La bicicletta rossa

Pur non essendo particolarmente appassionato di  sport motoristici, confesso di essere rimasto impressionato dall’incidente occorso al pilota di formula uno Fernando Alonso, che a seguito di una scossa (almeno così sembra) ha perso la memoria. Perbacco, mi sono detto: e se succede anche a me,  e dimentico tutto? Va bene, la Ferrari non devo guidarla, ma magari qualcosina da salvare c’è. Così la mattina di Pasqua, scambiando gli auguri con i miei fratelli, mi sono ritrovato a condividere questa preoccupazione. Ridendo, mi hanno precisato l’accaduto: Alonso non ha perso la memoria, gli si sono solo cancellati gli ultimi 15 anni.  Lì per lì mi sono sentito rassicurato, ma poi mi è sorto un dubbio: visto che mi vengono in mente solo storie vecchie, avrò preso la scossa anch’io?

Il giorno della prima comunione è solitamente un giorno di letizia. Il vestitino blu per i maschietti, o l’abitino bianco per le femminucce, era l’abbigliamento che identificava i nuovi ammessi alla mensa del Signore; per quanto mi riguarda, un paio di scarpe di vernice completava la divisa.

Ero senz’altro un bambino obbediente, non abituato a lamentarsi per niente. Così, orgoglioso delle mie scarpe nuove, passavo sopra al fatto che mi stessero un po’ strette. Un po’ tanto, strette. Da un lato mi sentivo in colpa: forse quando le avevo provate non ero stato abbastanza attento. Dall’altro, ben sapendo che mica si potevano comprar scarpe nuove tutti i giorni, e nemmeno mesi, pensavo: portandole si allargheranno. Trascorsi quindi tutta la messa, e le foto, e il seguente pranzo (la durata di un pranzo con scarpe strette è almeno il triplo di uno con scarpe comode), con stoica concentrazione. Lo sforzo mi causava una lieve ruga sulla fronte che  confermava la mia fama di bambino buono (del tentativo di farmi entrare in seminario ho già raccontato).

Fu solo tornati a casa, finito tutto, che togliendo le scarpe mia madre si accorse di un particolare che ad un bambino meno distratto di me non sarebbe sfuggito.  “Ma non sentivi che erano strette?” – mi chiese allibita – “non hai visto che c’era la carta?”. Mi ero dimenticato di togliere la carta che serve solitamente a tenere in forma le punte. Ci sono momenti, e passano nella vita di ognuno,  in cui non ci si sente di un’intelligenza acuta (l’ora del cojo’), e quello ne fu uno; alla domanda pleonastica credo di aver risposto balbettando, forse un diffuso rossore imporporò il mio viso. Ed io che pensavo che per fare la comunione si dovesse soffrire.

In quell’occasione gli zii materni mi regalarono la bicicletta. Bella, rossa. Ora ci sono biciclette di tutte le misure, e man mano che i bambini crescono si cambiano: allora la bicicletta da bambino doveva durare fino a quando si prendeva quella da uomo. Perciò all’inizio erano grandi, e si faceva fatica a toccare i piedi per terra; alla fine invece le ginocchia toccavano il mento.

La tecnica per diventare ciclisti non è molto cambiata nel tempo. Qualcuno più grande ti regge in equilibrio, solitamente dalla sella; quando si accorge, dopo qualche pedalata avanti e indietro, che bene o male stai dritto, ti molla e vai. E così difatti il mio genitore fece: ad un certo punto, fiducioso, mi mollò. La bottega di mio padre, come ho già accennato, dava sulle mura del paese, intorno alle quali scorre la strada di circonvallazione; ed è proprio lì che mi lanciai per il mio primo viaggio solitario.

Le mani piccole non riuscivano a tirare i freni, ma ero confidente in un modo o nell’altro di riuscire a fermarmi.

Quando pensavo già di essere padrone del mezzo, il cielo sopra il novello Gimondi si oscurò. Un inconfondibile suono strombazzante annunciò l’arrivo della corriera di Damiani, della linea Pollenza-Macerata, ed il panico si impadronì di me. Con le mani sudate, i freni scivolavano; cercai di spostarmi a destra, ma tutto impegnato a cercare di tirare quei maledetti freni, mi accostai un po’ troppo ai veicoli parcheggiati. Per fermare mi fermai, ma con uno stile che non mi sentirei di consigliare ai neofiti : come freno usai la faccia. Cioè, mi impastai sul retro di un camioncino. Col senno di poi sarebbe stato meglio mettere almeno le mani avanti: ma l’idea di mollare il manubrio nemmeno sfiorò la mia mente. Tornai alla bottega, pesto e insanguinato, e con i miei bei dentoni davanti spezzati. Mio padre, che sapeva cosa l’avrebbe aspettato appena arrivati a casa, non aveva un aspetto sereno.

Qualche tempo dopo, a causa della nuova pista di pattinaggio, scoppiò un’epidemia di denti rotti: su di me non attecchì, ero stato vaccinato.

(32. continua)

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Il prete e la monaca

Secondo l’ultimo censimento Istat del 2012, a partire dai 35 anni le donne sono in misura maggiore degli uomini. Nel passato questo fenomeno, causa guerre e carestie, era ancora più accentuato: questo faceva sì che se un uomo maturo non fosse sposato venisse definito scapolo (c’è sempre speranza di); se invece matura era la donna, si parlava di zitella (mettiti l’anima in pace).
Ingiustizia da cui mi dissocio.

La mia prozia Caterina, Catò per gli intimi, era appunto una zitella. Si favoleggiava di un antico sfortunato amore di gioventù; o del suo ritrarsi di fronte a qualsiasi avance, per non fare la fine delle donne della sua epoca, totalmente sottomesse ai mariti. La parità tra i sessi era ben lungi dall’essere raggiunta dalle suffragette di casa nostra; qualche sonora battuta da parte di mariti denutriti si, ma frequentatori assidui di cantine, non era infrequente.
A volte accadeva anche il contrario, ma costituiva un’eccezione.

Oggi si sente parlare molto di sobrietà. Di solito da gente con la pancia piena che la raccomanda agli altri. Catò in fatto di sobrietà avrebbe potuto dar lezioni a tutti.
Ero bambino, e le chiedevo perché mai non si decidesse a comprare la televisione. E che ce faccio, rispondeva, che tra un po’ devo murì. Aveva poco più di 60 anni, e ne campò altri 30: la televisione non la comprò mai, benedetta donna, che bellezza se tanti avessero seguito il suo esempio!

Mi sembrava quindi abbastanza precipitosa nella sua risoluzione; c’è da dire che la preoccupazione maggiore degli anziani di una volta era quella di mettere via i soldi per “lu furnittu”, ovverosia il loculo dove essere tumulati, senza lasciare debiti agli eredi. Per me non preoccupatevi, comunque.
Per riscaldamento aveva una vecchia stufa a legna (ora tornate di gran moda) che riscaldava un solo ambiente della casa. La camera da letto, dove l’avreste trovata già alle sette di sera, era fredda; per questo d’inverno nel letto si infilava l’accoppiata prete-monaca.
Non pensate male: la monaca era un braciere di terracotta; il prete una specie di baldacchino che veniva infilato sotto le coperte e nel quale veniva deposta la monaca; il suo scopo era quello di non far toccare appunto le coperte con le braci.

Quando passavo a trovarla, innanzitutto si lamentava che non andassi mai a trovarla: gatto che si mordeva la coda, perché per non sentire le sue recriminazioni davvero la volta dopo ci pensavo due volte. Però a volte ne valeva la pena. Ad esempio, Catò custodiva un tesoro.

Ho già accennato al ramo di parentela emigrato con lo scopo precipuo di arricchire l’avvocato Agnelli. Zia Caterina conservava religiosamente, in soffitta, in scatoloni catalogati con cura, varie masserizie lasciate da mia zia Lelletta; delle bottiglie di liquore residui di una gestione di suo marito del circolo cittadino (Punt e Mes!); e soprattutto la collezione di Nembo Kid del di lui fratello minore, che Catò amava come un figlio. La zia mi faceva violare il sancta sanctorum con la scusa di aiutarla a spolverare; ma in realtà credo lo facesse perché sapeva che mi piaceva leggere, e tanto. Mentre lei passava in rassegna i suoi pacchi, io scandagliavo la raccolta; potevo leggere quanto volevo, ma guai a portar fuori un giornalino. Adesso la collezione varrebbe parecchio: peccato che perì nel crollo della soffitta, causato dalla canna fumaria dell’abitazione sottostante.

Catò alla perdita non resse. Deportata nel vicino ospedale, senza la sua indipendenza e i suoi lamenti, si spense. Aveva conservato per tutta la vita la sua virtù come quella collezione di Nembo Kid; testimoni attendibili riportano che alla fine si chiedeva se, dopotutto, ne fosse valsa la pena.

(17. continua)

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