Una birra per Olena (XXVI)

«Aahh! E fai piano, cazzo!»
L’ingegner Matthaeus, prono su di un lettino per massaggi, ancora vestito della tuta in lattex infilatagli a forza da Olena, urla dal dolore.
«Abbi pazienza Jürgen, hai il sedere come un puntaspilli…» cerca di calmarlo Hans Sparwasser, con in mano una tenaglia e nell’altra un batuffolo di cotone idrofilo imbevuto di mercurio-cromo.
«Ci vorrebbe una puntura di antibiotico, non vorrei che ti venisse un’infezione» suggerisce l’improvvisato paramedico.
«Puntura? Aahh! Non ti sembra che me ne abbiano fatte abbastanza di punture per oggi? Voi due idioti, perché non l’avete fatta fuori quella maledetta vecchia?»
Bodo e Lutz Piccolo, i liberatori, assistono alle operazioni chirurgiche con partecipazione ed apprensione. Entrambi hanno ancora vivo il ricordo dell’incontro di qualche giorno prima con Olena all’aeroporto, soprattutto Bodo, il possessore dello sfollagente, ed è proprio quest’ultimo ad abbozzare una giustificazione:
«Capo, ma chi lo sapeva che c’era la vecchia! Quando abbiamo visto la russa uscire abbiamo pensato che la stanza fosse vuota, come facevamo a immaginare…»
«Vuota! Deficienti, e controllare con una sonda, un microfono, no eh? Quella vecchia mi ha fatto patire le pene dell’inferno! Prima mi ha frustato cianciando di programmatori e obsolescenza programmata e poi … no, è troppo, non ce la faccio a raccontarlo… A un certo punto per fortuna ha ricevuto una telefonata, ma quando ha riattaccato mi ha guardato come un topo guarda un pezzo di formaggio, ha stretto gli occhietti e mi ha detto “Ah si? Adesso gliela preparo io una bella sorpresina ai tuoi amichetti”… evidentemente il palazzo era sorvegliato, la russa avrà piazzato delle telecamere, mica come voi cogli… aahh!!» strilla Jürgen, all’ennesima freccia.
«Ecco qua, con questa abbiamo finito. Ventisei dardi tutti a segno, complimenti!» dichiara Hans, ammirato, strappando un grugnito al suo paziente, che continua:
«Quella matta ha messo sottosopra tutte le stanze e si è costruita una barricata, poi ha portato il drone in bagno e si è messa ad aspettarvi»
«E’ vero capo, quando siamo entrati la camera era oscurata, le tende tirate… Abbiamo provato ad accendere le luci ma la vecchia aveva tolto la tesserina che serve da contatto per la corrente elettrica… non si vedeva un accidente, ma lei invece ci vedeva benissimo, aveva un visore agli infrarossi! Ha cominciato a sparare, e per fortuna ci eravamo messi i giubbetti antiproiettile, altrimenti ci avrebbe fatto secchi. Poi abbiamo sentito i tuoi lamenti, e siamo corsi in bagno.»
«Quel maledetto drone si è alzato ed ha cominciato a girarmi intorno, poi ha cominciato a sparare freccette: cazzo, che male!»
«Per fortuna erano solo freccette, e nemmeno avvelenate» lo tranquillizza Sparwasser.
«La vecchia deve essere scappata quando siete venuti a slegarmi» continua Jürgen, girandosi a fatica su di un fianco. «Da non credere, due uomini battuti da una vecchia… adesso dobbiamo assolutamente trovarla, glielo faccio vedere io! Aahh! » geme ancora, cercando di alzarsi.
«Oh, oh» sillaba Hans Sparwasser, tenendo in mano l’ultima freccia.
«Che hai da dire “oh oh”, chi ti credi di essere, Santa Klaus? Hai finito finalmente, su, andiamo!»
«Ehm, tu volevi trovare la vecchia, vero?»
«Certo che la voglio trovare! E quando ce l’avrò tra le mani rimpiangerà di esserci impicciata di faccende che non la riguardano, oltre a…» si interrompe Jürgen, rabbrividendo al ricordo di nonna Pina in guêpière.
«Ehm, Jürgen, potrei sbagliare ma se questo è quello che penso» e mostra un rilevatore GPS montato sulla capocchia dell’ultimo dardo, «mi sa che non ci sarà bisogno di cercarla…»
«Porca vacca, un GPS? Brutti coglioni, non potevate controllare prima? Via di qui, fuori, subito, di corsa, via, via!» strilla Jürgen, lanciandosi con le natiche in bella vista su per le scale che dagli scantinati portano al piano superiore della palestra.

Svengard, in piedi davanti all’ingresso del Rana Tower di Monaco di Baviera, fissa perplesso i sigilli che ne bloccano l’entrata, grattandosi la testa libera dall’elmo vichingo che ha lasciato sul drakkar con il quale i gemelli Uppallo I e Uppallo IV in compagnia della bella violinista Anastasija sono ripartiti alla volta delle Isole Svalbard per partecipare al prestigioso Festival di musica artica.
Il cinese Po lo osserva estrarre di tasca un cellulare e formare un numero, dal quale però non ottiene risposta. Preoccupato, il norreno si rivolge al vecchio orientale:
«O saggio Po, la mia amata non risponde. Temo non sia bendisposta nei miei confronti, che mi consigli?»
«O glande uomo del nold, se così fosse chi potlebbe biasimalla? Hai scollazzato in lungo e lalgo, sei in litaldo di una settimana e non ti sei nemmeno fatto vivo con una telefonata. Non mi melaviglielei se nutlisse cattivi sentimenti. Ti consiglio di inginocchialti, piangele e implolale pietà»
«Certo che per essere un confuciano praticante sai come rassicurare le persone» constata il vichingo. «Non è stata colpa mia, come facevo a immaginare quello che sarebbe successo?»
«Tra tutte le qualità che un uomo può avele tu ne hai scelta una delle più utili» lo elogia Po «la testa vuota. Che bisogno c’ela di trattenelsi su quell’isola spelduta e maledetta?» chiede infine, polemicamente.
«Come facevo a saperlo? Tutte le guide lo descrivevano come un posto paradisiaco… e poi avevo bisogno dell’addestratore di pappagalli!»
«Giuseppi Tlonfionalo… che blutta fine, povelaccio»
«E’ stato orribile… quando sono apparsi Riccardo del Turco, Nico Fidenco e Michele¹, ho pensato per un attimo di essere capitato sull’Isola dei Famosi…»
«Elano spaventosi, in bianco e nelo, affamati…»
«Tutta colpa del pianista! Gliel’avevo detto di smetterla, è stata la sua musica a risvegliarli!»
«Il blasiliano è stato cattulato subito… ha celcato di difendelsi insultando in tutte le lingue e appellandosi alla salvagualdia della biodivelsità ma gli zombie non hanno sentito lagioni»
«Poi è arrivata quella donna indemoniata…»
«Mikako, la ex fidanzata del pianista… povelino lui ha anche celcato di falsi mangiale dagli zombie pul di non cadele nelle sue mani, ma non ce l’ha fatta»
«Già, ha anche cercato di salire in barca, ma non so perché Uppallo I’ha ributtato giù…»
«Lo so io pelché…» dice Po, ripensando al sorrisetto che Uppallo I e Anastasija si sono scambiati prima di calare il remo in testa allo sventurato Oreste Cardamomolis.
«Comunque tutto è bene quel che finisce bene, ola siamo qua e vedlemo di… Splead?»
I due guardano Spread alzarsi in volo, all’inseguimento di una traccia che solo lui sente.
«Oh no, pure Sprea no…» dice Svengard, inebetito. «Po, fai qualcosa, abbattilo! »
Ma Spread si è ormai allontanato, e in preda ad una frenesia incontrollabile lancia il suo grido di battaglia:
«Craa!! Partita doppia! Porca troia, arrivo!»
Svengard e Po, sconcertati, lo vedono entrare nell’edificio da una finestrella dell’ultimo piano.
«Che ha detto?» chiede Svengard.
«Polca tloia?» ipotizza Po.
«No, prima… va bene, fa niente» e, presa una decisione, Svengard rompe i sigilli e con una spallata abbatte la porta di ingresso.

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¹ Cantanti famosi negli anni 60 costretti a vagare per l’eternità ogni volta che qualche loro vecchia canzone viene riesumata da qualche programma di revival.

Una birra per Olena (XXV)

Gilda, vestita con un abito Elena Calò della collezione Assunta Incaminada, in ecopelle ricavata dalla lavorazione delle vinacce¹ arricchito da una sobria cintura in fibre di cocco intrecciate con linguette di alluminio riciclate, attraversa il corridoio del Grand Hotel Ludwig II che collega la propria suite a quella dove sono alloggiate Olena e Nonna Pina.
Arrivata davanti alla porta della camera si accinge a bussare con la manina stretta a pugno quando un pensiero la trattiene.
«James, sinceramente, che ne pensi di questo completino? Ho paura che tutto questo vegan friendly e leather-free² trasmetta messaggi sbagliati » domanda la Calva Tettuta, sistemandosi intanto la bandana Mantero in seta stampata con motivi autunnali di foglie cadenti, marroni e chicchi di melagrana.
Il maggiordomo, reprimendo un sottile filo d’invidia per la benda da pirata tempestata di Swarovski con cui Gilda copre il suo occhio sinistro, risponde rassicurante:
«Au contraire, madame, ritengo il suo abbigliamento perfettamente appropriato per esprimere decisione ed un pizzico di spietatezza. Se mi è consentito, consiglierei di completarlo con un frustino in tinta»
«James, sei un portento. Lasciati dire che poche volte ho sentito pronunciare Madame con un accento così perfetto. Nemmeno Renato Zero nel ’76 era arrivato a tanto, hai preso ripetizioni? Non mi dire che hai rivisto Serge³, il tuo amico battitore d’aste…» insinua Gilda, ammirata.
«Effettivamente, signora» ammette James «Serge si trovava in città per una importante vendita ed abbiamo avuto un veloce rendez-vous in ricordo dei bei tempi. Purtroppo è dovuto ripartire velocemente, oggi stesso doveva volare in Italia per battere le opere d’arte di un collezionista caduto in disgrazia, un bancarottiere»
«Ma chi, Calisto? Poverino, era un buon amico della buonanima di Evaristo. Una storia tragica, pensa che ha iniziato vendendo latte, è diventato stramiliardario ed è finito in galera e in mutande»
«Sic transit gloria mundi» chiosa James, compìto.
«Ancora francese, James? Non sarà meglio riservarlo per le occasioni importanti?» chiede Gilda dubitativa, prima di riprendere:
«Ma torniamo a noi, caro. Decisione e spietatezza…» ma la vedova Rana rimane subito interdetta, perché al primo toc dei due o tre di solito necessari la porta si apre lentamente con un lieve cigolio e persino l’imperturbabilità di James viene messa a dura prova alla vista dello stato pietoso in cui si trova la stanza.
«James?»
«Signora?»
«Non sembrano anche a te i residui di un rave party di cinghiali? Per essere un cinque stelle superiore le pulizie in camera lasciano a desiderare, me ne lamenterò con il direttore. Ma… e nonna Pina?»

«Allora? L’avete liberato?»
La voce che esce dall’apparecchio è dura, autoritaria. L’uomo che risponde si alza dalla scrivania ed esce dall’ufficio, scusandosi con il collega con cui stava discutendo.
«Hans, ti ho già chiesto di non chiamare al lavoro, e soprattutto a questo numero!» protesta soffocando la voce.
«E tu non fare nomi, idiota! Rispondi alla mia domanda: l’avete liberato, si o no?»
«Si, ma…»
«Ottimo. Dove l’avete portato?»
«Senti, qui è pericoloso… non possiamo parlarne dopo?»
«Dov’è?» insiste l’uomo al telefono.
«Al magazzino» cede infine, con un sospiro.
«I sigilli quando li tolgono? Hai fatto quel lavoretto?»
«Ancora no, ma…»
«Stai dicendo un po’ troppi “ma” per i miei gusti, lo sai? O mi togli di mezzo quel giudice o ci penso io, ci siamo capiti?» scandisce l’uomo con freddezza, prima di riattaccare.
L’uomo rimane un attimo a guardare il telefonino, poi si raddrizza sulle spalle e si specchia sulla porta a vetri dell’ufficio, asciugandosi il sudore.
«Dove cazzo sarà finita la vecchia?» si chiede, prima di rientrare.

«Cuosa successo qvi?»
Olena, rientrata alla base, scansiona con lo sguardo la stanza. Gilda, ancora scossa, è allungata sulla chaise longue con James che le sta offrendo conforto con una coppa di champagne “Héritage – Prince Henri d’Orléans” e un panino con porchetta di Ariccia importata di contrabbando; tutto intorno segni di lotta, con lampade e tavolini rovesciati, sedie rotte, quadri staccati dalle parete e specchi infranti. In un angolo riconosce la pistola Baikal Viking MP-446 di nonna Pina, la raccoglie, annusa la canna per controllare se ha sparato e controlla il caricatore, vuoto. Entra nel bagno, e constata che il suo ospite non c’è più; qua e là tracce di sangue, non tante però da far pensare ad un conflitto a fuoco. Nella camera da letto trova il suo drone, distrutto; in una parete è conficcato uno dei suoi dardi, che infilza un bigliettino pubblicitario. Olena lo stacca delicatamente e lo guarda, mentre la mascella si irrigidisce.
«Brava, Babushka…» mormora tra di sé. Poi prende il telefonino e fa una chiamata.
«Ursula, sei pronta? Bene… non muoverti di lì, sto per arrivare. Sei armata? Lascia stare, ci penso io»
Gilda poggia la coppa di champagne, si rialza e si rivolge alla russa:
«Natascia, dimmi solo una cosa, senza complimenti. Servono i reparti corazzati?»
Per tutta risposta Olena si volta lentamente verso James, lo squadra beffarda e gli chiede:
«Tu sa pilotare druone, si?»

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¹ Non è una fantasia dell’autore. Distogliendo le vinacce dal loro uso naturale, che è quello di fermentare, venir distillate e infine diventare grappa, qualche stilista innovativo e astemio ha pensato di farle diventare ecopelle.
² Sigle che oggigiorno aprono ogni porta. Il mondo può andare a rotoli, basta farlo vegan fiendly.
³ cfr. Ferragosto con Olena

Bollettino della Vittoria

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12; Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Per carità, in tempi di nazionalismi crescenti si rischia di dar fuoco alle polveri, ma pare quasi che ci vergognamo di averla  vinta, quella guerra… non so se quelli che l’hanno combattuta sarebbero molto orgogliosi di noi e di come è diventato questo paese. E pensare che l’Italia era unita da poco più di cinquant’anni,  Diaz era napoletano e magari senza Garibaldi sarebbe diventato un generale borbonico, vallo a sapere…

Qui un mio vecchio post con un ricordo del Quattro Novembre

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Una birra per Olena (XXIV)

Sulle note di sottofondo dell’allegra Trink, Brüderlein trink¹  eseguita dall’orchestrina Otto un seine kurze Hose, Horst continua il suo racconto:
«Con un incoraggiamento simile capirai, Fritz, come mi fosse difficile rifiutare. Olena mi mise in mano una copia dei verbali delle indagini, senza dirmi naturalmente da chi e come li avesse avuti; mi misi a studiarli ma non ci trovai nessuna stranezza, anzi mi convinsi che i sospetti su una fuga volontaria fossero fondati: il diplomatico, secondo alcuni collaboratori, negli ultimi tempi mostrava un certo nervosismo e si muoveva con circospezione, come se volesse nascondere qualcosa; il sopralluogo nel suo appartamento non aveva mostrato segni di colluttazione, tutto era in ordine e mancavano solo una valigia e qualche effetto personale, oltre al passaporto, esattamente come se Sobolev dovesse partire per un breve viaggio. Feci allora alla signora le domande di rito: se avesse notato qualcosa di insolito nei recenti comportamenti del marito, come fossero i  rapporti tra di loro, che cosa le facesse pensare che fosse stato fatto sparire, se suo marito avesse ricevuto minacce, intimidazioni…»

Horst si ferma un attimo per sorseggiare un’altra boccata di birra, imitato dal suo sottoposto, e riprende:
«La signora mi disse che i loro rapporti erano buoni e non aveva notato stranezze nel comportamento del marito; di lavoro però non parlavano mai, quindi non sapeva se ci fossero problemi su quel versante; però riferì di un elemento molto interessante.»
«Ah si? E cosa?»
«Sobolev era un eroe di guerra; durante la difesa di Stalingrado era stato ferito alla gamba destra, che era rimasta leggermente più corta dell’altra e per questo nella scarpa doveva portare un plantare che gli permetteva di non zoppicare. Questo plantare Sobolev lo riponeva ogni sera nella scarpiera, e lì la signora lo trovò»
«Mi pare un po’ poco come prova… può essere che nella fretta l’abbia dimenticato, o che ne abbia avuto un altro…» osserva Fritz.
«Così pensai anch’io e la mia intenzione, quando congedai le due promettendo di occuparmi del caso, era quella di far passare un po’ di tempo attendendo la comparsa di nuovi elementi…»
«Quello che fa sempre, insomma…» bofonchia Fritz, da sempre ammiratore dei metodi del commissario.
«Esattamente, Fritz. Le prove hanno bisogno di sedimentare, di maturare, come il vino, bisogna lasciare che la pula si depositi sul fondo, che il torbido si schiarisca. Ad ogni modo ebbi una botta di cu… ehm, un colpo di fortuna che accelerò molto la soluzione del caso»
«Davvero, commissario? Di che tipo?»

«Mi era rimasto in mano quel plantare, ed un po’ infastidito lo tirai sul tavolo della cucina. La foga fu forse eccessiva, tant’è che il supporto cadde a terra e, con mia grande sorpresa, si aprì. Dentro c’era una chiave! A questo punto la faccenda cambiava prospettiva, e l’ipotesi che Sobolev l’avesse lasciato lì apposta non era peregrina… si trattava solo di capire che diamine aprisse quella chiave. Che fare? Stando alle regole, avrei dovuto riferire tutto ai miei superiori, ed è quello che avrei senz’altro fatto se non che…»
«Ha pensato che fosse meglio prima parlarne con la russa» ipotizza Fritz con un filo di malizia.
«Fritz, sorvolerò sulle tue meschine insinuazioni. Mi sembra di averti già detto che Olena lavorava all’ambasciata, ed io proprio all’ambasciata ero stato messo di sorveglianza: dunque era più facile incrociarci casualmente. Le dissi che avevo delle informazioni; fece un sorrisetto e mi disse che si sarebbe liberata in serata, di aspettarla a casa. E così feci…»
«E?»

«Si presentò indossando una cuffia che nascondeva i capelli biondi ed un lungo impermeabile che nascondeva tutto il resto… nell’attesa avevo preparato qualcosina da sgranocchiare, e le chiesi se avesse voglia di mangiare. “Dopo”, mi disse, liberando i capelli e lasciando scivolare a terra l’impermeabile»
«Dopo che, commissario?» chiede Fritz, ancora incredulo.
«Già, dopo che…» risponde Horst «devo capirlo ancora adesso, caro Fritz. Venni travolto da un ciclone, più o meno; per fortuna ero in buona forma fisica, altrimenti avrei anche potuto lasciarci le penne. Alla fine mi disse “non male, per essere un panzerotto” il quale panzerotto capii solo più tardi fosse riferito ai nostri carrarmati, e non alle pizze fritte ripiene di cui gli immigrati del sud Italia vanno ghiotti.»

«E poi com’è finita, commissario, avete risolto il caso, vi siete rivisti?»

«Te la farò breve, caro Fritz, anche perché la birra è finita e l’autore comincia a spazientirsi. Come saprai Dresda nel ’45 venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti inglesi e americani; furono distrutti monumenti, palazzi e chiese di valore storico e artistico inestimabile… la Gemäldegalerie Alte Meister, ad esempio, la stupenda pinacoteca che si trovava nel palazzo dello Zwinger, venne gravemente danneggiata, ma per fortuna gran parte delle opere d’arte erano state messe in salvo. Queste opere d’arte alla fine della guerra furono trasferite in Russia e vennero poi restituite nel 1956, quando eravamo ormai diventati “amici”… Sobolev aveva scoperto che non tutte le opere restituite erano state consegnate al museo e c’era un traffico che coinvolgeva funzionari russi ed ex-nazisti; i primi approfittando dell’immunità diplomatica facevano espatriare le opere ed i secondi, rifugiati perlopiù in sudamerica, le piazzavano presso ricchi compratori. Sobolev stava per denunciare tutto, ma venne zittito prima: si era fidato di qualcuno di cui non avrebbe dovuto…»
«Chi era, commissario? E cosa avete fatto, li avete arrestati?»
«Non proprio, Fritz. Olena mi intimò di non dire niente a nessuno; dopo qualche giorno i funzionari coinvolti sparirono, e pensai che fossero stati rimossi e riportati in Russia. In realtà non si mossero mai da Dresda… a proposito, sapevi che a Dresda c’è uno degli zoo più antichi della Germania?»
«No, ma che c’entra adesso lo zoo?»
«C’entra, caro Fritz, c’entra, chiedilo ai leoni se c’entra… »
«Vuol dire che?…»
«Non lo vidi coi miei occhi, ma Olena mi raccontò tutto per filo e per segno. Non è una ragazza molto tenera con i traditori, quella. Continuammo a vederci per un po’, finché, nell’assalto all’ambasciata dell’anno seguente, aiutai lei ed il suo capo ad evacuare l’edificio…»
«Ricordo quell’episodio, capo, la folla era inferocita, non sapevo che anche lei fosse lì… Olena le sarà stata riconoscente, le ha salvato la vita!»

«Non hai capito, Fritz» risponde Horst, scuotendo la testa. «Non è a lei che ho salvato la vita. A quelli che volevano entrare, l’ho salvata»

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¹ Bevi, i fratelli bevono
² Otto e le sue braghe corte

Tutta colpa di don Matteo!

Bisogna essere onesti, amici, e riconoscere che se gli umbri alle elezioni regionali di domenica scorsa hanno votato in massa per Salvini, la colpa è di don Matteo.

Dal lontano 7 gennaio 2000, data in cui andò in onda la prima puntata della prima serie (attualmente si sta girando la dodicesima!), i bravi e simpatici Terence Hill e Nino Frassica hanno dovuto risolvere un’infinità di casi di omicidi, violenze, furti ed imbrogli, dando la netta sensazione che Gubbio e Spoleto, le due cittadine dove la serie è ambientata, siano la riedizione moderna di Sodoma e Gomorra e che la criminalità vi regni sovrana: come si fa allora a non dar ragione ai miti umbri se qualcuno fa la voce grossa e dice: e mo’ basta?
Se alle elezioni regionali del 2000 l’allora Lega Nord racimolò l’inezia di 1.227 voti (lo 0,25%!), perlopiù di buontemponi, ed oggi ne prende 154.413 (il 36,95%) di qualcuno la colpa dovrà pur essere.

Ieri il telegiornale ha passato la notizia che New York mette al bando il foie gras, a causa delle condizioni in cui vengono allevate le oche (per fargli venire il fegato grasso bisogna ingozzarle come oche, appunto). Non male in un paese dove, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, nel 2018 il consumatore medio statunitense avrebbe mangiato 222,2 chili di carne rossa e pollame a testa. L’ipocrisia regna sovrana dall’altra parte dell’Oceano, ma almeno le oche ringraziano.

Ed allora diciamocelo: tutto il miele sparso a piene mani, le pecorelle del signore redente alla fine di ogni puntata, i buoni sentimenti, non saranno stati controproducenti? Le marce per la pace, le bandiere arcobaleno, i richiami al santo di Assisi, non sono semplicemente uno sciacquare i panni in Arno (o in questo caso nel Tevere, o nel Nera) se sono fini a se stessi e se non seguono un’idea ed una prassi politica di giustizia sociale?

A proposito di giustizia sociale, in tempi di estrema e crescente disuguaglianza c’è ancora chi ciancia di flat tax, e purtroppo c’è ancora chi ci crede. La redistribuzione si fa togliendo i soldi a chi ne ha troppi, con una tassazione progressiva, e non riducendo le tasse ai ricchi (che hanno tutto l’interesse, infatti, a diffondere la favoletta). Fa specie che la Lega, che si dice popolare, sostenga questa storiella, ma è lo svelamento di chi veramente c’è dietro, altro che lotta ai poteri forti….

Fanno tenerezza i cinquestelle, che riescono a perder voti in favore di Salvini sia quando sono alleati che quando sono avversari: destino naturale per una forza che ha fatto le sue fortune sull’alterità (noi onesti contro tutti) e quando deve “sporcarsi le mani” è sempre soggetta ad attacchi di tradimento degli ideali di purezza; e non basta dirsi ne di destra ne di sinistra, quando alla fine i propri elettori votano a destra, eccome.

Il signor Stoltenberg, segretario norvegese della Nato e cioè di un organismo che a mio modesto parere dopo la caduta del muro non avrebbe più avuto motivo di esistere, ha affermato che “Kiev è già membro Nato de facto”. Questo potrebbe voler dire, in un prossimo futuro, supportare l’Ucraina in qualche guerra contro la Russia: non mi pare che questa mossa all’Europa possa giovare molto, considerando che stiamo ancora raccogliendo i cocci dell’allargamento ad est dell’Unione Europea. Non sarebbe ora di chiedere ai cittadini europei cosa ne pensano di questa faccenda?….

Comunque l’anno prossimo ci sarà un’altra bella tornata di elezioni regionali, tra cui quelle dell’Emilia-Romagna assurta ormai a Fortezza Stalingrado, ma lì la colpa si sa già a chi darla: a Peppone e don Camillo…

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Una birra per Olena (XXIII)

Mentre l’orchestrina di ottoni in costumi tradizionali attacca Ein prosit der Gemütlichkeit¹ Fritz solleva il boccale che la premurosa e prosperosa cameriera Baldegunde chinandosi gli ha poggiato sul tavolo, mettendo oltretutto in mostra un ragguardevole davanzale.
Fritz si distrae nella visione della tenera bavarese che sparecchia, la osserva radunare i boccali vuoti e caricarli su di un largo vassoio; e non gli sfugge l’occhiata maliziosetta che la ragazza, sentendosi osservata, gli scocca prima di andarsene. Infine, scacciando dalla mente fugaci pensieri di lieti accoppiamenti con Baldegunde che reggono vassoi, torna alla domanda rimasta in sospeso.
«Commissario, ma cosa ci faceva a Dresda? Era dall’altra parte! Non capisco come…»
«Fritz, mi faresti il piacere di non continuare ad interrompere?» lo interrompe a sua volta Horst.
«Apri bene le orecchie e fai conto di avere a che fare con Paganini, il violinista, non il ballerino italiano, perché non ripeterò due volte quanto sto per dire»
Fritz, annuendo, si predispone all’ascolto buttando giù un generoso sorso di birra.

«Dicevo» continua Horst «che nell’89 ero di servizio a Dresda. Si, Fritz, Dresda, Germania Est. Sono nato e cresciuto a Lipsia, in Sassonia; ho svolto il servizio militare nella Nationale Volksarmee, la NVA, come sottotenente ed infine mi sono arruolato in polizia, nella Volkspolizei: cinque mesi di corso, sei mesi di pratica e poi ho preso finalmente servizio, nel 1980, prima a Magdeburgo e poi a Berlino.
Infine, nel 1988, venni destinato alla sorveglianza dell’ambasciata sovietica a Dresda. L’aria stava cambiando, e fu lì che…»
«Che conobbe la russa?» interviene Fritz, dopo essere riuscito a chiudere la bocca rimasta aperta per lo stupore.
«Fritz, non spoilerare² i finali o tolgo la sicura alla mia Glock»
«Chiedo scusa, commissario capo»
«E fu lì che conobbi Olena, si. Lei era stata appena nominata attendente dell’ufficiale al comando; ma i suoi compiti andavano ben oltre quelli di assistenza…»
«In che senso, scusi?»
«Fritz, l’hai sentito con le tue orecchie: Olena era una spia. Non che fosse un segreto per noi, lo sapevano anche i sassi che gli uomini dell’ambasciata erano del Kgb, così come quelli delle nostre ambasciate erano della Stasi e, per inciso, nelle “vostre” c’erano quelli del Bundesnachrichtendienst³.»
«Ma scusi, cosa c’era da spiare nella DDR? Eravate amici con l’URSS, mi pare…»
«Come sei ingenuo, Fritz, mi commuovi quasi, c’è sempre da spiare. Secondo te perché la NSA americana ha spiato per anni i suoi alleati (e non è detto non lo faccia ancora oggi), tra cui la nostra Cancelliera? Per esercitare il potere a volte non è necessario usare la forza: basta avere le informazioni giuste… ma lasciamo stare questo discorso, per adesso.»

Horst beve un sorso della sua Original Münchner Hell, e riprende il racconto:
«Hai mai sentito parlare del caso Sobolev, Fritz?» e al cenno di diniego del sottoposto, continua:
«Serghei Sobolev era un diplomatico russo, aveva una settantina d’anni e viveva con la moglie Olga in un appartamento non distante dal teatro dell’Opera. Un bel giorno, mentre la moglie era in Crimea per una cura termale, Sobolev sparì. Capirai, caro Fritz, che un diplomatico che diserta non fa mai piacere, e in quel periodo di Glasnost e Perestrojka ancora di più, voleva dire non credere nel nuovo corso. Se nemmeno un diplomatico aveva fiducia che le cose potessero cambiare…»
«Ma lei che c’entrava, capo? Di solito se ne occupano i servizi di queste cose…»
«E in effetti fu così, Fritz. All’inizio tutti pensarono che si trattasse della solita fuga in occidente, e le indagini si orientarono in quella direzione. Dopo qualche tempo le ricerche vennero interrotte, in attesa di vederlo ricomparire da qualche parte del mondo magari presentando qualche libro, ma il tempo passava e di Sobolev non si avevano notizie. Finché un giorno, camminando sulla Stübelallee per andare a casa, vicino all’Orto Botanico, venni affiancato da due donne, apparentemente madre e figlia. La più giovane mi prese sotto braccio e mi disse di continuare a camminare facendo finta di niente: aveva argomenti parecchio convincenti, come la pistola che mi teneva premuta sulle costole. Ad essere onesti, più che preoccupato ero incuriosito: che diamine volevano da me quelle due? E poi, ti sembrerà assurdo caro Fritz, ma camminare al braccio di quella ragazza mi dava delle strane sensazioni… sentivo il suo corpo appoggiarsi al mio, il suo profumo, e tutto quello che riuscivo a pensare era che mi sarebbe tanto piaciuto spogliarla… quello fu il mio primo incontro con Olena»

Horst prende un’altra boccata di birra e sorride vedendo l’espressione stupefatta del suo aiutante.
«Una volta arrivati a casa Olena, senza minimamente scusarsi, si presentò e mi chiese o meglio mi ordinò di ascoltare quello che l’altra donna aveva da dire. Si trattava nientemeno che di Olga Soboleva, la moglie dello scomparso, una bella signora di 65 anni, elegante, molto distinta. Mi disse di essere preoccupata per suo marito; era sicura che non se ne fosse andato di sua volontà ma che doveva essergli successo qualcosa. Le chiesi perché raccontava queste cose a me, le indagini non erano di mia competenza, ma la donna disse di aver già raccontato quelle cose agli inquirenti che però, convinti della fuga, non gli avevano dato peso. “Si, ma perché proprio io!” Mi ricordo che protestai. Olena allora si avvicinò, mi si mise di fronte e mi guardò fisso, per dei secondi interminabili. Dalla lampada un raggio di luce dovette riflettersi nei suoi occhi, perché per un attimo rimasi abbagliato ed a malapena la sentii sussurrare nel mio orecchio “Horst, lo so che mi vuoi. Non fare i capricci, panzerotto.” Poi mi baciò.»

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¹ Un brindisi per la felicità
² Spoilerare, neologismo accettato dall’Accademia della Crusca, è usato per chi rivela i finali di film o romanzi a chi non li ha visti o letti. Chi lo fa non è un buontempone come crede lui ma una persona malvagia.
³ Il Bundesnachrichtendienst (o BND) è l’agenzia di intelligence esterna della Repubblica Federale Tedesca

E sessanta sono andati…

Secondo l’Istat dovrei avere diritto, salvo imprevisti, a campare ancora una venticinquina di anni, dopodiché tutto quello che verrà in più sarà grasso che cola; se dovessi arrivarci in buona salute probabilmente non sarei contentissimo di dar ragione alle statistiche e cercherei di tirar dritto ma per ora il discorso, almeno quello, è prematuro.

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Il piccolo Coro mi ha dedicato una canzone sulle note di “Azzurro”. Sono soddisfazioni.

La festa è stata organizzata dalla santa donna di mia moglie, ed eravamo una settantina: amici e parenti vicini, perché quelli lontani mi sembrava brutto scomodarli per un semplice compleanno. Magari con loro festeggerò i settanta.

Il buffet era decisamente sovradimensionato: questo mi ha permesso di salvare metà dei ciauscoli portati dal paesello, e tutti i formaggi della Valtellina: grandi pizzoccherate in arrivo! E’ avanzata così tanta roba che ho dovuto regalarla agli scout: i quali mi hanno ringraziato sgonfiando i palloncini e respirando l’elio per fare le vocine.

Dopo i brindisi (che hanno duramente intaccato la mia cantina) i cin cin e gli eia eia i branca branca leon leon leon, la serata è continuata con il karaoke! Ho visto il terrore dipingersi sul volto di parecchi dei convenuti alla vista del proiettore: temevano di doversi sorbire la visione delle diapositive di me che fa il bagnetto, di me che perde il primo dentino, via via fino all’ecografia della recente visita urologica. Tutto questo è stato loro risparmiato, così quando hanno visto il microfono invece di abbandonare la serata con una scusa qualsiasi si sono accomodati tirando un sospiro di sollievo.

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Sto autografando una copia di “Ferragosto con Olena” che ho messo in vendita per coprire le spese del banchetto per beneficenza. La sedia non so perché me l’avevano tolta. Dietro al microfono una fan entusiasta.

E vai di Nomadi, Battisti, Pooh, Baglioni ed altra roba vecchia! Perfino 44 gatti in fila per 3 col resto di 2 abbiamo riesumato. I più giovani hanno chiesto qualcosa di meno stagionato ma io ho fatto come quando si giocava a pallone da bambini e chi portava il pallone comandava: la festa è mia e la musica la decido io! Democraticamente, amichevolmente.

Tra l’altro, ho eseguito una pregevole versione di Unchained Melody facendo piangere mia moglie, non so se di commozione o di preoccupazione pensando all’inferno che sarà la sua vecchiaia; e con il consolidato duo dei “Vianella” abbiamo proposto un “Semo gente de borgata”  molto verosimile, grazie agli accenti umbro-marchigiani che ben ricordano il romanesco.

Letizia e allegria! Essendomi dimenticato di allegare all’invito “non fiori ma opere di bene”, ho ricevuto un sacco di regali:

  • vino, tanto;
  • libri, tanti;
  • cravatte, tante;
  • 3 menu degustazione in noti ristoranti ed enoteche del circondario;
  • una penna con scheda usb ma finora non sono riuscito a capire dove si trova la scheda usb;
  • un kit per la cura della persona (anti-invecchiamento, mi sembra un po’ chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati, ma proviamo pure);
  • un porta camicie da viaggio.

Se a breve troverete qualche articolo simile in vendita su e-bay sappiate che è solo una coincidenza.
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La fronte spaziosa indica intelligenza e saggezza. E spiega anche perché a Lisbona ho messo il foulard in testa. Alle spalle un ideogramma cinese di cui ignoro il significato.

Per ogni evenienza erano presenti due medici, una infermiera, un volontario della Croce Rossa e due preti: non si sa mai. Uno dei due volendo dedicarmi un pensiero gentile ha citato tra lo sgomento generale una frase (secondo me apocrifa) di Jean Vanier, che a sua detta avrebbe magnificato i sessanta anni come età migliore e più feconda per l’uomo. Mah.

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Nella foto in evidenza san Giomag predica agli affamati

Foulard da uomo?

Dal blog lassassinoilmaggiordomo della deliziosa ma letale Mrs. White sono stato informato che potrebbe diffondersi la pericolosa moda del foulard per uomo. Il fazzoletto, insomma, che con tanta grazia indossava Audrey Hepburn in Vacanze Romane, e con il quale le nostre nonne si coprivano il capo in chiesa.

A proposito di nonne le ricerche fatte mi hanno portato a scoprire che l’accessorio in questione si chiamerebbe non a caso babushka, cosa che me lo renderebbe simpatico se non fosse che si tratta di un chiaro segnale della fine del mondo così come lo conosciamo.

Personalmente ho potuto apprezzare l’utilità del fazzolettone in una abbastanza recente vacanza in cui il sole picchiava e mi trovavo a corto di cappelli (e capelli): allego prova fotografica con la quale mi riservo di richiedere a questi stilisti il diritto d’autore.

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Una birra per Olena (XXII)

E’ una Gilda furibonda quella che discende la scalinata del Palazzo di Giustizia o Justizpalast, l’imponente edificio neobarocco di fine Ottocento adiacente la Karlsplatz. Il particolare stato d’animo non la predispone ad apprezzare al meglio i ricchi dettagli che la circondano, come la cupola in vetro che sovrasta il salone d’ingresso, i mascheroni scolpiti sulle colonne o l’austera statua del Principe reggente Luitpold di Baviera.
«”Resti a disposizione”. Ma l’hai sentito? A me, che sono quella che ci rimette più di tutti da questa faccenda! Loro trovano il nandrolone, e io devo restare a disposizione. Ma che diamine è ‘sto nandrolone, James, a che serve? E chi ce l’ha messo nel mio stabilimento? Adesso però passiamo all’attacco: mobilita le truppe, riunisci il consiglio di guerra, dirama le convocazioni!»
«Ehm, signora, temo non sia possibile» risponde il butler imbarazzato, sistemando la piega della pochette.
«James caro, vedo che titubi. Non è da te, lasciatelo dire. In altri tempi avresti guidato l’assalto sventolando lo stendardo e suonando la tromba, o viceversa. Ti stai per caso ammutinando?»
«Assolutamente, signora» risponde James «è solo che i componenti del consiglio non sono al momento reperibili. Mi duole informarla che del signor Svengard si sono perse le tracce: i nostri informatori nel Principato di Monaco non hanno segnalato drakkar in avvicinamento»
All’udire il nome del proprio amato la Calva Tettuta si rabbuia e corruccia il nasino.
«James ricordami, al suo ritorno, di prendere appuntamento con il veterinario per fargli impiantare un chip sottopelle. E prenotare al Grand Hotel una stanza insonorizzata: lo farò urlare di dolore e non vorrei disturbare gli altri ospiti. Continua pure con l’appello, caro» lo esorta Gilda.
«Natascia è sparita. Ha lasciato l’ingegner Matthaeus alle cure della signora Pina, e non è rintracciabile»
«Che tu sappia, quando è uscita imbracciava armi pesanti?»
«Non mi risulta signora, indossava la solita pelliccia violetta. Però il make-up era insolitamente sobrio per il suo carattere: eye-liner nero e rossetto color pesca abbinato ad un blush pesca-marroncino» riporta il maggiordomo, con un pizzico di invidia.
«Ah, bene, tenuta da combattimento, questo mi rasserena. E come sta il caro Jürgen, è ancora in grado di deambulare?» si informa Gilda premurosa e, al cenno d’assenso del maggiordomo, continua: «Bene bene, cominciamo da lui allora. Andiamo a chiedergli cosa sa di nandroloni. Ma prima passiamo in albergo, ti dispiace caro? Ho bisogno di cambiarmi e di un buon ricostituente. C’è qualcosa di adatto allo scopo?»
«Senz’altro, signora. Avrei giusto qualche etto di caffè “¡Ya basta!” arrivato direttamente dal Chiapas, sembra fosse il preferito del subcomandante Marcos»
«James, tu e il subcomandante mi avete letto nel pensiero: e ammò basta!»

Seduti all’ombra dei castagni nel biergarten della birreria Paulaner am Nockherberg, il commissario capo Horst Tupperware ed il suo aiutante Fritz Gunnerbaum siedono assorti, tenendo ciascuno in mano il proprio boccale di birra. E’ infine Fritz, con vena insolitamente polemica, a rompere il ghiaccio:
«Commissario, che facciamo adesso? Cerchiamo questo Sparwasser e controlliamo di che colore indossa i calzini?»
Horst si riscuote lentamente, annuisce fissando la condensa che si aggruma sul suo bicchiere, e risponde:
«Ti sei mai chiesto, Fritz, da dove provenga il caratteristico sapore amarognolo di queste Pils?» e continua, senza attendere la risposta:
«Si tratta del luppolo dell’Hallertau¹, è unico al mondo. Tra l’altro, parlando di luppolo, è notevole che appartenga alla stessa famiglia botanica della cannabis, sebbene di un altro genere. E sapevi, mio buon Fritz, che per la produzione della birra vengono usati solo i fiori femminili non fecondati? Sono convinto che avrai sentito dire che i fiori maschi sono separati dai fiori femmina, e l’impollinazione avviene grazie al vento…»
«Argomento molto interessante, commissario» lo interrompe Fritz «ma è di qualche attinenza con la nostra indagine? Mi sembra, con tutto il rispetto, che lei stia tergiversando. Ed inoltre» continua l’aiutante leggermente spazientito «non mi ha ancora detto chi è quella donna e che ha a che fare con lei.»
«Non ti sfugge niente, vero Fritz?» constata Horst con un sorriso, e inizia il suo racconto.
«E va bene, lasciamo stare i luppoli. Ti conviene ordinare un’altra birra però, la storia è un po’ lunghetta. Comincia nell’89, quando mi trovavo di servizio a Dresda…»
«A Dresda? Ma come faceva ad essere di servizio a Dresda, commissario, lì c’erano i…»

«Si, Fritz, esattamente, c’erano i comunisti.»

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¹ La Hallertau è una regione della Baviera centro-meridionale dove si coltiva una quantità di luppolo pari al 32% della produzione mondiale.

 

 

nella mia grande e ineguagliabile saggezza…

Ma davvero l’ha detto (o meglio, scritto su twitter)? Non mi pare possibile, anche se ormai poche cose mi stupiscono.

No, ho il dubbio perché una volta gente così, che si credeva Napoleone e si aggirava con lo scolapasta in testa veniva portato con la camicia di forza al manicomio, non penso che qualcuno gli avrebbe affidato la valigetta nucleare con i codici di lancio.

Posso sbagliare, eh!

Per il poco che vale, solidarietà agli uomini e donne del Kurdistan Siriano; un popolo fiero che ha combattuto eroicamente e infine vittoriosamente contro i tagliagole dell’Isis e come ricompensa viene tradito vergognosamente da un tizio con lo scolapasta in testa che non si crede Napoleone, ma addirittura dio: degno rappresentante del popolo di pazzi che lo ha eletto.

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