Ferragosto con Olena (XII)

Te Deum laudamus: te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem, omnis terra veneratur.

Mentre nella chiesetta del convento le suore improvvisano una processione di ringraziamento per lo scampato pericolo, funzione a cui partecipa una compita Gilda che per l’occasione ha sostituito la bandana variopinta con una veletta di pizzo nero ed a cui James non manca di apportare la sua fattiva collaborazione oscillando ritmicamente il turibolo d’incenso come ebbe modo di apprendere dall’anziano prevosto don Vitaliano nei lontani trascorsi da chierichetto, al piano di sotto l’aria è decisamente più pesante.

Infatti le caritatevoli religiose, dopo aver soccorso e rattoppato i delinquenti alla bell’e meglio, li hanno affidati alle cure spirituali della atletica consorella.
«Suor Katiuscia, se hai bisogno fai un fischio che arrivo subito» si è offerta la volenterosa Suor Emerenziana, alla quale il ricordo delle pagine strappate dall’antico messale fa prudere le mani allenate per anni a distribuire scapaccioni agli alunni del vecchio asilo d’infanzia, prima di chiudere a chiave la robusta porta di legno massello di noce.
Un pesante silenzio è sceso nella cantina dove riposano botti centenarie, locale dove il vicino abate si trova particolarmente a suo agio e in cui trova sovente rifugio e conforto.

Olena, a capo scoperto, passeggia avanti e indietro impugnando un frustino di cuoio, squadrando dall’alto in basso i tre che, pesti ed a capo chino, siedono su di una panca di legno. Si ferma, ed in tono beffardo si rivolge a quello con la mano fasciata:

«Ma che bella sorpresa, caporale Kozlov. Sempre insieme ai tuoi compari, vedo…»
Ivan Kozlov deglutisce, alza appena la testa e prova a rispondere:
«Capitano Smirnoff, io…» ma una scudisciata all’orecchio destro gli consiglia di non proseguire.
«Non mi sembra di averti dato il permesso di parlare, dico bene caporale?» sibila Olena, pronta a far partire un’altra frustata se Ivan avesse provato a ribattere, ma questi capita l’antifona riabbassa la testa lanciando un’occhiata preoccupata ai vicini.

«Kozlov, Gusev, Prostakov…voi mi sorprendete, sapete? Vi avevamo dati per dispersi, catturati dai ceceni, fatti a pezzi e sparpagliati in qualche buca puzzolente… e invece eccovi qua, vivi e vegeti. La compagnia annientata, sterminati in quella maledetta imboscata, e solo voi salvi, decisamente una bella fortuna!» osserva Olena con finta ammirazione, e continua:
«Per essere morti vi trovo abbastanza bene, comunque. Voi che ne pensate, babushka?» chiede a Nonna Pina, che appoggiata al muro giochicchia con la sua nuova pistola Baikal Viking MP-446, regalo di un suo spasimante per il centoquattresimo compleanno.
«Natascia, questi morti di fame mi mettono tristezza. Che ne dici se gli sparo e andiamo a farci una pizza?»
Olena scuote il capo con tenerezza, poi si rivolge di nuovo ai tre prigionieri:
«Allora, finuocchietti, la situazione è: voi siete già morti da più di 20 anni, nonna Pina ha fame ed una pistola nuova da provare, ed io devo fare una doccia. Da dove cominciamo?»
Ivan, sorpreso e preoccupato, prova a riassumere: «Noi non sappiamo niente!» risposta sbagliata che gli attira una staffilata sull’altro orecchio.
Ci pensa Petr, il più intuitivo dei tre, a vuotare il sacco prima che la china diventi troppo ripida:
«Ecco, capitano… ehm… suora… un mese fa siamo stati contattati da un… ehm… amico…»
«Un avanzo di galera come voi, scommetto» ipotizza nonna Pina. Petr annuisce, e continua: «Si trattava di cercare un uomo, un vecchio» poi vedendo la mascella di nonna Pina irrigidirsi: «Chiedo scusa, madame, volevo dire anziano» e va avanti: «ci disse poche cose… che si nascondeva in un convento e si faceva passare per un santone…»
«Vi ha detto perché cercava questo… santone?» chiede Olena.
«No, ci disse solo che in passato avevano concluso degli affari insieme… ma ora il santone aveva deciso di non rispettare i patti»
«Che affari, che patti?» insiste Olena. «Noi non lo sappiamo! Ci disse solo che era roba che andava sepolta una volta per tutte» protesta Petr.
«E chi è questo vostro amico? Fuori il nome, forza!» intima la russa.
«Non posso, capitano, è troppo pericoloso…» chiude spaventato Petr.
Olena sospira, e poi gira le spalle al terzetto.
«Va bene, è una vostra scelta. Io vado a fare la doccia. Babushka mi raccomando, il grilletto è sensibile, attenta a non bucare le botti.»
«Tranquilla, Natascia» la rassicura nonna Pina, puntando la pistola alla testa del malvivente dopo aver tolto la sicura.
«No, no, ehi, ferma, ferma! Ok, ok, parlo…ma non le piacerà, capitano» dice il bandito, mentre una smorfia di delusione si dipinge sul volto della pistolera centenaria. Olena si volta, e lo fissa con una punta di scetticismo. Petr sostiene il suo sguardo, fissandola  a sua volta, e scandisce lentamente il nome:
« Evgeni Nikolaevič Levchenko… il colonnello Levchenko… vostro marito, capitano Smirnoff.»

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¹ A questo punto credo sia utile ricordare che in Russia il nome ufficiale di una persona è composto da nome, patronimico (il nome del padre) e cognome; patronimico e cognome si accordano col genere, femminile o maschile. Tutto questo per dire che il vero nome della nostra eroina, figlia di Iosif Vasilievič Smirnov, sarebbe Olena Iosifovna Smirnova ma per colpa di una traduzione approssimativa e di una nota marca di vodka nella versione italiana si chiama Olena Smirnoff.

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All’assalto, tigrotte di Mompracem!

Altro che Yanez, Sambigliong, Tremal-Naik e Giro Batol! Sandokan avrebbe dovuto portare queste tigrotte all’assalto di Sarawak.
Avrebbero smontato la villa di James Brook mattone dopo mattone, pur di trovare la perla di Labuan. Sarebbe bastato dir loro “perla” per la verità, a Labuan nemmeno avrebbero fatto caso.

Sono passati 33 anni (il 6 gennaio 1976!) da quando in Italia andò in onda la prima puntata dello sceneggiato televisivo tratto dal libro di Emilio Salgari (un successo straordinario), io avevo già letto tutti i libri di Salgari che era uno degli autori che ai giovani della generazione di mio padre piaceva di più, la lotta del bene contro il male (l’odiato inglese), del povero contro il ricco, l’eroismo, l’amore impossibile di ceti e razze diverse…
E i luoghi esotici dove si viaggiava solo con la fantasia: la giungla del Borneo, l’India, la Malesia…

Se mi avessero detto che un giorno la passione per una giovane modella russa¹ avrebbe causato le dimissioni di un sultano malese l’avrei pensata una fantasia alcolica di un pessimo autore.

Eppure è successo e non mi rimane che scuotere la testa, alzare le mani e ripetere 100 volte: sono vecchio, sono vecchio, sono vecchio…

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¹ Non credo che nel 1976 l’aspirazione delle donne in Unione Sovietica fosse quella di sposare un sultano. Piuttosto quella di contribuire a demolire tutti i sultanati, e allora sembrava anche che sarebbe stato possibile.

La partita di pallone

Perché, perché
la domenica mi lasci sempre sola
per andare a vedere la partita
di pallone
perché, perché,
una volta non ci porti pure me?
¹

Fra qualche giorno, come ormai sanno anche le pietre del deserto, si svolgerà a Gedda, importante porto commerciale dell’Arabia Saudita con più di 3 milioni di abitanti, nota finora perché una tradizione popolare la riteneva sede della tomba di Eva, la sventata che diede la mela ad Adamo costringendoci a guadagnare il pane col sudore della fronte almeno fino all’avvento del reddito di cittadinanza, a Gedda dicevo si svolgerà la partita valida per l’assegnazione della Supercoppa Italiana di calcio.

Non potendomi fregar di meno ne della Supercoppa (questa specie di madonna pellegrina del calcio, dove due squadre italiane vanno a giocare in una località esotica qualsiasi per intascare qualche milioncino di diritti televisivi _ spettacoli pietosi che continueranno finché ci sarà gente disposta a pagare per vederli: fosse per me i proprietari di tv a pagamento andrebbero tutti accattoni sotto i ponti _ ) ne tantomeno dell’Arabia Saudita dove sono sicuro al 100% non metterò mai piedi in vita mia come in tutti i paesi limitrofi, avrei fatto a meno di occuparmi della questione se non fosse per la canea che è montata sui diritti delle donne saudite, ed in particolare sul fatto che possano andare allo stadio non accompagnate da un uomo.

Addirittura il nostro ineffabile ministro dell’Interno si è chiesto come mai non si fosse levata alta la voce delle femministe ed in particolare della ex presidente della Camera contro questo evidente sopruso.

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Che vi devo dire, trovo commovente questo slancio di vicinanza verso le donne arabe; qualcosina magari bisognerebbe fare anche a casa nostra, dove anche l’anno scorso sono state uccise 83 donne, e dove qualche subumano si diverte quotidianamente ad offendere e minacciare sui social le donne più impegnate, tra cui proprio la ex presidente della Camera la cui levatura culturale e umana è lontana anni luce dalla sottospecie umana di questi ipodotati.

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Accusare l’Arabia Saudita di non far entrare da sole le donne allo stadio a me personalmente fa sorridere, è come se qualcuno entrasse in casa nostra, si abbassasse i pantaloni e defecasse sul divano, pisciasse sul ragù e stuprasse la barboncina di casa e noi lo invitassimo a mettere le pattine.

Purtroppo in questo mondo a rovescio gli afflati umanitari si scontrano col fatto che il nostro paese è uno dei maggiori partner commerciali dell’Arabia Saudita (tra l’altro importiamo più di quello che esportiamo: il petrolio costa caro) e per essere credibili dovremmo smettere di trafficarci insieme: quindi di Yemen, finanziamenti ai terroristi, eliminazione di oppositori e giornalisti meglio star zitti, ed è ammesso solo auspicare donne in bicicletta (voglio vederle a pedalare con quel caldo…) o al volante (ma da noi non si è sempre detto “donna al volante pericolo costante”?) o al cinema (si sono risparmiate un sacco di boiate come quella che ho visto io a Capodanno) o allo stadio (dopo i recenti fatti di Milano lo chiuderei anche agli uomini, figuriamoci alle donne).

Per la cronaca, le squadre che si affronteranno sono Juventus e Milan… dovrei concludere con un “vinca il migliore” ma capitemi…

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¹ “La partita di pallone”, Vianello-Rossi, cantata da Rita Pavone nel 1962

 

F28

Ci sono dei momenti in cui, in balia della tecnologia, ci si sente fragili e inadeguati. Questi momenti di solito capitano nei momenti meno opportuni: il telefono si scarica quando dovete avvisare di essere in ritardo, l’inchiostro della stampante si esaurisce quando dovete stampare le prenotazioni per il teatro, l’auto si guasta quando state per partire per le vacanze. Sfortuna, per i superstizioni, o Legge di Murphy per i fatalisti.

Al mondo esiste, anche se la cosa può meravigliare, chi non ha il telefonino e spesso nemmeno da mangiare, chi a teatro non è mai andato e tanto meno in vacanza. In sua presenza sarebbe meglio non parlare di sfortuna per questi contrattempi.

La vigilia di Natale il boiler a gas che scalda l’acqua con la quale la mia famiglia si lava è andato in blocco: F28. Failure 28, ovvero Malfunzionamento 28: da manuale si poteva trattare di tre diversi problemi, che venivano elencati in ordine di gravità: per ultimo la famigerata scheda elettronica. Non c’è elettrodomestico, per non parlare di automobili, che non abbia ormai una scheda elettronica e l’opinione comune, se si tratta di quest’ultima, è che sia meglio buttare tutto piuttosto che ripararla.

Al mondo esiste anche chi ha un accesso limitatissimo all’acqua. Esiste anche qualcuno che, a causa delle coltivazioni di avocado ad esempio, o della quinoa, di cui da questa parte del mondo andiamo ghiotti (non io) reputandoli cibi miracolosi e salutari, l’acqua che aveva se l’è vista togliere e razionare.

Ho dato fondo a tutta la mia sapienza tecnica, e cioè ho spento e riacceso l’interruttore, sperando che succedesse quello che succede di solito coi computers quando si impallano: ma niente, dopo un fremito che accendeva una piccola speranza, il messaggio ricompariva: F28. E chiamiamo il tecnico, la vigilia di Natale. Che miracolosamente c’era! Non proprio il titolare, ma una riserva al quale era toccato di essere di servizio, un po’ come quei soldatini a cui capitava di dover fare il piantone a Natale. Dopo una attesa nemmeno troppo lunga arriva, apre l’anta, gira l’interruttore esattamente come avevo fatto io, ed a lui si accende. Fa scorrere l’acqua, si scalda. Spegne, riaccende, funziona sempre. Mi guarda come se fossi l’ultimo dei deficienti; sono persino costretto a spiattellargli le credenziali, e cioè che sono figlio di idraulico e quindi un minimo me ne intendo: l’occhiata con cui mi squadra sottende che non ho imparato molto. Per farmi contento prova ancora due o tre volte, poi mi dice una frase che mi fa agghiacciare: quando ci sarà il 5G potremo collegarci direttamente dalla ditta, non ci sarà nemmeno bisogno di uscire.

Pare che per colpa di questo 5G dovremo cambiare i decoder delle televisioni, e qualcuno anche la televisione, perché il 5G andrà ad occupare delle frequenze radio attualmente appannaggio della televisione. Ci saranno persino degli sgravi fiscali per l’acquisto dei nuovi dispositivi (e io pago, direbbe Totò). Io avevo capito, quando si parlava di digitale terrestre, che man mano si sarebbe stati tutti cablati con la fibra ottica ed il segnale tv sarebbe passato di lì: ma devo aver capito male, perché anzi con il 5G pare che tutto passerà da quelle parti, e diventeremo un enorme dispositivo wifi.

Mi sono spaventato perché ho pensato ad un mio amico che l’altro giorno, avendo lasciato parcheggiata l’auto nuova fuori dall’ufficio del proprio amministratore di condominio, a Milano, si è trovato la macchina aperta con la centralina di accensione smontata. Lì per lì ha pensato che i ladri non fossero stati abbastanza abili, ma quando ha chiamato il carro attrezzi il meccanico gli ha detto che era stato fortunato, perché i ladri avevano smontato la centralina per portarla in qualche officina compiacente a resettarla, e sarebbero tornati a rimontarla e portargli via l’auto con tutto comodo.
Col 5G non si sarebbero dovuti prendere tutto questo disturbo! Volete che non ci sia qualche hacker capace di crakkare a distanza la centralina? Avrebbero aspettato che aveste messo la macchina in garage, l’avrebbero tranquillamente aperto col telecomando e fatta uscire da sola, come un modellino. Bei tempi che ci aspettano!

Nella civilissima Svezia della gente si è fatta volontariamente impiantare dei chip sottopelle. per comodità, dicono loro, così non devono ricordare le password, non c’è pericolo di perdere i badge, le carte di credito… avvicinano l’arto dove è presente il chip ad un lettore, ed il gioco è fatto. Qualcuno ha obiettato che magari così si perde un po’ di privacy, essendoci la possibilità di essere controllati istante per istante: la risposta è stata che tanto oggi come oggi siamo controllati lo stesso, tanto vale essere comodi… a me sinceramente queste alzate d’ingegno svedesi mettono un po’ paura, ricordo che l’eugenetica partì da loro, e che Hitler la perfezionò solamente…

Nel pomeriggio, verso le 16, la caldaia ha smesso definitivamente di funzionare. A quel punto avrei voluto avere lì l’incredulo tecnico per uno scambio amichevole di opinioni, ma aveva smontato di turno. Lo ringrazio comunque, perché mi ha permesso di ritornare un po’ bambino: ho messo su un bel pentolone d’acqua, ripensando a quando l’acqua calda non ce l’avevamo, il bagno lo facevamo solo una volta alla settimana, Cip era il compare di Ciop, la tv era in bianco e nero, eravamo poveri e non ci mancava niente.

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La Nato spianerà le buche di Roma!

Per far fronte all’emergenza buche l’amministrazione capitolina ha deciso di ricorrere alle maniere forti e di chiedere l’intervento dell’esercito. A mali estremi, estremi rimedi! Purtroppo, al momento della mobilitazione, ci si è accorti che non ci sono abbastanza soldati per l’opera meritoria, perché a parte quelli che abbiamo in giro per il mondo a cercare di mantenere un minimo di pace tra vicini riottosi o a volte ad aiutare ad inculcare la democrazia, quelli impegnati a presidiare i punti sensibili delle città in funzione anti-terrorismo, quelli impegnati in funzione anti-mafia, per le emergenze non ne rimangono tanti, e dire che tra incendi, terremoti, inondazioni e frane di lavoro ce ne sarebbe parecchio.
L’esercito sembra che non lo voglia nessuno, ma poi tutti lo invocano. Strano fenomeno!

Quanto avrebbe fatto comodo in questi tempi di buche e monnezza incendiata un bell’esercito di leva! Che magari si sarebbe potuto chiamare guardia nazionale, all’americana, o leva civile con funzioni di prevenzione e protezione appunto civile.

Trovandosi quindi in deficit di organico, l’esercito è stato costretto a chiedere aiuto agli alleati della Nato, che si sono detti felicissimi di spianare le buche di Roma, del resto l’hanno già fatto nel l’43, e persino i sette colli se occorre.

Qualche voce solitaria si erge a dire che forse basterebbe assumere qualche stradino o cantoniere, o dotare di pala e bitume i tanti pensionati pubblici che girovagano per l’Urbe, o magari aggiungere una postilla al reddito di cittadinanza: “obbligo pala”, come quando per l’assunzione di un violino alla Scala si mette “con obbligo di fila”. Oppure che le ruspe salviniane, magari affiancate da betoniere e rulli compressori, entrino in azione per obiettivi più impegnativi che campi Rom o baracche di disgraziati. Ma si tratta di bastian contrari, retrogradi che niente hanno a che fare con la modernità.

Dunque avanti, Savoia! Le brecce non ci mettono certo paura: le colonne corazzate non si fermeranno finché i Fori Imperiali non saranno completamente asfaltati. Tappare, e tapperemo!

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p.s. non vorrei sembrare affetto da paranoia, ma veramente mi sembra che la foto-montaggio con il pesce sia stata scattata a Como. Quello mi sembra viale Roosevelt (guarda a volte il caso) ma potrei sbagliare.

 

 

Ferragosto con Olena (XI)

«Pax vobiscum!»
La statuaria suora che ha varcato la soglia del refettorio del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, così si rivolge alle consorelle ivi riunite.
Non le sfugge l’incongrua presenza di tre babbi natali vestiti di tutto punto e con tanto di barbe bianche d’ordinanza, dei quali uno ha appena strappato una pagina di un Messale del XIV° secolo con l’intenzione di farla mangiare a James, che cavallerescamente si era frapposto fra i manigoldi e le suore, nonché della Calva Tettuta di cui è devoto maggiordomo, ricevendone in cambio un paio di sonori ceffoni che ne hanno imporporato le gote.
Gilda Quacquarini, vedova Rana, alla vista della religiosa tira un sospiro di sollievo.
«Alla buonora!» esclama «ve la siete presa comoda! Si può sapere dov’eravate finite?»
«Perdonate, sorelle, noi fatto piccola deviazione» informa umilmente la nuova suora.

Ad un certo punto infatti nonna Pina, avvistata dall’alto la Maremma, era stata presa da una botta di nostalgia per le antiche cavalcate a pelo con un buttero suo amico, Ottavio Bonavolontà, che effettivamente era infaticabile nella monta tradizionale, ed aveva quindi convinto Olena a fare una piccola deviazione alle terme di Saturnia dove sapeva che il vecchio amico, ormai mitigati gli entusiasmi giovanili, svolgeva la funzione di custode, con una pletora di figli e nipoti intorno. L’improvvisa vista di Pina lo aveva commosso, e volle presentarle l’intera famiglia, che dimostrava quanto il ricordo della antica maliarda fosse rimasto vivo in lui: i figli Pino, Pinuccio e Peppino, i nipoti Carletto detto Pinetto, Pinin e Cio-Pin, adottato dalla Cina. Mentre Olena si sgranchiva le gambe cavalcando Aiace, il cui tris-trisnonno era appartenuto nientemeno che ai principi Torlonia, nonna Pina ed Ottavio andarono a prendere un bagno tonificante sotto le cascate del Mulino, dove Ottavio ben presto dimenticò il motivo che li aveva portati lì e si mise a disquisire di insaccati, dimostrandosi estremamente competente di salame di cinghiale, salame di cinta senese, finocchiona e salame chianino. Constatando quindi che non c’era trippa per gatti nonna Pina lo aveva infine salutato, accarezzandogli teneramente i pochi capelli rimasti, lasciandolo a mollo con le sue fantasie culinarie.

I tre babbi natali, sorpresi, si girano verso l’inconsueta apparizione. Non capita tutti i giorni, bisogna ammetterlo, di trovarsi di fronte ad una angelica suora bionda alta un metro e novanta con una tonaca modello Girifalchi, che già a prima vista aveva suscitato l’invidia delle giovani suor Pulcheria e suor Burialda mentre suor Emerenziana pur preoccupata per il messale scuoteva la testa pensando “o tempora, o mores”, che ruota il pesante rosario in biglie di acciaio come un gaucho farebbe con le sue bolas.
«Cattivi cattivi santa klaus, perché picchiate questo piccolo peccatore?» chiede la suora.
«Peccatore sarai tu» protesta James. «Ancora con questa storia di Sodoma e Gomorra? Uscite dall’oscurantismo!» rivendica orgogliosamente ma forse non del tutto opportunamente il maggiordomo.
«Da dove sbuca questa?» chiede uno dei babbi natali ai suoi compari. Poi, puntandole una pistola addosso, le intima: «Ferma dove sei, Zuccherino. Vieni da questa parte con i tuoi amichetti e nessuno si farà male».
E’ un attimo e un silenzio pesante cala sul refettorio. Gilda sgrana gli occhi, portandosi una mano alla bocca; James si stappa un orecchio col mignolo, per esser sicuro di aver sentito bene. Le suore, intuendo che qualche forza soprannaturale sta per sprigionarsi, si stringono tra di loro. Persino uno dei babbi natali, colto da un dubbio, tira per la manica quello che ha in mano il messale, convincendolo a posarlo sul leggio.

Olena stringe impercettibilmente le palpebre, fissando l’uomo con la pistola.
«Come tu ha chiamato me, piscialletto?»
Il “piscialletto” lascia interdetto il babbo natale armato, risvegliandogli ricordi sopiti. La barba che gli copre il volto impedisce di vedere il rossore che lo sta ricoprendo. Si gira verso i compari per chiedere appoggio, ma vede solo due barbe incredule, delle quali una fa appena in tempo a dire:
«Cazzo, Ivan, la suora è il capita…»
Il rosario sibila come una frusta verso la mano del babbo armato, ed il crocefisso appuntito si infilza sul dorso della mano, tra le ossa del metacarpo: Ivan Kozlov, questo è il nome del bandito, urla e spara inavvertitamente al piede del compare, Victor Gusev; il terzo, Petr Prostakov, vista la mala parata, decide di abbandonare il campo ma sfortunatamente si imbatte nel gomito di Olena che gli rompe il setto nasale, causando un copioso fiotto rosso che va a sporcare la barba immacolata.

«E che ca…rattere!» urla suor Emerenziana, scandalizzata. «Figlia mia, non è che non apprezzi due schiaffoni ben dati quando ci vogliono, ma mi pare che tu esageri! Cos’è di preciso che non hai capito nel “porgere l’altra guancia?”. Noi siamo qui per redimerli, i peccatori, non per mandarli direttamente all’altro mondo!»
Suor Matilda, la superiora, interviene per stemperare la tensione:
«Calma, calma, sorelle. Suor Katiuscia viene dal convento di Vladivostok e dovete capire che da quelle parti, avendo avuto a che fare per decenni con dei senza dio, per sopravvivere in continenza e castità abbiano dovuto affinare le arti della difesa personale. Per non parlare poi delle mani lunghe dei Pope ortodossi, alle quali le nostre sorelle spuntano le unghie a suon di bastonate.»
Olena annuisce con gravità, osservando con la coda dell’occhio i tre babbi natali che si danno alla fuga lasciando una scia rossa. Suor Pulcheria e Suor Burialda la osservano incantate.
«Insegnerai anche a noi, suor Katiuscia?» chiede adorante la baffuta suor Pulcheria.

I tre babbi natale corrono, cercando di mettere più spazio possibile tra loro ed il convento.
«Ivan, sei un idiota!» urla Petr, tenendosi un fazzoletto premuto sul naso.
«Aahh cazzo sono ferito, portatemi in un ospedale dannati coglioni!» urla Victor, che è costretto a scappare saltellando con un buco sul piede.
«Deficiente vacci da solo all’ospedale! Anzi vai addirittura dai carabinieri già che ci sei! Ma non potevate avvertirmi prima che c’era quella in giro? E poi, ma che cazzo ci fa il capitano Smirnoff in mezzo a delle suore?»
«Perché non glielo vai a chiedere? Anzi quasi quasi ci vado io, così gli chiedo anche come mai ti ha chiamato piscialletto! E adesso che cacchio facciamo, chi glielo dice al capo?»

«Oh, oh! Merry Christmas, finocchietti!»
Nonna Pina, seduta sull’Antonov An-2 posteggiato sul retro del convento, ridacchiando punta le due mitragliatrici Browning 12,7 sui macilenti babbi natali, che si guardano sconcertati.
Ivan Kozlov si gira perplesso verso Petr Prostakov. «Non avevi detto che sarebbe stato un lavoretto da niente?» e Petr, confuso quanto lui, risponde: «Ma io che ne potevo sapere…?» prima di prendersi un pugno sul naso già rotto che lo manda nel mondo dei sogni.

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Nostalgia, nostalgia canaglia

La canzone di Albano riflette lo stato d’animo che mi coglie quando penso alla Russia, e di quanto poco ho visto. Riuscirò a tornare un giorno? E sopratutto, per quel giorno avrò almeno imparato a presentarmi ed a pronunciare l’equivalente russo di “the cat is on the table”?

Tra l’altro Albano, con o senza Romina, in Russia è amatissimo, così come Toto Cotugno, e questo si spiega solo col fatto che anche i russi hanno nostalgia dell’Italia, ma com’era prima della caduta del muro, non com’è adesso. Anche il sottoscritto, peraltro, ma su questo mi pare di essermi espresso abbastanza.

Al ritorno dal giro di fine luglio scrissi qualche appunto, che riposto nel caso qualcuno abbia voglia di farsi un giretto ad est, prima che all’Imperatore Supremo Trumpone I non venga in mente di proibircelo come se fossimo mozzarelle.

Vacanze in Russia!

Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Viaggio in Russia – Mosca!

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Tu quoque, Caie, fili mi!

Rassicuro gli amici lettori, sono ancora vivo se non del tutto vegeto. Un picco inopinato di lavoro mi ha travolto, ragione in più per auspicare che vada al più presto in porto la sacrosanta quota 100 che mi permetterebbe di avere più tempo libero. Così, non riuscendo a leggere come vorrei, mi astengo anche dallo scrivere.

Anche Olena & company sono preoccupati, e stanno pensando di chiedere il sussidio di disoccupazione, intanto che il loro autore preferito riscopra quella verve e quella joie de vivre che lo contraddistingueva.

Ogni tanto qualche episodio solleva il mio umore, come ad esempio l’altra sera quando al quiz “L’Eredità” alla domanda “A chi si rivolgeva Cesare, mentre lo stavano uccidendo, dicendo: Anche tu, figlio mio?”. La sublime risposta è stata: “A Caio”.  Purtroppo in quel momento stavo sorbendo una vellutata di zucca fatta amorevolmente e con competenza dalla mia signora, e lo scoppio di risa me l’ha fatta spargere sulla tovaglia, con rimbrotto seguito dal solito: “E vacci tu, allora, saputone!” che mi ha indotto a meditare sui danni del suffragio universale.

Per distrarmi, domenica scorsa, avevo in animo di visitare i mercatini di Emergency, a Milano, e dare un’occhiata all’Adorazione dei Magi del Perugino, in mostra a palazzo Marino. Mi sono quindi recato con l’intera famigliola alla stazione delle Nord da dove pendolo quotidianamente, per scoprire che c’era uno sciopero ed i treni non viaggiavano. Il tutto, minimizzavano le ferrovie Nord, per protestare contro un cambio di orario. Non dicevano, gli infingardi, che il nuovo orario prevedeva il taglio di oltre 150 corse giornaliere, sostituite in minima parte da autobus. Qualche illuminato in Regione Lombardia dovrebbe spiegare come mai si sono spesi miliardi per Pedemontane e Brebemi inutili (e se ne vogliono spendere altrettanti: le infrastrutture vanno fatte senza se e senza ma, va sostenendo il nostro Misirizzi¹ ) lasciando al palo i treni pendolari, che sarebbero stati più che necessari sia per decongestionare il traffico che per migliorare la qualità dell’aria: poi ci si riempie la bocca di lotta all’inquinamento, al riscaldamento globale bla bla! Qualche buontempone sostiene che bisognerebbe mangiare meno carne per contribuire a ridurre i gas serra: e allora io proclamo che lo farò solo quando le miniere di carbone saranno chiuse tutte, i pozzi di petrolio saranno prosciugati e le Ferrovie Nord faranno viaggiare i treni necessari!

Annullata per forza maggiore la gita milanese, ci siamo quindi orientati ai mercatini di Natale comaschi. Amici, posso affermare senza ombra di dubbio che poche cose mi rompono le scatole come visitare i mercatini di Natale. Diciamo che il livello è più o meno quello della Fiera dell’Artigianato di Rho, solo che lì almeno si mangia (non mi sono fatto mancare nemmeno quello, comunque, a S.Ambrogio quando notoriamente non c’è nessuno: bellissimo vedere gli stand degli Usa e dell’Iran vicini! Ignoro cosa sia stato esposto di oggetti di artigianato, io ho girato solo stand gastronomici assaggiando l’assaggiabile e comperando qualche liquore, in testa la Becherovka ceca ed il Mirto sardo). A Como, insomma, c’era il delirio. Non sono nemmeno riuscito ad avvicinarmi alle casette natalizie, prese d’assalto; mi sono rifugiato in una pasticceria davanti ad una cioccolata al peperoncino e qualche cannoncino a riflettere se sono io ad essere diventato troppo snob o gli altri ad essere diventati deficienti, e per un momento ho accarezzato l’idea di iscrivermi al partito democratico.

A proposito di Partito Democratico, sto leggendo la biografia di Michelle Robinson in  Obama, lo consiglio a tutti perché sia la sua storia che quella di suo marito Barak sono esemplari per capire un pò meglio l’America, questo paese di grandi opportunità,  grande vitalità e grandi contraddizioni… come si possa passare da Obama a Trump è un mistero che solo gli americani e gli hacker russi comprendono.

Se questo fine settimana riuscirò ad andare a Milano, Ferrovie Nord permettendo, non mancherò di fare un reportage fotografico, se non altro per aggiornarvi sullo stato del bananeto di Piazza Duomo!

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¹ Vago riferimento ad un uomo politico che stava meritevolmente perendo con il suo partito di portatori di gioielli in Tanzania ma si è ripreso a tal punto da diventare lo statista che tutti vogliono. Persino gli israeliani, per dire pure questi come si sono ridotti.

Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!

Ci sarebbe voluta la voce stentorea di Bisteccone Galezzi per celebrare degnamente l’impresa dei nostri eroi, no, non i calciatori che oramai si fanno notare solo per i tatuaggi ed i fidanzamenti con veline e attricette, non per le pallavoliste brave si ma delle quali confesso non mi interessa conoscere i gusti sessuali nonostante qualcuna ci tenga particolarmente a spiattellarli, non i ciclisti, non i pugilatori e allora chi? Chi? Ma loro, i nostri mitici giocatori di bowling!

Degni discendenti di generazioni di giocatori di bocce, sport che ha avuto un forte calo di praticanti a causa della legge Fornero con conseguente innalzamento dell’età pensionabile, e appassionati fin da piccoli dei cartoni animati degli “Antenati”, emuli delle gesta di Fred Flintstone e Barney Rubble, al grido di Yabadabadù! hanno sgominato squadre agguerritissime, battendo in finale addirittura la selezione degli United States of America, che schierava un dream team di professionisti, che dei nostri volenterosi dopolavoristi pensava di fare un sol boccone.

Davide ha così ancora una volta sconfitto Golia; la tagliatella fatta a mano ha trionfato sull’hamburgher transgenico, e dopo aver dimostrato che non c’è bisogno di essere ‘sti gran professionisti per buttar giù qualche birillo, la nostra squadra ha strabattuto i palestrati statunitensi rimandandoli a casa con due pappine a zero sul groppone.

Se il nostro fosse un paese appena riconoscente i nostri eroi avrebbero dovuto sfilare in trionfo su un autobus scoperto lungo i Fori Imperiali, stando attenti ovviamente alle buche; ma i nostri non ci tengono ne ci tesero mai, per cui ci limitiamo a ringraziarli per il momento di vera goduria che ci hanno regalato.

E questo è niente! Vi è andata bene che abbiamo rinunciato ad organizzare le Olimpiadi 2024, altrimenti avremmo preteso di inserire nei giochi olimpici la ruzzola, ed allora si che vi avremmo fatto vedere ancora di più i sorci verdi!

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p.s. pare che mr. Trump, venutolo a sapere, abbia deciso l’embargo delle ruzzole all’Iran e fatto arrestare dai canadesi il presidente cinese della squadra di lancio della ruzzola di Pescocostanzo.

 

Halleluja!

Non contenti, ormai due anni orsono, di aver fatto rivoltare nella tomba il povero Johann Sebastian Bach storpiando il suo “Jesus bleibet meine freude”, quest’anno siamo andati a disturbare il coetaneo Georg Friedrich Händel andando a strapazzare nientemeno che il suo celeberrimo “Halleluja!”.
Tutto ciò in occasione del III Raduno Internazionale delle Corali in Vaticano, a cui ho iscritto il coretto parrocchiale venendo così incontro alle preghiere dei fedeli del quartiere che per una domenica non ci hanno avuto tra i piedi.
L’occasione era meno solenne di quella scorsa, in quanto non c’era di mezzo il Giubileo, però pur sempre impegnativa se non altro per non sfigurare al cospetto delle formazioni in arrivo dai quattro angoli del mondo. Tra tutte spiccava una folta delegazione cinese, il cui capo ha assicurato che non era lì per comprare l’Aula Paolo VI ma solo per cantare. Per adesso, aggiungo io.

La nostra delegazione era composta da 12 persone, con un rapporto uomini-donne di 1:3. Squadra che vince non si cambia, quindi quasi tutti i partecipanti dell’altra volta hanno voluto bissare, convinti più che altro dalla serietà del tour operator (io) e specialmente dalle proposte gastronomiche, e quindi all’appello si sono ripresentati: la direttrice Antonella, che passa ore a stirare solo per poter imparare meglio i canti, e che si è fatta installare in casa una vasca da bagno al posto della doccia solo per poter stare più tempo immersa con le cuffie; Gemma e Gianna, la coppia comica che anche quest’anno non ha mancato di fare strage di cuori tra camerieri ed albergatori del circondario: hanno infastidito persino un avventore scambiandolo per l’oste, e questo gentilissimo ha sciorinato loro tutto il menu, compresi panna cotta, tiramisù e crema catalana; Maura l’addetta all’infermeria, funzione indispensabile in un gruppetto dove l’età media è over 50; purtroppo quando davanti ad una pizza la nostra Gemma ha magnificato le proprietà benefiche della cucchiarella¹ su indolenzimenti e torcicollo, nonché dell’utilizzo alternativo dell’aglio, la nostra infermiera era assente e questo ha impedito il dibattito tra scienza e rimedi magici; Cristina la soave pendolare imbruttita favorevole alla riapertura delle segrete di Castel Sant’Angelo per chi trascina i trolley nelle stazioni delle metropolitane; e last but not least Lorella, la nostra Pincher che, pur non avendo ancora imparato a decifrare il linguaggio del corpo (riporto solo a titolo di esempio il fatto che dopo essersi persa sul sagrato di S.Pietro ha accusato me di averla persa) si è resa molto utile in quanto durante la lunghissima coda per entrare nell’Aula del Convegno si è incaricata di proteggermi le terga dalla calca, sa infatti quanto mi infastidisca sentirmi premere da sconosciuti alle spalle e si è sacrificata al mio posto. Ad un certo punto, nella confusione, si è aperto il solito varco a sinistra e come due anni fa mi ci sono tuffato: stavolta però la mossa non ha funzionato, ad ulteriore testimonianza della crisi della sinistra.
Mancavano le decane Dina e Marianna (quest’ultima attesa dal fotografo Barillari che c’è rimasto malissimo nel sapere che non sarebbe venuta) ed il maestro Arcangelo, che ha avuto la pessima idea di rimettere in piedi il coro della sua parrocchia ed ha declinato per non incorrere nel conflitto di interessi.
I nuovi entrati, pienamente amalgamati nello spirito del pellegrinaggio, sono: Concilia, contralto, che mi presta una figlia per il gruppetto teatrale ed è quindi benemerita; Mita detta Mitina che ha voluto recuperare con gli interessi quanto si era persa due anni fa ed era indubbiamente la più felice, con il marito Mito che, pur non essendo cantante, ha preferito seguire la moglie in trasferta piuttosto che godersi tre giorni di relax sul divano come hanno fatto tutti gli altri mariti affranti; e Adriano, marito di Cristina con il quale costituiamo una bella coppia perché lui studia il tedesco ed io il russo non capendoci entrambi un accidente, e la potenza vocale non è il nostro forte, a differenza degli antipasti al buffet.
Il drappello è stato rafforzato dalla presenza di Rosalinda, amica di Gianna, che abita a due passi dal Vaticano.

Le giornate sono state molto piene e intense; venerdì interessante il convegno, con relatori d’eccezione ma, sarà stata l’ora di sveglia (le 3:30) sarà stata la cadenza un po’ troppo pretesca di qualcuno, i messaggi ci sono arrivati un po’ ovattati. Il passaggio dalla cecagna all’abbiocco per me è stato interrotto solo dall’incontro con un vecchio commilitone ufficiale di complemento, con il quale non ci vedevamo da quarant’anni e perciò abbiamo pensato valesse la pena farci un carciofo alla giudia ed un piatto di cacio e pepe, nonché una bottiglia di rosso, in ricordo dei bei tempi. Del pomeriggio ricordo poco.

Sabato il convegno è continuato con interventi di tutto il mondo: suore vietnamite e irachene (le suore secondo me hanno una marcia in più), argentini, congolesi, cinesi appunto. C’erano anche dei ticinesi, proprio dietro a noi, ma con i quali non abbiamo fraternizzato.
E’ venuto a trovarci Papa Francesco, tra un tripudio di folla con qualche punta di isteria; giusto per riportarci con i piedi per terra ci ha esortati a non fare le primedonne, ma io credo che si rivolgesse ai soprani. Poi nel pomeriggio il concertone, con il grande coro della Diocesi di Roma diretto da Mons. Frisina, e gli ottomila coristi presenti: personalmente non ho fatto danni in quanto ho preferito l’ascolto all’emissione di suoni. Dietro di noi un coro credo lituano continuava ad infastidire chiacchierando e sia io che la nostra direttrice li abbiamo dovuti ammonire pacatamente: e mo’ basta! Ma hanno continuato a fare gli indiani.

Domenica la Basilica di S.Pietro era riservati ai soli coristi; le scene di isteria stavolta ci sono state verso mons.Frisina, tirato per la giacchetta di qua e di la per firmare autografi e fare selfie: sembra che il tocco del sacro manto guarisca le emorroisse, tant’è che una delle nostre coriste ha chiesto la grazia di entrare al più presto in menopausa.
Anche questa volta si è ripetuto il miracolo di migliaia di coristi che cantano in gregoriano, per la maggior parte non capendo un acca di quanto dicono, ma all’unisono. Mistero! Forse per andare insieme bisogna parlare una lingua che nessuno conosce più? Pensiamoci.

Stavolta purtroppo a causa del tempo non ottimale non abbiamo potuto fare passeggiate e quindi apprezzare lo stato delle buche, e per consolarci ci siamo dovuti buttare sul cibo. Il limite del mio peso forma è stato valicato, come gli elefanti di Annibale valicarono le Alpi: mi aspetta un lungo inverno di minestroni. Menzione speciale al Ristorante La Francescana (vicino al palazzaccio), a Checco ar 65 ed al Ristorante-Pizzeria l’Angoletto.

Roma immortale, di Martiri e di Santi…

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¹ La cucchiarella è il cucchiaio di legno che si usa per girare il sugo e sembra che, picchiettato nella parte dolente, per il principio del chiodo scaccia chiodo faccia svanire il dolore. L’aglio invece ha altri utilizzi, legati alle proprietà antisettiche.