Tre stelle per Olena – 20

«Ehi voi due, avete visto Kocca? E’ un’ora che la cerco, dove si è andata a cacciare?»
Flettàx, il pappagallo padano, svolazza borbottando e agitando nervosamente le ali; Riitta la renna e Fiona la cavalla si scambiano uno sguardo di intesa, poi è la più battagliera delle due, Riitta, a rispondere:
«Perché la cerchi?»
«E tu perché rispondi a una domanda con un’altra domanda? Se la cerco avrò i miei motivi» ribatte il malmostoso pennuto «Non si sarà infilata nel bosco, eh? Che sta cominciando a far buio»
«Come sei tenero Flettino, sei preoccupato che possa succederle qualcosa? Ma no, sarà qua intorno, lo sai che ogni tanto ha la testa tra le nuvole» interviene la premurosa Fiona.
«Ti ho detto mille volte di non chiamarmi Flettino!» strepita l’Ara Macao «E non sono per niente tenero, anzi sono incazzatissimo! Non sarà mica in giro con quel parrocchetto?»
«Non sarai mica geloso?» lo provoca Riitta.
«Geloso io? Non mi conosci, cara mia. Io sono per l’amore libero! Kocca è grande (insomma, grande) e vaccinata, ha anche il green pass, può fare quello che vuole!»
«Be’, sono contenta che la pensi così perché infatti l’ho vista addentrarsi nel bosco con Spread, ed è inutile che lo chiami parrocchetto perché è molto più virile di te se lo vuoi sapere, che le stava recitando una poesia»
«Che cosa, una poesia?!» insorge Flettàx «Da che parte sono andati, dimmelo immediatamente!»
«Cosa ti importa, non hai appena detto che è grande e vaccinata e può fare quel che vuole?» chiede candidamente la renna.
«Quel che vuole un par di palle! Io li spenno, prima lui e poi lei, anzi tutti e due insieme!» sbraita inferocito il pappagallo.
«Flettino non fare stupidaggini, ti hanno appena liberato dalla voliera, non vorrai farti rinchiudere di nuovo» cerca di riportarlo alla ragione la saggia Fiona.
«L’onore val bene una voliera! Lo faccio vedere io a quei due freghi… fedri¹… insomma a quei due traditori!»
«Alla faccia dell’amore libero» commenta Riitta «Sei il solito maschio possessivo e arretrato. Evolviti, non siamo più all’età della pietra!»
«Sì Flettino, oggi c’è la parità di genere!» ricorda Fiona, rassicurante.
«Ve la do io la parità! Suffragette, femministe e Me Too dei miei rognoni! Aspettate che li prenda e poi gliela faccio vedere io la parità, a forza di beccate sul didietro! E poi che vadano a piangere da…»

«Che sta succedendo qua?»
Kocca, avvicinatosi senza esser vista e curiosa come solo una gallina sa essere, chiede informazioni, interrompendo la tirata del pappagallo, che si ferma e reprime l’impulso di strozzarla.
«Ah, eccoti qua finalmente. Ti pare questa l’ora di tornare? E si può sapere dove sei stata?» chiede Flettàx trattenendo a stento la rabbia.
«Perché, eri in pensiero?» chiede la gallina sognante «Che caro che sei! Ho fatto quattro passi qua intorno, è così bello il giardino, e il tempo è volato… poi sono passata in cucina a prenderti i croccantini, eccoli qua, vedi?»
«I croccantini? Dai qua» ordina il pappagallo strappandole il sacchettino con malagrazia. «E il tuo cicisbeo dove l’hai lasciato?»
«Che cicisbeo?» chiede la gallina sorpresa.
«E’ geloso» la informa Riitta.
«Ho detto che non sono geloso! E adesso mi avete proprio rotto le scatole, cervelli di gallina!»
«Ma io sono una gallina!» protesta Kocca.
«Appunto! Me ne vado!» annuncia Flettàx, non dimenticando di portare con sé il sacchettino con i croccantini.
Le tre amiche rimangono a guardarlo mentre si allontana svolazzando, infine è Riitta a rompere il ghiaccio:
«Kocca?»
«Sì?» risponde svanita la gallina.
«Kocca, non fare la finta tonta con noi. Che stai combinando con Spread? Guarda che Flettàx vi spenna»
L’ovaiola sospira e si accovaccia, e dopo qualche attimo di esitazione risponde:
«Sono confusa… Flettàx mi vuole bene, ma è rude, mi tratta sempre come una gallina. Spread invece mi recita le poesie, mi fa scoprire nuovi aspetti della personalità, mi allarga gli orizzonti…»
«Gliel’hai data?» chiede la pratica renna.
La gallina arrossisce sotto le penne, becchetta un verme che passava da quelle parti, e ammette:
«Ehm, ecco, tra una rima e l’altra, senza che ce ne accorgessimo, vi giuro che non ne avevo proprio l’intenzione, eh? Siamo finiti in un cespuglio, e lì…»
«Gliel’hai data» conclude la renna, prosaica.
«Gliel’hai data, gliel’hai data, lo fai sembrare come se fosse chissà che delitto! Ho ceduto, lo ammetto, ma non si ripeterà più. Anzi, si è già ripetuto a dire la verità, ma non si ripeterà più!» promette la gallina.
Le due amiche le si stringono attorno e la abbracciano, poi Riitta la riporta alla realtà:
«Senti, Kocca, tu hai un problema. Dacci un taglio, lo dico per il tuo bene. Flettàx sospetta, e se vi becca vi spenna per davvero!»
«Ma voi non glielo direte, vero? Siete mie amiche, tutti per uno, uno per tutti!» chiede implorante Kocca.
«Ma certo che no, sciocca, però devi stare attenta» la tranquillizza la renna, che peraltro ha già spifferato tutto.
«A proposito di uno per tutti» interviene Fiona con malcelato interesse «Pensi che Spread sarebbe disposto a declamare qualche poesia anche a me? Piacerebbe anche a me farmi allargare gli orizzonti…»

¹ Fedifraghi. Pare che la parola per i pappagalli sia ostica, anche perché loro sono fieramente e ostinatamente monogami, tranne qualche rara eccezione.

Tre stelle per Olena – 19

« Carramba che sorpresa! Abbiamo qua la nipote del nonno morto. Che cose strane succedono in Cina, che razza di magia taoista avete fatto, Po?» chiede Nonna Pina fingendo stupore e rivolgendo alla ragazza un sorrisetto ironico.
«Più che di magia si trattò di illusionismo… » risponde Po, divertito. «Li Yuqin partorì un bambino sano, e lo sostituimmo prima che i giapponesi se ne accorgessero. Lo feci portare in campagna, affidato ad una famiglia di assoluta fiducia. Perfino a sua madre facemmo credere che il bambino fosse morto, fu crudele ma era per la sua sicurezza… la nostra intenzione era quella di andarlo a riprendere una volta che le acque si fossero calmate, ma non ne avemmo il tempo»
«Perché, che successe?» chiede Montesi, ormai rapito dal racconto.
«La guerra era ormai finita, i giapponesi avevano perso anche se la resa non era stata ancora dichiarata, e si preparavano a lasciare il Manciukuò. Disarmarono a sorpresa tutta la Guardia dell’Imperatore per impedirci qualsiasi ribellione. Questione di ore, i russi invasero la Manciuria e l’imperatore e la corte tentarono di fuggire verso il Giappone per consegnarsi agli americani, immaginando che li avrebbero trattati meno duramente, ma i sovietici li intercettarono e li portarono in Russia. Quando seppi che l’imperatore era stato catturato mi consegnai anch’io per cercare di stargli vicino. Ci tennero prigionieri cinque anni e poi ci restituirono alla Cina, dove nel frattempo Mao Tse Tung aveva sconfitto Chiang Kai-shek e proclamato la Repubblica Popolare. Venimmo internati in un campo di rieducazione, a Fushun, dove rimanemmo nove anni, finché il cittadino Pu Yi fu dichiarato riabilitato»
«Perché rimase con l’imperatore, signor… generale Po? Non aveva più nessun obbligo, mi pare, poteva vivere la sua vita, non era colpevole di nulla più che aver fatto il proprio dovere» chiede Montesi, colpito.
Po respira profondamente, e fissa Montesi negli occhi:
«Avrei dovuto vivere una vita senza onore, maresciallo? Avevo fatto un giuramento. E’ facile stare vicino alle persone quando sono forti e potenti, ma è nella disgrazia che si misura la lealtà. Non sono riuscito a proteggere Pu Yi dall’influenza dei giapponesi, ma posso dire di averlo aiutato a diventare un uomo nuovo e lo sono diventato a mia volta. Ne valeva la pena»
«E il bambino?» chiede Montesi, con la voce incrinata dall’emozione.
Un sorriso illumina il volto di Po:
«A quel punto solo io e la levatrice sapevamo della sua esistenza… la famiglia che l’aveva adottato si trasferii a Hong Kong, dove tuo nonno» dice rivolto a Li Wok «studiò e divenne avvocato. La società per cui lavorava lo mandò per qualche tempo nella sede in Australia, dove conobbe tua nonna e decise di stabilirsi definitivamente. Io uscito di prigione rimasi ancora vicino al mio signore ma dopo la sua morte, nel 1967, non c’era più niente che mi trattenesse. Non era facile uscire dalla Cina a quei tempi, specialmente per chi aveva un passato come il mio, ma finalmente qualche anno dopo riuscii anch’io a raggiungere l’Australia. Ho custodito il segreto di tuo nonno, e controllato che nessuno ne venisse a conoscenza…»
«Perché? Perché non gliel’hai detto, aveva diritto di saperlo, e anche noi!» contesta Li Wok.
«Non era più tempo di imperatori» risponde calmo Po. «Quel mondo è morto, e quello che ne rimane morirà con me. Il popolo non deve mai più dipendere da imperatori, e tanto meno dai capricci di un bambino. Ho avuto tante volte l’impulso di parlare a tuo nonno, ma mi sono sempre trattenuto. A che pro? Aveva una buon lavoro, una bella famiglia, figli e nipoti che adorava e lo adoravano. Tra cui un ragnetto che gli si arrampicava addosso e si faceva sempre fare il solletico..»
Li Wok spalanca gli occhi, colpita.
«Ragnetto? Ma, come fai a…?»
«A sapere che tuo nonno ti chiamava ragnetto? Chiamala magia anche questa, se vuoi. Non è difficile rendersi invisibile… la morte di tuo nonno mi rese molto triste. Avrei potuto tornare in Cina, ma come ho detto non c’era più niente che mi attirasse là, così venni in Europa. L’imperatore aveva avuto un precettore inglese, lo sapevi? Amava i costumi occidentali. Ho visitato luoghi che avevo solo immaginato e infine mi sono fermato qua. Ti aspettavo… »
«Alt, alt, per l’amor di Dio!» implora Montesi, alzando le braccia. «Quindi lei, generale o quel che è, mi sta dicendo che la signorina, qua, è davvero la discendente dell’ultimo imperatore della Cina? E lei signorina, chef o quel che è, come ha fatto a saperlo? E avete qualcosa che lo dimostri, o vi siete inventati tutto e magari vi siete messi d’accordo per far fuori Turchese sa solo il cielo perché? Sapete che vi dico? Che adesso mi sono rotto le palle di questo polpettone storico. Colasanti! Staccati da quella porta, che sta in piedi da sola! » urla Montesi al sottoposto, rimasto appoggiato allo stipite in attesa del finale.
«Comandi, maresciallo» risponde l’appuntato, ricomponendosi.
«Riporta l’imputata in guardina, e voi, signori» intima a Po e Nonna Pina con un gesto eloquente «potete andare. Grazie della collaborazione, vi faremo sapere»
«Ma come, vi faremo sapere? Ma se le abbiamo detto che…» protesta Nonna Pina.
«Ho detto di andare. E non costringetemi a mettere dentro anche voi» taglia corto il maresciallo.
Nonna Pina lancia uno sguardo a Olena, che con un cenno la invita a seguire l’ordine di Montesi. I due, riluttanti, lasciano la stanza scortati da Piccioni, mentre Colasanti riporta Li Wok nella cella dove è custodita.
Montesi e Olena rimangono soli nella stanza, la russa con un sorrisetto ironico dipinto sul volto.
«Ti diverti?» chiede Montesi.
«Abbastanza» risponde Olena. «Loro non c’entrano niente, tu sai vero?»
«Imperatrice della Cina… ma pensa te. Prima che arrivassero quei due ha chiamato il giudice. Mi ha detto che mi dà ancora 48 ore, e poi mi toglie il caso» informa Montesi, scrollando le spalle. «Non che me ne freghi molto, anche se mi dispiacerebbe lasciare le cose a metà»
«Io so cosa ci vuole per te» afferma Olena, con una punta di malizia.
«Lascia stare, l’ultima volta ci stavamo per lasciare la pelle, non mi pare proprio il caso» obietta imbarazzato Montesi.
«Non intendevo sesso, possibile tu pensa sempre a quello?» lo corregge Olena, passandosi la lingua sulle labbra .
«Stasera in villa si balla. Vestiti bene, prego. Rilascia Li Wok, devono esserci tutti» ordina, più che invitare, Olena. Poi si alza ed incede ancheggiando verso l’uscita; sulla soglia, quasi dimenticando qualcosa, si volta e completa le istruzioni:
«E porta Ines, per favore. Lei balla molto meglio di te»

Non sembra anche a voi che Mr. B assomigli sempre più a Mao Tse Tung?

Vecchio è chi vecchio fa (Cronachette dall’ex zoccolo duro)

E sono 62, amiche e amici! Finora non mi sono annoiato, speriamo di continuare così. A parte questo ultimo periodo in smart working, se proprio vogliamo sottilizzare… a questo proposito, lo scorso weekend come sapete si sono tenute le giornate FAI di autunno, con l’apertura di tanti beni e monumenti di solito non visitabili. Ho approfittato della bella giornata per andare a Canzo, nel triangolo Lariano, per visitare la bella Villa Magni-Rizzoli che dopo un periodo di incuria è stata acquistata da una società che la utilizza come location (si dice così, fa molto chic) per matrimoni sontuosi. Adesso pare che non ci siano più le mezze misure: o non ci si sposa, o se ci si sposa si vuole la villa da sogno: ma che c’è di male nel vecchio buon ristorantino? Ah, quei bei matrimoni che partivano dall’antipasto di affettato per passare agli straccetti in brodo, il bollito con le erbette, tagliatelle e vincisgrassi, frittura mista (con olive ascolane e crema fritta, che ve lo dico a fare), insalata per sciacquarsi la bocca e infine arrosti misti! (e pensare che quando mi ci trascinavano da giovane mi sembrava una tortura). E’ ovvio che qui in Lombardia il menu era diverso, ma ci siamo capiti.

La Villa ha una storia non lunghissima: costruita a cavallo dell’ottocento-novecento in uno stile eclettico (insomma un misto frutta di stili, su cui predomina il neo-medioevale), è situata su una collinetta, con un grande parco intorno dove spiccano una fontana ed un piccolo oratorio con una torretta; l’interno ha delle sale decorate riccamente e specialmente interessante è la biblioteca (di cui rimane solo il nome, i volumi non ci sono più) rivestita da affreschi onirici che sembrano quasi fumetti di Lanciostory per chi è anziano come me e pratico del genere. Come dicevo, ospita ricevimenti e eventi, per cui chi fosse interessato può farsi sotto. Tra i volontari che accoglievano i visitatori svettava per presenza fisica mio figlio, la qual cosa ha reso oltremodo orgogliosa la mia consorte. Insomma, l’avrò fatto studiare Arte per qualcosa, no?

Il nome Rizzoli evoca libri: ed infatti il proprietario, dopo i Magni, era quel Rizzoli fondatore della casa editrice, Angelo, poi andata in malora con suo nipote (anche lui si chiamava Angelo, ve lo ricordate? Sposato con Eleonora Giorgi, lei almeno la ricorderete, no?). Voglio dire una cosa ai ragazzi: questi sembrano a volte i tempi più cupi mai vissuti. Ma non perdete la fiducia nel futuro: i miei nonni ed i miei genitori hanno visto la guerra; la mia generazione ha vissuto il periodo del terrorismo, con le sue stragi ed i suoi lutti; in quel periodo in Italia abbiamo avuto una loggia massonica come la P2 che si è infiltrata in tutti i livelli di comando fino a sostituirsi quasi allo Stato. Che allora seppe reagire, certo i protagonisti erano di un livello parecchio più alto degli scalzacani di oggi… ops, scusate, mi sono lasciato andare. Quello era il periodo in cui Rizzoli junior , iscritto a sua volta alla loggia, perse tutto quello che il nonno aveva costruito. Se poi si va a vedere a chi è finita la Rizzoli si capiscono tante cose, ma non voglio togliervi il gusto di ricercarvelo per conto vostro…

Finita la visita abbiamo passeggiato un po’ per Canzo, paesino delizioso, che tra le altre cose diede i natali a Filippo Turati, uno dei padri del socialismo in Italia; nel parco c’era un concerto di un’orchestra swing, pieno di spettatori. Da queste parti venivamo tanti anni fa, ci si parte per le passeggiate ai corni di Canzo, i monti che la circondano, con sentieri non troppo impegnativi (è relativo: adesso lo sarebbero di sicuro) e baite dove rifocillarsi quando si è stanchi. Qui si imbottigliava un’acqua parecchio rinomata da queste parti (la fonte Gajum) ma ad un certo punto la fabbrica ha chiuso perché la vena non dava più materia sufficiente per avere un riscontro economico, insomma era più la spesa che l’impresa. Adesso rimangono delle fontane dove l’acqua sgorga libera, e spesso si trova la fila di gente che riempie bottiglioni e damigiane.

E’ morto Franco Cerri, grande chitarrista jazz. Quelli giovani come me lo ricordano per una pubblicità dove faceva l’omino in ammollo per una marca di detersivo. Da qualche parte devo ancora avere un suo metodo per chitarra, come avrei voluto suonare come lui!

Amiche e amici, vi saluto: stasera niente bisboccia, stapperò solo una bottiglietta e se mi permettete brinderò alla vostra salute, facendo finta che siate tutti con me. Prosit!

Che mongolfiere! (Cronachette dall’ex-zoccolo duro)

Amiche e amici,

si avvicina l’ora del redde rationem ovvero il giorno in cui per lavorare sarà obbligatorio avere il green pass in regola: non avrei mai creduto si sarebbe arrivati a tanto, mesi fa l’avevo buttata là come una battuta e invece eccoci qua. Stranamente solo oggi i “migliori” si sono accorti che se tutti i lavoratori senza tessera non andassero al lavoro saremmo in un bel casino: pare che 12.000 guardie carcerarie su 37.000 ne siano sprovviste, tanto per dire. Esprimo la solidarietà ai lavoratori portuali di Trieste, che hanno detto che se anche a uno solo dei loro compagni non verrà permesso di lavorare bloccheranno tutto. La ministra dell’Interno, preoccupata di dover mandare i poliziotti a fare a botte con i camalli, ha invitato le aziende a provvedere a fare i tamponi gratuiti a chi fosse sprovvisto della certificazione; qui a Como alcune aziende si sono dette disponibili a pagare il tampone pur di non fare a meno di operai specializzati. Dato che le vaccinazioni sono ormai al 430% e secondo i virologi accampati giorno e notte da Fabio Fazio & c. avremmo dovuto raggiungere l’immunità di gregge già da quel dì, mi chiedo che senso abbia questo accanimento.

Dato che io il green pass ce l’ho, anche se per il lavoro non mi riguarda perché come sapete con buona pace di Brunetta tornerò in ufficio forse nel 2199, ieri volevo godermelo andando a Milano (dopo 19 mesi!) per incontrare dei compagni di merende con i quali avevamo l’abitudine di farci ogni tanto un aperitivo. Bene, la cosa non è stata possibile perché a) uno lavora ancora da casa in Veneto e venire apposta per un aperitivo era un po’ eccessivo b) l’unico già in pensione è più indaffarato ora di quando lavorava, e corre tutto il giorno dietro ai nipoti ed ai loro impegni. Comodo fare i figli e sbolognarli ai nonni! Insomma, per beccarlo bisogna prendere appuntamento settimane prima, e a volte non basta; e infine c) al sottoscritto è venuto mal di stomaco. Sarà stata l’emozione di riprendere il trenino, o il freddo che è arrivato all’improvviso? Le temperature si sono abbassate parecchio, specialmente al mattino; forse non ero preparato, non ho ancora fatto il cambio nell’armadio, e sono uscito troppo leggero…

Non so se avete visto le immagini di quella mongolfiera che è andata a sbattere contro il tempio Voltiano, qui a Como, abbattendo una delle statue della facciata; in TV l’hanno definita chiesa ma in realtà è un tempietto in stile neo-classico che ospita un museo dedicato ad Alessandro Volta ed alle sue invenzioni (la dice lunga su come le notizie vengano controllate). L’ultima volta che ci sono entrato sarà stato vent’anni fa e la sensazione che mi aveva dato era quella di luogo poco ospitale, polveroso e di scarso interesse, spero che nel frattempo sia migliorato. Me la sono scampata bella, perché tra qualche giorno sarà il mio compleanno e mia moglie aveva ventilato un paio di volte quanto sarebbe stato bello fare un giro in mongolfiera, che ogni tanto sorvola anche casa nostra  (199 euro a testa: sarà pure bello, ma ho un milione di modi migliori per buttar via i soldi) ma adesso, dopo l’incidente, se dovesse ripropormelo potrei interpretare l’invito come velata minaccia.

A proposito di freddo, sabato mattina siamo andati a Colico, in alto lago; siamo stati all’Abbazia di Piona, un luogo davvero ameno con una bellissima vista sul lago e dove i frati preparano dei liquori miracolosi come la Goccia Imperiale, di 90 gradi, poche gocce nel caffè rinvigoriscono e tonificano ed è anche indicato come anestetico in caso di mal di denti.  C’ero stato trentacinque anni fa da fidanzato e confesso che non mi ricordavo niente. Questo mi ha depresso ulteriormente, e c’è voluta l’Eredità di ieri sera, quando ho indovinato la risposta finale “Nonna” e soprattutto l’indizio Giovanna, che rimandava a “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero”. In quanti saremo rimasti in Italia a ricordare la nonna del Corsaro Nero? Ma non divaghiamo; Colico è un paesino delizioso, una bella passeggiata a lago, spiaggiette dove prendere il sole, tanti windsurf e wakeboard. Dal paese partono dei sentieri che si addentrano nei dintorni, dove ci sono dei forti da visitare ed altre passeggiate; noi siamo andati a visitare la fortezza Montecchio Nord, dove c’è una batteria di cannoni difensiva, costruita prima della prima guerra mondiale. Pur essendo sostanzialmente pacifista i cannoni mi affascinano sempre, e vedere queste bestie da 150 tonnellate, che sparavano a quattordici chilometri, mi ha dato una certa emozione. La fortezza in realtà non è stata mai utilizzata perché quando è scoppiata la Prima guerra mondiale gli austriaci avevano già dei mortai che avrebbero sfondato le difese fino a poco prima ritenute impenetrabili. Così i cannoni sono stati portati al fronte; poi rimessi al loro posto non sono stati mai usati durante la Seconda Guerra Mondiale. Anzi, gli unici colpi sembra li abbiano sparati i partigiani a scopo intimidatorio verso i tedeschi che scappavano, e la volgata narra che questi, impressionati, consegnarono Mussolini che stava scappando con loro, pur di salvarsi la pelle. Nessuno sa se il racconto sia vero, se lo fosse però vorrebbe dire che a qualcosa quei cannoni alla fine sono serviti…

Sabato prossimo a Roma si terrà una grande manifestazione, in risposta all’assalto guidato dagli squadristi di Forza Nuova alla sede della Cgil (il più grande sindacato italiano con 5 milioni di iscritti tra lavoratori attivi e pensionati) . Dopo quasi cento anni dalla marcia su Roma, dopo settantacinque dalla promulgazione della Costituzione repubblicana e antifascista, che ci sia ancora bisogno di manifestare la dice lunga sul come siamo messi…

Amiche e amici, spero di non avervi annoiato troppo; vi ricordo che il prossimo weekend ci saranno le Giornate Fai d’Autunno, con apertura di ville, parchi e monumenti spesso chiusi al pubblico. Purtroppo anche per questo servirà il green pass, ma chi può approfitti!

Voglio proprio vedere chi ha il coraggio di chiederle il green pass!

Tre stelle per Olena – 18

Nonna Pina, con gli occhi fiammeggianti e la voce rauca che vibra di indignazione, punta un dito ossuto verso la giovane chef. Po le rivolge un sorriso riconoscente e prova a calmarla:
«Lasci stare signora, è passato troppo tempo…»
«Proprio perché è passato tanto tempo, Po, bisogna che qualcuno racconti la verità a questa signorina!» risponde la battagliera centenaria.
«Chi è questa donna? Non la conosco, non voglio ascoltarla!» protesta Li Wok.
«E invece mi starai a sentire, imperatrice dei miei stivali! Il tuo trisnonno era un deficiente, e mi pare proprio che tu abbia ereditato la sua malattia!»
All’affermazione di nonna Pina Montesi si abbandona stremato sulla poltrona.
«Trisnonno, imperatrice, ma di che sta parlando? Olena, tu ne sai qualcosa?» chiede confuso alla russa, meravigliata quanto lui.
Po, imbarazzato, cerca di frenare la veemenza di Nonna Pina:
«La prego signora, è meglio non…»
«Lasciami fare Po, quando ci vuole ci vuole. Quest’uomo» scandisce indicando il cinese «non è stato semplicemente una delle guardie dell’imperatore. A venticinque anni era già generale, e comandante delle guardie! Ma chi era quel cosiddetto imperatore a cui aveva giurato fedeltà assoluta? Un pupazzo, un vanesio, un inetto! Come avrebbe potuto essere diverso, del resto? Pu Yi era stato messo sul trono a due anni¹, due anni capite? E’ vissuto sempre in un mondo tutto suo, non conosceva niente del suo paese e dei bisogni del popolo. L’hanno fatto abdicare a sei anni, e meno male, e da allora ha vissuto una vita dorata all’interno della Città Proibita con l’unica occupazione di spendere i soldi che i cinesi continuavano a concedergli, solo loro sanno perché. Completamente manipolabile e manipolato, si è prestato per pura ambizione a fare il fantoccio dei giapponesi, opprimendo la sua stessa gente! Ti dico una cosa, ragazzina arrogante: se il tuo trisnonno nella vita ha capito qualcosa è stato solo quando, finita la guerra, i comunisti di Mao Tse Tung l’hanno tenuto in carcere per rieducarlo invece di trattarlo come criminale di guerra e impiccarlo come meritava!»
«Lui aveva giurato di proteggerlo fino alla morte» insiste Li Wok, ma con meno convinzione.
«E ti pare non l’abbia fatto? Pensi che sarebbe sopravvissuto, se Po non l’avesse difeso tutto il tempo? Se Po ha una colpa, cara mia, è solo quella di non averlo fatto fuori con le sue mani il tuo imperatore! Dovresti rispettarlo e onorarlo invece di insultarlo, e baciargli le mani, se non fosse stato per lui…»
«Che vuol dire con questo?» chiede Li Wok, colpita.
Per un attimo nella stanza cala il silenzio, poi Nonna Pina e Po si scambiano un lungo sguardo, alla fine del quale l’uomo si raddrizza, si schiarisce la voce ed inizia il suo racconto.
«I giapponesi cercavano da anni di far sposare Pu Yi con qualche loro connazionale, per rafforzare i legami di amicizia dicevano, ma in realtà l’unica cosa che volevano rafforzare era il dominio sulla Manciuria. L’imperatore aveva sempre rifiutato, anzi nel 1943 aveva preso come quarta moglie Li Yuqin, una ragazza quindicenne: Pu Yi non aveva ancora avuto figli, e si sperava che Li Yuqin potesse dargli un erede. Per la verità la prima consorte, Wanrong, dieci anni prima aveva perso un bambino, e circolava voce che fosse un figlio illegittimo e fosse stato soppresso per ordine dei giapponesi. Quando Li Yuqin rimase incinta eravamo preoccupati che qualcuno potesse far del male a lei o al bambino, e la misi sotto stretta sorveglianza. Nessuno poteva entrare o uscire dalle sue stanze senza venire controllato… i giapponesi in pubblico si felicitavano, ma in realtà erano contrariati dalla presenza di un successore che un giorno avrebbe potuto reclamare quello che ritenevano ormai un loro territorio. Si mostrarono perciò offesi, dissero di ritenere le misure adottate una mancanza di fiducia, e protestarono con l’imperatore che mi ingiunse di permettere l’accesso ad un loro dottore, che avrebbe vigilato sulla salute di Li Yuqin. Mancavano pochi giorni al parto ed un eunuco venne a riferirmi di aver assistito, non visto, ad un colloquio tra due ufficiali giapponesi ed il dottore: appena dopo il parto questi avrebbe dovuto praticare al bambino una puntura letale. C’era poco tempo… quando iniziarono le doglie mandai una pattuglia a prelevare il dottore. L’ordine era di trattenerlo il più a lungo possibile, ed i miei uomini eseguirono alla perfezione, fingendo persino una scaramuccia con degli uomini armati. Quando il dottore arrivò l’imperatrice si era ormai sgravata e dormiva profondamente, spossata. Vicino a lei, piangente, la levatrice teneva in braccio un bambino, morto»
Po si ferma, ripensando a quei momenti, e un velo offusca il suo sguardo. Tutti sono in attesa, affascinati; persino Piccioni e Corinaldi, in piedi sulla soglia della stanza, aspettano la continuazione.
«Il dottore certificò la morte» continua Po «e il giorno dopo il corpicino venne tumulato, con una cerimonia privata»
«Ma non è possibile» esclama Li Wok. «Quel bambino non può essere morto!»
«E perché mai?» chiede nonna Pina, provocatoriamente. «Ne morivano a migliaia di bambini a quei tempi, grazie agli amici del tuo imperatore, e perché proprio quel bambino no?»
«Perché altrimenti io non sarei qui!» rivela Li Wok. «Quel bambino era mio nonno!»

¹ La storia di Pu Yi, maschera tragica e grottesca, è affascinante e decadente come quella della società e del periodo storico in cui ebbe la ventura di vivere. Quello che sembrava dovesse rimanere immutato fino alla fine dei secoli cambiò in poco tempo e tumultuosamente travolgendo il mondo che conosceva: l’avvento della Repubblica, due guerre mondiali inframezzate da guerre civili e sino-giapponesi, la rivoluzione comunista, e Pu Yi si ritrovò da imperatore a giardiniere, riuscendo solo allora ad essere libero e, forse, felice. L’Autore ha romanzato solo la parte del figlio avuto con Li Yuqin, che non è mai esistito.

Tre stelle per Olena – 17

Montesi, accortosi che la mascella di Olena si sta irrigidendo, riporta la ragazza alla calma.
«Signorina, si sieda per favore. Qui decido io chi può parlare» chiarisce il maresciallo, lanciando un’occhiata alla russa che gli restituisce un cenno di approvazione.
«Signor… Po, la prego, si sieda. Ha qualche dichiarazione da fare sul caso? Intanto ci vuol dire perché la signorina le ha dato del traditore, vi conoscete per caso?».
Po ignora l’invito di Montesi e rimane in piedi fissando Li Wok, che volta ostentatamente la testa nella direzione opposta. Un sorriso triste gli attraversa il volto; sposta lo sguardo verso Montesi ed inizia a raccontare.¹
«Mi chiamo Po Hui, e sono nato nella provincia di Heilongjiang, in Manciuria, il 15 aprile 1921, nell’Anno del Gallo»
«Cento anni?» domanda meravigliato Montesi «Ma ne è sicuro, signor Po? Non è che in Cina contate gli anni in modo diverso che qua in Italia? Mi sembra piuttosto in forma per essere un centenario»
«Merito del Tai Chi, maresciallo, della dieta povera di carne e del sesso» risponde sorridendo Po. «Ma la prego, non mi interrompa, la mia mente non è più quella di una volta»
«In che senso sesso? No, lasci stare, prego, continui» si scusa Montesi dubbioso, invitandolo a proseguire con un gesto delle mani.
«Provengo da una famiglia di agricoltori, abituati a spaccarsi la schiena di lavoro e a patire la fame, eravamo costantemente minacciati dalle carestie e soprattutto dalle ruberie… Era un periodo confuso per la Cina: l’Impero era crollato nel 1912 e per anni avevano spadroneggiato i signori della guerra, sconfitti infine dal generale Chiang Kai-shek; la pace però era un miraggio, l’esercito combatteva da un lato contro i giapponesi che avevano invaso proprio la Manciuria e Shangai e volevano ulteriormente espandersi, e dall’altro purtroppo contro gli stessi cinesi, l’esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung. Proprio i giapponesi nel 1932 crearono nei territori della Manciuria il Manciukuò, ponendovi a capo Pu Yi, l’imperatore deposto, facendogli credere che l’avrebbero aiutato a riconquistare tutta la Cina»
«Non nominare quel nome! Non ne sei degno!» insorge Li Wok, scattando ancora in piedi.
«Signorina, la prego» la richiama ancora Montesi «Signor Po, vogliamo venire al dunque? La storia cinese è affascinante, ma qui avremmo da fare…»
Po continua, senza dar mostra di aver capito.
«A sedici anni mi arruolai nell’esercito ed a diciotto i miei superiori, apprezzando le mie capacità, mi cooptarono nella Guardia Personale dell’Imperatore e mi trasferirono a Chanchun, nella capitale. Era il 1939, e da lì a poco sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale… nonostante le promesse, fu ben presto chiaro che i giapponesi non avevano alcuna intenzione di restaurare l’Impero: il Manciukuò di fatto era una colonia ed i cinesi erano oppressi, sfruttati e trucidati quando osavano ribellarsi. Poi, a dicembre del 1941, il Giappone attaccò gli Stati Uniti andando ad affondare la loro flotta a Pearl Harbor, nelle Hawaii, costringendoli di fatto ad entrare in guerra. Da un momento all’altro ci trovammo, da cinesi, su due fronti opposti: Chiang Kai-shek con russi, americani e inglesi, ovvero con gli stessi che per decenni avevano fatto a gara nel depredarci, e noi del Manciukuò con le forze dell’Asse, cioè con quei giapponesi di cui eravamo di fatto prigionieri. I nostri comandanti erano inquieti ma Pu Yi diceva di pazientare, che i sacrifici sarebbero stati ripagati, la vittoria del Giappone era nel nostro interesse perché avrebbe portato alla restaurazione dell’Impero ed a rinnovare l’ordine e la concordia»
«E lei ci credeva, signor Po?» chiede Montesi scettico, prevenendo un altro scatto di insofferenza di Li Wok.
Po si ferma per qualche secondo ed alza lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra alle spalle di Montesi.
«Non è importante quello che io credevo, maresciallo. Ero un soldato, avevo fatto un giuramento e lo avrei rispettato fino alla fine. Chi ero io per discutere le parole dell’Imperatore? Il mio compito era quello di difenderlo, anche con la vita se ce ne fosse stato bisogno. Questo mi imponeva il mio Onore»
A questo punto Li Wok insorge di nuovo e scatta in piedi:
«Tu osi parlare di onore? Tu, che hai lasciato imprigionare il tuo imperatore? Tu che dovevi proteggerlo con la tua vita! Di quale onore parli, tu sei solo un traditore!» urla la cinese, incontenibile.
Po abbassa la testa, quasi curvandosi sotto il peso dell’accusa; infine si rialza e con un sorriso di tenerezza si accinge a rispondere alla ragazza, quando la porta dell’ufficio si apre violentemente lasciando entrare una donna anziana con lo sguardo fiammeggiante che si rivolge a Li Wok con una voce roca e raschiante come una lima sul ferro:
«Come osi tu, piccola stupida! Sciacquati la bocca prima di rivolgerti così al generale Po!»

Montesi guarda sbalordito la vecchia e soprattutto il suo piantone Piccioni che non è riuscito a trattenerla, chiedendosi come sia possibile.
«Ma che cazzo succede ancora?» sbotta il maresciallo balzando in piedi «Ma cosa siamo diventati, la sala colloqui della Baggina²? Adesso basta! Piccioni, toglimi immediatamente dai coglioni questi due o quanto è vero Dio ti faccio fare il giro della caserma a forza di calci in culo!»
Piccioni rosso in volto entra nella stanza ma a questo punto Olena, rimasta fino a quel punto seduta in silenzio, si alza in piedi e si avvicina alla nuova arrivata.
«Babushka, è bello rivedere voi. Come mai da queste parti?» le chiede alzando leggermente il labbro sinistro in quello che sembra un sorriso, e contemporaneamente diffidando con la mano alzata Piccioni dal fare un ulteriore passo.

¹ Per comodità del lettore il racconto verrà riportato in italiano corretto, senza trascrizione del difetto di pronuncia di Po, ovvero del suo pararotacismo.
² La Baggina è il nome familiare che i milanesi danno al Pio Albergo Trivulzio, famosa casa di riposo per anziani, ed è detta Baggina perché situata sulla strada che porta dal centro al quartiere Baggio. Nel 1992 quello che allora ne era presidente, il socialista Mario Chiesa, venne pizzicato con le mani nella marmellata e da lì prese il via l’inchiesta Mani Pulite che contribuì a mettere fine alla Prima Repubblica. L’Autore pur avendo a suo tempo apprezzato la momentanea piazza pulita ha tuttavia molti dubbi sul fatto che quanto venuto dopo sia meglio, anzi.

Bla bla bla (Cronachette dall’ex zoccolo duro)

Ho usato per la prima volta il famoso o meglio famigerato green pass. In biblioteca, dove sono andato a ritirare il libro di Vittorio Agnoletto “Senza respiro”, un’inchiesta sul primo anno di pandemia in Italia e soprattutto in Lombardia: roba da mettersi le mani nei capelli, e da vero masochista lo sto leggendo insieme a quello di Stefania Maurizi, “Il potere segreto”, la storia di Wikileaks e delle persecuzioni che subisce Julian Assange da dieci anni. Di questo voglio parlare un’altra volta, perché noi giustamente ci indigniamo per Zaki, e ci mancherebbe (salvo mantenere tutti i rapporti _ diplomatici, commerciali, militari _ con l’Egitto) ma perché sulla vicenda Assange stiamo zitti? Non è violazione dei diritti umani anche questa, o se i diritti li violano gli “amici” non valgono? Ammetto che ci sono modi migliori per rilassarsi, per fortuna la sera è tornata l’Eredità…

Arrivato in biblioteca la receptionist ha controllato il qr code e per far questo ha preso in mano il mio telefonino: non è assurdo? La biblioteca, di solito molto frequentata, è deserta, perché i ragazzi non possono ancora entrare a studiare. In compenso ho incontrato una vicina di casa che non sapevo lavorasse lì (ne approfitterò, d’ora in poi) e mentre chiacchieravamo è entrata una signora che voleva vedere non si sa chi, e si è messa a sbraitare che lei era svizzera ma non era per niente d’accordo con i gay e se lei (la mia vicina) lo era era una bagascia. Mi è sfuggito il senso del suo ragionamento, che ho collegato tardivamente al referendum con il quale gli svizzeri hanno approvato le adozioni gay. Sull’argomento confesso di avere anch’io qualche riserva ma non andrei a sbandierarla in qualche biblioteca, tantomeno svizzera.

Se fino a ieri ero fiducioso di poter tornare prima o poi in ufficio, almeno qualche giorno la settimana, le mie speranze sono andate a pallino perché il mio responsabile mi ha detto che i dipendenti rientreranno da novembre al 50%, ma i consulenti molto probabilmente non rientreranno più: dato che lo smart working funziona, perché occupare locali e macchinari? Un bel colpo non solo alla sanità mentale dei consulenti ma anche all’indotto: considerate che il rapporto dipendenti-consulenti era circa 1:3, pensate che perdita per le mense, i bar, i trasporti, l’abbigliamento (non sto certo a comprarmi vestiti nuovi se tanto devo rimanere a casa mia…).  

Quindi, rassegnato, sono tornato a fare la spesa alla Coop, uno dei pochi svaghi che mi rimane. I prezzi mi sembra siano aumentati, spero sia un’impressione, ma di sicuro quello che è aumentato è il traffico: ha un bel sgolarsi Greta Thunberg, ma se non si cambiano le abitudini, se le città non vengono ripensate, se i trasporti pubblici non vengono potenziati, le discussioni sull’argomento sono solo dei bla-bla, e non solo dei politici purtroppo. Alla fine di questa pandemia avremo i rifiuti cresciuti esponenzialmente (basta pensare a quanti imballaggi in più vengono prodotti, per non contare mascherine, guanti, etc.) e pure l’inquinamento, che nel periodo  di lockdown era diminuito. Abbiamo già oggi, a settembre, città che sforano il Pm10: figurarsi che succederà a dicembre, con i riscaldamenti accesi!

Ieri sera ho appreso, proprio a l’Eredità (quanta cultura!) che l’anno scorso negli Usa il consumo di pasta italiana è aumentata del 40%. Un bell’aumento! Sinceramente non so se esserne contento, non vorrei che succedesse come il tonno con i giapponesi: quello migliore se lo pigliano tutto loro, e se succedesse così anche con il grano duro? Per favore, Barilla & co, agli americani mandategli la pasta scarsa, tanto che ne capiscono?

Faccio molta fatica a concentrarmi e a scrivere. Non credo siano tanto gli effetti ritardati del Covid, quanto piuttosto  questi diciassette mesi di “arresti domiciliari” che si fanno sentire. Per fortuna il mio amor proprio ogni tanto viene gratificato, ieri ad esempio un’altra vicina che non incontravo da parecchio mi ha detto di trovarmi in forma (affermazione che purtroppo non ho potuto contraccambiare) perché mi trovava “asciutto”. Veramente a me pare di essere rinsecchito (col Covid ho perso quattro chili e non riesco più a riprenderli: lo so che qualcuno ci metterebbe la firma, ma a me un po’ di ciccetta non ha mai dato fastidio). Comunque ho sentito un’intervista dell’ex ministro Castelli (non ricordo ministro di che) che diceva che dopo la vaccinazione sta rischiando la trombosi, gli indicatori si sono alzati a livelli preoccupanti. Se tornasse indietro col cavolo che lo rifarebbe, dice, e non faccio fatica a credergli.

Amiche e amici, perdonate queste divagazioni sparse, ma era più che altro per cercare di vincere la pigrizia e riempire un foglio bianco: cercherò di essere più interessante le prossime volte… intanto stasera per combattere gli sprechi daremo fondo agli avanzi sparsi nel frigo:  zuppa di legumi, merluzzo con olive e capperi e tortino di patate. E Chianti, tanto Chianti. A presto!   

Un ex-ministro dopo la vaccinazione

Tre stelle per Olena – 16

«Signorina, si rende conto che così non ci aiuta, e soprattutto non aiuta sé stessa? Stiamo parlando di omicidio, non di una omelette bruciacchiata. Lo dico nel suo interesse, collabori, vedrà che il giudice ne terrà conto…»
Il maresciallo Montesi, spazientito, si rivolge a Li Wok esortandola a parlare.
«Quante volte devo dirglielo che non ho messo io il veleno. E che V come Vendetta non c’entra niente con Turchese!» protesta Li Wok, arrossata dall’indignazione.
«Sì, ma ci aveva anche detto di non aver conosciuto prima Turchese, e invece guarda un po’ è saltata fuori una foto di voi due in vacanza alle Maldive. Avete passato insieme una settimana, ammetto che non si finisca mai di conoscere gli altri, ma è un po’ troppo per sostenere che sia un estraneo, non crede? Pensa che siamo dei fessi, per caso?» insiste Montesi, sbattendo una manata sul tavolo.
Li Wok sobbalza e si volta verso la bionda alle sue spalle cercando un sostegno, ma si scontra con uno sguardo glaciale. Abbassa la testa, e comincia a parlare.
«E va bene, conoscevo Turchese. Ero in vacanza, quando è arrivato… degli amici mi hanno detto che conduceva delle trasmissioni di cucina, così mi sono incuriosita. Volevo capire se ci fosse modo di promuovere il mio ristorante, e l’ho avvicinato… Alessandro amava molto raccontare di sé e del proprio lavoro e mi ha parlato ovviamente della trasmissione, diceva che lo sponsor non badava a spese per promuovere i prodotti, che la location era molto bella, una grande villa nel nord Italia. Mi mostrò qualche articolo sulle edizioni degli anni precedenti , e mi colpì molto il seguito che aveva il concorso… ad un certo punto si tolse gli occhiali e mi squadrò interessato, poi buttò là che quest’anno non ci sarebbe stata male una concorrente cinese, a patto che…»
«A patto che cosa?» chiede Montesi, sporgendosi in avanti.
«Secondo lei?» risponde Li, sorridendo. «A patto che andassi a letto con lui. Perché no, mi dissi? In fondo ero single, senza legami, e Turchese era anche un bell’uomo. Se poteva giovare alla mia carriera…»
«Quindi lei ci sta dicendo che è diventata l’amante di Turchese per poter partecipare alla sua trasmissione? E che è successo poi, avete litigato?»
«Amante, che parolona. Abbiamo passato una vacanza insieme, tutto qua. Non abbiamo affatto litigato, anzi, ci siamo divertiti e poi amici come prima.»
«E non vi siete più rivisti dopo la… ehm, vacanza?» chiede Montesi, scettico.
«No, perché avremmo dovuto? Io vivo a Hong Kong, lui a Roma, io ho la mia vita e lui la sua, mica eravamo fidanzati! Ci siamo rivisti solo l’altro giorno, alle prove della trasmissione. Ci saremo parlati sì e no dieci minuti, e mai da soli…»
«E dunque questo V come Vendetta da dove sbuca? Cos’era, tutta una sua trovata pubblicitaria?»
«Le ripeto che di questo non voglio parlare, Turchese non c’entra niente!» protesta ancora Li.
«Sembra che lei non voglia proprio capire in che guai si trova…» dice Montesi deluso, interrotto dalla voce del piantone che sta avendo una discussione proprio fuori dall’ufficio.
«Le dico che non si può entrare, non mi costringa a usare la forza! E metta via quella racchetta.»
«E io le dico che devo entrale! Non mi costlinga ad usalla, questa lacchetta!»
Montesi lancia uno sguardo interrogativo ad Olena, che gli restituisce un sorrisetto beffardo. Il maresciallo va ad aprire la porta e si trova davanti due uomini, uno giovane ed uno anziano, che si stanno contendendo quella che sembra essere una racchetta elettrica anti-zanzara.
«Piccioni, che cavolo stai facendo con quella racchetta?» sbraita Montesi. «Non ti ho detto che non volevo essere disturbato per nessun motivo? E una buona volta, smettila di minacciare di usare la forza. O la usi o non la usi. E lei chi diavolo è?» chiede infine all’anziano cinese, che si è raddrizzato trionfante, brandendo la sua racchetta.
«Mi chiamo Po, e sono venuto a pallare con la lagazza»
«Con la ragazza? Con Li Wok, intende? Ma non è possibile, la signorina è in custodia cautelare, può parlare solo con il proprio avvocato. Lei è il suo avvocato? Non mi pare. E adesso faccia il piacere, se ne vada e ci faccia lavorare. Piccioni, accompagna il signore»
Dall’interno della stanza una voce decisa lo blocca:
«Nicuola, fallo entrare. Se dice che deve parlare, deve parlare. Garantisco io per lui.»
Montesi chiude gli occhi e trattiene una imprecazione, poi con un cenno della mano invita Piccioni ad andarsene. Si sposta di lato, e fa passare Po. Appena Li Wok lo vede entrare si alza in piedi di scatto e, puntandogli contro un dito, lo apostrofa con rabbia:
«Non voglio parlare con quest’uomo! Io non parlo con i traditori»

Piove , governo dei migliori (Cronachette dall’ex zoccolo duro)

L’estate sta finendo, cantavano i Righeira qualche annetto fa: il weekend è stato piovoso e così ho dovuto rimandare la gita in alto lago che avrei voluto fare sabato e quella di domenica a Milano. Per quest’ultima in realtà non sono troppo dispiaciuto, in quanto nonostante mi sia assoggettato a vaccinarmi non mi è ancora arrivato il green pass, segnalo questo ritardo ai ministri del “Green pass è libertà” perché prendano provvedimenti.

Mi è toccato quindi fare dei lavori che avevo rimandato; in particolare, dato che ho una tapparella che si blocca e poi scatta tipo ghigliottina, ho provato a pulire la guida, a scartavetrarla, lubrificarla, ad aprire il cassettone in alto e vedere dove toccava ma non c’è stato niente da fare. Visto che è vecchia e pesante, ho preso la decisione di cambiarla (“era ora” sento borbottare dalla cucina) ed ho preso appuntamento con la ditta che mi aveva sostituito tempo fa tutti gli infissi (“se la cambiavi allora adesso non avremmo problemi” borbotta sempre la voce in cucina). Il venditore  era quasi dispiaciuto: mi ha detto che hanno un sacco di richieste grazie al 110% del governo per le ristrutturazioni (come si droga un mercato) ma non riescono a farvi fronte. I loro fornitori non consegnano perché non hanno le materie prime: manca la plastica e manca l’alluminio, e inoltre i prezzi stanno aumentando di settimana in settimana. Mi ha fatto un preventivo allucinante sia per il prezzo che per la consegna prevista: 150 giorni! Cinque mesi, manco si trattasse di fare una Tac all’ospedale (questa sarebbe una battuta sarcastica, per la Tac ci vuole molto di più). Per ora ho soprasseduto ma sono preoccupato: e se aumenta ancora?

Un mio amico, che lavora per una ditta che vende ricambi idraulici, mi dice che hanno lo stesso problema: i fornitori non consegnano perché mancano le materie prime. Ottone, zinco, rame… un altro amico che lavora in una concessionaria (tra l’altro di auto di lusso) mi dice che sono disperati perché la casa madre consegna col contagocce ed i clienti sono inferociti; in questo caso sono le schede elettroniche a mancare. Qui la colpa pare sia dei famigerati bitcoin: per crearli occorrono dei computer che elaborano giorno e notte, con schede sempre più potenti: ed anche qua, i prezzi aumentano…

Poi ci pensa anche il nostro ministro della “transizione ecologica” a darci la bella notizia che dal prossimo mese, o poco dopo, i prezzi dell’energia elettrica e del gas saliranno di un 30-40%. Qualcuno sostiene che in parte l’aumento è dovuto al meccanismo demenziale di compensazione della Co2 che si produce: per cui se uno inquina può comprare il surplus da un paese che inquina poco… un inciso sul ministro, che ha ritirato in ballo il nucleare, suscitando l’entusiasmo della Gelmini seguita a ruota, non si sa a che titolo, dalla Moratti. Non avete anche voi la sensazione di giocare a Monopoli ed ogni tanto trovare la carta che vi riporta alla partenza? Siamo condannati a ricicciare sempre delle stesse cose e con gli stessi personaggi?

In Italia comunque, dato che di materie prime ne abbiamo pochine, dovremmo essere parecchio preoccupati, invece pare che il problema maggiore siano quelli che sono contrari alla carta verde (e non necessariamente al vaccino, anche se personalmente ritengo del tutto legittimo essere contrari a questi vaccini) manco fossero membri dell’Isis oppure chi prenderà in affido il piccolo Eitan. Forse siamo rassegnati al fatto che la nostra “vocazione” è quella di fare i camerieri al resto del mondo? Se è così è inutile che i migliori si prendano la briga di far andare per forza al lavoro gli operai ricattandoli con l’ideona geniale che se non hai  il pass non puoi lavorare. La TV ieri diceva che c’è stato un grande successo dopo l’annuncio del nuovo decreto, c’è stato un aumento del 35% di vaccinazioni. Su che cosa, non l’hanno detto: sul giorno prima? Sul mese prima? Però sembra che l’aumento più significativo sia stato al centro-nord: magari dipenderà dal fatto che al sud ci sono meno fabbriche?

Con questo dubbio esistenziale amiche e amici vi lascio; se il tempo regge vado a fare una passeggiatina rilassante. Sapete che coda di macchine c’è per strada? Ma di questo parliamo un’altra volta… a presto!

La signorina è indignata per il ritardo della sua nuova auto. Stasera chi la sente!

Tre stelle per Olena – 15

Nella grande cucina di Villa Rana c’è fermento, agitazione, nervosismo. Quattro anzi cinque chef stellati discutono animatamente in un angolo mentre Palmira, la cuoca di casa, spignatta per tutti borbottando.
La voce stridula di Auguste Trésomarie sovrasta le altre:
«Questo è un abuso di potere, non possono trattenerci ancora qua! Hanno già preso l’assassina, cosa aspettano a rilasciarci? Io ho il mio ristorante da portare avanti, i miei clienti mi reclamano!» proclama il francese indignato.
«Non sei mica l’unico ad avere un ristorante da portare avanti» lo rintuzza Ahmed Marrakech «se poi vogliamo chiamarlo ristorante. I clienti li spenni, più che dargli da mangiare»
«La mia clientela non si accontenta certo di semolino con qualche pezzetto di verdura come in certe locanducce di mia conoscenza» risponde piccato Trésomarie «La qualità si paga, caro mio!»
«Sì, la qualità, ma fammi il piacere. Comunque una volta tanto sono d’accordo con te: è una vera indecenza che ancora non ci lascino andare! Insomma, sono stato invitato per partecipare a questo show, l’ho fatto anche volentieri perché insomma, si tratta sempre di pubblicità, ma adesso mi pare che il gioco stia durando un po’ troppo! Sapete che vi dico? Io appena posso scappo e me ne torno a Marrakech, al diavolo il contratto ed i ravioli!»
«E come faresti?» lo canzona Liza Maelström, la svedese. «Se riesci a superare il servizio di sorveglianza della russa, accomodati… io invece penso che la pubblicità non sia mai troppa, meglio positiva, è ovvio, ma anche questa alla fine non ci nuocerà… Sapete che vi dico? Che se anche è stata Li Wok, a noi converrebbe che la verità venisse scoperta il più tardi possibile, anzi meglio se non venisse scoperta affatto. Il fascino del mistero, il brivido, la morbosità, i clienti faranno la fila per poter venire nei nostri locali, per capire se siamo degli assassini…»
«Oh, in quanto a questo tu lo sei di sicuro, carina» la interrompe Joao do Patimento, il brasiliano.
«Che vuoi dire? Stai attento a quello che dici, o ti affogo in una delle tue pentole di fagioli!» lo minaccia la svedese.
«Voglio dire, carina, che con le tue aringhe hai stufato. Aringhe a pranzo, a cena, a merenda, a colazione! La gente dopo che è venuta a mangiare da te muore sì, ma di noia!»
«Non ti permettere, sai?» si inalbera Liza. «E poi parla lui, che mette i fagioli dappertutto. Ritira immediatamente quello che hai detto o io…» e così dicendo la svedese, col viso arrossato, avanza minacciosa verso il brasiliano.
«Ti avverto, carina, sono Formado in Capoeira¹, non provare a toccarmi!» dice Joao alla svedese che lo sovrasta in altezza di una buona spanna.
«Ehi, buoni, buoni!» li ferma Amaru Timu, il maori, frapponendosi fra i due.
«E’ inutile che ci mettiamo a litigare tra di noi. E’ frustrante stare qui ad aspettare, ma non pensate che possa essere anche per la nostra sicurezza? Potrebbe anche esserci in giro un pazzo che ha deciso di ucciderci tutti, per quello che ne sappiamo!»
«Perché dici questo?» chiede Trésomarie, preoccupato. «Hai qualche informazione che non abbiamo? Se è così devi dircelo, perché non possiamo rimanere con le mani in mano se l’assassino è ancora qui intorno!»

«Ao’, e ammó basta, eh! Ve volete mette a fadiga’, che fra un po’ è ora de cena?»
Palmira Rosticini, settantenne minuta madrina di battesimo di Gilda, che l’ha voluta a servizio strappandola alla tranquillità della sua Serrapetrona dove cucinava per il ricovero degli anziani pietanze così gustose che i vecchietti rimanevano attaccati alla vita fino all’inverosimile, li interrompe brandendo un matterello, spazientita.
«A proposito de sta’ con le mani in mano, fatevela finita de chiacchierà e venete a da’ na ma’! Tu, signorina, affetta la cipolla, marsh! Francese, tu rosola l’agli, duvristi sapello fa’, no? Lu mettete dapertutto l’agliu, voantri francesi. Tu, capoeira, pulisci li fascioli visto che te piace tanto. E tu, marocco, va’ a pela’ le patate»
«Perché io devo pelare le patate?» protesta Marrakech. «Io sono uno chef, non sono uno sguattero. Io faccio il cus cus! Questo è razzismo!»
«O negus, se pronunci ancora quella parola te cionco, sappilo! Dentro la cucina mia non esiste ne bianchi ne niri, c’è solo lavoratori e scansafadighe, e tu me pare proprio che fai parte de quist’urtimi! Tu peli le patate perché te lo dico io, perché se no te ‘rria su la testa ‘stu rasagnolu², me so’ spiegata?»
Ahmed, convinto, si accinge a pulire le patate, mentre Amaru, rimasto fino a quel momento in disparte, si alza e chiede, timoroso:
«E io? Che faccio, io?»
Palmira squadra il gigante che ha davanti che gli ricorda il compianto marito Torello scomparso in viaggio di nozze, scomparso nel senso che era sparito senza più dare notizie; i maligni sostenevano che si fosse allontanato volontariamente, i più maligni ancora che fosse stata Palmira a suggerirgli di sparire senza farsi più vedere appena scoperto che in viaggio di nozze si era portato anche l’amante. La cuoca pensosa si sofferma sulle spalle, sui muscoli delle braccia e sulle mani del maori, poi annuisce e risponde:
«Tu, che si’ granne e grossu veni co mme alla cella frigorifera. C’è da ‘ncollasse una pacca de manzu¹, de solito lo faccio da sola, ma stasera sento un dulurittu a an ginocchiu. Te dispiace?»

¹ Maestro di Capoeira, l’arte marziale brasiliano misto tra lotta e danza.
² Matterello.
³ Quarto di manzo.