Ki ti foi atesso?!?

Nel febbraio del 1968, quando Paolo Villaggio¹ comparve in televisione in “Quelli della domenica” con i suoi personaggi, il Professor Otto von Kranz e Giandomenico Fracchia, non avevo ancora 9 anni.
C’erano solo due canali ed in bianco e nero; sul primo canale, dopo la Tv dei ragazzi e prima della partita di calcio, c’era questo nuovo varietà, con comici che avrebbero segnato tutta un’epoca come Cochi e Renato, Ric e Gian, e appunto Paolo Villaggio.
Solo per dare un’idea del livello di certi spettacoli, la regia era di Romolo Siena ed i testi erano scritti da Marcello Marchesi, Terzoli & Vaime e Maurizio Costanzo; l’orchestra era diretta da quel mostro sacro che era Gorni Kramer. Gli ospiti musicali erano bravissimi.

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Mi piaceva guardare la partita di calcio con mio padre, seduti al tavolo della cucina, un tavolo con il piano in fòrmica rossa che serviva per il pranzo e per lo studio, nella casetta di cui vi ho già parlato, in uno di quei pochi momenti di complicità tra “uomini”, che allora i genitori facevano i genitori, mica gli amici dei figli; non avevamo divani, sedevamo sulle sedie normali, babbo con il gomito appoggiato al tavolo e le gambe accavallate, io con i piedi che non toccavano terra, con le mani sotto le cosce, a tenerle calde, tutto contento di essere lì.
Nell’aria c’era l’odore della cena che mamma stava preparando; mia sorella, 4 anni, sgambettava intorno come una donnina e l’ultimo arrivato reclamava la sua parte di attenzione.
Quest’ultimo fratello, il terzo della serie, aveva appena compiuto un anno, e l’anno dopo sarebbe nato il quarto (e ultimo); mia madre lo ebbe a nemmeno 34 anni, età alla quale oggi la maggior parte delle donne non ha avuto nemmeno il primo.

Qualche settimana più tardi sarebbe iniziato lo Zecchino d’Oro, presentato da Cino Tortorella alias Mago Zurlì, con il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre; l’anno prima aveva vinto Popoff, quell’anno avrebbe vinto Quarantaquattro gatti, e grande successo ebbero Il valzer del moscerino cantata da Cristina D’Avena, che assomigliava vagamente a mia sorella, e il Torero Camomillo.

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Il festival di Sanremo era appena finito, l’aveva presentato Pippo Baudo e le canzoni si cantavano in coppia; vinse Canzone per te, cantata da Sergio Endrigo e Roberto Carlos; i concorrenti erano artisti formidabili, basti pensare che tra gli stranieri in gara c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, Paul Anka, Shirley Bassey, Dionne Warwick e gli italiani non erano da meno: Celentano, Milva, Ornella Vanoni, Ranieri, Modugno, Al Bano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Marisa Sannia, Little Tony, Johnny Dorelli….

Ma non fatevi trarre in inganno, non pensate che passassimo tutto il tempo a guardare la televisione! Anzi, la televisione era una concessione, ed andava presa a dosi parsimoniose. E poi, mica avevamo tanto tempo per guardare la televisione. Scuola, doposcuola, catechismo, compiti, e solo quando tutto era fatto si poteva uscire a giocare con gli amici… da soli, mica coi grandi sempre tra i piedi a controllare! A giocare a pallone, a palline, a figurine, a nascondino ad acchiapparella insomma tutti giochi che non si facevano da soli contro un computer e soprattutto che non costavano niente e non dovevano costare niente.
E i libri… non che in casa avessimo una gran biblioteca, ma quelli che c’erano li leggevo e rileggevo fino a consumarli.

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Tornando a Villaggio, le maschere che proponeva, viste da un bambino, ricordavano quelle delle comiche; personaggi improbabili alle prese con situazioni ridicole, Fracchia sulla famosa poltrona, Kranz che si batte con il martello per dimostrare di non sentire dolore, e va poi a urlare nei camerini… e le avventure di Fantozzi, per noi quasi aliene, perché raccontavano di un modo di lavorare che da noi era sconosciuto (nella zona c’era molta agricoltura, artigianato, qualche fabbrichetta ma grandi industrie non ce n’erano, gli impiegati erano in banca o al comune, e non erano considerati delle nullità ma erano ben considerati) se non per sentito dire dai parenti emigrati al “nord”.

Solo dopo qualche anno riuscii a capire di che si parlava. Fantozzi l’ho amato molto, mia moglie invece l’ha sempre odiato, lei sindacalista, perché rappresentava quanto di peggio c’è in un lavoratore: la mancanza di spina dorsale, il servilismo verso il potente, la rassegnazione ad ogni sopruso, la prepotenza verso i più deboli (in questo caso la moglie, la signora Pina), accomunando in questa avversione maschera e attore, Fantozzi e Villaggio.

“Quelli della domenica” finì in giugno; in quel giugno si svolsero in Italia i campionati Europei di calcio, che vincemmo contro la Jugoslavia, per la prima ed unica volta, nella seconda partita di finale, dato che la prima era finita in parità; ed alla finale eravamo arrivati dopo aver pareggiato contro l’URSS, grazie alla scelta fortunata della monetina da parte del nostro capitano Giacinto Facchetti².

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Ma non era mia intenzione fare una cronologia del 1968, solo di cercare di riportare alcune delle sensazioni di un bambino di allora: eravamo più semplici, più ingenui, più poveri se si intende la mancanza di un certo benessere, ma non certo più poveri di sogni, di volontà e di speranze; anzi, avevamo una speranza illimitata nel futuro, l’anno successivo l’uomo sarebbe arrivato sulla luna e nulla ci sembrava impossibile.

Quello che avevo allora non lo avrei cambiato, e non lo cambierei, per niente al mondo; e sono abbastanza sicuro che parecchie delle cose di cinquant’anni fa che ho raccontato, tra cinquant’anni saranno ricordate ancora; di quello che c’è in giro oggi, non credo proprio.³

(148 – continua)

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¹ Quando l’altro giorno hanno dato la notizia della morte di Paolo Villaggio mi sono meravigliato. Pensavo lo fosse già da anni.
² Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che ho citato è morta. Qualcuno però campa ancora e quando morirà mi darà modo di ricordare i bei tempi. Cavoli vostri.
³ Sicuramente se oggi le donne fanno figli ad oltre 35 anni, se le trasmissioni televisive fanno pena, se un cantante dura lo spazio di un mattino e poi viene bruciato, se per vedere una partita bisogna farsi l’abbonamento a Sky, se Urss e Jugoslavia non esistono più, se le magnifiche sorti e progressive dell’umanità all’orizzonte non si vedono, se la disoccupazione giovanile è vicina al 40% e noi dobbiamo lavorare fino a settant’anni abbiamo sbagliato qualcosa. Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.
³ E’ morta anche Solvi Stubing, la bionda spumeggiante della pubblicità Peroni. Quelli della mia generazione quando immaginavano una tedesca pensavano a Solvi; quelli di adesso ad Angela Merkel. Poi dite che siamo andati avanti?

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24 pensieri su “Ki ti foi atesso?!?

  1. Neanche a me piace Fantozzi: mi fa venire il nervoso, misto a tenerezza. Come i bradipi… che mi verrebbe da prenderli e portarli dove vogliono, senza quel modo di muoversi agonizzante…
    Però ha disegnato perfettamente un quadro, che senza accorgercene tutti abbiamo interpretato da lì in poi…
    Hai ragione su tutto.

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    • Fantozzi, iperbolicamente, ha descritto una parte di mondo, quello delle grandi fabbriche degli anni 60-70, con la figura dei travet, gli impiegati proletari con smanie borghesi, che si pensavano di una casta superiore agli operai della produzione, più restii a sentirsi “classe” lavoratrice, più individualisti e per questo più soggetti agli sghiribizzi del padrone di turno. Non è così ancora adesso? Lo raccontavi proprio tu di gente disposta a tutto, vero? In più racconta una storia di un’epoca, la frittatona con le cipolle, la Peroni familiare, la partita alla tele… memorabile il suo scatto di orgoglio, quando all’ennesimo cineforum si alza a dire: “Per me la corazzata Potiomkin è una cagata pazzesca!” , che richiama a quei gesti di eroismo tipici dell’italiano considerato di solito opportunista e infingardo, tipo il Gassman de La Grande Guerra se vuoi, ma meno epico; Tutti e due i protagonisti la sconteranno duramente, ma almeno Fantozzi rimarrà vivo. Di Villaggio invece non mi piaceva il ripetere troppo le sue macchiette, insomma ha fatto anche un bel pò di “boiate pazzesche”…

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  2. Villaggio mi è piaciuto quando sono diventato piú grandicello. Quando ancora non avevo la barba ovviamente non lo capivo e quindi non lo apprezzavo come avrei potuto.
    Il calcio, il catechismo e la tv in generali non mi dicono molto, ma la bionda, non solo la birra, e Salgari… beh, che dire se non imperdibili?

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  3. Posso dirti che c’è stata una sintonia immediata tra me e il Villaggio-Kranz. Mi piaceva quel modo di fare tra lo sbruffone ed il dittatoriale. Però non avrei mai creduto che sarebbe arrivato a dettare la linea a tutta quella canea di personaggi alla Ferrara, Sgarbi, Paragone… che, alcuni anni dopo, avrebbero finito per determinare uno stile altrettanto aggressivo, ancor più volgare ed offensivo, oltre che vacuo e totalmente senza stile. Lui si che lo stile ce l’aveva, perchè era un comico di razza, uno di quelli in cui l’intelligenza è arte e produce bellezza, oltre che empatia e preveggenza.
    Così permettimi di incorniciare queste tue parole:” Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.” VILLAGGIO CI FACEVA VEDERE PROPRIO QUELLE”MERDACCE” che in realtà eravamo. Noi ci abbiamo riso, senza per questo cercare di cambiare, genitori e figli. Dunque non si può tracciare una linea tra un passato eldorado ed un presente aborto: ogni cosa è figlia di altre cose……
    Un caro saluto

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    • Fantozzi era geniale, metteva in mostra ed amplificava tutti i difetti dell’arci-italiano, o dell’uomo-schiavo tout court; sospetto che Villaggio disprezzasse i cialtroni, e forse anche se stesso per aver fatto dei film davvero cialtroneschi; le ultime esternazioni erano improntate a grande amarezza e disillusione. Fantozzi eravamo noi e non ce ne accorgevamo, era lo specchio che rifletteva se non quello che eravamo quello che saremmo diventati; ma noi, come lo stolto che guarda il dito, ridevamo della sua miseria morale, assolvendoci dalla nostra. Chissà se in giro c’è un altro Villaggio, per prenderci a pernacchie per le nostre nuove manie e viltà…

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