Cultura a catinelle!

Come si addice ad un intellettuale la cui cultura pop spazia da Nicola Di Bari a Luis Del Sol, da “Natale in India” con Boldi e De Sica ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij (ma solo in versione sceneggiata), la mia preparazione eclettica è apprezzata ed ammirata senza riserve.

Grazie alla fama di sapienza che alimento scuotendo gravemente la testa quando si parla di un argomento di cui non so una cippa mi sfuggono i dettagli ed intercalando con degli opportuni “già, già!” ed “eh!”, ogni tanto mi viene dato l’incarico di organizzare delle gite per partecipare a qualche evento culturale. In genere trovarsi la pappa pronta è apprezzato, perciò il fatto che io mi prenda la briga di prenotare, acquistare i biglietti anticipando i soldi, studiare itinerari e visite collaterali e magari scegliere anche il ristorante mi viene riconosciuto come grande capacità organizzativa, sulla quale la mia consorte non concorda non trovando uguale lucidità di azione quando si tratta di trovare i calzini dispersi chissà come in qualche cassetto a me sconosciuto.

Lo scorso weekend quindi, con una dozzina di volenterosi, ci siamo recati a Milano per la mostra sul pittore Antonello da Messina, che si trova al Palazzo Reale.
Qualche anno fa mi era capitato di vedere il suo dipinto più bello (secondo me), l’Annunciata, al palazzo Abatellis a Palermo; era agosto, poco dopo pranzo, ed andammo a visitare la stupenda Galleria confidando nell’aria condizionata: non sapevamo che custodisse questo tesoro, e ricordo che rimanemmo un quarto d’ora ad ammirarlo, lo sguardo, il velo, i gesti delle mani… a settembre tra l’altro ebbi la soddisfazione di veder pubblicato il mio reportage della vacanza (sotto pseudonimo, e gratis naturalmente) sulla rivista Turisti per Caso, ed ancora me ne vanto.

Poiché la prenotazione era per le 14:50 (orario strategico in quanto ci avrebbe permesso di pranzare con calma), ho studiato un itinerario che unendo storia ed arte avrebbe soddisfatto tutti, e siamo partiti dalla Vigna di Leonardo, situata nel giardino della casa degli Atellani, in corso Magenta.
La vigna fu regalata dagli Sforza a Leonardo, e da questo lasciata in eredità ai suoi servi quando si trasferì ad Amboise; per l’Expo del 2015 degli archeologi-botanici sono riusciti, scavando nel giardino, a ritrovare le radici degli antichi vitigni e li hanno fatti rivivere. Alcuni scettici del gruppo hanno messo in dubbio questa ricostruzione, tacciandola come balla colossale ma ben fatta: del resto se uno va in giro in Francia si accorgerà che è pieno di posti dove sono rimaste solo poche pietre e sulle quali i francesi hanno costruito delle attrazioni incredibili. Sono in vendita anche delle bottiglie di vino malvasia, ma prodotte nell’Oltrepò pavese.
Il palazzo fu donato alla famiglia Atellani da Ludovico il Moro, e nel corso dei secoli ha avuto diversi passaggi di mano, fino ad essere acquistata nel 1919 dall’ingegner Ettore Conti che lo fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi (del quale ho sentito parlare recentemente, nella visita a Villa Necchi Campiglio, sempre a Milano, per le giornate del Fai).
Conti, che è vissuto 101 anni, ha avuto la soddisfazione di vedere il palazzo rivivere, ma anche il dispiacere di vederselo di nuovo lesionare nel ferragosto del ’43, quando i bombardamenti terroristici degli americani distrussero il vicino chiostro di Santa Maria delle Grazie e per un miracolo non polverizzarono il Cenacolo Vinciano. Ora il palazzo è restaurato e visitabile, e vale la pena di farci un giro.

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La Vespa di Leonardo

Da lì ci siamo diretti a Sant’Ambrogio, dato che a Santa Maria delle Grazie era in corso la Messa; qui innanzitutto abbiamo ammirato i lavori per la M4, meravigliandoci che qualche ritrovamento non abbia bloccato tutto, poi mio figlio ci ha tenuto una lezione di arte rendendomi orgoglioso dei soldi spesi per la sua istruzione.
Poi, con l’intenzione di ritornare su Corso Magenta, siamo passati a fianco della Colonna del Diavolo, dove la leggenda vuole che i due buchi impressi su di essa siano appunto le corna del diavolo; e continuando ci siamo trovati davanti al Tempio della Vittoria, o Sacrario dei Caduti milanesi. Vincendo la resistenza della componente femminile siamo entrati, il luogo è suggestivo e toccante con oltre diecimila nomi scolpiti nel bronzo; mi ha colpito una lapide dedicata ai “ragazzi del ‘99”, quei diciottenni che dopo la disfatta di Caporetto furono gettati in battaglia per rinvigorire un esercito esaurito dalle “spallate”, la strategia folle del generale Cadorna. Il nonno di mia moglie fu uno di quei ragazzi: fu chiamato alle armi ma fortunatamente non fu mandato al fronte, e portò a casa la pelle a differenza di tanti suoi coetanei.

Tornati su Corso Magenta siamo entrati in San Maurizio al Monastero Maggiore, di cui ho già parlato, un capolavoro rivelato nel cuore di Milano, come dice il Touring Club Italiano che lo tiene aperto, i cui restauri sono conclusi anch’essi per l’Expo. Vittorio Sgarbi l’ha definito “la Cappella Sistina di Milano”, forse è un po’ esagerato ma l’impatto, visitandolo, è di quelli da lasciare veramente senza fiato.
Poi, anche approfittando del fatto che la prima domenica del mese i musei Statali e Civici sono gratuiti (finché a qualche seguace del “con la cultura non si mangia” non verrà in mente di abolire questa iniziativa) siamo entrati nel contiguo Museo Archeologico.
I musei archeologici difficilmente mi appassionano, lo confesso, ma devo dire che questo da cui pure mi ero tenuto per anni accuratamente alla larga mi è piaciuto, e molto. Non lo abbiamo visitato tutto, ma solo la sezione romana: moderna, ben spiegata, con plastici che ricostruiscono la Milano com’era e ricostruzioni che mostrano cosa c’era al posto di quello che si vede ora: anche alcuni bei reperti, bisognerà proprio farsi un giretto della Mediolanum romana, prossimamente.

E, poiché s’era fatta una certa, come dicono a Bolzano, ci siamo appropinquati ai luoghi delle cibarie: puntando prima verso i Panzerotti di Luini, delusi dal fatto che lo storico negozio la domenica è chiuso: eppure una del gruppo giurava e spergiurava di esserci stata una domenica e di aver rinunciato perché c’era una fila chilometrica: e ti credo, se era chiuso hai voglia ad aspettare…
Allora è scattato il piano B, che il pianificatore attento deve sempre avere a disposizione: l’Antica Focacceria San Francesco, piatti tipici siciliani e street food che ci avrebbero ben predisposto per la visita del pittore messinese. I prezzi sono modici tranne il passito finale: con quello che abbiamo speso per i quattro bicchierini ne avremmo comprata una intera bottiglia.

Avvicinandoci a Piazza del Duomo ci sorprende, davanti alla Rinascente, un boschetto di ulivi secolari: The Green Life, un’iniziativa del gruppo commerciale per promuovere lo stile di vita verde, che fa il paio con il bananeto che resiste rigoglioso in faccia al Duomo.
Ecologico, ecocompatibile, ecosostenibile: saranno ecoballe? Per una città che sfora regolarmente i livelli di Pm10 sorge il sospetto.

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Ma, avanzando ancora verso la Piazza, ci sorprende una installazione, che immaginiamo subito faccia parte del Fuori Salone, ovvero le iniziative per il Salone del Mobile che si svolge alla Fiera e che funesta i pendolari che si trovano le carrozze del metro stracolme. Si tratta di un enorme statua rosa della quale da lontano non si percepiva bene la forma e che quindi ha dato adito ad ipotesi azzardate: dei glutei maschili con peli; uno scroto, sempre con peli; un puntaspilli. Solo aggirandola, e grazie all’aiuto di targhe, si è riuscito a capire che si trattava di una poltrona trafitta da frecce, a significare la violenza sulle donne. Il giorno seguente ho letto di proteste femministe e ne hanno ben donde: la poltrona è il regno dell’uomo, era la cucina che andava trafitta!

E finalmente entriamo alla Mostra: a me è piaciuta molto, i ritratti di Antonello da Messina sono stupefacenti per come trasmettono il carattere, la psicologia del soggetto: è un peccato che se ne siano rimasti pochi, e molti siano andati persi nel grande terremoto che rase al suolo Messina nel 1909. Una curiosità che lessi l’anno scorso, quando preparavo il viaggio in Russia; l’incrociatore Aurora, quello che sparò il colpo che diede il via alla presa del palazzo d’Inverno, fu il primo a prestare soccorso alla popolazione, prostrata dal terremoto e dal successivo tsunami, che allora però si chiamava maremoto.

All’uscita una parte si è recata alla Rinascente a rifocillarsi, mentre i più valorosi sono andati a San Satiro, in Via Torino, dove oltre all’incredibile abside di Bramante c’è un bellissimo Compianto sul Cristo Morto, bellissimo ed espressivo anche se non così esageratamente drammatico come quello di Santa Maria della Vita, a Bologna.

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Poi una puntatina alla Chiesa di San Giorgio, nell’omonima piazza, dove c’è un bel polittico di Bernardino Luini; già che eravamo lì la professoressa d’Arte che ci accompagnava ci ha istigato ad entrare nella Pinacoteca Ambrosiana per vedere almeno la stanza con il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, ma una rivolta con minacce di stendersi sul selciato e farsi investire dal primo taxi di passaggio ci ha indotti a desistere.

Eravamo in piazza San Sepolcro, tra l’altro, dove Benito Mussolini il 23 marzo 1919 fondò i Fasci Italiani di combattimento, per dire che in ogni città italiana basta girare un angolo per incontrare un pezzo di storia.

Siamo tornati a casa stanchi ma soddisfatti: per cena, a giusto coronamento e come sintesi della giornata, ci aspettava il polpettone.

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Ciao, Nelson!

 

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Ferragosto con Olena (XVIII)

Il convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio è situato in una collinetta che sovrasta Ladispoli. Per arrivarci c’è un’unica strada sterrata, dove a fatica si incrociano due auto.
Il convoglio di quattro pick-up Toyota si avvicina, alzando una nuvola di polvere.
Dal campanile della chiesetta suor Pulcheria, posta a vedetta munita di binocolo, li vede arrivare e comunica con la radio-trasmittente:
«Stanno arrivando. Passo.»
«Suor Pulcheria non giocare alle spie. Scendi subito e vai al tuo posto. Passo e chiudo»
I pick-up varcano l’arco del cortile, delimitato da un alto muro di cinta, e si dispongono a raggiera, ad una decina di metri l’uno dall’altro.
Gli occupanti scendono e si dispongono dietro, al riparo, con le armi spianate.
Poi, ad un cenno del capo, due di loro si staccano e si avviano verso il portone, dove bussano con decisione con il pesante battente di metallo.
Si sente uno scalpiccio di passi, poi si apre uno sportellino e compare la faccia angelica di suor Burialda, che amorevolmente chiede:
«Pace e bene, fratelli. Cosa vi guida al nostro convento?»
Uno dei due, sgarbatamente, risponde: «Suora, siamo venuti a prendere quello che sapete. Apriteci e consegnateci il Santone, e nessuno si farà male»
La suora guardiana sfodera il suo miglior sorriso, e risponde modestamente: «Temo, cari fratelli, che questo non sia possibile…»
All’udire la risposta l’uomo comincia ad inveire: «Che dici, corvaccio! Apri immediatamente o ti faccio saltare la porta!» e si avvicina minacciosamente alla finestrella, trovandosi però davanti la canna di un AK-47 Kalashnikov con la quale l’esperienza gli suggerisce di non avere discussioni.
«Ma che diavolo…» scappa detto al soldato che, cominciando ad intuire che qualcosa non sta andando secondo i piani, si gira verso il capo per ricevere istruzioni.
Quasi simultaneamente dal campanile, dalle stalle, dal boschetto alle spalle e da una feritoia nel muro di cinta quattro razzi vanno a colpire i pick-up, facendoli saltare in aria.
E’ solo il segnale dell’inizio di una fitta sparatoria; gli uomini nel cortile si trovano sotto un tiro incrociato che li martella; quelli che non sono caduti cercano di riorganizzarsi e guadagnare l’uscita.

Nella cantina il Vescovo Ardizzone grida all’assistente: «Che diamine stanno facendo là fuori, don Martino, le prove dei fuochi artificiali? Vedi che succede a lasciare troppa autonomia alle donne, altro che sacerdozio e balle simili! Vorrei sapere chi paga il conto!» poi, sconsolato, prende dalla rastrelliera una bottiglia, la stappa, si siede sulla panca ed inizia a bere.

Dalla torretta del Panzer V Panther appostato al di fuori del convento, una vecchietta osserva beffarda lo stupore degli uomini che, credendo di essere ormai in salvo, si trovano invece davanti un carro armato della Seconda Guerra Mondiale. La vegliarda spara una raffica di mitragliatrice ai piedi dei fuggitivi, giusto per far capire che aria tira, scaracchia potentemente e poi intima loro:
«Mettete giù le armi, finocchietti. I miei amici qua dentro hanno una gran voglia di provare il cannone, io li ho sconsigliati perché potrebbe anche scoppiare ma sapete, gli anziani sono testardi…» li sfida ridacchiando.
I russi, vista ormai la mala parata, buttano le armi e si inginocchiano con le mani dietro la testa.
«Ecco, bravi. Vedo che sapete già come si fa» dice nonna Pina, e da dietro il carro sbucano Oscar ed Agostino, che imbracciando dei mitra si affrettano a prendere in consegna i prigionieri. Dalla torretta sbuca il testone di Armando:
«Ve l’avevo detto che questo gioiellino prima o poi ci sarebbe servito…» accarezzando il panzer che ha tenuto nascosto per decenni nel magazzino degli attrezzi.

I pochi uomini rimasti in piedi, dentro al cortile, si stringono intorno al capo.
Il silenzio che è calato, rotto soltanto dal rumore delle fiamme che avviluppano le auto, è spezzato ad un tratto da una musica che prorompe dall’altoparlante piazzato sul campanile.
Союз нерушимый республик свободных
Сплотила
навеки Великая Русь.
Да
здравствует созданный волей народов
Единый
, могучий Советский Союз!¹
I russi si guardano in faccia, sconcertati: che diamine c’entrano le suore con l’inno dell’Unione Sovietica?

Aprendo la seconda bottiglia di Grechetto il Vescovo Ardizzone ascolta risuonare l’inno e commenta: «Cazzo, don Martino, i comunisti hanno preso il convento. Povere suore, faranno la fine dei chierichetti» poi, porgendo un bicchiere all’assistente, gli dice: «Bevi don Martino, prepariamoci alla resistenza!»

Nella sorpresa generale, la porta del convento si apre e ne esce una piccola delegazione: davanti, sventolando una bandiera rossa, Ljudmila in minigonna con in testa la corona di Galla Placidia; seguita da Ivan, Petr, e Victor, che reggono un lanciarazzi ciascuno.
Il gruppetto si ferma per far passare quello che è in tutta evidenza il loro comandante; la musica si interrompe e, fieramente, il capitano Olena Iosifovna Smirnova, in divisa dell’Armata Rossa, avanza verso i superstiti. Olena fissa freddamente gli uomini davanti a sé, che indietreggiano timorosi; solo uno rimane al suo posto, sostenendo il suo sguardo. Olena lo squadra impassibile, poi con voce gelida lo saluta:

«Bentornato, colonnello Levchenko» sottolineando con disprezzo il grado dell’uomo.
«Olena?» dice il russo, portandosi una mano alla fronte a coprire il riverbero del sole. «Un’entrata scenografica, complimenti… hai pensato a tutto, come al solito… persino la bandiera, vedo» constata Levtchenko, con una risatina nervosa.
«Proprio così, Evgeni… la mia bandiera non è cambiata, a differenza di qualcuno…»
«Capisco, naturalmente… il capitano Smirnova, l’incorruttibile. E quei traditori?» chiede indicando i suoi tre ex-sodali. «Come hai fatto a convincerli?»
«Dovresti dirmelo tu, caro Evgeni, sei tu l’esperto di tradimenti… mi è bastato di minacciarli di fargli esplodere la microcarica esplosiva che gli ho fatto inghiottire, sai com’è, a volte basta un piccolo incoraggiamento… a te invece cos’è servito, Evgeni?» chiede Olena con la voce carica di delusione.
«Olena, lascia che ti spieghi…» prova a dire il colonnello.
«Taci!» intima la donna. «Cosa vorresti spiegare? Hai fatto credere di essere morto, hai tradito e venduto tutti i tuoi compagni, per che cosa Evgeni, eh, per che cosa?»
«Tu non sai di che parli, mia cara… siamo stati traditi tutti, tutti! Solo gli stupidi come te non se ne sono accorti! Un attimo prima eravamo tutti sovietici, e un attimo dopo abbiamo cominciato a spararci addosso! Che ne era rimasto del nostro sogno, della nostra grandezza? Nazionalisti, integralisti, accaparratori… e io avrei dovuto farmi ammazzare per questo, mentre banditi e mafiosi rubavano, arricchivano, prosperavano? Ho tradito, dici? Si, qualcuno è morto, danni collaterali, sarebbero morti lo stesso e se non fossero morti in guerra sarebbero morti comunque al ritorno, gonfi di vodka fino a farsi scoppiare il fegato… No cara, non era certo quello il mio destino!»
«Il tuo destino?» commenta Olena con disprezzo. «Il tuo destino era quello di diventare un ladro, un traditore, un assassino? Senza nessun onore, nessuna morale?»
«Ah, ah, come siamo diventati sentimentali! Morale, dici… non mi pare che tu ti sia mai tirata indietro quando c’è stato da far fuori qualcuno…» dice sarcastico il russo.
«Io ero un soldato!» grida Olena, fremendo di indignazione. «Combattevo per la mia Patria, mentre quelli come te la vendevano pezzo a pezzo! Io facevo il mio dovere!»
Evgeni applaude, lentamente. «Ma che brava… eppure, cara mia, non siamo tanto diversi, noi due…c’è chi è nato per dominare, e chi per essere dominato.» Poi, avvicinandosi, le sussurra all’orecchio: «Sei ancora bella, Olena… ti ricordi come ci sentivamo quelle sere, nudi nella neve, dopo la sauna? Come pulsava il sangue nelle vene? Eravamo vivi, Olena, vivi! Possiamo esserlo ancora, insieme, tu ed io… torna con me Olena, ti ricoprirò d’oro, lascia stare questi pezzenti!» dice il russo, indicando le suore ed i vecchi che si sono fatti intorno.
Olena alza il viso verso il sole, ed un raggio si riflette nei suoi occhi azzurri e va a colpire il volto rugoso dell’ex-colonnello.

«L’uomo che amavo,» scandisce lentamente «mio marito, Evgeni Nikolaevič Levchenko, è morto in Cecenia. Era un eroe. Qui vedo solo un patetico omuncolo accecato dall’avidità… un assassino, un torturatore, un sadico, un pazzo senza dignità. Uno squallido rinnegato sottomesso al dio denaro, ai soldi…»
«Soldi! Si!» ruggisce il colonnello, raddrizzando le spalle. «Macchine, donne, gioielli, opere d’arte, perché dovrei lasciarle a chi non le merita, a chi non sa gustarle? A chi non le apprezza, non le capisce, non ne è degno! Io lo voglio, lo merito! Guardati, Olena! Potresti passare tutte le tue sere all’Opera, in vacanza ai Caraibi, cenare nei migliori ristoranti, e sei qui, con delle monache! Ed il pazzo poi sarei io! Ah, ah, ah!» ed il colonnello conclude con una risata di scherno il suo monologo.

Olena rivolge uno sguardo all’uomo che ha davanti con un’espressione che assomiglia alla compassione. Gli si avvicina, ed estrae dalla tasca destra della giacca una medaglia attaccata ad un nastrino.
«Colonnello, questa è la medaglia al valore che mi è stata data dopo la vostra morte. Ve la restituisco» e gliela appunta al petto.
Poi estrae dalla fondina la sua fedele Tokarev TT-333 e mormora: «E’ finita, Evgeni. Tra poco arriverà la polizia, passerai il resto della vita in carcere». Gli punta la pistola in fronte, ma poi ci ripensa, la gira e gliela mette in mano.
«C’è un colpo solo, Evgeni. Fai la cosa giusta». Lo bacia velocemente e si allontana, voltandogli le spalle.
Evgeni Levchenko, con la pistola in mano, rimane per un attimo pensieroso. Poi prende una decisione, alza la pistola ed avvicina la canna alla bocca, ma all’improvviso una smorfia di odio gli stravolge i lineamenti, punta la pistola verso la schiena di Olena e spara.

Le suore assistono inorridite; Olena, sorpresa, si gira lentamente, ma ancora in tempo per cogliere lo stupore dipinto sulla faccia del suo ex marito, e la macchia di sangue che si allarga sotto la decorazione che gli ha appena appuntato.
«Devo essermi scordata di caricare la pistola come mi avevi detto» dice suor Pulcheria stringendosi nelle spalle, mentre Virginio Tempesti detto il Santone stringe ancora in mano la pistola con la quale ha fulminato l’assassino di sua moglie.

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¹ La Grande Russia ha saldato per sempre
Un’unione indivisibile di repubbliche libere!
Viva l’unica e potente Unione Sovietica
Fondata dalla volontà dei popoli!
(tratto da Inno dell’Unione Sovietica – versione del 1944. Fonte: Wikipedia)

Tutta colpa di Marco Polo! (come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati)

L’altra sera, aiutato da un paio di bicchierini di melogranello, mi sono trovato a riflettere su qual è stato il preciso momento in cui i cinesi sono passati ad essere, anziché risorsa come ci è stato ripetuto per decenni, una minaccia mortale nientemeno che per la nostra libertà.

Il melogranello è un liquore a base di melagrana¹ che ho acquistato alla Fiera dell’Artigianato a Milano; per i miei gusti è troppo dolce ma mi tiene compagnia nei momenti di nostalgia verso il paese natale, che addirittura ha il melograno nello stemma comunale.

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Nel coro degli allarmisti si distingue l’anziano ex premier che si candida al parlamento europeo con lo scopo dichiarato di arginare la penetrazione gialla: mi sono detto che se è preoccupato persino lui, che pure con i cinesi ha fatto fior di affari non ultimo la vendita della sua titolatissima squadra di calcio, evidentemente qualcosa di vero deve esserci e devo affrettarmi a capirlo, anche perché la bottiglia sta finendo.

A proposito di penetrazioni, una delle partecipanti alle famose cene eleganti del suddetto ex premier nonché testimone al processo contro di lui sembra sia stata avvelenata con materiale radioattivo, come nelle peggiori spy-story. Una deputata marocchina dello stesso partito dell’ex premier invita con indubbio tempismo a ricercare mandanti ed esecutori tra i propri connazionali. Non risulta comunque che siano sospettati i cinesi.

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Può essere stato per le squadre di calcio? Non credo. Per l’incetta di bar, di negozi di parrucchiere e barbiere, di centri estetici e massaggi? Per l’invasione di all-you-can-eat e sushi bar? Fastidiosi certo, ma non a livello di minaccia mortale (anche se sugli avvelenamenti sarei possibilista). Sarà perché hanno preso in mano gran parte del settore del divano (altro che artigiani della qualità!) e della stoffa, nonché delle tintorie? Sarà per i negozi di cover e di pile per i cellulari?

Il mio quartiere si è trasformato a poco a poco in una dependance cinese, molto discreta peraltro: finanziano persino la parrocchia, in quanto hanno in uso alcuni locali dell’oratorio altrimenti inutilizzati, e li usano per insegnare il cinese ai bambini cinesi nati qua; magari quando andrò in pensione mi iscriverò anch’io. Ed il ristorante cinese ha preso in affitto il piazzale della chiesa per usarlo come posteggio per i clienti, esclusi naturalmente gli orari delle messe. Il nostro parroco non deve aver colto la minaccia mortale: invece è più sensibile al destino del Venezuela, in quanto l’altra domenica ci ha invitati a pregare per i poveri bambini venezuelani ai quali il loro presidente non vuole bene.

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E’ strano però che finché i cinesi ci servivano per produrre merci a costo basso ci andavano bene, anche se contribuivano ad abbassare sia la qualità dei prodotti che gli stipendi degli addetti di qua: è la globalizzazione, ci dicevano, magari all’inizio porta qualche disagio a qualcuno, ma vedrete che alla lunga ci sarà benessere per tutti.
Peccato che questa “narrazione” era un po’ come la storia nella nipote di Mubarak: una bugia bella e buona, e quelli che ci si sono trovato in mezzo, perdendo posti di lavoro e diritti, non l’hanno presa molto bene. Ci hanno guadagnato, e moltissimo, in pochi: tutti gli altri si stanno ancora chiedendo come mai tutto questo benessere non si è riversato su di loro; finora il giochetto di mettere i poveri contro i più poveri sta funzionando, anche se qualcuno ogni tanto sbrocca: che possa durare per sempre però non ci giurerei.

Sabato sono stato a teatro, al Piccolo Teatro di Milano, imbucato con una benemerita associazione di pensionati. La storia, ben recitata dal bravo Silvio Orlando, era di una malinconia così struggente che mi ha fatto sperare in una prossima rivoluzione mondiale che sfoltisca le fila dell’umanità. Sono sicuro che io sarei nelle fila degli sfoltiti in quanto facente parte di quelli con la pancia piena che vanno a teatro a Milano al Piccolo Teatro a riflettere sui mali dell’esistenza: tra di loro c’è sicuramente anche qualcuno che ai suoi tempi è stato maoista ed aveva in mente di cambiare il mondo ma adesso è contrario al reddito di cittadinanza perché così i giovani non hanno lo stimolo per cercar lavoro.

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Diciamocelo francamente amici: ma cosa sarebbero gli italiani se Marco Polo non avesse portato dalla Cina gli spaghetti? Saremmo rimasti in balia della polenta (per la quale peraltro avremmo dovuto aspettare più di un secolo Cristoforo Colombo) ed avremmo litigato furiosamente, ci si sarebbe divisi tra chi la preferisce molle con la salsiccia in mezzo, chi abbrustolita, chi taragna, chi cuncia con il formaggio filante ed il burro: ed hai voglia a suonare il mandolino! Perciò ben venga quel miliardo e mezzo di cinesi a visitare la nostra Disneyland mondiale; ben vengano i loro container zeppi di cianfrusaglie; ben vengano parrucchieri improvvisati e massaggiatrici volenterose. Speriamo solo che dopo averci comprato le squadre di calcio non imparino pure a giocare a pallone…

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¹ La pianta si chiama melograno. Il frutto si chiama melagrana. In questo blog come sapete si dispensa cultura a mazzi e soprattutto a gratis.

Ferragosto con Olena (XVI)

«Eccellenza, non vorrebbe iniziare l’ispezione dalle cucine? La nostra suor Germana sta preparando la zuppa imperiale, ci farà l’onore di restare a pranzo con noi?» chiede suor Matilda, cercando di prendere tempo. Il Vescovo Aliprando, tutt’altro che insensibile alle tentazioni culinarie, sentendo attivarsi la salivazione, si informa con finta indifferenza:
«Zuppa Imperiale? Con il brodo di carne, intendete?»
«Certamente, eccellenza» risponde la Superiora «secondo la ricetta originale della Vecchia Scuola Bolognese» lanciando un sorrisetto speranzoso alle altre suore.
Il vescovo si rischiara la gola, propenso ad accettare immediatamente l’invito, ma un’occhiata del segretario lo richiama agli obblighi della sua funzione.
«Ebbene, cara suor Matilda, dite pure alla cuoca di aggiungere un posto a tavola… ma prima il dovere, su, fatemi strada verso le cantine»
«Non vorreste magari cominciare dalle celle delle suore?» propone speranzosa la suora.
«Suor Matilda, per la miseria!» intima il Vescovo con il suo vocione «se ho detto cantine sono cantine, su, non fatemi perdere tempo! Sembra quasi che non vogliate farmele vedere, le vostre cantine! Ah, ah, non ci avrete mica nascosto qualche scheletro?» chiede Ardizzone scherzando, non cogliendo gli sguardi preoccupati delle monache. Suor Matilda cede:
«Come vuole Eccellenza, lo dicevo solo perché nelle cantine c’è fresco, e non vorrei… come non detto, le faccio strada. Suor Emerenziana, potete accompagnarci per favore?» chiede la badessa, pensando che un paio di mani abituate a distribuire sberloni possano essere utili.
L’anziana suora alza gli occhi al cielo ed annuisce, seguendo i due per le scale che portano al piano inferiore, non mancando di farsi un segno della croce rivolgendo un appello al Beato Turoldo.

Nell’ampia sala dell’attico di un elegante palazzo in stile Liberty in viale Tiziano, nel quartiere Flaminio a Roma, un uomo seduto ad una scrivania su una poltrona in pelle del costo superiore al minimo Isee necessario ad ottenere il reddito di cittadinanza, scuote la testa e la cenere del sigaro Davidoff Nicaragua Toro che stringe tra le dita. Con una smorfia di disappunto si rivolge alla ragazza presente nella stanza, che solo un occhio poco allenato potrebbe scambiare per la sua segretaria.
«Ljudmila, portaci una bottiglia di vodka, e poi vai di la a pitturarti le unghie» le ordina l’uomo.
Ljudmila Attikova, ventottenne bielorussa, stiracchia il suo metro e ottanta di sensualità e si alza dal divano dove, in shirt e reggiseno, stava distesa sfogliando l’ultimo numero dell’edizione russa di Vogue.
«Subito, zietto» mormora con voce roca all’orecchio dell’uomo, e si avvia ondeggiando verso la cucina dove si trova il capiente frigobar.
«E ti ho detto di non chiamarmi zietto» le grida dietro l’uomo seduto alla scrivania, scuotendo ancora la testa.
«Come vuoi, zietto» risponde la bellezza, con un sorrisetto impertinente.

L’uomo alza lo sguardo verso le due persone in piedi dall’altra parte della scrivania, incredulo.
«Si può sapere che vi è successo, deficienti? E il vostro compare, dove lo avete lasciato?»
Ivan Kozlov e Petr Prostakov, l’uno con una mano fasciata e l’altro con un vistoso cerotto sul naso ed entrambi gli occhi neri, in piedi a capo chino, con le mani dietro la schiena, si scambiano un’occhiata preoccupata.
«Abbiamo avuto un incidente stradale…Victor è all’ospedale» cerca di giustificarsi Ivan.
«Degli idioti, siete degli idioti!» urla l’uomo. «E cos’è che vi siete messi, perché diavolo vi siete vestiti da Santa Klaus? E’ una tua idea, vero caporale?»
Ljudmila rientra, reggendo un vassoio con sopra una bottiglia di Pertsovka ghiacciata e tre bicchieri, lo poggia sulla scrivania, e dopo aver lanciato uno sguardo malizioso ai due ospiti commenta:
«Carini i tuoi amici, quest’anno il rosso va molto di moda» ed ancheggiando lascia la stanza, spargendo dietro di sé una scia di Black Opium e feromoni.

Ivan deglutisce e continua:
«Ecco, boss, siamo stati al convento come voi ci avete ordinato, ma…»
L’uomo sbatte il palmo della mano che non regge il sigaro sul tavolo e urla:
«Ma? Che significa, ma? Non tollero ma! Vi ho affidato un compito, l’avete portato a termine, si o no? Non voglio sentire scuse, e non ammetto fallimenti, mi conoscete! E chiamami signore, che boss sa di mafioso! Ti sembro un mafioso, io? Io sono un uomo di affari!»
Petr, al quale sotto al costume il sudore ha cominciato a scorrere lungo la schiena, viene in aiuto del suo compagno:
«Signore, è andata così… ci siamo presentati al convento, fingendo di essere incaricati del gas… »
«Del gas? Vestiti in quel modo?» chiede sospettoso il capo.
«Ehm, abbiamo detto che c’era una promozione speciale, le suore ci hanno fatto entrare senza sospettare niente. Molto simpatiche le suore, ci hanno anche firmato un contratto»
L’uomo d’affari, non soddisfatto dalla piega del colloquio, estrae dal cassetto una Beretta APX Combat, con la quale inizia a giocherellare. Capita l’antifona, Ivan decide di vuotare il sacco:
«Signore, abbiamo dovuto torchiare un po’ le suore…»
«Oh, adesso si ragiona. Continua, su!» lo invita l’uomo col sigaro, con un cenno di approvazione.
«Non volevano parlare, ossi duri… così abbiamo dovuto sparare alla più vecchia»
«Danni collaterali, vai avanti»
«Così si sono ammorbidite… e abbiamo saputo che quello che ci avete mandati a cercare non c’è, ma tornerà questo fine settimana»
«Ottimo! E troverà una degna accoglienza…» sibila l’uomo. Poi un pensiero gli attraversa la mente , e chiede ai sui sottoposti:
«Vi siete assicurati che i testimoni non possano parlare?»
«Ecco, boss, ehm, signore… abbiamo pensato che far sparire tutte le suore sarebbe stato un po’ sospetto… allora abbiamo preso un ostaggio» dice Ivan, sperando la loro iniziativa sia gradita.
«Un ostaggio? Si, può essere una buona idea… e dove l’avete nascosto?»
Ivan e Petr si guardano, rendendosi conto di non aver considerato un piccolo particolare. Il capo poggia il sigaro sul portacenere, si alza lentamente dalla poltrona appoggiandosi alla scrivania e, fissando negli occhi i due babbi natale, li interroga:
«Non lo avrete mica portato…»

In cucina intanto Ljudmila ha stappato una bottiglia di Blanc de Blanc, ed ha riempito due calici. La sua ospite, una suora minuta dall’aspetto centenario, raschia la gola, solleva il calice ed osserva la fontanella di bollicine salire dal fondo, e con un cenno di approvazione dice:
«Grazie figliola, io veramente preferisco il Franciacorta, ma se non c’è di meglio…come hai detto che ti chiami, figliola?»
«Mio nome Ljudmila… e vostro nome, sorella?» chiede la ragazza, curiosa.
La suora sorride stringendo gli occhi e, prima di buttare giù il bicchiere di champagne tutto d’un fiato, risponde:
«Chiamami pure Pina. Nonna Pina»

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Moderata proposta per mettere i padroni fuori legge

Una trentina di anni fa andavo a portare la mia sapienza informatica¹ in una piccola società che, per conto di alcune aziende farmaceutiche, stampava le etichette per le riviste che venivano distribuite ai loro clienti.
Da allora la mia sapienza informatica non è cresciuta di molto e quella società, nella quale lavoravano delle gentili e simpatiche signorine, ha chiuso i battenti da un pezzo. Ignoro se ancora oggi qualcuno riceva quelle riviste, ma non credo.

Una volta per sbaglio inserii anche il mio indirizzo nell’anagrafe dei destinatari e ricevetti una copia di “Donna e mamma” o giù di lì, che nonostante le evidenze mise in allarme quella che si accingeva a diventare mia moglie.

Una mattina, dopo essermi liberato dall’impermeabile e sorseggiato il caffè che mi veniva offerto amorevolmente, mi sistemai nella scrivania che mi veniva riservata ed estrassi il fido block notes per iniziare a prender nota dalla viva voce della giovane responsabile della produzione, Enza, le richieste del giorno.
Dopo pochi secondi iniziai a sentirmi a disagio, e cominciai a sbirciare di traverso la mia vicina. Non nego di essere sensibile al fascino femminile, limitato naturalmente ad una pura contemplazione estetica², ma quel giorno mi sembrava di essere capitato in una savana dove un qualche tipo di scimmia stava lasciando dei richiami odorosi per attirare i maschi refrattari della specie: non so se avete mai sentito l’odore che lasciano i circhi quando tolgono le tende, io lo conosco perché il mio cane si rotolò sopra a quella paglia, che era probabilmente nella gabbia delle tigri: mi ci volle un mese per fargli andar via l’odore.
Cominciammo comunque a stilare l’elenco dei lavori, ed in breve non potei non notare che anche Enza non era a proprio agio. Stava un po’ sulle sue, tendeva ad allontanarsi; sul momento pensai che avesse capito di avere un problema quantomeno di traspirazione pesante, e si spostasse per non darmi fastidio, ma io cavallerescamente feci finta di niente, e anzi avvicinai di più la mia sedia alla sua.
Solo in quel momento, incrociando il suo sguardo preoccupato, mi resi conto che il problema non era suo, ma mio; guardai in basso, e sotto la sedia vidi delle strisciate inequivocabili: avevo pestato una cacca di cane con le suole a carrarmato.
“cxazzo!” mi scappò detto, e balzammo tutti e due in piedi. “Ma te n’eri accorta?” le chiesi. “Si” mi rispose lei, “ma non volevo offenderti, pensavo te ne accorgessi da solo”.
“Ah, meno male” risposi io non proprio galantemente, “pensavo che fossi tu…”

Tutto è bene quel che finisce bene, messa in quarantena la sedia, disinfestata la scarpa e lavato il pavimento con l’alcool denaturato ricominciammo il lavoro, stavolta con maggior fiducia nella reciproca igiene personale.

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Stamattina entro in ufficio, in realtà un Open Space contenente circa 200 “risorse” che ai tempi in cui eravamo un popolo virile sarebbero state impiegate con maggior utilità sociale nella bonifica delle paludi Pontine, accendo il PC e mi accingo a leggere i messaggi di posta elettronica.
Abbiamo già parlato della stima che ho riguardo il livello di educazione e pulizia degli Ingegneri Informatici, la cui evoluzione è l’anello mancante tra la Cita di Tarzan e il Bluto Blutarsky³ di John Belushi, perciò non mi sono meravigliato eccessivamente dell’effluvio che aleggiava nell’aere.
Purtroppo, e credo sia voluto dai progettisti per evitare che in occasione di progetti falliti interi team di sviluppo si catafottano di sotto, i finestroni non si possono aprire, per cui l’unico modo per smaltire gli odori, si tratti di Chanel n° 5 o stabbio di mucca, è che quel grande filtro che sono i polmoni umani li assorba e renda inoffensivi.

Mentre digitavo un bel “niet” al mio capo che mi chiedeva di accelerare il rilascio di un pacchetto di programmi che avevo stimato in 30 giorni/uomo, ma che tra appaltatore-subappaltatore-sub-subappaltatore-sviluppatore indiano-multinazionale di consulenza dove tutti vestono di nero era lievitato a 90 giorni, ho avuto un flash della faccia della mia dirimpettaia mattutina.

Ero infatti seduto casualmente davanti a questa ragazza, solitamente elegante, credo turca dai libri che ogni tanto maneggia, e mi ero sorpreso nel captare un effluvio non proprio rinfrescante. Ho passeggiato lungo il Gran Bazar di Istanbul e non ricordo che emanasse odori simili, anzi: è vero che ogni mattina è un’esperienza nuova, può essere curry, possono essere scarpe da tennis, può essere olio fritto, è la lotteria del pendolare, ma oggi questa incongruenza tra aspetto e odore mi aveva colpito particolarmente.
Ed allora mi sono reso conto che il lieve arricciamento del naso e la sottile increspatura delle labbra non indicavano concentrazione o peggio indisposizione, ma assomigliavano molto di più al disgusto.
Altro che Gran Bazar!

Mi sono guardato sotto le scarpe, e “cxazzo!” ho pestato un’altra merda, va bene porterà pure fortuna secondo credenze protostoriche ma mi è ovviamente partita la scheggia contro cani, proprietari di cani e chi li difende senza se e senza ma, Brambilla compresa.

Allora le mie modeste proposte, che giro per competenza al ministro della Salute e per conoscenza al ministro dell’Interno, che tanto si impiccia di tutto, sono:

  • ripristinare la tassa sul possesso dei cani. Una volta c’era, e giustamente, perché i proventi servono a coprire parzialmente le spese per la pulizia che i padroni non fanno;
  • istituzione del patentino per il possesso di cani (a pagamento, ovviamente). Con diversi livelli, fino al possesso di animale da difesa (con la stessa logica della patente di guida, un esame più facile per i chihuahua ed uno più difficile per i pittbull);
  • obbligo di circolazione per i possessori di cani con sacchetti per la raccolta delle deiezioni, un po’ come l’obbligo di catene per le auto. I vigili urbani possono e devono fermare, controllare, e redigere multe: in casi estremi obbligo di rieducazione per padrone e cane.
  • obbligo di lavori socialmente utili per i padroni beccati a far defecare il cane senza raccogliere la cacca. Lavori che consisteranno ovviamente nel raccogliere la cacca che altri padroni menefreghisti come loro non raccolgono.

Potrei continuare, ma mi fermo qua. Ho posseduto per anni un cane, ma è più corretto dire che ho vissuto per anni con un cane, che era educatissimo e cercava di farla solo se vedeva uno spicchio d’erba; uscivo mattina e sera con i miei sacchettini senza per questo sentirmi menomato nella mia virilità, e mi vanto che nessun piede umano abbia pestato qualche ricordino lasciato dal mio cane.
Perché, dovreste ricordarvelo teste di rapanello che pensate che il vostro cane e soprattutto voi siate il centro del mondo, sul marciapiede non passano solo brontoloni come me, ma anche donne con le carrozzine, anziani che magari faticano a camminare e si appoggiano a dei bastoni, invalidi che spingono la sedia a rotelle: e un giorno potreste essere voi, e non vorreste ritrovarvi merda di cane, e non d’autore, tra le mani.

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¹ In quei bei tempi se qualcosa non funzionava si dava senza problemi la colpa alla “macchina”. Ora la si può dare all’”algoritmo” ma la sostanza non cambia di molto: e cioè che chi dovrebbe risolvere il problema non ha la minima idea di quello che sta succedendo.
² Come disse Paolo Panelli a Nino Manfredi nell’indimenticabile “Questo e Quello” del 1983, la ciccia baffetta piace a tutti ma bisogna mangiarci il pane.
³ John “Bluto” Blutarsky, indimenticabile personaggio del film Animal House del 1978 interpretato da John Belushi

Ferragosto con Olena (XIV)

«Contigo en la distancia, mi amor!» dichiara enfaticamente Miguel il giardiniere a Paio Pignola, al secolo Hector García, il transessuale cubano che si è intrufolato di soppiatto nel giardino di casa Rana.
«Miguel querido, ti ho detto un sacco di volte di non essere così appiccicaticcio. Tra l’altro, il tuo “amico” maggiordomo mi ha detto che vi esercitate insieme quotidianamente con la salsa. Non sarai un po’ troppo… zelante?» chiede Paio con una punta di gelosia nella voce.
«Tu me ofendes Paio, come puoi pensare una cosa simile! Lo sai che io amo solo te!» protesta Miguel.
«Bien, bien, Miguel. No pretendo l’exclusiva, ma non voglio che gli insegni i miei passi segreti, comprendi?»
«Ma certo, ma certo! E comunque… lui… no se mueve como ti!» la adula il giardiniere, cingendole la vita con un braccio.

Flettàx il pappagallo celtico interviene intempestivamente, imitando alla perfezione la voce di Miguel:
«Craaa!!! Craaa!!! James tu si che sei un vero macho!» – dice gracchiando – «Craaa… Non come quella zoccola cubana! Craaa!!!»

Miguel avvampa mentre il pomo d’adamo di Paio sobbalza su e giù.
«¿Qué dijo el pájaro?» chiede la cubana stizzita «Che ha detto l’uccello?»
«Quale uccello?» chiede Miguel, fingendo di non vedere l’enorme Ara Macao padano che torreggia sul trespolo dietro di lui.
«Como qual uccello! El papagallo aquì! Me ha dato de la socola!»
«No, ma quale socola mi amor! Ah, ah, il pappagallo ha detto trottola, trottola… voleva dire che balli come una trottola… ha qualche difettuccio de pronuncia…» e così dicendo strappa una penna dal didietro di Flettàx, che lo ripaga beccandogli il dito.
Miguel lancia un urlo e si appresta a strozzare il volatile impertinente, ma Paio lo richiama al dovere.

«Miguel, basta giocare, all’uccello penserai dopo. Veniamo a noi, ahora»

«Certo mi amor, dime todo. Che posso fare per te?»
«Sono stata umiliata, capisci Miguel? Insultata e umiliata. Devo vendicarme de quela bagascia russa»
Miguel si guarda intorno con apprensione.
«Volevi dire Natascia, non è vero Paio? » chiede il giardiniere, facendo segno a Paio di abbassare la voce, già stridula di suo.
«Potresti per favor non llamarla bagascia, perlomeno en mi presencia? Sai, querida, quella mena»
«Anch’io meno!» – proclama Paio che a volte fatica a contenere l’Hector che è in lei – «per tua norma e regola sono stata campeon regionale dei superwelter, entiendes?»
«Non ne dubito, cara, e non vorrei mettere el dito nella piaga, ma me parece che a Cuba te le abbia suonate… e qui sparso nel parco c’è ancora qualche pezzo di pigmeo e di cinese che gli si è messo di traverso…» dice Miguel, con un fremito di preoccupazione.
«E’ stata solo sfortuna!» grida Paio in falsetto. «Ho inciampato nella gonna, e quella ne ha approfittato! Ma la prossima volta non sarà asì fortunata, e la vedremo chi mena di più! E adesso basta parlare, Miguel, mi vuoi aiutare o no? Guarda che se me tradisci te stacco le bolas!»

Se c’è una cosa che non si può dire di Miguel è che, se messo di fronte a proposte ragionevoli, non sia collaborativo: tempo mezz’ora e ritroviamo i nostri due eroi a bordo di un furgoncino della impresa di pulizie Rana, diretti alla volta di Ladispoli.
Miguel è concentrato al volante mentre al suo fianco Paio, con le gambe sollevate ed i piedi nudi appoggiati sul cruscotto, canticchia “Yolanda”, una vecchia canzonetta. Dal vano di carico proviene un raspare metallico e delle grida soffocate che assomigliano stranamente a quelle di un pennuto al quale sia stato legato il becco con un bavaglio ed il quale nonostante l’impedimento si sforzi di insultare tutti i nati al di sotto del parallelo della Brianza.
«C’era proprio bisogno di portarsi dietro il pappagallo?» chiede Paio, spuntandosi le unghie dei piedi con una tronchesina.

«Mi amor, Natascia es terribile ma è niente in confronta alla mia padrona. Se succede qualcosa al pappagallo yo soy un hombre muerto»

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Ferragosto con Olena (XII)

Te Deum laudamus: te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem, omnis terra veneratur.

Mentre nella chiesetta del convento le suore improvvisano una processione di ringraziamento per lo scampato pericolo, funzione a cui partecipa una compita Gilda che per l’occasione ha sostituito la bandana variopinta con una veletta di pizzo nero ed a cui James non manca di apportare la sua fattiva collaborazione oscillando ritmicamente il turibolo d’incenso come ebbe modo di apprendere dall’anziano prevosto don Vitaliano nei lontani trascorsi da chierichetto, al piano di sotto l’aria è decisamente più pesante.

Infatti le caritatevoli religiose, dopo aver soccorso e rattoppato i delinquenti alla bell’e meglio, li hanno affidati alle cure spirituali della atletica consorella.
«Suor Katiuscia, se hai bisogno fai un fischio che arrivo subito» si è offerta la volenterosa Suor Emerenziana, alla quale il ricordo delle pagine strappate dall’antico messale fa prudere le mani allenate per anni a distribuire scapaccioni agli alunni del vecchio asilo d’infanzia, prima di chiudere a chiave la robusta porta di legno massello di noce.
Un pesante silenzio è sceso nella cantina dove riposano botti centenarie, locale dove il vicino abate si trova particolarmente a suo agio e in cui trova sovente rifugio e conforto.

Olena, a capo scoperto, passeggia avanti e indietro impugnando un frustino di cuoio, squadrando dall’alto in basso i tre che, pesti ed a capo chino, siedono su di una panca di legno. Si ferma, ed in tono beffardo si rivolge a quello con la mano fasciata:

«Ma che bella sorpresa, caporale Kozlov. Sempre insieme ai tuoi compari, vedo…»
Ivan Kozlov deglutisce, alza appena la testa e prova a rispondere:
«Capitano Smirnoff, io…» ma una scudisciata all’orecchio destro gli consiglia di non proseguire.
«Non mi sembra di averti dato il permesso di parlare, dico bene caporale?» sibila Olena, pronta a far partire un’altra frustata se Ivan avesse provato a ribattere, ma questi capita l’antifona riabbassa la testa lanciando un’occhiata preoccupata ai vicini.

«Kozlov, Gusev, Prostakov…voi mi sorprendete, sapete? Vi avevamo dati per dispersi, catturati dai ceceni, fatti a pezzi e sparpagliati in qualche buca puzzolente… e invece eccovi qua, vivi e vegeti. La compagnia annientata, sterminati in quella maledetta imboscata, e solo voi salvi, decisamente una bella fortuna!» osserva Olena con finta ammirazione, e continua:
«Per essere morti vi trovo abbastanza bene, comunque. Voi che ne pensate, babushka?» chiede a Nonna Pina, che appoggiata al muro giochicchia con la sua nuova pistola Baikal Viking MP-446, regalo di un suo spasimante per il centoquattresimo compleanno.
«Natascia, questi morti di fame mi mettono tristezza. Che ne dici se gli sparo e andiamo a farci una pizza?»
Olena scuote il capo con tenerezza, poi si rivolge di nuovo ai tre prigionieri:
«Allora, finuocchietti, la situazione è: voi siete già morti da più di 20 anni, nonna Pina ha fame ed una pistola nuova da provare, ed io devo fare una doccia. Da dove cominciamo?»
Ivan, sorpreso e preoccupato, prova a riassumere: «Noi non sappiamo niente!» risposta sbagliata che gli attira una staffilata sull’altro orecchio.
Ci pensa Petr, il più intuitivo dei tre, a vuotare il sacco prima che la china diventi troppo ripida:
«Ecco, capitano… ehm… suora… un mese fa siamo stati contattati da un… ehm… amico…»
«Un avanzo di galera come voi, scommetto» ipotizza nonna Pina. Petr annuisce, e continua: «Si trattava di cercare un uomo, un vecchio» poi vedendo la mascella di nonna Pina irrigidirsi: «Chiedo scusa, madame, volevo dire anziano» e va avanti: «ci disse poche cose… che si nascondeva in un convento e si faceva passare per un santone…»
«Vi ha detto perché cercava questo… santone?» chiede Olena.
«No, ci disse solo che in passato avevano concluso degli affari insieme… ma ora il santone aveva deciso di non rispettare i patti»
«Che affari, che patti?» insiste Olena. «Noi non lo sappiamo! Ci disse solo che era roba che andava sepolta una volta per tutte» protesta Petr.
«E chi è questo vostro amico? Fuori il nome, forza!» intima la russa.
«Non posso, capitano, è troppo pericoloso…» chiude spaventato Petr.
Olena sospira, e poi gira le spalle al terzetto.
«Va bene, è una vostra scelta. Io vado a fare la doccia. Babushka mi raccomando, il grilletto è sensibile, attenta a non bucare le botti.»
«Tranquilla, Natascia» la rassicura nonna Pina, puntando la pistola alla testa del malvivente dopo aver tolto la sicura.
«No, no, ehi, ferma, ferma! Ok, ok, parlo…ma non le piacerà, capitano» dice il bandito, mentre una smorfia di delusione si dipinge sul volto della pistolera centenaria. Olena si volta, e lo fissa con una punta di scetticismo. Petr sostiene il suo sguardo, fissandola  a sua volta, e scandisce lentamente il nome:
« Evgeni Nikolaevič Levchenko… il colonnello Levchenko… vostro marito, capitano Smirnoff.»

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¹ A questo punto credo sia utile ricordare che in Russia il nome ufficiale di una persona è composto da nome, patronimico (il nome del padre) e cognome; patronimico e cognome si accordano col genere, femminile o maschile. Tutto questo per dire che il vero nome della nostra eroina, figlia di Iosif Vasilievič Smirnov, sarebbe Olena Iosifovna Smirnova ma per colpa di una traduzione approssimativa e di una nota marca di vodka nella versione italiana si chiama Olena Smirnoff.

F28

Ci sono dei momenti in cui, in balia della tecnologia, ci si sente fragili e inadeguati. Questi momenti di solito capitano nei momenti meno opportuni: il telefono si scarica quando dovete avvisare di essere in ritardo, l’inchiostro della stampante si esaurisce quando dovete stampare le prenotazioni per il teatro, l’auto si guasta quando state per partire per le vacanze. Sfortuna, per i superstizioni, o Legge di Murphy per i fatalisti.

Al mondo esiste, anche se la cosa può meravigliare, chi non ha il telefonino e spesso nemmeno da mangiare, chi a teatro non è mai andato e tanto meno in vacanza. In sua presenza sarebbe meglio non parlare di sfortuna per questi contrattempi.

La vigilia di Natale il boiler a gas che scalda l’acqua con la quale la mia famiglia si lava è andato in blocco: F28. Failure 28, ovvero Malfunzionamento 28: da manuale si poteva trattare di tre diversi problemi, che venivano elencati in ordine di gravità: per ultimo la famigerata scheda elettronica. Non c’è elettrodomestico, per non parlare di automobili, che non abbia ormai una scheda elettronica e l’opinione comune, se si tratta di quest’ultima, è che sia meglio buttare tutto piuttosto che ripararla.

Al mondo esiste anche chi ha un accesso limitatissimo all’acqua. Esiste anche qualcuno che, a causa delle coltivazioni di avocado ad esempio, o della quinoa, di cui da questa parte del mondo andiamo ghiotti (non io) reputandoli cibi miracolosi e salutari, l’acqua che aveva se l’è vista togliere e razionare.

Ho dato fondo a tutta la mia sapienza tecnica, e cioè ho spento e riacceso l’interruttore, sperando che succedesse quello che succede di solito coi computers quando si impallano: ma niente, dopo un fremito che accendeva una piccola speranza, il messaggio ricompariva: F28. E chiamiamo il tecnico, la vigilia di Natale. Che miracolosamente c’era! Non proprio il titolare, ma una riserva al quale era toccato di essere di servizio, un po’ come quei soldatini a cui capitava di dover fare il piantone a Natale. Dopo una attesa nemmeno troppo lunga arriva, apre l’anta, gira l’interruttore esattamente come avevo fatto io, ed a lui si accende. Fa scorrere l’acqua, si scalda. Spegne, riaccende, funziona sempre. Mi guarda come se fossi l’ultimo dei deficienti; sono persino costretto a spiattellargli le credenziali, e cioè che sono figlio di idraulico e quindi un minimo me ne intendo: l’occhiata con cui mi squadra sottende che non ho imparato molto. Per farmi contento prova ancora due o tre volte, poi mi dice una frase che mi fa agghiacciare: quando ci sarà il 5G potremo collegarci direttamente dalla ditta, non ci sarà nemmeno bisogno di uscire.

Pare che per colpa di questo 5G dovremo cambiare i decoder delle televisioni, e qualcuno anche la televisione, perché il 5G andrà ad occupare delle frequenze radio attualmente appannaggio della televisione. Ci saranno persino degli sgravi fiscali per l’acquisto dei nuovi dispositivi (e io pago, direbbe Totò). Io avevo capito, quando si parlava di digitale terrestre, che man mano si sarebbe stati tutti cablati con la fibra ottica ed il segnale tv sarebbe passato di lì: ma devo aver capito male, perché anzi con il 5G pare che tutto passerà da quelle parti, e diventeremo un enorme dispositivo wifi.

Mi sono spaventato perché ho pensato ad un mio amico che l’altro giorno, avendo lasciato parcheggiata l’auto nuova fuori dall’ufficio del proprio amministratore di condominio, a Milano, si è trovato la macchina aperta con la centralina di accensione smontata. Lì per lì ha pensato che i ladri non fossero stati abbastanza abili, ma quando ha chiamato il carro attrezzi il meccanico gli ha detto che era stato fortunato, perché i ladri avevano smontato la centralina per portarla in qualche officina compiacente a resettarla, e sarebbero tornati a rimontarla e portargli via l’auto con tutto comodo.
Col 5G non si sarebbero dovuti prendere tutto questo disturbo! Volete che non ci sia qualche hacker capace di crakkare a distanza la centralina? Avrebbero aspettato che aveste messo la macchina in garage, l’avrebbero tranquillamente aperto col telecomando e fatta uscire da sola, come un modellino. Bei tempi che ci aspettano!

Nella civilissima Svezia della gente si è fatta volontariamente impiantare dei chip sottopelle. per comodità, dicono loro, così non devono ricordare le password, non c’è pericolo di perdere i badge, le carte di credito… avvicinano l’arto dove è presente il chip ad un lettore, ed il gioco è fatto. Qualcuno ha obiettato che magari così si perde un po’ di privacy, essendoci la possibilità di essere controllati istante per istante: la risposta è stata che tanto oggi come oggi siamo controllati lo stesso, tanto vale essere comodi… a me sinceramente queste alzate d’ingegno svedesi mettono un po’ paura, ricordo che l’eugenetica partì da loro, e che Hitler la perfezionò solamente…

Nel pomeriggio, verso le 16, la caldaia ha smesso definitivamente di funzionare. A quel punto avrei voluto avere lì l’incredulo tecnico per uno scambio amichevole di opinioni, ma aveva smontato di turno. Lo ringrazio comunque, perché mi ha permesso di ritornare un po’ bambino: ho messo su un bel pentolone d’acqua, ripensando a quando l’acqua calda non ce l’avevamo, il bagno lo facevamo solo una volta alla settimana, Cip era il compare di Ciop, la tv era in bianco e nero, eravamo poveri e non ci mancava niente.

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Ferragosto con Olena (XI)

«Pax vobiscum!»
La statuaria suora che ha varcato la soglia del refettorio del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, così si rivolge alle consorelle ivi riunite.
Non le sfugge l’incongrua presenza di tre babbi natali vestiti di tutto punto e con tanto di barbe bianche d’ordinanza, dei quali uno ha appena strappato una pagina di un Messale del XIV° secolo con l’intenzione di farla mangiare a James, che cavallerescamente si era frapposto fra i manigoldi e le suore, nonché della Calva Tettuta di cui è devoto maggiordomo, ricevendone in cambio un paio di sonori ceffoni che ne hanno imporporato le gote.
Gilda Quacquarini, vedova Rana, alla vista della religiosa tira un sospiro di sollievo.
«Alla buonora!» esclama «ve la siete presa comoda! Si può sapere dov’eravate finite?»
«Perdonate, sorelle, noi fatto piccola deviazione» informa umilmente la nuova suora.

Ad un certo punto infatti nonna Pina, avvistata dall’alto la Maremma, era stata presa da una botta di nostalgia per le antiche cavalcate a pelo con un buttero suo amico, Ottavio Bonavolontà, che effettivamente era infaticabile nella monta tradizionale, ed aveva quindi convinto Olena a fare una piccola deviazione alle terme di Saturnia dove sapeva che il vecchio amico, ormai mitigati gli entusiasmi giovanili, svolgeva la funzione di custode, con una pletora di figli e nipoti intorno. L’improvvisa vista di Pina lo aveva commosso, e volle presentarle l’intera famiglia, che dimostrava quanto il ricordo della antica maliarda fosse rimasto vivo in lui: i figli Pino, Pinuccio e Peppino, i nipoti Carletto detto Pinetto, Pinin e Cio-Pin, adottato dalla Cina. Mentre Olena si sgranchiva le gambe cavalcando Aiace, il cui tris-trisnonno era appartenuto nientemeno che ai principi Torlonia, nonna Pina ed Ottavio andarono a prendere un bagno tonificante sotto le cascate del Mulino, dove Ottavio ben presto dimenticò il motivo che li aveva portati lì e si mise a disquisire di insaccati, dimostrandosi estremamente competente di salame di cinghiale, salame di cinta senese, finocchiona e salame chianino. Constatando quindi che non c’era trippa per gatti nonna Pina lo aveva infine salutato, accarezzandogli teneramente i pochi capelli rimasti, lasciandolo a mollo con le sue fantasie culinarie.

I tre babbi natali, sorpresi, si girano verso l’inconsueta apparizione. Non capita tutti i giorni, bisogna ammetterlo, di trovarsi di fronte ad una angelica suora bionda alta un metro e novanta con una tonaca modello Girifalchi, che già a prima vista aveva suscitato l’invidia delle giovani suor Pulcheria e suor Burialda mentre suor Emerenziana pur preoccupata per il messale scuoteva la testa pensando “o tempora, o mores”, che ruota il pesante rosario in biglie di acciaio come un gaucho farebbe con le sue bolas.
«Cattivi cattivi santa klaus, perché picchiate questo piccolo peccatore?» chiede la suora.
«Peccatore sarai tu» protesta James. «Ancora con questa storia di Sodoma e Gomorra? Uscite dall’oscurantismo!» rivendica orgogliosamente ma forse non del tutto opportunamente il maggiordomo.
«Da dove sbuca questa?» chiede uno dei babbi natali ai suoi compari. Poi, puntandole una pistola addosso, le intima: «Ferma dove sei, Zuccherino. Vieni da questa parte con i tuoi amichetti e nessuno si farà male».
E’ un attimo e un silenzio pesante cala sul refettorio. Gilda sgrana gli occhi, portandosi una mano alla bocca; James si stappa un orecchio col mignolo, per esser sicuro di aver sentito bene. Le suore, intuendo che qualche forza soprannaturale sta per sprigionarsi, si stringono tra di loro. Persino uno dei babbi natali, colto da un dubbio, tira per la manica quello che ha in mano il messale, convincendolo a posarlo sul leggio.

Olena stringe impercettibilmente le palpebre, fissando l’uomo con la pistola.
«Come tu ha chiamato me, piscialletto?»
Il “piscialletto” lascia interdetto il babbo natale armato, risvegliandogli ricordi sopiti. La barba che gli copre il volto impedisce di vedere il rossore che lo sta ricoprendo. Si gira verso i compari per chiedere appoggio, ma vede solo due barbe incredule, delle quali una fa appena in tempo a dire:
«Cazzo, Ivan, la suora è il capita…»
Il rosario sibila come una frusta verso la mano del babbo armato, ed il crocefisso appuntito si infilza sul dorso della mano, tra le ossa del metacarpo: Ivan Kozlov, questo è il nome del bandito, urla e spara inavvertitamente al piede del compare, Victor Gusev; il terzo, Petr Prostakov, vista la mala parata, decide di abbandonare il campo ma sfortunatamente si imbatte nel gomito di Olena che gli rompe il setto nasale, causando un copioso fiotto rosso che va a sporcare la barba immacolata.

«E che ca…rattere!» urla suor Emerenziana, scandalizzata. «Figlia mia, non è che non apprezzi due schiaffoni ben dati quando ci vogliono, ma mi pare che tu esageri! Cos’è di preciso che non hai capito nel “porgere l’altra guancia?”. Noi siamo qui per redimerli, i peccatori, non per mandarli direttamente all’altro mondo!»
Suor Matilda, la superiora, interviene per stemperare la tensione:
«Calma, calma, sorelle. Suor Katiuscia viene dal convento di Vladivostok e dovete capire che da quelle parti, avendo avuto a che fare per decenni con dei senza dio, per sopravvivere in continenza e castità abbiano dovuto affinare le arti della difesa personale. Per non parlare poi delle mani lunghe dei Pope ortodossi, alle quali le nostre sorelle spuntano le unghie a suon di bastonate.»
Olena annuisce con gravità, osservando con la coda dell’occhio i tre babbi natali che si danno alla fuga lasciando una scia rossa. Suor Pulcheria e Suor Burialda la osservano incantate.
«Insegnerai anche a noi, suor Katiuscia?» chiede adorante la baffuta suor Pulcheria.

I tre babbi natale corrono, cercando di mettere più spazio possibile tra loro ed il convento.
«Ivan, sei un idiota!» urla Petr, tenendosi un fazzoletto premuto sul naso.
«Aahh cazzo sono ferito, portatemi in un ospedale dannati coglioni!» urla Victor, che è costretto a scappare saltellando con un buco sul piede.
«Deficiente vacci da solo all’ospedale! Anzi vai addirittura dai carabinieri già che ci sei! Ma non potevate avvertirmi prima che c’era quella in giro? E poi, ma che cazzo ci fa il capitano Smirnoff in mezzo a delle suore?»
«Perché non glielo vai a chiedere? Anzi quasi quasi ci vado io, così gli chiedo anche come mai ti ha chiamato piscialletto! E adesso che cacchio facciamo, chi glielo dice al capo?»

«Oh, oh! Merry Christmas, finocchietti!»
Nonna Pina, seduta sull’Antonov An-2 posteggiato sul retro del convento, ridacchiando punta le due mitragliatrici Browning 12,7 sui macilenti babbi natali, che si guardano sconcertati.
Ivan Kozlov si gira perplesso verso Petr Prostakov. «Non avevi detto che sarebbe stato un lavoretto da niente?» e Petr, confuso quanto lui, risponde: «Ma io che ne potevo sapere…?» prima di prendersi un pugno sul naso già rotto che lo manda nel mondo dei sogni.

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Tu quoque, Caie, fili mi!

Rassicuro gli amici lettori, sono ancora vivo se non del tutto vegeto. Un picco inopinato di lavoro mi ha travolto, ragione in più per auspicare che vada al più presto in porto la sacrosanta quota 100 che mi permetterebbe di avere più tempo libero. Così, non riuscendo a leggere come vorrei, mi astengo anche dallo scrivere.

Anche Olena & company sono preoccupati, e stanno pensando di chiedere il sussidio di disoccupazione, intanto che il loro autore preferito riscopra quella verve e quella joie de vivre che lo contraddistingueva.

Ogni tanto qualche episodio solleva il mio umore, come ad esempio l’altra sera quando al quiz “L’Eredità” alla domanda “A chi si rivolgeva Cesare, mentre lo stavano uccidendo, dicendo: Anche tu, figlio mio?”. La sublime risposta è stata: “A Caio”.  Purtroppo in quel momento stavo sorbendo una vellutata di zucca fatta amorevolmente e con competenza dalla mia signora, e lo scoppio di risa me l’ha fatta spargere sulla tovaglia, con rimbrotto seguito dal solito: “E vacci tu, allora, saputone!” che mi ha indotto a meditare sui danni del suffragio universale.

Per distrarmi, domenica scorsa, avevo in animo di visitare i mercatini di Emergency, a Milano, e dare un’occhiata all’Adorazione dei Magi del Perugino, in mostra a palazzo Marino. Mi sono quindi recato con l’intera famigliola alla stazione delle Nord da dove pendolo quotidianamente, per scoprire che c’era uno sciopero ed i treni non viaggiavano. Il tutto, minimizzavano le ferrovie Nord, per protestare contro un cambio di orario. Non dicevano, gli infingardi, che il nuovo orario prevedeva il taglio di oltre 150 corse giornaliere, sostituite in minima parte da autobus. Qualche illuminato in Regione Lombardia dovrebbe spiegare come mai si sono spesi miliardi per Pedemontane e Brebemi inutili (e se ne vogliono spendere altrettanti: le infrastrutture vanno fatte senza se e senza ma, va sostenendo il nostro Misirizzi¹ ) lasciando al palo i treni pendolari, che sarebbero stati più che necessari sia per decongestionare il traffico che per migliorare la qualità dell’aria: poi ci si riempie la bocca di lotta all’inquinamento, al riscaldamento globale bla bla! Qualche buontempone sostiene che bisognerebbe mangiare meno carne per contribuire a ridurre i gas serra: e allora io proclamo che lo farò solo quando le miniere di carbone saranno chiuse tutte, i pozzi di petrolio saranno prosciugati e le Ferrovie Nord faranno viaggiare i treni necessari!

Annullata per forza maggiore la gita milanese, ci siamo quindi orientati ai mercatini di Natale comaschi. Amici, posso affermare senza ombra di dubbio che poche cose mi rompono le scatole come visitare i mercatini di Natale. Diciamo che il livello è più o meno quello della Fiera dell’Artigianato di Rho, solo che lì almeno si mangia (non mi sono fatto mancare nemmeno quello, comunque, a S.Ambrogio quando notoriamente non c’è nessuno: bellissimo vedere gli stand degli Usa e dell’Iran vicini! Ignoro cosa sia stato esposto di oggetti di artigianato, io ho girato solo stand gastronomici assaggiando l’assaggiabile e comperando qualche liquore, in testa la Becherovka ceca ed il Mirto sardo). A Como, insomma, c’era il delirio. Non sono nemmeno riuscito ad avvicinarmi alle casette natalizie, prese d’assalto; mi sono rifugiato in una pasticceria davanti ad una cioccolata al peperoncino e qualche cannoncino a riflettere se sono io ad essere diventato troppo snob o gli altri ad essere diventati deficienti, e per un momento ho accarezzato l’idea di iscrivermi al partito democratico.

A proposito di Partito Democratico, sto leggendo la biografia di Michelle Robinson in  Obama, lo consiglio a tutti perché sia la sua storia che quella di suo marito Barak sono esemplari per capire un pò meglio l’America, questo paese di grandi opportunità,  grande vitalità e grandi contraddizioni… come si possa passare da Obama a Trump è un mistero che solo gli americani e gli hacker russi comprendono.

Se questo fine settimana riuscirò ad andare a Milano, Ferrovie Nord permettendo, non mancherò di fare un reportage fotografico, se non altro per aggiornarvi sullo stato del bananeto di Piazza Duomo!

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¹ Vago riferimento ad un uomo politico che stava meritevolmente perendo con il suo partito di portatori di gioielli in Tanzania ma si è ripreso a tal punto da diventare lo statista che tutti vogliono. Persino gli israeliani, per dire pure questi come si sono ridotti.