Ferragosto con Olena – personaggi in cerca d’autore

«James, caro, non sembra anche a te che quest’affare vada a rilento?»

E’ una Gilda pensosa quella che, appoggiata alla balaustra della ringhiera del balcone che si affaccia sul giardino, osserva Miguel, il giardiniere tuttofare, intonare una pregevole versione di “Quando l’amore diventa poesia”, impugnando un gambo di girasole come se si trattasse dell’asta di un microfono Shure, indossando una parrucca a caschetto che lo fa assomigliare ad Orietta Berti sul palco di Sanremo nel ’69, dedicandola al pappagallo Flettàx che sembra gradire, tanto da accompagnare il ritmo con gracchi e sbattiti di ali, e sull’acuto di “Io ti amo, e gridarlo vorrei!” rispondere con un appropriato: “Ma va’ a ciapà i rat!”.

«Effettivamente, signora» – risponde il maggiordomo disponendo artisticamente su di un vassoio d’argento i cetriolini per il thè delle cinque – «non per criticare ma sembra che l’Autore se la stia prendendo un po’ comoda. Tra l’altro, a voler essere pignoli, ferragosto è passato da un pezzo.»
«Gli toccherà cambiare titolo, come minimo. A meno che non voglia mandarci tutti in Australia, dove mi dicono che le stagioni siano rovesciate, ti risulta James?»
«Effettivamente, signora, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale» conferma il competente James.
«Su di te si può sempre contare James, sei un esperto di emisferi ed anche di inversioni. Ti dirò, non mi dispiacerebbe andare in Australia, conosco una ragazza a Perth che alleva ragni da combattimento. Ad ogni modo» – e qui l’espressione di Gilda si fa più preoccupata – «se non si sbriga, Sven abbatterà tutti i pioppi del boschetto, e poi mi toccherà comprare delle stufe a pellets. Poverino, si sta annoiando» constata Gilda sistemandosi il foulard in seta Mantero che le copre la calvizie «di questo passo fra poco ripartirà con i suoi amici suonati, e poi per sei mesi chi s’è visto s’è visto.»

Nonna Pina, che indossa una tunica a fiorellini con una fila di bottoncini sul davanti, è distesa su una sdraio imbottita in materiale Memory ai bordi della piscina olimpionica situata nel parco della villa. In testa un sombrero, in mano un calice di prosecchino appena versato dalla bottiglia posta nel cestello ripieno di ghiaccio. Alza il calice davanti agli occhi e, attraverso il cristallo, osserva Olena che, fasciata da un costume intero con la scritta CCCP sul davanti, siede ad un tavolino del vicino bersò sfogliando un tomo monumentale con su scritto “Dossier Mitrockin”, sibilando insulti e montando e smontando velocemente la nuova pistola PL-15K, sparando ogni tanto qualche colpo ad un bersaglio con al centro una foto di Gorbacёv.
La vegliarda si riscuote, ingolla il prosecchino, si butta alle spalle il calice e scoppia:
«Per la miseria, Natascia, non si può fare qualcosa? Non è che può tenermi qua fino a duecento anni, non è credibile! Da quando è tornato dalla Russia sembra rimbambito, non è che gli avete dato qualcuno dei vostri intrugli?»
«Niet, babushka, niente intrugli. Mia fonte dice che gira per casa in mutande e colbacco in testa ripetendo che vuol andare in pensione. Tra l’altro» e qui la voce della russa si fa sprezzante «dice che non ha bevuto nemmeno uno guoccio di vuodka. Nessuno crede lui, però» risponde la russa, con il sopracciglio sinistro aggrottato.
«Ma santo Dio, non ci può mica lasciare così a bagnomaria! Sentiamo se il cinese sa qualcosa. Generale? Ehi, generale!» la nonna si sbraccia e richiama Po, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, impegnato nei consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica. Po poggia in terra la racchetta e si reca presso la sdraio di nonna Pina.

«Avele chiamato, bella signola Eusebia?» chiede retoricamente il cinese con un inchino.
«Po, non ti ci mettere anche tu con questa Eusebia. E non fare il ruffiano cinese» lo bacchetta la centenaria. «Sai qualcosa di questa faccenda? Che sta facendo quell’impiastro? Che ormai non ho più boccini a cui sparare» afferma la nonna.
«Mio cugino Xi incontlato lui a Gubbio. Voi sapele, paese di Don Matteo»
«Che diamine dici Po, Gubbio è il paese del lupo e di San Francesco, ma che andate ad inventarvi in Cina?» protesta nonna Pina, scandalizzata.
«Comunque, mio cugino detto che visto lui in ostelia mangiale clescia con glossa palla di insaccato. Coglione.»
«Si, che è un coglione lo sappiamo, ma vai avanti Po» lo sollecita la vecchia.
«No, coglione è nome di insaccato, coglione di mulo. Mangiava coglione di mulo e beveva vino flesco Glechetto. Ela molto tliste»
«Me lo immagino quanto era triste» chiosa la nonna. «Ma perché avrebbe dovuto essere triste, poi?»
«Dile che ponte clollato ela più giovane di lui e che non sapeva che Molandi plogettasse ponti oltle che cantale “la fisalmonica”. E che vuole andale in pensione.» conclude il cinese.

«E basta con questa pensione!» ruggisce la nonna. «E a questi allora che gli facciamo fare?» indicando, dall’altra parte della piscina, la ballerina cubana Paio Pignola ed un attempato seduttore in maglietta azzurra con il collo rialzato e catenina d’oro sul petto villoso che svolazzano ballando la salsa. «Chi diamine è quello, tuo cugino lo sa?» chiede a Po.
«Si chiama Tullio Bongiovanni, ma amici chiamale Puccio Maxi-Bon. Maxi per le dimensioni» risponde il cinese, informatissimo.
«Di sicuro non per le dimensioni del cervello, suppongo» arguisce nonna Pina, squadrando l’ultimo arrivato scuotendo la testa.

«E va bene, adesso basta!» proclama la vegliarda. «Qui bisogna prendere in mano la situazione, il toro per le corna o quel che è. Natascia?»
Olena chiude il dossier e lo ripone nel cassetto del tavolo. Poi si alza, indossa lentamente la fondina ascellare intonata con il costume olimpionico, e si avvicina a nonna Pina.
«Eccomi babushka. Cuosa facciamo?»
«Figlietta mia, hai carta bianca. Sparagli pure se serve, ma fallo ritornare al lavoro»

Olena increspa leggermente l’angolo destro della bocca, alza gli occhi al cielo ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu e sbatte sul calcio della PL-15K che ha lucidato amorevolmente.
«Nessun pruoblema nonna, nessun pruoblema. Finita pacchia per finuocchietto»

 

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Viaggio in Russia – Mosca!

Ed eccoci a Mosca, la capitale, la sede del potere: la città più grande e importante della Russia, 15 milioni di abitanti a cui se ne aggiungono giornalmente diversi altri milioni, tra lavoratori pendolari, visitatori e turisti.

I giorni passati a Mosca sono stati un po’ come passare davanti al negozio di un pasticcere: si vedono i dolci, si sentono gli odori, e viene voglia di entrare, curiosare, assaggiare… si, perché ci siamo stati meno di due giorni (tre notti, però), e bastano appena per rendersi conto della grandezza di questa città.

La visita ha toccato ovviamente la Piazza Rossa, che mi piacerebbe visitare il 9 maggio, quando c’è la grande parata per la ricorrenza della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Ma anche così, trovarcisi è stata un’emozione, come quando trent’anni fa ci trovammo davanti alla Torre Eiffel in viaggio di nozze. La Piazza è racchiusa da un lato dalle mura del Cremlino, fronteggiate sul lato opposto dal grande magazzino Gum; di notte devo dire che le luci di quest’ultimo mi hanno un po’ disturbato, le luminarie in stile natalizio mi sono sembrate un po’ kitsch, togliendo un po’ di solennità al luogo. La Piazza è ora adibita anche a luogo di concerti, ed infatti una delle sere in cui, con un manipolo di ardimentosi, ci siamo avventurati in centro con la metropolitana (efficientissima!) ci siamo trovati di fronte uno sbarramento invalicabile: l’intera area era transennata, ed i varchi muniti di metal detector sorvegliati dalla polizia, con il rinforzo dell’esercito. E’ stato tenerissimo un soldatino che, vedendo una signora titubante di fronte ad una pozzanghera (pioveva) gli ha indicato un guado e le teso la mano per aiutarla ad attraversarlo. Mentre cercavamo di orientarci per aggirare gli ostacoli, tra cartine ed indicazioni in caratteri cirillici, si è avvicinato un ragazzo che, in un inglese senz’altro migliore del nostro, ci ha dato delle dritte per passare dall’altra parte. Gira che ti rigira comunque siamo riusciti a passare solo quando il concerto è finito, il girare però ci ha permesso di ammirare la via San Nicola, tutta illuminata di luci pendenti colorate, dove nei giorni dei mondiali si aggiravano i tifosi prima e dopo le partite. L’altro giorno leggevo di un manualetto distribuito ai propri tifosi dalla Federazione Calcio Argentina, che dava indicazioni sul modo più opportuno per conquistare le donne russe. Mi è sembrata un’iniziativa lodevole, non sono purtroppo riuscito a procurarmene un opuscolo, lo vorrei sottoporre all’attenzione di Olena per sentire che ne pensa.

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Turista in discutibile forma atletica e mentale inneggia all’amore universale (foto di repertorio)

Rimanendo sulla Piazza Rossa, abbiamo visitato la cattedrale di San Basilio, la cui grandiosità esterna contrasta con i piccoli ambienti interni; il Cremlino ovviamente, dove purtroppo la parte più bella non è visitabile: passeggiando dentro lo spazio del Cremlino bisogna stare attenti quando si attraversa la strada, facendolo sulle strisce pedonali, e questo non per paura di essere investiti ma perché altrimenti le guardie usano i fischietti a disposizione e redarguiscono i  contravventori. Nel Cremlino abbiamo visto lo Zar dei Cannoni (mai sparato un colpo) e la Zarina delle Campane (mai suonato un rintocco): maestosi manufatti, ma abbastanza sfortunati. Anche l’Armeria abbiamo visitato, dove sono custodite non solo armi ma tesori inestimabili. Siamo passati anche davanti al teatro dove spesso si esibiscono i nostri cantanti: non si sa perché ma i russi amano molto i nostri cantanti degli anni ’80, e qui Toto Cutugno e Al Bano ottengono sempre dei gran successi (la reunion Al Bano – Romina è avvenuta qua, non per caso…). A Mosca, per terminare col gossip, ha un bell’appartamento anche Ornella Muti. E no, non è vero che è stata amante del presidente Putin.

A proposito di rosso, a parte il ricordo dei sacrifici e dei caduti in guerra, mi sembra sia in atto una certa rimozione del periodo sovietico; anche sulla Piazza Rossa si pone l’accento che in realtà si chiamerebbe Piazza Bella, quasi si voglia nascondere quel di rosso che è rimasto. Per fortuna ci pensano i cinesi a ricordarcelo, e si incolonnano in file chilometriche per rendere omaggio alla salma di Lenin nel Mausoleo: cosa che avrei fatto volentieri anch’io se non ci fossero stati di mezzo, appunto, tutti quei cinesi. Una cosa carina che ho appreso è che esiste un modo di dire, quando un uomo tradisce la moglie, che dice “va a sinistra”: sara stato così anche prima del ’91?

Siamo passati davanti al Bolscioi, siamo passati davanti alla Casa Bianca, e qui non ho potuto non ripensare a quando, nell’ottobre del ’93, il democratico Eltsin la fece cannoneggiare dai carrarmati con dentro i deputati che si opponevano alle sue riforme di ultra-liberalizzazione.

Abbiamo visitato il grande magazzino Gum, un centro commerciale dove sono rappresentate tutte le migliori firme della moda mondiale: è curioso che l’embargo riguardi i prodotti alimentari e non questi, di prodotti. A proposito di prodotti agricoli, il nostro autolesionismo si spinge fino ad aver aderito all’embargo penalizzando le esportazioni dei nostri contadini, ma a permettere però che nostri tecnici vadano nelle loro industrie casearie ad insegnargli come fare la mozzarella. Tafazzi ci fa una pippa, per essere aulici.

Siamo entrati nella Chiesa del Cristo Salvatore, la nuova chiesa realizzata in epoca eltsiniana in un’area dove c’era prima una chiesa, abbattuta dai bolscevichi e dove venne poi edificata una grande piscina con l’acqua riscaldata; poiché di chiese mi sembrava ce ne fossero già abbastanza avrei più gradito la piscina, ma ammetto che dalla terrazza si gode un bellissimo panorama dei dintorni: si vede il museo Puskin, ed anche la nuova scultura dedicata a Pietro il grande, che in realtà l’autore aveva dedicato a Cristoforo Colombo ma poiché nessuno la voleva se la prese il sindaco di Mosca, chiedendo però di sostituire la testa del genovese con quella di Pietro.

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Bella, per carità, ma volete mettere una piscina?

A proposito di panorami, siamo stati sulla Collina dei Passeri, da cui si osserva tutta Mosca; alle spalle l’enorme Università; tra la distesa che si stende sotto spiccano alcune delle sagome delle Sette Sorelle, palazzi maestosi in stile sovietico dove abitavano funzionari del partito e le personalità più eminenti della società civile. In uno di questi abbiamo anche mangiato, in un bellissimo ristorante, e pasteggiato a spumantino.

Siamo stati sul Parco della Vittoria, creato di recente: qui si salda il giusto orgoglio per la vittoria su Napoleone con quello su Hitler; obelischi e targhe commemorano i protagonisti di quelle vittorie, e di notte una suggestiva fontana sgorga acqua che le luci illuminano di rosso, a ricordo del sangue versato.

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Mosca, dicevo, attira migliaia e migliaia di lavoratori dai paesi limitrofi (i trasporti pubblici sono efficienti, ma nonostante ciò il traffico stradale è micidiale). Sta succedendo quello che capita anche da noi: i lavori più umili i moscoviti non vogliono più farli (possono permetterselo dato che la disoccupazione è molto bassa) e quindi c’è anche una forte immigrazione dalle repubbliche asiatiche della Federazione Russa, ed anche da quelle che ne sono uscite trovandosi poi a mal partito, non avendo ne risorse proprie ne industrie significative. Anche in Russia c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione,e questo saldato al fatto che le pensioni sono abbastanza basse (la media è di 200 euro) così come l’età per andare in pensione (55 le donne e 60 gli uomini) costringerà a breve a prendere delle misure che potrebbero essere impopolari.

Spostarsi in metropolitana a Mosca è comodo, ci sono tantissime linee, e i passaggi sono molto frequenti. Alcune stazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, e infatti una mattina l’abbiamo dedicata alla loro visita. Considerevole che, dato che la città è in continua espansione, ogni anni vengono aggiunte almeno due nuove stazioni… Pur essendo enorme Mosca è anche una città verde: il 40% della superficie è coperto da verde e parchi, tra cui quel famoso Gorkij Park che ha ispirato un famoso film di spionaggio.

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Non ho portato a casa nemmeno una matrioska, e me ne dolgo. Contavo di farlo l’ultimo giorno, quando siamo riusciti a fare una passeggiata sulla via Arbat, via zeppa di negozietti: ma i primi due dove sono entrato erano gestiti da cinesi e mi sono sentito a casa, intristito. Le matrioske belle, quelle fatte a mano, giustamente costicchiano ed io ne posseggo già una, regalo di una vecchia collega, ancora in buono stato (la matrioska, la collega non so) che posso spacciare come appena arrivata. Ho portato a casa però una tazza con l’effigie di Putin: la terrò sulla scrivania e la metterò in mostra quando vorrò indicare di non rompermi le scatole.

L’ultima sera abbiamo assistito ad un bellissimo spettacolo di balletti, con una parte sulla storia russa ed una di balletti folcloristici tradizionali: costumi sfavillanti, grande corpo di ballo (cinquanta elementi!), ballerini e soprattutto ballerine con le quali rifarsi gli occhi.

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Danzatrici con uno speciale sistema di levitazione magnetica

Così come con le hostess dell’Aeroflot che ci ha riportato a casa, un bel biglietto da visita! Distribuendo anche una cena non disprezzabile.

Insomma, spero di avervi fatto capire che questo viaggio mi è piaciuto molto; che si può fare, anche senza tour organizzati; che mi piacerebbe persino andare a sentire Toto Cutugno cantare con il coro dell’Armata Rossa…

до свидания, Россия  !

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Questo francamente non si può vedere.

 

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Ma prima di abbandonare San Pietroburgo non si può non rivolgere un pensiero deferente ad Aleksandr Puŝkin, colui che è considerato il fondatore della lingua letteraria russa moderna. In Italia la sua opera più conosciuta è forse “La figlia del capitano”, da cui sono stati tratti un film e uno sceneggiato con Amedeo Nazzari nei panni di Pugacёv, ma in Russia è un monumento. Proprio il monumento di Pietro il Grande ispirò la sua opera “Il cavaliere di bronzo”, che da allora in poi è diventato il nome della statua che è il simbolo di San Pietroburgo. Sposò una moglie bellissima, e questo gli causò dei guai; nonostante avessero avuto quattro figli insieme sembra che questa lo tradisse, e per difendere il suo onore sfidò il presunto amante a duello e morì per le ferite riportate.¹

Da San Pietroburgo a Mosca ci siamo spostati con il treno veloce Sapsan, che collega le due città in circa quattro ore. Di Mosca parlerò nella prossima puntata, ma voglio anticipare quello che è uno dei problemi principali, come diceva il Johnny Stecchino di Benigni su Palermo: il traffico.

L’Anello d’Oro è quell’itinerario, non troppo distante da Mosca, che collega diverse città storiche, capitali medievali o comunque città allora importanti come Vladimir, Suzdal, Kostroma, Jaroslavl, Rostov, Sergei Posad. In queste cittadine (insomma, Jaroslavl conta 600.000 abitanti, per dire) abbiamo passato giornate a visitare Chiese, Monasteri maschili e femminili, Cremlini, con icone, iconostasi, affreschi e porte d’Oro come se piovesse. Fino a poco tempo fa pensavo che il Cremlino fosse solo quello di Mosca, poi ho scoperto invece che il Cremlino è la cittadella fortificata, ed ogni città importante ce l’aveva.

Osservando la cartina, come dicevo, non sembra esserci una grande distanza tra questi paesi, ed in effetti è così: il problema però è che le strade non sono adeguate al traffico, e le condizioni di manutenzione sono abbastanza precarie. Se si aggiunge che i lavori possono essere fatti solo nei lavori estivi, perché anche un non esperto di cantieristica intuirà che è un po’ difficile asfaltare a -30°, si capisce come sia possibile impiegare due ore per percorrere meno di settanta chilometri.

Il panorama è abbastanza uniforme: boschi, di betulle specialmente, pianura scarsamente coltivata, fiumi in lontananza ed ogni tanto delle pozze d’acqua. Non ci sono molti distributori o aree di servizio nel tragitto, ed a volte se anche ci sono è meglio evitarli; se proprio scappa, si può approfittare del boschetto di betulle, è più igienico.

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Meglio la betulla

Come dicevo, abbiamo fatto un’overdose di Chiese, Monasteri e Icone; alcune sono state ricostruite perché abbattute nel periodo rivoluzionario, molte le stanno restaurando così i futuri visitatori ne avranno a disposizione ancora di più.

La Chiesa Ortodossa, essendo chiesa nazionale (e non universale come quella Cattolica) per sua natura si presta abbastanza a supportare i nazionalismi (non che quella Cattolica non lo faccia, se è per questo); in questo caso quindi il fervore religioso si salda con la rinascita dell’orgoglio nazionale, non so quanto sia un bene ma vedranno loro. Segnalo l’incongruenza per cui, nonostante questo risveglio religioso, i matrimoni sono in calo; mentre invece la natalità, dopo il crollo drastico degli anni ’90, si sta riprendendo grazie ad efficaci interventi di aiuto alle madri ed alle famiglie.

Una delle visite che più mi è piaciuta è stata quella al Monastero di Suzdal, dove abbiamo assistito ad un concerto di campane ma soprattutto abbiamo visitato il piccolo museo dedicato ai prigionieri italiani; il monastero infatti era stato adibito, dopo la battaglia di Stalingrado, a campo di concentramento per i prigionieri, e vi furono rinchiusi parecchi italiani, molti dei quali persero la vita, come conseguenza delle condizioni in cui arrivarono, per le privazioni e le malattie. Il museo conserva foto, lettere e documenti dell’epoca, nonché testimonianze dei visitatori; assiduo era lo scrittore Tonino Guerra, quello della reclame “Gianni! L’ottimismo è il profumo della vita!”, che a sua volta era stato deportato e internato in Germania.

Ho imparato molto sulla forma delle cupole, sulle icone, sulle iconostasi, sul fatto che i preti possano sposarsi (ma solo se non vogliono fare carriera), ed anche sulla storia russa anche se tra Vladimir, Ivan, Alessandro e Nicola dopo un po’ ci si confonde. Sulle icone ad un certo momento cominciavo a simpatizzare per gli iconoclasti; simpatico poi che ogni tanto, dentro le chiese, ci fossero imboscate di cori russi che intonavano suggestivi canti sacri promuovendo il loro CD. Bravissimi, ma come dice Cetto La Qualunque, un coro è sublime, due cori sono da studiare, tre cori sono da andare a visitare con i torpedoni, ma al quarto…si comincia a cantare “non sopporto i cori russi” come Battiato.

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Colpisce che questi paesi sono abbastanza diversi dalle grandi città, ed anche per questo vale la pena visitarli: ci sono ad esempio molte case basse, le dacie, case di campagna dei cittadini che nei fine settimana danno vita ad esodi verso le loro casette, dove hanno un pezzetto di terra, una griglia, e spesso una mini-sauna.

Il tenore di vita è più basso che nelle città: lo stipendio medio di un operaio in città è di mille euro, mentre la media russa è di 500; così, mentre in città si vedono girare solo macchine nuove o comunque in buono stato, qui si vede ancora viaggiare qualche vecchia Lada! Una bella soddisfazione per noi italiani!

E si, perché quelle vetture sono state fabbricate dalle catene di montaggio della Fiat, portate a metà degli anni sessanta in quella che venne chiamata Togliattigrad (ma il vero nome della città è solo Togliatti), dal nome dell’allora segretario del PCI, che si impegnò per questa realizzazione. Quindi il nostro massimo capitalista di allora, Agnelli, mandò le sue linee (vecchie) in Unione Sovietica… la prima macchina costruita (la Zighulì) era la nostra 124, un po’ rinforzata, auto indistruttibile come so bene perché mio padre aveva una 124 familiare sulla quale ha caricato per anni ringhiere e cancelli sul portapacchi, e si arrese solo quando ormai era allo stremo, dopo aver percorso chilometri per almeno tre giri del mondo. Poi furono prodotte anche le 1300, che qui da noi avevano avuto minor fortuna. La città si chiama ancora Togliatti e conta più di 700.000 abitanti; la fabbrica funziona,  di proprietà per due terzi della Renault-Nissan e per un terzo russa. Produce un milione di vetture l’anno, forse la Fiat avrebbe fatto bene a rimanere…

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¹ Questa storia vale la pena di leggerla per intero, ci sono dei libri che la raccontano bene… l’amante della moglie era anche l’amante di un diplomatico (uomo) che lo adottò; questo amante era il cognato di Puŝkin , in quanto aveva sposato la sorella della moglie (quattro figli pure loro!) ma non contento insidiava anche la sorella. Se gli avessero dato ancora un po’ di tempo avrebbe insidiato anche Puŝkin stesso, probabilmente. Tutto chiaro, no?

Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Ci troviamo nella Piazza del Palazzo d’Inverno, è pieno di gente, turisti, corridori di una gara podistica, qualche comparsa con costumi dell’ottocento che propone di fotografarsi insieme in cambio di qualche rublo (o euro, ancora meglio).

Davanti a questo maestoso palazzo bianco e verde, se si chiudono gli occhi, si può cercare di immaginare le vicende di oltre cento anni fa: si era nel corso della prima guerra mondiale, l’Impero Russo era ormai stremato e sfiduciato, lo Zar Nicola II in febbraio aveva abdicato ed il successore aveva rifiutato di assumere il comando; il governo provvisorio di Kerenskij non aveva più l’appoggio delle masse popolari, e non era possibile costituire un’assemblea costituente a causa delle divisioni tra la Duma, la camera dei deputati, e i Soviet, ovvero le rappresentanze dei lavoratori, della Marina e dell’Esercito, dove i bolscevichi (che significa: la maggioranza) di Lenin avevano appunto la maggioranza.

L’incrociatore Aurora spara il colpo che da il via alla presa del palazzo d’Inverno; l’anno successivo la capitale fu stabilita (ri-stabilita) a Mosca, e nel 1924 il nome venne cambiato in Leningrado.

Il nome San Pietroburgo le venne restituito nel 1991, dopo il collasso del comunismo, a seguito di un referendum: curioso che gli abitanti della città scelsero di tornare all’antico nome, ma la provincia nel suo insieme decise di restare Leningrado, in omaggio ai caduti della Grande Guerra Patriottica. Così la città di San Pietroburgo rimane nella provincia di Leningrado, e mi pare giusto.

La città è molto bella. Fondata dallo zar Pietro il Grande sulle rive del fiume Neva, bonificando aree malsane e paludose, scavando canali, collegando le varie isolette con decine di ponti; doveva essere bella e potente, proiettata verso il nord Europa, e fronteggiare la potenza concorrente, che a quell’epoca era la Svezia…

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Turisti giapponesi venerano la Statua di Pietro il Grande nella Fortezza dei Santi Pietro e Paolo

Le rive sono costeggiate da splendidi palazzi sette-ottocenteschi, opera in gran parte di architetti italiani e ticinesi; a proposito di italiani, non per vantarci ma nelle sale dell’Ermitage, il famoso museo di cui il Palazzo d’Inverno ora fa parte, ci sono ben 35 sale dedicate alla pittura italiana, con capolavori inestimabili come ad esempio la Madonna Litta di Leonardo Da Vinci.

Se non fosse per le scritte in cirillico (ma comunque su quasi tutte le targhe delle vie c’è la traduzione inglese, per cui il mio sforzo di studio accelerato del russo non era poi così indispensabile) sembrerebbe di essere in Olanda, o in qualche città della Germania; del resto proprio così Pietro voleva la sua città, che assomigliasse a quelle di queste nazioni che stimava e ammirava.

E’ suggestivo fare un giro in battello la sera, dopo l’imbrunire, e vedere i palazzi illuminati; percorrere la famosa prospettiva Nevskij, la grande arteria di oltre quattro chilometri che attraversa lo spazio racchiuso in un’ansa della Neva, dove di trovano negozi, palazzi, parchetti, chiese, e dove c’è sempre un grande passeggio; visitare almeno la Chiesa di S. Isacco, la cattedrale della Nostra Signora di Kazan, che contiene un’icona della Madonna bellissima, e la scenografica Chiesa della Resurrezione, sul canale Griboedov. E la Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, ovviamente, dove il povero comandante non poteva mai uscire, in pratica era prigioniero…

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Chiesa della Resurrezione, che ad un occhio poco allenato potrebbe sembrare composta da pezzi messi a caso

A proposito di Griboedov, poco prima di partire avevo letto la sua commedia “Che disgrazia l’ingegno!”, nella quale immodestamente mi riconosco; morì giovane, fatto a pezzi nell’assalto dell’ambasciata russa a Teheran, dove stava trattando le clausole di pace dopo la guerra che aveva visto la Persia soccombere: i russi volevano indietro le donne cristiane,  armene e georgiane, presenti negli harem turchi, ma la folla sobillata da quelli che le donne se le volevano tenere linciò gli occupanti dell’ambasciata.

E’ impossibile, passando vicino a quei palazzi, non pensare a tutti gli scrittori che vi hanno abitato, o semplicemente si incontravano nei caffè per discutere delle loro opere; ogni via e ogni monumento, si può dire, sono citati e raccontati in qualche loro opera. I racconti di Pietroburgo di Gogol, Il maestro e Margherita di Bulgakov… per non parlare di Dostoevskij. Proprio oggi sono passato in biblioteca, volevo prendere Delitto e castigo e (ri)leggerlo, ma non c’era. C’era l’Idiota, c’erano i Demoni e c’erano i Fratelli Karamazov, ma Delitto e castigo no. Ho pensato che le mie forze attuali non mi permettono di affrontare letture così impegnative, di migliaia e migliaia di pagine; ho ripiegato allora (si fa per dire) sulla Sonata a Kreutzer di Tolstoj, più accessibile, che posso leggere anche in treno senza paura di rompermi una rotula nel caso, addormentandomi, che il tomo mi cada su un ginocchio.

Mi viene in mente quando, da ragazzo, andavo ad aiutare mio padre a bottega (lui era fabbro, lo ricorderete); la mia mansione spesso era quella di spazzare per terra, compito che svolgevo con scrupolo persino eccessivo; una volta al mese il postino Renato consegnava la “Selezione del Reader’s Digest”, di cui mio padre non so perché aveva l’abbonamento; questa rivista (non so se esista ancora) pubblicava insieme tre o quattro libri ma di ognuno solo qualche pagina era originale, ed il resto era un riassunto, ben fatto e curato, ma sempre riassunto. Quasi un bignamino, che forse in questi casi sarebbe utile…

Alzi la mano quanti hanno letto “I Fratelli Karamazov” in edizione integrale. Senza barare, eh? Quelli della mia età sono fortunati, perché la Rai ce l’ha trasmesso in televisione a puntate nel novembre-dicembre del 1969, con un cast di attori fenomenali. Allora si faceva cultura, e la gente non si annoiava mica: 15 milioni di audience! C’era fame di conoscenza, oggi tutti pensano di sapere tutto e l’ignoranza invece imperversa.

Ho in mente tante immagini: il fiume di gente che la sera attraversa il ponte prospiciente l’ammiragliato, per andare sul Lungoneva, o sulla Piazza del palazzo d’Inverno, o sulla Prospettiva Nevskij; le macchine private sul Lungoneva che, nel portabagagli, hanno delle macchinette di caffè con il quale fanno espressi da vendere ai passanti; la metropolitana profondissima, che abbiamo preso per mettere alla prova la mia lettura del cirillico (esame superato): il biglietto costa solo 45 rubli, circa 60 centesimi. Le piccole band di musicisti che si mettevano a suonare per strada, dove subito di formavano i capannelli di ragazzi… giovani, tanti giovani! Ho visto pulizia, gioia e la voglia di godersi queste giornate di sole.

Erano in corso anche le esercitazioni per la festa della Marina, che si sarebbe tenuta il 27 luglio, ma noi eravamo già partiti; a proposito, il servizio militare in Russia dura un anno, e spesso si incontrano dei reparti di soldati; anche da loro si sta discutendo se abolire la leva e puntare solo sull’esercito professionale, mi auguro non facciano il nostro stesso sbaglio.

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L’incrociatore ha appena sparato una palla facendo centro nel bersaglio

Abbiamo fatto un’escursione alla cittadina di Puskin (o Tsarskoe Selo, il villaggio degli zar) dove abbiamo visitato il palazzo di Caterina, e la splendida Camera d’Ambra. Il palazzo fu distrutto dai tedeschi prima di ritirarsi, nella seconda guerra mondiale; la Camera d’Ambra originale fu smontata e portata via. Venne anche catalogata (reperto 200) ma dopo la guerra non fu mai ritrovata. Quella di oggi è una riproduzione fedele, rifatta sulla base delle fotografie e disegni originali, e la spesa è stata sostenuta dal governo tedesco, a parziale risarcimento dei danni fatti.

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Miei compagni di fatica ai quali sono state negate le meritate ferie

Due parole sul cibo. Essendo un tour organizzato, la maggior parte dei pasti li abbiamo consumati in alberghi o ristoranti convenzionati: il menu consisteva di solito in insalata, zuppa, un secondo di carne o pesce e dolce. Noi non siamo abituati alle zuppe in estate, ma devo dire che dopo un po’ le ho trovate gradevoli. Una sera ci siamo liberati e siamo andati a mangiare in un piacevole ristorantino georgiano, dove abbiamo preso dei ravioloni di cui non ricordo il nome, della buona carne e due buone birre, e abbiamo pagato meno di 25 euro in due: da tornare!

Spero di non aver fatto troppa confusione, come dicevo ho mischiato racconti impressioni e ricordi; ma, date retta, vi conviene andare a vedere da voi…

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Tutti ar mare

“Tutti ar mare,
 tutti ar mare
 a mostra’ le chiappe chiare,
 co’ li pesci,
 in mezzo all’onne,
 noi s’annamo a diverti’”

Così cantava Gabriella Ferri nel 1973: uno sberleffo, una canzonatura, che in poche righe descriveva quel proletariato fantozziano che, compresso nelle utilitarie Fiat, arrivava sudato e caciarone alla agognata spiaggia dove, dopo aver installato ombrelloni, sdraio e non di rado tavolini e sedie, non appena tolti i vestiti e rimasto in costume si tuffava subito in acqua; pochissimi sapevano nuotare e i più rimanevano a riva, dove si toccava.

Vi ho già detto che al mare mi annoio? In compenso in montagna mi stufo. Me ne sto bene a casa mia e non sentirei nessun bisogno di staccare la spina o ricaricare le pile, giacché cerco di ricaricarmi in altri modi che non siano quelli dell’oziare sotto un ombrellone pagato a caro prezzo soppesando fondoschiena femminili protetto dalla riservatezza degli occhiali da sole. No, no, datemi un divano o una sdraio in terrazza, una birretta, un libro, un quaderno ed una biro e mi ricarico da me.

Quando ero bambino ed ancora figlio unico, nei primi anni ’60, qualche volta andavamo al mare con i nostri vicini, Antonio e Rosa, che avevano due figli, Stelvio mio coetaneo e caro amico e Vania, che a dispetto del nome non era uno zio ma la sorella appena più grande. Partivamo al mattino e tornavamo la sera, mai andato in vacanza con la famiglia, e chi poteva permetterselo? Per i bambini c’erano le colonie, mare o montagna a seconda dei bisogni. Forse è per questo che ancora oggi quando vado al mare ho la fastidiosa sensazione di sprecare tempo e soldi.
Ma, tornando a quelle spiagge, le donne erano di corporatura tradizionale, cosa che oggi è raramente riscontrabile se non nella protagonista dei romanzi di Alexander McCall Smith, Precious Ramotswe, ambientati però in Botswana, ed indossavano il costume rigorosamente intero.

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In testa avevano dei fazzoletti colorati, o degli ampi cappelli di paglia; sopra il costume portavano un vestitino leggero con i bottoni sul davanti, di tessuto stampato con fantasie floreali, e lo toglievano con pudore, anche perché la depilazione brasiliana era sconosciuta, ma forse la depilazione tout-court; noi avevamo degli slippini, maschi e femmine, ed anche i padri avevano dei costumi a slip, sempre gli stessi per anni e anni, simili a quelli di Johnny Weismuller in Tarzan.

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C’è da dire che, trattandosi di lavoratori, i fisici non erano da disprezzare: spalle larghe, torace ampio e ricoperto di virile peluria (uomini depilati non esistevano o almeno nel mio piccolo mondo erano sconosciuti, con l’eccezione dei ciclisti), gambe e braccia muscolose.
Altro che crema solare, altro che protezione 50! In genere si tornava a casa tutti arrossati e venivano applicati degli impacchi lenitivi a base di amido, che toglievano l’infiammazione.

Tempi beati! Il buco dell’ozono non esisteva ed il sole non era un nemico da temere; non si contavano le calorie col bilancino perché tanto tutto quello che si metteva dentro in poco tempo si bruciava.

Mi accorgo ora che più passa il tempo più sviluppo senili forme di insofferenza, e delle vacanze al mare mi danno fastidio cose che ieri mi lasciavano indifferente:
a) ci sono troppi cani in giro o forse troppi padroni di cani; a me i cani piacciono ma quando vengono trattati come bambini non lo sopporto, non è nemmeno dignitoso per loro;
b) ci sono troppi tatuaggi ed alcuni decisamente assurdi;
c) gli ombrelloni costano troppo (l’ho già detto?);
d) ci sono troppi ragazzi che vanno in bicicletta parlando al cellulare; diventeranno degli adulti che guideranno l’auto guardando il cellulare e causeranno incidenti: propongo in via preventiva di non concedergli la patente;
e) le biciclette in dotazione agli alberghi hanno le selle troppo dure, già pedalare stando attenti ai cani al guinzaglio ed ai ragazzi con i cellulari è faticoso, perché aggiungere altra pena;
f) sarei favorevole a comminare il daspo dalle spiagge a chi tira i gavettoni a ferragosto.

Avrete capito da questo breve elenco come al mare non sia propriamente socievole. E quella cavolo di sella mi da un fastidio del diavolo. Buone vacanze!

(155 – continua)

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Nota.
Le miss della foto di copertina sulle nostre spiagge, molto più morigerate, non esistevano. O almeno io non le ricordo, o forse allora non ci facevo caso?

Bromuro

Ai miei tempi per molestare le tedesche non c’era bisogno di andare fino a Colonia. Venivano qua di loro spontanea volontà ben sapendo quello che sarebbe loro accaduto, e se non fossero state molestate almeno un po’ ci sarebbero rimaste  male.

Colonia è una bella città della Germania Ovest. Ci sono stato di passaggio verso l’Olanda qualche anno fa (chi ne avesse la curiosità potrà leggerne la cronaca qua) in vacanza in agosto, e la città mi era piaciuta molto: il maestoso Duomo, il curatissimo e invitante lungo-Reno con tanti locali per mangiare e bere, la città vecchia con il bel municipio, il più antico della Germania. La città è stata pesantemente bombardata nella seconda guerra mondiale: gli operosi teutonici hanno ricostruito tutto com’era e dov’era. Ricordo che appena iniziato il nostro giro di visite ci fermammo presso un carrettino  per ristorarci con un Berliner, il bombolone tipico ripieno di tanta marmellata: l’eccesso della quale rotolò sulla maglietta immacolata costringendomi a girare impataccato tutto il giorno. La cosa non dispose bene il mio animo; per fortuna poco dopo ci fermammo ad un chioschetto e conobbi la birra tipica, la Kölsch, che servono in bicchierini da 0,2 l, che costava ridicolmente poco. L’animo, dopo un paio o forse tre bicchierini, si rasserenò.

La calata estiva delle tedesche, diciamo delle nordiche in generale, molto più avanti in fatto di emancipazione sessuale, destava sempre una certa attesa speranzosa. Non so se sia mai stato misurato il livello di testosterone presente in una caserma, con centinaia di ragazzi di venti anni che in larga parte non erano mai usciti di casa ne tantomeno avuto rapporti sessuali se non con se stessi: per questo si diceva che al latte della colazione venissero aggiunte abbondanti dosi di bromuro per raffreddare i bollenti spiriti, ma non posso confermarlo.

I prodi soldatini, l’ho già detto da altre parti, per essere molesti erano molto molesti, sia fuori che dentro la caserma; ma sapevano bene che c’era un limite tra l’importunio e l’allungamento non autorizzato delle mani, se non di altro. Anche se, diciamocelo, non è che per allungare le mani si possa sempre chiedere il permesso. Specialmente se si era in uno contro uno a volte ci si sentiva anzi in dovere di provarci, magari lei se l’aspettava e si sarebbe fatta la figura del fesso se non peggio: se la và, la gà i gamb, altrimenti si prendeva il meritato schiaffone e si batteva in ritirata. Ma quando la proporzione tra assalitori e difensori non veniva rispettata, la cosa allora come oggi era grave e dalla molestia si passava alla vigliaccheria.

Posso testimoniare che in nove mesi di servizio militare a Rimini, come sottotenentino, non arrivò mai in caserma una denunzia del genere: anzi da ufficiale di giornata, che è quel valoroso che a turno con altri valorosi indossa una fascia azzurra a bandoliera e in virtù di ciò controlla che le sentinelle non si addormentino permettendo così intrusioni o evasioni (nel nostro caso non si trattava di carcerati ma di artiglieri che avrebbero gradito prolungare la libera uscita); vigila inoltre sull’ordinato rispetto della coda in mensa (-“E state in fila, coglioni! Che cazzo fate voi due? Muccillo, lascia stare a Francia!” – “O tenè, ‘stu fitusu voli passari innanzi. A mia nuddu me passa innanzi!” -”Francia, ‘mo sò cazzi tua. Muccillo tienilo, che lo piglio a calci in culo” _ noterete l’elegante intercalare virile, indispensabile per farsi comprendere da tali cercopitechi_ ) e schiera al più presto la guardia per rendere i saluti a qualche pezzo grosso in visita (facendo finta di cadere dalle nuvole, quando in realtà sarà stato avvisato almeno una settimana prima);  in questo periodo, dicevo,  gli unici reclami furono di due vichinghe alla ricerca di due intraprendenti camerati, o in linguaggio più politicamente corretto commilitoni, che le avevano sedotte,   consenzienti e soddisfatte precisiamo,  rilasciando precauzionalmente false generalità. Mazzini Giuseppe e Foscolo Ugo avrebbero dovuto insospettire le due biondone, secondo me: ma evidentemente non era la cultura classica il loro forte. Anche l’identikit fornito non fu esauriente (non molto alti, occhi scuri, capelli neri, pelle scura: mezza caserma rispondeva alla descrizione e io stesso a parte il colore degli occhi da abbronzato sarei stato un sospetto) e la ricerca non diede quindi risultati. Lo dico solo per la cronaca, l’occupazione principale della guardia quando non era in giro a fare ispezione era quella di sfogliare giornaletti sconci.

Fra qualche giorno a Colonia ci sarà il Carnevale, uno dei più belli di Germania, e visto quel che è successo a Capodanno mi permetto di dare un suggerimento alle autorità preposte: usate il bromuro. Mettetelo dove volete, nei Berliner, nella Kölsch, nei Kebab, ma usatelo: meglio prevenire che curare.

(80. continua)

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Grazie Olena (già ci manchi)

Devo ringraziare la cara Olena perché la sua letterina ha provocato un picco inaspettato di visualizzazioni; vuol forse dire che la mia iniziale deliberazione di proporre tutte storie con le mutande indossate è velleitaria e poco in sintonia con i tempi?

Capisco che il clima vacanziero sia propizio al rilassamento e che evitare sforzi sia fisici che psichici sia un imperativo categorico; comprendo ed approvo, tant’è che da parte mia lo sforzo fisico più importante una volta era quello,  sciacquettando in costume sul bagnasciuga,  di tirare indietro la pancia mentre passava qualche bella ragazza; ora desisto anche da quello: tanto, oramai.

Mi dichiaro senza vergogna seguace delle letture rilassanti. Ad esempio l’altra sera, sfogliando il Grand Hotel di mia suocera mentre dopo la lauta cena del sabato imperversava una accanita partita a carte alla quale mi sottraggo sempre volentieri, la partita dicevo non la cena, apprendevo di una soubrette nostrana emigrata negli Stati Uniti che dichiarava di essere contenta della sua vita, della qual cosa come compatriota mi compiaccio, e che ora raggiunti i quarant’anni avrebbe voluto coronare la sua felicità con un figlio. Non nego certo il diritto di ognuno di stabilire le proprie priorità. Del resto, senza addentrarmi troppo nel ginecologico di cui peraltro parlerei per sentito dire, saprete anche voi che finché non sia esaurito il tesoretto di ovuli dotatole dalla nascita, alla fine del quale come effetto collaterale diviene vietato chiudere le finestre d’inverno, una donna a patto di trovare un giusto donatore è idonea a procreare. La presenza fisica di un uomo, pur auspicabile, non è più da ritenersi indispensabile. In genere da sposati, dopo una certa età, si tende a dubitare che l’essere col quale si condivide il talamo, ammesso che lo sia mai stato, sia ancora il giusto donatore. Nel suo caso non credo che mancheranno volontari per accontentarla; certo, se dovesse avere una figlia che ragionasse come lei, avrebbe una buona probabilità di non  conoscere i propri nipotini.

La lettura che preferivo sotto l’ombrellone prima che il mare mi venisse a noia è indiscutibilmente, più ancora di Tuttosport, Cronaca vera. A dire la verità, siccome metteva sempre in prima pagina una donnina in vesti succinte, la compravo insieme a Tuttosport, anzi dentro; e appena estratta dall’inutile giornale sportivo mi affrettavo a girare la copertina. Dentro appare come un giornale quasi normale, che pur essendo in bianco e nero colora molto le notizie di cronaca nera: memorabile un articolo, dove un uomo aveva ucciso la madre per futilissimi motivi, con le due foto messe a confronto, l’uno con un ghigno patibolare e l’altra in posa angelica e sotto quella della madre il titolo geniale: “Aveva l’unico torto di averlo messo al mondo”.  Sospetto che il settimanale sia fatto da una sola persona che scrive editoriali, redige articoli, risponde alle lettere del cuore e dispensa consigli sessuali con estrema competenza.

Un anno, per darmi un contegno, portai a bordo piscina “Principi di progettazione dei sistemi informativi”, un tomazzo di 700 pagine. Anche un bambino capirebbe come, specialmente dopo mangiato, dedicarvisi non sia la cosa più assennata da fare; ed infatti mio figlio, avendolo ben intuito, si buttò a bomba dal trampolino lavando interamente sia me che il tomo.  Ringrazio per questo anche lui, e auguro buone vacanze a tutti.

(55. continua?)

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