Natale con Olena (I)

Cos’è il Natale senza cinepanettone? Vi sentite orfani della coppia Boldi-De Sica? Ho pensato a voi! Scordatevi il giomag serioso, saggio e colto. Per qualche settimana solo pernacchie e rumori intestinali! Buon divertimento

Sono le sei del mattino nella villa del cavalier Rana.
La bella Olena, statuaria, 182 centimetri di altezza a cui aggiungere i dieci centimetri di tacchi degli stivali di pelle che le fasciano i polpacci ed arrivano fino alle ginocchia e che toglie solo per fare il bagno, occhi blu e sguardo glaciale sotto il caschetto di capelli biondi, avanza circospetta tenendo in mano un recipiente non identificato.
Olena, siberiana di Novosibirsk, è laureata in astrofisica, più volte campionessa del mondo di scacchi, conosce tutte le arti marziali e parla correntemente sette lingue, con una leggerissima inflessione russa. Il Kgb, intuendone le capacità, l’ha ingaggiata fin dall’asilo infantile e l’ha trasformata in una macchina per uccidere: con la pistola è capace di centrare un uomo tra gli occhi a 100 metri di distanza e senza prendere la mira ed è addestrata per estorcere confessioni a traditori e spie nemiche, seducendoli e riducendoli a schiavi sessuali.
Nell’armadio ha una foto di Putin in kimono da judo con dedica, nel cassetto una Tokarev-TT33 ed un sogno: che la gloriosa unione delle repubbliche socialiste sovietiche ritorni in vita.

Sta attraversando il corridoio quando una delle porte si apre e ne esce un uomo, sui trentacinque anni, capelli e barba neri, piacente nel suo genere ma con un incongruo pigiamino a pois con stampato un papillon che indossa sopra una calzamaglia fucsia.

E’ James, il maggiordomo di casa.

«Ah, sei tu, avevo sentito un rumore. Non potresti fare più piano, che svegli i signori? Ma cos’hai in mano?» – poi guardando attentamento prorompe in un gridolino: «Oddio, la padella della vecchia!» – e dopo un sorrisetto di compatimento: «Come l’ha fatta stamattina, molle come al solito?»

Con la mascella che le si contrae solo per un secondo, la bella Olena risponde con stile alla provocazione, e quasi senza muovere le labbra sibila un avvertimento che un uomo accorto non dovrebbe ignorare:
«Togli te da mia strada, fruocietto” – al che James, mostrando di essere in possesso di notevole coraggio ma di scarso buon senso, ribatte: «Sei politicamente scorretta! Non si dice “fruocietto”, casomai si dice “gay”! Brutta zoccola!»
«Finuocchio!”

E dopo questo scambio affettuoso di saluti, che si ripete più o meno tutte le mattine da circa due anni, da quando cioè Olena è stata assunta come badante di nonna Pina, mamma ultracentenaria ed incontinente del cavalier Rana, Olena dicevamo può andare in bagno a vuotare la padella.

Nella villa del cavalier Rana, un vecchio podere colonico nel bel mezzo della Brianza trasformato in castello del Devonshire e consistente in 326 stanze, un laboratorio per la sperimentazione dei ripieni e un campo privato da curling, sport di cui il cavaliere è tifoso e praticante, abitano oltre ai due anzi ai tre che abbiamo già conosciuto altri personaggi, qualcuno di qualche interesse per la nostra storia e qualcun altro assolutamente inutile:

  • Il cavalier Rana e sua moglie, la Calva Tettuta;
  • Svengard, boscaiolo vichingo che parla solo in norreno;
  • Titolari e riserve dell’Inter del 2005, compresi massaggiatori e raccattapalle;
  • La nazionale sudanese di curling;
  • Christian De Sica.

Cosa ha portato la glaciale Olena nel bel mezzo della Brianza? Che diavolo è il norreno? Lo scopriremo nelle prossime puntate.   

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War is over

Non so più che scrivere. E’ la triste, innegabile verità. Sento di aver dato fondo a tutte le mie risorse e mi manca l’ispirazione: la politica mi ha scocciato, di biciclette rosse ho raccontato in abbondanza, ho svariato dal comico al drammatico e saccheggiato la storia di famiglia.
Forse avrei bisogno di quella bella zappa che vado predicando per i giovani; rimpiango quei bei giorni quando andavo ad aiutare mio padre al lavoro e tornavo a casa stanco e felice.

Come Blade Runner devo dire che tante delle cose che ho visto si sono perse come lacrime nella pioggia, o nel vino cotto. Ho verniciato metri e metri di ringhiera delle mura, ringhiera che ormai non esiste più, sostituita qualche anno fa da una più moderna; ho aiutato a saldare ragni di piombo per gli scarichi dei bagni, materiale ormai fuori legge; ho avvitato sifoni per i bidet delle case popolari con troppa delicatezza, e i proletari avranno avuto sicuramente delle perdite.

A proposito di ringhiere, quest’estate passeggiando con mio padre mi sono fatto raccontare qualche vecchia storia, ed ho così appreso che sia l’asilo del paese (ora in disuso, ma con qualche progetto di utilizzo) sia la scuola (questa ancora in uso come scuola media) sono stati edificati nel 1935.
Ho provocato  il vecchio socialista (che all’epoca però non lo era ancora, e come poteva? Aveva sette anni…) osservando che allora qualcosa di buono quei fascistoni avevano fatto; non si è ribellato come speravo, anzi quando gli ho chiesto come fosse possibile che oggi, con tutte le possibilità tecniche ed economiche non siamo nemmeno più capaci di costruire dei ponticelli, ha scosso la testa e ridendo mi ha detto: “perché oggi vogliono mangiare in troppi”.

Della scuola ricorda tra l’altro quando prese uno scappellotto da un capobastone del partito, perché era andato a scuola con la camicia nera, che andava indossata solo al sabato: senza tener conto, quel testone, che di camicia mio padre ne aveva una sola. Gli chiesi, quando ero più giovane, perché una volta finita la guerra non glielo avesse poi restituito, quello scappellotto: era un poveruomo, mi disse, mica potevo sporcarmi le mani.

Parlando di guerra, ho appena dato un’occhiata ad un osservatorio sulle guerre, che sostiene che in questo stesso momento nel mondo sono in corso conflitti che coinvolgono 67 stati, in praticamente tutti i continenti, con 776 milizie varie impegnate.
Pensare che 45 anni fa domani John Lennon cantava “Happy Xmas (War is over)” fa considerare che sia stato perlomeno poco profetico; chissà cosa avrebbe pensato del mondo di oggi se una nullità non l’avesse ammazzato pochi anni dopo. Avrebbe duettato con Obama? Avrebbe manifestato contro Trump? Può essere.

Sarà anche un po’ di malinconia, un amico se ne è andato, e mi ha fatto pensare che sotto al muro di quella ringhiera abbiamo passato interi pomeriggi a giocare a pallone, coi capitani che formavano le squadre, scegliendo un giocatore alla volta, dai più bravi ai più scarsi, e nessuno si deprimeva ad essere scelto per ultimo, bisogna essere capaci di riconoscere quando uno gioca meglio di te.
E suonava anche bene, e un sacco di strumenti; gli piaceva scherzare e aveva la battuta caustica, quella che con due parole ti fulmina, ed una grande intelligenza, si era messo in testa di imparare il cinese, ce l’aveva fatta ed ho saputo che addirittura era stato chiamato ad insegnarlo nelle scuole.

Sui manifesti funebri ha fatto scrivere solo “Militare – Vittima dell’amianto”,  ma non so se sia la verità o un ultimo scherzo, non era nemmeno militare. Mi sarebbe piaciuto farci un’ultima suonata insieme, sarà per un’altra volta.

(a che numero ero arrivato?)

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Crapa pelada

Questa l’ha scritta un mio amico tempo fa, mi pare attuale e la ripropongo così com’è.

Teste rasate
(un elmetto di carne)
Teste senza cappello
(quello del nonno fatica ad entrare)
Teste senza cervello
(vuoti a perdere)
Teste pelate
(e questo sarebbe il meno)
Teste per piantar chiodi
(utili in certi frangenti)
Teste come arieti medievali
(entrano senza bussare)
Teste ripiene di sugna
(chissà se ci si ungono ancora gli scarpini)
Teste lisciate
(col fazzoletto nero)
Teste a palla di biliardo
(lucide, ma solo fuori)
Teste con bisogno di capo
(che un capo deve avere le palle)
Teste ignoranti
(che approfittano
delle strizzate d’occhio dei benpensanti)
Teste che difendono la purezza
(di una razza dai mille incroci)
Teste di pelle bianca
(caucasica)
Teste cristiane
(ma  Gesù non credo sarebbe d’accordo)
Teste di morto
(ma con meno dignità)

Chi ha più testa la usi
Che il nemico non sono i poveri
Ma chi li fa poveri
Se non capite questo
Sbatterete la testa contro il muro
Che l’uomo non va avanti a testate
Ma con quello che c’è dentro le teste

 

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La chiesa del venerdì nero

La divinità imperante, il dio Mercato, tramite i sacerdoti della sua religione, il Consumismo,  ha deciso di promulgare per i fedeli una nuova festività.

Dopo avere, come le fruste religioni del passato, inglobato ricorrenze e miti preesistenti cambiandone  nome e senso in modo da insinuarsi senza troppe resistenze nella vita dei convertiti, ne inventa di nuove di zecca per alimentare l’osservanza e lo zelo degli adepti.

Per le celebrazioni dei riti sono stati creati appositi templi, i Centri Commerciali, aperti tutti i giorni della settimana ed a tutte le ore; ma, non bastando questo, la divinità nella sua infinita saggezza ha pensato che il tempio potesse raggiungere ogni casa, ed ha fatto in modo che chiunque potesse accedervi direttamente dal divano, ed infine è andato oltre permettendo di raggiungerlo da qualsiasi posto in cui ci si trovi: in viaggio, per strada, al lavoro per chi ce l’ha…

Tramite strumenti magici di controllo, ciascun fedele è richiamato alla pratica: non hai acquistato nulla questa settimana, come mai? Questo articolo potrebbe interessarti. In passato hai acquistato questo e ti è piaciuto, ora c’è quest’altro molto migliore: non vuoi approfittarne? Sono giorni interi che non abbiamo tue notizie e siamo preoccupati: ecco un bello sconto per te da usare entro il prossimo plenilunio.

Questa religione è potentissima perché promette la beatitudine non in un aleatorio aldilà, ma qui ed ora in questa vita tangibilissima e presente: felicità consiste nel possedere più oggetti possibile, non importa se utili o addirittura nocivi, l’importante è che si consumi.

Ed ecco allora la festa del venerdì nero, sconti e risparmi per tutti! Un miscredente potrebbe osservare che se si acquista una cosa che non serve, anche se pagata poco, sempre di spreco si tratta; oppure potrebbe insinuare che se tutti nello stesso giorno si mettono a fare sconti vuol dire che negli altri giorni mantengono i prezzi artificiosamente alti.

Addirittura qualche blasfemo osa affermare che i templi non paghino le giuste tasse sui profitti e che, orrore! sfruttino gli adepti-lavoratori. Anatema!

Purtroppo il miracolo che la chiesa del venerdì nero non è ancora riuscita ad effettuare  è quello della moltiplicazione di salari e stipendi, così accade che purtroppo verso la fine del mese parecchi devoti non riescano a fare la periodica donazione. La simpatica cicala viene redarguita dalla malmostosa formica: se spendi tutto al venerdì, che mangerai sabato?

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Stanotte ho fatto goal alla Svezia

Caracollavo nella trequarti avversaria, spalle alla porta, quando mi arriva tra i piedi un pallone vagante. Mi giro verso la porta svedese, difesa da Filippa Lagerbäck³,  e con la coda dell’occhio intravedo sulla sinistra Boninsegna che tiene occupati tre svedesi a forza di schiaffoni, sulla destra invece Marco Delvecchio¹ è libero, con l’estrema difensora fuori dai pali. Delvecchio mi chiama la palla ma piuttosto che passargliela me la metto sotto la maglietta e vado negli spogliatoi. Sai che c’è: fanculo Delvecchio, io ci provo. Di sinistro, che non è manco il mio piede preferito: una pennellata da quaranta metri, scavalco la simpatica presentatrice e gliela piazzo all’incrocio. Che parabola! Che fondello! (il colpo, non il portiere)
Mi vedevo già impettito alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per essere insignito del Cavalierato quando, sentendo un certo spiffero, mi sono reso conto che la divisa regolamentare era incompleta mancando della parte inferiore e la consapevolezza mi ha svegliato: Bonimba² veleggia verso i  75 e purtroppo le vene varicose gli hanno impedito di essere convocato, ingiustizia secondo me perché avrebbe fatto la sua porca figura; in quanto a Delvecchio è ancora lì che aspetta la palla, e ce lo lascerò fino ai mondiali del 2022.

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Che bei tempi viviamo, amici! L’ho già detto? Nella macchinetta distributrice di merendine è comparso un toast kebab e peperoni. Il cavalier Giovanni Rana produce tortellini col ripieno di paella. Facoltosi fedifraghi vengono rimborsati dalle ex mogli di parte degli alimenti pagati. Che cuccagna!

Mi aspettavo, dopo l’eliminazione, un’ondata di suicidi, invece la reazione è stata abbastanza composta e quasi unanime nel riconoscerci delle pippe. Qualcuno ha cercato di organizzare processioni di penitenti ventilando cali paurosi del Pil; qualcuno ha dato la colpa ai troppi stranieri; qualcun’altro che giocano troppi stranieri perché i nostri sono delle pippe entrando così in un circolo vizioso; l’allenatore, alla richiesta di immolarsi con rituale seppuku, ha declinato l’invito ed anzi ha rilanciato con buon sprezzo del pericolo richiedendo una sostanziosa buonuscita; vendicatori impavidi hanno minacciato di razziare tutte le matite dell’Ikea, costringendo l’Ikea a minacciare di fornire istruzioni incomplete per il montaggio dei loro mobili.
Io stesso, non immune da gesti inconsulti come quando nella finale Roma-Liverpool del 1984 Falcao si rifiutò di tirare il rigore e Ciccio Graziani lo calciò alle stelle e dalla rabbia svuotai nel lavandino una ottima bottiglia di whisky scozzese solo perché non avevo niente di inglese tra le mani, io stesso dicevo l’ho presa abbastanza bene, non ho smontato mobili ne cestinato le amate polpette.

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A proposito di nazionale, è di questi giorni la notizia che l’ennesima multinazionale che ha “investito” nel nostro paese ha annunciato la chiusura dello stabilimento in Abruzzo per delocalizzarlo in Slovacchia. Non perché perdeva, ma per avere più profitto: 420 famiglie sulla strada, più 60 dell’indotto. E’ il mercato, dicono. E’ il mercato o l’ingordigia? Non si va più a vendere prodotti, ma a vendere il lavoro stesso: vengo da te se mi dai condizioni più favorevoli, salari più bassi, sindacati fuori dalle scatole , sovvenzioni, defiscalizzazioni… Addirittura il nostro ministero, invece di dire semplicemente: amici, se volete andare quella è la porta ma lo stabilimento i macchinari e gli ordinativi li lasciate qui, ha offerto 50 milioni che quelli hanno rifiutato (troppo pochi?). Questo non è mercato, questa è  la nuova banalità del male, e bisogna cominciare a dirlo che gli artefici sono i nuovi Adolf Eichmann, e come tali andrebbero trattati, altro che omaggiarli e riverirli!

Io penso di sapere perché non vinciamo più niente a pallone. Perché il calcio da tempo non è più un gioco; perché i bambini non passano più ore e ore a giocare a pallone per le strade o negli oratori, e che quando giocano nei cortili vengono redarguiti da anziani biliosi; perché la concezione di tempo libero non prevede più pause, ma ogni momento deve essere organizzato e pianificato; perché le mode salutiste proclamano che il calcio non va bene perché non sviluppa il corpo armoniosamente; perché i bambini vengono irreggimentati fin da piccolissimi nelle cosiddette scuole calcio, dove crescono come polli in batteria; perché la funzione sociale dello sport è andata a pallino, come tutto d’altronde, e a gratis non si fa più niente, ed anche per giocare adesso devi pagare; perché una volta pensavamo solo a due cose, e una di queste era il pallone.

(173 – continua)

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¹ E’ stato un calciatore discreto, ma è più famoso per aver partecipato a Ballando sotto le Stelle.
² Quando eravamo un popolo virile in attacco schieravamo Boninsegna e Gigi Riva, detto “Rombo di Tuono”. Ora El Shaarawy, non aggiungo altro.
³ Adesso che la Svezia ci ha eliminati non sarebbe giusto dare a Filippa Lagerbäck il giusto spazio e affidarle la conduzione di “ Che tempo che fa” al posto di Fabio Fazio?

Cultura come se grandinasse!

La scorsa settimana è stata molto intensa perché ho deciso di fare una overdose di cultura. A che pro, vi chiederete, non sei già quell’uomo grave la cui cultura eclettica spazia dall’ ”Avere o Essere” di Erich Fromm al “Vie’ qua, famme ‘na pompa” di Cristian De Sica in S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa?
Lo sono certamente, ma un sovrappiù di gravità non guasta mai.

E dunque ho iniziato lunedì sera con:
“Intro a Caravaggio”, una presentazione della mostra “Dentro Caravaggio” che si tiene in questi giorni a Milano, al Palazzo Reale. Capisco io qualcosa di pittura? Pochino, e sinceramente sapere come Caravaggio avesse disegnato le forme che ha poi deciso di dipingere e poi perché non le abbia dipinte precisamente come le ha disegnate non mi appassiona granché; vedere i quadri e sentirli spiegare da qualcuno competente è invece sempre una bella esperienza, non essendo esperto di niente in particolare ammiro sempre chi lo è veramente di qualcosa, specialmente di quelli più modesti che dicono che, nonostante una vita di studi, c’è sempre da imparare.
Caravaggio era un pluriomicida, ma fortunatamente non è venuto in mente a nessuno di distruggere i suoi quadri per questo.

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Trovo ridicolo che, nell’ultimo film girato da Kevin Spacey, bravo attore accusato di un fatto di molestie ad un minore avvenuto anni fa,  a film finito la sua parte sia stata cancellata e rigirata da un altro attore. Una forma di moderna damnatio memoriae, adesso che si farà, si rigireranno tutti i film interpretati da lui? Vogliamo costruire una neo-realtà?  E tutto per permettere al sistema Hollywood di rifarsi una verginità? Mi chiedo: ma qualcuno si è veramente scandalizzato di quello che sta emergendo da quell’ambiente?

Al martedì si continua con la pittura, e precisamente con un film su “Bosch – Il giardino delle delizie” un documentario su Hieronymus Bosch ed in particolare sul suo dipinto più famoso. Bosch mi piace molto, i suoi dipinti visionari mi ricordano alcuni racconti di  Lanciostory che leggevo negli anni ’70; la sua vita normale contrasta con le sue opere, alcune delle quali sembrano dipinte sotto effetto di sostanze stupefacenti. Lo scorso maggio al Museo del Prado, a Madrid, ho passato un’oretta nella sala di Bosch, passando dall’uno all’altro dei suoi quadri cercando di capirci qualcosa; mi ha confortato che gente molto più avvezza di me a cimentarsi con l’arte abbia gli stessi dubbi, e la sensazione che alcuni misteri rimangono ancora e sempre rimarranno, perché purtroppo abbiamo perso alcune chiavi di decifrazione di quel linguaggio. Se vi capita andate a vederlo, sul grande schermo i colori e le figure di quei dipinti sono fantastici.

Tra cinquecento anni qualcuno guarderà ancora con stupore qualche opera fatta oggi? O piuttosto guarderà ancora ammirato e stupito le opere di Caravaggio o Bosch?

Al mercoledì riposo. Il mal di gola mi ha impedito di partecipare alle prove del coretto di cui faccio parte, e così mi sono rivisto l’ennesima replica del Commissario Montalbano, sempre gradita, con presentazione di Camilleri sul tema della violenza contro le donne.
Sarà stato l’argomento, saranno state quelle due lineette di febbre unite ai quadri di Bosch e all’alfabeto cirillico col quale mi sto cimentando, per ora con risultati modesti, ma ho passato una notte agitata da incubi mostruosi.

Al giovedì do il mio contributo alla creazione di cultura, dirigendo il gruppetto teatrale per il quale sono autore, regista e produttore. Preciso di non richiedere alcun compenso alle attrici di nessuna natura. In questa veste posso dare libero sfogo a tutto il mio pressapochismo, ed infatti: So recitare? No. So scrivere? Mah, insomma. Ho i soldi per produrre spettacoli? Assolutamente no. E quindi facciamo quello che possiamo, finché i ragazzi si divertiranno continuerò a seguirli, quando si stuferanno smetterò anch’io. L’ultima commediola l’ho scritta in due giorni, pensando più che altro ai costumi che avrei potuto utilizzare senza dover attingere alla risicata cassa.

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Venerdì si passa alla musica sacra: “Concerto Elevazione Spirituale”, canti gregoriani in basilica romanica. Ricordate che poco tempo fa vi parlai di sorprese riguardo al canto gregoriano? Dopo questa serata temo che di sorprese non dobbiate attendervene più. Un’ora di canti gregoriani, per di più al freddo, fiacca anche gli spiriti più forti e sospetto che siano usati come metodo coercitivo a Guantanamo. Una delle ore più lunghe della mia vita! Ho cercato di immedesimarmi nei pii monaci, ma non sono riuscito a raggiungere quello stato di concentrazione che avrebbe potuto elevarmi spiritualmente; prima di tutto perché battevo i denti, e secondo perché vicino a me c’erano dei bambinetti che genitori sadici avevano portato all’evento mistico, e giustamente facevano i bambini rompendo le scatole ai vicini, almeno per i primi 20 minuti finché non si sono addormentati. Verso il quarantacinquesimo minuti dalle retrovie si è sentito un grugnito, come di uno che stesse dormendo e si fosse risvegliato all’improvviso. Non mi sono elevato ma in compenso ho fatto in tempo a correre a casa prima della fine della partita di calcio Svezia-Italia, strazio tale da far rimpiangere il gregoriano.

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Sabato teatro, al Piccolo Teatro Mariangela Melato, ad assistere al dramma “Uomini e no”, tratto dal romanzo di Elio Vittorini. Interpreti dei bravissimi attori, allievi del Piccolo Teatro; mi è piaciuto tutto compreso il teatro dove non ero mai stato, con la platea a semicerchio e al posto della galleria le balconate, come si fosse in una casa di ringhiera.
Ambientato nel ’44, ma attuale sempre: si è uomini anche quando si compiono delle atrocità? Convive in ciascuno di noi una parte umana con una non umana?

Una considerazione artistica: si scrivono ancora opere così, o gli intellettuali sono finiti, o se non sono almeno morti non se li fila più nessuno?

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E infine domenica sveglia ad orario lavorativo per la: “Visita di Cremona con il treno a vapore”! Organizzata dal FAI, Fondo Ambiente Italiano, viaggio Milano-Cremona su treno d’epoca trainato da una locomotiva a vapore; e visita guidata ai monumenti principali, al Museo del Violino e ad una bottega di liutaio. Quest’ultima parte è quella che più mi è piaciuta, prima di tutto perché vedere qualcuno lavorare è sempre piacevole, e poi per il garbo con il quale la brava liutaia francese ci ha illustrato i procedimenti di creazione del meraviglioso strumento. Strumento che cercai di padroneggiare in età avanzata ma non ce la feci, anzi rimasi al livello di suonatore straziante finché una provvidenziale tendinite alla spalla non mi diede la scusa per smettere. Per fare un buon violino occorrono due-tre mesi, e per acquistarlo 10.000 euro sono un prezzo ragionevole. Il mio l’avevo acquistato per 53 euro completo di archetto e astuccio, fate voi: aveva ben ragione la mia maestra ad ammonirmi che non potevo pretendere chissà che cercando di suonare una cassetta di arance.
Devo dire per il resto di essere rimasto un po’ deluso, perché delle famose tre T di Cremona ne ho viste solo due (Torroni e Torrazzo) e la terza invece, che mi avrebbe un attimo ravvivato dopo le ore passate seduto sulla panca di legno, non si è vista.

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Viaggiare sulle carrozze con panche di legno e scaldino sottostante mi ha ricordato i primi tempi di pendolarismo; soprattutto forse pensando alla terza T mi ha riportato alla mente un signore distinto, credo fosse un impiegato di banca, che si piazzava sempre vicino all’entrata e quando questa si affollava si appoggiava con nonchalance a qualche ragazzotta. Pezzo di molestatore, chissà che fine avrà fatto!

Alla fine di questo tour de force, tirando le somme, posso dire di essere una persona migliore? Non credo. Più colta? Ma manco per sogno. Di saperne almeno un po’ più di prima? Questo può essere, ma tanto tra poco lo dimenticherò. Di sicuro mi tocca dar ragione all’ex ministro che affermava che con la cultura non si mangia: che qui, gira e rigira, alla fine non ho mangiato un cavolo!

(172 – continua)

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Antigua è nostra!

Appena passato il centenario della rivoluzione di ottobre nella quale si celebra la gloriosa rivoluzione sovietica si viene a scoprire, grazie ad una benemerita inchiesta giornalistica, che nei paradisi fiscali, cioè in quegli stati dove ricconi senza vergogna vanno a mettere i soldi per non pagare le tasse, è custodito il 10% del Pil mondiale.

Questo reato andrebbe a mio avviso considerato non come evasione fiscale ma come crimine contro l’umanità; e non mi sembra di esagerare perché, citando l’organizzazione Oxfam: “L’evasione ed elusione fiscale delle corporation sottraggono ai paesi più poveri 100 miliardi di dollari l’anno, sufficienti per mandare a scuola 124 milioni di ragazzi e salvare la vita di 6 milioni di bambini.
In Europa e negli Stati Uniti rispettivamente sono 76 miliardi di dollari all’anno e fino a 135 miliardi di dollari all’anno le stime dell’ammanco erariale riconducibile a pratiche di abuso fiscale (evasione ed elusione fiscale) da parte delle imprese multinazionali.”

Allora mi pare evidente che per rimediare a questa situazione di ingiustizia bisogna apportare due correttivi: a) eliminare i paradisi fiscali b) eliminare i ricconi senza vergogna.
Personalmente non sono così pacifista da escludere l’eliminazione fisica, così come l’utilizzo dei paradisi fiscali come terreno di test per nuovi sistemi di armamento; secondo me fanno più danno al mondo questi paesi e queste persone che i vari Saddam-Gheddafi e compagnia bella che andiamo di quando in quando a bombardare democraticamente.

Poiché abbiamo appena celebrato il 4 novembre, festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate (una volta era la ricorrenza della vittoria sugli austro-ungarici, poi da un certo punto non è stato più possibile dirlo, politicamente scorretto), suggerisco di usare le nostre gloriose Forze Armate per un’impresa degna dei fasti del passato: l’invasione di Antigua!

Perché proprio Antigua direte, è un po’ lontanina! Obiezione ragionevole, si potrebbe anche attaccare la Svizzera o il Lussemburgo che sono più vicine, ma non hanno il fascino caraibico e piratesco di quest’isoletta. Tra l’altro un nostro anziano ma sempre valido ex-premier vi aveva una sobria villa detta “il castello”, dove in molti avremmo gradito che si fosse ritirato a vita privata invece di rimanere qua a romperci le palle cercare di salvarci prima dai comunisti ed ora dai populisti. Che detto da lui fa anche un po’ ridere, che ha fatto del culto della propria personalità  un programma politico ed è alleato di noti liberali come Bossi prima e Salvini adesso, per non parlare dei fratelliditaliani.

A proposito di populisti, mi sembra condivisibile la dichiarazione di Mr. Trump all’indomani dell’ennesima sparatoria in Usa: “Abbiamo molti problemi di salute mentale, così come li hanno altri Paesi”, tant’è vero che è stato eletto; solo che da noi la gente ancora non va in giro a sparare ai concerti o nelle chiese, e giusto per parlare di salute mentale va riportata la dichiarazione del procuratore generale del Texas: “la strage di fedeli nella chiesa di Sutherland Spring dimostra che c’è bisogno di più parrocchiani armati che possano rispondere a tono a minacce simili. Non si possono tenere le armi lontane dalle mani di persone che intendono violare la legge. L’unica cosa che ferma un uomo cattivo con la pistola è un uomo buono con la pistola.”.

Di non dare la possibilità di possedere armi a cani e porci non se ne parla; così come sicuramente non passerà nemmeno per la mente dei delegati all’Onu di dichiarare fuorilegge i paradisi fiscali e trasferire al Tribunale Internazionale dell’Aja i farabutti che vi portano i propri capitali (perché Milovesic si e loro no?).

Perché secondo me , mi sbaglierò, ma la cuccagna non durerà ancora a lungo, come ci ricordano Gino&Michele: anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano.

(171 – oggi Antigua, domani il mondo!)

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Viva la Svezia!

Non so se capiti anche a voi, mentre siete sdraiati sul divano sgranocchiando la matita con la quale prendete appunti per la vostra prossima commedia, di cadere in un’imboscata della consorte che con nonchalance chiede: “Caro, domani abbiamo qualcosa da fare?” e non riuscire ad inventare qualche scusa plausibile tipo una visita dentistica urgente o un corso di canto gregoriano¹.
Nei pochi secondi in cui tardavo a rispondere cercando di capire con quel “caro” dove si volesse andare a parare, scambiata la mia muta sorpresa per silenzio-assenso sono stato informato che il giorno seguente, festività di Ognissanti, saremmo andati all’Ikea.

Vista l’inutilità di ogni resistenza, mi sono disposto a contrattare le condizioni di resa che mi sono state magnanimamente concesse e sono consistite in:
a) se proprio dobbiamo andare andiamo per pranzo così mangio le polpette: – “Ok”;
b) mi servirebbe una scatola: –“Va bè, quella vediamo”, è stata la risposta possibilista.

Devo dire che il mio animo gentile era bendisposto dal fatto che, nonostante la contrarietà per la festività pagana di Halloween, ero stato intenerito dalla visita di quattro carinissime bambine cingalesi, che minacciandoci con dolcetto/scherzetto ci hanno estorto i cioccolatini che amo mangiare di quando in quando sdraiato sul succitato divano; mio figlio voleva far loro uno scherzetto minacciandole di spararle nello spazio ma l’ho distolto dal pur sano proposito.
Che bel mondo viviamo! Nei due anni precedenti la stessa visita ce l’avevano fatta due sorelline marocchine. La globalizzazione degli scherzetti!

E così, dopo la messa di precetto², ci siamo recati al più vicino dei magazzini della famosa compagnia svedese. Ma come, direte, dopo tutte le tirate contro il lavoro festivo, i centri commerciali, il consumismo, ti vai a infilare all’Ikea il primo novembre? Lo so, lo ammetto, non è una bella dimostrazione di coerenza e sarà senz’altro usata contro di me nel caso voglia pormi a capo di un movimento pauperista o anticapitalista. L’uomo è fatto anche delle sue contraddizioni! Diceva qualche filosofo di cui al momento non ricordo il nome.

Sia chiaro, non ho niente contro l’Ikea anzi sono un suo cliente da anni, ho montato personalmente  armadi, cassettiere, mensole e ripiani e sono stati i momenti in cui l’aggressività, data anche la presenza a portata di mano di utensili atti a contundere, avrebbe potuto portare a drammi familiari irreparabili; ho comprato nel tempo tonnellate di tovaglioli di carta che avrebbero potuto ricoprire il mediterraneo e mangiato quintali di polpette. Se anzi in ragione di questa fedeltà l’azienda volesse riconoscermi una fornitura di polpette o addirittura invitarmi ad una gita in Svezia gliene sarei grato.

Tra l’altro la Svezia mi piace molto (per non parlare delle svedesi, in senso platonico-estetico s’intende), ho visitato Malmö, Stoccolma e Goteborg e sono appassionato dei gialli svedesi, dai capostipite Siöwall-Wahlöö, a Henning Mankell, allo Stieg Larsson della trilogia Millenium, e poi un nutrito elenco di autori come Liza Marklund, Camilla Läckberg, Håkan Nesser, Åsa Larsson ed altri, per non parlare poi degli altri nordici, norvegesi, islandesi… un’industria del giallo in salsa scandinava.

Tornando all’Ikea devo dire che, pur sentendomi  un perfetto coglione (ma nessuno è perfetto, per chi ricorda l’ultima battuta di “A qualcuno piace caldo”) la visita periodica mi offre anche degli spunti di conforto, soprattutto la consapevolezza che i fondamentalisti non potranno mai vincere. Potranno investire qualche turista sulle piste ciclabili³ ma nulla potranno contro la naturale aspirazione delle persone, di qualsiasi etnia provenienza e colore, di  vivere in pace nella propria casa e per di più essere libero di arredarla esattamente uguale a quella di tutti gli altri, anche se di nazionalità religione o genere diversi.

Sospetto che ormai l’Ikea incassi più dal ristorante che dai mobili. Arrivati alle 12:20 c’era una fila chilometrica; abbiamo fatto il giro di un piano e ritornati al punto di partenza c’era ancora la fila chilometrica; rassegnati ci siamo accodati e dopo una mezzoretta di attesa abbiamo mangiato e alla fine c’era ancora la fila chilometrica. La parola magica è: bio e ecologico! Su ogni piatto è stato aggiunto il prefisso bio:  bio-lasagne, bio-penne, bio-hamburgher… le uniche rimaste bio free sono proprio le polpette, e quelle ho preso per un rigurgito di ribellione. Perfino quando andate in bagno vi diranno che siete ecologici perché vi state asciugando le mani con una macchinetta alimentata da fonti totalmente rinnovabili, addirittura idroelettriche! Ma l’Ikea ha proprie dighe e turbine per produrre elettricità? Mistero, qui ci vuole Giacobbo.

A questo punto sono sicuro che vi stiate chiedendo che fine ha fatto la mia scatola. Ebbene, la mia scatola di cartone dal nome strano (Smellsta? Spallska? bho) del prezzo di 2,99 euro non è stata reputata degna di considerazione. Nonostante le mie rimostranze le è stato preferito un contenitore di plastica del costo di 7,99. Una volta arrivati a casa ho avuto momenti di godimento perché nonostante le sollecitazioni il poco flessibile cestone si è rifiutato di entrare nell’armadio, sia in altezza che in profondità; ne è seguita una disperata e patetica richiesta di smontare e rimontare l’intero armadio pur di non ammettere lo sbaglio, ma ad onta dei tentativi di ricatto fisico e psicologico ho resistito impavido.
Anche se forse sarebbe stato meglio cedere, perché temo mi toccherà fare un altro viaggio.

(170 – continua)

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¹ A proposito di corsi di canto gregoriano a breve potrei sorprendervi, ma non anticipiamo troppo
² Da it.cathopedia.org: “Si usa l’espressione Festa di precetto per indicare quelle festività dell’Anno  Liturgico nelle quali la Chiesa cattolica fa obbligo ai suoi fedeli di partecipare alla Celebrazione dell’Eucaristia e di astenersi dai lavori o affari che impediscono di rendere culto a Dio e che turbano la letizia del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo.  Soddisfa il precetto chi partecipa alla Messa nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente”.
³ Che eroica impresa! Spero proprio che quando andrà dall’altra parte l’autore trovi il paradiso che merita, che non è proprio quello che si aspetta lui. Di vergini nisba, caro il mio uzbeko. Attento al didietro, piuttosto.

Autonomia!

Se a quattordici anni mia madre si fosse presentata davanti alla scuola e si fosse piazzata a braccia conserte ad aspettarmi alla fine delle lezioni un osservatore esterno avrebbe potuto formulare due ipotesi: a) che io ne avessi combinata una così grossa che lei mi stesse aspettando per assegnarmi una punizione esemplare da eseguirsi davanti a tutti, cosa improbabile perché come sapete ero un angioletto disceso in terra, e tale sono rimasto; b) nel caso invece fosse venuta ad aspettarmi per accompagnarmi a casa sarebbe stata probabilmente rinchiusa nel vicino ospedale psichiatrico, e se sfortunatamente fosse sfuggita agli infermieri che la inseguivano con la camicia di forza mi avrebbe nuociuto gravemente, condannandomi ad un triste destino di prese per i fondelli che mi avrebbe perseguitato per tutta la vita.

Come ho detto più volte, a noi la madre (mai il padre, che proprio la cosa non era dignitosa!) ci accompagnava il primo giorno della prima elementare, e poi basta; e questo solo per il primogenito, perché in caso di più fratelli spettava a quello più grande accompagnare i più piccoli.

Mi chiedo come sia possibile concionare di dare la patente o il voto ai sedicenni e poi farli accompagnare dalla mamma o dai mammi fino alla fine delle medie; che sulla fascia di età degli adolescenti si facciano le più grandi campagne di pubblicità per farli consumare il più possibile, ma non li si reputi in grado nemmeno di fare il tragitto casa-scuola da soli.

In un periodo in cui si accusa i giovani più che mai di essere bamboccioni, di non volersene andare di casa per comodità, di essere “choosy”, si istituzionalizza per legge l’obbligo dell’accompagnamento coatto.

Mi viene il sospetto che sia un subdolo piano per far finalmente ribellare i figli ai genitori, spingendoli così ad andarsene quanto prima possibile da casa; ma se così fosse va allora migliorato, portando l’obbligo di accompagnamento fino alle soglie del diploma di maturità e perché no alla laurea; a quel punto i figli saranno o totalmente choosizzati oppure buona parte di loro prenderà delle accette per sezionare i genitori e stoccarli nello scomparto congelatore del frigo.

Sarà vero che è cambiato il mondo, i pericoli aumentati, che ci sono realtà diverse tra paesi e città, che le reti di controllo sociale (e le reti di comunità in generale) si sfaldano, che ci si conosce sempre meno, ma la risposta può essere quella di mettere ancora più sotto custodia i ragazzi e responsabilizzare sempre di più le famiglie? E se uno ha più di un figlio (cosa rara ormai) che deve fare, sdoppiarsi? Lasciare il lavoro per prendere i figli all’uscita di scuola? Mio figlio a quattordici anni era più alto di me: sai che bella figura! Impegnare i nonni, chi ce li ha, fino all’estremo? E se i nonni non ci sono, devono affittare delle tate per quattordicenni? (idea allettante, che forse all’epoca avrei gradito). Ma siamo alla follia!

Ma questi legislatori, sono stati a loro volta adolescenti? Venivano accompagnati a scuola? Perché se è così, si spiegano poi tante cose.

I miei amici e parenti che sono andati (la maggior parte per bisogno) a lavorare a quattordici anni, appena finita l’allora scuola dell’obbligo, se la ridono ancor più di me di queste assurdità. Eravamo più maturi di adesso? Eravamo più responsabili? Avevamo  genitori più capaci? A me sembra che eravamo solo normali, sia noi che i nostri genitori, ed è questo tempo che è ridicolo e contraddittorio; pretendiamo che i nostri figli siano riconosciuti come geni conclamati e li trattiamo come deficienti; li riempiamo di cose inutili, gli mettiamo a disposizione tutto lo scibile umano e non gli facciamo attraversare da soli le strisce pedonali.

 

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