Halleluja!

Non contenti, ormai due anni orsono, di aver fatto rivoltare nella tomba il povero Johann Sebastian Bach storpiando il suo “Jesus bleibet meine freude”, quest’anno siamo andati a disturbare il coetaneo Georg Friedrich Händel andando a strapazzare nientemeno che il suo celeberrimo “Halleluja!”.
Tutto ciò in occasione del III Raduno Internazionale delle Corali in Vaticano, a cui ho iscritto il coretto parrocchiale venendo così incontro alle preghiere dei fedeli del quartiere che per una domenica non ci hanno avuto tra i piedi.
L’occasione era meno solenne di quella scorsa, in quanto non c’era di mezzo il Giubileo, però pur sempre impegnativa se non altro per non sfigurare al cospetto delle formazioni in arrivo dai quattro angoli del mondo. Tra tutte spiccava una folta delegazione cinese, il cui capo ha assicurato che non era lì per comprare l’Aula Paolo VI ma solo per cantare. Per adesso, aggiungo io.

La nostra delegazione era composta da 12 persone, con un rapporto uomini-donne di 1:3. Squadra che vince non si cambia, quindi quasi tutti i partecipanti dell’altra volta hanno voluto bissare, convinti più che altro dalla serietà del tour operator (io) e specialmente dalle proposte gastronomiche, e quindi all’appello si sono ripresentati: la direttrice Antonella, che passa ore a stirare solo per poter imparare meglio i canti, e che si è fatta installare in casa una vasca da bagno al posto della doccia solo per poter stare più tempo immersa con le cuffie; Gemma e Gianna, la coppia comica che anche quest’anno non ha mancato di fare strage di cuori tra camerieri ed albergatori del circondario: hanno infastidito persino un avventore scambiandolo per l’oste, e questo gentilissimo ha sciorinato loro tutto il menu, compresi panna cotta, tiramisù e crema catalana; Maura l’addetta all’infermeria, funzione indispensabile in un gruppetto dove l’età media è over 50; purtroppo quando davanti ad una pizza la nostra Gemma ha magnificato le proprietà benefiche della cucchiarella¹ su indolenzimenti e torcicollo, nonché dell’utilizzo alternativo dell’aglio, la nostra infermiera era assente e questo ha impedito il dibattito tra scienza e rimedi magici; Cristina la soave pendolare imbruttita favorevole alla riapertura delle segrete di Castel Sant’Angelo per chi trascina i trolley nelle stazioni delle metropolitane; e last but not least Lorella, la nostra Pincher che, pur non avendo ancora imparato a decifrare il linguaggio del corpo (riporto solo a titolo di esempio il fatto che dopo essersi persa sul sagrato di S.Pietro ha accusato me di averla persa) si è resa molto utile in quanto durante la lunghissima coda per entrare nell’Aula del Convegno si è incaricata di proteggermi le terga dalla calca, sa infatti quanto mi infastidisca sentirmi premere da sconosciuti alle spalle e si è sacrificata al mio posto. Ad un certo punto, nella confusione, si è aperto il solito varco a sinistra e come due anni fa mi ci sono tuffato: stavolta però la mossa non ha funzionato, ad ulteriore testimonianza della crisi della sinistra.
Mancavano le decane Dina e Marianna (quest’ultima attesa dal fotografo Barillari che c’è rimasto malissimo nel sapere che non sarebbe venuta) ed il maestro Arcangelo, che ha avuto la pessima idea di rimettere in piedi il coro della sua parrocchia ed ha declinato per non incorrere nel conflitto di interessi.
I nuovi entrati, pienamente amalgamati nello spirito del pellegrinaggio, sono: Concilia, contralto, che mi presta una figlia per il gruppetto teatrale ed è quindi benemerita; Mita detta Mitina che ha voluto recuperare con gli interessi quanto si era persa due anni fa ed era indubbiamente la più felice, con il marito Mito che, pur non essendo cantante, ha preferito seguire la moglie in trasferta piuttosto che godersi tre giorni di relax sul divano come hanno fatto tutti gli altri mariti affranti; e Adriano, marito di Cristina con il quale costituiamo una bella coppia perché lui studia il tedesco ed io il russo non capendoci entrambi un accidente, e la potenza vocale non è il nostro forte, a differenza degli antipasti al buffet.
Il drappello è stato rafforzato dalla presenza di Rosalinda, amica di Gianna, che abita a due passi dal Vaticano.

Le giornate sono state molto piene e intense; venerdì interessante il convegno, con relatori d’eccezione ma, sarà stata l’ora di sveglia (le 3:30) sarà stata la cadenza un po’ troppo pretesca di qualcuno, i messaggi ci sono arrivati un po’ ovattati. Il passaggio dalla cecagna all’abbiocco per me è stato interrotto solo dall’incontro con un vecchio commilitone ufficiale di complemento, con il quale non ci vedevamo da quarant’anni e perciò abbiamo pensato valesse la pena farci un carciofo alla giudia ed un piatto di cacio e pepe, nonché una bottiglia di rosso, in ricordo dei bei tempi. Del pomeriggio ricordo poco.

Sabato il convegno è continuato con interventi di tutto il mondo: suore vietnamite e irachene (le suore secondo me hanno una marcia in più), argentini, congolesi, cinesi appunto. C’erano anche dei ticinesi, proprio dietro a noi, ma con i quali non abbiamo fraternizzato.
E’ venuto a trovarci Papa Francesco, tra un tripudio di folla con qualche punta di isteria; giusto per riportarci con i piedi per terra ci ha esortati a non fare le primedonne, ma io credo che si rivolgesse ai soprani. Poi nel pomeriggio il concertone, con il grande coro della Diocesi di Roma diretto da Mons. Frisina, e gli ottomila coristi presenti: personalmente non ho fatto danni in quanto ho preferito l’ascolto all’emissione di suoni. Dietro di noi un coro credo lituano continuava ad infastidire chiacchierando e sia io che la nostra direttrice li abbiamo dovuti ammonire pacatamente: e mo’ basta! Ma hanno continuato a fare gli indiani.

Domenica la Basilica di S.Pietro era riservati ai soli coristi; le scene di isteria stavolta ci sono state verso mons.Frisina, tirato per la giacchetta di qua e di la per firmare autografi e fare selfie: sembra che il tocco del sacro manto guarisca le emorroisse, tant’è che una delle nostre coriste ha chiesto la grazia di entrare al più presto in menopausa.
Anche questa volta si è ripetuto il miracolo di migliaia di coristi che cantano in gregoriano, per la maggior parte non capendo un acca di quanto dicono, ma all’unisono. Mistero! Forse per andare insieme bisogna parlare una lingua che nessuno conosce più? Pensiamoci.

Stavolta purtroppo a causa del tempo non ottimale non abbiamo potuto fare passeggiate e quindi apprezzare lo stato delle buche, e per consolarci ci siamo dovuti buttare sul cibo. Il limite del mio peso forma è stato valicato, come gli elefanti di Annibale valicarono le Alpi: mi aspetta un lungo inverno di minestroni. Menzione speciale al Ristorante La Francescana (vicino al palazzaccio), a Checco ar 65 ed al Ristorante-Pizzeria l’Angoletto.

Roma immortale, di Martiri e di Santi…

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¹ La cucchiarella è il cucchiaio di legno che si usa per girare il sugo e sembra che, picchiettato nella parte dolente, per il principio del chiodo scaccia chiodo faccia svanire il dolore. L’aglio invece ha altri utilizzi, legati alle proprietà antisettiche.

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Galbani vuol dire fiducia

L’ultima asta dei Btp, Buoni del Tesoro Pluriennali, sembra non sia andata molto bene, nel senso che ci sono stati molto meno acquirenti di quanti ci si aspettasse.
Questo non è molto tranquillizzante perché, nel momento in cui un governo dichiara di voler adottare delle misure a debito, ovvero facendosi prestare dei soldi, se non si trova chi questi soldi li presta le cose sono due:

  • le cose che si vogliono fare non si fanno, e allora viene meno la ragione di essere del governo;
  • i soldi si vanno a prendere da altre parti.

Il governo attuale, di composizione eterogenea, ha ritenuto che le politiche seguite negli ultimi anni, sostanzialmente di austerity, di compressione dei salari e della spesa sociale, non hanno generato la riduzione del debito pubblico per le quali sono state adottate; non hanno intaccato se non marginalmente la disoccupazione, per lo più aumentando la precarietà, ed hanno aumentato il numero di cittadini in stato di povertà assoluta e relativa.
Un fallimento sociale, insomma, che ha però in compenso reso ancora più ricco chi già lo era: ma questa non è una prerogativa del nostro paese, ma di tutto il mondo assoggettato alla dittatura della globalizzazione.
Su questo concordavano sostanzialmente i due partiti-movimenti al governo, M5S e Lega, avendo invece su molti altri punti distanze anche considerevoli, che hanno ritenuto di circoscrivere stipulando il famoso “contratto di governo”, ovvero i punti sui quali ci può essere un’azione di governo comune.

Che l’Unione Europea non sia più sentita come casa comune è questione di anni, anzi dall’entrata in vigore dell’Euro è stato un lento ma inesorabile declino politico (ed è persino patetico vedere quelli che allora strillavano contro l’Euro _ Forza Italia in testa _ ergersi ora a difensori ad oltranza: l’Europa l’hanno picconata loro quando andava sorretta…), che andava a braccetto con il declino dei grandi protagonisti dell’epoca. L’impianto ha risentito del “libera tutti” seguito alla caduta del muro: neo-liberismo, annacquamento se non mutazione genetica dei partiti socialisti-socialdemocratici, allargamento improvvido ad Est in funzione di appoggio all’espansionismo Nato.
Di conseguenza si è perso di vista il nostro orizzonte naturale, di popoli affratellati e se vogliamo “costretti” a stare insieme per competere con realtà molto più grandi, e allo stesso tempo ci si è resi ostaggio dei rigidi parametri monetari resi ancora più rigidi, stupidamente, dopo la grande crisi mondiale (scaturita dal crollo dei mutui sub-prime americani, ovvero la finanza americana) e custoditi da rappresentanti di dubbia legittimità: Juncker (Lussemburghese, e ho detto tutto), Dombrovskis (l’ex primo ministro lettone! Lettonia dico, che tutta insieme ha meno abitanti di Roma, e il partito di cui fa parte _“Unità”_ nel parlamento del suo paese ha 8 seggi su 100, per dire come gli vogliono bene anche a casa sua), Moscovici (si dichiara socialista, infatti il partito socialista alle ultime presidenziali ha preso il 6,4% grazie al suo prezioso apporto).
Il trattamento vergognoso inflitto alla Grecia (“a volte gli shock sono salutari”, disse il nostro salvatore della patria Mario Monti. Avrebbe anche potuto essere il nostro presidente della Repubblica post-Napolitano se non si fosse fatto prendere la mano e avesse voluto presentarsi alle elezioni con un suo partito) non ha certo aumentato le simpatie verso l’istituzione europea.

Ora, si dice che i risparmiatori non abbiano sottoscritto i Btp perché non hanno fiducia nell’Italia. Tradotto, vuol dire che non hanno fiducia nelle politiche dell’attuale governo e che temono che il prestito possa non venire onorato.

Lasciamo stare per carità di patria gli investitori istituzionali (fondi, assicurazioni, banche..). Qualcuno deve spiegare come mai si affannavano a comprare Bot con tassi negativi (non investivano, ma pagavano cash!) ed ora rifiutano tassi al 3,2% che rimpinguerebbero i portafogli dei propri clienti. Il motivo è semplice, almeno per le banche è chiarissimo: con tutti i soldi che i governi precedenti gli hanno regalato avevano l’obbligo di comprare titoli di stato a tassi negativi o bassissimi per far calare il debito. Che non è calato però, ed è ovvio: i soldi risparmiati sui tassi di interesse se li sono presi loro per coprire i buchi che avevano fatto regalando soldi agli amici degli amici…

Sui piccoli risparmiatori, la cosiddetta clientela retail, bisognerebbe capire invece:

  1. non hanno avuto fiducia o sono così ghiotti che aspettano tassi ancora più alti?
  2. ma questi soldi da investire in Btp la gente ce li ha davvero?
  3. e la domanda delle domande: e a quelli che non hanno i soldi per comprarsi i Btp chi ci pensa?

Vedremo.

La Galbani comunque (ve la ricordate la pubblicità? “la fiducia è una cosa seria, che si da alle cose serie”) da tempo non è più italiana, come le storiche Invernizzi, Locatelli e come decine di altre aziende dell’agroalimentare. Se le sono comprate i francesi della Lactalis. Per non parlare dell’ultima ad andare, la Pernigotti, che se la sono comprata i turchi.

Ma allora c’era molta più fiducia.

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Roma immortale!

In occasione della prossima marcetta su Roma¹, mi sono reso conto che lo Stato Pontificio ha un proprio Inno. Tra l’altro non male, non marziale come quello della ex Unione Sovietica o temibile come il Deutschland Deutschland über alles, ma con una sua forza espressiva. Il compositore fu Charles Gounod e fu eseguita per la prima volta nel 1869, ma dovette aspettare un bel pò di anni per soppiantare la vecchia  Marcia Pontificia di Hallmayr, perché nel frattempo erano arrivati i piemontesi. Se ne riparlò nel 1949, dopo ottant’anni sembrava che i preti si fossero fatti una ragione della separazione tra Stato e Chiesa, ma si sa che i tempi della Chiesa sono lunghi. Ancora oggi sull’Imu se la prendono comoda: a pagare e a morire, del resto, c’è sempre tempo.

Versione originale italiana dell’Inno Pontificio
del testo composto da Mons. Antonio Allegra

Roma immortale di Martiri e di Santi,
Roma immortale accogli i nostri canti:
Gloria nei cieli a Dio nostro Signore,
Pace ai Fedeli, di Cristo nell’amore.

A Te veniamo, Angelico Pastore,
In Te vediamo il mite Redentore,
Erede Santo di vera e santa Fede;
Conforto e vanto a chi combatte e crede,

Non prevarranno la forza ed il terrore,
Ma regneranno la Verità, l’Amore.

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¹ Niente di cruento, per carità. Con il coretto di cui faccio parte parteciperemo ad un convegno insieme a qualche migliaio di altri cantori provenienti da tutto il mondo, in occasione della festa di S.Cecilia patrona dei musicisti. Nel mio caso sia il titolo di cantore che di musicista sono usurpati ma tornare a Roma, qualunque ne sia la ragione, è sempre un piacere. Guiderò un drappello agguerrito di coriste, spero di tornare a casa sano e salvo.

 

Per non parlare della flatulenza!

Tempo fa parlai della simpatica coppia che tutte le sere all’ora di cena esterna i suoi problemi intestinali, decantando le proprietà miracolose di un farmaco contro la sindrome da colon irritabile che coglie sfortunatamente entrambi i coniugi, e “per non parlare delle flatulenze!”, come si premura di informarci la gentile signora.
Per carità, meglio loro che la poverina con i denti sanguinanti, oppure la quindicenne affetta da prurito vaginale, affettuosamente consigliata sulla soluzione dalla esperta mamma.
E del resto, come dice l’orco Shreck, “Meglio fuori che dentro!”, noi cresciuti alle gesta della buonanima di Bombolo¹ non ci scandalizziamo di certo, e sicuramente i bambini saranno d’accordo.

Purtroppo ho una brutta abitudine, che è quella di guardare il telegiornale la sera. Chi te lo fa fare, direte, e non avete torto, ma purtroppo è uno di quei vizi di cui uno fa fatica a liberarsi, come il fumo: per un periodo cerco di resistere ma poi ci ricasco sempre. I primi venti minuti di telegiornale, immancabilmente, passano vedendo sempre le stesse facce, magari cambiando leggermente l’ordine: Di Maio, Salvini, il nuovo trio Lescano Bernini-Gelmini-Carfagna (a proposito: nota di merito per Mara Carfagna, quando ce vò ce vò parafrasando il più giovane dei vicepremier, che superando gli schieramenti di partito si è pronunciata contro il Ddl dell’ajatollah Pillon _ nomen homen _ sulla presunta “riforma” della disciplina delle separazioni matrimoniali e degli affidi dei figli. Mara, facce sognà), la Meloni, Martina (tallonato da Renzi). Solo Leu e i Verdi restano un po’ in ombra, sarà che non esistono?
Ognuno di questi personaggi esterna senza che venga mai in mente ad un giornalista di fare una domanda che sia una: si limitano a reggere il microfono ed annuire con gravità come se avessero di fronte dei premi Nobel o l’oracolo di Delfi. In pratica fanno l’asta di microfono, mestiere comunque remunerato abbastanza bene che se fossi stato più furbo avrei potuto intraprendere anch’io, se solo mi fossi deciso a prendere la tessera di partito giusta.
Tra l’altro Martina, povera stella (non mi si dica che insisto sempre su quelli, ma che ci posso fare, me le tirano fuori dalla penna come se fossero ceffoni), ha criticato il ministro 5S che ha dichiarato di voler fare finalmente una legge sul conflitto di interessi (loro ce l’hanno già pronta, ha detto con sprezzo del ridicolo: bè, che aspettavate a tirarla fuori, che morisse Berlusconi?) e invece Renzi ha detto che bisogna andare oltre il PD e recuperare il contatto con i movimenti. Lodevole, se non fosse che il PD l’ha ammazzato lui ed i movimenti li ha fatti scappare tutti in questi anni: comunque auguri, continuiamo a farci del male come diceva Nanni Moretti.

Essendo venuti a noia ai pubblicitari i lati B femminili, hanno deciso finalmente di sdoganare il sedere maschile. La cosa devo dire che ha generato un consenso unanime in tutte le donne che conosco, indipendentemente dall’età. Anche la domanda sbarazzina: “Succhino?” detta in modo da confondersi con zucchino è una genialata dei creativi, a cui faccio tanto di cappello.

A proposito di flatulenze, sembra che i vegani ne siano maggiormente affetti, a causa della dieta di erba che come si sa fermenta e quindi può causare gas fastidiosi. Leggevo di una stalla in Usa esplosa a causa dei gas di scarico delle mucche, che ovviamente non mangiano bistecche.

Tornando al telegiornale, sembra che voglia tirare la volata a chi ne sostiene l’inutilità: infatti tolti i primi venti minuti di cui ho già parlato, e degli ultimi cinque dove si parla di sport spettacoli e gossip, nei restanti cinque minuti a parte la rubrica della Santa Sede o di Confindustria (a proposito, il direttore ha criticato il reddito di cittadinanza perché a suo avviso 780€ sono troppi quando al Sud lo stipendio medio è di 830€. E non ti vergogni? ci sarebbe stato da chiedergli. Ma non mi pare di aver sentito la domanda) ci viene raccontato ogni starnuto di Trump, ignorando di solito gli altri sette miliardi di coinquilini di questo pianeta, a meno che non siano vittima di qualche catastrofe epocale e solo se c’è di mezzo qualche occidentale. A proposito, in Congo è in corso una devastante epidemia di Ebola, ma chi se ne frega. Idem del presidente del Brasile che è a favore del disboscamento dell’Amazzonia per permettere ai latifondisti di coltivare la soia, ma chi se ne frega, l’importante è che ci ridia indietro Battisti. O del campo di concentramento di Gaza, che a parlarne ci si becca degli antisemiti, o di quello che si sono detti al vertice di Palermo sulla Libia, dove gli stessi che sono andati a distruggerla ora premurosamente si prodigano per “ricomporre i dissidi”, compresi i francesi che hanno fatto fuori Gheddafi perché tra le altre cose voleva superare il loro franco coloniale, il franco CFA: ma si, chi se ne frega!

Ed è meglio fregarsene, perché altrimenti ci si fa il sangue cattivo, si digerisce male e pure l’intestino ne risente e si irrita. Per non parlare poi della flatulenza!

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¹ Chi l’avrebbe mai immaginato che alcuni dei film con Bombolo sarebbero diventati dei cult, o che ci sarebbe stato da rimpiangere la prima repubblica. Anzi, mi sa che proprio quelli che hanno fatto diventare cult i film di Bombolo rimpiangono più di tutti la prima repubblica. A me i film di Bombolo facevano cagare, ed anche la prima repubblica: ma sulla prima repubblica è da un bel pezzo che non sono più tanto sicuro.

Ferragosto con Olena (X)

Com’è bello far l’amore
da Trieste in giù
com’è bello far l’amore
io son pronta e tu?

Miguel, il giardiniere tuttofare, abbracciato al rastrello con il quale ramazza le foglie cadute da una delle querce secolari del parco di villa Rana, si esibisce in una personalissima versione di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà ad uso e consumo del pappagallo celtico Flettàx.
Il pennuto sembra apprezzare, e lo dimostra concludendo il ritornello con una citazione dotta: «… ma poeù vegnen chì a Milan… Terùn!»
«Miguel… ppsst… Miguel!» Da un cespuglio adiacente la quercia, una voce in falsetto richiama l’attenzione del messicano. Miguel lascia cadere il rastrello e si avvicina incuriosito al cespuglio, scosta le foglie e prorompe in un gridolino di sorpresa: «Tu?! Paio? Paio, mi amor, que haces aquì?»
«Sshh… habla piano, Miguel…» dice sottovoce Hector García, in arte Paio Pignola. «Tu mi devi aiutare…»

Nel ristorante tipico “Casa Castalda”, situato nell’omonimo borghetto in provincia di Perugia, il proprietario nonché cuoco Lollo Cavaturaccioli meglio conosciuto come “Il mago della crescia” sta sovraintendendo all’allestimento dei numerosi tavoli all’aperto, tutti prenotati per l’attesissima finale di Miss Saltarello che si terrà di lì a poche ore sul palco allestito proprio di fronte al locale. Per il premio speciale al miglior gruppo folcloristico favoritissimo è il gruppo “Li ‘ngrifati de Montemeló” che, trascinati dalla famosa coppia di stornellatori Gustì de Pertecaró e Mariuccia Olivieri detta Fiencacelli e accompagnati dal funambolico organettista Leone Cacciamà, hanno affrontato una trasferta di ben 85 km pur di portare a casa per il quinto anno consecutivo il prestigioso premio “La crescia d’argento”.
I due improvvisatori stanno scaldando la voce con qualche rima sapida, mentre il corpo di ballo composto da ben dodici robuste ragazzotte dodici e relativi accompagnatori sgambetta allegro:

Gustì:
Me lo dicìa sempre la pora nonna
la tigna è sempre stata la ruvina della vigna
la vigna rovinata dalla tigna
uva ne fa tanta, ma non se magna
allora, cocca mia, mpara na cosa
a volte bisogna pur darla la pelosa.¹

Mariuccia:
Da lontano se sente che prufumi d’ignoranza
mammata te n’ha data proprio tanta;
scì natu in un periodu de bbonnanza
se ne venni una metà, troppa te ne ‘vvanza.

Il terzetto di ottantenni che risale lentamente la salita che porta alla piazzetta attira l’attenzione di Lollo. Si ferma un attimo, con lo strofinaccio in mano, e li osserva dirigersi verso il palco. Il più alto dei tre, che indossa una specie di saio marrone, fissa lo stornellatore con calma ma decisione. Quando Gustì se ne accorge rimane a bocca aperta per la sorpresa, lasciando Mariuccia senza l’attesa risposta. Quando si riprende, lascia alla partner il cembalo che usa per accompagnarsi e scende le scalette del palco, avvicinandosi al terzetto che lo aspetta a braccia conserte. Finalmente recupera la favella:
«Virginio, cazzo, mi stavi facendo prendere un colpo. Che ci fai con ‘sti rincoglioniti?» indicando Oscar e Armando, che ridacchiano sotto i baffi.
«Siamo venuti a prenderti, Agostino. Ci serve un batterista» spiega il Santone, con un accenno di sorriso, e continua: «E’ ora di fare quel lavoretto. Il Russo è tornato»
«Il Russo… lo sapevo che non era morto, quel bastardo!» sibila Agostino con disprezzo.
«Ancora no, gli serve una spintarella» lo informa Armando Grasparossa. Poi, guardando verso il palco: «Ma quella non è Mariuccia? Ma almeno te l’ha data dopo tutti ‘sti anni?» ridacchia il fisarmonicista.
«Sta’ zitto rimbambito, non farti sentire che è ancora una jena…» lo zittisce lo stornellatore «per tua informazione abbiamo cinque figli e diciotto nipoti, ma non ha ancora voluto sposarmi»
«Bè, quando torniamo falle la dichiarazione. Io ti suono l’Ave Maria, però sbrigati, che sennò mi tocca suonarti il Requiem Aeternam» ridacchia a sua volta Oscar Calatrava.
«Vaffanculo, Oscar». Poi, girandosi preoccupato verso il palco dove la compagna Mariuccia lo aspetta con le mani ai fianchi ed un’espressione infastidita sul viso:
«Mariuccia, amore mia, devo partì pe quarche jornu co ‘sti amici, non te sta’ a preoccupà»
Mariuccia squadra il quartetto, scuotendo la testa, poi si rivolge direttamente al Santone, guardandolo negli occhi.
«Tu non molli mai, eh? Lo sapìo che un jornu o l’antru saristi ‘rriatiu, è da quanno è morta la pora Giovanna che te ‘spettavo… »² Poi, dopo aver guardato Agostino con tenerezza, continua:
«Vidi de ‘rportarmilu a casa ‘ssu testó… che sennò, se non te ‘mmazza quillu te ‘mmazzo io»
Poi gira loro le spalle, e rivolta al gruppo folcoristico dichiara: «Ragazzi, Gustì non se sente bene. Stavolta faccio tutto io… daje Cacciamà, ‘ttacca»

«Natascia, figlietta mia, quanto manca per arrivare? Che questi sedili non sono proprio comodi, sai»
Nonna Pina, seduta al posto del secondo pilota, osserva Olena manovrare i comandi del vecchio Antonov An-2. «E poi sinceramente preferirei rimettere i piedi sulla terraferma, questi rumori non sono per niente rassicuranti» dichiara la ultracentenaria.
«Tranquilla, babushka, questo aereo è gioiellino. Scarta leggermente a destra in decollo, ma quando in aria sicuro come poltrona di casa. Ora speriamo che in atterraggio non andiamo in mille pezzi» dice la russa, concentrata.
«Spero questo macinino sia assicurato» chiede preoccupata nonna Pina «che ripagarmi come nuova costerebbe una fortuna»
«Ah, ah, avete ragione babushka… ma non ci sarà bisogno, io scherzavo…»
Nonna Pina guarda Olena con stupore «Aspetta aspetta che controllo se sta arrivando una tempesta di neve. Tu scherzavi? Ah, ah, Natascia non sai come mi fai contenta, ero preoccupata per te!»
«Preoccupata babushka? Perché mai?» chiede la russa.
«Perché ti ho visto triste, pensavo che avessi qualche problema… tutto a posto allora?»
«Si, tutto a posto babushka, davvero» conferma Olena, con lo sguardo fisso all’orizzonte.
«Bene, sono contenta per te» approva nonna Pina. «Allora dai, accelera che così arriviamo prima di mia nuora e del maggiordomo. Però, Natascia, posso chiederti una cosa?»
«Certo babushka, cuosa?»
«Come mai hai tolto di nuovo i serbatoi e rimesso le mitragliatrici?»

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¹ Tratto da “Stornelli marchigiani” di Leucano Esperani www.luoghifermani.it
² trad. Lo sapevo che un giorno o l’altro saresti arrivato, ti aspettavo da quando è morta la povera Giovanna. Vedi di riportarmelo a casa questo testone… che se no, se non ti ammazza quello ti ammazzo io.