Olena à Paris – 23

«Aahh…»
Olena, legata ad una sedia con le mani dietro la schiena, si risveglia bruscamente. Nella piccola stanza senza finestre due uomini la osservano con un ghigno beffardo, dopo averle rovesciato addosso un secchio di acqua gelida. La russa, con la testa che pulsa, mette a fuoco i due e si guarda intorno, valutando la situazione.
«Chi voi siete, finuocchietti?» chiede sprezzante, sputando sullo stivale di quello più vicino.
L’uomo, con una smorfia schifata, si avvicina e pulisce lo stivale sui pantaloni della tuta mimetica della russa, e le molla poi un manrovescio. Olena, incassato il colpo, gira lentamente la testa leccandosi l’angolo della bocca da cui esce un filo di sangue. Stringe leggermente le palpebre e sorridendo lo fissa negli occhi:
«Tutto qua quello che tu sa fare? Ci vuole altro per soddisfare vera duonna» dice passandosi la lingua insanguinata sui denti.
L’uomo si avvicina, pronto a colpire ancora, ma il compagno gli afferra il braccio .
«Manolo, lascia stare. Carlos ha ordinato di non avvicinarsi, è pericolosa»
Manolo si ritrae, stizzito.
«Pericolosa… siamo in due e lei è da sola, legata e disarmata, che può fare? Divertiamoci un po’…» e riprende ad avanzare verso Olena, che lo provoca:
«Da, noi divertiamo, tu proprio mio tipo… o preferisci tuo amichetto? Io capito subito, tu vuole lui, non me…»
«Brutta puttana, ti faccio vedere io adesso chi…» sbraita Manolo, gettandosi sulla russa. Olena si spinge all’indietro con le punte dei piedi, e l’impeto dell’uomo li fa cadere a terra, uno sopra l’altra; la donna gli pianta i denti nella giugulare, resistendo al suo tentativo di divincolarsi, e molla la presa solo quando vede sprizzare il sangue; Manolo prova a rialzarsi barcollando, cercando di tamponare la ferita con una mano, ma Olena lo rovescia ancora a terra gettandoglisi addosso rotolando con la sedia; finalmente l’uomo si rimette in piedi ma quando cerca di estrarre la pistola dalla fondina legata alla coscia constata con un brivido di raccapriccio che la sua arma non si trova al suo posto; e l’ultima cosa che vede nella sua vita è lo sguardo gelido di Olena che, da terra, gli punta contro la sua stessa pistola che tiene tra le mani legate. L’altro uomo, che non ha avuto modo di intervenire, prova ad allungare la mano verso la sua arma ma Olena lo dissuade con un invito amichevole.
«Non muovere te di millimetro se tieni a tue palle, fruocietto»
L’uomo saggiamente valuta che non sia il caso di offendersi per l’epiteto politicamente poco corretto, e non può che ammirare la russa che spara sulle corde per allentarle, ed in un baleno è libera ed in piedi.
«Ora tu puorta me da Carlos» gli ordina Olena.
«Ma mi ammazzerà!» protesta l’uomo.
«Lui, forse. Io, sicuro. Scegli tu»

Dieci anni prima, in Bolivia.

La Bolivia è la terza nazione produttrice di coca al mondo, dopo Colombia e Perù; le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dagli indigeni come energetico e per combattere i malesseri dell’altitudine. La coltivazione è legale e regolata dal governo; purtroppo però dalla coca si fabbrica la cocaina, che viene prodotta in loco in laboratori improvvisati nelle vicinanze di corsi d’acqua, laboratori che vengono allestiti e smantellati in poco tempo per non essere scoperte dal Felcn, il corpo dell’esercito che combatte il narco-traffico. Spesso i laboratori sono sorvegliati da guardie armate e, quando i soldati riescono a superare la rete di informatori e sentinelle che li protegge, vengono ingaggiati scontri a fuoco che fanno vittime da entrambe le parti.

Il fiume Chapare, nella regione del Chocabamba, è uno dei siti principali per queste installazioni, grazie alla vicinanza alle piantagioni ed alla possibilità di una rapida fuga. Olena, ingaggiata dai servizi boliviani per sradicare una cellula colombiana infiltrata senza creare tensioni tra vicini, al comando di una squadra search and destroy di otto uomini anzi per la precisione di sette uomini ed una donna, Vassilissa Kutnesova, nipote di quello che all’epoca era stato uno dei più eminenti proconsoli di Breznev, esperta di esplosivi e combattimento corpo a corpo, si sta avvicinando all’obiettivo con una formazione a ventaglio, protetti dalla boscaglia, dopo aver neutralizzato la doppia linea di sentinelle. Gli informatori parlano di un carico da una tonnellata di cocaina, già lavorata e pronta per essere trasportata. Un bell’uomo, dal sangue decisamente indio, si avvicina a Olena.
«Quanti, Osvaldo?» chiede rapida la russa.
«Dodici armati, capitano, armi automatiche standard. 4 dietro, possiamo avvicinare fino a 50 metri senza essere visti. Gli altri davanti meno due che sono all’interno»
«отлична¹» sibila Olena. «Ci dividiamo, tu prendi con te Vassilissa e due uomini e vai sul retro. Appena arriveranno a prendere il carico io attaccherò, e tu seguirai dopo 5 secondi.»
«C’è un problema, capitano, hanno degli ostaggi»
«Ostaggi? Quanti?»
«Due famiglie di raccoglitori con i loro bambini, capitano, dieci persone»
«Dove li tengono?»
«Addossati alla parete sul retro»
«Понимаю²» annuisce Olena. «Volerà parecchia coca tra poco, preparate le maschere»
«Si, capitano»
«Sento dei motori Osvaldo, stanno arrivando, vai, svelto»
«Capitano, e il segnale?»
«Lo capirai, Osvaldo, lo capirai»

Mentre Osvaldo si allontana, due motoscafi con altri quattro uomini armati attraccano. Dal laboratorio esce uno uomo alto e abbronzato, con i capelli biondi.
«Forza, rapidi, il carico è pronto»
«Carlos, dì ai tuoi uomini di darci una mano che facciamo prima» risponde uno degli uomini
Carlos lo guarda con uno sguardo da rettile, e quasi senza aprire bocca risponde:
«I miei uomini non sono facchini. Sbrigatevi a portar via quelle casse che l’aria è pesante»
L’istinto animalesco gli dice infatti che c’è troppa tranquillità; si rivolge ad uno dei suoi uomini:
«Niente dalle sentinelle?»
«Niente, Carlos»
«Da quanto non le senti?»
«Da dieci minuti…»
«Dieci minuti? Chiama, chiama, perdìo» lo scuote Carlos. L’uomo chiama, ma senza risposta.
«Non risponde…» dice confuso. «Non ci sarà campo…»
«Idiota…» fa appena in tempo a sibilare Carlos, quando i due razzi sparati da Olena tranciano in due il laboratorio, alzando una nuvola di fumo e di polvere di coca. La sparatoria dura esattamente 48 secondi, durante i quali tutti gli uomini sul retro vengono annientati, mentre di quelli davanti si salvano solo quelli che hanno il buon senso di arrendersi; nella confusione però Carlos è rientrato nel laboratorio ed ha preso una ragazza, Juanita, ed è con lei che si fa scudo balzando su uno dei motoscafi. Osvaldo, che ha lasciato a Vassilissa il compito di bonificare il terreno, si avvicina con il suo fucile di precisione, e chiede ad Olena:
«Lo elimino, capitano?»
Olena, scuote la testa. «Lascia stare, Osvaldo, troppo pericoloso, ha la ragazza, va bene così. Libera gli ostaggi, diamo una ripulita qui intorno e andiamocene.»
«Ai suoi ordini, capitano»
«Ah, Osvaldo»
«Si, signore?»
«Ottimo lavoro»

¹ Ottimo
² Capisco

Fuori uso

Amiche e amici, mi scuso per non essermi fatto vivo per tutto il weekend, e se nei prossimi giorni lo farò a intermittenza; purtroppo non riuscivo a concentrarmi, la febbre continua e mi lascia abbastanza rimbambito, più del solito intendo. Ho anche pensato che rimuginare su tutto quanto non è stato fatto per evitare la situazione in cui ci troviamo non mi facesse bene; adesso il punto è sfangarla in qualche modo, nonostante le incapacità e le impreparazioni criminali, ormai si può dire, a tutti i livelli, statali, regionali, comunali, persino sanitarie; e non voglio partecipare al tiro al piccione  ma non è da paese civile che sia possibile avvicinarsi ad un ospedale solo se si ha il Covid, che tutti gli esami e terapie vengano sospesi se non urgenti e vitali (in attesa che anche quelle “normali” diventino urgenti e vitali). I direttori sanitari nominati per rappresentanza politica non hanno niente da rimproverarsi? Facile farli belli dietro i rianimatori, gli infermieri che si fanno quotidianamente il mazzo, quando non si è stati capaci di organizzare un minimo di accoglienza per i meno gravi (adesso parlano di Covid-Hotel: a Como abbiamo un intero ospedale dismesso che aveva 1000 posti letto, con i padiglioni come si faceva giustamente una volta, gli infettivi avevano i loro spazi e non andavano a incrociarsi con quelli che dovevano operarsi di appendicite…)

Ma ecco, ci sto ricadendo, è più forte di me, devo smettere: avevo messo il cervello in stand-by, e bisogna continuare così, almeno fino a giugno: giusto per tenerlo un minimo attivo mi sono visto una intera puntata di Sapiens di Mario Tozzi, il geologo divulgatore, che ha illustrato una affascinante ipotesi, e cioè che l’isola di Atlante sia da identificarsi nelle Sardegna. Confesso di non essere del tutto convinto, ma confesso anche di avere perso parti consistenti della spiegazione, non che abbia proprio dormito ma devo essere caduto in una specie di catalessi. E’ andata meglio con due film, uno del 2006, “Cambia la tua vita con un click”, con il quale volevo farmi due sane risate per ritrovarmi invece verso la fine a piangere come un vitellino quando il vecchio Fonzie, padre del protagonista, moriva, ricordando a me stesso mio padre ai tempi di Portobello, quando veniva mostrato qualche reduce di guerra una lacrimuccia ci scappava sempre, anche se la roccia si affrettava a negare.

Il giorno prima ero ritornato alla giovinezza, rivedendo l’episodio di Johnny Dorelli in Occhio, Malocchio, Prezzemolo e Finocchio (1983), dove Johnny interpretava un mago farlocco che si ritrova davvero con dei poteri donatigli da una strega (Paola Borboni); poteri che perde proprio il giorno che deve sfidare il mago Silvan, per non aver fatto in tempo a consegnare alla strega un gelato al pistacchio. Adriana Russo, Anna Kanakis in tutto il loro splendore, che mi hanno ricordato perché all’epoca ci facevano sognare. C’era anche Renzo Montagnani, nella parte del manager imbroglioncello…

Che nostalgia amiche e amici!

p.s.

sono in lista per il tampone. Vi farò sapere!

Olena à Paris – 22

Gilda, affondata tra i cuscini del grande divano Marcantonio Cacopardo, realizzato completamente a mano dagli abili artigiani di Fossombrone, nel metaurense, dorme di gusto con l’ultimo libro del suo autore preferito, il filosofo-naturalista Augusto Propoli: “Scopri le opportunità del lockdown con le erbe di mellifrace”,  appoggiato sul delicato nasino. Proprio nel momento in cui un aitante ricercatore le sta abbassando le mutandine per iniettarle il vaccino fino a quel momento testato solo su suprematisti bergamaschi e terrapiattisti, esperimento al quale si è sottoposta esclusivamente per amore della scienza, un rumore proveniente da un angolo del soggiorno la riporta alla realtà. Stropicciandosi gli occhi mette a fuoco la trista figura che, con lamenti e stridor di denti, avanza verso di lei, e sente i peletti degli avambracci, sebbene recentemente depilati, rizzarsi.

«Aahh!» strilla la Calva Tettuta «Evaristo! Ancora tu! Anche di pomeriggio adesso vieni a rompere le scatole? Ma tu non sei un fantasma, sei uno stalker! James! James!! Dove hai messo lo spruzzino con l’acquasanta? Dove si è cacciato quel benedetto uomo? Tu stai lì, che stavolta ti sistemo per le feste» lo minaccia Gilda, cercando il nebulizzatore usato solitamente per irrorare il ficus benjamin. Lo spettro si arresta un attimo, ben conoscendo il caratterino della sua vedova, ma poi preso coraggio allarga il tabarro e punta contro la sua ex-moglie un dito scheletrico:
«Te l’avevo detto di lasciar stare l’Argentina! Ma tu no, testarda, come quando mi hai rotto le scatole per produrre l’impasto fave e pecorino, una boiata pazzesca che mi è costata pure un sacco di soldi!» sbotta il defunto.
«Fave e pecorino era la morte sua!» protesta Gilda.
«E se non è piaciuto è solo perché quel genio del tuo direttore Toshiro Laganà, che il Signore l’abbia in Gloria _ a proposito, non è che da un momento all’altro ricompare pure lui? No, perché avvisalo che io gli sparo, morto o non morto _ ci ha voluto aggiungere per forza la sapa¹, che non c’entrava niente. E poi, il marketing! “Tortellino Favino”, ma ti pare un nome da dare, e la colpa sarebbe la mia! Ma comunque che diavolo vuoi, non sarai venuto a rinfacciarmi fave e pecorino spero. Su, torna nel tuo loculo, che non ho tempo da perdere!»
«Me ne vado, sì, ma ti lascio con il tuo rimorso!» annuncia teatralmente Evaristo con voce grave, prima di riavvolgersi nel tabarro e sparire.
«Nel rimorso? Per le fave e pecorino? Ma di che accidente va cianciando quel deficiente? Ma insomma, possibile che debba averlo ancora tra i piedi, mi pare proprio inaccettabile. Non si era detto “finché morte non vi separi”? Dovrò parlarne con il curato. Anzi, quasi quasi lo sento subito. James?» chiama la Calva Tettuta, risoluta.

E’ un maggiordomo pensieroso quello che varca  la soglia del soggiorno reggendo un vassoio con sopra un cellulare.
«Oh, James, mi hai letto nel pensiero, mi serviva giusto il telefono. Ma che hai caro, ti senti male? » chiede Gilda, preoccupata dal pallore del butler.
«Ehm, signora…» risponde imbarazzato James
«Ha appena chiamato il console italiano a Buenos Aires»
«Il console… e che diamine vuole, anche lui?»
«La linea era disturbata, ma il console si diceva desolato per l’incidente»
«Incidente? Quale incidente? Ma che è successo, uno scontro d’auto? E’ rimasto ferito qualcuno?» chiede concitata Gilda.
«Purtroppo, signora, pare che uno scontro ci sia stato, ma non di auto. La signora Pina…»

A Tres Lomas è calata la notte. Sdraiati alla sommità della collinetta che lo sovrasta, Olena e Osvaldo osservano con i visori notturni il movimento delle guardie all’esterno dell’edificio. Olena controlla ancora una volta l’equipaggiamento, con calma. Osvaldo la osserva con ammirazione e preoccupazione poi, sottovoce, constata:
«Capitano, siamo solo in due, e lì dentro saranno una ventina… se mi concede un paio di giorni, posso recuperare una squadra di uomini fidati…»
«Niet, Osvaldo, non c’è tempo. Li abbiamo scoperti, e domani al massimo faranno sparire tutto, e noi invece dobbiamo scoprire cosa tengono lì dentro»
«Capitano, loro sanno che siamo qua fuori. Ci staranno aspettando…» fa notare rispettosamente il compagno d’armi. Olena si alza un attimo e si avvicina per guardarlo bene in faccia.
«Osvaldo, se non ti conoscessi penserei quasi che tu abbia paura. Ne abbiamo passate di peggio, o sbaglio? Concentrati, tutto quello che devi fare è tenere d’occhio le finestre e sparare a qualsiasi cosa si muova. Io scenderò senza farmi vedere e piazzerò il C4 alla recinzione, quando questa salterà neutralizzerò le guardie, tu allora lancia un paio di razzi sul portone blindato e continua a proteggermi le spalle. Quando ti farò segno, raggiungimi»
«E’ troppo rischioso, capitano…» dice Osvaldo, prima di trovarsi la bocca tappata dalla russa, che gli infila la lingua fino in gola. Dopo qualche secondo, Olena si stacca, e mette le mani tra i capelli dell’uomo.
«Continuiamo dopo, hombre…» Rialzatasi, si sistema alla schiena lo zaino con l’esplosivo, stringe il cinturone con le pistole, controlla la bandoliera con le munizioni per la mitragliatrice, si cala il portamontagna in faccia e fa il primo passo verso il deposito, un attimo prima di essere colpita alla nuca dal calcio di un fucile e cadere in terra, svenuta.



¹ Mosto cotto, condimento tradizionale delle Marche che l’Autore ad essere sinceri non ha mai visto in vita sua, che si dovrebbe usare al posto dell’aceto balsamico.

Mitico Walter!

Ieri sera apparecchiando la tavola butto un occhio alla televisione, al programma l’Eredità di cui come sapete sono estimatore, e tra i concorrenti ne vedo uno con dei lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle ed una barba curata, e istintivamente mi sono chiesto: ma dove sono andati a prenderlo questo? Quando il bravo Insinna l’ha presentato non ero attento perché stavo tagliando il pane; al giro preliminare gli è toccato di rispondere a: “miti che vivono nell’Olimpo si o no?” tema quanto mai attuale, mi sono detto, e devo dire che tra minotauro, Ercole e Zeus se l’era cavata abbastanza bene ma su Estìa è caduto. Ad essere onesti mi sono chiesto anch’io “ma chi cazzo è ‘sta Estìa?” ed ho iniziato a simpatizzare per il malcapitato. Poi ho finalmente fatto caso al cartellino appeso alla camicia, “Walter”, mi si è accesa la lampadina ed ho esclamato: porca miseria ma è Walter Carrettoni! Mia moglie mi ha guardato sorpresa, chiedendomi chi mai fosse ‘sto Carrettoni e come mai lo conoscessi: era troppo lungo spiegarle che ci conosciamo solo per via dei rispettivi blog, ma forse più di tanti che si conoscono di persona (non è così a volte, amiche e amici?) e così le ho detto che è un collega di lavoro. Ho tifato per lui ed ho apprezzato la calma quasi serafica, si è difeso bene ma alla fine gli è toccato battersi contro un concorrente bravo e già esperto del gioco, nonché apprezzato dalle vallette del programma, pare, anche se a mio parere Walter aveva le physique du rôle e se avesse avuto tempo sarebbe diventato un beniamino del pubblico; purtroppo si è incagliato sulle parole batacchio, calidario e soprattutto tributi, ed è stato eliminato. Che peccato! Per me rimarrai comunque meritevole di risiedere nell’Olimpo con Estìa, al livello di mia zia Emanuelita che chiamava Raffaella Carrà cercando di indovinare il numero di fagioli contenuti nel vaso di vetro, o dei miei amici musicisti che sono andati a litigare per finta a Forum. Mitico!

p.s. il blog di Walter lo trovate qui.

Olena à Paris – 21

«Juanito, manca ancora molto? Sai com’è, il mio fondoschiena non è più quello di ottant’anni fa, non so se mi spiego. Considera che non cavalcavo così tanto da quando nel ’56 sono stata scritturata per Sentieri Selvaggi, dovevo interpretare la cognata di John Wayne ma all’ultimo momento mi hanno silurato e hanno dato la parte a Dorothy Jordan, una raccomandata. John si arrabbiò molto, anche perché quel filibustiere sperava di portarmi a letto, ma non ci fu niente da fare»
«John Wayne vi ha fatto la corte, donna Pina? Non mi meraviglia, una bellezza come voi…» commenta Juanito, sognante.
«Eccome se mi corteggiò! Era un pezzo d’uomo e ricordo che un pensierino ce lo feci ma Pilar¹, la moglie, era molto gelosa e non mi sarebbe piaciuto tornare a casa senza un pezzo di orecchio. Dopo di allora smisi completamente con il cinema, ormai avevo anche una certa età…»
«Ma se eravate nel fiore degli anni!» protesta l’ottuagenario.
«Eh, caro mio, non era mica come adesso che alle attrici famose fanno fare le ragazzine fino a sessant’anni… cominciavano a propormi parti da madre, da sorella, da vedova, una tristezza. Avevo una immagine da difendere!»
«Capisco, anche se è stato un peccato» si rammarica Juanito. «Comunque ormai siamo quasi arrivati, non preoccupatevi. Dietro quella piccola altura c’è Tres Lomas, le tre colline, anche se dubito che troviate quello che siete venuta a cercare»
«Non capisco questo tuo scetticismo, Juanito. Anche se abbiamo concluso l’affare per la carne, che ci risolve un grande problema e  per il quale ti ringrazio, capirai che non posso tenerti come fornitore esclusivo e poi siamo venuti appositamente dall’Italia per visitare questo nostro allevamento!»
«Ma donna Pina, a Tres Lomas non c’è nessun allevamento! C’è qualche stalla, qualche piccolo podere, ma nessun allevamento di qualche importanza. Devono avervi informata male…»
«Non essere assurdo, Juanito. L’atto di proprietà era tra le carte di mio nipote Evaristo, pace all’anima sua, e oltretutto quel paz… ehm, lasciamo stare, veniva qua un paio di volte l’anno a controllare gli affari, oltre ad approfittarne per andare a caccia con i suoi amici»
«Che possa essere venuto a caccia non lo metto in dubbio, donna Pina» insiste Juanito «anche perché qui di selvaggina ce n’è in abbondanza; tra l’altro poco lontano, a Rivera, c’è la tenuta di quel vostro calciatore, Baggio, un grande appassionato»
«Si, questo lo sapevo, infatti so che ogni tanto andavano a sparare insieme. Peccato che il divin codino non lo abbia usato come bersaglio»
«Come dite, donna Pina?» chiede il vecchio, che non coglie l’ironia.
«Niente, cose di famiglia…» taglia corto nonna Pina, fermandosi poi al segnale di Olena, che li precede di un centinaio di metri insieme a Osvaldo e che è arrivata al limite del rilievo.

«Che succede, Natascia?» chiede la vegliarda attivando il walkie-talkie.
«Babushka, prego mette voi al riparo» ordina Olena.
«Al riparo? E’ una parola, e dove lo troviamo un riparo qui?» chiede nonna Pina, guardandosi intorno sconcertata.
«Voi tuorna indietro fino primo gruppo di case, e aspetta» continua la siberiana, con una voce che appare preoccupata.
«Fino al primo gruppo… ma sono chilometri!» protesta nonna Pina. «Non ci penso nemmeno, non farò un passo di più su questo maledetto cavallo, le mie chiappe non lo reggerebbero. Adesso vengo lì a vedere, altroché!» Olena stringendo le labbra vede avvicinarsi nonna Pina, seguita da Juanito. Arrivata a pochi passi la vegliarda scende da cavallo e le si avvicina.
«Babushka, io avevo detto voi…» inizia Olena, ma nonna Pina non la fa finire:
«Ho sentito, non sono mica sorda!» protesta ancora l’indisciplinata. «Si può sapere che sta succedendo? Insomma, mica mi sono fatta più di undicimila chilometri per venirmi a rifugiare in qualche capanna! Su, fai vedere anche a me» e così dicendo, si avvicina all’orlo della collinetta e guarda in basso.
«Ma che significa? Dov’è l’allevamento? E cos’è quello?» chiede stupita.
«Prego, abbassa voi» la richiama Olena, indicandole di sdraiarsi vicino a lei.
«Ma cos’è quella roba? Un capannone, un’officina?» continua nonna Pina.
«Ve lo dicevo che non c’era nessun allevamento…» interviene Juanito, inopportunamente.
«Guardie armate» segnala Osvaldo.
«Da, io visto» annuisce Olena. «Ora noi ritiriamo lentamente. Torneremo a controllare più tardi» ordina ancora la russa.
«Che cosa, ritirarsi? Non ci penso nemmeno! Io vado a vedere che stanno facendo sulla mia proprietà!» esclama nonna Pina, e di scatto si alza e, prima che qualcuno possa fermarla, si avvia verso l’edificio. Da una finestra balena la canna di un fucile, e si sente il rumore di uno sparo.
«Voglio proprio vedere chi… mi ferma…» dice nonna Pina girandosi verso Olena, mentre una macchia rossa si allarga sul suo maglione.

«Babushka!» urla la russa, buttandosi verso la donna a cui ha fatto da badante per due anni², mentre Osvaldo la copre tenendo sotto tiro le finestre.
Olena trascina nonna Pina al riparo della collina e urla a Juanito «Presto chiama ambulanza!» e mentre il vecchio gaucho, sotto choc, armeggia con il cellulare cercando di digitare il 911, scopre la ferita e cerca di tamponarla premendogli sopra la camicia che si è tolta. Nonna Pina la guarda, e le accarezza la testa con tenerezza.
«Sono arrivata al capolinea, mi sa»
«Sshh, babushka, tu non parlare, andrà tutto bene, tu rimanere sveglia, da?» la incita Olena.
«Dovevo darti retta, ma sono sempre stata testarda» ammette nonna Pina. «Tutto sommato meglio così che intubata in ospedale con i polmoni in poltiglia, no?».
«Prego babushka, non sforzare te, stanno arrivando soccorsi» dice Olena, guardando Juanito che sconsolato fa segno che con c’è campo per chiamare. La ferita si accorge della smorfia di disappunto della russa, e sorride:
«Juanito, non abbiamo nemmeno ballato un tango insieme…»
«Lo faremo, donna Pina, donna Eusebia, lo faremo, resistete…» mente il vecchio ammiratore, commosso.
«Natascia… voglio che tu sappia… che da quando sei arrivata sono rinata, non mi sono mai divertita tanto come in questi ultimi anni con te… Mosca, Cuba, sparare ai pensionati, che sballo… grazie, figlietta mia… addio, Olena»
«Babushka, no, babushka!»

Olena, incredula per aver sentito per la prima volta il suo vero nome pronunciato dalla centenaria, resta immobile in ginocchio stringendo il corpo insanguinato di nonna Pina. Dopo pochi ma interminabili secondi si alza ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu andando a colpire il viso rugoso, disteso in un ultimo sorriso beffardo, di quella che fu Eugenia Lombardini, in arte Wanda del Rio, per gli amici nonna Pina.
Con uno sguardo glaciale, che lascia trasparire la rabbia solo per una leggera contrattura della mascella, sibila a Osvaldo:
«Dovevo uccidere lui in Bolivia… ma ora io farà pentire lui di essere rimasto vivo»

unnamed (8)

¹ Pilar Pallete, attrice peruviana, è stata la terza moglie di John Wayne, di cui è rimasta vedova nel 1979.
² cfr. “Natale con Olena” – 2017

Olena à Paris – 20

Antonietta Talnone, proprietaria di un impero agroalimentare sparso per il mondo con un fatturato annuo di 25 miliardi di euro, ereditato a seguito della prematura scomparsa del padre Gil, precipitato con l’elicottero personale insieme alla sua seconda moglie Josephine, passeggia nel soggiorno del grande appartamento in Place Vendôme dalle cui finestre si può ammirare la colonna eretta alla gloria di Napoleone, sfogliando l’album di foto che custodisce i suoi ricordi più cari. Si rivede bambina d’estate, nella fattoria del nonno a Vannes, in Bretagna, con le mani ai fianchi fissare la macchina da presa, orgogliosa delle sue treccine; a Natale di due anni dopo, un po’ goffa con dei buffi occhialini rotondi da miope, nella nuova casa a Nantes, dove il padre aveva aperto la prima latteria e dove ogni tanto, finiti i compiti, andava ad aiutare i genitori al banco; e ormai adolescente abbracciata ai cugini Léon e Jean con alle spalle la Tour Eiffel, in quella Parigi dove il padre aveva deciso di trasferire la famiglia per seguire da vicino gli affari che si ingrandivano sempre più, tra forniture ai militari ottenute grazie ai buoni uffici di uno zio colonnello, invio di latte condensato alle ex colonie in Africa (anche quando i destinatari non avevano l’acqua potabile per scioglierlo) e acquisizioni di aziende concorrenti, con le buone o le cattive; a diciassette anni, in una foto di gruppo con uno sguardo spaesato e un po’ triste, con indosso la divisa del collegio St.Honoré dove il padre l’aveva mandata a completare gli studi, dopo la morte della madre. Thérèse, sua madre, così dolce, così semplice, così capace di intuire i suoi pensieri, i suoi momenti bui, di abbracciarla e consolarla nei momenti di sconforto ma che i propri, di malesseri, di donna sradicata dal suo paese e dai suoi affetti per seguire un uomo che aveva amato ma che ormai era ossessionato dal successo, dagli affari, dai soldi, e che la tradiva con ogni donna che gli attraversasse la strada, non li aveva lasciati trapelare a nessuno…

L’aveva trovata di ritorno da scuola, distesa sul letto, sul comodino un tubetto vuoto di Fenobarbital che non seppero mai come si fosse procurata, in mano una fotografia di loro tre sorridenti a Vannes, ed un biglietto di poche righe indirizzato a lei: “Non era questo che sognavo per noi. Perdonami, Antonietta, se ti ho fatto soffrire”.

Ripensa al periodo passato in collegio, tra compagne che la ignoravano, ricambiate, e a quegli studi in economia e finanza a cui l’aveva costretta suo padre mentre a lei sarebbe piaciuto diventare una allevatrice, o a un meccanico; al nuovo matrimonio di suo padre con quella che era stata la sua segretaria e con la quale aveva una tresca da tempo; al suo girovagare per il mondo inaugurando opere caritatevoli che servivano al padre a pulirsi la coscienza, detraendole per di più dalle tasse, e che sarebbero durate lo spazio di un mattino. Va verso la scrivania, apre il cassetto e accarezza la chiave inglese con la quale aiutava il nonno a smontare il motore del vecchio trattore poi si avvicina allo specchio, e vede una donna di quarant’anni, anonima, troppo magra, con i capelli neri raccolti in uno chignon tra cui cominciano a farsi largo fili di grigio; guarda le rughe che si stanno formando agli angoli della bocca, gli occhiali spessi, vede abiti firmati che pendono su un corpo che sta sfiorendo senza aver mai veramente vissuto. Si tocca il ventre, pensando a quel figlio che non è venuto, e da quanto tempo suo marito non la tocca più.
Ritorna alla scrivania, solleva la foto incorniciata, il suo matrimonio con Jean Biscuit: il primo uomo che le avesse fatto davvero  la corte, che la faceva sentire importante, che la faceva ridere… vede il suo sorriso quasi timoroso, incredulo, al contrario di quello di lui, aperto, spavaldo…
Ripensa alla telefonata con Gilda, la sua amica italiana, così esuberante, così determinata, così piena di vita, come le piacerebbe essere come lei… Chantal, e prima Emily, e Nicole, e quante ancora? “Era questo che sognavo per noi?” si chiede Antonietta.

Rimane qualche secondo appoggiata alla scrivania con la testa china, poi si raddrizza e toglie gli occhiali. Ritorna davanti allo specchio, scioglie i capelli, fa scorrere la zip del vestito e rimane in mutandine, e resta a guardarsi strizzando leggermente gli occhi per mettersi a fuoco. Sfiora il piccolo seno rimasto uguale a quando aveva diciassette anni, poi va verso la finestra e rivolta verso la colonna di Napoleone prende la sua decisione.

«Si tu penses à me baiser, tu as vraiment tort, enfoiré¹»

Une-clé-à-molette-Armée-Française-militaria

¹ Se pensi di fottermi ti sbagli di grosso, figlio di puttana.

Olena à Paris – 19

E’ una Gilda infuriata quella che rientra a Villa Rana dopo il colloquio infruttuoso con il direttore della filiale della Banca del Ponte che, dopo un lungo giro di parole in cui dopo essersi dichiarato personalmente dispiaciuto delle difficoltà in cui verteva l’azienda e consapevole dell’importanza di disporre di una cospicua liquidità, si è in sostanza rifiutato di rivedere i termini di restituzione del prestito.
«Quello strozzino!» sbotta la Calva Tettuta. «Ma vedrai se prima o poi non lo sistemo. “I pappagalli non possono entrare”, che idiozia! Spread, preparami immediatamente un piano per chiudere tutti i conti correnti dei dipendenti da quella banca di mentecatti e convertirli in bitcoin¹» intima al pappagallo economista Spread, al quale è stato impedito di dare il suo fattivo apporto nella trattativa. «E mi ero persino messa i braccialetti Masai per far colpo su quell’invertebrato. “Disposizioni aziendali sui crediti incagliati…” gli si è incagliato il cervello, altro che i crediti. Non ha nemmeno dato una sbirciata al decolté, e sì che l’avevo messo bene in mostra. Piuttosto mi sembrava parecchio interessato ai tuoi, di pettorali, James caro. C’è qualcosa che dovrei sapere?» chiede provocatoriamente la vedova Rana.
«Assolutamente, signora. Il direttore mi è sembrato piuttosto imbarazzato, come se dovesse obbedire ad ordini superiori» mente il maggiordomo, ripensando con un fremito all’ultima sauna condivisa con il bancario Renato Galbiati, Tina per gli amici.
«Sarà, ma quello non me la racconta giusta» continua Gilda. Poi, notando un assembramento insolito all’ingresso della magione, chiede lumi al maggiordomo:
«Ci mancavano solo quelli. Che diavolo vogliono adesso?»

Ai cancelli della villa staziona infatti una delegazione sindacale dove spiccano Armando Carrettoni, segretario del Cobalapari, Comitato di Base dei Lavoratori di Pasta e Ripieno, il delegato Aurelio Trozzo e l’operaio Erminio Garganigo, quest’ultimo controllato a distanza dal cognato Luison Cazzaniga, che li osserva a braccia conserte scuotendo la testa. Trozzo imbraccia un megafono scandendo slogan antipadronali, mentre gli altri srotolano uno striscione in ecoplastica che stigmatizza contemporaneamente gli allevamenti intensivi ed il calo di produzione dovuto alla penuria di materia prima.

«James, solo per curiosità, se accelerando ne investissi un paio credi che l’assicurazione pagherebbe i danni alla carrozzeria?» chiede dubbiosa la Calva Tettuta.
«Non credo, signora. In ogni caso il bonus malus aumenterebbe tremendamente»
«Peccato James, allora desistiamo. Hai idea per che cosa protestino stavolta? Cosa credono, di essere i soli a soffrire per la crisi? Stiamo stringendo tutti la cinghia, che diamine, io ho dovuto persino disdire l’ordine delle nuove valigie Louis Carcassonne, che diamine!» «Davvero disdicevole, signora» commenta James, deluso dal fatto di non poter mettere le mani sui nuovi bagagli.
«Bè, sentiamo cosa hanno da dire. Non sarà mica per la storia del reparto che Haruki ha mandato a raccogliere cicoria nei campi? Ma santo cielo, dovrebbero capirlo da soli che se siamo a corto di carne qualcosa dobbiamo pur mettere negli impasti, altrimenti mandiamo tutti a casa. E, detto tra noi, l’idea del ripieno cicoria rucola e ricotta, la ciculotta, non era così campata in aria, bisognava solo dargli il tempo di farsi conoscere. Pensi che dovrei scendere dall’auto, dire due parole di circostanza?»
«Sarebbe molto democratico da parte sua, signora, ma dato il periodo è meglio evitare incontri ravvicinati, basterà un saluto con la mano, ovviamente con la mascherina indossata»
«Giusto, allora farò un saluto sofferto, del tipo vorrei ma non posso. Sbaglio o sta squillando un telefono?» chiede Gilda, interrotta dalle note di “Bravi ragazzi” di Miguel Bosè. James tossicchia e preme il pulsante del vivavoce.

«Pronto, casa Rana. Chi parla?» chiede professionalmente il maggiordomo. Dall’altra parte una voce di donna roca, spazientita risponde:
«Chi diamine vuoi che sia, James, sono io, passami subito Gilda!» comanda imperiosamente la donna. Prima che il maggiordomo abbia il tempo di reagire Gilda abbranca il cellulare e risponde in sua vece: «Nonna! Come state, avete trovato…»
«Sshh!» la ferma nonna Pina, «Stai zitta Gilda, una buona volta, stai a sentire che ho poco tempo. Abbiamo la carne, tutta roba di prima scelta allevata allo stato brado, non quella roba frolla che prendeva tuo marito. Domani partiranno i primi carichi, manda i camion all’aereoporto. E fai sapere a tutti quelli che volevano fotterci che adesso i loro ricatti e minacce se li possono mettere nel cu…»
Provvidenzialmente cade la linea, prima che nonna Pina possa dare la stura a tutto l’elenco di contumelie che aveva pronta sulla punta della lingua. Gilda rimane un attimo a rimirare il cellulare, incredula, e poi ordina:
«Ferma l’auto, James!»
«Ma, signora…» «Ho detto fermati. La musica è cambiata!»

James ferma la Rolls Royce a ridosso del picchetto dei dimostranti. Gilda spalanca la portiera, scende e si dirige decisa a piccoli passetti veloci verso l’attonito Aurelio Trozzo e, prima che questi si riprenda dallo stupore, gli strappa di mano il megafono e sale sul predellino della Royce.
«Compagni!» urla la rossa. «Fratelli!» continua la pasionaria. «Vi avevo chiesto di avere fiducia, di credere in me, e voi invece cosa fate? Congiurate, tramate, vi ammutinate! No, non posso credere che nel vostro animo alberghi tanta abiezione!»
Gilda si guarda intorno, e vede delle teste abbassarsi imbarazzate, mentre James, in piedi vicino al posto di guida, si chiede da dove la padrona abbia tirato fuori la parola “abiezione”.
«Sono delusa di voi, meritereste che vi abbandonassi al vostro destino! A spedire pacchi per Karamazon, o a consegnare pizze per Deriperù!»
«No, Deriperù no!» protesta una voce dal fondo del gruppo.
«Ma oggi mi sento magnanima» prosegue Gilda. «So che in fondo siete buoni, siete solo stati traviati, non è vero?»
«Si, siamo stati tramvati!» risponde la stessa voce, da lontano.
«Lo sapevo. Ma vi perdono, mie maestranze. Da domani la produzione riprenderà su tre turni!»
Grida entusiastiche accolgono l’annuncio, gli striscioni vengono riavvolti e le bandiere ammainate; Gilda si gode l’acclamazione, quando dal fondo si alza una non del tutto opportuna rivendicazione:
«E gli straordinari?»
Un silenzio di gelo segue le improvvide parole, e immediatamente si fa il vuoto attorno all’uomo che le ha emesse. Erminio Garganigo, rosso in viso, guarda timoroso il cognato Luison e chiede, confuso:
«Ma che ho detto di male?»

La Rolls Royce attraversa i cancelli tra due ali festanti di folla; una volta arrivati davanti all’ingresso, prima di scendere Gilda porge un bigliettino a James, e gli chiede:
«James, caro, mi chiameresti questo numero?»
Il maggiordomo prende il pizzino e osserva perplesso il prefisso, +33.
«E’ sicura, signora?» chiede James, preoccupato, riconoscendo il numero.
«Sicurissima, James. A la guerre comme à la guerre, o giù di lì» Poi, prendendo il cellulare che gli porge il maggiordomo, apre una videochiamata, sfoggia il suo miglior sorriso e cinguetta:
«Antonietta, sono Gilda… Oui, oui, è un piacere anche per me, mon cher ami! Oggi mi sei venuta in mente e mi sono proprio detta: da quanto tempo non faccio una bella chiacchierata con la cara Antonietta? E ti ho chiamata… Come stai, bene? Mi fa piacere, cara. E il tuo bel Jean? Sai, mi è dispiaciuto non averti incontrata quando sono venuta a Parigi… ah, non lo sapevi? Si, mi aveva chiamata lui, sai, affari… E’ sempre indaffarato, per fortuna ha quella ragazza che l’aiuta… no, non la segretaria Genoveffa, l’altra, la ragazzina, Chantal mi pare si chiami, è tanto servizievole sai… Ah, non ti aveva detto nemmeno questo? Bè, gli sarà scappato di mente, ha tante cose a cui pensare… Perché, pensi ti nasconda qualcosa? Ma no, non mi dire… ah tu dici che… racconta, racconta…»

¹ Misteriosa moneta elettronica i cui possessori sono soliti inviare messaggi entusiastici intasando le caselle di posta elettronica.

Olena à Paris – 18

Il pranzo è ormai finito, la tavola è stata liberata e sono rimasti seduti solo nonna Pina e Juanito, mentre tutti gli altri hanno spostato le sedie davanti, come per assistere ad uno spettacolo teatrale; i bambini siedono in terra, affascinati da quella donna che racconta di quella Evita di cui hanno sentito parlare tante volte dal nonno; Olena è in piedi sulla porta, pronta a intervenire in caso di allarme da parte di Osvaldo, che è rimasto fuori di guardia.
«Alla fine della guerra l’Italia era tutta da ricostruire; io mi tuffai nel lavoro insieme a mio marito, e di fatto abbandonai le scene» riprende nonna Pina, bevendo un bicchierino di sherry.
«Che peccato, un’artista come voi…» si rammarica Juanito, tirando fuori un sigaro cubano, vincendo le occhiate di riprovazione di figlie, nuore e nipoti.
«In un certo senso fu una scelta obbligata, per me si erano chiuse tutte le porte; gli impresari dicevano che ero troppo compromessa col vecchio regime, che bisognava far calmare le acque… Evita mi fece sapere che alcuni suoi amici stavano allestendo una rivista e sarebbero stati felicissimi di avermi come soubrette; confesso che ne fui lusingata e ci feci un pensierino, ma evidentemente non era destino.»
«Perché, che successe?» chiede l’anziano gaucho.
«Dovresti saperlo, Juanito… nell’ottobre del ’45 Perón venne arrestato. Era diventato troppo popolare, pericoloso; Evita dopo un primo momento di smarrimento si batté per la sua liberazione e  facendo appello al popolo, ai lavoratori, a quelli che vennero poi chiamati sprezzantemente “descamisados”, senza camicia, costrinsero il governo a liberarlo: pochi giorni dopo si sposarono e divenne Evita Perón.  Lei non dimenticò mai questa gente, e da allora si dedicò anima e corpo a loro, seguendo le idee del suo uomo, ed il popolo la contraccambiò, la adorò… La rividi nel ’47 quando venne visita in Europa, in visita diplomatica in Spagna, Italia e Francia, splendida ambasciatrice del proprio paese; in Italia fu persino ricevuta dal Papa, Pio XII; era ormai una leggenda, e fui molto sorpresa quando quella sera mi chiamò: “Eusebia, sono Evita, perché non sei venuta a salutarmi?” Ma come facevo, le sue visite erano strettamente programmate, e gli invitati attentamente selezionati… “Quante storie!” mi disse, “Senti, sono in partenza per la Francia ma prima dobbiamo assolutamente incontrarci. Ti aspetto domani sul lago di Como, va bene? Per favore però non parlarne con nessuno, non voglio fotografi o giornalisti a disturbarci, c’è già abbastanza gente a controllarmi…” Ci demmo appuntamento al Grand Hotel Britannia di Cadenabbia, pieno di turisti, ci truccammo un po’ con dei cappelli a falde larghe, occhiali neri, nessuno fece caso a noi. All’inizio feci fatica a riconoscerla, sembrava un’altra persona, persino più alta, più bella, matura anche se aveva solo 28 anni… Era conscia ed anche un po’ spaventata dalla responsabilità che il marito le aveva accordato, di rappresentare all’estero l’intera nazione, ma in realtà quel furbone sapeva bene che lui non sarebbe certo stato accolto bene quanto sua moglie… Parlammo per ore, mi raccontò del lavoro che stava facendo per il popolo, per le donne, delle resistenze che aveva dovuto superare ed anche delle umiliazioni… aveva sposato ed amava incondizionatamente Perón e le sue idee, si definiva una fanatica della giustizia sociale, odiava gli oligarchi e quelli che pensavano di ripulirsi la coscienza con un po’ di carità, soffriva fisicamente per quelli che non riconoscevano la grandezza della rivoluzione che stavano portando avanti… io non mi occupavo di politica ma ammirai nelle sue parole una passione genuina, e temetti anche che si stesse mettendo contro forze troppo grandi, che ne finisse stritolata. Mi chiese anche del mio lavoro, e mi disse che l’Argentina era una grande produttrice di carne, se ne avessimo avuto bisogno per la nostra attività sarebbe bastato chiederla… Ci salutammo con affetto, al momento di lasciarci però mi disse una cosa che mi fece preoccupare: “Eusebia, mi prometti una cosa?” Ma certo, le dissi, qualsiasi cosa. “Promettimi che se dovesse capitarmi qualcosa difenderai la mia memoria” Cercai di sdrammatizzare, dicendo che non le sarebbe di certo successo niente, con la sua forza e la sua grinta, ma mi lasciò dentro un brutto presentimento… Juanito, posso chiederti una cosa?» cambia discorso per un attimo la centenaria.
«Certo, donna Pina, che cosa?»
«Tu sei stato peronista?»
Il vecchio allevatore scoppia in una risata:
«Sono un figlio del popolo, donna Pina, come potevo non esserlo? Ma aspettate, ve lo faccio dire dai miei nipoti. Pronti, muchacos?»
Ad un cenno del nonno i nipotini di Juanito si alzano in piedi e iniziano a cantare:
Los muchachos peronistas
todos unidos triunfaremos,
y como siempre daremos
un grito de corazón:
¡Viva Perón! ¡Viva Perón!¹

«Ah, ah, okay, okay, ho capito, basta così» ride nonna Pina, applaudendo alla performance dei nipotini, che avevano iniziato a marciare inquadrati per tre. Poi, dopo un altro sorso di sherry, continua:
«Continuammo a sentirci di tanto in tanto, lei era sempre impegnatissima ai limiti dello sfinimento; aveva fondato il partito peronista femminile, qualcuno cercava persino di contrapporla a Perón stesso…»
«A dicembre del 1951 mi arrivò a casa un libro, “La ragione della mia vita”, con una dedica autografata che mi commosse “Alla cara amica Eusebia, la splendida Wanda da cui ho imparato tanto”. Provai a chiamarla per ringraziarla non so quante volte, ma ogni volta rispondeva una persona diversa, sembrava facessero apposta a non passarmela… chiesi ad amici a Buenos Aires e mi dissero che era molto malata. Seppi dopo che aveva un tumore che non aveva voluto operare; e la sua morte mi lasciò inebetita, senza parole… aveva solo 33 anni, avrebbe potuto fare ancora tanto… Ma la sua storia non era ancora finita.»
«Raccontaci della mummia!» la incita uno dei nipotini.
«Nestor! Un poco de respeto!» lo sgrida la mamma.
«No, lo lasci dire, señora» lo difende nonna Pina «ha ragione il ragazzo, la mummia c’entra, eccome… Alla sua morte Perón volle che Evita fosse mummificata, per questo chiamò il migliore specialista del tempo, che fece un lavoro superlativo, chi la vide disse che sembrava viva… per sicurezza ne vennero fatte tre copie, identiche anche loro, tanto che era impossibile distinguere la vera dalle false. E infine successe l’inimmaginabile: nel ’55 Perón fu deposto e pur di evitare una guerra civile rinunciò a battersi ed andò in esilio e sono sicura, Juanito, che se la moglie fosse stata in vita non si sarebbe mai arresa così facilmente; la salma di Evita rimase in Argentina ed era un grosso problema per il nuovo governo, troppo ingombrante… i nemici di Perón la odiavano e avrebbero voluto farla sparire perché il popolo l’adorava, gli amici invece avrebbero voluto prenderla per usarla come bandiera della loro lotta. Decisero così di sotterrare la salma e le copie in posti nascosti e diversi, in modo che non potessero essere ritrovate. Un giorno mi chiamò un vecchio amico, un repubblichino che dopo la guerra era riparato a Buenos Aires; mi disse che mi stava arrivando un container di carne, e di preparare la cella frigorifera. Veramente non aspettavo nessuna carne, chiesi spiegazioni ma mi disse che le avrei avute a tempo debito. Il giorno dell’arrivo della nave ero sul molo in attesa, mi si avvicinò un uomo e mi mise in mano un biglietto. Si diceva che nel container c’era una bara che conteneva la salma di Evita, e che avrei dovuta farla sotterrare nel Cimitero Maggiore di Milano, in una tomba intestata ad una certa Maria Maggi De Magistris. “Perché io?” Mi ricordo che chiesi. “Perché Evita di fidava di lei” mi fu risposto, e tanto mi bastò. E lì è stata per tredici anni, ed ogni settimana passavo a portarle un fiore…»
Una lacrima scivola attraverso le rughe del volto della vecchia, che se la asciuga col dorso della mano. Juanito, commosso, le porge un fazzoletto, mentre il più piccolo dei nipoti le porge un mazzo di fiori di Ceibo.
«Muchas gracias niño» lo ringrazia nonna Pina che poi si raddizza e rischiara la voce e, finito lo sherry, si volta verso il vicino e gli dice:
«Bene Juanito, adesso che ne diresti di parlare di affari?»

eva_perocc81n_mummia-2

¹ Prima strofa del vecchio inno argentino “Los Muchacos peronistas” – Hugo del Carril (1949)

Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

Evita-Peron-3

¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Olena à Paris – 16

Nonna Pina, seduta come ospite d’onore alla tavola da pranzo a ferro di cavallo, in legno massiccio ricavato da vecchie traversine della ferrovia, guarda la grande famiglia che è lì radunata e rivolge un sorriso al gruppetto di bambini che, seduti in terra a gambe incrociate, aspettano di ascoltare il suo racconto. Si volta leggermente alla sua sinistra, verso Juanito, che con un cenno del capo la incoraggia ad iniziare. Nonna Pina si rischiara la voce, socchiude gli occhi e ritorna con la mente a quei giorni del 1940.

«Evita era di qualche anno più giovane di me, oddio, eravamo tutte e due giovanissime, io allora avevo 26 anni e lei 21, la stessa età di mio fratello… non era ancora Evita Perón, ma solo Eva Duarte, un’attrice che dopo la sua bella gavetta cominciava ad essere conosciuta grazie ai radiodrammi, quei polpettoni che venivano trasmessi appunto alla radio e che avevano un grande seguito, più o meno l’equivalente delle soap operas di adesso. Venne lei a presentarsi, mi disse che aveva assistito al nostro spettacolo a Rosario ed era rimasta affascinata, non vedeva l’ora di rivedermi nel Gran Splendid di Buenos Aires… non era una bellezza appariscente Evita, non per vantarmi ma io ero molto più bella, vero Juanito?»
«Voi non eravate bella, eravate magnifica, donna Eus… donna Pina» dice il padrone di casa.
«Magnifica.. non farmi arrossire Juanito, diciamo che piaciucchiavo» si schermisce la vecchia, con un pizzico di civetteria.
«Scambiammo qualche parola in un buffo misto di italiano e spagnolo, mi disse che le sarebbe piaciuto molto venire in Italia. “Chissà”, le dissi, “magari una volta sarete voi a venire in tourneé da noi, e io verrò ad applaudirvi”. Non sapevo quanto quella frase di cortesia fosse profetica… ma non corriamo. Ah, Juanito, delizioso questo asado¹, si scioglie in bocca» si congratula la centenaria.
«Ve lo dicevo che la nostra carne è la migliore di tutta la pampa, donna Pina. Posso suggerirle di condirla con un po’ di chimichurri² ? »
«Dici, Juanito? Non mi darà bruciore di stomaco? E vada per il chimichurri, bisogna provare tutto nella vita, non è vero?» Poi, dopo aver inghiottito un altro boccone di carne intinto nella salsa verde, continua:
«Dov’ero rimasta? Ah sì, la tourneé. Ad un certo punto della cena uscii in giardino a prendere una boccata d’aria, il vestito mi stringeva ed avevo un caldo pazzesco, i piedi cominciavano a gonfiarsi e non vedevo l’ora di tornare in albergo per riposarmi… stavo per rientrare ma ebbi un mancamento e sarei caduta in terra se non ci fosse stata Evita a sostenermi. Mi aveva tenuto d’occhio per tutta la sera, e quando aveva visto che mi ero allontanata mi aveva raggiunto, voleva chiacchierare un po’, chiedermi consigli. Mi accompagnò fino ad una panchina, mi aiutò a sedere e con un sorriso dolce, indicando la pancia, mi chiese: “Di quanti mesi?”»
«Perché, voi?…» chiede Juanito, sorpreso.
«Si, Juanito, ero incinta, e lei se ne accorse subito. Mi allarmai e la pregai di non dire niente a nessuno, fece una smorfia offesa… capii guardandola negli occhi che quella era una donna di cui ci si poteva fidare, e colsi molto altro nel suo sguardo: orgoglio, volontà, determinazione, rabbia anche, ma anche comprensione, dolcezza, e soprattutto amore, tanto amore per la sua terra»
Nonna Pina beve un sorso di Mendoza tinto³ “Buscado vivo o muerto”, schiocca la lingua in segno di approvazione e continua:
«Rimanemmo lì a parlare, scoprimmo di avere parecchie cose in comune, oltre la professione. Non sopportava le ingiustizie… lei, la quinta di cinque figli che sua madre aveva avuto da un uomo già sposato, che li aveva poi abbandonati quando lei era ancora bambina per tornare con sua moglie e la sua vecchia famiglia; e loro, gli illegittimi, rimasti a masticare umiliazioni e subire discriminazioni, disprezzati persino dagli altri bambini, che non volevano nemmeno giocare con loro. Addirittura quando il padre morì, in un altro paese, a loro non fu nemmeno permesso di avvicinarsi alla bara, nonostante portassero il suo cognome… nel raccontarlo la voce le vibrava di sdegno, l’ingiustizia subita era stata troppo grande, e dentro si coglieva una promessa fatta prima di tutto a sè stessa, che di ingiustizie non ne avrebbe sopportate più. Era magra, Evita, e nemmeno altissima, ma aveva dentro una forza, un fuoco, che la faceva sembrare più grande di quel che era… Io potevo capire cosa volesse dire essere cresciuti senza padre, il mio l’avevo perso nella Grande Guerra…»
«Non lo sapevo, donna Pina. Dovete aver sofferto molto…» dice Juanito, sinceramente dispiaciuto.
«L’ho odiato parecchio, sai Juanito? Non era tenuto ad andare, teneva famiglia. Ma partì volontario, doveva liberare Trento e Trieste, diceva. Per me era un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura, solo crescendo riuscii a capire i silenzi, le lacrime di mia madre ogni volta che riceveva una sua lettera. L’ultima volta che lo vidi era tornato in licenza e mi disse di stare tranquilla che la guerra stava per finire, gli austriaci non ce la facevano più. Ma una pallottola per lui ce l’avevano ancora… Quella notte probabilmente mise incinta mia madre, che così rimase da sola a tirar grandi una bambina di quattro anni e quell’altro che teneva in grembo: mio fratello Mario, bello come il sole, che  per non essere da meno se ne andò volontario a morire in Russia⁴ nel ‘43, ma questa casomai ve la racconta dopo Natascia»
«Sarà mio onore, babushka» acconsente la russa, con gli occhi blu più luccicanti del solito.

(continua…)

¹ arrosto alla brace
² salsa verde a base di prezzemolo, peperoncino ed aglio
³ vino rosso prodotto nella regione di Mendoza
⁴ cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018