Niente sushi per Olena – 12

Olena e nonna Pina stanno salendo in cima alla ciminiera in disuso del vecchio laboratorio Rana. Da lontano vederle arrampicare usando le vecchie scalette metalliche è uno spettacolo, la russa con la nonna attaccata alla schiena e questa a sua volta con un fucile di precisione a tracolla.
Arrivate alla piccola piattaforma, mentre la nonna scruta i dintorni con un binocolo, Olena monta con calma il cannocchiale ed assicura il fucile, un DSV Dragunov modificato, al suo treppiede.
La nonna prende posizione e punta verso la bocciofila, distante un paio di chilometri. Nel mirino inquadra perfettamente il pensionato Osvaldo Mazzoleni che si sta grattando la testa pensando all’effetto da dare alla boccia per spostare quella dell’ amico Beppe Calderoli e accostare la sua al pallino.
«Babushka, appoggiate bene calcio fucile, o fare voi male» suggerisce premurosa Olena «e attenzione, ultima volta quasi preso piede. Pensa sempre che da partenza ad arrivo pallottola passano più di due secondi»  ricorda  con pazienza all’anziana tiratrice.
«Ok, ok, sshh, adesso zitta Natascia che mi deconcentri» protesta la nonna. Mira al pallino; aspetta che Osvaldo prenda lo slancio, e quando è certa che il movimento del giocatore non si possa più fermare, trattiene il respiro e preme delicatamente il grilletto. La pallottola parte, seguita un attimo dopo dalla boccia.
«Uno, due…» conta mentalmente nonna Pina, e prima del tre si vede il pallino sparire in una nuvoletta, polverizzato.

Osvaldo osserva incredulo la boccia dirigersi nel punto dove fino a un attimo prima c’era il pallino. Con la bocca ancora aperta, si volta verso Beppe.
«Come cazzo hai fatto? Rimettilo immediatamente a posto!» al che l’amico, più meravigliato di lui e nondimeno offeso dall’accusa rivoltagli, risponde per le rime:
«Ma sei scemo? Come cacchio facevo a spostarlo, gli sparavo?» non immaginando di essere alquanto vicino alla realtà.

Olena, osservato il colpo con il binocolo, sorride e commenta a bassa voce:
«Oтлично»¹
Nonna Pina osserva i due pensionati litigare, poi si mette seduta, si batte una mano sulla coscia e scaracchia di sotto. Infine, ridendo, esclama:
«Ah, ah, che mi venisse un colpo! Guarda quei due rincoglioniti, tra poco se le suonano! Quasi quasi gli sparo, che dici eh, Natascia?»
«Babushka…» scuote la testa Olena, come si fa con i bambini un po’ discoli.
«E va bene, va bene…» concede a malincuore la ultracentenaria. Poi, mettendosi più comoda, e facendo cenno ad Olena di avvicinarsi, chiede:
«E dimmi Natascia, coi cinesi come è andata?»

Gilda, seduta in soggiorno nella sua poltrona preferita, sta sfogliando l’ultimo numero di Vogue, incuriosita da un completino di Girifalchi ispirato al signor Bonaventura², con la variante di un paio di pantofole di pelo. In piedi al suo fianco James, reduce dalla seduta mattutina di capoeira con Miguel.
«Sobrio questo giovane stilista, dicono sia l’erede di Armani. Mah, sarà, a me pare che debba ancora mangiarne di pagnotte. Tu che ne pensi, James?»
«Una rivisitazione particolare, se posso esprimere la mia opinione. I pantaloni a pinocchietto sono molto estivi»
«Suvvia, James, chi mai si metterebbe quel cappellino in testa? Opprime» constata l’esperta Gilda.
«In una giornata assolata e con i giusti accessori potrebbe avere il suo perché» dice James, maledicendo tra sé e sé il cugino Tano Lomuscio, in arte Girifalchi, per non aver ascoltato il suo consiglio riguardo la sostituzione dell’orrendo cappellino con una bandana in seta stampata.

In quel mentre, a rompere la tranquillità della conversazione si ode lo squillo dell’interfono. Gilda sobbalza, ripensando a quando era il suo defunto marito, il cavalier Rana, a far squillare imperiosamente l’apparecchio. James va al ricevitore:
«Pronto, casa Rana. Chi parla?» rendendosi immediatamente conto, dall’occhiata che Gilda gli rivolge, di essere ricaduto nel suo vecchio vizio. Dall’altro capo del filo si ode una voce concitata:
«Noo! Questo no, non posso! Mi lasci stare, vada via, via!»
«Lasciarti stare? Ah, ah, te lo faccio vedere io come ti lascio stare!»
«Aahh…»
James rimane un attimo pensieroso con la cornetta in mano, cercando di mettere a fuoco quanto ha sentito. Poi, scuotendosi, si rivolge alla Calva Tettuta:
«Mi dispiace disturbarla, signora, ma temo dovremo recarci al laboratorio. Toshiro non mi sembra in forma»
«Toshiro? Cos’ha, mal di pancia? Non sarà stata la sua ultima creazione, papaya e cozze?»

«Tenderei ad escluderlo, signora»

Che è successo al povero Toshiro? E’ la giusta punizione per aver abbinato papaya e cozze? Girifalchi sarà davvero l’erede di Armani?

Signor_Bonaventura

¹ Ottimo
² Famoso personaggio di un fumetto del Corriere dei Piccoli. L’autore, pur non essendo un bambinetto, non ha mai letto questo giornalino, comunque.

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Niente sushi per Olena – 11

«Compagni, facciamo il punto della situazione» dice Luisito a Memo, Ambrogio e Olindo, seduti insieme a lui ad un tavolo del ristorante Wang Chung, in via Paolo Sarpi a Milano.
«Questo è l’ultimo posto dove è stato visto Nagatomo prima di sparire. Che era venuto a fare? C’è una relazione con la sparizione?»
«Magari è venuto anche lui a mangiare gli involtini primavera» suggerisce Ambrogio, dubitativo.
«O magari aveva un appuntamento con qualcuno» insinua Memo per poi uscirsene con una domanda off-topic: «Ma secondo voi i cinesi ce li hanno i cani da compagnia?»
«Memo, non romperci i coglioni adesso con i tuoi cani» dice Luisito attenendosi all’ordine del giorno.
«Per me è stata la mafia cinese» afferma convinto Olindo.
«Ma perché mai la mafia cinese dovrebbe interessarsi a Nagatomo, me lo spieghi? Tra l’altro quello è giapponese, mica cinese!» argomenta Ambrogio con competenza.
«Cinesi, giapponesi, sempre gialli sono» ribatte Olindo
«Pinna, non dire vaccate, che mi sembri un leghista» lo redarguisce Luisito. «Cerchiamo di agire con discrezione e capire che gli è successo. Ah, ecco che arriva la cameriera»

La cameriera, sorridente con gli incisivi prominenti e lievemente claudicante, arriva al tavolo sorreggendo un vassoio con i piatti ordinati dal quartetto.
«Signorina, la salsa wasabi l’ha portata?» chiede Memo, da uomo di mondo.
«E’ in quella ciotolina, signoli» risponde con grazia la cameriera.
«Ah, è quella verde? E senta, compagna, lei ha visto per caso questa persona qua?» continua Memo, tirando fuori dalla tasca della giacca la foto del terzino giapponese in divisa da trasferta. La cameriera rimane un attimo interdetta, dà un’occhiata alla foto e poi, scuotendo la testa, risponde:
«Mi dispiace, non mi intendele di calcio» e poi con un inchino torna in cucina.
I quattro si guardano. Luisito rompere il ghiaccio:
«E questo me lo chiami agire con discrezione?» chiede a Memo «Ci mancava solo che ti mettessi a ballare sul tavolo!»
Memo sta per rispondere per le rime, quando dall’altra parte della sala nota un trambusto che lo distrae.

«Ammorree! Mmhh, io aduoro pesce crudo tagliato a striscioline fini fini. Mangia raviolone piccante, poi io graffia tutto te come piace tanto, micione mio» e così dicendo Olena mostra le unghie ad un James non del tutto a suo agio.
«Natascia, per la miseria, quando finisce questa recita?» chiede il maggiordomo, al quale il pesce crudo non va troppo a genio.
«Sshh, tu zitto e sorridi» intima Olena avvicinandosi pericolosamente al lobo dell’orecchio  destro del maggiordomo «ora inizia divertimento»
Fingendo di abbracciare James, Olena tiene d’occhio l’ingresso, dal quale sono entrati quattro cinesi vestiti di nero. La solita cameriera si fa loro incontro premurosa. Questi le chiedono qualcosa   bruscamente, al che la cameriera irrigidendosi fa un cenno verso l’interno della sala e si ritira in cucina. I quattro si avviano decisi verso il tavolo di Olena e James.

Olindo detto il Pinna ha seguito la scena. Si batte una mano sulla fronte, poi appallottola il tovagliolo e lo butta sul tavolo.
«Aspettate qua, torno subito» dice alzandosi con decisione, diretto alla toilette.
«Pinna, ma dove vai? Ti si freddano gli involtini!» lo richiama Ambrogio, ma Olindo ha già varcato la porta dei servizi.
«Sono i diuretici che prende» rivela Memo, «quando scappa scappa»

«Temo che abbiate sbagliato locale, signori» dice il più atletico dei quattro ad Olena e James, ostentando un impeccabile accento italiano. Olena, giocherellando con i bastoncini, si guarda intorno meravigliata, e poi dice a James:
«Ammorre! Ma questo non essere Ritz! Dove tu hai portato me! Cattivo, cattivo bambino» picchiando James con i bastoncini.
«Esatto, questo non è il Ritz e adesso voi vi togliete dai piedi» e afferra Olena per un polso, con l’intenzione di farla alzare. La russa rimane inchiodata al suo posto e protesta verso James:
«Ma amuoruccio! Vedi cosa fanno questi brutti a tua Natascia… tu difende me, prego!» al che James, punto sul vivo, si alza in piedi con fierezza vestito del suo changshan e intima al cinese, scandendo bene le sillabe:

«To-gli-le su-bi-to le ma-ni di dos-so»

Un attimo di silenzio, poi i quattro cinesi scoppiano a ridere, e quello più arretrato parte con un destro di taglio diretto verso l’orecchio del maggiordomo.
La vecchia saggezza cinese non frequenta evidentemente il Wang Chun, perché nei dieci secondi successivi succede che:

  • James para l’attacco del cinese, gli blocca il braccio e con una torsione di judo lo fa volare sopra al tavolo;
  • Olena conficca le bacchette nel naso del cinese che la tiene per il polso, facendolo somigliare ad un indigeno della polinesia;
  • James para anche l’attacco del terzo cinese, ma stavolta con un occhio;
  • Olena afferra il quarto cinese per la cintura dei pantaloni ed il collo del maglioncino girocollo e lo usa come clava per abbattere il terzo;
  • Olena controlla l’occhio di James e gli fa segno che non è niente;
  • Olena infila a testa in giù il quarto cinese nel portaombrelli finto Ming dell’ingresso, lasciandolo fuori dalle ginocchia .

«Andiamo amuoruccio, questo non è locale di classe» dice Olena rimettendosi la pelliccia.
«Lo segnalerò a Tripadvisor» promette James premendosi un fazzoletto sull’occhio, prima di chiudersi la porta alle spalle.

I nostri tre hanno osservato la scena paralizzati. Si scambiano un rapido sguardo e prendono la decisione.
«Ragazzi, è meglio smammare prima che ci sgamino» suggerisce Memo.
«D’accordo, vado a chiamare Olindo che così ce ne andiamo» si offre Ambrogio.
«Signorina! Signorina, ci porta il conto? Signorina? Ma dov’è finita la cameriera?» chiede Luisito, che tiene la cassa comune, a Memo. «Vai un po’ a vedere, che se no facciamo notte»
Memo si alza e va fino in cucina. Dopo qualche secondo torna indietro confuso:
«Di là non c’è più nessuno!» ed in quel mentre Ambrogio rientra dal bagno, dove ha approfittato per liberare la vescica, e dichiara:
«Il Pinna è sparito!»

Dove sono finiti Olindo e la cameriera? Come mai James pratica il judo? I cani di compagnia dei cinesi si sentono tranquilli? Vi infilereste un bastoncino nel naso? Eppure c’è qualcuno che lo fa, ed anche gratis!

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M’ama, non m’ama (I)

Le prime elezioni politiche nelle quali ho votato sono state quelle del 1979. Quelle precedenti, del 1976, erano state quelle in cui avevano debuttato al  voto i diciottenni (fino al 1975 la maggiore età si raggiungeva ai 21 anni), ed avevano visto un considerevole successo del Partito Comunista Italiano, che era giunto a pochi punti percentuali dalla Democrazia Cristiana. L’affluenza generale era stata del 93,4%.
Nel 1979 l’affluenza fu un po’ più bassa (90,95%), la Democrazia Cristiana mantenne più o meno i propri voti ed il PCI arretrò, perdendo qualche voto a sinistra ma soprattutto a favore dei radicali di Marco Pannella, di socialisti, socialdemocratici e cosiddetti “laici” (repubblicani e liberali).
L’esperienza di unità nazionale (il “compromesso storico”, sostanzialmente finito con l’assassinio del presidente della DC Aldo Moro) venne accantonata, e dopo qualche governo centrista (Cossiga I e II, Forlani) e qualche sciagura e scandalo (terremoto in Irpinia, scoperta della loggia P2) nel 1981 prese vita il pentapartito, che portò il paese fino a Mani Pulite.

Allora non c’era bisogno di par condicio perché la televisione era solo pubblica e le varie forze politiche esponevano i propri programmi nelle tribune elettorali, confrontandosi civilmente con gli altri.

Dopo questo bignamino, giusto per far capire che i tempi non erano proprio di rose e fiori ma a mio avviso meglio di quelli di adesso, voglio ricordare i nomi dei segretari dei maggiori partiti che si contendevano i voti: Benigno Zaccagnini (DC), Enrico Berlinguer (PCI), Bettino Craxi (PSI), Giorgio Almirante (MSI-DN), Pietro Longo (PSDI, subentrato a Mario Tanassi, arrestato per lo scandalo Lockeed; a sua volta Longo venne arrestato qualche anno dopo per tangenti), Oddo Biasini (PRI, subentrato allo storico segretario Ugo la Malfa, morto da poco), Valerio Zanone(PLI).

Vediamo quali sono invece i principali partiti/movimenti che si sfideranno il prossimo 4 marzo:

  • Partito Democratico, segretario Matteo Renzi
  • Movimento 5 Stelle, candidato premier Luigi di Maio (non esiste un segretario nei 5S ma solo un capo, Beppe Grillo);
  • Forza Italia, presidente Silvio Berlusconi
  • Lega Nord, segretario Matteo Salvini
  • Liberi e Uniti, candidato premier Pietro Grasso

A questo punto  potrei anche mettermi a piangere e stracciare la scheda elettorale, ma voglio invece fare uno sforzo di fiducia e volontà, ed illustrare qualcuno dei punti qualificanti dei vari schieramenti.

  • PD: Comprereste un’auto usata dagli altri? E dai, siate seri, quelli fanno cagare. Votate noi! Non si interrompe un’emozione, continuiamo il cammino delle riforme. Come, quali riforme? Le riforme, no?
  • M5S: Comprereste un’auto usata da Renzi e Berlusconi? Allora siete rincoglioniti! Chi ha ridotto l’Italia così come siamo messi? Pensateci bene, non fatevi infinocchiare anche stavolta!
  • FI: Per una nuova rivoluzione liberale! Che vuol dire che sono tutti liberali? Siamo noi i più liberali di tutti! Ed in più 1000 euro di pensione minima, meno tasse per tutti i ricchi e meno controlli sulle costruzioni abusive! Italiani, in fondo in fondo lo so che mi volete bene e mi ammirate, se sono qui a rompermi le scatole invece di godermi la vecchiaia è solo per voi! Io vi amo! Basta coi populisti!
  • Lega Nord: Questa Europa ci ha rotto le scatole! A casa tutti i clandestini! Basta Fornero! Basta Berlusconi! Ah, no, Berlusconi va bene, ma solo se vinciamo noi!
  • LEU: Renzi ha rotto le scatole! Questo paese ha bisogno di più sinistra, infatti vogliamo più liberalizzazioni! Ma soprattutto Renzi ha rotto le scatole!

Non starò ad annoiarvi rivelando le mie personali preferenze, del resto sono abbastanza confuso perché ho appena fatto il test de “La Repubblica” e mi sono ritrovato posizionato dove non mi aspettavo, segno che evidentemente ho sempre sbagliato a votare.

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Niente sushi per Olena – 10

«Ya viene el negro zumbon
Bailando alegre el baion
Repica la zambomba
Y llama a la mujer
Tengo gana de bailar el nuevo compass
Dicen todos cuando me ven pasar
“¿ Chica, donde vas?”
“Me voy a bailar, el baion!”»

Gilda, avvolta da una morbida vestaglia di seta amaranto e con in testa un turbante in tinta, sta sorbendo il caffè che il premuroso maggiordomo James le ha appena servito. Dalla portafinestra del balcone che si affaccia sul giardino entra una melodia allegra, e la nostra Calva Tettuta si ferma un attimo ad ascoltarla col mignolino alzato. Si avvicinano entrambi al balcone ed osservano inteneriti un gioioso Miguel  ballare un bajon imitando le movenze di Silvana Mangano nel film “Anna”, intonando però la canzone nella più recente versione dei Pink Martini.

«Si muove bene il nostro Miguel, non è vero James?»
«Decentemente, signora. Il bacino è mobile, ma la tecnica non è perfetta» minimizza James, battendo il piede a tempo.
«Per essere un dilettante non mi sembra malaccio. Piuttosto, pensi che “zumbon” sia politicamente corretto, James? Non vorrei avere noie dai vicini»
«Nulla osta per lo zumbon, signora. Anche la Crusca lo ammette.»
«Pochi sanno rasserenare come te, James caro»
«Dovere, signora» risponde James con un piccolo inchino.

«James, caro?» continua Gilda, cambiando discorso.
«Signora?» chiede James inarcando lievemente un sopracciglio.
«Senti anche tu questo rumore? Sembra un ticchettio, qualcosa che batte a intervalli regolari.»
«L’ho notato, signora. Credo sia Natascia che si esercita al tiro con la carabina. L’ho vista salire sulla ciminiera del vecchio laboratorio portando in spalla la signora Pina»
«Con nonna Pina? Che bizzarria. Ma che ci fanno lassù in cima, James?»
«Natascia sta insegnando alla signora a sparare ai pensionati, signora»
«Ai pensionati, James? Un bel passatempo. Ma non sarà illegale?»
«Affatto, signora. Mi sono espresso male, le due hanno preso di mira una bocciofila situata ad un paio di chilometri da qua e si divertono a spostare i boccini ai pensionati che si apprestano ad andare a punti. Un divertimento innocuo, signora»
«Bè, beata giovinezza! Quand’è così lasciamo pure che si divertano» concede Gilda, di larghe vedute.

Poi la Calva Tettuta posa la tazzina e osserva il suo maggiordomo. Colpita da un particolare che in precedenza non aveva notato, inclina leggermente la testa, con l’indice appoggiato pensosamente all’angolo della bocca. Infine, con un cenno di approvazione, dice:
«Quel violetto che hai messo intorno all’occhio destro è delizioso, James, risalta parecchio»
James risponde con modestia: «Troppo buona, signora. L’abbinamento è del tutto involontario, sono stato infatti vittima di un piccolo incidente»
«O povero caro, sei caduto, ti sei fatto male?»
«Niente di preoccupante, signora, una piccola disattenzione, cose che capitano»
«Non prenderlo come un rimprovero caro, ma ultimamente sei un po’ distratto. Spero non si tratti di affari di cuore, sa il cielo quanto si possa soffrire per quelli! » declama teatralmente Gilda, pensando allo scomparso Cavaliere ed al lontano Svengard.
«Niente di grave, le assicuro, signora» dice James mentre solleva il vassoio d’argento con la tazzina vuota e si appresta a lasciare il soggiorno «Con permesso» ed esce.

«Incidente un par de palle» dice tra sé James ripensando a quanto accaduto la sera prima.

Una graziosa cameriera, leggermente claudicante, si avvicina al tavolo di Luisito e compagni.
«Avele scelto, signoli? Potele plendele oldinazione?» chiede gentilmente, mettendo in mostra i denti superiori sporgenti.
Luisito dà uno sguardo alla tavolata, e visti gli sguardi sfuggenti dei commensali prende in mano la situazione:
«Allora… io vado sul classico, ravioli al vapore e pollo alle mandorle» decide compiaciuto, tra i cenni di approvazione dei compagni.
«A me riso alla cantonese e gamberetti in salsa matrigna» chiede Memo, e poi sottovoce al vicino: «Io qua la carne non la mangio. Lo sai che in Cina mangiano i cani, no?»
«Come sei provinciale! A Vicenza allora mangiano i gatti, che vogliamo fare, siamo internazionalisti o no? E comunque in Cina non mangiano solo i cani, si mangiano tutto, pure gli insetti e le larve» afferma con competenza Ambrogio.
«Tanto fra poco li mangeremo anche noi gli insetti» interviene Olindo detto il Pinna. «Non avete sentito che l’Unione Europea ha dato il via libera all’utilizzo per alimentazione umana?»
«Opponiamoci, compagni! Contro il sovvertimento delle abitudini alimentari e lo sfruttamento intensivo degli insetti, indiciamo una grande assemblea di lavoratori e studenti e promuoviamo una petizione popolare!» rilancia Ambrogio, buttandola subito in politica. «Per me tempura di pesce e verdure, compagna» conclude comunque il sindacalista.

Gli sguardi di tutti sono puntati ora su Olindo, che scorre freneticamente il menu con il sudore che gli cola dalla fronte.
«Entro domani, Pinna» lo incita amichevolmente Ambrogio.
«Uffa, ma che ne so, mi pare tutto uguale… ma che cavolo vi guardate?» poi prendendo finalmente  una decisione si raddrizza sulla sedia e spara: «Signorina, per me involtini primavera. Senza salsa di soia però!»
La ragazza recupera i menu e si dirige zoppicando verso la cucina. Luisito, Memo e Ambrogio fissano Olindo, che si torce nervosamente le mani. Alla fine sbotta:
«E va bene, vaffanculo! Gli involtini primavera mi piacciono, andate a cagare!»

Come si è procurato il livido James? Mangereste involtini di cavallette? Osservando Silvana Mangano capite perché oggi si fanno meno figli di allora? 

 

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Macerata, Alabama?

Quando, più di 35 anni fa, iniziai a lavorare a Parma, mi iscrissi alla locale associazione artigiani e, quando fu il momento dei dati di nascita, arrivato alla provincia MC, la simpatica impiegata mi chiese: «Massa Carrara?».
Questo per dire quanto fosse conosciuta la cittadina capoluogo di provincia, che dista una decina di chilometri dal mio paese natale.
Desta meraviglia che sia assurta agli onori della cronaca, e per vicende purtroppo non allegre: nel 2016 il terremoto, che ha causato distruzioni e danni a molti paesi (il territorio della provincia si estende dal mare all’appennino, alcuni paesi montani sono stati distrutti o danneggiati pesantemente, ed anche la fascia collinare non è stata risparmiata; tra l’altro anche il mio vecchio istituto tecnico è stato abbattuto perché non più agibile); ed ora questi episodi di violenza efferata che ne danno un’immagine niente affatto rassicurante.
Riassumo l’accaduto: una ragazza giovanissima scappa dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Corridonia (ricordate Pakistonia?) e si imbatte (o lo cerca, o questo la fiuta, ancora non si sa) in uno spacciatore nigeriano. Poteva anche essere italiano, ma era nigeriano. La ragazza va in casa di quest’uomo, muore o viene uccisa, dopodiché viene tagliata a pezzi, messa in due valigie e buttata in un fosso ai piedi del mio paese, Pollenza.
Pochi giorni dopo, con il presunto assassino in carcere, un esaltato con la testa piena di idee balorde si erge a vendicatore dell’italianità, sale in macchina e se ne parte dal suo paese, Tolentino, per andare a Macerata e sparare ai primi neri che trova in giro.

Fine, di parole ne sono già state spese tante che non voglio aggiungerne di ulteriori.

A me pensare a Macerata come il Bronx fa abbastanza ridere; per me è rimasta la cittadina dove noi paesani andavamo sempre con un po’ di timore reverenziale; dove tanti miei amici sono andati a studiare (Licei, Istituti Tecnici e Commerciali, Magistrali, Agraria e Scuola d’Arte, e l’Università che frequentai per ben tre giorni); la cittadina dove presi le lezioni di chitarra, e dello Sferisterio dove si tiene una bellissima stagione operistica estiva; delle squadre di calcio con cui ci confrontavamo nei campionati giovanili e che spesso ce le suonavano; del primo locale dove andammo a suonare con la nostra orchestrina; del magazzino di ferramenta dove mi mandava mio padre a comprare la vernice a credito, con la Vespa 125 eredità di mio zio emigrato a Torino (senza patente, ovviamente); il Corso, dove c’era un negozio di musica dove passavo sempre a comprare gli spartiti; dei Giardini, dove si aspettava l’autobus quando si era in anticipo, seduti sulle panchine guardando il trenino dello Sceriffo che girava; del negozio dove comprammo i nostri strumenti musicali… era la tristezza di un bambino alla finestra, pensando all’ospedale dove i miei erano stati ricoverati dopo l’incidente d’auto, era la preoccupazione prima di andare dal dentista… e della pizzeria delle Scalette con la mozzarella filante¹…

E’ un mondo che è cambiato così in fretta da sembrare quasi un altro mondo; pure il panorama è cambiato, là dove le colline sono state rivestite da distese di pannelli solari anziché di erba medica. Comunità di recupero, immigrazione, fanatici suprematisti, problemi sconosciuti o che riguardavano altre realtà lontane, le città,  il nord…
Forse fra qualche anno, quando tutto sarà un enorme melting pot, questi discorsi faranno ridere. Ai nipotini racconterò della mozzarella filante, e loro mi faranno girare intorno droni caricati con mini-bombette atomiche, non so. «E’ la globalizzazione, bellezza, guarda i lati positivi!» mi dicono.

Dovrò comprare gli occhiali adatti, perché io per quanto mi sforzi non vedo niente.

 

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¹ Può sembrare strano che ricordi così una pizza, ma il fatto è che nel nostro paese non c’erano pizzerie, c’era solo il forno che sfornava la pizza ma senza mozzarella, solo col pomodoro, oppure bianca con il rosmarino o la cipolla… sento ancora l’odore…

Niente sushi per Olena – 9

Due giorni prima.

Nonna Pina siede sul suo letto, con la schiena appoggiata alla spalliera in ferro battuto, protetta da due grandi cuscini con le federe ricamate in pizzo di Cantù.
Olena è in piedi vicino alla finestra, i suoi grandi occhi blu scrutano il giardino, nel quale si aggira il nuovo badante Miguel in tenuta da gondoliere veneziano. Si gira lentamente verso la vecchia, che ha in mano la lettera trovata in tasca al defunto Emilio Pallavicini.
La nonna sospira, raschia per bene la gola ed inizia a leggere:

“Cara Eusebia,
anche se leggendo il tuo vero nome, Eusebia, vorresti stracciare la lettera te ne prego, resisti all’impulso. Sei sempre stata troppo impulsiva, Eusebia. Per farti contenta ti chiamerò Wanda, come ai bei tempi!  Quando tu, soubrette sorridente e scintillante, discendevi la scalinata in fondo alla quale eravamo in attesa noi boys, con le braccia tese verso di te. Ricordi, Wanda? Eri bellissima e giovane, ed io più giovane ancora, ma bruttino e senza una lira. Come avrebbe potuto funzionare la nostra storia? Dovevamo rubare qualche attimo di amore tra una scena e l’altra, tra una trasferta e l’altra, sempre clandestini, sempre nell’ombra. Tu avevi mille corteggiatori, ma anch’io avevo mille corteggiatori e questo mi creava imbarazzo! Che tormento dover rimanere nell’ambiguità per non destare sospetti. Ricordi quando ci rincorrevamo felici sulle rive del Mincio e tu mi chiamavi trottolino amoroso dudù dadadà?” (l’ultima sillaba è macchiata da una lacrima)

«Truottolino amuoroso?» chiede la siberiana inarcando il sopracciglio destro, il più espressivo.
«Lascia perdere Natascia, dubito che tu possa capire. Stento io stessa a farlo» concede la vegliarda, e poi continua:

“Ma non è di questo che voglio parlarti, Wanda cara. E’ evidente che se stai leggendo questa lettera io sono morto e non di morte naturale.
Dio solo sa quanto avrei voluto rivederti in tutti questi anni. Perché non siamo scappati insieme, quando ormai la nostra missione era finita? Quante notti ho pianto ripensando a quell’anno in Argentina… la tournée, le serate alle ambasciate, le informazioni che riuscivamo a carpire ai diplomatici… poi successe quello che successe, tu fosti richiamata in patria, ed io dovetti rimanere. Giurammo di ritrovarci, ricordi? Ma la guerra travolse tutto, e alla fine seppi che avevi sposato un pastaio. Io nel frattempo ero rifugiato in Uruguay, salvando la pellaccia e la cosa più preziosa che possedevo, il frutto del nostro amore: tuo figlio, nostro figlio!”

«Che cosa? Nostro figlio?» esclama nonna Pina drizzandosi sul letto. «Figlio di puttana, mi aveva detto che era morto!» dice rivolta ad Olena, che la guarda stavolta con tutte e due le sopracciglia inarcate.

“Immagino il tuo stupore, Wanda. Quel bambino che partoristi in quella buia stanza d’albergo di Buenos Aires, e che ti avevo fatto credere morto, lo avrei dovuto portare al convento delle suore dell’Assuncion. L’avessi fatto! Invece lo portai dalla mia vecchia balia, Maricarmen Del Boca, che lo allevò come fosse suo figlio e forse proprio per questo lo fece diventare quello che è poi diventato: un perfetto coglione.”

«Tutto suo padre!» è la acida constatazione della cariatide.

“Purtroppo, Wanda mia, quel figlio che non hai mai visto e di cui non ti ho mai fatto avere notizie era tanto bello quanto scemo. Figurati che da grande si rifiutava di far vaccinare il figlio perché sosteneva che i vaccini erano stati creati da società segrete per controllare le menti delle persone. Così il figlio, oltre ad essere anche lui un perfetto coglione, era anche brutto perché si beccò il vaiolo che non se lo portò via per un miracolo ma lo lasciò tutto butterato in faccia.
Ora seguimi Wanda, è complicato ma se ti applichi ce la puoi fare”

«Ma va’ a cagare Emilio! Anche da morto fai il saputello? Sputa il rospo, testa di pigna! » intima alla lettera nonna Pina.

“Quel nostro nipote butterato si chiamava Dieguito, per distinguersi da Diego che era il padre (avrei voluto chiamarli Emilio ed Emilito ma Maricarmen non me lo permise); ad un certo punto si mise a commerciare pentolame con l’Oriente, e tra una fumata di oppio e l’altra trovò moglie, una florida giapponese, Haruka Nagatomo, famosissima per interpretare pantomime kabuki fingendo di essere un uomo che interpreta una donna. Era lei che portava i pantaloni in quella famiglia. Anche se mi è difficile immaginare come, Haruka e Dieguito ebbero un figlio, Yuto; questo figlio non avendo ne arte ne parte ad un certo punto venne ingaggiato come mascotte da una famosa squadra di calcio italiana.”

«Nagatomo?» la russa drizza le antenne. «”Quel” Nagatomo?»

“Wanda, c’è in ballo qualcosa di molto grosso, come ai tempi di Enigma… devi scoprire che è successo al nostro bisnipote, e sventare questa minaccia terribile… Wanda… devi andare al Wang Chung… lì potrai avere risposte… addio Wanda,
cordiali saluti,
tuo Emilio”

«Cordiali saluti? Ma sei proprio deficiente Emilio! Ti pare il caso di chiudere una lettera del genere con cordiali saluti? Sempre così tu, preliminari per ore e poi una volta al dunque una punturina e via!»

Poi nonna Pina, rileggendo le ultime righe, si rivolge a Olena con decisione:
«Wang Chung… Natascia, vai tu a dare un’occhiata?»
«Nessun problema, babushka, nessun problema»

Ma qual’è questa minaccia terribile a cui allude il prolisso e defunto Emilio? E che c’entra il pur valido terzino nipponico? Olena è al Wang Chung apposta per scoprirlo, mi pare. Un pò di pazienza!

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Niente sushi per Olena – 8

E’ sera a Milano. Olena la siberiana, altera e glaciale, elegante nella sua pelliccia viola con cappuccio foderato di ermellino e stivali di pelle alti fino al ginocchio, sta attraversando a passo regolare via Braccio da Montone, traversa di via Paolo Sarpi, per recarsi nel ristorante cinese Wang Chung, dove ha prenotato un tavolo per due. Un osservatore attento potrebbe notare un insolito rigonfiamento nella sacca in tinta che la russa porta in spalla, ma è raro che incontrandola qualcuno faccia caso alla sacca.
All’improvviso, da un portone laterale, sbucano due cinesi di grosse proporzioni. Minacciosi, le si piazzano uno davanti per bloccarle il passaggio e l’altro dietro per impedirle la fuga. E’ quello di fronte, all’apparenza il più integrato dei due ed in regola col permesso di soggiorno, a parlare:
«Dove andale tutta sola bella signola? Zona pelicolosa questa. Ching e Chang aiutale voi»
Olena stringe appena le palpebre e risponde educatamente, come suo costume:
«Sto andando nel bosco dalla nuonnina, finuocchietto, vuoi tu fare cuompagnia sì? Togli tua brutta faccia da mia strada entro dieci secondi. Nove, otto, sette…»
Il cinese, facendo  mostra di non badare all’avvertimento amichevole, continua:
«E cosa tenele dentlo bolsetta, Cappuccetto viola?» – chiede ridendo, con l’altro che gli fa eco – «Da blava, fale vedele ai tuoi amichetti Ching e Chang»
Olena interrompe il conto alla rovescia ed un sorriso increspa l’angolo sinistro della sua bocca.
«Speravo tanto tu chiedessi questo me» e così dicendo si toglie di spalla la sacca e ne estrae la mitraglietta micro Uzi dono di un ammiratore israeliano passato a miglior vita.
I due cinesi, con velocità considerevole data la mole, se la danno a gambe tentando di uscire dal vicolo, spingendosi a vicenda. Olena imposta l’arma sul colpo singolo e prende con calma la mira.
«Tre, due, uno…»

Ad un tavolo del ristorante Wang Chung, dall’ambiente che vorrebbe richiamare il Palazzo Imperiale della Città Proibita di Pechino ma ricorda piuttosto un centro massaggi di Busto Arsizio, siedono quattro autorevoli esponenti dell’area antagonista milanese: Luisito Lenìn del PIR-Partito degli Interisti per la Rivoluzione, Ambrogio Cantaluppi del Sindacato dei mimi di strada e falsi bambini in carrozzella, Alcide Remigi detto Memo del Mo.Di.Ca., Movimento per la dignità del cane e Olindo Gervasoni, il Pinna, dell’Unione No-Sushi. E’ proprio quest’ultimo a prendere la parola:
«Compagni, non sarà stata un’imprudenza venire in questo posto? Che tra l’altro, una volta, qua c’era la trattoria di Armando, con la moglie Rosina che cucinava una büseca eccezionale»
«E dell’Oss Büs con la polenta, vi ricordate? E dietro l’angolo c’era ul prestinée, Tino… con quell’odore di michetta fresca…» rimembra un sognante Ambrogio.
«Eh, Tino è da un pezzo che è andato… adesso cari miei il panettiere si chiama bakery, fa un pane che fa cacare ma in compenso costa dieci volte tanto. Và a da’ via el cü…» sospira Memo.
E’ Luisito che si incarica di riportare i commensali alla realtà dei fatti.
«Compagni, basta rivangare il passato. Avanti, bisogna guardare! Ammiriamo piuttosto le conquiste dei compagni della Repubblica Popolare Cinese, da cui dovremmo prendere tutti esempio» e così dicendo fa una panoramica sul locale, soffermandosi sulla porta della cucina da cui provengono rumori ed odori inquietanti. I compagni compiono con lo sguardo lo stesso tragitto.
«Una bella merda» commenta in modo equilibrato Olindo «comunque sia chiaro, io gli involtini primavera non li ordino nemmeno morto»

All’altro lato della sala, ad un tavolo separato dal resto tramite un paravento decorato con rappresentazioni di tigri e dragoni, un uomo distinto sui trentacinque anni, capelli e barba neri, attende l’arrivo di una donna. Inganna il tempo recitando scioglilingua silenziosi e facendo ruotare tra le dita le bacchette di bambù fornite come posate.
Nel bel mezzo del “sopra la panca la capra campa” viene distolto dall’occupazione da un trambusto proveniente dall’ingresso, e poco dopo un codazzo di camerieri accompagna al tavolo la sua ospite.
«Ammorre!!! Ecco dove tu essere» saluta la donna, e poi rivolta ai camerieri «Grazie cari, potete andare adesso»
I camerieri inebriati dalla carica sensuale della dea e intimoriti dalla prestanza fisica rinculano inchinandosi.
«Come rinculano male» non può fare a meno di notare James, che di quell’arte è maestro. «Era ora che arrivassi, avevo finito gli scioglilingua»
«Ho avuto piccolo problema, ma ora sistemato» dice Olena, sedendosi. Poi, facendo in modo di essere udita dagli altri avventori:
«Carooo! Grazie avere me aspettato, tu vero tesuoruccio!» James rimane imperturbabile, sebbene un po’ perplesso.
«Natascia, è proprio necessaria questa pagliacciata? E’ imbarazzante»
Olena da un’occhiata intorno e ribatte sottovoce:
«E quello era pruoprio necessario? Tu sembra inserviente di circo» riferita al variopinto abito Changshan¹ indossato dal maggiordomo.
«Ho pensato che fosse il più adatto al luogo» risponde James «e comunque almeno io non sembro una battona di viale Porpora» rivendica piccato.

Che ci fanno tutte queste belle persone al Wang Chung? Perché le panetterie adesso si devono chiamare bakery? Tra James e Olena è sbocciato l’ammorre? Lo scopriremo presto, Trenord permettendo.

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¹ tradizionale abito manciù

Ancora, senza senso

Stamattina c’è stato un incidente ferroviario con morti e feriti qua vicino, alle porte di Milano. Accanto al silenzio rispettoso per le vittime ed al cordoglio per le famiglie, vorrei che si levasse alta la generale riprovazione per i responsabili, perché responsabili ce ne sono, eccome. E’ di un anno e mezzo fa la tragedia in Puglia, dove si scontrarono due treni; allora i responsabili lombardi si fecero belli dicendo che qua non sarebbe potuto succedere, perché i sistemi di sicurezza, gli investimenti, bla bla. E poi? Miliardi per strade, e strade, e strade, inutili, inutilizzate e qualcuna anche dannosa. E i treni dei pendolari? La manutenzione delle linee? E dei treni? Certo che ci sono responsabili! So già che si palleggeranno la responsabilità tra Trenord e Rfi, no la colpa è tua no la colpa è tua. Intanto delle persone che avevano l’unica colpa di essersi svegliati all’alba per andare al lavoro o a scuola, e si sono fidati di chi avrebbe dovuto trasportarli a destinazione, sono morti o giacciono all’ospedale feriti. Signori politici, sappiate che delle vostre beghe, leggi elettorali, liste bloccate, flat tax ci siamo rotti i coglioni! Lo volete capire si o no? Quando vi deciderete a pensare alla gente che lavora, a chi si fa il culo per tirare avanti questo paese? Traditori della patria e del popolo! Ruffiani e opportunisti, malfattori!

Qui sotto riporto l’articolo che avevo postato un anno e mezzo fa. Che cosa è cambiato? Le stesse domande che mi ponevo sono rimaste lì. E stasera ci sono famiglie in più che piangono.

Si, viaggiare

 

Cocchi di mamma!

Apprendo con tenerezza dell’iniziativa dell’istituto Majorana di Brindisi, dove verrà sperimentato un nuovo orario scolastico che partirà dalle 10 del mattino anziché alle 8.
Uno dei motivi sembra essere che, poiché i ragazzi vanno a letto sempre più tardi, al mattino arrivano a scuola assonnati e quindi non possono applicarsi con la dovuta attenzione alle lezioni.
Bene, dico io! Secoli di “il mattino ha l’oro in bocca” potranno finalmente andare a farsi benedire. Anche il film “Shining” dovrà essere cambiato, e Jack Nicholson non potrà più scrivere la medesima frase all’infinito.
Queste sono le notizie che rallegrano la giornata, specialmente quella dei pendolari che tutte le mattine si alzano alle sei per andare a lavorare: averceli avuti ai miei tempi dirigenti scolastici tanto illuminati!
Anche alcuni ricercatori di Oxford la pensano allo stesso modo, tanto per cambiare.

Mi chiedo una cosa. Ma i genitori di quei ragazzi, sono d’accordo? Voglio dire, perché i vostri figli non li mandate a letto prima, se la mattina hanno sonno? E i ragazzi, cosa ne pensano? Se entrano a scuola alle 10, quando escono? Non hanno nient’altro da fare nella vita, sport, musica? Quando studiano, la mattina prima di andare a scuola (che sarebbe il controsenso massimo)?
O questo orario è fatto per la comodità di docenti e dirigenti scolastici?

Ragazzi, vi dico una cosa, amichevolmente. C’è gente che si alza tutte le mattine alle sei, e  anche prima, per andare a lavorare. In paesi meno fortunati del nostro i vostri coetanei, pur di poter andare a scuola, si fanno chilometri e chilometri a piedi. Ribellatevi a questa pagliacciata, rivendicate il diritto a non essere trattati come bamboccioni, oppure non lamentatevi quando il ministro di turno vi apostroferà così! Pretendete di essere come tutti, di penare e di alzarvi anche controvoglia, e perfino di sbadigliare se alla prima ora ancora non carburate.
Se non funzionano i trasporti pubblici e vi costringono ad alzarvi alle cinque, lottate per farli funzionare e chiedete ai vostri genitori che siano al vostro fianco!

Oppure, ragazzi, pensateci. Ma in fondo, che ci andate a fare a scuola? Lasciate stare, perché affannarsi. Una zappa, una bella zappa, non è molto meglio?

(178 – continua)

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Niente sushi per Olena – 7

Gilda Quacquarini, vedova Rana, è elegantemente seduta nella confortevole poltrona Frau realizzata appositamente per le sue misure da abili artigiani tolentinati, e sbocconcella assorta una oliva ascolana. Ha appena salvato il suo direttore della R&S, Toshiro Laganà, dal suicidio a causa del flop della nuova linea di ripieni, ma non è serena.
«James?» chiama la Calva Tettuta. Il maggiordomo appare come per magia, preceduto da un’onda di profumo. Gilda arriccia il nasino e scuote il turbante su e giù in segno di apprezzamento.
«Volevo dirtelo da tempo, James, il tuo after shave è delizioso»
James sorride con modestia, come prescrive il manuale del buon maggiordomo nei casi in cui il maggiordomo medesimo sottragga i profumi alla sua padrona e se ne cosparga senza parsimonia, e con un piccolo inchino risponde:
«E’ un estratto di saliscardo mescolato con essenze di lavanda e bergamotto, signora»
«E’ buonissimo, James. Potresti procurarmene una boccetta, magari con qualche aringa al posto del saliscardo? Non è tipo da saliscardi il mio Sven»
«Naturalmente, signora. Contatterò il mio fornitore di Aix-en-Provence»
«Splendido, James, splendido.» Poi, tornata assorta, si alza e va alla finestra. Guarda fuori e con tono preoccupato chiede:
«James, che ne pensi della faccenda?»

James si avvicina rispettosamente. Nel giardino Miguel, il nuovo badante di nonna Pina, sta potando un cespuglio di rose indossando i pantaloncini con cui Heather Parisi ballava “Cica-Cicà, io son qua”. Un sospiro sfugge all’integerrimo maggiordomo, mentre inizia il suo racconto:
«E’ un caso umano, signora. Deve sapere che l’uomo in Messico aveva una avviata carriera di attore di telenovelas e doppiatore di film porno. La sua specialità erano i gridolini in falsetto, le majors se lo contendevano. Purtroppo ad un certo punto fu vittima di molestie, e dovette abbandonare le scene»
Gilda, incuriosita e commossa, chiede lumi:
«Ma che peccato, James. Un ragazzo con un così bel gusto nel vestire non merita questo, non trovi?»
«Purtroppo il mondo dello spettacolo è una giungla, signora. Nel periodo del fattaccio egli stava recitando in “Lacrime e laterizio” nel ruolo del carpentiere Manolo innamorato di Conchita, la donna barbuta, e contemporaneamente doppiava “La bella Violante ha la passione del pulsante” del genere hot-catastrof-politico. Fu lì che venne preso di mira da una baby-gang di chierichetti che controllavano il racket dei doppiaggi porno. Al rifiuto di presentarsi in canonica travestito da prevosto, questi scambiarono gli interruttori del doppiaggio e Miguel andò in onda nel telegiornale delle 20:30 con i suoi gridolini sovrapponendosi, anziché alla pornostar Pamela Lanzarote, alla conduttrice Juanita Garzon, amante del presidente della TV messicana. Lo scandalo fece cadere molte teste; Miguel perse il lavoro e fu costretto ad emigrare; sbarcò il lunario facendo diversi lavoretti e prestandosi persino a suonare le maracas nelle orchestrine mariachi di Porto San Giorgio»
«Che tristezza, James. In ogni caso ha un bel paio di pantaloncini. Ma comunque, caro, non era questa la faccenda per cui volevo sentire il tuo parere»

Sorpreso, James, solleva il sopracciglio prediletto, il destro.
«Chiedo venia, signora. Si riferiva alla fabbrica, suppongo» ipotizza il maggiordomo.
«Pochi maggiordomi sono perspicaci come te, James caro» dichiara Gilda con involontaria ironia
«Faccio quel che posso, signora»
«James, non ci capisco più niente. Un momento sembra che nessuno voglia più comprare i nostri prodotti, e un attimo dopo… guarda qua» e così dicendo Gilda porge a James una busta.
James prende la busta con sussiego e ne estrae compunto un foglio scritto a mano. Inforca gli occhialini modello Elton John che tiene ripiegati nel taschino della giacca e ne scorre il contenuto. Infine ripiega il foglio, ripone gli occhialini nel taschino e restituendo il foglio dice:
«Un’offerta interessante, se posso esprimere il mio parere. La signora è intenzionata a prenderla in considerazione?»
«Non lo so James, non lo so. Non ci vedo chiaro e quando non ci vedo chiaro le cose non mi sembrano limpide, non so se mi sono spiegata»
«Perfettamente, signora»
«Sai che ci vorrebbe James? Un buon caffè. Qualche suggerimento?»
«Vuol assaggiare del caffè verde, signora? Dicono faccia dimagrire, non che lei ne abbia bisogno, naturalmente»
«Ma si James, proviamo a cambiare colore. Dai e dai anche il nero stufa»

Di che offerta parla James? E Gilda la prenderà in considerazione? Il caffè verde fa veramente dimagrire? Ma intanto Olena che fa? Lo scopriremo finalmente nella prossima puntata? 

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