Olena regina d’Abissinia – 9

Oga-oga-oga-den
Grama la tera püssé mó i gent,
in tel desert non cresc gnent
anca le zuche sun dré a secass
in Ogaden ghen stan sul i sass!

L’Ogaden, storicamente nota come Somalia Abissina, è una delle dieci regioni che compongono l’Etiopia; si trova a sud-est del paese e confina con Gibuti, la Somalia ed il Kenia; è abitata da popolazioni in prevalenza somale, tanto da essere chiamata proprio Regione dei Somali. E’ una terra arida, soggetta periodicamente a siccità e carestie; inoltre ogni tanto, giusto per non farsi mancare niente, ci si fa qualche guerricciola . Ci si potrebbe chiedere perché ci si debba ammazzare per possedere questa terra ingrata: un motivo valido potrebbe essere la presenza di giacimenti di gas naturale e petrolio, o forse semplicemente l’uomo non è molto evoluto dai tempi di Lucy¹, per cui trova buono ogni pretesto per picchiare la clava in testa al vicino.

E’ qui, comunque, in una casupola cotta dal sole nella periferia di Dagabur, che due uomini armati sorvegliano un ragazzo sui venticinque anni con i capelli crespi colorati di arancio, che indossa un paio di pantaloncini, una maglietta verde e gialla della nazionale etiope e un paio di infradito di plastica e strimpella una chitarra non perfettamente accordata inventando strofe che difficilmente potrebbero vincere il premio Tenco a Sanremo.
«Io gli sparo» dichiara il più alto dei due guardiani, che indossa blue jeans attillati e maglioncino dolcevita chiaramento inadeguato alle temperature, portando la mano verso la pistola riposta nella fondina ascellare.
«Non fare stronzate, Surafel. Hai sentito gli ordini del capo, nessuno deve torcergli un capello» lo dissuade il compare, un traccagnotto dal collo taurino.
«Non ce la faccio più a sentirlo!» protesta Surafel. «Ore e ore a cantare scemenze! Ma si può sapere perchè diavolo ce l’hanno fatto rapire, e quanto tempo dobbiamo tenerlo in questa baracca? E che lingua parla, poi?»
«Non farti troppe domande, amico, la curiosità fa male alla salute. Che ti importa che lingua parla, assomiglia all’amarico antico ma per me potrebbe essere pure assiro-babilonese. Lascialo cantare, si stuferà prima o poi… sai come si dice, l’uccellino in gabbia canta per amore o per rabbia…»
«Che ne dite amici, vi è piaciuta? Spacca, vero?» chiede il cantautore, orgoglioso della sua creazione.
«Dacci un taglio, o ti spacco io qualcosa» lo minaccia Surafel, ma l’ispirato rapper non se ne da pensiero e continua imperterrito:
«Ma non è finita! Che ve ne pare di quest’altra?»

Tu-tu-tu-tucul
Qui nel tucul si sta stretti Zietto
ma non c’è bisogno che mi spingi sul letto
eh no non mi sento tranquillo
che fastidio il tuo fiato sul collo
e non spingere dai, chiedi almeno permesso
non sono a mio agio, sono alquanto perplesso
qui in questo tu-tu-tu-tucul.

«Almeno questa si capisce» commenta il traccagnotto.
«Questo è tutto scemo. E c’è anche chi gli compra i dischi, roba da matti» poi, cambiando discorso: «La dispensa è quasi vuota, bisogna andare a far spesa. Vado io, almeno prendo un po’ d’aria»
«Sì, va bene, ma vai al mercato lontano, non quello qua vicino. E poi non comprare solo verdura come l’altra volta, che mica siamo delle capre»
«Si, ok. Ci mancherebbe che ci mettiamo a litigare sulla spesa, come una coppietta di mezz’età. Sai che ti dico? Che se entro tre giorni non ci dicono cosa fare di questo deficiente io gli sparo e lo sotterro, e poi dico che è scappato»

Mentre Surafel si prepara ad uscire, dall’altra stanza si sente ancora la voce di Bronch’io:
«Vi piace la maglietta, amici? Me l’ha regalata Selemon² in cambio del mio ultimo album. Ora fatemi un grande ciao ciao!»

Olena si siede sul letto, e solleva il telefonino che vibra sul comodino. Guarda la notifica che è appena arrivata, e le scappa un sorriso.
«Jemal, penso di non avere più bisogno di te» dichiara all’uomo disteso di fianco.
«Come mai? Ti ho deluso, capitano?» ridacchia Jemal, tirandosi a sua volta a sedere.
«Certo tu non rende più come trenta anni fa» constata la russa «tu imborghesito. Tu deve fare più esercizio. Ma motivo non è questo»
«Ah, no? E perché, allora?»
«Perché io trovato da sola. Guarda qua»
E Olena mostra a Jemal una diretta facebook dove un ragazzo in maglietta verde e gialla inquadra due persone con delle fondine ascellari bloccate in un’espressione tra lo stupito e lo spaventato, finché il più tozzo dei due si riprende e inveisce verso l’altro:
«Cazzo, Surafel, non gli hai tolto il cellulare! E adesso?»

Olena regina d’Abissinia – 8

«Mi amor, porqué sei asì pensosa? Domani è il grande giorno, non sei felice?»
Miguel e Paio Pignola, ormai alla fine della loro luna di miele in Marocco dove hanno partecipato al classico tour delle città imperiali con tanto di escursione in cammello, sono seduti al tavolo del ristorante Al corno di rinoceronte del loro amico Farouk, a Casablanca, che ha preso il posto del vecchio Le Zac et voilà del defunto Ahmed Marrakech, marito della bella Fatima, morto per uno sfortunato incidente infilzato proprio da quel corno che campeggia sopra l’insegna del locale rinnovato¹.
«Non lo so, non so spiegarlo, sono preoccupata» confessa Paio, stringendo le mani del suo sposo, di un paio di taglie più piccole delle sue.
«Ma come, mi amor, è da tanto che aspetti questo momento. Il tuo sogno finalmente si realizzerà, sarai quello che hai sempre desiderato essere!»
«Sì, è vero, l’ho desiderato tanto. E i tuoi genitori sono stati davvero carini a regalarmi l’operazione come regalo di nozze. Però…»
«Però cosa, mi amor? Finalmente darai l’addio al vecchio Hector, e sarai solo Paio!» la rincuora il giardiniere.
«E’ proprio questo che mi preoccupa. Tu mi amerai ancora? Sarò una vera donna, ma mi mancherà per sempre qualcosa. Non è che poi andrai a cercare da qualche parte quello che non potrò più darti?» chiede accorata Paio.
«Insomma, querida: quando eri uomo eri gelosa perché sono stata con una donna, peraltro una volta sola e in stato di incoscienza, adesso che diventi donna mica diventerai gelosa degli altri uomini!»
«Ma io potrò farti veramente felice? Non posso avere figli» si strugge il cubano.
«Pazienza. Un figlio io ce l’ho già, ce lo divideremo con la madre. Casomai ne adotteremo qualcuno» propone Miguel, rabbrividendo all’idea di avere per casa degli altri piccoli Chico² pelosi e zampettanti.
«Non so, sono così confusa. Forse sarebbe meglio pensarci ancora un poco…»
«Ma Paio, siamo venuti a Casablanca apposta, abbiamo preso appuntamento con il migliore chirurgo, la visita è andata benissimo, cosa ha detto il professore? E’ un’operazione di routine, un taglietto e non ci pensi più. Niente più bisogno di bendaggi che comprimono, che schiacciano, potrai metterti in bikini senza problemi e nessuno saprà mai che fino al giorno prima hai avuto un pene, e abbastanza ingombrante tra l’altro. Un fastidio in meno!»
«Sì, hai ragione, basta ripensamenti. Domani mattina mi accompagnerai in clinica, come d’accordo, e dopo tre giorni ne uscirò come nuova. Ah, Miguel, che ne facciamo di “lui”?»
«Lui chi?» chiede Miguel.
«Be’, lui, l’ammennicolo, l’indesiderato, il pendente. Pensi che mi permetteranno di portarlo a casa? Vorrei tenerlo come ricordo»
«Paio, non mi sembra il caso. Mi sembra un po’ macabro, non trovi? Vuoi metterlo sopra al caminetto? E poi a che pro rimembrare sul membro perduto? No, no, lascia stare, ci penseranno i dottori a smaltirlo come si deve» cerca di dissuaderla Miguel.
«Forse andrebbe seppellito. So che quando ad esempio viene amputato un arto, questo si seppellisce in attesa che arrivi il resto»
«E che vogliamo fare, Paio, la tomba al tuo uccello? Dai, mi pare ridicolo!» sbotta il messicano, che comincia ad innervosirsi.
«Tu sei un mostro, sei insensibile, sei… sei… etero! Allora sai che ti dico, io non mi faccio operare e rimango come sono. Se non ti sta bene, amen!»
«Ma Paio, a me non frega niente se ti operi o no, a me piaci come sei! Sei tu che volevi farlo. Se ci ripensi per me va bene» dichiara Miguel, comprensivo. Ma subito dopo una domanda gli sorge spontanea: «Sì, ma ai miei che diciamo?»

¹ L’incidente aveva impedito ad Ahmed di concorrere al cooking show “Non aprite quel raviolo” sponsorizzato dalla Rana; Farouk, suo cugino e chef del ristorante, aveva partecipato al suo posto finendo tra i sospettati dell’omicidio del presentatore Alessandro Turchese (cfr. “Tre stelle per Olena”, 2022)
² Chico, frutto di una notte di passione alcolica tra Miguel e Conchita, la donna barbuta, è nato con un accentuato irsutismo che col tempo, assicura lo specialista tricologo, si risolverà; nel frattempo il piccolo si è aggregato ad una colonia di koala che è stata ospite per un periodo a Villa Rana, animaletti con i quali ha fraternizzato a tal punto da essere accolto nella loro tribù e con i quali ora è in vacanza in Australia.

Olena regina d’Abissinia – 6

Seduti ad un tavolo del bar Chicco d’Oro in Piazza della Riforma, nel centro di Lugano a pochi passi dal lungolago, Gilda ancora sconcertata sorseggia una tisana al salopardo dall’inconfondibile colore dorato che ben si abbina con gli orecchini creoli che le adornano i graziosi lobi.
«James caro, temo di non capirci più niente. Mio nonno ha avuto un figlio da un’abissina, ma ti pare possibile? E questa storia dei matrimoni temporanei è veramente assurda, pensavo che roba del genere si facesse solo a Las Vegas!»
«Purtroppo signora» risponde il maggiordomo distogliendo a fatica lo sguardo dai monili pendenti della padrona «la pratica era abbastanza comune, anche il giornalista Indro Montanelli ammise di averci fatto ricorso da giovane ufficiale. Sembra che fosse anzi considerata una pratica di igiene, piuttosto che frequentare prostitute con il pericolo di contrarre malattie veneree. Ad un certo punto però, con l’introduzione delle leggi razziali, i matrimoni misti furono formalmente vietati anche se continuarono per un certo periodo. Non c’è da meravigliarsi quindi se anche suo nonno si sia adeguato alla prassi del tempo»
«Mio nonno, diciamocelo pure James, era un vero figlio del suo tempo, per non dire di qualcos’altro. Pensa che la povera nonna, che era poi la sua seconda moglie, mi raccontava che quello sconsiderato partì volontario per l’Africa lasciando la prima moglie incinta e con tre bambini piccoli; quando si ripresentò, a guerra finita, la moglie era morta di parto e i bambini sparpagliati tra zii e parenti. Così non sapendo che pesci pigliare cercò una donna che facesse da madre ai suoi figli e trovò mia nonna, che aveva 35 anni ed era considerata ormai una zitella. Ma mia nonna non si limitò a quel ruolo, sia chiaro, lei fu una moglie vera ed oltre a crescere i figli del marito ebbe da lui un altro figlio: mio padre»
«Mi scusi se mi permetto, signora» chiede educatamente il maggiordomo «ma se suo nonno ha avuto altri figli come mai lei è rimasta l’unica erede?»
«Purtroppo morirono tutti nell’epidemia di asiatica del ’57, una vera tragedia, finirono anche sul giornale. In effetti io non li ho mai conosciuti. Mia nonna e mio padre invece si salvarono, una bella fortuna!» conclude la Calva Tettuta, e riprende:
«Comunque adesso abbiamo un bel problema, non è vero James? L’atto parla chiaro»
«Effettivamente signora le clausole sembrano abbastanza stringenti» ammette il maggiordomo, leggendo la copia del testamento.

“Io sottoscritto Tafari Maconnèn, negus neghesti con il nome di Hailé Selassié, imperatore d’Etiopia, nel pieno possesso delle mie facoltà, proprietario presso la Bank of London del deposito fiduciario numero HS-8991 e della cassetta di sicurezza numero HS-C2812, lascio questi averi agli eredi viventi di mia nipote Mariam Maconnèn ed agli eredi viventi dell’italiano da cui ha avuto un figlio, in modo che le ferite causate possano rimarginarsi e le famiglie possano riunirsi. Il testamento sarà effettivo solo quando gli eredi, alla presenza di testimoni, si incontreranno e renderanno omaggio alla tomba di mia nipote nel cimitero di Addis Abeba. In fede, eccetera eccetera…”

«Fin qui tutto bene, vero James? Peccato che il notaio abbia detto che quel lontano cugino sia sparito. E dove andiamo a trovarlo adesso? Non ho nemmeno l’abbigliamento adatto per la savana. Per curiosità mi piacerebbe conoscerlo, magari si scopre tutta una tribù di Quacquarini. Ma alla fine, non per essere venali, di quanto stiamo parlando? Non vorrei che sia più la spesa che l’impresa.» ragiona la pratica imprenditrice.
«Il notaio parlava di un valore aggiornato assai cospicuo, signora. Si tratta di circa 88 miliardi di sterline, o 100 miliardi di euro»
«Fréchete!» esclama Gilda rispolverando il vernacolo serrapetronese. «Hai voglia a impastare ravioli per arrivare a cento miliardi! A questo punto direi di affidarci ad un’entità superiore, sei d’accordo caro?»
«Credo che la decisione sia quasi obbligata, signora» concorda James.
«Bene, allora» conferma la Calva Tettuta, levando il suo richiamo verso una bionda statuaria avvolta da una lunga pelliccia turchese seduta qualche tavolino indietro.
«Natascia? Sei mai stata in Etiopia?»

Olena regina d’Abissinia – 5

«Volete seguirmi, signori? Il dottore vi attende»
La signorina Zellwegger, bionda venticinquenne, due lauree e cinque lingue parlate, oltre ad una spiccata predilezione per la frusta grazie alla quale negli ambienti sadomaso è nota come Wendy il flagello di Dio, precede gli ospiti nel corridoio che porta allo studio del notaio.
«Prego, signori» dice fermandosi sulla soglia della stanza dove il notaio Guido Bernasconi, un sessantenne alto e tonico, abbronzato grazie alle partite di golf con i membri del Rotary Club nonché a sedute di lampada nel centro benessere “Luana Paradìs” dove non disdegna di sottoporsi alle pratiche fisioterapiche e non solo della titolare, in doppiopetto blu polvere ed un sorriso che gli costa qualche migliaio di franchi l’anno, va incontro ai convocati tendendo la mano.
«Prego, prego, accomodatevi» invita, trattenendo qualche secondo di troppo la manina della convenuta.
«E’ un piacere conoscerla, signora Quacquarini» dichiara galante Bernasconi.
«Anche per me, notaio» risponde la Calva Tettuta con un sorrisetto, avendo notato l’occhiata che il notaio ha buttato sul suo decolleté. «Non mi capita spesso di essere chiamata con il cognome da nubile, sono anni ormai che tutti mi chiamano signora Rana»
«Ho avuto occasione di conoscere suo marito qualche anno fa, un grande imprenditore, un visionario. La sua scomparsa mi ha addolorato»
«Visionario è la parola giusta» concorda Gilda, rabbrividendo. «Si figuri che voleva conquistare il mondo con i ravioli, poverino. Anche la memoria non era il suo forte, spesso si dimenticava di pagare le tasse, ad esempio. Di questo non gliene faccio una colpa, sia chiaro, ma ho dovuto condonare tutto e mi è costato un botto. Lei ne sapeva niente, notaio?»
«Assolutamente no, signora. Posso però comprendere il punto di vista di suo marito, qualcuno la chiama evasione fiscale, altri legittima difesa…»
«A proposito di punti, notaio, che ne direbbe di arrivare al dunque? La sua lettera era un po’ vaga, non trova?» sbuffa Gilda, impaziente.
«Mi scuso se per motivi di riservatezza non ho potuto essere più esplicito ma confido che tra pochi minuti la situazione vi sarà più chiara. I signori sono i testimoni? » chiede Bernasconi, indicando James e nonna Pina. «Geneviève, ha registrato le generalità dei signori?» chiede alla segretaria rimasta in attesa, ed alla risposta affermativa della efficiente dominatrice prosegue:
«Bene, allora se non avete altre domande possiamo procedere»
«Un attimo solo, notaio, che vuol dire che nonna Pina, cioè la qui presente Eusebia Lombardini, sarebbe un testimone? Lei dovrebbe essere la beneficiaria. Che c’entro io con questo negus?»
«Se ha un attimo di pazienza, signora, glielo farò spiegare direttamente dal diretto interessato» risponde il notaio sfoggiando un sorriso che non lascia indifferente James. «Le leggerò la lettera di incarico che l’imperatore fece avere a mio padre, che ha richiesto anni di lavoro per essere onorata…»
Il notaio apre una cartella in cuoio poggiata sulla scrivania e ne estrae un documento; inforca gli occhiali di cui non ha nessun bisogno ma gli danno un’aria autorevole ed inizia a leggere.

“Sento che la mia ora si sta avvicinando, l’Impero è in preda alla ribellione e prima che sia troppo tardi voglio porre rimedio ad un grave torto. Quando dall’Inghilterra tornai in Etiopia, nel 1941, dopo la cacciata degli occupanti, scoprii che tante nostre donne avevano avuto figli da italiani ed erano state abbandonate. Coloni, militari, avevano preso in moglie una etiope per un breve periodo, anche pochi mesi, madamato lo chiamavano; spesso promettevano di portarle con loro in Italia, ma questo non successe mai. Partiti gli italiani queste donne hanno avuto una vita infernale, disprezzate e discriminate, faticando perfino a procacciarsi il cibo; i figli allora venivano abbandonati e disconosciuti e venivano messi nei blefotrofi dove passavano l’infanzia. Io non alzai un dito per aiutarle come avrei potuto, anzi nella smania di punire chi aveva fraternizzato con i nostri nemici le condannai alla solitudine e alla disperazione. Non ebbi pietà nemmeno della mia famiglia: e così quando seppi che anche Halima, la figlia di mia sorella, aveva avuto un figlio da un italiano, rimasi sordo al richiamo del sangue, non le tesi la mano e lei per la vergogna si tolse la vita. Incarico pertanto il vostro studio di ricercare il figlio di questa mia nipote, l’italiano che l’ha abbandonata e gli altri suoi figli, se ne ha avuti e, una volta individuati gli eredi, procedere con l’apertura del testamento.

In fede,
Hailé Selassié, Imperatore d’Etiopia, 7 luglio 1974”

Un silenzio imbarazzato accoglie la lettura; il notaio ripone la lettera nella cartella, si toglie gli occhiali e si rivolge direttamente a Gilda:
«Ci abbiamo messo quasi cinquant’anni, ma alla fine ce l’abbiamo fatta» proclama con orgoglio Bernasconi, e dopo qualche secondo di suspence dichiara: «Quell’uomo, signora Quacquarini, era suo nonno. Arnaldo Quacquarini, nato a Serrapetrona il 20 febbraio 1914, sottotenente»

¹ Il termine madamato designava, inizialmente in Eritrea e successivamente nelle altre colonie italiane, una relazione temporanea more uxorio tra un cittadino italiano (soldati prevalentemente, ma non solo) ed una donna nativa delle terre colonizzate, chiamata in questo caso madama (molto meno di una moglie e poco più che una schiava).

Olena regina d’Abissinia – 4

A Milano, tra la zona Buenos Aires con il famoso Corso e Porta Venezia, con il Museo di Scienze Naturali ed i giardini dedicati a Indro Montanelli, c’è un piccolo quartiere che si chiama Lazzaretto, che occupa lo spazio dell’antico Lazzaretto fatto costruire da Lodovico il Moro, ricordato da Manzoni nei suoi Promessi Sposi. Alla fine dell’800 quanto rimasto venne definitivamente demolito e al suo posto sorsero dei palazzi in stile per lo più eclettico; all’epoca un viadotto lo tagliava in due, dato che la stazione centrale era in Piazza della Repubblica (che si chiamava appunto Piazzale Stazione Centrale) dividendolo in una parte più nobiliare, quella verso Piazza Venezia, e un’altra più popolare. Dagli anni ’30 del novecento, quando la stazione centrale venne spostata nell’attuale posizione, il quartiere conobbe un progressivo degrado e cambiò anche la geografia dei suoi abitanti; si ebbe così una forte presenza di immigrati dal sud, e dagli anni ’70 arrivarono profughi eritrei ed etiopi, che costituirono una nutrita comunità. Oggi la zona, riqualificata con un susseguirsi di interventi, è decisamente multietnica e a testimoniarlo ci sono numerosi bar, ristoranti e ritrovi di tendenza ed è in uno di questi locali, più o meno al centro del quadrilatero, che si ritrovano delle nostre vecchie conoscenze¹.
«Porco mondo Attilio, ma c’era proprio bisogno di venire in questo posto? Già faccio fatica con i cinesi, ma la cucina africana proprio non mi ispira. Non potevamo andare a mangiare un bell’ossobuco col risotto?» protesta Luigi Cazzaniga detto Luisito Lenìn, Luisito in onore di Luisito Suarez regista della grande Inter e Lenìn in onore di Lenìn, leader degli Interisti per la Rivoluzione, con Attilio Trozzo segretario del COLAPARI, Comitato lavoratori pasta ripiena.
«Luisito te l’ho già spiegato: non possiamo farci trovare impreparati e fare la solita figura di provinciali. Il partito ci ha fatto l’onore di mandarci in viaggio di studio, serviti e riveriti, e noi mica possiamo metterci a fare gli schizzinosi!»
«Insomma, meglio sapere di che morte dovremo morire» commenta Alcide Remigi detto Memo, presidente del Mo.Di.Ca. movimento per la dignità del cane, guardando con apprensione il grande piatto al centro della tavola dove sopra pietanze sconosciute svolazza pigra qualche mosca.
«Memo non dire stronzate per favore» lo redarguisce Trozzo. «Se questa roba la mangiano loro possiamo benissimo mangiarla pure noi. Si tratta solo, ehm, di abituarsi» afferma non molto convinto il segretario.
«Non capisco perché il partito agli altri li manda a Cuba e a noi invece in Etiopia» protesta Ambrogio Cantaluppi , delegato del Sindacato Mimi di Strada e Falsi Bambini in Carrozzina «Che cavolo c’entra l’Etiopia? Non è nemmeno più comunista! Va bene essere internazionalisti e terzomondisti, ma lì non c’è niente, era meglio se ci mandavano in Corea del Nord!»
«Basta nostalgie, compagno! Dobbiamo stare al passo con i tempi. Qual è la più grande minaccia al proletariato, oggi?» chiede Trozzo, enfaticamente.
«Lo sfruttamento? L’ingiustizia? La voracità dei capitalisti? La globalizzazione? La finanziarizzazione dell’economia? La guerra per l’accaparramento delle risorse?» ipotizza Luisito, ortodosso marxista.
«Il riscaldamento globale! I cambiamenti climatici, che mettono a rischio la sopravvivenza di milioni di persone e della stessa madre terra. Come dice il Santo Padre nella sua Laudato Sii…»
«Cazzo, Attilio!» lo interrompe Luisito, stizzito. «Non mi sarai diventato anche tu un baciapile? Pensi di fermare il riscaldamento con una preghiera? La lotta di classe ci vuole, lotta dura, altro che paternoster!»
«Ma che padre nostro» lo corregge Trozzo «qui stiamo parlando di azioni fattive e concrete. Ma lo sapete che nel 2019 l’Etiopia per combattere la deforestazione ha piantato in un solo giorno 350 milioni di alberi²? Per raggiungere questo straordinario risultato si sono mobilitate milioni di persone. Questo dobbiamo andare a studiare!»
«Ma che c’entriamo noi?» obietta Memo «Noi siamo metalmeccanici, mica forestali! E poi dove li piantiamo tutti questi alberi in Brianza, che non c’è rimasto nemmeno un fazzoletto di terra libero. Comunque senti, io comincio ad avere fame… signorina?» grida il resistente, alzando un braccio.
La cameriera, una bellissima ragazza con lunghe gambe ed occhi da cerbiatta, lineamenti molto fini ed un gran cespo di capelli crespi in testa, si avvicina sorridendo.
«Signorina, ci può portare le posate per favore? Ha presente, forchetti, coltelli… » mimando l’uso delle suppellettili.
La ragazza sorride, indulgente.
«E’ la prima volta che venite in un ristorante etiope, è vero? Se preferite vi porto le posate, ma non volete provare a mangiare i nostri piatti alla nostra maniera? E’ facile, vedrete, si usano le mani, prendete un pezzo di questo pane, injera si chiama, con quello si raccoglie la pietanza, e si mangia tutto insieme. Provate, è divertente!» li invita sempre sorridendo.
«Se è la vostra usanza, ci adegueremo volentieri…» risponde Luisito, vincendo lo scetticismo «Lei parla molto bene l’italiano, da quanto tempo è qua?»
«Veramente io in Italia ci sono nata; sto per laurearmi in ingegneria dei materiali e delle nanotecnologie, e nel tempo libero vengo a dare una mano ai miei genitori. »
«Complimenti signorina, i suoi genitori saranno sicuramente orgogliosi di lei» la elogia Attilio, con una fitta di invidia dato che si ritrova un figlio della stessa età ma con una strana allergia al lavoro e allo studio. «Ci potrebbe dire in che cosa consistono questi piatti? Così, giusto per avere un’idea…»

E mentre la cameriera spiega ai curiosi clienti gli ingredienti e la cottura di wat, tibs e kifto, in un tavolo appartato due persone parlano a voce bassa tra di loro.
«Sarebbe una grossa perdita, tu capisci che si tratta di milioni, e la nostra società ne avrebbe un grosso danno» dice l’uomo, un bianco corpulento sulla cinquantina, con un completo grigio di buona fattura ed una paio di occhiali dalla montatura dorata, portando in avanti il busto per avvicinarsi all’interlocutore.
«Capisco che è un grosso fastidio per voi, diciamo pure un problema» risponde il commensale, un nero alto e atletico, con capelli cortissimi, naso schiacciato ed una cicatrice allo zigomo destro. «Ma non potete trovare qualche scappatoia legale? Lo dico contro i miei interessi, ma insomma, avete carrettate di avvocati, qualcosa si possono inventare, no?» chiede sarcastico.
«E’ escluso. Dal momento in cui il notaio aprirà il testamento e lo leggerà, la banca non potrà opporsi. Certo, e bada lo dico ipoteticamente, se gli eredi, come dire, sparissero, sarebbe un altro discorso»
«Sparissero, dici? E per quanto tempo?»
«Definitivamente» scandisce l’uomo d’affari.
«Capito. E, ipoteticamente, quanto ci guadagnerei?» chiede il bandito, con un sorriso beffardo.

¹ cfr. Niente sushi per Olena, 2018
² Il governo etiope, nell’ambito del progetto Green Legacy, si è posto l’obiettivo di piantumare in quattro anni, dal 2019 al 2022, 20 miliardi di alberi per combattere deforestazione e siccità. L’iniziativa, oltre a dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, permetterà entro il 2030 di recuperare ben 22 milioni di ettari di terra degradata. Strano che i nostri media non se ne siano minimamente interessati.

Olena regina d’Abissinia – 3

Ay, ay, ay, ay,
Canta y no llores,
Porque cantando se alegran,
cielito lindo, los corazones.

Mentre l’orchestra Los Vincisgraçias a grande richiesta esegue il classico Cielito Lindo, nonna Pina viene interrotta da giovani camerieri che offrono agli invitati dolcetti tipici come churros, flam, buñuelos e cocadas. La centenaria sbocconcella qualche churro intingendolo in un bicchiere di chinguirito¹ dopodiché si accende un sigaro, si appoggia alla spalliera della sedia,rovescia la testa all’indietro, sbuffa il fumo verso l’alto e continua il racconto.
«All’epoca della conquista italiana il negus aveva sei figli; la maggiore si chiamava Romanework, ed era quasi mia coetanea, aveva solo 23 anni ma a differenza mia era già madre di quattro figli. Hailé Selassié scappò subito in Inghilterra con i figli e parte della corte ma Romanework non volle lasciare il marito, che faceva parte della resistenza. Avrebbero fatto meglio ad andarsene anche loro…» dice scuotendo la testa e facendo un’altra nuvoletta di fumo.
«Il marito venne catturato ma è dopo l’attentato a Graziani che tutto precipitò: lui venne fucilato e lei, pare su ordine di Mussolini in persona, venne prelevata e deportata in Italia con i figli»
«In Messico avete delle spiagge bellissime e ne andate giustamenti orgogliosi» cambia apparentemente discorso nonna Pina, rivolgendosi a doña Antonieta. «Ma anche in Italia non scherziamo… conoscete la Sardegna? E’ una grande isola, con intorno altre isolette, con cale e calette meravigliose dove spesso si arriva solo in barca. Una di queste si chiama Asinara, ed è lì che venne portata Romanework.

«Apperò!» scappa detto a Gilda, risvegliatasi di soprassalto. «Non l’hanno trattata tanto male, la principessa, l’Asinara è un paradiso! Ci sono stata con la buonanima di Evaristo, ci aveva portato Flavio² con il suo yacht, c’era pure Noemi e ricordo che aveva fatto un sacco di complimenti alla linea di cappelletti zero calorie, i cazzeri»

«Effettivamente ora tutta l’isola è un Parco Nazionale al centro di un’area marina protetta» risponde nonna Pina sorvolando sul bizzarro nome della pasta ripiena «ma allora era una colonia penale, una specie di Caienna³ italiana, e fino a non molti anni fa era la sede di un carcere di massima sicurezza. Gli unici abitanti erano i carcerati e i secondini… Romanework e i suoi figli vennero alloggiati in alcune casette a Cala Reale, con le damigelle e i dignitari che l’avevano accompagnata; non era proprio incarcerata, ma del resto dove avrebbe potuto andare? La sorveglianza era stretta e scappare non era possibile, le giornate passavano lentamente, e l’unico svago consisteva in qualche passeggiata. Ma perché vi sto raccontando questo, vi chiederete?» chiede nonna Pina addentando un altro churro, e prima che qualcuno possa rispondere alla domanda retorica continua:
«Il fatto è che io ho conosciuto Romanework. Nel maggio del ’36, entrati ad Addis Abeba, Graziani si insediò nella residenza imperiale, palazzo Guenete Leul, e volle dare un ricevimento per i militari e le personalità civili italiane più in vista, oltre ai notabili etiopi che avevano deciso di collaborare con il nuovo governo pensando di riceverne un tornaconto. Ad allietare la serata fu chiamata l’orchestra di Duccio Falconieri, un caro amico, che dato che in quel momento non avevo impegni mi volle come cantante. Ricordo ancora il tragitto dall’aeroporto alla villa, scortati da camionette dell’esercito, e l’ingresso al parco, attraversando la porta sormontata dalle statue di due leoni. C’era tensione nell’aria; si percepiva la diffidenza degli uni verso gli altri, ed inoltre in lontananza ogni tanto si sentivano degli spari, che contrastavano con il messaggio di potenza incontrastata che si voleva dare. Ad un certo punto uscii nel parco a prendere un poco d’aria, e fu lì che la incontrai. Era su una panchina, e stava allattando tranquillamente un bambino; mi avvicinai incuriosita ma prima che potessi raggiungerla un uomo mi sorpassò di corsa e le si inginocchiò davanti prostrandosi con la fronte a terra. Sorpresa, chiesi che significasse tutto questo e l’uomo, che parlava italiano con qualche difficoltà, mi spiegò che lei era la principessa del melograno d’oro, l’erede del negus. Mi sedetti vicino a lei, e parlammo tra di noi, aiutate dall’improvvisato traduttore che era un suo fedele servo. Lei mi disse che si sentiva come un trofeo di caccia e tuttavia non era preoccupata per sé stessa ma per i suoi figli. Le dissi che mi dispiaceva per la sua sorte, e speravo di rivederla in una circostanza migliore, e le dissi anche che se avesse avuto bisogno di qualcosa avrei cercato di fare del mio meglio per aiutarla. Quella fu la prima e ultima volta che ci vedemmo»

Doña Antonieta, scacciato il marito che la reclama in pista per una cumbia, si soffia il naso rumorosamente e prega nonna Pina di continuare.

«La mia promessa era stata azzardata; rientrata in Italia di lei persi le tracce finché un giorno ricevetti la visita di un prete di ritorno da una visita ai prigionieri dell’Asinara ed essendo stato sedici anni in missione in Etiopia aveva riconosciuto la principessa: mi diceva che il figlio minore Gedeon, quello che avevo visto allattare, era in fin di vita per il tifo e se io, tramite qualche conoscenza, avessi potuto far qualcosa per salvare gli altri figli, la principessa mi sarebbe stata riconoscente per sempre. Io feci quel che potei… scomodai qualche amicizia influente e riuscii a farli trasferire a Torino, all’ospedale maggiore, ma nel frattempo Gedeon era morto, e lei era ammalata di tubercolosi. Purtroppo dopo poco tempo anche lei morì, ma serena perché almeno gli altri tre figli erano sopravvissuti; e per sdebitarsi volle donarmi quello che in quel momento le era rimasto di più caro» e così dicendo nonna Pina estrae dalla camicia una catenina d’oro alla quale è appesa una piccola medaglia.
«La medaglia di dama dell’ordine della Regina di Saba»

«Allora è fuorse per questo che negus vuole lasciare voi eredità?» ipotizza Olena, avvinta anche lei dal racconto.
«E chi lo sa, figlietta mia. Tutto può essere, ma ce lo potrà dire solo il notaio. Adesso però direi di lasciar perdere questa storia e pensare a divertirci, abbiamo rubato pure troppo spazio agli sposi. Non c’è qualche messicano libero che faccia fare un balletto ad una vecchia signora?»

¹ Rum messicano.
² Ogni riferimento a persone che infestano la Sardegna con locali da ballo trash è puramente casuale.
³ Famigerato carcere che si trovava nella Guyana francese.

Olena regina d’Abissinia – 2

Nonna Pina si siede, scossa. Olena, preoccupata, lascia le due lottatrici sguazzare nel fango e si avvicina alla vegliarda alla quale la lega un affetto filiale, cementato nei due anni in le ha fatto da badante, infiltrata in casa Rana per sventare le trame di dominio del mondo del nipote Evaristo¹.
«Babushka, voi sente male?» chiede tastandole il polso, riscontrando fortunatamente un battito forte, anche se accelerato dall’agitazione. Intanto James si è avvicinato con un bicchiere di acqua fresca e la Calva Tettuta, sfilato il sombrero dalla testa dello zio Ramon, lo sventola per farle aria, mentre un capannello di invitati si appressa al tavolo, ognuno desideroso di dare una mano e soprattutto dispensare consigli non richiesti.
«Che succede, nonna? Sembra che abbiate visto un fantasma» chiede Gilda, guardandosi intorno per cercare di individuare la presenza del de cuius, il cui spirito vaga inquieto a Villa Rana ma solitamente non va in trasferta.
Nonna Pina fa un gesto di fastidio con le mani per allontanare i curiosi; poi ignorando l’acqua fresca offerta da James abbranca la bottiglia di tequila e se ne versa una dose abbondante.
«Un fantasma… non sei molto lontana dalla realtà. E’ una storia lunga e ve la racconterò ma non oggi, non voglio rovinare questa bella festa con una storia triste» vorrebbe glissare nonna Pina, ma nel frattempo una buona fetta delle invitate, appassionate di telenovelas e di storie tristi, ha spostato le sedie e si è piazzata a semicerchio attorno alla ultracentenaria. Notando un certo assembramento anche l’orchestra si ferma, e il bassista cubano Giorginho Torres è pronto ad estrarre dal fodero la bottiglia di Rum Mathusalem delle grandi occasioni, ma i musicisti vengono subito richiamati all’ordine dal maestro Dieguito Guardatì preoccupato che don Ignacio non versi il saldo di quanto pattuito, indispensabile per pagare la rata in scadenza degli strumenti e soprattutto gli alimenti alla ex-moglie Luana Patacon.
Nonna Pina, vedendo che l’uditorio si è fatto numeroso, e persino Dona Antonieta ha preso posto in prima fila, scrolla la testa.
«E va bene, ma poi non dite che non vi avevo avvisato» dichiara, invitando Olena a sedere vicino a lei; poi inghiotte un sorso generoso di tequila ed inizia il racconto.
«Era il 1935 e l’Italia fascista decise di invadere l’Abissinia. Detto così fa un po’ ridere, anche perché l’Etiopia è grande tre volte l’Italia: comunque Mussolini inviò un esercito per conquistarla e nel giro di nove mesi gli etiopi, coraggiosi ma decisamente meno armati, furono sconfitti anche grazie all’uso spregiudicato di gas come l’iprite e le arsine che tante stragi avevano fatto nelle trincee della Prima Guerra Mondiale ed erano stati messi fuori legge, ma cosa importava ai conquistatori? Io ero giovane, ero arrivata da poco al successo come soubrette e vivevo in un mondo ovattato, ma ricordo che in Italia c’era molta euforia, l’Etiopia era un paese dove esisteva ancora lo schiavismo e ci raccontavano di civilizzazione, di spazio vitale, di posto al sole: Adua era vendicata, e tutto il Corno d’Africa (tranne una piccola parte rimasta agli inglesi) era italiano! Furono commesse innumerevoli atrocità, alla faccia degli italiani brava gente, che raggiunsero il culmine dopo il 19 febbraio 1937, quando due giovani patrioti etiopi lanciarono delle bombe a mano contro un gruppo di autorità italiane tra cui il maresciallo Graziani che dopo la campagna era stato nominato Viceré, che venne ferito seriamente.
Addis Abeba venne allora messa a ferro e fuoco, abitazioni date alle fiamme, gente trascinata per strada e lì trucidata; forse avrete sentito parlare di Debra Libanòs, un grande monastero preso di mira perché si riteneva che appoggiasse i ribelli, dove vennero sterminati tutti i preti, i monaci, i diaconi, gli studenti di teologia, i maestri… ma tutto questo lo scoprimmo anni, decenni più tardi: allora dovevamo costruire l’Impero per la gloria dei Savoia, quei disgraziati, e convincere gli etiopi con le buone o le cattive che il nuovo imperatore Vittorio Emanuele III era meglio del loro. Perché loro un imperatore ce l’avevano già: il Negus neghesti, o re dei re, Hailé Selassié che voleva dire “Potenza della Trinità”.»

«James?» chiama sottovoce Gilda, per non disturbare il racconto.
«Signora?»
«Mi sto perdendo. Chi sarebbe questa Adua, la famosa abissina della canzonetta “aspetta e spera eccetera eccetera”? Che tra l’altro è la sigla del nuovo governo, sbaglio?»
James sorride, indulgente verso le lacune storiche e non solo della sua datrice di lavoro.
«No signora, Adua è una città del nord dell’Etiopia, nella regione del Tigrè, abbastanza vicina all’Eritrea. In questa zona nel 1886 si svolse una battaglia, tristemente famosa, dove l’esercito italiano subì una disastrosa disfatta da parte degli abissini guidati dall’allora imperatore Menelik II. Il mio trisavolo Filiberto vi prese parte ed ebbe la fortuna di tornare a casa sano e salvo ma non fu più lo stesso, pare che di notte si mettesse di vedetta sul tetto del fienile con il suo Carcano modello 91 in attesa dell’arrivo degli abissini. Fu uno scontro impari: gli italiani erano meno di 18.000 compresi 7.000 àscari, soldati indigeni; gli abissini erano circa 120.000 e oltretutto conoscevano bene il terreno, mentre i nostri avevano delle mappe approssimative. Insomma fu un massacro, che ebbe ripercussioni politiche e che oltretutto interruppe le ambizioni coloniali italiane per molto tempo, fino appunto al 1935»

Il lieve russare della Calva Tettuta, alla quale è calata la palpebra complice senz’altro l’abbondante libagione, induce il maggiordomo a sospendere la lezione di storia patria; sfilato un cuscino dallo schienale di una poltroncina lo pone tra il tavolo ed il capo di Gilda e, vedendo che persino i koala si sono seduti ai piedi di nonna Pina, si appresta a seguire il prosieguo del racconto.

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017

Olena regina d’Abissinia – 1

“Ho solo una vaga idea di dove approderemo.
Intanto partiamo, poi si vedrà.”
Cristobàl Pallançon, esploratore portoghese, 1512

«E tu, Paio, vuoi prendere come tuo legittimo sposo il qui presente Miguel per amarlo, onorarlo e rispettarlo, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà finché morte non vi separi?»

Paio Pignola, raggiante nell’abito a sirena realizzato nell’atelier di Jean-Astolphe Girifalchi, in testa una coroncina di perle Akoya, si volta sorridente verso i paggetti che le hanno retto lo strascico durante la marcia nuziale ovvero il piccolo Chico, frutto di una notte d’amore tra Miguel e Conchita la donna barbuta, e due koala suoi amici conosciuti a Villa Rana dove la colonia di cui facevano parte era stata ospite per un lungo periodo quando dei devastanti incendi avevano distrutto il loro habitat in Australia. Torna poi a guardare il suo Miguel, che per l’occasione ha scelto un sobrio completo fucsia con scarpe Cucchiaroni in tinta e camicia senape, rimasto in trepida e preoccupata attesa.
«Sì! Yo lo quiero tambien!»
Un sospiro di felicitazione ma soprattutto di sollievo si leva dagli oltre trecento invitati, seduti su poltroncine in velluto verde poste in file parallele nel cortile dell’hacienda Pedro Pineda di proprietà di don Ignacio, padre di Miguel, invitati che accaldati dal sole marzolino accolgono con soddisfazione la formula finale che spianerà la strada al ricco banchetto:
«Con i poteri conferitomi dallo stato di Zacatecas vi dichiaro marito e mogl… marito e marit… insomma fate voi. Per me siete sposati.»
L’ufficiale di stato civile Aloysio Tamburron, per gli amici Lisetta, delegato dal sindaco di Laguna Seca, conclude così la breve ma toccante cerimonia con la quale i fidanzati di lungo corso coronano il sogno d’amore.
«Evviva gli sposi!» urlano gli invitati entusiasti , gli uomini sventolando i larghi sombreri e le donne gli scialli variopinti; Paio effettua il lancio del bouquet, momento atteso dalle damigelle Pamela e Lulù, nella vita affiatata coppia di lottatrici nel fango, ma eccede in entusiasmo e il mazzo atterra in decima fila in grembo all’anziana zia Candelaria, zitella e perpetua del parroco don Apolinario, che lo accoglie come presagio di buon augurio e si rifiuta di cederlo alle speranzose donzelle.
Don Ignacio, con la pancia trattenuta a stento nell’abito tradizionale, si liscia i mustacchi mentre discute con sua moglie, la rotondetta e baffuta Dona Antonieta:
«Non capisco perché non si sono sposati in chiesa. Chissà che ci avrà trovato quella stangona in quel fregnone di nostro figlio? Comunque spero che arrivi presto qualche nipotino, lei sembra portata, che ne dici moglie?»
Dona Antonieta alza gli occhi al cielo, scoraggiata.
«Ignacio, a guardarti mi verrebbe da dire che se abbiamo fatto un figlio noi può darsi che ci riescano anche loro. Andiamo dagli invitati adesso, prima che quelle cavallette spazzolino tutto il buffet. E non bere come al solito, che diventi ridicolo»
«Porca miseria Antonieta, non cominciare subito a rompere los cojones. Si sposa il nostro unico figlio, quando ci ricapita? Orchestra, attacca con la musica!» ordina don Ignacio al famoso complesso Los Vincisgraçias assoldato per l’occasione.

Le tavolate si animano man mano che le portate si susseguono e vino e pulque¹ scorrono copiosi ; gli ospiti d’onore sono fatti oggetto di mille premure: Gilda, che a coprire la calvizie sfoggia il nuovo turbante in seta Mantero con farfalle stampate, tra assaggi di nachos e sopitos , enchiladas e tamales volteggia in pista dividendosi tra lo zio dello sposo Ramon e il cugino Fulgencio, che la coinvolgono in scatenati huapando, bamba e jarana; Svengard, che dopo un triplete di tequila si è liberato di giacca e camicia, è impegnato in una gara di tiro alla fune contro una decina di ragazzotti del posto, suscitando sguardi di ammirazione unisex; nonna Pina pilucca delle chapulines, cavallette fritte, intingendole nella salsa guacamole e sorseggiando un margarita, godendosi l’esibizione delle due damigelle per le quali è stata allestita una piscinetta piena di melma e che, istigate dalla sposa, hanno avuto la discutibile idea di sfidare Olena la quale, dopo averle immobilizzate, invita il pubblico a schiaffeggiare loro le terga con dei rami di salice piangente; e last but not least James, impeccabile nel suo abito Diego de la Vega, fuma il sigaro offertogli dall’ufficiale di stato civile Tamburron, un Robusto Revolution Ovalado di cui non gli sfugge il nome della marca, Te Amo.

La pace e la serenità della festa vengono disturbate da un uomo a cavallo che varca l’arco del portone dell’hacienda; arrivato nelle vicinanze di don Ignacio scende agilmente di sella ed estrae da un capiente borsone in pelle una busta che gli consegna prontamente. Il padrone di casa ignora la mano protesa in attesa di mance e si dirige, accigliato, verso la destinataria della missiva.
«Mi dispiace disturbarvi ma il postino dice che è urgente, señora. Spero non sia niente di grave»
Gilda, ancora arrossata dopo l’ultimo norteño², guarda allarmata la busta e si rivolge al fido maggiordomo:
«James! James caro, puoi venire un attimo?»
James accorre solerte, lasciando momentaneamente sola Lisetta.
«Desidera, signora?»
«James, che tu sappia abbiamo in sospeso qualche affare con l’Agenzia delle Entrate? I contributi Inps sono a posto? Non vorrei ritrovarmi alle calcagna qualche esattore»
«Che io sappia, signora, non abbiamo pendenze significative. Ci sarebbe quella piccola vertenza con gli addetti all’imbustamento ai quali un quinto dello stipendio è stato pagato in tortelli della linea vegana in scadenza, ma niente di cui preoccuparsi eccessivamente»
«Be’, se è così togliamoci il dente. Chi è che ci scrive, James?»
Mentre don Ignacio, discreto, si allontana, James apre la busta, ne estrae un foglio e lo scorre brevemente.
«E’ lo studio del notaio Bernasconi di Lugano. La convoca in merito ad un testamento»
«Un testamento dici? Sarà morta zia Varna a Serrapetrona, finalmente? Aveva promesso di lasciarmi gli orecchini del suo matrimonio del ’54. Però mi sembra un po’ esagerato metterlo per iscritto con un notaio svizzero, gli sarà costato più del valore degli orecchini»
«Non credo si tratti di questo, signora. Il notaio accenna ad una eredità del Negus»
«Negus, Negus? Il nome non mi dice niente. Sarà mica un parente di Evaristo?» ipotizza la vedova Rana, alludendo al defunto marito. «Nonna Pina?» decide allora di dissipare il dubbio Gilda, agitando un braccio per richiamare l’attenzione della centenaria. «Nonna, conosce per caso un certo Negus? Pare che ci abbia lasciato un’eredità» chiede allora, interpretando come risposta affermativa lo sguardo stupito di nonna Pina, con la bocca rimasta aperta, e il rumore del bicchiere di margarita che le scivola dalle mani e cade in terra rompendosi in mille pezzi.

¹ ll pulque è una bevanda alcolica prodotta dalla fermentazione della linfa dell’agave, tra 5 e 10% di gradazione alcolica. Assieme alla tequila è considerata la bevanda nazionale messicana.
² Un tipo di polca messicana

Tre stelle per Olena – 45

«Che c’entra mia sorella, adesso?» insorge Trésomarie. «Lasciatela fuori da questa storia! In questa sala c’è una pazza che ha tentato di avvelenarmi e solo per un miracolo non c’è riuscita, e lei tira in ballo mia sorella. Cosa vorrebbe insinuare?»
«Non si innervosisca signor Trésomarie, non ce n’è motivo. Voglio raccontarle una storia, preciso che si tratta di fantasia ma lei mi interrompa quando vuole, se ci ritrova qualcosa di familiare»
Auguste Trésomarie incrocia le braccia e sbuffa, infastidito.
«Devo tornare indietro di quindici anni» inizia Montesi «Non credo tutti sappiano che a Parigi c’è un’università famosa in ambito alimentare che si chiama Istituto di Tecnologia per la vita, l’alimentazione e le scienze ambientali, meglio conosciuta come Agro ParisTech. Si trova nel quartiere latino ed è frequentata da circa 3000 studenti, parecchi dei quali stranieri, accolti con i diversi programmi di scambio culturale. Ed è qui, sulle rive della Senna, che si conoscono due matricole: lei, una ragazza francese bella, minuta, con dei lunghi capelli castani, il volto sempre sorridente ricoperto di leggere efelidi, chiamiamola pure con un nome inventato, diciamo Lucrèce? E lui, un ragazzo alto, simpatico, con dei capelli ricci e neri, una leggera miopia ed il vezzo di indossare degli occhiali eccentrici; è italiano, romano per la precisione, anche se arriva da Parma dove è iscritto a Scienze dell’Alimentazione, senza grande profitto: non si ammazza di studio ma in compenso ha una gran voglia di girare il mondo e conoscere gente: vogliamo chiamarlo, che so, Alessandro?»
A questo punto lo chef francese si sistema rumorosamente sulla sedia dando segni di insofferenza, ma il maresciallo non dà mostra di accorgersene e continua:
«Lei è piena di entusiasmo, la sua ambizione è quella di sperimentare nuovi modi di usare il cibo, di esaltare i sapori: suo fratello maggiore infatti, che lei adora, da qualche anno ha aperto un ristorante che sta ingranando, i clienti sono contenti ma a lei non basta che il locale di suo fratello vada bene, vuole semplicemente che sia il migliore»

«Una ragazza d’oro, quella Lucrèce. A trovarne!» commenta Gilda sottovoce a James, al quale gli occhi iniziano a farsi lucidi.

«Lui invece è sì incuriosito dai segreti dell’alimentazione, ma si sta convincendo sempre più che non sia quella la sua strada: lo attira lo spettacolo, recita, sia pure da dilettante, e sente di doversi impegnare per realizzare questa sua aspirazione. E’ affascinato dalla serietà e dalla determinazione di Lucrèce, dal fuoco che sente ardere dentro di lei, come lei è conquistata dal suo fare scanzonato, dalla battuta sempre pronta, dalla apparente leggerezza sotto la quale coglie una forte volontà di emergere. Insomma, i due ragazzi si innamorano; iniziano a fare qualche progetto, ma più per scherzo che altro, sono così giovani… quello che conta per loro adesso è stare insieme ed amarsi; Alessandro promette a Lucrèce di portarla a visitare l’Italia, e lei di farle conoscere le bellezze della Francia. Così una domenica di giugno, poco prima della fine dell’anno accademico, decidono di fare una gita in Normandia, ad Etretat, per ammirare le falesie che rendono famosa quella località. Che meraviglia! Il bianco delle scogliere ammalia Alessandro, e i due decidono di noleggiare una barchetta per osservarle dal mare»

Auguste Trésomarie si agita, sempre più nervoso. Montesi sembra raccogliere le forze, lo sguardo serio e concentrato, e continua.
«Non è mai stato chiarito cosa sia successo. Un’onda anomala, o la scia di un traghetto, il passaggio di un motoscafo troppo vicino, o forse un movimento azzardato… la barca si rovescia, i ragazzi cadono in mare. Ma solo uno dei due si salverà»
Trésomarie è terreo in viso, le labbra sono serrate, le mani artigliano la sedia. Olena, ad un cenno di Montesi, gli si mette alle spalle. Infine l’urlo del francese rompe il silenzio.
«Quel bastardo l’ha lasciata morire! L’ha vista affogare e non ha fatto niente!»

Tutti gli occhi sono ora puntati su Trésomarie, che è in piedi scosso da tremiti di rabbia.
«Lei voleva molto bene a sua sorella, non è vero signor Trésomarie? Le ha fatto da papà dopo che i vostri genitori vi hanno abbandonato. La sua perdita era intollerabile, e in quel modo…»

Lampi di odio si sprigionano dagli occhi del francese, che si tormenta le mani.
«Un banale incidente…» dichiara Montesi, con dolcezza. « Il ragazzo si salvò perché riuscì ad aggrapparsi allo scafo rovesciato, ma per sua sorella non ci fu niente da fare. Alessandro non sapeva nuotare, e non poté aiutarla»
«Quell’assassino! Non sapeva nuotare, ma non si preoccupò di indossare il giubbetto di salvataggio, e di farlo indossare a mia sorella! Che non sarebbe mai salita su quella maledetta barca se non fosse stato per lui!» grida tutto il suo disprezzo Auguste.
«Da giovani ci si crede invulnerabili e si commettono delle sciocchezze che a volte si pagano care» riflette Montesi, che con quelle “sciocchezze” ha a che fare tutti i giorni. «Da quanto tempo si era reso conto che Alessandro Turchese era quello che riteneva responsabile della morte di Lucrèce, signor Trésomarie?»
Trésomarie si siede, come sgonfiato; si massaggia il collo con entrambe le mani, ed inizia il suo racconto.
«Quando Turchese è venuto nel mio ristorante per invitarmi al suo show non l’ho riconosciuto. Lucrèce lo aveva portato lì un paio di volte, e sempre di corsa; all’epoca poi me l’aveva presentato con il suo vero nome, Mario Marchegiani : Turchese è il nome d’arte che ha assunto quando è entrato nel mondo dello spettacolo. Ma tutto questo l’ho scoperto dopo…»
«Allo show dell’anno scorso» ipotizza Montesi, e Trésomarie annuisce, confermando.
«Durante la premiazione mi si è avvicinato, e ho visto che indossava il braccialetto che io avevo regalato a Lucrèce per i suoi diciotto anni… solo in quel momento ho collegato tutto. Forse considerava quel premio come un risarcimento per il male che aveva causato, forse pensava di comprare il mio perdono? Ma l’unico esito che ha ottenuto è stato quello di riaprire la mia ferita»
«E’ stato in quel momento che ha iniziato a pensare come fargliela pagare, è vero?»
Trésomarie continua, senza rispondere.
«Ho avuto molto tempo, sapevo che quest’anno avrei partecipato come presidente di giuria. Ho anche pensato di assoldare un professionista, ma non avrei avuto la stessa soddisfazione. Ho valutato diverse possibilità, e poi ho scelto quella più congeniale all’ambiente culinario: l’avvelenamento. Quello che peraltro tanti miei colleghi mettono in atto tutti i giorni e senza neanche essere puniti» aggiunge rivolto agli chef presenti, con perfidia.
«Mi sono procurato il Gelsemium elegans, non è stato facile e mi è costato parecchio, ma sapevo che la tossina, ingerita, non lasciava scampo. Bisognava solo trovare il momento giusto, versare qualche goccia in un drink, su una pietanza… pensavo di farlo durante il rinfresco finale, nella confusione nessuno avrebbe notato niente, ma Turchese stesso me ne ha offerto l’occasione»
«Turchese? E in che modo?» chiede Montesi, stupito.
«Quello stupido ingordo si stava strozzando col raviolo cinese e non riusciva a respirare. Il raviolo non era avvelenato come avete pensato, era solo una schifezza e gli era andato per traverso. Forse sarebbe crepato lo stesso, ma perché rischiare? Mi sono avvicinato, tutti hanno pensato che lo stessi aiutando, e mentre ero chinato su di lui ho estratto la boccetta e gli ho spremuto in bocca una pipetta di Gelsemium. Gli ho detto “per Lucrèce” e sono rimasto a guardare mentre moriva»

Un silenzio inorridito accoglie la confessione di Trésomarie. Montesi lo rompe, rischiarandosi la voce.
«Turchese non era uno stinco di santo, era sicuramente eccessivo, manipolatore, disposto a tutto per un punto di audience, ma non era un assassino. Il suo è stato un omicidio premeditato senza alcuna giustificazione… Auguste Trésomarie, in nome della legge la dichiaro in arresto, ci segua senza opporre resistenza» intima allo chef, poi rivolge uno sguardo a sua moglie Ines ed alla ragazza che le siede di fianco; le vede sorridere ad Olena, rimasta alle spalle dell’assassino, e finalmente capisce.
«Per la miseria, ho una figlia. Me la vedo brutta» pensa Montesi preoccupato, mentre prende Trésomarie sottobraccio e lo trascina verso l’uscita.