Vita quotidiana al tempo del coronavirus (LXXXIII)

Sabato 16 maggio

Cielo coperto, esco un po’ più tardi del solito, in giro molte meno auto dei giorni lavorativi: saranno andati tutti a far la spesa? Giuseppe mi informa che un ex-casellante è stato ricoverato più di un mese per il Covid, ma ne è uscito, meno male; non sarebbe sbagliato rimettere i caselanti in tutte le stazioni, dato che bisognerà controllare in qualche modo gli accessi ai treni, quando più gente si fiderà a prenderli.

Mi arriva un messaggino di un amico: “ci incontriamo PER CASO oggi pomeriggio?”. Non essendo congiunti l’incontro deve sembrare causale, in caso di controlli; non so come faremo a prenderci un prosecchino, sarà difficile.

Il nostro ineffabile assessore alla Sanità lombarda, tal Gallera che ha l’ambizione di candidarsi a sindaco di Milano, Dio ce ne scampi e liberi, non contento che la regione è stata una di quelle che in percentuale sugli abitanti ha fatto meno tamponi ha invitato in sostanza chi vuole farseli ad andare a pagamento dai privati, che fiutato l’affare hanno stabilito un prezzo di 70 euro. Io a volte mi chiedo se le pensino da soli o qualcuno gliele scriva certe battute, poi hanno anche il coraggio di incazzarsi se qualcuno gliele rinfaccia come è successo ieri in Parlamento (altra indegna gazzarra dei soliti leghisti).

E’ arrivata la temuta bolletta dell’Enel. Importo record, come c’era da aspettarsi: al netto del canone Rai un aumento di oltre il 34% rispetto all’anno scorso, più di un terzo, insomma. Il bello dello smart-working…

Ieri sera ho visto il film di cui vi dicevo, “Tutti i soldi del mondo”, la storia del rapimento del nipote di Paul Getty, l’uomo più ricco del mondo (“della storia del mondo” dice il nipote all’inizio del film). Non starò a raccontarlo, ci sarebbe da discutere delle ore peraltro; come curiosità sul film ricordo che il vecchio Getty avrebbe dovuto essere interpretato da Kevin Spacey, licenziato alla fine delle riprese a seguito dello scandalo #metoo, per cui la sua parte dovette essere rigirata; invece sul fatto ricordo che le dinamiche familiari all’epoca non erano molto note, visto da spettatori si trattava di un riccone sequestrato e di un vecchio avido che non voleva pagare; la cifra pagata, 4 milioni di dollari, adesso forse non farebbe scalpore ma si trattava di 2 miliardi e mezzo di lire; considerato che uno stipendi medio di un operaio (del nord, perché quelli al centro e al sud erano molto più bassi) era di 130.000 lire si trattava dell’equivalente di 19.200 stipendi, si può ben capire come intere zone traessero beneficio da questa “industria”…

Il 1973 tra l’altro, e il film lo ricorda brevemente, è stato l’anno dell’austerity, quando gli arabi avevano tagliato le forniture di petrolio, e ci trovammo a dover risparmiare sulla benzina e sulla corrente elettrica; la domenica la macchina non si poteva usare, e quindi in un certo senso una sorta di isolamento ci fu anche allora… quel periodo lo ricordo con piacere, ad esempio per andare a giocare le partite di campionato servivano dei permessi, e la società sportiva si era organizzata noleggiando dei pullmann…

Ma come al solito siamo all’amarcord, invece bisogna pensare avanti: la nostra amica nigeriana, poco fa al telefono, si chiedeva e ci chiedeva, preoccupata, dove si andranno a prendere tutti i soldi per far fronte alla ripresa e persino ai lavori ordinari, giacché due giorni di pioggia hanno già creato frane e allagamenti (qui sì che bisognerebbe mettere soldi, ma tutti ne parlano sempre lasciando i problemi come li hanno trovati). Si chiedeva anche come possa venire in mente a certi politici di parlare di sciopero fiscale: chi pagherà allora? E si chiedeva anche: ma non vi rendete conto che se poi doveste andar voi al governo vi trovereste un deserto di macerie?

L’unica cosa che posso aggiungere, amiche e amici, è che questa amica non sa leggere ne scrivere ma ascolta e ragiona; al contrario c’è troppa gente che saprà pure leggere e scrivere, ma ragiona con una parte anatomica non consona.

Adesso vado a incontrami per caso con gli amici: a domani, e buona serata! (ah, stasera pizza pomodorini e wurstel, lievitazione di otto ore. E birra Ichnusa non filtrata. E chi non beve con me, péste lo cólga.)

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La prima cosa bella

Dico subito che sono ormai anni che non seguo assiduamente il festival di Sanremo. Si può vivere abbastanza bene anche senza; ogni tanto però, se non ho di meglio da fare, qualche canzone la ascolto; e poi, anche se uno volesse farne a meno, ci pensano le radio e la TV a riproporcele (almeno la vincitrice e le due-tre più gradite) sera e mattina.

I “miei” festival sono quelli che vanno dal ’69 al ’72, rigorosamente in bianco e nero: alcune canzoni sono diventate successi sempreverdi, sono durate nel tempo come allora tutto doveva durare, i vestiti, le scarpe, i mobili, l’automobile… eravamo puri in un certo senso, il virus letale del consumismo non ci aveva ancora contagiato e trasformato del tutto.

Il mondo stava cambiando… grandi movimenti, conquiste faticose di diritti; c’era chi ascoltava il rock progressive spernacchiando il popolo che ascoltava canzonette ma non avevano capito che c’era spazio per tutti e forse in buona sostanza del popolo non avevano capito niente.

Riporto, solo a titolo di esempio ed alla rinfusa, le canzoni di quelle edizioni che ebbero più successo (scusandomi per quelle che ho dimenticato):

1969:

Zingara Bobby Solo / Iva Zanicchi
Ma che freddo fa Nada
La pioggia Gigliola Cinquetti
Un’avventura Lucio Battisti
Lontano dagli occhi Sergio Endrigo

1970:

La prima cosa bella Nicola Di Bari / Ricchi e Poveri
Chi non lavora non fa l’amore Adriano Celentano e Claudia Mori
Eternità Camaleonti / Ornella Vanoni
L’arca di Noè Sergio Endrigo / Iva Zanicchi
La spada nel cuore Little Tony / Patty Pravo
Taxi Antoine
Io mi fermo qui Dik Dik
Pa’ diglielo a ma’ Nada

1971:

Il cuore è uno zingaro Nicola Di Bari / Nada
4 marzo 1943 Lucio Dalla / Equipe 84
Che sarà Ricchi e Poveri / José Feliciano
Sotto le lenzuola Adriano Celentano

1972:

Montagne verdi Marcella Bella
Jesahel Delirium
Piazza Grande Lucio Dalla
I giorni dell’arcobaleno Nicola Di Bari

Se dovessi sceglierne una per assegnargli il titolo di vincitrice assoluta direi La prima cosa bella, più nella versione di Nicola Di Bari che dei Ricchi e Poveri: “la senti questa voce, chi parla è il mio cuore…”

E mi chiedo: fra cinquant’anni, rimarrà qualcosa delle canzoni di oggi? E in genere, vale la pena che rimanga qualcosa?

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Olena à Paris – 2

Tre mesi prima.

Gilda Quacquarini osserva compiaciuta dal balcone della grande sala di villa Rana, di cui è unica proprietaria dopo la prematura dipartita del non molto rimpianto marito Evaristo, le attività che fervono nel giardino sottostante. Si ripara dal rigore dell’inverno con un colorato piumino Emilio Pucci con stampa Vallauris ispirata alle opere in ceramica di Pablo Picasso e dei pantaloni con pannelli a contrasto della stilista ucraina Natasha Zinko, in testa un simpatico Beanie¹ giamaicano a coprire uno dei due motivi per i quali è nota come la Calva Tettuta.
In lontananza, su una collinetta di neve artificiale, la ultracentenaria Eusebia detta Pina, nonna del defunto, si addestra al tiro alla carabina imbracciando una agile Anshütz 1727-F, con la quale conta di partecipare alle Olimpiadi Invernali Seniores di Pechino del 2022 nella specialità del biathlon, sotto l’occhio esperto di Olena, la ex spia del Kgb che le ha fatto da badante per due anni ed è ora la guardia del corpo di tutta la famiglia.
Attorno alla collinetta, su una pista anch’essa artificiale, Svengard il vichingo, l’amante di Gilda, e Adalgiso, il personal trainer tedesco ingaggiato come toy boy da Nonna Pina, si esercitano nello sci nordico coperti dal solo perizoma.

Gilda poggia la tazza della tisana al sardopardio, diuretica e disinfiammatoria, sul vassoio in argento che le porge il maggiordomo, che reprime a stento l’invidia per l’abbigliamento della vedova Rana.
«James caro, non è un portento il piccolo Chico? Guardalo là, ancora non sa camminare e già si arrampica dietro ai koala. Che amore!» cinguetta Gilda.
«Effettivamente, signora, Miguelito è molto dotato, credo sia anche merito dei piedini prensili»
«La peluria è sparita quasi del tutto, hai visto James? E’ una fortuna, all’inizio il veterinario faceva fatica a distinguerlo da quei simpatici animaletti australiani»
«A proposito signora, se posso permettermi, quello di adottare un’intera famiglia di koala e di far piantare un boschetto di eucalipti nel parco è stato un gesto di grande sensibilità ecologica da parte vostra»
«Schiocchezze, James, l’avrebbe fatto chiunque al posto mio, se avesse avuto un parco grande undici ettari. Non potevo certo restare insensibile alla tragedia di questi piccoli marsupiali, che tra l’altro hanno un alito freschissimo. L’associazione voleva mandarmi anche dei dromedari selvatici ma ho dovuto rifiutare, ho saputo che si riproducono come cinghiali ed in breve avrebbero riempito il parco, senza contare che avrei dovuto far portare tonnellate di sabbia del deserto e allestire un’oasi con palme e datteri. Oh, ma guarda!» si interrompe la Calva Tettuta, indicando il ramo di un eucalipto.
«Chico si agita, ha riconosciuto la voce della sua mamma…»

La televisione a 68 pollici installata a piano terra, nella saletta di fianco alle cucine, trasmette infatti la prima puntata di “Lacrime e laterizio”, la telenovela messicana giunta in patria alla ottocentoventitreesima puntata e di cui Conchita, la donna barbuta, è la protagonista nella parte di Rosa, una giovane ingenua, e che per questo ha abbandonato il figlio all’involontario padre Miguel, il giardiniere tuttofare.
«Mamma!» gracchia Chico, gattonando fin sotto la tele, seguito dai koala curiosi.

ROSA No, Ramon, non posso. Non devo, non voglio! Io sono promessa a Don Carlos!
RAMON Don Carlos è vecchio, non può darti la felicità. Rosa, devi essere mia, il mio cuore arde di passione.
ROSA Temerario! Sento che quello che facciamo è sbagliato. No, non avvicinarti, Ramon…
RAMON Dimmelo in faccia che non mi ami e io uscirò per sempre dalla tua vita.
ROSA Io non… no, non posso!
RAMON Lo vedi? La voce del cuore. E adesso baciami.
ROSA Oh, Ramon!
RAMON Oh, Rosa.
ROSA Oh, Ramon!!
RAMON Oh, Rosa. Come si slaccia questa camicetta?²

Lo squillo dell’interfono richiama Gilda alla realtà.
«Pronto, qui casa Rana» risponde professionalmente James.
«James, non eravamo d’accordo che all’interfono non c’è bisogno di rispondere così formalmente? E’ casa nostra, dopo tutto» lo riprende Gilda.
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine»
«Non possiamo lavorarci su questo vizietto, James? Comunque, chi è in linea?»
«E’ il direttore della produzione, signora, il dottor Haruki Laganà, sembra preoccupato»
«Preoccupato o corrucciato, James? Giusto per impostare la voce adatta alla risposta»
«Preoccupato, signora»
«Benissimo, James.»
Gilda prende dalle mani di James la cornetta e, in tono partecipe, si rivolge al sottoposto: «Haruki, caro, che succede?»
«Signora, mi dispiace allarmarla, ma qui sta succedendo qualcosa di strano!»
«Di strano dici, Haruki? A che ti riferisci? Non sarà ancora per la storia dell’impasto di carne non kosher in Israele?»
«No signora, il problema non è della carne kosher, il problema è di tutta la carne! I fornitori stanno consegnando col contagocce e la produzione è quasi bloccata! I nostri clienti chiamano inferociti, non riusciamo a rifornirli e minacciano di rivolgersi alla concorrenza»
«Ma com’è possibile? Sono andati in ferie tutti insieme? Non abbiamo scorte in magazzino?»
«Signora, i nostri prodotti sono freschi, non possiamo immagazzinarli per troppo tempo… e lo stesso è per i nostri fornitori: noi pretendiamo solo materie di prima scelta, non vogliamo prodotti congelati…»
«Ma i fornitori che dicono? Hai provato a contattarli?»
«Certo signora, hanno tutti dei problemi… chi ha avuto la visita dei Nas, chi ha gli operai in sciopero… al Rovellati si sono rotte le celle frigorifere, ed ha dovuto buttare via tutto…»
«Coincidenze, Haruki, non facciamoci prendere dal panico… cerchiamo altri fornitori, magari ci costerà un po’ di più, ma se è per coprire un’emergenza temporanea…»
«E questo è ancora più strano, signora: ne ho contattati diversi, e di solito sono ben contenti di avere un nuovo cliente ma questi… niente! Non hanno disponibilità, dicono che la produzione è già stata comprata tutta, e con prezzi fuori mercato!»
«Fuori mercato? Va bene Haruki, grazie. Stai tranquillo, intanto vai avanti con la linea vegana, che per quella bastano un po’ di carciofi»

Gilda riattacca lentamente la cornetta dell’interfono, poi pensierosa si rivolge al maggiordomo:
«James?»
«Signora?»
«Sembra che qualcuno ci abbia dichiarato guerra»
«Disdicevole, signora»
«Tu sai quel che c’è da fare, non è vero?»
«Naturalmente, signora. Posso suggerire un Orang Utan Coffee del Borneo?»

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¹ Il beanie è un cuffia di lana, ne più ne meno, solo che chiamarla cuffia di lana non è chic.
² Ad uno spettatore competente la recitazione di Conchita sembrerebbe un pelino enfatica e quella del suo partner eccessivamente piatta: ma ai messicani piace così.

Culurgiones!

Lo so, eravate preoccupati che mi fossi perso per le strade della Sardegna. Per una decina di giorni mi sono imposto di non leggere giornali e non ascoltare notiziari e stranamente sono sopravvissuto senza saper niente di rubli padani (ma un capitolo di Olena ce lo dedicherò, siatene certi).

Ho visitato solo una piccola parte di quest’isola, un po’ di nord-est (con base a Cannigione) ed un po’ di nord-ovest (base a Stintino). Non voglio tediarvi con racconti o cronache, solo qualche foto e pensierino alla rinfusa.

  • A Stintino i nomi delle spiagge sono accattivanti: La Pelosa e La Pelosetta. Su queste spiagge girano delle guardie che controllano che non ci si porti via la sabbia, l’asciugamano non può toccare direttamente per terra ma deve essere posto sopra una stuoia. Con quello che ho pagato l’ombrellone avrei potuto caricare un camioncino di rena e nessuno avrebbe potuto biasimarmi, comunque.

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Spiaggia La Pelosa – ignoro perché si chiami così
  • Avete presente quelle escursioni in motonave dove vi fanno fare il giro delle isole con bagnetti e pranzo a bordo? Pittoresco, vero? Noi l’abbiamo fatto per visitare l’Arcipelago della Maddalena. Il paese de La Maddalena di per se stesso mi è sembrato troppo turistico, il giro in barca invece è stato bello se non ché questi ci sbarcavano in delle cale dove non c’era un filo d’ombra. Alla seconda cala (era l’una del pomeriggio!) ho cercato rifugio vicino all’unico muretto presente. Dopo il bagno però nell’asciugarmi non ho visto una roccia che sbucava dalla sabbia, sono caduto all’indietro (e per fortuna non ho sbattuto l’osso sacro) e mi sono sgarbellato tutto un gomito ed un polpaccio. La pasta in compenso era buona. Una signora si è lamentata perché i marinai gettavano gli avanzi in mare (i pesci non facevano nemmeno arrivare il cibo in mare, li mangiavano al volo). Ecco, questo lo definirei ambientalismo stupido, ma in quel momento il mio giudizio era condizionato dal male al gomito. Avrei gradito visitare le strutture create per il G8 del 2009 e mai usate (perché poi il G8 si tenne a L’Aquila, dove c’era stato il terremoto), così come le basi militari, ma non è stato possibile, mannaggia.

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Questa NON era la nostra barca
  • Porto Cervo: non pensiate che quanto dirò sia dettato da invidia o odio sociale. Ma questo paese finto a che serve? Si potrebbe radere al suolo con tutti i suoi frequentatori (con armi convenzionali, per non contaminare l’ambiente)? Le spiagge del Piccolo Pevero e del Grande Pevero meritano. Il prezzo degli ombrelloni è uno schiaffo alla miseria (l’ho già detto?).

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A Porto Cervo mi sono rifiutato di fare foto. Questa è dall’interno della Roccia dell’Orso a Capo d’Orso, non molto lontano
  • Caprera: non si può e non si deve passare da quelle parti e non visitare la casa-museo di Giuseppe Garibaldi. Tra l’altro il 4 luglio ricorreva il 212° anniversario della nascita dell’Eroe dei Due Mondi: non so nemmeno se si studi più a scuola, io ho un bel libro di Memorie dove mi colpì il suo feroce anticlericalismo (avrebbe volentieri mandato tutti i preti e suore a bonificare le paludi pontine). Sarebbe orgoglioso di come sono diventati gli italiani? Non credo, e del resto già l’unità non fu proprio quella che avrebbe auspicato lui.

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La casa di Garibaldi si intravede dietro un enorme pino della stessa età dell’Eroe dei Due Mondi
  • Isola dell’Asinara: questo è stato il giro che più mi è piaciuto. La storia dell’isola è affascinante, fino al 1885 ci vivevano 45 persone: poi lo Stato decise che l’Asinara diventasse Colonia Penale, e le persone furono “deportate” ed andarono ad insediarsi a Stintino. La storia dell’Asinara è quindi la storia dei suoi carceri: quello più “famoso” o meglio famigerato è il carcere di Fornelli, carcere di massima sicurezza, ma su tutto il territorio ce ne erano altri, più leggeri per detenuti con pene più lievi, dove in alcuni di questi i carcerati potevano uscire e coltivare la terra o accudire degli animali. Ora l’isola è Parco Naturale e le strutture, tra cui Fornelli, stanno andando in malora. La vicenda più interessante secondo me è quella dei prigionieri austro-ungarici della fine della Prima Guerra Mondiale: in origine 77.000, i serbi prima di imbarcarli a Valona, in Albania, li sottoposero ad una marcia della morte nella neve, e ne sopravvissero solo 27.000; questi furono internati all’Asinara, dove si dovettero preparare le strutture in fretta e furia, messi in quarantena per il tifo, tubercolosi etc., e se ne salvarono circa 20.000. C’è un bel libro su questo episodio, “I dannati dell’Asinara (ediz. Utet)”, che mi sono affrettato ad ordinare.  Tra le regole ferree del Parco (non prendere sassi, fiori etc…) bisognerebbe introdurre un’altra: evitare di emettere gridolini ogni volta che si avvista un asinello. Di mufloni, nemmeno l’ombra.

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Erba autoctona: il cuscino della suocera
  • Nuraghi: non abbiamo fatto dei gran giri archeologici e nemmeno gran visite a opere d’arte o musei a dire la verità. Come cittadine abbiamo visitato Alghero e Tempio Pausania, la prima meglio della seconda. Ma è a Tempio Pausania che mi sono reso conto di uno dei motivi per cui ho sempre vissuto la Sardegna con diffidenza: sono passati quarant’anni dal rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Lo ricordo bene perché ero partito militare da poco, e quell’ennesimo rapimento ci colpì molto, come colpì tutta l’Italia. A proposito di quarant’anni alcuni miei commilitoni (di cui uno diventato generale!) si sono ritrovati a Sabaudia a festeggiare l’anniversario del nostro corso. Tutte le scuse sono buone per bisbocciare, amici!

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  • Ma, tornando al nuraghe, non potevamo tornare a casa senza averne almeno visto uno: vicino a Tempio Pausania c’è il Nuraghe Major, che tra l’altro ospita una colonia di pipistrelli. Che bel paese che siamo! Ripopoliamo pipistrelli, vietiamo di asportare sabbia, impediamo di raccogliere un fiore, ma i poveracci in carne e ossa ci disturbano. Una volta avrei detto “Ha da venì baffo’ “, ma è sicuro che non verrà più, i poveracci dovranno arrangiarsi da soli.

 

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Homo nuraghensis
  • Cibo: avrei voluto fare molto di più cari amici, ma i nostri pranzi erano frugali come si addice al turista che voglia rimanere leggero (la birra Ichnusa non filtrata comunque non è mai mancata) la sera abbiamo mangiato sempre pesce: perciò niente culurgiones, malloreddus, ciccioneddos, niente porceddu, vini rossi niente (Cannonau!) così come i bianchi (Vermentino!). Ci siamo buttati su dei buoni rosè: mi permetto di segnalare due ristoranti, uno vicino a Cannigione (L’Oasi, dove non si prenota e solo per questo merita un applauso) ed uno a Stintino (Opera Viva, dove c’è una signora che impasta i culurgiones a vista). Una sera ho mangiato una seadas, ma confesso di averne assaggiata una migliore in un ristorante di Como.

 

Amiche e amici, è finita! Da lunedì si torna al lavoro. Un po’ di mal di Sardegna mi è venuto, contro le mie aspettative: l’anno prossimo, chissà…

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Eppure noi ci credevamo…

Le prime elezioni per il Parlamento europeo si sono svolte, in Italia, il 10 giugno 1979. Io non avevo ancora vent’anni e stavo per partire militare: a breve mi sarebbe arrivata la cartolina che mi convocava a Sabaudia(LT) al corso per allievi ufficiali di complemento dell’Esercito; non ero mai stato fuori d’Italia ed a dire la verità ero stato poche volte anche fuori dal mio paese. Allora non erano molti quelli che potevano permettersi gite o viaggi, almeno tra i miei conoscenti; non c’erano corsi estivi, college, vacanze-studio, e se c’erano non era roba per figli di operai, contadini, artigiani, impiegati e piccoli commercianti, che quella era la composizione sociale del popolo.

Per chi ci riusciva comunque c’erano le frontiere, le dogane, i cambi delle monete; per non parlare poi dell’Europa dell’Est, quella dei paesi comunisti, dove per entrare era anche necessario richiedere il visto di ingresso.

A scuola avevo studiato un po’ di inglese, meglio alle medie che alle superiori dove dovetti ricominciare da capo dato che la maggioranza degli studenti alle medie aveva fatto francese, annoiandomi terribilmente: in teoria cittadino del  mondo, in pratica di un mondo molto piccolo.

I nostri genitori avevano conosciuto la guerra, con i suoi lutti, distruzioni, la fame, le privazioni… e l’Europa unita significava soprattutto pace, armonia tra i popoli e sviluppo per chi era più arretrato, per allinearsi ai livelli di quelli più progrediti.

Si parlava di Stati Uniti d’Europa…

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Che è rimasto di quei sogni, di quegli ideali, un’era geologica dopo?
Abbiamo sostituito il muro di Berlino, la Cortina di ferro, con altri muri, altre cortine… Oggi che possiamo spostarci liberamente da un paese all’altro, usando una stessa moneta, parlando la stessa lingua o quasi, è possibile che ci sentiamo meno europei di quaranta anni fa?

Ma che ci è successo?

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Abend

Nel gergo dei dinosauri informatici come me, l’acronimo abend sta per “abnormal end” ed indica la fine inaspettata di un programma, che può avere diverse cause: in genere si tratta di dati in input non corretti e non controllati (esempio tipico: un dato alfabetico dove ci si aspetta un numero) ma si può trattare anche di errori di analisi o di programmazione che inducono il programma a percorrere strade non previste finché non si imbatte per pura fortuna in una via d’uscita oppure, più frequentemente, si schianta: Abend.

Proprio ieri è precipitato un aereo in Etiopia; e quando si parla di Corno d’Africa non posso fare a meno di pensare a mio nonno attorniato da negretti a piedi scalzi, che immagino correre spingendo aerei fatiscenti fino al faticoso decollo.
Niente di tutto questo: l’aereo caduto era un nuovissimo Boeing 737-Max8, un aereo del costo di oltre 100 milioni di dollari, vendutissimo in tutto il mondo.
Poco più di tre mesi fa un aereo simile era caduto in Indonesia, con le stesse modalità: poco dopo la partenza, con grossi problemi di stabilità della altezza e velocità.

Si parla di un sensore non funzionante, o calibrato male, che ha considerato la normale ascesa del velivolo per raggiungere la quota di crociera come il pericolo dell’aereo di andare in stallo, cioè di precipitare a causa della mancanza di aria sotto le ali: per cui il sistema automatizzato (il programma) ha abbassato repentinamente la punta verso il basso, e si è innescata una lotta tra il pilota umano che cercava di rialzare l’aereo ed il sistema che lo riabbassava. Ha vinto, purtroppo, il sistema.

Nonostante i test siano sempre più sofisticati, sia hardware che software, è risaputo che i problemi più grandi nella messa in produzione di un progetto si hanno all’inizio, perché si scopre appunto di non aver considerato proprio tutte le possibilità, o di aver sottovalutato la resistenza di certi elementi agli stress, o di non aver previsto il funzionamento sotto determinate condizioni: si corre allora ai ripari, con releases (rilasci) di nuovo software, aggiornamenti, eventualmente richiami di modelli per cui si riconosce il difetto di fabbrica.
Pensate a Windows: quante fix (correzioni) o upgrade (miglioramenti) vengono fatti dopo il rilascio?

E’ ovvio che un conto è fare programmi per contabilità, dove al massimo si possono confondere dei numeri ma non si ammazza (in genere) nessuno, ed un conto è fare programmi per far volare gli aerei: nel secondo caso ci si schianta veramente.

Nelle ultime settimane, in metropolitana a Milano, ci sono stati degli incidenti dovuti a frenate troppo brusche che hanno causato cadute di passeggeri, con ferimenti e fratture. In questi casi bisognerebbe tener d’occhio compagne di viaggio dotate di congruo airbag e tentare di appigliarcisi, ma se la decelerazione è troppo brusca nemmeno questo può garantire dal non subire seri danni.
Anche in questo caso si è parlato di sensori che dovrebbero accorgersi di ostacoli lungo la linea e rallentare la velocità per evitare o ridurre l’impatto: ma di ostacoli sembra che non ce ne fossero, e dunque i sensori hanno inviato gli impulsi sbagliati, oppure il programma che ha ricevuto l’impulso non si è comportato come avrebbe dovuto.

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Nel 1974 Roberto Vacca, un ingegnere, scrisse un profetico libro di fantascienza: La morte di Megalopoli, che parlava della fragilità delle società tecnologiche in cui un piccolo incidente poteva portare ad una reazione a catena devastante, fino al crollo della civiltà.
Il libro mi ha impressionato così tanto che da allora nutro una seria diffidenza verso la tecnologia: in auto ho il cruise control ma non lo attivo mai perché ho paura che poi non si disattivi: fa ridere, lo so, però ripenso ad un incidente di qualche tempo fa, quando un ragazzo ad un casello autostradale andò a travolgere a 150 all’ora un’auto con una coppia che stava pagando il pedaggio, e non si è mai capito se sia stato lui a sbagliare oppure il cruise che non si è disattivato.

Viviamo in un mondo dove la tecnologia e l’informatica sono sempre più pervasive: con il prossimo 5G saremo del tutto immersi in una rete globale, e non ci sarà più apparecchio elettronico che non sarà collegato ed accessibile.
Fino all’ultimo mi rifiuterò di sostituire gli elettrodomestici: non vorrei che si mettano d’accordo tra di loro, perché se la bilancia segnalerà che ho superato il limite, il frigorifero non si aprirà più…

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All’assalto, tigrotte di Mompracem!

Altro che Yanez, Sambigliong, Tremal-Naik e Giro Batol! Sandokan avrebbe dovuto portare queste tigrotte all’assalto di Sarawak.
Avrebbero smontato la villa di James Brook mattone dopo mattone, pur di trovare la perla di Labuan. Sarebbe bastato dir loro “perla” per la verità, a Labuan nemmeno avrebbero fatto caso.

Sono passati 33 anni (il 6 gennaio 1976!) da quando in Italia andò in onda la prima puntata dello sceneggiato televisivo tratto dal libro di Emilio Salgari (un successo straordinario), io avevo già letto tutti i libri di Salgari che era uno degli autori che ai giovani della generazione di mio padre piaceva di più, la lotta del bene contro il male (l’odiato inglese), del povero contro il ricco, l’eroismo, l’amore impossibile di ceti e razze diverse…
E i luoghi esotici dove si viaggiava solo con la fantasia: la giungla del Borneo, l’India, la Malesia…

Se mi avessero detto che un giorno la passione per una giovane modella russa¹ avrebbe causato le dimissioni di un sultano malese l’avrei pensata una fantasia alcolica di un pessimo autore.

Eppure è successo e non mi rimane che scuotere la testa, alzare le mani e ripetere 100 volte: sono vecchio, sono vecchio, sono vecchio…

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¹ Non credo che nel 1976 l’aspirazione delle donne in Unione Sovietica fosse quella di sposare un sultano. Piuttosto quella di contribuire a demolire tutti i sultanati, e allora sembrava anche che sarebbe stato possibile.

Elina Svitolina!

Confesso di non seguire molto il tennis. Come ho detto, ai miei tempi gli sport popolari erano il calcio, il ciclismo e la boxe: tutti gli altri o non esistevano, o erano riservati a chi poteva permetterseli, e non erano molti.
Nel mio paese tra l’altro non c’erano nemmeno campi da tennis, i primi vennero costruiti quando ero già grandicello, all’inizio degli anni ’70: la novità attirò qualche giocatore, a cui non mi accodai per qualche buon motivo e cioè: l’attrezzatura bisognava acquistarla ed il campo bisognava affittarlo (pagando). Chi ce lo faceva fare, quando potevamo giocare a pallone gratis per ore ed ore?
Poco prima era stata costruita una bellissima pista di pattinaggio a rotelle, anche quella gratis! dove generazioni di ragazzini si ruppero denti e braccia, cadendo o sbattendo sui corrimano di recinzione.
Ricordo la Coppa Davis del ’76, quella vinta dai quattro moschettieri Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli in Cile, nel plumbeo Cile del dittatore Augusto Pinochet, ma più per le discussioni politiche che per l’effettivo evento sportivo. Dopodiché, che devo dirvi, è un gioco che non capisco, non mi appassiona e francamente questa pallina che continua ad essere buttata da una parte all’altra del campo mi annoia.

Stamattina dentro al treno pendolari delle ferrovie Nord che mi vede assiduo frequentatore pioveva. Non so come mai ma filtrava acqua dall’alto e sgocciolava sopra alcuni posti. Era divertente vedere gente che ingolosita dal posto libero, una rarità dopo poche fermate dalla partenza, si sedeva e dopo pochi secondi, rendendosi conto della situazione, si alzava a razzo. Comunque poco male, era stato diramato allarme meteo e quindi eravamo tutti muniti di ombrello.

Leggendo il giornale ho così scoperto che esiste questa tennista ucraina, Elina Svitolina, molto brava e con un nome ed un carattere decisamente sbarazzini anche se in quanto ad avvenenza la posizionerei a qualche lunghezza dalla russa Maria Sharapova. Tra parentesi, sono rimasto uno dei pochissimi a sfogliare il quotidiano in treno. Qualcuno legge i titoli delle notizie dai telefonini, qualcuno all’arrivo prende il quotidiano gratuito, Metro. Io bandirei sia i cellulari dal treno che i quotidiani gratis all’uscita della stazione, due misure di salute pubblica forse eccessive ma necessarie.

Sembra incredibile ma sta finendo anche l’era della cancelliera tedesca Merkel. Ha annunciato l’abbandono della Presidenza del suo partito in forte calo di consensi, mentre il governo di coalizione traballa e non si vede come possa rilanciarsi. Ci mancheranno gli scherzi goliardici (cucù!) e gli apprezzamenti che il nostro arzillo ex-premier le riservava. Riposi politicamente in pace: i posteri giudicheranno se, dopo tutti questi anni al potere, lascerà un partito, un paese e un continente migliori di quelli che ha ereditato.

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M’ama, non m’ama (I)

Le prime elezioni politiche nelle quali ho votato sono state quelle del 1979. Quelle precedenti, del 1976, erano state quelle in cui avevano debuttato al  voto i diciottenni (fino al 1975 la maggiore età si raggiungeva ai 21 anni), ed avevano visto un considerevole successo del Partito Comunista Italiano, che era giunto a pochi punti percentuali dalla Democrazia Cristiana. L’affluenza generale era stata del 93,4%.
Nel 1979 l’affluenza fu un po’ più bassa (90,95%), la Democrazia Cristiana mantenne più o meno i propri voti ed il PCI arretrò, perdendo qualche voto a sinistra ma soprattutto a favore dei radicali di Marco Pannella, di socialisti, socialdemocratici e cosiddetti “laici” (repubblicani e liberali).
L’esperienza di unità nazionale (il “compromesso storico”, sostanzialmente finito con l’assassinio del presidente della DC Aldo Moro) venne accantonata, e dopo qualche governo centrista (Cossiga I e II, Forlani) e qualche sciagura e scandalo (terremoto in Irpinia, scoperta della loggia P2) nel 1981 prese vita il pentapartito, che portò il paese fino a Mani Pulite.

Allora non c’era bisogno di par condicio perché la televisione era solo pubblica e le varie forze politiche esponevano i propri programmi nelle tribune elettorali, confrontandosi civilmente con gli altri.

Dopo questo bignamino, giusto per far capire che i tempi non erano proprio di rose e fiori ma a mio avviso meglio di quelli di adesso, voglio ricordare i nomi dei segretari dei maggiori partiti che si contendevano i voti: Benigno Zaccagnini (DC), Enrico Berlinguer (PCI), Bettino Craxi (PSI), Giorgio Almirante (MSI-DN), Pietro Longo (PSDI, subentrato a Mario Tanassi, arrestato per lo scandalo Lockeed; a sua volta Longo venne arrestato qualche anno dopo per tangenti), Oddo Biasini (PRI, subentrato allo storico segretario Ugo la Malfa, morto da poco), Valerio Zanone(PLI).

Vediamo quali sono invece i principali partiti/movimenti che si sfideranno il prossimo 4 marzo:

  • Partito Democratico, segretario Matteo Renzi
  • Movimento 5 Stelle, candidato premier Luigi di Maio (non esiste un segretario nei 5S ma solo un capo, Beppe Grillo);
  • Forza Italia, presidente Silvio Berlusconi
  • Lega Nord, segretario Matteo Salvini
  • Liberi e Uniti, candidato premier Pietro Grasso

A questo punto  potrei anche mettermi a piangere e stracciare la scheda elettorale, ma voglio invece fare uno sforzo di fiducia e volontà, ed illustrare qualcuno dei punti qualificanti dei vari schieramenti.

  • PD: Comprereste un’auto usata dagli altri? E dai, siate seri, quelli fanno cagare. Votate noi! Non si interrompe un’emozione, continuiamo il cammino delle riforme. Come, quali riforme? Le riforme, no?
  • M5S: Comprereste un’auto usata da Renzi e Berlusconi? Allora siete rincoglioniti! Chi ha ridotto l’Italia così come siamo messi? Pensateci bene, non fatevi infinocchiare anche stavolta!
  • FI: Per una nuova rivoluzione liberale! Che vuol dire che sono tutti liberali? Siamo noi i più liberali di tutti! Ed in più 1000 euro di pensione minima, meno tasse per tutti i ricchi e meno controlli sulle costruzioni abusive! Italiani, in fondo in fondo lo so che mi volete bene e mi ammirate, se sono qui a rompermi le scatole invece di godermi la vecchiaia è solo per voi! Io vi amo! Basta coi populisti!
  • Lega Nord: Questa Europa ci ha rotto le scatole! A casa tutti i clandestini! Basta Fornero! Basta Berlusconi! Ah, no, Berlusconi va bene, ma solo se vinciamo noi!
  • LEU: Renzi ha rotto le scatole! Questo paese ha bisogno di più sinistra, infatti vogliamo più liberalizzazioni! Ma soprattutto Renzi ha rotto le scatole!

Non starò ad annoiarvi rivelando le mie personali preferenze, del resto sono abbastanza confuso perché ho appena fatto il test de “La Repubblica” e mi sono ritrovato posizionato dove non mi aspettavo, segno che evidentemente ho sempre sbagliato a votare.

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Autonomia!

Se a quattordici anni mia madre si fosse presentata davanti alla scuola e si fosse piazzata a braccia conserte ad aspettarmi alla fine delle lezioni un osservatore esterno avrebbe potuto formulare due ipotesi: a) che io ne avessi combinata una così grossa che lei mi stesse aspettando per assegnarmi una punizione esemplare da eseguirsi davanti a tutti, cosa improbabile perché come sapete ero un angioletto disceso in terra, e tale sono rimasto; b) nel caso invece fosse venuta ad aspettarmi per accompagnarmi a casa sarebbe stata probabilmente rinchiusa nel vicino ospedale psichiatrico, e se sfortunatamente fosse sfuggita agli infermieri che la inseguivano con la camicia di forza mi avrebbe nuociuto gravemente, condannandomi ad un triste destino di prese per i fondelli che mi avrebbe perseguitato per tutta la vita.

Come ho detto più volte, a noi la madre (mai il padre, che proprio la cosa non era dignitosa!) ci accompagnava il primo giorno della prima elementare, e poi basta; e questo solo per il primogenito, perché in caso di più fratelli spettava a quello più grande accompagnare i più piccoli.

Mi chiedo come sia possibile concionare di dare la patente o il voto ai sedicenni e poi farli accompagnare dalla mamma o dai mammi fino alla fine delle medie; che sulla fascia di età degli adolescenti si facciano le più grandi campagne di pubblicità per farli consumare il più possibile, ma non li si reputi in grado nemmeno di fare il tragitto casa-scuola da soli.

In un periodo in cui si accusa i giovani più che mai di essere bamboccioni, di non volersene andare di casa per comodità, di essere “choosy”, si istituzionalizza per legge l’obbligo dell’accompagnamento coatto.

Mi viene il sospetto che sia un subdolo piano per far finalmente ribellare i figli ai genitori, spingendoli così ad andarsene quanto prima possibile da casa; ma se così fosse va allora migliorato, portando l’obbligo di accompagnamento fino alle soglie del diploma di maturità e perché no alla laurea; a quel punto i figli saranno o totalmente choosizzati oppure buona parte di loro prenderà delle accette per sezionare i genitori e stoccarli nello scomparto congelatore del frigo.

Sarà vero che è cambiato il mondo, i pericoli aumentati, che ci sono realtà diverse tra paesi e città, che le reti di controllo sociale (e le reti di comunità in generale) si sfaldano, che ci si conosce sempre meno, ma la risposta può essere quella di mettere ancora più sotto custodia i ragazzi e responsabilizzare sempre di più le famiglie? E se uno ha più di un figlio (cosa rara ormai) che deve fare, sdoppiarsi? Lasciare il lavoro per prendere i figli all’uscita di scuola? Mio figlio a quattordici anni era più alto di me: sai che bella figura! Impegnare i nonni, chi ce li ha, fino all’estremo? E se i nonni non ci sono, devono affittare delle tate per quattordicenni? (idea allettante, che forse all’epoca avrei gradito). Ma siamo alla follia!

Ma questi legislatori, sono stati a loro volta adolescenti? Venivano accompagnati a scuola? Perché se è così, si spiegano poi tante cose.

I miei amici e parenti che sono andati (la maggior parte per bisogno) a lavorare a quattordici anni, appena finita l’allora scuola dell’obbligo, se la ridono ancor più di me di queste assurdità. Eravamo più maturi di adesso? Eravamo più responsabili? Avevamo  genitori più capaci? A me sembra che eravamo solo normali, sia noi che i nostri genitori, ed è questo tempo che è ridicolo e contraddittorio; pretendiamo che i nostri figli siano riconosciuti come geni conclamati e li trattiamo come deficienti; li riempiamo di cose inutili, gli mettiamo a disposizione tutto lo scibile umano e non gli facciamo attraversare da soli le strisce pedonali.

 

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