Cultura a secchiate!

Domenica scorsa, per distrarmi un po’ da contagi, movide, Mes, coprifuochi e tristezze varie,  di cui magari parleremo un’altra volta, sono andato a visitare i beni aperti dal FAI nella mia zona in occasione delle Giornate d’Autunno. La location, come si dice adesso, è stupenda, infatti i posti prescelti si trovano in alto lago di Como e già di per se stessi valgono una visita, non fosse altro che per i panorami che vi si possono godere: si tratta infatti di due paesi sulle rive del lago, Gravedona e Dongo (quest’ultimo tristemente _ si fa per dire _  famoso perché da queste parti fu catturato il Duce dai partigiani mentre fuggiva nascosto in un camion di tedeschi in ritirata e fucilato poco distante, a Giulino di Mezzegra, insieme alla sua amante Claretta Petacci e ad altri gerarchi, da dove vennero poi portati a Milano in Piazzale Loreto ed appesi a testa in giù, nello stesso punto dove i nazifascisti, l’anno prima, avevano fucilato 15 partigiani ed esposto i corpi al vilipendio ed all’oltraggio) e di due paesini arrampicati sulla montagna dietro Gravedona, Peglio e Livo, poco distanti l’uno dall’altro.

L’organizzazione, a cura dei giovani del Fai di Como, è stata impeccabile; gli assembramenti sono stati evitati grazie ad un sistema di prenotazioni che ha limitato sicuramente l’accesso ma ha dato modo a chi ha partecipato di godere molto di più delle visite. Il Fai quest’anno ha perso, a causa delle chiusure imposte dal Covid, ben 11 milioni di euro di contributi di soci e visitatori: e sarebbero andati tutti o quasi al restauro e salvaguardia di beni storici, dunque è proprio una grave perdita…

La visita è iniziata da Peglio, perché la mia strategia era quella di passare la mattinata in alto, mangiare in una qualche trattoria o crotto e poi scendere in basso: avevo sbagliato i conti, amici cari, perché purtroppo ho trovato tutto chiuso (tranne un posto, ovviamente pieno) ed ho capito perché i miei sforzi di due settimane per prenotare nella trattoria Sant’Anna a cui miravo sono stati vani: ha chiuso, e pare per sempre. Anche questa è una grave perdita..

Peccato ci sia un po’ di foschia…

La Chiesa dei SS.Eusebio e Vittore a mio avviso è stupefacente e le assegnerei il primo posto tra i beni visitati. Completamente affrescata, con un sontuoso organo con il quale ancora oggi vengono tenuti concerti, e tanta storia: queste sono zone che hanno visto passare il Barbarossa, dove si è combattuto tra cattolici e protestanti, che alla dominazione milanese ha visto succedere quella spagnola, dove Napoleone ha voluto pure lui dire la sua per non parlare poi degli austriaci: insomma un guazzabuglio di scontri e intrecci religiosi e politici davvero affascinanti, che varrebbe davvero la pena approfondire, ci vorrebbe una puntatina di Alberto Angela… Curioso, e dovrebbe far riflettere, il culto di Santa Rosalia, sì, quella siciliana: infatti questi paesi videro una forte emigrazione di uomini verso Palermo, che partivano per andare a lavorare lasciando a casa mogli e figli (tanto che, mentre nel resto d’Italia a qualcuno che aveva fatto fortuna si diceva “hai trovato l’America”, qua si diceva “hai trovato Palermo”…) e, tornando, portarono con loro il culto della eremita del monte Pellegrino. Ve l’ho raccontato di quando siamo saliti sul monte Pellegrino portati da uno di quegli apecar che trasportano turisti? Che sagoma, non ci si spiccicava più, e voleva perfino farci andare a mangiare da un suo cuggino… ma questa è un’altra storia.

La seconda tappa è a Livo, alla Chiesa di San Giacomo “vecchia”, anche questa un gioiello, più piccola dell’altra, con affreschi forse meno pregiati ma pieni di colori; anche qui si nota l’influsso degli emigranti di ritorno, e accanto alla presenza di Santa Rosalia si nota quella di Sant’Angelo patrono di Licata, oltre alla coloratura degli archi a sesto acuto dipinti a strisce bianche e nere come si possono trovare appunto in diverse chiese siciliane. Il visitatore può divertirsi a contare le Madonne raffigurate: ce ne sono ben ventitré!

Di Livo mi ha colpito il racconto che al momento del massimo fulgore contava duemila anime, ed ora appena duecento, destino comune agli abitati montani in tutt’Italia: chissà, lo smart working potrebbe contribuire al ripopolamento? E se invece di buttare soldi per i monopattini cominciassimo a finanziare gente che si riappropri di questi luoghi e li faccia rivivere invece di rimanere depositi di seconde case quando non ruderi fatiscenti? Senza guardare al colore della pelle, però, perché mi sa che di italiani disposti a stare scomodi ce n’è rimasti pochi…

Godendoci ancora il panorama scendiamo a Gravedona; qui nel cercare parcheggio cerco di imbucarmi in un ricevimento di battesimo (ma non erano limitati a trenta persone?) ma vengo sgamato; andiamo allora sul lungolago e ci fermiamo in un baretto dove, seduti ad un tavolino al sole come turisti nordici ma molto più freddolosi di loro prendiamo una bruschetta ed una pizza, ad un prezzo tutto sommato onesto. La visita qui riguarda Palazzo Gallio ma c’è ben poco da vedere, le sale sono quasi tutte non visitabili, alcune adibite ad uffici della Comunità Montana, il piano di sotto a ristorante, ed in una era in corso un Corso sulla Sicurezza di volontari della protezione Civile. Il pezzo pregiato è la terrazza con una fenomenale vista sul lago, purtroppo c’è un po’ di foschia altrimenti sarebbe stata davvero una visione celestiale. Da regista avrei consigliato ai giovani ciceroni volontari di raccontare qualche storia, ma l’entusiasmo e la buona volontà non sono certo mancati.

La giornata finisce a Dongo, alla Biblioteca Storica del Convento Francescano presso il Santuario della Madonna delle Lacrime. Questa visita, amiche e amici, mi rimarrà impressa nella memoria finché vivrò, e vi spiego perché. Innanzitutto, a differenza delle altre visite dove le presentazioni erano fatte da volontari Fai o da giovani di licei perlopiù ad indirizzo turistico, qui le visite erano guidate dal bibliotecario in persona, che si chiama Alberto ed è un signore di 82 anni. Che non si limita a mostrare la biblioteca, ma racconta la storia del convento e quindi dei francescani, guida nella visita del chiostro e della Chiesa, dove sono presenti due gruppi lignei, la Crocifissione e l’Ultima Cena, davvero notevoli, specialmente quest’ultimo; illustra le targhe più significative del corridoio, quelle che di solito nessuno legge mai e invece, a saperle leggere, raccontano storie interessantissime come quella della famiglia che, quando Napoleone confiscò il convento, lo comprò per poi ridonarlo ai frati quando Napoleone cadde… e infine la Biblioteca, il suo Sancta Sanctorum, dove ci ha parlato delle tecniche di stampa, delle rilegature, del sistema antincendio, ci ha mostrato i libri più antichi, con una competenza ed  una lucidità che mi hanno fatto sentire piccino piccino ed anche, lo confesso, commosso: che ne sarà di tutta la passione che quest’uomo ha incamerato in tutta la sua vita di studio, ma direi di più, di devozione alla sua missione? La visita avrebbe dovuto durare un’ora, ed è durata quasi due: io ci ho visto un’esigenza, da parte di questo uomo, di trasmettere un messaggio, per chi lo vorrà cogliere. Per chi fosse interessato, le visite sono possibili anche senza giornate Fai, bisogna contattare direttamente i responsabili del convento, consiglio di approfittarne finché Alberto sarà disponibile…

Amiche e amici, siamo davvero fortunati a vivere in questo paese, e dell’eredità che ci è stata lasciata da chi ci ha preceduto; un dono che è anche una responsabilità… vi ricordo che sabato e domenica prossima saranno aperti altri siti, al virus piacendo…

Panorama montano dalla chiesa di Livo

Olena à Paris – 1

«Centomila e uno, centomila e due, centomila e tre: aggiudicato alla contessa Agnieszka Żubrówka Kasprowicza!»
Nella sala grande della casa d’aste Cauet, in Rue de Richelieu a Parigi, il banditore, un quarantenne abbronzato franco-armeno non molto alto, leggermente stempiato ma con delle folte sopracciglia, rivolge un sorriso smagliante alla donna che dopo una serie di rilanci si è aggiudicata il famoso quadro Primo maggio con fava e pecorino del pittore naïf Ardito Centini meglio conosciuto come Centinì dagli appassionati d’arte francesi che l’hanno adottato,

La contessa si alza, sollevando nella sala un brusio di ammirazione: statuaria e algida, capelli corti neri a caschetto sui quali è poggiata una coroncina tempestata di perle, un lungo abito violetto che ne mette in risalto le forme, una stola di ermellino sulle spalle nude e le braccia inguainate da lunghi guanti in seta, incede verso il banco seguita dal suo accompagnatore, un bell’uomo di qualche anno più giovane, capelli e barba scuri ben curati, elegante in un completo scuro Girifalchi su cui spiccano cravatta e pochette in seta con motivi di sardine argentate, visibilmente orgoglioso degli stivaletti che calza, realizzati a mano nel laboratorio artigiano Graziano Cucchiaroni a Montecosaro, MC.

«Congratulazioni contessa, un pezzo davvero raro: sono in pochi a possedere un Centinì del 1924…» la accoglie Serge Manoucharyan, il banditore, accompagnando il complimento con un lieve inchino della testa ed uno sguardo interessato verso la borsa in pelle della Cuoieria Fiorentina retta dall’accompagnatore.
«Oui, io so, grazie» risponde la contessa in un delizioso misto di francese e russo, allungando con degnazione la mano verso Serge che esegue un impeccabile baciamani.
«Posso chiederle, contessa, se avremo il piacere di averla con noi anche nei prossimi giorni? Sarebbe per me un privilegio mostrarle il resto della collezione…»
«Non credo, monsieur, io deve tornare subito in mio castello in Puolonia, affari urgenti. Ma voi mostrate pure vostra cuollezione a mio segretario, lui molto esperto» dice la contessa, sollevando appena l’angolo sinistro del labbro in qualcosa di simile ad un sorrisetto ironico, volgendosi poi verso l’uomo dietro di lei:
«Christopher, chérie?»
«Contessa?» risponde compìto il segretario.
«Sistema qvestioni amministrative, vuoi? Io prenderò taxi»
«Naturalmente, contessa. Ma non vuole attendere qualche minuto? La accompagno…»
«Non c’è bisogno, io conosce strada. Au revoir, messieurs» e, portando alle labbra il lungo bocchino di giada, si avvia verso l’uscita lasciando soli i due.

Manoucharyan segue incantato con lo sguardo l’ondeggiare sensuale della contessa finché questa non varca la porta girevole che la separa dal tiepido pomeriggio primaverile, poi si ricompone e si rivolge all’accompagnatore:
«Se vuol seguirmi, monsieur… ehm… Christopher, prego, faccio strada»
A metà del corridoio il banditore si guarda intorno per controllare che non ci sia nessuno, si ferma, si volta verso il segretario e, puntandogli contro un dito, gli chiede:

«James, mi spieghi che stai combinando?»

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Mi ha chiamato l’altro giorno proponendosi per la parte di James. C’è qualche volontaria per fargli un provino?

 

Cultura a catinelle!

Come si addice ad un intellettuale la cui cultura pop spazia da Nicola Di Bari a Luis Del Sol, da “Natale in India” con Boldi e De Sica ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij (ma solo in versione sceneggiata), la mia preparazione eclettica è apprezzata ed ammirata senza riserve.

Grazie alla fama di sapienza che alimento scuotendo gravemente la testa quando si parla di un argomento di cui non so una cippa mi sfuggono i dettagli ed intercalando con degli opportuni “già, già!” ed “eh!”, ogni tanto mi viene dato l’incarico di organizzare delle gite per partecipare a qualche evento culturale. In genere trovarsi la pappa pronta è apprezzato, perciò il fatto che io mi prenda la briga di prenotare, acquistare i biglietti anticipando i soldi, studiare itinerari e visite collaterali e magari scegliere anche il ristorante mi viene riconosciuto come grande capacità organizzativa, sulla quale la mia consorte non concorda non trovando uguale lucidità di azione quando si tratta di trovare i calzini dispersi chissà come in qualche cassetto a me sconosciuto.

Lo scorso weekend quindi, con una dozzina di volenterosi, ci siamo recati a Milano per la mostra sul pittore Antonello da Messina, che si trova al Palazzo Reale.
Qualche anno fa mi era capitato di vedere il suo dipinto più bello (secondo me), l’Annunciata, al palazzo Abatellis a Palermo; era agosto, poco dopo pranzo, ed andammo a visitare la stupenda Galleria confidando nell’aria condizionata: non sapevamo che custodisse questo tesoro, e ricordo che rimanemmo un quarto d’ora ad ammirarlo, lo sguardo, il velo, i gesti delle mani… a settembre tra l’altro ebbi la soddisfazione di veder pubblicato il mio reportage della vacanza (sotto pseudonimo, e gratis naturalmente) sulla rivista Turisti per Caso, ed ancora me ne vanto.

Poiché la prenotazione era per le 14:50 (orario strategico in quanto ci avrebbe permesso di pranzare con calma), ho studiato un itinerario che unendo storia ed arte avrebbe soddisfatto tutti, e siamo partiti dalla Vigna di Leonardo, situata nel giardino della casa degli Atellani, in corso Magenta.
La vigna fu regalata dagli Sforza a Leonardo, e da questo lasciata in eredità ai suoi servi quando si trasferì ad Amboise; per l’Expo del 2015 degli archeologi-botanici sono riusciti, scavando nel giardino, a ritrovare le radici degli antichi vitigni e li hanno fatti rivivere. Alcuni scettici del gruppo hanno messo in dubbio questa ricostruzione, tacciandola come balla colossale ma ben fatta: del resto se uno va in giro in Francia si accorgerà che è pieno di posti dove sono rimaste solo poche pietre e sulle quali i francesi hanno costruito delle attrazioni incredibili. Sono in vendita anche delle bottiglie di vino malvasia, ma prodotte nell’Oltrepò pavese.
Il palazzo fu donato alla famiglia Atellani da Ludovico il Moro, e nel corso dei secoli ha avuto diversi passaggi di mano, fino ad essere acquistata nel 1919 dall’ingegner Ettore Conti che lo fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi (del quale ho sentito parlare recentemente, nella visita a Villa Necchi Campiglio, sempre a Milano, per le giornate del Fai).
Conti, che è vissuto 101 anni, ha avuto la soddisfazione di vedere il palazzo rivivere, ma anche il dispiacere di vederselo di nuovo lesionare nel ferragosto del ’43, quando i bombardamenti terroristici degli americani distrussero il vicino chiostro di Santa Maria delle Grazie e per un miracolo non polverizzarono il Cenacolo Vinciano. Ora il palazzo è restaurato e visitabile, e vale la pena di farci un giro.

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La Vespa di Leonardo

Da lì ci siamo diretti a Sant’Ambrogio, dato che a Santa Maria delle Grazie era in corso la Messa; qui innanzitutto abbiamo ammirato i lavori per la M4, meravigliandoci che qualche ritrovamento non abbia bloccato tutto, poi mio figlio ci ha tenuto una lezione di arte rendendomi orgoglioso dei soldi spesi per la sua istruzione.
Poi, con l’intenzione di ritornare su Corso Magenta, siamo passati a fianco della Colonna del Diavolo, dove la leggenda vuole che i due buchi impressi su di essa siano appunto le corna del diavolo; e continuando ci siamo trovati davanti al Tempio della Vittoria, o Sacrario dei Caduti milanesi. Vincendo la resistenza della componente femminile siamo entrati, il luogo è suggestivo e toccante con oltre diecimila nomi scolpiti nel bronzo; mi ha colpito una lapide dedicata ai “ragazzi del ‘99”, quei diciottenni che dopo la disfatta di Caporetto furono gettati in battaglia per rinvigorire un esercito esaurito dalle “spallate”, la strategia folle del generale Cadorna. Il nonno di mia moglie fu uno di quei ragazzi: fu chiamato alle armi ma fortunatamente non fu mandato al fronte, e portò a casa la pelle a differenza di tanti suoi coetanei.

Tornati su Corso Magenta siamo entrati in San Maurizio al Monastero Maggiore, di cui ho già parlato, un capolavoro rivelato nel cuore di Milano, come dice il Touring Club Italiano che lo tiene aperto, i cui restauri sono conclusi anch’essi per l’Expo. Vittorio Sgarbi l’ha definito “la Cappella Sistina di Milano”, forse è un po’ esagerato ma l’impatto, visitandolo, è di quelli da lasciare veramente senza fiato.
Poi, anche approfittando del fatto che la prima domenica del mese i musei Statali e Civici sono gratuiti (finché a qualche seguace del “con la cultura non si mangia” non verrà in mente di abolire questa iniziativa) siamo entrati nel contiguo Museo Archeologico.
I musei archeologici difficilmente mi appassionano, lo confesso, ma devo dire che questo da cui pure mi ero tenuto per anni accuratamente alla larga mi è piaciuto, e molto. Non lo abbiamo visitato tutto, ma solo la sezione romana: moderna, ben spiegata, con plastici che ricostruiscono la Milano com’era e ricostruzioni che mostrano cosa c’era al posto di quello che si vede ora: anche alcuni bei reperti, bisognerà proprio farsi un giretto della Mediolanum romana, prossimamente.

E, poiché s’era fatta una certa, come dicono a Bolzano, ci siamo appropinquati ai luoghi delle cibarie: puntando prima verso i Panzerotti di Luini, delusi dal fatto che lo storico negozio la domenica è chiuso: eppure una del gruppo giurava e spergiurava di esserci stata una domenica e di aver rinunciato perché c’era una fila chilometrica: e ti credo, se era chiuso hai voglia ad aspettare…
Allora è scattato il piano B, che il pianificatore attento deve sempre avere a disposizione: l’Antica Focacceria San Francesco, piatti tipici siciliani e street food che ci avrebbero ben predisposto per la visita del pittore messinese. I prezzi sono modici tranne il passito finale: con quello che abbiamo speso per i quattro bicchierini ne avremmo comprata una intera bottiglia.

Avvicinandoci a Piazza del Duomo ci sorprende, davanti alla Rinascente, un boschetto di ulivi secolari: The Green Life, un’iniziativa del gruppo commerciale per promuovere lo stile di vita verde, che fa il paio con il bananeto che resiste rigoglioso in faccia al Duomo.
Ecologico, ecocompatibile, ecosostenibile: saranno ecoballe? Per una città che sfora regolarmente i livelli di Pm10 sorge il sospetto.

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Ma, avanzando ancora verso la Piazza, ci sorprende una installazione, che immaginiamo subito faccia parte del Fuori Salone, ovvero le iniziative per il Salone del Mobile che si svolge alla Fiera e che funesta i pendolari che si trovano le carrozze del metro stracolme. Si tratta di un enorme statua rosa della quale da lontano non si percepiva bene la forma e che quindi ha dato adito ad ipotesi azzardate: dei glutei maschili con peli; uno scroto, sempre con peli; un puntaspilli. Solo aggirandola, e grazie all’aiuto di targhe, si è riuscito a capire che si trattava di una poltrona trafitta da frecce, a significare la violenza sulle donne. Il giorno seguente ho letto di proteste femministe e ne hanno ben donde: la poltrona è il regno dell’uomo, era la cucina che andava trafitta!

E finalmente entriamo alla Mostra: a me è piaciuta molto, i ritratti di Antonello da Messina sono stupefacenti per come trasmettono il carattere, la psicologia del soggetto: è un peccato che se ne siano rimasti pochi, e molti siano andati persi nel grande terremoto che rase al suolo Messina nel 1909. Una curiosità che lessi l’anno scorso, quando preparavo il viaggio in Russia; l’incrociatore Aurora, quello che sparò il colpo che diede il via alla presa del palazzo d’Inverno, fu il primo a prestare soccorso alla popolazione, prostrata dal terremoto e dal successivo tsunami, che allora però si chiamava maremoto.

All’uscita una parte si è recata alla Rinascente a rifocillarsi, mentre i più valorosi sono andati a San Satiro, in Via Torino, dove oltre all’incredibile abside di Bramante c’è un bellissimo Compianto sul Cristo Morto, bellissimo ed espressivo anche se non così esageratamente drammatico come quello di Santa Maria della Vita, a Bologna.

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Poi una puntatina alla Chiesa di San Giorgio, nell’omonima piazza, dove c’è un bel polittico di Bernardino Luini; già che eravamo lì la professoressa d’Arte che ci accompagnava ci ha istigato ad entrare nella Pinacoteca Ambrosiana per vedere almeno la stanza con il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, ma una rivolta con minacce di stendersi sul selciato e farsi investire dal primo taxi di passaggio ci ha indotti a desistere.

Eravamo in piazza San Sepolcro, tra l’altro, dove Benito Mussolini il 23 marzo 1919 fondò i Fasci Italiani di combattimento, per dire che in ogni città italiana basta girare un angolo per incontrare un pezzo di storia.

Siamo tornati a casa stanchi ma soddisfatti: per cena, a giusto coronamento e come sintesi della giornata, ci aspettava il polpettone.

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Ciao, Nelson!

 

Cultura come se grandinasse!

La scorsa settimana è stata molto intensa perché ho deciso di fare una overdose di cultura. A che pro, vi chiederete, non sei già quell’uomo grave la cui cultura eclettica spazia dall’ ”Avere o Essere” di Erich Fromm al “Vie’ qua, famme ‘na pompa” di Cristian De Sica in S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa?
Lo sono certamente, ma un sovrappiù di gravità non guasta mai.

E dunque ho iniziato lunedì sera con:
“Intro a Caravaggio”, una presentazione della mostra “Dentro Caravaggio” che si tiene in questi giorni a Milano, al Palazzo Reale. Capisco io qualcosa di pittura? Pochino, e sinceramente sapere come Caravaggio avesse disegnato le forme che ha poi deciso di dipingere e poi perché non le abbia dipinte precisamente come le ha disegnate non mi appassiona granché; vedere i quadri e sentirli spiegare da qualcuno competente è invece sempre una bella esperienza, non essendo esperto di niente in particolare ammiro sempre chi lo è veramente di qualcosa, specialmente di quelli più modesti che dicono che, nonostante una vita di studi, c’è sempre da imparare.
Caravaggio era un pluriomicida, ma fortunatamente non è venuto in mente a nessuno di distruggere i suoi quadri per questo.

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Trovo ridicolo che, nell’ultimo film girato da Kevin Spacey, bravo attore accusato di un fatto di molestie ad un minore avvenuto anni fa,  a film finito la sua parte sia stata cancellata e rigirata da un altro attore. Una forma di moderna damnatio memoriae, adesso che si farà, si rigireranno tutti i film interpretati da lui? Vogliamo costruire una neo-realtà?  E tutto per permettere al sistema Hollywood di rifarsi una verginità? Mi chiedo: ma qualcuno si è veramente scandalizzato di quello che sta emergendo da quell’ambiente?

Al martedì si continua con la pittura, e precisamente con un film su “Bosch – Il giardino delle delizie” un documentario su Hieronymus Bosch ed in particolare sul suo dipinto più famoso. Bosch mi piace molto, i suoi dipinti visionari mi ricordano alcuni racconti di  Lanciostory che leggevo negli anni ’70; la sua vita normale contrasta con le sue opere, alcune delle quali sembrano dipinte sotto effetto di sostanze stupefacenti. Lo scorso maggio al Museo del Prado, a Madrid, ho passato un’oretta nella sala di Bosch, passando dall’uno all’altro dei suoi quadri cercando di capirci qualcosa; mi ha confortato che gente molto più avvezza di me a cimentarsi con l’arte abbia gli stessi dubbi, e la sensazione che alcuni misteri rimangono ancora e sempre rimarranno, perché purtroppo abbiamo perso alcune chiavi di decifrazione di quel linguaggio. Se vi capita andate a vederlo, sul grande schermo i colori e le figure di quei dipinti sono fantastici.

Tra cinquecento anni qualcuno guarderà ancora con stupore qualche opera fatta oggi? O piuttosto guarderà ancora ammirato e stupito le opere di Caravaggio o Bosch?

Al mercoledì riposo. Il mal di gola mi ha impedito di partecipare alle prove del coretto di cui faccio parte, e così mi sono rivisto l’ennesima replica del Commissario Montalbano, sempre gradita, con presentazione di Camilleri sul tema della violenza contro le donne.
Sarà stato l’argomento, saranno state quelle due lineette di febbre unite ai quadri di Bosch e all’alfabeto cirillico col quale mi sto cimentando, per ora con risultati modesti, ma ho passato una notte agitata da incubi mostruosi.

Al giovedì do il mio contributo alla creazione di cultura, dirigendo il gruppetto teatrale per il quale sono autore, regista e produttore. Preciso di non richiedere alcun compenso alle attrici di nessuna natura. In questa veste posso dare libero sfogo a tutto il mio pressapochismo, ed infatti: So recitare? No. So scrivere? Mah, insomma. Ho i soldi per produrre spettacoli? Assolutamente no. E quindi facciamo quello che possiamo, finché i ragazzi si divertiranno continuerò a seguirli, quando si stuferanno smetterò anch’io. L’ultima commediola l’ho scritta in due giorni, pensando più che altro ai costumi che avrei potuto utilizzare senza dover attingere alla risicata cassa.

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Venerdì si passa alla musica sacra: “Concerto Elevazione Spirituale”, canti gregoriani in basilica romanica. Ricordate che poco tempo fa vi parlai di sorprese riguardo al canto gregoriano? Dopo questa serata temo che di sorprese non dobbiate attendervene più. Un’ora di canti gregoriani, per di più al freddo, fiacca anche gli spiriti più forti e sospetto che siano usati come metodo coercitivo a Guantanamo. Una delle ore più lunghe della mia vita! Ho cercato di immedesimarmi nei pii monaci, ma non sono riuscito a raggiungere quello stato di concentrazione che avrebbe potuto elevarmi spiritualmente; prima di tutto perché battevo i denti, e secondo perché vicino a me c’erano dei bambinetti che genitori sadici avevano portato all’evento mistico, e giustamente facevano i bambini rompendo le scatole ai vicini, almeno per i primi 20 minuti finché non si sono addormentati. Verso il quarantacinquesimo minuti dalle retrovie si è sentito un grugnito, come di uno che stesse dormendo e si fosse risvegliato all’improvviso. Non mi sono elevato ma in compenso ho fatto in tempo a correre a casa prima della fine della partita di calcio Svezia-Italia, strazio tale da far rimpiangere il gregoriano.

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Sabato teatro, al Piccolo Teatro Mariangela Melato, ad assistere al dramma “Uomini e no”, tratto dal romanzo di Elio Vittorini. Interpreti dei bravissimi attori, allievi del Piccolo Teatro; mi è piaciuto tutto compreso il teatro dove non ero mai stato, con la platea a semicerchio e al posto della galleria le balconate, come si fosse in una casa di ringhiera.
Ambientato nel ’44, ma attuale sempre: si è uomini anche quando si compiono delle atrocità? Convive in ciascuno di noi una parte umana con una non umana?

Una considerazione artistica: si scrivono ancora opere così, o gli intellettuali sono finiti, o se non sono almeno morti non se li fila più nessuno?

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E infine domenica sveglia ad orario lavorativo per la: “Visita di Cremona con il treno a vapore”! Organizzata dal FAI, Fondo Ambiente Italiano, viaggio Milano-Cremona su treno d’epoca trainato da una locomotiva a vapore; e visita guidata ai monumenti principali, al Museo del Violino e ad una bottega di liutaio. Quest’ultima parte è quella che più mi è piaciuta, prima di tutto perché vedere qualcuno lavorare è sempre piacevole, e poi per il garbo con il quale la brava liutaia francese ci ha illustrato i procedimenti di creazione del meraviglioso strumento. Strumento che cercai di padroneggiare in età avanzata ma non ce la feci, anzi rimasi al livello di suonatore straziante finché una provvidenziale tendinite alla spalla non mi diede la scusa per smettere. Per fare un buon violino occorrono due-tre mesi, e per acquistarlo 10.000 euro sono un prezzo ragionevole. Il mio l’avevo acquistato per 53 euro completo di archetto e astuccio, fate voi: aveva ben ragione la mia maestra ad ammonirmi che non potevo pretendere chissà che cercando di suonare una cassetta di arance.
Devo dire per il resto di essere rimasto un po’ deluso, perché delle famose tre T di Cremona ne ho viste solo due (Torroni e Torrazzo) e la terza invece, che mi avrebbe un attimo ravvivato dopo le ore passate seduto sulla panca di legno, non si è vista.

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Viaggiare sulle carrozze con panche di legno e scaldino sottostante mi ha ricordato i primi tempi di pendolarismo; soprattutto forse pensando alla terza T mi ha riportato alla mente un signore distinto, credo fosse un impiegato di banca, che si piazzava sempre vicino all’entrata e quando questa si affollava si appoggiava con nonchalance a qualche ragazzotta. Pezzo di molestatore, chissà che fine avrà fatto!

Alla fine di questo tour de force, tirando le somme, posso dire di essere una persona migliore? Non credo. Più colta? Ma manco per sogno. Di saperne almeno un po’ più di prima? Questo può essere, ma tanto tra poco lo dimenticherò. Di sicuro mi tocca dar ragione all’ex ministro che affermava che con la cultura non si mangia: che qui, gira e rigira, alla fine non ho mangiato un cavolo!

(172 – continua)

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