come facevi a sapere queste cose?» chiede Gilda, commossa dal racconto.
«Io ero nella stanza vicina, quando sentii per la prima volta suonare quella canzone qualcosa mi si mosse dentro… mi avvicinai alla porta della loro stanza e la aprii appena, e continuai così per quasi sei mesi, ogni volta che veniva a trovarla.»
«E poi, che è successo?»
«Un giorno, mentre lui suonava, passa un’infermiera e mi sorprende mentre li guardo dallo spiraglio della porta aperta. Mi urla contro di chiudere immediatamente e di tornare in camera mia e si muove per venire a prendermi, io mi spavento e così la porta si chiude e sbatte. Rimango lì paralizzata, sento che la musica si è interrotta, ed i passi del santone che vengono verso la porta. La apre, e mi trova lì, che tremo. Mi guarda con degli occhi, Gilda, degli occhi verdi che avevano dentro tutta la dolcezza e la sofferenza del mondo… mi guardava dentro, mi leggeva l’anima… so che possono sembrare sciocchezze, specialmente dette indossando quest’abito, ma così mi sembrò allora. Passò qualche secondo, ma mi sembrò l’eternità… alla fine si scostò dalla porta, con un gesto mi mostrò sua moglie seduta alla finestra, e fissandomi ancora negli occhi mi disse: “Signorina, lei non deve stare qui. Lei non è come loro. La vita la aspetta fuori, vada a prendersela”. Poi richiuse la porta, e ricominciò a suonare. Il giorno dopo scappai.»

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Ferragosto con Olena – personaggi in cerca d’autore

«James, caro, non sembra anche a te che quest’affare vada a rilento?»

E’ una Gilda pensosa quella che, appoggiata alla balaustra della ringhiera del balcone che si affaccia sul giardino, osserva Miguel, il giardiniere tuttofare, intonare una pregevole versione di “Quando l’amore diventa poesia”, impugnando un gambo di girasole come se si trattasse dell’asta di un microfono Shure, indossando una parrucca a caschetto che lo fa assomigliare ad Orietta Berti sul palco di Sanremo nel ’69, dedicandola al pappagallo Flettàx che sembra gradire, tanto da accompagnare il ritmo con gracchi e sbattiti di ali, e sull’acuto di “Io ti amo, e gridarlo vorrei!” rispondere con un appropriato: “Ma va’ a ciapà i rat!”.

«Effettivamente, signora» – risponde il maggiordomo disponendo artisticamente su di un vassoio d’argento i cetriolini per il thè delle cinque – «non per criticare ma sembra che l’Autore se la stia prendendo un po’ comoda. Tra l’altro, a voler essere pignoli, ferragosto è passato da un pezzo.»
«Gli toccherà cambiare titolo, come minimo. A meno che non voglia mandarci tutti in Australia, dove mi dicono che le stagioni siano rovesciate, ti risulta James?»
«Effettivamente, signora, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale» conferma il competente James.
«Su di te si può sempre contare James, sei un esperto di emisferi ed anche di inversioni. Ti dirò, non mi dispiacerebbe andare in Australia, conosco una ragazza a Perth che alleva ragni da combattimento. Ad ogni modo» – e qui l’espressione di Gilda si fa più preoccupata – «se non si sbriga, Sven abbatterà tutti i pioppi del boschetto, e poi mi toccherà comprare delle stufe a pellets. Poverino, si sta annoiando» constata Gilda sistemandosi il foulard in seta Mantero che le copre la calvizie «di questo passo fra poco ripartirà con i suoi amici suonati, e poi per sei mesi chi s’è visto s’è visto.»

Nonna Pina, che indossa una tunica a fiorellini con una fila di bottoncini sul davanti, è distesa su una sdraio imbottita in materiale Memory ai bordi della piscina olimpionica situata nel parco della villa. In testa un sombrero, in mano un calice di prosecchino appena versato dalla bottiglia posta nel cestello ripieno di ghiaccio. Alza il calice davanti agli occhi e, attraverso il cristallo, osserva Olena che, fasciata da un costume intero con la scritta CCCP sul davanti, siede ad un tavolino del vicino bersò sfogliando un tomo monumentale con su scritto “Dossier Mitrockin”, sibilando insulti e montando e smontando velocemente la nuova pistola PL-15K, sparando ogni tanto qualche colpo ad un bersaglio con al centro una foto di Gorbacёv.
La vegliarda si riscuote, ingolla il prosecchino, si butta alle spalle il calice e scoppia:
«Per la miseria, Natascia, non si può fare qualcosa? Non è che può tenermi qua fino a duecento anni, non è credibile! Da quando è tornato dalla Russia sembra rimbambito, non è che gli avete dato qualcuno dei vostri intrugli?»
«Niet, babushka, niente intrugli. Mia fonte dice che gira per casa in mutande e colbacco in testa ripetendo che vuol andare in pensione. Tra l’altro» e qui la voce della russa si fa sprezzante «dice che non ha bevuto nemmeno uno guoccio di vuodka. Nessuno crede lui, però» risponde la russa, con il sopracciglio sinistro aggrottato.
«Ma santo Dio, non ci può mica lasciare così a bagnomaria! Sentiamo se il cinese sa qualcosa. Generale? Ehi, generale!» la nonna si sbraccia e richiama Po, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, impegnato nei consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica. Po poggia in terra la racchetta e si reca presso la sdraio di nonna Pina.

«Avele chiamato, bella signola Eusebia?» chiede retoricamente il cinese con un inchino.
«Po, non ti ci mettere anche tu con questa Eusebia. E non fare il ruffiano cinese» lo bacchetta la centenaria. «Sai qualcosa di questa faccenda? Che sta facendo quell’impiastro? Che ormai non ho più boccini a cui sparare» afferma la nonna.
«Mio cugino Xi incontlato lui a Gubbio. Voi sapele, paese di Don Matteo»
«Che diamine dici Po, Gubbio è il paese del lupo e di San Francesco, ma che andate ad inventarvi in Cina?» protesta nonna Pina, scandalizzata.
«Comunque, mio cugino detto che visto lui in ostelia mangiale clescia con glossa palla di insaccato. Coglione.»
«Si, che è un coglione lo sappiamo, ma vai avanti Po» lo sollecita la vecchia.
«No, coglione è nome di insaccato, coglione di mulo. Mangiava coglione di mulo e beveva vino flesco Glechetto. Ela molto tliste»
«Me lo immagino quanto era triste» chiosa la nonna. «Ma perché avrebbe dovuto essere triste, poi?»
«Dile che ponte clollato ela più giovane di lui e che non sapeva che Molandi plogettasse ponti oltle che cantale “la fisalmonica”. E che vuole andale in pensione.» conclude il cinese.

«E basta con questa pensione!» ruggisce la nonna. «E a questi allora che gli facciamo fare?» indicando, dall’altra parte della piscina, la ballerina cubana Paio Pignola ed un attempato seduttore in maglietta azzurra con il collo rialzato e catenina d’oro sul petto villoso che svolazzano ballando la salsa. «Chi diamine è quello, tuo cugino lo sa?» chiede a Po.
«Si chiama Tullio Bongiovanni, ma amici chiamale Puccio Maxi-Bon. Maxi per le dimensioni» risponde il cinese, informatissimo.
«Di sicuro non per le dimensioni del cervello, suppongo» arguisce nonna Pina, squadrando l’ultimo arrivato scuotendo la testa.

«E va bene, adesso basta!» proclama la vegliarda. «Qui bisogna prendere in mano la situazione, il toro per le corna o quel che è. Natascia?»
Olena chiude il dossier e lo ripone nel cassetto del tavolo. Poi si alza, indossa lentamente la fondina ascellare intonata con il costume olimpionico, e si avvicina a nonna Pina.
«Eccomi babushka. Cuosa facciamo?»
«Figlietta mia, hai carta bianca. Sparagli pure se serve, ma fallo ritornare al lavoro»

Olena increspa leggermente l’angolo destro della bocca, alza gli occhi al cielo ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu e sbatte sul calcio della PL-15K che ha lucidato amorevolmente.
«Nessun pruoblema nonna, nessun pruoblema. Finita pacchia per finuocchietto»

 

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Viaggio in Russia – Mosca!

Ed eccoci a Mosca, la capitale, la sede del potere: la città più grande e importante della Russia, 15 milioni di abitanti a cui se ne aggiungono giornalmente diversi altri milioni, tra lavoratori pendolari, visitatori e turisti.

I giorni passati a Mosca sono stati un po’ come passare davanti al negozio di un pasticcere: si vedono i dolci, si sentono gli odori, e viene voglia di entrare, curiosare, assaggiare… si, perché ci siamo stati meno di due giorni (tre notti, però), e bastano appena per rendersi conto della grandezza di questa città.

La visita ha toccato ovviamente la Piazza Rossa, che mi piacerebbe visitare il 9 maggio, quando c’è la grande parata per la ricorrenza della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Ma anche così, trovarcisi è stata un’emozione, come quando trent’anni fa ci trovammo davanti alla Torre Eiffel in viaggio di nozze. La Piazza è racchiusa da un lato dalle mura del Cremlino, fronteggiate sul lato opposto dal grande magazzino Gum; di notte devo dire che le luci di quest’ultimo mi hanno un po’ disturbato, le luminarie in stile natalizio mi sono sembrate un po’ kitsch, togliendo un po’ di solennità al luogo. La Piazza è ora adibita anche a luogo di concerti, ed infatti una delle sere in cui, con un manipolo di ardimentosi, ci siamo avventurati in centro con la metropolitana (efficientissima!) ci siamo trovati di fronte uno sbarramento invalicabile: l’intera area era transennata, ed i varchi muniti di metal detector sorvegliati dalla polizia, con il rinforzo dell’esercito. E’ stato tenerissimo un soldatino che, vedendo una signora titubante di fronte ad una pozzanghera (pioveva) gli ha indicato un guado e le teso la mano per aiutarla ad attraversarlo. Mentre cercavamo di orientarci per aggirare gli ostacoli, tra cartine ed indicazioni in caratteri cirillici, si è avvicinato un ragazzo che, in un inglese senz’altro migliore del nostro, ci ha dato delle dritte per passare dall’altra parte. Gira che ti rigira comunque siamo riusciti a passare solo quando il concerto è finito, il girare però ci ha permesso di ammirare la via San Nicola, tutta illuminata di luci pendenti colorate, dove nei giorni dei mondiali si aggiravano i tifosi prima e dopo le partite. L’altro giorno leggevo di un manualetto distribuito ai propri tifosi dalla Federazione Calcio Argentina, che dava indicazioni sul modo più opportuno per conquistare le donne russe. Mi è sembrata un’iniziativa lodevole, non sono purtroppo riuscito a procurarmene un opuscolo, lo vorrei sottoporre all’attenzione di Olena per sentire che ne pensa.

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Turista in discutibile forma atletica e mentale inneggia all’amore universale (foto di repertorio)

Rimanendo sulla Piazza Rossa, abbiamo visitato la cattedrale di San Basilio, la cui grandiosità esterna contrasta con i piccoli ambienti interni; il Cremlino ovviamente, dove purtroppo la parte più bella non è visitabile: passeggiando dentro lo spazio del Cremlino bisogna stare attenti quando si attraversa la strada, facendolo sulle strisce pedonali, e questo non per paura di essere investiti ma perché altrimenti le guardie usano i fischietti a disposizione e redarguiscono i  contravventori. Nel Cremlino abbiamo visto lo Zar dei Cannoni (mai sparato un colpo) e la Zarina delle Campane (mai suonato un rintocco): maestosi manufatti, ma abbastanza sfortunati. Anche l’Armeria abbiamo visitato, dove sono custodite non solo armi ma tesori inestimabili. Siamo passati anche davanti al teatro dove spesso si esibiscono i nostri cantanti: non si sa perché ma i russi amano molto i nostri cantanti degli anni ’80, e qui Toto Cutugno e Al Bano ottengono sempre dei gran successi (la reunion Al Bano – Romina è avvenuta qua, non per caso…). A Mosca, per terminare col gossip, ha un bell’appartamento anche Ornella Muti. E no, non è vero che è stata amante del presidente Putin.

A proposito di rosso, a parte il ricordo dei sacrifici e dei caduti in guerra, mi sembra sia in atto una certa rimozione del periodo sovietico; anche sulla Piazza Rossa si pone l’accento che in realtà si chiamerebbe Piazza Bella, quasi si voglia nascondere quel di rosso che è rimasto. Per fortuna ci pensano i cinesi a ricordarcelo, e si incolonnano in file chilometriche per rendere omaggio alla salma di Lenin nel Mausoleo: cosa che avrei fatto volentieri anch’io se non ci fossero stati di mezzo, appunto, tutti quei cinesi. Una cosa carina che ho appreso è che esiste un modo di dire, quando un uomo tradisce la moglie, che dice “va a sinistra”: sara stato così anche prima del ’91?

Siamo passati davanti al Bolscioi, siamo passati davanti alla Casa Bianca, e qui non ho potuto non ripensare a quando, nell’ottobre del ’93, il democratico Eltsin la fece cannoneggiare dai carrarmati con dentro i deputati che si opponevano alle sue riforme di ultra-liberalizzazione.

Abbiamo visitato il grande magazzino Gum, un centro commerciale dove sono rappresentate tutte le migliori firme della moda mondiale: è curioso che l’embargo riguardi i prodotti alimentari e non questi, di prodotti. A proposito di prodotti agricoli, il nostro autolesionismo si spinge fino ad aver aderito all’embargo penalizzando le esportazioni dei nostri contadini, ma a permettere però che nostri tecnici vadano nelle loro industrie casearie ad insegnargli come fare la mozzarella. Tafazzi ci fa una pippa, per essere aulici.

Siamo entrati nella Chiesa del Cristo Salvatore, la nuova chiesa realizzata in epoca eltsiniana in un’area dove c’era prima una chiesa, abbattuta dai bolscevichi e dove venne poi edificata una grande piscina con l’acqua riscaldata; poiché di chiese mi sembrava ce ne fossero già abbastanza avrei più gradito la piscina, ma ammetto che dalla terrazza si gode un bellissimo panorama dei dintorni: si vede il museo Puskin, ed anche la nuova scultura dedicata a Pietro il grande, che in realtà l’autore aveva dedicato a Cristoforo Colombo ma poiché nessuno la voleva se la prese il sindaco di Mosca, chiedendo però di sostituire la testa del genovese con quella di Pietro.

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Bella, per carità, ma volete mettere una piscina?

A proposito di panorami, siamo stati sulla Collina dei Passeri, da cui si osserva tutta Mosca; alle spalle l’enorme Università; tra la distesa che si stende sotto spiccano alcune delle sagome delle Sette Sorelle, palazzi maestosi in stile sovietico dove abitavano funzionari del partito e le personalità più eminenti della società civile. In uno di questi abbiamo anche mangiato, in un bellissimo ristorante, e pasteggiato a spumantino.

Siamo stati sul Parco della Vittoria, creato di recente: qui si salda il giusto orgoglio per la vittoria su Napoleone con quello su Hitler; obelischi e targhe commemorano i protagonisti di quelle vittorie, e di notte una suggestiva fontana sgorga acqua che le luci illuminano di rosso, a ricordo del sangue versato.

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Mosca, dicevo, attira migliaia e migliaia di lavoratori dai paesi limitrofi (i trasporti pubblici sono efficienti, ma nonostante ciò il traffico stradale è micidiale). Sta succedendo quello che capita anche da noi: i lavori più umili i moscoviti non vogliono più farli (possono permetterselo dato che la disoccupazione è molto bassa) e quindi c’è anche una forte immigrazione dalle repubbliche asiatiche della Federazione Russa, ed anche da quelle che ne sono uscite trovandosi poi a mal partito, non avendo ne risorse proprie ne industrie significative. Anche in Russia c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione,e questo saldato al fatto che le pensioni sono abbastanza basse (la media è di 200 euro) così come l’età per andare in pensione (55 le donne e 60 gli uomini) costringerà a breve a prendere delle misure che potrebbero essere impopolari.

Spostarsi in metropolitana a Mosca è comodo, ci sono tantissime linee, e i passaggi sono molto frequenti. Alcune stazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, e infatti una mattina l’abbiamo dedicata alla loro visita. Considerevole che, dato che la città è in continua espansione, ogni anni vengono aggiunte almeno due nuove stazioni… Pur essendo enorme Mosca è anche una città verde: il 40% della superficie è coperto da verde e parchi, tra cui quel famoso Gorkij Park che ha ispirato un famoso film di spionaggio.

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Non ho portato a casa nemmeno una matrioska, e me ne dolgo. Contavo di farlo l’ultimo giorno, quando siamo riusciti a fare una passeggiata sulla via Arbat, via zeppa di negozietti: ma i primi due dove sono entrato erano gestiti da cinesi e mi sono sentito a casa, intristito. Le matrioske belle, quelle fatte a mano, giustamente costicchiano ed io ne posseggo già una, regalo di una vecchia collega, ancora in buono stato (la matrioska, la collega non so) che posso spacciare come appena arrivata. Ho portato a casa però una tazza con l’effigie di Putin: la terrò sulla scrivania e la metterò in mostra quando vorrò indicare di non rompermi le scatole.

L’ultima sera abbiamo assistito ad un bellissimo spettacolo di balletti, con una parte sulla storia russa ed una di balletti folcloristici tradizionali: costumi sfavillanti, grande corpo di ballo (cinquanta elementi!), ballerini e soprattutto ballerine con le quali rifarsi gli occhi.

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Danzatrici con uno speciale sistema di levitazione magnetica

Così come con le hostess dell’Aeroflot che ci ha riportato a casa, un bel biglietto da visita! Distribuendo anche una cena non disprezzabile.

Insomma, spero di avervi fatto capire che questo viaggio mi è piaciuto molto; che si può fare, anche senza tour organizzati; che mi piacerebbe persino andare a sentire Toto Cutugno cantare con il coro dell’Armata Rossa…

до свидания, Россия  !

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Questo francamente non si può vedere.

 

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Ma prima di abbandonare San Pietroburgo non si può non rivolgere un pensiero deferente ad Aleksandr Puŝkin, colui che è considerato il fondatore della lingua letteraria russa moderna. In Italia la sua opera più conosciuta è forse “La figlia del capitano”, da cui sono stati tratti un film e uno sceneggiato con Amedeo Nazzari nei panni di Pugacёv, ma in Russia è un monumento. Proprio il monumento di Pietro il Grande ispirò la sua opera “Il cavaliere di bronzo”, che da allora in poi è diventato il nome della statua che è il simbolo di San Pietroburgo. Sposò una moglie bellissima, e questo gli causò dei guai; nonostante avessero avuto quattro figli insieme sembra che questa lo tradisse, e per difendere il suo onore sfidò il presunto amante a duello e morì per le ferite riportate.¹

Da San Pietroburgo a Mosca ci siamo spostati con il treno veloce Sapsan, che collega le due città in circa quattro ore. Di Mosca parlerò nella prossima puntata, ma voglio anticipare quello che è uno dei problemi principali, come diceva il Johnny Stecchino di Benigni su Palermo: il traffico.

L’Anello d’Oro è quell’itinerario, non troppo distante da Mosca, che collega diverse città storiche, capitali medievali o comunque città allora importanti come Vladimir, Suzdal, Kostroma, Jaroslavl, Rostov, Sergei Posad. In queste cittadine (insomma, Jaroslavl conta 600.000 abitanti, per dire) abbiamo passato giornate a visitare Chiese, Monasteri maschili e femminili, Cremlini, con icone, iconostasi, affreschi e porte d’Oro come se piovesse. Fino a poco tempo fa pensavo che il Cremlino fosse solo quello di Mosca, poi ho scoperto invece che il Cremlino è la cittadella fortificata, ed ogni città importante ce l’aveva.

Osservando la cartina, come dicevo, non sembra esserci una grande distanza tra questi paesi, ed in effetti è così: il problema però è che le strade non sono adeguate al traffico, e le condizioni di manutenzione sono abbastanza precarie. Se si aggiunge che i lavori possono essere fatti solo nei lavori estivi, perché anche un non esperto di cantieristica intuirà che è un po’ difficile asfaltare a -30°, si capisce come sia possibile impiegare due ore per percorrere meno di settanta chilometri.

Il panorama è abbastanza uniforme: boschi, di betulle specialmente, pianura scarsamente coltivata, fiumi in lontananza ed ogni tanto delle pozze d’acqua. Non ci sono molti distributori o aree di servizio nel tragitto, ed a volte se anche ci sono è meglio evitarli; se proprio scappa, si può approfittare del boschetto di betulle, è più igienico.

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Meglio la betulla

Come dicevo, abbiamo fatto un’overdose di Chiese, Monasteri e Icone; alcune sono state ricostruite perché abbattute nel periodo rivoluzionario, molte le stanno restaurando così i futuri visitatori ne avranno a disposizione ancora di più.

La Chiesa Ortodossa, essendo chiesa nazionale (e non universale come quella Cattolica) per sua natura si presta abbastanza a supportare i nazionalismi (non che quella Cattolica non lo faccia, se è per questo); in questo caso quindi il fervore religioso si salda con la rinascita dell’orgoglio nazionale, non so quanto sia un bene ma vedranno loro. Segnalo l’incongruenza per cui, nonostante questo risveglio religioso, i matrimoni sono in calo; mentre invece la natalità, dopo il crollo drastico degli anni ’90, si sta riprendendo grazie ad efficaci interventi di aiuto alle madri ed alle famiglie.

Una delle visite che più mi è piaciuta è stata quella al Monastero di Suzdal, dove abbiamo assistito ad un concerto di campane ma soprattutto abbiamo visitato il piccolo museo dedicato ai prigionieri italiani; il monastero infatti era stato adibito, dopo la battaglia di Stalingrado, a campo di concentramento per i prigionieri, e vi furono rinchiusi parecchi italiani, molti dei quali persero la vita, come conseguenza delle condizioni in cui arrivarono, per le privazioni e le malattie. Il museo conserva foto, lettere e documenti dell’epoca, nonché testimonianze dei visitatori; assiduo era lo scrittore Tonino Guerra, quello della reclame “Gianni! L’ottimismo è il profumo della vita!”, che a sua volta era stato deportato e internato in Germania.

Ho imparato molto sulla forma delle cupole, sulle icone, sulle iconostasi, sul fatto che i preti possano sposarsi (ma solo se non vogliono fare carriera), ed anche sulla storia russa anche se tra Vladimir, Ivan, Alessandro e Nicola dopo un po’ ci si confonde. Sulle icone ad un certo momento cominciavo a simpatizzare per gli iconoclasti; simpatico poi che ogni tanto, dentro le chiese, ci fossero imboscate di cori russi che intonavano suggestivi canti sacri promuovendo il loro CD. Bravissimi, ma come dice Cetto La Qualunque, un coro è sublime, due cori sono da studiare, tre cori sono da andare a visitare con i torpedoni, ma al quarto…si comincia a cantare “non sopporto i cori russi” come Battiato.

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Colpisce che questi paesi sono abbastanza diversi dalle grandi città, ed anche per questo vale la pena visitarli: ci sono ad esempio molte case basse, le dacie, case di campagna dei cittadini che nei fine settimana danno vita ad esodi verso le loro casette, dove hanno un pezzetto di terra, una griglia, e spesso una mini-sauna.

Il tenore di vita è più basso che nelle città: lo stipendio medio di un operaio in città è di mille euro, mentre la media russa è di 500; così, mentre in città si vedono girare solo macchine nuove o comunque in buono stato, qui si vede ancora viaggiare qualche vecchia Lada! Una bella soddisfazione per noi italiani!

E si, perché quelle vetture sono state fabbricate dalle catene di montaggio della Fiat, portate a metà degli anni sessanta in quella che venne chiamata Togliattigrad (ma il vero nome della città è solo Togliatti), dal nome dell’allora segretario del PCI, che si impegnò per questa realizzazione. Quindi il nostro massimo capitalista di allora, Agnelli, mandò le sue linee (vecchie) in Unione Sovietica… la prima macchina costruita (la Zighulì) era la nostra 124, un po’ rinforzata, auto indistruttibile come so bene perché mio padre aveva una 124 familiare sulla quale ha caricato per anni ringhiere e cancelli sul portapacchi, e si arrese solo quando ormai era allo stremo, dopo aver percorso chilometri per almeno tre giri del mondo. Poi furono prodotte anche le 1300, che qui da noi avevano avuto minor fortuna. La città si chiama ancora Togliatti e conta più di 700.000 abitanti; la fabbrica funziona,  di proprietà per due terzi della Renault-Nissan e per un terzo russa. Produce un milione di vetture l’anno, forse la Fiat avrebbe fatto bene a rimanere…

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¹ Questa storia vale la pena di leggerla per intero, ci sono dei libri che la raccontano bene… l’amante della moglie era anche l’amante di un diplomatico (uomo) che lo adottò; questo amante era il cognato di Puŝkin , in quanto aveva sposato la sorella della moglie (quattro figli pure loro!) ma non contento insidiava anche la sorella. Se gli avessero dato ancora un po’ di tempo avrebbe insidiato anche Puŝkin stesso, probabilmente. Tutto chiaro, no?

Vacanze in Russia!

Anche se il titolo potrebbe evocare una commedia postuma dei fratelli Vanzina (di cui solo uno _ fortunatamente o malauguratamente, a seconda del gradimento _ è ancora vivo) o qualche nuova avventura della bella Olena, devo deludere gli uni e gli altri fans. Questo sarà solo il racconto del viaggio in Russia che mi prefiggevo di fare da anni e che finalmente si è realizzato, in occasione del trentennale di matrimonio che già di per se stesso, di questi tempi, è una bella impresa.

Diciamoci la verità: a chi interessano i racconti della vacanze degli altri? O peggio ancora, essere costretti a guardare le millesettecento fotografie scattate nelle condizioni più improbabili? Pochino, ed io sono tra quelli. Personalmente mi sento un po’ a disagio anche nel pubblicare foto su FB, temo che possa essere interpretata come un’ostentazione cafona; sarà che i miei genitori nella loro vita, a parte il viaggio di nozze, di vacanze non ne hanno mai fatte, che mi sento un po’ in colpa anche per loro. Spesso mi trovo d’accordo con Salgari, quando dice che “scrivere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli”, perciò leggo, studio e mi documento, e ad un certo punto mi sembra di essere stato in un posto più di tanti di quelli che effettivamente ci sono andati.

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Cercherò di non annoiare i lettori con l’elenco dei monumenti, chiese, monasteri, perché per quello ci sono già le guide di viaggio o “Turisti per caso”, anche se qualche richiamo dovrò farlo; più che altro riporterò delle impressioni, delle sensazioni di questi giorni belli e caldi (molto caldi), e dei confronti tra la “mia” Russia, quella dell’immaginario di un po’ tutti quelli della mia generazione, e quello che ho visto di persona, sia pur di corsa.

Già, ma qual è la “mia” Russia? Sono tanti ricordi e tante emozioni sparse… Putin, certo, l’uomo forte, e gli incontri con Berlusconi; la Rivoluzione di Ottobre, di cui l’anno scorso ricorreva il centenario; la corazzata Potemkin e Fantozzi; la finale degli Europei di calcio del 1968, unico europeo vinto rocambolescamente dall’Italia, battendo proprio l’Urss in semifinale grazie alla monetina, perché allora non si tiravano i rigori dopo i tempi supplementari e poi in finale la Jugoslavia nella seconda gara, dopo che la prima era finita in parità; le Olimpiadi del 1980 segnate dal boicottaggio guidato dagli Usa, per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan, boicottaggio a cui l’Italia fortunatamente non aderì, e ci portò gli ori strepitosi di Pietro Mennea, Sara Simeoni e diversi altri; Gorbaciov e la caduta del muro; la gara per la conquista dello spazio, gli Sputnik, la cagnetta Laika, Yurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio, e la prima donna, Valentina Tereshkova; il Kalashnikov; Lenin e Stalin; la Seconda Guerra Mondiale (per i russi Grande Guerra Patriottica) con le epiche battaglie di Leningrado e Stalingrado; la tragica ritirata dell’Armir, raccontata magistralmente da Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli; i grandi scrittori dell’ottocento, Tolstoj, Dostoevskij, e i grandi sceneggiati televisivi degli anni ’60 tratti dai loro romanzi; la Siberia ed i dissidenti, Solgenitsin e l’Arcipelago Gulag; il Teatro Bolscioi ed i suoi ballerini formidabili; chiese e monasteri ortodossi, ripieni di icone e affreschi; Guareschi e il Compagno Don Camillo; Napoleone che aspetta sulla Collina dei Passeri che gli vengano consegnate le chiavi di Mosca e il Generale Inverno; i mondiali di calcio appena passati dove noi non c’eravamo; la vodka ed il caviale; i grandi fiumi, il Volga, il Don, e le grandi pianure, le steppe, le taighe; il Kgb, il Cremlino, la Piazza Rossa; la lunga epoca di Breznev; la dinastia dei Romanov e la leggenda di Anastasia; Rasputin il monaco; le valigie con le calze di seta; i banditi che si sono appropriati delle ricchezze dell’ex Urss; grandi musicisti come Mussorgskij, Ciajkovskij, Sostakovic; bellezze fatali, algide e glaciali; le matrioske; le babushke che aiutarono i nostri soldati in ritirata, in gran parte contadini come loro; la carica del reggimento “Savoia Cavalleria” del colonnello Bettoni, a sciabole sguainate contro le mitragliatrici russe, a Insbucenskij; la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la disgregazione delle repubbliche, a cui è seguito l’esodo delle badanti moldave e ucraine; Chernobil ed i bambini ammalati; la Crimea ed i bersaglieri del generale Lamarmora; Michele Strogoff il corriere dello Zar; Popoff e il Casatschock; i grandi giocatori di scacchi; le dacie in campagna, le saune e le temperature a -30°; i colbacchi ed i cosacchi; la Bandiera Rossa e l’Internazionale…

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Per l’organizzazione del viaggio ci siamo affidati ad un noto tour operator, mi pare già di sentire i buuhh! Lo so, sembra una roba da vecchietti, ma a parte che non siamo più di primo pelo, era il modo più pratico per girare e vedere più cose possibile, anche se velocemente. Se dovessi tornare, come mi auguro e spero, farò da solo, ora che la strada l’ho imparata… anzi, mi rendo conto in questo istante che in questi dieci giorni non ho bevuto nemmeno un goccio di vodka. Mi pare già un buon motivo per tornare!

Il racconto sarà diviso in tre parti: San Pietroburgo (per me resta Leningrado, comunque), L’Anello d’Oro (le antiche capitali russe) e Mosca. Buona lettura!

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Ferragosto con Olena (IV)

Ad est ad est, adesso si va
Ad est ad est, da dove nasce il sole
Ad est ad est, ritroverò la vita
Ad est ad est, perchè non è finita.

Nel salotto di villa Rana i convenuti si stanno passando di mano in mano un biglietto, vergato con scrittura stentata su un foglio di quaderno a righe delle elementari. James, impeccabile come al solito, ha nascosto l’occhio nero sotto uno spesso strato di cerone, e fluttua fra le poltrone porgendo generi di conforto come caffè equo e solidale dell’Equador, foglie da tè fatte arrivare appositamente dalla Dolceria Salemi di Zafferana Etnea e boeri al cioccolato fondente ripieni di ciliegine e maraschino che un corriere consegna quotidianamente da Cuneo.

E’ la padrona di casa, la Calva Tettuta assisa nella sua poltrona Frau, a rompere il ghiaccio schiarendosi la voce:
«Ehm… scusa sai Marisa… volevo dire suor Matilda…» rivolgendosi all’amica di gioventù «ma io non ci capisco niente. Sei sicura che il tuo Santone ci stesse con la testa?» chiede dubitativa, picchiettandosi contemporaneamente la tempia con l’indice.
«Ti assicuro, Gilda, che il Santone era sanissimo e perfettamente in sé fino alla sera prima. Nessun segno, niente che facesse pensare che se ne volesse andare. Del resto, poi, perché avrebbe dovuto farlo? E’ servito e riverito, anzi le consorelle fanno a gara a viziarlo!» protesta la suora.
«Eh, ma questo non vuol dire» interviene nonna Pina con competenza. «Ad una certa età funziona così, un giorno sei un leone e il giorno dopo nemmeno ti ricordi chi sei. Ma quanti anni ha il tuo Santone?» chiede la centenaria.
«Compirà ottanta anni la settimana prossima… sempre che ci arrivi» sospira la suora.
«Ah bè, ma allora è ancora giovane» constata la nonna, dal suo punto di vista.

«Ma fammi capire, Mari… suor Matilda.» interviene di nuovo Gilda «perché pensi che gli sia successo qualcosa? Non potrebbe essersi semplicemente stufato di stare in convento e aver deciso di andarsene? Voglio dire, non aveva nessun obbligo per rimanere lì, giusto? E a parte questo biglietto, ha lasciato altri indizi?»
«Si, purtroppo… suor Pulcheria? Puoi aprire quella scatola per favore?»
«Subito, superiora!» e la suorina rimasta fino a quel momento in disparte, facendo sfoggio di entusiasmo nonché di un bel paio di baffetti, poggia sul tavolo quella che sembra la custodia di uno strumento musicale, e la apre facendone scattare le chiusure. James, nelle vicinanze, si lascia sfuggire un commento di ammirazione:
«Notevole! Un Selmer Mark VI, uno strumento da professionisti»
«Lei si intende di sassofoni?» chiede suor Pulcheria, meravigliata e curiosa, al maggiordomo.
«James si intende di tutto, cara» dice orgogliosa Gilda.
«Troppo buona, signora. Per combinazione un caro amico, che suonava nell’orchestra di Henghel Gualdi, mi introdusse ai segreti degli strumenti ad ancia semplice. “James”, mi disse, “devi sapere che a volte un buon bocchino può aiutare a superare i limiti di uno strumento modesto, anche se”…»

Gilda lo interrompe: «James, scusa caro se te faccio notare ma ci sono le suore. Non mi pare il caso ora di mettersi a parlare di ance e affini…»
«Chiedo scusa signora, mi sono lasciato andare ai ricordi, capirà, il mio amico era un virtuoso dello strumento» dice il maggiordomo rinculando.
«Capisco, certe lezioni rimangono indelebili, ne so qualcosa. Ma dimmi suor Matilda, che c’entra questo sassofono, per quanto bello?»
«Il Santone non se ne sarebbe mai andato senza… quando è arrivato da noi, venti anni fa, aveva solo una canottiera e un paio di calzoncini tenuti su da due straccali¹ consumati. E il suo sax, che lucidava e suonava tutti i giorni… e ci ha fatto promettere che, quando morirà, il sax venga sepolto insieme a lui.»
«Bè, quand’è così le cose cambiano. Ma toglimi una curiosità, perché ti sei rivolta a me? Non sono la Sciarelli². Senti, facciamo così, adesso andiamo a fare una passeggiata in giardino e mi racconti tutto, va bene?»
«Come vuoi Gilda, andiamo pure» acconsente la suora

«Ah, suor Matilda, non far caso all’uccello, al pappagallo, dico. Non so ancora come la pensa sulle suore»

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¹ Vi risparmio la fatica di andare a cercare sul vocabolario: bretelle
² La brava giornalista conduttrice di “Chi l’ha visto”

Ferragosto con Olena (III)

Aaahh freak out!
Le freak, see’est Chic
Freak out!
Aaahh freak out!
Le freak, see’est Chic
Freak out!¹

Nel salottino dell’Air Force Rana che li sta riportando da Cuba a Milano, Olena, nonna Pina e James stanno occupando il tempo giocando una partita di Tressette con il morto; il posto di quest’ultimo è occupato da una foto del fu Evaristo Rana, nipote di nonna Pina e creatore dell’impero dei Rana, deceduto per problemi alla cervicale dopo un incontro troppo ravvicinato con Olena.²
Nonna Pina, sigaro in bocca, momentaneamente in coppia con il defunto, lo sprona a scegliere la carta da giocare:
«Evaristo, datti una mossa per piacere! Che si sta facendo notte» poi sposta una delle carte scoperte e la mette al centro del tavolo. La scelta non la convince, tanto da spingerla ad insolentire ancora il nipote:
«Ma che cavolo giochi! Da vivo eri un deficiente, a parte i soldi che quelli li sapevi fare, ma da morto sei completamente inutile!» concludendo la giocata con una risata gracchiante.

Olena piega l’angolo sinistro della bocca in qualcosa che assomiglia ad un sorriso, mentre James rimane imperturbabile dietro i suoi occhiali neri D&G.
«Busso» dichiara il maggiordomo.
«Bravo!» lo elogia nonna Pina  «Lascia che ti dica, caro mio, che come bussi tu bussano in pochi. Se ne è accorto anche Pepe e guarda che non è l’ultimo arrivato, eh? Ai suoi tempi era un peso welter» continua la vegliarda. «Se proprio devo farti un appunto, è che dovresti tenere la guardia un po’ più alta. Quel diretto l’avresti parato, almeno»
James annuisce, e si sfila gli occhiali facendo mostra di un bell’occhio nero.
«Ha ragione signora, ma tenga presente che sono stato colto alla sprovvista. Il mambo era quasi finito, e non potevo immaginare che Natascia sgambettasse Paio»
«Io non ha sgambiettato nessuno!» puntualizza gelida Olena. «Tua amichetta inciampata su mio piede, e detto poi me brutte parole» Poi, pizzicandogli una guancia: « Ma tu vero uomo, tesuoruccio, e difeso me. Vieni io da bacino su bua.» E così dicendo Olena appoggia le labbra sull’occhio chiuso di James, che si schermisce:
«Natascia, ti proibisco di chiamarmi “tesuoruccio”! E la prossima volta che ti vuoi azzuffare come uno scaricatore di porto sei pregata di non coinvolgere me!»
«Ragazzi, una rissa così non la vedevo da una cinquantina d’anni. Ne avete stesi una ventina, tra uomini e donne, e senza nemmeno versare una goccia di rhum. Pepe ha già prenotato un tavolo per l’anno prossimo» conclude allegra nonna Pina.

Prima che James possa ribattere si ode il trillo del telefono satellitare.
Tutti si rivolgono verso di lui, l’addetto alla risposta. Questi si schiarisce la voce e risponde in tono professionale:
«Qui Air Force Rana. Chi parla?»
«James, sei tu? Grazie al cielo» risponde Gilda, che continua con un rimbrotto affettuoso «James caro, non potresti lasciar perdere quel “chi parla?”. E’ pleonastico, se mi concedi questa licenza poetica.»
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine» si giustifica il maggiordomo.
«E’ un vizietto che proprio non riesci a toglierti, vero? Ma non fa niente, caro, per il resto sei perfetto»
Poi Gilda lascia da parte i convenevoli, e viene al sodo:
«James, quanto tempo vi rimane al rientro?»
«Il pilota stima che manchino almeno tre ore all’atterraggio, signora»
«Non si potrebbe accelerare, caro? Perché qui ci sarebbe un problemino»
«Ha detto problemino, signora?»
«Si, James, problemino, problemino, non ripetere a pappagallo. Ah, a proposito, ti saluta Flettàx, senti» dice Gilda, girando la cornetta verso il giardino, da cui arrivano i versi dell’Ara Macao padano:
«Craa!! Craa!! Caccià i dané! Craa!! No, la Tanzania no!»
«Spero che Miguel l’abbia accudito bene, signora»
«Si, si, non preoccuparti, ormai hanno fatto amicizia. Dicevo che fareste meglio a prendere qualche scorciatoia, perché ci sarebbe un problemino da risolvere»
«Vedrò quello che posso fare, signora. Intanto vuole anticiparmi di che si tratta?»

Gilda risponde velocemente e riattacca. James rimane in piedi, guardando la cornetta, non del tutto convinto di aver capito bene. Nonna Pina, che ha cercato di captare il discorso, invita il maggiordomo a relazionare:
«Allora, James? Chi era?»
James si riscuote, e poggia la cornetta sulla base del telefono. «Era la signora Gilda, signora»
«E…?» lo incita a continuare nonna Pina
James prende fiato, e risponde:
«Dice che il Santone è scappato» riporta il maggiordomo «e chiede se Natascia non possa essere così gentile da entrare in convento»
«Ah be’, se è per così poco» constata la vecchia. «Natascia, come sei messa col catechismo?»
Olena solleva leggermente il sopracciglio sinistro «Niet, babushka. Io non crede in queste cose»

«Uhm, capisco» commenta pensosa nonna Pina «Del resto, figlietta mia, oggigiorno con questa Internet non si sa più cosa credere»

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¹ Chic – Le Freak – 1978
² Niente sushi per Olena – 2018

Ferragosto con Olena (II)

Dal palco della Casa della Musica di Miramar, a L’Avana, l’orchestra “Adelante Compañeros” sta eseguendo una cover dei Los Van Van, “Me gusta y no puede ser”, uno dei brani più graditi dal pubblico.
La pista, piena fino a poco prima di corpi accaldati e ansimanti, si è svuotata per fare spazio a due coppie formidabili di ballerini, che gli astanti osservano ammirati.

La prima coppia è formata da un uomo sui 35 anni, sul metro e settantacinque, in forma ed abbronzato, con una bella barba nera da hidalgo e due profondi occhi scuri, che indossa una sobria tutina verde sotto un bolero rosa firmato Girifalchi con maniche a sbuffo che tiene per i fianchi la sua partner, una stupenda mulatta con canottierina e gonnellino rosso fuoco.
«Te muoves muy bien, querido» lo elogia la compagna esibendo un personale forse un tantino troppo atletico, mentre lo segue con movenze da pantera.
«Grazie, ma chérie, mi alleno tutti i giorni con il giardiniere» dichiara James, il maggiordomo di casa Rana in vacanza.
«Davvero? Non sapevo che da voi in Italia i giardinieri ballassero la salsa» dice stupita la cubana.
«Il nostro Miguel è talentuoso, cara. Come hai detto di chiamarti, a proposito? Hai una bella voce calda e profonda, te l’hanno mai detto?» chiede James, ammirando l’accenno di pomo d’Adamo al collo della salsera.
«Mi chiamo Paio, querido, Paio Pignola. Yo soy la mejor bailerina de Cuba!» proclama volteggiando. Poi, stringendosi forse eccessivamente al maggiordomo, gli sussurra in un orecchio:
«Llévame a Italia contigo, mi amor, non te ne pentirai» infilandogli peraltro la punta della lingua nel padiglione auricolare.
«Vada pure per il Paio, mia cara» concede un benevolo James, piacevolmente sorpreso da una protuberanza manifestatasi sotto il gonnellino della mulatta «ma quel Pignola non mi sembra appropriato. Ci sarebbe da discutere, diciamo. Ad ogni modo mi sembra tu abbia dei numeri notevoli, manda pure il curriculum vitae a casa Rana, vedrò di mettere una parola buona per te.»
«Muchas gracias, querido…» sussurra con voce roca Paio, stringendosi ulteriormente al maggiordomo.

Ad un tavolo defilato, due vecchi amici conversano amabilmente, ricordando i tempi passati.
Nonna Pina, la più anziana dei due, con in testa un Panama, sta fumando il suo Montecristo N°2 sorseggiando un bicchiere di rhum; il suo accompagnatore degusta il Cohiba Siglo II che l’amica gli ha regalato.
«La revolución no es una cena de gala!» proclama enfatico l’uomo.
«E su questo siamo d’accordo, Pepe. Ma quello che ti chiedevo è: ti pare giusto che un tassista guadagni più di un chirurgo? Voglio dire, va bene ad ognuno secondo i propri bisogni, ma anche l’utilità sociale andrebbe premiata, non trovi?»
«La colpa è dell’embargo e dei gringos che non accettano il nostro socialismo» risponde l’uomo «anche il povero Secundo la pensava così» ed un velo gli appanna la vista, già appannata di suo.
«Pepe,» dice nonna Pina, stringendogli una mano «mi è dispiaciuto molto per tuo fratello Secundo, sai quanto gli fossi affezionata»
«Lo so Wanda, lo so, da quella volta che lo piantasti ad Acapulco con l’orchestra ed il conto del gioielliere da pagare non era più riuscito a toglierti dalla testa… e del resto come avrebbe potuto, una donna hermosa come te?» sospira l’attempato Ganimede.
«Ah, ah, Pepe, ma che vai a rivangare? E’ passato un secolo da quando mi chiamavano Wanda…» ride civettuola la centenaria «ma adesso guarda come sono messa…» indicando le rughe che le scavano il volto.
«Per me tu sei sempre bellissima come quando scendevi le scale del Tropicana » dichiara lo spasimante  «Come avrei voluto essere uno dei tuoi boys! Ma perché non rimani qui con me, a Cuba, per sempre? Balleremo tutto il giorno, fumeremo i migliori sigari e berremo il miglior rhum, e faremo l’amore facendoci cullare dalle onde del mare» dice il cubano con trasporto.
«Pepe caro» chiede nonna Pina un po’ preoccupata  «Scusa se te lo chiedo, ma da quanto tempo non ti fai vedere da un medico? Eppure la vostra sanità è al top, mi dicono. Il tuo geriatra dovrebbe darti una registrata, amico mio. Tra l’altro che fine ha fatto la tua ultima moglie, hai seppellito anche questa? Era la quinta, mi pare. Non ti sembra di esagerare?»
«Scusa Wanda, a volte mi faccio trasportare dalla passione. Sai, il clima, la musica, il sole. Buona tra l’altro questa bevanda, che cos’è di preciso?»
«Ah bhè, andiamo bene!» scuote la testa nonna Pina, accarezzando teneramente i capelli di Pepe, che guarda incuriosito la grolla di Piña Colada che tiene in mano come se non ne avesse mai viste prima in vita sua.

«Vedo tu ha fatto conquista, tesuoruccio?»
James si volta verso la statuaria bionda che le si è avvicinata ballando, ammirandone il vestitino che copre appena l’inguine, mettendo in risalto le lunghe gambe coperte fino alle ginocchia da un paio di stivali di pelle con tacchi alti 10 cm, e le sorride divertito.
«Ah, Natascia, ci sei anche tu? Non ti avevo notato, pensavo fossi andata a pesca di Marlin a mani nude. Un vestitino davvero sobrio, complimenti, dove lo hai preso, nel casino di Dona Flor?» la punzecchia il maggiordomo. «Sei obsoleta mia cara, ormai coprono anche miss America, quest’anno va di moda il vedo-non vedo»
«Vedo infatti tu muolto discreto, come sempre» osserva Olena, piegando leggermente la testa a destra portandosi l’indice alla bocca e fissando la tutina ed il bolerino del maggiordomo. «Bello accuostamento di colori»
«Il verde ama il rosa, non lo sapevi carina? E adesso vai, su, vai a ballare con il tuo cavaliere. Almeno finché ce la fa, che lo vedo un po’ palliduccio»
A questo punto Paio Pignola, al secolo Hector García, si intromette sbottando:
«Ma insomma querido, chi è questa sciacquetta? Vogliamo continuare a ballare o no?» Poi rivolgendosi ad Olena: «Smamma bambina, qui non c’è trippa per gatti. Este es mi hombre!» e si predispone alla battaglia, fronteggiando la russa.

Un brivido attraversa la schiena di James immaginando le conseguenze della sconsiderata dichiarazione di guerra di Paio. Nonna Pina, che da lontano ha seguito la scaramuccia verbale, si sistema il Panama, posa il bicchiere di rhum sul tavolo e si rivolge al suo spasimante:
«Pepe caro, puoi dire al cameriere di portarci qualche nocciolina? Che qui tra poco ci sarà spettacolo»

«Come tu ha chiamato me?» Olena stringe leggermente le palpebre fissando con occhi di giaccio Hector-Paio. Questi, con tutto il coraggio dell’incoscienza, solleva il mento, butta in fuori il petto (rifatto bene, per la verità, come anche Olena ammette tra sé) e risponde con voce leggermente stridula, di un’ottava più alta del necessario:
«Sciacquetta! E anche slavata! Sciacquetta slavata!»
L’orchestra a questo punto ha smesso di suonare. Il bassista, il famoso Giorginho Torres, apre il fodero del suo strumento e ne estrae una bottiglia di Matusalem invecchiato 23 anni che riserva solo per le grandi occasioni. Poi si siede su una cassa dell’amplificazione ed aspetta.

«Adesso faccio io vedere te chi sciacquetta. Raoul!» richiama perentoria il suo accompagnatore, Raul Montero, gigoló di fama internazionale, che dopo l’esperienza della notte passata che l’ha visto nettamente soccombere,  progetta di dedicarsi al tombolo con pizzo di Cantù.
Raul, imbarazzato, si avvicina. «Dime, mi señora», scodinzola.
«Adesso tu baila con questa “señorita” » e così dicendo, con una piccola rotazione del polso gli getta tra le braccia Paio. «Ma che…» ha appena il tempo di dire quest’ultima, e Raoul di rendersi conto dell’entità intrusa tra di loro, che Olena ha abbrancato James, ed è il suo turno di sussurrargli all’orecchio paroline dolci:
«Vedi tu di ballare bene, o io cionco te gambette, da?»
Poi si scioglie i capelli, e ordina all’orchestra, con disappunto di Giorginho:

«E adesso Mambo!»

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Ferragosto con Olena (I)

Gilda Quacquarini, vedova Rana, si pulisce lentamente il viso dal fango del quale è imbrattata, lo butta a terra scuotendo le mani, e sbuffa dall’angolo della bocca guardando con odio la sua avversaria.
E’ in ginocchio nella grande vasca allestita nello stadio di Boryeong, a 200 km da Seul, Sud Corea, dove si stanno svolgendo i campionati del mondo di lotta nel fango femminile.
La sua avversaria, una tonica Barbara D’Urso, l’ha appena atterrata, e sogghigna guardandola dall’alto in basso, con le gambe larghe e le mani appoggiate ai fianchi, ricoperta anch’essa interamente di fango.
«Ti è bastato o ne vuoi ancora?» chiede perfidamente la simpatica conduttrice, e continua:
«Arrenditi vecchia smandruppona, Svengard è mio!»
Più che l’epiteto inelegante è l’udire pronunciare il nome dell’amato dalla bocca della rivale che le fa ribollire il sangue. Si rialza lentamente, in tutto lo splendore del suo metro e sessanta e si sistema il bikini, la cui parte superiore stenta a contenere le forme grazie alle quali è conosciuta come Calva Tettuta.
Strizza i begli occhi verdi, fissa la presentatrice e risponde alla provocazione ricorrendo al vernacolo che riaffiora nei momenti di tensione:
«A scì? E mo’ te lo faccio vedé io, brutta sgallettata, de chi è Svengard!»
Così dicendo avanza verso la D’Urso, la quale con una smorfia di disappunto piega le gambe e flette leggermente il busto in avanti, rimettendosi in posizione di combattimento. Gilda avanza, esegue una finta a destra ed una a sinistra; la D’Urso si sbilancia, ed in un attimo la furia tascabile le è dietro e la afferra per i capelli, tirandola verso il basso; la show-girl cerca a sua volta di attaccarsi ai capelli di Gilda, ma non trova la materia prima: si ritrova in mano solo la bandana con la quale la vedova Rana ricopre la calvizie causata dal pentolone di ripieno di agnolotti bollente rovesciatole in testa proprio dal suo Svengard anni prima.
«E adesso chi è che se arrende, eh?» e comincia a sbatacchiare la testa della D’Urso sul fondo della vasca, provocando un rumore sordo, attutito dalla melma:
“Tum… tum… tum…”

¡Wepa!
Un, dos, tres,
un pasito pa’lante Maria
un, dos, tres,
un pasito pa’tras

Sono le 6:20 del mattino in casa Rana. Gilda sta dormendo nel suo letto King Size a forma di cuore, nuda come mamma l’ha fatta, con gli occhi coperti da una mascherina da notte per non essere colpita dai raggi del sole che penetrano nella stanza dall’enorme portafinestra che da sul balcone.
Risvegliata all’improvviso dalla suoneria del suo Huawei nuovo fiammante, “Un dos tres Maria” di Ricky Martin, allunga un braccio per svegliare il suo amante, Svengard il vichingo.
La ricerca però non sortisce effetto, di Svengard non c’è traccia.
«Sven?» chiama Gilda, con la voce ancora impastata dal sonno. Alla fine, dato che il norreno non risponde, si decide a togliersi la mascherina.
Sorpresa di non trovare il suo amore al suo posto, si chiede per un attimo se non sia andato in cantina a controllare un rumore, o a vedere se la luce in cucina è accesa; ricordatosi poi che era il suo defunto marito Evaristo ad avere problemi di prostata e non certo il gagliardo vichingo, allunga finalmente il braccino verso il comodino dove è poggiato il cellulare.
«Chi sarà mai a quest’ora?» si chiede Gilda ancora accaldata dopo la lotta nel fango notturna.

Dal giardino si sentono dei colpi ritmati: “Tum… tum… tum…” . Gilda si affaccia sul balcone, dopo essersi ricoperta con una vestaglia leopardata, e si appoggia alla balaustra, ammirando il suo Svengard che, a torso nudo, sta spaccando la legna per l’inverno dopo aver abbattuto un pioppo cresciuto abusivamente nel bosco domestico.
Dalla cucina vede uscire Miguel, il messicano che è stato assunto come badante di nonna Pina e uomo tuttofare, che con in testa un vassoio di frutta ed ancheggiando come Carmen Miranda sta recandosi a dare da mangiare all’Ara Macao che si è installato nel giardino dopo essere scappato dalla villa di un senatore padano.
Il pappagallo, riconosciutolo, lo saluta cordialmente:
«Cra…! Cra…! E’ finita la pacchia! E’ finita la pacchia!»
Miguel si guarda intorno circospetto, pronto a passare alle vie di fatto nei confronti dell’insolente uccello tropicale, che continua con i saluti:
«Terùn! Terùn! Cra…! Negher!»
Miguel smettendo di ballare posa il vassoio a terra e si accinge a spiumare il pappagallo, quando Gilda, avvedendosi delle sue intenzioni, lo richiama all’ordine:
«Miguel!»
«Si, señora?»
«Miguel, quante volte devo dirti di non infastidire Flettàx?»
«Ma yo…» prova a giustificarsi il messicano, prontamente stoppato dalla padrona di casa
«Ma yo, ma yo. E’ un animale delicato, poverino. Ha sofferto molto.»
«Ma señora, l’uccello me offende! »
«Miguel smettila di dire stupidaggini. E’ ridicolo! Un ragazzone come te, offenderti per un uccello» e rientra in camera, dove il telefonino ha ripreso a squillare.

Gilda guarda il numero sconosciuto; rimpiange di avere concesso le ferie a James, il fido maggiordomo, ed infine si decide a rispondere:
«Pronto?»
«Sia lodato Gesù Cristo!» risponde la voce squillante in linea.
«Sempre sia lodato» risponde una sorpresa Gilda. «Ma chi è che parla?»
«Sono suor Matilda Inclinata del convento di Ladispoli. C’è la madre badessa?»
«La badessa? Che badessa? Ma no, guardi suora, deve aver sbagliato numero, questo non è un convento»
«Ma certo che non è un convento, lo so bene. Tutt’altro, a quello che mi risulta.»
«Tutt’altro? Cosa vuole insinuare suora?» chiede Gilda, iniziando ad innervosirsi.
«Voglio dire che in quel posto si fornica e si vive nel peccato. Sbaglio per caso?»
«Si forniché? Ma come si permette, nel peccato ci vivrà lei!»
«Su su non è il caso di prendersela. Tanto al giorno d’oggi fornicano tutti»
«Senta suora, non l’ho ancora mandata al diavolo per il rispetto che ho per l’abito che indossa, ma se continua così mi costringe proprio a…»
«Che abito?» la interrompe la suora. Gilda, confusa, risponde:
«Come che abito? La tonaca, no? Il saio, o come si chiama. E che diamine, mica mi posso mettere a insultare una consacrata»
«Perché?» chiede sinceramente incuriosita la suora.
«Ma come perché! Perché sono stata educata così, che i preti e le monache vanno rispettati! Però se continua posso cominciare adesso a fare un’eccezione »
«Ah, ah, ah…» una risata squillante, dall’altra parte del telefono, interrompe la dichiarazione di guerra di Gilda, che rimane sbalordita a guardare il cellulare.
«Ah, ah, Gilda sei incredibile. Non sei cambiata per niente!»
Gilda continua a guardare il cellulare con la bocca aperta. Finché non si decide a chiedere:
«Ma scusi, noi ci conosciamo?»
«Ah, ah, ma che certo che ci conosciamo, tontolana! Sono Marisa, ti ricordi adesso?»

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