Una birra per Olena (XXVI)

«Aahh! E fai piano, cazzo!»
L’ingegner Matthaeus, prono su di un lettino per massaggi, ancora vestito della tuta in lattex infilatagli a forza da Olena, urla dal dolore.
«Abbi pazienza Jürgen, hai il sedere come un puntaspilli…» cerca di calmarlo Hans Sparwasser, con in mano una tenaglia e nell’altra un batuffolo di cotone idrofilo imbevuto di mercurio-cromo.
«Ci vorrebbe una puntura di antibiotico, non vorrei che ti venisse un’infezione» suggerisce l’improvvisato paramedico.
«Puntura? Aahh! Non ti sembra che me ne abbiano fatte abbastanza di punture per oggi? Voi due idioti, perché non l’avete fatta fuori quella maledetta vecchia?»
Bodo e Lutz Piccolo, i liberatori, assistono alle operazioni chirurgiche con partecipazione ed apprensione. Entrambi hanno ancora vivo il ricordo dell’incontro di qualche giorno prima con Olena all’aeroporto, soprattutto Bodo, il possessore dello sfollagente, ed è proprio quest’ultimo ad abbozzare una giustificazione:
«Capo, ma chi lo sapeva che c’era la vecchia! Quando abbiamo visto la russa uscire abbiamo pensato che la stanza fosse vuota, come facevamo a immaginare…»
«Vuota! Deficienti, e controllare con una sonda, un microfono, no eh? Quella vecchia mi ha fatto patire le pene dell’inferno! Prima mi ha frustato cianciando di programmatori e obsolescenza programmata e poi … no, è troppo, non ce la faccio a raccontarlo… A un certo punto per fortuna ha ricevuto una telefonata, ma quando ha riattaccato mi ha guardato come un topo guarda un pezzo di formaggio, ha stretto gli occhietti e mi ha detto “Ah si? Adesso gliela preparo io una bella sorpresina ai tuoi amichetti”… evidentemente il palazzo era sorvegliato, la russa avrà piazzato delle telecamere, mica come voi cogli… aahh!!» strilla Jürgen, all’ennesima freccia.
«Ecco qua, con questa abbiamo finito. Ventisei dardi tutti a segno, complimenti!» dichiara Hans, ammirato, strappando un grugnito al suo paziente, che continua:
«Quella matta ha messo sottosopra tutte le stanze e si è costruita una barricata, poi ha portato il drone in bagno e si è messa ad aspettarvi»
«E’ vero capo, quando siamo entrati la camera era oscurata, le tende tirate… Abbiamo provato ad accendere le luci ma la vecchia aveva tolto la tesserina che serve da contatto per la corrente elettrica… non si vedeva un accidente, ma lei invece ci vedeva benissimo, aveva un visore agli infrarossi! Ha cominciato a sparare, e per fortuna ci eravamo messi i giubbetti antiproiettile, altrimenti ci avrebbe fatto secchi. Poi abbiamo sentito i tuoi lamenti, e siamo corsi in bagno.»
«Quel maledetto drone si è alzato ed ha cominciato a girarmi intorno, poi ha cominciato a sparare freccette: cazzo, che male!»
«Per fortuna erano solo freccette, e nemmeno avvelenate» lo tranquillizza Sparwasser.
«La vecchia deve essere scappata quando siete venuti a slegarmi» continua Jürgen, girandosi a fatica su di un fianco. «Da non credere, due uomini battuti da una vecchia… adesso dobbiamo assolutamente trovarla, glielo faccio vedere io! Aahh! » geme ancora, cercando di alzarsi.
«Oh, oh» sillaba Hans Sparwasser, tenendo in mano l’ultima freccia.
«Che hai da dire “oh oh”, chi ti credi di essere, Santa Klaus? Hai finito finalmente, su, andiamo!»
«Ehm, tu volevi trovare la vecchia, vero?»
«Certo che la voglio trovare! E quando ce l’avrò tra le mani rimpiangerà di esserci impicciata di faccende che non la riguardano, oltre a…» si interrompe Jürgen, rabbrividendo al ricordo di nonna Pina in guêpière.
«Ehm, Jürgen, potrei sbagliare ma se questo è quello che penso» e mostra un rilevatore GPS montato sulla capocchia dell’ultimo dardo, «mi sa che non ci sarà bisogno di cercarla…»
«Porca vacca, un GPS? Brutti coglioni, non potevate controllare prima? Via di qui, fuori, subito, di corsa, via, via!» strilla Jürgen, lanciandosi con le natiche in bella vista su per le scale che dagli scantinati portano al piano superiore della palestra.

Svengard, in piedi davanti all’ingresso del Rana Tower di Monaco di Baviera, fissa perplesso i sigilli che ne bloccano l’entrata, grattandosi la testa libera dall’elmo vichingo che ha lasciato sul drakkar con il quale i gemelli Uppallo I e Uppallo IV in compagnia della bella violinista Anastasija sono ripartiti alla volta delle Isole Svalbard per partecipare al prestigioso Festival di musica artica.
Il cinese Po lo osserva estrarre di tasca un cellulare e formare un numero, dal quale però non ottiene risposta. Preoccupato, il norreno si rivolge al vecchio orientale:
«O saggio Po, la mia amata non risponde. Temo non sia bendisposta nei miei confronti, che mi consigli?»
«O glande uomo del nold, se così fosse chi potlebbe biasimalla? Hai scollazzato in lungo e lalgo, sei in litaldo di una settimana e non ti sei nemmeno fatto vivo con una telefonata. Non mi melaviglielei se nutlisse cattivi sentimenti. Ti consiglio di inginocchialti, piangele e implolale pietà»
«Certo che per essere un confuciano praticante sai come rassicurare le persone» constata il vichingo. «Non è stata colpa mia, come facevo a immaginare quello che sarebbe successo?»
«Tra tutte le qualità che un uomo può avele tu ne hai scelta una delle più utili» lo elogia Po «la testa vuota. Che bisogno c’ela di trattenelsi su quell’isola spelduta e maledetta?» chiede infine, polemicamente.
«Come facevo a saperlo? Tutte le guide lo descrivevano come un posto paradisiaco… e poi avevo bisogno dell’addestratore di pappagalli!»
«Giuseppi Tlonfionalo… che blutta fine, povelaccio»
«E’ stato orribile… quando sono apparsi Riccardo del Turco, Nico Fidenco e Michele¹, ho pensato per un attimo di essere capitato sull’Isola dei Famosi…»
«Elano spaventosi, in bianco e nelo, affamati…»
«Tutta colpa del pianista! Gliel’avevo detto di smetterla, è stata la sua musica a risvegliarli!»
«Il blasiliano è stato cattulato subito… ha celcato di difendelsi insultando in tutte le lingue e appellandosi alla salvagualdia della biodivelsità ma gli zombie non hanno sentito lagioni»
«Poi è arrivata quella donna indemoniata…»
«Mikako, la ex fidanzata del pianista… povelino lui ha anche celcato di falsi mangiale dagli zombie pul di non cadele nelle sue mani, ma non ce l’ha fatta»
«Già, ha anche cercato di salire in barca, ma non so perché Uppallo I’ha ributtato giù…»
«Lo so io pelché…» dice Po, ripensando al sorrisetto che Uppallo I e Anastasija si sono scambiati prima di calare il remo in testa allo sventurato Oreste Cardamomolis.
«Comunque tutto è bene quel che finisce bene, ola siamo qua e vedlemo di… Splead?»
I due guardano Spread alzarsi in volo, all’inseguimento di una traccia che solo lui sente.
«Oh no, pure Sprea no…» dice Svengard, inebetito. «Po, fai qualcosa, abbattilo! »
Ma Spread si è ormai allontanato, e in preda ad una frenesia incontrollabile lancia il suo grido di battaglia:
«Craa!! Partita doppia! Porca troia, arrivo!»
Svengard e Po, sconcertati, lo vedono entrare nell’edificio da una finestrella dell’ultimo piano.
«Che ha detto?» chiede Svengard.
«Polca tloia?» ipotizza Po.
«No, prima… va bene, fa niente» e, presa una decisione, Svengard rompe i sigilli e con una spallata abbatte la porta di ingresso.

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¹ Cantanti famosi negli anni 60 costretti a vagare per l’eternità ogni volta che qualche loro vecchia canzone viene riesumata da qualche programma di revival.

Una birra per Olena (XXV)

Gilda, vestita con un abito Elena Calò della collezione Assunta Incaminada, in ecopelle ricavata dalla lavorazione delle vinacce¹ arricchito da una sobria cintura in fibre di cocco intrecciate con linguette di alluminio riciclate, attraversa il corridoio del Grand Hotel Ludwig II che collega la propria suite a quella dove sono alloggiate Olena e Nonna Pina.
Arrivata davanti alla porta della camera si accinge a bussare con la manina stretta a pugno quando un pensiero la trattiene.
«James, sinceramente, che ne pensi di questo completino? Ho paura che tutto questo vegan friendly e leather-free² trasmetta messaggi sbagliati » domanda la Calva Tettuta, sistemandosi intanto la bandana Mantero in seta stampata con motivi autunnali di foglie cadenti, marroni e chicchi di melagrana.
Il maggiordomo, reprimendo un sottile filo d’invidia per la benda da pirata tempestata di Swarovski con cui Gilda copre il suo occhio sinistro, risponde rassicurante:
«Au contraire, madame, ritengo il suo abbigliamento perfettamente appropriato per esprimere decisione ed un pizzico di spietatezza. Se mi è consentito, consiglierei di completarlo con un frustino in tinta»
«James, sei un portento. Lasciati dire che poche volte ho sentito pronunciare Madame con un accento così perfetto. Nemmeno Renato Zero nel ’76 era arrivato a tanto, hai preso ripetizioni? Non mi dire che hai rivisto Serge³, il tuo amico battitore d’aste…» insinua Gilda, ammirata.
«Effettivamente, signora» ammette James «Serge si trovava in città per una importante vendita ed abbiamo avuto un veloce rendez-vous in ricordo dei bei tempi. Purtroppo è dovuto ripartire velocemente, oggi stesso doveva volare in Italia per battere le opere d’arte di un collezionista caduto in disgrazia, un bancarottiere»
«Ma chi, Calisto? Poverino, era un buon amico della buonanima di Evaristo. Una storia tragica, pensa che ha iniziato vendendo latte, è diventato stramiliardario ed è finito in galera e in mutande»
«Sic transit gloria mundi» chiosa James, compìto.
«Ancora francese, James? Non sarà meglio riservarlo per le occasioni importanti?» chiede Gilda dubitativa, prima di riprendere:
«Ma torniamo a noi, caro. Decisione e spietatezza…» ma la vedova Rana rimane subito interdetta, perché al primo toc dei due o tre di solito necessari la porta si apre lentamente con un lieve cigolio e persino l’imperturbabilità di James viene messa a dura prova alla vista dello stato pietoso in cui si trova la stanza.
«James?»
«Signora?»
«Non sembrano anche a te i residui di un rave party di cinghiali? Per essere un cinque stelle superiore le pulizie in camera lasciano a desiderare, me ne lamenterò con il direttore. Ma… e nonna Pina?»

«Allora? L’avete liberato?»
La voce che esce dall’apparecchio è dura, autoritaria. L’uomo che risponde si alza dalla scrivania ed esce dall’ufficio, scusandosi con il collega con cui stava discutendo.
«Hans, ti ho già chiesto di non chiamare al lavoro, e soprattutto a questo numero!» protesta soffocando la voce.
«E tu non fare nomi, idiota! Rispondi alla mia domanda: l’avete liberato, si o no?»
«Si, ma…»
«Ottimo. Dove l’avete portato?»
«Senti, qui è pericoloso… non possiamo parlarne dopo?»
«Dov’è?» insiste l’uomo al telefono.
«Al magazzino» cede infine, con un sospiro.
«I sigilli quando li tolgono? Hai fatto quel lavoretto?»
«Ancora no, ma…»
«Stai dicendo un po’ troppi “ma” per i miei gusti, lo sai? O mi togli di mezzo quel giudice o ci penso io, ci siamo capiti?» scandisce l’uomo con freddezza, prima di riattaccare.
L’uomo rimane un attimo a guardare il telefonino, poi si raddrizza sulle spalle e si specchia sulla porta a vetri dell’ufficio, asciugandosi il sudore.
«Dove cazzo sarà finita la vecchia?» si chiede, prima di rientrare.

«Cuosa successo qvi?»
Olena, rientrata alla base, scansiona con lo sguardo la stanza. Gilda, ancora scossa, è allungata sulla chaise longue con James che le sta offrendo conforto con una coppa di champagne “Héritage – Prince Henri d’Orléans” e un panino con porchetta di Ariccia importata di contrabbando; tutto intorno segni di lotta, con lampade e tavolini rovesciati, sedie rotte, quadri staccati dalle parete e specchi infranti. In un angolo riconosce la pistola Baikal Viking MP-446 di nonna Pina, la raccoglie, annusa la canna per controllare se ha sparato e controlla il caricatore, vuoto. Entra nel bagno, e constata che il suo ospite non c’è più; qua e là tracce di sangue, non tante però da far pensare ad un conflitto a fuoco. Nella camera da letto trova il suo drone, distrutto; in una parete è conficcato uno dei suoi dardi, che infilza un bigliettino pubblicitario. Olena lo stacca delicatamente e lo guarda, mentre la mascella si irrigidisce.
«Brava, Babushka…» mormora tra di sé. Poi prende il telefonino e fa una chiamata.
«Ursula, sei pronta? Bene… non muoverti di lì, sto per arrivare. Sei armata? Lascia stare, ci penso io»
Gilda poggia la coppa di champagne, si rialza e si rivolge alla russa:
«Natascia, dimmi solo una cosa, senza complimenti. Servono i reparti corazzati?»
Per tutta risposta Olena si volta lentamente verso James, lo squadra beffarda e gli chiede:
«Tu sa pilotare druone, si?»

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¹ Non è una fantasia dell’autore. Distogliendo le vinacce dal loro uso naturale, che è quello di fermentare, venir distillate e infine diventare grappa, qualche stilista innovativo e astemio ha pensato di farle diventare ecopelle.
² Sigle che oggigiorno aprono ogni porta. Il mondo può andare a rotoli, basta farlo vegan fiendly.
³ cfr. Ferragosto con Olena

Una birra per Olena (XXIV)

Sulle note di sottofondo dell’allegra Trink, Brüderlein trink¹  eseguita dall’orchestrina Otto un seine kurze Hose, Horst continua il suo racconto:
«Con un incoraggiamento simile capirai, Fritz, come mi fosse difficile rifiutare. Olena mi mise in mano una copia dei verbali delle indagini, senza dirmi naturalmente da chi e come li avesse avuti; mi misi a studiarli ma non ci trovai nessuna stranezza, anzi mi convinsi che i sospetti su una fuga volontaria fossero fondati: il diplomatico, secondo alcuni collaboratori, negli ultimi tempi mostrava un certo nervosismo e si muoveva con circospezione, come se volesse nascondere qualcosa; il sopralluogo nel suo appartamento non aveva mostrato segni di colluttazione, tutto era in ordine e mancavano solo una valigia e qualche effetto personale, oltre al passaporto, esattamente come se Sobolev dovesse partire per un breve viaggio. Feci allora alla signora le domande di rito: se avesse notato qualcosa di insolito nei recenti comportamenti del marito, come fossero i  rapporti tra di loro, che cosa le facesse pensare che fosse stato fatto sparire, se suo marito avesse ricevuto minacce, intimidazioni…»

Horst si ferma un attimo per sorseggiare un’altra boccata di birra, imitato dal suo sottoposto, e riprende:
«La signora mi disse che i loro rapporti erano buoni e non aveva notato stranezze nel comportamento del marito; di lavoro però non parlavano mai, quindi non sapeva se ci fossero problemi su quel versante; però riferì di un elemento molto interessante.»
«Ah si? E cosa?»
«Sobolev era un eroe di guerra; durante la difesa di Stalingrado era stato ferito alla gamba destra, che era rimasta leggermente più corta dell’altra e per questo nella scarpa doveva portare un plantare che gli permetteva di non zoppicare. Questo plantare Sobolev lo riponeva ogni sera nella scarpiera, e lì la signora lo trovò»
«Mi pare un po’ poco come prova… può essere che nella fretta l’abbia dimenticato, o che ne abbia avuto un altro…» osserva Fritz.
«Così pensai anch’io e la mia intenzione, quando congedai le due promettendo di occuparmi del caso, era quella di far passare un po’ di tempo attendendo la comparsa di nuovi elementi…»
«Quello che fa sempre, insomma…» bofonchia Fritz, da sempre ammiratore dei metodi del commissario.
«Esattamente, Fritz. Le prove hanno bisogno di sedimentare, di maturare, come il vino, bisogna lasciare che la pula si depositi sul fondo, che il torbido si schiarisca. Ad ogni modo ebbi una botta di cu… ehm, un colpo di fortuna che accelerò molto la soluzione del caso»
«Davvero, commissario? Di che tipo?»

«Mi era rimasto in mano quel plantare, ed un po’ infastidito lo tirai sul tavolo della cucina. La foga fu forse eccessiva, tant’è che il supporto cadde a terra e, con mia grande sorpresa, si aprì. Dentro c’era una chiave! A questo punto la faccenda cambiava prospettiva, e l’ipotesi che Sobolev l’avesse lasciato lì apposta non era peregrina… si trattava solo di capire che diamine aprisse quella chiave. Che fare? Stando alle regole, avrei dovuto riferire tutto ai miei superiori, ed è quello che avrei senz’altro fatto se non che…»
«Ha pensato che fosse meglio prima parlarne con la russa» ipotizza Fritz con un filo di malizia.
«Fritz, sorvolerò sulle tue meschine insinuazioni. Mi sembra di averti già detto che Olena lavorava all’ambasciata, ed io proprio all’ambasciata ero stato messo di sorveglianza: dunque era più facile incrociarci casualmente. Le dissi che avevo delle informazioni; fece un sorrisetto e mi disse che si sarebbe liberata in serata, di aspettarla a casa. E così feci…»
«E?»

«Si presentò indossando una cuffia che nascondeva i capelli biondi ed un lungo impermeabile che nascondeva tutto il resto… nell’attesa avevo preparato qualcosina da sgranocchiare, e le chiesi se avesse voglia di mangiare. “Dopo”, mi disse, liberando i capelli e lasciando scivolare a terra l’impermeabile»
«Dopo che, commissario?» chiede Fritz, ancora incredulo.
«Già, dopo che…» risponde Horst «devo capirlo ancora adesso, caro Fritz. Venni travolto da un ciclone, più o meno; per fortuna ero in buona forma fisica, altrimenti avrei anche potuto lasciarci le penne. Alla fine mi disse “non male, per essere un panzerotto” il quale panzerotto capii solo più tardi fosse riferito ai nostri carrarmati, e non alle pizze fritte ripiene di cui gli immigrati del sud Italia vanno ghiotti.»

«E poi com’è finita, commissario, avete risolto il caso, vi siete rivisti?»

«Te la farò breve, caro Fritz, anche perché la birra è finita e l’autore comincia a spazientirsi. Come saprai Dresda nel ’45 venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti inglesi e americani; furono distrutti monumenti, palazzi e chiese di valore storico e artistico inestimabile… la Gemäldegalerie Alte Meister, ad esempio, la stupenda pinacoteca che si trovava nel palazzo dello Zwinger, venne gravemente danneggiata, ma per fortuna gran parte delle opere d’arte erano state messe in salvo. Queste opere d’arte alla fine della guerra furono trasferite in Russia e vennero poi restituite nel 1956, quando eravamo ormai diventati “amici”… Sobolev aveva scoperto che non tutte le opere restituite erano state consegnate al museo e c’era un traffico che coinvolgeva funzionari russi ed ex-nazisti; i primi approfittando dell’immunità diplomatica facevano espatriare le opere ed i secondi, rifugiati perlopiù in sudamerica, le piazzavano presso ricchi compratori. Sobolev stava per denunciare tutto, ma venne zittito prima: si era fidato di qualcuno di cui non avrebbe dovuto…»
«Chi era, commissario? E cosa avete fatto, li avete arrestati?»
«Non proprio, Fritz. Olena mi intimò di non dire niente a nessuno; dopo qualche giorno i funzionari coinvolti sparirono, e pensai che fossero stati rimossi e riportati in Russia. In realtà non si mossero mai da Dresda… a proposito, sapevi che a Dresda c’è uno degli zoo più antichi della Germania?»
«No, ma che c’entra adesso lo zoo?»
«C’entra, caro Fritz, c’entra, chiedilo ai leoni se c’entra… »
«Vuol dire che?…»
«Non lo vidi coi miei occhi, ma Olena mi raccontò tutto per filo e per segno. Non è una ragazza molto tenera con i traditori, quella. Continuammo a vederci per un po’, finché, nell’assalto all’ambasciata dell’anno seguente, aiutai lei ed il suo capo ad evacuare l’edificio…»
«Ricordo quell’episodio, capo, la folla era inferocita, non sapevo che anche lei fosse lì… Olena le sarà stata riconoscente, le ha salvato la vita!»

«Non hai capito, Fritz» risponde Horst, scuotendo la testa. «Non è a lei che ho salvato la vita. A quelli che volevano entrare, l’ho salvata»

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¹ Bevi, i fratelli bevono
² Otto e le sue braghe corte

Una birra per Olena (XXIII)

Mentre l’orchestrina di ottoni in costumi tradizionali attacca Ein prosit der Gemütlichkeit¹ Fritz solleva il boccale che la premurosa e prosperosa cameriera Baldegunde chinandosi gli ha poggiato sul tavolo, mettendo oltretutto in mostra un ragguardevole davanzale.
Fritz si distrae nella visione della tenera bavarese che sparecchia, la osserva radunare i boccali vuoti e caricarli su di un largo vassoio; e non gli sfugge l’occhiata maliziosetta che la ragazza, sentendosi osservata, gli scocca prima di andarsene. Infine, scacciando dalla mente fugaci pensieri di lieti accoppiamenti con Baldegunde che reggono vassoi, torna alla domanda rimasta in sospeso.
«Commissario, ma cosa ci faceva a Dresda? Era dall’altra parte! Non capisco come…»
«Fritz, mi faresti il piacere di non continuare ad interrompere?» lo interrompe a sua volta Horst.
«Apri bene le orecchie e fai conto di avere a che fare con Paganini, il violinista, non il ballerino italiano, perché non ripeterò due volte quanto sto per dire»
Fritz, annuendo, si predispone all’ascolto buttando giù un generoso sorso di birra.

«Dicevo» continua Horst «che nell’89 ero di servizio a Dresda. Si, Fritz, Dresda, Germania Est. Sono nato e cresciuto a Lipsia, in Sassonia; ho svolto il servizio militare nella Nationale Volksarmee, la NVA, come sottotenente ed infine mi sono arruolato in polizia, nella Volkspolizei: cinque mesi di corso, sei mesi di pratica e poi ho preso finalmente servizio, nel 1980, prima a Magdeburgo e poi a Berlino.
Infine, nel 1988, venni destinato alla sorveglianza dell’ambasciata sovietica a Dresda. L’aria stava cambiando, e fu lì che…»
«Che conobbe la russa?» interviene Fritz, dopo essere riuscito a chiudere la bocca rimasta aperta per lo stupore.
«Fritz, non spoilerare² i finali o tolgo la sicura alla mia Glock»
«Chiedo scusa, commissario capo»
«E fu lì che conobbi Olena, si. Lei era stata appena nominata attendente dell’ufficiale al comando; ma i suoi compiti andavano ben oltre quelli di assistenza…»
«In che senso, scusi?»
«Fritz, l’hai sentito con le tue orecchie: Olena era una spia. Non che fosse un segreto per noi, lo sapevano anche i sassi che gli uomini dell’ambasciata erano del Kgb, così come quelli delle nostre ambasciate erano della Stasi e, per inciso, nelle “vostre” c’erano quelli del Bundesnachrichtendienst³.»
«Ma scusi, cosa c’era da spiare nella DDR? Eravate amici con l’URSS, mi pare…»
«Come sei ingenuo, Fritz, mi commuovi quasi, c’è sempre da spiare. Secondo te perché la NSA americana ha spiato per anni i suoi alleati (e non è detto non lo faccia ancora oggi), tra cui la nostra Cancelliera? Per esercitare il potere a volte non è necessario usare la forza: basta avere le informazioni giuste… ma lasciamo stare questo discorso, per adesso.»

Horst beve un sorso della sua Original Münchner Hell, e riprende il racconto:
«Hai mai sentito parlare del caso Sobolev, Fritz?» e al cenno di diniego del sottoposto, continua:
«Serghei Sobolev era un diplomatico russo, aveva una settantina d’anni e viveva con la moglie Olga in un appartamento non distante dal teatro dell’Opera. Un bel giorno, mentre la moglie era in Crimea per una cura termale, Sobolev sparì. Capirai, caro Fritz, che un diplomatico che diserta non fa mai piacere, e in quel periodo di Glasnost e Perestrojka ancora di più, voleva dire non credere nel nuovo corso. Se nemmeno un diplomatico aveva fiducia che le cose potessero cambiare…»
«Ma lei che c’entrava, capo? Di solito se ne occupano i servizi di queste cose…»
«E in effetti fu così, Fritz. All’inizio tutti pensarono che si trattasse della solita fuga in occidente, e le indagini si orientarono in quella direzione. Dopo qualche tempo le ricerche vennero interrotte, in attesa di vederlo ricomparire da qualche parte del mondo magari presentando qualche libro, ma il tempo passava e di Sobolev non si avevano notizie. Finché un giorno, camminando sulla Stübelallee per andare a casa, vicino all’Orto Botanico, venni affiancato da due donne, apparentemente madre e figlia. La più giovane mi prese sotto braccio e mi disse di continuare a camminare facendo finta di niente: aveva argomenti parecchio convincenti, come la pistola che mi teneva premuta sulle costole. Ad essere onesti, più che preoccupato ero incuriosito: che diamine volevano da me quelle due? E poi, ti sembrerà assurdo caro Fritz, ma camminare al braccio di quella ragazza mi dava delle strane sensazioni… sentivo il suo corpo appoggiarsi al mio, il suo profumo, e tutto quello che riuscivo a pensare era che mi sarebbe tanto piaciuto spogliarla… quello fu il mio primo incontro con Olena»

Horst prende un’altra boccata di birra e sorride vedendo l’espressione stupefatta del suo aiutante.
«Una volta arrivati a casa Olena, senza minimamente scusarsi, si presentò e mi chiese o meglio mi ordinò di ascoltare quello che l’altra donna aveva da dire. Si trattava nientemeno che di Olga Soboleva, la moglie dello scomparso, una bella signora di 65 anni, elegante, molto distinta. Mi disse di essere preoccupata per suo marito; era sicura che non se ne fosse andato di sua volontà ma che doveva essergli successo qualcosa. Le chiesi perché raccontava queste cose a me, le indagini non erano di mia competenza, ma la donna disse di aver già raccontato quelle cose agli inquirenti che però, convinti della fuga, non gli avevano dato peso. “Si, ma perché proprio io!” Mi ricordo che protestai. Olena allora si avvicinò, mi si mise di fronte e mi guardò fisso, per dei secondi interminabili. Dalla lampada un raggio di luce dovette riflettersi nei suoi occhi, perché per un attimo rimasi abbagliato ed a malapena la sentii sussurrare nel mio orecchio “Horst, lo so che mi vuoi. Non fare i capricci, panzerotto.” Poi mi baciò.»

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¹ Un brindisi per la felicità
² Spoilerare, neologismo accettato dall’Accademia della Crusca, è usato per chi rivela i finali di film o romanzi a chi non li ha visti o letti. Chi lo fa non è un buontempone come crede lui ma una persona malvagia.
³ Il Bundesnachrichtendienst (o BND) è l’agenzia di intelligence esterna della Repubblica Federale Tedesca

Una birra per Olena (XXII)

E’ una Gilda furibonda quella che discende la scalinata del Palazzo di Giustizia o Justizpalast, l’imponente edificio neobarocco di fine Ottocento adiacente la Karlsplatz. Il particolare stato d’animo non la predispone ad apprezzare al meglio i ricchi dettagli che la circondano, come la cupola in vetro che sovrasta il salone d’ingresso, i mascheroni scolpiti sulle colonne o l’austera statua del Principe reggente Luitpold di Baviera.
«”Resti a disposizione”. Ma l’hai sentito? A me, che sono quella che ci rimette più di tutti da questa faccenda! Loro trovano il nandrolone, e io devo restare a disposizione. Ma che diamine è ‘sto nandrolone, James, a che serve? E chi ce l’ha messo nel mio stabilimento? Adesso però passiamo all’attacco: mobilita le truppe, riunisci il consiglio di guerra, dirama le convocazioni!»
«Ehm, signora, temo non sia possibile» risponde il butler imbarazzato, sistemando la piega della pochette.
«James caro, vedo che titubi. Non è da te, lasciatelo dire. In altri tempi avresti guidato l’assalto sventolando lo stendardo e suonando la tromba, o viceversa. Ti stai per caso ammutinando?»
«Assolutamente, signora» risponde James «è solo che i componenti del consiglio non sono al momento reperibili. Mi duole informarla che del signor Svengard si sono perse le tracce: i nostri informatori nel Principato di Monaco non hanno segnalato drakkar in avvicinamento»
All’udire il nome del proprio amato la Calva Tettuta si rabbuia e corruccia il nasino.
«James ricordami, al suo ritorno, di prendere appuntamento con il veterinario per fargli impiantare un chip sottopelle. E prenotare al Grand Hotel una stanza insonorizzata: lo farò urlare di dolore e non vorrei disturbare gli altri ospiti. Continua pure con l’appello, caro» lo esorta Gilda.
«Natascia è sparita. Ha lasciato l’ingegner Matthaeus alle cure della signora Pina, e non è rintracciabile»
«Che tu sappia, quando è uscita imbracciava armi pesanti?»
«Non mi risulta signora, indossava la solita pelliccia violetta. Però il make-up era insolitamente sobrio per il suo carattere: eye-liner nero e rossetto color pesca abbinato ad un blush pesca-marroncino» riporta il maggiordomo, con un pizzico di invidia.
«Ah, bene, tenuta da combattimento, questo mi rasserena. E come sta il caro Jürgen, è ancora in grado di deambulare?» si informa Gilda premurosa e, al cenno d’assenso del maggiordomo, continua: «Bene bene, cominciamo da lui allora. Andiamo a chiedergli cosa sa di nandroloni. Ma prima passiamo in albergo, ti dispiace caro? Ho bisogno di cambiarmi e di un buon ricostituente. C’è qualcosa di adatto allo scopo?»
«Senz’altro, signora. Avrei giusto qualche etto di caffè “¡Ya basta!” arrivato direttamente dal Chiapas, sembra fosse il preferito del subcomandante Marcos»
«James, tu e il subcomandante mi avete letto nel pensiero: e ammò basta!»

Seduti all’ombra dei castagni nel biergarten della birreria Paulaner am Nockherberg, il commissario capo Horst Tupperware ed il suo aiutante Fritz Gunnerbaum siedono assorti, tenendo ciascuno in mano il proprio boccale di birra. E’ infine Fritz, con vena insolitamente polemica, a rompere il ghiaccio:
«Commissario, che facciamo adesso? Cerchiamo questo Sparwasser e controlliamo di che colore indossa i calzini?»
Horst si riscuote lentamente, annuisce fissando la condensa che si aggruma sul suo bicchiere, e risponde:
«Ti sei mai chiesto, Fritz, da dove provenga il caratteristico sapore amarognolo di queste Pils?» e continua, senza attendere la risposta:
«Si tratta del luppolo dell’Hallertau¹, è unico al mondo. Tra l’altro, parlando di luppolo, è notevole che appartenga alla stessa famiglia botanica della cannabis, sebbene di un altro genere. E sapevi, mio buon Fritz, che per la produzione della birra vengono usati solo i fiori femminili non fecondati? Sono convinto che avrai sentito dire che i fiori maschi sono separati dai fiori femmina, e l’impollinazione avviene grazie al vento…»
«Argomento molto interessante, commissario» lo interrompe Fritz «ma è di qualche attinenza con la nostra indagine? Mi sembra, con tutto il rispetto, che lei stia tergiversando. Ed inoltre» continua l’aiutante leggermente spazientito «non mi ha ancora detto chi è quella donna e che ha a che fare con lei.»
«Non ti sfugge niente, vero Fritz?» constata Horst con un sorriso, e inizia il suo racconto.
«E va bene, lasciamo stare i luppoli. Ti conviene ordinare un’altra birra però, la storia è un po’ lunghetta. Comincia nell’89, quando mi trovavo di servizio a Dresda…»
«A Dresda? Ma come faceva ad essere di servizio a Dresda, commissario, lì c’erano i…»

«Si, Fritz, esattamente, c’erano i comunisti.»

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¹ La Hallertau è una regione della Baviera centro-meridionale dove si coltiva una quantità di luppolo pari al 32% della produzione mondiale.

 

 

Una birra per Olena (XXI)

«O Po, figlio del celeste impero, il mio stomaco brontola e si lamenta, è pronta questa zuppa?»
Svengard, dopo aver posteggiato il drakkar nell’isola di Gotska Sandön e precisamente sulla spiaggia di Salüdden, nel bel mezzo dell’area di protezione delle foche, e dopo aver presieduto alle operazioni di sbarco ed apparecchiamento della tavola da pranzo, si è seduto a capotavola e, brandendo un cucchiaio di legno, si agita nervosamente.
Dalla nave finalmente scendono i gemelli Uppallo I e Uppallo IV reggendo un pentolone fumante; dietro di loro avanza Po, con bandana in testa e mestolo in mano.
«Mmhh, che odorino!» esclama la bionda e affamata violinista Anastasija, seduta alla sinistra di Svengard, battendo le mani. «Che cos’è questa delizia, maestro Po?»
Po, visibilmente lusingato, fa un piccolo inchino e risponde:
«O fanciulla dall’animo gentile, non come qualche tloglodita di mia conoscenza incapace pelsino di lavalsi le mani plima di sedelsi a tavola» dice fissando con intenzione Svengard, che si guarda intorno fischiettando «mi onoli chiamandomi maestlo. In velità in gioventù mi dilettavo con il bianqing¹, nel quale eccellevo tanto da guadagnalmi il soplannome di “mago della mazza”, ma chiamalmi maestlo è un po’ esagelato»
«Scusate maestro, non conoscevo i vostri trascorsi musicali» confessa Anastasija, comprendendo di essere stata equivocata «in realtà mi riferivo all’arte culinaria. Come si chiama questa vostra pietanza?»
«Culi…» realizza Po, arrossendo, tra le risatine degli Uppalli che si beccano immediatamente una mestolata in testa. «Ehm, celto, celto, culinalia… questo è un piatto di mia invenzione, si chiama cacciucco alla cantonese. Ho appoltato qualche piccola valiazione alla licetta tradizionale del cacciucco alla livolnese»
«Davvero? E di che si tratta?» chiede per educazione la pianista, che non vede l’ora di affondare il cucchiaio nella zuppa e di conseguenza pochissimo interessata alle spiegazioni del cinese.
«Al posto del polpo metto l’alinga; al posto dello scolfano l’alinga; al posto dei calamali l’alinga; al posto delle seppie l’alinga; al posto dei clostacei…»
«L’alinga?» chiede il pianista, seduto in fronte alla sua partner.
«No, il melluzzo» lo fulmina Po con un’occhiataccia.
«Ma è la solita zuppa! Aringhe e merluzzo!» sbotta Svengard prima di essere colpito da una mestolata sull’elmo.
«E a tavola ci si toglie il cappello, caplone, specialmente quando ci sono ospiti!»  lo rimprovera Po, passando poi alla distribuzione del rancio che, nonostante la scarsa varietà del pescato, strappa gridolini di soddisfazione agli affamati commensali.

Dato fondo alla pignatta e ripuliti i piatti con una accurata scarpetta di pane di segale, i nostri si rilassano; compare una nuova bottiglia di Kostenkorva e, mentre Svengard si accende la fida pipa, il pianista inizia il suo racconto.
«Innanzitutto, cari amici, voglio ringraziarvi per la squisita ospitalità. Nonostante le vostre deficienze musicali, il vostro animo è delicato»
Uppallo I annuisce facendo piedino ad Anastasija, che corrisponde.
«Vi chiedevate come siamo finiti a suonare su di una zattera nel bel mezzo del mar Baltico: ebbene, eravamo in concerto sul lago di Como, sapete, quello reso famoso da George Clooney, e l’esibizione si svolgeva su una piattaforma trainata da un piccolo motoscafo a pochi metri dalla riva. Un evento francamente trash, al quale di norma ci saremmo sottratti se non fosse che il cachet che ci è stato proposto non era di quelli che potessero rifiutarsi.»
«Ah, la purezza dell’arte!» declama Svengard, poetico.
«Ma sfortunatamente non avevamo fatto i conti con la mia ex fidanzata, Mikako»
«Quella maniaca!» commenta acida la leggiadra violinista.
«Poverina, soffre…» la difende il pianista. «Dovete sapere che Mikako è una brava cantante lirica, di animo profondamente sensibile; purtroppo ha questo problemino (oltre alla voce eccessivamente stridula) che la rende vulnerabile»
«E quale sarebbe questo problemino?» chiede Uppallo I per pura cortesia, più interessato ad allungare le mani sotto il vestito della violinista.
«Ecco, Mikako è purtroppo gelosissima, e non sopporta vedermi dividere il palco con altre donne che non siano lei: e capirete che nel nostro lavoro non è sempre possibile avere a che fare con soli musicisti uomini. Questo aspetto del suo carattere nel tempo ha creato parecchie, ehm, incomprensioni»
«Incomprensioni le chiama! Quella andava in giro a minacciare la gente, a rompere gli strumenti, a tagliare vestiti e capelli alle orchestrali! E chissà dove sarebbe arrivata se…» interviene ancora Anastasija.
«Comprenderete» riprende il pianista «come alla lunga il nostro rapporto si sia logorato, ed abbia dovuto decidermi a troncare il fidanzamento»
«Ed a farla internare, finalmente!»
«In effetti, quando Mikako mi rigò la fiancata della macchina nuova e diede fuoco al mio appartamento pensai che fosse meglio, per il suo bene ovviamente, chiedere un aiuto medico. Purtroppo però ogni volta che viene dimessa si mette alla mia ricerca e, dato che non posso impedire di pubblicizzare i miei impegni, finisce sempre per trovarmi. Ho dovuto assoldare delle guardie del corpo, ma stavolta non è bastato»
«Che è successo, insomma? Continua, sento che da questa storia potrei trarne una bella hit» chiede il minore degli Uppalli, interessato.

«Saputo che ci saremmo esibiti su di una piattaforma ha noleggiato un grosso elicottero e ci ha agganciato; il motoscafo è riuscito a staccarsi, altrimenti sarebbe volato insieme a noi… l’allarme ha tardato ad essere diramato in quanto tutti pensavano che la scena facesse parte dello spettacolo, anzi da lontano sentivamo degli applausi entusiastici… abbiamo volato per delle ore, temendo il peggio, ed alla fine ci siamo addormentati. Quando ci siamo svegliati eravamo in mezzo al mare, e Mikako ci aveva lasciato un biglietto»
«”Ti” aveva lasciato un biglietto» puntualizza la bionda.
«Si, mi aveva lasciato… eccolo qui, guardate» e passa un fogliettino rosa al suo vicino Svengard.
« “Oreste Cardamomolis sei un coglione, vai all’inferno tu e la tua zoccoletta. Bacioni, tua aff.ma Mikako” . E chi sarebbe questo Cardamomolis?» chiede Svengard, grattandosi l’elmo.
«Oreste Cardamomolis sono io, o incolto» puntualizza il pianista.
«E la zoccoletta?» chiede imprudentemente Uppallo IV, beccandosi un pedatone dal gemello maggiore.

Il racconto viene interrotto da una voce con un forte accento portoghese, al quale risponde un raspare di ali e di gola:
«Stro-nso!»
«Craa! Sto-lto!»
«No stolto! Ho detto stro-nso! Stron-so!»
«Craa! Sto-rno!»
«Stro-nso, stro-nso! Ma sei stupido?»
«Craa! Stupido è chi lo stupido fa²! Cra!!»
«Testa de casso!»
«Che fracasso! Craa!»
«Noo! Ho detto Te-sta de ca-sso, ripeti!»
«Ma sei stupido? Craa!!»

«Ma che sta succedendo, cosa sono questi strepiti?» chiede Oreste, preoccupato che Mikako si faccia viva.
«Niente, non fateci caso» rassicura Svengard «è Giuseppi Tronfionaro, l’addestratore di pappagalli, che sta insegnando le parolacce al nostro Spread»

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¹ I Bianqing sono antichi strumenti a percussione cinesi che consistono in due o tre file di pietre piatte a forma di L appese a due pali orizzontali. Sono suonati con delle mazze di legno, ed il suono è prodotto dalla vibrazione della struttura stessa.
² Non ho potuto resistere alla citazione.

Una birra per Olena (XX)

«O Svengard, compagno di mille bisbocce» dice il più giovane degli Uppalli osservando preoccupato la bottiglia di Kostenkorva ormai vuota ed il pianista riverso sul barile «che bisogno c’è di fermarci in quell’isola disabitata? Non è meglio tirare fino a Gotland finché il sole è alto nel cielo? Non abbiamo a bordo né cani né bambini né nonni che giustifichino soste all’Autogrill, mi pare»
Svengard scuote l’elmo cornuto e rivolge all’amico uno sguardo benevolo, introduttivo alla spiegazione che si appresta a fornire.
«Vecchio amico, tu sai quanto ti stimi. Le tue qualità sono conosciute ed apprezzate dal mare di Barents fino al canale di Skagerrat. E non mi riferisco alla maestria nel comporre canzoni, per essere chiari»
«Ah, no? E di che si tratta allora? Della mia simpatia, della mia arguzia?» chiede curioso il cantautore.
«Niente di tutto questo, caro mio: faccia tosta ed ignoranza, quelle sono le tue doti. Impareggiabili entrambe, specialmente l’ignoranza. Come si fa a definire “isola disabitata” Gotska Sandön? E’ persino parco nazionale!»
«Sarà anche parco nazionale, mare dune e uccelli in libertà, ma non c’è anima viva!» protesta Uppallo IV.
«Questo non è assolutamente vero» spiega il vichingo. «Gotska Sandön, oltre ad offrire rifugio e protezione a specie animali e vegetali, ospita custodi e personale del parco; numerosi visitatori si recano a visitarla, specialmente d’estate.»
«E sia pure» concede il cantante «ma da quando in qua ti interessi di dune o migratori? Non per farti fretta, o cornuto (mi riferisco all’elmo, naturalmente) ma la tua donna ti sta aspettando e, a differenza delle sue poppe, non mi sembra che la pazienza sia uno degli aspetti più sviluppati del suo carattere. Guardami negli occhi, per quanto il copricapo te lo consenta, e vuota il sacco: che diavolo dobbiamo fare a Gotska Sandön?»

Il vichingo inspira profondamente e poi, indicando il pappagallo Spread, inizia a parlare:
«Gilda non crederà mai che quello sia Flettàx… ma lo hai sentito? “Venti gradi e dieci decimi a dritta…” è troppo preciso! Troppo educato, troppo rispettoso, non insulta, non dice una parolaccia, niente!»
«Bè, effettivamente… magari potresti dire che ha sbattuto la testa, o magari sbattergliela veramente da qualche parte…» suggerisce Uppallo IV.
«Questa è in effetti una possibilità» concede Svengard «ma prima vorrei tentare un’altra strada. Tu sai che su quest’isola vive il più grande addestratore di pappagalli del mondo? Qualcuno lo considera uno sciamano, dicono sia un fenomeno…»
«Sciamano? Ma tu vaneggi amico mio, non avrai mica mangiato aringa fermentata andata a male, vero? Non ti sarai convertito al new age? O è l’astinenza che comincia a darti alla testa? E chi sarebbe poi questo fenomeno, e in che modo dovrebbe esserci di aiuto?»
«Frena, frena, piccolo Uppallo! Una cosa per volta, mi confondi» lo ferma Svengard. «Il nostro uomo è un italo-brasiliano, si chiama Giuseppi Tronfionaro»
«Tronfionaro? Mai sentito. Ma chi è?»
«Si dice» riprende Svengard «che fosse un potente capotribù, costretto a lasciare la sua terra a causa degli incendi»
«Una vittima della deforestazione, un combattente ecologista?» chiede Uppallo IV, con un fremito di indignazione.
«Ehm, ecco, non proprio… Tronfionaro più che combattente era un visionario… sognava di trasformare l’intera Amazzonia in un grande condominio pieno di boschi verticali ed orti urbani. Scopo più che nobile, se ci si pensa, e molto democratico: assemblee di condominio, amministratori eletti, manutenzione programmata…»
«Assemblee di condominio? Ma che diamine…» mormora l’aedo, che inizia a capire.
«Naturalmente, come ogni rivoluzionario ben sa, prima di costruire il nuovo bisogna abbattere il vecchio… e così Tronfionaro e i suoi seguaci si misero di buzzo buono a incendiare la foresta. Sottovalutarono il fatto che nella foresta ci abitavano anche loro, e così si ritrovarono senza foresta, senza case e ricercati dalla polizia di mezzo mondo»
«Un deficiente, insomma!» sbotta infine il cantante «E tu vuoi andare a trovarlo, quello è capace di darci fuoco alla nave!»

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Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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Una birra per Olena (XIX)

Tåsjön, sylt blåbär klippan matrand,
Fjällberget söderhamn,
ah ja ja ja!
Tåsjön,sötvedel kämpig aröd,
Sunnersta mordegal,
ah ja ja ja!¹

L’agile drakkar pilotato dal vichingo Svengard, lasciato alle spalle il Golfo di Botnia ed il Mare di Åland, si dirige verso le coste della Germania solcando il mar Baltico a vele spiegate. La ciurma è dedita alle occupazioni abituali: i gemelli Uppallo I e Uppallo IV seduti in plancia su dei barili di catrame vegetale intonano una virile canzone norrena mentre il cinese Po, nominato cambusiere e cuoco di bordo, sta preparando un piatto della tradizione sino-finnica, l’involtino di aringa marinata a primavera.

Poco prima di arrivare all’isola di Gotland, dalla coffa sulla quale è appollaiato il pappagallo Spread si alza un grido penetrante:
«Craa! Craa! Uomo in mare! Venti gradi e dieci decimi a dritta! Craa!! Uomo in mare!»
Tutti si precipitano verso la fiancata destra della barca, pronti a lanciare le ciambelle di salvataggio ed a tuffarsi per salvare i naufraghi, ma quello che vedono li lascia stupiti e perplessi: si tratta infatti di una zattera sulla quale una coppia in abiti da sera laceri sta eseguendo un duetto per violino e pianoforte; intorno al natante improvvisato sono posizionate delle canne da pesca, con le lenze visibilmente ricavate dalle corde della ottava più bassa del piano, le più lunghe. I due musicisti, infervorati nella loro esecuzione, sembrano non accorgersi nemmeno dell’arrivo dei salvatori.
«Ehi, di bordo, serve aiuto?» chiede loro Uppallo I, apprezzando la perizia degli artisti e soprattutto l’avvenenza della violinista.
I due si riscuotono e sorpresi si rivolgono all’equipaggio:
«O ignoranti!» risponde grato il pianista. «Non potevate aspettare che finissimo? E’ la sonata per violino e pianoforte numero uno opera settantotto di Johannes Brahms, e che cavolo!»
«Perdonaci, amico» si scusa il maggiore degli Uppalli «Ci dispiace di aver interrotto il vostro concerto, chissà perché ci eravamo messi in testa che foste in difficoltà. Siamo stati ingannati nel vedervi alla deriva nel bel mezzo del Mar Baltico, errore nostro»
«Il Mar Baltico?!» esclamano contemporaneamente i due musicisti, guardandosi interdetti. Poi la bionda violinista punta l’archetto verso il partner artistico e con voce tremante di rabbia, che contrasta con il suo aspetto angelico, lo investe di improperi:
«Quella pazza, dovevi farla rinchiudere! E’ una demente, una sciroccata, quante volte te l’ho detto! Guarda dove siamo finiti per colpa di quella scimunita, e scommetto che hai ancora il coraggio di difenderla!»
«Anastasija, non essere così dura con la povera Mikako. E’ disturbata, poverina»
«Disturbata, dici, disturbata? Quella è matta da legare, altro che disturbata! Se avessi lasciato fare a me, a quest’ora non sarebbe ancora in giro a far danni, e non ci troveremmo in queste condizioni!»
Uppallo I, che non ha potuto fare a meno di notare che il viso della violinista si è imporporato rendendola ancora più bella, incuriosito dallo sfogo chiede:
«Se non è chiedere troppo, amici, possiamo sapere come siete finiti a suonare Brahms ai merluzzi del Baltico? Hanno un buon orecchio musicale ma come uditorio non è proprio quello che si può definire competente. Ma, a proposito di merluzzi» continua Uppallo I «volete fermarvi a pranzo con noi? Il nostro cuoco è un fenomeno per zuppe e affini. Ci farebbe piacere, non è vero amici? » chiede ai compagni di viaggio, che assentono con entusiasmo.
«Bè ecco, noi veramente avevamo in mente una grigliata…» prova a declinare l’invito il pianista lanciando un’occhiata alle improvvisate canne da pesca ma prima che possa finire la frase l’eterea Anastasija si lancia verso la scaletta di corda che pende dalla fiancata della nave, vi si arrampica agilmente e scavalca il bordo di slancio finendo in braccio al sollecito Uppallo I prontamente intervenuto per sorreggerla. Il cantautore indugia per la verità qualche secondo di troppo con la fanciulla tra le braccia, quasi paralizzato da una sorta di languore ma soprattutto impacciato da un certo turgore.

Il cinese Po, uscito dalla cucina con un mestolo in mano, in testa una bandana bianca ed indosso un grembiule a quadrettoni giallorossi si lamenta energicamente con i suoi:
«Quante volte devo dile che voglio essele avvisato plima di invitale gente a planzo! Questo non essele listolante e io non sono vostla selva!» ma poi rassicurato da Svengard ed incantato dalla leggiadria della giovane ospite, la cinge per le spalle e la guida in cucina chiudendosi alle spalle la porta, con grande delusione del resto dell’equipaggio.

Nel frattempo anche il pianista, seppur riluttante, guadagna il ponte della nave e si siede su di un barile.
«Aperitivino? » propone Uppallo IV.
«Perché no?» si rilassa il suonatore «Ci sarebbe uno spritz?»
«Mi dispiace amico, il prosecco è finito. Assaggia questa, va giù che è un piacere» e con un sorrisetto gli porge una tazza di Koskenkorva.

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¹Luglio, col bene che ti voglio
Vedrai non finirà
Luglio m’ha fatto una promessa
L’amore porterà – cfr. “Luglio”, Riccardo del Turco, 1968

Scrutando volatili

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Essendo universalmente noto che non ci capisco una cicca di uccelli & affini, ci si potrebbe chiedere che cosa stessi osservando con tanto interesse. Ricercavo l’ispirazione? Un senso alla vita anche quando un senso non ce l’ha? La ragione per cui quella colonia di cigni si è insediata proprio in quello specifico posto e ci sta da Dio? Il perché, quando si può andare a mangiare pizzoccheri e sciatt belli comodi con le gambe sotto al tavolo, ci si sdraia sull’erba a mangiare panini? Qualche malizioso potrebbe pensare che stessi ammirando la bionda sul motoscafino,  lo nego decisamente; e nemmeno il motoscafino, per la precisione. Pensavo che forse, ai cigni, se ci togliessimo tutti quanti di mezzo faremmo un favore, e allo stesso tempo mi chiedevo se il cigno con la polenta fosse commestibile: ed ero contento perché avevano dato brutto, ed invece c’era un sole estivo da scottarsi il naso. “L’autunno poi verrà”, cantava Peppino Gagliardi, a cui il grande Fabrizio de André rispondeva: “Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora”, riferito a Gagliardi, ovviamente. Una cosa per volta, cari amici: intanto godiamoci quel che c’è, poi si vedrà.