Добрый день!¹

Sto imparando il russo. Da autodidatta potrei anche riuscirci nei prossimi dieci, venti anni; considerando però che in trenta e passa anni non ho ancora imparato a pronunciare correttamente le parole in milanese non ne sono molto sicuro.

I miei studi sono appena all’inizio, e sto affrontando la comprensione dell’alfabeto cirillico; questo spero mi permetterà di leggere correttamente le targhe delle vie e delle piazze e delle fermate della metropolitana se e quando riuscirò a fare quel viaggetto a Mosca e San Pietroburgo che mi attira da tempo; inoltre in questo modo le varie Olena non dovranno prendersi la briga di usare scadenti traduttori automatici (a proposito: ultimamente ne arrivano di genere incerto, non scherziamo care amiche va bene la teoria gender ma sono un po’ all’antica, a noi mettevano il fiocco blu sul grembiulino nero per capirci).

Nel 1983, avevo appena iniziato a lavorare a Parma, mi feci infinocchiare convincere da una graziosa venditrice ad acquistare un corso di lingue di inglese. Veramente mi sembrava di ricordare di aver firmato solo per un volume di prova che avrei potuto restituire; e forse era così ma con la clausola che avrei dovuto restituirlo entro sette giorni dalla ricezione. Firmai a maggio e quando mi inviarono i volumi? In agosto, mentre ero in ferie. Al ritorno trovai solo una lettera che mi ingiungeva il pagamento, con un supplemento per la mora; mi misi in contatto per chiedere che, pagare per pagare, mi mandassero almeno il corso di russo al posto di quello di inglese, che quello bene o male un po’ lo masticavo. Niente, furono irremovibili, pretesero i soldi ed in più non mi rimandarono neanche il corso d’inglese. Nemmeno la venditrice, dalla quale avrei potuto cercare di avere un piccolo risarcimento in natura, rividi più, cosa che mi dispiacque forse più del russo stesso.

L’altra sera ho visto la prima parte del film-intervista a Putin di Oliver Stone. E’ stato girato prima delle ultime elezioni americane, ed è imbarazzante confrontare il presidente russo con quello che è poi risultato il  vincitore di quelle elezioni. Purtroppo attualmente manca sulla scena politica mondiale uno come il nostro saggio ex-premier che possa farli sedere allo stesso tavolo e discutere serenamente, o magari in qualche dacia con grandi lettoni (lettóni ho detto, non lèttoni, ma anche lèttoni su lettóni andrebbero bene).

Fa un po’ impressione pensare al 1983… guadagnavo 800.000 lire, e dovevo pagarmi la stanza, il mangiare ed ovviamente i viaggi quando volevo tornare a casa. Non c’era troppa trippa per gatti… Dovetti chiedere subito un aumento chiarendo che altrimenti me ne sarei dovuto tornare al paesello e con mia sorpresa mi venne accordato: un milione! Da autonomo però, e dovevo mettermi da parte la quota per Inps, Irpef, camera del Commercio, Associazione di categoria… insomma il netto rimaneva di 700.000 scarse.
Proprio la scorsa settimana parlavo con una ragazzina del gruppo di teatro che lavora ormai da più di un anno come estetista in un centro, e mi diceva che guadagna 350 euro al mese. Non c’è che dire, abbiamo proprio fatto dei passi in avanti.

Ho già avuto comunque il primo successo come traduttore: grazie a degli amici ci siamo iscritti ad una associazione (in pratica arruolato ad honorem nella terza età!) che organizza tra altre cose movimentate come gare di burraco e balli di gruppo attività più riflessive come serate a teatro, e con loro siamo andati al Piccolo Teatro Paolo Grassi ad assistere a “Le serve” di Jean Genet, tutt’altro che allegro. Non incolpo le brave attrici se la palpebra mi è calata dopo un’oretta, la resistenza ad oltranza non è il mio forte. E pensare che ero anche digiuno!
Ma, a parte questo, nell’atrio ho fatto la mia bella figura traducendo il titolone di una locandina, Арлекін: Arlecchino! Non era difficile per la verità anche perché tutta la parete era tappezzata da manifesti di Arlecchino in tutte le lingue. Tradurre servitore di due padroni era più difficile, sarà per la prossima volta.

Essendo una persona metodica, mi sono imposto di studiare tutti i giorni un’oretta, sfruttando il tempo del viaggio di ritorno in treno. Sfortunatamente l’altro giorno stavo appena tirando fuori dalla borsa il mio bel manualetto quando due signore si siedono vicino, ed iniziano a parlare russo. Cercando di non essere scoperto ho riposto il libretto e mi sono disposto all’ascolto della pronuncia, dato che il mio contributo alla conversazione non avrebbe potuto essere per il momento di grande interesse, a meno di ripetere Arlecchin, o anche Ananas o Banan.

Come dicevo, difficilmente la decina di anni che mi mancano alla pensione basteranno.
до Свидания!²

(165 – continua)

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¹ Buon giorno!
² Arrivederci!

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Il momento giusto

Sono qua. Ho accompagnato Cindy, non voleva venire da sola, dai per favore dai, vieni che sono forti, ti divertirai! dice. Ok, facciamola contenta, io al concerto avrei preferito pizza e coca-cola, ma come faccio a rifiutare qualcosa a Cindy?

Mi piace Cindy, e tanto, ma non ho ancora trovato il momento giusto per farglielo capire. O forse lei l’ha capito, e aspetta solo che io glielo dica chiaramente, magari pensa che non mi interessa… mannaggia a me, sono imbranato, non sono per niente bravo a capire quello che si aspettano le ragazze. E’ la prima volta che usciamo da soli, senza la solita compagnia, ma stavolta gli altri ci hanno dato buca… il country non è roba per loro, e nemmeno per me se è per quello, ma l’avrei accompagnata anche ad un concerto di arpe e triangoli se fosse servito per stare finalmente da soli.

Devo farmi coraggio, trovare il momento giusto, facile dirlo, chi lo sa qual è il momento giusto?

Quanta gente che c’è! Non me l’aspettavo. Aveva ragione Cindy, è bello stare qui in mezzo, io quasi nemmeno ascolto la musica, sono qui appena dietro di lei e la guardo che balla e canta, conosce tutte le canzoni! Com’è bella, con la treccia di capelli biondi che va su e giù, quelle piccole goccioline di sudore sul viso, gli occhi azzurri che ridono! E quelle piccole lentiggini sul naso, i seni che ballonzolano, non ha messo il reggiseno, vorrà dire qualcosa? le cosce muscolose, che Cindy la mattina va a fare jogging, lo fa con impegno ma quei due-tre chiletti in più, che a me fanno impazzire, non riesce a tirarli giù. Per fortuna…

Sarà questo il momento? Adesso mi butto, adesso glielo dico… – “Cindy? Senti, io…”

La band ha attaccato il suo pezzo più famoso… la folla applaude e fischia contemporaneamente. Tanti cappelli da cow-boy sventolati… è strano questo pezzo, c’è un sottofondo strano, la batteria non va a ritmo. Non segue i quattro quarti, cos’è questo ta-ta-ta che si sente? Perché devono avere la mania di cambiare i pezzi più famosi?

La gente è scatenata, si agita come non mai… ma… perché il cantante si è fermato? Cosa sta guardando? E perché la gente urla ancora? E questo ta-ta-ta che continua?

Ma che sta succedendo? Lì davanti c’è qualcuno a terra… stanno sparando, Cristo, qualcuno sta sparando! Giù, giù, abbassatevi! Dio mio, ma che sta succedendo! Cindy, Cindy, dove sei, stai giù, bassa, stai vicina a me… Cindy… Cindy!? Dio, Dio, Cindy, Cindy, apri gli occhi, Cindy!? L’hanno colpita, aiuto, aiuto, un’ambulanza, c’è un’ambulanza? Qua, qua, un’ambulanza! Cindy!? Cindy respira cazzo respira, Cindy!! Ah, cazzo, che male! Porca puttana, mi ha preso, mi ha preso, aiuto, a…

“Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’uomo verrà”.
Mt 24, 42-44

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Cultura a mazzi! (II)

Giove pluvio, come ama citare la compianta speaker del Palio del Baradello¹ (compianta non perché sia defunta ma perché non speakera più), è stato benigno ed ha regalato una domenica soleggiata, dopo un sabato decisamente bruttarello.
E così, rifocillati e riposati, ci siamo armati delle migliori intenzioni ed abbiamo proseguito il tour cultural-turistico affrontando il

Secondo giorno: Lago di Como

Il lago di Como è uno dei più belli d’Italia e del mondo, tant’è che arrivano da ogni parte del globo per soggiornare nei lussuosi alberghi e nelle ville che costellano i bei paesini rivieraschi. E’ molto suggestivo con la sua caratteristica forma a Y rovesciata², cinto dalle prealpi in ogni suo lato; è il lago più profondo d’Italia e se intendete compierne il giro completo in auto percorrerete più di 160 chilometri e trascorrerete qualche oretta lieta in coda, specialmente di domenica.

Quando misi piede per la prima volta a Como, nel 1985, il lago più grande che avevo visto era il Trasimeno e mi aspettavo una cosa simile, rimasi quindi molto colpito da quanto fosse diverso e posso capire ora il motivo per cui George Clooney ha comprato la villa sul lago di Como e non sul Trasimeno.

Dopo questo incipit, per cui chiederò qualcosina alla azienda di soggiorno e turismo di Como, è ora di passare al racconto che comincia con il:

Battello!

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Il giro del lago si può fare in tanti modi ma quello più caratteristico è senz’altro quello con il battello. Ben consci che in un solo giorno è impossibile vedere tutto, ci siamo limitati ad un giro del ramo di Como e nemmeno tutto, circa due ore di battello all’andata e due al ritorno. Alla biglietteria c’è stata la solita pantomima sull’età dei minori; ligio come sono alle regole ho dichiarato l’età corretta dei nipoti, 11 e 13, venendone mal ricompensato in quanto il maggiore è stato considerato adulto ed ha pagato il biglietto pieno: un eccesso di onestà di cui mi sono pentito. Purtroppo nel subconscio mi è rimasto il trauma di quando mia nonna Annunziata, nel primo viaggio fatto in treno per andare a trovare i parenti a Martinafranca, mi costrinse a dichiarare il falso al controllore autocertificandomi di 5 anni anziché 7; la cosa mi sembrava improbabile ma il controllore abboccò. In quei tempi dovevo frequentare il catechismo dove insegnavano che dire le bugie era peccato e non erano contemplate eccezioni per i controllori ferroviari, quindi il peccato veniale in cui ero stato indotto mi bruciò per un bel po’.

Il battello fa diverse fermate nei vari paesini dell’una e l’altra riva, tutti belli, ne cito solo alcuni: Cernobbio, con la celebre Villa d’Este dove per combinazione era riunito il Gotha dell’imprenditoria, economia e politica, con guest stars del giorno gli onorevoli Salvini e Di Maio; se il munifico e illuminato Kim Jong-il, segretario generale eterno della Repubblica Popolare Democratica di Corea, avesse qualche razzo che gli avanza, lo potrebbe lanciare su questa compagnia di giro senza che da parte nostra si leverebbero particolari obiezioni; Moltrasio, Torno, caro quest’ultimo per ragioni affettive: qui abbiamo pranzato dopo le nozze, nel giorno della finale dei campionati Europei Olanda-Russia, con fantagol di Marco Van Basten; Laglio, reso famoso come detto dal bel George, meta di frotte di ammiratrici in estasi; Nesso; Argegno, da dove una piccola funivia in pochi minuti vi porterà nel paesino di Pigra; Sala Comacina e poco più su Ossuccio, con il Sacro Monte ed il famoso campanile romanico-gotico, e proprio di fronte:

L’Isola Comacina!

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Quest’isolotto è di proprietà dell’Accademia di Brera, che vi ha edificato delle case per la residenza degli artisti. Posta in posizione strategica fu in passato potente e prospera finché, essendo alleata dei milanesi contro i comaschi alleati dell’Imperatore, fu rasa al suolo nel 1169 ed il Barbarossa promulgò un editto per vietarne la ricostruzione, pena la morte.

Per accedere all’isola si paga un biglietto (mi era capitato lo stesso sull’Isola di Mozio, in Sicilia, anche quella privata); dall’imbarcadero si sviluppano tre percorsi, uno archeologico, uno verso le case degli artisti ed uno nel boschetto; ma l’attrazione migliore è senz’altro il panorama e la vista sulla costa. Sebbene l’odore di fritturetta di pesce di lago che si spandeva dal locale ristorante solleticasse le narici e stimolasse i succhi gastrici, abbiamo atteso il passaggio del successivo battello diretti alla prossima tappa:

Lenno!

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Il bel paesino è famoso per la vicinanza della Villa del Balbianello, dimora FAI³ e set naturale per scene di alcuni film famosi come Casino Royale in cui James Bond vi va a passare la convalescenza dopo essere stato preso a mazzate sugli zebedei; ogni tanto vi staziona il cantautore Davide Van De Sfroos, che dalle parti del lago ha molti ammiratori tra i quali non mi posso annoverare non capendo una cippa di quello che canta; passeggiando sul lungolago si può vedere spesso passare gente con bastoni da nordic walking, e in genere sono persone che si fanno l’intera Greenway4, che è un percorso di una decina di chilometri che costeggia e passa sopra a diversi paesini del lago e va da Colonno a Cadenabbia (con la stupenda Villa Carlotta).
Il solo guardarli mette appetito, e quindi ci siamo fermati a mangiare in uno dei numerosi locali che affacciano sul lago, per un hamburger (stavolta non di scottona) patatine e birra weiss. Stavolta niente maxi schermo e addirittura niente carta di credito ne bancomat: si esagera dal verso opposto!

Stimolati però dai camminatori abbiamo deciso di percorrere almeno un pezzo della Greenway a retromarcia, cosa piacevole da un lato perché ci ha permesso di passare in viuzze che dalla strada nemmeno si vedono, e dall’altra pericolosa perché in certi tratti siamo passati rasente la Strada Regina, che di marciapiedi ne ha pochi e stretti; il caldo era tanto ed abbiamo avuto modo di invidiare gli amanti del sole che nelle varie spiaggette o parchi attrezzati (uno anche a Ossuccio) erano stesi ad abbronzarsi; e quando ormai la compagnia stava maturando verso il sottoscritto sentimenti poco amichevoli siamo arrivati finalmente a:

Sala Comacina!

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Dove abbiamo avuto la sorpresa di scoprire che il prossimo battello non sarebbe passato prima di un’ora; un pezzo del gruppo ha allora deciso di mettere a bagno i piedi bollenti, ed i più accorti, adocchiato un vicino bar-ristorante, si sono disposti all’attesa sorseggiando un bel bianchino fresco. Nonostante la goduria momentanea devo dichiarare che sei euro per un calice di bianco, fosse pure d’annata, non è un prezzo da paese civile; che se avessi saputo me ne sarei portata una bottiglia da casa e me la sarei scolata alla faccia loro, tanto al ritorno non avrei dovuto guidare. Ma bando alle recriminazioni, chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza! come cantava Katyna Ranieri su parole di Lorenzo De Medici.

Con una mezzoretta di ritardo è arrivato il battello, ed abbiamo scoperto che la cameriera che ci aveva rapinato faceva anche funzioni di marinaio, in quanto riceveva la cima che gli veniva gettata dal battello e la assicurava al molo. Diavoletta di una ragazza! Salita in questo modo nella nostra considerazione la abbandonavamo tuttavia senza rimpianti, questa volta con destinazione:

Como!

Consiglio per chi voglia passare ore sottocoperta di munirsi di un bel mazzo di carte; ho visto una famiglia cinese tirar fuori all’improvviso un cubo di Rubik con 6x6x6 tesserine per ogni faccia, quando io in vita mia non sono mai riuscito a completare quello 3x3x3 ed ho tremato pensando al momento in cui i cinesi possiederanno tutto e ci chiederanno come test di ingresso di completare il cubo; si può passare del tempo anche bevendo, così come ha fatto una coppia di giovani amici, di cui uno con grazioso ciuffo e dei bei calzini a righine colorate che metteva orgogliosamente in mostra arrotolando i pantaloni, coppia dicevo che abbiamo incontrato sia all’andata che al ritorno e non li abbiamo mai colti senza bicchiere in mano. L’arrivo è stato sul molo di fronte alla Funicolare che porta a Brunate (dove mio padre fu preso prigioniero dai partigiani e passato fortunatamente agli inglesi, secondo la versione in mio possesso) e a poca distanza dal nuovo monumento dell’archistar Libeskind, che non si sa bene cosa rappresenti ed era stato realizzato per San Pietroburgo; se non che ai russi non dev’essere molto piaciuto e ce lo siamo preso noi, ed ora è pieno di russi che vanno ad ammirarlo.

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Due giorni pieni, amici, faticosi anche, ma davvero belli. Spero che questa piccola cronaca sia stata piacevole e invogli chi non l’ha mai fatto a visitare questi bei luoghi, così come chi l’ha già fatto a riscoprirli. Presidente Maroni, a fine mese emetto la fattura.

(159 – continua)

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¹ Il Palio del Baradello è una manifestazione di rievocazione medievale che si svolge a Como nella prima quindicina di settembre. Gare tra borghi, sfilata storica, minestra di cipolle e cervogia. Tante comparse tra cui me portano in giro abiti più o meno filologicamente corretti (epoca del Barbarossa) atteggiandosi ad improbabili soldati o signorotti o contadini del tempo andato. Mi è vietato fare il frate, non so perché.
² I due rami della Y sono quello di Como e quello di Lecco. Lisander Manzoni quando si riferiva a “quel ramo del lago di Como” si riferiva al ramo di Lecco,  sappiatelo per non fare figuracce
³ Fondo Ambiente Italiano. Nelle settimane del FAI la villa viene aperta al pubblico, e d’estate vengono organizzate serate a tema. A proposito del FAI, in Lombardia ci sono tante dimore curate dal FAI e vale davvero la pena fare la tessera per sostenere queste attività.
4 In tempi non molto antichi la Greenway si sarebbe chiamata Strada Verde ed i bastoncini da nordic walking semplicemente bastoncini da camminata; a quei tempi Louis Armstrong si chiamava Luigi Braccioforte.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

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¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

Code a tratti

Uno dei misteri più impenetrabili della nostra epoca è quello del formarsi e sciogliersi delle code a tratti. Un attimo prima si viaggia tranquilli e l’attimo dopo zac! ci si ritrova fermi senza alcun motivo apparente. Una mezzoretta di prima, massimo seconda marcia e poi come per magia si riparte come niente fosse. Anche uno dei più noti scienziati del nostro secolo, Roberto Giacobbo, ha provato a spiegare il fenomeno ma non c’è riuscito. Sono un suo estimatore fin dagli esordi, e ricordo una puntata del programma che conduceva, Stargate, dove riuscì a dimostrare, grazie allo studio della precessione degli equinozi¹, che la nostra civiltà fiorì ben prima di quanto si pensi e che le piramidi non furono innalzate dagli egizi ma da popoli ben più progrediti vissuti migliaia di anni prima². Nonostante questa consapevolezza, tra Faenza e Imola vi ritroverete in coda senza sapere perché e nulla potrà fare il buon Giacobbo.

Il recente terremoto a Ischia ha evidenziato una certa debolezza strutturale del nostro territorio. Sembra che alcune case si rifiutino di rimanere in piedi anche dopo una scossetta. La causa è al momento sconosciuta.

La coda a tratti è una metafora della vita: si procede spediti, anche troppo a volte, quando all’improvviso si è costretti a fermarsi, bloccati, imbottigliati. Che sarà successo là davanti? Un incidente, una deviazione, staranno facendo dei lavori? I più impazienti iniziano ad agitarsi, facendo lo slalom tra una corsia e l’altra, rimanendo perlopiù allo stesso punto. I furbi si lanciano sulla corsia di emergenza. Spesso si rimpiange di non essersi fermati al casello precedente al primo stimolo di pipì, e se l’attesa si protrae di aver buttato via la bottiglia vuota dell’acqua, che avrebbe fatto comodo.

In America, potenza di Trump! c’è stata una eclisse di sole. Il presidente ed i suoi congiunti indossavano dei bellissimi occhiali da eclisse. Io nell’ultima eclisse per schermarmi ho usato una lastra dei raggi X, non altrettanto elegante ma che forniva comunque una buona protezione. Ma a proposito di America: ma cos’è questa fregola di abbattere statue sudiste? Sono state lì per decenni, perché adesso danno così fastidio?

In una delle ultime code a tratti in cui sono incappato sono stato tamponato. Il danno sembrava abbastanza lieve ed ho proposto di stilare la constatazione amichevole; al che il tamponatore ha nicchiato, insinuando persino che il bozzo nel mio paraurti fosse precedente all’urto. In questi casi è utile avere a portata di mano un cric ed accarezzarlo amorevolente; questo e l’uscita dal veicolo della mia boby guard³, 192 cm x 105 kg, ha convinto il conducente distratto ad assumersi la propria responsabilità.

Il nostro attuale ministro dell’Istruzione ha in mente di proporre l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni. Perché cavar sangue dalle rape, dico io? Si adoperi piuttosto il ministro affinché la Costituzione venga applicata: che le scuole private non siano a carico dello stato, che i meritevoli possano andare avanti negli studi senza che le famiglie si debbano svenare. E chi non ha voglia di studiare, o non riesce, che abbia un percorso professionale e possa trovare un lavoro dignitoso che non venga retribuito, quando va bene, in voucher.

Tuttavia nessuna notte è infinita, come insegna il poeta Renato Zero, e dalle code prima o poi si esce; per tornare alla vecchia vita ed intrupparsi felici da qualche altra parte: al lavoro, al supermercato, in discoteca, in metropolitana, sette miliardi di code in giro per il mondo.

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¹ Se non avete idea di cosa sia la precessione degli equinozi non vi date pena. Nessuno lo sa.
² Che fine poi abbiano fatto questi popoli è un altro discorso.
³ Mio figlio. Innocuo, figurarsi, un artista. Ma l’altro non lo sapeva.

E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

I suggerimenti più acuti ricevuti nonché qualche ricerca storica portano a pensare che il ragazzo sia uno scout, magari del Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori ed Esploratrici? Se tra di voi c’è qualche storico dello scoutismo è il momento di palesarsi.

La data ipotetica in cui la foto è stata realizzata, 1910-1920, sarebbe compatibile con la nascita dello scoutismo in Italia; così come le perplessità sulla presenza di fucile e baionetta sono fugate dal fatto che nei gruppi originari veniva effettivamente impartita una istruzione premilitare. Poi i cattolici si fecero i loro gruppi e forse quelli i fucili non li usavano, ma non ne sono sicuro.

Sarà proprio così? Quel ragazzo dalla carnagione un pò scura e dallo sguardo serio, forse un pò triste, è davvero quell’Ernesto di cui rimangono poche tracce? Cosa pensava, come si sentiva, senza padre e senza madre, e persino senza patria essendo apolide (eppure per la patria morì, seppure dalla parte sbagliata)? Viene voglia di abbracciarlo, di dirgli: “Ernesto lascia stare quel fucile, vieni via dai che andiamo a giocare a pallone”.

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Credo che a nonno farebbe piacere sapere che, nonostante siano passati più di settant’anni dalla sua sparizione, i nipoti e bisnipoti in qualche modo lo ricordano ancora. Mia madre ha raccontato che, quando nacque mio fratello il terzogenito, nel ’67, per lui aveva scelto un altro nome ma la notte prima del battesimo gli comparve in sogno mio nonno, di spalle, come per andare, che le disse: “Di me non si ricorda più nessuno”. Così mio fratello si chiama Ernesto, e anche lui avrà una bella storia da raccontare ai nipoti.

 

Tutti ar mare

“Tutti ar mare,
 tutti ar mare
 a mostra’ le chiappe chiare,
 co’ li pesci,
 in mezzo all’onne,
 noi s’annamo a diverti’”

Così cantava Gabriella Ferri nel 1973: uno sberleffo, una canzonatura, che in poche righe descriveva quel proletariato fantozziano che, compresso nelle utilitarie Fiat, arrivava sudato e caciarone alla agognata spiaggia dove, dopo aver installato ombrelloni, sdraio e non di rado tavolini e sedie, non appena tolti i vestiti e rimasto in costume si tuffava subito in acqua; pochissimi sapevano nuotare e i più rimanevano a riva, dove si toccava.

Vi ho già detto che al mare mi annoio? In compenso in montagna mi stufo. Me ne sto bene a casa mia e non sentirei nessun bisogno di staccare la spina o ricaricare le pile, giacché cerco di ricaricarmi in altri modi che non siano quelli dell’oziare sotto un ombrellone pagato a caro prezzo soppesando fondoschiena femminili protetto dalla riservatezza degli occhiali da sole. No, no, datemi un divano o una sdraio in terrazza, una birretta, un libro, un quaderno ed una biro e mi ricarico da me.

Quando ero bambino ed ancora figlio unico, nei primi anni ’60, qualche volta andavamo al mare con i nostri vicini, Antonio e Rosa, che avevano due figli, Stelvio mio coetaneo e caro amico e Vania, che a dispetto del nome non era uno zio ma la sorella appena più grande. Partivamo al mattino e tornavamo la sera, mai andato in vacanza con la famiglia, e chi poteva permetterselo? Per i bambini c’erano le colonie, mare o montagna a seconda dei bisogni. Forse è per questo che ancora oggi quando vado al mare ho la fastidiosa sensazione di sprecare tempo e soldi.
Ma, tornando a quelle spiagge, le donne erano di corporatura tradizionale, cosa che oggi è raramente riscontrabile se non nella protagonista dei romanzi di Alexander McCall Smith, Precious Ramotswe, ambientati però in Botswana, ed indossavano il costume rigorosamente intero.

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In testa avevano dei fazzoletti colorati, o degli ampi cappelli di paglia; sopra il costume portavano un vestitino leggero con i bottoni sul davanti, di tessuto stampato con fantasie floreali, e lo toglievano con pudore, anche perché la depilazione brasiliana era sconosciuta, ma forse la depilazione tout-court; noi avevamo degli slippini, maschi e femmine, ed anche i padri avevano dei costumi a slip, sempre gli stessi per anni e anni, simili a quelli di Johnny Weismuller in Tarzan.

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C’è da dire che, trattandosi di lavoratori, i fisici non erano da disprezzare: spalle larghe, torace ampio e ricoperto di virile peluria (uomini depilati non esistevano o almeno nel mio piccolo mondo erano sconosciuti, con l’eccezione dei ciclisti), gambe e braccia muscolose.
Altro che crema solare, altro che protezione 50! In genere si tornava a casa tutti arrossati e venivano applicati degli impacchi lenitivi a base di amido, che toglievano l’infiammazione.

Tempi beati! Il buco dell’ozono non esisteva ed il sole non era un nemico da temere; non si contavano le calorie col bilancino perché tanto tutto quello che si metteva dentro in poco tempo si bruciava.

Mi accorgo ora che più passa il tempo più sviluppo senili forme di insofferenza, e delle vacanze al mare mi danno fastidio cose che ieri mi lasciavano indifferente:
a) ci sono troppi cani in giro o forse troppi padroni di cani; a me i cani piacciono ma quando vengono trattati come bambini non lo sopporto, non è nemmeno dignitoso per loro;
b) ci sono troppi tatuaggi ed alcuni decisamente assurdi;
c) gli ombrelloni costano troppo (l’ho già detto?);
d) ci sono troppi ragazzi che vanno in bicicletta parlando al cellulare; diventeranno degli adulti che guideranno l’auto guardando il cellulare e causeranno incidenti: propongo in via preventiva di non concedergli la patente;
e) le biciclette in dotazione agli alberghi hanno le selle troppo dure, già pedalare stando attenti ai cani al guinzaglio ed ai ragazzi con i cellulari è faticoso, perché aggiungere altra pena;
f) sarei favorevole a comminare il daspo dalle spiagge a chi tira i gavettoni a ferragosto.

Avrete capito da questo breve elenco come al mare non sia propriamente socievole. E quella cavolo di sella mi da un fastidio del diavolo. Buone vacanze!

(155 – continua)

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Nota.
Le miss della foto di copertina sulle nostre spiagge, molto più morigerate, non esistevano. O almeno io non le ricordo, o forse allora non ci facevo caso?

Cielo a pecorine!

Sono convinto che il marketing epistolare sia guidato da un’intelligenza che, sebbene artificiale, segue il ritmo naturale delle stagioni.
Dopo avere infatti passato autunno, inverno e primavera a scassarmi i cabasisi propormi prodotti per tonificare il corpo e soprattutto una certa parte del corpo ecco che, ritenendomi pronto e pienamente operante, hanno ricominciato ad arrivare letterine da simpaticissime signorine dell’Est, incaricate forse dalle ditte di integratori miracolosi di testare i risultati raggiunti.

Ne riporto a titolo di esempio una delle più carine, della mittente della quale se appena fossi stato un pochino più grave sarei anche potuto essere, come lei auspica, un buon penna-amico:
“Ehi ci mio grande penna-amico Il mio nome e Natalya. Sono della Russia, nella citta che si chiama Ezhva, regione di Komi. Ho trentaquattro anni. Non ci conosciamo ancora, ma voglio diventare tua amica e conoscerti meglio. In realta sono una donna davvero modesta e timida. Sull Internet mi sento un po piu rilassata. Ti invio una mia fotografia, spero che ti piacera. Ho intenzioni sincere, e quindi ti chiedo di scrivermi solamente se anche tu vuoi stabilire una amicizia significante. Ti chiedo inoltre di allegarmi un altra tua foto. Spero che sei interessato in me e mi scriverai presto. Non vedo l ora di leggere le tue mail e le tue domande. Saluti, Natka!“

Modestia davvero di altri tempi, cara Natka! E discrezione, soprattutto. Non come quei rompicoxxxoni telefonisti della Tim che ieri sera, all’ora di cena, hanno chiamato 10 (dieci!) volte a distanza di cinque minuti l’una dall’altra, finché alla fine ormai alla frutta mi sono deciso a rispondere e, facendo davvero uno sforzo sovrumano per non fracassare il cordless contro la parete del soggiorno, ho ascoltato un operatore che mi proponeva un’offerta imperdibile grazie alla quale avrei navigato a non so quanti mega e risparmiato non so quanti euri. A fronte di questi immeritati vantaggi, avrei solo dovuto acconsentire a cambiare il numero di telefono. Tutti sanno quanto rispetto io abbia del lavoro e dei lavoratori, tuttavia all’ora di cena tendo a dimenticarmene e fortunatamente delle mani pietose mi hanno strappato la cornetta di mano, altrimenti starei ancora sbraitando e insolentendo l’incolpevole testa di rapanello lavoratore del call center.

Stamattina, mentre ero intento a leggere le notizie del giorno precedente da un quotidiano cartaceo, attività che mi qualifica come intellettuale de sinistra¹ agli occhi degli assonnati compagni di viaggio, un trafiletto ha attirato la mia attenzione più degli altri:
un avvocato tedesco ha denunciato che nel coro di voci bianche di Ratisbona nell’arco di tempo che va dal 1945 al 1992 i sistemi educativi non siano stati dei più teneri ed oltre 500 giovani cantori siano stati oggetto di violenze fisiche e psicologiche, e nei casi più gravi anche sessuali.
Sulle violenze fisiche, escluse quelle sessuali, spezzo una lancia a favore dei severi maestri di coro bavaresi. Non c’è direttore che conosca, professionista o dilettante che sia, che non abbia mai desiderato, almeno una volta in vita sua, di frustare o bastonare o perché no strozzare tutti o parte dei suoi coristi, o musicisti in caso di bande od orchestre (il nostro coro non fa eccezione, come avrete appreso dalle mie cronache). Quanto avranno cantato male questi piccoli coristi, siamo proprio sicuri che non se le siano meritate?²

Tra l’altro una fin troppo procace viaggiatrice, mentre ero intento ad informarmi, continuava a sventolarsi la gonna distogliendomi dalla necessaria concentrazione. Si premuniva anche di passarmi davanti un paio di volte l’abbonamento, senz’altro involontariamente, con su riportato nome e cognome; purtroppo la distanza focale non mi ha permesso di prenderne nota, in assenza degli occhiali  che inforco solo davanti al computer. E comunque l’avrei dimenticato.

Prepariamoci per le ferie! Sembra che quest’anno milioni e milioni di turisti si riverseranno sulle nostre coste, montagne e città d’arte: il nostro destino di Disneyland planetaria si sta avverando. Se mi dovrò trasformare in imbonitore da fiera, come sembra ormai probabile, lasciate almeno che invii loro il più cordiale benvenuto: Venghino siore e siori! Più gente entra più bestie si vedono!

(153 – continua)

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¹ Come non sfugge a chi mi è più vicino, l’attuale mia collocazione politica è abbastanza incerta, per usare un eufemismo, e su certi argomenti agli antipodi dei giornali che leggo.
² Teniamo anche conto che in Germania le punizioni corporali in ambito scolastico sono state abolite del tutto solo nel 1983; personalmente lo ritengo un cedimento inaccettabile.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

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Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Pakistonia

Mi dissocio da quanto me stesso ha scritto. Lo penso ma non dovrei dirlo, o forse lo dico ma non dovrei pensarlo. La mia parte destra piglia a mazzate quella sinistra, e viceversa; l’ateo bastona il credente, e tutte e due bastonano l’agnostico. Il Titanic affonda e all’orizzonte non c’è nemmeno una Ong; il giorno di ordinaria follia si sta avvicinando e allo specchio vedo Michael Douglas, purtroppo senza Catherine Zeta-Jones, accarezzare la mazza da baseball. La solita scimmia nuda urla “E ‘mó basta!” e l’infermiere in camice bianco gli liscia la testa. Che si fotta!  

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Non molto distante dal mio paese natale c’è un paese che si chiama Corridonia. Il nome è abbastanza recente, in quanto gli fu attribuito nel 1931 in onore di una personalità illustre, quel Filippo Corridoni socialista e sindacalista rivoluzionario, interventista, morto durante la prima guerra mondiale ed arruolato post-mortem tra i numi tutelari del fascismo.

Simpaticamente gli abitanti dei paesi vicini, data la folta comunità Pakistana presente, l’hanno recentemente ribattezzata Pakistonia.

Nel mio paese, che lo ricordo è in collina, c’è un vecchio asilo di infanzia, non più utilizzato, situato in una posizione invidiabile, al posto di un pezzo di antico muro di cinta, con un’enorme terrazza da cui si può godere il panorama fino alle montagne. C’era un vecchio progetto di riconversione in mini-appartamenti per anziani, necessità estremamente sentita dato il continuo allungamento dell’aspettativa di vita. I lavori sono stati fermi per anni e sono ora ripresi; gira però la voce che il progetto non sia più quello originario ma si stia lavorando per apprestare un centro di accoglienza per immigrati; mio padre non ne era a conoscenza, e un po’ scettico mi ha chiesto: “ma dove vanno a pigliarli tutti questi immigrati?” e quando ho ipotizzato che fossero quelli che arrivano con i barconi, ridendo mi fa: “e le barche dove le mettono?”.
Ma tutto può essere, vedremo presto se l’asilo che mi ha visto presente per soli tre giorni nella vita riprenderà vita per richiedenti asilo e non solo.

Il governo l’altro giorno sembrava aver avuto una idea che, essendo di buon senso, è stata subito accantonata: se tu, nave che non fai parte di missioni internazionali e che batti bandiera francese o inglese o panamense, insomma non italiana, ti metti a due passi dalle acque territoriali libiche (quando non dentro) a soccorrere barconi, sfidando le accuse di fare da taxi ai clandestini e persino di essere in combutta con gli scafisti, i passeggeri te li porti a casa tua. Apriti cielo! Attacchi a non finire, ci si accanisce con i deboli, si va contro i trattati internazionali, si va contro il diritto del mare, si è disumani.
Ma nessuno aveva mica detto di ributtarli in mare. Solo che se vieni dalla Nuova Zelanda per salvare persone è giusto che le porti nel tuo paese, dove potrai accudirle meglio.
Avrei voluto vedere cosa avrebbe fatto, ad esempio, la Francia, a trovarsi le navi di Médecins Sans Frontières ripiene di migranti a Mentone; li avrebbe ammassati a Ventimiglia?

Ricordiamo a Macron che è stato il suo paese, guidato da quell’altro tappetto di Sarkozy, ad andare a far casino in Libia, tirandosi poi dietro la Nato; che la Libia di Gheddafi era un collettore di immigrazione e conteneva per conto di tutta l’Europa e non solo nostro, con le buone o le cattive, quelli che adesso Macron rifiuta di prendersi.

A Madrid ho visto un palazzo dove c’era un enorme striscione: Refugees Welcome.
E’ il classico modo di fare gli accoglienti col didietro degli altri; perché se fossero così contenti di accogliere rifugiati potrebbero rimuovere i muri a Ceuta e Melilla, e si vedrebbe poi quanti striscioni comparirebbero.

Sono ormai convinto che questa spinta migratoria non sia spontanea ma manovrata per almeno due motivi: a) l’introduzione di persone disposte a lavorare per due lire e senza diritti b) l’islamizzazione della società.
In tutti e due i casi gli alleati sono quelli che più avrebbero motivi per opporsi e più hanno da perdere: nel primo tutta la sinistra e specialmente quella radicale, ovviamente in nome dei diritti umani; ma che diritto umano è quello di venir qua a raccogliere pomodori, quando va bene, a 3 euro all’ora? Ma uno sforzo di realismo quando si vorrà fare? Quante persone siamo in grado di accogliere e di far vivere dignitosamente? Altrimenti di che accoglienza parliamo, quella che dà profitto a chi accoglie?

Non stendo, anche se sarebbe meglio, un pietoso velo sulle ultime esternazioni di Boeri sulla necessità dei lavoratori immigrati. Ma che c’entra? Chi la nega? Abbiamo cinque milioni di stranieri residenti in Italia, qualcuno pensa di buttarli fuori? Cosa c’entrano con l’immigrazione incontrollata? Se si chiede piuttosto a loro cosa pensano del sistema attuale, magari a quelli che sono arrivati trent’anni fa, la risposta è unanime: siamo deficienti. E Boeri, perché non pensi ai voucher, e perché non dici che dei milioni di voucher utilizzati nei due anni passati ai beneficiari non andrà una lira di pensione, e i contributi se li intasca l’Inps a fondo perduto? Come peraltro per i nuovi voucher che il governo truffaldinamente ha reintrodotto?

Nel secondo caso chiamo in causa, genuflettendomi, la Chiesa cattolica. Mi chiedo, non per fare il Salvini, perché tutti gli Sceicchi, Emiri, Sultani musulmani straricchi, invece di finanziare guerre sante per la barba di Maometto, non aiutano i loro “fratelli” a casa loro? Sono stufo di sentire che dobbiamo risarcire l’Africa per il colonialismo! Gli arabi l’hanno depredata per secoli, quelli che raccoglievano schiavi erano loro, e la schiavitù qualche paese l’ha avuta fino alla seconda guerra mondiale. Quando mio nonno è andato a conquistare l’Etiopia di Hailé Selassié (sbagliando, per carità, ma se hanno uno straccio di strada e ferrovia è perché gliel’abbiamo costruita noi…), vigeva ancora la schiavitù, lo sappiano i beati rastafariani! Questi figli di negrieri vogliono sparpagliare musulmani in Europa ma si guardano bene dal condividere le loro ricchezze, vogliono sfruttare il buon cuore, le code di paglia e gli stati sociali di quelle società che poi disprezzano per la loro lassezza ed i costumi troppo liberali.
E chiedo, a queste società arretrate, perché questo sono: quando vi libererete di questi parassiti?

Temo che la chiesa, in grave crisi di fedeli vocazioni e identità, operando in maniera indiscriminata stia lavorando contro se stessa e favorirà non la sua parte migliore ma i gruppi più radicali al suo interno; che la politica del “poverini” e della pacca sulla spalla senza progetti avrà come sbocco l’islamizzazione della società; che i laici avranno da rimpiangere la chiesa bigotta di cui tanto si lagnano; l’ecumenismo è un’utopia, per non dire una stupidaggine, che può forse funzionare tra chiese cristiane (tutto da dimostrare) ma non certo con i musulmani.
Ad essere troppo buoni si passa per coglioni, e noi temo stiamo superando abbondantemente quel limite.

L’Africa ha tanti problemi, siamo d’accordo. Tanti li abbiamo causato noi e tanti li alimentiamo, può essere. Ma sono passati più di settant’anni dalle loro indipendenze. Per fare un esempio, in Niger che è uno dei paesi più poveri del mondo, ogni donna partorisce quasi sette figli a testa. Devo andare io a dirgli che forse è meglio fare un po’ meno figli e cercare invece di mettersi insieme per star meglio? Ma pensate che le vostre rivoluzioni debbano farvele gli altri? Il Che è morto da un pezzo, cercate di darvi una svegliata care risorse, che qualche problemino cominciamo ad avercelo pure noi.

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