Ki ti foi atesso?!?

Nel febbraio del 1968, quando Paolo Villaggio¹ comparve in televisione in “Quelli della domenica” con i suoi personaggi, il Professor Otto von Kranz e Giandomenico Fracchia, non avevo ancora 9 anni.
C’erano solo due canali ed in bianco e nero; sul primo canale, dopo la Tv dei ragazzi e prima della partita di calcio, c’era questo nuovo varietà, con comici che avrebbero segnato tutta un’epoca come Cochi e Renato, Ric e Gian, e appunto Paolo Villaggio.
Solo per dare un’idea del livello di certi spettacoli, la regia era di Romolo Siena ed i testi erano scritti da Marcello Marchesi, Terzoli & Vaime e Maurizio Costanzo; l’orchestra era diretta da quel mostro sacro che era Gorni Kramer. Gli ospiti musicali erano bravissimi.

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Mi piaceva guardare la partita di calcio con mio padre, seduti al tavolo della cucina, un tavolo con il piano in fòrmica rossa che serviva per il pranzo e per lo studio, nella casetta di cui vi ho già parlato, in uno di quei pochi momenti di complicità tra “uomini”, che allora i genitori facevano i genitori, mica gli amici dei figli; non avevamo divani, sedevamo sulle sedie normali, babbo con il gomito appoggiato al tavolo e le gambe accavallate, io con i piedi che non toccavano terra, con le mani sotto le cosce, a tenerle calde, tutto contento di essere lì.
Nell’aria c’era l’odore della cena che mamma stava preparando; mia sorella, 4 anni, sgambettava intorno come una donnina e l’ultimo arrivato reclamava la sua parte di attenzione.
Quest’ultimo fratello, il terzo della serie, aveva appena compiuto un anno, e l’anno dopo sarebbe nato il quarto (e ultimo); mia madre lo ebbe a nemmeno 34 anni, età alla quale oggi la maggior parte delle donne non ha avuto nemmeno il primo.

Qualche settimana più tardi sarebbe iniziato lo Zecchino d’Oro, presentato da Cino Tortorella alias Mago Zurlì, con il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre; l’anno prima aveva vinto Popoff, quell’anno avrebbe vinto Quarantaquattro gatti, e grande successo ebbero Il valzer del moscerino cantata da Cristina D’Avena, che assomigliava vagamente a mia sorella, e il Torero Camomillo.

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Il festival di Sanremo era appena finito, l’aveva presentato Pippo Baudo e le canzoni si cantavano in coppia; vinse Canzone per te, cantata da Sergio Endrigo e Roberto Carlos; i concorrenti erano artisti formidabili, basti pensare che tra gli stranieri in gara c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, Paul Anka, Shirley Bassey, Dionne Warwick e gli italiani non erano da meno: Celentano, Milva, Ornella Vanoni, Ranieri, Modugno, Al Bano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Marisa Sannia, Little Tony, Johnny Dorelli….

Ma non fatevi trarre in inganno, non pensate che passassimo tutto il tempo a guardare la televisione! Anzi, la televisione era una concessione, ed andava presa a dosi parsimoniose. E poi, mica avevamo tanto tempo per guardare la televisione. Scuola, doposcuola, catechismo, compiti, e solo quando tutto era fatto si poteva uscire a giocare con gli amici… da soli, mica coi grandi sempre tra i piedi a controllare! A giocare a pallone, a palline, a figurine, a nascondino ad acchiapparella insomma tutti giochi che non si facevano da soli contro un computer e soprattutto che non costavano niente e non dovevano costare niente.
E i libri… non che in casa avessimo una gran biblioteca, ma quelli che c’erano li leggevo e rileggevo fino a consumarli.

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Tornando a Villaggio, le maschere che proponeva, viste da un bambino, ricordavano quelle delle comiche; personaggi improbabili alle prese con situazioni ridicole, Fracchia sulla famosa poltrona, Kranz che si batte con il martello per dimostrare di non sentire dolore, e va poi a urlare nei camerini… e le avventure di Fantozzi, per noi quasi aliene, perché raccontavano di un modo di lavorare che da noi era sconosciuto (nella zona c’era molta agricoltura, artigianato, qualche fabbrichetta ma grandi industrie non ce n’erano, gli impiegati erano in banca o al comune, e non erano considerati delle nullità ma erano ben considerati) se non per sentito dire dai parenti emigrati al “nord”.

Solo dopo qualche anno riuscii a capire di che si parlava. Fantozzi l’ho amato molto, mia moglie invece l’ha sempre odiato, lei sindacalista, perché rappresentava quanto di peggio c’è in un lavoratore: la mancanza di spina dorsale, il servilismo verso il potente, la rassegnazione ad ogni sopruso, la prepotenza verso i più deboli (in questo caso la moglie, la signora Pina), accomunando in questa avversione maschera e attore, Fantozzi e Villaggio.

“Quelli della domenica” finì in giugno; in quel giugno si svolsero in Italia i campionati Europei di calcio, che vincemmo contro la Jugoslavia, per la prima ed unica volta, nella seconda partita di finale, dato che la prima era finita in parità; ed alla finale eravamo arrivati dopo aver pareggiato contro l’URSS, grazie alla scelta fortunata della monetina da parte del nostro capitano Giacinto Facchetti².

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Ma non era mia intenzione fare una cronologia del 1968, solo di cercare di riportare alcune delle sensazioni di un bambino di allora: eravamo più semplici, più ingenui, più poveri se si intende la mancanza di un certo benessere, ma non certo più poveri di sogni, di volontà e di speranze; anzi, avevamo una speranza illimitata nel futuro, l’anno successivo l’uomo sarebbe arrivato sulla luna e nulla ci sembrava impossibile.

Quello che avevo allora non lo avrei cambiato, e non lo cambierei, per niente al mondo; e sono abbastanza sicuro che parecchie delle cose di cinquant’anni fa che ho raccontato, tra cinquant’anni saranno ricordate ancora; di quello che c’è in giro oggi, non credo proprio.³

(148 – continua)

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¹ Quando l’altro giorno hanno dato la notizia della morte di Paolo Villaggio mi sono meravigliato. Pensavo lo fosse già da anni.
² Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che ho citato è morta. Qualcuno però campa ancora e quando morirà mi darà modo di ricordare i bei tempi. Cavoli vostri.
³ Sicuramente se oggi le donne fanno figli ad oltre 35 anni, se le trasmissioni televisive fanno pena, se un cantante dura lo spazio di un mattino e poi viene bruciato, se per vedere una partita bisogna farsi l’abbonamento a Sky, se Urss e Jugoslavia non esistono più, se le magnifiche sorti e progressive dell’umanità all’orizzonte non si vedono, se la disoccupazione giovanile è vicina al 40% e noi dobbiamo lavorare fino a settant’anni abbiamo sbagliato qualcosa. Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.
³ E’ morta anche Solvi Stubing, la bionda spumeggiante della pubblicità Peroni. Quelli della mia generazione quando immaginavano una tedesca pensavano a Solvi; quelli di adesso ad Angela Merkel. Poi dite che siamo andati avanti?

Epitramma

Faccio parte di quella larga fetta di popolazione maschile che, quando la temperatura corporea raggiunge i 37,2° Celsius, si appresta a fare testamento. In quei momenti, per fortuna rari dato che come consulente non mi posso permettere molti giorni di malattia, o meglio potrei prenderne quanti voglio ma non verrei pagato e questo mi è sempre servito da buon incentivo a non ammalarmi, divento intrattabile. Noioso, scorbutico, lamentoso, floscio, svogliato, malmostoso:  un criceto in gabbia, più che un leone, ma con nessuna voglia di far girare la ruota.

Gli scorsi giorni sono stato vittima di uno di questi momenti: le mie difese immunitarie, di norma garanti di salute e fatturato, stavolta hanno fatto cilecca e lasciato passare qualche batterio o virus o vattelapesca che mi ha lasciato tramortito.
Stoico di natura mi sarei recato ugualmente al lavoro, se non altro per evitare che non notando l’assenza qualcuno potesse chiedersi se effettivamente la presenza fosse indispensabile; ma ne sono stato sconsigliato da fonti sia mediche che paramediche, per cui mi sono disposto con la calma che mi contraddistingue ad aspettare la discesa della febbre.

Il mio abbigliamento da malato consiste in una tuta blu con righe bianche modello Fidel Castro, con barba non tagliata e capelli scarmigliati che donano quell’aspetto tra il sofferente e il trasandato che induce, passando davanti allo specchio, a confidarsi da soli: “Madonna che brutta faccia che hai”; abbigliamento completato da una copertina rossa gettata sulle spalle a mò di capo indiano, e impreziosito infine da un paio di croc’s gialle che pur offrendo un indubbio tocco di frivolezza  non scolpirebbero nell’eventuale visitatore un’impressione di pronta ripresa.

Le mie attività consistevano in: a) ciondolare sul divano b) passeggiare avanti e indietro tra stanza da letto e divano; c) passeggiare avanti e indietro tra stanza da letto e divano cantando “Credo in unum Deum” in gregoriano: alla seconda strofa sono stato diffidato dal continuare ed a malincuore ho dovuto smettere; d) sedermi o sdraiarmi sul divano tentando di leggere “Il grande gioco” di Peter Hopkirk, la bella storia della lotta che nell’ottocento si svolse tra impero russo e impero britannico per il controllo del Caucaso e dell’Asia Centrale; lettura quantomai interessante ma forse non proprio adatta a menti surriscaldate, tant’è che immaginando questi avventurieri in azione mi lasciavo spesso andare ad esclamazioni di ammirazione come “Aha!!” “E certo, cavolo!” “ca**o!” al che venivo invitato a lamentarmi in silenzio che non ero ancora terminale.

Rinfrancato dalla constatazione mi dedicavo allora ad un’altra occupazione soddisfacente, e cioè la e) accendere la televisione e passeggiare avanti e indietro tra stanza da letto e divano commentando le notizie del telegiornale; alla vista di Erdogan però devo aver esagerato perché sono stato invitato a spegnere la  televisione (“quella ca**o di tele”, per la precisione) e riprendere a cantare “Credo in unum Deum”.

Ma finalmente, a lenire il dolore e la sofferenza, arrivava il momento del gioco: L’Eredità di Fabrizio Frizzi! Alcuni miei conoscenti si sono meravigliati che sia un estimatore di tale programma. Rivendico il diritto alle mie piccole perversioni: insomma, c’è chi si fa frustare, chi si fa picchiare e mi fermo qua, e a me non può piacere Frizzi? Come quiz non lo trovo malvagio. E’ un misto di bravura, intuito, fondello e cultura, a differenza di altri giochi (i pacchi!) dove solo una delle componenti sopra citate è preponderante. Alcune risposte sono esilaranti; ad esempio l’altra sera, secondo un ragazzo, Ernesto “Che” Guevara sarebbe nato nel 1955¹; bambino prodigio quindi, morto a soli 12 anni cercando di accendere la rivoluzione anche in Bolivia; ho sentito attribuire a Italo Svevo la scrittura de La Coscienza di Zeno nel 1980, romanzo ben postumo dunque; e infine ieri, in uno dei giochi sfida, dove si affrontano due concorrenti e a turno devono individuare una parola, avendo a disposizione all’inizio una sola lettera e poi man mano che il tempo scorre ne vengono messe a disposizione altre. La domanda, non facile, era: “scrittore di brevi poesie satiriche” e la parola, lunga, iniziava con E. Alla terza lettera avevo buttato lì epigrammista¹, ma la signora annaspava e man mano il tempo passava e le lettere si accendevano. Alla fine era rimasta solo la lettera tra EPI e RAMMISTA ed io da venti secondi stavo suggerendo “epigrammista! epigrammista!” mentre dalla cucina arrivava l’eco: “non ti sente! te la finisci che non ti sente?” e la signora ha risposto epiTrammista. Epitrammista? Ma cos’è un epitrammista, un epigrammista in tram? Mi sono lanciato nelle più fantasiose ipotesi, al che sono stato ancora rintuzzato con il classico “e vacci tu allora se sei tanto bravo!”.

Non andrò alla trasmissione del buon Frizzi, ma ispirato dalla recenti nomine del governo ai vertici degli enti pubblici ho composto il mio epitramma:

“O tu che per cognome hai olezzo
non fosti dunque di prebende sazio
non ti bastaron di Unicredit i milioni?
Fattelo pur dire o insaziabile duce:
‘sto giro c’hai proprio rotto li cojoni!”

(130 – continua)

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¹ Invece è del ’28, la stessa età di mio padre. Andrebbe ancora in giro per il mondo a cercare di raddrizzare storture? Ce ne sarebbero ancora parecchie.

² Se uno mi chiedesse a bruciapelo: cos’è un epigramma? barcollerei. Ma con qualche parolina di aiutino, avendone sentito parlare qualche volta, uno ci arriva. Sia chiaro, non è che perché uno sa che cos’è un epigramma è meglio di uno che non lo sa, così come se non sa chi è Italo Svevo pazienza. Io mi diverto anche a vedere tutte le cose che non so, anzi mi diverto anche di più, ma non lo dico per far finta di saperne tante di più di quelle che so.

Ridateci il carciofo

Non so se sia ancora attuale, ma una volta c’era una norma di buona educazione che vietava, quando si era a tavola, di parlare di argomenti che potessero creare disgusto, e che impedissero di apprezzare pienamente quello che c’era nel piatto.

Ad esempio, non sarebbe stato reputato elegante mettersi a parlare di emorroidi; la dentiera del nonno non sarebbe stata all’ordine del giorno ne i sanguinamenti gengivali, per quanto il rimedio potesse essere approvato dall’onnisciente associazione dei medici dentisti; la secchezza vaginale che per i minori rimane comunque misteriosa sarebbe stato un argomento da tenere riservato, così come la fastidiosa incontinenza urinaria (di due tipi: quella femminile che impedisce di frequentare gli ascensori; quella maschile invece causata dalla dispettosa ghiandola prostatica che induce ad alzarsi ad ogni ora della notte con scuse inverosimili).

La pubblicità di una volta, per quanto ricordi, si limitava a reclamizzare prodotti di largo consumo, elettrodomestici, detersivi, automobili: per quanto riguarda medicinali o para-medicinali proponeva articoli pertinenti come l’Alka Seltzer per digerire o la dolce Euchessina e il Confetto Falqui contro costipazioni passeggere; mettiamoci anche la Citrosodina e la gamma dei rimedi fai da te era completa.

Apprendo che l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria compie 50 anni: Auguri e figli maschi. Lo slogan scelto per festeggiare l’evento è: La buona pubblicità vola più in alto. Più in alto d’accordo, ma di cosa? Va bene che in fondo si tratta di convincerci a comprare cose che per lo più non servono, ma è proprio necessario essere tediati all’ora di cena da assorbenti esterni e interni, con o senza ali, ragadi anali e piorrea? Per quanto possiamo essere partecipi del disagio della poverina che si lagna di soffrire di un fastidioso prurito intimo, è possibile convincerla a rendercene edotti dopo cena, e magari nel frattempo grattarselo, il disagio?

Il bello è che a volte vengono scelti dei testimonial improbabili. Cioè, se Ernesto Calindri intento a sorbire il suo Cynar in un crocevia di Milano era credibile, così come Franco Cerri in ammollo col Biopresto a 40 gradi, una trentenne con perdite urinarie non suscita empatia, la reazione è solo quella di “ma caspita, fatti curare!”  così come spacciare il lato B di una ventenne per un fondoschiena di una ultracinquantenne restaurato dagli inestetismi della cellulite (che tuttavia tenderei a non disprezzare) spinge a domandarsi se gli autori abbiano mai effettivamente constatato la differenza. E’ fraudolento, diciamocelo. E’ come se mettessero una mia foto di oggi e di trent’anni fa, e facessero credere che con l’uso assiduo di un certo balsamo i capelli siano tornati folti, neri e lunghi.

Ultimamente poi arrivano delle strane proposte anche dall’Internet. La mia mail personale è bersaglio  quotidiano di andrologi, sessuologi e sessuologhe che promettono di restituire, a modico prezzo, la capacità di rendere felice il proprio partner fino a 3 volte consecutive. Di più penso che la tariffa sia maggiorata. A parte, voglio dire, che il concetto di felicità è relativo, ci vuole anche un po’ di cautela prima di rendere il proprio partner eccessivamente felice, e tutto d’un botto poi; che adesso fa anche caldo e non è detto che un bel libro non sia preferibile ad una somministrazione coatta di felicità.

Inviterei l’Istituto di Autodisciplina a controllare che gli spot siano in tema. Siamo a cena? Proponete caffè, amari e tisane, sono ben accetti anche suggerimenti per i pasti dei giorni successivi: ma sui gonfiori intestinali di Alessia Marcuzzi bisognerebbe, davvero, volare più in alto.

(102. continua)

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A come Andromeda

Nel 1972, quando in Italia esistevano solo due canali televisivi ed in bianco e nero, la qual cosa nonostante possa scandalizzare qualche cultore delle libertà attuali non ci ha oppresso più di tanto, ne tantomeno resi daltonici, Rete Uno cioè la rete ammiraglia trasmise uno splendido sceneggiato a puntate: A come Andromeda. Se a quei tempi avessero proposto un programma come quello degli odierni pacchi i dirigenti non sarebbero stati solamente licenziati come successo a quel poveretto che per eccesso di zelo ha anticipato  il conteggio alla rovescia per il brindisi dello scorso capodanno, ma avrebbero rischiato la lapidazione: con tutte le censure e prudenze del caso, la Rai informava e faceva cultura con fior fiore di autori ed interpreti.

In questo sceneggiato una cultura aliena si metteva in contatto con l’umanità e forniva i piani per la costruzione di un supercalcolatore e successivamente di un programma: questo programma, collegando il computer alle necessarie macchine, ed associando i necessari elementi chimici, avrebbe permesso di creare la nuova vita perfetta: Andromeda, appunto.

Il paese era in evoluzione: da due anni il parlamento aveva stabilito che anche in Italia si potesse divorziare senza dover ricorrere necessariamente a maniere drastiche; due anni dopo il popolo rigettò il tentativo di abrogare la legge tramite referendum.  Per dire che, quando si parla sbrigativamente degli anni settanta come anni di piombo o anni bui, prima ci si dovrebbe sciacquare un tantino la bocca. Pensate ai vostri pacchi.

Quando si parla di diritti, sono abituato a pensare al diritto al lavoro, ad una scuola che ponga tutti sullo stesso livello di partenza e fornisca una istruzione adeguata, ad una sanità efficiente ed alla portata di tutti; ad una casa dignitosa e ad una vecchiaia serena. I grandi partiti popolari del dopoguerra, la DC, il PCI, il PSI, pur divisi dalle ideologie alla fine non la pensavano troppo diversamente su questi argomenti.

Oggi apprendo che il segretario di uno dei maggiori partitini di sinistra ha coronato il suo sogno di maternità facendosi fabbricare un bambino da una donna indonesiana con passaporto americano, stante l’attuale limitazione tecnica che impedisce a due persone dello stesso sesso di accoppiarsi a scopo riproduttivo. Non ho dubbi che si tratti di un impedimento solo temporaneo: ho già visto pecore clonate, presidenti neri e papi dimissionari, questa mi sembra una bazzecola.

Mi da però fastidio, e devo ribadirlo a costo di sembrare ripetitivo, l’ipocrisia: per edulcorare il concetto non viene utilizzato il nome che ben definirebbe questo contratto, che è utero in affitto (pagato anche bene, a quanto pare), ma l’asettico maternità surrogata. Siccome sono figlio di lavoratori, e preferisco i comunisti che mangiavano i bambini a quelli che li comprano, mi dissocio da queste narrazioni fricchettone.

Chi sei tu, chiedeva una battagliera collega, per giudicare due persone che si vogliono bene e desiderano un figlio, se trovano una donna adulta e consenziente che questo figlio, anche se non proprio disinteressatamente, sia disposta a procrearglielo? Lungi da me criticare due persone, di qualsiasi sesso siano, loro si adulte e consenzienti, che si vogliano bene: ma non abbiatevene a male se non riesco ancora a concepire la pratica del vendere e comprare figli come un diritto.

(87. continua)

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So’ Caio Gregorio, er guardiano der Pretorio

Tra le ambizioni che nutro non c’è quella di diventare guru o maestro di life-style. Se c’è una regola di vita alla quale però mi attengo, e che mi sentirei in generale di condividere, è quella di cercare di circondarsi di persone positive.  Voglio dire, se uno ha già i suoi problemi non serve a molto avere intorno gente che si lamenta in continuazione; piuttosto invece meglio una spalla sulla quale piangere che però poi sappia anche, meglio se con leggerezza, indicare un piano B o una possibile soluzione.

Bisogna tuttavia ammettere che in certi periodi ci si sente come oppressi da una cappa pessimistica, e questo è uno di quelli: crisi economica, attentati, terroristi, insicurezza generale, venti di guerra e fondamentalismi  non inducono al benessere emotivo.

Fortunatamente, quando il morale tende a scendere verso i tacchi, accade qualcosa che provvede a riportarlo se non al settimo cielo almeno ad una altitudine decente: ed ecco accorrere in nostro aiuto il prefetto Tronca, commissario di Roma dopo il golpetto che ha spodestato il sindaco eletto Marino, che con qualche secolo di ritardo ha deciso di mettere al bando i centurioni.

A mio avviso, non so se saranno d’accordo gli amici romani, si tratta di una generalizzazione inaccettabile: c’è centurione e centurione.

La prima volta che andai a Roma fu con una gita parrocchiale, in occasione del giubileo del 1975. Accompagnavo mia nonna paterna, che peraltro non ne aveva alcun bisogno; non avevamo una grande confidenza perché lei aveva seguito la carovana di figli emigrati a Torino, e quindi ci vedevamo di rado. Era una donna dall’aspetto burbero, arcigna; la vita se l’era sudata, aveva dovuto tirar su cinque figli quasi da sola, ed i momenti di tranquillità non dovevano essere stati tantissimi. Non ricordo se visitammo tutte le Sette Chiese canoniche; di sicuro salimmo ginocchioni la Scala Santa. Ero un po’ in imbarazzo, perché tutti i miei amici interpretando correttamente lo spirito del pranzo al sacco si erano fatti preparare da casa dei panini al salame o anche alla mortadella; mia nonna invece aveva sorvolato sul sacco e si era concentrata sul pranzo: fettine impanate, frittata ed anche una fetta di ciambellone. Non me la sentivo di offenderla, perciò mettendo da parte il disagio spazzolai tutto.

Non era una gran cuoca nonna Ida, e forse la sua performance migliore fu quando, in occasione di una delle poche cene insieme, ci presentò delle patate al forno ripiene di tonno, viste con sospetto dalla maggior parte dei commensali ma da me gradite moltissimo.

Da piccolo il Carosello serale, che preludeva l’andata a nanna, presentava dei personaggi memorabili. Alcuni di questi ancora resistono: Calimero, l’omino Bialetti, il gringo della carne Montana… la pubblicità della Terital, che era il marchio di un tessuto sintetico, proponeva un buffo romano che sbuffava: “Ave, so’ Caio Gregorio, er guardiano der Pretorio: fa’ la guardia nun me piace, c’ho du’ metri de torace!”.  Per un’intera generazione di bambini Caio Gregorio è stato l’archetipo del Romano.

Da allora sono stato a Roma tantissime volte, da turista e per lavoro: per me, è la città più bella del mondo.
L’ultima volta, per dire, sono andato lo scorso luglio con la famiglia, approfittando di una super-offerta Italo, e tra le altre cose siamo andati a visitare il nuovo museo dell’Ara Pacis, che pure aveva ricevuto tante critiche, trovandolo incantevole; finalmente dentro Castel Sant’Angelo, che avevo sempre visto solo dall’esterno; e per l’ennesima volta al foro di Augusto, apposta per la visita multimediale curata da Piero Angela.  Avremmo anche voluto entrare al Colosseo, ma c’era troppa file e abbiamo desistito. Tra l’altro c’era un caldo micidiale, il ponentino di Roma non spirava.

Salendo sulla terrazza del Pincio, trovammo uno dei centurioni. Di tristissimo aspetto: innanzitutto non era romano ma sudamericano, e questo è di per se un anacronismo inaccettabile; poi il cimiero non era costruito con il regolamentare spazzolone colorato di rosso, ma con delle piume strappate da un boa di struzzo, con un effetto pride non proprio virile; infine una daga in plastica di quelle che si possono trovare nei mercatini rionali, in quelle poche bancarelle che ancora vendono giocattoli non tecnologici. Per niente filologico, se seguite quello che voglio dire; antiestetico anche, e meritevole senza dubbio di entrare nella lista di proscrizione del prefetto Tronca.

Mi piacerebbe però sapere chi ha stilato al commissario la lista dei problemi di Roma. Ho sondato conoscenti, colleghi e amici ivi residenti e rilevo che nessuno vi avrebbe posto in cima la deportazione dei vari Caio Gregorio. Ma può darsi che la mia e la loro sensibilità siano influenzate da quegli antichi Caroselli: “Ave, so’ Caio Gregorio”.

(74. continua)

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Si, la vita è tutta un quiz

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna stabilire chi comanda. Tramontati i tempi in cui era sufficiente roteare con maestria una clava, o quelli più recenti in cui come ci suggeriva la millenaria civiltà orientale: “Appena arrivato a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei si”, la figura del capofamiglia si è via via annacquata. Tali abitudini in alcuni angoli del pianeta, non necessariamente meno civili, persistono; nel nostro angolino di mondo e nella contingenza storica che attraversiamo, sono biasimate. Anche la moda non aiuta: se una volta bastava un’occhiata ai pantaloni, e quindi a chi li indossasse in casa, ora il dubbio persisterebbe. Resta, per affermare il predominio, il possesso di oggetti simbolici, dei feticci: gli antropologi saranno d’accordo con me che cedere il telecomando alla moglie, o compagna, o fidanzata che sia, per permetterle di piangere all’ennesima replica di Dirty Dancing o Ghost mentre su un canale concorrente è in corso la semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus è un’abdicazione inammissibile. Sconsiglierei, se il rapporto non fosse già regolarizzato o se il cedimento non fosse motivato da biechi scopi opportunistici (do ut des), dal proseguire la frequentazione di tale partner, specialmente nei mercoledì di coppa.

Intendiamoci, non che sia un fissato del calcio. Mi piace, ma il troppo stroppia: l’eccesso di palle rotolanti a tutte le ore mi ha sfiancato. Sono persino arrivato a sostenere l’unica idea sensata del professor Monti, che era quella di sospendere per almeno tre anni tutti i campionati, alla quale naturalmente, forse per non intristire ulteriormente i lavoratori esodati dalla ministra piangente, non ha dato seguito.

Del resto l’ultima mia partita di calcetto risale al secolo scorso: Franco, che già conoscete, è finito all’ospedale con una caviglia rotta, ed un altro ha cercato di distruggere un paletto con un orecchio. E senza nemmeno avversari, cosa che mi ha ancor più impaurito.

Dunque non è per passione pallonara, ma per puro esercizio del potere, che affermo come Renzo Arbore nell’87 in Si, la vita è tutta un quiz: “tu nella vita comandi fino a quando, ci hai stretto in mano il tuo telecomando!”.

Prima sarebbe stato anacronistico. Fino al ’79 i canali erano solo due, e per cambiare si schiacciava un pulsantino posto sotto al video. I televisori avevano dentro delle enormi valvole e il tecnico era un po’ come un medico: veniva in casa, faceva la diagnosi, e poi decideva per il ricovero o la sostituzione in loco. Da noi veniva Manfredo, un amico di babbo, e se diceva “ahia, Nino” bisognava temere il peggio.

Sarò vetero ma penso che se ci fossimo fermati a tre, numero perfetto, ne avremmo avuto più che abbastanza. Invece ad un certo punto ci siamo fatti mettere in testa che più televisioni fossero sinonimo di più libertà; della qual cosa si è avvantaggiato un discusso imprenditore edile per creare un impero economico e una carriera politica. Una conoscenza almeno per sentito dire del romanzo “1984” di Orwell avrebbe dovuto metterci in guardia, per non parlare della Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco e qui mi fermo per non sembrare troppo saputello. Ora ho 300 canali, e quando ho voglia di vedere qualcosa di decente vado al cinema.

Da piccoli, la tele ci veniva concessa con parsimonia, anche perché i programmi adatti a noi erano concentrati in un’oretta, nella Tv dei ragazzi. C’erano degli sceneggiati strepitosi: il più bello, per me, Giovanna la nonna del corsaro nero, con Lina Volonghi: “Marabooo lei fa il judo’, e tutti i suoi nemici metterà kappaò!”. La sera, dopo il telegiornale a cui si assisteva in religioso silenzio, il Carosello. Calimero, con la sua dichiarazione politicamente scorretta: “Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero.” “Tu non sei nero, sei solo sporco”; Ercolino sempre in piedi, Carmencita, la mucca Carolina… simpaticissima, ma che non mi ispira ricordi lieti.

I miei, come vi ho accennato, avevano avuto un grave incidente stradale, ed erano stati ricoverati entrambi all’Ospedale Civile di Macerata. Io ero affidato ai nonni materni; dalle finestre della loro casetta, sopra le mura del paese, a pochi chilometri in linea d’aria si vedeva il capoluogo, che allora mi sembrava su un altro continente. Quando chiedevo dove fossero i miei, nonna mi rispondeva: “là”, ed io aiutato da uno scalino rimanevo affacciato per ore a vedere se per caso riuscissi a scorgerli; e quando chiedevo quando sarebbero tornati, nonna teneva un atteggiamento dilatorio che avrebbe dovuto tranquillizzarmi ma non raggiungeva lo scopo. Avevo già sentito di mamme volate tra gli angioletti, non mi sarebbe piaciuto che la tappa di passaggio fosse Macerata. Cavalcavo la mucca nel vicolo delle Monache, ma non ero sereno.

Io mi chiedo, e lo svilupperò prima o poi in qualche commedia, cosa possa pensare di noi un alieno che dovesse capitare sulla terra e sintonizzarsi sulla prima rete dopo il telegiornale (oddio, non è che durante avrebbe chissà quali impressioni): sui Pacchi. Leggevo proprio ieri che una puntata dei pacchi ha avuto 15 milioni di spettatori. Vivi e lascia vivere, è il motto a cui in linea di massima cerco di attenermi, ma quando è troppo è troppo. Toglietegli il telecomando!

(43. continua)

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