Una birra per Olena (XXII)

E’ una Gilda furibonda quella che discende la scalinata del Palazzo di Giustizia o Justizpalast, l’imponente edificio neobarocco di fine Ottocento adiacente la Karlsplatz. Il particolare stato d’animo non la predispone ad apprezzare al meglio i ricchi dettagli che la circondano, come la cupola in vetro che sovrasta il salone d’ingresso, i mascheroni scolpiti sulle colonne o l’austera statua del Principe reggente Luitpold di Baviera.
«”Resti a disposizione”. Ma l’hai sentito? A me, che sono quella che ci rimette più di tutti da questa faccenda! Loro trovano il nandrolone, e io devo restare a disposizione. Ma che diamine è ‘sto nandrolone, James, a che serve? E chi ce l’ha messo nel mio stabilimento? Adesso però passiamo all’attacco: mobilita le truppe, riunisci il consiglio di guerra, dirama le convocazioni!»
«Ehm, signora, temo non sia possibile» risponde il butler imbarazzato, sistemando la piega della pochette.
«James caro, vedo che titubi. Non è da te, lasciatelo dire. In altri tempi avresti guidato l’assalto sventolando lo stendardo e suonando la tromba, o viceversa. Ti stai per caso ammutinando?»
«Assolutamente, signora» risponde James «è solo che i componenti del consiglio non sono al momento reperibili. Mi duole informarla che del signor Svengard si sono perse le tracce: i nostri informatori nel Principato di Monaco non hanno segnalato drakkar in avvicinamento»
All’udire il nome del proprio amato la Calva Tettuta si rabbuia e corruccia il nasino.
«James ricordami, al suo ritorno, di prendere appuntamento con il veterinario per fargli impiantare un chip sottopelle. E prenotare al Grand Hotel una stanza insonorizzata: lo farò urlare di dolore e non vorrei disturbare gli altri ospiti. Continua pure con l’appello, caro» lo esorta Gilda.
«Natascia è sparita. Ha lasciato l’ingegner Matthaeus alle cure della signora Pina, e non è rintracciabile»
«Che tu sappia, quando è uscita imbracciava armi pesanti?»
«Non mi risulta signora, indossava la solita pelliccia violetta. Però il make-up era insolitamente sobrio per il suo carattere: eye-liner nero e rossetto color pesca abbinato ad un blush pesca-marroncino» riporta il maggiordomo, con un pizzico di invidia.
«Ah, bene, tenuta da combattimento, questo mi rasserena. E come sta il caro Jürgen, è ancora in grado di deambulare?» si informa Gilda premurosa e, al cenno d’assenso del maggiordomo, continua: «Bene bene, cominciamo da lui allora. Andiamo a chiedergli cosa sa di nandroloni. Ma prima passiamo in albergo, ti dispiace caro? Ho bisogno di cambiarmi e di un buon ricostituente. C’è qualcosa di adatto allo scopo?»
«Senz’altro, signora. Avrei giusto qualche etto di caffè “¡Ya basta!” arrivato direttamente dal Chiapas, sembra fosse il preferito del subcomandante Marcos»
«James, tu e il subcomandante mi avete letto nel pensiero: e ammò basta!»

Seduti all’ombra dei castagni nel biergarten della birreria Paulaner am Nockherberg, il commissario capo Horst Tupperware ed il suo aiutante Fritz Gunnerbaum siedono assorti, tenendo ciascuno in mano il proprio boccale di birra. E’ infine Fritz, con vena insolitamente polemica, a rompere il ghiaccio:
«Commissario, che facciamo adesso? Cerchiamo questo Sparwasser e controlliamo di che colore indossa i calzini?»
Horst si riscuote lentamente, annuisce fissando la condensa che si aggruma sul suo bicchiere, e risponde:
«Ti sei mai chiesto, Fritz, da dove provenga il caratteristico sapore amarognolo di queste Pils?» e continua, senza attendere la risposta:
«Si tratta del luppolo dell’Hallertau¹, è unico al mondo. Tra l’altro, parlando di luppolo, è notevole che appartenga alla stessa famiglia botanica della cannabis, sebbene di un altro genere. E sapevi, mio buon Fritz, che per la produzione della birra vengono usati solo i fiori femminili non fecondati? Sono convinto che avrai sentito dire che i fiori maschi sono separati dai fiori femmina, e l’impollinazione avviene grazie al vento…»
«Argomento molto interessante, commissario» lo interrompe Fritz «ma è di qualche attinenza con la nostra indagine? Mi sembra, con tutto il rispetto, che lei stia tergiversando. Ed inoltre» continua l’aiutante leggermente spazientito «non mi ha ancora detto chi è quella donna e che ha a che fare con lei.»
«Non ti sfugge niente, vero Fritz?» constata Horst con un sorriso, e inizia il suo racconto.
«E va bene, lasciamo stare i luppoli. Ti conviene ordinare un’altra birra però, la storia è un po’ lunghetta. Comincia nell’89, quando mi trovavo di servizio a Dresda…»
«A Dresda? Ma come faceva ad essere di servizio a Dresda, commissario, lì c’erano i…»

«Si, Fritz, esattamente, c’erano i comunisti.»

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¹ La Hallertau è una regione della Baviera centro-meridionale dove si coltiva una quantità di luppolo pari al 32% della produzione mondiale.

 

 

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Una birra per Olena (XXI)

«O Po, figlio del celeste impero, il mio stomaco brontola e si lamenta, è pronta questa zuppa?»
Svengard, dopo aver posteggiato il drakkar nell’isola di Gotska Sandön e precisamente sulla spiaggia di Salüdden, nel bel mezzo dell’area di protezione delle foche, e dopo aver presieduto alle operazioni di sbarco ed apparecchiamento della tavola da pranzo, si è seduto a capotavola e, brandendo un cucchiaio di legno, si agita nervosamente.
Dalla nave finalmente scendono i gemelli Uppallo I e Uppallo IV reggendo un pentolone fumante; dietro di loro avanza Po, con bandana in testa e mestolo in mano.
«Mmhh, che odorino!» esclama la bionda e affamata violinista Anastasija, seduta alla sinistra di Svengard, battendo le mani. «Che cos’è questa delizia, maestro Po?»
Po, visibilmente lusingato, fa un piccolo inchino e risponde:
«O fanciulla dall’animo gentile, non come qualche tloglodita di mia conoscenza incapace pelsino di lavalsi le mani plima di sedelsi a tavola» dice fissando con intenzione Svengard, che si guarda intorno fischiettando «mi onoli chiamandomi maestlo. In velità in gioventù mi dilettavo con il bianqing¹, nel quale eccellevo tanto da guadagnalmi il soplannome di “mago della mazza”, ma chiamalmi maestlo è un po’ esagelato»
«Scusate maestro, non conoscevo i vostri trascorsi musicali» confessa Anastasija, comprendendo di essere stata equivocata «in realtà mi riferivo all’arte culinaria. Come si chiama questa vostra pietanza?»
«Culi…» realizza Po, arrossendo, tra le risatine degli Uppalli che si beccano immediatamente una mestolata in testa. «Ehm, celto, celto, culinalia… questo è un piatto di mia invenzione, si chiama cacciucco alla cantonese. Ho appoltato qualche piccola valiazione alla licetta tradizionale del cacciucco alla livolnese»
«Davvero? E di che si tratta?» chiede per educazione la pianista, che non vede l’ora di affondare il cucchiaio nella zuppa e di conseguenza pochissimo interessata alle spiegazioni del cinese.
«Al posto del polpo metto l’alinga; al posto dello scolfano l’alinga; al posto dei calamali l’alinga; al posto delle seppie l’alinga; al posto dei clostacei…»
«L’alinga?» chiede il pianista, seduto in fronte alla sua partner.
«No, il melluzzo» lo fulmina Po con un’occhiataccia.
«Ma è la solita zuppa! Aringhe e merluzzo!» sbotta Svengard prima di essere colpito da una mestolata sull’elmo.
«E a tavola ci si toglie il cappello, caplone, specialmente quando ci sono ospiti!»  lo rimprovera Po, passando poi alla distribuzione del rancio che, nonostante la scarsa varietà del pescato, strappa gridolini di soddisfazione agli affamati commensali.

Dato fondo alla pignatta e ripuliti i piatti con una accurata scarpetta di pane di segale, i nostri si rilassano; compare una nuova bottiglia di Kostenkorva e, mentre Svengard si accende la fida pipa, il pianista inizia il suo racconto.
«Innanzitutto, cari amici, voglio ringraziarvi per la squisita ospitalità. Nonostante le vostre deficienze musicali, il vostro animo è delicato»
Uppallo I annuisce facendo piedino ad Anastasija, che corrisponde.
«Vi chiedevate come siamo finiti a suonare su di una zattera nel bel mezzo del mar Baltico: ebbene, eravamo in concerto sul lago di Como, sapete, quello reso famoso da George Clooney, e l’esibizione si svolgeva su una piattaforma trainata da un piccolo motoscafo a pochi metri dalla riva. Un evento francamente trash, al quale di norma ci saremmo sottratti se non fosse che il cachet che ci è stato proposto non era di quelli che potessero rifiutarsi.»
«Ah, la purezza dell’arte!» declama Svengard, poetico.
«Ma sfortunatamente non avevamo fatto i conti con la mia ex fidanzata, Mikako»
«Quella maniaca!» commenta acida la leggiadra violinista.
«Poverina, soffre…» la difende il pianista. «Dovete sapere che Mikako è una brava cantante lirica, di animo profondamente sensibile; purtroppo ha questo problemino (oltre alla voce eccessivamente stridula) che la rende vulnerabile»
«E quale sarebbe questo problemino?» chiede Uppallo I per pura cortesia, più interessato ad allungare le mani sotto il vestito della violinista.
«Ecco, Mikako è purtroppo gelosissima, e non sopporta vedermi dividere il palco con altre donne che non siano lei: e capirete che nel nostro lavoro non è sempre possibile avere a che fare con soli musicisti uomini. Questo aspetto del suo carattere nel tempo ha creato parecchie, ehm, incomprensioni»
«Incomprensioni le chiama! Quella andava in giro a minacciare la gente, a rompere gli strumenti, a tagliare vestiti e capelli alle orchestrali! E chissà dove sarebbe arrivata se…» interviene ancora Anastasija.
«Comprenderete» riprende il pianista «come alla lunga il nostro rapporto si sia logorato, ed abbia dovuto decidermi a troncare il fidanzamento»
«Ed a farla internare, finalmente!»
«In effetti, quando Mikako mi rigò la fiancata della macchina nuova e diede fuoco al mio appartamento pensai che fosse meglio, per il suo bene ovviamente, chiedere un aiuto medico. Purtroppo però ogni volta che viene dimessa si mette alla mia ricerca e, dato che non posso impedire di pubblicizzare i miei impegni, finisce sempre per trovarmi. Ho dovuto assoldare delle guardie del corpo, ma stavolta non è bastato»
«Che è successo, insomma? Continua, sento che da questa storia potrei trarne una bella hit» chiede il minore degli Uppalli, interessato.

«Saputo che ci saremmo esibiti su di una piattaforma ha noleggiato un grosso elicottero e ci ha agganciato; il motoscafo è riuscito a staccarsi, altrimenti sarebbe volato insieme a noi… l’allarme ha tardato ad essere diramato in quanto tutti pensavano che la scena facesse parte dello spettacolo, anzi da lontano sentivamo degli applausi entusiastici… abbiamo volato per delle ore, temendo il peggio, ed alla fine ci siamo addormentati. Quando ci siamo svegliati eravamo in mezzo al mare, e Mikako ci aveva lasciato un biglietto»
«”Ti” aveva lasciato un biglietto» puntualizza la bionda.
«Si, mi aveva lasciato… eccolo qui, guardate» e passa un fogliettino rosa al suo vicino Svengard.
« “Oreste Cardamomolis sei un coglione, vai all’inferno tu e la tua zoccoletta. Bacioni, tua aff.ma Mikako” . E chi sarebbe questo Cardamomolis?» chiede Svengard, grattandosi l’elmo.
«Oreste Cardamomolis sono io, o incolto» puntualizza il pianista.
«E la zoccoletta?» chiede imprudentemente Uppallo IV, beccandosi un pedatone dal gemello maggiore.

Il racconto viene interrotto da una voce con un forte accento portoghese, al quale risponde un raspare di ali e di gola:
«Stro-nso!»
«Craa! Sto-lto!»
«No stolto! Ho detto stro-nso! Stron-so!»
«Craa! Sto-rno!»
«Stro-nso, stro-nso! Ma sei stupido?»
«Craa! Stupido è chi lo stupido fa²! Cra!!»
«Testa de casso!»
«Che fracasso! Craa!»
«Noo! Ho detto Te-sta de ca-sso, ripeti!»
«Ma sei stupido? Craa!!»

«Ma che sta succedendo, cosa sono questi strepiti?» chiede Oreste, preoccupato che Mikako si faccia viva.
«Niente, non fateci caso» rassicura Svengard «è Giuseppi Tronfionaro, l’addestratore di pappagalli, che sta insegnando le parolacce al nostro Spread»

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¹ I Bianqing sono antichi strumenti a percussione cinesi che consistono in due o tre file di pietre piatte a forma di L appese a due pali orizzontali. Sono suonati con delle mazze di legno, ed il suono è prodotto dalla vibrazione della struttura stessa.
² Non ho potuto resistere alla citazione.

Il Dubbione

Sicuramente qualcuno rimarrà perplesso se non addirittura scandalizzato dal fatto che un intellettualone del mio calibro segua il programma “I soliti ignoti”, condotto dal bravo Amadeus su Rai Uno, subito dopo il Tg. A dire il vero, ma lo sapete già, preferisco “L’eredità” dove almeno i concorrenti devono possedere un minimo di cultura generale ma che a volte, complice l’emozione o la fretta o la genuina ignoranza dicono degli strafalcioni divertenti e preoccupanti, come ad esempio gli sventurati che hanno fatto diventare cancelliere Adolf Hitler nel 1979, ‘64 o ’48 o la marziana che ha collocato l’eccidio delle Fosse Ardeatine nel ’71.

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Da tempo propugno la revisione del suffragio universale: chi non sa niente è propenso a credere a tutto.

In attesa del ritorno dell’amato format, mentre sorbisco il caffè e traffico con la posta elettronica il garbo e la simpatia di Amadeus mi tengono compagnia. Una volta mi faceva compagnia anche il cane, ma da quando è morto vengo abbandonato alle mie lamentele e intemperanze.
Il funzionamento del gioco è semplice: si tratta di abbinare ad otto ignoti la propria identità (ad esempio: “fabbrica cravatte”; “seduce con la danza del ventre”; “fa ballare le dita”…) solo guardandoli; si possono chiedere al massimo tre indizi, che il più delle volte confondono maggiormente invece di chiarire e tre incontri ravvicinati per osservare da vicino qualche particolare dell’ignoto (spesso le mani, per controllare se c’è qualche callo; qualcuno più intraprendente gira intorno alle ignote, per apprezzare non si sa bene cosa). Il montepremi è considerevole ma nel corso del gioco ci sono due “imprevisti”, come nel gioco dell’oca, che possono azzerare quanto guadagnato fino a quel momento.
Infine, per portare a casa il bottino accumulato, viene fatto entrare un tizio ed il concorrente deve indovinare di quale degli ignoti è parente. Solitamente è un congiunto stretto, e bisogna essere bravi in base all’età ed alle rassomiglianze ad abbinarlo con uno degli otto.
Essendo pochissimo fisionomista confesso di sbagliare regolarmente gli abbinamenti, per cui se dovessi partecipare vincerei un bel niente, ma c’è gente davvero brava nel cogliere i particolari, occhi, naso, bocca, orecchie ed ogni tanto qualcuno porta a casa qualche soldino.

A questo punto un sentito “e chi se ne frega delle tue perversioni” capisco che possa anche starci, ma lasciatemi parlare della novità di quest’anno: il Dubbione.

Quando il concorrente ha penato per un’ora per accumulare qualche euro e cercare di capire di chi accidenti è parente quel signore che apparentemente niente ha a che fare con quelli che ha alle spalle ed ha formulato le congetture più fantasiose deve scegliere: e la scelta è irreversibile. Il prescelto si posiziona vicino al parente, musichetta di suspence, scongiuri e tensione : è lui o non è lui?
Ma quest’anno ecco che i misericordiosi autori sono venuti incontro ai concorrenti, alla modica cifra di metà del montepremi conquistato: hai un ripensamento? Non sei proprio sicuro di quello che hai scelto? Esprimi il Dubbione entro dieci secondi, e potrai cambiare cavallo.

E’ davvero utile il Dubbione! A quante e quanti sarebbe piaciuto averlo a disposizione quando una scelta che a prima vista sembrava oculata si è rivelata essere una boiata pazzesca? A quante e quanti è capitato sull’altare di voltarsi verso il testimone, e considerare di star facendo una cazzata? Ah, se ci fosse stato il Dubbione!

Chissà, forse anche un certo politico molto noto per la scelta dei maglioncini sta rimpiangendo di non aver avuto a disposizione il Dubbione dopo aver imboccato una strada incomprensibile e autolesionista… ma meno male che non c’era!

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Una birra per Olena (XX)

«O Svengard, compagno di mille bisbocce» dice il più giovane degli Uppalli osservando preoccupato la bottiglia di Kostenkorva ormai vuota ed il pianista riverso sul barile «che bisogno c’è di fermarci in quell’isola disabitata? Non è meglio tirare fino a Gotland finché il sole è alto nel cielo? Non abbiamo a bordo né cani né bambini né nonni che giustifichino soste all’Autogrill, mi pare»
Svengard scuote l’elmo cornuto e rivolge all’amico uno sguardo benevolo, introduttivo alla spiegazione che si appresta a fornire.
«Vecchio amico, tu sai quanto ti stimi. Le tue qualità sono conosciute ed apprezzate dal mare di Barents fino al canale di Skagerrat. E non mi riferisco alla maestria nel comporre canzoni, per essere chiari»
«Ah, no? E di che si tratta allora? Della mia simpatia, della mia arguzia?» chiede curioso il cantautore.
«Niente di tutto questo, caro mio: faccia tosta ed ignoranza, quelle sono le tue doti. Impareggiabili entrambe, specialmente l’ignoranza. Come si fa a definire “isola disabitata” Gotska Sandön? E’ persino parco nazionale!»
«Sarà anche parco nazionale, mare dune e uccelli in libertà, ma non c’è anima viva!» protesta Uppallo IV.
«Questo non è assolutamente vero» spiega il vichingo. «Gotska Sandön, oltre ad offrire rifugio e protezione a specie animali e vegetali, ospita custodi e personale del parco; numerosi visitatori si recano a visitarla, specialmente d’estate.»
«E sia pure» concede il cantante «ma da quando in qua ti interessi di dune o migratori? Non per farti fretta, o cornuto (mi riferisco all’elmo, naturalmente) ma la tua donna ti sta aspettando e, a differenza delle sue poppe, non mi sembra che la pazienza sia uno degli aspetti più sviluppati del suo carattere. Guardami negli occhi, per quanto il copricapo te lo consenta, e vuota il sacco: che diavolo dobbiamo fare a Gotska Sandön?»

Il vichingo inspira profondamente e poi, indicando il pappagallo Spread, inizia a parlare:
«Gilda non crederà mai che quello sia Flettàx… ma lo hai sentito? “Venti gradi e dieci decimi a dritta…” è troppo preciso! Troppo educato, troppo rispettoso, non insulta, non dice una parolaccia, niente!»
«Bè, effettivamente… magari potresti dire che ha sbattuto la testa, o magari sbattergliela veramente da qualche parte…» suggerisce Uppallo IV.
«Questa è in effetti una possibilità» concede Svengard «ma prima vorrei tentare un’altra strada. Tu sai che su quest’isola vive il più grande addestratore di pappagalli del mondo? Qualcuno lo considera uno sciamano, dicono sia un fenomeno…»
«Sciamano? Ma tu vaneggi amico mio, non avrai mica mangiato aringa fermentata andata a male, vero? Non ti sarai convertito al new age? O è l’astinenza che comincia a darti alla testa? E chi sarebbe poi questo fenomeno, e in che modo dovrebbe esserci di aiuto?»
«Frena, frena, piccolo Uppallo! Una cosa per volta, mi confondi» lo ferma Svengard. «Il nostro uomo è un italo-brasiliano, si chiama Giuseppi Tronfionaro»
«Tronfionaro? Mai sentito. Ma chi è?»
«Si dice» riprende Svengard «che fosse un potente capotribù, costretto a lasciare la sua terra a causa degli incendi»
«Una vittima della deforestazione, un combattente ecologista?» chiede Uppallo IV, con un fremito di indignazione.
«Ehm, ecco, non proprio… Tronfionaro più che combattente era un visionario… sognava di trasformare l’intera Amazzonia in un grande condominio pieno di boschi verticali ed orti urbani. Scopo più che nobile, se ci si pensa, e molto democratico: assemblee di condominio, amministratori eletti, manutenzione programmata…»
«Assemblee di condominio? Ma che diamine…» mormora l’aedo, che inizia a capire.
«Naturalmente, come ogni rivoluzionario ben sa, prima di costruire il nuovo bisogna abbattere il vecchio… e così Tronfionaro e i suoi seguaci si misero di buzzo buono a incendiare la foresta. Sottovalutarono il fatto che nella foresta ci abitavano anche loro, e così si ritrovarono senza foresta, senza case e ricercati dalla polizia di mezzo mondo»
«Un deficiente, insomma!» sbotta infine il cantante «E tu vuoi andare a trovarlo, quello è capace di darci fuoco alla nave!»

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Una birra per Olena (XIX)

Tåsjön, sylt blåbär klippan matrand,
Fjällberget söderhamn,
ah ja ja ja!
Tåsjön,sötvedel kämpig aröd,
Sunnersta mordegal,
ah ja ja ja!¹

L’agile drakkar pilotato dal vichingo Svengard, lasciato alle spalle il Golfo di Botnia ed il Mare di Åland, si dirige verso le coste della Germania solcando il mar Baltico a vele spiegate. La ciurma è dedita alle occupazioni abituali: i gemelli Uppallo I e Uppallo IV seduti in plancia su dei barili di catrame vegetale intonano una virile canzone norrena mentre il cinese Po, nominato cambusiere e cuoco di bordo, sta preparando un piatto della tradizione sino-finnica, l’involtino di aringa marinata a primavera.

Poco prima di arrivare all’isola di Gotland, dalla coffa sulla quale è appollaiato il pappagallo Spread si alza un grido penetrante:
«Craa! Craa! Uomo in mare! Venti gradi e dieci decimi a dritta! Craa!! Uomo in mare!»
Tutti si precipitano verso la fiancata destra della barca, pronti a lanciare le ciambelle di salvataggio ed a tuffarsi per salvare i naufraghi, ma quello che vedono li lascia stupiti e perplessi: si tratta infatti di una zattera sulla quale una coppia in abiti da sera laceri sta eseguendo un duetto per violino e pianoforte; intorno al natante improvvisato sono posizionate delle canne da pesca, con le lenze visibilmente ricavate dalle corde della ottava più bassa del piano, le più lunghe. I due musicisti, infervorati nella loro esecuzione, sembrano non accorgersi nemmeno dell’arrivo dei salvatori.
«Ehi, di bordo, serve aiuto?» chiede loro Uppallo I, apprezzando la perizia degli artisti e soprattutto l’avvenenza della violinista.
I due si riscuotono e sorpresi si rivolgono all’equipaggio:
«O ignoranti!» risponde grato il pianista. «Non potevate aspettare che finissimo? E’ la sonata per violino e pianoforte numero uno opera settantotto di Johannes Brahms, e che cavolo!»
«Perdonaci, amico» si scusa il maggiore degli Uppalli «Ci dispiace di aver interrotto il vostro concerto, chissà perché ci eravamo messi in testa che foste in difficoltà. Siamo stati ingannati nel vedervi alla deriva nel bel mezzo del Mar Baltico, errore nostro»
«Il Mar Baltico?!» esclamano contemporaneamente i due musicisti, guardandosi interdetti. Poi la bionda violinista punta l’archetto verso il partner artistico e con voce tremante di rabbia, che contrasta con il suo aspetto angelico, lo investe di improperi:
«Quella pazza, dovevi farla rinchiudere! E’ una demente, una sciroccata, quante volte te l’ho detto! Guarda dove siamo finiti per colpa di quella scimunita, e scommetto che hai ancora il coraggio di difenderla!»
«Anastasija, non essere così dura con la povera Mikako. E’ disturbata, poverina»
«Disturbata, dici, disturbata? Quella è matta da legare, altro che disturbata! Se avessi lasciato fare a me, a quest’ora non sarebbe ancora in giro a far danni, e non ci troveremmo in queste condizioni!»
Uppallo I, che non ha potuto fare a meno di notare che il viso della violinista si è imporporato rendendola ancora più bella, incuriosito dallo sfogo chiede:
«Se non è chiedere troppo, amici, possiamo sapere come siete finiti a suonare Brahms ai merluzzi del Baltico? Hanno un buon orecchio musicale ma come uditorio non è proprio quello che si può definire competente. Ma, a proposito di merluzzi» continua Uppallo I «volete fermarvi a pranzo con noi? Il nostro cuoco è un fenomeno per zuppe e affini. Ci farebbe piacere, non è vero amici? » chiede ai compagni di viaggio, che assentono con entusiasmo.
«Bè ecco, noi veramente avevamo in mente una grigliata…» prova a declinare l’invito il pianista lanciando un’occhiata alle improvvisate canne da pesca ma prima che possa finire la frase l’eterea Anastasija si lancia verso la scaletta di corda che pende dalla fiancata della nave, vi si arrampica agilmente e scavalca il bordo di slancio finendo in braccio al sollecito Uppallo I prontamente intervenuto per sorreggerla. Il cantautore indugia per la verità qualche secondo di troppo con la fanciulla tra le braccia, quasi paralizzato da una sorta di languore ma soprattutto impacciato da un certo turgore.

Il cinese Po, uscito dalla cucina con un mestolo in mano, in testa una bandana bianca ed indosso un grembiule a quadrettoni giallorossi si lamenta energicamente con i suoi:
«Quante volte devo dile che voglio essele avvisato plima di invitale gente a planzo! Questo non essele listolante e io non sono vostla selva!» ma poi rassicurato da Svengard ed incantato dalla leggiadria della giovane ospite, la cinge per le spalle e la guida in cucina chiudendosi alle spalle la porta, con grande delusione del resto dell’equipaggio.

Nel frattempo anche il pianista, seppur riluttante, guadagna il ponte della nave e si siede su di un barile.
«Aperitivino? » propone Uppallo IV.
«Perché no?» si rilassa il suonatore «Ci sarebbe uno spritz?»
«Mi dispiace amico, il prosecco è finito. Assaggia questa, va giù che è un piacere» e con un sorrisetto gli porge una tazza di Koskenkorva.

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¹Luglio, col bene che ti voglio
Vedrai non finirà
Luglio m’ha fatto una promessa
L’amore porterà – cfr. “Luglio”, Riccardo del Turco, 1968

Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

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Una birra per Olena (XVII)

Fritz Gunnerbaum grattandosi la testa guarda sbalordito la donna che occupa la sedia a dondolo del gatto Ringo e che sembra in confidenza sia con sua moglie Ursula che con il suo superiore, il commissario capo Horst Tupperware. Poggia infine sul tavolo il piattino di torta che Ursula gli ha messo in mano, e sbotta:
«Signorina, visto che nessuno si degna di informarmi, non sarebbe così gentile da dirmi chi accidenti è lei e che ci fa a casa mia?».
Olena sorride ad Ursula, e con un cenno del capo le lascia la parola:
«Accomodati Fritz, adesso ti racconto tutto…» poi, quando il marito finalmente si siede, comincia a raccontare:
«Ci siamo conosciute nel 1988, a Seoul…»
«A Seoul? Che ci facevi a Seoul?» interviene subito Fritz, sbigottito.
«Fritz, per piacere, non cominciare ad interrompere. Cosa dovevo fare a Seoul? Ero alle Olimpiadi, no? Con la squadra di atletica della DDR»
«Con la squadra di atletica…» ripete Fritz «Ma che c’entravi tu con la squadra di atletica,  non facevi mica  sollevamento pesi? Tra l’altro allora non c’era ancora il sollevamento pesi femminile alle Olimpiadi…»
Ursula continua a raccontare, senza nemmeno ascoltarlo, persa ormai nei ricordi:
«Avevamo una squadra fortissima in tutte le discipline… vi ricordate? Portammo a casa 102 medaglie, secondi solo all’Unione Sovietica che ne vinse 132… e davanti agli americani, che ne presero solo 94. Per noi non era solo una questione sportiva, si trattava di dimostrare la superiorità del socialismo nello sviluppo armonico della persona rispetto al capitalismo»
Olena conferma, annuendo.
«Stronzate» interloquisce Fritz, zittito da un’occhiataccia della moglie.
«Fin da giovanissimi eravamo sottoposti a ritmi di allenamento massacranti… specialmente con noi donne erano molto severi, noi dovevamo essere i simboli dell’emancipazione femminile, con risultati che si avvicinavano sempre di più  a quelli maschili»
«Donne toste…» commenta Olena.
«Si, toste, ma a che prezzo… hai ragione Fritz, io non avrei dovuto partecipare a quelle Olimpiadi. Ma una mia compagna, Heidi Schmidt, una lanciatrice di peso, si infortunò. O così ci dissero…»
«Che vuoi dire, non era vero che si infortunò? E che le capitò allora?» chiede Fritz.
«Nei campionati mondiali precedenti aveva conosciuto un saltatore canadese… aveva deciso di scappare e chiedere asilo politico approfittando delle Olimpiadi, ma fu scoperta. Tutto questo lo venimmo a sapere molto dopo, naturalmente… allora ci dissero che aveva avuto un attacco di appendicite acuta, avevano dovuto operarla d’urgenza e c’erano state complicazioni. Io ero la prima riserva e presi il suo posto, e feci anche la mia bella figura…»
«Sei modesta, Ursula, una medaglia d’argento non è solo una bella figura…» dice Olena, con sincera ammirazione «tu eri una campionessa!»
«Una campionessa…» ripete con amarezza Ursula. «Lo pensi davvero, Olena? Tu sai bene come stavano le cose»
Ma prima che Olena possa rispondere, Fritz interviene:
«Olimpiadi, medaglia d’argento? Ursula, ma che storia è questa? Quando ci siamo conosciuti facevi la cameriera in una birreria e mi hai detto che avevi praticato un po’ di sport… e questo lo chiami un po’ di sport? E lei?» chiede Fritz a Olena «Anche lei ha praticato “un po’ ” di sport? E dove è stata tutto questo tempo, Ursula non mi ha mai parlato di lei!»
Ursula interviene:
«Fritz, lascia stare, queste sono cose che è meglio non…»
«No, Ursula, tuo marito ha ragione, ha diritto ad una spiegazione» la ferma Olena, alzandosi in piedi con sollievo del gatto Ringo.
«Mi chiamo Olena Iosifovna Smirnova, all’epoca avevo diciannove anni e facevo parte dei servizi di sicurezza sovietici»
«Servizi di sicu… che mi venga un colpo, il KGB?» chiede Fritz, ormai totalmente stordito.
«Esatto, per la precisione ero sottotenente ed avevo l’incarico di agente provocatore. Dovevo fingermi interessata alla fuga in occidente, scoprire la rete che gestiva le diserzioni e neutralizzarla»
Fritz trasecola:
«Neutralizzarla? Ma in che senso, scusi, doveva denunciarli?»
«Eliminazione fisica, preferibilmente» continua Olena senza cambiare tono.
«Ufficialmente facevo parte della squadra di biathlon, come riserva. Potevo girare per il villaggio olimpico e fu così che conobbi Ursula…»

«Tu lo sapevi?» chiede esterrefatto Fritz.
«Ma certo che no, sciocco! Mica andava in giro a dire “ciao, sono un agente segreto!”. Ci siamo incontrate in palestra, Olena non passava inosservata, era sempre attorniata da maschietti diciamo, ehm, interessati»
«Faceva parte del mio compito quello di mettermi in mostra»
«E ci riuscivi parecchio bene…» ridacchia Ursula, e continua «Così bene che qualcuno pensò che se ne potesse approfittare. Una sera la squadra di pallanuoto turca la aspettò nel sottopassaggio che portava dalla palestra al villaggio. L’avevano studiata bene, avevano messo persino dei complici agli ingressi del sottopassaggio, per avvisare in caso di “disturbi”. Quella sera, uscendo dalla palestra, le cadde dal borsone la giacca della tuta… pensai che avrebbe dovuto rimborsarla, e così le corsi dietro per riportargliela» poi, notando l’occhiata di Fritz, puntualizza: «Pesavo ottantadue chili allora, ero un concentrato di muscoli, non come… adesso» constata Ursula con amarezza, indicando il suo corpo eccessivo. «Insomma, immagina ottantadue chili lanciati in velocità ed un cretino che ti indica di fermarti, e per di più brutto. E’ volato come uno straccetto senza nemmeno il tempo di dire “ahi” e sono piombata come un missile nel sottopassaggio e lì mi sono trovata davanti a quella scena…»

Olena a questo punto le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio.
«La stavano spogliando… lei era incosciente, dalla testa le colava un filo di sangue, l’avevano colpita a tradimento quei maiali»
Fritz, a bocca aperta, non riesce a staccare gli occhi da sua moglie, cercando di trovare nella casalinga che ha davanti le tracce della sconosciuta che gli si sta rivelando.
«Indossavo ancora la cintura addominale, sai, quel cinturone che si usa nel sollevamento pesi, allora li avevamo in cuoio pesante con due grandi fibbie di ottone… quelli avevano già i pantaloni abbassati, cominciai ad urlare e a picchiare come una pazza, cercavano di scappare e cadevano, ed io picchiavo, e picchiavo, e picchiavo, per Olena, per la rabbia, per i miei allenamenti di merda, per il corpaccione goffo che mi ritrovavo, per Heidi…»
Ursula si interrompe, con le lacrime che le scorrono lungo il viso. Olena la abbraccia e le accarezza i capelli, sussurrandole all’orecchio:
«Basta, Schutzi, è tutto passato, è finito…»
Ursula alza il mento, tira su col naso, e sciogliendosi dall’abbraccio seguita:
«Per fortuna Olena si riprese e me li tolse dalle mani, sennò li avrei ammazzati tutti… Il giorno dopo furono rimpatriati, i loro dirigenti dissero che avevano avuto un incidente stradale…»
«Già, avevano avuto un frontale con il TIR Schutzentagger…» ride Olena.
«Incredibile… ma perché non me ne hai mai parlato, Ursula?» chiede Fritz, commosso, colto poi da un pensiero improvviso:
«La squadra di pallanuoto… non era una squadra turca quella che cadde con l’aereo, l’anno dopo? Erano partiti da noi, da Dresda, giusto? Che strana coincidenza…» dice Fritz, fissando intenzionalmente Olena.
Olena sostiene il suo sguardo, e arricciando le labbra in un sorriso beffardo, risponde:

«Il mondo è pieno di coincidenze, Herr Gunnerbaum»

Berlin, Junioren-Sportfest, Katrin Krabbe

Una birra per Olena (XVI)

«Vostro onore, mi dichiaro innocente!»
Il giudice istruttore, Walter Ritzenberg, uno scapolo quarantenne alto e magro con dei capelli rossi arruffati ed una barbetta rada dello stesso colore, abbassa la testa per osservare, dal di sopra degli occhialini alla Cavour che correggono la sua miopia e gli danno un certo tono autorevole, la donna che siede dall’altra parte della scrivania, assistita nella traduzione da quello che ha presentato come suo avvocato.
La donna, fasciata da un completo rosso Valentino impreziosito da un turbante Mantero in twill di seta, si  sventola con un ventaglio in madreperla e, accaldata per l’agitazione slaccia i bottoni della giacca, movimento che lascia intravedere un top che fatica a contenere i seni della quinta abbondante, come giudica il giudice ad un esame sommario, seni posti ancor più in risalto dal fatto che la donna è seduta sul bordo della sedia protendosi verso Ritzenberg come a chiedere protezione.
Il giovane giudice, che è tutt’altro che insensibile al fascino femminile, si premura di rassicurarla.
«Deve esserci un equivoco signora, lei non è assolutamente accusata di nulla. Glielo dica anche lei, avvocato, questo è solo un colloquio informativo, pura routine»

«James, avevi ragione tu, come sempre» dice Gilda all’uomo alle sue spalle. Poi, riallacciatasi la giacca e mettendosi più comoda sulla sedia, con delusione di Ritzenberg, passa subito all’attacco, recuperando la  grinta da padrona del vapore:
«Caro giudice, capirà che il mio tempo è prezioso. Ho diverse fabbriche da portare avanti e centinaia di lavoratori che dipendono da me e che aspettano che ci facciate riaprire al più presto, pertanto la pregherei di essere conciso. Di che si tratta?»
Walter Ritzenberg , sconcertato dal cambiamento di tono, fatica a riprendere il filo.
«Ehm… voi producete pasta ripiena, dico bene Frau Rana?»
«Bè,questo non mi pare sia un segreto, dico bene giudice? Siamo leader anche nel vostro paese, tra l’altro. Ma perché quest’interesse per la pasta, Herr Ritzenberg?»
«In realtà, signora, l’interesse più che per la pasta è per il ripieno»
«Ah davvero?» dice sorpresa Gilda.«Se ha qualche curiosità chieda pure, giudice, anche se forse sarebbe stato più adatto il nostro direttore della produzione»
«Già, l’ingegner…» il giudice cerca il nome tra le sue carte, e finalmente lo trova «Ingegner Jürgen Matthaeus. Ecco, l’abbiamo cercato in realtà, ma sembra essere irreperibile. Come peraltro il vostro direttore amministrativo… Ha lasciato per caso qualche messaggio, qualche recapito?»
Gilda,dopo aver lanciato di sottecchi un’occhiata all’imperturbabile James, risponde candidamente:
«Giudice, capirà che non sono la segretaria dell’ingegner Matthaeus…»
«Naturalmente, naturalmente signora. Lo chiedevo solo perché in realtà abbiamo già sentito la segretaria, ma non è stata in grado di darci indicazioni utili»
«Ah, peccato, sarà andato a pesca. Avete provato a cercarlo in qualche lago della foresta Nera? Ricordo che ogni tanto ne parlava. Potreste chiedere a sua cognata, Hilda, magari ne sa qualcosa» suggerisce Gilda maliziosamente.
«No, sua cognata dice che non si fa vivo da qualche giorno. »
«Mi dispiace allora, non saprei come aiutarvi» taglia corto la Calva Tettuta. «Possiamo andare adesso?»
«Un’ultima cosa, signora. Come sa la finanza ha ispezionato i magazzini ed i libri contabili…»
«A proposito di questo» dice Gilda che fatica a contenere l’indignazione, oltre che i seni «ce n’era proprio bisogno? E quand’è che toglierete i sigilli alle fabbriche?»
«Solo un attimo signora, mi permetta di spiegare… volevamo capire se c’erano stati degli ammanchi, qualche furto di merce, dei furti di materiale, e che i responsabili avessero interesse con gli incendi a far sparire le prove… per questo abbiamo verificato anche i riscontri con le bolle di consegna»
«Che ti dicevo James? Controllavano le bolle. E i contribuenti pagano… E cosa avete scoperto, caro giudice?»
«Voi avete diverse linee di produzione, giusto?»
«Ma certo che abbiamo diverse linee, noi diversifichiamo, cosa crede! Abbiamo le linee classiche, le stagionali… ad esempio a maggio ripieno fave e pecorino, in autunno prosciutto e fichi… poi ogni tanto lanciamo delle novità: adesso per esempio abbiamo un brasato al mojito che sta andando alla grande»
«Al mojito? Interessante» afferma il giudice con un brivido di raccapriccio. Poi poggia gli occhiali sul tavolo e fissa Gilda freddamente negli occhi:
«E, Frau Rana, che linea pensavate di lanciare con i trenta quintali di nandrolone che abbiamo trovato nei vostri magazzini?»

E’ la volta di Gilda a rimanere interdetta dal cambiamento di tono del giudice:
«Nandrolone, nandrolone… mi ricorda qualcosa ma su due piedi non saprei dire, ci vorrebbe il nostro direttore Ricerca e Sviluppo… » e, non badando ai colpetti di tosse di James, continua:
«E’ qualcosa di esotico? Il nome è evocativo, ricorda il merolone¹ e il nostro marketing potrebbe anche lavorarci su… So che in Nuova Zelanda stiamo per lanciare il kiuzzo, ripieno di kiwi e struzzo, ma non mi pare che c’entri questo nandrolone… James caro, per caso è uno dei tuoi caffè?»

jennifer lopez

¹ Valerio Merola è un conduttore televisivo, abbastanza conosciuto negli anni ’80 e ’90, che nel ’96 fu coinvolto in un’inchiesta per violenza sessuale accusato da alcune “soubrette” di aver preteso rapporti sessuali in cambio di apparizioni TV. In un caso si difese sostenendo che le dimensioni del suo pene (da qui il “merolone”) non gli avrebbero consentito di avere il tipo di rapporto che l’accusatrice sosteneva di aver dovuto subire. L’inchiesta, per la cronaca, non arrivò mai a processo, e servì solo a “sputtanare” i protagonisti ed a rovinare loro le carriere e, in qualche caso, ad accorciargli la vita (vedi Gigi Sabani).

Una birra per Olena (XV)

Ursula Schutzentagger, che indossa un grazioso grembiule con disegni marini dove campeggia la scritta “Bellaria sole cuore e amore” ricordo del viaggio di nozze,  entra in soggiorno sorreggendo una teglia appena uscita dal forno, contenente il suo famoso stinco alla birra con patate arrosto.
Suo marito, l’agente scelto Fritz Gunnerbaum, la ammira orgoglioso mentre distribuisce generosamente pezzi di carne a lui ed ai loro ospiti, sua cugina Rose Zizzander ed il commissario capo Horst Tupperware.
Rose Zizzander, fresca vedova del terzo marito, è una spilungona segaligna sui sessantacinque anni, con i capelli biondo platino raccolti in uno chignon che la allunga ancora di più; l’invito non è stato fatto a caso, Fritz spera che l’esperta cugina riesca ad entrare nelle grazie del commissario capo, per il quale pur essendo più giovane si preoccupa come un fratello maggiore.

Rose, fattasi intraprendente dopo la terza bottiglia di birra, si rivolge civettuola a Horst:
«Non si sente bene, commissario? E’ così taciturno… e non sta mangiando niente, sta solo piluccando…».
In effetti Horst, distratto, sta sminuzzando la carne dello stinco in piccoli pezzi che impila con la forchetta uno sopra l’altro, e la voce della vedovella lo scuote:
«Oh, mi perdoni, frau Zizzander, sono un pessimo commensale. Questo caso che abbiamo tra le mani mi impegna molto…»
«Sgrumpf!» commenta Ursula, (“figurarsi”…), mentre il marito le lancia un’occhiata di supplica.
«Il caso dei tortellini, non è vero? Avete un’idea di chi possa essere stato?» chiede Rose, e continua senza attendere risposta: «Sicuramente qualche immigrato. Lo diceva sempre il mio povero terzo marito Hermann, pace all’anima sua: questo posto è diventato un casino» Poi, chinandosi verso il commissario mettendo in mostra lo scarso decolté e sfiorandogli con finta distrazione il ginocchio, gli chiede:
«Lei che ne pensa, commissario capo?»
«Ehm, a che proposito, signora?» risponde l’imbarazzato Tupperware.
«Ma commissario, non mi chiami signora, mi fa sentire vecchia… mi chiami semplicemente Rose… anzi non potremmo darci del tu?» incalza appoggiandosi ancor di più, e senza dar tempo di rispondere continua: «dicevo, cosa ne pensi, è stato qualche immigrato?»
«Purtroppo frau, ehm… Rose, non possiamo parlare delle indagini in corso, capirai, una parola fuori posto potrebbe compromettere le indagini… al momento comunque non abbiamo elementi per sospettare il coinvolgimento di stranieri»
«Umpf!» sottolinea Ursula, a voler dire “Non sapete niente, come al solito”.

In quel momento si sente suonare il campanello di ingresso. Ursula guarda interrogativamente il consorte, che appare sorpreso quanto lei. Dato che il campanello insiste, Fritz si stringe nelle spalle, si alza e va ad aprire.
Alla porta c’è una donna statuaria avvolta in una pelliccia violetta, che senza dire una parola gli mette in mano una Florentiner Torte della celebre Konditorei Widmann ed una magnum di champagne Brut Rosé Dame-Jane di Henri Giraud, dopodiché gli passa davanti ancheggiando senza degnarlo di uno sguardo.
«Buonasera a tutti» saluta i presenti, rimasti con le forchette in aria e le bocche aperte.
Poi si avvicina alla padrona di casa, immobilizzata dalla sorpresa, e le stampa in bocca un bacio alla russa:
«Buon compleanno, Schutzi» dice infine all’esterrefatta Ursula, che finalmente riacquista la parola:
«Olena Iosifovna Smirnova?» chiede incredula la tedesca. «Per la miseria Olena, a momenti mi fai venire un colpo. Che ci fai qua?»
«Sono venuta a trovare i vecchi amici, compagna Schutzentagger» e poi, rivolta ad Horst:
«A proposito, panzerotto, non ti avevo detto di chiamarmi? »
«Panzerotto?» chiede Rose a Horst «Tu conosci questa “signorina”, caro?»
«Ehm, ecco, la storia è un po’ lunga, cara Rose, non vorrei annoiarti… magari te la racconterò un’altra volta. Adesso però si è fatto tardi, e tu sarai senz’altro stanca, ti chiamo un taxi…»
«Ma io non sono affatto stanca! Sono appena le nove, e non abbiamo ancora mangiato la torta!»
Ursula a questo punto si alza, e con tutto il tatto di cui dispone si rivolge alla cugina del marito:
«Rose, hai dieci minuti per toglierti dalle palle»
«Che cosa?» strilla la vedova «Togliermi dalle palle? Non sono mai stata trattata così in vita mia! Fritz, tu non hai niente da dire?» chiede al cugino, che si guarda bene dal contrariare sua moglie.
«Ah, è così dunque! Non rimarrò in questa casa un momento di più, allora! Ma prima voglio dirvi cosa penso di voi» sbraita raccattando il suo soprabito e la sua borsetta.
«Tu!» dice a Fritz «sei un cacasotto senza palle e tu!» a Horst «sei un finocchio, “panzerotto”! E in quanto a te, brutta panzona, il tuo stinco fa caca… »
Fritz riesce appena in tempo a portare fuori di casa la cugina prima che Ursula, già lanciata, la usi come zerbino per le scarpe, e la accompagna beccandosene tutti gli improperi lungo i tre piani di scale che la portano all’uscita. Quando ritorna, Horst sta stappando lo champagne, Ursula taglia la torta ed Olena si è tolta la pelliccia e siede sulla sedia a dondolo in vimini di solito dominio del gatto Ringo, che ha ceduto il posto ad un felino più grosso.
Fritz si avvicina al tavolo in silenzio, prende il calice che Ursula gli porge e lo tracanna in un sorso.
«Adesso posso sapere anche io che cavolo sta succedendo?»

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Una birra per Olena (XIV)

«Natascia?»
Nonna Pina, arrivata a Monaco di Baviera da Cuba dove ha lasciato un inconsolabile Pepe Secundo, si chiude alle spalle, perplessa, la porta del bagno.
Olena, seduta vicino all’ampia finestra della suite del Grand Hotel Ludwig II che le ospita , sospende la preparazione del drone lancia-dardi a cui si sta dedicando e si volta verso la vegliarda.
«Si, babushka?»
«Natascia, tu sai che sono una donna di larghe vedute, vero? Non sono una che si scandalizza o formalizza»
«Certo, signora, voi siete donna di mondo»
«Puoi dirlo forte, figlietta mia. Ai miei tempi ne ho fatte più di Bertoldo in Francia¹»
«Bertoldo? Chi essere questo Bertoldo?» chiede Olena incuriosita.
Nonna Pina, rendendosi conto che la russa potrebbe non essere padrona della letteratura italiana del 1600, continua:
«Sorvoliamo su Bertoldo, per il momento, cara. Mi assicuri che quello che stai facendo non è pericoloso?»
«Assolutamente, babushka. Drone comandato a distanza, spara piccole frecce che fanno punturina come piccola zanzara. Certo, se punta avvelenata con tossina letale bisogna maneggiare con cura» spiega con naturalezza la russa.
«Natascia, non fare la finta tonta. Non mi sto riferendo alle punturine. Che mi dici di quel tizio nudo appeso al soffitto, incaprettato e bendato? Sei passata alla mafia russa, per caso? Non sarà mica uno di quelli che prende rubli a sua insaputa, vero?»
Olena arriccia l’angolo destro delle labbra in un sorriso:
«Niet nonna, niente rubli, per quelli abbiamo uffici preposti. Essere piccola trasgressione erotica, si tratta di bondage²… »
«Ma sei sicura che il gancio regga? » chiede preoccupata nonna Pina  «Oltretutto non è un bello spettacolo, mi sembra giù di forma, un po’ frollo… »
«Niente rischi nonna, tasselli fissati a calcestruzzo omologati fino a 400 chilogrammi di peso» risponde rassicurante Olena.
«Ah bè, quand’è così allora divertitevi pure, beata gioventù…»
Poi, abbassando la voce, chiede, curiosa: «Ma chi è, lo conosco? La fisionomia non mi è nuova…»
«Non credo, babushka» minimizza Olena «è un ingegnere»
«Un ingegnere, dici? Ma pensa te» commenta nonna Pina «Non sarà per caso uno di quelli che si occupa di computer? Nel caso, abbonda con le frustate. Anzi, ti dispiace se gliene appioppo qualcuna anch’io?»

Il cellulare posato sul grande tavolo ovale nella sala riunioni che si trova all’ultimo piano di un elegante palazzo che si affaccia sulla Karlsplatz inizia a vibrare.
Il relatore da un’occhiata al numero sul display e poggia la penna laser con la quale evidenzia i punti principali delle sue slides.
«Scusate un attimo, signori» dice, prima di uscire nel corridoio.
«Ti avevo detto di non chiamarmi al lavoro» sibila contrariato.
«Chiamo quando mi pare e piace. Si può sapere che state combinando? Perché diamine avete messo sotto sequestro gli stabilimenti?»
«Noi non c’entriamo… è stata la Finanza»
«Vedi di sbloccare al più presto la situazione, se non vuoi finire su tutti i giornali»
«Ma…»
«Niente ma, o devo pensare che vuoi tirarti fuori dall’affare? Non sarebbe carino da parte tua, lo sai vero?»
«No, assolutamente, ma ho bisogno di un po’ di tempo…»
«Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo abbia, e a te non ne è rimasto molto… pensaci. Ah, un’altra cosa»
«Si?»
«Jürgen è scomparso. Tu ne sai qualcosa?»

«James, ho una strana sensazione» dice Gilda al suo maggiordomo, nel taxi che li sta accompagnando dal Pubblico Ministero che l’ha convocata.
«Davvero, signora? Non dovrebbe preoccuparsi, si tratterà sicuramente di comunicazioni di routine. E poi la Compagnia ha fior di avvocati, per ogni evenienza. Per non parlare di tutte le donazioni alle varie associazioni culturali dei diversi partiti politici e le inserzioni pubblicitarie sui maggiori giornali del paese»
«Grazie James, sei rassicurante. In effetti spendiamo un sacco di soldi per tener buona tutta questa gente, mi chiedo se non sarebbe meglio pagare un po’ di più gli operai, invece. Ma lasciamo stare questi discorsi… no, la mia preoccupazione è un’altra caro James»
«Quale, signora?»
«E se al giudice non piacessero i tortellini?»

Oktoberfest 2013 - Opening

¹ Sebbene questo blog si proponga di diffondere cultura a 360° ed oltre, ritengo offensivo verso i lettori spiegare chi sia Bertoldo. Mi limiterò solo a riportare l’epitaffio che il re Alboino gli fece incidere sulla tomba:
In questa tomba tenebrosa e oscura
Giace un villan di sì deforme aspetto
Che più d’orso che d’uomo avea figura,
Ma di tant’ alto e nobil’intelletto,
Che stupir fece il Mondo e la Natura.
Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,
Fu grato al Re, morì con aspri duoli
Per non poter mangiar rape e fagiuoli.
² Pratica sessuale in cui uno dei due partner, consenziente, viene immobilizzato e gli viene limitata la capacità sensoriale (vedere, sentire…). C’è chi lo trova divertente: è piuttosto pericoloso però, e ogni tanto qualcuno ci lascia le penne.