Parabole

Amiche e amici, le cose vanno per il meglio; oggi ha fatto il tampone anche mia moglie, così se risulterà negativa già da sabato potrà uscire. La regola infatti è che i conviventi possono fare il tampone dopo dieci giorni dall’apertura della segnalazione per l’infetto (che sarei io); la segnalazione è stata fatta il 16, e quindi oggi 26 sono stati chiamati a fare il tampone. La mia dottoressa deve essersi sbagliata nel fare la richiesta perché stranamente mio figlio non è stato chiamato: ho provato a chiamare il numero verde di ATS Insubria ma dopo un bel po’ di attesa il risponditore automatico mi ha detto di lasciare un messaggio.

Devo dire che gli automatismi funzionano abbastanza bene, tra mail e telefonino, ma se si vuole parlare con qualcuno in carne ed ossa è parecchio più difficile.

Ad ogni modo, anche se non avessero potuto fare il tampone, dopo quattordici giorni (senza avere sintomi) sarebbero potuti uscire lo stesso; considerando che per l’esito ci vorranno un paio di giorni, vorrà dire che (toccando ferro) mia moglie potrà uscire sabato anziché lunedì. Se tutto questo sia logico e non sia invece meglio fare i tamponi a tutti non lo so; del resto un tampone negativo oggi non impedisce di averlo positivo domani, ma almeno ad un certo punto è una certezza: o si o no.

Stamattina ho lavorato qualche ora e avrei potuto continuare anche oggi pomeriggio ma non voglio strafare; voglio godermi il pomeriggio di relax tra scribacchiare, leggiucchiare e guardare i colori fuori dalla finestra; ci sono delle macchie che mi danno fastidio, e precisamente il bianco delle parabole, soprattutto quelle piazzate sui balconi piuttosto che sui tetti, che tutto sommato mi sembra la destinazione naturale. Non ce ne sono moltissime, ne ho contate una dozzina, ma disturbano il mio senso estetico; ne ho vista una piazzata in un balcone al quinto piano di un condominio lontano, e sullo stesso balcone c’è una bicicletta; ho pensato a quei poveracci che si sono portati la bicicletta al quinto piano probabilmente per paura che gliela fregassero, oppure proprio perché l’avevano fregata loro; e vicino la parabola, immacolata, a pochi passi da una tapparella tutta storta e mi sono chiesto che priorità avrà quell’uomo, che fatica per portare al quinto piano una bicicletta ma non si degna di sistemare la tapparella della casa in cui vive.

La sera ho preso l’abitudine di guardarmi un film, dopo cena. Su Raiplay ne propongono di belli, completamente gratis; per la verità ci sarebbe anche Chili che sta facendo il “Black Friday” e ne propone una lista a soli 1,20€. L’altro ieri mi sono visto “The Homesman” con Tommie Lee Jones, una storia cruda di pionieri e pazzia; ieri sera ho visto “Cold Blood” con Jean Reno, una storia cruda di killer e vendetta: stasera magari passerò a qualcosa di più leggero, non vorrei che tutta questa crudità mi rimanesse sullo stomaco… la cosa più bella è che, mentre in TV la prima serata ormai inizia dopo le 21:30, io a quell’ora ho quasi finito la visione e sono pronto ad andare a letto.

E’ morto Diego Armando Maradona, quasi mio coetaneo: ne ha fatte da benedir la luna e le ha pagate tutte sulla sua pellaccia; è stato uno dei più grandi artisti del pallone e questo per me resterà per sempre; ha subito grandi torti ed ha reagito sempre da uomo, a Barcellona nel 1983 un macellaio basco di nome Goikoetxea gli spezzò una caviglia e si pensava che la carriera fosse finita; nel 1990 tutto lo stadio Olimpico lo fischiò, colpevole di aver eliminato l’Italia in semifinale, quando l’Italia in realtà si era eliminata da sola, e lui reagì da par suo sibilando quell’“Hijios de puta” che è rimasto agli annali; ha distrutto da solo l’Inghilterra, ai mondiali dell’86, con uno dei più bei gol di tutti i tempi, partendo dalla sua metà campo e scartando lo scartabile; e infine con il famoso gol di mano, “la mano de Dios”, che aveva vendicato la sconfitta argentina nella guerra delle Malvinas di quattro anni prima, sconfitta peraltro benedetta perché diede fine alla dittatura militare… a Napoli aveva trovato il suo habitat naturale, in anni in cui in Italia giocavano i campioni più forti del mondo: e che fine abbiamo fatto dopo allora, come abbiamo fatto a ridurci così? Non ci saranno altri Maradona, perché tutto si è omogeneizzato, tutto si è livellato, i calciatori si “gestiscono” e giocano fino a quarant’anni, i manager spadroneggiano e per i proprietari delle squadre il calcio è un prodotto come un altro, per far soldi o alla peggio per scaricarlo dalle tasse; rivoglio Maradona, grasso, flaccido, provocatore, attaccabrighe, politicamente scorretto, puttaniere e cocainomane, basta con questi fighetti tutti uguali, che fanno tutti gli stessi movimenti, le stesse giocate, le stesse dichiarazioni: ridatemi Maradona, e la vedremo una volta per tutte se Maradona è davvero meglio ‘e Pelè; ridatemi Maradona, hijios de puta, che di altri così non ne vedrò mai più.

La storia dalla finestra

Dalla finestra della mia stanza ho una vista stupenda. Specialmente alla mattina, quando il sole non è ancora alto nel cielo, i colori del boschetto che circonda il colle del Baradello sono bellissimi: verde scuro, chiaro, ocra, giallo, arancione, marrone, e tutte le sfumature che non sono in grado di descrivere perché per i colori sono negato; e tante varietà di piante, di erbe, di arbusti; scendendo verso basso si slanciano le piante ornamentali, un enorme cedro del Libano, delle palme, nei giardini di case un tempo signorili e che oggi risentono dell’usura del tempo. Piante che conquistano e riconquistano il loro spazio: da un tetto sfondato vedo spuntare i rami di un caco, con i suoi frutti arancioni…

In cima al colle, appena 430 mt., il Castello Baradello, fatto costruire dal Barbarossa quasi mille anni fa, di cui rimane oggi la torre di avvistamento; mille anni, ed è ancora là, e tra mille anni di tutti i nostri blog, social, computer non rimarrà niente, forse a malapena il ricordo; anche la stessa casa da cui osservo la torre non esisterà più perché non è stata costruita per resistere mille anni ma solo l’arco di qualche generazione. Già c’è qualche crepa…

Alle pendici del colle, scendendo appena verso Como, furono martirizzati nel 303-305 sei soldati romani che facevano parte della Legione Tebana, per non aver voluto sacrificare agli dei romani in ossequio all’editto di Costantino: pochi anni ancora ed il Cristianesimo sarebbe diventata religione ufficiale dell’Impero… Carpoforo ed i suoi compagni sono ancora oggi ricordati e venerati, dopo 1700 anni: e lo saranno ancora per centinaia e forse migliaia di anni ancora, quando di quanto oggi è cronaca si saranno perse le tracce.

El Greco – Martirio di San Maurizio

In onore di Carpoforo alla fine del IV secolo venne costruita una basilica, ampliata nel 724 su commissione di Liutprando, re dei Longobardi; e dopo l’anno mille assunse le forme attuali del romanico dai Magistri Comacini che all’epoca erano ricercati in tutta l’Europa per la loro perizia nelle costruzioni.

Più in basso, sulla sinistra, vedo la cima del grattacielo che si affaccia sulla piazza di Camerlata, realizzato nel ’62-’64 per l’Istituto delle Case Popolari (esiste ancora?) sul modello del grattacielo Pirelli di Milano; palazzo che fa da degna cornice alla fontana razionalista che si erge al centro della piazza sfidando la legge di gravità, e più di una volta mi sono trovato a dare indicazione a turisti che venivano a fotografarla da ogni parte del mondo, e che di architettura ne sapevano ben più di me…

Vedo, proprio dritto avanti a me, sotto al Baradello, il campanile ed la parte superiore della facciata della mia chiesa, S. Brigida, costruita nel ’37 su una cappelletta (o vicino ad essa) costruita dai pellegrini che diffusero il culto di questa santa irlandese, nel quinto secolo, santa che fece dei miracoli straordinari come quello di trasformare l’acqua in birra, e prima o poi dovrò andare a visitare il convento, a Kildare, dove si dice vicino ad una quercia sacra bruciasse una fiamma eterna… tempi di passaggio tra paganesimo, druidismo, e cristianesimo che ne inglobò miti e tradizioni.

Vedo, sotto casa, dall’altra parte del piazzale dove ci sono delle officine e che spero tengano duro, perché nel momento in cui venderanno al posto del piazzale si alzerà un condominio e allora non vedrò più niente, la casa di una mia amica, separata da anni e che spera ancora che il marito torni indietro; anche questa è una storia…

Oggi va così amiche e amici, a volte anche a guardare fuori dalla finestra si possono vedere tante cose belle e viaggiare con la mente; del resto ve l’ho detto che mi sento in crociera, no? A presto!

Ibernato

Non c’è uomo più egoista di un depresso, dice una mia amica regista teatrale, in quanto la malattia è tutto il suo mondo e non c’è spazio per nient’altro; nel caso in questione il fattore scatenante sono dei dolori anali lancinanti, o almeno così lui li descrive ma le innumerevoli visite a cui si è sottoposto non hanno dato nessun esito se non che il tutto sia frutto della sua mente, e dal rifiuto di questo l’avvitarsi nella depressione. Conosco un’altra persona di cui non specificherò il genere che ha dovuto penare per anni con quella che in gergo è detta “sindrome del culo stretto” , come quella che colpiva le educatrici di un tempo, fastidiosissimo fenomeno che conduce a forme ostinate di stitichezza e che il soggetto ha dovuto curare per anni con unguenti, pomate, e l’applicazione tre volte al giorno di una specie di divaricatore di cui si può trovare modello analogo nel Museo delle Torture di Milano, vicino S.Ambrogio. Ora sembra che con la giusta tisana il problema si sia risolto, chi l’avrebbe detto?

Questo per dire, amiche e amici, che tutto sommato mi è andata bene così; nel weekend non ho avuto nemmeno una linea di febbre anzi ho quasi avuto una sensazione di ibernazione perché la temperatura è sempre stata inferiore ai 35° cosa che mi ha un po’ preoccupato tanto da farmi chiamare Gianni, il dottore mio amico, che mi ha rassicurato dicendo che finché non mi spunterà la lingua biforcuta posso star tranquillo. Stamani ho provato a comunicare alla dottoressa i progressi ma chi la acchiappa è bravo, vedendo le chiamate potrebbe anche richiamare dico io con tutto quello che prende macché, mentre invece Gianni senza che l’aspettassi mi ha chiamato all’ora di pranzo per sentire come stavo e per assicurarsi che avessi capito quello che dovevo fare, il dimezzamento del cortisone per qualche giorno e poi da giovedì un quarto di cortisone e via l’antibiotico.

Devo dire che inizio a sentirmi anche un po’ in colpa. Cerco di spiegarmi: mi sembra come di essere in crociera, servito e riverito: non ho nessun obbligo, nessun dovere, non devo essere intelligente, informato, non devo studiare non devo aggiornarmi non devo prendermi carico dei problemi del mondo: non leggo giornali, non guardo televisione, il mondo va avanti senza di me e io senza di lui: e sto bene, se così si può dire, posso tirar fuori quella parte di adolescente che c’è ancora dentro me e leggermi Woodehouse, Guareschi, e finito questo passerò a Salgari; mi sono ascoltato Rigoletto, senza nessun disturbo; ho pianto come un vitellino alla visione del bellissimo film del 2009, “Il Concerto” di Radu Mihăileanu, uno dei più belli degli ultimi anni secondo me, una commedia che circonda un dramma, sulla musica struggente e vivace del Concerto per Violino e orchestra, l’unico scritto da Ciajkovskji per violino. Solo che io la trama la sapevo già perché l’avevo già visto e ho cominciato a piangere già dall’inizio… se vi capita, e ve lo consiglio caldamente, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli, il doppiaggio italiano è una merda e spero che @wwayne, che si intende parecchio di cinema, concordi con me. Certo la malattia ci rende più deboli, più sensibili, così come l’età; mia madre piange quasi tutte le sere quando la chiamo, ed era una roccia…

Sono contento, dunque: tanti amici mi chiamano, si informano, mi chiedono se ho bisogno di aiuto e mi faccio aiutare perché so che aiutare fa piacere, se si può; anche su questo blog sento tanti amici che mi vogliono bene, mi incoraggiano e mi spronano, e mi spingono a scrivere queste piccole cronachette in cui tanti sono sicuro possono riconoscersi.

Adesso amiche e amici vado a scrostarmi le squame che mi stanno crescendo; dopodiché farò qualche esercizio di russo, ma facile, e se lo trovo vorrei rivedermi “Il piccolo grande uomo” con Dustin Hoffmann; poi per oggi non vorrei esagerare con la felicità, me ne lascerò un po’ per quando tornerò a sbafare vincisgrassi e ciauscolo… a presto!

Olena à Paris – 23

«Aahh…»
Olena, legata ad una sedia con le mani dietro la schiena, si risveglia bruscamente. Nella piccola stanza senza finestre due uomini la osservano con un ghigno beffardo, dopo averle rovesciato addosso un secchio di acqua gelida. La russa, con la testa che pulsa, mette a fuoco i due e si guarda intorno, valutando la situazione.
«Chi voi siete, finuocchietti?» chiede sprezzante, sputando sullo stivale di quello più vicino.
L’uomo, con una smorfia schifata, si avvicina e pulisce lo stivale sui pantaloni della tuta mimetica della russa, e le molla poi un manrovescio. Olena, incassato il colpo, gira lentamente la testa leccandosi l’angolo della bocca da cui esce un filo di sangue. Stringe leggermente le palpebre e sorridendo lo fissa negli occhi:
«Tutto qua quello che tu sa fare? Ci vuole altro per soddisfare vera duonna» dice passandosi la lingua insanguinata sui denti.
L’uomo si avvicina, pronto a colpire ancora, ma il compagno gli afferra il braccio .
«Manolo, lascia stare. Carlos ha ordinato di non avvicinarsi, è pericolosa»
Manolo si ritrae, stizzito.
«Pericolosa… siamo in due e lei è da sola, legata e disarmata, che può fare? Divertiamoci un po’…» e riprende ad avanzare verso Olena, che lo provoca:
«Da, noi divertiamo, tu proprio mio tipo… o preferisci tuo amichetto? Io capito subito, tu vuole lui, non me…»
«Brutta puttana, ti faccio vedere io adesso chi…» sbraita Manolo, gettandosi sulla russa. Olena si spinge all’indietro con le punte dei piedi, e l’impeto dell’uomo li fa cadere a terra, uno sopra l’altra; la donna gli pianta i denti nella giugulare, resistendo al suo tentativo di divincolarsi, e molla la presa solo quando vede sprizzare il sangue; Manolo prova a rialzarsi barcollando, cercando di tamponare la ferita con una mano, ma Olena lo rovescia ancora a terra gettandoglisi addosso rotolando con la sedia; finalmente l’uomo si rimette in piedi ma quando cerca di estrarre la pistola dalla fondina legata alla coscia constata con un brivido di raccapriccio che la sua arma non si trova al suo posto; e l’ultima cosa che vede nella sua vita è lo sguardo gelido di Olena che, da terra, gli punta contro la sua stessa pistola che tiene tra le mani legate. L’altro uomo, che non ha avuto modo di intervenire, prova ad allungare la mano verso la sua arma ma Olena lo dissuade con un invito amichevole.
«Non muovere te di millimetro se tieni a tue palle, fruocietto»
L’uomo saggiamente valuta che non sia il caso di offendersi per l’epiteto politicamente poco corretto, e non può che ammirare la russa che spara sulle corde per allentarle, ed in un baleno è libera ed in piedi.
«Ora tu puorta me da Carlos» gli ordina Olena.
«Ma mi ammazzerà!» protesta l’uomo.
«Lui, forse. Io, sicuro. Scegli tu»

Dieci anni prima, in Bolivia.

La Bolivia è la terza nazione produttrice di coca al mondo, dopo Colombia e Perù; le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dagli indigeni come energetico e per combattere i malesseri dell’altitudine. La coltivazione è legale e regolata dal governo; purtroppo però dalla coca si fabbrica la cocaina, che viene prodotta in loco in laboratori improvvisati nelle vicinanze di corsi d’acqua, laboratori che vengono allestiti e smantellati in poco tempo per non essere scoperte dal Felcn, il corpo dell’esercito che combatte il narco-traffico. Spesso i laboratori sono sorvegliati da guardie armate e, quando i soldati riescono a superare la rete di informatori e sentinelle che li protegge, vengono ingaggiati scontri a fuoco che fanno vittime da entrambe le parti.

Il fiume Chapare, nella regione del Chocabamba, è uno dei siti principali per queste installazioni, grazie alla vicinanza alle piantagioni ed alla possibilità di una rapida fuga. Olena, ingaggiata dai servizi boliviani per sradicare una cellula colombiana infiltrata senza creare tensioni tra vicini, al comando di una squadra search and destroy di otto uomini anzi per la precisione di sette uomini ed una donna, Vassilissa Kutnesova, nipote di quello che all’epoca era stato uno dei più eminenti proconsoli di Breznev, esperta di esplosivi e combattimento corpo a corpo, si sta avvicinando all’obiettivo con una formazione a ventaglio, protetti dalla boscaglia, dopo aver neutralizzato la doppia linea di sentinelle. Gli informatori parlano di un carico da una tonnellata di cocaina, già lavorata e pronta per essere trasportata. Un bell’uomo, dal sangue decisamente indio, si avvicina a Olena.
«Quanti, Osvaldo?» chiede rapida la russa.
«Dodici armati, capitano, armi automatiche standard. 4 dietro, possiamo avvicinare fino a 50 metri senza essere visti. Gli altri davanti meno due che sono all’interno»
«отлична¹» sibila Olena. «Ci dividiamo, tu prendi con te Vassilissa e due uomini e vai sul retro. Appena arriveranno a prendere il carico io attaccherò, e tu seguirai dopo 5 secondi.»
«C’è un problema, capitano, hanno degli ostaggi»
«Ostaggi? Quanti?»
«Due famiglie di raccoglitori con i loro bambini, capitano, dieci persone»
«Dove li tengono?»
«Addossati alla parete sul retro»
«Понимаю²» annuisce Olena. «Volerà parecchia coca tra poco, preparate le maschere»
«Si, capitano»
«Sento dei motori Osvaldo, stanno arrivando, vai, svelto»
«Capitano, e il segnale?»
«Lo capirai, Osvaldo, lo capirai»

Mentre Osvaldo si allontana, due motoscafi con altri quattro uomini armati attraccano. Dal laboratorio esce uno uomo alto e abbronzato, con i capelli biondi.
«Forza, rapidi, il carico è pronto»
«Carlos, dì ai tuoi uomini di darci una mano che facciamo prima» risponde uno degli uomini
Carlos lo guarda con uno sguardo da rettile, e quasi senza aprire bocca risponde:
«I miei uomini non sono facchini. Sbrigatevi a portar via quelle casse che l’aria è pesante»
L’istinto animalesco gli dice infatti che c’è troppa tranquillità; si rivolge ad uno dei suoi uomini:
«Niente dalle sentinelle?»
«Niente, Carlos»
«Da quanto non le senti?»
«Da dieci minuti…»
«Dieci minuti? Chiama, chiama, perdìo» lo scuote Carlos. L’uomo chiama, ma senza risposta.
«Non risponde…» dice confuso. «Non ci sarà campo…»
«Idiota…» fa appena in tempo a sibilare Carlos, quando i due razzi sparati da Olena tranciano in due il laboratorio, alzando una nuvola di fumo e di polvere di coca. La sparatoria dura esattamente 48 secondi, durante i quali tutti gli uomini sul retro vengono annientati, mentre di quelli davanti si salvano solo quelli che hanno il buon senso di arrendersi; nella confusione però Carlos è rientrato nel laboratorio ed ha preso una ragazza, Juanita, ed è con lei che si fa scudo balzando su uno dei motoscafi. Osvaldo, che ha lasciato a Vassilissa il compito di bonificare il terreno, si avvicina con il suo fucile di precisione, e chiede ad Olena:
«Lo elimino, capitano?»
Olena, scuote la testa. «Lascia stare, Osvaldo, troppo pericoloso, ha la ragazza, va bene così. Libera gli ostaggi, diamo una ripulita qui intorno e andiamocene.»
«Ai suoi ordini, capitano»
«Ah, Osvaldo»
«Si, signore?»
«Ottimo lavoro»

¹ Ottimo
² Capisco

Alla guerra con la Tachipirina

Amiche e amici, prima di raccontare la giornata di ieri devo far precedere un antefatto, ovvero che la nostra amica nigeriana alla quale come vi ho raccontato facciamo dei piccoli favori, saputo che lo “Zio”, che sarei io stava male ha chiamato Gianni, un dottore nostro amico, e gli ha chiesto se io avrei potuto chiamarlo per avere un consiglio, Gianni ha naturalmente acconsentito e l’amica, chiamiamola ormai pure mia nipote anche se ha cinquant’anni ed è più grande e notevolmene più forte di me, me l’ha prontamente riferito intimandomi di chiamarlo subito. Come potevo contrariarla? Ho chiamato subito, scusandomi per il disturbo ma soprattutto per non averlo chiamato prima; Gianni, per dare un’idea dell’uomo, mi ha ringraziato di averlo chiamato, e dopo qualche domanda per farsi un’idea dello stato delle cose mi ha detto che sarebbe passato a visitarmi il giorno dopo, quindi ieri, alle 13:30-13:45, scusandosi per non poter passare prima. Ho attaccato incredulo, ripensando al fatto che la MIA dottoressa da circa dieci anni ormai incassa la quota della mutua per me ed i miei familiari senza praticamente far niente, per vederci quando le dice male una-due volte l’anno e non ha MAI messo il naso fuori dalla porta del suo ambulatorio, e dispensando appuntamenti come se si trattasse di qualche primario cardio-chirurgo.

La giornata di ieri era iniziata come al solito, ovvero senza febbre, ossigenazione un po’ calante, ma verso l’ora di pranzo come al solito la febbre ha iniziato a salire fino ad arrivare a 37,9. Ho pranzato, la dottoressa mi aveva detto di smettere l’antibiotico e mi aveva prescritto il cortisone (da notare che la stordita mi aveva fatto una ricetta bianca che secondo lei volando sarei dovuto andare a recuperare nel suo ambulatorio. “Ma non ha qualcuno che può venire, qualche amico?” Ma santo Dio, a parte che se non mi avvisa come faccio a sapere che mi fa la ricetta bianca, ma se mi fa la ricetta normale e me la manda col telefonino riesco a girarla a qualcuno e farlo andare in farmacia. Finalmente, risolto questo terribile problema oganizzativo, è riuscita a farmi ‘sta benedetta ricetta).

Ma io non ho preso niente finché non è arrivato Gianni. Lui ha qualche anno più di me, i capelli tutti bianchi e una barbetta bianca; una persona mite, che da giovane ha fatto il volontariato medico in Africa ed ancora oggi oltre al lavoro ha un ambulatorio, insieme ad altri colleghi,  per curare migranti e rifugiati senza possibilità economiche. Uno che crede nella sua professione, un uomo di una profonda fede, sofferta e conquistata, dice lui, dopo anni di cammino. Ci conosciamo da anni per le frequentazioni parrocchiali, lui e sua moglie erano anche alla mia festa di compleanno dell’anno scorso, e chissà come mai non mi era venuto in mente di chiamarlo.

Mi ha visitato accuratamente, non come la mia Maria passa via, e con il suo stile, pacato, rassicurante, ha in pratica detto: a) per  i sintomi che avevo il tampone è stato richiesto tardivamente, adesso prima di fare quello di chiusura è meglio aspettare una settimana in più, altrimenti si rischia di ritrovarselo positivo ancora e si riparte con la quarantena b) se anche la “collega” pensava si trattasse si infezione delle vie urinarie l’antibiotico era giusto ma il dosaggio sbagliato: andava raddoppiato, e può anche essere che la risalita serale della febbre dipendesse anche dalla copertura insufficiente c) lasciarmi senza copertura antibiotica era comunque un errore. Va bene anzi è doveroso il cortisone, ma anche se ovviamente il Covid è un virus e l’antibiotico agisce sui batteri, su un fisico già indebolito è meglio non lasciare ulteriori porte aperte, specialmente come nel mio caso che c’è in corso una piccola bronchite (“Bronchite, Gianni? O cazzo” “Si, ma non c’è rantolo, stai tranquillo. Tutt’al più tra una settimana se persiste facciamo i raggi” “Ah ok, grazie”) Insomma, mi ha prescritto l’antibiotico, mi ha detto di non esagerare con la tachipirina, di resistere almeno finchè la temperatura non supera i 38, cosa per per la verità ho quasi sempre fatto e di prendere il cortisone non dopo pranzo, ma durante il pranzo, stando attendo allo stomaco; e per la prima dose che non avevo ancora preso mi ha detto di mangiarmi insieme una mela e un panino. Se n’è andato, e una sensazione di pace è scesa su di me.

Voi non ci crederete, amiche e amici, ma la febbre è scesa senza bisogno di prendere la tachipirina; verso le 17 era tornata normale, ed ha continuato una discesa all’apparenza inarrestabile, tanto che stamattina era di 34,3°, cosa che mi poneva più dalla parte degli animali a sangue freddo che di quelli a sangue caldo, al punto che sono stato tentato di chiamare Gianni e fargli schioccare le dita o fargli scandire “Sim sala bim” o qualcosa che interrompa la caduta.

La notte è stata abbastanza tranquilla, solo è stato un continuo di bere sudare fare pipì tanto che ad certo momento stanco di alzarmi ho deciso di usare la ciotola che uso per farmi la barba come pitale; ovviamente la prossima volta che mi sbarberò vedrò di lavarla bene. Virus ti sto sconfiggendo, esci da questo corpo, io ti piscio: Pape satàn, pape satàn aleppe!

In uno dei sogni fatti protagonista è stato mio nipote, una pasta di ragazzo adottato dalla Lituania che aveva sei anni; era un selvaggio che mio cognato ha dovuto domare a suon di sberloni e calci nel sedere ma era l’unico linguaggio che il bambino capisse; ricordo ancora con raccapriccio la prima volta che venne a casa nostra con mia cognata, e ce lo ritrovammo seduto a cavalcioni del balcone, al terzo piano, a guardare di sotto i gatti; mia moglie perse il colore dei pochi capelli ancora non imbiancati, e rivedo mia cognata avvicinarglisi da dietro in silenzio, abbrancarlo e tirarlo dentro e affibbiargli una di quelle scariche di schiaffoni che difficilmente uno dimentica nella vita. Ricordo anche quel pomeriggio d’inverno in cui ci fu lasciato in affidamento per poi andare a Como col bus; c’era la neve e il malandrino, sfuggito alla mia sorveglianza, si era appostato all’imbocco del sottopassaggio e aveva bersagliato il primo malcapitato con una palla di neve; realtà e fantasia ancora si confondevano ai suoi occhi, ma non a quelli del bersagliato che voleva farsi giustizia sommaria e ce ne volle del bello e del buono per farlo desistere dai suoi pur condivisibili propositi. Bravo ragazzo, dicevo, tranne per il piccolo difettuccio di sgraffignare  vasetti di cetriolini ed andarseli a sbafare in bagno. Traumi antichi, sembra.

Amiche e amici, sono di nuovo in bagno di sudore, quanto di più assomigliante a quello sforzo creativo tanto caro agli antichi aedi e cantori; per oggi è meglio che mi fermi qui, mi do una sciacquata, una goccia di profumo e dopo un congruo periodo di riposo tornerò alle lettura di Zio Fred in primavera, un libro di P.G.Wodehouse, uno dei più grandi scrittori inglesi del secolo scorso, un genio. Buona giornata!

Siamo positivi!

Amiche e amici, nessuno più di me ha sempre sostenuto che un atteggiamento positivo e fiducioso nelle opportunità della vita predisponga a raggiungere successi e soddisfazioni. Una volta tanto avrei voluto essere negativo e invece no, non c’è verso, il responso è chiaro e inequivocabile: positivo.

Illuso dalla scienziata che mi ritrovo come dottoressa (“i polmoni sono a posto, l’ossigenazione pure, assolutamente non è Covid”)  ho voluto credere oltre ogni ragionevole evidenza che se l’antibiotico che mi aveva prescritto non faceva una cippa era solo perché era sbagliato l’antibiotico, mentre avrei potuto mangiarmene scatole a quattro palmenti ed al virus avrei fatto il solletico.

Da quanto capisco i sintomi sono iniziati il 9, quindi siamo già nel decimo giorno; la febbre non scende anzi negli ultimi due giorni arriva fino a 39, finché non la stronco con dosi massicce di tachipirina. L’appetito c’è abbastanza, i sapori li sento anche se il dolce mi da un po’ fastidio.

La scienziata di cui sopra dice di chiamarla tutti i giorni per farle sapere come sto; io la chiamo pure, per quello che ho da fare, però oggi ho iniziato alle 9 e sono riuscito a parlarci solo a mezzogiorno, e tra l’altro doveva segnarmi del cortisone ma si è dimenticata. Alla fine di tutto questo le dirò davvero cosa penso di lei e cambierò medico, sperando in bene. A proposito, adesso dobbiamo organizzarci perché non potendo uscire nessuno, anche prendere le medicine è impossibile: non è assurdo?

Mi sto convincendo, amiche e amici, che l’isolamento non sia assolutamente il modo migliore per guarire. Per non diffondere il contagio senz’altro, ma non per guarire: per guarire sarebbe meglio poter fare una passeggiata al sole, quando la febbre non picchia, e noi qua avremmo anche il bosco della Spina Verde. Secondo me  sarebbe stato meglio i “malati leggeri” come me radunarli nei vecchi sanatori, e dargli la possibilità di uscire all’interno della struttura; tanto essendo tutti contagiati non ci sarebbe stata la possibilità di infettarne altri…

Il mio aspetto è ormai inquietante, un misto tra un Robinson Crusoe ed un Abate Faria,  ma sinceramente non ho nessuna voglia di dedicarmi più di tanto alla cura della persona, anche perché cerco di usare il bagno per il minimo indispensabile. Igienizzo tutto prima e dopo, non deve rimanere nessuna traccia del maledetto.

E’ bello e rassicurante che, oltre la porta della mia stanzetta, sentire che i miei fanno a meno di me. Continuano a lavorare, fortunatamente, mio figlio fa da supporto tecnico a mia moglie che si è dovuta arrendere per forza nel lavorare da casa. Posso anche riposarmi, per un po’.

Ieri avrei voluto raccontarvi del tampone ma quando stavo mettendomi a scrivere mi è salita la febbre ed ho lasciato stare; il punto di prelievo, in auto, è all’interno del vecchio ospedale psichiatrico, uno spazio immenso, anche questo con una grande area verde; il tutto era ben organizzato, il serpentone si è snodato senza intoppi all’ora stabilita mi hanno infilato il tampone nel naso. Un po’ fastidioso, ma ci sono cose peggiori. Una parte di questo vecchio manicomio è stata data in gestione ad una cooperativa di recupero di ragazzi con dipendenze, droga, alcool, ludopatie… mi sono ricordato, passando, che quattro anni fa venimmo a recitare con il gruppetto teatrale che dirigevo, ed era stata una esperienza parecchio formativa per i miei ragazzi. Innanzitutto la comunità aveva appena inaugurato un forno a legna, e quindi vollero che mangiassimo con loro; quando c’è da mangiare non ci tiriamo mai indietro, anche se sarebbe meglio mangiare dopo la recita, e non prima; comunque i pizzaioli stimolati dalle presenze degli ospiti non la smettevano più di sfornare pizze, finché quando si erano fatte ormai le dieci dovetti chiedere una tregua, che mi venne a malincuore accordata. Ancora mi è rimasto in mente quello che mi disse uno dei loro responsabili, a sua volta ex tossicodipendente: se avessi avuto la fortuna di incontrare qualcuno come te, chissà, la mia vita avrebbe potuto essere diversa. Purtroppo le strade della vita non sono facili per tutti, e perdersi è facile… Mia madre si era appena rotta il femore (gliel’avevano rotto, ad essere precisi) e, per dare un piccolo messaggio che chiunque, anche se è in difficoltà, può aiutare gli altri, chiesi loro se se la sentivano di aiutarmi, facendo una sorpresa alla vecchietta che era un po’ depressa, incitandola con un “Forza Ida!” Solita gag, no dai ragazzi così la deprimete di più, ecco così va già meglio, dai una volta ancora… poi la telefonata (finta) ed un “Forza Ida!” davvero notevole. La recita era stata divertente, era piaciuta molto, saremmo voluti tornare ma non ce l’abbiamo fatta, il gruppo si è sciolto, ma di questo parleremo magari un’altra volta, se interessa.

Ho scritto troppo, sono in un bagno di sudore; quest’ottovolante di febbre e sottozero mi sta buttando a terra. Prima di lasciarvi voglio parlarvi di un uomo buono, si chiamava Alberto, Albertone perché era un omone; qualche anno fa alla Coop lo si trovava sempre alle casse, ad aiutare a riempire le borse, a portare i pesi; non lo faceva per qualche mancia ma solo per gentilezza; era sempre vestito impeccabilmente, con la sua giacca e cravatta, e d’inverno il cappotto e i guanti. Era un po’ indietro, ma era buonissimo, veniva lì e ti abbracciava, e quando ti abbracciava ti inglobava e sentivi che ti voleva bene e voleva che gliene volessi. Negli ultimi tempi era stato ricoverato in una struttura per anziani, e lì è morto, di Covid: per lui sarà stato impossibile mantenere il distanziamento, e spero che l’infermiere che lo ha accudito alla fine lo abbia abbracciato forte. Ciao, Albertone.

Isolamento!

Da ieri sera sono in isolamento, in attesa dell’esito del tampone che farò oggi. Sono stato sorpreso positivamente (si può ancora dire positivamente per indicare una cosa buona?), ieri mattina la dottoressa ha fatto la richiesta e ieri pomeriggio è già arrivato il messaggio da ATS Insubria per recarmi oggi pomeriggio in macchina a farmi fare il prelievo.

Mi ha convinto mio figlio, che ieri sera a cena è sbottato: “Papà, noi facciamo pure l’isolamento ma tu per favore non venire a tossirci addosso!” ed aveva ragione, perché infervorato da una risposta assurda nell’Eredità avevo pensato bene di dire la mia scoppiando poi in un accesso di tosse. Quando uno ha ragione ha ragione, e spero nel caso di non averli già contagiati; insomma da ieri sera sono confinato nella stanza degli ospiti che poi sarebbe anche il mio attuale posto di lavoro; la stanza sarebbe di 3×4 metri scarsi ma considerando che c’è un armadio, una libreria, il divano letto ovviamente ora aperto, la piccola scrivania, mi rimane uno spazio libero di 1×1 metri che è al di sotto degli standard carcerari.

Esco dalla camera solo per andare in bagno, e tutto quello che tocco lo disinfetto; il mangiare mi viene portato in camera con piatti bicchieri e stoviglie usa e getta che vengono poi buttati nell’indifferenziata; i fazzolettini con cui mi soffio il naso li metto in un sacchettino chiuso ed anch’essi andranno nella differenziata. Per il cambio della biancheria abbiamo istituito un sacchetto dove metto la roba sporca e lo lascio fuori dalla finestra (fortunamente dalla stanza si accede ad un balcone) e mia moglie quando ha voglia lo svuota e mette i panni a lavare.

Devo dire che stanotte il fatto di dormire da solo mi ha conciliato il sonno; ad un certo punto ho sentito in bocca un grande sapore di sale, vorrà dire qualche cosa? Mah. Non gradisco molto il dolce in questi giorni, e oggi anche di più, non so se anche questo vorrà dire qualcosa.

I miei colleghi mi invitano a riposarmi, anche se lavoricchio qualche ora più che altro per far passare il tempo; il mio fratellino che ne è appena uscito mi chiede se fossi invidioso, ed in effetti la sua dieta era allettante (vincisgrassi, tiramisù, anisetta…) ma qua non c’è trippa per gatti; i miei familiari mi invitano a non abituarmi, e in un modo o nell’altro le pagherò tutte. Serpeggia il sospetto che me lo sia beccato (se l’ho preso) cantando nel coro, anche se abbiamo mantenuto sempre il distanziamento; allo stato delle cose non si può escludere nulla, anche che l’abbiano portato in casa loro (l’unica che usciva per andare al lavoro era mia moglie, e che prendeva i mezzi…) ma questo non lo ammetteranno mai.

Ricordo che una febbre così strana, che va e viene, la ebbi poco dopo la maturità; i dottori allora ipotizzarono addirittura che si trattasse di un virus tropicale (e insinuarono che me lo fossi beccato durante la visita medica militare a Perugia, frequentando signorine di dubbia moralità _ accusa del tutto infondata, l’unica uscita che feci in quei tre giorni fu per andare a vedere il film “L’isola del dotto Moreau” con Burt Lancaster, al cui ricordo ho ancora oggi un brivido di raccapriccio) insomma non cavarono un ragno dal buco e dopo un mese buono di ricovero i miei firmarono per farmi uscire e dopo un po’ di sole e passeggiate all’aria aperta tutto passò. Che sia quell’animaletto che ha aspettato così tanti anni per rifarsi vivo?

Vi terrò aggiornati, amiche e amici, anche queste sono cronachette anche se avrei preferito non esserne il protagonista; passerà pure questa…

Fuori uso

Amiche e amici, mi scuso per non essermi fatto vivo per tutto il weekend, e se nei prossimi giorni lo farò a intermittenza; purtroppo non riuscivo a concentrarmi, la febbre continua e mi lascia abbastanza rimbambito, più del solito intendo. Ho anche pensato che rimuginare su tutto quanto non è stato fatto per evitare la situazione in cui ci troviamo non mi facesse bene; adesso il punto è sfangarla in qualche modo, nonostante le incapacità e le impreparazioni criminali, ormai si può dire, a tutti i livelli, statali, regionali, comunali, persino sanitarie; e non voglio partecipare al tiro al piccione  ma non è da paese civile che sia possibile avvicinarsi ad un ospedale solo se si ha il Covid, che tutti gli esami e terapie vengano sospesi se non urgenti e vitali (in attesa che anche quelle “normali” diventino urgenti e vitali). I direttori sanitari nominati per rappresentanza politica non hanno niente da rimproverarsi? Facile farli belli dietro i rianimatori, gli infermieri che si fanno quotidianamente il mazzo, quando non si è stati capaci di organizzare un minimo di accoglienza per i meno gravi (adesso parlano di Covid-Hotel: a Como abbiamo un intero ospedale dismesso che aveva 1000 posti letto, con i padiglioni come si faceva giustamente una volta, gli infettivi avevano i loro spazi e non andavano a incrociarsi con quelli che dovevano operarsi di appendicite…)

Ma ecco, ci sto ricadendo, è più forte di me, devo smettere: avevo messo il cervello in stand-by, e bisogna continuare così, almeno fino a giugno: giusto per tenerlo un minimo attivo mi sono visto una intera puntata di Sapiens di Mario Tozzi, il geologo divulgatore, che ha illustrato una affascinante ipotesi, e cioè che l’isola di Atlante sia da identificarsi nelle Sardegna. Confesso di non essere del tutto convinto, ma confesso anche di avere perso parti consistenti della spiegazione, non che abbia proprio dormito ma devo essere caduto in una specie di catalessi. E’ andata meglio con due film, uno del 2006, “Cambia la tua vita con un click”, con il quale volevo farmi due sane risate per ritrovarmi invece verso la fine a piangere come un vitellino quando il vecchio Fonzie, padre del protagonista, moriva, ricordando a me stesso mio padre ai tempi di Portobello, quando veniva mostrato qualche reduce di guerra una lacrimuccia ci scappava sempre, anche se la roccia si affrettava a negare.

Il giorno prima ero ritornato alla giovinezza, rivedendo l’episodio di Johnny Dorelli in Occhio, Malocchio, Prezzemolo e Finocchio (1983), dove Johnny interpretava un mago farlocco che si ritrova davvero con dei poteri donatigli da una strega (Paola Borboni); poteri che perde proprio il giorno che deve sfidare il mago Silvan, per non aver fatto in tempo a consegnare alla strega un gelato al pistacchio. Adriana Russo, Anna Kanakis in tutto il loro splendore, che mi hanno ricordato perché all’epoca ci facevano sognare. C’era anche Renzo Montagnani, nella parte del manager imbroglioncello…

Che nostalgia amiche e amici!

p.s.

sono in lista per il tampone. Vi farò sapere!

Cronachette dalla zona rossa (VIII)

13 novembre

Amiche e amici sarò breve, la mia dottoressa incredibilmente mi ha visitato ed ha stabilito che non ho il Covid ma bensì una banale infezione alle vie urinarie.  Ossigenazione perfetta, polmoni in buono stato, il rossore alla gola secondo lei è da curare semplicemente con gargarismi di acqua e bicarbonato, ed alla tossetta attribuirebbe un’origine nervosa (lo stress, ovviamente). Sono arrivato puntuale all’appuntamento, prima di me solo una vecchietta che non si era prenotata (per niente facile, per parlare con la segretaria bisogna tentare almeno venti volte) e che ha chiesto quando potrà fare il vaccino anti-influenzale. Quando arriverà, ha risposto il medico, invitando poi la nonnina a sloggiare che era pericoloso stare in giro. Ricordate quando a marzo ci dicevano che avremmo dovuto tutti vaccinarci contro l’influenza, giusto per non confondere i sintomi? Poi ci si chiede come mai la gente affolla i pronti soccorso. Rinfrancato dal responso sono addirittura andato in farmacia, pur con le gambe un po’ tremolanti dall’immobilità; stanotte tra l’altro avevo dormito pochissimo, e ad un certo punto stamattina andando in bagno ho avuto un calo di pressione di cui per fortuna mi sono accorto subito e mi sono steso in terra prima di cadere con la testa nel water.

Qui continuano a passare ambulanze; uno degli ospedali cittadino non ha più posti, e medita di spostare pazienti in Ticino (chissà quanto costerà, con la Svizzera non ci sono convenzioni sanitarie); nell’altro grande ospedale il primario del reparto di malattie infettive denuncia che la gente non sembra ancora aver capito che sta succedendo: ma com’è possibile? Eppure si vede anche in certe piccole cose: mia moglie mi racconta che ogni volta che va a far la spesa c’è sempre gente che entra senza igienizzarsi le mani, quale sarà l’arcano motivo? C’è anche da dire che l’altra volta i supermercati avevano messo degli addetti a controllare, che facevano entrare un tot di persone alla volta, stavolta niente di tutto questo, non è assurdo? In una provincia per di più che è ora nell’occhio del ciclone, e dove un tampone ogni quattro è positivo, altro che il 16% che ci raccontano in TV.         

La mia fornitrice di vino mi sta tampinando per l’ordine di Natale, ho fatto un po’ di conti e quest’anno ho speso uno sproposito, col fatto di mangiare sempre in casa il consumo si è raddoppiato (anche se a pranzo non vado mai oltre il bicchiere): non è che sarà d’accordo con Conte?

Amiche e amici domani spero di essere più in forma e proporvi qualche notizia originale; adesso vado a fare i gargarismi…

Cronachette dalla zona rossa (VII)

12 novembre

Oggi mi sento un po’ meglio, così ho deciso di togliere dalla faccia l’aria di cane bastonato e ho tagliato la barba, recuperando in parte una parvenza umana. Mi manca la passeggiata fino all’edicola e persino la spesa alla Coop, chi l’avrebbe mai immaginato.

A proposito di spesa, ieri in un attacco di paranoia in cui mi vedevo contagiato e untore dei miei congiunti, costretti quindi alla quarantena, ho controllato su diversi siti di supermercati per vedere se fanno consegne a domicilio. Ebbene, nei paraggi lo fa solo l’Esselunga, ma ci sono richieste per tutta la settimana; gli altri (compresa la mia Coop) permettono di ordinare online ma poi bisogna andarselo a ritirare nel punto vendita: ma se uno non può uscire di casa come fa? Ecco che in questo caso i volontari del Circolo Operaio di cui vi ho parlato l’altro giorno possono venire in soccorso!

Nel pomeriggio di ieri ho fatto prove di pensionamento. Ho lavorato solo al mattino perchè ad un certo punto sentivo salire la temperatura; prima ho provato a leggere qualche pagina di quel bel libro scolastico di cui vi ho parlato (“Viaggio nell’arte dall’antichità ad oggi” di Giuseppe Nifosì, ed. Laterza), relativa all’arte Etrusca e Romana; mi reputo fortunato per molte cose, in questo mondo, e una di queste è che tante di quelle opere che vengono descritte le ho potute ammirare con i miei occhi.

Accesa la televisione poi mi sono sentito ancora più fortunato: la puntata di Geo presentava gli abitanti di villaggi del Kenia, fino a poco tempo fa dediti alla pastorizia finché la siccità ha cambiato velocissimamente l’habitat, per cui i pascoli sono spariti; in più sono soggetti ad attacchi dei vicini somali. Un’esistenza dura e precaria; l’acqua viene presa da un pozzo lontano anche chilometri dai villaggi, ovviamente dalle donne che si caricano di bidoni, e dopo averli riempiti li fanno rotolare con i piedi. Gli uomini si sono dovuti riciclare come raccoglitori di ambra, per una mera sussistenza perché quello che guadagnano in una giornata di lavoro è appena sufficiente per sopravvivere. Ogni tanto arriva qualche meritorio aiuto internazionale (i più anziani tra di voi ricorderanno i misfatti della nostra cooperazione internazionale degli anni ’80…), ad esempio uno interessante è quello per impiantare arnie moderne e produrre miele: peccato che alle api la siccità non è che piaccia molto, e così il raccolto è risicato anche per quello. Quando piove lo fa torrenzialmente, e quel poco che si era coltivato viene spazzato via: eppure la gente cerca di andare avanti, quella si è “resilienza” non quella dei nostri baristi che fanno asporto…    

Devo assolutamente, appena sarà possibile, comprarmi una sedia ergonomica per lavorare ed una poltrona per leggere. Non dovrebbe essere difficile, anche perché siccome ho fatto qualche ricerca su Internet adesso vengo tempestato da mail, richiami che escono fuori dappertutto, sul telefonino, quando leggo la posta. Però mi dispiace ma questa è roba che non comprerò mai su Internet, perché devo provarla con il mio fondoschiena. A proposito, secondo me lo smart working darà un bel lavoro ai fisioterapisti, fisiatri e osteopati: chi in casa ha davvero un posto di lavoro a norma? Già a marzo mi posi il problema, e bisognerebbe dire ai datori di lavoro che non basta dire “lavorate da casa” ma bisogna mettere in condizione di farlo comodamente e senza spezzarsi la schiena. Ad esempio, mandando a casa dei dipendenti delle poltroncine adeguate, o quanto meno dargli i soldi per comprarsele. Tutta questa parte sta passando in cavalleria, ma sarebbe il caso invece di parlarne perché se questo deve diventare un modo di lavorare “normale” (io spero di no ma mi pare di essere in minoranza) il padrone deve avere degli obblighi, se no è un po’ troppo comodo…

Infine, dopo cena (minestrone di legumi e parmigiana di zucca) complice il fatto che sul primo c’era la partita della Nazionale di calcio, di cui l’unico interesse era che il CT Mancini era assente in quanto positivo al Covid, ho girato per caso su Rai Tre dove ho visto un pezzo della puntata di “Che succ3de?” condotta da Geppi Cucciari, brava e simpatica; interessantissima è stata la sua intervista con Piero Di Lorenzo, Presidente e Amministratore delegato di IRBM, che con l’Università di Oxford sta sviluppando un vaccino, e che ha dichiarato che si aspettano che entro fine anno la sperimentazione termini e venga dato l’ok alla produzione; la fornitura avverrà in due tranche, la prima (2 milioni di dosi se non ho capito male) dovrebbe essere destinata a sanitari e forze dell’ordine, e poi entro giugno 70 milioni di dosi che dovrebbero essere sufficienti per tutti. Da notare il fatto che ha detto che la venderanno al prezzo di costo, ovvero 2,80€: ricordiamocene amiche e amici quando invece ci chiederanno dieci volte tanto. Spero tanto che non siano le regioni a doversi approvvigionare, perché qui in Lombardia siamo al ridicolo che mancano persino i virus anti-influenzali, perché i nostri geni non hanno partecipato alle prime aste pensando che in quelle successive il prezzo sarebbe sceso. Si professano liberisti ma nemmeno i rudimenti del mercato conoscono… ma abbiamo pazienza, la giustizia sarà lenta, ma arriva… a proposito l’altro giorno ho detto che quello che dice Report non sortisce nessun effetto, e sono stato smentito: la magistratura ha aperto un’inchiesta (contro ignoti, al momento) per procurata epidemia colposa. Da qui a passare al doloso ci vuole poco, e i nomi li sanno tutti…

Tornando agli agricoltori keniani, qualcuno ci penserà o come al solito se la prenderanno in quel posto? Io la risposta la immagino, ma me la tengo per me. A domani, amiche e amici!