Autunno, cadono i marroni

Cronachette della fase tre (11-22 settembre)

L’estate è finalmente finita, con i tormentoni quotidiani sull’aumento o diminuzione dei contagi (a seconda di quanti tamponi venivano fatti), l’allarme per le scuole con alti lai su mancanza di mascherine, di aule, di banchi, di insegnanti e perfino di mense: come se senza Covid tutto andasse per il meglio, infatti come è noto ad inizio anno ci sono sempre stati tutti i professori, negli anni non si sono create classi con numeri sempre più alti di studenti, per razionalizzare s’intende,  e le mense funzionavano a meraviglia, specialmente quelle smantellate o privatizzate dagli stessi che oggi strillano allo scempio; nel passato se vogliamo mancava anche la carta igienica, di questo si saranno dimenticati o almeno a questo si è posto rimedio?  Briatore e Berlusconi poverini, “quasi quasi mi dispiace” dice mia madre,  pensa a te ma’ che già hai i tuoi problemi, riapriamo gli stadi ai tifosi (ma si, e teniamoceli dentro), non criminalizziamo i luoghi del divertimento, ma no per carità ci mancherebbe, non criminalizziamo nemmeno chi ha deciso di andare ad impestarsi in Grecia, in Spagna, a Malta, in Croazia: ma vi sembrava il momento giusto? Non criminalizziamo nessuno, nemmeno quelli che hanno ammazzato di botte il ragazzino a Colleferro, o quello che ha ammazzato il prete a Como, poverino anche lui, aveva tanti problemi…

Oh Gio’ ma che hai, direte, ti ha morso la tarantola? Non sarai mica arrabbiato per l’esito del referendum? Tranquilli amici, del referendum non me ne importava una cippa anche se alla fine sono andato a votare, ma giusto per mettere un timbro sulla scheda elettorale e per controllare le misure di sicurezza; data l’affluenza non è che corressi tutto ‘sto gran rischio, ma comunque devo dire che sono state prese tutte le precauzioni possibili, anche quella di disinfettare la matita dopo l’uso. No, è solo che sono un po’ nervoso, e non solo perché continua la cattività ovvero il telelavoro ma, non bastasse questo, mi tocca condividere la gabbia con mia suocera. Che, poverina anche lei, è venuta a svernare a casa nostra perché  nel condominio di fronte al suo stanno facendo dei lavori di rifacimento dei tetti coibentati con l’ethernit; e per evitarle di respirare qualche fibra di amianto, che peraltro avrebbe digerito senza problemi, è stata portata a distanza di sicurezza. Ora, non vorrei dare cattive impressioni ma a mia suocera voglio bene, solo che non abbiamo niente da dirci e le sue storie ormai le conosco tutte a memoria; in più è una sorda selettiva che tende a capire solo quello che le fa comodo. D’altro canto lei penserà che io sia un orso selvatico, non fosse altro perché qualsiasi gioco delle carte mi fa venire sonno e di solito non parlo per slogan ma cerco di argomentare qualche opinione, sforzo che viene puntualmente vanificato dalle convinzioni eterne e immutabili della vecchia. Aggiungete che la stanza dove è il mio studiolo è anche la stanza degli ospiti e quindi sono dovuto sloggiare in soggiorno e capirete che la mia gioia di vivere non è alle stelle.

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A proposito di marroni l’altra domenica sono andato in visita al Castello di Masino, bene FAI, poco distante da Ivrea, per una visita guidata al giardino e soprattutto per la degustazione di Erbaluce, il vino tipico della zona, che un mio collega originario di quelle parti mi ha promesso per anni e non mi ha mai portato, vatti a fidare. Così, se Maometto non va all’Erbaluce, ecco che si muove Gio’… la visita è stata molto interessante, il castello è ricco di storia ed il parco è curato con tutti metodi naturali; i giovani del FAI vendevano anche della marmellata fatta nel Giardino della Kolimbetra, ad Agrigento: noi ci eravamo stati sei anni fa quando il Giardino era stato riaperto da poco, e quella di fare la marmellata era solo un’idea. E’ strano però trovarsi a Torino a parlare di Giardini di Agrigento!

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Masino è un piccolo borgo dove è rimasta una trentina di persone, tutti anziani; noi ne abbiamo incrociato una decina, quindi un buon trenta per cento; da una di queste abbiamo comprato delle castagne, anzi appunto dei marroni (confesso che alla mia veneranda età non avevo mai visto dei ricci così grandi). In settimana mi sono esibito in qualcosa che non avevo mai fato in vita mia e cioè lessare delle castagne (facile: ma ricordarsi di mettere un po’ di sale e una foglia di alloro, e poi pelarle ancora calde) e poi al forno. Purtroppo quest’ultimo esperimento non è andato bene perché a) ho aspettato troppi giorni e le castagne cominciavano a seccare e b) le ho cotte troppo. Risultato: le prime ancora calde sono riuscito a sgranocchiarle ma per le altre nessuno si è sentito di rischiare la dentiera. Che peccato, mi toccherà tornare! E ne ho ben donde, dato che alla fine l’Erbaluce non l’ho comprato, e nemmeno il passito di Caluso (un paese lì vicino dove fanno un passito favoloso) perché abbiamo deciso di andare a visitare Ivrea. Ora,a Ivrea c’ero stato nel 1982 in visita alla Olivetti dove si progettavano e realizzavano circuiti elettronici integrati: erano all’avanguardia e nessuno ha mai fatto un mea culpa per la fine che ha fatto quell’azienda. Tutta gente che ancora oggi pontifica per il bene del paese, eh! Allora mi colpì il terreno brullo intorno, di un ocra che mi metteva tristezza; ma forse il ricordo è fallace, perché oggi la cittadina l’ho trovata carina, non ho visitato niente perché era tutto chiuso ma in compenso ho visto che ci sono molti ristoranti e trattorie per future puntate.

Che strano, anche stavolta finisco con un richiamo alle trattorie; sarà che in questa prigionia sto mangiando tanta di quell’insalata che temo di trasformarmi presto o tardi in una capretta. Ma che marroni!

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 3

La seconda tappa del viaggio è L’ Aquila. Ero stato in questa città più di trent’anni fa per lavoro, e le uniche cose che ricordavo erano la lunghissima pausa pranzo, la faticosa salita per arrivare in centro, il freddo (credo fosse ottobre-novembre), i colori della Basilica di Collemaggio e lo stupore nell’imbattermi per caso nella Fontana delle 99 cannelle. Perché L’ Aquila dunque? Per prima cosa perché mia moglie non c’era mai stata, poi per verificare di persona come la città si sta riprendendo, dopo il terremoto disastroso del 2009; non per voyeurismo macabro ma con molto rispetto, con amore direi. Cosa abbiamo trovato? Il centro storico è tutto riaperto, i monumenti ed i palazzi in travertino bianco sembrano addirittura brillare; a volte si ha l’impressione di camminare tra una scenografia teatrale, perché le facciate sono rimesse a nuove ma magari dietro gli edifici sono puntellati, e se si scende man mano lontani dal centro diversi edifici sono ancora lesionati. La città mi è sembrata comunque viva, tanta gente per strada, turisti e non solo; la sera addirittura giravamo in alcuni tratti con le mascherine a causa dell’affollamento. Nella bella Piazza del Duomo abbiamo visitato la chiesa di Santa Maria del Suffragio, perché il Duomo è ancora in ristrutturazione; la sera nello spazio del mercato, nella stessa piazza, trasmettevano un film per bambini, ed era pieno di famigliole; abbiamo mangiato in un ristorantino in una via laterale, scelto a caso dato che ho cercato di prenotare telefonicamente in tre posti suggeriti da Tripadvisor ma erano tutti pieni (questo è stata una costante del viaggio: i locali per mangiare erano sempre pieni. Sarà che hanno dovuto mettere meno tavoli, o forse sarà che di gente in giro ce n’è comunque tanta, certo che si fa fatica a pensare ad un paese in crisi… tra l’altro devo dire che grazie al Covid i ristoratori sono obbligati a fare quello che avrebbero dovuto fare anche prima: disinfettare i tavoli quando cambiano avventori, e non mettere un tavolo appiccicato all’altro permettendo di godersi la cena. Quasi tutti, mi sembra, si sono adeguati a queste norme di normale igiene).

Abbiamo visitato la Basilica di Collemaggio che con i colori del tramonto è ancora più bella e visto la Porta dell’Indulgenza; ho preso un libriccino di poche pagine su Celestino V ma non sono ancora riuscito a leggerlo, ogni volta che lo apro mi si chiudono gli occhi; visitato la Fontana delle 99 cannelle, tutte funzionanti, e più su la Chiesa di San Bernardino da Siena con le spoglie del Santo, siamo arrivati fino alla Fortezza Spagnola, questa chiusa, con intorno un parco tenuto veramente bene nel quale è stato costruito da Renzo Piano il nuovo Auditorium (non so come mai ma ad ogni disastro Renzo Piano costruisce qualcosa).

Una sera abbiamo lasciato l’auto in un parcheggio vicino a Collemaggio che avrebbe dovuto essere collegato con il centro con delle scale mobili: peccato fossero tutte ferme e ce le siamo fatte tutte a piedi, in questi tunnel vuoti ed inquietanti. A L’ Aquila non abbiamo mangiato gli arrosticini e questo è già da solo un motivo per tornare.

Siccome il nostro albergo era vicino alla Stazione, per salire in centro dovevamo prendere l’auto (avremmo anche potuto andare a piedi ma con 35 gradi non era consigliabile) e passare in via XX Settembre, dove si trovava la Casa dello Studente nel crollo della quale persero la vita otto ragazzi; e si sarebbe potuto evitare, se ognuno avesse fatto il proprio dovere, a cominciare da chi fece i lavori che ne indebolirono la struttura per finire a chi non fece evacuare gli studenti dato che le scosse si succedevano ormai da mesi. Ma in questo paese siamo spesso a piangere i morti perché chi deve controllare non controlla, e sembra che non impariamo mai. Sembra passata un’era geologica: al governo c’era Berlusconi, ci furono polemiche a non finire, costruttori intercettati mentre se la ridevano pregustando i guadagni, G9 spostato dalla Maddalena a L’ Aquila, New Towns… il disastro usato come occasione di affari e vetrina mediatica: un vero e proprio schifo dal quale fortunatamente gli aquilani, gli abruzzesi, sono usciti con l’orgoglio che li contraddistingue.

Mi accorgo di starla buttando in politica e non è mia intenzione, anche perché come la penso su quei personaggi lo sapete. Continuiamo in leggerezza: la sera del ritorno in albergo c’è stato il primo scontro con il navigatore, che ci ha fatto fare un giro assurdo e sarà solo il primo tanto che a un certo certo punto l’ho dovuto esautorare e tornare alle usanze di una volta, ovvero chiedere ai passanti. La tecnologia ci salverà? Non credo.

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 2

Stamattina ho avuto l’idea di andare a tagliarmi i capelli, effettivamente allungati; purtroppo il mio parrucchiere Leo, calabrese verace, è in ferie, per cui anche se a malincuore ho dovuto dirigermi verso il salone cinese che c’è in piazza. In dieci minuti netti mi hanno misurato la temperatura, fatto disinfettare le mani, lavato i capelli facendomi indossare una mascherina nuova e rapato in stile Auschwitz, con una strana cresta sulla sommità del capo. Niente da dire su pulizia e velocità, per il resto ho pagato in tutto per 12 euro scambiando solo quattro parole: lavare, corti ai lati (il loro concetto di lato però è molto esteso), e quanto pago? Nel frattempo ho assistito ad una buffissima disputa tra una vecchietta che stava cercando di spiegare che i capelli li voleva mossi e il cinese che la serviva che cercava di convincerla che mossi è un’opinione e non un tipo di acconciatura. Leo, perdonami, non lo farò più…

Come vi dicevo, il giro è stato organizzato al volo; la prima scelta era Matera ma un po’ la distanza (più o meno la stessa che c’è tra Como e il paese) e le opinioni di chi c’è stato nello stesso periodo (“ma siete matti? Fa un caldo dell’accidente”) ci hanno spinto a ambiare destinazione. Senza fare tantissima strada abbiamo fatto lo stesso un giro molto interessante: Ascoli Piceno, L’Aquila, Rieti (e dintorni, soprattutto dintorni), Todi e dulcis in fundo Siena. Sapete che sono un tipo di larghe vedute, e penso che ognuno abbia il diritto di suicidarsi come meglio crede: fare i turisti nelle città d’arte e storiche la settimana di Ferragosto è senz’altro uno dei più piacevoli, ma vi assicuro che nelle ore più calde ho avuto dei momenti di invidia profonda per quelli che si sono andati ad assembrare in spiaggia… Non farò una cronaca dei monumenti perché quelli si possono trovare in ogni guida ma riporterò solo qualche impressione, le cose che più mi hanno colpito.

Inizio dunque da Ascoli Piceno, dove non ero mai stato, imperdonabile per un marchigiano ma tenete conto che sono andato via di casa poco dopo i venti anni, la ex ministra piangente Fornero sarebbe orgogliosa di me perché non sono proprio stato un choosy e quindi ho avuto poco tempo per fare turismo, anzi mi rendo conto di conoscere tante altre regioni meglio della mia…

Ad Ascoli due piazze stupende, Piazza del Popolo e Piazza dell’Arringo; nella prima, la più famosa, con una bellissima pavimentazione, si affacciano la Chiesa di S.Francesco con le colonne del portone d’ingresso che, se ci si batte, suonano; il Palazzo del Capitano con la sede della Quintana, il palio che si svolge in agosto (quest’anno tutti i palii sono saltati, anche il nostro; tra l’altro tutte le città visitate hanno un palio, più o meno famoso, fino ad arrivare a quello celeberrimo di Siena…) e dove sono in mostra diversi costumi (di cui ho mandato le foto alla nostra reggente per farle invidia) e il Caffè Meletti. Questo caffè, uno dei caffè storici d’Italia (nelle Marche ce ne sono due ed uno è nel mio paese, per quello ve ne parlavo la volta scorsa. Sono caffè che hanno mantenuto gli arredamenti originali, di fine ottocento-inizio novecento, dei piccoli capolavori) è famoso per l’Anisetta, un mistrà digestivo; dopo pranzo ovviamente caffè corretto Anisetta, costicchia ma ne vale la pena.

Ah, prima ovviamente avevamo mangiato Olive Ascolane… ormai si trovano dappertutto ma non c’è paragone. Ricordo da ragazzo quando nei pranzi tradizionali al ristorante (le poche volte che si andava, solo per qualche cerimonia…) uno dei piatti forti era la frittura mista: agnello, verdure fritte, olive ascolane e crema fritta (si, crema pasticcera fritta). Che nostalgia, soprattutto dell’appetito che avevo. In Piazza dell’Arringo, dove si svolge il mercato, c’è il Duomo di S.Emidio, patrono della città, ed il Battistero. Sotto al Duomo c’è una cripta bellissima, affrescata nelle volte e che ha alla pareti mosaici recenti, fatti dopo la guerra, che ritraggono scene del tempo tra cui la ritirata dei tedeschi che lasciano la città per assetarsi sulla linea gotica. Ascoli Piceno fu risparmiata dai bombardamenti (cosa che non avvenne alla vicina San Benedetto del Tronto) grazie ad un accordo tra il Vescovo ed il Feldmaresciallo Kesselring (quello delle Fosse Ardeatine, per intenderci), che dichiarava la città “libera e ospedaliera”, in sostanza una zona franca non bombardabile. Non mi è molto chiaro come mai il Vescovo chiedesse ai tedeschi di non bombardare, dato che i bombardamenti a San Benedetto li avevano fatti gli inglesi, ma ad ogni modo la città fu fatta salva.


Ma forse la cosa che più mi ha colpito in questa città è stata una targa posta su di un lato del Duomo, a ricordo di una persona lì morta, forse un senzatetto: mi è sembrata una testimonianza di pietà e affetto così grande che l’ho voluta riportare.

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Mi sono dilungato un po’ troppo, amiche e amici, e siamo solo all’inizio… se continua così finirò per le vacanze di Natale! (A proposito di vacanze, mentre tornavamo sentivamo dichiarare da qualche sottosegretario che se i contagi continueranno a salire non è escluso che a settembre le scuole non riaprano. Dio ce ne scampi e liberi…)

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Turisti per caso all’epoca del coronavirus – 1

E così, amiche e amici, alla fine ho ceduto ed ho fatto una vacanzina, senza peraltro far ricorso al bonus vacanze ma cacciando giustamente i soldi di tasca mia. Si è trattato di un paio di settimane che si dividono però  in due parti: i primi otto giorni in realtà non sono stati una vera e propria vacanza (specialmente per mia moglie) in quanto ho lavorato ma da casa dei miei (ormai solo di mia madre), al mio paese natale; in questi casi lo smart working è una bella comodità e devo dire che il collegamento Internet ha retto bene. Di questo periodo non ho molto da dire: alla mattina andavo a comprare il giornale all’edicola tenuta dalla moglie di un mio ex compagno di squadra di calcio, un secolo fa; ho comprato tutti i titoli più assurdi, Vero, Sogno, Di più, nel tentativo di far uscire mia madre dall’apatia malinconica in cui è caduta dopo essere rimasta sola: i tentativi non hanno sortito grandi effetti, ma io sono aggiornatissimo su tutte le novità e le tresche da spiaggia. La più ghiotta quella della signorina Francesca Pascale che, ricevuta una robusta buonuscita da Berlusconi, si dice venti milioni di euro, si è consolata con la brava cantante Paola Turci. Ma Dudù a chi è rimasto? La sera invece, dopo aver cenato ed aver esaurito i preparativi per la notte, si usciva a passeggiare per le mura (ovvero la circonvallazione) e quindi la serata finiva in piazza (la bella Piazza della Libertà), dove si trovano un pub e due bar, di cui uno storico (di questo parleremo più avanti, a proposito del caffè Meletti di Ascoli). Per non fare torto a nessuno li ho girati a turno, meritano tutti e tre ed infatti sono molto frequentati e non solo da gente del luogo. La situazione del post-terremoto è in movimento, mi raccontano che i fondi sono stati sbloccati per cui sembra che il bonus ristrutturazione al 110% non interessi molto, anche perché le imprese edili sono abbastanza piccole per poter lavorare sul credito d’imposta. Le chiese, tranne due piccole, sono ancora chiuse.

IMG_20200809_081528Ho passato una settimana di amarcord, con mia madre che raccontava quasi sempre le stesse storie, ma non avevo coraggio di interromperla; a proposito di Amarcord l’edicolante di cui vi parlavo ha trovato una foto in cui eravamo schierati prima di una partita, io non ricordavo assolutamente in quale occasione e non riconoscevo almeno metà squadra, tanto da farmi dubitare che fossi davvero io quello accosciato… starò perdendo la memoria? Vi ho già raccontato del marito di mia cugina che sostiene da anni che abbiamo passato un weekend a Monza a vedere il Gran Premio, ai tempi di Nelson Piquet? Insisti insisti comincio a convincermi che ha ragione lui. Anche se le corse non mi piacciono, e la passione per la fotografia che dice lui non mi pare proprio di averla mai avuta… Che altro? Visite al camposanto, incontri con qualche amico, chiacchierate con i fratelli. Il paesino è tranquillo e vivibile, ve l’ho già detto vero? Si chiama Pollenza, in provincia di Macerata; una volta si chiamava Montemilone e se vi capita di andare nei musei Vaticani in una delle cartine della sala delle mappe la troverete bene evidenziata. Roma caput mundi, Montemiló secundi… in luglio, quando non c’era il Covid, organizzavano una fiera del restauro ed una visita alle cantine che venivano allestite per l’occasione in diverse grotte sparse nei vari vicoli. Il giorno del compleanno di mia madre, 85 anni, siamo andati a festeggiarlo in un agriturismo di un paese vicino, Belforte sul Chienti (questo severamente danneggiato dal terremoto): amici una mangiata epica, segnatevi questo nome: “Il ponte degli schiavi”. Alla fine non fatevi incantare da altri dolci, chiedete vino cotto e cantucci e chiudete in bellezza.

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Finita la settimana ci sembrava presto per tornare a casa, anche per non rompere le uova nel paniere al pargolo che se la stava scialando in compagnia di Pappolo e Luppolo, i due gnometti da balcone, così abbiamo organizzato al volo un giretto tra Marche, Abruzzo, Lazio, Umbria e Toscana di cui però vi racconterò a parte, per non annoiarvi troppo. Per ora anticipo solo che la bilancia, al ritorno, indica un chilo e mezzo in più rispetto alla partenza: pensavo peggio!

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Cronachette della fase tre (16-21 luglio)

Dato che quest’anno di andare in vacanza non se ne parla, o meglio la mia testa si rifiuta di entrare nell’ottica, ho dovuto accettare un piccolo compromesso, più o meno come quelli che il nostro Presidente Conte ha dovuto inghiott… ehm accettare in Europa, e cioè di fare delle piccole vacanzine mordi e fuggi, qualche fine settimana lungo, giusto per staccare dalla routine quotidiana e soprattutto avere una scusa per uscire di casa.

Al mare nemmeno a parlarne, anche perché le spiagge più vicine sarebbero in Liguria ma tra lavori in corso e interruzioni probabilmente si farebbe prima ad arrivare in Sicilia e allora vada per la montagna, che ci ossigeniamo ed è tutta salute per i polmoni; l’idea originaria era per il Trentino, ma visti i prezzi ci siamo rivolti dall’altra parte, ovvero la Val d’Aosta. Come sapete non è che io sia un amante della natura, preferisco le opere dell’uomo quando sono ben fatte; per questo non ho cercato un alloggio in qualche paesino montano ma nel capoluogo, Aosta, ottima base di partenza per ogni tipo di escursione. Sapevate che in Val d’Aosta ci sono ben 101 tra castelli e forti? Io no, fino a tre giorni fa avevo visitato solo il Forte di Bard, una fortezza difensiva con una storia molto interessante; da domenica posso aggiungere alla lista anche il castello di Fénis, dimora nobiliare, restaurata nel tempo prima da un privato, poi dallo Stato Italiano che l’ha poi ceduto alla Regione Autonoma.

Venerdì appena arrivati siamo saliti (in auto, preciso) al Gran San Bernardo, passo obbligato per i pellegrini che seguivano la via francigena; giornata stupenda, sole splendente fino a qualche centinaio di metri dalla sommità del colle, dove si era posata una unica nuvola dispettosa. Non si vedeva un accidente e faceva un freddo barbino (7 gradi!). Ci siamo fiondati nel piccolo museo del cane (San Bernardo), sperando che qualcuno di quei compassionevoli animali ci rifocillasse con il contenuto delle fiaschette che una volta portavano al collo. Poveri animali, con il Covid i visitatori non possono accarezzarli e non gli si può dare da mangiare, si vede che hanno l’aria un po’ triste e si chiederanno se è colpa loro: no amici, voi non c’entrate niente, siamo noi che abbiamo combinato tutto questo casino. Come pure far sciogliere i ghiacciai, ma quello è un altro discorso (o è lo stesso)?

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A dire la verità la scelta di Aosta era stata anche dettata dal fatto che c’erano già due nostri amici in vacanza, e siccome con lui siamo abbastanza in sintonia per quanto riguarda cibo e bevande mentre le nostre consorti sono più attente alla dieta abbiamo pensato di spalleggiarci a vicenda per poterci dedicare alle specialità culinarie valdostane. Per questo, scappati velocemente dal freddo, siamo scesi verso valle e ci siamo fermati in un grazioso paesino, Étroubles, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia, ha delle opere d’arte sparse all’aperto e tanti, tanti fiori; attrezzature sportive di prim’ordine che hanno suscitato l’invidia del mio amico, che a tempo perso è allenatore di una squadretta di calcio oratoriale ed è sempre alle prese con penurie di tutti i tipi. Non ho detto che la strada per salire al Gran San Bernardo è bellissima e  il confronto con le strade di casa mia è impietoso: ci siamo chiesti se il merito sia della Regione Autonoma, ma secondo me non è tanto un problema di risorse, pure importante per carità, ma di come queste risorse si usano e di chi le usa: non è colpa dei valdostani se qua i soldi li hanno spesi per autostrade inutili, eventi effimeri, rotonde su rotonde, ospedali nuovi che hanno ridotto i posti letto e alla prova dei fatti del Covid si sono rivelati anche non adeguati… magari da loro non ha spadroneggiato per un quarto di secolo una lobby d’affari ciellino-leghista-forzitaliota… va bè adesso smetto altrimenti dite che sono vetero, del resto lo sostengono anche i miei amici, forse è vero.

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Venerdì sera abbiamo mangiato nell’albergo dove pernottavano i nostri amici, alberghetto a conduzione familiare praticamente sopra al Ponte Romano: fonduta, involtini e scaloppina alla valdostana. Senza infamia e senza lode anche se il proprietario è molto simpatico e ci ha mostrato la collezione di fotografie, tra cui molti calciatori dell’Inter e un Gino Bartali che avrebbe fatto piangere mio padre. Ve l’ho già raccontato mi pare che uno dei pochi libri che ha comprato mio padre è stata la biografia di Gino Bartali autografata da lui medesimo, e ricordo ancora l’emozione con cui si avvicinò ad uno degli idoli della sua giovinezza per farsi firmare la copia. Non che mio padre non leggesse, eh! Tutti i giorni il giornale, poi L’Espresso quando era un signor settimanale; finché la testa l’ha sorretto si è sempre tenuto informato di quello che succedeva per il mondo, ma quella che riempiva la casa di libri era mia madre…

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Sabato l’abbiamo passato tutto ad Aosta, non voglio fare il Turista per Caso elencando monumenti e musei ma consiglio solo, se ne avete l’occasione, di visitarla. Il Criptoportico, il chiosco e gli affreschi nascosti della Collegiata di Sant’Orso, la Cattedrale, valgono decisamente il costo del biglietto. Aosta fondata dai romani, cardo e decumano, i monumenti che ricordano gli splendori del passato nonché un delizioso museo archeologico. Una curiosità, i resti dell’anfiteatro sono stati inglobati da alcune case che sono dentro un convento; per visitarli basta suonare alle suorine che di solito sono molto amichevoli ma stavolta la guardiana nonostante i tentativi di corruzione non ci ha fatto entrare: col Covid non si passa.

A proposito di Covid: per prenotare un ristorante per sabato sera ho dovuto fare una decina di telefonate, tutti pieni; sinceramente non mi pare ci fosse questo gran distanziamento, la sera in giro c’era un sacco di gente ed io per sicurezza la mascherina la mettevo anche se non obbligatoria, ma ero pressoché l’unico. Speriamo bene. Ad ogni buon conto come antisettico mi sono procurato una bottiglia di Genepy, di solito la compro alla Fiera dell’Artigianato a Milano ma dato che quest’anno difficilmente si terrà ne ho approfittato.

La nostra stanza, in un B&B in pieno centro in un palazzo storico, al quarto piano senza ascensore (i Beni Culturali non lo permettono, ci ha detto il gestore) era bella ma rumorosa: per uno strano fenomeno acustico si sentiva ogni bisbiglio di chi c’era in strada e, non potendo chiudere le finestre dato che l’aria condizionata non si poteva accendere (norme Covid) abbiamo sperato che la stanchezza vincesse il rumore. Cosa che è successa solo in parte dato che fino alle due di notte degli sfaccendati hanno continuato a bivaccare (il padrone, lievemente razzista, ci aveva detto che lì da loro le regole si fanno rispettare, alle 23-23:30 i locali chiudono, la polizia passa spesso per controllare, e non ci sono parcheggiatori o venditori di fiori abusivi: tutte balle cari amici. La polizia passerà pure ma probabilmente va a letto alle 23; se funzionano gli autovelox come diceva il caro gestore che tra l’altro ho dovuto pagare in contanti _ ma non dovrebbe essere tutto tracciabile per queste attività?_ lo scoprirò se mi arriveranno multe a casa) e così sabato ho comprato dei tappi per le orecchie. Avete mai usato dei tappi per le orecchie? Non funzionano, o almeno i miei non hanno funzionato. Se non altro potrò scaricarle dalle tasse, in quanto dispositivi medici.

A sera dopo i tristi tentativi di prenotare un ristorante caratteristico ci siamo dovuti adattare ad una grigliata di carne internazionale, dove per ogni taglio era indicata con una bandierina la sua provenienza. Famo a fidasse, come dicono i veri aostani: comunque era buona, e l’abbondante digestivo finale ha dato una mano.

Domenica, lasciata Aosta, siamo andati al vicino Castello di Fénis dove avevamo prenotato per le 10 (in questo periodo bisogna prenotare tutto) e siamo arrivati al pelo; intanto che cercavo parcheggio ho  spedito mio figlio di corsa a bloccare l’ingresso, cosa che ha fatto egregiamente data anche la stazza. Visita gradevole ma troppo breve: col fatto che sono stati costretti a ridurre i gruppi cercano di velocizzare le visite… il castello di Fénis è uno dei pochi arredati ma i mobili non sono originali del sito, anche se dell’epoca: lo Stato li ha recuperati in diversi posti, restaurati e messi lì in mostra, con un effetto un po’  strano perché in una stanza ad esempio ci sono una decina di cassapanche.

Lasciamo la Val d’Aosta e passiamo in Piemonte, destinazione Santuario di Oropa: una preghierina alla Madonna Nera non farà male, ci siamo detti: la Basilica Nuova è chiusa per restauri ed è una cosa che fa pensare, dato che è stata completata nel ’65; il cemento armato, come nel caso del Ponte Morandi, evidentemente non è fatto per durare nei secoli, per fortuna i Romani hanno utilizzato altro perché altrimenti ora avremmo solo mucchietti di polvere da ammirare. A proposito di polvere, mi ero dimenticato che nei secoli bui il marmo dei monumenti non solo era depredato ma bruciato per farne calce: allora i monumenti antichi non erano considerati opere d’arte, ma depositi di materiale edile a buon mercato. Chissà fra duemila anni come la penseranno di quello che lasciamo noi… Al Santuario comunque c’era un sacco di gente, anche perché attaccato c’è un Parco Avventura dove le famiglie portano i bambini a fare Tarzan; sacro e profano, ristoranti e immaginette sacre, non fa per me ma già lo sapevo.

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Infine siamo andati a Biella, con l’intenzione di prendere un caffè ed una fetta di torta. I nostri amici ci avevano descritto Biella con un “carina” che lasciava ben sperare, ma in realtà ora come ora non saprei trovare un motivo per tornarci a meno che qualcuno non mi suggerisca un buon ristorante; persino la gentile barista quando le ho chiesto che cosa ci fosse di bello da vedere ha guardato smarrita la cameriera per poi rispondere un desolato “niente” col quale giustificava tra l’altro il cartello “Vendesi attività” che campeggiava davanti al bancone.

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Comunque amiche e amici almeno a Biella a nessuno viene in mente di vietare gli aquiloni come in Egitto, o di riconsacrare come moschea quella Santa Sofia nata  come Basilica Cristiana che da quasi cento anni era stata destinata da Ataturk a Museo; ci fosse poi bisogno di moschee in quel paese, quando a due passi c’è quel capolavoro che è la Moschea Blu…

Ma ecco che deraglio ancora (o raglio, fate voi); mi sono dilungato eccessivamente, non era mia intenzione ma una parola tira l’altra, spero di non avervi annoiato troppo… alla prossima! (non vacanza)…

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Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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Culurgiones!

Lo so, eravate preoccupati che mi fossi perso per le strade della Sardegna. Per una decina di giorni mi sono imposto di non leggere giornali e non ascoltare notiziari e stranamente sono sopravvissuto senza saper niente di rubli padani (ma un capitolo di Olena ce lo dedicherò, siatene certi).

Ho visitato solo una piccola parte di quest’isola, un po’ di nord-est (con base a Cannigione) ed un po’ di nord-ovest (base a Stintino). Non voglio tediarvi con racconti o cronache, solo qualche foto e pensierino alla rinfusa.

  • A Stintino i nomi delle spiagge sono accattivanti: La Pelosa e La Pelosetta. Su queste spiagge girano delle guardie che controllano che non ci si porti via la sabbia, l’asciugamano non può toccare direttamente per terra ma deve essere posto sopra una stuoia. Con quello che ho pagato l’ombrellone avrei potuto caricare un camioncino di rena e nessuno avrebbe potuto biasimarmi, comunque.

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Spiaggia La Pelosa – ignoro perché si chiami così
  • Avete presente quelle escursioni in motonave dove vi fanno fare il giro delle isole con bagnetti e pranzo a bordo? Pittoresco, vero? Noi l’abbiamo fatto per visitare l’Arcipelago della Maddalena. Il paese de La Maddalena di per se stesso mi è sembrato troppo turistico, il giro in barca invece è stato bello se non ché questi ci sbarcavano in delle cale dove non c’era un filo d’ombra. Alla seconda cala (era l’una del pomeriggio!) ho cercato rifugio vicino all’unico muretto presente. Dopo il bagno però nell’asciugarmi non ho visto una roccia che sbucava dalla sabbia, sono caduto all’indietro (e per fortuna non ho sbattuto l’osso sacro) e mi sono sgarbellato tutto un gomito ed un polpaccio. La pasta in compenso era buona. Una signora si è lamentata perché i marinai gettavano gli avanzi in mare (i pesci non facevano nemmeno arrivare il cibo in mare, li mangiavano al volo). Ecco, questo lo definirei ambientalismo stupido, ma in quel momento il mio giudizio era condizionato dal male al gomito. Avrei gradito visitare le strutture create per il G8 del 2009 e mai usate (perché poi il G8 si tenne a L’Aquila, dove c’era stato il terremoto), così come le basi militari, ma non è stato possibile, mannaggia.

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Questa NON era la nostra barca
  • Porto Cervo: non pensiate che quanto dirò sia dettato da invidia o odio sociale. Ma questo paese finto a che serve? Si potrebbe radere al suolo con tutti i suoi frequentatori (con armi convenzionali, per non contaminare l’ambiente)? Le spiagge del Piccolo Pevero e del Grande Pevero meritano. Il prezzo degli ombrelloni è uno schiaffo alla miseria (l’ho già detto?).

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A Porto Cervo mi sono rifiutato di fare foto. Questa è dall’interno della Roccia dell’Orso a Capo d’Orso, non molto lontano
  • Caprera: non si può e non si deve passare da quelle parti e non visitare la casa-museo di Giuseppe Garibaldi. Tra l’altro il 4 luglio ricorreva il 212° anniversario della nascita dell’Eroe dei Due Mondi: non so nemmeno se si studi più a scuola, io ho un bel libro di Memorie dove mi colpì il suo feroce anticlericalismo (avrebbe volentieri mandato tutti i preti e suore a bonificare le paludi pontine). Sarebbe orgoglioso di come sono diventati gli italiani? Non credo, e del resto già l’unità non fu proprio quella che avrebbe auspicato lui.

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La casa di Garibaldi si intravede dietro un enorme pino della stessa età dell’Eroe dei Due Mondi
  • Isola dell’Asinara: questo è stato il giro che più mi è piaciuto. La storia dell’isola è affascinante, fino al 1885 ci vivevano 45 persone: poi lo Stato decise che l’Asinara diventasse Colonia Penale, e le persone furono “deportate” ed andarono ad insediarsi a Stintino. La storia dell’Asinara è quindi la storia dei suoi carceri: quello più “famoso” o meglio famigerato è il carcere di Fornelli, carcere di massima sicurezza, ma su tutto il territorio ce ne erano altri, più leggeri per detenuti con pene più lievi, dove in alcuni di questi i carcerati potevano uscire e coltivare la terra o accudire degli animali. Ora l’isola è Parco Naturale e le strutture, tra cui Fornelli, stanno andando in malora. La vicenda più interessante secondo me è quella dei prigionieri austro-ungarici della fine della Prima Guerra Mondiale: in origine 77.000, i serbi prima di imbarcarli a Valona, in Albania, li sottoposero ad una marcia della morte nella neve, e ne sopravvissero solo 27.000; questi furono internati all’Asinara, dove si dovettero preparare le strutture in fretta e furia, messi in quarantena per il tifo, tubercolosi etc., e se ne salvarono circa 20.000. C’è un bel libro su questo episodio, “I dannati dell’Asinara (ediz. Utet)”, che mi sono affrettato ad ordinare.  Tra le regole ferree del Parco (non prendere sassi, fiori etc…) bisognerebbe introdurre un’altra: evitare di emettere gridolini ogni volta che si avvista un asinello. Di mufloni, nemmeno l’ombra.

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Erba autoctona: il cuscino della suocera
  • Nuraghi: non abbiamo fatto dei gran giri archeologici e nemmeno gran visite a opere d’arte o musei a dire la verità. Come cittadine abbiamo visitato Alghero e Tempio Pausania, la prima meglio della seconda. Ma è a Tempio Pausania che mi sono reso conto di uno dei motivi per cui ho sempre vissuto la Sardegna con diffidenza: sono passati quarant’anni dal rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Lo ricordo bene perché ero partito militare da poco, e quell’ennesimo rapimento ci colpì molto, come colpì tutta l’Italia. A proposito di quarant’anni alcuni miei commilitoni (di cui uno diventato generale!) si sono ritrovati a Sabaudia a festeggiare l’anniversario del nostro corso. Tutte le scuse sono buone per bisbocciare, amici!

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  • Ma, tornando al nuraghe, non potevamo tornare a casa senza averne almeno visto uno: vicino a Tempio Pausania c’è il Nuraghe Major, che tra l’altro ospita una colonia di pipistrelli. Che bel paese che siamo! Ripopoliamo pipistrelli, vietiamo di asportare sabbia, impediamo di raccogliere un fiore, ma i poveracci in carne e ossa ci disturbano. Una volta avrei detto “Ha da venì baffo’ “, ma è sicuro che non verrà più, i poveracci dovranno arrangiarsi da soli.

 

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Homo nuraghensis
  • Cibo: avrei voluto fare molto di più cari amici, ma i nostri pranzi erano frugali come si addice al turista che voglia rimanere leggero (la birra Ichnusa non filtrata comunque non è mai mancata) la sera abbiamo mangiato sempre pesce: perciò niente culurgiones, malloreddus, ciccioneddos, niente porceddu, vini rossi niente (Cannonau!) così come i bianchi (Vermentino!). Ci siamo buttati su dei buoni rosè: mi permetto di segnalare due ristoranti, uno vicino a Cannigione (L’Oasi, dove non si prenota e solo per questo merita un applauso) ed uno a Stintino (Opera Viva, dove c’è una signora che impasta i culurgiones a vista). Una sera ho mangiato una seadas, ma confesso di averne assaggiata una migliore in un ristorante di Como.

 

Amiche e amici, è finita! Da lunedì si torna al lavoro. Un po’ di mal di Sardegna mi è venuto, contro le mie aspettative: l’anno prossimo, chissà…

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Una birra per Olena (XIII)

«O saggio Po, svegliati, siamo arrivati!»
Dopo diversi chilometri in più di quelli indicati dal simpatico Pekko Karjalainen, Svengard e Po sono finalmente all’ingresso del parco Toivonen, sotto l’arco dove spicca la scritta “Tervetuloa”, il benvenuto finlandese.
Appena il tempo di posteggiare il carretto che subito si fa loro incontro una graziosa e procace contadinella che li accoglie calorosamente.
«Siete appena in tempo, signori, presto, lo spettacolo sta per cominciare! Venite, seguitemi!»
«Ma veramente noi siamo qui per…» prova a spiegarsi Svengard, ma l’energica ragazzotta li spinge in uno spiazzo dove è stata allestita una rudimentale gradinata inchiodando delle assi di peccio finlandese sulla quale si trova assiepata una cinquantina di persone, per la maggior parte famigliole con bambini.
La ragazza richiama il pubblico al silenzio.
«Signore e signori buongiorno e grazie di essere venuti a trovarci. Mi chiamo Piia Pihlajamåki e sono una delle guide che vi illustreranno le bellezze e particolarità di questo parco e museo contadino: la fattoria, le stalle, gli attrezzi di lavoro, i metodi di coltivazione… quest’anno per voi abbiamo riservato una sorpresa che vi piacerà sicuramente: il parco Toivonen è lieto di presentare il nuovo spettacolo dell’estate: “Animali selvaggi!”. Inizieremo con una coppia tutta particolare… gli alci innamorati!»
Finita la presentazione, dal boschetto alle spalle di Piia risuona un possente bramito: gli spettatori aguzzano lo sguardo per cogliere i movimenti di queste bestie, i bambini eccitati dalla possibilità di vedere da vicino questi animali di solito timidi, ed i genitori un po’ preoccupati perché gli esemplari più grandi possono raggiungere anche i sette quintali di peso e, pur essendo di indole pacifica, è meglio non farli arrabbiare.
Ed è davvero una bella sorpresa quella riservata agli ospiti del parco: al posto di due alci della Lapponia fanno il loro ingresso una renna camuffata da alce con in groppa un pappagallo Ara Macao a cui è stato applicato un piccolo palco di corna in testa, che imita perfettamente il verso dell’alce in amore.
I bambini divertiti applaudono freneticamente i due beniamini, che si lanciano in evoluzioni e versi e fingono di litigare e riappacificarsi, con Flettàx che canta Felicità! come Albano a Romina.
Svengard spalanca la bocca stropicciandosi gli occhi incredulo, e lancia uno sguardo smarrito a Po: Flettàx è diventato l’attrazione del parco!
Seguono altre scene: Flettàx vestito da cowboy in groppa alla cavalla Flora, che imita la voce di John Wayne e gli spari di una Colt 45; Flettàx che fa l’urlo di Tarzan ricoperto da una pelle di leopardo mentre la gallina Kocca truccata da scimpanzé fa la parte di Cita e gran finale con tutti gli animali della troupe vestiti da Village People che ballano sulle note di YMCA.
Pubblico in visibilio! Alla fine dell’esibizione, i protagonisti si concedono a qualche foto ricordo e ricevono la giusta ricompensa di noccioline, carote e sale, ed è in questo frangente che succede il patatrac.
Sfilando davanti al pubblico Flettàx si accorge della presenza di Svengard ed inizia a strillare:
«Craa!!! Non voglio!!! Aiuto! Mi vuole rapire!!! Craa!!! Mi maltratta, mi droga, mi costringe a prostituirmi!! Craa!!!» e svolazza fino ad abbracciare la presentatrice, che lo accoglie sull’ampio petto.
Un silenzio di tomba cala sullo spiazzo. Tutti gli occhi degli spettatori si puntano sul povero Svengard, dal quale il saggio Po si è saggiamente allontanato; gli animali si schierano a formare una barriera davanti al pappagallo, fremendo di indignazione.
Piia Pihlajamåki, con Flettàx in braccio, guarda il norreno con uno sguardo carico di disgusto e disapprovazione; ed è a questo punto che Svengard, vistosi perso, tenta il tutto per tutto: abbrancato un sacco di juta con il mangime per le galline, si lancia verso Flettàx con l’intenzione di infilarcelo dentro, lanciando un urlo di guerra vichingo: «Flettàaaax!!! Io ti spenno!». Nel parapiglia che ne segue Svengard viene scalciato dalla cavalla Fiona, preso a testate dalla renna Riitta mentre la tenera Piia gli rifila una ginocchiata nelle parti molli, non riuscendo nemmeno ad avvicinarsi al pappagallo che da parte sua riesce a becchettargli l’orecchio sinistro.
Quando infine tutto il pubblico scende in pista per compiere una giustizia sommaria, entra finalmente in scena Po che, recuperato il carretto, sottrae Svengard alla furia degli animalisti indignati e corre a perdifiato verso l’uscita.
Una volta in salvo, uno Svengard traumatizzato e ancora dolorante si rivolge all’anziano portantino.
«O saggio Po, perché mi hai salvato? La mia vita non ha più senso. E poi, se non riporto il pappagallo a Gilda mi ammazzerà lei stessa, perché sottopormi a quest’umiliazione? Sarebbe stato meglio per me morire con onore sul campo di battaglia!»
«A pagale e a molile c’è semple tempo» sentenzia Po. «L’uomo saggio impala dalle sconfitte più che dalle vittolie, pelciò tu avlai molto da impalale, o glande. Lasciamo questo lido insopitale,tolniamo alla nave e salpiamo velso il male apelto»
Così i due, modi e pensierosi, e Po per la verità anche affaticato dal dover trasportare un quintale di vichingo, ritornano all’emporio di Pekko Karjalainen, che li accoglie con la sua proverbiale bonarietà.
«Stranieri, vedo che tornate a mani vuote. Dunque il vostro uccello non si trovava al parco Toivonen? Mi dispiace di avervi mal indirizzati. Posso offrirvi un sorso di Kostenkorva in segno di rinnovata amicizia?»
«Sei gentile, amico» risponde un demoralizzato Svengard «e per quanto la Kostenkorva in questo momento potrebbe aiutarmi, non nutriamo nessun astio verso di te. Al contrario, avevi pienamente ragione: il pappagallo c’era, ma non ha assolutamente voluto seguirci»
«Ahi!» esclama il commerciante. «Brutto segno quando gli uccelli vogliono fare di testa loro. Ma forse posso aiutarvi lo stesso»
«Aiutarci, dici?» ripete Svengard, dubbioso. «E come? Disponi per caso di un pappagallo Ara macao scurrile e irriverente?»
«Ecco, il mio animale non ha proprio le caratteristiche che mi avete decantato, ma potrebbe fare lo stesso al caso vostro. Aspettata qua un momento» Pekko va nel retro nel negozio, dove ci sono delle grandi voliere; ne apre una, ne estrae il suo ospite e lo porta in visione ai due naviganti.
«E’ arrivato nel mio cortile tre mesi fa» lo presenta Pekko «è un uccello solitario e molto ordinato. Deve essere scappato a qualche economista tedesco: io mi faccio aiutare per la chiusura serale dei conti, non sbaglia un decimale!»
Po e Svengard guardano il pappagllo sbigottiti: la copia sputata di Flettàx!
«Amico, tu mi salvi la vita!» dichiara Svengard. «A quando lo vendi?» chiede pratico il norreno.
«Che fretta!» dice Pekko. «Capirete che per me è una grossa perdita, bisogna farci sopra una bella bevuta. Comunque direi che con un sacco di liquirizia salata ed un altro paio di barili di concime vegetale potrei separarmene»
«Ottimo!» esclama Svengard. «Allora sia, stappiamo subito la bottiglia e brindiamo all’affare. A proposito, ha un nome questo pappagallo?»
«O si che ce l’ha, ce l’aveva scritto su una medaglietta che portava al collo, guardate» e mostra ai due il collarino con la medaglietta.
«Spread?» legge Svendard sorpreso «Ma che razza di nome è “Spread”?»

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Cultura a catinelle!

Come si addice ad un intellettuale la cui cultura pop spazia da Nicola Di Bari a Luis Del Sol, da “Natale in India” con Boldi e De Sica ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij (ma solo in versione sceneggiata), la mia preparazione eclettica è apprezzata ed ammirata senza riserve.

Grazie alla fama di sapienza che alimento scuotendo gravemente la testa quando si parla di un argomento di cui non so una cippa mi sfuggono i dettagli ed intercalando con degli opportuni “già, già!” ed “eh!”, ogni tanto mi viene dato l’incarico di organizzare delle gite per partecipare a qualche evento culturale. In genere trovarsi la pappa pronta è apprezzato, perciò il fatto che io mi prenda la briga di prenotare, acquistare i biglietti anticipando i soldi, studiare itinerari e visite collaterali e magari scegliere anche il ristorante mi viene riconosciuto come grande capacità organizzativa, sulla quale la mia consorte non concorda non trovando uguale lucidità di azione quando si tratta di trovare i calzini dispersi chissà come in qualche cassetto a me sconosciuto.

Lo scorso weekend quindi, con una dozzina di volenterosi, ci siamo recati a Milano per la mostra sul pittore Antonello da Messina, che si trova al Palazzo Reale.
Qualche anno fa mi era capitato di vedere il suo dipinto più bello (secondo me), l’Annunciata, al palazzo Abatellis a Palermo; era agosto, poco dopo pranzo, ed andammo a visitare la stupenda Galleria confidando nell’aria condizionata: non sapevamo che custodisse questo tesoro, e ricordo che rimanemmo un quarto d’ora ad ammirarlo, lo sguardo, il velo, i gesti delle mani… a settembre tra l’altro ebbi la soddisfazione di veder pubblicato il mio reportage della vacanza (sotto pseudonimo, e gratis naturalmente) sulla rivista Turisti per Caso, ed ancora me ne vanto.

Poiché la prenotazione era per le 14:50 (orario strategico in quanto ci avrebbe permesso di pranzare con calma), ho studiato un itinerario che unendo storia ed arte avrebbe soddisfatto tutti, e siamo partiti dalla Vigna di Leonardo, situata nel giardino della casa degli Atellani, in corso Magenta.
La vigna fu regalata dagli Sforza a Leonardo, e da questo lasciata in eredità ai suoi servi quando si trasferì ad Amboise; per l’Expo del 2015 degli archeologi-botanici sono riusciti, scavando nel giardino, a ritrovare le radici degli antichi vitigni e li hanno fatti rivivere. Alcuni scettici del gruppo hanno messo in dubbio questa ricostruzione, tacciandola come balla colossale ma ben fatta: del resto se uno va in giro in Francia si accorgerà che è pieno di posti dove sono rimaste solo poche pietre e sulle quali i francesi hanno costruito delle attrazioni incredibili. Sono in vendita anche delle bottiglie di vino malvasia, ma prodotte nell’Oltrepò pavese.
Il palazzo fu donato alla famiglia Atellani da Ludovico il Moro, e nel corso dei secoli ha avuto diversi passaggi di mano, fino ad essere acquistata nel 1919 dall’ingegner Ettore Conti che lo fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi (del quale ho sentito parlare recentemente, nella visita a Villa Necchi Campiglio, sempre a Milano, per le giornate del Fai).
Conti, che è vissuto 101 anni, ha avuto la soddisfazione di vedere il palazzo rivivere, ma anche il dispiacere di vederselo di nuovo lesionare nel ferragosto del ’43, quando i bombardamenti terroristici degli americani distrussero il vicino chiostro di Santa Maria delle Grazie e per un miracolo non polverizzarono il Cenacolo Vinciano. Ora il palazzo è restaurato e visitabile, e vale la pena di farci un giro.

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La Vespa di Leonardo

Da lì ci siamo diretti a Sant’Ambrogio, dato che a Santa Maria delle Grazie era in corso la Messa; qui innanzitutto abbiamo ammirato i lavori per la M4, meravigliandoci che qualche ritrovamento non abbia bloccato tutto, poi mio figlio ci ha tenuto una lezione di arte rendendomi orgoglioso dei soldi spesi per la sua istruzione.
Poi, con l’intenzione di ritornare su Corso Magenta, siamo passati a fianco della Colonna del Diavolo, dove la leggenda vuole che i due buchi impressi su di essa siano appunto le corna del diavolo; e continuando ci siamo trovati davanti al Tempio della Vittoria, o Sacrario dei Caduti milanesi. Vincendo la resistenza della componente femminile siamo entrati, il luogo è suggestivo e toccante con oltre diecimila nomi scolpiti nel bronzo; mi ha colpito una lapide dedicata ai “ragazzi del ‘99”, quei diciottenni che dopo la disfatta di Caporetto furono gettati in battaglia per rinvigorire un esercito esaurito dalle “spallate”, la strategia folle del generale Cadorna. Il nonno di mia moglie fu uno di quei ragazzi: fu chiamato alle armi ma fortunatamente non fu mandato al fronte, e portò a casa la pelle a differenza di tanti suoi coetanei.

Tornati su Corso Magenta siamo entrati in San Maurizio al Monastero Maggiore, di cui ho già parlato, un capolavoro rivelato nel cuore di Milano, come dice il Touring Club Italiano che lo tiene aperto, i cui restauri sono conclusi anch’essi per l’Expo. Vittorio Sgarbi l’ha definito “la Cappella Sistina di Milano”, forse è un po’ esagerato ma l’impatto, visitandolo, è di quelli da lasciare veramente senza fiato.
Poi, anche approfittando del fatto che la prima domenica del mese i musei Statali e Civici sono gratuiti (finché a qualche seguace del “con la cultura non si mangia” non verrà in mente di abolire questa iniziativa) siamo entrati nel contiguo Museo Archeologico.
I musei archeologici difficilmente mi appassionano, lo confesso, ma devo dire che questo da cui pure mi ero tenuto per anni accuratamente alla larga mi è piaciuto, e molto. Non lo abbiamo visitato tutto, ma solo la sezione romana: moderna, ben spiegata, con plastici che ricostruiscono la Milano com’era e ricostruzioni che mostrano cosa c’era al posto di quello che si vede ora: anche alcuni bei reperti, bisognerà proprio farsi un giretto della Mediolanum romana, prossimamente.

E, poiché s’era fatta una certa, come dicono a Bolzano, ci siamo appropinquati ai luoghi delle cibarie: puntando prima verso i Panzerotti di Luini, delusi dal fatto che lo storico negozio la domenica è chiuso: eppure una del gruppo giurava e spergiurava di esserci stata una domenica e di aver rinunciato perché c’era una fila chilometrica: e ti credo, se era chiuso hai voglia ad aspettare…
Allora è scattato il piano B, che il pianificatore attento deve sempre avere a disposizione: l’Antica Focacceria San Francesco, piatti tipici siciliani e street food che ci avrebbero ben predisposto per la visita del pittore messinese. I prezzi sono modici tranne il passito finale: con quello che abbiamo speso per i quattro bicchierini ne avremmo comprata una intera bottiglia.

Avvicinandoci a Piazza del Duomo ci sorprende, davanti alla Rinascente, un boschetto di ulivi secolari: The Green Life, un’iniziativa del gruppo commerciale per promuovere lo stile di vita verde, che fa il paio con il bananeto che resiste rigoglioso in faccia al Duomo.
Ecologico, ecocompatibile, ecosostenibile: saranno ecoballe? Per una città che sfora regolarmente i livelli di Pm10 sorge il sospetto.

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Ma, avanzando ancora verso la Piazza, ci sorprende una installazione, che immaginiamo subito faccia parte del Fuori Salone, ovvero le iniziative per il Salone del Mobile che si svolge alla Fiera e che funesta i pendolari che si trovano le carrozze del metro stracolme. Si tratta di un enorme statua rosa della quale da lontano non si percepiva bene la forma e che quindi ha dato adito ad ipotesi azzardate: dei glutei maschili con peli; uno scroto, sempre con peli; un puntaspilli. Solo aggirandola, e grazie all’aiuto di targhe, si è riuscito a capire che si trattava di una poltrona trafitta da frecce, a significare la violenza sulle donne. Il giorno seguente ho letto di proteste femministe e ne hanno ben donde: la poltrona è il regno dell’uomo, era la cucina che andava trafitta!

E finalmente entriamo alla Mostra: a me è piaciuta molto, i ritratti di Antonello da Messina sono stupefacenti per come trasmettono il carattere, la psicologia del soggetto: è un peccato che se ne siano rimasti pochi, e molti siano andati persi nel grande terremoto che rase al suolo Messina nel 1909. Una curiosità che lessi l’anno scorso, quando preparavo il viaggio in Russia; l’incrociatore Aurora, quello che sparò il colpo che diede il via alla presa del palazzo d’Inverno, fu il primo a prestare soccorso alla popolazione, prostrata dal terremoto e dal successivo tsunami, che allora però si chiamava maremoto.

All’uscita una parte si è recata alla Rinascente a rifocillarsi, mentre i più valorosi sono andati a San Satiro, in Via Torino, dove oltre all’incredibile abside di Bramante c’è un bellissimo Compianto sul Cristo Morto, bellissimo ed espressivo anche se non così esageratamente drammatico come quello di Santa Maria della Vita, a Bologna.

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Poi una puntatina alla Chiesa di San Giorgio, nell’omonima piazza, dove c’è un bel polittico di Bernardino Luini; già che eravamo lì la professoressa d’Arte che ci accompagnava ci ha istigato ad entrare nella Pinacoteca Ambrosiana per vedere almeno la stanza con il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, ma una rivolta con minacce di stendersi sul selciato e farsi investire dal primo taxi di passaggio ci ha indotti a desistere.

Eravamo in piazza San Sepolcro, tra l’altro, dove Benito Mussolini il 23 marzo 1919 fondò i Fasci Italiani di combattimento, per dire che in ogni città italiana basta girare un angolo per incontrare un pezzo di storia.

Siamo tornati a casa stanchi ma soddisfatti: per cena, a giusto coronamento e come sintesi della giornata, ci aspettava il polpettone.

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Ciao, Nelson!

 

Nostalgia, nostalgia canaglia

La canzone di Albano riflette lo stato d’animo che mi coglie quando penso alla Russia, e di quanto poco ho visto. Riuscirò a tornare un giorno? E sopratutto, per quel giorno avrò almeno imparato a presentarmi ed a pronunciare l’equivalente russo di “the cat is on the table”?

Tra l’altro Albano, con o senza Romina, in Russia è amatissimo, così come Toto Cotugno, e questo si spiega solo col fatto che anche i russi hanno nostalgia dell’Italia, ma com’era prima della caduta del muro, non com’è adesso. Anche il sottoscritto, peraltro, ma su questo mi pare di essermi espresso abbastanza.

Al ritorno dal giro di fine luglio scrissi qualche appunto, che riposto nel caso qualcuno abbia voglia di farsi un giretto ad est, prima che all’Imperatore Supremo Trumpone I non venga in mente di proibircelo come se fossimo mozzarelle.

Vacanze in Russia!

Viaggio in Russia – San Pietroburgo!

Viaggio in Russia – L’Anello d’Oro!

Viaggio in Russia – Mosca!

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