Tre stelle per Olena – 35

Montesi, con il panciotto dello smoking sbottonato, ancora arrossato dopo l’ultimo giro di fox-trot, siede interrogativo davanti a Palmira, che come niente fosse si è messa a sgranare dei fagioli.
Il maresciallo fatica a inquadrare la situazione; con un cenno della testa indica a Corinaldi lo chef polinesiano in piedi in un angolo della cucina, rivolgendogli un gesto eloquente con la mano destra per chiedere cosa ci faccia quell’omone da quelle parti, ma l’appuntato si stringe nelle spalle, ignaro; perplesso squadra l’aiuto cuoca seduta all’altro capo del tavolo, che piange asciugandosi le lacrime con il zinale, o grembiule che dir si voglia. Infine, considerato che la faccenda sembra andare per le lunghe, si toglie il papillon mettendolo in tasca, allarga il colletto della camicia con un sospiro di soddisfazione, e comincia l’interrogatorio.


«Signora Palmira? Il signor Timu, qua presente, mi ha detto che ha delle dichiarazioni da fare a proposito dell’omicidio. Ho capito bene?»
«Signorina, prego» puntualizza Palmira. «E sì, ha capito bene. L’ho ammazzato io, ma è stato un incidente, non volevo»
Montesi guarda affascinato le mani della donna che continuano velocemente ad aprire i baccelli, estrarre con i pollici i fagioli facendoli cadere in una grande ciotola e buttare le bucce in un secchio. Con tutta la calma di cui è capace si rivolge alla donna:
«Si spieghi meglio, ehm, signorina. Ha ucciso qualcuno? E in che senso è stato un incidente?»
Palmira inspira profondamente, quasi a prendere la rincorsa per il racconto.
«Vede, maresciallo, era un po’ che ci pensavo. Fin da quando avevo capito chi era. Mi ero procurata il veleno, ho aspettato che un concorrente si distraesse, sa, erano tutti gelosissimi dei loro piatti e non facevano avvicinare nessuno, così quando la cinese è venuta in cucina ed ha lasciato il suo tegame incustodito ce l’ho versato dentro. Pensavo che il primo boccone spettasse a lui, invece l’ha preso il presentatore. E’ stato un incidente, gliel’ho detto»
Il maresciallo guarda Corinaldi, che si sta grattando la testa.
«Lei mi sta dicendo che ha avvelenato Borghese, ma è stato uno sbaglio? E chi è che voleva ammazzare, invece?»
«Ma lui, no? Quello antipatico, il francese» dice Palmira, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Ma mica volevo ammazzarlo perché era antipatico, non sono matta, cosa crede.» continua la cuoca, mettendo finalmente da parte la ciotola di fagioli.


«Lo vede quello?» chiede Palmira indicando Amaru. «E’ mio nipote. Sì, lo so, è stato difficile da credere anche per lui, ma si fidi. Sua madre è morta a causa delle radiazioni degli esperimenti atomici dei francesi e americani, e suo padre è stato ammazzato dai servizi segreti francesi. E quelli che l’hanno ammazzato hanno fatto appena un anno di carcere… »
«Alt, alt, per l’amor del cielo, lei mi fa scoppiare la testa! Nipoti improbabili, radiazioni, servizi segreti, ma che storia è questa? Senta, io non ho tempo da perdere, mi faccia il favore» dice Montesi, poggiando le mani sul tavolo per alzarsi e andare via.
«Auguste Trésomarie» lo ferma Palmira, mettendo una mano sopra la sua. «Lui è il figlio di quelli che l’hanno ammazzato. E sono ancora vivi, quei criminali! Volevo far provare anche a loro cosa vuol dire perdere un figlio. Non ci sono riuscita, mi dispiace per Borghese…»
Montesi si risiede, fissando negli occhi Palmira, e trovandovi dentro un dolore antico.
«Vendetta dunque, un classico» afferma Montesi, che per niente convinto chiede:
«Come ha fatto ad avvelenare solo un raviolo?».
«Ma che raviolo, mica sono stata lì a scegliere. Ho buttato il veleno, gli ho dato una girata col cucchiaio e via. Non so perché è finito tutto su un raviolo.»
Montesi, sempre più scettico, insiste ancora:
«Come ha fatto a procurarsi quel veleno, Palmira? Non è roba che si compra al supermercato»
«Figurarsi, veleno per topi se ne trova a bizzeffe qua in villa. Proprio l’altra settimana sono venuti i disinfestatori…»

Montesi scuote la testa, constatando che il racconto non collima con gli eventi, e la conferma ai suoi sospetti gliela fornisce la giovane aiuto cuoca:
«Scusate, posso dire una cosa?» chiede Isolina, tirando su con il naso.
«Se è inerente al caso sì, altrimenti lasci stare signorina» risponde il maresciallo.
«Sì, c’entra, c’entra… vedete, la cinese mi aveva chiesto di tenerle in caldo i ravioli, perché lei doveva fare una faccenda. Mi era sembrato strano, perché il regolamento della gara non permetteva che ci fossero interventi esterni… però la cinese mi promise una mancia, mia zia non c’era, insomma non mi sembrava di fare niente di male… ho messo a scaldare il tegame, però visto che la cinese non tornava sono andata a cercarla. L’ho trovata in cortile, stava parlando fitto fitto con qualcuno che però quando sono arrivata si è allontanato. Quando tornai vidi che il tegame era stato tolto dal fuoco e la zia stava uscendo dalla stanza… ho preso il tegame ma sono inciampata in quel maledetto gatto che gira sempre qui intorno e mi è caduto tutto in terra. Non sapevo come fare, mi avrebbe ammazzata… ho buttato via tutto e ho cucinato altri ravioli. Avevo visto un po’ come facevano, non era difficile. Ho preso i ravioli nostri, quelli pronti in tre minuti, li ho messi in una pentola a pressione con un po’ di brodo di carne e li ho cotti al vapore. Alla fine li ho messi in un altro tegame, speravo che nessuno se ne accorgesse, e l’ho portato personalmente alla cinese»
«Quindi lei mi sta dicendo che i ravioli che sua zia aveva avvelenato li ha buttati?»
«Sì, ma io non lo sapevo… scusa zia» dice Isolina sinceramente dispiaciuta.
«Non deve scusarsi, signorina. Anzi, ha appena salvato sua zia da una accusa di omicidio, anche se preterintenzionale, dovrebbe essere contenta» dice Montesi, sollevato.
«Corinaldi, prendi tu le deposizioni dei signori? Io dovrei tornare da Ines, se non le faccio fare una polca diventa una jena. Ci sentiamo più tardi, rimanete a disposizione. Signori!» saluta Montesi, esibendosi in un perfetto battito di tacchi. Uscito dalla stanza chiude la porta e si rimette il papillon. Poi mentre trattiene il respiro per allacciarsi il panciotto, ripensa a quando invece del panciotto indossava il giubbetto antiproiettile, e copriva le spalle ad un capitano delle truppe scelte russe.


«Olena, per la miseria, ma dove sei finita? Non fare cazzate…» pensa tra sé e sé, prima di tornare al ballo.

Tre stelle per Olena – 34

Amaru scuote la testa, confuso.
«Ancora non capisci, vero?» gli chiede Palmira. «Lo so, non è facile, ma ci arrivo, dammi solo qualche minuto ancora» dice la cuoca alzandosi a controllare il ragù d’agnello che bolle lentamente.
«Isolina, ti ho detto di stare attenta a non farlo attaccare!» rimprovera la nipote, incantata a seguire il racconto, prima di risedersi a tavola.
«Dopo una ventina di giorni cominciai a sentire delle nausee; la signora si accorse dei miei malesseri, io le dissi che forse avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male, ma lei aveva capito subito di cosa si trattava. Una mattina, invece di andare in farmacia, si fermò e mi chiese senza giri di parole chi era stato, e se i miei lo sapevano. Le raccontai tutto, pregandola di non raccontarlo a nessuno, e di aiutarmi… mi abbracciò, dicendo di non preoccuparsi, che tutto si sarebbe risolto. Pensai che mi avrebbe aiutato ad abortire, a quei tempi c’erano le mammane che facevano quei lavori, ma lei aveva un’altra idea. I suoi genitori avevano una casa al mare, dove passavano l’estate; così chiese ai miei se potessi trasferirmi per qualche mese, per aiutarli: mi avrebbero ricompensato bene, e i miei genitori accettarono senza sospettare niente. Passai un bel periodo, il lavoro era leggero ed i miei padroni erano gentili e premurosi, stavano attenti che non mi stancassi; ogni tanto passava a visitarmi una levatrice, che quando vide che era ormai ora di partorire chiamò la signora, che nel giro di qualche ora arrivò dal paese. Per controllare che stessi bene, e che onorassi il patto fino in fondo»
«Il patto? Che patto?» chiede Amaru, sempre più confuso.
«Lei mi aveva protetta dalla vergogna, dallo scandalo, dai pettegolezzi, ed io avrei partorito il bambino che sarebbe andato ad una coppia che non poteva avere figli. Non mi disse chi erano, mi disse solo che erano suoi amici dell’alta Italia, gente che stava bene, non gli sarebbe mancato niente, io che potevo dargli? Partorii senza problemi, la levatrice ridendo disse che ero portata, ne avrei fatti tanti… ebbi solo il tempo di vedere che era una femmina! Di stringerla al petto e baciarla; spezzai il ciondolo che mi aveva lasciato Torello, e gliene misi metà al collo, con un nastrino preso dalla cuffietta che avevo preparato. Poi mi addormentai, e quando mi risvegliai non c’era più»

Il silenzio seguito alla rivelazione di Palmira viene interrotto da Isolina, che si soffia rumorosamente il naso per ricacciare indietro le lacrime che le scendono copiose.
«Dopo qualche settimana tornai a casa; smisi di andare a servizio, trovai lavoro in una trattoria dove iniziai come sguattera e poi piano piano imparai a cucinare.»
«Ma poi li hai avuti altri figli?» chiede Amaru, commosso anche lui.
«No, sono stata alla larga dagli uomini… per un po’ ho aspettato Torello, che però non è più tornato; qualcuno mi disse di averlo visto in Belgio dove aveva messo su famiglia e faceva il minatore, ma non ho mai indagato. Qualche moscone che mi ronzava intorno c’è stato, ma l’ho sempre scacciato. Stavo bene da sola… ogni tanto pensavo a quella bambina, a come sarebbe stato se l’avessi tenuta con me, ma poi ricacciavo indietro l’idea. Indietro non si torna… finché mi capitò sottomano un giornale con quella fotografia, e il passato mi ripiombò addosso all’improvviso» dice Palmira, indicando la foto che Amaru tiene in mano.
«Questa?» chiede Amaru incredulo. «Ma perché, cosa ha di straordinario?»
«Guardala bene, lo vedi cosa indossa al collo?»
«Al collo? Aspetta… sembra un ciondolo, assomiglia al mio…»
«E’ il tuo, te lo assicuro. Non ne esistono due uguali, era stato cesellato dal nonno di Torello in una trincea della prima guerra mondiale, con un bossolo di cannone austriaco. La vedi? E’ una Madonnina che tiene in braccio il suo figliolo. A lei ho lasciato la Madonnina…»
«Ma non è possibile, deve essere una coincidenza! » sbotta Amaru «Santo cielo, ma non mi vedi? Io sono un maori, come faccio a essere suo figlio? Perché ti sei fissata con questa storia assurda?» protesta ancora il gigante, che scruta tuttavia il volto sorridente nella foto con una strana emozione che gli sale alla gola.

«Oh sì che sei un maori!» conferma Palmira, annuendo. «Se non lo fossi stato sarebbe stato strano, tuo padre lo era. Quel padre che però non hai conosciuto, giusto?»
«Sì, è vero, mio padre era un pescatore, e morì poco prima che nascessi durante una tempesta, ma tu come fai a saperlo?» chiede ancora Amaru, sempre più confuso.
«Non importa come l’ho saputo. Però ti hanno raccontato male la storia, figlio mio. Tuo padre non era un pescatore. Forse si può definire più un aviatore che un pescatore: volava con la fantasia, figurarsi che voleva cambiare il mondo! E ci ha provato, eccome se ci ha provato, insieme a tua madre. Erano due idealisti, ma mica di quelli astratti che scrivono libri, fanno prediche, no, no, loro si rimboccavano le maniche, si opponevano alle ingiustizie, lottavano contro le prepotenze, erano guerrieri! E i guerrieri, quelli puri, di solito muoiono giovani… perché vedi Amaru, quella notte, quando affondarono il Rainbow Warrior, non ci fu solo un morto. Fu ucciso anche tuo padre, e il corpo fatto sparire; tua madre non si diede pace, smosse mari e monti finché le forze non le vennero meno, era incinta di te e iniziava a stare male. Purtroppo aveva assorbito troppe radiazioni nelle campagne precedenti, e si era ammalata di leucemia; i dottori le dissero che non poteva sostenere una gravidanza, ma lei non ne volle sapere. Fece appena in tempo a vederti nascere; l’infermiera che la accudì disse che ti sorrise dicendo che era un’ingiustizia, di lei avevi preso solo le fossette sulle guance; ti mise al collo la collanina col ciondolo che le avevo lasciato io, per riconoscerla se un giorno ci fossimo incontrate: poi iniziò a tossire, e poco dopo morì»

Amaru, vinto dall’emozione, si alza e va verso la finestra, dando le spalle a Palmira e Isolina. Guarda il volto riflesso sul vetro, con quelle fossette e quegli occhi incredibilmente chiari di cui il nonno, che l’aveva accudito fin da piccolo, non gli aveva mai dato una spiegazione, e capisce che quella donna incontrata a 18.500 chilometri da casa gli sta raccontando la verità. Poi si volta, ritorna al tavolo dove è poggiato il ciondolo, finalmente riunito, ed abbraccia la madre di sua madre. Palmira lo abbraccia con tenerezza, accarezzando le spalle poderose che arriva appena a toccare; poi lo sposta di lato, guardandolo negli occhi, e gli dice seria:
«Adesso però devi farmi un favore»
«Se posso, volentieri…» risponde il maori.
«Dovresti chiamarmi il maresciallo Montesi»
«Il maresciallo? Ma perché, è successo ancora qualcosa?» chiede Amaru, preoccupato.
«No, niente. Solo che Borghese l’ho ammazzato io, volevo dirglielo prima che incolpi qualcuno che non c’entra niente»

Tre stelle per Olena – 33

Palmira, l’anziana cuoca di Villa Rana, sorride e riprende il suo racconto.
«Così cominciammo a frequentarci… quando finivo il lavoro Torello mi aspettava fuori dal paese, stando attento a non farsi vedere; mi accompagnava fino allo stradone di casa, parlavamo del più e del meno, e ci salutavamo dandoci la mano. Non facevamo niente di male, ma quando ci incrociavamo in paese facevamo finta di non conoscerci, per non alimentare le chiacchiere.»
«Perché tanti misteri?» chiede Amaru. «Non potevate semplicemente dire che stavate insieme?»
Palmira scuote la testa, comprendendo le perplessità del maori.
«Eh, magari, non è mica come adesso, erano altri tempi caro mio… innanzitutto io ero una ragazza di campagna, e lui di paese: adesso fa ridere, ma allora c’era una bella differenza. Lui stava studiando, e io ero una contadina. Ma soprattutto avremmo dovuto affrontare i nostri genitori: allora si diventava maggiorenni a 21 anni, ed erano loro ad avere l’ultima parola. Certo, iniziavamo a fantasticare, a fare qualche progetto, avevamo tempo, del resto io avevo solo 16 anni, ma poi successe il fattaccio»
«Il fattaccio?» chiede Amaru, interessato «Che fattaccio?»
L’anziana cuoca sospira, e guarda fuori dalla finestra.
«Una sera stavamo tornando a casa, la signora si era dovuta trattenere più del solito in farmacia, si era fatto tardi e stava facendo scuro, perciò camminavamo a passo veloce. Arrivati all’abbeveratoio, che si trovava più o meno a metà strada, ci accorgemmo di tre persone che stavano arrivando in bicicletta, e ci facemmo da parte per farli passare, ma non avevano intenzione di passare. Erano tre ragazzi di un paese vicino, poco più grandi di Torello; si fermarono e cominciarono a prenderci in giro, a sghignazzare facendo battute pesanti; Torello mi si mise davanti, dicendo di lasciarci in pace, ma quelli per tutta risposta cominciarono a provocarlo e spintonarlo. Lui non reagiva, cercava di calmarli, finché uno non mi si avvicinò e cominciò a mettermi le mani addosso. Allora Torello non ci vide più, gli saltò addosso e cominciò a picchiarlo, ma gli altri due intervennero per dare manforte al loro compare e gli bloccarono le braccia. Io ero rimasta paralizzata, finché Torello mi urlò di scappare, e allora mi misi a correre verso casa. Sentii un grido, e mi girai d’istinto: uno dei tre aveva preso un ramo trovato in terra e l’aveva colpito alla testa. Lo vidi cadere insanguinato e mi misi a correre più forte di prima, ma non ce la feci: mi rincorsero, caddi. Mi tapparono la bocca, mi trascinarono dietro una siepe, e fecero il loro comodo.»
«La violentarono?» chiede Amaru, sconvolto.
«Avevo solo 16 anni, ed ero vergine…» ricorda Palmira, stringendosi il grembo, quasi a proteggersi ancora dall’orrore. «Se ne andarono ridendo, e minacciando che se avessi parlato avrebbero ammazzato Torello e la mia famiglia. Avevo dolore, vergogna, sanguinavo… tornai indietro verso Torello, che si stava riprendendo, e lo aiutai ad alzarsi. Mi guardò, e capì… ci abbracciammo piangendo. Mi lavai all’abbeveratoio, non so come feci ad arrivare a casa. Non dissi niente a nessuno… il giorno dopo tornai in paese, avevo il terrore di rincontrare quei tre. La sera speravo di rivedere Torello, ma non lo trovai ad aspettarmi. Pensai che fosse ancora dolorante, ma quando non lo rividi nemmeno il giorno successivo mi preoccupai… Il giorno dopo il paese era in subbuglio, sentii la signora raccontare ad una sua amica che nel paese vicino, in un fienile, avevano trovato i corpi di tre ragazzi del posto, sgozzati come animali… si pensava a qualche vendetta politica, quei tre erano figli di noti fascisti. Il cuore prese a battermi a mille, corsi in piazza e cercai Nicola, l’amico più stretto di Torello, e gli chiesi se l’avesse visto. Mi guardò con tristezza, come se sapesse qualcosa di quello che mi era successo, e poi mi chiese “Non l’hai saputo? Torello è partito. Ti avrei cercato io tra poco… mi ha detto di darti questo”. E mi diede proprio quel ciondolo, quello che tieni in mano»
Amaru guarda i due pezzi del ciondolo riunito, commosso.
«E’ stato lui a far fuori quei bastardi? Ma dove è andato, si era nascosto, era scappato?»
«Era quello che avrei voluto sapere anch’io, ma Nicola lo ignorava, Torello gli aveva detto che si sarebbe fatto vivo lui. Così rimasi sola, con il mio segreto, ma non potei tenerlo segreto per molto»
«Perché? Chi l’ha scoperto?»
Palmira solleva le spalle, e mette la sua mano destra sopra quella del gigante.
«Ero rimasta incinta, Amaru. Aspettavo tua madre»

Ancora balli, che balle!

Amiche e amici, sabato sera sono stato trascinato da amici pensionati al Dopolavoro Ferroviario, dove i due frequentano un corso di ballo. L’esca è stata uno spettacolo di cabaret, a cui sarebbe seguita una cena a buffet: lo spettacolo è stato così così ed anche il buffet, stranamente, non era un granché. Mi sono meravigliato molto perché di solito questi pensionati non si fanno commiserare quando si tratta di mangiare e bere, e mi sono detto che allora sono meglio i miei pensionati del ballo del martedì (a proposito, quest’anno ho già mischiato balli greci, balcanici, del Poitou ed ora irlandesi, tutti con lo stesso esito disastroso), che almeno spesso portano torte e vino buono (al quale contribuisco volentieri anch’io). Così, finito il leggero buffet, gli arzilli e soprattutto le arzille ballerine hanno cominciato a danzare, e dopo qualche minuto il più vispo di tutti ha lanciato una proposta alla quale era difficile rifiutare: chi vuole gli spaghetti con la ‘nduja? Mi sarei aspettato che so, che tra gastriti coliti e diete la metà avrebbe rifiutato: e invece col cavolo! Hanno alzato tutti la mano, compresa una ultranovantenne in carrozzella: alla faccia! Io non sono estraneo alla ‘nduja, ogni tanto un mio amico calabrese me ne porta un po’ e la uso con parsimonia in qualche sughetto: ma non avevo mai mangiato spaghetti conditi SOLO con ‘nduja! Ho capito da dove trovano tutta quella energia,  perché sono andati avanti fino a mezzanotte a ballare: è il carburante! Ovviamente, vedendo una coppia nuova e abbastanza in gamba, hanno cercato di coinvolgerci per il prossimo corso che inizierà a settembre: fortunatamente nello stesso giorno ho le prove del coro, ed ho potuto glissare senza prendere impegni. Ho avuto anche un flash, forse colpa della ‘nduja, in cui mi vedevo con pantaloncini corti e camicia a fiori partecipare a balli di gruppo, ed ho provato un brivido di raccapriccio.

C’è gente, invece, che di andare in pensione non ne vuol sapere: prendete Berlusconi, che dopo una settimana di amarezze ieri ha avuto una grande soddisfazione: il suo Monza è in serie A! Un’altra promessa mantenuta (o forse l’unica). All’inizio di questa avventura aveva dichiarato che i giocatori della sua squadra avrebbero dovuto essere tutti italiani, con i capelli corti e senza tatuaggi e orecchini (in pratica dei venditori di Mediaset): confesso di non aver seguito molto l’evoluzione, ce l’avrà fatta? Comunque attendo con curiosità il prossimo derby Inter-Monza.

A proposito di carburante, la UE dovrebbe decidere in questi giorni se stabilire ulteriori sanzioni contro la Russia. Finora sono riusciti (con i nostri Migliori complici) a mettere in ginocchio le nostre aziende esportatrici e far aumentare gas e petrolio di un ulteriore 30%; il rublo che doveva crollare si è rafforzato (ma ieri sera quel cervellone di Tito Boeri diceva che è normale, in realtà la loro economia “vera” è in difficoltà _ la nostra invece va a gonfie vele _) e le esportazione russe verso i nostri concorrenti asiatici sono aumentate a dismisura. Sul campo le cose si stanno mettendo come era naturale, gli ucraini mal consigliati non hanno voluto negoziare quando era possibile ed ora l’unica cosa che stanno facendo è chiedere un incontro faccia a faccia Zelensky-Putin: per discutere di che? Di chi suona meglio il piano con il piffero? Per ritardare l’inevitabile quei geni degli americani, inglesi e anche danesi vogliono dare agli ucraini i missili a lunga gittata (300 km.)  con i quali dovrebbero fermare l’avanzata, e serviranno solo a mettere a rischio le popolazioni lontane dal fronte e prolungare ancora di più la guerra; gli estoni (ma dobbiamo andare a rimorchio di quella cacca di mosca che è l’Estonia, che tutta intera non raggiunge la popolazione di Milano?) propongono una bella coalizione dei volenterosi, come se non fosse bastata quella in Iraq, per forzare il blocco russo nel Mar nero e scortare le navi con il grano verso i popoli che soffrono la fame. A parte che le mine le hanno messe gli ucraini per non farsi attaccare dal mare e che gran parte del grano in partenza è diretto a noi e non a chi ha fame, è davvero encomiabile questo afflato umanitario. Non ce ne è mai fregato una mazza degli africani, si vede come li trattiamo quando cercano di venire qua con i barconi proprio perché hanno fame, ed ora ci preoccupiamo che non subiscano le carestie per colpa dei cattivoni russi. Be’, se proprio ci preoccupassimo davvero, invece di spendere 50 miliardi in armi come l’occidente sta facendo si poteva sfamare tutta l’Africa e vicinato; ci preoccupiamo così tanto che ieri sul giornale c’era scritto che la civilissima ex-neutrale Svizzera butterà via 600.000 dosi di vaccino perché in scadenza: cioè noi ci siamo vaccinati quattro volte, e non basta, in Africa nemmeno il 10% però riusciamo anche a buttar via le dosi. Ma quanto saremo ipocriti?

Detto ciò, amiche e amici, sono contento che ieri sera sia finalmente finito quello strazio che è diventato Che tempo che fa e mi auguro ardentemente che l’anno prossimo venga cancellato dal palinsesto; mi dispiace per l’Eredità, che sta chiudendo anche lei, ma spero che almeno lei torni. A presto!

Mi sembrano abbastanza volenterose. Quasi quasi mi aggrego.

Tre stelle per Olena – 32

Una figura completamente vestita di nero, con il volto coperto da un passamontagna, entra silenziosamente nella stanza dove una ragazza in tuta mimetica sta vegliando un uomo addormentato su una branda, con la testa fasciata. La ragazza, che gira le spalle all’entrata, ha appoggiato il suo fucile AS Val al muro e si accinge a cambiare la bendatura all’uomo. Uno scricchiolio la mette in allarme; si protende verso l’arma ma non la trova più al suo posto, e girandosi se la ritrova puntata contro; ha l’impulso di reagire ma la persona che la imbraccia con un gesto le fa capire che è meglio sedersi. La persona in nero alza le braccia, mostrando di non avere cattive intenzioni, poi si passa l’indice sulle labbra, ad indicare di non far rumore, e infine si sfila lentamente il passamontagna.
La ragazza, sui vent’anni, capelli a caschetto neri e occhi verdi, rimane a bocca aperta, non riuscendo a credere a quello che vede.
«Mamma?! Che ci fai qua? Come hai fatto a entrare?»
Olena increspa leggermente le labbra, accennando un sorriso.
«Non importa come ho fatto io a entrare. La domanda è: perché tu sei qua, sei impazzita? Forza, seguimi, ce ne andiamo via»
Anastasia Smirnova scuote la testa, e lancia un’occhiata verso l’uomo addormentato.
«Non posso, mi dispiace»
«Nastya, non fare la stupida. Non capisci che se non esci di qua rischi di farti ammazzare dai nostri, oppure da loro» dice Olena indicando l’uomo disteso «o ti useranno per qualche scambio? E perché poi, per lui? E’ un nemico, sta con i nazisti, e magari anche lui è nazista! Ci penso io a sistemare questa faccenda» e così dicendo estrae un coltello dalla fondina legata alla coscia, e muove un passo verso la branda.
«No!» le sbarra la strada la figlia «Non è un nazista, è un giardiniere, e non sarà mai un nemico solo perché lo dice qualche politico con deliri di onnipotenza o qualche generale del cazzo. Guardalo mamma, ti pare un nazista? Possibile che non lo riconosci?» protesta Anastasia, avvicinandosi alla branda e mettendo una mano sulla fronte dell’uomo.
Olena, colpita dalla veemenza della figlia, si avvicina al giovane che geme febbricitante. Scruta attentamente il viso, con il naso leggermente schiacciato, gli zigomi alti, la carnagione chiara. Osserva le mani, da lavoratore, finché lo sguardo si posa sul mignolo della mano sinistra, dove manca un pezzo della falange. Stupita, guarda la figlia negli occhi, e si ritrova paracadutata nel passato.

Suzdal’,Oblast’ di Vladimir, agosto 2005.
«Nastya lascia in pace Misha, non è il tuo orsetto!»
Olena, in tuta da ginnastica, richiama la bambina, salita a cavalcioni del figlio dell’amica che le ospita nella piccola dacia in campagna.
«Olena non rompere, lasciala stare, non vedi come è contenta? Falla divertire intanto che sei qua, poi quando partirai starà male per giorni» la rimprovera l’amica.
«Sì, ma sta torturando il povero Misha! Ha una pazienza di santo quel bambino. Perché la mia deve essere così scatenata?»
«Ma che dici, a Misha piace essere torturato! Lo vedi? Ha sei anni, gioca a fare il fratello maggiore… e in quanto a essere scatenata, chissà da chi avrà preso»
«Che buffi che sono… Yulia, grazie ancora. Senza di te non so come farei.»
«Smettila! Lo faccio volentieri. La cosa che mi dispiace è che tra poco però non potrò più tenerla…»
«Già, dispiace anche a me. Oleg allora ha deciso?»
«Gli hanno offerto un posto di direttore a Zaporizhzhia… per un ingegnere nucleare come lui è il massimo, capirai, la centrale più grande d’Europa… Ho cercato di convincerlo a rimanere, in fondo stiamo bene, non ci manca niente, ma è rimasto troppo scottato dai licenziamenti del ’91, non vuole più trovarsi in quella situazione. Ce la siamo passata male, non dimentico quanto ci hai aiutato in quel periodo»
Olena fa un gesto con la mano, come ad allontanare quei ricordi, ma l’amarezza che è ancora viva in lei riaffiora:
«Da un giorno all’altro fabbriche chiuse, svendute o regalate agli amici degli amici… professori, maestri, dottori rimasti sul lastrico, pensioni da fame. Un paese allo sbando, in balìa di una banda di traditori e mafiosi. Arricchitevi, dicevano! Mentre la gente moriva letteralmente di fame. Ce ne è voluto per riportare un minimo di ordine… ma adesso basta rimuginare su quello che è stato. Oleg ha ragione, è una buona occasione e fate bene ad approfittarne. E poi in fondo non saremo così lontani, ogni tanto possiamo vederci… perciò non posso che farvi tanti auguri per la vostra nuova vita!»
«Grazie… ma tu come farai con Anastasia?»
«Non ci ho ancora pensato, e a lei non ho ancora detto niente. Sto cercando una famiglia fidata che possa occuparsene, hai qualcuno da consigliarmi?»
«Aahh!!»
Un urlo distoglie le due amiche dalla conversazione; si voltano e vedono la piccola Anastasia in piedi vicino a Misha, con una mano davanti alla bocca, mentre il bambino grida mostrando una mano sanguinante. Yulia accorre, si sfila la maglietta e tampona la ferita, mentre Olena raggiunge la figlia, bianca in volto.
«Che è successo, Nastya?» le chiede, accarezzandole i capelli. La bambina non risponde ma indica una macchia scura in terra, dove stavano giocando a cavalluccio e dove, su un coccio di vetro di una bottiglia rotta, c’è un pezzetto di carne, un pezzo della falange del dito mignolo di Misha.

Cambia il vento?

Amiche e amici, innanzitutto permettetemi di complimentarmi con gli odia i cugini milanisti ai quali graziosamente abbiamo concesso questo scudetto, dopo anni di vacche magre. Sono contento per l’allenatore Pioli, un signore, che ha allenato anche l’Inter per qualche mese nel 2016-2017 ma con poca fortuna. Ieri sera ho sentito pochi stanchi strombazzamenti: quanto manca l’entusiasmo di Galliani e Berlusconi!

E invece quante amarezze per quest’ultimo! Non basta esser diventato presidente del Monza, ma ora persino amazzoni miracolate della prima ora come Mariastella Gelmini, la ministra del tunnel di neutrini dal Cern al Gran Sasso, si permettono di criticarlo peraltro per una delle poche cose giuste che gli è scappato di dire, ovvero che se uno vuole che Putin si sieda al tavolo della pace sarebbe meglio non continuare a dargli del pazzo, del criminale o del macellaio come fa il suo coetaneo ma molto meno lucido (ed è tutto dire) presidente degli Stati Uniti.  Quanta ingratitudine a questo mondo!   

Eppure, come avevo suggerito fin dall’inizio, l’unico uomo sulla terra che avrebbe potuto impedire la guerra era lui, se solo fosse stato interpellato. Invece si è lasciato fare alle varie oche giulive Border Linen, Borrell, Stoltenberg (nomen homen), Michel, Guterres, Gentiloni (con rispetto parlando), per non parlare dei nostri ministri per caso che non voglio nemmeno nominare. Lui avrebbe scritturato Zelensky per una qualche fiction su Canale 5 (magari incentrata su una vicenda autobiografica di un uomo che suonava la pianola con l’uccello e si è ritrovato a fare il presidente continuando a ragionare con la medesima appendice) e rievocato con Putin i bei tempi dei lettoni a forma di cuore: un accordo si sarebbe trovato, eccome se si sarebbe trovato.

Mi sembra tuttavia che stia cambiando l’aria: ieri quei pericolosi sovversivi del New York Times hanno posto a Biden una semplice domanda: ma hai idea di quello che stai facendo? Perché la guerra sta costando caruccio, mr. President, e se il tuo obiettivo era quello di rovesciare Putin pare proprio che non stia funzionando. E che gli aiuti al governo ucraino non possono essere illimitati, bisognerà dirglielo perché se no quelli magari si fanno strane idee. Manco a farlo apposta dalla Francia un ministro si è fatto scappare che per l’ingresso dell’Ucraina nella UE ci vorranno 15-20 anni (la Border Linen poverina era pronta a farli entrare in settimana, ed anche il Migliore dei Migliori ha assicurato che appoggerà la richiesta, tanto per far capire quanto ci sta capendo di tutta la faccenda).  E anche la Germania ha detto che per l’ingresso nella UE le condizioni vanno vagliate attentamente. A questo punto un governo ragionevole dovrebbe capire che lo stanno usando e pigliando per i fondelli, e che dietro le grandi pacche sulle spalle lo stanno per far fuori: continuano a dire che negozieranno solo quando i russi se ne andranno ma non credo che questi ne abbiano la minima intenzione, hanno appena messo in linea anche i carriarmati Terminator… sempre un governo ragionevole dovrebbe affrettarsi a negoziare prima che gli chiudano l’accesso al mar Nero, dopo aver perso quello al Mar d’Azov, ma evidentemente non ci tengono molto. Pensano ancora di vincere la guerra? Non è mica l’Eurofestival…

Nel contempo Finlandia e Svezia, partite in tromba per entrare nella Nato, si stanno ponendo il piccolo problema che, finita la neutralità, la Russia gli piazzerà (lo sta già facendo) delle basi atomiche vicino alla frontiera, e si stanno rendendo conto che le prime bombe che eventualmente partiranno saranno per loro. Ma come mai, si sono chiesti, noi non intendiamo mica far mettere basi alla Nato nel nostro territorio! Ah, no? E allora che volete entrare a fare nella Nato, per giocare a carte con Stoltenberg? E noi che ci lamentiamo di Di Maio… l’unica speranza è che Erdogan tenga duro e continui a porre il veto, ma temo invece che in cambio dei curdi, di armi e di soldi alla fine acconsenta. Teniamo d’occhio la faccenda, perché se davvero dovessero barattare i rifugiati curdi in cambio dell’ingresso nella Nato sarebbe una delle più grandi porcate della storia: all’Irak, lo ricordo per chi ha poca memoria, è stata fatta una guerra devastante con false accuse di armi di distruzione di massa e per difendere i poveri curdi gassati da Saddam. Se li bombarda Erdogan invece va bene, o se li tiene in carcere decenni, come Ocalan (tradito da noi, ricordiamo anche questo, e dal governo “amico” di Massimo D’Alema).

Comunque il cielo è blu, il sole è sempre più caldo, non ho il condizionatore quindi non ho nemmeno scrupoli ad accenderlo; per risparmiare acqua mi lavo meno, tanto non devo andare in ufficio; la prossima volta sarò più leggero e vi racconterò dei progressi nei balli popolari, dei quali sono sicuro siete in ansia di conoscere gli sviluppi. A presto!

Onore al merito!

Nostradamus mi fa una pippa!

Amiche e amici, che vi dicevo? In fondo al mio penultimo post, Pallacanestro, pronosticavo per l’imminente Eurovision Song Contest, insomma quello che una volta era l’Eurofestival a cui invece ora partecipano cani e porci, la vittoria di una band il cui nome inizia con K e finisce con H con il presidente del proprio paese che gira per tutte le televisioni sfoggiando una maglietta verde. L’altra sera (giuro, l’ho visto su blob) era in collegamento con Bruno Vespa e si sono salutati cordialmente con grandi sorrisi parlando di spaghetti e pietanze varie. Io l’ho trovato di un’oscenità rivoltante, sarà che sono fatto male.

Comunque alla fine ho avuto o no ragione, chi ha vinto? La canzone, pietosa, ieri me la sono sciroppata quattro volte tornando a casa dal mare dove sono andato, lo dico chiaramente, alla faccia loro, perché se hanno intenzione di coinvolgerci in una guerra mondiale e atomica io almeno fin qua me la sarò goduta, loro non so. Alla terza volta ho cominciato a capire che c’era qualcosa di strano (un rap con parole inintelleggibili su una nenia balcanica) finché finalmente i dj hanno detto che era la canzone vincitrice dell’Eurostrazio, stravotata dalle giurie popolari dell’Europa e della galassia intera. Questo giusto per far capire che quando si fa decidere il popolo non è detto che non faccia cazzate, anzi. Sfido una persona qualunque a dire se ricorda una delle canzoni vincitrici di quella bojata che è diventato l’Eurofestival ( a parte i Maneskin, che come si possano considerare rappresentanti della canzone italiana non lo so) una volta alla radio: io ricordo solo la vittoria della donna barbuta di qualche anno fa, Conchita, che non per niente ho preso a prestito come madre del piccolo Chico nella telenovela inserita nel penultimo episodio di Olena: ma la canzone quella proprio no…

Poiché chi vince il festival comunque ha l’onore e l’onere di ospitare l’edizione successiva, il presidente in maglietta verde ha dato appuntamento a tutti a Mariupol; tutti si sono affrettati a toccarsi gli zebedei; non ho capito se è invitato anche Bruno Vespa.

Visto che questa profezia mi è riuscita mi esibirò allora in un’altra quartina (o quartino, che anche quello mi è congeniale, specie se rosso e un po’ frizzantino), vedete se riuscite a decifrarla:  Tronfie da nord si scontrano rombanti / sparate da milionari in calzoncini, palle rotolanti / sulle rovine della città operosa. / Il premio rimarrà a San Siro, è già qualcosa.

E poi non dite che non l’avevo detto!

Torna a casa, Chico è in pensiero!

Alla canna del gas

Ieri mi è arrivata la bolletta del gas, periodo gennaio-aprile: l’aumento rispetto allo scorso anno, a parità di consumi, è stato del 47,7%. Quasi il 50%, che mi aspetto verrà abbondantemente superato con la prossima bolletta, dato che si sentiranno anche gli effetti della guerra! Per fortuna il gas a me serve solo per cucinare e per farmi la doccia, ma comunque gli effetti si faranno sentire anche sul riscaldamento perché , pur essendo alimentati dal termovalorizzatore (quello che finalmente sembra si stiano decidendo a costruire anche a Roma) il prezzo che ci viene imposto non è quello del costo dell’incenerimento più un giusto guadagno, ma è indicizzato al costo di gasolio e gas: non è una stupidata?

Gli Usa hanno annunciato uno stanziamento di 40 miliardi di dollari per aiuti all’Ucraina, in gran parte armi: soldi di contribuenti americani sottratti ad utilizzi ben più utili, quando la loro inflazione è vicina al 9%; proprio stamattina la UE per bocca di Borrell ha annunciato altri 500 milioni di aiuti, sempre in armi (mi pento di aver sostenuto questa UE quando c’era chi voleva abbatterla. Sono degli irresponsabili patentati, dalla Border Line a Borrell a Michel a Gentiloni, quello che si alza al G20 quando parla il delegato russo: se devi andare in bagno almeno alza il dito. La UE così non solo non è utile, è dannosa e pericolosa); noi italiani nel nostro piccolo ne abbiamo messi sul piatto 150 milioni, ma non è mica finita qua. Io ritengo tutto questo osceno; chi fin dal primo momento giustificava l’invio di armi dicendo che avrebbe aiutato il raggiungimento della pace mentiva spudoratamente, e fesso chi gli ha creduto: non si sa invece quando e se finirà, e come andrà a finire. Come tanti Tafazzi ci stiamo facendo del male da soli, noi europei dico e noi  italiani in particolare. Miliardi di esportazioni al vento, miliardi da spendere in più per comprare gas e carburante, aumento delle spese militari e tutto questo perché? Per “l’integrità territoriale” dell’Ucraina? Ma se fino a due mesi fa non sapevamo nemmeno dove fosse il Donbass, nonostante ci fosse la guerra da otto anni! L’altro giorno parlavo con una amica della Caritas, che comincia anche lei a non sopportare più la situazione. Tutti gli aiuti si stanno dirottando verso l’Ucraina (e a volte non si sa nemmeno che fine fanno) mentre tutto il resto è stato ridotto drasticamente, persino gli aiuti alle missioni hanno raccolto pochissimi fondi.

E allora adesso devo dirlo, prima che sia vietato: basta con l’Ucraina. Facciamoci i fatti nostri, di italiani, di europei, difendiamo i nostri interessi, che di valori ne sono rimasti pochi. Se l’avessimo fatto da subito tutto sarebbe già finito da due mesi, la situazione sarebbe già stabilizzata, non si rischierebbe la guerra mondiale (atomica) e gli ucraini non avrebbero patito tanti lutti e distruzioni. Come De Benedetti dico: non m’importa chi ha torto e chi ha ragione. Se gli Usa e la Gran Bretagna vogliono fare la guerra la facciano ma non è nostro interesse seguirli su quella strada. Non è chiaro ai “migliori” che ci governano che la guerra la stanno facendo anche a noi?

Adesso vi lascio, amiche e amici. Spero di non tornare più su questo argomento, in realtà sono disgustato e scriverei solo di Olena, Nonna Pina & c. ; questi sono matti, cari miei, e ci stanno portando verso la guerra mondiale, ed il bello è che tanti incoscienti li seguono di buon grado, tutti allineati e coperti dietro ad un anziano cowboy p(erit)atetico e ad un clown dai capelli improbabili. A proposito di quest’ultimo, non credo che la regina Elisabetta non sia andata alle camere perché non riusciva a camminare. E’ perché a parlare con un coglione ne serviva un altro, perché si sa che vanno sempre in due. Adesso vado a fare la doccia, prima che ci stacchino il gas. A presto!

Nel bagno non ho trovato lei. Peccato!

Pallacanestro

Ieri sera per la prima volta in vita mia ho assistito ad una partita di pallacanestro dal vivo. A Desio, dove giocava il Cantù contro il Forlì. Confesso che a causa dell’altezza questo non è lo sport che più ho seguito nella mia vita: i ricordi di gioventù sono quelli in bianco e nero della televisione o quelli delle figurine Panini, con squadre leggendarie come Forst Cantù, appunto, o Ignis Varese, o Simmenthal Milano… mi aveva sempre incuriosito questa faccenda dello sponsor che compariva nel nome della squadra, come per il ciclismo, e reputavo il calcio più puro, allora lo sponsor non appariva nemmeno sulle magliette, e l’unica squadra con il nome dello sponsor era il Lanerossi Vicenza… Marzorati, Meneghin, Dan Peterson, ma oltre questo so veramente poco.  

La Ignis, fondata dal milanese Giovanni Borghi, con i suoi frigoriferi è stata uno dei motori del boom degli anni ’60, nel tempo è passata alla Philips ed ora è della Whirlpool, la multinazionale americana che ha fatto man bassa delle nostre aziende di elettrodomestici, salvo chiuderle a piacere per delocalizzarle dove il lavoro costa meno (che è tutto dire, considerando che gli operai italiani sono tra i meno pagati in Europa). La Forst incredibilmente è rimasta italiana (oddio, i fondatori erano di Merano, che allora non era ancora italiana, e gli stabilimenti stanno a Bolzano); sbaglio o non si vede molta pubblicità di questa birra? Eppure sembra che prosperi, e ne sono contento, anzi sapete che vi dico: da ora in poi alternerò anche la Forst alle Ichnusa e Menabrea che ogni tanto mi scolo degusto. Anche la Simmenthal era stata fondata da dei milanesi: a me le scatolette piacciono, mia moglie però le aborrisce e mi vieta di acquistarle perché sostiene che non si sa quel che ci mettono dentro. Io ribatto che se dovessimo sindacare su tutto quello che mettono dentro il cibo che mangiamo, o che danno da mangiare agli animali che mangiamo, o che assorbono i pesci dal mare, o che viene irrorato sulla frutta e verdura non dovremmo mangiare più niente, o farci ognuno il nostro orticello stando però attenti all’acqua che ci pioverebbe sopra. Insomma, di qualcosa bisogna morire, dico: e va bene, ma di Simmenthal no, mi vieta lei. Comunque anche la Simmenthal, dopo una parentesi in Kraft, è tornata ad essere di proprietà italiana (oddio, anche qua: della multinazionale Bolton, se vogliamo considerarla italiana: tra le altre cose possiede anche Manzotin e Rio Mare. Manzotin ha uno stabilimento in un paese qua vicino, e quando era ragazza mia moglie ci passava vicino e ne usciva una puzza micidiale, è da allora che diffida dalla carne in scatola…)

Come dicevo, Cantù è stata per decenni e fino a poco tempo fa una delle squadre italiane più forti; tra l’altro ci è cresciuto sportivamente un compagno di scuola di mio figlio, con i genitori di origine africana: il suo professore di educazione fisica lo dice sempre che lo sapeva che sarebbe arrivato in alto, e infatti ora è in nazionale… ma io lo ricordo ancora piccolo (piccolo: in prima media sia lui che mio figlio erano già più alti di me) all’uscita della scuola, alzare di peso due compagni che stavano litigando, uno per uno lui e mio figlio, per impedirgli di farsi male. L’ho rivisto l’altra sera, collegato  in videoconferenza dalla città dove gioca ora, ad una tavola rotonda sul tema Educazione, Famiglia e Sport, organizzata proprio da quel suo lungimirante professore di educazione fisica (adesso si dice motoria?); è maturato tantissimo, ha già una bambina, ed era giustamente orgoglioso di quanto è riuscito a fare.  C’erano diversi suoi vecchi maestri e professori, che ha salutato con rispetto e affetto, e ha solo fatto una raccomandazione pensando di sicuro alla sua esperienza: se magari vedete che uno fa più fatica degli altri aiutatelo un po’ di più, non si sa mai cosa c’è dentro quella testa…  Ma tornando a Cantù, patria del mobile d’arte, incredibilmente non ha un palazzetto dove giocare; quello che aveva, il mitico Pianella, doveva essere rinnovato e il presidente di allora (di origini ucraine possedeva la seconda acciaieria più grande della Russia, che ha visto bene di far fallire) sei anni fa promise che in un anno ci sarebbe stata la nuova struttura. Peccato che poi abbia avuto diverse traversie giudiziarie e finanziarie per le quali in Russia è ancora ricercato, ed ha ceduto la società (più che altro i debiti della società) a costo zero. Mi sa che ai bravi canturini gli toccherà costruirselo di legno il palasport…

Comunque la partita, tra l’Acqua San Bernardo Cantù e la Unieuro Forlì è stata abbastanza piacevole, combattuta fino al terzo tempo, poi nel quarto Cantù ha preso il largo, sostenuto dagli instancabili Ultras che hanno fatto un baccano infernale per tutta la partita facendomi uscire dal palazzetto intronato. Adesso però ne so molto di più su gara cinque, infrazione di passi, tiri liberi e bombe da tre punti, sono soddisfazioni.

A questo punto qualcuno si chiederà: ma che sei andato a fare? Devo confessare di essere stato attirato da mio cognato, che aveva dei tagliandi per il parterre che da quanto ho capito è la parte più prestigiosa della platea, a metà prezzo. Biglietti che davano il privilegio a metà partita di accedere all’area ristoro: dove il buffet è stato estremamente deludente, a parte il vino, e ci siamo dovuti arrangiare con una scaglietta di grana e qualche grissino e taralluccio. Se sapevo mi portavo una scatoletta di Simmenthal!

Amiche e amici, apprezzerete credo che non abbia parlato di guerra e di Ucraina: se ne parla già tanto e a sproposito, pare che ormai al mondo non esista altro che l’Ucraina, che ormai solo il pensiero mi urta e mi indispone. A proposito, volete scommettere su chi vincerà l’Eurosong Festival? A presto!  

Lei non partecipa, peccato. Vincerà una band. Il nome inizia con K e finisce con H. Il presidente di quel paese indossa sempre una maglietta verde.

Tre stelle per Olena – 31

«Lei dov’è?»
Gennadi Yagushinsky, assorto nello studio della mappa della zona, sta cercando di determinare i punti migliori dove piazzare l’artiglieria per l’imminente offensiva quando un rumore improvviso lo fa sobbalzare. Istintivamente porta la mano alla fondina della pistola e si volta di scatto, pronto a sparare. Alla vista della persona entrata nella stanza si rilassa, e un accenno di sorriso gli distende le rughe del volto.
«Capitano Smirnova, mi stava facendo prendere un colpo. Come ha fatto ad entrare? No, lasciamo stare, non lo voglio sapere, anche se per colpa sua dovrò punire le sentinelle. Come mai da queste parti, non era in congedo? Se l’hanno richiamata le cose devono andare davvero male… o è una visita di piacere? Le sono mancato?» chiede l’uomo in tono beffardo, invitando l’ospite inatteso a sedersi.
«Gennadi, non fare il cretino. Guardati, sei ancora colonnello e al fronte: a chi hai pestato i piedi stavolta? Non riesci proprio a tenere a freno la lingua. O la moglie di qualche generale si è lamentata dei tuoi… servizi?» lo provoca l’intrusa, rimanendo in piedi.
Il colonnello Yagushinsky, erede di una antica famiglia nobile, quando in Russia c’era ancora la nobiltà, fissa la donna che ha di fronte, con un filo di rimpianto.
«Sei sempre bella, Olena. Ancora non capisco perché non hai voluto sposarmi.»
«Te l’ho detto allora e te lo ripeto, Gennadi: non sei il mio tipo. E poi eravamo entrambi sposati, te ne sei dimenticato? Comunque smettila di tergiversare, non ho molto tempo: lei dov’è?»
Il colonnello, raddrizza le spalle e sistema l’uniforme che cade ancora bene sul corpo atletico, nonostante i sessanta anni suonati e il consumo non episodico di vodka. Corruccia le labbra, e guarda fuori dalla piccola finestra che illumina la stanza.
«Non lo so» risponde laconicamente.
«Non lo sai? Gennadi, non stiamo parlando di un mazzo di chiavi. E’ uno dei tuoi ufficiali, che vuol dire che non lo sai?»
«Vuol dire quello che ho detto, non lo so. E’ scomparsa, se ne è andata.»
«Ma che stai dicendo, scomparsa? Ha disertato? E’ stata catturata?»
«Non proprio Olena, non proprio»
Olena si avvicina all’uomo e gli sibila in faccia:
«Gennadi, parla o ti stacco le palle. Che è successo a Nastya?»
Yagushinsky inspira profondamente, indeciso se rispondere, ma lo sguardo glaciale che si trova davanti lo convince.
«Sembra che sia andata là sotto» dice indicando con un gesto della mano la direzione da cui arriva il rumore attutito di colpi di cannone.
«Là?» ripete Olena, incredula «Dentro l’acciaieria?»
«Sì, nell’acciaieria» risponde il colonnello, abbassando lo sguardo.
«Ma perché avrebbe dovuto andarci? E’ assurdo, perché non l’hai fermata?»
Le labbra di Gennadi si contraggono in una smorfia rassegnata.
«Fermarla, come se fosse facile. Ti ricordi com’eri tu a vent’anni, Olena? Ha preso tutto da te, sai? Gli occhi però sono di suo padre, l’italiano. A proposito, gliel’hai detto finalmente?»
«Non sono affari che ti riguardano» taglia corto Olena, e continua : «E quindi che hai intenzione di fare, hai attivato le ricerche, manderai le squadre speciali?»
«No. Niente da fare, è troppo pericoloso. L’ordine è di sigillare entrate e uscite ed aspettare»
«Cazzo, Gennadi, quindi la lasciate là sotto? Ma si può sapere che pensava di fare, voleva espugnare l’acciaieria da sola?»
Il colonnello fissa Olena negli occhi.
«Sapevi che il ragazzo di tua figlia è ucraino?»
«Che cosa? Ucra…» riesce appena a dire Olena, prima di sedersi tenendosi la testa tra le mani, e chiedere sgomenta «Ha tradito?»
«Per quanto ne sappiamo no, non ha tradito. Solo che sembra che lui sia stato ferito e lei si è messa in testa di tirarlo fuori. Peccato che i suoi compagni non facciano uscire nessuno, e del resto é probabile che lui nemmeno voglia saperne di uscire»
Olena lo guarda, quasi senza comprendere quello che dice. Infine chiede, conoscendo già la risposta:
«Quindi non farete niente per aiutarla, giusto?»
«No Olena, te l’ho detto. E’ stata una sua scelta, non possiamo rischiare altre vite per un colpo di testa. E poi…» inizia a dire Yagushinsky, fermandosi improvvisamente.
«E poi cosa? Cosa avete in mente di fare?»
«Bombe termobariche. Tra qualche ora là ci sarà solo un enorme cratere.»
Olena impiega qualche secondo a realizzare l’enormità di quello che il colonnello sta dicendo.
«E’ deciso?»
«Sì, è deciso»
«Fammi andare là sotto, Gennadi. Puoi fermarli per 48 ore?»
«No, Olena, non posso»
«24 ore Gennadi, dammi almeno 24 ore! Me lo devi!» supplica Olena, stringendo entrambe le mani al colonnello.
Gennadi Yagushinsky guarda la donna che ha davanti, ammirato.
«Non molli mai, vero? Va bene, del resto ti devo ancora un favore, ammesso che questo sia un favore. Vada per 24 ore, non un minuto di più.»
Olena sorride, riconoscente.
«Mi devi ben più di un favore, Gennadi. Ti ho salvato la vita almeno tre volte… » poi, scuotendo la testa, chiede al suo vecchio compagno:
«Come è successo tutto questo, Gennadi? Eravamo tutti sovietici, comunisti, eravamo fratelli!»
«Sovietici forse, comunisti evidentemente non molto. Di che ti meravigli, è dai tempi di Caino e Abele che i fratelli si ammazzano.»
«Non sei stanco di tutto questo? Ancora morti, e perché? Per far sventolare bandiere di colore diverso, quando la gente vorrebbe solo vivere in pace»
«Stai diventando sentimentale, cara mia. Te lo dicevo che era uno sbaglio tenere la bambina… Sono un soldato, tu più di tutti dovresti saperlo. Combatto per il mio paese, giusto o sbagliato che sia, comunque non sta a me giudicare le scelte politiche. Sono un professionista, è il mio mestiere e cerco di farlo meglio che posso. Non ci tengo a finire i miei giorni rincoglionito in un ospizio, meglio morire finché sono vivo.»
«E tu invece sei diventato cinico, Gennadi» constata Olena con amarezza.
«Disilluso, forse… ti ricordi quando credevamo che il mondo potesse cambiare? Questo è quello che è rimasto» dice il soldato, mostrando le macerie con un gesto stanco.
«Gennadi, dimmi una cosa. Almeno vinceremo?»
«Ascolta bene quello che ti dico Olena: qua nessuno vincerà. Nessuno.»