Tutti ar mare

“Tutti ar mare,
 tutti ar mare
 a mostra’ le chiappe chiare,
 co’ li pesci,
 in mezzo all’onne,
 noi s’annamo a diverti’”

Così cantava Gabriella Ferri nel 1973: uno sberleffo, una canzonatura, che in poche righe descriveva quel proletariato fantozziano che, compresso nelle utilitarie Fiat, arrivava sudato e caciarone alla agognata spiaggia dove, dopo aver installato ombrelloni, sdraio e non di rado tavolini e sedie, non appena tolti i vestiti e rimasto in costume si tuffava subito in acqua; pochissimi sapevano nuotare e i più rimanevano a riva, dove si toccava.

Vi ho già detto che al mare mi annoio? In compenso in montagna mi stufo. Me ne sto bene a casa mia e non sentirei nessun bisogno di staccare la spina o ricaricare le pile, giacché cerco di ricaricarmi in altri modi che non siano quelli dell’oziare sotto un ombrellone pagato a caro prezzo soppesando fondoschiena femminili protetto dalla riservatezza degli occhiali da sole. No, no, datemi un divano o una sdraio in terrazza, una birretta, un libro, un quaderno ed una biro e mi ricarico da me.

Quando ero bambino ed ancora figlio unico, nei primi anni ’60, qualche volta andavamo al mare con i nostri vicini, Antonio e Rosa, che avevano due figli, Stelvio mio coetaneo e caro amico e Vania, che a dispetto del nome non era uno zio ma la sorella appena più grande. Partivamo al mattino e tornavamo la sera, mai andato in vacanza con la famiglia, e chi poteva permetterselo? Per i bambini c’erano le colonie, mare o montagna a seconda dei bisogni. Forse è per questo che ancora oggi quando vado al mare ho la fastidiosa sensazione di sprecare tempo e soldi.
Ma, tornando a quelle spiagge, le donne erano di corporatura tradizionale, cosa che oggi è raramente riscontrabile se non nella protagonista dei romanzi di Alexander McCall Smith, Precious Ramotswe, ambientati però in Botswana, ed indossavano il costume rigorosamente intero.

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In testa avevano dei fazzoletti colorati, o degli ampi cappelli di paglia; sopra il costume portavano un vestitino leggero con i bottoni sul davanti, di tessuto stampato con fantasie floreali, e lo toglievano con pudore, anche perché la depilazione brasiliana era sconosciuta, ma forse la depilazione tout-court; noi avevamo degli slippini, maschi e femmine, ed anche i padri avevano dei costumi a slip, sempre gli stessi per anni e anni, simili a quelli di Johnny Weismuller in Tarzan.

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C’è da dire che, trattandosi di lavoratori, i fisici non erano da disprezzare: spalle larghe, torace ampio e ricoperto di virile peluria (uomini depilati non esistevano o almeno nel mio piccolo mondo erano sconosciuti, con l’eccezione dei ciclisti), gambe e braccia muscolose.
Altro che crema solare, altro che protezione 50! In genere si tornava a casa tutti arrossati e venivano applicati degli impacchi lenitivi a base di amido, che toglievano l’infiammazione.

Tempi beati! Il buco dell’ozono non esisteva ed il sole non era un nemico da temere; non si contavano le calorie col bilancino perché tanto tutto quello che si metteva dentro in poco tempo si bruciava.

Mi accorgo ora che più passa il tempo più sviluppo senili forme di insofferenza, e delle vacanze al mare mi danno fastidio cose che ieri mi lasciavano indifferente:
a) ci sono troppi cani in giro o forse troppi padroni di cani; a me i cani piacciono ma quando vengono trattati come bambini non lo sopporto, non è nemmeno dignitoso per loro;
b) ci sono troppi tatuaggi ed alcuni decisamente assurdi;
c) gli ombrelloni costano troppo (l’ho già detto?);
d) ci sono troppi ragazzi che vanno in bicicletta parlando al cellulare; diventeranno degli adulti che guideranno l’auto guardando il cellulare e causeranno incidenti: propongo in via preventiva di non concedergli la patente;
e) le biciclette in dotazione agli alberghi hanno le selle troppo dure, già pedalare stando attenti ai cani al guinzaglio ed ai ragazzi con i cellulari è faticoso, perché aggiungere altra pena;
f) sarei favorevole a comminare il daspo dalle spiagge a chi tira i gavettoni a ferragosto.

Avrete capito da questo breve elenco come al mare non sia propriamente socievole. E quella cavolo di sella mi da un fastidio del diavolo. Buone vacanze!

(155 – continua)

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Nota.
Le miss della foto di copertina sulle nostre spiagge, molto più morigerate, non esistevano. O almeno io non le ricordo, o forse allora non ci facevo caso?

Ki ti foi atesso?!?

Nel febbraio del 1968, quando Paolo Villaggio¹ comparve in televisione in “Quelli della domenica” con i suoi personaggi, il Professor Otto von Kranz e Giandomenico Fracchia, non avevo ancora 9 anni.
C’erano solo due canali ed in bianco e nero; sul primo canale, dopo la Tv dei ragazzi e prima della partita di calcio, c’era questo nuovo varietà, con comici che avrebbero segnato tutta un’epoca come Cochi e Renato, Ric e Gian, e appunto Paolo Villaggio.
Solo per dare un’idea del livello di certi spettacoli, la regia era di Romolo Siena ed i testi erano scritti da Marcello Marchesi, Terzoli & Vaime e Maurizio Costanzo; l’orchestra era diretta da quel mostro sacro che era Gorni Kramer. Gli ospiti musicali erano bravissimi.

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Mi piaceva guardare la partita di calcio con mio padre, seduti al tavolo della cucina, un tavolo con il piano in fòrmica rossa che serviva per il pranzo e per lo studio, nella casetta di cui vi ho già parlato, in uno di quei pochi momenti di complicità tra “uomini”, che allora i genitori facevano i genitori, mica gli amici dei figli; non avevamo divani, sedevamo sulle sedie normali, babbo con il gomito appoggiato al tavolo e le gambe accavallate, io con i piedi che non toccavano terra, con le mani sotto le cosce, a tenerle calde, tutto contento di essere lì.
Nell’aria c’era l’odore della cena che mamma stava preparando; mia sorella, 4 anni, sgambettava intorno come una donnina e l’ultimo arrivato reclamava la sua parte di attenzione.
Quest’ultimo fratello, il terzo della serie, aveva appena compiuto un anno, e l’anno dopo sarebbe nato il quarto (e ultimo); mia madre lo ebbe a nemmeno 34 anni, età alla quale oggi la maggior parte delle donne non ha avuto nemmeno il primo.

Qualche settimana più tardi sarebbe iniziato lo Zecchino d’Oro, presentato da Cino Tortorella alias Mago Zurlì, con il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre; l’anno prima aveva vinto Popoff, quell’anno avrebbe vinto Quarantaquattro gatti, e grande successo ebbero Il valzer del moscerino cantata da Cristina D’Avena, che assomigliava vagamente a mia sorella, e il Torero Camomillo.

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Il festival di Sanremo era appena finito, l’aveva presentato Pippo Baudo e le canzoni si cantavano in coppia; vinse Canzone per te, cantata da Sergio Endrigo e Roberto Carlos; i concorrenti erano artisti formidabili, basti pensare che tra gli stranieri in gara c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, Paul Anka, Shirley Bassey, Dionne Warwick e gli italiani non erano da meno: Celentano, Milva, Ornella Vanoni, Ranieri, Modugno, Al Bano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Marisa Sannia, Little Tony, Johnny Dorelli….

Ma non fatevi trarre in inganno, non pensate che passassimo tutto il tempo a guardare la televisione! Anzi, la televisione era una concessione, ed andava presa a dosi parsimoniose. E poi, mica avevamo tanto tempo per guardare la televisione. Scuola, doposcuola, catechismo, compiti, e solo quando tutto era fatto si poteva uscire a giocare con gli amici… da soli, mica coi grandi sempre tra i piedi a controllare! A giocare a pallone, a palline, a figurine, a nascondino ad acchiapparella insomma tutti giochi che non si facevano da soli contro un computer e soprattutto che non costavano niente e non dovevano costare niente.
E i libri… non che in casa avessimo una gran biblioteca, ma quelli che c’erano li leggevo e rileggevo fino a consumarli.

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Tornando a Villaggio, le maschere che proponeva, viste da un bambino, ricordavano quelle delle comiche; personaggi improbabili alle prese con situazioni ridicole, Fracchia sulla famosa poltrona, Kranz che si batte con il martello per dimostrare di non sentire dolore, e va poi a urlare nei camerini… e le avventure di Fantozzi, per noi quasi aliene, perché raccontavano di un modo di lavorare che da noi era sconosciuto (nella zona c’era molta agricoltura, artigianato, qualche fabbrichetta ma grandi industrie non ce n’erano, gli impiegati erano in banca o al comune, e non erano considerati delle nullità ma erano ben considerati) se non per sentito dire dai parenti emigrati al “nord”.

Solo dopo qualche anno riuscii a capire di che si parlava. Fantozzi l’ho amato molto, mia moglie invece l’ha sempre odiato, lei sindacalista, perché rappresentava quanto di peggio c’è in un lavoratore: la mancanza di spina dorsale, il servilismo verso il potente, la rassegnazione ad ogni sopruso, la prepotenza verso i più deboli (in questo caso la moglie, la signora Pina), accomunando in questa avversione maschera e attore, Fantozzi e Villaggio.

“Quelli della domenica” finì in giugno; in quel giugno si svolsero in Italia i campionati Europei di calcio, che vincemmo contro la Jugoslavia, per la prima ed unica volta, nella seconda partita di finale, dato che la prima era finita in parità; ed alla finale eravamo arrivati dopo aver pareggiato contro l’URSS, grazie alla scelta fortunata della monetina da parte del nostro capitano Giacinto Facchetti².

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Ma non era mia intenzione fare una cronologia del 1968, solo di cercare di riportare alcune delle sensazioni di un bambino di allora: eravamo più semplici, più ingenui, più poveri se si intende la mancanza di un certo benessere, ma non certo più poveri di sogni, di volontà e di speranze; anzi, avevamo una speranza illimitata nel futuro, l’anno successivo l’uomo sarebbe arrivato sulla luna e nulla ci sembrava impossibile.

Quello che avevo allora non lo avrei cambiato, e non lo cambierei, per niente al mondo; e sono abbastanza sicuro che parecchie delle cose di cinquant’anni fa che ho raccontato, tra cinquant’anni saranno ricordate ancora; di quello che c’è in giro oggi, non credo proprio.³

(148 – continua)

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¹ Quando l’altro giorno hanno dato la notizia della morte di Paolo Villaggio mi sono meravigliato. Pensavo lo fosse già da anni.
² Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che ho citato è morta. Qualcuno però campa ancora e quando morirà mi darà modo di ricordare i bei tempi. Cavoli vostri.
³ Sicuramente se oggi le donne fanno figli ad oltre 35 anni, se le trasmissioni televisive fanno pena, se un cantante dura lo spazio di un mattino e poi viene bruciato, se per vedere una partita bisogna farsi l’abbonamento a Sky, se Urss e Jugoslavia non esistono più, se le magnifiche sorti e progressive dell’umanità all’orizzonte non si vedono, se la disoccupazione giovanile è vicina al 40% e noi dobbiamo lavorare fino a settant’anni abbiamo sbagliato qualcosa. Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.
³ E’ morta anche Solvi Stubing, la bionda spumeggiante della pubblicità Peroni. Quelli della mia generazione quando immaginavano una tedesca pensavano a Solvi; quelli di adesso ad Angela Merkel. Poi dite che siamo andati avanti?

Ossi

L’altra sera Luciana Littizzetto, la nota comica torinese, nella sua consueta rubrica su “Che tempo che fa” ci ha edotti sul risultato degli studi di alcuni ricercatori inglesi che, evidentemente non proprio oberati di lavoro, hanno mescolato le ossa di un uomo di Neanderthal e poi, nel rimetterle insieme, si sono accorti che ne avanzava una ed hanno pensato bene, come una carota in un pupazzo di neve, di infilarglielo da qualche parte. La prognosi degli studiosi, dopo ponderosi studi corroborati da numerose pinte di birra doppio malto, è stata: è un osso del cazzo.

Qui la simpatica cabarettista per amore di battuta ha voluto un po’ esagerare, cercando di spiegare il motivo per cui ora l’osso non lo abbiamo più mentre avrebbe fatto piuttosto comodo; il fatto è che, sebbene per qualche esemplare si faccia fatica ad  accettarlo, l’homo sapiens non discende dall’homo neanderthalensis ma si è sviluppato per suo conto. C’è anzi il fondato sospetto che la nostra specie, pur con l’appendice floscia, abbia sterminato gli abominevoli con l’osso, ma non ci sono ancora le prove scientifiche e per averne la certezza occorreranno ancora parecchie generazioni di ricercatori e soprattutto parecchie pinte di birra. Con questo ho dato fondo a tutte le mie nozioni di paleontologia, pertanto vi invito ad approfondire la questione a casa vostra, con calma.

Chiedo a chi conosce il mondo più di me: ma in Inghilterra, giacché gran parte di queste scoperte viene da lì, tengono dei dipartimenti di ricerca appositi per far felici i comici? Possibile dico io che dal 1829 ad oggi nessuno abbia fatto caso a questo ossetto e tutti quanti, non sapendo dove metterlo, l’abbiano appioppato a casaccio da qualche altra parte dello scheletro? Faccio fatica a crederlo.

A proposito di ossi, il nostro ministro del Lavoro, dei Voucher e delle cooperative si è distinto per una dichiarazione che una volta tanto condivido. Parliamo tanto dei centomila cervelli costretti ad emigrare: ma siamo proprio sicuri che siano tutti-tutti ‘sti gran cervelli? Non è che qualcuno di questi cervelloni era in quella stanzetta a cercare di incastrare l’osso, come un cubo di Rubik? Vorrei essere rassicurato sulla questione. L’altra parte del discorso, che condivido però solo in parte, è: d’accordo, quelli che vanno all’estero saranno sicuramente bravi, ma non è che chi rimane qua sia necessariamente un coglione. No, è vero, non necessariamente: è una libera scelta che specialmente gli ingegneri informatici, che ben conosco, abbracciano spesso.

Rivolgo un appello alle donne: Madri, impedite ai vostri figli di diventare ingegneri informatici! Piuttosto indirizzateli ad attività più oneste come lo spaccio di stupefacenti o il gioco d’azzardo, faranno meno danni! Sorelle, se avete un fratello che vuol diventare ingegnere informatico, fategli terra bruciata con le vostre amiche raccontandogli di quanto poco si lavi, di quanto ami rubarvi i vestiti e rimirarsi davanti allo specchio vestito da Barbie Principessa! Mogli, se inavvertitamente avete sposato un ingegnere informatico, evitate di perpetuarne la stirpe! Concupite e concepite, ma non con lui!

Mentre i nostri amici inglesi si trastullano con i loro ossetti, noi brandiremo l’osso che più ci piace: quello del prosciutto! Voglio chiudere con un’immagine che farà inumidire le ciglia ai cuori sensibili del secolo scorso: Capodanno, famiglia e parenti, bambini, fratelli e cugini, pentolone con fagioli, cotiche e osso di prosciutto, di quel prosciutto fatto in casa l’anno prima e arrivato alla fine giusto per l’occasione, quel prosciutto che ci aveva accompagnato in quasi tutte le giornate di scuola, altro che merendine, altro che pizzette: pane e salsiccia, pane e ciauscolo, pane e prosciutto…

Per essere felici non c’è bisogno di avere tante cose, o di sapere tante cose. Anche un osso può bastare, se è quello giusto e, soprattutto, se è usato bene.

(116. continua)

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Tripoli, bel suol d’amore

Nel ’68 una ventenne e bellissima Patti Pravo lanciava il brano Tripoli 1969, che raccontava di una donna che soffriva aspettando che il suo uomo ritornasse, o quantomeno ritornasse in se, dopo una battaglia d’amore combattuta in altri lidi e soprattutto altri letti (Tripoli, bel suol d’amore!). Alla fine il battagliero uomo tornava al calduccio della propria casetta dove trovava la mogliettina, che nel frattempo aveva versato più di una lacrimuccia, ad attenderlo; abbastanza controcorrente, all’epoca dei fermenti femministi; oggi direi inverosimile, anche se tutti i giorni le vicende di cronaca che vedono certe donne succubi in maniera quasi masochistica dei loro uomini sono lì a smentirmi.

La Libia è grande quasi 6 volte l’Italia. Essendo il territorio per più del 90% desertico o semidesertico, la popolazione è appena poco più di un decimo di quella italiana; nel 1911, in una delle guerricciole coloniali di inizio novecento, alla ricerca della quarta sponda, la strappammo al moribondo Impero Ottomano e considerando che Tripoli è ad appena 300 chilometri in linea d’aria da Lampedusa ed a 470 da Ragusa, non fu del tutto una cattiva idea. Del resto l’Africa dalla Conferenza di Berlino del 1884 era diventata un grande campo di conquista ed alla giovane nazione italiana non erano rimaste molte verze da sfogliare: parte del Corno d’Africa, dove tra l’altro gli abissini ce le suonarono di brutto, e appunto la Libia.

A proposito di Abissinia, ricorderete di come mio nonno Gaetano fosse partito nel ’35 per civilizzare i sudditi di Hailé Selassié; lo fece perché non aveva mai preso il treno e probabilmente attratto dalla propaganda sulle faccette nere; sospetto che abbia sparso zii illegittimi in giro per l’Etiopia, se così fosse potrei avere qualche parente rastafariano e lo pregherei di farsi vivo con adeguata dotazione di ganja.

Dunque rimanemmo in Libia, con le buone ma spesso con le cattive, fino al ’43 quando gli inglesi ci buttarono fuori a calci; schierare scatolette di latta contro carrarmati M4 Sherman di solito non è un buon viatico per il successo, ma giusto quello ci era rimasto e finì come finì, conseguentemente.

Mio padre non ha un buon ricordo del Nordafrica. Nel ’44, a sedici anni, era stato portato in campeggio all’Alpe del Viceré con un gruppo di coetanei. In quel momento dalle nostre parti “passò il fronte”, cioè i tedeschi  incalzati dagli alleati si attestarono più a nord, sulla linea Gotica; i campeggiatori si trovarono quindi impossibilitati a tornare a casa e si ritrovarono arruolati “volontariamente” nella Repubblica di Salò. Fortunatamente, in uno dei primi turni di guardia a cui furono destinati,  furono presi prigionieri dai partigiani che li consegnarono agli inglesi; questi li impacchettarono per l’Algeria da cui riportò a casa: a) la pelle, e questo fu molto positivo; b) l’avversione per i viaggi in genere e specialmente per quelli via mare; c) la rimozione dei ricordi di tutto quel periodo; d) un odio perpetuo per i campeggi.

Non vorrei apparire nostalgico del colonialismo, ma è un dato di fatto che le varie liberazioni non hanno portato questi gran miglioramenti. Forse gli africani devono liberarsi anche dagli africani; un continente ripieno di ricchezze naturali e di gente che muore di fame evidentemente ha qualche problema. Diciamo che il sistema economico e politico imperante non spinge alla condivisione o almeno alla distribuzione: arrangiatevi e chi può si arricchisca, è la parola d’ordine.

Oggi leggo un’intervista al presidente Obama che definisce il risultato dell’intervento Nato in Libia “una merda”. Queste esternazioni a babbo morto (è proprio il caso di dirlo) lasciano sempre sbalorditi: ma tu dov’eri viene in mente di chiedere? Non mi rassicura pensare che alle prossime elezioni si contenderanno la presidenza del paese guida dell’umanità (secondo loro) la Clinton, artefice di quella merda e moglie dell’altro artefice delle merde nei balcani, e Trump al confronto del quale il nostro Mr. B. sembra uno statista; tra l’altro bisogna riconoscere a Berlusconi che se in quel 2011 non fosse stato politicamente cotto non si sarebbe prestato all’aggressione a Gheddafi, finita con democratico linciaggio, che ha ridotto la Libia a carne di porco.

La quale Libia, occorre ricordare, era uno dei paesi più sviluppati del Nordafrica; la stabilità garantita da Gheddafi, anche a randellate, aveva portato un benessere abbastanza diffuso ed i servizi erano di primordine; in Libia erano a lavorare circa due milioni di immigrati e udite udite i fondamentalisti erano fuori legge. Gheddafi era passato nel corso dei decenni da Grande Satana, in quanto finanziatore di terroristi, a partner affidabile; con noi c’erano accordi economici e militari; sui profughi abbiamo usato la Libia come grande campo di concentramento, pronti poi a rinfacciarglielo quando siamo andati a bombardarlo.

In compenso ora diamo miliardi di euro alla Turchia per tenerli lì, i profughi che scappano da quell’altra merda che è la Siria: quella Turchia che bombarda tutti i giorni i curdi per i quali eravamo andati a far guerra a Saddam. Quindi i curdi iracheni sono buoni perché li gasava il “dittatore” Saddam ma quelli turchi e siriani sono cattivi perché li bombarda il “democratico” Erdogan. Misteri della realpolitik.

Avendo esaurito le riserve di Recioto non sono in grado di prevedere come andrà a finire; intanto potrebbe non essere inutile ripassare qualche strofa della celebre marcetta:

“Tripoli, bel suol d’amore,
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il Tricolore
sulle torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!”  
 

(89.continua)

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Titì nun ce lassà

Nella commedia “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” del grande Ettore Scola, il cialtrone Titino interpretato da un maiuscolo Nino Manfredi, dopo essere diventato persino stregone del villaggio, in dubbio tra il ritorno alla civiltà e l’appello rivoltogli dai membri della sua tribù (“Titì nun ce lassà”) sceglie la libertà: sale sulla sponda della nave e si tuffa verso il suo villaggio.

Rivendico il diritto di cambiare idea! Lo dice persino il nostro attuale ministro del tesoro a proposito dei limiti all’utilizzo del denaro contante, fino a ieri considerato sterco del demonio ed ora elevato  a motore di sviluppo; che dopo aver costretto tutti i pensionati ad aprire un conto corrente, anche quelli che non ne avrebbero avuto la minima intenzione, togliendogli il passatempo preferito di far la fila alle poste, ora si affermi che chiunque abbia un gruzzoletto sotto al materasso  lo possa spendere senza temere controllo alcuno sia giusto e sacrosanto mi conforta un po’; nel senso che, se come livello di cialtronaggine massima alla quale potevo aspirare c’era quello del buon Titino, la nuova vetta ministeriale per quanti sforzi potrò fare mi sarà irraggiungibile.

Credo di non essere stato l’unico ragazzo, a fronte di qualche rampogna o di qualche rimprovero ritenuto eccessivo o immeritato, ad immaginare di togliersi di mezzo per il gusto di vedere poi la reazione dei congiunti rimasti. “Vengo anch’io, no tu no”, insomma; come il buon Jannacci, immaginare di essere al proprio funerale per vedere l’effetto che fa. Fortunatamente soppesati i pro e contro, dove in cima alla lista dei contro c’è il fatto di non essere proprio sicuri di poter assistere in prima fila alla cerimonia, si finisce quasi sempre per desistere dal proposito.

L’ora delle decisioni irrevocabili, comunque, nel mio caso è passata da un pezzo ; se ormai persino i Papi possono dimettersi come un qualsiasi impiegato dell’Anas, non c’è scandalo se un povero cantastorie scrive di non voler scrivere più, per poi smentirsi il giorno dopo scrivendo di essersi pentito di aver scritto di non voler scrivere più.

Del resto come si fa a restare rintanati nel proprio orticello quando vengono messi a repentaglio i pilastri stessi sui quali si basa la propria cultura? Come non levare una parola indignata e pietosa in difesa del prelibato ciauscolo (o ciavuscolo, o ciabuscolo, fate voi) minacciato di estinzione (Immagino un dialogo nei corridoi dell’Organizzazione mondiale della sanità. Due ricercatori si incontrano. -“Ciao Mike, tutto bene? Di che ti stai occupando ora?” -“Di Ebola” -“Grande! Che sfida! Bellissimo, siamo orgogliosi di voi!” -“Grazie John. E tu, di che ti occupi?” -“Io? Io… ehm..  di salami” -“Ah. Ciao, John”)? Come non preoccuparsi per la prossima apertura alle proteine degli insetti? A tal proposito non so bene quale sia la posizione dei vegani, che come saprete non sono esponenti di una razza aliena qua convenuti da una lontana galassia ma seguaci di una alimentazione esclusivamente vegetale; contenti loro, parafrasando il notoriamente tollerante presidente della Figc (non la federazione giovanile comunista, non c’è più: la federazione gioco calcio), anche se non credo che con tale dieta l’uomo avrebbe potuto raggiungere l’attuale livello evolutivo: molto probabilmente sarebbe rimasto a penzolare su delle liane sbucciando banane.

La mia posizione, pragmatica come al solito, è dunque simile a quella dello scrivano Bartleby : preferirei di no; a differenza di quello, tuttavia, in mancanza di meglio mi acconcerei probabilmente anche ad assaggiare larve, ma solo come estrema ratio.

Prevedo che, tra qualche anno, quando la nuova dieta proteica avrà preso piede, associazioni di ambientalisti si schiereranno contro gli allevamenti di larve; gruppi di animalisti apriranno le gabbie a nuvole di cavallette; allevatori bio protesteranno che i loro bacarozzi sono selezionati secondo le più severe regole Iso-9000.

Non credo che le rigide regole sanitarie odierne lo consentano ancora, ma ricordo con tenerezza quando, da piccolo, in casa nostra si faceva la “pista”. Non abitando in campagna, e non rientrando il maiale nel novero degli animali da compagnia, non era allevato da noi; una volta ammazzato, in modo meno misericordioso di quanto si faccia oggi, veniva tagliato in due e babbo ne portava a casa la metà, una “pacca”. Sul tavolo e credenza della cucina si allestivano gli strumenti, coltelli affilati, tritacarne; veniva in casa un esperto, il pistaiolo (lu pistarolu) che disossava la carcassa e sapeva quali pezzi usare per ciascun insaccato. Non mi dilungo sulle tecniche di macinatura, salatura e pepatura che ogni pistaiolo custodiva gelosamente: per queste dovrei rimandarvi al mio amico macellaio-sassofonista Walter ben più ferrato di me. Fatto sta che alla fine della magia il maiale era scomposto in pezzi che sarebbero bastati mesi e mesi. L’osso del prosciutto, ad esempio, lo si sarebbe ritrovato insieme ai fagioli (e alle cotiche nuove)  al capodanno successivo. Non ho idea del perché lo stesso insaccato abbia nomi diversi a seconda della locazione geografica: perché in un posto si chiami coppa quello che in un altro è lonza, ed in un posto soppressata quello che in un altro è coppa; so che sia io che i miei fratelli a ciauscolo, salame lardellato, coppa e lonza ci siamo diventati grandi; che se penso a casa penso a ciauscolo e mi mette tristezza pensare che, fosse pure tra cent’anni, a qualcuno pensando a casa possano venire in mente scarafoni e cavallette.

(70. boh vedremo)

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Sudore e armonium

Mi è stato insegnato, evidentemente sulla base di qualche fondamento scientifico, che per curare un raffreddore può essere utile fare una bella sudata. Ogni età ha le sudate che si merita, e se me lo chiedereste adesso la prima cosa che mi verrebbe in mente sarebbe un bel piumone riscaldato; qualche tempo fa avrei preferito provocarla, la sudorazione, praticando quel riposo attivo tanto caro alla generosa Olena;  ancora prima avrei condiviso lo sforzo con una ventina di persone, perché sudare voleva dire correre e correre giocare a pallone.

Da piccolo devo aver avuto una bella voce bianca. Prima che la pubertà, arrivando a turbare i sogni innocenti dei fanciulli in fiore, facesse emergere degli aspetti animaleschi insospettati, ero uno dei migliori interpreti di “Cuore matto”, come ho raccontato a proposito delle colonie estive, nonché uno dei beniamini di Don Luigi nel coretto parrocchiale.

La vita ora è diventata più dura anche per i preti. Innanzitutto il numero si è di molto ridotto: più pance piene, meno vocazioni. E poi la dimensione dei problemi si è talmente ingrandita che, con tutta la buona volontà, farvi fronte richiederebbe un intervento diretto di chi di dovere di cui allo stato non sembra di cogliere segni. L’altro giorno, ad esempio, abbiamo assistito all’outing in diretta di un monsignore; pur essendo notoriamente tollerante la richiesta di chiudere un occhio sulla convivenza con il suo amore, seppur dello stesso sesso, mi è sembrata eccessiva. Voglio dire, stiamo parlando pur sempre di preti cattolici: sono i protestanti quelli di manica più larga.

Don Luigi non era il parroco ma una specie di franco tiratore: il suo incarico principale, oltre quello di dire Messa nelle chiesette di campagna, o di presenziare alle cene di tutte le associazioni, era semplicemente quello di portare in giro se stesso come réclame del buonumore e della serenità. Se avreste cercato una buona parola o un sorriso, da quelle parti non sarebbero mai mancate.

Nella bella collegiata di San Biagio, prima dell’avvento dell’elettronica che avrebbe rivoluzionato persino il modo di far musica in chiesa, in un cantuccio della sagrestia avreste notato un armonium. Per i profani, l’armonium è quello strumento a tastiera che, come l’organo, emette dei suoni tramite dell’aria che passa attraverso delle lamelle, o ance: come l’armonica a bocca, se avete presente. A differenza del pianoforte dove il suono è prodotto da delle corde battute da martelletti. O del clavicembalo, dove le corde sono pizzicate da plettri. O da… va bè, ci siamo capiti. L’aria veniva soffiata attraverso dei mantici azionati con i piedi: ottimo modo per fare ginnastica suonando, si potrebbe utilizzare ancora oggi al posto dello step.

I mantici c’erano anche nel grande organo posto sopra l’ingresso, venivano azionati a braccia con delle lunghe stanghe e di solito chi tirava il mantice non cantava; poi c’è stato applicato un motorino elettrico, tutta la poesia è andata a farsi friggere ma almeno il tiratore ha tirato un sospiro di sollievo.

Se è per quello anche le campane si manovravano tirando delle corde; ora la maggior parte di esse è collegata a dei bellissimi meccanismi elettronici capaci di riprodurre fino a 100 pezzi diversi; allora bisognava essere in tre o quattro, pronti a tirare a tempo seguendo le indicazioni di Renato, postino, campanaro e grancassista in banda. Quando consegnava la posta scendeva le scale della bottega salutando mio padre con voce stentorea (era anche cantante del Miserere): “La pomiceee!”, che credo facesse riferimento alle quantità industriali di carta vetrata che mio padre aveva dovuto usare fin da piccolo, non certo per suo diletto; al che la risposta era l’immancabile “L’apostulu!!” _ l’apostolo_ più che appropriato per un portalettere.  Stranamente il mio amico Stefano, pur facendo l’imbianchino, ha ereditato da suo padre il titolo di “apostulu”. La pomice invece non faceva per me.

Rileggendo questa paginetta mi accorgo che se fosse uno dei compiti che assegno ai programmatori sui quali esercito con magnanimità il potere di vita e di morte (lavorativa) glielo farei rifare, tanto mi sono attorcigliato; comunque dove eravamo rimasti? Ah, si, l’armonium.

Don Luigi quindi con il suo armonium cercava di inculcare i rudimenti del canto liturgico a un gruppetto di chierichetti per lo più indifferenti. Nel caso specifico i canti erano di Natale, ed ero stato scelto per cantare qualche strofa in solitaria. Se dicessi che la cosa mi entusiasmava non sarei onesto; anzi a dirla tutta se non fosse stato per non dispiacere il buon Don Luigi, me la sarei svignata appena possibile.

Arrivai nell’imminenza del debutto con un bel raffreddore. Sebbene il dialetto maceratese già di suo non sia tenerissimo con la consonante ti, la pronuncia “Du scendi dalle sdelle” o “Asdro del giel” non mi sembrava impeccabile, così ebbi il colpo di genio: una bella sudata, e via.

Se tra le antiche spartane poteva essere ritenuto normale, se non addirittura doveroso, che il proprio virgulto in vista degli impegni futuri presso le Termopili si esponesse alle intemperie, altrettanto non poteva dirsi delle moderne picene. L’accoglienza di mia madre la sera, quando mi presentai con un inizio di febbre poi debordato in bronchite, non fu delle più benevole. Tentai di difendere le mie intenzioni, ma con pochi margini di manovra.

Così Don Luigi per quel Natale non mi ebbe tra i suoi coristi più ispirati; ne mi ebbe negli altri Natali, perché presa la palla al balzo l’armonium non mi vide più tra i vicini più assidui. Si interruppe così una promettentissima carriera; e l’episodio mi è tornato in mente solo perché domenica scorsa ho cercato di intonare un canto un’ottava sopra di quanto avrei dovuto, ed un bel falsetto mi sarebbe stato di grande aiuto.

(65. continua)

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Però mi vuole bene. Manuale ad uso dei fratelli minori.

Come promesso, fornirò di seguito alcune avvertenze necessarie alla sopravvivenza dei fratelli minori. Qualche suggerimento l’avevo già sparso qua e la, se lo citerò è solo per completezza di informazione.

a) Cercate di non nascere a distanza regolare da vostro fratello.
Se vi ostinate a nascere a scaglioni di cinque anni, avrete una buona possibilità di incontrare sulla vostra strada gli stessi maestri del primo. Questi, con tutta la loro buona volontà, di fronte ad ogni vostra defaillance non potranno fare a meno di rimarcare: “eh, ma tuo fratello…”.

b) Non contate troppo sulla maturità di vostro fratello.
Specialmente se siete poppanti e avete un po’ di appetito. Cercate di non infastidirlo con pianti inopportuni, quando è alle prese con i primi compiti sul quaderno a quadretti. Potrebbe capitare che intinga il cucchiaino nel vino e ve lo faccia leccare. E’ comprensibile che trovandovi in bocca un liquido non consono lo bandiate per sempre dalla vostra vita: sarebbe un peccato.

c) Non crediate che solo perché vi ha fatto divertire col dindoló della catena ogni gioco sia buono.
Mio fratello minore era molto fiducioso. Giocavamo con una carriola di mio padre con delle grandi ruote con i raggi. Io spingevo e mio fratello sballonzolava sopra, piccolino, e se la rideva tutta. Ad un certo punto la carriola si inceppò, ed io cercavo di sbloccarla spingendo sulle stanghe. Spingi e spingi, mi ci volle un po’ per capire dove fosse l’intoppo. Al poverino era finito un piedino tra i raggi ma non osava piangere, per non interrompere il gioco; anzi, si domandava perplesso se non fosse proprio quello, il gioco. Comunque il piede è salvo ed anche l’affetto reciproco; in carriola non penso sia più salito, però.

d) Se vostro fratello ha fatto il militare non vuol dire che sia un generale.
Avevamo costruito una graziosa casettina su un albero, poco distante. Bande avverse di coetanei del mezzano perfidamente se ne erano appropriati; non essendo dignitoso che uno più grande partecipasse direttamente alla pugna, incitai mio fratello all’arrembaggio. Al primo assalto fu respinto, con perdite; facendo leva sull’onore, la famiglia e forse persino la patria lo rimandai all’attacco. Dove fu colpito da un bastone appuntito brandeggiato da un nemico spietato: solo per un miracolo da quel momento non divenne Ernesto il cecato. Grazie ai solerti angeli custodi di entrambi, se la cavò con qualche punto di sutura alla palpebra. La casetta rimase al nemico, ma poco dopo fu firmato un armistizio.

e) Se vostro fratello sa suonare non vuol dire che sappia anche ballare.
Sapete già tutto su questo punto, non mi dilungherei. Il succo è che se volete intraprendere la strada del boogie-woogie o del rock acrobatico dovete scegliere un partner meno infido, o meno scivoloso. Fra qualche mese comunque potrei sorprendervi (ma non anticipo niente).

f) Se vostro fratello guida la vespa, con o senza patente, non è necessario imitarlo.
Mia sorella, di solito con i piedi per terra, si mise in testa di voler imparare a guidare la vespa che come  ricorderete era stata lasciata in nostra eredità da uno zio emigrato per costruire automobili Fiat. Non Fca, Fiat. Quella vespa bisognava conoscerla: la frizione, ad esempio, staccava molto tardi, e bisognava farlo molto lentamente. Uno dei problemi era che mia sorella non riusciva a poggiare saldamente i piedi per terra; per questo babbo si accomodò sul sellino posteriore per equilibrarla e darle le istruzioni del caso. Da dietro sentimmo solo il “Piano!…” strozzato di mio padre; mia sorella non aveva idea di cosa volesse dire rilasciare una frizione, e tantomeno piano: la vespa disarcionò mio padre, e lei partì ad andatura sostenuta verso il suo primo viaggio in solitaria su mezzo motorizzato. Forse, e dico forse, se avesse guardato la strada invece di continuare a cercare la frizione, o il pedalino del freno posteriore, l’avventura sarebbe durata più a lungo: invece dritto per dritto alla prima (semi)curva si infilò nel fosso, con babbo corrente dietro. Grande ilarità degli astanti, non condivisa dai due protagonisti. Mia madre era al balcone del quarto piano e, se non udii male a causa della distanza, le sue parole non furono di elogio verso mio padre.

Penso di aver reso un servizio utile, ma nel caso occorrano altri consigli resto a disposizione: se vi siete sempre chiesti come mai vi sentiate soffocare alla vista dell’acqua, o perché affacciarvi dal balcone vi metta in ansia, chiedete a vostro fratello maggiore.

(63. continua)

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Dindoló de la catena

“Dindoló de la catena, chiama a babbu che vène a cena, e se non ce vole vinì, chiudi la porta e lascilu llì!”.

Le istruzioni per eseguire questa filastrocca sono le seguenti: seduti, dovete prendere un bambino, meglio se di età non superiore ai quattro anni, e mettervelo a cavalcioni delle gambe unite tenendolo per le manine; mentre recitate la tiritera muovete su e giù le ginocchia, simulando un cavalluccio:  e sul “lascilu llì!” fingete di disarcionarlo buttandolo all’indietro. Fingete, ho detto. Qualora vi accingiate all’operazione, munitevi di pazienza: il bambino in questione non dirà mai basta. La cosa è stata sperimentata su me e i miei fratelli, e dunque ve la do per assodata.

Forse a prima vista questo ritornello potrebbe sembrare un po’ troppo fiscale, se non addirittura ingeneroso,  nei confronti di quei poveri babbi che magari avrebbero tutte le ragioni del mondo per non venire a cena: ma la regola non ce la siamo inventata.

Nelle famiglie di una volta cenare tutti insieme, come pranzare del resto, era un rito sacro. Alle otto di sera ci si metteva a tavola e non erano ammesse defezioni , se non per cause di estrema forza maggiore. Chi arrivava in ritardo era accolto dal rimbrotto dei genitori, seguito dalla domanda retorica se si fosse scambiata la casa per un albergo, e dalle risatine dei fratelli subito rimbrottati a loro volta. Una volta a tavola, si mangiava quello che c’era.  Conosco gente, molto vicina a me e di stirpe nordica, che si rifiutava di mangiare il minestrone; quel minestrone, e intendo proprio “quel” minestrone, gli venne riproposto tutti i giorni, pranzo e cena, finché la fame ebbe il sopravvento sull’orgoglio. Non essendo spartani ma piceni, da noi non si forzava nessuno: se il menu del giorno non piaceva, si poteva tranquillamente saltare. Anzi, il gesto sarebbe stato ampiamente apprezzato dai  commensali, ma succedeva purtroppo di rado.

Del resto, avendo dei genitori per i quali in tempo di guerra quella di non mangiare non era una scelta, non ci sembrava dignitoso lamentarci. Ed inoltre, essendo nostra madre una brava cuoca, non avevamo molto da recriminare.

Io, ad esempio, odiavo il formaggio sulla pasta, ma non lo facevo pesare. Ancora oggi, se il grana viene mescolato insieme alla pasta nella marmittona o insalatiera, se avete presente, creando quei filamenti che poi si attaccano in grumi ai denti della forchetta, io non godo. Messo sopra invece, a freddo, si.

Mio padre ha tantissime qualità. L’ho già detto e lo ripeto, con le mani sa fare tutto: ha una fantasia per inventare soluzioni, dove altri getterebbero la spugna, che da piccolo mi faceva dire orgoglioso: “babbu mia ‘ccomoda tutto”. Capitò però un giorno che mia madre non fosse al suo posto ai fornelli. Credo per colpa di mio fratello più piccolo, che pensava chissà perché fosse arrivato il momento di venire al mondo. Ora tutti si sentono chef, ma a quei tempi il compito del capofamiglia in cucina poteva essere tutt’al più quello di affettare il prosciutto: abituato a forgiare cancellate e inferriate, babbo non si perse d’animo. Ci propose un piatto che non si poteva definire della tradizione, ma che evidentemente l’aveva molto colpito: gli spaghetti ai quattro formaggi. Burro e parmigiano li ricordo; gli altri due al momento mi sfuggono, escluderei il gorgonzola che alle nostre latitudini era sconosciuto. Per me, che di formaggio non ne sopportavo nemmeno uno, fu un momento difficile. Non volendo dare un dispiacere al pater, nonché il cattivo esempio ai più piccoli, mi tappai il  naso e mangiai il più velocemente possibile. La tattica aveva i suoi rischi, perché poteva essere scambiata per alto gradimento e soggetta quindi ad assegnazione di bis; fortunatamente babbo era già stato generoso con la prima porzione, e di avanzi non ce n’erano. Ebbi l’onestà di non dimostrare rammarico per la mancanza.

Ora si fanno sacrosante campagne pubblicitarie per invitare la gente a non sprecare cibo. Essendo immersi nella cultura dello spreco, la vedo dura. Noi siamo stati educati bene: abituati a non buttare nemmeno l’insalata avanzata macerata nell’aceto, o tantomeno il pane secco, siamo cresciuti nella consapevolezza della fortuna costituita dall’avere il piatto pieno tutti i giorni, più volte al giorno. Se servono certi richiami, però, si vede che non siamo stati zelantissimi nell’applicazione o non molto convincenti con i nostri figli. Cercheremo di rimediare coi nipoti, non vedo l’ora: “Dindoló de la catena…”

(46. continua)

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Allarme caldo

Sta arrivando l’estate, e come sempre accade da qualche anno a questa parte, porta con se l’ “allarme caldo”. Va da se che l’inverno porterà l’ “allarme freddo”: di “allarmi così così ” per primavera e autunno ancora non si parla ma si sa, non esistono più le mezze stagioni, nemmeno per gli allarmi.

Sembra che lo scopo principale dei mezzi di informazione ultimamente sia quello di tenerci in uno stato di costante ansia. Già abbiamo abbastanza preoccupazioni con crisi economiche, guerre, epidemie, fondamentalismi: dobbiamo pure stare in ansia se d’estate fa caldo. Partono i moniti: attenzione ai bambini e agli anziani; portateli in ambienti freschi (meglio se in supermercati dove già che ci sono possono spendere qualcosa). Ora, a parte che non ho ancora visto statistiche di anziani morti di caldo in Italia, dico, non in sub-Sahel, e quanti invece di complicazioni polmonari legate all’esposizione all’aria condizionata dei supermercati, forse varrebbe la pena riprendere norme antiche ma evidentemente dimenticate.

I miei nonni tutti i pomeriggi facevano la pennichella. Non sulla poltrona, ne sul divano, no, no: proprio a letto. Un’oretta, e ne uscivano ritemprati. La casa era su tre livelli: al piano terra un bagnetto una cantina e una stanzetta di lavoro; al primo piano cucina e stanza da letto, di sopra la soffitta. La chiave di casa era sempre nella toppa, sarebbe stato uno sgarbo verso i vicini, una mancanza di fiducia, toglierla; che ricordi io nessuno se ne è mai approfittato, e se qualche furto c’è stato è stato per opera di forestieri di passaggio. E’ sempre una buona politica avere a portata di mano dei forestieri di passaggio a cui dare la colpa.

Fino alle cinque del pomeriggio in giro non avreste visto molta gente. Si stava in casa, essendo in collina un refolo d’aria c’era sempre; quando rinfrescava, si usciva.

L’altra regola di buonsenso era: se hai caldo spogliati, se hai freddo copriti. Noi veramente portavamo i pantaloncini corti per un bel pezzo, sia d’inverno che d’estate; d’inverno con i calzettoni e d’estate con i pedalini; dotarci di pantaloni lunghi nella fase della crescita più tumultuosa avrebbe voluto dire continuare a cambiarli, cosa inimmaginabile, oppure andare in giro con pantaloni a “zompafossi”, così si chiamavano quelli a cui il malleolo era esposto in bella vista. Tutto doveva durare, e quello che si rompeva si aggiustava. In genere i fratelli minori ereditavano gli indumenti dismessi dai maggiori: per i miei fratelli maschi non fu possibile perché nati a distanza troppo ragguardevole da me, e tempi e gusti erano decisamente cambiati. Indossare i pantaloni corti, comunque, era una condizione sociale. Finchè i pantaloni erano corti si era bambini: con il diritto di indossare i pantaloni lunghi si acquisivano purtroppo anche i doveri dei grandi.

L’indumento virile per eccellenza era la canottiera. Accessorio indispensabile per i lavoratori edili, era preferita a quei tempi alla maglietta della salute, quella con le maniche. A mio avviso in effetti era più confortevole, a patto di procedere a frequenti abluzioni delle ascelle che non andavano per alcun motivo decespugliate. Ora sembra caduta in oblio, come le ghette o la cravatta a papillon. Faceva il paio con le mutande da uomo, cioè gli slip con lo spacco laterale; non comodissimi, per la verità, in caso di urgenze immediate.

Nello spogliarsi attuale riscontro una certa ineleganza. Fortunatamente sembrano passati di moda gli orribili pantaloni a vita bassa. Dovrò chiedere a qualche gastroenterologo quanti attacchi di colite abbiano provocato, di sicuro in me provocavano imbarazzo, specialmente quando seduto in metropolitana mi ritrovavo ad altezza occhi qualche esemplare, meglio femminile ma purtroppo spesso maschile, col pantalone calato fino all’inguine; e non è che col lato B andassero meglio.

A Parma l’arrivo dell’estate si notava dalla lunghezza delle gonne delle cicliste. Vi sarà noto che a Parma tutti vadano in bicicletta, dalla nascita alla morte, così come tutti possiedano un’affettatrice, non di rado a volano. La pausa pranzo durava circa 2 ore – 2 ore e mezza, per permettere ai locali di tornare a casa, mangiare i tortelli di erbetta innaffiandoli di lambrusco o malvasia, e poi dedicarsi al salutare pisolino. Io e il mio amico Massimo, paesano di Gene Gnocchi, essendo gli unici non residenti avevamo molto tempo a disposizione, che impiegavamo per lo più in lunghe passeggiate.

C’era una biondina, che scoprimmo più tardi essere amica della ragazza del ping-pong di cui vi ho parlato, che sembrava facesse apposta a passare proprio all’ora della nostra digestione. Sarà stata un’impressione ma secondo me rallentava apposta l’andatura e, con lieve malizia, interrompeva il ritmo della pedalata, altrimenti fluido. Prendeva un po’ d’aria, insomma, con in faccia un sorriso angelico. Non credo si notasse il leggero filo di bava che scendeva dall’angolino sinistro della mia bocca, cercavo di dissimularlo guardando le vetrine. Per Massimo, essendo affetto da lieve strabismo, non avrei potuto garantire.

(45. continua)

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Incompreso

Uno dei libri indispensabili per la formazione del fanciullo era “Cuore” di Edmondo de Amicis. La dose di buoni sentimenti ivi contenuta sarebbe letale per le menti disincantate dei moderni bimbi tecnologici, cresciuti a pane (anzi merendine) e cartoni animati; le gesta della piccola vedetta lombarda, abbinate magari alla visione ripetuta di “Marcellino pane e vino”, sarebbero ben lungi dall’infondere amor di patria e santità.

Veramente a me Marcellino pane e vino non piaceva. Un lieto fine consistente nell’andare in Paradiso lo avrei tenuto in considerazione ma come dire, non a breve termine; più forte della commozione era il sentimento di ingiustizia verso lo sfortunato bambino, bersagliato dalla sorte fin dalle fasce.

Invece Garrone mi ispirava molto. Nello stesso periodo degli attentati ai pupazzetti di pongo del presepe, di cui vi ho raccontato, qualcuno ruppe un vaso di fiori che faceva bella mostra di se sopra la cattedra. La maestra chiese al colpevole di farsi avanti, il giudizio sarebbe stato clemente. L’invito comprensibilmente non venne accolto: un’aria pesante spirava sulla giovane classe. Pervaso di altruismo, alzai il braccino e confessai: “Sono stato io”. La maestra Bianca alzò la testa per vedere da dove provenisse la vocina, e individuata l’origine mi freddò con un: “Giorgio, non dire bugie!”.  Da Garrone all’Incompreso: il mio slancio non era stato premiato e i compagni, evidentemente digiuni di de Amicis, mi considerarono un esibizionista. Il Franti di turno, dal canto suo, ridacchiava: dalla sua aveva la certezza che nessuno avrebbe fatto il delatore. I più idealisti per imitare il Nemecsek dei Ragazzi della Via Pal, se siete pratici di Ferenc Molnar; quelli un po’ più terra terra per attenersi al monito: “Chi fa la spia non è figlio di Maria / non è figlio di Gesù / quando muore va laggiù / va laggiù da quell’ometto / che si chiama diavoletto”.

Rare le storie che finivano bene: Pattini d’argento dopo un diluvio di lacrime alla fine esagerava, con una gragnuola di felicità che lasciava sinceramente increduli.

Avrete presente quell’accessorio di arredamento che in genere è posto accanto al letto: il comodino. Una delle sue funzioni principali ora è quella di fungere da base per la ricarica del cellulare; una volta se aveste aperto lo sportellino posto sotto al cassetto non di rado ci avreste trovato dentro un vaso da notte. Contenitore più che mai utile, specialmente nelle notti d’inverno, per quanti avessero il bagno posto all’esterno della casa o ad un livello diverso dalle stanze da letto. Dopo l’utilizzo, veniva posto sotto al letto; dal contenuto veniva svuotato la mattina seguente.

Mia zia Caterina (Catò, la ricorderete sicuramente) mi aveva regalato una raccolta di fiabe di Hans Christian Andersen. Un bel libriccino, antico, forse appartenutole da bambina. Aveva una copertina in tela, con le scritte in rilievo; le pagine erano consumate dall’uso ed ingiallite, qua e la qualche macchia di pianto. Nelle fiabe di Andersen, almeno in quelle più belle, il protagonista muore. Era più forte di lui, era fatto così. Pensate alla Piccola fiammiferaia, al Soldatino di stagno, la Sirenetta. A proposito della Sirenetta, la versione di Disney ha previsto il lieto fine: per non turbare il pubblico infantile, dicono. Dunque edulcoriamo tutto, per non turbare il pubblico infantile: la piccola vedetta scende dall’albero spolverandosi la giacchetta, Nemecsek guarisce e diventa calciatore del Ferencvaros, Marcellino si fa frate e va a cantare ad X-Factor. E all’undicesimo fratello di Elisa, quello rimasto con un’ala al posto del braccio perché l’eroina non era riuscita a completare l’ultima tunica d’ortica che aveva tessuto a mani nude prima di essere avviata al rogo, vogliamo lasciarlo così?

Quel libro me lo leggevo e rileggevo. Un po’ di nascosto, perché comunque leggere favole non era un’occupazione dignitosa per i “grandi”, qualifica alla quale si accedeva non appena nasceva qualcuno più piccolo, e che io raggiunsi a 5 anni grazie a mia sorella; ma liberamente quando qualche linea di febbre mi costringeva a letto. Anche in quel caso l’uso del pitale era consigliato, per non alzarsi e prender freddo; purtroppo nell’espletare una di quelle funzioni non ricordai del libriccino posato sulle coperte, che mi cadde dentro. Potreste divertirvi a misurare il potere drenante di un libro stagionato, qualora non l’abbiate mai fatto: se vi fidate, vi assicuro che è notevole. Il mio generoso tentativo di salvare il salvabile sciacquandolo sotto al rubinetto non ebbe successo: appiccicati in un unico blocco il re rimase nudo, e la principessa giacque per sempre sul pisello.

(44. continua)

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