E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

I suggerimenti più acuti ricevuti nonché qualche ricerca storica portano a pensare che il ragazzo sia uno scout, magari del Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori ed Esploratrici? Se tra di voi c’è qualche storico dello scoutismo è il momento di palesarsi.

La data ipotetica in cui la foto è stata realizzata, 1910-1920, sarebbe compatibile con la nascita dello scoutismo in Italia; così come le perplessità sulla presenza di fucile e baionetta sono fugate dal fatto che nei gruppi originari veniva effettivamente impartita una istruzione premilitare. Poi i cattolici si fecero i loro gruppi e forse quelli i fucili non li usavano, ma non ne sono sicuro.

Sarà proprio così? Quel ragazzo dalla carnagione un pò scura e dallo sguardo serio, forse un pò triste, è davvero quell’Ernesto di cui rimangono poche tracce? Cosa pensava, come si sentiva, senza padre e senza madre, e persino senza patria essendo apolide (eppure per la patria morì, seppure dalla parte sbagliata)? Viene voglia di abbracciarlo, di dirgli: “Ernesto lascia stare quel fucile, vieni via dai che andiamo a giocare a pallone”.

IMG-20170818-WA0020

Credo che a nonno farebbe piacere sapere che, nonostante siano passati più di settant’anni dalla sua sparizione, i nipoti e bisnipoti in qualche modo lo ricordano ancora. Mia madre ha raccontato che, quando nacque mio fratello il terzogenito, nel ’67, per lui aveva scelto un altro nome ma la notte prima del battesimo gli comparve in sogno mio nonno, di spalle, come per andare, che le disse: “Di me non si ricorda più nessuno”. Così mio fratello si chiama Ernesto, e anche lui avrà una bella storia da raccontare ai nipoti.

 

E’ lui o non è lui?

Questo è un esperimento, per vedere se almeno i social ogni tanto servono a qualcosa. La foto che allego dovrebbe essere stata scattata tra l’inizio del secolo ed il 1920 (dal 1910, più probabilmente). Mostra un ragazzo, diciamo avrà al massimo 14 anni? con una divisa che sembra da esploratore, da scout, ranger?

Alcuni mi hanno detto che potrebbe essere una divisa da esploratore in qualche colonia, qualcuno una divisa statunitense. Ha anche un fucile, sembrerebbe un qualche campo militare (di addestramento?) ma sono solo mie supposizioni.

So solo che dovrebbe essere mio nonno, ed a quell’età avrebbe già dovuto essere in Italia (dall’Argentina), ma le fonti storiche scarseggiano e l’alternativa sarebbe chiederlo a lui con un tavolino a tre gambe ma servirebbe una buona medium.

Qualcuno ha qualche indizio, o magari qualche foto simile che possa aiutare a capire che cosa stesse facendo il giovane Ernesto (sempre che fosse il giovane Ernesto)?

La foto (un ingrandimento d’epoca) ha delle scritte a matita sul retro, illeggibili, ci vorrebbero gli strumenti del Ris ma non è il caso di scomodarli per quesiti di famiglia.

IMG-20170818-WA0020

Thanks in advance!

p.s.
se anche dovessi scoprire che non è mio nonno pazienza. Ormai è stato adottato come nonno e come tale passerà nei cimeli di famiglia.

Tutti ar mare

“Tutti ar mare,
 tutti ar mare
 a mostra’ le chiappe chiare,
 co’ li pesci,
 in mezzo all’onne,
 noi s’annamo a diverti’”

Così cantava Gabriella Ferri nel 1973: uno sberleffo, una canzonatura, che in poche righe descriveva quel proletariato fantozziano che, compresso nelle utilitarie Fiat, arrivava sudato e caciarone alla agognata spiaggia dove, dopo aver installato ombrelloni, sdraio e non di rado tavolini e sedie, non appena tolti i vestiti e rimasto in costume si tuffava subito in acqua; pochissimi sapevano nuotare e i più rimanevano a riva, dove si toccava.

Vi ho già detto che al mare mi annoio? In compenso in montagna mi stufo. Me ne sto bene a casa mia e non sentirei nessun bisogno di staccare la spina o ricaricare le pile, giacché cerco di ricaricarmi in altri modi che non siano quelli dell’oziare sotto un ombrellone pagato a caro prezzo soppesando fondoschiena femminili protetto dalla riservatezza degli occhiali da sole. No, no, datemi un divano o una sdraio in terrazza, una birretta, un libro, un quaderno ed una biro e mi ricarico da me.

Quando ero bambino ed ancora figlio unico, nei primi anni ’60, qualche volta andavamo al mare con i nostri vicini, Antonio e Rosa, che avevano due figli, Stelvio mio coetaneo e caro amico e Vania, che a dispetto del nome non era uno zio ma la sorella appena più grande. Partivamo al mattino e tornavamo la sera, mai andato in vacanza con la famiglia, e chi poteva permetterselo? Per i bambini c’erano le colonie, mare o montagna a seconda dei bisogni. Forse è per questo che ancora oggi quando vado al mare ho la fastidiosa sensazione di sprecare tempo e soldi.
Ma, tornando a quelle spiagge, le donne erano di corporatura tradizionale, cosa che oggi è raramente riscontrabile se non nella protagonista dei romanzi di Alexander McCall Smith, Precious Ramotswe, ambientati però in Botswana, ed indossavano il costume rigorosamente intero.

p01lyjnt
In testa avevano dei fazzoletti colorati, o degli ampi cappelli di paglia; sopra il costume portavano un vestitino leggero con i bottoni sul davanti, di tessuto stampato con fantasie floreali, e lo toglievano con pudore, anche perché la depilazione brasiliana era sconosciuta, ma forse la depilazione tout-court; noi avevamo degli slippini, maschi e femmine, ed anche i padri avevano dei costumi a slip, sempre gli stessi per anni e anni, simili a quelli di Johnny Weismuller in Tarzan.

JohnnyWeissmuller005
C’è da dire che, trattandosi di lavoratori, i fisici non erano da disprezzare: spalle larghe, torace ampio e ricoperto di virile peluria (uomini depilati non esistevano o almeno nel mio piccolo mondo erano sconosciuti, con l’eccezione dei ciclisti), gambe e braccia muscolose.
Altro che crema solare, altro che protezione 50! In genere si tornava a casa tutti arrossati e venivano applicati degli impacchi lenitivi a base di amido, che toglievano l’infiammazione.

Tempi beati! Il buco dell’ozono non esisteva ed il sole non era un nemico da temere; non si contavano le calorie col bilancino perché tanto tutto quello che si metteva dentro in poco tempo si bruciava.

Mi accorgo ora che più passa il tempo più sviluppo senili forme di insofferenza, e delle vacanze al mare mi danno fastidio cose che ieri mi lasciavano indifferente:
a) ci sono troppi cani in giro o forse troppi padroni di cani; a me i cani piacciono ma quando vengono trattati come bambini non lo sopporto, non è nemmeno dignitoso per loro;
b) ci sono troppi tatuaggi ed alcuni decisamente assurdi;
c) gli ombrelloni costano troppo (l’ho già detto?);
d) ci sono troppi ragazzi che vanno in bicicletta parlando al cellulare; diventeranno degli adulti che guideranno l’auto guardando il cellulare e causeranno incidenti: propongo in via preventiva di non concedergli la patente;
e) le biciclette in dotazione agli alberghi hanno le selle troppo dure, già pedalare stando attenti ai cani al guinzaglio ed ai ragazzi con i cellulari è faticoso, perché aggiungere altra pena;
f) sarei favorevole a comminare il daspo dalle spiagge a chi tira i gavettoni a ferragosto.

Avrete capito da questo breve elenco come al mare non sia propriamente socievole. E quella cavolo di sella mi da un fastidio del diavolo. Buone vacanze!

(155 – continua)

gabriella-ferri

Nota.
Le miss della foto di copertina sulle nostre spiagge, molto più morigerate, non esistevano. O almeno io non le ricordo, o forse allora non ci facevo caso?

E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’

Nell’estate del 1980, quando Gianni Togni spopolava con la canzone “Luna”, io stavo felicemente servendo la patria cercando di essere il più possibile credibile, per non farmi sopraffare da militari coetanei e spesso più vecchi per niente disposti a farsi comandare da uno come me, e soprattutto a cercare di non fare troppo la figura del fesso con i marescialli del reparto, i veri dominatori della caserma.

Per sembrare più autorevole mi ero fatto crescere una bella barbetta, che mi donava qualche annetto in più e secondo me non stava male, correggendo anche una piccola sfuggevolezza del mento.¹
Dopo i sei mesi di addestramento a Sabaudia, ero stato mandato in servizio, che durava nove mesi, in una sede alquanto disagiata: Rimini.
Credo immaginiate tutti come le estati a Rimini possano essere un inferno; specialmente poi se alle 17, se non si era in servizio, si poteva andare in spiaggia; ed ancora di più la sera, fino al contrappello di mezzanotte, che per chi non è pratico è la conta dei presenti. Chi non si presentava in tempo veniva messo in punizione, che consisteva di solito  nella consegna ovvero  nell’obbligo di non uscire dalla caserma, o nei casi più gravi dalla camerata.²
Come ufficiali, dirlo adesso mi fa un po’ ridere, rispetto alla truppa eravamo privilegiati; innanzitutto il nostro stipendio non era di quelle striminzite 1000 lire al giorno che spettavano ai soldati di leva, ma era decente tanto che mi permise di mettere da parte qualche soldino (che poi spesi tutto nei primi mesi di lavoro a Parma per pagarmi vitto e alloggio) e godevamo di altri privilegi, come il circolo e la mensa Ufficiali; quest’ultima era situata nella caserma dell’Aeronautica, che era abbastanza lontana dalla nostra; gli aviatori ci squadravano un po’ con la puzza al naso, specialmente quelli di complemento come me che erano solo di passaggio, ed eravamo considerati un po’ dei parvenu.
Nella mensa ufficiali imparai a sbucciare la frutta con il coltello senza prenderla in mano; abilità utilissima in società ma che, non praticando da decenni, ho perso. Adesso se devo sbucciare un’ arancia prima la mordo e poi la sbuccio con le mani, tipo Manfredi in Pane e Cioccolata.

Tanti amici mi hanno chiesto nel tempo perché avessi fatto domanda per fare l’ufficiale. Non ero di certo un militarista, e anzi non avevo nemmeno grandi attitudini militari, in realtà credo di essere risultato agli ultimi posti del mio corso. Non lo sapevo nemmeno io: per la paga, senz’altro; ma soprattutto perché ingenuamente pensavo che se proprio dovessi essere comandato da un coglione, tanto valeva che quel coglione fossi io; non avevo considerato che nella catena di comando di coglioni se ne possono trovare ad ogni gradino ed a iosa; questo vale ovviamente anche nella vita civile, ma se capita da militare non c’è sindacato a cui appellarsi.³

Il 2 agosto 1980 era una giornata normale, una domenica. Il nostro unico pensiero era quello di arrivare a sera, toglierci la divisa ed andare in spiaggia, quando arrivò la notizia: alla stazione di Bologna era scoppiata una bomba.

Ricordo il senso di sbigottimento, lo sbalordimento davanti alla barbarie che era stata commessa, le notizie arrivavano a sprazzi ed i morti e feriti aumentavano sempre più: colpiti ragazzi, famiglie, turisti, gente normale che andava in vacanza o tornava a casa; ricordo la preoccupazione per i commilitoni, che non ne fosse stato colpito qualcuno che andava in licenza; l’angoscia delle persone care, ricordo che mi chiamarono da casa per sapere se stessi bene, io che non avevo nessuna ragione di trovarmi là, figurarsi la trepidazione di qualcuno che aveva una persona cara in viaggio.
Avevo appena vent’anni, come i miei compagni di Bologna che furono chiamati a prestare i soccorsi, soldatini di leva sbalzati in mezzo all’orrore ed alla distruzione; si rimboccarono le maniche piangendo, fecero quello che c’era da fare, avremmo potuto essere tutti lì ed avremmo fatto tutti le stesse cose. Li ringrazio e li abbraccio, dopo tanti anni.

Non mi addentro nella storia, che come tutte le stragi di quella troppo lunga stagione italiana è costellata di depistaggi, connivenze, omertà; di pezzi dello stato che operavano contro lo stato; a distanza di quasi trent’anni si è riusciti ad avere una sentenza giudiziaria definitiva per gli esecutori, ma è notizia di pochi giorni fa che la procura inquirente ha deciso di archiviare l’indagine sui mandanti.

Io non lo trovo giusto. In questi casi non si può ballare tarantelle di “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Uno Stato degno di questo nome deve avere la forza di andare fino in fondo e scovare le verità “vere”, non quelle di comodo per chiudere la vicenda purchessia.
Lo deve in primo luogo alle vittime ed alle loro famiglie, a tutti quelli che ne furono colpiti direttamente e indirettamente, a tutti quelli che si prodigarono negli aiuti e si videro cambiare la vita, a quelli che si trovarono a scavare tra le macerie sentendo che solo per caso non era toccato a loro. Lo si deve a tutti quelli che hanno servito questo paese, anche se per un brevissimo tempo, e vogliono continuare ad essere orgogliosi di essere Italiani.

(154 – continua)

IMG-20170802-WA0008

Note.
¹ Purtoppo alla mia consorte non piace altrimenti me la farei ricrescere.
² O almeno credo che fossero quelli gli orari, ma la parte di neuroni relativa a quel periodo si è cancellata come una scheda SD difettosa.
³ A mio avviso qualcuno di noi avrebbe potuto essere utilizzato nell’amministrazione dello Stato, non necessariamente militare, anche alla fine del servizio. Tipo una scuola per funzionari statali, tipo quella francese. Mi sembra uno spreco non sfruttare le risorse quando ci sono.
³ La foto allegata potrebbe essere del mio collega Riccardo Malagigi. Lui c’era, e non credo che lo dimenticherà più.

Cielo a pecorine!

Sono convinto che il marketing epistolare sia guidato da un’intelligenza che, sebbene artificiale, segue il ritmo naturale delle stagioni.
Dopo avere infatti passato autunno, inverno e primavera a scassarmi i cabasisi propormi prodotti per tonificare il corpo e soprattutto una certa parte del corpo ecco che, ritenendomi pronto e pienamente operante, hanno ricominciato ad arrivare letterine da simpaticissime signorine dell’Est, incaricate forse dalle ditte di integratori miracolosi di testare i risultati raggiunti.

Ne riporto a titolo di esempio una delle più carine, della mittente della quale se appena fossi stato un pochino più grave sarei anche potuto essere, come lei auspica, un buon penna-amico:
“Ehi ci mio grande penna-amico Il mio nome e Natalya. Sono della Russia, nella citta che si chiama Ezhva, regione di Komi. Ho trentaquattro anni. Non ci conosciamo ancora, ma voglio diventare tua amica e conoscerti meglio. In realta sono una donna davvero modesta e timida. Sull Internet mi sento un po piu rilassata. Ti invio una mia fotografia, spero che ti piacera. Ho intenzioni sincere, e quindi ti chiedo di scrivermi solamente se anche tu vuoi stabilire una amicizia significante. Ti chiedo inoltre di allegarmi un altra tua foto. Spero che sei interessato in me e mi scriverai presto. Non vedo l ora di leggere le tue mail e le tue domande. Saluti, Natka!“

Modestia davvero di altri tempi, cara Natka! E discrezione, soprattutto. Non come quei rompicoxxxoni telefonisti della Tim che ieri sera, all’ora di cena, hanno chiamato 10 (dieci!) volte a distanza di cinque minuti l’una dall’altra, finché alla fine ormai alla frutta mi sono deciso a rispondere e, facendo davvero uno sforzo sovrumano per non fracassare il cordless contro la parete del soggiorno, ho ascoltato un operatore che mi proponeva un’offerta imperdibile grazie alla quale avrei navigato a non so quanti mega e risparmiato non so quanti euri. A fronte di questi immeritati vantaggi, avrei solo dovuto acconsentire a cambiare il numero di telefono. Tutti sanno quanto rispetto io abbia del lavoro e dei lavoratori, tuttavia all’ora di cena tendo a dimenticarmene e fortunatamente delle mani pietose mi hanno strappato la cornetta di mano, altrimenti starei ancora sbraitando e insolentendo l’incolpevole testa di rapanello lavoratore del call center.

Stamattina, mentre ero intento a leggere le notizie del giorno precedente da un quotidiano cartaceo, attività che mi qualifica come intellettuale de sinistra¹ agli occhi degli assonnati compagni di viaggio, un trafiletto ha attirato la mia attenzione più degli altri:
un avvocato tedesco ha denunciato che nel coro di voci bianche di Ratisbona nell’arco di tempo che va dal 1945 al 1992 i sistemi educativi non siano stati dei più teneri ed oltre 500 giovani cantori siano stati oggetto di violenze fisiche e psicologiche, e nei casi più gravi anche sessuali.
Sulle violenze fisiche, escluse quelle sessuali, spezzo una lancia a favore dei severi maestri di coro bavaresi. Non c’è direttore che conosca, professionista o dilettante che sia, che non abbia mai desiderato, almeno una volta in vita sua, di frustare o bastonare o perché no strozzare tutti o parte dei suoi coristi, o musicisti in caso di bande od orchestre (il nostro coro non fa eccezione, come avrete appreso dalle mie cronache). Quanto avranno cantato male questi piccoli coristi, siamo proprio sicuri che non se le siano meritate?²

Tra l’altro una fin troppo procace viaggiatrice, mentre ero intento ad informarmi, continuava a sventolarsi la gonna distogliendomi dalla necessaria concentrazione. Si premuniva anche di passarmi davanti un paio di volte l’abbonamento, senz’altro involontariamente, con su riportato nome e cognome; purtroppo la distanza focale non mi ha permesso di prenderne nota, in assenza degli occhiali  che inforco solo davanti al computer. E comunque l’avrei dimenticato.

Prepariamoci per le ferie! Sembra che quest’anno milioni e milioni di turisti si riverseranno sulle nostre coste, montagne e città d’arte: il nostro destino di Disneyland planetaria si sta avverando. Se mi dovrò trasformare in imbonitore da fiera, come sembra ormai probabile, lasciate almeno che invii loro il più cordiale benvenuto: Venghino siore e siori! Più gente entra più bestie si vedono!

(153 – continua)

csm_Dom_Chorkleidung_-_Ausschnitt_-V__Medium__RTG_IBW_Vogl_Vo_b83ee2d41a

¹ Come non sfugge a chi mi è più vicino, l’attuale mia collocazione politica è abbastanza incerta, per usare un eufemismo, e su certi argomenti agli antipodi dei giornali che leggo.
² Teniamo anche conto che in Germania le punizioni corporali in ambito scolastico sono state abolite del tutto solo nel 1983; personalmente lo ritengo un cedimento inaccettabile.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

1467883064415

Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

IMG-20170629-WA0002

Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

Alpe_Vicerè_villaggio_alpino1

¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

Pakistonia

Mi dissocio da quanto me stesso ha scritto. Lo penso ma non dovrei dirlo, o forse lo dico ma non dovrei pensarlo. La mia parte destra piglia a mazzate quella sinistra, e viceversa; l’ateo bastona il credente, e tutte e due bastonano l’agnostico. Il Titanic affonda e all’orizzonte non c’è nemmeno una Ong; il giorno di ordinaria follia si sta avvicinando e allo specchio vedo Michael Douglas, purtroppo senza Catherine Zeta-Jones, accarezzare la mazza da baseball. La solita scimmia nuda urla “E ‘mó basta!” e l’infermiere in camice bianco gli liscia la testa. Che si fotta!  

220px-Falling_Down_(1993_film)_poster

Non molto distante dal mio paese natale c’è un paese che si chiama Corridonia. Il nome è abbastanza recente, in quanto gli fu attribuito nel 1931 in onore di una personalità illustre, quel Filippo Corridoni socialista e sindacalista rivoluzionario, interventista, morto durante la prima guerra mondiale ed arruolato post-mortem tra i numi tutelari del fascismo.

Simpaticamente gli abitanti dei paesi vicini, data la folta comunità Pakistana presente, l’hanno recentemente ribattezzata Pakistonia.

Nel mio paese, che lo ricordo è in collina, c’è un vecchio asilo di infanzia, non più utilizzato, situato in una posizione invidiabile, al posto di un pezzo di antico muro di cinta, con un’enorme terrazza da cui si può godere il panorama fino alle montagne. C’era un vecchio progetto di riconversione in mini-appartamenti per anziani, necessità estremamente sentita dato il continuo allungamento dell’aspettativa di vita. I lavori sono stati fermi per anni e sono ora ripresi; gira però la voce che il progetto non sia più quello originario ma si stia lavorando per apprestare un centro di accoglienza per immigrati; mio padre non ne era a conoscenza, e un po’ scettico mi ha chiesto: “ma dove vanno a pigliarli tutti questi immigrati?” e quando ho ipotizzato che fossero quelli che arrivano con i barconi, ridendo mi fa: “e le barche dove le mettono?”.
Ma tutto può essere, vedremo presto se l’asilo che mi ha visto presente per soli tre giorni nella vita riprenderà vita per richiedenti asilo e non solo.

Il governo l’altro giorno sembrava aver avuto una idea che, essendo di buon senso, è stata subito accantonata: se tu, nave che non fai parte di missioni internazionali e che batti bandiera francese o inglese o panamense, insomma non italiana, ti metti a due passi dalle acque territoriali libiche (quando non dentro) a soccorrere barconi, sfidando le accuse di fare da taxi ai clandestini e persino di essere in combutta con gli scafisti, i passeggeri te li porti a casa tua. Apriti cielo! Attacchi a non finire, ci si accanisce con i deboli, si va contro i trattati internazionali, si va contro il diritto del mare, si è disumani.
Ma nessuno aveva mica detto di ributtarli in mare. Solo che se vieni dalla Nuova Zelanda per salvare persone è giusto che le porti nel tuo paese, dove potrai accudirle meglio.
Avrei voluto vedere cosa avrebbe fatto, ad esempio, la Francia, a trovarsi le navi di Médecins Sans Frontières ripiene di migranti a Mentone; li avrebbe ammassati a Ventimiglia?

Ricordiamo a Macron che è stato il suo paese, guidato da quell’altro tappetto di Sarkozy, ad andare a far casino in Libia, tirandosi poi dietro la Nato; che la Libia di Gheddafi era un collettore di immigrazione e conteneva per conto di tutta l’Europa e non solo nostro, con le buone o le cattive, quelli che adesso Macron rifiuta di prendersi.

A Madrid ho visto un palazzo dove c’era un enorme striscione: Refugees Welcome.
E’ il classico modo di fare gli accoglienti col didietro degli altri; perché se fossero così contenti di accogliere rifugiati potrebbero rimuovere i muri a Ceuta e Melilla, e si vedrebbe poi quanti striscioni comparirebbero.

Sono ormai convinto che questa spinta migratoria non sia spontanea ma manovrata per almeno due motivi: a) l’introduzione di persone disposte a lavorare per due lire e senza diritti b) l’islamizzazione della società.
In tutti e due i casi gli alleati sono quelli che più avrebbero motivi per opporsi e più hanno da perdere: nel primo tutta la sinistra e specialmente quella radicale, ovviamente in nome dei diritti umani; ma che diritto umano è quello di venir qua a raccogliere pomodori, quando va bene, a 3 euro all’ora? Ma uno sforzo di realismo quando si vorrà fare? Quante persone siamo in grado di accogliere e di far vivere dignitosamente? Altrimenti di che accoglienza parliamo, quella che dà profitto a chi accoglie?

Non stendo, anche se sarebbe meglio, un pietoso velo sulle ultime esternazioni di Boeri sulla necessità dei lavoratori immigrati. Ma che c’entra? Chi la nega? Abbiamo cinque milioni di stranieri residenti in Italia, qualcuno pensa di buttarli fuori? Cosa c’entrano con l’immigrazione incontrollata? Se si chiede piuttosto a loro cosa pensano del sistema attuale, magari a quelli che sono arrivati trent’anni fa, la risposta è unanime: siamo deficienti. E Boeri, perché non pensi ai voucher, e perché non dici che dei milioni di voucher utilizzati nei due anni passati ai beneficiari non andrà una lira di pensione, e i contributi se li intasca l’Inps a fondo perduto? Come peraltro per i nuovi voucher che il governo truffaldinamente ha reintrodotto?

Nel secondo caso chiamo in causa, genuflettendomi, la Chiesa cattolica. Mi chiedo, non per fare il Salvini, perché tutti gli Sceicchi, Emiri, Sultani musulmani straricchi, invece di finanziare guerre sante per la barba di Maometto, non aiutano i loro “fratelli” a casa loro? Sono stufo di sentire che dobbiamo risarcire l’Africa per il colonialismo! Gli arabi l’hanno depredata per secoli, quelli che raccoglievano schiavi erano loro, e la schiavitù qualche paese l’ha avuta fino alla seconda guerra mondiale. Quando mio nonno è andato a conquistare l’Etiopia di Hailé Selassié (sbagliando, per carità, ma se hanno uno straccio di strada e ferrovia è perché gliel’abbiamo costruita noi…), vigeva ancora la schiavitù, lo sappiano i beati rastafariani! Questi figli di negrieri vogliono sparpagliare musulmani in Europa ma si guardano bene dal condividere le loro ricchezze, vogliono sfruttare il buon cuore, le code di paglia e gli stati sociali di quelle società che poi disprezzano per la loro lassezza ed i costumi troppo liberali.
E chiedo, a queste società arretrate, perché questo sono: quando vi libererete di questi parassiti?

Temo che la chiesa, in grave crisi di fedeli vocazioni e identità, operando in maniera indiscriminata stia lavorando contro se stessa e favorirà non la sua parte migliore ma i gruppi più radicali al suo interno; che la politica del “poverini” e della pacca sulla spalla senza progetti avrà come sbocco l’islamizzazione della società; che i laici avranno da rimpiangere la chiesa bigotta di cui tanto si lagnano; l’ecumenismo è un’utopia, per non dire una stupidaggine, che può forse funzionare tra chiese cristiane (tutto da dimostrare) ma non certo con i musulmani.
Ad essere troppo buoni si passa per coglioni, e noi temo stiamo superando abbondantemente quel limite.

L’Africa ha tanti problemi, siamo d’accordo. Tanti li abbiamo causato noi e tanti li alimentiamo, può essere. Ma sono passati più di settant’anni dalle loro indipendenze. Per fare un esempio, in Niger che è uno dei paesi più poveri del mondo, ogni donna partorisce quasi sette figli a testa. Devo andare io a dirgli che forse è meglio fare un po’ meno figli e cercare invece di mettersi insieme per star meglio? Ma pensate che le vostre rivoluzioni debbano farvele gli altri? Il Che è morto da un pezzo, cercate di darvi una svegliata care risorse, che qualche problemino cominciamo ad avercelo pure noi.

(150 – e ‘mó basta)

06Filippo_Corridoni_con_a_fianco_Benito_Mussolini-klcB-U43120913382309eTE-590x445@Corriere-Web-Sezioni

Ki ti foi atesso?!?

Nel febbraio del 1968, quando Paolo Villaggio¹ comparve in televisione in “Quelli della domenica” con i suoi personaggi, il Professor Otto von Kranz e Giandomenico Fracchia, non avevo ancora 9 anni.
C’erano solo due canali ed in bianco e nero; sul primo canale, dopo la Tv dei ragazzi e prima della partita di calcio, c’era questo nuovo varietà, con comici che avrebbero segnato tutta un’epoca come Cochi e Renato, Ric e Gian, e appunto Paolo Villaggio.
Solo per dare un’idea del livello di certi spettacoli, la regia era di Romolo Siena ed i testi erano scritti da Marcello Marchesi, Terzoli & Vaime e Maurizio Costanzo; l’orchestra era diretta da quel mostro sacro che era Gorni Kramer. Gli ospiti musicali erano bravissimi.

1438097923926villaggioOK

Mi piaceva guardare la partita di calcio con mio padre, seduti al tavolo della cucina, un tavolo con il piano in fòrmica rossa che serviva per il pranzo e per lo studio, nella casetta di cui vi ho già parlato, in uno di quei pochi momenti di complicità tra “uomini”, che allora i genitori facevano i genitori, mica gli amici dei figli; non avevamo divani, sedevamo sulle sedie normali, babbo con il gomito appoggiato al tavolo e le gambe accavallate, io con i piedi che non toccavano terra, con le mani sotto le cosce, a tenerle calde, tutto contento di essere lì.
Nell’aria c’era l’odore della cena che mamma stava preparando; mia sorella, 4 anni, sgambettava intorno come una donnina e l’ultimo arrivato reclamava la sua parte di attenzione.
Quest’ultimo fratello, il terzo della serie, aveva appena compiuto un anno, e l’anno dopo sarebbe nato il quarto (e ultimo); mia madre lo ebbe a nemmeno 34 anni, età alla quale oggi la maggior parte delle donne non ha avuto nemmeno il primo.

Qualche settimana più tardi sarebbe iniziato lo Zecchino d’Oro, presentato da Cino Tortorella alias Mago Zurlì, con il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre; l’anno prima aveva vinto Popoff, quell’anno avrebbe vinto Quarantaquattro gatti, e grande successo ebbero Il valzer del moscerino cantata da Cristina D’Avena, che assomigliava vagamente a mia sorella, e il Torero Camomillo.

ferigo01g

Il festival di Sanremo era appena finito, l’aveva presentato Pippo Baudo e le canzoni si cantavano in coppia; vinse Canzone per te, cantata da Sergio Endrigo e Roberto Carlos; i concorrenti erano artisti formidabili, basti pensare che tra gli stranieri in gara c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, Paul Anka, Shirley Bassey, Dionne Warwick e gli italiani non erano da meno: Celentano, Milva, Ornella Vanoni, Ranieri, Modugno, Al Bano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Marisa Sannia, Little Tony, Johnny Dorelli….

Ma non fatevi trarre in inganno, non pensate che passassimo tutto il tempo a guardare la televisione! Anzi, la televisione era una concessione, ed andava presa a dosi parsimoniose. E poi, mica avevamo tanto tempo per guardare la televisione. Scuola, doposcuola, catechismo, compiti, e solo quando tutto era fatto si poteva uscire a giocare con gli amici… da soli, mica coi grandi sempre tra i piedi a controllare! A giocare a pallone, a palline, a figurine, a nascondino ad acchiapparella insomma tutti giochi che non si facevano da soli contro un computer e soprattutto che non costavano niente e non dovevano costare niente.
E i libri… non che in casa avessimo una gran biblioteca, ma quelli che c’erano li leggevo e rileggevo fino a consumarli.

TigriMompracen_16x22

Tornando a Villaggio, le maschere che proponeva, viste da un bambino, ricordavano quelle delle comiche; personaggi improbabili alle prese con situazioni ridicole, Fracchia sulla famosa poltrona, Kranz che si batte con il martello per dimostrare di non sentire dolore, e va poi a urlare nei camerini… e le avventure di Fantozzi, per noi quasi aliene, perché raccontavano di un modo di lavorare che da noi era sconosciuto (nella zona c’era molta agricoltura, artigianato, qualche fabbrichetta ma grandi industrie non ce n’erano, gli impiegati erano in banca o al comune, e non erano considerati delle nullità ma erano ben considerati) se non per sentito dire dai parenti emigrati al “nord”.

Solo dopo qualche anno riuscii a capire di che si parlava. Fantozzi l’ho amato molto, mia moglie invece l’ha sempre odiato, lei sindacalista, perché rappresentava quanto di peggio c’è in un lavoratore: la mancanza di spina dorsale, il servilismo verso il potente, la rassegnazione ad ogni sopruso, la prepotenza verso i più deboli (in questo caso la moglie, la signora Pina), accomunando in questa avversione maschera e attore, Fantozzi e Villaggio.

“Quelli della domenica” finì in giugno; in quel giugno si svolsero in Italia i campionati Europei di calcio, che vincemmo contro la Jugoslavia, per la prima ed unica volta, nella seconda partita di finale, dato che la prima era finita in parità; ed alla finale eravamo arrivati dopo aver pareggiato contro l’URSS, grazie alla scelta fortunata della monetina da parte del nostro capitano Giacinto Facchetti².

Italia,_Euro_'68,_Giacinto_Facchetti

Ma non era mia intenzione fare una cronologia del 1968, solo di cercare di riportare alcune delle sensazioni di un bambino di allora: eravamo più semplici, più ingenui, più poveri se si intende la mancanza di un certo benessere, ma non certo più poveri di sogni, di volontà e di speranze; anzi, avevamo una speranza illimitata nel futuro, l’anno successivo l’uomo sarebbe arrivato sulla luna e nulla ci sembrava impossibile.

Quello che avevo allora non lo avrei cambiato, e non lo cambierei, per niente al mondo; e sono abbastanza sicuro che parecchie delle cose di cinquant’anni fa che ho raccontato, tra cinquant’anni saranno ricordate ancora; di quello che c’è in giro oggi, non credo proprio.³

(148 – continua)

solvi-stubing-2-915679_tn

¹ Quando l’altro giorno hanno dato la notizia della morte di Paolo Villaggio mi sono meravigliato. Pensavo lo fosse già da anni.
² Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che ho citato è morta. Qualcuno però campa ancora e quando morirà mi darà modo di ricordare i bei tempi. Cavoli vostri.
³ Sicuramente se oggi le donne fanno figli ad oltre 35 anni, se le trasmissioni televisive fanno pena, se un cantante dura lo spazio di un mattino e poi viene bruciato, se per vedere una partita bisogna farsi l’abbonamento a Sky, se Urss e Jugoslavia non esistono più, se le magnifiche sorti e progressive dell’umanità all’orizzonte non si vedono, se la disoccupazione giovanile è vicina al 40% e noi dobbiamo lavorare fino a settant’anni abbiamo sbagliato qualcosa. Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.
³ E’ morta anche Solvi Stubing, la bionda spumeggiante della pubblicità Peroni. Quelli della mia generazione quando immaginavano una tedesca pensavano a Solvi; quelli di adesso ad Angela Merkel. Poi dite che siamo andati avanti?

Cupio dissolvi

Abbandono per un attimo le cronache di famiglia per altre cronache, di attualità e molto meno interessanti. Si parla di politica, chi non è interessato soprassieda.

Qualcosa non funziona, lo dico con preoccupazione. L’acqua dello scarico sta ormai trabordando, sta superando il galleggiante per chi si intende di idraulica.

Riporto solo una parte di una conversazione avuta stamattina in treno, giusto per far capire che aria tira. Attenzione perché non sono casapaundini, fratelliditaliani, leghisti o grillini. Li si potrebbe annoverare tra i moderati, anche se non si direbbe.

“Porca pu♦♦♦na, ma questo ha il coraggio di definirsi un governo di sinistra, ma che ca♦♦o di sinistra che continua a tirar fuori soldi pubblici per regalarli ai privati?

E l’Alitalia, che prima quel cog♦♦♦ne¹ la spacchetta e la privatizza (la volevano i francesi, ma lui no: gli abbiamo dato tutto ai francesi, banche, assicurazioni, alimentare, acqua: ma Alitalia per carità, teniamocela sul groppone, con i soldi delle Poste, cioè i nostri) e adesso questi qua dopo aver sbraitato per anni contro berlusconi che fanno: ancora soldi, ma non era privata? Che li tiri fuori la marcegaglia i soldi! E gli sgravi fiscali per le assunzioni, così hanno fatto licenziare i vecchi per prendere quelli nuovi che costano meno, e adesso licenziano pure quelli; miliardi e miliardi alle banche: quei soldi sono anche miei, a me mi mandate in pensione a 70 anni e i miei soldi li regalate a banca Intesa? Quando ancora dovete mandare le casette ai terremotati? Figli di buone donne, vigliacchi e disonesti!

Pure con i voucher hanno avuto il coraggio di prenderci per il c♦♦o!

Poi vi lamentate che la gente vi schifa? Ringraziate Dio che la gente non vi piglia a schiaffi appena vi vede o peggio!

Le banche che sono fallite o quasi erano gioiellini: chi le ha svuotate? Pretendo prima di dargli i miei soldi di vedere i responsabili impiccati nello stadio di San Siro², perché ormai mi sono rotto i co♦♦♦♦ni di questi ladri e malfattori!³

Bisogna salvare lavoratori e risparmiatori, dicono i farabutti! I lavoratori quali, anche quelli che hanno venduto merda ai loro clienti, e magari hanno preso anche i premi? Ma se i bancari cascano sempre in piedi! I correntisti fino a 100.000 euro erano già salvi, non bastavano? No, dobbiamo preoccuparci pure degli azionisti e gli “investitori”! Ma ca♦♦o, quelle banche dovevano fallire perché i miei soldi servono a pagare le scuole e gli ospedali, non ad ingrassare Intesa o a rimborsare qualche pensionato credulone! Questi qua se era ancora vivo Sindona³ salvavano pure quello!  Ca♦♦o, io vado avanti da anni con contratti a tre mesi per volta, e devo rimborsare quelli che hanno buttato la pensione nelle obbligazioni subordinate? Ma voi siete fuori di testa!

Quelli che si sono suicidati perché sono rimasti senza lavoro li avete aiutati? Cornuti! Dovevano far fuori a voi, altro che suicidarsi!”

Poi per carità di patria non riporto quello che è ormai il comune sentire sulla gestione dell’accoglienza. E’ un sistema che non ha sbocco, solo persone intellettualmente disoneste possono affermare che vada bene così. Scaricando vagonate di migranti sulle periferie ingrassando cooperative più o meno caritatevoli, e poi accusando i residenti di essere razzisti perché si stancano di vedere gente ciondolare o spacciare dalla mattina alla sera.

Se volete prenderla come una piccola parziale analisi sulle cause del voto fate pure; io me la vedo brutta, una spintarella ancora e casca tutto, mi sa.

michele-sindona-771337

¹ Si riferiva ad un anziano politico che scambiò una marocchina per la nipote di Mubarak.
² Veramente si chiamerebbe “Stadio Giuseppe Meazza” ed è lo stadio dove giocano quelle due squadre cinesi. I cinesi sono sicuro che non avrebbero problemi ad usare lo stadio per scopi educativi.
³ Come è noto a causa di scrupoli morali la pena capitale non è prevista nel nostro codice penale. A volte me ne dolgo. Nel merito, a parte il linguaggio troppo forbito per i miei gusti, mi trovo abbastanza d’accordo con l’esternatore. Poi mi spiegheranno che così si è evitato un rischio sistemico, che il contagio si sarebbe potuto allargare, che è il male minore. Si parla di 15 miliardi pubblici: quattro volte il gettito dell’Imu! Almeno nazionalizzarle! Invece no: nazionalizziamo i debiti (come con Alitalia, e come abbiamo fatto 100 volte con la Fiat nel passato _ e si è visto il ringraziamento _) e regaliamo i crediti.
³ Probabilmente in pochi si ricorderanno di Sindona. Oggi non avrebbe passato nemmeno un giorno in galera. Anzi, l’avrebbero fatto presidente dell’Abi, tipo Mussari del Monte dei Paschi. In tempi più civili invece in prigione gli venne servito un caffè senza zucchero che gli causò problemi digestivi.
³ Ho ripetuto più volte il 3 perché non sono stato capace di trovare il carattere speciale 4