Ferragosto con Olena (X)

Com’è bello far l’amore
da Trieste in giù
com’è bello far l’amore
io son pronta e tu?

Miguel, il giardiniere tuttofare, abbracciato al rastrello con il quale ramazza le foglie cadute da una delle querce secolari del parco di villa Rana, si esibisce in una personalissima versione di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà ad uso e consumo del pappagallo celtico Flettàx.
Il pennuto sembra apprezzare, e lo dimostra concludendo il ritornello con una citazione dotta: «… ma poeù vegnen chì a Milan… Terùn!»
«Miguel… ppsst… Miguel!» Da un cespuglio adiacente la quercia, una voce in falsetto richiama l’attenzione del messicano. Miguel lascia cadere il rastrello e si avvicina incuriosito al cespuglio, scosta le foglie e prorompe in un gridolino di sorpresa: «Tu?! Paio? Paio, mi amor, que haces aquì?»
«Sshh… habla piano, Miguel…» dice sottovoce Hector García, in arte Paio Pignola. «Tu mi devi aiutare…»

Nel ristorante tipico “Casa Castalda”, situato nell’omonimo borghetto in provincia di Perugia, il proprietario nonché cuoco Lollo Cavaturaccioli meglio conosciuto come “Il mago della crescia” sta sovraintendendo all’allestimento dei numerosi tavoli all’aperto, tutti prenotati per l’attesissima finale di Miss Saltarello che si terrà di lì a poche ore sul palco allestito proprio di fronte al locale. Per il premio speciale al miglior gruppo folcloristico favoritissimo è il gruppo “Li ‘ngrifati de Montemeló” che, trascinati dalla famosa coppia di stornellatori Gustì de Pertecaró e Mariuccia Olivieri detta Fiencacelli e accompagnati dal funambolico organettista Leone Cacciamà, hanno affrontato una trasferta di ben 85 km pur di portare a casa per il quinto anno consecutivo il prestigioso premio “La crescia d’argento”.
I due improvvisatori stanno scaldando la voce con qualche rima sapida, mentre il corpo di ballo composto da ben dodici robuste ragazzotte dodici e relativi accompagnatori sgambetta allegro:

Gustì:
Me lo dicìa sempre la pora nonna
la tigna è sempre stata la ruvina della vigna
la vigna rovinata dalla tigna
uva ne fa tanta, ma non se magna
allora, cocca mia, mpara na cosa
a volte bisogna pur darla la pelosa.¹

Mariuccia:
Da lontano se sente che prufumi d’ignoranza
mammata te n’ha data proprio tanta;
scì natu in un periodu de bbonnanza
se ne venni una metà, troppa te ne ‘vvanza.

Il terzetto di ottantenni che risale lentamente la salita che porta alla piazzetta attira l’attenzione di Lollo. Si ferma un attimo, con lo strofinaccio in mano, e li osserva dirigersi verso il palco. Il più alto dei tre, che indossa una specie di saio marrone, fissa lo stornellatore con calma ma decisione. Quando Gustì se ne accorge rimane a bocca aperta per la sorpresa, lasciando Mariuccia senza l’attesa risposta. Quando si riprende, lascia alla partner il cembalo che usa per accompagnarsi e scende le scalette del palco, avvicinandosi al terzetto che lo aspetta a braccia conserte. Finalmente recupera la favella:
«Virginio, cazzo, mi stavi facendo prendere un colpo. Che ci fai con ‘sti rincoglioniti?» indicando Oscar e Armando, che ridacchiano sotto i baffi.
«Siamo venuti a prenderti, Agostino. Ci serve un batterista» spiega il Santone, con un accenno di sorriso, e continua: «E’ ora di fare quel lavoretto. Il Russo è tornato»
«Il Russo… lo sapevo che non era morto, quel bastardo!» sibila Agostino con disprezzo.
«Ancora no, gli serve una spintarella» lo informa Armando Grasparossa. Poi, guardando verso il palco: «Ma quella non è Mariuccia? Ma almeno te l’ha data dopo tutti ‘sti anni?» ridacchia il fisarmonicista.
«Sta’ zitto rimbambito, non farti sentire che è ancora una jena…» lo zittisce lo stornellatore «per tua informazione abbiamo cinque figli e diciotto nipoti, ma non ha ancora voluto sposarmi»
«Bè, quando torniamo falle la dichiarazione. Io ti suono l’Ave Maria, però sbrigati, che sennò mi tocca suonarti il Requiem Aeternam» ridacchia a sua volta Oscar Calatrava.
«Vaffanculo, Oscar». Poi, girandosi preoccupato verso il palco dove la compagna Mariuccia lo aspetta con le mani ai fianchi ed un’espressione infastidita sul viso:
«Mariuccia, amore mia, devo partì pe quarche jornu co ‘sti amici, non te sta’ a preoccupà»
Mariuccia squadra il quartetto, scuotendo la testa, poi si rivolge direttamente al Santone, guardandolo negli occhi.
«Tu non molli mai, eh? Lo sapìo che un jornu o l’antru saristi ‘rriatiu, è da quanno è morta la pora Giovanna che te ‘spettavo… »² Poi, dopo aver guardato Agostino con tenerezza, continua:
«Vidi de ‘rportarmilu a casa ‘ssu testó… che sennò, se non te ‘mmazza quillu te ‘mmazzo io»
Poi gira loro le spalle, e rivolta al gruppo folcoristico dichiara: «Ragazzi, Gustì non se sente bene. Stavolta faccio tutto io… daje Cacciamà, ‘ttacca»

«Natascia, figlietta mia, quanto manca per arrivare? Che questi sedili non sono proprio comodi, sai»
Nonna Pina, seduta al posto del secondo pilota, osserva Olena manovrare i comandi del vecchio Antonov An-2. «E poi sinceramente preferirei rimettere i piedi sulla terraferma, questi rumori non sono per niente rassicuranti» dichiara la ultracentenaria.
«Tranquilla, babushka, questo aereo è gioiellino. Scarta leggermente a destra in decollo, ma quando in aria sicuro come poltrona di casa. Ora speriamo che in atterraggio non andiamo in mille pezzi» dice la russa, concentrata.
«Spero questo macinino sia assicurato» chiede preoccupata nonna Pina «che ripagarmi come nuova costerebbe una fortuna»
«Ah, ah, avete ragione babushka… ma non ci sarà bisogno, io scherzavo…»
Nonna Pina guarda Olena con stupore «Aspetta aspetta che controllo se sta arrivando una tempesta di neve. Tu scherzavi? Ah, ah, Natascia non sai come mi fai contenta, ero preoccupata per te!»
«Preoccupata babushka? Perché mai?» chiede la russa.
«Perché ti ho visto triste, pensavo che avessi qualche problema… tutto a posto allora?»
«Si, tutto a posto babushka, davvero» conferma Olena, con lo sguardo fisso all’orizzonte.
«Bene, sono contenta per te» approva nonna Pina. «Allora dai, accelera che così arriviamo prima di mia nuora e del maggiordomo. Però, Natascia, posso chiederti una cosa?»
«Certo babushka, cuosa?»
«Come mai hai tolto di nuovo i serbatoi e rimesso le mitragliatrici?»

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¹ Tratto da “Stornelli marchigiani” di Leucano Esperani www.luoghifermani.it
² trad. Lo sapevo che un giorno o l’altro saresti arrivato, ti aspettavo da quando è morta la povera Giovanna. Vedi di riportarmelo a casa questo testone… che se no, se non ti ammazza quello ti ammazzo io.

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Ferragosto con Olena (IX)

Nel bel mezzo della ampia camera di nonna Pina, dalle cui finestre si gode una splendida vista del palazzetto del ghiaccio padronale dove la nazionale sudanese di curling si sta allenando in vista delle Olimpiadi Invernali del 2022, un uomo ritto sopra uno sgabellino sta cercando di prendere le misure ad una donna statuaria che è in piedi di fronte a lui con le braccia allargate.
«Quanto tempo ancora io deve cuosì restare?» chiede la donna, mentre con uno sbuffo si rialza una ciocca di capelli biondi che le era calata sugli occhi.
«Chi bella vuol comparire qualche pena deve soffrire» risponde provocatoriamente James il maggiordomo, reggendo la cartellina delle misure che il sarto gli ha affidato.
«Tu non dire altra parola se tiene tuoi gingilli, si?» suggerisce amichevolmente Olena a James che assiste con aria divertita alla cerimonia.
«Uh, siamo permalosetti stamattina!» constata il maggiordomo, tenendosi ad ogni buon conto a distanza di sicurezza. «Cosa avrò mai detto di male? Solo che la divisa da suorina ti si confà, ti dona un certo qual  tocco sbarazzino. Tra l’altro mi ricordi una cara amica, assistente alla poltrona del mio dentista, che veniva spesso invitata a delle cene eleganti purché ci andasse vestita da crocerossina. Una carriera fulgida.»
«Chiudi tua buocca o io appalluottola te!» sbotta Olena.
«Devo solo avvisarti che dovrai cambiare qualche accessorio. Quelli, ad esempio» continua James, indicando gli stivali di pelle che le arrivano fin sotto il ginocchio. «Calzini bianchi, cara mia, e sandali. Fattene una ragione.»
«No, no, ferma, non muoverti, che ti pungo!» intima il sarto ad Olena, intuendo che questa si appresta a dar seguito alle minacce.
«Ma che impazienza carina, un attimo che Jean Astolphe tuo ha quasi finito. James bello, stai prendendo nota?» chiede il famoso stilista, Jean Astolphe Girifalchi, a suo cugino James, il maggiordomo.
«Certo Oronzo, non sto mica qui a pettinare le bambole!» risponde James, al quale il ruolo di ragazzo di bottega non aggrada.
«Ma come siamo tutti nervosetti oggi!» constata lo stilista. «Poi quante volte ti ho detto di non chiamarmi Oronzo,  quella dell’Oronzo è storia passata. Chiamami Jean Astolphe o Maestro, o Maestro Jean Astolphe, come preferisci» E dopo aver redarguito il cugino, che a fatica si trattiene dal ricordare al congiunto gli scappellotti scambiati da bambini insieme ai vestiti delle sorelline, si allunga con la fettuccia verso Olena e detta le misure:
«Petto 90. Vita 60 e… fianchi 90. E ti pareva. Qui ci vorrà un sacco di stoffa.» commenta il sarto, disapprovando l’opulenza della modella.

Nel sagrato del duomo di Pennabilli lo sposo Ubaldo Campetelli passeggia nervosamente avanti e indietro, aspettando l’arrivo della sposa, Iginia Passannanzi. I testimoni dello sposo sbadigliano, provati dalla nottata precedente dove avevano festeggiato l’addio al celibato dell’amico nella vicina Rimini, girovagando da un locale all’altro collezionando una discreta dose di birre scure doppio malto e whiskeis torbati. Al culmine della festa si erano ritrovati in un locale sudamericano dove impazzava una musica eseguita da un’orchestra cubana in tournée, gli “Adelante Compañeros”, ed in pista una mulatta considerevole, sebbene dai tratti un pelino troppo marcati, che mostrava di non avere pregiudizi di sorta verso la categoria dei testimoni di nozze.
L’organista Oscar Calatrava, vecchio jazzista costretto a suonare a matrimoni e ricevimenti per sbarcare il lunario, seduto davanti alla tastiera del grande organo a canne Aletti 1930 che troneggia nella Cantoria è pronto ad attaccare la Marcia Nuziale di Richard Wagner, al segnale concordato con il sagrestano Duilio Marangoni, terrore dei chierichetti.
Oscar sistema i registri del vecchio organo, e ringrazia che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di sposarsi, cosa che da parte sua aveva rimpianto da tempo e precisamente da quando aveva trovato sua moglie, Zelinda Cicconi, a letto con il portalettere Luigino Giovanardi, avvenimento che a suo tempo aveva arrecato scalpore in quanto non è usuale veder correre per le vie del paese un portalettere nudo inseguito da un organista munito di doppietta.
Lo scricchiolio delle scale di legno che portano alla Cantoria lo distoglie dai suoi pensieri.
«Ma chi cavolo…» fa appena in tempo a dire Oscar, prima che la porticina che da sulle scale si apra, cigolando.
L’uomo che gli si para davanti ha capelli lunghi, bianchi, ed una barba anch’essa bianca. Indossa una tunica marrone lunga, da monaco, con una sacca di juta a tracolla.
«Ma che…» dice Oscar, alzandosi in piedi di scatto, con la velocità che gli consentono i suoi ottantuno anni. «Tu?» dice infine all’uomo, che è sbiancato come alla vista di un fantasma «Johnny? Ma… non è possibile!»
L’uomo lo guarda, quasi con tenerezza, poi scuote la testa su e giù, annuendo lentamente.
Oscar capisce. Annuisce a sua volta, poi chiude il coperchio della tastiera dell’organo e spegne l’interruttore. Raddrizza le spalle, e mormora: «E’ da quarant’anni che ti aspettavo»

Finalmente la sposa arriva, scende dalla Torpedo d’epoca affittata per l’occasione e sale raggiante le scale del sagrato. Sposo e sposa, affiancati dai relativi genitori, si preparano a fare l’ingresso, attendendo le solenni e gioiose note della Marcia Nuziale. Duilio il sagrestano si sbraccia verso la Cantoria, dove Oscar non da segni di vita.
«Vecchio ubriacone, si sarà addormentato» pensa tra di se, e facendo cenno agli sposini di aspettare  si appresta a salire dall’organista.
«E che cazzo!» scappa detto al sagrestano, non trovando Oscar al suo posto.
«Ma dove cavolo è andato quel rimbambito?» osservando gli spartiti sparpagliati in terra; poi, sporgendosi dalla Cantoria, fa cenno al prete di aspettare un momento e si precipita giù dalle scale per comunicare al quasi sposo che dovrà fare a meno della musica.
«Cominciamo bene» pensa Ubaldo allargandosi il colletto della camicia, lanciando uno sguardo imbarazzato alla bella Iginia ed uno preoccupato a Ursus Passannanzi, il futuro suocero.

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Ferragosto con Olena (VIII)

Oči čёrnye, oči strastnye,
oči žgučie i prekrasnye,
kak ljublju ja vas, kak bojus’ ja vas,
znat’ uvidel vas ja v nedobryj čas.¹

Dalla collinetta che sovrasta la pista di atterraggio della Rana Airlines nonna Pina, in piedi sotto un bersó che la protegge dai raggi del sole, a distanza utile da una bottiglia di prosecco di Valdobbiadene opportunamente immersa in un cestello pieno di ghiaccio, canticchia una vecchia canzone russa musicata da un suo vecchio spasimante² mentre osserva con un binocolo della Regia Aeronautica la bella Olena che, all’interno dell’hangar distante un centinaio di metri dal punto di osservazione, indossata una tuta da meccanico con la sigla CCCP sul dorso e con in testa un fazzoletto da contadina kolchoznica armeggia intorno ad un vecchio aeroplano sovietico Antonov An-2.
La ultracentenaria scuote la testa, preoccupata.
«Generale, è da una settimana che Natascia sta lavorando su quel trabiccolo. Che sta combinando, ne hai un’idea?» chiede a Po, che sta eseguendo i consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica.
Il cinese abbandona la posizione dell’airone operoso, prende il binocolo ed osserva attentamente la russa al lavoro. Dopo qualche istante annuisce, compiaciuto.
«Lagazza usale con glazia chiave del sedici. Avuto buon maestlo!»
«Generale, tu sei un profondo osservatore dell’animo umano» lo elogia nonna Pina. «Detto tra noi, se in questo paese ci fosse più gente capace di maneggiare una chiave del sedici senza schiacciarsi le dita saremmo in condizioni migliori. Ma, a parte questo appunto strettamente tecnico, non hai notato nient’altro? L’ho vista smontare delle mitragliatrici e mettere al loro posto dei serbatoi di diserbante, non è da lei»
«Suo sgualdo offuscato da velo di tlistezza. Sospila, e a intelvalli legolali scluta l’olizzonte con occhi umidi come di lugiada al mattino. Comunque non essele selbatoi di diselbante ma lancialazzi» precisa il cinese.
«O saggio Po, mi intenerisce questo tuo animo poetico, e se avessi una trentina d’anni in meno te lo dimostrerei fattivamente. Tuttavia non mi pare che la tua rappresentazione sia verosimile: è evidente che Natascia non è Madame Butterfly ne mai lo sarà, se afferri quello che voglio dire. E insisto, sono serbatoi di diserbante, li avevo ordinati personalmente per irrorare gli esodati bancari messi al lavoro nei campi di patate delle nostre coltivazioni nella Piana del Fucino»
«Eppule, lancialazzi o no, ella sta sofflendo» insiste Po, cercando la posizione ginnica più consona all’affermazione, senza peraltro trovarla.
«Mmhh, sei sicuro che non si tratti di noia? Da quando mio nipote è venuto a mancare non c’è più stato bisogno di salvare il mondo, mi pare» chiede dubitativamente nonna Pina. «No, hai ragione tu Po, c’è qualcosa sotto. Saranno pene d’amore? Le peggiori, quelle non le risolvi sparando, o almeno non sempre. Che consiglio mi dai, ci sarà qualcosa che posso fare? »
«Pàllale, nonna Pina, pàllale» conclude Po, e con un inchino saluta la vegliarda e torna ai suoi esercizi.

«James caro, il caffè che ci hai servito è una meraviglia, non è vero?» chiede Gilda alle sue ospiti, la sua compagna di gioventù Marisa, ora suor Matilda, e la giovane entusiasta suor Pulcheria. «Di che si tratta stavolta?»
James, lusingato, fornisce le spiegazioni del caso: «Si tratta di mascaracoffea del Madagascar, un caffè selvatico privo di caffeina, miscelato con varietà Arabica. E’ corroborante, se posso usare questo termine»
«Che tu sappia c’è una dose massima consigliata, James? Se nulla osta, più tardi preparane una cuccuma per il nostro Svengard, sento che ne avrà bisogno»
«Nessuna controindicazione signora, tra l’altro il nostro fornitore è appena passato e ce n’è una discreta quantità» assicura James.
«Ottimo, ottimo!» dice Gilda battendo le mani, tornando subito all’oggetto della riunione:
«Hai saputo qualcosa dal tuo amico battitore, James?»
«Ehm, ecco, signora…» James, leggermente imbarazzato, si schiarisce la voce. «Il mio amico Serge, che prima di essere esperto di aste è archeologo, e tra parentesi è proprio in queste vesti che l’ho conosciuto, e precisamente durante una campagna di scavi a Mykonos a cui partecipavo come attaché culturale del…»
«Mykonos?» lo interrompe Gilda. «Mi sembra di aver sentito che sia un luogo ameno da visitare, non è vero James? Feta e sirtaki, sirtaki e feta, e pesce di ogni misura. Ma dunque caro, cosa dice il tuo amico?» chiede la Calva Tettuta, sottolineando forse eccessivamente la parola “amico”.
«Il mio ami.. ehm, Serge, mi ha richiesto delle foto particolareggiate, che gli ho subito inviato. Delle monete, intendo» precisa James, cogliendo l’occhiata interessata di suor Pulcheria.
«Dopo qualche minuto mi ha richiamato, agitatissimo, chiedendomi dove fosse il resto.»
«Il resto?» chiede Gilda. «Quale resto? Marisa, sai qualcosa di resti?»
«No, assolutamente, tutto quello che abbiamo trovato è in quel sacchetto…»
«Eppure Serge afferma di aver già visto quelle monete. Gliele mostrò, per una valutazione, una persona originale che si presentò come collezionista: ma le monete non erano sole.»
«Ah, no? E cosa c’era insieme, James? Quando fai così mi ricordi Alberto Angela³. Ci tieni così tanto sulle spine che mi aspetto da un momento all’altro tu faccia partire la pubblicità.»
«Chiedo venia, signora. Lo stesso Serge rimase a bocca aperta nel vedere il reperto (tra l’altro ha una bellissima dentatura), di una finezza e di una preziosità senza pari. Si trattava di uno scarabeo d’oro, tempestato di ogni sorta di pietre preziose, regalo di Re Ataulfo dei Visigoti a Galla Placidia quando la prese in sposa, e se ne erano perse le tracce da centinaia di anni.»
«Marisa, qua il mistero si infittisce. Mi sfugge cosa c’entri il tuo santone con Galla Placidia ma devo ammettere di non essere esperta di santoni. A questo punto però ti do ragione cara, bisogna assolutamente ritrovarlo.» Poi, rivolgendosi al maggiordomo, dirama l’ordine di battaglia:
«James caro, recapita la cartolina precetto a Natascia e truppa. Si va in convento»
«Provvedo subito, signora» risponde James, apprestandosi a rinculare.
«Un attimo James» lo frena Gilda, presa da un dubbio improvviso.
«E il dress code?»

«Per il convento, signora, è consigliato l’abito scuro.»

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¹ L’autore ha una padronanza del russo imperfetta per cui si affida alle note di Wikipedia:
Occhi neri (russo Очи чёрные, Oči čёrnye (da pronunciare Oci ciornie):
Occhi neri, occhi appassionati
occhi infuocati e bellissimi,
quanto vi amo, quanto vi temo,
di sicuro, vi ho scorto in un momento sfortunato.
² E’ degno di orgoglio che l’autore della musica di una delle canzoni russe più famose al mondo sia  stato un italiano: il maestro Adalgiso Ferraris!
³ Il giovane Angela è un maestro della suspence. L’autore è un fan sfegatato della prima mezzora di “Ulisse il piacere della scoperta”.

Ferragosto con Olena (VII)

«James caro, pendiamo dalle tua labbra. Che ne dici di questo tesoretto?»
Gilda, graziosamente assisa sulla sua poltrona prediletta che troneggia nel grande soggiorno, osserva con compiacimento James che, inforcato un occhialino da orafo, sta esaminando le monete allineate su di un panno di velluto viola disteso sopra l’ampio tavolo vittoriano in mogano che ospita solitamente la collezione di palle di vetro con neve provenienti dalle località più disparate che la Calva Tettuta colleziona e che Miguel, il giardiniere tuttofare, è incaricato di spolverare.
Il maggiordomo, che indossa dei guanti bianchi in cotone da bibliotecario, solleva la testa, si toglie lentamente il monocolo e pronuncia il suo responso.
«Siamo indubbiamente di fronte a reperti sensazionali,» sentenzia James «si tratta di monete d’oro di epoca romana, tardo imperiale… come si può evincere dalle effigi degli imperatori qui ritratti, Onorio, Valentiniano III, Leone I, Livio Severo…» e così dicendo avvicina una delle monete al visino della vedova Rana. La quale, ammirata da tanta competenza, rivolge al maggiordomo un elogio:
«Apro e chiudo una parentesi, James. Il monocolo ti dona, te l’hanno mai detto? Ti da un’aria austro-ungarica, dovresti inforcarlo più spesso, almeno nelle cene importanti»
«Grazie signora, provvederò. Ma tornando alle nostre monete, è affascinante pensare che furono coniate più di millecinquecento anni fa, in periodi tumultuosi, si era ormai in prossimità del crollo dell’Impero Romano di Occidente e…»

Gilda alza la mano e ferma la rievocazione storica del maggiordomo.
«James, tu non finisci mai di sorprenderci. Che ti avevo detto, Marisa?» ammicca a suor Matilda, seduta su di un lato del divano Chesterfield a tre piazze, dietro il quale suor Pulcheria, in piedi, fatica a chiudere la bocca dallo stupore.
«Non è meglio di una puntata di Superquark¹?» chiede Gilda alle astanti che annuiscono convinte, riflettendo peraltro di non essere mai riuscite a resistere sveglie dopo il primo documentario sugli animali.
«Ma dicci James, non per essere venali, quanto può valere tutto questo?» domanda la concreta padrona di casa, accompagnando la richiesta con un eloquente sfregamento del pollice con l’indice.
«Il calcolo è abbastanza semplice… dunque, 150 monete di 4-5 grammi d’oro ciascuna… al prezzo di 30-32 euro al grammo, ipotizzando oro a 24 carati… si va dai 20 ai 25 mila euro di oro»
«Ah, però» commenta Gilda, un po’ delusa. «Mi aspettavo qualcosina in più per dei pezzi millenari…»
«Naturalmente signora questo è il valore del solo materiale… nel caso deprecabile che qualche “barbaro” voglia fonderlo e rivenderlo. Ma la discussione è solo accademica, perché queste monete hanno un grande valore storico, e devono essere consegnate ai Beni Culturali…»
«Su questo non ci piove James, anzi ho già in mente di farli restaurare dalla Fondazione Rana e ricavarne un cospicuo sconto fiscale. Ma mettiamo il caso, solo in via ipotetica eh? Che qualche collezionista sia interessato. Quanto si potrebbe tirar su? Voglio dire, ci si potrebbe aggiustare un convento, per fare un paragone?»
«In caso di collezionisti il valore naturalmente cambia, in base al numero di appassionati dell’argomento, alla quantità di monete disponibili di quel periodo storico, allo stato di conservazione… se si vendono singolarmente, se vengono vendute in blocco, se si mettono all’asta… se può essere di utilità potrei interpellare il mio amico Serge, un franco-armeno, un’autorità in materia di aste.»
«James hai piena facoltà di consultare chi vuoi, sia pure un battitore armeno. Se c’è da pagare qualcosa, non farti scrupoli. »
«Benissimo signora. Vado subito a contattarlo. Con permesso»

Gilda e le suore lo guardano uscire rinculando, ammirate. Poi suor Matilda rompe il silenzio:
«E’ davvero un portento il tuo maggiordomo, Gilda!» dichiara entusiasta.
«Lo so Marisa, lo so!» risponde Gilda.
«E non sai che caffè che mi fa.»

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¹ Chiedo scusa a tutta la famiglia Angela, avrei voluto fare una ricostruzione multimediale ma non avevo a disposizione Paco Lanciano.

Ferragosto con Olena (VI)

Maracaibo,
balla al Barracuda,
si ma balla nuda, zà zà…

Luana, la cantante solista dell’Orchestra Spettacolo Armando Grasparossa, cinquantenne dotata di un fisico prorompente non supportato da capacità vocali di pari livello, dal palco della Casa del Popolo di Brisighella sta deliziando il pubblico pagante e non con una spettacolare versione di “Maracaibo” di Raffaella Carrà.
Armando, classe ’32, fisarmonicista leggendario in grado di eseguire tutte le variazioni della Mazurca di Migliavacca ad occhi chiusi e con la tastiera coperta da un panno, scuote la testa e sbotta:
«Socc’mel Agalgisa!» – che questo è il vero nome della cantante – «ma tienila mo su!»
«Ma più di così non posso, nonnino!» risponde la cantante sgambettando intorno a Carlone, il trombettista. «Già si vedono le mutande!»
«Ma non la sottana, oca che sei, la nota, la nota devi tenere su! Non senti come cali? E non chiamarmi nonnino!» la redarguisce l’anziano musicista.
«Uffa quante storie, sapessi come cali tu, io mi lamento per caso?» » risponde Luana-Adalgisa. provocatoriamente, accennando malignamente al fatto che il loro sodalizio travalica l’aspetto artistico. «Al “mio” pubblico comunque piace, guarda mo!» e la cantante, sempre continuando ad ancheggiare, rivolge uno sguardo languido ai ballerini che si accalcano in pista, tra i quali spicca un sessantenne abbronzato, leggermente sovrappeso, con abbigliamento da rimorchiatore da spiaggia composto da scarpe da yachting senza calzini, pantaloni bianchi, camicia a righe verticali bianche e blu con colletto rialzato tenuta fuori dai pantaloni e slacciata sul petto depilato, catenina d’oro a maglie di media grandezza e magliettina celeste di cotone appoggiata sulle spalle ed annodata sul davanti: Tullio Bongiovanni detto Puccio Maxi-bon, delizia delle mogli in vacanza e terrore dei mariti in città.
«C’è anche quel povero deficiente!» commenta Armando riconoscendo il Casanova alla piadina, lanciandosi in una svisata che copre l’assolo del sassofonista.
«Lascia stare Puccio o te li scateno, eh!» lo ammonisce Adalgisa. Poi, a scopo dimostrativo, brandisce il microfono e, con un gesto plateale come ad abbracciare la platea, pronuncia la frase di rito: «Brisighella, io vi a-mo! Siete fan-ta-sti-ci!» a cui seguono di riflesso applausi e fischi entusiastici.
«E ricordati di prendere la pastiglietta, piuttosto» sibila perfidamente la cantante. Sorpresa dalla risposta che non arriva, si volta verso il maestro di fisa e lo vede, sbiancato in volto e con il mantice fermo, fissare un punto in fondo alla sala con la bocca leggermente aperta.
«Oddio, gli è venuto un coccolone» è il primo pensiero dell’artista, che cerca di sincerarsi del sospetto scuotendo il capo-orchestra. « Armando, che succede Armando, ti senti male?»
Armando si riscuote, guarda Adalgisa, le fa una carezza, poi poggia in terra la fisarmonica e la rassicura: «No, niente, niente, tranquilla, è tutto a posto. Voi continuate pure, io vado a prendere un po’ d’aria, torno subito». Poi si alza, scende dal palco e si avvia lentamente verso l’uscita.

«Craa! Püsa via, brut curbàtt! Craa!!!»¹
Flettàx, l’Ara Macao allevato da un celta adoratore del dio Po, accoglie così suor Matilda che, passeggiando con Gilda, si sta avvicinando al suo trespolo.
«Ma com’è variopinto il tuo pappagallo!» constata ammirata suor Matilda «Devo esserle simpatica, guarda come sbatte le ali»
«Non farci caso, Marisa, Flettàx è esuberante. Miguel lo sta educando, ma siamo ancora alle prime lezioni» Poi, tornando al discorso precedente:
«Ma dopo essere scappata dal manicomio dove sei andata?»
«Non avevo una direzione precisa… ho camminato, camminato, finché mi sono seduta sfinita davanti ad un portone e mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ero in una celletta, con tre suore che stavano pregando, e mi hanno detto che avevo dormito tre giorni e tre notti. Mi sono seduta sul letto, stupita, mi sono guardata intorno, pareti spoglie, un piccolo crocifisso, e mi sono accorta di stare bene… avevo anche fame, pensa un po’. E quelle donne intorno a me, quelle suore, contente, ma non per finta sai Gilda? Avevano gli occhi che ridevano, trasmettevano gioia, serenità… proprio quello che avevo perso, di cui avevo bisogno. E ho capito che non ero arrivata lì per caso…»
«Che strana chiamata! Non era più facile apparirti in sogno?» riflette Gilda, pratica di estasi mistiche.
«Ah, ah, si, hai proprio ragione…» ride suor Matilda «ma ognuno ha la sua vocazione, e ci vuole un po’ a scoprirla… prendiamo te, per esempio»
«Io? Ma che c’entro io? Io non ho avuto nessuna chiamata…»
«Dici di no? Ma se allora non avessi seguito quello sconosciuto non saresti qua, non saresti mai diventata…» e qui la suora fa un gesto per indicare quello che c’è intorno «… questo.»
«Ah, tu dici che anch’io ho seguito la mia vocazione? Mmhh, devo pensarci, non so se prenderlo come un complimento» dice Gilda, ripensando alle circostanze che l’avevano condotta a passare da moglie appassionata e assaggiatrice di ripieni a vedova appassionata, ma proprietaria dell’impero del tortellino.

«Ma torniamo al motivo della tua visita… Marisa cara, devo dirtelo francamente: questa storia del sassofono andrà bene per le tue suore, ma a me non convince per niente. Sei sicura di non aver tralasciato qualche… ehm… dettaglio?» chiede Gilda, riportando l’amica all’argomento all’ordine del giorno. «No, te lo dico perché Natascia ha un certo caratterino, ed è meglio avvisarla se qualcosa non va. Non c’entrano per caso pigmei e cinesi? Perché se ci sono quelli ti consiglierei di far evacuare il convento.»
«Pigmei e cinesi? Ma come ti salta in mente, Gilda!» protesta la suora. «Anche se, in effetti, forse ho tralasciato un piccolo particolare…» confessa la suora reticente.
«Ecco, proprio a questo mi riferivo, cara. Eviterei di tralasciare particolari con Natascia in giro. Di che si tratta allora? Su, spara» incalza la Calva Tettuta.
«Vieni, sediamoci là» la suora indica una panchina appartata, e dopo essersi sincerata che nessuno le stia osservando, estrae dalla tasca un sacchetto in pelle marrone, chiuso da un laccio di cuoio.
«Dentro al sassofono c’erano queste…» e rovescia il contenuto del sacchetto sulla sua gonna.
«Fréchete! Monete d’oro? Ma che è, antiche? ‘Ndó l’ha pijate lu santó?» esclama Gilda, che nei momenti di agitazione ricorre al vernacolo del paese natale, Serrapetrona.
«E chi lo sa, Gilda, solo lui può dircelo, e anche perché le ha lasciate lì… con questo» risponde l’amica, estraendo dal sacchetto un pezzo di carta e porgendolo a Gilda.
«Un biglietto? “Il passato reclama il pagamento. Perdonatemi”… melodrammatico, non è vero? Hai un’idea di quello che voglia dire, Marisa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Gilda, il santone non mi ha mai parlato del suo passato…»
«Marisa, te lo devo dire, non ci sto capendo più niente. Per fortuna però c’è un’entità superiore alla quale rivolgerci»
«Dici di rivolgere qualche preghiera al Signore, Gilda?» chiede speranzosa la monaca.
«Male non fa» concede la vedova Rana. «Comunque prima proverei con James»

¹ Craa! Pussa via, brutto corvaccio! Craa!!!

capodanno

Ferragosto con Olena (V)

«Suor Emerenziana, Suor Emerenziana!!!»

Suor Burialda, la guardiana che funge anche da centralinista del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, agitata, abbandona momentaneamente il posto di controllo vicino all’ingresso e corre a grandi balzi verso la sala di lettura dove la consorella è in raccoglimento sfogliando con la massima delicatezza una Bibbia miniata del XII° secolo.
Qui irrompe, facendola sobbalzare e rischiando di farle cadere il prezioso libro dalle mani.
«E che ca…spita, Burialda, quante volte devo dirtelo di fare piano! Mi farai venire un colpo una volta o l’altra!» la redarguisce Suor Emerenziana, decana del convento, accompagnando il rimbrotto con un’occhiataccia.
«Insomma, che c’è di così urgente?»
«Suor Emerenziana, ho in linea il Vescovo… che gli dico?» risponde la giovane suora, torcendosi le mani.
«Il Vescovo? Oh ca…volo, ci mancava anche questa!» pensa l’anziana ancella del Signore. Poi rivolta alla suorina, chiede: «Ti ha detto cosa vuole?»
«Si, mi ha detto che vuole parlare con la Superiora, per mettersi d’accordo sulla processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, in ottobre…»
«Mer…itorio questo suo interessamento, non è vero Burialda? Gli hai detto qualcosa?»
«None sorella, non sapìo che dije! Minca putìo raccontaje che la Superiora è corsa dietro a lu Santó!» risponde Burialda, alla quale quando è nervosa scappa qualche parolina nel dialetto di origine.
«Brava, brava, hai fatto bene. Coraggio, su, passamelo di là, ci penso io»
Suor Burialda parte a razzo verso la sua postazione, mentre suor Emerenziana, con la solennità necessaria, ripone il libro nella teca che lo custodisce. Poi, con la velocità che le consente l’età, si dirige all’apparecchio posto nella stanza vicina, non prima di sostare un attimo davanti all’effigie del Fondatore.
«Beato Turoldo aiutami tu» poi considerando che presto dovrà confessarsi alza la cornetta, prende la linea e risponde con modestia alla voce nervosa dall’altra parte del cavo:
«Sua Eccellenza, quale onore. Sempre sia lodato. Suor Matilda sta facendo gli esercizi spirituali, può dire a me?»

Gilda e suor Matilda, la sua vecchia compagna di infanzia, passeggiano nel giardino di Villa Rana. In sottofondo il ciangottare del pappagallo Flettàx che, improvvisando sulle note di “Mi sono innamorato ma di tuo marito” di Cristiano Malgioglio, rivolge epiteti politicamente scorretti all’indirizzo del giardiniere Miguel.
«Quanto tempo è passato, Marisa… ti ricordi quando andavamo a lavare insieme i panni al lavatoio comunale?»
«Sembra sia passato un secolo, vero? Come eravamo giovani…» riflette con un pizzico di nostalgia la superiora.
«E tu eri la più bella del paese!» ricorda Gilda. «Quando passavi per la piazza si giravano tutti i ragazzi…»
«Ah, ah, tu non eri certo da meno!» ride suor Matilda. «Me lo ricordo ancora come sculettavi, sai! Ah, ah, e poi mi fregavi tutti i fidanzati!»
«Io sculettavo? Ma sentila! Fidanzati, ma figurati! Io non ci facevo proprio caso a quei farfalloni!» continua ridendo Gilda.
«Eh, lo so, tu cercavi il grande amore…» continua la suora, e poi guardandosi intorno constata: «Bè, mi pare che non ti sia andata male, no? Come ci si sente ad essere una possidente?»
«Possidente… insomma, diciamo che me la cavicchio. Il povero Evaristo, pace all’anima sua,  mi ha lasciato la fabbrica e qualche milioncino, così mi posso togliere qualche sfizio»
«C’è anche quello tra gli sfizi?» chiede allusiva la monaca, riferendosi al vichingo che spacca la legna nel giardino.
«Chi, Sven? No, no, con Sven è una cosa seria… mi tocca tirargli fuori le parole con le pinze, ma gli voglio bene veramente. Ogni tanto piglia e scappa, ma ritorna sempre. Ma tu piuttosto… quando me ne sono andata stavi per fidanzarti con Alfredo… che è successo?»

Un’ombra attraversa il volto della suora.
«Alfredo… Alfredo è morto, non l’hai saputo?» poi, vedendo lo stupore sulla faccia di Gilda, continua:
«Ci saremmo dovuti sposare la settimana dopo… ti avevo anche cercato per mandarti le partecipazioni, ma non si sapeva mai dove trovarti, eri sempre in giro…»
Gilda annuisce, ripensando ai tempi in cui girava l’Italia alla ricerca di ingredienti per i ripieni che avrebbero permesso al marito di creare il suo piccolo impero.
«Era sera, stava tornando a casa con la Vespa, la 125, te la ricordi? Non s’è mai saputo che è successo, l’hanno trovato in un fosso con la testa spaccata. Qualcuno dice che si è sentito male, qualcuno che è stato buttato giù apposta, per la politica… poi io mi sono ammalata, non avevo più voglia di fare niente, non riuscivo più nemmeno ad alzarmi dal letto, volevo solo andare da Alfredo, e basta»
«Mi dispiace Marisa, non sapevo niente… avevo solo saputo che te ne eri andata dal paese, ma nient’altro…»
«Alla fine mi ricoverarono. Una casa di cura la chiamavano per delicatezza, un manicomio, in effetti. Lì conobbi il santone, che mi salvò la vita.»
«Il santone? Era ricoverato anche lui?» chiede Gilda, alla quale la storia inizia a sembrare una telenovela.
«No, non era ricoverato… e non era ancora il santone, per la verità. Era la moglie ad essere ricoverata. Era rinchiusa nel suo mondo, non riconosceva più nessuno, nemmeno lui. Lui veniva, una volta alla settimana, le sistemava i capelli, le accarezzava le mani e le raccontava quello che aveva fatto da quando l’aveva salutata. Lei lo lasciava fare, non capiva niente o così sembrava, continuava a guardare fuori dalla finestra senza dire niente. Poi, prima di andare, tirava fuori dalla custodia il suo sassofono, e le suonava una canzone dolcissima, sempre la stessa. Certe volte sembrava che la musica le ricordasse qualcosa, e allora muoveva le mani, quasi a dirigere un coro che vedeva solo lei… poi lui asciugava il sassofono, lo metteva via, e la salutava con un bacio sulle labbra. “Ciao amore mio”, le diceva, “voleremo ancora, vedrai”, e se ne andava »
«Ma tu come facevi a sapere queste cose?» chiede Gilda, commossa dal racconto.
«Io ero nella stanza vicina, quando sentii per la prima volta suonare quella canzone qualcosa mi si mosse dentro… mi avvicinai alla porta della loro stanza e la aprii appena, e continuai così per quasi sei mesi, ogni volta che veniva a trovarla.»
«E poi, che è successo?»
«Un giorno, mentre lui suonava, passa un’infermiera e mi sorprende mentre li guardo dallo spiraglio della porta aperta. Mi urla contro di chiudere immediatamente e di tornare in camera mia e si muove per venire a prendermi, io mi spavento e così la porta si chiude e sbatte. Rimango lì paralizzata, sento che la musica si è interrotta, ed i passi del santone che vengono verso la porta. La apre, e mi trova lì, che tremo. Mi guarda con degli occhi, Gilda, degli occhi verdi che avevano dentro tutta la dolcezza e la sofferenza del mondo… mi guardava dentro, mi leggeva l’anima… so che possono sembrare sciocchezze, specialmente dette indossando quest’abito, ma così mi sembrò allora. Passò qualche secondo, ma mi sembrò l’eternità… alla fine si scostò dalla porta, con un gesto mi mostrò sua moglie seduta alla finestra, e fissandomi ancora negli occhi mi disse: “Signorina, lei non deve stare qui. Lei non è come loro. La vita la aspetta fuori, vada a prendersela”. Poi richiuse la porta, e ricominciò a suonare. Il giorno dopo scappai.»

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Ferragosto con Olena – personaggi in cerca d’autore

«James, caro, non sembra anche a te che quest’affare vada a rilento?»

E’ una Gilda pensosa quella che, appoggiata alla balaustra della ringhiera del balcone che si affaccia sul giardino, osserva Miguel, il giardiniere tuttofare, intonare una pregevole versione di “Quando l’amore diventa poesia”, impugnando un gambo di girasole come se si trattasse dell’asta di un microfono Shure, indossando una parrucca a caschetto che lo fa assomigliare ad Orietta Berti sul palco di Sanremo nel ’69, dedicandola al pappagallo Flettàx che sembra gradire, tanto da accompagnare il ritmo con gracchi e sbattiti di ali, e sull’acuto di “Io ti amo, e gridarlo vorrei!” rispondere con un appropriato: “Ma va’ a ciapà i rat!”.

«Effettivamente, signora» – risponde il maggiordomo disponendo artisticamente su di un vassoio d’argento i cetriolini per il thè delle cinque – «non per criticare ma sembra che l’Autore se la stia prendendo un po’ comoda. Tra l’altro, a voler essere pignoli, ferragosto è passato da un pezzo.»
«Gli toccherà cambiare titolo, come minimo. A meno che non voglia mandarci tutti in Australia, dove mi dicono che le stagioni siano rovesciate, ti risulta James?»
«Effettivamente, signora, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale» conferma il competente James.
«Su di te si può sempre contare James, sei un esperto di emisferi ed anche di inversioni. Ti dirò, non mi dispiacerebbe andare in Australia, conosco una ragazza a Perth che alleva ragni da combattimento. Ad ogni modo» – e qui l’espressione di Gilda si fa più preoccupata – «se non si sbriga, Sven abbatterà tutti i pioppi del boschetto, e poi mi toccherà comprare delle stufe a pellets. Poverino, si sta annoiando» constata Gilda sistemandosi il foulard in seta Mantero che le copre la calvizie «di questo passo fra poco ripartirà con i suoi amici suonati, e poi per sei mesi chi s’è visto s’è visto.»

Nonna Pina, che indossa una tunica a fiorellini con una fila di bottoncini sul davanti, è distesa su una sdraio imbottita in materiale Memory ai bordi della piscina olimpionica situata nel parco della villa. In testa un sombrero, in mano un calice di prosecchino appena versato dalla bottiglia posta nel cestello ripieno di ghiaccio. Alza il calice davanti agli occhi e, attraverso il cristallo, osserva Olena che, fasciata da un costume intero con la scritta CCCP sul davanti, siede ad un tavolino del vicino bersò sfogliando un tomo monumentale con su scritto “Dossier Mitrockin”, sibilando insulti e montando e smontando velocemente la nuova pistola PL-15K, sparando ogni tanto qualche colpo ad un bersaglio con al centro una foto di Gorbacёv.
La vegliarda si riscuote, ingolla il prosecchino, si butta alle spalle il calice e scoppia:
«Per la miseria, Natascia, non si può fare qualcosa? Non è che può tenermi qua fino a duecento anni, non è credibile! Da quando è tornato dalla Russia sembra rimbambito, non è che gli avete dato qualcuno dei vostri intrugli?»
«Niet, babushka, niente intrugli. Mia fonte dice che gira per casa in mutande e colbacco in testa ripetendo che vuol andare in pensione. Tra l’altro» e qui la voce della russa si fa sprezzante «dice che non ha bevuto nemmeno uno guoccio di vuodka. Nessuno crede lui, però» risponde la russa, con il sopracciglio sinistro aggrottato.
«Ma santo Dio, non ci può mica lasciare così a bagnomaria! Sentiamo se il cinese sa qualcosa. Generale? Ehi, generale!» la nonna si sbraccia e richiama Po, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, impegnato nei consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica. Po poggia in terra la racchetta e si reca presso la sdraio di nonna Pina.

«Avele chiamato, bella signola Eusebia?» chiede retoricamente il cinese con un inchino.
«Po, non ti ci mettere anche tu con questa Eusebia. E non fare il ruffiano cinese» lo bacchetta la centenaria. «Sai qualcosa di questa faccenda? Che sta facendo quell’impiastro? Che ormai non ho più boccini a cui sparare» afferma la nonna.
«Mio cugino Xi incontlato lui a Gubbio. Voi sapele, paese di Don Matteo»
«Che diamine dici Po, Gubbio è il paese del lupo e di San Francesco, ma che andate ad inventarvi in Cina?» protesta nonna Pina, scandalizzata.
«Comunque, mio cugino detto che visto lui in ostelia mangiale clescia con glossa palla di insaccato. Coglione.»
«Si, che è un coglione lo sappiamo, ma vai avanti Po» lo sollecita la vecchia.
«No, coglione è nome di insaccato, coglione di mulo. Mangiava coglione di mulo e beveva vino flesco Glechetto. Ela molto tliste»
«Me lo immagino quanto era triste» chiosa la nonna. «Ma perché avrebbe dovuto essere triste, poi?»
«Dile che ponte clollato ela più giovane di lui e che non sapeva che Molandi plogettasse ponti oltle che cantale “la fisalmonica”. E che vuole andale in pensione.» conclude il cinese.

«E basta con questa pensione!» ruggisce la nonna. «E a questi allora che gli facciamo fare?» indicando, dall’altra parte della piscina, la ballerina cubana Paio Pignola ed un attempato seduttore in maglietta azzurra con il collo rialzato e catenina d’oro sul petto villoso che svolazzano ballando la salsa. «Chi diamine è quello, tuo cugino lo sa?» chiede a Po.
«Si chiama Tullio Bongiovanni, ma amici chiamale Puccio Maxi-Bon. Maxi per le dimensioni» risponde il cinese, informatissimo.
«Di sicuro non per le dimensioni del cervello, suppongo» arguisce nonna Pina, squadrando l’ultimo arrivato scuotendo la testa.

«E va bene, adesso basta!» proclama la vegliarda. «Qui bisogna prendere in mano la situazione, il toro per le corna o quel che è. Natascia?»
Olena chiude il dossier e lo ripone nel cassetto del tavolo. Poi si alza, indossa lentamente la fondina ascellare intonata con il costume olimpionico, e si avvicina a nonna Pina.
«Eccomi babushka. Cuosa facciamo?»
«Figlietta mia, hai carta bianca. Sparagli pure se serve, ma fallo ritornare al lavoro»

Olena increspa leggermente l’angolo destro della bocca, alza gli occhi al cielo ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu e sbatte sul calcio della PL-15K che ha lucidato amorevolmente.
«Nessun pruoblema nonna, nessun pruoblema. Finita pacchia per finuocchietto»

 

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Ferragosto con Olena (IV)

Ad est ad est, adesso si va
Ad est ad est, da dove nasce il sole
Ad est ad est, ritroverò la vita
Ad est ad est, perchè non è finita.

Nel salotto di villa Rana i convenuti si stanno passando di mano in mano un biglietto, vergato con scrittura stentata su un foglio di quaderno a righe delle elementari. James, impeccabile come al solito, ha nascosto l’occhio nero sotto uno spesso strato di cerone, e fluttua fra le poltrone porgendo generi di conforto come caffè equo e solidale dell’Equador, foglie da tè fatte arrivare appositamente dalla Dolceria Salemi di Zafferana Etnea e boeri al cioccolato fondente ripieni di ciliegine e maraschino che un corriere consegna quotidianamente da Cuneo.

E’ la padrona di casa, la Calva Tettuta assisa nella sua poltrona Frau, a rompere il ghiaccio schiarendosi la voce:
«Ehm… scusa sai Marisa… volevo dire suor Matilda…» rivolgendosi all’amica di gioventù «ma io non ci capisco niente. Sei sicura che il tuo Santone ci stesse con la testa?» chiede dubitativa, picchiettandosi contemporaneamente la tempia con l’indice.
«Ti assicuro, Gilda, che il Santone era sanissimo e perfettamente in sé fino alla sera prima. Nessun segno, niente che facesse pensare che se ne volesse andare. Del resto, poi, perché avrebbe dovuto farlo? E’ servito e riverito, anzi le consorelle fanno a gara a viziarlo!» protesta la suora.
«Eh, ma questo non vuol dire» interviene nonna Pina con competenza. «Ad una certa età funziona così, un giorno sei un leone e il giorno dopo nemmeno ti ricordi chi sei. Ma quanti anni ha il tuo Santone?» chiede la centenaria.
«Compirà ottanta anni la settimana prossima… sempre che ci arrivi» sospira la suora.
«Ah bè, ma allora è ancora giovane» constata la nonna, dal suo punto di vista.

«Ma fammi capire, Mari… suor Matilda.» interviene di nuovo Gilda «perché pensi che gli sia successo qualcosa? Non potrebbe essersi semplicemente stufato di stare in convento e aver deciso di andarsene? Voglio dire, non aveva nessun obbligo per rimanere lì, giusto? E a parte questo biglietto, ha lasciato altri indizi?»
«Si, purtroppo… suor Pulcheria? Puoi aprire quella scatola per favore?»
«Subito, superiora!» e la suorina rimasta fino a quel momento in disparte, facendo sfoggio di entusiasmo nonché di un bel paio di baffetti, poggia sul tavolo quella che sembra la custodia di uno strumento musicale, e la apre facendone scattare le chiusure. James, nelle vicinanze, si lascia sfuggire un commento di ammirazione:
«Notevole! Un Selmer Mark VI, uno strumento da professionisti»
«Lei si intende di sassofoni?» chiede suor Pulcheria, meravigliata e curiosa, al maggiordomo.
«James si intende di tutto, cara» dice orgogliosa Gilda.
«Troppo buona, signora. Per combinazione un caro amico, che suonava nell’orchestra di Henghel Gualdi, mi introdusse ai segreti degli strumenti ad ancia semplice. “James”, mi disse, “devi sapere che a volte un buon bocchino può aiutare a superare i limiti di uno strumento modesto, anche se”…»

Gilda lo interrompe: «James, scusa caro se te faccio notare ma ci sono le suore. Non mi pare il caso ora di mettersi a parlare di ance e affini…»
«Chiedo scusa signora, mi sono lasciato andare ai ricordi, capirà, il mio amico era un virtuoso dello strumento» dice il maggiordomo rinculando.
«Capisco, certe lezioni rimangono indelebili, ne so qualcosa. Ma dimmi suor Matilda, che c’entra questo sassofono, per quanto bello?»
«Il Santone non se ne sarebbe mai andato senza… quando è arrivato da noi, venti anni fa, aveva solo una canottiera e un paio di calzoncini tenuti su da due straccali¹ consumati. E il suo sax, che lucidava e suonava tutti i giorni… e ci ha fatto promettere che, quando morirà, il sax venga sepolto insieme a lui.»
«Bè, quand’è così le cose cambiano. Ma toglimi una curiosità, perché ti sei rivolta a me? Non sono la Sciarelli². Senti, facciamo così, adesso andiamo a fare una passeggiata in giardino e mi racconti tutto, va bene?»
«Come vuoi Gilda, andiamo pure» acconsente la suora

«Ah, suor Matilda, non far caso all’uccello, al pappagallo, dico. Non so ancora come la pensa sulle suore»

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¹ Vi risparmio la fatica di andare a cercare sul vocabolario: bretelle
² La brava giornalista conduttrice di “Chi l’ha visto”

Ferragosto con Olena (III)

Aaahh freak out!
Le freak, see’est Chic
Freak out!
Aaahh freak out!
Le freak, see’est Chic
Freak out!¹

Nel salottino dell’Air Force Rana che li sta riportando da Cuba a Milano, Olena, nonna Pina e James stanno occupando il tempo giocando una partita di Tressette con il morto; il posto di quest’ultimo è occupato da una foto del fu Evaristo Rana, nipote di nonna Pina e creatore dell’impero dei Rana, deceduto per problemi alla cervicale dopo un incontro troppo ravvicinato con Olena.²
Nonna Pina, sigaro in bocca, momentaneamente in coppia con il defunto, lo sprona a scegliere la carta da giocare:
«Evaristo, datti una mossa per piacere! Che si sta facendo notte» poi sposta una delle carte scoperte e la mette al centro del tavolo. La scelta non la convince, tanto da spingerla ad insolentire ancora il nipote:
«Ma che cavolo giochi! Da vivo eri un deficiente, a parte i soldi che quelli li sapevi fare, ma da morto sei completamente inutile!» concludendo la giocata con una risata gracchiante.

Olena piega l’angolo sinistro della bocca in qualcosa che assomiglia ad un sorriso, mentre James rimane imperturbabile dietro i suoi occhiali neri D&G.
«Busso» dichiara il maggiordomo.
«Bravo!» lo elogia nonna Pina  «Lascia che ti dica, caro mio, che come bussi tu bussano in pochi. Se ne è accorto anche Pepe e guarda che non è l’ultimo arrivato, eh? Ai suoi tempi era un peso welter» continua la vegliarda. «Se proprio devo farti un appunto, è che dovresti tenere la guardia un po’ più alta. Quel diretto l’avresti parato, almeno»
James annuisce, e si sfila gli occhiali facendo mostra di un bell’occhio nero.
«Ha ragione signora, ma tenga presente che sono stato colto alla sprovvista. Il mambo era quasi finito, e non potevo immaginare che Natascia sgambettasse Paio»
«Io non ha sgambiettato nessuno!» puntualizza gelida Olena. «Tua amichetta inciampata su mio piede, e detto poi me brutte parole» Poi, pizzicandogli una guancia: « Ma tu vero uomo, tesuoruccio, e difeso me. Vieni io da bacino su bua.» E così dicendo Olena appoggia le labbra sull’occhio chiuso di James, che si schermisce:
«Natascia, ti proibisco di chiamarmi “tesuoruccio”! E la prossima volta che ti vuoi azzuffare come uno scaricatore di porto sei pregata di non coinvolgere me!»
«Ragazzi, una rissa così non la vedevo da una cinquantina d’anni. Ne avete stesi una ventina, tra uomini e donne, e senza nemmeno versare una goccia di rhum. Pepe ha già prenotato un tavolo per l’anno prossimo» conclude allegra nonna Pina.

Prima che James possa ribattere si ode il trillo del telefono satellitare.
Tutti si rivolgono verso di lui, l’addetto alla risposta. Questi si schiarisce la voce e risponde in tono professionale:
«Qui Air Force Rana. Chi parla?»
«James, sei tu? Grazie al cielo» risponde Gilda, che continua con un rimbrotto affettuoso «James caro, non potresti lasciar perdere quel “chi parla?”. E’ pleonastico, se mi concedi questa licenza poetica.»
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine» si giustifica il maggiordomo.
«E’ un vizietto che proprio non riesci a toglierti, vero? Ma non fa niente, caro, per il resto sei perfetto»
Poi Gilda lascia da parte i convenevoli, e viene al sodo:
«James, quanto tempo vi rimane al rientro?»
«Il pilota stima che manchino almeno tre ore all’atterraggio, signora»
«Non si potrebbe accelerare, caro? Perché qui ci sarebbe un problemino»
«Ha detto problemino, signora?»
«Si, James, problemino, problemino, non ripetere a pappagallo. Ah, a proposito, ti saluta Flettàx, senti» dice Gilda, girando la cornetta verso il giardino, da cui arrivano i versi dell’Ara Macao padano:
«Craa!! Craa!! Caccià i dané! Craa!! No, la Tanzania no!»
«Spero che Miguel l’abbia accudito bene, signora»
«Si, si, non preoccuparti, ormai hanno fatto amicizia. Dicevo che fareste meglio a prendere qualche scorciatoia, perché ci sarebbe un problemino da risolvere»
«Vedrò quello che posso fare, signora. Intanto vuole anticiparmi di che si tratta?»

Gilda risponde velocemente e riattacca. James rimane in piedi, guardando la cornetta, non del tutto convinto di aver capito bene. Nonna Pina, che ha cercato di captare il discorso, invita il maggiordomo a relazionare:
«Allora, James? Chi era?»
James si riscuote, e poggia la cornetta sulla base del telefono. «Era la signora Gilda, signora»
«E…?» lo incita a continuare nonna Pina
James prende fiato, e risponde:
«Dice che il Santone è scappato» riporta il maggiordomo «e chiede se Natascia non possa essere così gentile da entrare in convento»
«Ah be’, se è per così poco» constata la vecchia. «Natascia, come sei messa col catechismo?»
Olena solleva leggermente il sopracciglio sinistro «Niet, babushka. Io non crede in queste cose»

«Uhm, capisco» commenta pensosa nonna Pina «Del resto, figlietta mia, oggigiorno con questa Internet non si sa più cosa credere»

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¹ Chic – Le Freak – 1978
² Niente sushi per Olena – 2018

Ferragosto con Olena (II)

Dal palco della Casa della Musica di Miramar, a L’Avana, l’orchestra “Adelante Compañeros” sta eseguendo una cover dei Los Van Van, “Me gusta y no puede ser”, uno dei brani più graditi dal pubblico.
La pista, piena fino a poco prima di corpi accaldati e ansimanti, si è svuotata per fare spazio a due coppie formidabili di ballerini, che gli astanti osservano ammirati.

La prima coppia è formata da un uomo sui 35 anni, sul metro e settantacinque, in forma ed abbronzato, con una bella barba nera da hidalgo e due profondi occhi scuri, che indossa una sobria tutina verde sotto un bolero rosa firmato Girifalchi con maniche a sbuffo che tiene per i fianchi la sua partner, una stupenda mulatta con canottierina e gonnellino rosso fuoco.
«Te muoves muy bien, querido» lo elogia la compagna esibendo un personale forse un tantino troppo atletico, mentre lo segue con movenze da pantera.
«Grazie, ma chérie, mi alleno tutti i giorni con il giardiniere» dichiara James, il maggiordomo di casa Rana in vacanza.
«Davvero? Non sapevo che da voi in Italia i giardinieri ballassero la salsa» dice stupita la cubana.
«Il nostro Miguel è talentuoso, cara. Come hai detto di chiamarti, a proposito? Hai una bella voce calda e profonda, te l’hanno mai detto?» chiede James, ammirando l’accenno di pomo d’Adamo al collo della salsera.
«Mi chiamo Paio, querido, Paio Pignola. Yo soy la mejor bailerina de Cuba!» proclama volteggiando. Poi, stringendosi forse eccessivamente al maggiordomo, gli sussurra in un orecchio:
«Llévame a Italia contigo, mi amor, non te ne pentirai» infilandogli peraltro la punta della lingua nel padiglione auricolare.
«Vada pure per il Paio, mia cara» concede un benevolo James, piacevolmente sorpreso da una protuberanza manifestatasi sotto il gonnellino della mulatta «ma quel Pignola non mi sembra appropriato. Ci sarebbe da discutere, diciamo. Ad ogni modo mi sembra tu abbia dei numeri notevoli, manda pure il curriculum vitae a casa Rana, vedrò di mettere una parola buona per te.»
«Muchas gracias, querido…» sussurra con voce roca Paio, stringendosi ulteriormente al maggiordomo.

Ad un tavolo defilato, due vecchi amici conversano amabilmente, ricordando i tempi passati.
Nonna Pina, la più anziana dei due, con in testa un Panama, sta fumando il suo Montecristo N°2 sorseggiando un bicchiere di rhum; il suo accompagnatore degusta il Cohiba Siglo II che l’amica gli ha regalato.
«La revolución no es una cena de gala!» proclama enfatico l’uomo.
«E su questo siamo d’accordo, Pepe. Ma quello che ti chiedevo è: ti pare giusto che un tassista guadagni più di un chirurgo? Voglio dire, va bene ad ognuno secondo i propri bisogni, ma anche l’utilità sociale andrebbe premiata, non trovi?»
«La colpa è dell’embargo e dei gringos che non accettano il nostro socialismo» risponde l’uomo «anche il povero Secundo la pensava così» ed un velo gli appanna la vista, già appannata di suo.
«Pepe,» dice nonna Pina, stringendogli una mano «mi è dispiaciuto molto per tuo fratello Secundo, sai quanto gli fossi affezionata»
«Lo so Wanda, lo so, da quella volta che lo piantasti ad Acapulco con l’orchestra ed il conto del gioielliere da pagare non era più riuscito a toglierti dalla testa… e del resto come avrebbe potuto, una donna hermosa come te?» sospira l’attempato Ganimede.
«Ah, ah, Pepe, ma che vai a rivangare? E’ passato un secolo da quando mi chiamavano Wanda…» ride civettuola la centenaria «ma adesso guarda come sono messa…» indicando le rughe che le scavano il volto.
«Per me tu sei sempre bellissima come quando scendevi le scale del Tropicana » dichiara lo spasimante  «Come avrei voluto essere uno dei tuoi boys! Ma perché non rimani qui con me, a Cuba, per sempre? Balleremo tutto il giorno, fumeremo i migliori sigari e berremo il miglior rhum, e faremo l’amore facendoci cullare dalle onde del mare» dice il cubano con trasporto.
«Pepe caro» chiede nonna Pina un po’ preoccupata  «Scusa se te lo chiedo, ma da quanto tempo non ti fai vedere da un medico? Eppure la vostra sanità è al top, mi dicono. Il tuo geriatra dovrebbe darti una registrata, amico mio. Tra l’altro che fine ha fatto la tua ultima moglie, hai seppellito anche questa? Era la quinta, mi pare. Non ti sembra di esagerare?»
«Scusa Wanda, a volte mi faccio trasportare dalla passione. Sai, il clima, la musica, il sole. Buona tra l’altro questa bevanda, che cos’è di preciso?»
«Ah bhè, andiamo bene!» scuote la testa nonna Pina, accarezzando teneramente i capelli di Pepe, che guarda incuriosito la grolla di Piña Colada che tiene in mano come se non ne avesse mai viste prima in vita sua.

«Vedo tu ha fatto conquista, tesuoruccio?»
James si volta verso la statuaria bionda che le si è avvicinata ballando, ammirandone il vestitino che copre appena l’inguine, mettendo in risalto le lunghe gambe coperte fino alle ginocchia da un paio di stivali di pelle con tacchi alti 10 cm, e le sorride divertito.
«Ah, Natascia, ci sei anche tu? Non ti avevo notato, pensavo fossi andata a pesca di Marlin a mani nude. Un vestitino davvero sobrio, complimenti, dove lo hai preso, nel casino di Dona Flor?» la punzecchia il maggiordomo. «Sei obsoleta mia cara, ormai coprono anche miss America, quest’anno va di moda il vedo-non vedo»
«Vedo infatti tu muolto discreto, come sempre» osserva Olena, piegando leggermente la testa a destra portandosi l’indice alla bocca e fissando la tutina ed il bolerino del maggiordomo. «Bello accuostamento di colori»
«Il verde ama il rosa, non lo sapevi carina? E adesso vai, su, vai a ballare con il tuo cavaliere. Almeno finché ce la fa, che lo vedo un po’ palliduccio»
A questo punto Paio Pignola, al secolo Hector García, si intromette sbottando:
«Ma insomma querido, chi è questa sciacquetta? Vogliamo continuare a ballare o no?» Poi rivolgendosi ad Olena: «Smamma bambina, qui non c’è trippa per gatti. Este es mi hombre!» e si predispone alla battaglia, fronteggiando la russa.

Un brivido attraversa la schiena di James immaginando le conseguenze della sconsiderata dichiarazione di guerra di Paio. Nonna Pina, che da lontano ha seguito la scaramuccia verbale, si sistema il Panama, posa il bicchiere di rhum sul tavolo e si rivolge al suo spasimante:
«Pepe caro, puoi dire al cameriere di portarci qualche nocciolina? Che qui tra poco ci sarà spettacolo»

«Come tu ha chiamato me?» Olena stringe leggermente le palpebre fissando con occhi di giaccio Hector-Paio. Questi, con tutto il coraggio dell’incoscienza, solleva il mento, butta in fuori il petto (rifatto bene, per la verità, come anche Olena ammette tra sé) e risponde con voce leggermente stridula, di un’ottava più alta del necessario:
«Sciacquetta! E anche slavata! Sciacquetta slavata!»
L’orchestra a questo punto ha smesso di suonare. Il bassista, il famoso Giorginho Torres, apre il fodero del suo strumento e ne estrae una bottiglia di Matusalem invecchiato 23 anni che riserva solo per le grandi occasioni. Poi si siede su una cassa dell’amplificazione ed aspetta.

«Adesso faccio io vedere te chi sciacquetta. Raoul!» richiama perentoria il suo accompagnatore, Raul Montero, gigoló di fama internazionale, che dopo l’esperienza della notte passata che l’ha visto nettamente soccombere,  progetta di dedicarsi al tombolo con pizzo di Cantù.
Raul, imbarazzato, si avvicina. «Dime, mi señora», scodinzola.
«Adesso tu baila con questa “señorita” » e così dicendo, con una piccola rotazione del polso gli getta tra le braccia Paio. «Ma che…» ha appena il tempo di dire quest’ultima, e Raoul di rendersi conto dell’entità intrusa tra di loro, che Olena ha abbrancato James, ed è il suo turno di sussurrargli all’orecchio paroline dolci:
«Vedi tu di ballare bene, o io cionco te gambette, da?»
Poi si scioglie i capelli, e ordina all’orchestra, con disappunto di Giorginho:

«E adesso Mambo!»

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