Autonomia!

Se a quattordici anni mia madre si fosse presentata davanti alla scuola e si fosse piazzata a braccia conserte ad aspettarmi alla fine delle lezioni un osservatore esterno avrebbe potuto formulare due ipotesi: a) che io ne avessi combinata una così grossa che lei mi stesse aspettando per assegnarmi una punizione esemplare da eseguirsi davanti a tutti, cosa improbabile perché come sapete ero un angioletto disceso in terra, e tale sono rimasto; b) nel caso invece fosse venuta ad aspettarmi per accompagnarmi a casa sarebbe stata probabilmente rinchiusa nel vicino ospedale psichiatrico, e se sfortunatamente fosse sfuggita agli infermieri che la inseguivano con la camicia di forza mi avrebbe nuociuto gravemente, condannandomi ad un triste destino di prese per i fondelli che mi avrebbe perseguitato per tutta la vita.

Come ho detto più volte, a noi la madre (mai il padre, che proprio la cosa non era dignitosa!) ci accompagnava il primo giorno della prima elementare, e poi basta; e questo solo per il primogenito, perché in caso di più fratelli spettava a quello più grande accompagnare i più piccoli.

Mi chiedo come sia possibile concionare di dare la patente o il voto ai sedicenni e poi farli accompagnare dalla mamma o dai mammi fino alla fine delle medie; che sulla fascia di età degli adolescenti si facciano le più grandi campagne di pubblicità per farli consumare il più possibile, ma non li si reputi in grado nemmeno di fare il tragitto casa-scuola da soli.

In un periodo in cui si accusa i giovani più che mai di essere bamboccioni, di non volersene andare di casa per comodità, di essere “choosy”, si istituzionalizza per legge l’obbligo dell’accompagnamento coatto.

Mi viene il sospetto che sia un subdolo piano per far finalmente ribellare i figli ai genitori, spingendoli così ad andarsene quanto prima possibile da casa; ma se così fosse va allora migliorato, portando l’obbligo di accompagnamento fino alle soglie del diploma di maturità e perché no alla laurea; a quel punto i figli saranno o totalmente choosizzati oppure buona parte di loro prenderà delle accette per sezionare i genitori e stoccarli nello scomparto congelatore del frigo.

Sarà vero che è cambiato il mondo, i pericoli aumentati, che ci sono realtà diverse tra paesi e città, che le reti di controllo sociale (e le reti di comunità in generale) si sfaldano, che ci si conosce sempre meno, ma la risposta può essere quella di mettere ancora più sotto custodia i ragazzi e responsabilizzare sempre di più le famiglie? E se uno ha più di un figlio (cosa rara ormai) che deve fare, sdoppiarsi? Lasciare il lavoro per prendere i figli all’uscita di scuola? Mio figlio a quattordici anni era più alto di me: sai che bella figura! Impegnare i nonni, chi ce li ha, fino all’estremo? E se i nonni non ci sono, devono affittare delle tate per quattordicenni? (idea allettante, che forse all’epoca avrei gradito). Ma siamo alla follia!

Ma questi legislatori, sono stati a loro volta adolescenti? Venivano accompagnati a scuola? Perché se è così, si spiegano poi tante cose.

I miei amici e parenti che sono andati (la maggior parte per bisogno) a lavorare a quattordici anni, appena finita l’allora scuola dell’obbligo, se la ridono ancor più di me di queste assurdità. Eravamo più maturi di adesso? Eravamo più responsabili? Avevamo  genitori più capaci? A me sembra che eravamo solo normali, sia noi che i nostri genitori, ed è questo tempo che è ridicolo e contraddittorio; pretendiamo che i nostri figli siano riconosciuti come geni conclamati e li trattiamo come deficienti; li riempiamo di cose inutili, gli mettiamo a disposizione tutto lo scibile umano e non gli facciamo attraversare da soli le strisce pedonali.

 

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Apocalisse nàu

Non so se avete sentito della protesta dei dipendenti di un noto Outlet, che sarebbe un gruppo di negozi di marchi famosi che vendono la loro merce a prezzi sempre esosi ma un po’ più bassi di quanto fanno nei negozi “normali”, che scioperavano per la pretesa di farli lavorare per tenere i negozi aperti anche a Pasqua.

Chi ha la mia età, comunque la pensasse allora, constaterà con amarezza che se una simile richiesta fosse stata avanzata quarant’anni fa sarebbe scoppiata una rivoluzione.

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Oggi i pochi che hanno avuto il coraggio di scioperare, sacrificando lo stipendio già magro non dimentichiamolo, hanno dovuto combattere non solo con il ricatto di essere fatti fuori perché le tutele sono state sempre più assottigliate, ma anche contro l’ostilità della gente che voleva entrare a far shopping rinfacciandogli il fatto di essere già privilegiati a lavorare. Il giorno di Pasqua.

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E allora chiediamocelo onestamente: ma che società siamo diventati? Per quale motivo al mondo bisogna comprare jeans o magliette o mutande o qualsiasi altra cosa il giorno di Pasqua, o Pasquetta, o Natale, od anche in una domenica qualsiasi? E’ più vitale uno zombie o una persona che decide in coscienza (con rispetto parlando) di passare la domenica di Pasqua in un Outlet?

C’è una linea rossa che non si può oltrepassare, qualcosa che non si può immolare sull’altare del consumismo? La Pasqua, che nell’Italia del 90% di battezzati dovrebbe essere Santa e lo è sempre stata anche per i non credenti, non è una linea abbastanza rossa?
Perché bisogna arrendersi all’ineluttabilità di una settimana fatta da giorni tutti uguali e tutti da dedicare allo spendere?

Fosse per me, e lascio la lista a disposizione per implementazioni, adotterei dei provvedimenti di salute pubblica per chi venisse sorpreso a frequentare centri commerciali o outlet la domenica o nelle feste comandate, con aggravanti nel caso in cui si accompagnino figli minorenni:

  • revoca della patria potestà;
  • perdita del diritto di voto;
  • revoca della patente di guida;
  • obbligo di lavori socialmente utili.

Purtroppo so già che queste moderate proposte non verranno prese in considerazione da chi di dovere, in un paese dove l’arbitrio è spacciato per libertà e si tiene più agli agnellini che alla dignità delle persone.

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Allora rivolgo un appello all’unico che ci può salvare dallo stato di miseria morale in cui siamo caduti:

Mr. Trump, ne è avanzata ancora qualcuna di quelle bombone? Se ha qualche bombardiere o portaerei da queste parti, potrebbe cortesemente far radere al suolo Outlet e Centri Commerciali?

Cordiali saluti.

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“Lo dico ai responsabili… Verrà una volta il giudizio di Dio! Pentitevi!”
Giovanni Paolo II

Bomba o non bomba, noi, arriveremo a Roma

Così cantava Antonello Venditti nel 1978, senza ne Italo ne Frecciarossa ne voli low-cost ad accorciare le distanze; cantautore bravissimo ma che allora non apprezzavo semplicemente perché delle canzoni tendo a non captare le parole e di conseguenza, ascoltando solo le melodie, le trovavo abbastanza ripetitive e noiose. Colpa mia, intendiamoci. Per colpa di questo approccio ai testi musicali non avrei mai potuto assegnare il Nobel al cantautore Bob Dylan, di cui peraltro conosco pochissime canzoni, ma mi fido del giudizio della giuria di Stoccolma. Stamattina leggevo un commento che affermava che tutta la poesia di Dylan, senza musica, non vale un solo verso di Montale, premio Nobel 1975: ogni tempo ha i suoi poeti, mi verrebbe da dire, e forse per questo tempo il buon Dylan è persino troppo.

Qualche giorno fa avevo annunciato una marcetta su Roma, e finalmente ci siamo. Con tempismo perfetto abbiamo rischiato di essere bloccati da uno sciopero generale, tra cui quello dei trasporti, indetto da alcuni sindacati autonomi con una sobria piattaforma rivendicativa che riassumerei con la famosa frase di Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” (1).

Partiremo prima dell’alba ed arriveremo a Roma giusto all’ora di colazione per i meritati cappuccino e maritozzo; ma a fare cosa vi chiederete? Ma si, ve lo dico: per cantare! Con il coretto della parrocchietta parteciperemo al Giubileo delle Corali, con altri 2490 cantori (noi saremo in dieci). In realtà il gruppo della marcetta è ben più nutrito, ma rispecchia l’andazzo italiano per cui uno lavora e due stanno a guardare: quindi i 10 di cui sopra saranno impegnati full time per le tre giornate canore in Vaticano, mentre gli altri andranno in giro per Roma a visitare monumenti e gozzovigliare a panini e porchetta e vino dei Castelli.

Ma non voglio dilungarmi troppo adesso, quello che faremo ve lo racconterò al ritorno.

Voglio invece riportare qualche considerazione condita con pillole di saggezza:

  • le cose non succedono da sole. Ci vuole che qualcuno ci creda, che qualcuno ci si impegni, che ci si incoraggi e sostenga a vicenda specie quando non tutto va come ci si aspetterebbe;
  • l’attività principale delle suore di Roma è quella di gestire case di accoglienza (di accoglienza ho detto, non tolleranza)? e soprattutto pagano l’Imu? Ce ne sono a bizzeffe, e tutte le strutture che ho contattato erano piene. Abbiamo dovuto occupare cinque B&B diversi per sistemarci…
  • perché in qualsiasi locale di Trastevere non è possibile prenotare al sabato sera? (un quesito per Roberto Giacobbo);
  • perché l’assistenza Italo è a pagamento? (mi hanno ciucciato 30 euro di ricaricabile per poter spostare i biglietti). E fortunatamente quando poi, avendo finito la ricarica, ho chiamato il numero gratuito, mi hanno fatto lo stesso servizio (un angelo di nome Elena)… l’assistenza non poteva dirmi subito di chiamare il numero gratuito?
  • ricordarsi sempre di essere fortunati e vivere la vita con passione, gioia e amore (con questa dovrei essermi meritato l’agognato titolo di fra’ Giò, che come ricorderete qualcuno mi aveva assegnato indebitamente).

La composizione del coro, anomala a dir poco, è: 2 soprani, 1 contralto, 5 non definibili; 1 tenore e 1 così così (io). Cioè, quando dico così così non mi riferisco all’identità sessuale, per chiarire, è solo che alcune voci non rientrano nei canoni standard: io ad esempio non sono ne tenore ne basso, e mi arrangio qua e là; le 5 donne indefinite non sono classificabili nelle categorie musicali ma in compenso vengono usate come cavie in laboratori di fisica, in quanto a volte emettono degli ultrasuoni che disturbano gli animali più delicati. Scherzo, sono brave (a cucinare poi ottime).  Notate la percentuale di cui ho già parlato in passato di 4 donne per ciascun uomo, che mi sembra rispettata in tutti i cori che conosco tranne quelli alpini.

Dunque Roma, arriviamo! E’ stata impegnativa ma ci siamo quasi…


(1) Riporto pari pari dal sito dell’Usb (che non è la chiavetta, sta per Unione Sindacale di Base):

per l’occupazione, il lavoro e lo stato sociale e contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi dettate dall’Unione Europea;
per la difesa e l’attuazione della Costituzione e il NO alle modifiche proposte dal governo;
per la scuola e la sanità pubblica e il diritto all’abitare;
contro l’attuale sistema previdenziale e la controriforma Fornero, la riforma Madia, il jobs act, l’abolizione dell’art.18, il contratto a “tutele crescenti”, la precarietà sul lavoro, l’attacco al potere d’acquisto dei salari e al Contratto nazionale;
per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, per l’aumento di salari e pensioni, per il reddito per tutti, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena ed efficace tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei territori;
contro le privatizzazioni, la deindustrializzazione del paese, le delocalizzazioni e per la nazionalizzazione di aziende in crisi e strategiche per il paese, contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’;
contro la Bossi-Fini e il nesso permesso di soggiorno – contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, per i diritti sociali e di cittadinanza, contro la guerra e le imprese militari;
per un fisco giusto senza condoni agli evasori;
per la democrazia sui posti di lavoro ed una legge sulla rappresentanza che annulli l’accordo del 10 gennaio 2014 e preveda il riconoscimento di diritti sindacali in tutti i luoghi di lavoro del pubblico e del privato per i sindacati legalmente costituiti.

Condivido in toto, stranamente mancano la pace nel mondo ed il disarmo nucleare, deve essere una svista.

(110. continua)

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La corsa dei cammelli

Lo scorso weekend, nello splendido scenario del Castello Sforzesco di Milano, si è svolta la corsa dei cammelli, valida per l’assegnazione del campionato mondiale. I partecipanti, pervenuti in massima parte da paesi del Golfo Persico, si sono sfidati su una distanza di 10 chilometri, dando luogo ad una gara avvincente e ricca di colpi di scena.
La competizione è stata seguita da un folto pubblico, assiepato ai bordi delle strade, i cui festosi incitamenti sono stati di stimolo ai gibbosi quadrupedi.
La Federazione Internazionale Corse Camelidi, ringraziando gli sponsor e gli organizzatori, si è dichiarata pienamente soddisfatta  della riuscita della manifestazione; fonti ben informate riportano di contatti di emissari di Oman e Emirati Arabi Uniti per l’acquisto dell’area dell’Ippodromo di San Siro, da convertire a Cammellodromo.
Il Comune, per bocca dell’assessore alle attività sportive, si è detto favorevole; contrari comitati di quartiere, M5S e Lega Nord. Salvini ha dichiarato: avevamo detto di prendere su i cammelli e tornare a casa, non di portare qua i cammelli. Grillo: vigileremo sugli scontrini.

Lo scorso weekend si è svolto nel deserto dell’Oman, che sinceramente pochi sanno dove si trovi, il campionato del mondo di ciclismo su strada. Il circuito, interamente pianeggiante, metteva alla prova gli atleti per due motivi principali: il vento che spingeva la sabbia negli occhi e nel naso, per cui era necessario indossare occhiali e mascherine speciali, e la noia che infatti ha colpito diversi partecipanti. In particolare gli italiani, dopo aver cercato di combattere l’abbiocco intonando cori alpini o raccontandosi barzellette sconce, hanno ceduto e sono stramazzati al suolo.
Sembra, ma non è sicuro, che due o tre telespettatori siano rimasti svegli fino alla fine.
Tifo caloroso da parte dei quattro spettatori presenti, incuriositi da questo strano mezzo di locomozione.
La Federazione Internazionale Ciclismo si è dichiarata soddisfatta dall’esperimento, ed ha dichiarato che se l’Oman sgancerà altrettanto pardon sponsorizzerà la manifestazione anche  per il prossimo anno, organizzerà un giro a tappe delle dune. Il sindacato ciclisti si è detto d’accordo, a patto che i corridori vengano forniti di selle refrigerate.

Siccome entrambe le notizie mi sembravano assurde, sono andato a ricercarle sui principali quotidiani nazionali. Stranamente della prima non c’era traccia. Della seconda invece se ne parlava, ma quasi con pudore: si, insomma, dai, è stato fatto lì ma sapete com’è, lo show business, la promozione dello sport, in fondo anche i sultani devono divertirsi, ci hanno dato tanti soldi che non potevamo rifiutare, su non fate troppo gli schizzinosi.
Non ho idea di quante persone vadano in bicicletta in Oman, col caldo che fa credo pochine; tra l’altro se sono allineati all’Arabia Saudita la bicicletta dovrebbe essere vietata alle donne, per noti motivi di tutela della salute e integrità.
Se poi volessimo fare proprio i sofistici verrebbe da discutere sull’opportunità di svolgere i campionati in un paese che in questo momento sta partecipando ai bombardamenti del paese confinante (senza nemmeno la scusa dell’Isis), ma sembrerebbe volerci far entrare a forza la politica, e non è mia intenzione.

Insomma, per dirla in dipietrese (che fine ha fatto il buon Tonino, a proposito?): ma che c’azzecca il ciclismo in Oman, che se vogliono spostarsi pigliano il Suv con la benzina che gli piove dal cielo?

Il ciclismo vero è un’altra cosa… è il campionato del mondo del 1968, con Vittorio Adorni iridato e 5 italiani nei primi 6; o quello del 1972, con Basso che beffa in volata Franco Bitossi, è Gimondi che batte il cannibale Merckx nel ‘73… quello di Doha sarà forse ciclismo 2.0, ma per me assomiglia più al meretricio che allo sport.

(108. continua)

centocinquantametri

E non ci lasceremo mai

Nel 1975 Wess e Dori Ghezzi rappresentarono l’Italia all’Eurofestival (ora chiamato  Eurovision Song Contest che fa più moderno) con la canzone Era, che pochi tra cui il sottoscritto ricordano ma che ottenne un non disprezzabile terzo posto. Ancor più apprezzabile considerando che, nei sessanta e passa anni di vita della manifestazione, solo due cantanti italiani sono saliti sul gradino più alto del podio: Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno.  Alla faccia della patria del bel canto!

Quell’anno parteciparono 19 paesi; mancava tutta l’Europa dell’Est, compresa metà Germania,  e ignoro se oltrecortina si tenesse un analogo concorso ma tenderei ad escluderlo perché altrimenti Toto Cutugno avrebbe cercato di parteciparvi, magari accompagnato dal Coro dell’Armata Rossa.

SANREMO ITALIAN SONG FESTIVAL

Toto Cutugno performs with Red Army Choir during the first night of the 63rd Sanremo Italian Song Festival at the Ariston theatre in Sanremo, Italy, 12 February 2012. The festival runs from 12 to 16 February. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Dopo decenni di disinteresse, quest’anno mi è capitato di seguire qualche sprazzo di manifestazione. Innanzitutto in concorso c’erano 42 paesi. Mi sono un po’ meravigliato; per quanto si cerchi di allargarla in tutti i modi, non mi sembra di ricordare che nella cartina fisica del nostro continente ci sia spazio per Armenia, Azerbaigian, Israele ed Australia. D’altro canto la cartina politica si è complicata e propone paesi di cui nel 1975 non studiavamo certo la capitale a scuola: Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Moldavia, Ucraina e Georgia, la stessa Russia nonché le già citate Armenia e Azerbaigian avrebbero potuto al limite gareggiare sotto le insegne della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; Croazia, Slovenia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Serbia e Montenegro avrebbero avuto diritto ad un solo rappresentante per la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia; la Repubblica Ceca che ha partecipato da sola, avrebbe trascinato anche la Slovacchia nella Cecoslovacchia.  Ungheria, Polonia, Bulgaria e Albania avevano al tempo altri problemini che li impegnavano, non so quanto le canzonette li appassionassero.

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Per tornare al concorso, la nostra rappresentante era la brava Francesca Michielin, che ha proposto la versione inglese del brano presentato a Sanremo. Nella serata finale in realtà quasi tutte le canzoni erano cantate in inglese; l’ho trovato l’ennesimo segno di colonizzazione culturale e sia in segno di disapprovazione che per incapacità di capire le parole, dopo poco mi sono appisolato. Mi sarei appisolato lo stesso, perché tanto non seguo nemmeno le parole in italiano, ma forse avrei resistito un po’ di più. Per la cronaca ha vinto una bella figliola ucraina, Jamala, con la canzone 1944, un pippone in anglo-tataro sulla deportazione dei tartari di Crimea da parte di Iosif Stalin. Si sottace sul fatto che i tatari erano accusati di collaborazionismo coi nazisti, ma si sa la coperta della storia viene stiracchiata a seconda della convenienza e dei vincitori.

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Tornando a noi, Dori Ghezzi all’epoca aveva nemmeno trent’anni ed era bellissima; Wess, quasi coetaneo, con un passato da bassista di Rocky Roberts, aveva una bella voce calda ed una faccia cicciottella che ispirava simpatia. Un bellissimo sodalizio artistico che dal 1972 al 1979 li portò a conquistare un’edizione di Canzonissima (Un corpo e un’anima) e a partecipare a diverse edizioni del festival di Sanremo con grande successo di pubblico e vendite.

Io avevo sedici anni, avevamo formato il nostro complessino e trovato (anzi ci aveva trovato lei) una cantante bravissima, Antonina, che ci faceva un po’ da sorella maggiore; ricordava in effetti Dori Ghezzi, recentemente ho rivisto una sua foto con i pantaloni a zampa d’elefante e mi sono stupito nel constatare come fossimo così ammirati dalla sua bravura che non facessimo nemmeno caso a quanto fosse bella.

Sapete che mi diverto ogni tanto a leggere dei giornali a caso di qualche paese del mondo. Recentemente sono capitato sulla Nigeria: tra i tanti problemi che ha, c’è quello dei rapimenti. A parte quelli “ideologici” di Boko Haram, ce ne sono di più “spiccioli”: si fermano ad esempio bus di lavoratori, i quali vengono sequestrati e costretti a consegnare bancomat e pin, e chi non li ha deve chiamare i familiari per far accreditare i soldi ai rapitori. Anche gli studenti vengono rapiti, e spesso di famiglie con parenti all’estero; siccome il legame di sangue è molto forte, sanno che se quelli in loco non possono pagare lo faranno quelli emigrati.

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In quegli anni i rapimenti si facevano anche da noi, e spesso finivano tragicamente. Nel ’79 toccò anche a Dori Ghezzi essere sequestrata in Sardegna con l’allora compagno, poi marito,  Fabrizio De André; per fortuna ne uscirono vivi e poterono vedere, tempo dopo, i  loro carcerieri assicurati alla giustizia.

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Perché scrivo queste righe, vi chiederete (ma anche no, dirà qualcuno tra i meno affezionati). E’ perché ieri, colpevolmente in ritardo (di sette anni!) , ho scoperto che Wess, dopo aver cantato mille volte “e non ci lasceremo mai”, ci ha invece lasciato. E’ morto per un attacco di asma, fine beffarda per un cantante, quella di rimanere senza fiato. Faceva anche lui parte di un mondo che non c’è più: quello dei televisori in bianco e nero, dei cantanti che non venivano allevati in batteria, del talento discreto, del pop per il popolo, quando il popolo c’era ancora.

(107. continua)

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Có le pappole ce ‘ppicci lu fócu

Ringrazio Marco, antico compagno di giochi, classe, calcio, banda e orchestra, con cui nei lontani tempi delle medie disquisivamo di senologia (non sinologia, la cultura cinese non ci appassionava più di tanto), lavoro molto teorico che avrebbe avuto necessità di studi approfonditi e verifiche empiriche, attività quest’ultima che fummo in grado di portare avanti solo dopo qualche anno e che ancora si protrae, per avermi omaggiato, dopo la lettura di uno dei miei articoletti, del più ambito riconoscimento che possa meritare un cantastorie, il Premio Strega dei raccontatori (di balle): Có le pappole ce ‘ppicci lu fócu.

L’attestato può essere attribuito in modo affettuoso, e non dubito fosse questo l’intento del vecchio trombonista, o meno benevolo: nel primo caso immaginate un affabulatore che, solo con la magia dei suoi racconti, sia capace di far dimenticare il freddo invernale che filtra da finestre cadenti ad un nugolo di bambini stretto dinanzi ad un camino spento (pappole come invenzioni fantasiose e immaginifiche); nel secondo invece potreste raffigurarvi un tizio un po’ rosso in faccia, in mezzo ad una tavolata dove spiccano parecchi boccali vuoti, intestarsi imprese improbabili (pappole come vanterie imbarazzanti e moleste. Uno zio di secondo grado era detto Lu Pappoló, per il resto la famiglia è composta da gente affidabilissima).

Festeggio con questo il mio centesimo post! E so di qualcuno che li ha letti tutti, la qual cosa starebbe a significare che ne sa di me più di me stesso; aver raggiunto tale traguardo mi inorgoglisce ma mi lascia anche la consapevolezza di dover lasciar passare un’altra cinquantina d’anni prima di scriverne altri cento. La ricorrenza meriterebbe un numero speciale, del tipo: “the best of l’uomo che voleva diventare grave”, ma mi sarebbe servito l’aiuto come musa ispiratrice della cara Olena, che a suo tempo disdegnai, e dunque accontentatevi di quello che viene.

Nel 1970, quando ci trasferimmo dalla casetta del centro storico, di cui vi ho parlato, alle nuove case popolari, entrammo in un mondo di benessere paradisiaco. Eravamo in sei e passavamo da cucina, saletta e una camera, con lavandino e wc all’esterno dell’unico balconcino, a: cucina, saletta, TRE camere, due balconi e bagno (con vasca da bagno! e interno). Nella casa vecchia la visuale era da un lato sul cortile interno e dall’altro sui tetti circostanti: da qua, essendo al terzo piano, la vista arrivava fino alle lontane montagne, oltre che sui numerosi campi coltivati; da lì a poco avremmo anche avuto visuale sul nuovo campo sportivo, che il Comune costruì ad un centinaio di metri. Questo ci consentiva, muniti di binocolo, di assistere alle partite anche quando non avevamo voglia di uscire di casa.

Mi chiedo spesso come sia possibile che, quando eravamo più poveri, ogni paese (almeno dalle mie parti) avesse un Comune funzionante ed in grado di garantire tutti i servizi; che ci fosse un Ospedale (nel nostro c’era persino un reparto di geriatria apprezzatissimo); un ricovero per anziani; scuole e asili; che le strade fossero manutenute, si costruissero impianti sportivi, case popolari… le banche facevano il loro mestiere, che era quello di comprare e vendere soldi, le assicurazioni assicuravano. Ora, che ci gloriamo di far parte dei grandi del mondo, per andare in ospedale bisogna fare chilometri, i servizi vengono tutti privatizzati, le banche e le assicurazioni fanno tutto meno quello che dovrebbero fare, e i comuni non hanno più una lira nemmeno per piangere. A questo punto dovrei fare una tirata antiliberista ma non ho voglia di sprecare fiato, tanto come la penso lo sapete. La colpa è di quell’ometto con quella buffa voglia in testa e la sua perestrojka del menga.

Le case popolari venivano costruite senza impianto di riscaldamento; ci si arrangiava con delle stufe, noi ne avevamo una efficientissima a cherosene che, posta nel corridoio vicino al bagno, irradiava calore nelle vicinanze. Il cherosene, che forse i giovani conosceranno come combustibile per aerei, veniva venduto in taniche da 20 litri; si raccomandava di immettere il carburante nel serbatoio a caldaia spenta e fredda, per evitare di esser rosolati al flambé, ma il consiglio veniva spesso disatteso. Come fratello maggiore mi assumevo volentieri l’incombenza; confesso che avrei avuto timore nel far fare a mio figlio le stesse cose alla stessa età, cosa che la dice lunga su come i nostri genitori fossero ben più abili di noi nell’adempiere alle loro funzioni.

L’acqua calda era fornita da uno scaldabagno elettrico; la rete del gas non c’era ancora, e le cucine economiche venivano alimentate da bombole che in paese erano vendute da un paio di negozianti, che le consegnavano anche a domicilio. Le nostre case erano le prime a prevedere i garage per le auto, però non per tutti gli appartamenti e con entrate molto piccole: adatte alle utilitarie, che il popolo quelle poteva permettersi. Avevamo anche la cantina! E con questo, potevamo veramente considerarci dei signori: nemmeno parecchi di quelli con case di proprietà godevano di tanto lusso.

Mio padre costruì una altalena a regola d’arte, e la piazzò davanti alla casa; resistette parecchio tempo ed attirava tutti i bambini del circondario, essendo anche più alta di quelle dei giardinetti pubblici; fu smantellata solo quando il comune decise di costruire il marciapiede rialzato. Adesso a meno di essere  Christo Yavachev o Libeskind, per andare su attualità lacustri, l’allestimento non sarebbe più tollerato.

Dunque, dopo aver passato l’infanzia nella casetta incantata, qui passai l’adolescenza; non preoccupatevi, non ho intenzione di tediarvi con la descrizione delle altre mie case: il resto fra cinquant’anni.

(100. adesso o finisco o ricomincio da capo)

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Austerity!

Torniamo alle biciclettine rosse, che è meglio.

L’inverno 1973-1974 avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. I paesi mediorientali avevano deciso di chiudere i rubinetti del petrolio agli americani, come ritorsione per l’appoggio fornito agli israeliani nella guerra del Kippur; questo portò ad un aumento esagerato del prezzo del petrolio; e così i paesi europei, che in larga misura da quel petrolio dipendevano, si trovarono costretti a varare delle misure di contenimento dei consumi e degli sprechi: l’austerity.

Tra le varie misure prese, che comprendevano ad esempio lo spegnimento delle insegne commerciali e la fine anticipata dei programmi televisivi, quella che ricordo con più tenerezza fu quella di vietare assolutamente il traffico privato la domenica. Innanzitutto ci tengo a dire che quelle norme non furono la solita burletta all’italiana, del tipo: fatta la legge scoperto l’inganno. Potevano viaggiare solo i mezzi di trasporto pubblico e quelli di pubblica utilità (pompieri, polizia, ambulanze..) e le norme valevano anche per le autorità. I controlli erano capillari e le pene severe.

C’è da dire che per me e quasi tutti i miei amici cambiò poco: in paese grandi insegne luminose non ce n’erano e al cinema la sera non andavamo. Non abitando in pianura, la bicicletta d’inverno non era molto usata. Ma anche per gli adulti non cambiò granché: la società non era ancora completamente rimbambita dal consumismo; la domenica i negozi erano chiusi e non si andava in pellegrinaggio nei centri commerciali, che non esistevano nemmeno; i weekend erano roba da ricchi o da cittadini, da noi al massimo si poteva andare a fare delle scampagnate. L’automobile alla domenica serviva essenzialmente per andare a vedere la partita quando la squadra del paese, che allora militava in seconda categoria, giocava in trasferta.

La partenza di solito era organizzata così: ci si radunava in piazza alla sanfasò; si contavano le auto e ci si distribuiva in modo da ottimizzare il carico, riempiendole tutte fino al limite consentito, e si partiva in corteo. Car sharing, lo chiamano adesso. Questo in quell’inverno non si poteva fare: quindi i sostenitori si organizzavano affittando dei pullmann.

Certo i viaggi collettivi hanno tanti pregi ma anche qualche difetto: ricordo un ritorno da un paese di montagna, dove incautamente partii senza aver prima svuotato la vescica: vergognandomi di mostrare la mia debolezza e soprattutto la mia poca lungimiranza, sudai freddo tutto il tempo e la trattenni fino all’inverosimile finché, ormai rantolante, non dovetti cedere a pochi chilometri dal paese, implorando l’autista con voce appena udibile di fermarsi, che altrimenti gliela avrei fatta lì sopra.

Tornando a quelle antiche partite, non è che non ci fosse ogni tanto qualche scazzottata, ma l’impressione generale è che gli spettatori fossero meno esagitati di oggi: si ricorreva più all’ironia che all’insulto. Mio padre ad esempio non l’ho mai sentito insultare nessuno. Mio figlio non avrebbe potuto dire lo stesso di me, se solo mi avesse accompagnato in qualche partita, ma avrebbe dovuto nascere un po’ prima: infatti nell’ultima a cui ho assistito giocavano ancora Passarella e Altobelli ed il Como era in serie A, l’Inter schierava in porta Astutillo Malgioglio al posto di Walter Zenga ed io stetti tutta la partita sul chi vive per timore di essere coinvolto in qualche rissa, come mi era successo con un amico a Rimini in una gara di coppa Italia tra Rimini e Foggia, dove reputammo una buona idea metterci in curva con i suoi conterranei: invece proprio loro cominciarono non so perché a spintonarlo e si arrivò a scambiarsi delle sberle (più che altro a prenderle, le tecniche rudimentali di combattimento apprese nel corso ufficiali ci servirono a poco non avendo a disposizione un 40/70 Breda-Bofors, per chi è pratico di cannoni): smisero solo quando si qualificò insultandoli in dialetto: ma vafammokke a chi t’è stramurte!

Il mio fratello mezzano, dopo una promettente carriera da portiere, assecondando una vocazione autoritaria si iscrisse al corso arbitri. Severo ma giusto, raccontano le cronache: questo però non lo metteva al riparo da critiche di parte, che coinvolgevano spesso le comuni madre e sorella. Non avendo la patente, all’inizio lo accompagnava spesso nostro padre. Ho già accennato che mio padre ha iniziato a lavorare a dieci anni, a bottega da un fabbro: la mazza pesava quasi più di lui, per dire. Ha delle mani dure come il ferro, che non ha mai alzato su nessuno (fortunatamente); l’ho visto caricarsi in spalla un comò e portarlo in soffitta su una scala a pioli. E’ una persona mite, ma è meglio non rompergli le scatole, se intendete.

Dunque, durante una partita, un esagitato dagli spalti, in vicinanza della rete, si mise ad insultare l’arbitro, che incidentalmente era mio fratello; i ripetuti richiami alle prestazioni sessuali della sua, nonché mia, madre non furono graditi dal nostro genitore, che educatamente si avvicinò all’intemperante per chiedergli se effettivamente conoscesse la signora di cui decantava le lodi; alla risposta esageratamente affermativa capitò che a) il millantatore si ritrovò penzoloni, sorretto per la cinghia dei pantaloni ed il colletto della maglia, da un babbo comprensibilmente infastidito come potrebbe esserlo un gorilla al quale piombi addosso un bambino; b) l’ondeggiamento a cui fu sottoposto il buzzurro faceva presagire un suo pronto ingresso in campo e non dall’ingresso principale; c) solo un accorato appello della tifoseria vicina convinse mio padre dal desistere nel proposito di farlo planare in campo come invasore solitario. L’arbitro non fu più menzionato.

Avviso: la parte seguente con le biciclette rosse non c’entra. Sono sproloqui nostalgici, fossi in voi li salterei.

A questo penso quando si parla di austerità… parola che in Europa abbiamo prostituito, come giustamente dice l’ex presidente uruguagio, una delle persone che più ammiro, Pepe Mujica. Austerità è sobrietà dei consumi e dei comportamenti; limitazione del superfluo (non del necessario!); è tener conto che perché ce ne sia per tutti, ognuno deve rinunciare a qualcosa.

Non è il taglio dei servizi e dei diritti per dare soldi alle banche; non è strozzare interi popoli per gli errori ed i latrocini dei loro governanti, che erano spesso complici di quelli che adesso si ergono a giudici; non è regalare soldi pubblici ai padroni che non creano posti di lavoro ma vogliono solo risparmiare sui contributi (poi le pensioni le pagherà Pantalone); non è mantenere l’economia in deflazione per far si che chi è indebitato non possa mai uscire dai debiti; non è ridurre la democrazia a carne di porco cercando scorciatoie elettorali o costituzionali  autoritarie. Per me, intendiamoci: non pretendo di aver ragione…

(98. continua – ancora due ed è fatta)

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Il più grande violino del mondo

Una dozzina di anni or sono, in uno di quegli attacchi tipici delle mezze età che possono sfociare, a seconda della virulenza, con fughe a Cuba alla ricerca di avvenenti mulatte da cui farsi volentieri raggirare oppure con iscrizioni a corsi di burraco (opzione tristissima, secondo me), estrassi da uno scatolone che stava a prender polvere in cantina il violino che vi giaceva da un quarto di secolo, precludendomi così la strada di Cuba.

La storia di quel violino l’ho raccontata: lo acquistai per trentamila lire nel ’75 e per me era una bella sommetta, e comunque tutto quello che ero riuscito a risparmiare dalla prima elementare fino ai sedici anni.

Devo confessare che non fui attirato da quello strumento per i virtuosismi di qualche orchestra da camera; non che non ami la musica classica, ma a piccole dosi se intendete quel che voglio dire.

Invece in quel periodo era sulla cresta dell’onda un bravissimo violinista jazz, Piergiorgio Farina, che stava avendo un grande successo con la versione strumentale della colonna sonora del Padrino (parte seconda); il mio obiettivo era quello di emularlo, cosa che cercai di fare se non altro facendomi crescere, per un certo periodo di tempo, una folta barba che mi dava un aspetto assai maturo.

Una delle più grosse delusioni da musicista la conobbi a militare. Un commilitone, come me allievo ufficiale ma di Napoli, era stato incaricato, giacché batteva i locali della sua città cantando canzoni tradizionali, di allestire un’orchestrina per allietare gli ufficiali e le loro famiglie durante una serata di gala. Non volle ingaggiarmi come bassista, nonostante il mio impeccabile curriculum, ma fu incuriosito dalla mia reclamizzata pratica, forse un po’ troppo enfatizzata, del suddetto violino.

Alla prima licenza dunque tornai in caserma con l’armamentario necessario; ebbi dei piccoli problemi nell’esercitarmi, in quanto i rudi allievi non mi volevano in camerata e mi toccava rinchiudermi nel bagno, che come ho già accennato era comunque lindo in quanto le pulizie erano accurate e frequenti.

Nonostante l’impegno profuso non superai il provino, perché l’arruffone direttore non conosceva la musica e pretendeva che anch’io suonassi a orecchio; cosa di cui ero incapace non per mancanza di orecchio, tengo a precisare, ma di abitudine; perciò mi ritrovai invece che sul palco, tra ufficiali in grande uniforme e mogli in abiti da sera, a percorrere avanti e indietro il perimetro della caserma facendo la guardia, raggiunto dagli “Era de maggio” e “Funiculì funiculà” del pianista da strada.

Fu con quel violino storico che ripresi le mie lezioni; il maestro, un vero talento, aveva l’età di mio figlio; prese tra le mani il mio violinaccio e lo fece sembrare uno Stradivari. Peccato che si dimenticasse spesso di venire ad insegnare lasciandomi ad aspettarlo come un baccalà; devo riconoscere che adottava una tecnica molto accattivante per invogliare gli allievi: a me, ad esempio, diede da ascoltare un CD del grande David Ojstrach (che era già morto da un pezzo); quando lo misi nel lettore del computer però non furono le mie orecchie a meravigliarsi, ma piuttosto gli occhi: il talentuoso ragazzo doveva aver scambiato dischetti, e la sinfonia che apparve vedeva impegnati degli esecutori senz’altro dotati, anche troppo per i miei gusti, ma senza vestiti. Non credo che facesse parte del programma di Conservatorio; gli diedi comunque una sbirciata, non si sa mai, c’è sempre da imparare.

Il mio cane, che aveva la cuccia nella stanza dove mi esercitavo , appena mi vedeva imbracciare lo strumento si alzava e se ne andava uggiolando. Capii di star migliorando quando rimase nella sua cuccia, e addirittura si addormentò con le zampe stiracchiate in alto: forse stava diventando anche un po’ sordo, ma fu comunque  una soddisfazione.

Segnalo agli amici lontani da Milano, con un pizzico di delusione, che il più grande violino del mondo, così viene spacciato al Castello Sforzesco di Milano, è in realtà uno spazio a forma di violino e non un violinone dove entrare e vedere che effetto fa venir suonati. Peccato! Ma se passate di là, una capatina fatecela lo stesso.

(94? bho non ricordo più _ continua)

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A come Andromeda

Nel 1972, quando in Italia esistevano solo due canali televisivi ed in bianco e nero, la qual cosa nonostante possa scandalizzare qualche cultore delle libertà attuali non ci ha oppresso più di tanto, ne tantomeno resi daltonici, Rete Uno cioè la rete ammiraglia trasmise uno splendido sceneggiato a puntate: A come Andromeda. Se a quei tempi avessero proposto un programma come quello degli odierni pacchi i dirigenti non sarebbero stati solamente licenziati come successo a quel poveretto che per eccesso di zelo ha anticipato  il conteggio alla rovescia per il brindisi dello scorso capodanno, ma avrebbero rischiato la lapidazione: con tutte le censure e prudenze del caso, la Rai informava e faceva cultura con fior fiore di autori ed interpreti.

In questo sceneggiato una cultura aliena si metteva in contatto con l’umanità e forniva i piani per la costruzione di un supercalcolatore e successivamente di un programma: questo programma, collegando il computer alle necessarie macchine, ed associando i necessari elementi chimici, avrebbe permesso di creare la nuova vita perfetta: Andromeda, appunto.

Il paese era in evoluzione: da due anni il parlamento aveva stabilito che anche in Italia si potesse divorziare senza dover ricorrere necessariamente a maniere drastiche; due anni dopo il popolo rigettò il tentativo di abrogare la legge tramite referendum.  Per dire che, quando si parla sbrigativamente degli anni settanta come anni di piombo o anni bui, prima ci si dovrebbe sciacquare un tantino la bocca. Pensate ai vostri pacchi.

Quando si parla di diritti, sono abituato a pensare al diritto al lavoro, ad una scuola che ponga tutti sullo stesso livello di partenza e fornisca una istruzione adeguata, ad una sanità efficiente ed alla portata di tutti; ad una casa dignitosa e ad una vecchiaia serena. I grandi partiti popolari del dopoguerra, la DC, il PCI, il PSI, pur divisi dalle ideologie alla fine non la pensavano troppo diversamente su questi argomenti.

Oggi apprendo che il segretario di uno dei maggiori partitini di sinistra ha coronato il suo sogno di maternità facendosi fabbricare un bambino da una donna indonesiana con passaporto americano, stante l’attuale limitazione tecnica che impedisce a due persone dello stesso sesso di accoppiarsi a scopo riproduttivo. Non ho dubbi che si tratti di un impedimento solo temporaneo: ho già visto pecore clonate, presidenti neri e papi dimissionari, questa mi sembra una bazzecola.

Mi da però fastidio, e devo ribadirlo a costo di sembrare ripetitivo, l’ipocrisia: per edulcorare il concetto non viene utilizzato il nome che ben definirebbe questo contratto, che è utero in affitto (pagato anche bene, a quanto pare), ma l’asettico maternità surrogata. Siccome sono figlio di lavoratori, e preferisco i comunisti che mangiavano i bambini a quelli che li comprano, mi dissocio da queste narrazioni fricchettone.

Chi sei tu, chiedeva una battagliera collega, per giudicare due persone che si vogliono bene e desiderano un figlio, se trovano una donna adulta e consenziente che questo figlio, anche se non proprio disinteressatamente, sia disposta a procrearglielo? Lungi da me criticare due persone, di qualsiasi sesso siano, loro si adulte e consenzienti, che si vogliano bene: ma non abbiatevene a male se non riesco ancora a concepire la pratica del vendere e comprare figli come un diritto.

(87. continua)

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Affittasi utero

Non avendo alcun titolo per esprimermi nel merito di questa questione, ovvero se sia lecito permettere anche in casa nostra quello che già da altre parti del mondo è concesso, dove la fattispecie consiste nell’ affittare un pezzo di corpo di una donatrice per i pochi mesi necessari al concepimento di un bambino dopo di che il nascituro rimarrebbe agli affittuari mentre alla locataria (necessariamente di sesso femminile, almeno per ora) verrebbe restituita la possibilità di fare del proprio utero quello che meglio crede, mi permetto comunque di manifestare qualche dubbio.

Non mi è ben chiaro in questa transazione quale sarebbe il ruolo dell’uomo: se partecipi attivamente alla scelta della donatrice ed alla successiva fecondazione, se si limiti a fornire una o più dosi di seme oppure se il contratto preveda che la generosa incubatrice scelga da se stessa il partner, ed in questo caso se gli affittuari abbiano la possibilità di indicare un gradimento o addirittura accampare un diritto di veto.

Anche dal punto di vista del diritto del lavoro l’inquadramento sarebbe controverso: si tratterebbe di lavoratrici autonome o dipendenti a tempo determinato? Le tariffe rispettano le tabelle nazionali del comparto metalmeccanico, o data la natura sociale la prestazione può essere equiparata al trattamento del pubblico impiego?  E, visto che l’articolo 18 che prevedeva il reintegro è stato eliminato dal grazioso governo Renzi-Confindustria, che succederebbe  in caso di licenziamento? E a chi spetta l’indennità di maternità, all’affittata o all’affittuaria? O prima all’una e dopo all’altra?

L’unione dei consumatori avrebbe qualcosa da dire, e probabilmente vi andrebbe dedicata qualche puntata di Report. Ad esempio, in questi casi si applica il diritto di recesso? Se il prodotto non rispetta le attese, può essere reso al produttore? Ed in che misura può non rispettare le attese? L’acquirente può controllare la filiera, ovvero risalire l’albero genealogico della produttrice di qualche generazione? E nel caso la consegna non avvenga nei tempi previsti, può essere applicata una penale? E se invece di un bambino ne nascono due o più contemporaneamente, che si fa?

Non voglio dibattere se sia etico o morale comprare o vendere un corpo umano, o se sia da considerare più mamma chi il bambino lo dia alla luce o chi lo accolga e gli voglia bene. Corpi umani si vendono e comprano tutti i giorni, anche a pezzi ed anche a poco prezzo; alcuni corpi addirittura non hanno nessun valore; e di bambini figli di genitori non “naturali”, se la parola ha un senso, ce ne sono a milioni.

A ben vedere, di bambini in vendita ce ne sono sempre stati; specialmente in periodi grami come potevano essere quelli di guerra, di storie di povere donne che davano i figli a coppie facoltose, in cambio di un piccolo tornaconto per loro e una speranza di vita migliore per il figlio, ne giravano a bizzeffe. In genere però si trattava di bisogno, non è che si scegliesse come professione lo sfornare figli , a mo’ di panettiere, per conto terzi.

Ricordo con nostalgia quando, da adolescenti degli anni settanta, sentivamo scandire (in televisione) lo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io”. Devo dire che all’epoca avevamo una vaga idea di dove si trovasse, ‘sto benedetto utero; già fantasticavamo su organi più esterni, figurarsi quelli più nascosti.

Certo fa un po’ impressione vedere come quello slogan, che all’epoca veniva usato per rivendicare non già la supremazia ma addirittura l’esclusività nel decidere tempi e modi per la procreazione, in tempi di consumismo venga distorto per sostenere che, assodato ormai che l’utero è mio, lo possa usare come voglio e quindi anche per fabbricare figli e venderli al migliore offerente.

Ci sono dei bisogni, delle sofferenze, su cui non si può banalizzare o scherzare, e sicuramente uno di questi è il desiderio di maternità. Ma, mi chiedo, sul pianeta siamo già sette miliardi, ed a breve arriveremo a nove sempre che Erdogan non continui a stuzzicare Putin e questo giustamente non gli tiri in testa qualche bomba atomica, è proprio necessario comprarseli i bambini? Non ce ne sono già abbastanza in giro? Come si fa ad essere contenti che il governo cinese, per dire, abbia tolto il limite di un figlio a coppia quando sono già un miliardo e quattrocento milioni? Mi sembra per lo meno incauto. E se si mettessero a produrli anche loro, e magari ad esportarli col marchio Made in RPC? Staremmo freschi…

(75. continua)

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