Niente sushi per Olena – 8

E’ sera a Milano. Olena la siberiana, altera e glaciale, elegante nella sua pelliccia viola con cappuccio foderato di ermellino e stivali di pelle alti fino al ginocchio, sta attraversando a passo regolare via Braccio da Montone, traversa di via Paolo Sarpi, per recarsi nel ristorante cinese Wang Chung, dove ha prenotato un tavolo per due. Un osservatore attento potrebbe notare un insolito rigonfiamento nella sacca in tinta che la russa porta in spalla, ma è raro che incontrandola qualcuno faccia caso alla sacca.
All’improvviso, da un portone laterale, sbucano due cinesi di grosse proporzioni. Minacciosi, le si piazzano uno davanti per bloccarle il passaggio e l’altro dietro per impedirle la fuga. E’ quello di fronte, all’apparenza il più integrato dei due ed in regola col permesso di soggiorno, a parlare:
«Dove andale tutta sola bella signola? Zona pelicolosa questa. Ching e Chang aiutale voi»
Olena stringe appena le palpebre e risponde educatamente, come suo costume:
«Sto andando nel bosco dalla nuonnina, finuocchietto, vuoi tu fare cuompagnia sì? Togli tua brutta faccia da mia strada entro dieci secondi. Nove, otto, sette…»
Il cinese, facendo  mostra di non badare all’avvertimento amichevole, continua:
«E cosa tenele dentlo bolsetta, Cappuccetto viola?» – chiede ridendo, con l’altro che gli fa eco – «Da blava, fale vedele ai tuoi amichetti Ching e Chang»
Olena interrompe il conto alla rovescia ed un sorriso increspa l’angolo sinistro della sua bocca.
«Speravo tanto tu chiedessi questo me» e così dicendo si toglie di spalla la sacca e ne estrae la mitraglietta micro Uzi dono di un ammiratore israeliano passato a miglior vita.
I due cinesi, con velocità considerevole data la mole, se la danno a gambe tentando di uscire dal vicolo, spingendosi a vicenda. Olena imposta l’arma sul colpo singolo e prende con calma la mira.
«Tre, due, uno…»

Ad un tavolo del ristorante Wang Chung, dall’ambiente che vorrebbe richiamare il Palazzo Imperiale della Città Proibita di Pechino ma ricorda piuttosto un centro massaggi di Busto Arsizio, siedono quattro autorevoli esponenti dell’area antagonista milanese: Luisito Lenìn del PIR-Partito degli Interisti per la Rivoluzione, Ambrogio Cantaluppi del Sindacato dei mimi di strada e falsi bambini in carrozzella, Alcide Remigi detto Memo del Mo.Di.Ca., Movimento per la dignità del cane e Olindo Gervasoni, il Pinna, dell’Unione No-Sushi. E’ proprio quest’ultimo a prendere la parola:
«Compagni, non sarà stata un’imprudenza venire in questo posto? Che tra l’altro, una volta, qua c’era la trattoria di Armando, con la moglie Rosina che cucinava una büseca eccezionale»
«E dell’Oss Büs con la polenta, vi ricordate? E dietro l’angolo c’era ul prestinée, Tino… con quell’odore di michetta fresca…» rimembra un sognante Ambrogio.
«Eh, Tino è da un pezzo che è andato… adesso cari miei il panettiere si chiama bakery, fa un pane che fa cacare ma in compenso costa dieci volte tanto. Và a da’ via el cü…» sospira Memo.
E’ Luisito che si incarica di riportare i commensali alla realtà dei fatti.
«Compagni, basta rivangare il passato. Avanti, bisogna guardare! Ammiriamo piuttosto le conquiste dei compagni della Repubblica Popolare Cinese, da cui dovremmo prendere tutti esempio» e così dicendo fa una panoramica sul locale, soffermandosi sulla porta della cucina da cui provengono rumori ed odori inquietanti. I compagni compiono con lo sguardo lo stesso tragitto.
«Una bella merda» commenta in modo equilibrato Olindo «comunque sia chiaro, io gli involtini primavera non li ordino nemmeno morto»

All’altro lato della sala, ad un tavolo separato dal resto tramite un paravento decorato con rappresentazioni di tigri e dragoni, un uomo distinto sui trentacinque anni, capelli e barba neri, attende l’arrivo di una donna. Inganna il tempo recitando scioglilingua silenziosi e facendo ruotare tra le dita le bacchette di bambù fornite come posate.
Nel bel mezzo del “sopra la panca la capra campa” viene distolto dall’occupazione da un trambusto proveniente dall’ingresso, e poco dopo un codazzo di camerieri accompagna al tavolo la sua ospite.
«Ammorre!!! Ecco dove tu essere» saluta la donna, e poi rivolta ai camerieri «Grazie cari, potete andare adesso»
I camerieri inebriati dalla carica sensuale della dea e intimoriti dalla prestanza fisica rinculano inchinandosi.
«Come rinculano male» non può fare a meno di notare James, che di quell’arte è maestro. «Era ora che arrivassi, avevo finito gli scioglilingua»
«Ho avuto piccolo problema, ma ora sistemato» dice Olena, sedendosi. Poi, facendo in modo di essere udita dagli altri avventori:
«Carooo! Grazie avere me aspettato, tu vero tesuoruccio!» James rimane imperturbabile, sebbene un po’ perplesso.
«Natascia, è proprio necessaria questa pagliacciata? E’ imbarazzante»
Olena da un’occhiata intorno e ribatte sottovoce:
«E quello era pruoprio necessario? Tu sembra inserviente di circo» riferita al variopinto abito Changshan¹ indossato dal maggiordomo.
«Ho pensato che fosse il più adatto al luogo» risponde James «e comunque almeno io non sembro una battona di viale Porpora» rivendica piccato.

Che ci fanno tutte queste belle persone al Wang Chung? Perché le panetterie adesso si devono chiamare bakery? Tra James e Olena è sbocciato l’ammorre? Lo scopriremo presto, Trenord permettendo.

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¹ tradizionale abito manciù

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Ancora, senza senso

Stamattina c’è stato un incidente ferroviario con morti e feriti qua vicino, alle porte di Milano. Accanto al silenzio rispettoso per le vittime ed al cordoglio per le famiglie, vorrei che si levasse alta la generale riprovazione per i responsabili, perché responsabili ce ne sono, eccome. E’ di un anno e mezzo fa la tragedia in Puglia, dove si scontrarono due treni; allora i responsabili lombardi si fecero belli dicendo che qua non sarebbe potuto succedere, perché i sistemi di sicurezza, gli investimenti, bla bla. E poi? Miliardi per strade, e strade, e strade, inutili, inutilizzate e qualcuna anche dannosa. E i treni dei pendolari? La manutenzione delle linee? E dei treni? Certo che ci sono responsabili! So già che si palleggeranno la responsabilità tra Trenord e Rfi, no la colpa è tua no la colpa è tua. Intanto delle persone che avevano l’unica colpa di essersi svegliati all’alba per andare al lavoro o a scuola, e si sono fidati di chi avrebbe dovuto trasportarli a destinazione, sono morti o giacciono all’ospedale feriti. Signori politici, sappiate che delle vostre beghe, leggi elettorali, liste bloccate, flat tax ci siamo rotti i coglioni! Lo volete capire si o no? Quando vi deciderete a pensare alla gente che lavora, a chi si fa il culo per tirare avanti questo paese? Traditori della patria e del popolo! Ruffiani e opportunisti, malfattori!

Qui sotto riporto l’articolo che avevo postato un anno e mezzo fa. Che cosa è cambiato? Le stesse domande che mi ponevo sono rimaste lì. E stasera ci sono famiglie in più che piangono.

Si, viaggiare

 

Cocchi di mamma!

Apprendo con tenerezza dell’iniziativa dell’istituto Majorana di Brindisi, dove verrà sperimentato un nuovo orario scolastico che partirà dalle 10 del mattino anziché alle 8.
Uno dei motivi sembra essere che, poiché i ragazzi vanno a letto sempre più tardi, al mattino arrivano a scuola assonnati e quindi non possono applicarsi con la dovuta attenzione alle lezioni.
Bene, dico io! Secoli di “il mattino ha l’oro in bocca” potranno finalmente andare a farsi benedire. Anche il film “Shining” dovrà essere cambiato, e Jack Nicholson non potrà più scrivere la medesima frase all’infinito.
Queste sono le notizie che rallegrano la giornata, specialmente quella dei pendolari che tutte le mattine si alzano alle sei per andare a lavorare: averceli avuti ai miei tempi dirigenti scolastici tanto illuminati!
Anche alcuni ricercatori di Oxford la pensano allo stesso modo, tanto per cambiare.

Mi chiedo una cosa. Ma i genitori di quei ragazzi, sono d’accordo? Voglio dire, perché i vostri figli non li mandate a letto prima, se la mattina hanno sonno? E i ragazzi, cosa ne pensano? Se entrano a scuola alle 10, quando escono? Non hanno nient’altro da fare nella vita, sport, musica? Quando studiano, la mattina prima di andare a scuola (che sarebbe il controsenso massimo)?
O questo orario è fatto per la comodità di docenti e dirigenti scolastici?

Ragazzi, vi dico una cosa, amichevolmente. C’è gente che si alza tutte le mattine alle sei, e  anche prima, per andare a lavorare. In paesi meno fortunati del nostro i vostri coetanei, pur di poter andare a scuola, si fanno chilometri e chilometri a piedi. Ribellatevi a questa pagliacciata, rivendicate il diritto a non essere trattati come bamboccioni, oppure non lamentatevi quando il ministro di turno vi apostroferà così! Pretendete di essere come tutti, di penare e di alzarvi anche controvoglia, e perfino di sbadigliare se alla prima ora ancora non carburate.
Se non funzionano i trasporti pubblici e vi costringono ad alzarvi alle cinque, lottate per farli funzionare e chiedete ai vostri genitori che siano al vostro fianco!

Oppure, ragazzi, pensateci. Ma in fondo, che ci andate a fare a scuola? Lasciate stare, perché affannarsi. Una zappa, una bella zappa, non è molto meglio?

(178 – continua)

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Niente sushi per Olena – 7

Gilda Quacquarini, vedova Rana, è elegantemente seduta nella confortevole poltrona Frau realizzata appositamente per le sue misure da abili artigiani tolentinati, e sbocconcella assorta una oliva ascolana. Ha appena salvato il suo direttore della R&S, Toshiro Laganà, dal suicidio a causa del flop della nuova linea di ripieni, ma non è serena.
«James?» chiama la Calva Tettuta. Il maggiordomo appare come per magia, preceduto da un’onda di profumo. Gilda arriccia il nasino e scuote il turbante su e giù in segno di apprezzamento.
«Volevo dirtelo da tempo, James, il tuo after shave è delizioso»
James sorride con modestia, come prescrive il manuale del buon maggiordomo nei casi in cui il maggiordomo medesimo sottragga i profumi alla sua padrona e se ne cosparga senza parsimonia, e con un piccolo inchino risponde:
«E’ un estratto di saliscardo mescolato con essenze di lavanda e bergamotto, signora»
«E’ buonissimo, James. Potresti procurarmene una boccetta, magari con qualche aringa al posto del saliscardo? Non è tipo da saliscardi il mio Sven»
«Naturalmente, signora. Contatterò il mio fornitore di Aix-en-Provence»
«Splendido, James, splendido.» Poi, tornata assorta, si alza e va alla finestra. Guarda fuori e con tono preoccupato chiede:
«James, che ne pensi della faccenda?»

James si avvicina rispettosamente. Nel giardino Miguel, il nuovo badante di nonna Pina, sta potando un cespuglio di rose indossando i pantaloncini con cui Heather Parisi ballava “Cica-Cicà, io son qua”. Un sospiro sfugge all’integerrimo maggiordomo, mentre inizia il suo racconto:
«E’ un caso umano, signora. Deve sapere che l’uomo in Messico aveva una avviata carriera di attore di telenovelas e doppiatore di film porno. La sua specialità erano i gridolini in falsetto, le majors se lo contendevano. Purtroppo ad un certo punto fu vittima di molestie, e dovette abbandonare le scene»
Gilda, incuriosita e commossa, chiede lumi:
«Ma che peccato, James. Un ragazzo con un così bel gusto nel vestire non merita questo, non trovi?»
«Purtroppo il mondo dello spettacolo è una giungla, signora. Nel periodo del fattaccio egli stava recitando in “Lacrime e laterizio” nel ruolo del carpentiere Manolo innamorato di Conchita, la donna barbuta, e contemporaneamente doppiava “La bella Violante ha la passione del pulsante” del genere hot-catastrof-politico. Fu lì che venne preso di mira da una baby-gang di chierichetti che controllavano il racket dei doppiaggi porno. Al rifiuto di presentarsi in canonica travestito da prevosto, questi scambiarono gli interruttori del doppiaggio e Miguel andò in onda nel telegiornale delle 20:30 con i suoi gridolini sovrapponendosi, anziché alla pornostar Pamela Lanzarote, alla conduttrice Juanita Garzon, amante del presidente della TV messicana. Lo scandalo fece cadere molte teste; Miguel perse il lavoro e fu costretto ad emigrare; sbarcò il lunario facendo diversi lavoretti e prestandosi persino a suonare le maracas nelle orchestrine mariachi di Porto San Giorgio»
«Che tristezza, James. In ogni caso ha un bel paio di pantaloncini. Ma comunque, caro, non era questa la faccenda per cui volevo sentire il tuo parere»

Sorpreso, James, solleva il sopracciglio prediletto, il destro.
«Chiedo venia, signora. Si riferiva alla fabbrica, suppongo» ipotizza il maggiordomo.
«Pochi maggiordomi sono perspicaci come te, James caro» dichiara Gilda con involontaria ironia
«Faccio quel che posso, signora»
«James, non ci capisco più niente. Un momento sembra che nessuno voglia più comprare i nostri prodotti, e un attimo dopo… guarda qua» e così dicendo Gilda porge a James una busta.
James prende la busta con sussiego e ne estrae compunto un foglio scritto a mano. Inforca gli occhialini modello Elton John che tiene ripiegati nel taschino della giacca e ne scorre il contenuto. Infine ripiega il foglio, ripone gli occhialini nel taschino e restituendo il foglio dice:
«Un’offerta interessante, se posso esprimere il mio parere. La signora è intenzionata a prenderla in considerazione?»
«Non lo so James, non lo so. Non ci vedo chiaro e quando non ci vedo chiaro le cose non mi sembrano limpide, non so se mi sono spiegata»
«Perfettamente, signora»
«Sai che ci vorrebbe James? Un buon caffè. Qualche suggerimento?»
«Vuol assaggiare del caffè verde, signora? Dicono faccia dimagrire, non che lei ne abbia bisogno, naturalmente»
«Ma si James, proviamo a cambiare colore. Dai e dai anche il nero stufa»

Di che offerta parla James? E Gilda la prenderà in considerazione? Il caffè verde fa veramente dimagrire? Ma intanto Olena che fa? Lo scopriremo finalmente nella prossima puntata? 

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Niente sushi per Olena – 6

Svengard il vichingo, elmo cornuto in testa,  è in piedi a prua del suo drakkar, assorto, con le braccia conserte. L’erede di una lunga stirpe di guerrieri scruta l’orizzonte con aria pensierosa.
Dietro di lui echeggia un canto virile, una antica melodia che rievoca l’epopea di quei popoli avventurosi:
«Trulla-llà! Trulla-llà! Trensum Storjorm Silverån! Karmsund Rågrund Soknedal! Trulla-llà! Trulla-llà!»
Svengard, distogliendo lo sguardo dal mare, volta lentamente capo ed elmo annesso, e rivolge un pensiero affettuoso agli autori di testi e musica, i suoi amici Uppallo I e Uppallo IV, gemelli monozigoti.
«O amici, compagni di innumerevoli bisbocce! Spero non prendiate queste mie parole come una critica, lungi da me questa intenzione. Ma sono due ore che cantate ‘sta lagna, non potreste cambiare disco? Ve ne sarei riconoscente»
«O Svengard, vecchio alce scornacchiato» – qui Uppallo IV rifila al gemello maggiore Uppallo I una gomitata nelle costole, per fargli notare l’indelicatezza del suo preambolo, ma quest’ultimo non se ne avvede –  «Finalmente hai parlato!» continua il maggiore degli Uppalli «Pensavamo che avessi inghiottito una lisca di balena, è dalla partenza che non apri bocca! Si può sapere che ti è successo?»

I tre erano salpati all’alba da Laivaniemi. Nella simpatica cittadina lappone si era svolto il campionato internorreno dei giochi vichinghi: le specialità più spettacolari erano come sempre la corsa con il barile, in cui Svengard aveva primeggiato, il lancio dei pigmei, la camminata sulle braci ardenti e la gara dei tagliaboschi ad occhi bendati.
Quest’anno era stata ammessa una nuova competizione, il salto della corda con la figlia in groppa, ma era scoppiato uno scandalo in quanto il vincitore, Kronon da Svartöstaden, si era rivelato essere un certo Cosmo da Bitonto¹, pugliese, che grazie all’affinità del suo dialetto con il norreno era riuscito ad intrufolarsi e vincere con largo margine. Una volta scoperti, Cosmo e figlia erano stati portati nel bosco dei taglialegna bendati e di loro non si era saputo più nulla.
Uppallo I e Uppallo IV avevano allietato i convenuti con tutto il loro repertorio di canti tradizionali e moderni, favorendo brindisi e mescolanze di generi.
Solo Svengard, nonostante le sollecitazioni, si era tenuto lontano dai baccanali, con il volto corrucciato.

«Insomma, si può sapere che hai?» insiste Uppallo I, il meno discreto dei due gemelli. Lentamente, Svengard risponde:
«O amici, fratelli, sedetevi, per quanto possa sembrare strano ho bisogno di un vostro consiglio.»
I due, colpiti dalla serietà del loro amico, si siedono su due ceppi dove sogliono tagliare le teste delle aringhe prima di salarle.
«Ci ho pensato tanto, amici, e sono arrivato ad una conclusione: Gilda non mi ama»
I gemelli spalancano gli occhi e si guardano increduli. Che cosa? La Calva Tettuta, la donna per la quale il loro amico ha spasimato una vita ed è ora finalmente diventata sua compagna, non lo ama, ma che storia è questa?
«Che cosa? Gilda non ti ama? Ma che storia è questa?» ripete a pappagallo Uppallo I.
«Ma non è possibile!» dice il gemello, più fantasioso. «Ma se dici sempre che passate tutto il tempo a fare l’amore! Allora millanti!» insinua Uppallo IV tra lo stupore dei due che ignorano il significato del verbo millantare.
«E’ proprio quello il problema, caro Uppallo» scandisce gravemente Svengard «Lei ama solo il mio corpo, non la mia mente!»
A questa rivelazione i due gemelli seduti sui ceppi, uno a destra e l’altro a manca, fissano sbalorditi l’amico. Poi, partecipando del suo struggimento, si guardano e scoppiano contemporaneamente a ridere, così forte che sono costretti a reggersi le pance ed appoggiarsi ai parapetti per non rotolare a terra. Svengard, offeso, stacca l’ascia bipenne dall’albero maestro a cui era appesa, pronto ad usarla sulla zucca dei suoi amici, quando sente una voce:

«O glosso uomo del nold, che vuoi fale con quell’ascia?» Svengard si gira verso la voce e chi vede? Po il cinese, il cacciatore di zanzare con la racchetta elettrica, su un catamarano spinto con un ingegnoso sistema di trazione dal suo risció; approfittando della momentanea distrazione dei norreni  si è avvicinato al drakkar senza essere visto.
«Glan… glosso uomo, leggo nella tua anima soffelenza e colluccio. Cosa ti tolmenta? Dillo a Po»
Svengard, sollevato nel sentire una voce amica, ripone l’ascia bipenne con gran sollievo dei gemelli e risponde al cinese:
«O saggio Po, la mia donna mi ama solo per il mio corpo, ma io voglio essere amato anche per la mia mente, che posso fare?» chiede al cinese.
Po scruta a lungo il vichingo: fronte non particolarmente spaziosa, mani come due badili e spalle come un armadio a due ante, ed infine dando mostra di aver compreso perfettamente il problema rivolge a Svengard parole di consolazione:
«O possente uomo del nold, te lo dico flancamente: lascia stale. Lassegnati, è meglio. C’è chi è nato pel fal andale le mani, chi la testa e chi qualcos’altlo. La testa non fa pel te»
«Ma io devo sapere, o cinese, se sto vivendo con una donna che mi ama solo parzialmente!» sconfina nella poesia un ispirato Svengard.
«Sapele è soplavvalutato» dice il saggio cinese. «Non c’è bisogno di sapele quando due cuoli sono in sintonia. Anzi molto meglio non sapele» dice Po rivolto all’elmo; poi scrutando di nuovo in viso il vichingo: «Pelché voi siete in sintonia, velo glan… glosso uomo del nold? O pel tutti questi anni ti eli fatto tutto un cinema sbagliato?»
«Non so più niente, o saggio» risponde un confuso vichingo
«Hai messo a nudo i tuoi sentimenti, come già ti dissi tempo fa?»
«Fosse facile, o mandarino! Ogni volta che mi metto a nudo quella esclama “Frèchete!” e mi tappa la bocca! »
«Allola, o glan… glosso, non c’è che una soluzione: pallale! Adesso devo andale, ma mi laccomando: pallale!» e così dicendo il catamarano di Po, preso il vento e sospinto dalla corsa del cinese, si allontana dal drakkar dei norreni.

Svengard guarda malinconicamente il saggio Po allontanarsi. Poi prende una decisione, e drizzandosi sulla schiena annuncia:
«E così sia, Uppalli! Rotta a Varazze!»

Serviva proprio questa puntata? Vogliamo arrivare al dunque che la minestra si fredda? Che c’entrano i crucci amorosi di Svengard con il sushi, sempre che c’entrino qualcosa?

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¹ Per quanto possa sembrare strano Cosmo da Bitonto esiste veramente, l’ho visto con i miei occhi in televisione, e saltava la corda con in groppa la figlia venticinquenne di 53 chili. Si ignorano i motivi per i quali lo faccia.

Dieci piccoli indiani

Che bei tempi viviamo amici!
E’ senza alcuna ombra di dubbio il periodo migliore dell’umanità.
La qualità della vita migliora giorno per giorno, e la stessa cosa vale per le relazioni umane.

Prendiamo ad esempio il lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare io, diciamo 35 anni fa più o meno, si iniziava come apprendisti e dopo poco tempo, quello necessario per imparare il mestiere e non oltre, si diventava operai o impiegati. Che noia! Che tristezza! Eravamo troppo rigidi, dicevano.
Ora si che si sta bene! C’è la flessibilità.
Contratti a tempo determinato, a chiamata, a somministrazione, co.co.co, voucher pardon “Presto”, partite Iva, società di comodo, cooperative fasulle, una cuccagna! E non dimentichiamo un tempo indeterminato che può finire a discrezione del padrone, dietro piccolo pagamento, che però detto così sembrava brutto e allora gli hanno dato un nome inglese, come una volta si parlava il latino per non far capire al popolino: jobs act. Volete mettere?

Ma poteva bastare tutta questa flessibilità per farci felici? Nossignore! C’è la globalizzazione, perbacco! E allora via alle esternalizzazioni, alle delocalizzazioni, con una rincorsa sempre più affannosa a chi costa di meno e accampa meno pretese: albanesi, rumeni, moldavi, indiani… gli indiani specialmente sono molto bravi in informatica, si dice, e parlano bene inglese. Uno magari si chiede per quale motivo se il lavoro è in Italia bisogna farlo fare agli indiani parlando in inglese, ma è ovvio che è la mentalità provinciale che tarda a scomparire. Chi non è contento di imparare le lingue, anche in tarda età?

Quando ero giovane pensavo che fosse un’ingiustizia dover lavorare negli anni più belli della vita, quando si sarebbe dovuto solo vivere spensierati; ed ora finalmente la mia aspirazione si è avverata, perché i giovani se va bene iniziano a lavorare a trenta anni, avendo tutto il tempo per godersela.
Purtroppo, poiché gli italiani si ostinano a non morire, la durata media della vita si allunga e per fare in modo che il sistema pensionistico sia sostenibile bisogna rimanere al lavoro più a lungo: quindi abbiamo legioni di vecchietti al lavoro, e questo se da un lato è un bene perché così non vanno a intasare le poste al sabato mattina dall’altro è un male perché non svolgono il loro compito istituzionale di controllare i lavori pubblici elargendo consigli non richiesti.

Ma in quale paese i governanti sono così immaginifici nel pensare soluzioni per i loro concittadini?

Dopo le prossime elezioni, chiunque vinca, avremo il Bengodi:
chi ci toglierà il canone Rai, dopo averlo inserito nella bolletta della luce per farlo pagare a tutti e dopo avere per anni insultato l’avversario che voleva fare la stessa cosa; chi ci darà il reddito di cittadinanza, spritz e salatini per tutti purché italiani; chi più orientato ai coetanei innalzerà le pensioni minime fino a 1.000 euro, indipendentemente dai contributi versati; chi toglierà le tasse universitarie, ottima cosa se non che il cammino per l’università è abbastanza lungo, e magari prima si potrebbe fare in modo che la scuola dell’obbligo sia gratuita, e che i bambini non debbano rimanere fuori dalle mense perché i genitori non hanno i soldi per pagare le rette.
Insomma, c’è di che essere fiduciosi!

COP7

Personalmente vivo bene questo periodo. Dopo aver cambiato sei società rimanendo sempre seduto sulla stessa sedia e facendo lo stesso lavoro, sono rimasto sulla stessa sedia ma cambierò lavoro. Perché quello di prima lo faranno gli indiani. Mi sono chiesto a dire la verità cosa avessero tanto di meglio questi indiani, a parte parlare in inglese; più flessibili dubito, dato che i contratti anche qua li rinnovano ogni tre mesi; più bravi può essere, anche se di solito se uno è più bravo viene pagato di più e non di meno, altrimenti Messi al Barcellona dovrebbe guadagnare quanto Scaccabarozzi del Benevento; comunque per carità, niente contro gli indiani, anzi. Sono amante dell’India fin dai tempi del Giro del Mondo in Ottanta Giorni di Jules Verne, quando Phileas Fogg salvava la giovane vedova dal rogo dove avrebbe dovuto essere immolata; Kabir Bedi per me è un mito e rispetto, pur non condividendola,  la loro venerazione per le vacche. Insomma, amici indiani, se proprio volete il nostro lavoro prendetevelo pure, ma almeno lasciateci qualche giovane vedova da salvare, please.

(177 – continua)

Miss India 2017 contest winners

 

Sole ed Aria

Ospito la poesia di un amico, appassionato di Baudelaire ed autore di un libro su Antonio Pigafetta, nonché discreto pianista ed ahimé ingegnere (non informatico per fortuna). Mi sembra che un pò di Baudelaire ne risenta, e la riassumerei in “vanità, vanità, tutto quanto è vanità”.  

Sole ed Aria
La vita è un respiro, in una giornata di sole e di aria fresca, che ti gonfia il petto e l’anima; quando il pensiero, libero e vivace, sovrasta orgoglioso l’orizzonte e trova sicuro compiacimento nell’amore di cui è colmo.
Vengano le ambizioni e la ricerca del successo. Si attui la soddisfazione nel plasmare il creato. Si aneli all’incessante futuro. Effimere chimere.
Ma è solo la pura e feconda consapevolezza che dal sovrannaturale e dagli affini cari giunge copioso il fiotto di bene, dell’amore frutto squisito, a riempire di luce il sole e a rinfrescare la sfavillante aria.

 

Il paese dei campanelli

Ieri sono stato a teatro per vedere la Vedova Allegra. Una bella rappresentazione, con un’impostazione un pò troppo lirica e delle ballerine un po’ troppo castigate, almeno per i miei gusti. E mi sono reso conto che sono passati più di quarant’anni dai fatti che raccontavo qua sotto; così la vedova era allegra, ma io mica tanto.

L'uomo che avrebbe voluto essere grave

D’estate la Pro Loco “Corporazione del Melograno” organizzava le operette. Anzi, il Festival delle Operette. Compagnie di grido, mica scalzacani. L’avvenimento richiamava pubblico da tutto il circondario, ed era motivo di orgoglio per tutto il paese.

Per un paio d’anni venni ingaggiato come mascherina. Sapete, quelli che accompagnano le persone ai posti. Eravamo un bel gruppetto, carinissimi: i maschi con una divisa azzurro avio, che era poi quella della banda (sospetto che fosse quello il motivo principale per cui venivamo chiamati) e le femmine con una divisa da hostess, con gonna a plissé.

Non venivamo retribuiti, già il fatto di esserci solleticava la nostra vanità; ci godevamo comunque gratis lo spettacolo, e magari riuscivamo a raggranellare qualche mancia. Io all’inizio feci il ritroso, mi sembrava poco serio accettare dei soldi per accompagnare al suo posto qualcuno che sapeva benissimo dove andare ma dopo un po’, vedendo che i miei amici…

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Niente sushi per Olena – 5

E’ una Gilda preoccupata quella che è di fronte all’ingresso sotterraneo del rinnovato laboratorio, dove si è recata con il treno MagLev guidato da Hidetoshi Nakata che fa la spola con la villa. Al suo fianco il fedele maggiordomo James, imperturbabile come sempre.
Gilda accosta l’occhio al lettore di iride e la porta si apre con un clic appena percettibile. Appena il tempo di entrare, e la coppia si rende conto che qualcosa non va.
«Toshiro, che stai facendo? Per l’amor del cielo, posa quella spada!» è il condivisibile appello che la Calva Tettuta rivolge al suo sottoposto.
Infatti Toshiro Laganà, che ha preso la direzione della divisione R&S¹ dopo la prematura scomparsa del cavalier Rana, è inginocchiato di fronte ad un altarino allestito su una delle cucine degli impasti, con sopra allineate le immagini di Carmela Laganà e Toshiro Mifune, suoi genitori naturali, e José Mourinho suo padre spirituale; indossa un kimono rituale, con una benda bianca in testa, e stringe in mano un coltello tantō  con il quale si appresta verosimilmente a praticare il seppuku.
Toshiro, concentrato nelle ultime orazioni, non sembra accorgersi dei nuovi arrivati.
Gilda si rivolge allora al maggiordomo:
«James caro, saresti in grado di addormentare Toshiro stringendogli l’attaccatura del collo, come il dottor Spock dell’Enterprise?» chiede una proattiva Gilda.
«Sono desolato signora, ma il mio addestramento non lo prevede. Posso essere utile in altro modo?» risponde  un mortificato maggiordomo.
«Lascia stare James, era solo una mia idea. Chissà perché mi ero messa in testa che insieme ai cocktails vi insegnassero anche a stringere i colli»
«Ma casualmente ho in tasca questa, signora, che potrebbe fare al caso nostro.» Così dicendo James estrae da una tasca interna della giacca una cerbottana in buona efficienza.
«L’hai presa ai pigmei, James? Una bella fortuna. Ma non sarà pericolosa? Altrimenti soprassiedi»
«Assolutamente, signora. L’ho provata inavvertitamente su Miguel, mi è scappato un colpo»
«Scappato un colpo, James? Guardami negli occhi» chiede dubitativamente Gilda.
«Glielo assicuro, signora. Stavo soffiando per controllare che non ci fosse polvere, ed è partito un dardo. Miguel passava per caso ed è rimasto infilzato, ma dopo dieci minuti si è ripreso ed è tornato come nuovo»
«Quand’è così, James, procedi pure»

Olena attraversa il corridoio che la porta nella camera di nonna Pina, dove la vegliarda è andata a riposare dopo il lutto che l’ha colpita. Ha in mano una busta consunta, ed in spalla una balestra. All’improvviso si apre una porta e ne esce un uomo dal colorito olivastro con una tutina di raso verde. L’uomo ha in mano una padella.
«Chi tu essere, finuocchietto?» chiede Olena, togliendo la sicura alla balestra che ha prontamente imbracciato.
«Yo soy Miguel Gutierrez, il nuovo badante!» dichiara il messicano. Poi notando lo sguardo di disapprovazione della russa, si lascia sfuggire una excusatio non petita: «Soy un sorcino, esta è la tuta di Renato ai tempi del Triangolo…»
Olena a malincuore rimette la sicura alla balestra.
«Tuorna in tua camera e non uscire finché io non dico. Suorcino…»
Scuotendo la testa Olena arriva alla camera della nonna e bussa lievemente. Poi entra, e chiude dietro di se la porta a chiave.
«Babushka, nelle tasche di vostro amico trovato questa» dice mostrando la busta. Nonna Pina prende la busta tra le mani, sorpresa e commossa. Olena continua:
«Qualcuno avvelenato scuorza di limone» dice la russa, cercando di capire l’effetto che la notizia ha sulla centenaria. Poi, fissandola in viso: «Adesso, babushka, deve dire me tutto»

Come James aveva previsto, dopo dieci minuti di incoscienza Toshiro si riprende. Smarrito cerca il coltello rituale che i due hanno provveduto a far sparire.
«Ma dico, Toshiro, sei impazzito? Come ti viene in mente di suicidarti nel laboratorio?» lo rimbrotta una empatica Gilda.
Toshiro si prende la testa tra le mani, e tra i singhiozzi riesce a proferire qualche suono:
«Ho fallito, fallito, è tutta colpa mia, devo pagare…»
«Povero Toshiro, non fare così! Non è commovente, James?» chiede al vicino maggiordomo.
«Non è usuale veder piangere un direttore, effettivamente» concorda James.
«Su, Toshiro, adesso soffiati il naso e raccontaci che ti è successo. Problemi di cuore?» chiede Gilda, pronta ad empatizzare ulteriormente. Toshiro libera le vie aeree e con fatica risponde:
«Signora, non ha letto il rapporto delle vendite dell’ultimo trimestre?» chiede lo sconvolto direttore. «Meno trenta per cento! Vendite in picchiata… e la nuova linea di prodotti… un flop!» e Toshiro si accascia, abbattuto.
«Toshiro, non puoi fartene un cruccio. Le idee per i nuovi ripieni erano ottime: pizza e fichi, fave e pecorino, lardo e miele… tradizione e novità, dolce e salato…»
«Lei è troppo buona signora»
«Lo so Toshiro, era solo per non deprimerti ulteriormente, sei un emerito coglione. Se ti può sollevare comunque potrei licenziarti su due piedi» dichiara una comprensiva Gilda.
«Gliene sarei grato signora, anzi mi trattenga anche il TFR». Ma Gilda, dando mostra di non averlo nemmeno ascoltato, continua parlando più a se stessa che ai presenti:
«Purtroppo il problema è ben più grande… abbiamo venduto un terzo in meno su tutte le linee, non solo sulle nuove, e le previsioni per questo trimestre non sono migliori. Sembra che nessuno voglia più comprare i nostri tortellini!» Poi, prendendo sempre tra se e se una decisione, chiama:
«James!»
«Signora?»
«Qui gatta ci cova. Concordi?»
«Le circostanze sono sospette, in effetti»
«Bene. Allora sai quel che c’è da fare»
«Certamente signora. Ristretto o Lungo?»

Chi ha raccomandato Toshiro Laganà? Chi ha avvelenato la scorzetta di limone? La tutina è davvero di Miguel? Ma Miguel è quello della scimmietta? Oppure gatta ci cova?

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¹ Ricerca & Sviluppo. E’ pieno di gente inventiva: parecchi cazzeggiano, molti inventano acqua calda, ma qualcuno ha  davvero idee geniali che possono cambiare le sorti delle aziende per le quali lavorano, ed a volte anche le proprie anche se più di rado.

Niente sushi per Olena – 4

Se ne è andata anche Marina Ripa di Meana, ex Lante Della Rovere. Le sue battaglie contro le pellicce ci mancheranno.

In un tavolino del Bar Calindri, in Piazza San Babila, siedono due persone distinte, di una certa età. L’uomo veste un abito inglese a quadretti, con panciotto, ed ha in testa un cappello da caccia; la donna una pelliccia di visone ed un turbante fiorato in seta Mantero.
Due tavoli più indietro una donna avvolta da un mantello con cappuccio viola, con all’orecchio un auricolare ed in tasca una Tokarev TT-33.
Un cameriere, lievemente claudicante, serve ai due un Cynar con una scorzetta di limone ed un prosecchino.

«Fa freschino, non è vero?» esordisce l’uomo, scrutando le nuvole che si stanno addensando.
«Emilio, dopo settant’anni non vorrai parlarmi del meteo, vero?» interviene impaziente nonna Pina, l’altra avventrice. «Non abbiamo tutto il tempo del mondo, mi pare» con riferimento velato alla circostanza che in due fanno duecento anni.
«Naturalmente, naturalmente, cara Eusebia, dicevo così, tanto per rompere il ghiaccio»

Olena tocca l’auricolare per essere sicura di aver sentito bene: Eusebia? Chi diamine è questa Eusebia?

«Emilio, ti ho detto un sacco di volte di non chiamarmi Eusebia. Nessuno mi chiama più così da un secolo! Sono Pina e basta»
«Ma mia cara, lo sai che Eusebia mi attizza» dichiara l’uomo con ardore.
«Bè, calma i bollenti spiriti. Non c’è trippa per gatti, se ci siamo capiti»
«Capisco Euse… ehm, Pina. Hai un altro uomo? Non te ne farei una colpa, una donna affascinante come te» indaga l’attempato corteggiatore.
«Emilio, senza offesa ma devo chiedertelo: sei scemo per caso? Mi hai lasciato settant’anni fa senza dire ne “a” ne “ba” e mi vieni a parlare di attizzatoi? Su, forza, sputa il rospo, perché mi hai voluto vedere? Ti servono soldi?» chiede una pratica nonna Pina.
«Soldi?» Emilio respinge sdegnato l’accusa. «Ma quali soldi Pina, certo che non ho bisogno di soldi» poi, dopo essersi guardato intorno con circospezione, continua: «Ho bisogno di aiuto Pina, qui sta per succedere qualcosa di grosso…»
«Grosso? Ma Emilio, in cosa sei invischiato? Non è il caso di chiamare qualcuno un po’ più giovane? Guardati, sei nonagenario!»
«L’età non c’entra, Pina… ho scoperto un complotto, una faccenda che può cambiare le sorti dell’umanità…»
«Addirittura? Emilio, non sarà la tua fantasia nonché l’arterisclerosi che sta galoppando un po’ troppo? E se è così grave, perché non sei andato alla polizia?»
«Perché…» Emilio sembra perdere il filo «… perché…» l’anziano amico di nonna Pina si ferma, prende aria, si slaccia il colletto della camicia.
«Ti senti male Emilio? Vuoi che andiamo all’interno caro?» chiede una preoccupata Pina.
«No, non è niente…» continua affannosamente «la cosa ci riguarda entrambi Pina, tutto è cominciato da… da… off…» con un rantolo Emilio si accascia sul tavolino.
«Emilio! Emilio!» lo scuote Pina, cercando di farlo reagire. «Oddio, sta male! Aiuto! Aiuto!»

Olena comprende subito la gravità della situazione e si precipita al tavolo dei due. Distende Emilio sul pavimento e gli controlla i battiti.

«Eusebia, Eusebia…» sentendo il flebile richiamo dell’uomo che un tempo ha amato, Pina si avvicina e gli si inginocchia vicino.
«…sci… sci…» riesce ancora a farfugliare Emilio, poi reclina il capo.

Olena si china sull’uomo, e dopo avergli tastato il polso gli chiude gli occhi.

«Mi dispiace babushka, vostro amico muorto»

Nonna Pina si rialza da terra, sorretta dalla russa, e rivolge un’ultimo sguardo al suo antico amante. Una lacrima sta per farsi largo tra le rughe del viso, ma la vecchia la reprime con una energica soffiata di naso. Poi rivolge all’uomo l’ultimo saluto:

«Ma vai all’inferno Emilio! Sei sempre stato un buono a nulla! Non mi hai nemmeno detto perché mi hai lasciato, che ti venisse un colpo!»

Cosa voleva dire Emilio a Pina? Che c’era stato tra quei due settant’anni prima?  E perché oggi li avrebbe riguardati entrambi? Di che è morto Emilio? Che vuol dire nonagenario? 

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p.s.

sono quasi sicuro che con questa foto FB mi bloccherà l’account. Vi farò sapere.