Tre stelle per Olena – 2

La mattina seguente a Villa Rana le attività stentano a riprendere.
«James, mi sento come se mi fosse passato sopra un treno. Peggio di così non poteva andare, ma noi non abbiamo colpa, ti pare? Non potevamo fare niente per evitare la disgrazia».
James, chino sul divano dove è distesa Gilda, appoggia delicatamente una pezzuola umida sulla fronte della sofferente.
«Effettivamente, signora, gli avvenimenti sono precipitati improvvisamente» la consola il comprensivo maggiordomo.
«Che brutta fine, non se la meritava. O sì?» si chiede la Calva Tettuta, ripensando alla sera prima.

«Liza Maelström è l’anima del ristorante Giudizio di Odino a Gamla Stan, nel pieno centro storico di Stoccolma, autrisce di libri di successo come “Cento sfumature di aringa”, “Acida come un’aringa ascida” e addirittura la fiaba “Marina l’aringa”; il piatto che sci propone sono i famosi panzerotti all’aringa, che per l’occasione ha rivisitato accompagnando l’aringa con nuovi ingredienti, che sveleremo solo dopo la degustazione della giuria di qualità. Liza, vuoi dire qualcosa al pubblico italiano?» la invita Turchese, di un buon palmo più basso.
«Ciao Italia! Sono molto felice di essere qui, e spero che tra una pizza e uno spaghetto impariate a mangiare anche le aringhe che contengono molto fosforo e da quanto si dice in giro pare che ne abbiate proprio bisogno» saluta cordialmente la procace Liza.
Alessandro Turchese si affretta ad allontanare il microfono dalla svedese e spingerla verso la sua postazione, annunciando con enfasi il concorrente seguente:
«Dal Marocco il re della tajine¹, Ahmed Marrakech! Il suo ristorante di Casablanca, Le Zac et voilà, è rinomato per le sue squisite frattaglie speziate, ed è un punto di riferimento obbligato per quanti si trovano a passare nella sua scittà»
L’accostamento Casablanca-frattaglie provoca un sussulto a Miguel riportandogli alla mente ed al cuore la ex fidanzata Paio Pignola alias il transessuale cubano Hector Garcìa con il quale era arrivato ad un passo dall’altare.
«Ahmed ama definirsi un classico innovatore, e lo si nota anche dal suo abbigliamento» fa notare Turchese, e infatti l’uomo salito sul palco con movenze da furetto indossa un lungo katfano ma sul capo un cappellino da rapper al posto del tradizionale fez.
«Cosa sci hai portato, Amhed?» chiede il conduttore, saltando i convenevoli.
«La creazione di questa sera» risponde Marrakech ispirato «unisce la millenaria tradizione berbera ai profumi del mare, la dolcezza dei datteri delle oasi del deserto ai peperoncini di Agadir, desiderio e conquista, passione e appagamento. Come dice il Profeta…»
«Grazie Ahmed» lo blocca Turchese preoccupato di non turbare sensibilità religiose «ma non vorremmo svelare troppo… puoi dirsci intanto come sci chiama il piatto che proponi?»
«Casonsèi al cuscus» risponde laconicamente il marocchino, indispettito.
«Casonscelli al cous cous?» chiede conferma il presentatore.
«No, casonsèi al cuscus. Sei sordo per caso?» si congeda amabilmente Ahmed, raggiungendo il suo posto.
«Sorda sarà tua sorella, piede nero² del cazzo…» sibila sorridendo a denti stretti Turchese, apprestandosi a chiamare il concorrente successivo, interrotto però da una voce che si alza dal fondo della platea:
«Impostore!» tuona un omone intabarrato, puntando il dito sul palco.
«Ma prima del prossimo concorrente, linea alla pubbliscità!» reagisce prontamente il conduttore, mentre gli uomini della sicurezza si muovono per bloccare il disturbatore.
«Cominciamo bene…» commenta Turchese tra sé e sé, sfilandosi gli occhiali e asciugandosi il sudore dalla fronte con un fazzoletto immacolato.

tagine with beef, chickpeas and vegetables, close-up

¹ Pentola di terracotta che dà il nome alla pietanza che vi viene cotta a base di carne, pollo o pesce, accompagnati da olive, prugne, limoni canditi o mandorle.
² In realtà Pied-Noirs erano detti i francesi d’Algeria rimpatriati dal ’62, poco c’entrano quindi con i marocchini.

Tre stelle per Olena – 1

«Amiche e amisci, eccosci finalmente arrivati alla serata finale! Tra poco scopriremo il vincitore di quella che si può ormai ben definire la coppa del mondo della cuscina».
Alessandro Turchese, il famoso conduttore televisivo specializzato in trasmissioni culinarie, attende la fine dell’applauso tributato a comando dagli invitati e continua:
«Descine di concorrenti si sono sfidati per creare il ripieno migliore, il più originale, il più gustoso e stasera qui nella splendida locascion di Villa Rana conosceremo finalmente i finalisti di questa combattutissima, spettacolare e avvinscente edizione di: “Non aprite quel raviolo”!»
Applausi scroscianti sottolineano il titolo della trasmissione, ormai un cult tra i cooking show; in prima fila la padrona di casa Gilda Quacquarini vedova Rana che, raggiante in un abito scarlatto Effendi impreziosito da un turbante in twill di seta stampata con motivi geometrici, seduta tra il bruno maggiordomo James impeccabile nel completo Girifalchi ed il biondo svedese Svengard, quest’ultimo impacciato nello smoking che ne comprime la notevole muscolatura, si attira gli sguardi d’invidia delle ospiti di sesso femminile e non solo.
«E’ in gran forma Turchese, non è vero James? Ho dovuto strapparlo alla concorrenza, tutti lo cercano tutti lo vogliono come quel tale, il barbiere, ma non c’è che dire, vale tanto oro quanto pesa. Il gradimento dei suoi programmi è alle stelle, hai visto “Salamelle da incubo”? O l’ultimo, “Minestroni bollenti”? Che spettacolo!» afferma Gilda, entusiasta.
«Effettivamente, signora, il signor Turchese è in un momento di grazia, è molto ambito anche dagli sponsor» osserva il maggiordomo, ammirando con un brivido di invidia la montatura eco fashion in tappi di sughero riciclati degli occhiali indossati dal presentatore.
«Peccato per quel vizietto, però. A proposito, si può ancora dire vizietto? Non vorrei offendere qualcuno»
«Il vizietto è ancora concesso, signora. Ma non mi risulta che il signor Turchese…»
«James, mi meraviglio di te. Se ne accorgerebbe anche un cieco, per non parlare di un sordo»
«Lei dice, signora?» chiede James sorpreso. «Non l’avrei detto, ma la gente di spettacolo riserva sempre sorprese»
«Eppure è evidente, non senti come strascina quelle ci? Sci, sci, sci, mi riporta al paese natale¹ ma alla lunga stanca. E’ un vizio che dovrebbe togliersi» conclude la Calva Tettuta, ignorando lo sguardo di delusione del maggiordomo.
Dal palco intanto le due vallette della trasmissione, le tortelline Lori e Dori, si fanno ammirare ballando in abiti succinti uno stacchetto musicale imitate a distanza da Miguel il giardiniere, che per l’occasione ha rispolverato una tutina leopardata appartenuta a Grace Jones ai tempi di Stryx².
«Ed eccoli, i nostri gladiatori del ripieno!» tuona Turchese, provocando un fremito di eccitazione nella platea. «Dalla Svezia, Liza Maelström!»
All’udire il nome Svengard, fino a quel momento sul punto di addormentarsi, si raddrizza sulla sedia e fissa a bocca aperta la ragazzona che con due passi raggiunge il tavolo della giuria. Il cambiamento non sfugge a Gilda, allarmata dallo sguardo vitreo del suo amato.
«Sven? Svengard? Ti senti bene? Guarda che se è uno dei tuoi trucchi per andartene a tagliare alberi stavolta non attacca».

¹ Come ricorderanno i lettori più attenti il paese di origine di Gilda è Serrapetrona (MC), famoso per la vernaccia frizzante.
² Stryx è stato un varietà innovativo di Rai Due, andato in onda nell’autunno del 1978, chiusa prima del tempo perché a qualche bacchettone dell’epoca davano fastidio dei seni nudi. E poi ecco come siamo andati a finire.

Cronachette dal paese dei migliori (7)

Da quando siamo tornati in zona gialla non c’è mai stato un giorno di bel tempo, sembra che ci pensi Giove Pluvio a mitigare la smania di assembramenti : divinità che nulla ha potuto, ieri, contro l’euforia dei tifosi interisti che hanno esultato per la conquista dello scudetto dopo undici anni dal triplete di Mourinho (santo subito!). Chissà che rabbia Salvini per non potercisi tuffare in mezzo!

Salvini protagonista con Fedez di una delle diatribe della settimana scorsa, ovvero la polemica sul monologo di Fedez al concerto del Primo Maggio in difesa della proposta di legge Zan sull’omofobia; l’altra è quella di Putin che ha dichiarato persone non gradite Davide Sassoli, presidente del parlamento europeo, ed altri sette funzionari, in risposta alle sanzioni rinnovate dall’Unione Europea. Nel primo caso anche senza entrare nel merito do ragione a Fedez: come cantante non lo seguo perché come sapete il rap non mi piace, ma già uno che ricorda alla Lega di restituire i 49 milioni mi pare degno di stima. Nel secondo caso bene ha fatto Putin: se la UE ha tanto a cuore i diritti umani perché non comincia a guardarsi in casa, tipo Ungheria, Polonia, Lituania? E perché non impedisce ai suoi stati membri di vendere armi a dittatori tipo Al Sisi (che ci sta prendendo in giro da anni con la storia di Regeni, Sassoli non hai niente da dire?). O la differenza è che la Russia le armi non ce le compra perché se le costruisce (e bene) da sola?

A proposito della Russia, la Turchia ha acquistato cinque milioni di dosi di Sputnik, noi non si capisce cosa aspettiamo, San Marino l’ha preso e non mi pare che gli abbia fatto male. Un aggiornamento da San Marino: il pacco con le magliette-reggiseno per mia suocera è arrivato. Non c’è modo di capire dove sono state prodotte e con che materiali: nessuna indicazione. Il sospetto forte, quasi una certezza, è che siano prodotti cinesi dato che la taglia è XL ma non è certo una quinta, al massimo sarà una terza. Il giorno dopo me ne è arrivata un altro, come temevo. L’ho respinto, ovviamente, ma non credo sia finita qua. Ieri pomeriggio dopo il pranzo domenicale, mentre impazzava una partita a carte, mi sono visto un film con Mel Gibson e Julia Roberts: iniziato alle 14:15 è finito alle 17, inframezzato da non so quante televendite. Quanta gente infinocchieranno?

Le vaccinazioni comunque stanno andando bene, ieri ho parlato con uno che ha avuto il Jonhson e Jonhson, settimana prossima si vaccinerà mia moglie, e addirittura i miei cognati (più giovani di me) sono stati chiamati in quanto portatori di patologie pregresse, quindi fragili, e verranno vaccinati questa settimana. Merito quindi ai migliori, anche se bisogna ricordare che prima i vaccini non c’erano e quindi vaccinare era un po’ difficile.

Ieri sera sentivo che c’è la crisi dei microprocessori, ovvero le case costruttrici non riescono a star dietro agli ordini a causa della pandemia: ovvero, dato che un sacco di gente ha lavorato da casa, si sono dovuti attrezzare con computer e strumenti nuovi: e dato che la produzione è quella che è le fabbriche di auto e di elettrodomestici non hanno abbastanza componenti. Ma non sarebbe meglio evitare di mettere dei computer nelle lavatrici? A che diavolo servono, quando una volta con una manopola, massimo due, si lavavano lo stesso i panni (e le lavatrici duravano molto di più)?

Chiudo con lo spettacolo, come le rubriche che si rispettano: la scorsa settimana è finita la fiction “La fuggitiva”, un bel thriller secondo me, avvincente. Protagonista la bella e brava Vittoria Puccini ma mi chiedo: non c’era modo di farla correre un po’ meglio? O mettere una controfigura, correva a papera come le mie compagne di classe delle medie…

Dopo questo parere non richiesto vi saluto, amiche e amici, vado a far benzina (che è aumentata terribilmente) e poi metto su l’acqua: aglio olio e peperoncino, giusto per stare leggeri… a presto!

Più su le ginocchia, Vittoria!

Cronachette dal paese dei migliori (6)

E’ bastato un giorno con mia suocera in casa per farmi un quadro fosco di quello che potrebbe essere il mio futuro. Donna energica, patisce molto la reclusione forzata di questo ultimo anno: le chiacchierate con le amiche, le partite a carte, persino le tombole settimanali all’oratorio. Non potendo camminare più di tanto, si è installata in casa una cyclette ed ogni tanto si fa una pedalata, con la televisione accesa ad un volume esagerato, dato che non ci sente molto e gli apparecchi dice che li danno fastidio; è fortunata perché nel condominio dove abita la sua vicina è una sordomuta, perciò i rumori non la disturbano.

A casa mia giustamente si annoia, anche perché ne io ne mio figlio siamo molto di compagnia, lavorando ciascuno nella propria stanza: e dato che la cyclette non ce l’abbiamo, non le è rimasto che guardare la televisione. Che, naturalmente, dato il volume, abbiamo sentito anche noi. Al mattino la protagonista è stata Milva, con una compagnia di giro di amici conoscenti e ammiratori veri o fasulli affranti: sia chiaro io penso che Milva sia stata una delle più bravi artiste che abbiamo avuto nel secolo scorso, ma nei dieci anni che si è ritirata dalle scene nessuno ha speso una parola (tra l’altro anche alla radio non si sente una canzone di Milva da anni) e quindi questi riconoscimenti postumi mi puzzano un po’ di coda di paglia.

Poi nel pomeriggio il sublime su Retequattro: Forum! Erano anni che non ne vedevo una puntata (per la verità non l’ho vista nemmeno adesso, ma solo sentita), la storia era succosa: una madre scopre che il figlio diciassettenne ruba i soldi in casa (circa 1300 euro: alla faccia!) per chattare con una signorina su una linea erotica, e vuole indietro i soldi non dal figlio, ma dalla signorina. La quale, presente in studio, risponde ciccia: lei il servizio l’ha dato, lezioni di sesso tantrico mica ciufole, competenza acquisita di prima mano da un amico indiano; non sapeva che il ragazzo era minorenne, sembrava molto più grande della sua età e molto maturo; il tutto condito dalle vicissitudini familiari della madre, separata da un marito assente che dopo anni ricompare ed insegna al figlio le arti dell’illusionismo e nientemeno che dell’ipnosi, mentre la zoc.. cioè la tantrica racconta della sua infanzia povera in Georgia, della sua venuta in Italia e del fatto che la pandemia l’abbia lasciata col culo per terra, è proprio il caso di dire, e quindi si è adattata a dare consigli on line. In sostanza: la giudice ha sentenziato che chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, la georgiana (una gran bella donna) si è fatta pubblicità gratis e persino il ragazzo si è fatto pubblicità, perché ha potuto anche fare uno spettacolino di illusionismo: solo la madre ha fatto una figura così così, cosa non si fa per i figli! Io me l’aspettavo perché c’erano già passati anni fa due miei amici, che erano andati lì a far finta di litigare per questioni di diritti d’autore, ma mia suocera devo dire c’è rimasta un po’ male. Lei una scarica di mazzate al ragazzo l’avrebbe appioppata volentieri.

In serata poi mia moglie ha avuto la bella idea di ordinare on line delle magliette-reggiseno che sua madre aveva visto in qualche televendita, e di lasciare il mio numero di telefono dato che sono io quello che rimane in casa e riceve il pacco. Non l’avesse mai fatto!  Tra la sera e la mattina seguente mi sono arrivate ben 11 (undici!) telefonate da addetti diversi di un call center (ed ogni volta compare un numero di cellulare diverso _ e farlocco _ ). I quattro a cui ho risposto mi hanno detto tutti la stessa cosa: che chiamavano perché avevo fatto l’ordine e volevano la conferma dell’indirizzo e conoscere la taglia. Al secondo ho detto che avevo già detto tutto al primo ma ho dovuto ripeterlo, e così via fino al quarto: mi sono raccomandato di non mandarmene undici che tanto ne pagherò uno solo, vedremo. Il pacco è già arrivato (velocissimi, la ditta è di San Marino ma i prodotti non c’è scritto dove sono stati fatti, secondo me in Cina), mia suocera per indossare quelle magliette dovrà fare una severa dieta dimagrante (anche le taglie mi sembrano cinesi). Insomma, io il mio dovere l’ho fatto, mi piange un po’ il cuore veder buttar via così i soldi, ma sono suoi e che devo dire, meglio così che in medicine.

Amiche e amici, oggi ci siamo fatti delle penne al ragù di cinghiale Coop (buono); forse nel ragù c’era una microspia perché poco fa mi ha chiamato una addetta di Coop Lombardia per ricordarmi che a maggio ci saranno le votazioni per il rinnovo degli organi sociali, di non dimenticarmi anche perché ci sarà un piccolo coupon in omaggio. E chi si dimentica cara amica, con un ragù così!

testimoni a discarico

Olena à Paris – sui titoli di coda…

«Non essere arrabbiato Flettino. Come facevamo a sapere che la nave invece di andare verso la Germania sarebbe andata a nord, verso la Lapponia svedese?» cerca di calmarlo la paziente chioccia.
«Non pronunciare quella parola! Lapponia! E svedese, poi, come se di Lapponia non ce ne fosse abbastanza in Finlandia. Ma cosa ha in testa quella gente, chilometri e chilometri al gelo per vedere l’aurora boreale, che palle!» strepita il pennuto.
«A noi piace» afferma la renna Riitta, sopraggiunta nel frattempo. «E’ perché tu non hai un’indole romantica. Sei senza cuore! Non so proprio cosa ci trovi Kocca in te» dice scuotendo la testa in segno di disapprovazione.
«Oh, certo, tu ti sarai divertita a scorrazzare nella neve trainando la slitta, con tanto di campanellini. Ma io? Costretto a fare le imitazioni per i turisti con un costume da deficiente? Dalla padella alla brace! E senza nemmeno poter scappare, con il golfo tutto congelato!»
«Però devi ammettere che il capitano è stato gentile a permetterci di rimanere a bordo, solo in cambio di qualche lavoretto…»
«Lavoretto me lo chiama! Sfruttamento, schiavitù! La vedremo appena tornati a casa, andrò di corsa dai sindacati, mi farò versare tutti i contributi!»
La tirata rivendicativa del pappagallo viene interrotta da Fiona, salita in coperta al galoppo.
«Flettino vieni a vedere, sei in televisione, corri!»
«In televisione?»
Il pappagallo soprassiede sull’odiato vezzeggiativo e si precipita in sala TV, seguito dalle tre compagne di avventura. Il telegiornale svedese trasmette in diretta l’intervista che l’inviato da Buenos Aires sta facendo alle due proprietarie del nuovo Museo Ranone, appena inaugurato.
«La mia padrona!» strilla Flettàx, con le penne che si arruffano.
«Impossibile» lo contraddice Riitta, puntigliosa. «Spartaco non ha padroni»
«Chiudi quella bocca, o ti taglio le corna!» la minaccia il pappagallo. L’intervista è ormai agli sgoccioli, e il giornalista pone la domanda finale:
«Signora Rana, a proposito del suo consulente diciamo… particolare, sarebbe possibile farlo conoscere al nostro pubblico più giovane? »
«Sta parlando del nostro Flettàx, vero? E’ un portento, un vero cervellone. Ma certo, glielo presento»
«Sta parlando di te, Flettino!» dice Kocca, in adorazione.
«Non credo. Ha detto cervellone…» la contraddice la renna, dubbiosa.
«Consulente? Ma io veramente non… ehi, che scherzi sono questi? Chi accidenti è quello?» Flettàx sgrana gli occhi e si gratta le penne della testa, vedendosi comparire sullo schermo.
«Ecco qua il nostro amico» dice Gilda dallo schermo «Su, Flettàx, fai un saluto ai bambini sfortunati che ti stanno guardando da quel paese lontano dove fa sempre freddo, poverini» lo esorta la Calva Tettuta.
«Hej! Buongiorno bambini» obbedisce il compunto animale, chiedendosi perché mai la socia si ostini a non chiamarlo con il suo nome, Spread. «Mi raccomando, ripassate le tabelline. E non dimenticate di lavare i denti, l’igiene orale è importante! »
«Ma chi è quel pagliaccio? Questo è offensivo!» tuona Flettàx.
«Sei tu sputato, solo più educato» constata Riitta, senza intenti polemici.
«Ma tu sei più bello, Flettino» lo conforta Kocca.
«Porco mondo, non puoi allontanarti un attimo che ti fregano subito il trespolo. Dà da pensare» riflette il pennuto, meditabondo.

«Chi va a Roma perde la poltrona» sentenzia Riitta, citando un vecchio adagio di saggezza popolare.
«E chi parla ancora perde le corna!» gracchia l’animale, congestionato. «Ma non se la passerà liscia quell’approfittatore, quell’impostore, quel… quel… parrocchetto! Gli strappo le penne ad una ad una, e poi prendo il dentifricio e glielo infilo su per…»
«Flettino non essere scurrile, ci sono i bambini!» lo richiama Kocca.
«E chi se ne frega dei bambini! Bambini! Mocciosi rompiscatole frignoni…» ma improvvisamente Flettàx si blocca, con un lampo diabolico che gli balena negli occhi. Cambia atteggiamento, e con la voce più suadente possibile si rivolge ad uno dei piccoli che affollano la sala:
«Bimbo? Sì tu, quello con le lentiggini, vieni qua piccino, ti piacciono le imitazioni? Ah, ti piace l’ippopotamo? Ma che caz… ma certo che so fare l’ippopotamo, vieni, vieni qua che ti faccio l’ippopotamo»
Il bambino si avvicina caracollando fiducioso, ma appena arrivato a portata di becco un urlo di battaglia accompagna il balzo che il pennuto compie per piazzarglisi in testa, saldamente aggrappato ai teneri riccioli biondi. Urla di raccapriccio accompagnano la risata di Flettàx, che trionfante becchetta le orecchie del piccolo, e grida:
Fermi tutti o gli stacco il naso! Capitano! Craa!! Capitano!! Questo è un sequestro! Col cavolo che lo lascio, mica sono scemo» risponde il pappagallo a chi lo esorta a staccarsi dalla testa del bambino «Fate esattamente quello che dico e nessuno si farà male, capito? Che voglio? Libertà e Vendetta, io sono Spartaco avete capito? Spartaco! Capitano, rotta per la pampa! »

Olena à Paris – epilogo

A Buenos Aires, e precisamente nello storico quartiere di San Telmo, è in corso una importante cerimonia a cui partecipano il ministro dei Beni Culturali Ramon Diaz, il governatore Fulgencio Sbandado, il sindaco Nestor Figueroa Alcorta, il vescovo Guillermo Colasanto ed altri esponenti politici, imprenditoriali e del mondo dello spettacolo e della cultura. L’occasione per il raduno è data dall’inaugurazione, a pochi passi dal MALBA, il Museo d’arte moderna latinoamericana, del nuovo Museo RANONE, progettato dall’archistar Alexandro Ciavapedra, che in onore delle committenti ha progettato un edificio a forma di vasetto di yogurt rovesciato al centro di un enorme tortellino.
L’evento, trasmesso in diretta dalla Televisión Pública, riguarda appunto l’apertura dell’avveniristico spazio multifunzionale destinato ad ospitare le opere d’arte ritrovate rocambolescamente in territorio argentino e che le due promotrici, Gilda Rana e Antonietta Talnone, hanno voluto dedicare alla memoria dei compianti mariti.
Gilda, appena conclusa l’intervista con l’anziano giornalista Bruno Mosquito, più interessato alla sua scollatura che alle sue dichiarazioni, scende dal palco dove l’orchestra “Las Vincisgraçias” sta accordando gli strumenti per il ballo che seguirà e si dirige al suo posto, aggrappandosi al braccio che l’elegante e premuroso accompagnatore gli tende.
«James, caro, come me la sono cavata, ti sono sembrata abbastanza compìta? Ho infilato quelle due paroline, come mi avevi suggerito, e mi è parso che perfino l’assessore approvasse, quel macaco, anche se in privato mi ha chiesto se non fosse possibile aggiungere al progetto un centro massaggi e una sauna. Gli ho detto che devo pensarci, tu pensi sia abbastanza multifunzionale?» chiede la Calva Tettuta, distribuendo sorrisi agli astanti.
«Accogliente ed inclusivo è un passepartout per tutte le situazioni, signora. In quanto alla sauna lascerei decantare la cosa, se posso permettermi. Le amicizie nate in quegli ambienti non sono delle più solide» risponde James, ripensando con un brivido ad un capanno nella tundra dove qualche anno prima si era trovato a tu per tu con Dimitri, il domatore di elefanti del circo Nikulin.
«A proposito James, sai che quegli occhiali ti donano? Il colore della montatura si intona con l’ematoma all’occhio destro. Ti hanno maltrattato quei bruti a Parigi? Ma quella ragazzotta, l’amica di Natascia, li ha sistemati per le feste. Peccato tu ti sia perso la scena madre, ma dov’eri finito? Siamo stati in pensiero»
«Desolato di avere involontariamente arrecato preoccupazione, signora, ma ho avuto un piccolo contrattempo. Vede, Serge…»
«Il tuo amico battitore?»
«Precisamente, signora. E’ stato quando gli ho confessato che non avrebbe avuto l’esclusiva per la vendita dei quadri, non l’ha presa molto bene. Mi ha dato dello spergiuro, del traditore, del matto da legare, finché non è passato alle offese inaccettabili»
«Davvero, James? Sembrava un armeno così a modo, chi l’avrebbe detto. Ma cosa ti ha detto, di preciso?» chiede Gilda, partecipe.
«Ha sostenuto _ faccio fatica a ripeterlo _ che ha visto attaccapanni più eleganti di me, il mio stilista dovrebbe essere carcerato e bisognerebbe istituire una lista nera di tutti i suoi clienti. Ed inoltre, e questo è quello che più mi ha fatto male, che il caffè che preparo è merde»
Gilda sbarra gli occhi e porta una mano alla bocca, inorridita dal racconto e commossa dalla lacrima che spunta dall’angolo dell’occhio pesto del suo maggiordomo.

«Oh, Gilda, eccoti qua, vieni, siedi vicino a me cara» li interrompe Antonietta Talnone, che affranta sorseggia un calice di Cruzat «Lascia che ti ringrazi ancora, non so cosa avrei fatto senza di te. Detto tra noi poi, quest’idea del museo è geniale: una pubblicità planetaria, sgravi fiscali per decenni, e diritti di sfruttamento di immagine… ho già dato disposizioni al nostro marketing di lanciare il Roquefort Caravaggio, ammuffito tre anni, sarà un successone!»
Gilda rabbrividisce all’idea e si affretta a ingollare a sua volta un calice dello spumante argentino, rimpiangendo peraltro il Franciacorta di casa; poi si stringe alla fresca vedova, e le confessa:
«In realtà l’idea non è stata mia, Antonietta. Lo vedi quello? » dice indicando una macchia variopinta.
«Ma chi, il pappagallo?» chiede Antonietta, sorpresa.
«Sshh, per l’amor del cielo, non farti sentire, è di un permaloso… Si chiama Flettàx, ma vuol essere chiamato Dottore. Pensa che una volta era un sovranista, poi ha avuto una crisi mistica ed è diventato commercialista. Ad essere sincera lo preferivo prima, era molto più divertente, anche se si rende molto utile. Per farlo divagare un po’ l’ho portato a vedere l’Amazzonia dove è nato, non si sa mai trovi la fidanzata»
«Ma Gilda, qui in Argentina non c’è l’Amazzonia, quella è in Brasile. Qui c’è la Patagonia» la corregge la francese, più ferrata in geografia.
«Ama, Pata, non stiamo a sottilizzare Antonietta. Ma piuttosto» e qui la Calva Tettuta avvicina il viso a quello della vedova Talnone, e abbassa la voce «hai avuto problemi dopo… l’incidente?»
«Assolutamente, tutto a posto. Le tue ragazze hanno fatto un lavoro perfetto: le impronte sulla pistola erano già quelle di Carlos, sul fucile hanno messo quelle di mio marito; le registrazioni delle telecamere di sicurezza sono state tutte cancellate, le nostre tracce nella stanza ripulite e l’ufficio messo a soqquadro a regola d’arte. Aggiungi che il capo della polizia è un mio caro amico e tutti gli anni faccio generose donazioni all’associazione delle famiglie dei caduti in servizio e insomma, il caso è chiuso. Sono libera come l’aria!»
«Libera, insomma… adesso ti toccherà prendere in mano le redini dell’azienda, ti assorbirà un sacco di tempo… » dice Gilda, ripensando alla sua esperienza.
«Non ci penso nemmeno!» risponde Antonietta, alzando le mani come ad allontanare un pericolo. «Hai presente la segretaria, Geneviéve, quella bruttarella? Lei conosce la ditta meglio di chiunque altro, ed erano anni che mio marito faceva fare a lei tutto il lavoro che avrebbe dovuto fare lui. Poverina, era innamorata, chissà quanto ha sofferto sperando che arrivasse il suo turno di essere sdraiata sul divano, ma ogni volta c’era una Chantal o una Juliette che aveva la precedenza. L’ho nominata direttore generale, ho fatto bene?» chiede la fresca vedova, guardandosi intorno con interesse.
«Furba! Hai fatto benissimo, così finalmente potrai dedicare del tempo a te stessa… ma c’è qualcosa che non va, cara?» chiede Gilda, vedendo l’amica distratta.
«Come? Ah, no, no… senti Gilda, pensi che qualcuno avrà da ridire se mi allontanassi per, diciamo, un paio d’ore? Sento che sto per avere un mancamento»
«Ti senti male Antonietta? Chiamiamo un medico, se vuoi…»
«No, no, non è necessario. Ecco, è che avrei un… ehm… appuntamento con quel ragazzo, quello laggiù…» indica Antonietta con un lieve cenno con la testa.
«Ma chi, Adalgiso?» chiede Gilda, scoppiando a ridere. «Stai attenta Antonietta che quello è rimasto disoccupato da poco, farà di tutto per farsi… apprezzare»
«Ah, ah, spero che sia all’altezza, perché non hai un’idea da quanto tempo non lo faccio…» confessa Antonietta che, vedendo il palestrato Adalgiso avvicinarsi si alza, si china su Gilda, le stampa un bacio sulla guancia e la saluta.
«Au revoir, mon ami» e si aggrappa al braccio muscoloso dell’uomo fingendo un malore; da sotto il ventaglio che sventola per farsi aria, dà disposizioni per il lieto proseguo.
«Suite Imperiale, caro. I muscoli non sono male, vedremo il resto… hai portato le manette? Bene, la frusta è in camera»

All’improvviso le luci si abbassano, e l’orchestra attacca Por me cabeza di Carlos Gardel, un classico del tango. Un occhio di bue illumina i due ballerini che, tenendosi per mano, avanzano regalmente dal fondo della sala verso lo spazio che si è creato sotto il palco: lei, affascinante, con il corpo inguainato in un lungo abito di seta nera, aperto ai lati per permettere i movimenti, lunghi guanti che le arrivano fin sopra il gomito, ed una rossa scarlatta fra i capelli candidi; lui, elegante in un completo immacolato di lino, che ben contrasta con la sua carnagione, emozionato ed orgoglioso di essere al fianco della sua partner.
Gilda, che sta addentando una empanada, allunga il calice verso James e rimane paralizzata, così come il maggiordomo, che per lo stupore continua a versare lo spumante finché non trabocca.
«James?» chiede sostegno Gilda, deglutendo.
«Signora?» risponde James, recuperando a fatica l’aplomb.
«Trovi che sia sveglia? Voglio dire, non sto sognando, è vero?»
«Lo escluderei, signora. Desidera che le dia un pizzicotto?»
«Lascia stare, casomai lo chiedo all’assessore. Stai vedendo anche tu quello che vedo io?»
«Temo di sì, signora» conferma il maggiordomo.
«Passi uno, ma due fantasmi mi sembrano un po’ troppi, non trovi? Non sarà un difetto di famiglia? Prima Evaristo, adesso nonna Pina. E guarda come balla! Sembra più in forma adesso di quando era viva»
«In effetti è inusuale anche per gli standard patagoni che una defunta balli il tango, a quanto ne so» dichiara James, ancora incredulo.
«Sarà colpa del 5G?» si chiede Gilda, che diffida delle novità tecnologiche. «Comunque direi che non è il caso di crucciarci, nel solaio di Villa Rana c’è un sacco di spazio, fantasma più, fantasma meno, basta che non si mettano a litigare tra di loro. Ma a proposito di fantasmi, dov’è sparito Svengard? Sempre il solito, la mondanità proprio non la sopporta. Senti James, come te la cavi col tango figurato?»
«Discretamente, signora. Mio cugino mi ha insegnato i passi fondamentali, anche se in cambio pretendeva che indossassi gli abiti di mia zia.»
«Ottimo, allora. Balliamo?»
«Con piacere, signora. Conduco io o conduce lei?»

«Chi sono quei due, capitano?» chiede Vassilissa, incuriosita dalla strana coppia che sta eseguendo una caminada. Olena guarda i due, intenerita, ed un raggio del faretto colpisce i suoi occhi blu e si riflettono in quelli della sua amica.
«Lei è Babushka Pina» dice lentamente, ammirando la donna alla quale ha fatto da badante per due anni.¹
«Lei è Leggenda» continua alzandosi in piedi, ed applaudendo la parada² dei due, che sembrano sospesi nell’aria. «Lui l’ha amata tutta la vita, ed è la prima volta che ballano insieme. E’ tango, Vassilissa, tango. Balliamo, vuoi?» le chiede, fissandola negli occhi.
«Temevo non me lo chiedesse mai, capitano» risponde la giovane, sostenendo lo sguardo, e alzandosi a sua volta.

«Juanito, mettici un po’ più di energia, per la miseria, non siamo ancora all’Ospizio. Hai paura di spezzarmi?» redarguisce il suo cavaliere nonna Pina.
«Ma querida, la ferita non è ancora cicatrizzata del tutto, il medico si è raccomandato, non devi sforzarti…»
«Ma chi se ne frega del medico, Juanito! Pensi che sarei ancora qua se avessi dato sempre retta ai medici?» chiede la centenaria, apprestandosi al molinete.
«Non ti ho ancora detto grazie per tutto quello che hai fatto» appoggiandosi più decisamente al ballerino.
«Grazie? E di cosa, sono io che devo ringraziare te. Questo è un regalo per me, un sogno che ho coltivato fin da ragazzo, ballare con la grande Wanda Del Rio…»
«Lascia stare quella là, Juanito» lo ferma l’antica diva. «Wanda è morta, lei sì, morta e sepolta da un pezzo. Ti ringrazio perché hai salvato me, nonna Pina, e non so ancora come hai fatto»
«Fortuna, solo fortuna» si schermisce l’anziano spasimante. «Quando ti ho caricata sul cavallo per riportarti a casa, non ho resistito alla tentazione, e ti ho voluto dare un bacio»
«Ti eri montato la testa, Juanito, pensavi di essere il principe azzurro? E se invece ti avessi trasformato in rospo?» ride la vegliarda, eseguendo i suoi adornos.
«La principessa sei tu, amada mia. Se non ti avessi dato quel bacio non mi sarei accorto di quel piccolo soffio, e non sarei corso al paese, dal dottore… il resto l’hai fatto da sola, con la tua tempra, il tuo temperamento…»
«Non essere modesto Juanito, tu mi hai salvato la vita. Anche se, sai, a pensarci mi è un po’ dispiaciuto non aver potuto partecipare al mio funerale»
«Capisco, cara, ma quella donna, il Capitano, non ha voluto si sapesse che tu eri ancora viva, temeva che quelli che ti avevano sparato venissero a completare l’opera. Ma ti ha fatto fare una statua di cera, come quella di Evita»
«Tu l’hai vista, Juanito? Com’era, mi somigliava?»
«Si, querida, ti somigliava. Ma tu sei molto più bella»
La musica termina con i ballerini impegnati in un lento casquet; gli invitati sono tutti in piedi, e tributano ai due anziani innamorati un applauso scrosciante. Juanito e nonna Pina rispondono con un inchino, si rialzano e si abbracciano.
«E adesso, che ne sarà di noi?» chiede l’uomo, commosso.
«E chi lo sa, Juanito. Intanto viviamo, poi si vedrà»

E stavolta è davvero The End… ma non perdetevi i titoli di coda!

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017
² Caminada, Parada, Molinete, Adornos sono passi del tango argentino. L’autore ammira sconfinatamente i ballerini e soprattutto le ballerine di questo ballo affascinante, languido e sensuale.

Olena à Paris – 44

L’erede della fortuna dei Talnone si scioglie dall’abbraccio con Gilda, raddrizza la schiena, fa qualche passo verso il marito e gli parla, ma con lo sguardo perso oltre la grande vetrata.
«Sai, Jean, io devo ringraziarti»
«Ringraziarmi, Antonietta? Ma di cosa? Senti, cara, posso spiegarti tutto, non è come sembra, è tutto un equivoco…»
«Sshh, Jean, taci per favore» lo zittisce Antonietta. «Hai ragione, ho trascurato le attività della società, le avevo delegate ad un uomo che amavo, un uomo affascinante che mi aveva fatto sentire desiderata, una principessa, me, una ragazza insignificante…»
«Anch’io ti amo Antonietta, ma non potremmo parlare dopo di queste questioni? Sono sicuro che chiariremo questo malinteso…»
«Ti ho detto di tacere, Jean!» lo zittisce Antonietta, fredda. «Tu mi hai illusa, mi hai sfruttata, ti sei servito di me per la tua ambizione, mi hai tradito… come potevi amarmi, Jean? Tu ami solo te stesso… non mi hai mai amato, ma non pensavo che potessi arrivare a compatirmi, a disprezzarmi »
«Ma cosa dici Antonietta, non è assolutamente vero, se ti sono sembrato distante è per colpa del lavoro, le preoccupazioni…» cerca di giustificarsi Biscuit.
«Ma in fondo hai ragione, sai? Me lo meritavo» continua Antonietta, senza dare peso alle parole del marito «Sono stata debole. Mi accontentavo di vivere nella tua ombra, senza accorgermi che eri tu che stavi risucchiando la mia vita. Ma possiamo ancora cambiare, sai? Guarda, voglio farti vedere una cosa» dice la donna, aprendo la borsetta Kelly Classique di Hermès.
«Ma certo, cambierà tutto, te lo prometto cara, ma… che cos’è quella?» chiede Jean, fissando l’attrezzo che la moglie ha estratto dalla borsetta.
«Ah, questa? Oh, niente, una chiave inglese. Sai, da bambina mio nonno mi ha insegnato a smontare e rimontare il motore del suo trattore, l’avresti mai detto?»
«No, veramente no, Antonietta, ma qual è il punto, non capisco…» risponde Biscuit sorpreso e preoccupato.
«Vedi Jean, mio padre era come te. Ha portato mia madre all’esasperazione, alla disperazione, finché si è tolta la vita. Ma, e questo è il punto caro Jean, io non sono mia madre»
«Naturalmente, ma continuo a non capire, se potessimo uscire da qua…»
«Cosa non capisci di “stare zitto”, Jean?» lo gela Antonietta, dura, e continua:
«Aveva fatto in fretta a dimenticarla, dopo appena sei mesi si era risposato con la sua segretaria, che era stata la sua amante per anni» La Talnone si ferma, come persa nei ricordi, e poi prosegue, cambiando discorso.
«Hai un’idea di cosa sia un rotore di coda, Jean?»
«Un rotore… un pezzo di elicottero, sbaglio? Ma che c’entra?» chiede Biscuit, sempre più confuso.
«Bravo, Jean, serve a controllare il beccheggio ed il rollio dell’elicottero, in sostanza serve a stabilizzarlo. E sai cosa succede se, inavvertitamente, qualcuno ne allenta le viti con le quali è fissato alla sua trave?»
«Vuoi dire che… tu… sei stata tu? Tu hai provocato l’incidente in cui è morto tuo padre? L’hai ammazzato tu? Ma non è possibile, tu sei… pazza!» grida Biscuit, mentre un lampo di orrore gli attraversa il cervello nel momento in cui si rende conto che la moglie non è quella creatura innocua che aveva sempre creduto.
«Pazza sono stata ad aspettare così tanto» continua Antonietta, glaciale. «Sai Jean, niente mi farebbe più piacere che vederti chiedere l’elemosina vivendo sotto qualche ponte di Parigi. Potrei farlo, sai? Con il divorzio ti toglierei la pelle, e impedirei a chiunque di avere rapporti con te. Ma magari troveresti il modo di infinocchiare qualche poveretta e farti mantenere, ed io sinceramente sono stanca. E poi non l’hai sempre detto anche tu che il nero mi dona?»
«Il… nero?» si chiede Biscuit, che comincia a realizzare l’enormità degli sbagli commessi nel momento in cui vede la moglie avvicinarsi ad Olena, stendere verso di lei la mano guantata e farsi consegnare la pistola di Carlos.
«Antonietta, per l’amor di Dio, metti giù quella pistola, che vuoi fare? Ho sbagliato, me ne andrò, ti prometto che non mi vedrai più, Antonietta, ti prego…» piagnucola quello che fino a poco prima era a capo di un impero.
«Che sfortuna, Jean. Un ladro è entrato nel palazzo, cercava probabilmente la cassaforte, come poteva sapere che tu fossi rimasto a lavorare fino a tardi? Avete lottato, era armato e ti sei difeso con il tuo fucile, un’arma insolita da tenere in ufficio ma si sa, tu eri un appassionato di armi. Una tremenda casualità, vi siete uccisi a vicenda. Al funerale parteciperanno tutti i tuoi amici, i soci del Rotary, sicuramente ci sarà il Presidente della Repubblica, farà un bel discorso e forse mi consegnerà una medaglia alla tua memoria. Gilda, pensi che il tubino Armani possa andar bene per l’occasione?»
Prima che Gilda possa dare la sua approvazione Carlos, vista la piega che stanno prendendo gli eventi, interviene.
«Un attimo, un attimo, signora, io non c’entro niente in questa storia. Io sono solo un professionista, proprio come quelle due lì!» protesta, indicando Olena e Vassilissa.
Le quali si guardano e si scambiano un sorrisetto; dopodiché Vassilissa con un gesto veloce arma la cartuccia ed esplode un colpo verso il messicano, colpo che gli fa sfondare la vetrata e precipitare nel vuoto.
«Manda noi fattura, pruofessionista» lo saluta Olena, affacciandosi a guardare il corpo che cade, rimbalzando sulle pareti della Tour Bifidus.
Biscuit paralizzato, pallido come un lenzuolo, fissa tremando la pistola che la sua prossima vedova gli sta puntando contro.
Olena, Vassilissa e Gilda escono dall’ufficio, ma da dietro la porta riescono ad ascoltare il saluto di commiato che si scambiano i coniugi Biscuit:
«Jean, ti dispiacerebbe spostarti verso la finestra? Mi rincrescerebbe macchiare il Tactile Blue¹»
«Vaffanculo Antonietta, tu e il Tactile Blue» risponde Jean Biscuit, in un sussulto di dignità.
Poi uno sparo, ed è la fine.

Ma la storia non è ancora finita, resistete ancora un poco…

¹ Tactile Blue by Mohebban, tappeto fatto a mano in lana, seta di bambù, viscosa e iuta, prezzo €8.784,00 Iva inclusa.

Olena à Paris – 43

«Ma fammi capire, Jean, non potevi prenderli e portarli da qualche altra parte quei quadri? Solo tu sapevi cosa c’era in quel magazzino, non capisco che bisogno avevi di tutta questa messinscena…»
«Vedo che continui a non capire, mia cara. Io non avevo nessuna intenzione di spostarli»
«Natascia, tu ci capisci qualcosa? Io ci rinuncio» dichiara Gilda, incrociando le braccia.
Mentre Olena inarca un sopracciglio, incuriosita, Biscuit continua il suo racconto.
«Mi spiego meglio, allora» continua Biscuit «quelle opere erano state nascoste per più di settanta anni; quelli che ne conoscevano l’esistenza erano spariti da tempo, o fatti sparire, chi lo sa; e io non avevo nessuna intenzione di agitare le acque e ritrovarmi magari con i nazisti alle calcagna, o peggio il Mossad…»
«Ma che accidenti racconti Jean, ma di che nazisti vai cianciando? Quelli rimasti avranno più di cento anni! E il Mossad, poi… perché non gli extraterrestri allora, già che ci siamo?»
Biscuit scuote la testa, divertito.
«Il tuo candore mi commuove, Gilda. Glielo spieghi lei, capitano, se ci sono ancora in giro nazisti. No, non devi pensare a quelli con la testa rasata, con magari qualche croce uncinata tatuata, nostalgici, razzisti…»
«Perché, quelli cosa sono, boy scout?» chiede ironicamente la Calva Tettuta.
«Folclore, scenografia, fumo negli occhi. Certo, possono diventare pericolosi, ma non sono certo loro a tirare le fila… quelli devi cercarli nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nelle segreterie dei partiti, nelle banche di affari, negli organismi internazionali che stabiliscono le regole del commercio…»
«Cos’è, Jean, mi stai diventando comunista? » lo provoca Gilda «Non mi sembri credibile nei panni di Che Guevara. E comunque vieni al dunque, che ci volevi fare con quei quadri?»
«Un attimo di pazienza, che ci arrivo. Mi ritrovavo tra le mani beni di un valore inestimabile, il problema era come farli fruttare. Sapevi che per il mondo c’è un giro di collezionisti disposti a spendere fortune per aggiudicarsi pezzi del genere, solo per il piacere di tenerli chiusi nel proprio caveau blindato e rimirarseli ogni tanto, magari in compagnia di amanti pagate anche loro profumatamente? »
E’ la volta di Gilda scuotere la testa, stavolta di delusione.
«La solita storia, quindi, soldi. Ne hai già più di quanti potrai mai godertene, a che diamine ti servivano anche questi?»
«No, non soldi cara mia, ma quello che si ottiene con i soldi: il potere. Il potere di far credere che il nostro è il miglior modo di vivere, e l’unico possibile; di mettere nei posti giusti chi può fare leggi che ci favoriscano, per approvvigionarci di materie prime a prezzi ridicoli lasciano ai produttori solo le briciole, per combattere legislazioni troppo restrittive sullo sfruttamento delle risorse e sull’inquinamento; per comprare giornali e televisioni, infiltrarsi nei social; per corrompere politici e sindacalisti, quelli che cercano di organizzare i lavoratori e li spingono a lottare per i loro diritti; e per eliminare quelli che non sono disposti a farsi pagare, gli idealisti; in definitiva il potere di garantirci che, per i prossimi cinquant’anni almeno, comanderemo ancora noi. Noto una smorfia di disapprovazione sul tuo visino, dovresti essermi grata invece, in fondo sto lavorando anche per te…»
«Per me?» grida Gilda, esasperata. «Hai fatto ammazzare persino la nonna di mio marito, e l’hai fatto per me? Tu sei matto, peggio di Evaristo, ecco perché andavate d’accordo voi due! Ma Antonietta è al corrente di questa storia? Perché, nel caso non la conosca, non vedo l’ora di raccontargliela, e poi vediamo come va a finire!» urla la Calva Tettuta.
Biscuit fa un respiro profondo, e si avvia verso la propria poltrona, dove si siede, poggiando i gomiti sulla scrivania e prendendosi la testa tra le mani.
«Lascia stare Antonietta, Gilda. Lei non sa niente, non si è mai interessata di niente di quello che succede qua dentro. L’unica cosa che interessa quella beghina sono le opere di carità e le feste, ed è bene che continui ad occuparsi di quelle. Ma ora, cara Gilda, veniamo al dunque, come dicevi tu stessa. Questo è il contratto, manca solo la tua firma.»
«E se non firmo che succede, mi fai sparare?» chiede la vedova Rana, protendendo il generoso petto.
«L’idea non è malvagia» risponde Biscuit «ma vorrei evitare ulteriori spargimenti di sangue, se possibile. Se hai bisogno di una spintarella, comunque, potremmo far fuori i tuoi amici che in questo momento sono nostri… ospiti, in modo molto doloroso, se rendo l’idea»
«James?» esclama Gilda «Avete preso James? Natascia, che devo fare?»
Olena risponde senza scomporsi, recuperando una lieve inflessione russa:
«Pistola puntata alla tiesta ottimo arguomento di convincimiento, signuora»
«Allora devo darla vinta a questi bastardi, devo firmare?» chiede Gilda, con una punta di amarezza.
«A meno che» continua Olena «chi punta pistola non ha fucile puntato su sua testa»
E, seguendo lo sguardo della russa, tutti quanti fissano incuriositi il puntino rosso che si è illuminato sulla fronte di Jean Biscuit.

Carlos è il primo a rendersi conto della situazione.
«Mister, non si muova. E’ sotto tiro di un fucile di precisione»
«Che cosa? Sotto tiro? Ma chi diavolo… fai qualcosa, Carlos!»
«Gliel’avevo detto che era una pessima idea quella del suo ufficio» risponde Carlos, e poi si rivolge ad Olena, con ammirazione. «Bel colpo capitano, devo riconoscerlo. Chi avete piazzato là fuori?»
«Tu conosce lui molto bene, Carlos, e sai che difficilmente sbaglia colpo. E’ Osvaldo.»
«Osvaldo? Figlio di… non vi riconosco più capitano, in altri tempi ad un traditore avreste ficcato una pallottola in testa, stavolta non solo l’avete lasciato vivo, ma l’avete ingaggiato di nuovo. State diventando sentimentale…»
«Osvaldo non ha mai tradito me. Ha finto di tradirmi, era modo più facile per entrare in deposito, hai presente Cavallo di Troia?»
«Di troie ne conosco parecchie…» risponde Carlos, con poca eleganza. «E a proposito, signori…» continua, costringendo Gilda a sollevarsi dal divano e facendosene scudo, sempre puntandole la pistola alla testa. «Vi pregherei di non seguirmi, se non volete costringermi a far scoppiare questa testolina deliziosa» e, camminando a ritroso per non voltare le spalle ad Olena, si avvia verso la porta dell’ufficio.
«Natascia! Fai qualcosa, per la miseria!» urla la Calva Tettuta, inviperita.
«Carlos! Torna qui, bastardo!» urla Jean, rimanendo per il resto immobile.
Olena fissa Biscuit stringendo leggermente le palpebre, e poi lo rassicura beffarda:
«Tranquillo, tuo amichetto tuorna subito»
E, come se le avesse letto nel pensiero, la porta si apre e rientra Carlos, stavolta però con le mani alzate e con un fucile a pompa Rys-K puntato alla nuca.
«Che diamine…» sfugge a Biscuit, incredulo nello scoprire la ragazza che segue Carlos imbracciando il fucile. «Chantal?! Ma che cazzo ci fai tu qui, e che stai combinando con quel fucile?»
«Bel nome, Chantal» osserva Olena, avvicinandosi alla sua amica e prendendo la pistola che la ragazza si è fatta consegnare da Carlos.
Chantal spinge Carlos verso la vetrata, e sempre tenendolo sotto mira risponde:
«Con quello che mi paghi, caro “zietto”, sono costretta a fare qualche straordinario. Inoltre, devo dirtelo, preparare caffè, fare fotocopie e succhiare il tuo uccello sotto la scrivania come prospettiva di carriera non era allettante»
«Chantal, non fare la stupida, cos’è che vuoi? Metti via quel fucile, ti coprirò d’oro…» implora Biscuit, sudando.
Chantal sorride maliziosa, poi si gira verso Olena.
«Glielo dice lei, capitano?»
Olena annuisce, poi fa cenno a Biscuit di alzarsi, e di mettersi vicino a Carlos.
Nel frattempo nella stanza è entrata anche Gilda, ancora rossa dalla arrabbiatura.
«E mò so’ cazzi vostri, e non dite che non vi avevo avvisato!» urla ai due.
Olena sorride, e rivela la vera identità di Chantal:
«Vassilissa Kutnezova è ufficiale di FSB, servizio federale per sicurezza di Federazione Russa, indaga su traffico di oggetti d’arte e finanziamento di organizzazioni terroristiche» poi incuriosita chiede alla collega:
«E’ vero che tu fatto lavoretto a lui sotto tavolo? Poi tu racconta me tutto»
«Io non c’entro niente con quella porcheria!» protesta Biscuit, prima di rimanere gelato alla vista della figura che varca la soglia dell’ufficio. Antonietta Talnone, pallida di rabbia nel tailleur Chanel a piccoli quadri della collezione primavera 2021, avanza lentamente verso Gilda, e la abbraccia.
«Avevi ragione tu, gli uomini sono tutti porci» le dice all’orecchio.
«Non generalizzare, Antonietta. Io parlavo dei mariti» la corregge Gilda, accarezzandole la testa.

Olena à Paris – 42

«E’ in ritardo, contessa»
Jean Biscuit, seduto alla sua scrivania, accoglie con un sorrisetto Olena, entrata nella stanza senza far rumore. La russa, fasciata da pantaloni in pelle neri ed un pullover a collo alto, sempre nero, tiene i lunghi capelli biondi raccolti da una fascia in tessuto stampato con motivi di piccole matrioske variopinte, capelli che ricadono su un giubbotto rosso con stampata sul dorso la scritta CCCP, si avvicina lentamente alla scrivania, tenendo d’occhio il divano laterale sul quale è seduta Gilda, imbavagliata e con la pistola puntata alla testa da Carlos, in piedi dietro di lei.
«Toglietele il bavaglio, prego» intima calma, sedendosi di fronte a Biscuit. «Le hanno fatto del male, signora?» si informa, ma appena libera Gilda la rassicura propompendo in un diluvio di improperi nel vernacolo nativo, linguaggio a cui ricorre sovente nei momenti di tensione.
«Moriammazzati, che ve pijasse un colpo! Natascia, spaccheje la faccia e quarcos’antro, pago tutto io, non te sta a preoccupà pe’ li danni! Jean, bruttu pezzu de merda secca de vacca, pozzi casca’ dentro un puzzu a testa per in gnó, se pò sapé che ti si missu per la testa? Che voli, che cerchi? Tutta ‘sta manfrina per compratte la ditta mia? Tu si’ scemu sulla testa, te l’agghio ditto ‘na orta e te lo ripeto: none! Rassegnete, la Rana non è in vendita, e piuttosto che vennella a te je dò focu! La bbruscio, ì capito?»
Jean Biscuit sorride divertito allo sfogo della Calva Tettuta di cui se pur qualche vocabolo gli è sfuggito ha afferrato il succo, ma anche ammirato dal seno generoso che, mosso dalla indignazione, ballonzola trattenuto a stento dal Wonderbra.
«Gilda, carissima, non è il caso di prenderla così. Se non avessi avuto la testa così dura adesso l’affare sarebbe concluso e non ci sarebbe stato bisogno di questa piccola, come definirla, spintarella…»
«Spintarella la chiami?» ribatte Gilda, che sta recuperando il controllo. «Prima hai provato a farmi chiudere “convincendo”, immagino con che mezzi, i fornitori…»
«Te n’eri accorta?» chiede Biscuit, intrecciando le mani dietro la testa, curioso di sentire il resto. «Be’, con qualcuno è stato facile, è bastato pagarli di più di quello che facevi tu. Con qualcun altro invece, lo ammetto, è stato più… complicato»
«Poi , all’improvviso, le banche che fino al giorno prima mi leccavano i piedi, mi chiudono le linee di fido. Ma che coincidenza! E con loro come hai fatto, Jean?»
«Anche i direttori di banca sono umani, Gilda, ed hanno le loro debolezze ed i loro punti deboli. Prendi quel, come si chiama? Renato Galbiati…»
«Tina?» chiede sorpresa Gilda. «L’hai ricattato? Ma se lo sanno tutti che frequenta i locali gay travestito da majorette. L’hai minacciato di fare uno scandalo?»
«No, in realtà no, della sua vita sessuale non ci siamo nemmeno interessati, se vuoi saperlo. Ma il fatto è che la cara Tina aveva fatto perdere un bel po’ di soldi alla sua banca con speculazioni sulle borse asiatiche, ed io mi sono gentilmente offerto di coprire il buco. Un do ut des, insomma»
«Non cominciare a parlare in marsigliese, eh! Poi ci hai provato con i sindacati»
«Già, anche se quello è stato un totale fallimento. Devo congratularmi con te, Gilda, i tuoi dipendenti sono molto più attaccati alla ditta di quanto lo siano i miei. Come fai, mi incuriosisce molto? Carota e bastone, immagino…»
«Lo sai, “caro” Jean, dove te li puoi infilare la carota e il bastone? Non siamo qui per parlare di relazioni industriali, giusto? Mi spieghi perché ti sei fissato con la mia azienda, non è nemmeno così grande, ho capito che è un mercato che non coprite, ma non siamo mica gli unici che fanno tortellini!»
Jean Biscuit scuote la testa, e si appoggia allo schienale della poltrona con le mani intrecciate dietro la testa.
«In realtà Gilda, e non prenderla come un’offesa, non so che farmene della tua azienda. Tra l’altro i tortellini nemmeno mi piacciono…»
«Che cosa?» chiede Gilda, confusa. «E allora cos’è che vuoi?»

Il presidente della Talnone si alza lentamente, va fino alla vetrata da cui si ammira la visione dell’Arc de La Defence e, spalle agli ospiti, inizia a raccontare.
«Io ed Evaristo avevamo una passione in comune, ti ricordi Gilda? Oltre quella per i soldi, intendo. La caccia, ci piaceva andare a caccia»
«Si, lo so, bambinoni che giocano ancora agli indiani e cowboy» commenta caustica la Calva Tettuta.
«Non mi aspetto che tu capisca o tanto meno approvi, naturalmente. Comunque uno dei posti migliori al mondo per cacciare è l’Argentina, questo lo sai vero?»
«Jean, vuoi farmi un trattato sulla caccia? Vieni al dunque, per favore»
«Dopo le prime volte che andammo laggiù, Evaristo pensò che avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole: comprare un terreno destinato ad allevamento, intestarlo alla società in modo da scaricare tutte le spese, ma in realtà tenerlo come riserva di caccia. L’appezzamento era molto grande, comprendeva perfino una vecchia fattoria in disuso, una hacienda come la chiamano loro, che aveva in mente di ristrutturare e farne una struttura di lusso per cacciatori come noi, e diverse stalle e magazzini diroccati. E fu proprio in uno di questi magazzini che una mattina ebbi la… sorpresa»
«La sorpresa?» chiede Gilda, sorpresa a sua volta.
«Vicino a questo paesino, Tres Lomas, c’è un laghetto che è un vero paradiso… c’è il passaggio di un’infinità di uccelli, il codone delle Bahamas, il Cicero, la Netta peposaca, lo streppolo ed, ovviamente, il beccaccino.¹»
«Ovviamente» interviene Gilda, ironica.
«Avevo intenzione di appostarmi in un casotto che avevo preparato qualche giorno prima, ma lungo la strada si scatenò un violento temporale e così, visto quell’edificio seminascosto dalla vegetazione, decisi di ripararmi lì in attesa che passasse»
«Ma Evaristo dov’era, non eravate insieme?»
«Tuo marito ogni tanto spariva, diceva di andare a visionare dei calciatori per la vostra squadra di calcio; ad un certo punto ho perfino pensato che avesse un’amante…»
«Un’amante?» scatta Gilda, punta nel vivo. «Se scopro che è vero, lo ammazzo! Ah, no, è morto, peccato. Ma ne sei sicuro?»
«Su questo punto era molto riservato, se non era un’amante era comunque qualcosa che non voleva io sapessi… ad ogni modo, quella mattina ero solo; mi feci largo tra gli sterpi e mi trovai di fronte qualcosa che non mi aspettavo: un portone blindato, lì, in mezzo al niente! La curiosità era troppo grande, corsi in paese a cercare un fabbro e mi feci aprire. Mi aspettavo una struttura fatiscente, e invece mi ritrovai all’interno di un magazzino ben conservato, ordinato, che all’apparenza non era stato aperto da molto tempo… aprii un paio di casse, e rimasi di stucco. Tutto mi aspettavo tranne che di trovare dei quadri nella pampa!»
«E naturalmente dicesti tutto a Evaristo, giusto?» chiede Gilda, incuriosita.
«Be’, pensai, perché disturbarlo? Lui aveva il suo piccolo segreto, quello sarebbe stato il mio… richiusi tutto, e una volta tornati a casa, presi un esperto di arte e lo portai in Argentina; alla vista dei quadri gli venne quasi un colpo, non riusciva a credere ai suoi occhi… gli chiesi di rimanere, di verificare tutto e di fare un inventario, senza dare nell’occhio naturalmente; per sicurezza gli misi alle costole un sorvegliante per controllarlo. Le sue ricerche portarono a risultati stupefacenti, quei pezzi erano tutti autentici ed originali; parecchi risultavano rubati durati la seconda guerra mondiale, altri addirittura distrutti; era come impazzito, diceva che erano opere di un valore incommensurabile, erano un patrimonio dell’umanità, bisognava restituirli ai proprietari, o renderli pubblici. Un idealista… mi dispiacque dover fare a meno della sua competenza»
«Che gli è successo, l’hai fatto fuori?»
«Ebbe un brutto incidente, purtroppo cadde dall’elicottero che lo stava riportando a Buenos Aires» risponde Biscuit. «Non aveva allacciato la cintura di sicurezza»
«Che sfortuna» commenta ironica la Calva Tettuta.
«Già, una vera disdetta. Cominciai a far la corte a tuo marito, se mi avesse venduto la proprietà avrei potuto gestire la situazione senza destare sospetti; ma lui svicolava sempre, diceva di essercisi affezionato; alla fine però mi contattò lui, e mi disse che era disposto a cedermi la proprietà»
«Davvero? Io non ne sapevo niente» dice Gilda, sorpresa.
«Mi disse che gli servivano dei fondi extra per un progetto che stava portando avanti; voleva essere pagato in nero, per buona parte, ma purtroppo non facemmo in tempo a concludere l’affare, perché Evaristo poco dopo morì»
«Pace all’anima sua» commenta Gilda, ripensando al progetto al quale suo marito stava lavorando, niente meno che inserire nei ripieni dei tortellini delle nanoparticelle programmate in modo da controllare il cervello di chi le avesse ingerite² .

¹ Scoprite l’intruso.
² cfr. Natale con Olena, 2017

Olena à Paris – 41

«Non mi sembra una buona idea, mister» dice l’uomo al telefono.
«A me sembra ottima, invece. Una riunione di lavoro fuori orario, senza impiegati e segretarie tra i piedi. Cosa potrebbe succedere? La donna è in mano nostra, i tuoi uomini saranno pronti qua fuori, ed abbiamo gli altri due ostaggi a Saint Sulpice. Cosa non ti quadra?»
«Lei sa benissimo che se anche la signora firmerà la vendita, senza testimoni e senza notaio potrà impugnarla in ogni momento. Senza contare che appena uscita di qui andrà direttamente a denunciarla»
«Per le, diciamo, formalità burocratiche, non devi preoccuparti, a quello penso io. Il resto invece è compito tuo…»
«Cioè?»
«La signora avrà un terribile incidente d’auto, tipo Lady Diana, hai presente? La colpa naturalmente sarà dell’autista ubriaco. Che sfortuna, la donna era depressa da tempo, provata dalla morte del marito, non sopportava più la responsabilità e proprio per questo aveva appena affidato l’azienda nella mani della Talnone, con cui aveva rapporti di stima reciproca. Proprio stasera aveva deciso di festeggiare insieme a mia moglie, una disgrazia…»
«Sua moglie? Questo le costerà di più, non era nei patti.»
«Ho mai fatto problemi di soldi? E non c’era nessun bisogno di ammazzare Calderon, sai bene che avrei pagato, come sempre»
«Giusto per essere sicuri, mister, giusto per essere sicuri. Proprio un bel film, non c’è che dire. Posso fare solo un piccolo appunto?»
«Appunto? Di che tipo?»
«Ha pensato anche alla parte per la contessa?» chiede Carlos, ironicamente.
«Ah, già, la tua amica… mi sembra che abbiate un vecchio conto in sospeso, dico bene? Sono fatti tuoi, l’unica cosa che ti chiedo è di non sporcare di sangue gli uffici, gentilmente. Ah, usate l’ascensore riservato per salire, non ci sono telecamere lì. Il codice è 15081944, la liberazione di Parigi, merde»

Per l’ultima puntata di Lacrime e Laterizio, i koala ed il piccolo Chico si sono agghindati e si sono muniti, con la complicità delle cuoche di Villa Rana, di una buona scorta di riso da tirare al televisore al momento della uscita dalla chiesa della coppia di sposi, e si preparano a lottare per aggiudicarsi il bouquet che la sposa, secondo tradizione, lancerà alle sue spalle. Miguel, che ai matrimoni si commuove sempre, tiene a portata di mano un pacchetto di Kleenex, e si rigira tra le dita l’anello che aveva regalato alla sua ex-fidanzata, il transessuale cubano Paio Pignola¹, e che questi gli aveva restituito insieme ad una congrua dose di schiaffi alla scoperta che l’innamorato aveva avuto un figlio dall’attrice di telenovelas Conchita, la donna barbuta. La quale, nelle vesti di Rosa, giovane ingenua sedotta dal gagliardo capomastro Ramon, accompagnata dal suono della marcia nuziale di Mendelsshon, percorre ora la navata centrale della basilica minore della Purissima Concezione di Maria di Monterrey, meglio nota come Virgen Chiquita, al braccio di suo padre, per raggiungere l’altare dove l’aspetta l’anziano Don Carlos, suo promesso sposo.
ROSA (tra sé) Madre de Dios, aiutami tu.
PADRE PINEDA Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti per celebrare le nozze di questi due giovani… ehm, di questa giovane e questo… ehm, di questi due innamorati!
DON CARLOS (sottovoce) Come sei bella, Rosa, non vedo l’ora…
DONNA TERESA (al marito) Guarda come sta sbavando quel caprone. Se tua figlia ci sa fare, quello schiatta stanotte stessa. Volesse la Vergine Misericordiosa! (si fa il segno della croce)
PADRE PINEDA Volete voi, Don Carlos Almeyda y Azulgrana, prendere in sposa la qui presente Rosa Granjero, e promettete di amarla, onorarla e rispettarla, finché morte non vi separi?
DON CARLOS Lo voglio! (sottovoce a Rosa) Eccome, se lo voglio…
DONNA TERESA (tra sé) Spara le ultime cartucce, mummia, che tra poco sarò la madre della vedova Almeyda e Azulgrana…
PADRE PINEDA (accelerando) Volete voi, Rosa Granjero, prendere in sposo il qui presente Don Carlos eccetera eccetera, e promettete di amarlo onorarlo eccetera, finché morte non vi separi?
ROSA (si guarda intorno sgomenta)
PADRE PINEDA Figliola, hai capito la domanda? Vuoi tu eccetera eccetera? Non è difficile, su, che fa caldo e ci aspetta il rinfresco.
ROSA Ecco, padre, io…
DONNA TERESA (al marito) Che sta combinando quella disgraziata? Quant’è vero Dio, se fa la matta la ammazzo con le mie mani.
DON CARLOS Rosa, Rosetta, hai sentito quello che ti ha chiesto Padre Pineda? Capisco, sei emozionata, e chi non lo sarebbe nel diventare la nuova baronessa Almeyda y Azulgrana. Ora fai così, respira a fondo, e poi rispondi alla domanda.
ROSA Don Carlos, devo dirvi una cosa…
Mentre sulla faccia di Don Carlos si dipinge una smorfia di disappunto e Donna Teresa si alza in piedi pronta a balzare sulla figlia, dal sagrato arriva il rumore di una marmitta scoppiettante di una vecchia Gilera, seguito dal suono prolungato del clacson. Un sorriso illumina il volto di Rosa, con le due mani alza la gonna dell’abito da sposa, scalcia via le scarpette e corre scalza verso l’uscita.
DONNA TERESA Torna qua, assassina! Don Carlos, sposate me al posto suo! Chi se ne frega se sono sposata! Rosa! Rosa!!!
Ma Rosa è già uscita ed è arrivata alla moto; il guidatore scende, apre il cavalletto, si toglie il casco e rivolge alla mancata sposa un gran sorriso.
ROSA Cominciavo a pensare che non saresti venuta.
SUOR MATILDA Non mi partiva la moto, ho dovuto convincere le altre suore a spingere.
ROSA E adesso?
SUOR MATILDA E adesso baciami, scioccona.
Gli invitati, sulla scalinata della chiesa, restano basiti a guardare la scena; infine le due infilano i caschi e si preparano a partire, seguite dalle urla disperate di una madre dal cuore spezzato.
DONNA TERESA Rosa! Lesbicaccia, torna qua! Rosa! Io ti maledico!
E, prima di svenire, l’ultima cosa che vede della figlia è il dito medio alzato in segno di affettuoso saluto.

“Io ti maledico, io ti maledico!” urlano i koala, rincorrendosi con il dito medio alzato e lanciandosi pugni di riso mentre Miguel, intenerito dalla vista della madre di suo figlio che scappa con una suora, si soffia il naso rumorosamente.