Il Dubbione

Sicuramente qualcuno rimarrà perplesso se non addirittura scandalizzato dal fatto che un intellettualone del mio calibro segua il programma “I soliti ignoti”, condotto dal bravo Amadeus su Rai Uno, subito dopo il Tg. A dire il vero, ma lo sapete già, preferisco “L’eredità” dove almeno i concorrenti devono possedere un minimo di cultura generale ma che a volte, complice l’emozione o la fretta o la genuina ignoranza dicono degli strafalcioni divertenti e preoccupanti, come ad esempio gli sventurati che hanno fatto diventare cancelliere Adolf Hitler nel 1979, ‘64 o ’48 o la marziana che ha collocato l’eccidio delle Fosse Ardeatine nel ’71.

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Da tempo propugno la revisione del suffragio universale: chi non sa niente è propenso a credere a tutto.

In attesa del ritorno dell’amato format, mentre sorbisco il caffè e traffico con la posta elettronica il garbo e la simpatia di Amadeus mi tengono compagnia. Una volta mi faceva compagnia anche il cane, ma da quando è morto vengo abbandonato alle mie lamentele e intemperanze.
Il funzionamento del gioco è semplice: si tratta di abbinare ad otto ignoti la propria identità (ad esempio: “fabbrica cravatte”; “seduce con la danza del ventre”; “fa ballare le dita”…) solo guardandoli; si possono chiedere al massimo tre indizi, che il più delle volte confondono maggiormente invece di chiarire e tre incontri ravvicinati per osservare da vicino qualche particolare dell’ignoto (spesso le mani, per controllare se c’è qualche callo; qualcuno più intraprendente gira intorno alle ignote, per apprezzare non si sa bene cosa). Il montepremi è considerevole ma nel corso del gioco ci sono due “imprevisti”, come nel gioco dell’oca, che possono azzerare quanto guadagnato fino a quel momento.
Infine, per portare a casa il bottino accumulato, viene fatto entrare un tizio ed il concorrente deve indovinare di quale degli ignoti è parente. Solitamente è un congiunto stretto, e bisogna essere bravi in base all’età ed alle rassomiglianze ad abbinarlo con uno degli otto.
Essendo pochissimo fisionomista confesso di sbagliare regolarmente gli abbinamenti, per cui se dovessi partecipare vincerei un bel niente, ma c’è gente davvero brava nel cogliere i particolari, occhi, naso, bocca, orecchie ed ogni tanto qualcuno porta a casa qualche soldino.

A questo punto un sentito “e chi se ne frega delle tue perversioni” capisco che possa anche starci, ma lasciatemi parlare della novità di quest’anno: il Dubbione.

Quando il concorrente ha penato per un’ora per accumulare qualche euro e cercare di capire di chi accidenti è parente quel signore che apparentemente niente ha a che fare con quelli che ha alle spalle ed ha formulato le congetture più fantasiose deve scegliere: e la scelta è irreversibile. Il prescelto si posiziona vicino al parente, musichetta di suspence, scongiuri e tensione : è lui o non è lui?
Ma quest’anno ecco che i misericordiosi autori sono venuti incontro ai concorrenti, alla modica cifra di metà del montepremi conquistato: hai un ripensamento? Non sei proprio sicuro di quello che hai scelto? Esprimi il Dubbione entro dieci secondi, e potrai cambiare cavallo.

E’ davvero utile il Dubbione! A quante e quanti sarebbe piaciuto averlo a disposizione quando una scelta che a prima vista sembrava oculata si è rivelata essere una boiata pazzesca? A quante e quanti è capitato sull’altare di voltarsi verso il testimone, e considerare di star facendo una cazzata? Ah, se ci fosse stato il Dubbione!

Chissà, forse anche un certo politico molto noto per la scelta dei maglioncini sta rimpiangendo di non aver avuto a disposizione il Dubbione dopo aver imboccato una strada incomprensibile e autolesionista… ma meno male che non c’era!

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Una birra per Olena (XX)

«O Svengard, compagno di mille bisbocce» dice il più giovane degli Uppalli osservando preoccupato la bottiglia di Kostenkorva ormai vuota ed il pianista riverso sul barile «che bisogno c’è di fermarci in quell’isola disabitata? Non è meglio tirare fino a Gotland finché il sole è alto nel cielo? Non abbiamo a bordo né cani né bambini né nonni che giustifichino soste all’Autogrill, mi pare»
Svengard scuote l’elmo cornuto e rivolge all’amico uno sguardo benevolo, introduttivo alla spiegazione che si appresta a fornire.
«Vecchio amico, tu sai quanto ti stimi. Le tue qualità sono conosciute ed apprezzate dal mare di Barents fino al canale di Skagerrat. E non mi riferisco alla maestria nel comporre canzoni, per essere chiari»
«Ah, no? E di che si tratta allora? Della mia simpatia, della mia arguzia?» chiede curioso il cantautore.
«Niente di tutto questo, caro mio: faccia tosta ed ignoranza, quelle sono le tue doti. Impareggiabili entrambe, specialmente l’ignoranza. Come si fa a definire “isola disabitata” Gotska Sandön? E’ persino parco nazionale!»
«Sarà anche parco nazionale, mare dune e uccelli in libertà, ma non c’è anima viva!» protesta Uppallo IV.
«Questo non è assolutamente vero» spiega il vichingo. «Gotska Sandön, oltre ad offrire rifugio e protezione a specie animali e vegetali, ospita custodi e personale del parco; numerosi visitatori si recano a visitarla, specialmente d’estate.»
«E sia pure» concede il cantante «ma da quando in qua ti interessi di dune o migratori? Non per farti fretta, o cornuto (mi riferisco all’elmo, naturalmente) ma la tua donna ti sta aspettando e, a differenza delle sue poppe, non mi sembra che la pazienza sia uno degli aspetti più sviluppati del suo carattere. Guardami negli occhi, per quanto il copricapo te lo consenta, e vuota il sacco: che diavolo dobbiamo fare a Gotska Sandön?»

Il vichingo inspira profondamente e poi, indicando il pappagallo Spread, inizia a parlare:
«Gilda non crederà mai che quello sia Flettàx… ma lo hai sentito? “Venti gradi e dieci decimi a dritta…” è troppo preciso! Troppo educato, troppo rispettoso, non insulta, non dice una parolaccia, niente!»
«Bè, effettivamente… magari potresti dire che ha sbattuto la testa, o magari sbattergliela veramente da qualche parte…» suggerisce Uppallo IV.
«Questa è in effetti una possibilità» concede Svengard «ma prima vorrei tentare un’altra strada. Tu sai che su quest’isola vive il più grande addestratore di pappagalli del mondo? Qualcuno lo considera uno sciamano, dicono sia un fenomeno…»
«Sciamano? Ma tu vaneggi amico mio, non avrai mica mangiato aringa fermentata andata a male, vero? Non ti sarai convertito al new age? O è l’astinenza che comincia a darti alla testa? E chi sarebbe poi questo fenomeno, e in che modo dovrebbe esserci di aiuto?»
«Frena, frena, piccolo Uppallo! Una cosa per volta, mi confondi» lo ferma Svengard. «Il nostro uomo è un italo-brasiliano, si chiama Giuseppi Tronfionaro»
«Tronfionaro? Mai sentito. Ma chi è?»
«Si dice» riprende Svengard «che fosse un potente capotribù, costretto a lasciare la sua terra a causa degli incendi»
«Una vittima della deforestazione, un combattente ecologista?» chiede Uppallo IV, con un fremito di indignazione.
«Ehm, ecco, non proprio… Tronfionaro più che combattente era un visionario… sognava di trasformare l’intera Amazzonia in un grande condominio pieno di boschi verticali ed orti urbani. Scopo più che nobile, se ci si pensa, e molto democratico: assemblee di condominio, amministratori eletti, manutenzione programmata…»
«Assemblee di condominio? Ma che diamine…» mormora l’aedo, che inizia a capire.
«Naturalmente, come ogni rivoluzionario ben sa, prima di costruire il nuovo bisogna abbattere il vecchio… e così Tronfionaro e i suoi seguaci si misero di buzzo buono a incendiare la foresta. Sottovalutarono il fatto che nella foresta ci abitavano anche loro, e così si ritrovarono senza foresta, senza case e ricercati dalla polizia di mezzo mondo»
«Un deficiente, insomma!» sbotta infine il cantante «E tu vuoi andare a trovarlo, quello è capace di darci fuoco alla nave!»

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Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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pezzo di capezzone!

«James, caro, che ne pensi dell’abito del nuovo ministro dell’agricoltura?» chiede Gilda, sdraiata nella sua chaise longue Frau.
«Un abito in organza e chiffon con piccole balze, in un bel blu, perfetto per la sua silhouette – approva il maggiordomo -. Abbinato magistralmente a delle slingback nere. Accessori in tinta con il piccolo torchon che incornicia lo scollo dell’abito. Sono sicuro che anche Girifalchi approverebbe».
«Sono contenta ti sia piaciuto, temevo lo ritenessi troppo sobrio» dichiara Gilda, sollevata.
«Assolutamente, signora, la vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo: la signora si sentiva entusiasta ed ha fatto benissimo a presentarsi in blu elettrica a balze. Sincera come una vera donna sa essere». conclude James, con un lieve inchino.
«Ma poi James, diciamocelo pure: a qualcuno è mai venuto in mente di criticare come veste un ministro uomo? A parte che sono tutti ingessati come manichini, poveretti. Che stupidaggine è questa?»
«Effettivamente, signora, il  commento non è stato dei più pertinenti. Un ministro si giudica dai suoi atti, non dai vestiti che indossa. Un gentiluomo  chiederebbe scusa e si presenterebbe con un mazzo di fiori»
«Hai detto bene, James, un gentiluomo… ma un capezzone?»

 

 

Una birra per Olena (XIX)

Tåsjön, sylt blåbär klippan matrand,
Fjällberget söderhamn,
ah ja ja ja!
Tåsjön,sötvedel kämpig aröd,
Sunnersta mordegal,
ah ja ja ja!¹

L’agile drakkar pilotato dal vichingo Svengard, lasciato alle spalle il Golfo di Botnia ed il Mare di Åland, si dirige verso le coste della Germania solcando il mar Baltico a vele spiegate. La ciurma è dedita alle occupazioni abituali: i gemelli Uppallo I e Uppallo IV seduti in plancia su dei barili di catrame vegetale intonano una virile canzone norrena mentre il cinese Po, nominato cambusiere e cuoco di bordo, sta preparando un piatto della tradizione sino-finnica, l’involtino di aringa marinata a primavera.

Poco prima di arrivare all’isola di Gotland, dalla coffa sulla quale è appollaiato il pappagallo Spread si alza un grido penetrante:
«Craa! Craa! Uomo in mare! Venti gradi e dieci decimi a dritta! Craa!! Uomo in mare!»
Tutti si precipitano verso la fiancata destra della barca, pronti a lanciare le ciambelle di salvataggio ed a tuffarsi per salvare i naufraghi, ma quello che vedono li lascia stupiti e perplessi: si tratta infatti di una zattera sulla quale una coppia in abiti da sera laceri sta eseguendo un duetto per violino e pianoforte; intorno al natante improvvisato sono posizionate delle canne da pesca, con le lenze visibilmente ricavate dalle corde della ottava più bassa del piano, le più lunghe. I due musicisti, infervorati nella loro esecuzione, sembrano non accorgersi nemmeno dell’arrivo dei salvatori.
«Ehi, di bordo, serve aiuto?» chiede loro Uppallo I, apprezzando la perizia degli artisti e soprattutto l’avvenenza della violinista.
I due si riscuotono e sorpresi si rivolgono all’equipaggio:
«O ignoranti!» risponde grato il pianista. «Non potevate aspettare che finissimo? E’ la sonata per violino e pianoforte numero uno opera settantotto di Johannes Brahms, e che cavolo!»
«Perdonaci, amico» si scusa il maggiore degli Uppalli «Ci dispiace di aver interrotto il vostro concerto, chissà perché ci eravamo messi in testa che foste in difficoltà. Siamo stati ingannati nel vedervi alla deriva nel bel mezzo del Mar Baltico, errore nostro»
«Il Mar Baltico?!» esclamano contemporaneamente i due musicisti, guardandosi interdetti. Poi la bionda violinista punta l’archetto verso il partner artistico e con voce tremante di rabbia, che contrasta con il suo aspetto angelico, lo investe di improperi:
«Quella pazza, dovevi farla rinchiudere! E’ una demente, una sciroccata, quante volte te l’ho detto! Guarda dove siamo finiti per colpa di quella scimunita, e scommetto che hai ancora il coraggio di difenderla!»
«Anastasija, non essere così dura con la povera Mikako. E’ disturbata, poverina»
«Disturbata, dici, disturbata? Quella è matta da legare, altro che disturbata! Se avessi lasciato fare a me, a quest’ora non sarebbe ancora in giro a far danni, e non ci troveremmo in queste condizioni!»
Uppallo I, che non ha potuto fare a meno di notare che il viso della violinista si è imporporato rendendola ancora più bella, incuriosito dallo sfogo chiede:
«Se non è chiedere troppo, amici, possiamo sapere come siete finiti a suonare Brahms ai merluzzi del Baltico? Hanno un buon orecchio musicale ma come uditorio non è proprio quello che si può definire competente. Ma, a proposito di merluzzi» continua Uppallo I «volete fermarvi a pranzo con noi? Il nostro cuoco è un fenomeno per zuppe e affini. Ci farebbe piacere, non è vero amici? » chiede ai compagni di viaggio, che assentono con entusiasmo.
«Bè ecco, noi veramente avevamo in mente una grigliata…» prova a declinare l’invito il pianista lanciando un’occhiata alle improvvisate canne da pesca ma prima che possa finire la frase l’eterea Anastasija si lancia verso la scaletta di corda che pende dalla fiancata della nave, vi si arrampica agilmente e scavalca il bordo di slancio finendo in braccio al sollecito Uppallo I prontamente intervenuto per sorreggerla. Il cantautore indugia per la verità qualche secondo di troppo con la fanciulla tra le braccia, quasi paralizzato da una sorta di languore ma soprattutto impacciato da un certo turgore.

Il cinese Po, uscito dalla cucina con un mestolo in mano, in testa una bandana bianca ed indosso un grembiule a quadrettoni giallorossi si lamenta energicamente con i suoi:
«Quante volte devo dile che voglio essele avvisato plima di invitale gente a planzo! Questo non essele listolante e io non sono vostla selva!» ma poi rassicurato da Svengard ed incantato dalla leggiadria della giovane ospite, la cinge per le spalle e la guida in cucina chiudendosi alle spalle la porta, con grande delusione del resto dell’equipaggio.

Nel frattempo anche il pianista, seppur riluttante, guadagna il ponte della nave e si siede su di un barile.
«Aperitivino? » propone Uppallo IV.
«Perché no?» si rilassa il suonatore «Ci sarebbe uno spritz?»
«Mi dispiace amico, il prosecco è finito. Assaggia questa, va giù che è un piacere» e con un sorrisetto gli porge una tazza di Koskenkorva.

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¹Luglio, col bene che ti voglio
Vedrai non finirà
Luglio m’ha fatto una promessa
L’amore porterà – cfr. “Luglio”, Riccardo del Turco, 1968

Scrutando volatili

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Essendo universalmente noto che non ci capisco una cicca di uccelli & affini, ci si potrebbe chiedere che cosa stessi osservando con tanto interesse. Ricercavo l’ispirazione? Un senso alla vita anche quando un senso non ce l’ha? La ragione per cui quella colonia di cigni si è insediata proprio in quello specifico posto e ci sta da Dio? Il perché, quando si può andare a mangiare pizzoccheri e sciatt belli comodi con le gambe sotto al tavolo, ci si sdraia sull’erba a mangiare panini? Qualche malizioso potrebbe pensare che stessi ammirando la bionda sul motoscafino,  lo nego decisamente; e nemmeno il motoscafino, per la precisione. Pensavo che forse, ai cigni, se ci togliessimo tutti quanti di mezzo faremmo un favore, e allo stesso tempo mi chiedevo se il cigno con la polenta fosse commestibile: ed ero contento perché avevano dato brutto, ed invece c’era un sole estivo da scottarsi il naso. “L’autunno poi verrà”, cantava Peppino Gagliardi, a cui il grande Fabrizio de André rispondeva: “Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora”, riferito a Gagliardi, ovviamente. Una cosa per volta, cari amici: intanto godiamoci quel che c’è, poi si vedrà.

 

Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

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Una birra per Olena (XVII)

Fritz Gunnerbaum grattandosi la testa guarda sbalordito la donna che occupa la sedia a dondolo del gatto Ringo e che sembra in confidenza sia con sua moglie Ursula che con il suo superiore, il commissario capo Horst Tupperware. Poggia infine sul tavolo il piattino di torta che Ursula gli ha messo in mano, e sbotta:
«Signorina, visto che nessuno si degna di informarmi, non sarebbe così gentile da dirmi chi accidenti è lei e che ci fa a casa mia?».
Olena sorride ad Ursula, e con un cenno del capo le lascia la parola:
«Accomodati Fritz, adesso ti racconto tutto…» poi, quando il marito finalmente si siede, comincia a raccontare:
«Ci siamo conosciute nel 1988, a Seoul…»
«A Seoul? Che ci facevi a Seoul?» interviene subito Fritz, sbigottito.
«Fritz, per piacere, non cominciare ad interrompere. Cosa dovevo fare a Seoul? Ero alle Olimpiadi, no? Con la squadra di atletica della DDR»
«Con la squadra di atletica…» ripete Fritz «Ma che c’entravi tu con la squadra di atletica,  non facevi mica  sollevamento pesi? Tra l’altro allora non c’era ancora il sollevamento pesi femminile alle Olimpiadi…»
Ursula continua a raccontare, senza nemmeno ascoltarlo, persa ormai nei ricordi:
«Avevamo una squadra fortissima in tutte le discipline… vi ricordate? Portammo a casa 102 medaglie, secondi solo all’Unione Sovietica che ne vinse 132… e davanti agli americani, che ne presero solo 94. Per noi non era solo una questione sportiva, si trattava di dimostrare la superiorità del socialismo nello sviluppo armonico della persona rispetto al capitalismo»
Olena conferma, annuendo.
«Stronzate» interloquisce Fritz, zittito da un’occhiataccia della moglie.
«Fin da giovanissimi eravamo sottoposti a ritmi di allenamento massacranti… specialmente con noi donne erano molto severi, noi dovevamo essere i simboli dell’emancipazione femminile, con risultati che si avvicinavano sempre di più  a quelli maschili»
«Donne toste…» commenta Olena.
«Si, toste, ma a che prezzo… hai ragione Fritz, io non avrei dovuto partecipare a quelle Olimpiadi. Ma una mia compagna, Heidi Schmidt, una lanciatrice di peso, si infortunò. O così ci dissero…»
«Che vuoi dire, non era vero che si infortunò? E che le capitò allora?» chiede Fritz.
«Nei campionati mondiali precedenti aveva conosciuto un saltatore canadese… aveva deciso di scappare e chiedere asilo politico approfittando delle Olimpiadi, ma fu scoperta. Tutto questo lo venimmo a sapere molto dopo, naturalmente… allora ci dissero che aveva avuto un attacco di appendicite acuta, avevano dovuto operarla d’urgenza e c’erano state complicazioni. Io ero la prima riserva e presi il suo posto, e feci anche la mia bella figura…»
«Sei modesta, Ursula, una medaglia d’argento non è solo una bella figura…» dice Olena, con sincera ammirazione «tu eri una campionessa!»
«Una campionessa…» ripete con amarezza Ursula. «Lo pensi davvero, Olena? Tu sai bene come stavano le cose»
Ma prima che Olena possa rispondere, Fritz interviene:
«Olimpiadi, medaglia d’argento? Ursula, ma che storia è questa? Quando ci siamo conosciuti facevi la cameriera in una birreria e mi hai detto che avevi praticato un po’ di sport… e questo lo chiami un po’ di sport? E lei?» chiede Fritz a Olena «Anche lei ha praticato “un po’ ” di sport? E dove è stata tutto questo tempo, Ursula non mi ha mai parlato di lei!»
Ursula interviene:
«Fritz, lascia stare, queste sono cose che è meglio non…»
«No, Ursula, tuo marito ha ragione, ha diritto ad una spiegazione» la ferma Olena, alzandosi in piedi con sollievo del gatto Ringo.
«Mi chiamo Olena Iosifovna Smirnova, all’epoca avevo diciannove anni e facevo parte dei servizi di sicurezza sovietici»
«Servizi di sicu… che mi venga un colpo, il KGB?» chiede Fritz, ormai totalmente stordito.
«Esatto, per la precisione ero sottotenente ed avevo l’incarico di agente provocatore. Dovevo fingermi interessata alla fuga in occidente, scoprire la rete che gestiva le diserzioni e neutralizzarla»
Fritz trasecola:
«Neutralizzarla? Ma in che senso, scusi, doveva denunciarli?»
«Eliminazione fisica, preferibilmente» continua Olena senza cambiare tono.
«Ufficialmente facevo parte della squadra di biathlon, come riserva. Potevo girare per il villaggio olimpico e fu così che conobbi Ursula…»

«Tu lo sapevi?» chiede esterrefatto Fritz.
«Ma certo che no, sciocco! Mica andava in giro a dire “ciao, sono un agente segreto!”. Ci siamo incontrate in palestra, Olena non passava inosservata, era sempre attorniata da maschietti diciamo, ehm, interessati»
«Faceva parte del mio compito quello di mettermi in mostra»
«E ci riuscivi parecchio bene…» ridacchia Ursula, e continua «Così bene che qualcuno pensò che se ne potesse approfittare. Una sera la squadra di pallanuoto turca la aspettò nel sottopassaggio che portava dalla palestra al villaggio. L’avevano studiata bene, avevano messo persino dei complici agli ingressi del sottopassaggio, per avvisare in caso di “disturbi”. Quella sera, uscendo dalla palestra, le cadde dal borsone la giacca della tuta… pensai che avrebbe dovuto rimborsarla, e così le corsi dietro per riportargliela» poi, notando l’occhiata di Fritz, puntualizza: «Pesavo ottantadue chili allora, ero un concentrato di muscoli, non come… adesso» constata Ursula con amarezza, indicando il suo corpo eccessivo. «Insomma, immagina ottantadue chili lanciati in velocità ed un cretino che ti indica di fermarti, e per di più brutto. E’ volato come uno straccetto senza nemmeno il tempo di dire “ahi” e sono piombata come un missile nel sottopassaggio e lì mi sono trovata davanti a quella scena…»

Olena a questo punto le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio.
«La stavano spogliando… lei era incosciente, dalla testa le colava un filo di sangue, l’avevano colpita a tradimento quei maiali»
Fritz, a bocca aperta, non riesce a staccare gli occhi da sua moglie, cercando di trovare nella casalinga che ha davanti le tracce della sconosciuta che gli si sta rivelando.
«Indossavo ancora la cintura addominale, sai, quel cinturone che si usa nel sollevamento pesi, allora li avevamo in cuoio pesante con due grandi fibbie di ottone… quelli avevano già i pantaloni abbassati, cominciai ad urlare e a picchiare come una pazza, cercavano di scappare e cadevano, ed io picchiavo, e picchiavo, e picchiavo, per Olena, per la rabbia, per i miei allenamenti di merda, per il corpaccione goffo che mi ritrovavo, per Heidi…»
Ursula si interrompe, con le lacrime che le scorrono lungo il viso. Olena la abbraccia e le accarezza i capelli, sussurrandole all’orecchio:
«Basta, Schutzi, è tutto passato, è finito…»
Ursula alza il mento, tira su col naso, e sciogliendosi dall’abbraccio seguita:
«Per fortuna Olena si riprese e me li tolse dalle mani, sennò li avrei ammazzati tutti… Il giorno dopo furono rimpatriati, i loro dirigenti dissero che avevano avuto un incidente stradale…»
«Già, avevano avuto un frontale con il TIR Schutzentagger…» ride Olena.
«Incredibile… ma perché non me ne hai mai parlato, Ursula?» chiede Fritz, commosso, colto poi da un pensiero improvviso:
«La squadra di pallanuoto… non era una squadra turca quella che cadde con l’aereo, l’anno dopo? Erano partiti da noi, da Dresda, giusto? Che strana coincidenza…» dice Fritz, fissando intenzionalmente Olena.
Olena sostiene il suo sguardo, e arricciando le labbra in un sorriso beffardo, risponde:

«Il mondo è pieno di coincidenze, Herr Gunnerbaum»

Berlin, Junioren-Sportfest, Katrin Krabbe

Una birra per Olena (XVI)

«Vostro onore, mi dichiaro innocente!»
Il giudice istruttore, Walter Ritzenberg, uno scapolo quarantenne alto e magro con dei capelli rossi arruffati ed una barbetta rada dello stesso colore, abbassa la testa per osservare, dal di sopra degli occhialini alla Cavour che correggono la sua miopia e gli danno un certo tono autorevole, la donna che siede dall’altra parte della scrivania, assistita nella traduzione da quello che ha presentato come suo avvocato.
La donna, fasciata da un completo rosso Valentino impreziosito da un turbante Mantero in twill di seta, si  sventola con un ventaglio in madreperla e, accaldata per l’agitazione slaccia i bottoni della giacca, movimento che lascia intravedere un top che fatica a contenere i seni della quinta abbondante, come giudica il giudice ad un esame sommario, seni posti ancor più in risalto dal fatto che la donna è seduta sul bordo della sedia protendosi verso Ritzenberg come a chiedere protezione.
Il giovane giudice, che è tutt’altro che insensibile al fascino femminile, si premura di rassicurarla.
«Deve esserci un equivoco signora, lei non è assolutamente accusata di nulla. Glielo dica anche lei, avvocato, questo è solo un colloquio informativo, pura routine»

«James, avevi ragione tu, come sempre» dice Gilda all’uomo alle sue spalle. Poi, riallacciatasi la giacca e mettendosi più comoda sulla sedia, con delusione di Ritzenberg, passa subito all’attacco, recuperando la  grinta da padrona del vapore:
«Caro giudice, capirà che il mio tempo è prezioso. Ho diverse fabbriche da portare avanti e centinaia di lavoratori che dipendono da me e che aspettano che ci facciate riaprire al più presto, pertanto la pregherei di essere conciso. Di che si tratta?»
Walter Ritzenberg , sconcertato dal cambiamento di tono, fatica a riprendere il filo.
«Ehm… voi producete pasta ripiena, dico bene Frau Rana?»
«Bè,questo non mi pare sia un segreto, dico bene giudice? Siamo leader anche nel vostro paese, tra l’altro. Ma perché quest’interesse per la pasta, Herr Ritzenberg?»
«In realtà, signora, l’interesse più che per la pasta è per il ripieno»
«Ah davvero?» dice sorpresa Gilda.«Se ha qualche curiosità chieda pure, giudice, anche se forse sarebbe stato più adatto il nostro direttore della produzione»
«Già, l’ingegner…» il giudice cerca il nome tra le sue carte, e finalmente lo trova «Ingegner Jürgen Matthaeus. Ecco, l’abbiamo cercato in realtà, ma sembra essere irreperibile. Come peraltro il vostro direttore amministrativo… Ha lasciato per caso qualche messaggio, qualche recapito?»
Gilda,dopo aver lanciato di sottecchi un’occhiata all’imperturbabile James, risponde candidamente:
«Giudice, capirà che non sono la segretaria dell’ingegner Matthaeus…»
«Naturalmente, naturalmente signora. Lo chiedevo solo perché in realtà abbiamo già sentito la segretaria, ma non è stata in grado di darci indicazioni utili»
«Ah, peccato, sarà andato a pesca. Avete provato a cercarlo in qualche lago della foresta Nera? Ricordo che ogni tanto ne parlava. Potreste chiedere a sua cognata, Hilda, magari ne sa qualcosa» suggerisce Gilda maliziosamente.
«No, sua cognata dice che non si fa vivo da qualche giorno. »
«Mi dispiace allora, non saprei come aiutarvi» taglia corto la Calva Tettuta. «Possiamo andare adesso?»
«Un’ultima cosa, signora. Come sa la finanza ha ispezionato i magazzini ed i libri contabili…»
«A proposito di questo» dice Gilda che fatica a contenere l’indignazione, oltre che i seni «ce n’era proprio bisogno? E quand’è che toglierete i sigilli alle fabbriche?»
«Solo un attimo signora, mi permetta di spiegare… volevamo capire se c’erano stati degli ammanchi, qualche furto di merce, dei furti di materiale, e che i responsabili avessero interesse con gli incendi a far sparire le prove… per questo abbiamo verificato anche i riscontri con le bolle di consegna»
«Che ti dicevo James? Controllavano le bolle. E i contribuenti pagano… E cosa avete scoperto, caro giudice?»
«Voi avete diverse linee di produzione, giusto?»
«Ma certo che abbiamo diverse linee, noi diversifichiamo, cosa crede! Abbiamo le linee classiche, le stagionali… ad esempio a maggio ripieno fave e pecorino, in autunno prosciutto e fichi… poi ogni tanto lanciamo delle novità: adesso per esempio abbiamo un brasato al mojito che sta andando alla grande»
«Al mojito? Interessante» afferma il giudice con un brivido di raccapriccio. Poi poggia gli occhiali sul tavolo e fissa Gilda freddamente negli occhi:
«E, Frau Rana, che linea pensavate di lanciare con i trenta quintali di nandrolone che abbiamo trovato nei vostri magazzini?»

E’ la volta di Gilda a rimanere interdetta dal cambiamento di tono del giudice:
«Nandrolone, nandrolone… mi ricorda qualcosa ma su due piedi non saprei dire, ci vorrebbe il nostro direttore Ricerca e Sviluppo… » e, non badando ai colpetti di tosse di James, continua:
«E’ qualcosa di esotico? Il nome è evocativo, ricorda il merolone¹ e il nostro marketing potrebbe anche lavorarci su… So che in Nuova Zelanda stiamo per lanciare il kiuzzo, ripieno di kiwi e struzzo, ma non mi pare che c’entri questo nandrolone… James caro, per caso è uno dei tuoi caffè?»

jennifer lopez

¹ Valerio Merola è un conduttore televisivo, abbastanza conosciuto negli anni ’80 e ’90, che nel ’96 fu coinvolto in un’inchiesta per violenza sessuale accusato da alcune “soubrette” di aver preteso rapporti sessuali in cambio di apparizioni TV. In un caso si difese sostenendo che le dimensioni del suo pene (da qui il “merolone”) non gli avrebbero consentito di avere il tipo di rapporto che l’accusatrice sosteneva di aver dovuto subire. L’inchiesta, per la cronaca, non arrivò mai a processo, e servì solo a “sputtanare” i protagonisti ed a rovinare loro le carriere e, in qualche caso, ad accorciargli la vita (vedi Gigi Sabani).

Dammi una lametta che mi taglio le vene

Così cantava Donatella Rettore nel 1982, l’anno in cui la nazionale di calcio di Bearzot vinse il Campionato del Mondo e in cui la mafia uccise Carlo Alberto dalla Chiesa, l’anno della guerra delle Falkland (o Malvinas) tra Argentina e Gran Bretagna e di film come Rambo, E.T. e Blade Runner; la Olivetti presentava il Personal Computer M20, nato per far concorrenza al neonato PC IBM, a cui seguì l’anno dopo l’M24; in America il presidente era l’ex-attore Ronald Reagan, mentre in Unione Sovietica finiva l’era Breznev ma la perestrojka era ancora ben lontana (per fortuna); in Italia c’era un governo pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) guidato da Giovanni Spadolini, il primo governo repubblicano guidato da un non democristiano (a dicembre però il governo cambiò ed i DC si ripresero la guida, con Fanfani). Nella pressochè totale indifferenza un certo Umberto Bossi, un perito elettronico con diploma preso per corrispondenza, fondava la Lega Autonomista Lombarda che alle successive elezioni politiche del 1983 nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio raccoglierà ben 157 voti.
L’Istat aveva appena certificato che, su tutto il territorio nazionale, erano presenti ben 321.000 stranieri, per cui si provvide a stabilire delle norme per regolarizzare quelli che non erano in possesso dei documenti.

Avevo allora 23 anni, e in ottobre mi trasferii a Parma per lavorare come programmatore in una giovanissima azienda informatica. Parma è una bellissima città dove la prima cosa che imparai fu che il salame di Felino non era fatto col gatto (quello lo fanno a Vicenza, mi canzonavano gli amici) e la seconda è che tutti vanno in bicicletta non importa che tempo faccia. Prendevo 800.000 lire lorde al mese, che facendo un po’ di conti, tenendo conto dell’inflazione, corrispondono a più di 1.400 euro attuali: non male anche se, dovendo mantenermi, ci stavo dentro a malapena ed a dicembre chiesi un aumento, che mi accordarono (ero bravo, modestamente): un milione.
Scoprivo, con meraviglia, di aver letto molti più libri della gran parte delle persone con cui lavoravo tra cui i miei capi, e di conoscere anche la situazione politica molto meglio di loro: meraviglia, dico, perché venendo da un paesino soffrivo un po’ di complessi di inferiorità e pensavo che la gente di città fosse più “avanti”, ma in fondo Parma era più un paesone che una città…

Ripensando a quei tempi non riesco a capacitarmi di come di quel mondo l’unica cosa che si è salvata sia la Lega e mi prende una botta di tristezza, una sensazione strana come di essere punito ingiustamente per qualcosa che altri hanno commesso: ma forse, come diceva l’altro Umberto, quello colto, il Tozzi, gli altri siamo noi e allora è giusto così, piglia su e porta a casa.
Rettore, ce l’hai ancora quella lametta?

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