Letti – dal blog di Poetella

ecco, caro Giò, quanto richiesto… letto di mio figlio, al quale abbiamo tolto la piediera, che lui non c’entrava! letto mio… questo è quanto… 😉

per giomag59… — Poetella’s Blog

Amiche e amici, ieri abbiamo parlato di letti in ferro battuto ed è doveroso far partire la rubrica “Letti”; chi si aspettasse storie di alcove rimarrebbe deluso per diversi motivi: principalmente perché, come si sa, il gentiluomo gode e tace, poi perché è prudente dare ascolto ai suggerimenti guerreschi come “taci, il nemico ti ascolta” ed infine perché, come diceva De Sica padre in “Pane amore e…”, per me, oramai…

Rimarrà deluso anche chi si aspetta recensioni di letture: no, ci sono già eccellenti blog di recensioni, non c’è bisogno che mi ci metta anch’io, che tra l’altro sto leggendo ora “Ragazzi di vita” di Pasolini, non sarebbe proprio una recensione freschissima.

Ringrazio Poetella, poetessa come dice il nome stesso e soprattutto amante e cultrice (si dice cultrice?) del bello in tutte le sue forme, per aver dato il primo contributo; chi non l’ha ancora fatto vada a curiosare nel suo blog dove oltre le belle poesie mette in mostra gli oggetti che colleziona nella sua casa-museo.

Mio padre sapeva costruire ed aggiustare i letti in ferro battuto. Non so in quanti hanno un’idea di quanto lavoro occorra per partire da un tondino di ferro del 12 e farci uscire la testiera di un letto, quanto carbone deve bruciare per alimentare la forgia, e quante martellate per spianare i riccioli; e quanto ingegno per far stare insieme tutti i pezzi prima che si inventasse la saldatura… e gli ovali con disegni floreali, o piccoli camei, che si incastonavano tra i ricci. Oggi i letti in ferro si fanno ancora, sono prodotti industrialmente, e li vengono come ferro battuto anche se di battuto hanno veramente poco. Quanti artigiani saranno rimasti in Italia a saperli fare? Quanti hanno ancora tra le mani la sapienza per creare un pezzo che supererà la propria vita, e quella di chi l’ha ordinato?

Vacanze a Malta

Le cronache di questi giorni ci hanno fatto conoscere le ambasce di quei ragazzi che, in vacanza studio a Malta, sono dovuti rimanere in quarantena perché qualcuno del gruppo era stato trovato positivo al Covid. A me è sembrato più che normale, invece la tv ci propinava un bollettino quotidiano che manco il colon del Papa, quasi che i ragazzi risultassero dispersi nel Centrafrica o fossero prigionieri dei Talebani; addirittura da un paesino qua vicino un tizio si è mobilitato per far recapitare a destinazione dei reclusi, da un suo conoscente sull’isola, una colazione siciliana con tanto di granita (“io a Malta ci sono stato tanti anni, conosco bene la cucina di quegli alberghi”, ha detto. Una bella pubblicità, non c’è che dire).  

Non è che voglia fare il moralista, ma con tutta la buona volontà non riesco a empatizzare con quei ragazzi, ne coi loro genitori; e tantomeno con quei  300 che sono andati in vacanza studio (di che?) a Dubai, bloccati anche loro e men che meno con quelli che stanno per partire per la Grecia, a festeggiare la raggiunta maturità (su cui ho parecchi dubbi). Voglio dire, siete andati con la situazione che conoscete bene, poi almeno non lamentatevi; che volete, che mandiamo le portaerei a salvarvi?

Le mie vacanze, quando frequentavo le superiori e quindi un secolo fa, le passavo aiutando mio padre, fabbro, a bottega. Senza ammazzarmi di lavoro, per carità, anche perché mio padre sapeva bene cosa potevo fare e cosa no (avevo ed ho le mani delicate, ma lui era molto più fiducioso di me sulle mie capacità: io le cose che mi faceva fare lui non credo le avrei fatte fare a mio figlio che anzi ho protetto pure troppo, ma lui aveva fatto la guerra e io no). Scartavetravo, verniciavo (c’era una antiquaria che era contentissima quando sistemavo le testiere di letti antichi che portava, perché non lesinavo sulla porporina), tagliavo i pezzi per le ringhiere, lo accompagnavo nelle sue avventure più straordinarie, come calarsi nei pozzi per sistemare le pompe o issarsi sui tetti ad aggiustare grondaie, lo aiutavo a fare i conti, sorvegliavo gli operai, che erano poco più grandi di me di età. Ed i miei amici non è che partissero per Malta… i figli di contadini avevano da fare nei campi e con le stalle, quelli di altri artigiani andavano anche loro ad aiutare, gli unici che rimanevano senza far niente erano i figli di impiegati, se non trovavano qualche lavoretto da fare. Non ci mancava non andare in vacanza, i nostri genitori non le avevano mai fatte, e poi la vacanza era non andare a scuola e trovarci per interminabili partite a pallone, e magari la sera una birretta al bar (Peroni, al massimo Nastro Azzurro…).

Era un altro mondo, certamente, e sono anche storie che ho già raccontato. Per non parlare dei miei compagni che hanno dovuto lasciare la scuola dopo le medie per andare a lavorare, perché la famiglia non poteva mantenerli agli studi. Ma da quando è diventato indispensabile andare in vacanza? Come è stato possibile che in così (relativamente) poco tempo siamo diventati un popolo fiacco, viziato, frignone, e però pretenzioso, arrogante, ignorante? Com’è possibile che mandiamo i figli a studiare a Malta o Dubai per farli diventare dei perfetti idioti, ma che sanno l’inglese?

Ma che diavolo ci è successo?

Cronachette dallo zoccolo duro (2)

Campioni d’Europa! Gli inglesi con la sportività che li contraddistingue hanno tributato applausi ai vincitori. Ah, no, scusate, quelli erano scozzesi , gallesi e irlandesi, che gioivano come e più di noi. Che libidine, amiche e amici! Battere gli inglesi, qualunque sia l’ambito, ha sempre un gusto particolare, figurarsi a calcio, loro che si reputano i maestri, e nel loro stadio. I reali erano un po’ abbacchiati, Mattarella era euforico (anche se non si vedeva). Persino una suora danese che conosco bene, in servizio a Londra, sentitasi  giustamente defraudata dal rigore concesso in semifinale contro la sua squadra tifava per noi. Veramente ho temuto in qualche evento avverso perché nel pomeriggio, di ritorno da una passeggiata nel bosco poco distante, c’era già chi si allenava nel carosello automobilistico, costringendomi a fare scongiuri ed in mancanza di ferri di cavallo toccare poco elegantemente  le parti basse. Tra parentesi, a passeggiare c’era pochissima gente, probabilmente si stavano preparando tutti per la partita…

La festa è comunque finita, ed ora ricominciano gli allarmi e le lacrime di coccodrillo: avete voluto festeggiare? Vedrete adesso i contagi dove arriveranno! E giù fustigare e minacciare castighi divini. E se invece non succedesse proprio niente, tranne l’aumento che ci sarebbe stato naturalmente grazie alla ripresa (quasi) normale delle attività? Confido nell’influenza benefica dell’estate.

Intanto continua la campagna di convincimento dei riottosi ultrasessantenni:  offertona, fino a fine luglio ci si può vaccinare senza prenotazione e con Johnson&Johnson, ovvero con una sola dose! Ostinati, se non vi sta bene nemmeno questo andate al diavolo! E infatti qualcuno comincia a parlare di far pagare le cure a chi si ammala senza essersi vaccinato. Secondo questi signori il fatto che uno abbia magari pagato le tasse proprio per godere della sanità quando ne ha bisogno è un particolare secondario. A me pare una china pericolosa, perché lanci la prima pietra chi non ha almeno un comportamento a rischio. Quindi se uno fuma e gli viene un tumore non lo curiamo? Se è sovrappeso e gli viene il diabete? Se va a giocare a calcetto senza essere allenato e gli viene un infarto lo lasciamo lì per terra? Per fortuna almeno il Papa difende la sanità pubblica e gratuita, l’avrà detto a nuora perché suocera (i ciellini) intendano?

Anche mia suocera adesso mi raccomanda di vaccinarmi. Hai voglia a dirle che io il Covid l’ho già avuto e gli anticorpi ce li ho. E poi da che pulpito, che per convincere lei le sue figlie hanno sudato sette camicie.

Sabato sera abbiamo mangiato nel giardino di due amici una pizza in compagnia, con altri amici, un accenno di normalità. Uno è direttore in una tessitura che fatica a trovare operai specializzati, ed è costretto a fregarli ai concorrenti; se per anni però il personale si è preso da agenzie interinali come ci si può poi lamentare che non si trovano operai specializzati? Quelli bisogna formarli, non nascono mica “imparati”. … Altro segno di normalità gli eventi che si stanno preparando sul lago, anche eventi Fai. Normale anche che in una delle piazze più frequentate della movida la sera al mattino ci sia una discarica di bicchieri, lattine e bottiglie? Certo che la storia è buffa, una volta chiamavamo gli inglesi con disprezzo “il popolo dei cinque pasti”, per stigmatizzarne la mollezza, ora siamo diventati noi il popolo degli spritz e delle apericene.

A proposito di discarica in un paese qua vicino hanno riempito un campo (si parla di seimila viaggi di camion e non so quante tonnellate di materiale) di terra contaminata non so di cosa, con la complicità del contadino. Vicino è coltivato il foraggio per le bestie che poi finiscono sulla nostra tavola, e magari anche di quelli che hanno portato lì la monnezza, e dei loro figli. Che dire, prosit.

Domenica, durante l’omelia, ci ha salutato un prete filippino che lascia la parrocchia, e mi ha sorpreso riportando una frase di Hélder Câmara, uno dei padri della Teologia della Liberazione: «Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». Fa riflettere, no? Ma non preoccupiamoci amici, ai poveri ci pensa il G20, con la tassazione delle multinazionali.  A proposito: se i razzi che portano gli stramiliardari nello spazio esplodessero o magari non riuscissero a tornare indietro, qualcuno piangerebbe? Io no di certo. Sarà che sono uno zoccolo duro…

Sono passati venti anni dalla guerra di Bush&Blair all’Iraq (più vari complici, tra cui noi) e dieci anni dalla guerra di Sarkozy&Nato (con noi spettatori paganti, nel senso che ne stiamo pagando le conseguenze più grandi) a Gheddafi. Il mondo è migliore? Non mi pare. Tra l’altro tenete d’occhio Cuba, perché Biden ne sta preparando qualcuna delle solite.

Adesso, amiche e amici, vado a gustarmi la coppa. Quella di maiale, eh! A presto…

Tre stelle per Olena – 10

Scoppia scoppia mi scò
Scoppia scoppia mi scoppia il cuor
Scoppia scoppia mi scò
Scoppia scoppia mi scoppia il cuor
Liebe liebe liebelei
E’ un disastro se te ne vai
Scoppia scoppia mi scò
Scoppia scoppia mi scoppia il cuor

«James, sbaglio o quella che Miguel porta al braccio è una fascia nera? Che animo delicato, non sapevo che fosse così affezionato a Turchese» commenta Gilda sorbendo il suo caffè, osservando il giardiniere rastrellare le foglie cadute saltellando sulle note di “A far l’amore comincia tu”.
«In verità, signora, il lutto è per la scomparsa di Raffaella Carrà¹, il nostro Miguel ne era un grande ammiratore. Pensi che la passione gli fu inculcata da suo padre don Ignacio che nel 1981 assistette alla puntata di Millemilioni² che la Carrà girò a Città del Messico e ne rimase così colpito che si ripromise, se avesse avuto una figlia femmina, di farle intraprendere la carriera artistica. Sfortunatamente nacque un maschietto» conclude James, indicando Miguel.
«Be’, al nostro Miguel non mancano certo i numeri e comunque noi gli vogliamo bene così com’è, non è vero James? A volergli fare un appunto, quella parrucca bionda non si intona perfettamente col suo colorito olivastro. Ma, a proposito di bionde, sei riuscito a parlare con Natascia?»
«Sì, signora. L’ho messa immediatamente al corrente della situazione, ha detto un paio di volte “Da”, ha cambiato il giubbetto di pelle, inforcato la moto ed è partita»
«Sai se ha preso la pistola, James?»
«Dal rigonfiamento vicino all’ascella direi di sì, signora»
«Bene, mi sento più tranquilla. Che ne diresti se facessimo un giro per le cucine? Con tutti questi cuochi, riusciremo a rimediare due spaghetti aglio e olio?»

Seduto alla scrivania del suo ufficio, al primo piano della caserma “Salvo d’Acquisto”, il maresciallo Montesi riguarda le riprese della sera prima, perplesso. Un energico battito di tacchi lo distoglie dalle sue riflessioni.
«Maresciallo, la scientifica ha mandato i risultati degli esami. La boccetta trovata nell’armadietto della svedese contiene un estratto di Gelsemium, lo stesso usato per avvelenare il raviolo» annuncia l’appuntato Corinaldi, provocando un sospiro del suo superiore.
«Corinaldi, qui l’affare si ingrossa. Come ha fatto la cinese a avvelenare il raviolo, solo uno, e poi mettere la boccetta nell’armadio dell’altra concorrente? O non sarà mica stata la svedese a avvelenare Turchese buttando poi la colpa sulla cinese? Ma sarebbe stata così stupida da lasciare il veleno nel suo armadietto? E perché, poi? Convochiamola, e cerchiamo di capire se tra le due c’è qualche rapporto…»
Mentre Montesi riflette a voce alta, dal piano terra giunge la voce concitata del piantone:
«Signora, le ho detto che non può entrare, il maresciallo è occupato, non mi costringa a usare la forza!»
«Se tu chiama me signuora ancora una volta io non crede tu sarà in grado di usare muolta forza, con tue braccia spiezzate. Ora tu vai da tuo capo e dici lui che è arrivata sua nipotina, sì?»
«Ma che diavolo sta succedendo di sotto?» chiede Montesi all’appuntato, che si stringe nelle spalle. Il maresciallo si alza ma non riesce ad uscire dalla stanza perché si trova di fronte il suo piantone che, spinto da una donna atletica che gli torce un braccio dietro la schiena, occupa il vano della porta. Montesi resta per un attimo sorpreso poi scuote la testa e un sorriso gli illumina il volto.
«Capitano Smirnoff, che piacere rivederla. Vedo che ha fatto amicizia con il mio uomo» constata Montesi, lanciando un’occhiata velenosa al piantone. «Piccioni, con te facciamo i conti dopo. Puoi andare, adesso»
L’appuntato prova ad intervenire:
«Maresciallo, tutto a posto? Vuole che faccia uscire la signora?»
Montesi, notando un lieve irrigidimento nella mascella della visitatrice, alza una mano per fermare l’iniziativa dell’incauto sottoposto.
«Grazie Corinaldi, non c’è bisogno. E poi mi servono appuntati tutti interi. Lasciaci soli»
L’appuntato, riluttante, esce. Montesi ritorna alla sua scrivania ed invita con un gesto la russa ad accomodarsi, e deglutisce vedendola accavallare le lunghe gambe e lanciargli uno sguardo beffardo.
«Ti trovo bene, Olena. Cosa posso fare per te?»
«Tu invece deve controllare carboidrati, Nicuola, tu fa puoco movimento. A proposito, come sta Ines?»

¹ La Raffa nazionale, grandissima e indimenticabile artista, si è spenta il 5 luglio 2021. Ha dispensato gioia e allegria fino alla fine, con una bravura, una simpatia, una classe, un senso del gusto e della misura inimitabili. Mia zia Emanuelita l’ha chiamata più volte per cercare di indovinare quanti diavolo di fagioli contenesse quel vaso: mitiche, l’una e l’altra.
² Programma in cinque puntate girate a Buenos Aires, Città del Messico, Mosca, Londra e Roma, coprodotto dalla Rai e da canali degli Stati coinvolti. Raffaella cantava e ballava per le strade, in mezzo alla gente, e faceva conoscere aspetti insoliti delle città visitate.

Metti un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente…

… anzi leggerissima…

Amiche e amici, come promesso (o minacciato, fate voi) vi racconterò qualcosa della breve vacanzina appena conclusa. Non mi sono voluto informare su quello che succedeva per il mondo e credo di aver fatto bene; del resto la mia lettura preferita durante le ferie come sa chi mi segue da tempo è Cronaca Vera, ma in realtà non acquisto la rivista da tempo e non so nemmeno se la pubblichino più. Sono stato a Piombino, in Toscana, e precisamente a Marina di Salivoli, in un complesso di appartamenti nuovi e molto ben curati. Non conoscevo affatto la zona, di Piombino sapevo solo che era una città industriale (le acciaierie) e portuale: portuale lo è ancora in quanto vi partono i traghetti per la Corsica, la Sardegna e l’Isola d’Elba lì di fronte, la parte industriale invece è in crisi, l’altoforno  è stato chiuso nel 2014 e da allora si sono succedute proprietà il cui unico scopo era ciucciare soldi allo Stato sulla pelle degli operai (come gli indiani che attualmente la detengono) facendo grandi promesse ma con poche intenzioni serie. Questi sono gli investitori esteri che tanto corteggiamo: bisogna pure pagarli per far andare gli impianti, a quel punto non capisco perché non subentri direttamente lo Stato (abbiamo voluto smantellare l’Iri, quanto bisogno ce ne sarebbe stato in questi anni di crisi) con un serio piano industriale ma figurarsi, i nostri governanti si baloccano con la legge Zan e la riapertura delle discoteche, sai che gli frega dell’acciaio. Tanto stiamo diventando un popolo di affittacamere, camerieri e commesse, che le fabbriche le facciano in Cina…   

La zona è molto bella, la Costa degli Etruschi con il Golfo di Baratti, il parco della Sterpaia, varie cale (Cala Moresca in primis); spiagge attrezzate e spiagge libere ma tenute molto bene ed in genere comunque fornite di servizi (a Baratti ad esempio nella pineta dietro la spiaggia il Comune di Piombino ha messo a disposizione dei bagni pubblici con docce, ci sono bagnini che sorvegliano e persino un’ambulanza). A me comunque il mare interessa poco, mi annoio, diffido del sole (sono stato quasi sempre sotto l’ombrellone ed anche con la maglietta addosso ma nonostante ciò mi sono scottato i piedi) e le onde non mi attizzano; nei dintorni ci sono diversi sentieri per escursionisti ma anche la natura non mi appassiona e inoltre faceva caldo ed il pericolo di lasciarci le penne con un infartino è sempre dietro l’angolo. Oltre le spiagge nominate sopra, quello che ho  apprezzato di più è stato:

  • La visita a Populonia Alta, con l’acropoli etrusco-romana (il borgo in sé stesso si fregia di essere  uno dei più belli d’Italia, ma mi sembra esagerato); quella bassa invece, dove ci sono le tombe etrusche, non l’ho potuta visitare perché a) l’ufficio turistico apre alle 9:30 e b) quando sono andato a fare i biglietti la bigliettaia ad ognuno spiegava la rava e la fava e così ho perso la visita guidata delle 10:30 e la seguente ci sarebbe stata alle 11:30, così ho mandato a quel paese etruschi e bigliettaia e me ne sono andato.
  • Il Parco Archeo-Minerario di San Silvestro, a Campiglia Marittima (che si chiama Marittima ma è in alto); qui si visitano due miniere, una a piedi ed una in trenino, e soprattutto si ripensa a quelli che lì ci lavoravano, i minatori: fuori dalla seconda miniera c’è un piccolo museo che ripercorre le lotte che i minatori hanno affrontato negli anni ’70 per non far chiudere le miniere, per difendere il loro lavoro, pur così duro, rischioso, ingrato. Difendevano il lavoro e la dignità che dava loro quel lavoro, con orgoglio ed a volte disperazione: ma adesso che vogliamo saperne, basta tornare a farsi lo spritz serale. Le miniere sono state chiuse perché erano antieconomiche, dato che i minerali dall’estero costavano meno, e perché si ritenne che in Italia i minatori non avessero più ragione di esistere. Secondo me in Italia sarebbero ben altri quelli che non avrebbero ragione di esistere, in miniera ce ne manderei parecchi e a essere onesti anch’io, da borghesucolo come sono diventato, un po’ di miniera me la meriterei.
  • Napoleone Bonaparte all’Isola d’Elba: Portoferraio è a un’ora di traghetto da Piombino, e lì abbiamo visitato una delle due Ville dove è stato “ospite” Napoleone durante il suo esilio; i mobili sono quasi tutti non originali anche se dell’epoca, tranne una brandina da campo che sembra che l’Imperatore si portasse sempre dietro e che preferisse a letti ben più comodi. Certe volte mi chiedo se saremmo stati migliori o peggiori se Napoleone avesse vinto a Waterloo (che comunque ai tempi dell’Elba era ancora di là a venire). Ma coi “se” non si fa la storia, probabilmente saremmo stati tali e quali a quello che siamo: dei minchioni consumisti.
  • Il Vermentino che ho bevuto tutte le sere a Piombino in ottimi ristoranti, naturalmente abbinato a pesce, totani, cacciucco, baccalà; abbiamo mangiato sempre divinamente tranne una sera dove ci siamo seduti e dopo mezz’ora non ci avevano portato nemmeno l’acqua e solo quando i commensali del tavolo vicino a noi se ne sono andati spazientiti si sono degnati di avvicinarsi. Ci hanno magnificato il loro antipasto di otto portate, peccato che abbiano portato un piattino alla volta e dopo un’ora eravamo ancora al caro amico: adios, avrebbe detto Antonino Cannavacciuolo, e così abbiamo fatto anche noi: adios! Amici cari, capisco che vogliate recuperare i mesi di fermo forzato, ma così vi fate del male: se tutti fanno come me, che prima di andare in un locale dà un’occhiata a Tripadvisor, potete anche chiudere…
  •  A proposito di vino, a Suvereto, un bel paesino medievale nell’interno, proprio nel weekend della nostra partenza ci si svolgeva la sagra del Vermentino: che peccato non aver potuto partecipare! Nel paesino, che abbiamo visitato la mattina del ritorno a casa, avrei voluto visitare il museo della Rocca Aldobrandiana, o almeno il Museo delle Bambole: ma aprivano alle 17:30, e a quell’ora eravamo arrivati a casa.

Potrei anche nominare il camioncino con i panini nella pineta di Baratti, fornitissimo di ogni ben di Dio: certo panino porchetta e zuppetta toscana con birra Ichnusa non è proprio il massimo per poi passare un sereno pomeriggio sotto l’ombrellone, da piccolo mia madre mi diceva sempre che prima di entrare in acqua dovevo aspettare di aver digerito il pranzo: sarà per quello che in tutta la settimana non ho fatto nemmeno un bagno?

A presto, amiche e amici!

Tre stelle per Olena – 9

«Vi ho detto che non c’entro niente, perché mai avrei dovuto avvelenare Turchese? Non lo conoscevo nemmeno!»
La giovane cinese, tramite l’interprete fornita dalla produzione dello show, risponde indignata alle domande del maresciallo Montesi, che maledice il momento in cui il suo superiore, il quarantenne capitano Fiacchini, donnaiolo incallito, si è rotto il tendine crociato del ginocchio destro giocando a calcetto in una partita scapoli-ammogliati, incidente che qualche malalingua non attribuisce ad uno scontro fortuito ma ad un regolamento di conti per una vecchia questione di corna.
Montesi, un sessantenne brizzolato, non molto alto, leggermente sovrappeso, amante del ballo liscio che pratica regolarmente con la sua signora Ines, una allampanata romagnola, abbronzato dalle ore passate all’aria aperta per servizio e dalla cura del suo orto di cui è orgogliosissimo e che gli regala soddisfazioni come la vittoria del prestigioso “Oscar della zucca 2018” attribuito dalla Pro Loco di Ciapanò, risponde paziente.
«Signorina, è la prassi, stiamo interrogando tutti quelli che erano nelle vicinanze del… ehm, dell’evento. Le ho solo chiesto cosa intendeva con quel “V come Vendetta”, non c’è motivo di innervosirsi. Capirà che è una strana causalità che qualcuno evochi una vendetta e subito dopo qualcun altro muoia, sbaglio?»
«Era solo un modo per attirare l’attenzione, per farmi pubblicità! Io non devo vendicarmi di nessuno» risponde Li Wok, spazientita.
«Se è come lei dice, signorina, come spiega che Turchese è morto dopo aver mangiato un suo raviolo? Se non è stata lei chi può averlo avvelenato, qualcuno che voleva far ricadere la colpa su di lei?» chiede il maresciallo accaldato mentre guarda sconsolato la pala ventilatore che pende inerte dal soffitto, che l’elettricista aveva promesso da due mesi di passare a sistemare.
«Ma come faccio a saperlo? Avete tutte le riprese video, si vedrà se qualcuno ha messo qualcosa nel mio piatto, no? Io l’ho messo sul tavolo della giuria, chiunque avrebbe potuto metterci le mani»
«E’ proprio questo il punto, signorina, le immagini non ci hanno dato nessun aiuto, non sembra che qualcuno si sia avvicinato. Ha notato qualcosa di strano in cucina? Qualcuno del suo staff, qualcuno con il quale ha avuto degli attriti, che avrebbe avuto motivo di danneggiarla? »
«Lo escludo assolutamente! I miei ragazzi si butterebbero nel fuoco per me, non farebbero mai una cosa del genere, le dico che si sta sbagliando!»
Un battito di nocche alla porta interrompe la discussione.
«Avanti!» consente Montesi, per niente sorpreso dall’entrata dell’appuntato Corinaldi, suo aiutante, un biondino quasi trentenne.
«Maresciallo, la scientifica ci ha mandato questo» comunica l’appuntato, porgendo a Montesi una carpetta «mentre stamattina è arrivata in caserma questa» continua porgendo una busta.
«E il mittente?» chiede il maresciallo, interrogativo.
«E’ anonima maresciallo, ma sembra interessante, gli dia un’occhiata»
«Va bene Corinaldi, puoi andare, grazie» lo congeda Montesi. Apre prima il referto e poi la busta; rimane per qualche secondo pensieroso e poi si rivolge ancora alla cinese:
«Lei conosce un’erba chiamata Gelsemium Elegans, signorina Wok?»
«Gelsemium? Certo che la conosco, è un’erba nota nella medicina tradizionale, ha molte proprietà ma è molto pericolosa, se non la si sa trattare… perché?» chiede la cuoca, improvvisamente sul chi vive.
«Appunto, molto pericolosa. Il laboratorio ha trovato tracce dell’erba nello stomaco di Turchese. Come lei saprà, è un’erba coltivata in diverse regioni della Cina» butta là il maresciallo con finta indifferenza.
«Ma che vuol dire?» si agita Li Wok «Innanzitutto non è coltivata solo in Cina, e poi oggi con Internet si può comprare qualunque cosa da qualunque parte del mondo, secondo voi per uccidere un uomo che nemmeno conoscevo avrei portato un’erba dalla Cina e l’avrei messa proprio nei miei ravioli? Ma è ridicolo!»
«Signorina, glielo chiedo di nuovo, lei conferma di non aver mai conosciuto Alessandro Turchese e di non aver avuto nessun dissidio con lui?»
«Certo che lo confermo, lo confermo, quante volte ve lo devo dire?» alza la voce la cinese concitata, alzandosi anche in piedi. Montesi resta qualche secondo a guardarla, indeciso se richiamarla a sedersi, poi con una smorfia di delusione estrae il contenuto della busta e lo mette sul tavolo, prima di chiedere con voce calma:
«E questa allora come la spiega?»

La cinese guarda sgomenta la foto di lei e di Alessandro Turchese abbracciati in riva al mare limpido di quello che sembra un atollo, con sullo sfondo dei bungalow su palafitte, ma prima che possa fornire una qualche giustificazione Montesi la blocca.
«Corinaldi!» chiama di nuovo il sottoposto.
«Comandi, maresciallo» accorre prontamente l’appuntato, sbattendo i tacchi.
«Signorina, lei è in stato di fermo per l’omicidio di Alessandro Turchese. Corinaldi, portala via» ordina Montesi, dispiaciuto per la ragazza ma soprattutto per la certezza di dover saltare la serata danzante.

Tre stelle per Olena – 8

«Mi sembra che quello sia stato il momento in cui tutto ha iniziato a precipitare, sei d’accordo James? V come Vendetta… l’anno prossimo dovremo ricordarci di far allegare al curriculum professionale una perizia psichiatrica, non si sa mai, quella gente usa i coltelli tutto il giorno! Confesso che lì per lì ho pensato ad una trovata di Turchese per aumentare l’audience, come quando a Sanremo la buonanima di Pippo Baudo ingaggiava i disoccupati per minacciare di buttarsi giù dai tralicci del teatro Ariston, ma qui siamo andati ben oltre. Ma cos’è questo rumore, James? Sembrano delle pale che girano, e ne avrebbero ben donde date le circostanze»
Il maggiordomo soprassiede sulla dipartita attribuita prematuramente dalla sua padrona al Pippo nazionale e si affaccia al terrazzo per individuare la fonte del suono importuno.
«E’ uno dei nostri elicotteri, signora, dovrebbe essere Natascia di ritorno dalla vacanza a Mosca. Sì, è proprio lei» conferma James, annuendo «riconosco i missili aria-aria»
«Sia lodato il cielo! Le nubi si diradano, il cielo è limpido, gli uccelli cinguettano, il sole splende ed il futuro è radioso. Hai il nulla osta per sacrificare un vitello grasso, se non lo ritieni eccessivo. Anche uno leggermente sovrappeso può andar bene. Ora che è arrivata la fanteria pesante possiamo rilassarci, non è vero James? Tirare un sospiro di sollievo. Mi prepareresti uno dei tuoi caffè ricostituenti?»
«Volentieri, signora. Gradirebbe un Kahawa Ya Congo? Il terroir è quello del Kivu, regione turbolenta e ricca di minerali, dove le coltivazioni sono completamente biologiche, senza alcun uso di fertilizzanti»
«Terroir? Non sapevo che parlassi anche il congolese, James, sei un pozzo di scienza» lo elogia la Calva Tettuta, ammirata, avviandosi in terrazzo per distendersi sulla sua chaise longue in teak.

La sera prima la cinese Li Wok, dopo aver gelato il pubblico annunciando il nome del suo piatto, aveva riacquistato subito un sorriso celestiale sebbene leggermente enigmatico. Questo aveva consentito a Turchese, preoccupato, di riprendere in mano le redini dello show.
«Ah, ah, grazie Li, il senso dell’umorismo orientale a volte è difficile da comprendere da questa parte del mondo, ma sono sicuro che scopriremo presto gli ingredienti che non ci hai voluto rivelare. Ora, amisci e amiche, la palla passa alla giuria di qualità che assaggerà i piatti ed assegnerà i voti, mentre tra gli spettatori verrà estratto un campione che esprimerà a sua volta il proprio parere ed a quel punto, sommando le due votazioni, avremo il risultato finale. Nell’attesa, direttamente da Cuba l’orchestra Los Melograños del maestro Dieguito Guardatì eseguirà un medley del grande compositore e mio personale amico Ennio Perticaroni, scomparso recentemente: no, amisci, niente di drammatico, sembra che Ennio sia scappato con un basso lituano e abbia fatto perder le tracce a moglie, suocera e dieci figli a carico, di metà dei quali ha peraltro sempre negato la paternità. Ennio, se sei in ascolto, fatti vivo! L’orchestra accompagnerà le danze del corpo di ballo ungherese del coreografo Elisio Stipovich, con la partecipazione straordinaria della ètoile Fiorella Fiatella. Un bell’applauso!» invita Turchese, euforico per aver potuto sconfinare nel gossip e nel trash.
E, mentre gli operai allontanano velocemente i microfoni dal palco, l’orchestra si prepara e i ballerini si mettono in posizione, da un microfono lasciato inavvertitamente acceso irrompe un fuori onda:
«Ma che cazzo, Alexandre, almeno usa la forchetta!»
«Ma non rompermi i coglioni Auguste, sci siamo capiti vero? Mmhh che buono questo raviolo, tu te lo sogni caro mio! Non riesco a capire cosa sci ha messo… carne, sicuramente, ma c’è un retrogusto dolceamaro… ammazza che caldo però, non si respira… cough, cough, accendete i ventilatori, non… si… aahh!»
Turchese cade a terra, cianotico; Trésomarie balza sul proscenio ed urla con voce stridula:
«Un medico, presto! Non respira, fate presto!»
Il cameraman, perplesso, chiede lumi alla regia:
«Dotto’ che faccio, stacco? Quarcheduno se potrebbe impressiona’»
«Ma che stacchi, sei scemo? Continua a riprenne, continua, zumma… i telefilm americani ce propinano morti ammazzati a tutte le ore der giorno e dela notte e tu te fai scrupoli per uno che se strozza da solo? Ma magari! Daje, gira, gira, che la mannamo in mondovisione!»

Tre stelle per Olena – 7

«Ma prima di introdurre l’ultimo sfidante permettetemi, amiche ed amisci, di presentarvi il presidente della giuria di qualità, il vinscitore della scorsa edizione del nostro concorso: un bell’applauso ad Auguste Trésomarie!»
Gli spettatori tributano il giusto omaggio all’uomo di mezza età con capelli e baffetti impomatati, non molto alto, pingue e azzimato che si alza lentamente dalla sua poltrona per andare alla ribalta vicino a Turchese e raccogliere gli elogi con degnazione.
«Vieni, vieni, Auguste» lo invita il presentatore. «Ricorderete amisci che Auguste Trésomarie è lo chef dello storico locale parigino “Le doigt d’honneur”, chiamato così in ricordo del fondatore Louison Trésomarie che preparando uno stufato di coniglio si tranciò di netto il dito medio e lo servì ai suoi clienti con tanto di unghia» svela Turchese, trattenendo un brivido di raccapriccio.
«Ma non temete amisci» continua il conduttore «le pietanze che vengono servite oggi sono delle prelibatezze, come il piatto vincitore dell’anno scorso: i cappelletti ripieni di escargots alle erbe di Provenza, che mi dicono abbiano avuto molto successo, non è vero Auguste?»
«Verissimo, Alexandre, la nostra creazione modestamente ha riscosso il favore della clientela, del resto composta da veri intenditori e amanti dell’arte culinaria. Non gestiamo mica una bettola, noi, come i locali di certi sedicenti colleghi. A proposito, ti ringrazio di averci invitato a presiedere la giuria di qualità, una soddisfazione personale ma anche un chiaro riconoscimento della superiorità della cucina francese, oserei parlare di superiorità tout-court, vogliamo dimenticare il vino, il formaggio, le donne, la cultura, la storia, la moda, la politica?» declama con enfasi Trésomarie usando come suo costume il plurale maiestatis. «Ci rattrista che quest’anno non ci sia un francese in finale » continua lo chef con un sorrisetto malizioso «ma del resto avete già scelto il migliore, s’est moi, gli altri sarebbero stati solo brutte copie»
Turchese interrompe la tirata del narciso francese trattenendosi signorilmente dal chiedere se tra i simboli di superiorità sia da considerare anche l’abitudine di trasportare delle baguette sotto le ascelle, specialmente in estate:
«Aspetta a ringraziarmi, Auguste, sono sicuro che anche quest’anno il lavoro della giuria sarà molto impegnativo, le tifoserie sono pronte a scatenarsi ed il vostro giudizio sarà sottoposto a dure critiche, dovrete affrontare accese discussioni e contestazioni, si potrebbe addirittura arrivare allo scontro fisico…» prospetta il presentatore con un filo di perfidia, mentre Trésomarie sbianca leggermente e fa un passo indietro.
«Ma ecco a voi il quinto e ultimo concorrente» annuncia Turchese, mentre il francese ritorna al suo posto.
«Dalla Cina, Li Wok!»

Il pubblico trattiene il fiato, impressionato dalla giovane donna che sale sul palco con grazia e leggiadria, vestita con una semplice divisa nera ed una cuffia che le copre parte dei capelli corvini raccolti in una lunga coda che termina con un fiocco rosso, divisa che ne accentua la magrezza atletica; la ragazza regge delicatamente un cestello in bambù e avanza a piccoli passi, quasi levitando, con la testa abbassata in un lieve inchino; le labbra atteggiate ad un sorriso discreto e pudico contrastano con gli occhi che lanciano di nascosto sguardi saettanti verso il presentatore. Anche Turchese sembra colpito dall’apparizione e, quasi perso in qualche suo pensiero, impiega qualche secondo prima di riacquistare la parola.
«Li… Li Wok è la chef di uno dei più famosi ristoranti yum di Hong Kong, The last Emperor, l’ultimo imperatore, e sebbene sia molto giovane è già considerata una maestra del dim sum» dice il presentatore, quasi con deferenza . «Li, sono sicuro che il nostro pubblico è curioso di saperne di più del tuo ristorante e dei piatti che prepari, vuoi parlarcene?» la invita Turchese con gentilezza.
«Volentieri caro Alessandro» risponde Li in perfetto inglese, subito tradotta. «Lo yum cha non è solo un pranzo, ma un’esperienza che deriva dalla nostra tradizione millenaria: non è solo il pasto principale della giornata ma un rito di sublimazione, di autoconsapevolezza: il tè viene servito insieme a piatti con tante piccole porzioni, i dim sum, che possono essere composti con carne, pesce, verdura o anche frutta, fritti, stufati, al forno, al vapore… pensa che sono state raccolte ben diecimila ricette diverse di dim sum. Tra questi non mancano certo i ravioli e sono proprio questi che ho ritenuto più appropriato portare al concorso, sperando possano essere apprezzati» conclude la cinese con modestia, facendo un piccolo inchino.
«Mi hai anticipato, Li, ed hai già annunciato il tuo piatto, ma vuoi anche dirci di cosa è composto il ripieno? Come dicevi c’è una vasta scelta, ma credo che per questa serata avrai scelto degli ingredienti speciali, sbaglio?»
«Non sbagli caro Alessandro ma per ora, se permetti, vorrei lasciarli segreti e svelarli solo al termine» risponde Li Wok, irrigidendosi leggermente.
«Credo che il regolamento non lo vieti» ipotizza Turchese, lanciando uno sguardo alla giuria che dà subito un cenno affermativo «ma vorresti almeno dirci il nome della tua pietanza?»
«Sì, questo posso farlo. Il mio piatto si chiama V.»
«V?» chiede il presentatore, confuso. «V e basta?»
La cinese rialza la testa, fissa Turchese negli occhi e più che rispondere pronuncia una sentenza:
«V come Vendetta, Alessandro. V come Vendetta»

Tre stelle per Olena – 6

Dançando, dançando, dançando
Mi sono preso Fernando, dançando, dançando
Dan dan dan

Terminate le abluzioni Gilda, avvolta da un vaporoso sari indiano e da una nuvola di Moresque Fiore di Portofino, si affaccia alla terrazza della sala e assiste perplessa alle svogliate evoluzioni del giardiniere.
«James, mi sembra che il nostro Miguel non abbia la solita verve, non lo vedo entusiasta e sgargiante, anzi lo trovo stranamente abulico, se è la parola giusta. E’ successo qualcosa, per caso?»
«Niente di grave signora» la rassicura il maggiordomo «solo un po’ di delusione. Pare che durante la serata finale dell’Eurovision Song Contest Cristiano Malgioglio, che fungeva da co-presentatore, abbia espresso l’intenzione in caso di vittoria dei rappresentanti italiani di eseguire uno spogliarello come Sabrina Ferilli allo stadio Olimpico in occasione dello scudetto della Roma nel 2001, ma non abbia mantenuto la promessa»
«Che peccato, sarebbe stata di gran lunga la parte migliore dello show. Certo essere riuscito a veder vincere degli italiani dopo 31 anni dal trionfo della buonanima di Toto Cutugno, suo quasi coetaneo peraltro, deve essere stata una bella soddisfazione per il simpatico cantante. Ma a proposito James, siamo sicuri che siano proprio italiani quei saltamartini? Che fossero fuori di testa non c’è dubbio, ma mi è sfuggito il resto del testo»
«Assolutamente, signora, il gruppo ha scelto il nome danese Måneskin perché rende più l’idea di rock, ma i membri sono autoctoni e regolarmente iscritti all’anagrafe»
«Se non altro indossavano un costume sobrio, non come quello delle azerbaijane. Tra l’altro, ti risulta che l’Azerbaijan sia in Europa? Questa mania di cambiare anche la geografia, oltre che la storia, mi fa venire il mal di testa. La mia amica Loredana¹ ha elogiato il loro look definendole “scappate di casa”, prima di esprimermi vorrei però da te una rassicurazione: non è opera di tuo cugino, vero?»
James, sorpreso dal sentir chiamare in causa il suo stilista preferito nonché cugino di primo grado Jean Astolphe Girifalchi , nasconde l’imbarazzo dietro un leggero colpo di tosse ed un lieve inchino:
«Per la verità, signora, Jean Astolphe è stato ingaggiato per confezionare l’abito di Nikkie Tutorials², una delle presentatrici da Rotterdam: alla fine era esausto, capirà, la signorina ha delle misure notevoli ed ha dovuto abbondare con la stoffa.»
«Una ragazzotta deliziosa, non è vero James? Pensare che da piccola si dice fosse un maschiaccio. O era un maschietto?»
Ma, prima che James possa dissipare i dubbi della Calva Tettuta, l’attenzione di questa viene catturata da degli stridìi provenienti dal giardino.
«Non sembra anche a te di sentire degli strepiti, James? Spero che non si stiano di nuovo accapigliando, quei due!»

«Porco mondo, dalla padella alla brace. Scappo da una prigione per finire in un’altra. Tutto per colpa di quel parrocchetto!»
Flettàx, il pappagallo celtico, saltella amareggiato dentro la voliera nella quale è stato rinchiuso.
«Chi è causa del suo mal pianga sé stesso» sentenzia la saggia renna Riitta «Hai preso in ostaggio un bambino, dirottato una nave e infine, non contento, hai aggredito il dottor Spread: che ti aspettavi, che ti dessero una medaglia?»
«Craa!!» garrisce il fiero pennuto. «Dottore dei miei rognoni! Se quello è un dottore io sono uno scienziato, un astronauta, un premio Nobel! Potrà infinocchiare voi ritardate con le sue arie da damerino, ma a me non la dà a bere. Quello è falso, fasullo come una moneta del Monopoli! Ma appena esco di qua ve lo faccio vedere io dove gli infilo la laurea» dichiara Flettàx, accompagnando la minaccia con un eloquente gesto delle penne della coda.
«Sei il solito scurrile» lo apostrafa Riitta. «Dovresti prendere qualche lezione di buone maniere, non so proprio come faccia Kocca a sopportarti»
«Kocca mi ama così come sono, anzi proprio perché sono così come sono. Ma che potete capirne voi di amore libero e selvaggio, siete state allevate in cattività! A proposito, dove è finita quella benedetta gallina? Le avevo chiesto di passare in cucina a prendere un po’ di spagnolette da sgranocchiare, ma ancora non si vede. Fiona, tu che hai le gambe lunghe e non hai pesi e idee fastidiose in testa» ordina il pennuto alludendo alle corna di Riitta «vai a chiamarla, che ho un certo languorino»
«Ma certo Flettino, volentieri» risponde la servizievole cavalla, provocando una scrollata di disapprovazione della renna ma, prima che si metta in moto, dall’inizio del sentierino che si addentra nel bosco spunta la cresta della chioccia.
Kocca avanza infatti zompettando distrattamente, fermandosi ogni tanto a raspare in terra in cerca di qualche lombrico.
«Ehi!» protesta Flettàx quando la fidanzata arriva a tiro. «E le spagnolette?»
Riitta e Fiona si scambiano uno sguardo interrogativo, notando le penne arruffate della loro amica e lo sguardo sognante.
«Dico a te, femmina!» insiste il collerico pennuto. «Dove sono le mie spagno…?»
Ma la veemente recriminazione di Flettàx viene interrotta dalla scoperta di una presenza inaspettata.
«E quelle che mi stanno a rappresentare?» chiede confuso il pappagallo padano, riconoscendo sulla groppa della sua innamorata le forme ed i colori inequivocabili di due penne di Ara Macao.

¹ Loredana Bertè in collegamento telefonico con Cristiano Malgioglio, che ne ha approfittato per chiederle un paio dei suoi guanti.
² Nikkie Tutorials, o meglio Nikkie de Jager, alta un metro e novanta, recentemente ha fatto outing raccontando di essere passata dal genere maschile a quello femminile.

Cronachette dal paese dei migliori (12)

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso… e anche Burgnich, la roccia, se ne è andato. Meglio così, Tarcisio, e perdona se ti chiamo affettuosamente per nome ma per me sei stato come un amico più grande, uno dei miti della mia giovinezza: questo mondo non è più per persone come te, serie, dure ma corrette, gente di sostanza e di cuore, capace di risorgere dopo i tradimenti, di lottare sempre, di schivare e schifare i riflettori e le ruffianerie. Il calcio è diventato una merda, Tarcisio, e non solo quello: lassù ritroverai tanti compagni della squadra più forte del mondo, rimettiti in forma roccia, che quando sarà il mio turno verrò a cercarvi per applaudirvi ancora e magari, chissà, mi permetterete di palleggiare insieme, in paradiso tutto è possibile…

Nello stesso giorno i mercanti cinesi che hanno acquistato la “nostra” squadra si accordavano con l’allenatore per una buonuscita di sette milioni di euro, poco più della metà del suo stipendio di un anno: quanti milioni avreste dovuto guadagnare in proporzione voi, che avete vinto tutto? Tu e Giacinto, la coppia di terzini più forte della storia, cosa sareste stati oggi? O magari non vi avrebbero nemmeno fatto giocare, perché si preferisce prendere scarponi da tutto il mondo pagandoli anche a peso d’oro, con contorno di parassiti troie e ruffiani?

E a proposito di troie, pochi giorni fa era morto Franco Battiato. Povera Italia, aveva scritto, e come non riconoscersi nell’amarezza delle parole di quella canzone, quel “tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni”? Purtoppo con uno di quei buffoni ci era finito anche lui, quel Crocetta che lo volle come assessore nella sua giunta regionale siciliana (è ora di togliere l’autonomia alle regioni autonome, altro che darla anche alle altre) e poi, appena disse qualcosa di sgradito ai partiti ma verissimo, e cioè che in parlamento siedono decine forse centinaia di troie disposte ad ogni cosa per soldi, si affrettò a scaricarlo. Sessismo, che vergogna, rispetto delle istituzioni, si scatenarono le boldrine sciocche. Il rispetto bisogna meritarselo e le troie ci sono in tutti i sessi, ma certo è più facile alzare polveroni su una parola che condannare chi per soldi cambia casacca e fa cadere un governo. E  la vogliono far passare per politica?

Dichiaro qua, una volta per tutte, che non me ne frega niente di Lukashenko e di Navalny. Mi indignerò per i diritti umani dei paesi che ci stanno antipatici solo quando la stessa indignazione ci sarà per gli “amici”: Erdogan, i libici, gli sceicchi, gli egiziani… finché i  “dittatori che ci fanno comodo”, come ha detto il Migliore dei Migliori, possono fare  quello che vogliono, di Lukashenko me ne frego. Tra l’altro ho visto in tv una cosiddetta oppositrice democratica con alle spalle una bandiera vagamente nazista: anche questa una nostra amica? Ad esempio, vogliamo dire che l’amico Netanhjau per il suo esclusivo tornaconto ha creato ad arte una provocazione e all’ovvia risposta di Hamas ha mandato l’aviazione a spianare Gaza, facendo più di 200 morti per la maggior parte civili, contro i 10 che ha avuto Israele?  (Ricordo che la proporzione nazista per le rappresaglie era di 1:10, qui mi sembra siamo ben oltre, ma Israele è ovviamente democratico. Ma uno stato è democratico solo perché si vota? No, perché allora si vota anche in Bielorussia, che ci piaccia o meno).

E, giusto per essere coerente, non me ne frega niente nemmeno di ddl Zan: i cosiddetti diritti civili a buon mercato quando i diritti sociali vengono calpestati tutti i giorni non mi appassionano. Tanto per dire, dei 40 miliardi sbandierati ai destinatari di bonus e di reddito di emergenza non è ancora arrivato niente: ma come, non dovevano essere soldi pronti e “veri”, come se gli altri avessero dato quelli del monopoli? E come mai la nostra informazione così attenta ai Lukashenko non dice che il 74% degli aiuti finora è stato preso dalle aziende, che ogni giorno piangono miseria?

Piangono sempre, tutti… diamine, non riaprono le piste da sci, disastro nazionale: e poi succede che appena riaperta una funivia pur di non perdere qualche giorno di guadagno tolgono le sicurezze facendo morire la gente. Che poi purtroppo a volte i lavoratori, mi dispiace dirlo, ci mettono del loro: quanti  infortuni sono occorsi in fabbrica perché per fare più produzione gli stessi operai disattivano le sicurezze per sostenere i ritmi, o per compiacere i capetti o a volte solo per stupide gare?

Certo amiche e amici direte: ma che ti è successo oggi Giò che hai una parolina buona per tutti, ti ha morso la tarantola?

E’ che è morto anche un mio amico del paese, poco più giovane di me, ci chiamavamo l’uno l’altro “socio”, come di due che ne avevano fatte parecchie. E’ morto di Covid ma non di Covid, ovvero aveva dolori da qualche tempo ma tra esami rimandati e ricoveri impossibili si è ridotto che non stava più in piedi: andato al pronto soccorso l’hanno fatto aspettare in macchina perché mancavano letti, senza nemmeno guardarlo e con dolori lancinanti (una infermiera gli ha detto testualmente: “e che ci posso fare, mica posso prenderlo in braccio”); finché finalmente dopo ore l’hanno ricoverato e gli hanno fatto la morfina, e hanno congedato la moglie dicendogli che l’avrebbero avvisata loro, perché con il Covid non si può stare vicini ai propri cari, nemmeno se stanno malissimo. Infatti la mattina dopo l’hanno chiamata, ma solo per dirle che suo marito nella notte era morto: aveva un tumore in stato avanzato, l’oncologo ha chiesto alla moglie il permesso per fargli l’autopsia dato che “è strano perdere dei pazienti così velocemente”. La moglie è stata molto signorile ed ha solo detto che era meglio se l’avessero guardato quando era vivo piuttosto di indagare ora che era morto: a che serve, a chi? Tanto lo metteranno nelle statistiche Covid. Ecco, questo è come siamo ridotti dopo un anno di pandemia, non siamo nemmeno riusciti a separare gli infetti dai sani, grazie ai nostri ospedali pensati da cervelloni per il comodo dei dottori, non dei malati.

Adesso smetto, amiche e amici, perché la rabbia è troppo forte, mi serve una pausa:  ho prenotato un weekend a Venezia e spero che nel frattempo tutti i migliori se ne vadano a quel paese.