Cultura a secchiate! (II)

Secondo weekend delle Giornate FAI d’Autunno; i luoghi che visitiamo, meno spettacolari rispetto a quelli della scorsa settimana ma non meno interessanti, si trovano stavolta non “sul” ma “tra” i due rami del lago. Saprete tutti che il Lago di Como _ o Lario _ ha la forma di ypsilon rovesciata, o bastone da rabdomante se preferite,  e che il ramo cantato da Manzoni non è quello di Como ma bensì di Lecco, che ha dato anche i natali a Formigoni se proprio vogliamo trovargli altri demeriti; il territorio compreso nella V rovesciata si chiama Triangolo Lariano,  ed è nella parte meridionale di questo triangolo che i due paesi, Erba e Caslino d’Erba, si trovano. Erba anzi, per essere precisi, è già in Brianza, la parte più operosa del paese e dell’intero mondo se non dell’Universo, a parte forse qualche ristretta zona della Cina; Caslino invece è a pochi chilometri ma già più verso le Prealpi.

A proposito di vicende tristi, Erba è balzata agli onori () delle cronache, qualche anno fa, per la vicenda di Olindo e Rosa, i coniugi che, sembra esasperati dalle intemperanze dei vicini, hanno ordito e realizzato una strage; non oso pensare cosa avrebbero combinato in questi periodi di lockdown e coprifuoco, dove la gente va via di testa per molto meno…

Anche stavolta abbiamo prenotato on-line; insieme a due coppie di nostri amici ci eravamo riservato il pomeriggio della domenica, dato che i posti sono poco distanti; siamo partiti ciascuno con la propria auto,  galvanizzati dall’ulteriore annuncio del premier Conte di ulteriori strette e privazioni. Abbiamo pensato fosse meglio non andare a cercarsi il freddo per il letto, come  dicevano i miei colleghi quando abitavo a Parma…

Martirio di Santa Eufemia di Calcedonia

 La prima tappa è stata ad Erba, dove la visita prevedeva la Chiesa di Santa Eufemia ed il Borgo medievale di Villincino. La Chiesa ha una storia lunghissima, fu infatti fondata dal Vescovo Abbondio (ora Sant’Abbondio, a Como c’è una chiesa a lui dedicata, forse uno dei più begli esempi di romanico in Italia) che, di ritorno dal Concilio di Calcedonia (niente a che fare con le calze, lì si trattava di definire la natura del Cristo, di stabilire l’ortodossia, mica ciufole) portò il culto di Sant’Eufemia, questa giovinetta martirizzata per non aver abiurato alla fede; eravamo nel 451, poco prima del crollo dell’Impero Romano di Occidente, crollo che portò la Chiesa come unica istituzione rimasta prima a surrogare e poi ad assumere poteri civili, che mantenne poi per secoli alla faccia del “date a Cesare…”. Interessante il racconto del Battistero, che si trovava sul sagrato perché in origine solo i battezzati potevano entrare in chiesa, e della costruzione della torre in funzione sia difensiva che di comunicazione con altre torri distanti, con sistemi acustici (campane) o visivi (bandiere, fuochi) a seconda del tempo e del messaggio da trasmettere.

A pochi passi la Piazza del Mercato è la stessa dove si svolgeva il mercato nell’antichità; ora c’è una trattoria gestita da ragazzi che propone piatti della tradizione come ad esempio cassoeula, trippa (qui nella versione busecca, una sorta di brodaglia che non mi piace molto), salame d’oca, eccetera. Attraversato il mercato, a un centinaio di metri si arriva al Borgo di Villincino, a cui si accede attraversando il portone dell’antico castello; si tratta di un gruppo di case di origine medievale radunate appunto a quello che era il castello di tali Carpani, dei signorotti che avevano fatto fortuna con il carbone; una associazione, La Martesana, cerca di valorizzare questi luoghi, tenuti peraltro molto bene, con feste ed eventi quest’anno sfortunatamente proibiti. Nel Borgo pare abitassero un centinaio di persone, tra cui una strega (o almeno, sono stati trovati documenti relativi ad un processo in tal senso di cui però non si conosce l’esito, anche se dubito che le abbiano concesso le circostanze attenuanti). Una curiosità su questi Carpani: come sapete, per togliersele dai piedi  si usava mandare le figlie non sposate in convento, ma il pietoso Carpani per non averle troppo lontane fece costruire un convento a pochi passi da casa, di cui naturalmente sua figlia era la Badessa: verrebbe da chiedersi, con vocazioni così spontanee, quante fossero all’epoca le Monache di Monza…

La visite avrebbero dovuto essere guidate dagli alunni di una classe di uno dei Licei della cittadina, purtroppo però una delle ragazze è risultata positiva al Covid e così tutta la classe è stata ritirata; i giovani volontari FAI comunque si sono rimboccati le maniche e li hanno sostituiti egregiamente. Uno di loro per la cronaca è mio figlio e sono contento di constatare che i soldi spesi per farlo studiare non sono stati stati buttati…

Alla fine della visita del borghetto ci siamo resi conto che non ce l’avremmo fatta ad arrivare in tempo a Caslino d’Erba per la prima delle due visite previste, quella all’Oratorio di San Gregorio; abbiamo allora deciso di rinunciarci puntando a quella più prestigiosa, al palazzo Pecori, e ci siamo rifocillati nella trattoria di cui vi dicevo sopra, con tavoli separati per evitare assembramenti: donne da una parte, con tè, caffè e dolcetti e uomini dall’altra, con birra e ginseng corroborante.

Oratorio di San Gregorio – Caslino d’Erba

Ritemprati ci rechiamo quindi a Caslino d’Erba, parcheggiando appena fuori del paese perché il centro è fatto di viuzze strette dove ogni tanto si incastrano delle auto, e proprio pochi giorni fa non si sa come addirittura un camion, tradito dal navigatore Gps, ci si è andato ad infognare e per uscire ci ha messo del bello e del buono, danneggiando peraltro un paio di macchine lì parcheggiate.

La visita riguardava Palazzo Pecori, per la prima volta aperto al pubblico; la storia risale al tempo degli Sforza e Visconti, forse addirittura prima dato che nei pressi è stata trovata una fornace di origine romana; comunque dopo varie vicissitudini è arrivato fino ai giorni nostri finché gli eredi degli ultimi proprietari, appunto i Pecori originari di Firenze, l’hanno ceduto al Comune di Caslino d’Erba nudo e crudo, infatti i mobili e gli arredi di qualche valore se li sono portati via tutti… L’edificio ha di certo conosciuto giorni migliori ed ha bisogno di restauri pesanti; di notevole bellezza sono degli affreschi risalenti al settecento, di cui però non ho testimonianze fotografiche che ne rendano l’idea perché la visita è iniziata alle 17, e a causa del cambiamento d’orario eravamo già al buio; al piano affrescato non c’era la corrente elettrica per cui ci siamo dovuti arrangiare con torce elettriche e telefonini.

Due figure spiccano tra i vari proprietari succedutisi: Teresa Carini Castelletti, una donna austera che all’inizio dell’ottocento si dice fosse una specie di sindachessa del paese, a lei si rivolgevano infatti i paesani per dirimere liti o controversie; ed il cavaliere Enrico Pecori, che sposò una delle bisnipoti di Teresa diventando il padrone del palazzo, e che nel 1891 inventò il triciclo a vapore con il quale se ne andava tutti i giorni da Caslino d’Erba a Como, dove aveva un laboratorio di oreficeria. Incuriosito, appena tornato a casa sono andato a consultare la mia “Storia dell’Automobile”, un bellissimo libro che mi venne regalato in quinta elementare come borsa di studio insieme ad una cartella in pelle, e che conservo come una reliquia: si, Pecori c’è, peccato che poco dopo i motori a scoppio presero il sopravvento e per il suo triciclo non ci fu più spazio…

Amiche e amici, temo che per qualche tempo queste visite ce le sogneremo, cerchiamo di stupirci, di gioire e di godere comunque di quello che abbiamo intorno che, come diceva Eduardo, à dda passà ‘a nuttata…

Interessante ritrovamento in cantina

Cultura a secchiate!

Domenica scorsa, per distrarmi un po’ da contagi, movide, Mes, coprifuochi e tristezze varie,  di cui magari parleremo un’altra volta, sono andato a visitare i beni aperti dal FAI nella mia zona in occasione delle Giornate d’Autunno. La location, come si dice adesso, è stupenda, infatti i posti prescelti si trovano in alto lago di Como e già di per se stessi valgono una visita, non fosse altro che per i panorami che vi si possono godere: si tratta infatti di due paesi sulle rive del lago, Gravedona e Dongo (quest’ultimo tristemente _ si fa per dire _  famoso perché da queste parti fu catturato il Duce dai partigiani mentre fuggiva nascosto in un camion di tedeschi in ritirata e fucilato poco distante, a Giulino di Mezzegra, insieme alla sua amante Claretta Petacci e ad altri gerarchi, da dove vennero poi portati a Milano in Piazzale Loreto ed appesi a testa in giù, nello stesso punto dove i nazifascisti, l’anno prima, avevano fucilato 15 partigiani ed esposto i corpi al vilipendio ed all’oltraggio) e di due paesini arrampicati sulla montagna dietro Gravedona, Peglio e Livo, poco distanti l’uno dall’altro.

L’organizzazione, a cura dei giovani del Fai di Como, è stata impeccabile; gli assembramenti sono stati evitati grazie ad un sistema di prenotazioni che ha limitato sicuramente l’accesso ma ha dato modo a chi ha partecipato di godere molto di più delle visite. Il Fai quest’anno ha perso, a causa delle chiusure imposte dal Covid, ben 11 milioni di euro di contributi di soci e visitatori: e sarebbero andati tutti o quasi al restauro e salvaguardia di beni storici, dunque è proprio una grave perdita…

La visita è iniziata da Peglio, perché la mia strategia era quella di passare la mattinata in alto, mangiare in una qualche trattoria o crotto e poi scendere in basso: avevo sbagliato i conti, amici cari, perché purtroppo ho trovato tutto chiuso (tranne un posto, ovviamente pieno) ed ho capito perché i miei sforzi di due settimane per prenotare nella trattoria Sant’Anna a cui miravo sono stati vani: ha chiuso, e pare per sempre. Anche questa è una grave perdita..

Peccato ci sia un po’ di foschia…

La Chiesa dei SS.Eusebio e Vittore a mio avviso è stupefacente e le assegnerei il primo posto tra i beni visitati. Completamente affrescata, con un sontuoso organo con il quale ancora oggi vengono tenuti concerti, e tanta storia: queste sono zone che hanno visto passare il Barbarossa, dove si è combattuto tra cattolici e protestanti, che alla dominazione milanese ha visto succedere quella spagnola, dove Napoleone ha voluto pure lui dire la sua per non parlare poi degli austriaci: insomma un guazzabuglio di scontri e intrecci religiosi e politici davvero affascinanti, che varrebbe davvero la pena approfondire, ci vorrebbe una puntatina di Alberto Angela… Curioso, e dovrebbe far riflettere, il culto di Santa Rosalia, sì, quella siciliana: infatti questi paesi videro una forte emigrazione di uomini verso Palermo, che partivano per andare a lavorare lasciando a casa mogli e figli (tanto che, mentre nel resto d’Italia a qualcuno che aveva fatto fortuna si diceva “hai trovato l’America”, qua si diceva “hai trovato Palermo”…) e, tornando, portarono con loro il culto della eremita del monte Pellegrino. Ve l’ho raccontato di quando siamo saliti sul monte Pellegrino portati da uno di quegli apecar che trasportano turisti? Che sagoma, non ci si spiccicava più, e voleva perfino farci andare a mangiare da un suo cuggino… ma questa è un’altra storia.

La seconda tappa è a Livo, alla Chiesa di San Giacomo “vecchia”, anche questa un gioiello, più piccola dell’altra, con affreschi forse meno pregiati ma pieni di colori; anche qui si nota l’influsso degli emigranti di ritorno, e accanto alla presenza di Santa Rosalia si nota quella di Sant’Angelo patrono di Licata, oltre alla coloratura degli archi a sesto acuto dipinti a strisce bianche e nere come si possono trovare appunto in diverse chiese siciliane. Il visitatore può divertirsi a contare le Madonne raffigurate: ce ne sono ben ventitré!

Di Livo mi ha colpito il racconto che al momento del massimo fulgore contava duemila anime, ed ora appena duecento, destino comune agli abitati montani in tutt’Italia: chissà, lo smart working potrebbe contribuire al ripopolamento? E se invece di buttare soldi per i monopattini cominciassimo a finanziare gente che si riappropri di questi luoghi e li faccia rivivere invece di rimanere depositi di seconde case quando non ruderi fatiscenti? Senza guardare al colore della pelle, però, perché mi sa che di italiani disposti a stare scomodi ce n’è rimasti pochi…

Godendoci ancora il panorama scendiamo a Gravedona; qui nel cercare parcheggio cerco di imbucarmi in un ricevimento di battesimo (ma non erano limitati a trenta persone?) ma vengo sgamato; andiamo allora sul lungolago e ci fermiamo in un baretto dove, seduti ad un tavolino al sole come turisti nordici ma molto più freddolosi di loro prendiamo una bruschetta ed una pizza, ad un prezzo tutto sommato onesto. La visita qui riguarda Palazzo Gallio ma c’è ben poco da vedere, le sale sono quasi tutte non visitabili, alcune adibite ad uffici della Comunità Montana, il piano di sotto a ristorante, ed in una era in corso un Corso sulla Sicurezza di volontari della protezione Civile. Il pezzo pregiato è la terrazza con una fenomenale vista sul lago, purtroppo c’è un po’ di foschia altrimenti sarebbe stata davvero una visione celestiale. Da regista avrei consigliato ai giovani ciceroni volontari di raccontare qualche storia, ma l’entusiasmo e la buona volontà non sono certo mancati.

La giornata finisce a Dongo, alla Biblioteca Storica del Convento Francescano presso il Santuario della Madonna delle Lacrime. Questa visita, amiche e amici, mi rimarrà impressa nella memoria finché vivrò, e vi spiego perché. Innanzitutto, a differenza delle altre visite dove le presentazioni erano fatte da volontari Fai o da giovani di licei perlopiù ad indirizzo turistico, qui le visite erano guidate dal bibliotecario in persona, che si chiama Alberto ed è un signore di 82 anni. Che non si limita a mostrare la biblioteca, ma racconta la storia del convento e quindi dei francescani, guida nella visita del chiostro e della Chiesa, dove sono presenti due gruppi lignei, la Crocifissione e l’Ultima Cena, davvero notevoli, specialmente quest’ultimo; illustra le targhe più significative del corridoio, quelle che di solito nessuno legge mai e invece, a saperle leggere, raccontano storie interessantissime come quella della famiglia che, quando Napoleone confiscò il convento, lo comprò per poi ridonarlo ai frati quando Napoleone cadde… e infine la Biblioteca, il suo Sancta Sanctorum, dove ci ha parlato delle tecniche di stampa, delle rilegature, del sistema antincendio, ci ha mostrato i libri più antichi, con una competenza ed  una lucidità che mi hanno fatto sentire piccino piccino ed anche, lo confesso, commosso: che ne sarà di tutta la passione che quest’uomo ha incamerato in tutta la sua vita di studio, ma direi di più, di devozione alla sua missione? La visita avrebbe dovuto durare un’ora, ed è durata quasi due: io ci ho visto un’esigenza, da parte di questo uomo, di trasmettere un messaggio, per chi lo vorrà cogliere. Per chi fosse interessato, le visite sono possibili anche senza giornate Fai, bisogna contattare direttamente i responsabili del convento, consiglio di approfittarne finché Alberto sarà disponibile…

Amiche e amici, siamo davvero fortunati a vivere in questo paese, e dell’eredità che ci è stata lasciata da chi ci ha preceduto; un dono che è anche una responsabilità… vi ricordo che sabato e domenica prossima saranno aperti altri siti, al virus piacendo…

Panorama montano dalla chiesa di Livo

Autunno, cadono i marroni

Cronachette della fase tre (11-22 settembre)

L’estate è finalmente finita, con i tormentoni quotidiani sull’aumento o diminuzione dei contagi (a seconda di quanti tamponi venivano fatti), l’allarme per le scuole con alti lai su mancanza di mascherine, di aule, di banchi, di insegnanti e perfino di mense: come se senza Covid tutto andasse per il meglio, infatti come è noto ad inizio anno ci sono sempre stati tutti i professori, negli anni non si sono create classi con numeri sempre più alti di studenti, per razionalizzare s’intende,  e le mense funzionavano a meraviglia, specialmente quelle smantellate o privatizzate dagli stessi che oggi strillano allo scempio; nel passato se vogliamo mancava anche la carta igienica, di questo si saranno dimenticati o almeno a questo si è posto rimedio?  Briatore e Berlusconi poverini, “quasi quasi mi dispiace” dice mia madre,  pensa a te ma’ che già hai i tuoi problemi, riapriamo gli stadi ai tifosi (ma si, e teniamoceli dentro), non criminalizziamo i luoghi del divertimento, ma no per carità ci mancherebbe, non criminalizziamo nemmeno chi ha deciso di andare ad impestarsi in Grecia, in Spagna, a Malta, in Croazia: ma vi sembrava il momento giusto? Non criminalizziamo nessuno, nemmeno quelli che hanno ammazzato di botte il ragazzino a Colleferro, o quello che ha ammazzato il prete a Como, poverino anche lui, aveva tanti problemi…

Oh Gio’ ma che hai, direte, ti ha morso la tarantola? Non sarai mica arrabbiato per l’esito del referendum? Tranquilli amici, del referendum non me ne importava una cippa anche se alla fine sono andato a votare, ma giusto per mettere un timbro sulla scheda elettorale e per controllare le misure di sicurezza; data l’affluenza non è che corressi tutto ‘sto gran rischio, ma comunque devo dire che sono state prese tutte le precauzioni possibili, anche quella di disinfettare la matita dopo l’uso. No, è solo che sono un po’ nervoso, e non solo perché continua la cattività ovvero il telelavoro ma, non bastasse questo, mi tocca condividere la gabbia con mia suocera. Che, poverina anche lei, è venuta a svernare a casa nostra perché  nel condominio di fronte al suo stanno facendo dei lavori di rifacimento dei tetti coibentati con l’ethernit; e per evitarle di respirare qualche fibra di amianto, che peraltro avrebbe digerito senza problemi, è stata portata a distanza di sicurezza. Ora, non vorrei dare cattive impressioni ma a mia suocera voglio bene, solo che non abbiamo niente da dirci e le sue storie ormai le conosco tutte a memoria; in più è una sorda selettiva che tende a capire solo quello che le fa comodo. D’altro canto lei penserà che io sia un orso selvatico, non fosse altro perché qualsiasi gioco delle carte mi fa venire sonno e di solito non parlo per slogan ma cerco di argomentare qualche opinione, sforzo che viene puntualmente vanificato dalle convinzioni eterne e immutabili della vecchia. Aggiungete che la stanza dove è il mio studiolo è anche la stanza degli ospiti e quindi sono dovuto sloggiare in soggiorno e capirete che la mia gioia di vivere non è alle stelle.

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A proposito di marroni l’altra domenica sono andato in visita al Castello di Masino, bene FAI, poco distante da Ivrea, per una visita guidata al giardino e soprattutto per la degustazione di Erbaluce, il vino tipico della zona, che un mio collega originario di quelle parti mi ha promesso per anni e non mi ha mai portato, vatti a fidare. Così, se Maometto non va all’Erbaluce, ecco che si muove Gio’… la visita è stata molto interessante, il castello è ricco di storia ed il parco è curato con tutti metodi naturali; i giovani del FAI vendevano anche della marmellata fatta nel Giardino della Kolimbetra, ad Agrigento: noi ci eravamo stati sei anni fa quando il Giardino era stato riaperto da poco, e quella di fare la marmellata era solo un’idea. E’ strano però trovarsi a Torino a parlare di Giardini di Agrigento!

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Masino è un piccolo borgo dove è rimasta una trentina di persone, tutti anziani; noi ne abbiamo incrociato una decina, quindi un buon trenta per cento; da una di queste abbiamo comprato delle castagne, anzi appunto dei marroni (confesso che alla mia veneranda età non avevo mai visto dei ricci così grandi). In settimana mi sono esibito in qualcosa che non avevo mai fato in vita mia e cioè lessare delle castagne (facile: ma ricordarsi di mettere un po’ di sale e una foglia di alloro, e poi pelarle ancora calde) e poi al forno. Purtroppo quest’ultimo esperimento non è andato bene perché a) ho aspettato troppi giorni e le castagne cominciavano a seccare e b) le ho cotte troppo. Risultato: le prime ancora calde sono riuscito a sgranocchiarle ma per le altre nessuno si è sentito di rischiare la dentiera. Che peccato, mi toccherà tornare! E ne ho ben donde, dato che alla fine l’Erbaluce non l’ho comprato, e nemmeno il passito di Caluso (un paese lì vicino dove fanno un passito favoloso) perché abbiamo deciso di andare a visitare Ivrea. Ora,a Ivrea c’ero stato nel 1982 in visita alla Olivetti dove si progettavano e realizzavano circuiti elettronici integrati: erano all’avanguardia e nessuno ha mai fatto un mea culpa per la fine che ha fatto quell’azienda. Tutta gente che ancora oggi pontifica per il bene del paese, eh! Allora mi colpì il terreno brullo intorno, di un ocra che mi metteva tristezza; ma forse il ricordo è fallace, perché oggi la cittadina l’ho trovata carina, non ho visitato niente perché era tutto chiuso ma in compenso ho visto che ci sono molti ristoranti e trattorie per future puntate.

Che strano, anche stavolta finisco con un richiamo alle trattorie; sarà che in questa prigionia sto mangiando tanta di quell’insalata che temo di trasformarmi presto o tardi in una capretta. Ma che marroni!

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 3

La seconda tappa del viaggio è L’ Aquila. Ero stato in questa città più di trent’anni fa per lavoro, e le uniche cose che ricordavo erano la lunghissima pausa pranzo, la faticosa salita per arrivare in centro, il freddo (credo fosse ottobre-novembre), i colori della Basilica di Collemaggio e lo stupore nell’imbattermi per caso nella Fontana delle 99 cannelle. Perché L’ Aquila dunque? Per prima cosa perché mia moglie non c’era mai stata, poi per verificare di persona come la città si sta riprendendo, dopo il terremoto disastroso del 2009; non per voyeurismo macabro ma con molto rispetto, con amore direi. Cosa abbiamo trovato? Il centro storico è tutto riaperto, i monumenti ed i palazzi in travertino bianco sembrano addirittura brillare; a volte si ha l’impressione di camminare tra una scenografia teatrale, perché le facciate sono rimesse a nuove ma magari dietro gli edifici sono puntellati, e se si scende man mano lontani dal centro diversi edifici sono ancora lesionati. La città mi è sembrata comunque viva, tanta gente per strada, turisti e non solo; la sera addirittura giravamo in alcuni tratti con le mascherine a causa dell’affollamento. Nella bella Piazza del Duomo abbiamo visitato la chiesa di Santa Maria del Suffragio, perché il Duomo è ancora in ristrutturazione; la sera nello spazio del mercato, nella stessa piazza, trasmettevano un film per bambini, ed era pieno di famigliole; abbiamo mangiato in un ristorantino in una via laterale, scelto a caso dato che ho cercato di prenotare telefonicamente in tre posti suggeriti da Tripadvisor ma erano tutti pieni (questo è stata una costante del viaggio: i locali per mangiare erano sempre pieni. Sarà che hanno dovuto mettere meno tavoli, o forse sarà che di gente in giro ce n’è comunque tanta, certo che si fa fatica a pensare ad un paese in crisi… tra l’altro devo dire che grazie al Covid i ristoratori sono obbligati a fare quello che avrebbero dovuto fare anche prima: disinfettare i tavoli quando cambiano avventori, e non mettere un tavolo appiccicato all’altro permettendo di godersi la cena. Quasi tutti, mi sembra, si sono adeguati a queste norme di normale igiene).

Abbiamo visitato la Basilica di Collemaggio che con i colori del tramonto è ancora più bella e visto la Porta dell’Indulgenza; ho preso un libriccino di poche pagine su Celestino V ma non sono ancora riuscito a leggerlo, ogni volta che lo apro mi si chiudono gli occhi; visitato la Fontana delle 99 cannelle, tutte funzionanti, e più su la Chiesa di San Bernardino da Siena con le spoglie del Santo, siamo arrivati fino alla Fortezza Spagnola, questa chiusa, con intorno un parco tenuto veramente bene nel quale è stato costruito da Renzo Piano il nuovo Auditorium (non so come mai ma ad ogni disastro Renzo Piano costruisce qualcosa).

Una sera abbiamo lasciato l’auto in un parcheggio vicino a Collemaggio che avrebbe dovuto essere collegato con il centro con delle scale mobili: peccato fossero tutte ferme e ce le siamo fatte tutte a piedi, in questi tunnel vuoti ed inquietanti. A L’ Aquila non abbiamo mangiato gli arrosticini e questo è già da solo un motivo per tornare.

Siccome il nostro albergo era vicino alla Stazione, per salire in centro dovevamo prendere l’auto (avremmo anche potuto andare a piedi ma con 35 gradi non era consigliabile) e passare in via XX Settembre, dove si trovava la Casa dello Studente nel crollo della quale persero la vita otto ragazzi; e si sarebbe potuto evitare, se ognuno avesse fatto il proprio dovere, a cominciare da chi fece i lavori che ne indebolirono la struttura per finire a chi non fece evacuare gli studenti dato che le scosse si succedevano ormai da mesi. Ma in questo paese siamo spesso a piangere i morti perché chi deve controllare non controlla, e sembra che non impariamo mai. Sembra passata un’era geologica: al governo c’era Berlusconi, ci furono polemiche a non finire, costruttori intercettati mentre se la ridevano pregustando i guadagni, G9 spostato dalla Maddalena a L’ Aquila, New Towns… il disastro usato come occasione di affari e vetrina mediatica: un vero e proprio schifo dal quale fortunatamente gli aquilani, gli abruzzesi, sono usciti con l’orgoglio che li contraddistingue.

Mi accorgo di starla buttando in politica e non è mia intenzione, anche perché come la penso su quei personaggi lo sapete. Continuiamo in leggerezza: la sera del ritorno in albergo c’è stato il primo scontro con il navigatore, che ci ha fatto fare un giro assurdo e sarà solo il primo tanto che a un certo certo punto l’ho dovuto esautorare e tornare alle usanze di una volta, ovvero chiedere ai passanti. La tecnologia ci salverà? Non credo.

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Turisti per caso al tempo del coronavirus – 2

Stamattina ho avuto l’idea di andare a tagliarmi i capelli, effettivamente allungati; purtroppo il mio parrucchiere Leo, calabrese verace, è in ferie, per cui anche se a malincuore ho dovuto dirigermi verso il salone cinese che c’è in piazza. In dieci minuti netti mi hanno misurato la temperatura, fatto disinfettare le mani, lavato i capelli facendomi indossare una mascherina nuova e rapato in stile Auschwitz, con una strana cresta sulla sommità del capo. Niente da dire su pulizia e velocità, per il resto ho pagato in tutto per 12 euro scambiando solo quattro parole: lavare, corti ai lati (il loro concetto di lato però è molto esteso), e quanto pago? Nel frattempo ho assistito ad una buffissima disputa tra una vecchietta che stava cercando di spiegare che i capelli li voleva mossi e il cinese che la serviva che cercava di convincerla che mossi è un’opinione e non un tipo di acconciatura. Leo, perdonami, non lo farò più…

Come vi dicevo, il giro è stato organizzato al volo; la prima scelta era Matera ma un po’ la distanza (più o meno la stessa che c’è tra Como e il paese) e le opinioni di chi c’è stato nello stesso periodo (“ma siete matti? Fa un caldo dell’accidente”) ci hanno spinto a ambiare destinazione. Senza fare tantissima strada abbiamo fatto lo stesso un giro molto interessante: Ascoli Piceno, L’Aquila, Rieti (e dintorni, soprattutto dintorni), Todi e dulcis in fundo Siena. Sapete che sono un tipo di larghe vedute, e penso che ognuno abbia il diritto di suicidarsi come meglio crede: fare i turisti nelle città d’arte e storiche la settimana di Ferragosto è senz’altro uno dei più piacevoli, ma vi assicuro che nelle ore più calde ho avuto dei momenti di invidia profonda per quelli che si sono andati ad assembrare in spiaggia… Non farò una cronaca dei monumenti perché quelli si possono trovare in ogni guida ma riporterò solo qualche impressione, le cose che più mi hanno colpito.

Inizio dunque da Ascoli Piceno, dove non ero mai stato, imperdonabile per un marchigiano ma tenete conto che sono andato via di casa poco dopo i venti anni, la ex ministra piangente Fornero sarebbe orgogliosa di me perché non sono proprio stato un choosy e quindi ho avuto poco tempo per fare turismo, anzi mi rendo conto di conoscere tante altre regioni meglio della mia…

Ad Ascoli due piazze stupende, Piazza del Popolo e Piazza dell’Arringo; nella prima, la più famosa, con una bellissima pavimentazione, si affacciano la Chiesa di S.Francesco con le colonne del portone d’ingresso che, se ci si batte, suonano; il Palazzo del Capitano con la sede della Quintana, il palio che si svolge in agosto (quest’anno tutti i palii sono saltati, anche il nostro; tra l’altro tutte le città visitate hanno un palio, più o meno famoso, fino ad arrivare a quello celeberrimo di Siena…) e dove sono in mostra diversi costumi (di cui ho mandato le foto alla nostra reggente per farle invidia) e il Caffè Meletti. Questo caffè, uno dei caffè storici d’Italia (nelle Marche ce ne sono due ed uno è nel mio paese, per quello ve ne parlavo la volta scorsa. Sono caffè che hanno mantenuto gli arredamenti originali, di fine ottocento-inizio novecento, dei piccoli capolavori) è famoso per l’Anisetta, un mistrà digestivo; dopo pranzo ovviamente caffè corretto Anisetta, costicchia ma ne vale la pena.

Ah, prima ovviamente avevamo mangiato Olive Ascolane… ormai si trovano dappertutto ma non c’è paragone. Ricordo da ragazzo quando nei pranzi tradizionali al ristorante (le poche volte che si andava, solo per qualche cerimonia…) uno dei piatti forti era la frittura mista: agnello, verdure fritte, olive ascolane e crema fritta (si, crema pasticcera fritta). Che nostalgia, soprattutto dell’appetito che avevo. In Piazza dell’Arringo, dove si svolge il mercato, c’è il Duomo di S.Emidio, patrono della città, ed il Battistero. Sotto al Duomo c’è una cripta bellissima, affrescata nelle volte e che ha alla pareti mosaici recenti, fatti dopo la guerra, che ritraggono scene del tempo tra cui la ritirata dei tedeschi che lasciano la città per assetarsi sulla linea gotica. Ascoli Piceno fu risparmiata dai bombardamenti (cosa che non avvenne alla vicina San Benedetto del Tronto) grazie ad un accordo tra il Vescovo ed il Feldmaresciallo Kesselring (quello delle Fosse Ardeatine, per intenderci), che dichiarava la città “libera e ospedaliera”, in sostanza una zona franca non bombardabile. Non mi è molto chiaro come mai il Vescovo chiedesse ai tedeschi di non bombardare, dato che i bombardamenti a San Benedetto li avevano fatti gli inglesi, ma ad ogni modo la città fu fatta salva.


Ma forse la cosa che più mi ha colpito in questa città è stata una targa posta su di un lato del Duomo, a ricordo di una persona lì morta, forse un senzatetto: mi è sembrata una testimonianza di pietà e affetto così grande che l’ho voluta riportare.

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Mi sono dilungato un po’ troppo, amiche e amici, e siamo solo all’inizio… se continua così finirò per le vacanze di Natale! (A proposito di vacanze, mentre tornavamo sentivamo dichiarare da qualche sottosegretario che se i contagi continueranno a salire non è escluso che a settembre le scuole non riaprano. Dio ce ne scampi e liberi…)

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Turisti per caso all’epoca del coronavirus – 1

E così, amiche e amici, alla fine ho ceduto ed ho fatto una vacanzina, senza peraltro far ricorso al bonus vacanze ma cacciando giustamente i soldi di tasca mia. Si è trattato di un paio di settimane che si dividono però  in due parti: i primi otto giorni in realtà non sono stati una vera e propria vacanza (specialmente per mia moglie) in quanto ho lavorato ma da casa dei miei (ormai solo di mia madre), al mio paese natale; in questi casi lo smart working è una bella comodità e devo dire che il collegamento Internet ha retto bene. Di questo periodo non ho molto da dire: alla mattina andavo a comprare il giornale all’edicola tenuta dalla moglie di un mio ex compagno di squadra di calcio, un secolo fa; ho comprato tutti i titoli più assurdi, Vero, Sogno, Di più, nel tentativo di far uscire mia madre dall’apatia malinconica in cui è caduta dopo essere rimasta sola: i tentativi non hanno sortito grandi effetti, ma io sono aggiornatissimo su tutte le novità e le tresche da spiaggia. La più ghiotta quella della signorina Francesca Pascale che, ricevuta una robusta buonuscita da Berlusconi, si dice venti milioni di euro, si è consolata con la brava cantante Paola Turci. Ma Dudù a chi è rimasto? La sera invece, dopo aver cenato ed aver esaurito i preparativi per la notte, si usciva a passeggiare per le mura (ovvero la circonvallazione) e quindi la serata finiva in piazza (la bella Piazza della Libertà), dove si trovano un pub e due bar, di cui uno storico (di questo parleremo più avanti, a proposito del caffè Meletti di Ascoli). Per non fare torto a nessuno li ho girati a turno, meritano tutti e tre ed infatti sono molto frequentati e non solo da gente del luogo. La situazione del post-terremoto è in movimento, mi raccontano che i fondi sono stati sbloccati per cui sembra che il bonus ristrutturazione al 110% non interessi molto, anche perché le imprese edili sono abbastanza piccole per poter lavorare sul credito d’imposta. Le chiese, tranne due piccole, sono ancora chiuse.

IMG_20200809_081528Ho passato una settimana di amarcord, con mia madre che raccontava quasi sempre le stesse storie, ma non avevo coraggio di interromperla; a proposito di Amarcord l’edicolante di cui vi parlavo ha trovato una foto in cui eravamo schierati prima di una partita, io non ricordavo assolutamente in quale occasione e non riconoscevo almeno metà squadra, tanto da farmi dubitare che fossi davvero io quello accosciato… starò perdendo la memoria? Vi ho già raccontato del marito di mia cugina che sostiene da anni che abbiamo passato un weekend a Monza a vedere il Gran Premio, ai tempi di Nelson Piquet? Insisti insisti comincio a convincermi che ha ragione lui. Anche se le corse non mi piacciono, e la passione per la fotografia che dice lui non mi pare proprio di averla mai avuta… Che altro? Visite al camposanto, incontri con qualche amico, chiacchierate con i fratelli. Il paesino è tranquillo e vivibile, ve l’ho già detto vero? Si chiama Pollenza, in provincia di Macerata; una volta si chiamava Montemilone e se vi capita di andare nei musei Vaticani in una delle cartine della sala delle mappe la troverete bene evidenziata. Roma caput mundi, Montemiló secundi… in luglio, quando non c’era il Covid, organizzavano una fiera del restauro ed una visita alle cantine che venivano allestite per l’occasione in diverse grotte sparse nei vari vicoli. Il giorno del compleanno di mia madre, 85 anni, siamo andati a festeggiarlo in un agriturismo di un paese vicino, Belforte sul Chienti (questo severamente danneggiato dal terremoto): amici una mangiata epica, segnatevi questo nome: “Il ponte degli schiavi”. Alla fine non fatevi incantare da altri dolci, chiedete vino cotto e cantucci e chiudete in bellezza.

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Finita la settimana ci sembrava presto per tornare a casa, anche per non rompere le uova nel paniere al pargolo che se la stava scialando in compagnia di Pappolo e Luppolo, i due gnometti da balcone, così abbiamo organizzato al volo un giretto tra Marche, Abruzzo, Lazio, Umbria e Toscana di cui però vi racconterò a parte, per non annoiarvi troppo. Per ora anticipo solo che la bilancia, al ritorno, indica un chilo e mezzo in più rispetto alla partenza: pensavo peggio!

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Cronachette della fase tre (16-21 luglio)

Dato che quest’anno di andare in vacanza non se ne parla, o meglio la mia testa si rifiuta di entrare nell’ottica, ho dovuto accettare un piccolo compromesso, più o meno come quelli che il nostro Presidente Conte ha dovuto inghiott… ehm accettare in Europa, e cioè di fare delle piccole vacanzine mordi e fuggi, qualche fine settimana lungo, giusto per staccare dalla routine quotidiana e soprattutto avere una scusa per uscire di casa.

Al mare nemmeno a parlarne, anche perché le spiagge più vicine sarebbero in Liguria ma tra lavori in corso e interruzioni probabilmente si farebbe prima ad arrivare in Sicilia e allora vada per la montagna, che ci ossigeniamo ed è tutta salute per i polmoni; l’idea originaria era per il Trentino, ma visti i prezzi ci siamo rivolti dall’altra parte, ovvero la Val d’Aosta. Come sapete non è che io sia un amante della natura, preferisco le opere dell’uomo quando sono ben fatte; per questo non ho cercato un alloggio in qualche paesino montano ma nel capoluogo, Aosta, ottima base di partenza per ogni tipo di escursione. Sapevate che in Val d’Aosta ci sono ben 101 tra castelli e forti? Io no, fino a tre giorni fa avevo visitato solo il Forte di Bard, una fortezza difensiva con una storia molto interessante; da domenica posso aggiungere alla lista anche il castello di Fénis, dimora nobiliare, restaurata nel tempo prima da un privato, poi dallo Stato Italiano che l’ha poi ceduto alla Regione Autonoma.

Venerdì appena arrivati siamo saliti (in auto, preciso) al Gran San Bernardo, passo obbligato per i pellegrini che seguivano la via francigena; giornata stupenda, sole splendente fino a qualche centinaio di metri dalla sommità del colle, dove si era posata una unica nuvola dispettosa. Non si vedeva un accidente e faceva un freddo barbino (7 gradi!). Ci siamo fiondati nel piccolo museo del cane (San Bernardo), sperando che qualcuno di quei compassionevoli animali ci rifocillasse con il contenuto delle fiaschette che una volta portavano al collo. Poveri animali, con il Covid i visitatori non possono accarezzarli e non gli si può dare da mangiare, si vede che hanno l’aria un po’ triste e si chiederanno se è colpa loro: no amici, voi non c’entrate niente, siamo noi che abbiamo combinato tutto questo casino. Come pure far sciogliere i ghiacciai, ma quello è un altro discorso (o è lo stesso)?

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A dire la verità la scelta di Aosta era stata anche dettata dal fatto che c’erano già due nostri amici in vacanza, e siccome con lui siamo abbastanza in sintonia per quanto riguarda cibo e bevande mentre le nostre consorti sono più attente alla dieta abbiamo pensato di spalleggiarci a vicenda per poterci dedicare alle specialità culinarie valdostane. Per questo, scappati velocemente dal freddo, siamo scesi verso valle e ci siamo fermati in un grazioso paesino, Étroubles, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia, ha delle opere d’arte sparse all’aperto e tanti, tanti fiori; attrezzature sportive di prim’ordine che hanno suscitato l’invidia del mio amico, che a tempo perso è allenatore di una squadretta di calcio oratoriale ed è sempre alle prese con penurie di tutti i tipi. Non ho detto che la strada per salire al Gran San Bernardo è bellissima e  il confronto con le strade di casa mia è impietoso: ci siamo chiesti se il merito sia della Regione Autonoma, ma secondo me non è tanto un problema di risorse, pure importante per carità, ma di come queste risorse si usano e di chi le usa: non è colpa dei valdostani se qua i soldi li hanno spesi per autostrade inutili, eventi effimeri, rotonde su rotonde, ospedali nuovi che hanno ridotto i posti letto e alla prova dei fatti del Covid si sono rivelati anche non adeguati… magari da loro non ha spadroneggiato per un quarto di secolo una lobby d’affari ciellino-leghista-forzitaliota… va bè adesso smetto altrimenti dite che sono vetero, del resto lo sostengono anche i miei amici, forse è vero.

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Venerdì sera abbiamo mangiato nell’albergo dove pernottavano i nostri amici, alberghetto a conduzione familiare praticamente sopra al Ponte Romano: fonduta, involtini e scaloppina alla valdostana. Senza infamia e senza lode anche se il proprietario è molto simpatico e ci ha mostrato la collezione di fotografie, tra cui molti calciatori dell’Inter e un Gino Bartali che avrebbe fatto piangere mio padre. Ve l’ho già raccontato mi pare che uno dei pochi libri che ha comprato mio padre è stata la biografia di Gino Bartali autografata da lui medesimo, e ricordo ancora l’emozione con cui si avvicinò ad uno degli idoli della sua giovinezza per farsi firmare la copia. Non che mio padre non leggesse, eh! Tutti i giorni il giornale, poi L’Espresso quando era un signor settimanale; finché la testa l’ha sorretto si è sempre tenuto informato di quello che succedeva per il mondo, ma quella che riempiva la casa di libri era mia madre…

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Sabato l’abbiamo passato tutto ad Aosta, non voglio fare il Turista per Caso elencando monumenti e musei ma consiglio solo, se ne avete l’occasione, di visitarla. Il Criptoportico, il chiosco e gli affreschi nascosti della Collegiata di Sant’Orso, la Cattedrale, valgono decisamente il costo del biglietto. Aosta fondata dai romani, cardo e decumano, i monumenti che ricordano gli splendori del passato nonché un delizioso museo archeologico. Una curiosità, i resti dell’anfiteatro sono stati inglobati da alcune case che sono dentro un convento; per visitarli basta suonare alle suorine che di solito sono molto amichevoli ma stavolta la guardiana nonostante i tentativi di corruzione non ci ha fatto entrare: col Covid non si passa.

A proposito di Covid: per prenotare un ristorante per sabato sera ho dovuto fare una decina di telefonate, tutti pieni; sinceramente non mi pare ci fosse questo gran distanziamento, la sera in giro c’era un sacco di gente ed io per sicurezza la mascherina la mettevo anche se non obbligatoria, ma ero pressoché l’unico. Speriamo bene. Ad ogni buon conto come antisettico mi sono procurato una bottiglia di Genepy, di solito la compro alla Fiera dell’Artigianato a Milano ma dato che quest’anno difficilmente si terrà ne ho approfittato.

La nostra stanza, in un B&B in pieno centro in un palazzo storico, al quarto piano senza ascensore (i Beni Culturali non lo permettono, ci ha detto il gestore) era bella ma rumorosa: per uno strano fenomeno acustico si sentiva ogni bisbiglio di chi c’era in strada e, non potendo chiudere le finestre dato che l’aria condizionata non si poteva accendere (norme Covid) abbiamo sperato che la stanchezza vincesse il rumore. Cosa che è successa solo in parte dato che fino alle due di notte degli sfaccendati hanno continuato a bivaccare (il padrone, lievemente razzista, ci aveva detto che lì da loro le regole si fanno rispettare, alle 23-23:30 i locali chiudono, la polizia passa spesso per controllare, e non ci sono parcheggiatori o venditori di fiori abusivi: tutte balle cari amici. La polizia passerà pure ma probabilmente va a letto alle 23; se funzionano gli autovelox come diceva il caro gestore che tra l’altro ho dovuto pagare in contanti _ ma non dovrebbe essere tutto tracciabile per queste attività?_ lo scoprirò se mi arriveranno multe a casa) e così sabato ho comprato dei tappi per le orecchie. Avete mai usato dei tappi per le orecchie? Non funzionano, o almeno i miei non hanno funzionato. Se non altro potrò scaricarle dalle tasse, in quanto dispositivi medici.

A sera dopo i tristi tentativi di prenotare un ristorante caratteristico ci siamo dovuti adattare ad una grigliata di carne internazionale, dove per ogni taglio era indicata con una bandierina la sua provenienza. Famo a fidasse, come dicono i veri aostani: comunque era buona, e l’abbondante digestivo finale ha dato una mano.

Domenica, lasciata Aosta, siamo andati al vicino Castello di Fénis dove avevamo prenotato per le 10 (in questo periodo bisogna prenotare tutto) e siamo arrivati al pelo; intanto che cercavo parcheggio ho  spedito mio figlio di corsa a bloccare l’ingresso, cosa che ha fatto egregiamente data anche la stazza. Visita gradevole ma troppo breve: col fatto che sono stati costretti a ridurre i gruppi cercano di velocizzare le visite… il castello di Fénis è uno dei pochi arredati ma i mobili non sono originali del sito, anche se dell’epoca: lo Stato li ha recuperati in diversi posti, restaurati e messi lì in mostra, con un effetto un po’  strano perché in una stanza ad esempio ci sono una decina di cassapanche.

Lasciamo la Val d’Aosta e passiamo in Piemonte, destinazione Santuario di Oropa: una preghierina alla Madonna Nera non farà male, ci siamo detti: la Basilica Nuova è chiusa per restauri ed è una cosa che fa pensare, dato che è stata completata nel ’65; il cemento armato, come nel caso del Ponte Morandi, evidentemente non è fatto per durare nei secoli, per fortuna i Romani hanno utilizzato altro perché altrimenti ora avremmo solo mucchietti di polvere da ammirare. A proposito di polvere, mi ero dimenticato che nei secoli bui il marmo dei monumenti non solo era depredato ma bruciato per farne calce: allora i monumenti antichi non erano considerati opere d’arte, ma depositi di materiale edile a buon mercato. Chissà fra duemila anni come la penseranno di quello che lasciamo noi… Al Santuario comunque c’era un sacco di gente, anche perché attaccato c’è un Parco Avventura dove le famiglie portano i bambini a fare Tarzan; sacro e profano, ristoranti e immaginette sacre, non fa per me ma già lo sapevo.

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Infine siamo andati a Biella, con l’intenzione di prendere un caffè ed una fetta di torta. I nostri amici ci avevano descritto Biella con un “carina” che lasciava ben sperare, ma in realtà ora come ora non saprei trovare un motivo per tornarci a meno che qualcuno non mi suggerisca un buon ristorante; persino la gentile barista quando le ho chiesto che cosa ci fosse di bello da vedere ha guardato smarrita la cameriera per poi rispondere un desolato “niente” col quale giustificava tra l’altro il cartello “Vendesi attività” che campeggiava davanti al bancone.

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Comunque amiche e amici almeno a Biella a nessuno viene in mente di vietare gli aquiloni come in Egitto, o di riconsacrare come moschea quella Santa Sofia nata  come Basilica Cristiana che da quasi cento anni era stata destinata da Ataturk a Museo; ci fosse poi bisogno di moschee in quel paese, quando a due passi c’è quel capolavoro che è la Moschea Blu…

Ma ecco che deraglio ancora (o raglio, fate voi); mi sono dilungato eccessivamente, non era mia intenzione ma una parola tira l’altra, spero di non avervi annoiato troppo… alla prossima! (non vacanza)…

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Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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Culurgiones!

Lo so, eravate preoccupati che mi fossi perso per le strade della Sardegna. Per una decina di giorni mi sono imposto di non leggere giornali e non ascoltare notiziari e stranamente sono sopravvissuto senza saper niente di rubli padani (ma un capitolo di Olena ce lo dedicherò, siatene certi).

Ho visitato solo una piccola parte di quest’isola, un po’ di nord-est (con base a Cannigione) ed un po’ di nord-ovest (base a Stintino). Non voglio tediarvi con racconti o cronache, solo qualche foto e pensierino alla rinfusa.

  • A Stintino i nomi delle spiagge sono accattivanti: La Pelosa e La Pelosetta. Su queste spiagge girano delle guardie che controllano che non ci si porti via la sabbia, l’asciugamano non può toccare direttamente per terra ma deve essere posto sopra una stuoia. Con quello che ho pagato l’ombrellone avrei potuto caricare un camioncino di rena e nessuno avrebbe potuto biasimarmi, comunque.

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Spiaggia La Pelosa – ignoro perché si chiami così
  • Avete presente quelle escursioni in motonave dove vi fanno fare il giro delle isole con bagnetti e pranzo a bordo? Pittoresco, vero? Noi l’abbiamo fatto per visitare l’Arcipelago della Maddalena. Il paese de La Maddalena di per se stesso mi è sembrato troppo turistico, il giro in barca invece è stato bello se non ché questi ci sbarcavano in delle cale dove non c’era un filo d’ombra. Alla seconda cala (era l’una del pomeriggio!) ho cercato rifugio vicino all’unico muretto presente. Dopo il bagno però nell’asciugarmi non ho visto una roccia che sbucava dalla sabbia, sono caduto all’indietro (e per fortuna non ho sbattuto l’osso sacro) e mi sono sgarbellato tutto un gomito ed un polpaccio. La pasta in compenso era buona. Una signora si è lamentata perché i marinai gettavano gli avanzi in mare (i pesci non facevano nemmeno arrivare il cibo in mare, li mangiavano al volo). Ecco, questo lo definirei ambientalismo stupido, ma in quel momento il mio giudizio era condizionato dal male al gomito. Avrei gradito visitare le strutture create per il G8 del 2009 e mai usate (perché poi il G8 si tenne a L’Aquila, dove c’era stato il terremoto), così come le basi militari, ma non è stato possibile, mannaggia.

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Questa NON era la nostra barca
  • Porto Cervo: non pensiate che quanto dirò sia dettato da invidia o odio sociale. Ma questo paese finto a che serve? Si potrebbe radere al suolo con tutti i suoi frequentatori (con armi convenzionali, per non contaminare l’ambiente)? Le spiagge del Piccolo Pevero e del Grande Pevero meritano. Il prezzo degli ombrelloni è uno schiaffo alla miseria (l’ho già detto?).

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A Porto Cervo mi sono rifiutato di fare foto. Questa è dall’interno della Roccia dell’Orso a Capo d’Orso, non molto lontano
  • Caprera: non si può e non si deve passare da quelle parti e non visitare la casa-museo di Giuseppe Garibaldi. Tra l’altro il 4 luglio ricorreva il 212° anniversario della nascita dell’Eroe dei Due Mondi: non so nemmeno se si studi più a scuola, io ho un bel libro di Memorie dove mi colpì il suo feroce anticlericalismo (avrebbe volentieri mandato tutti i preti e suore a bonificare le paludi pontine). Sarebbe orgoglioso di come sono diventati gli italiani? Non credo, e del resto già l’unità non fu proprio quella che avrebbe auspicato lui.

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La casa di Garibaldi si intravede dietro un enorme pino della stessa età dell’Eroe dei Due Mondi
  • Isola dell’Asinara: questo è stato il giro che più mi è piaciuto. La storia dell’isola è affascinante, fino al 1885 ci vivevano 45 persone: poi lo Stato decise che l’Asinara diventasse Colonia Penale, e le persone furono “deportate” ed andarono ad insediarsi a Stintino. La storia dell’Asinara è quindi la storia dei suoi carceri: quello più “famoso” o meglio famigerato è il carcere di Fornelli, carcere di massima sicurezza, ma su tutto il territorio ce ne erano altri, più leggeri per detenuti con pene più lievi, dove in alcuni di questi i carcerati potevano uscire e coltivare la terra o accudire degli animali. Ora l’isola è Parco Naturale e le strutture, tra cui Fornelli, stanno andando in malora. La vicenda più interessante secondo me è quella dei prigionieri austro-ungarici della fine della Prima Guerra Mondiale: in origine 77.000, i serbi prima di imbarcarli a Valona, in Albania, li sottoposero ad una marcia della morte nella neve, e ne sopravvissero solo 27.000; questi furono internati all’Asinara, dove si dovettero preparare le strutture in fretta e furia, messi in quarantena per il tifo, tubercolosi etc., e se ne salvarono circa 20.000. C’è un bel libro su questo episodio, “I dannati dell’Asinara (ediz. Utet)”, che mi sono affrettato ad ordinare.  Tra le regole ferree del Parco (non prendere sassi, fiori etc…) bisognerebbe introdurre un’altra: evitare di emettere gridolini ogni volta che si avvista un asinello. Di mufloni, nemmeno l’ombra.

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Erba autoctona: il cuscino della suocera
  • Nuraghi: non abbiamo fatto dei gran giri archeologici e nemmeno gran visite a opere d’arte o musei a dire la verità. Come cittadine abbiamo visitato Alghero e Tempio Pausania, la prima meglio della seconda. Ma è a Tempio Pausania che mi sono reso conto di uno dei motivi per cui ho sempre vissuto la Sardegna con diffidenza: sono passati quarant’anni dal rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Lo ricordo bene perché ero partito militare da poco, e quell’ennesimo rapimento ci colpì molto, come colpì tutta l’Italia. A proposito di quarant’anni alcuni miei commilitoni (di cui uno diventato generale!) si sono ritrovati a Sabaudia a festeggiare l’anniversario del nostro corso. Tutte le scuse sono buone per bisbocciare, amici!

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  • Ma, tornando al nuraghe, non potevamo tornare a casa senza averne almeno visto uno: vicino a Tempio Pausania c’è il Nuraghe Major, che tra l’altro ospita una colonia di pipistrelli. Che bel paese che siamo! Ripopoliamo pipistrelli, vietiamo di asportare sabbia, impediamo di raccogliere un fiore, ma i poveracci in carne e ossa ci disturbano. Una volta avrei detto “Ha da venì baffo’ “, ma è sicuro che non verrà più, i poveracci dovranno arrangiarsi da soli.

 

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Homo nuraghensis
  • Cibo: avrei voluto fare molto di più cari amici, ma i nostri pranzi erano frugali come si addice al turista che voglia rimanere leggero (la birra Ichnusa non filtrata comunque non è mai mancata) la sera abbiamo mangiato sempre pesce: perciò niente culurgiones, malloreddus, ciccioneddos, niente porceddu, vini rossi niente (Cannonau!) così come i bianchi (Vermentino!). Ci siamo buttati su dei buoni rosè: mi permetto di segnalare due ristoranti, uno vicino a Cannigione (L’Oasi, dove non si prenota e solo per questo merita un applauso) ed uno a Stintino (Opera Viva, dove c’è una signora che impasta i culurgiones a vista). Una sera ho mangiato una seadas, ma confesso di averne assaggiata una migliore in un ristorante di Como.

 

Amiche e amici, è finita! Da lunedì si torna al lavoro. Un po’ di mal di Sardegna mi è venuto, contro le mie aspettative: l’anno prossimo, chissà…

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Una birra per Olena (XIII)

«O saggio Po, svegliati, siamo arrivati!»
Dopo diversi chilometri in più di quelli indicati dal simpatico Pekko Karjalainen, Svengard e Po sono finalmente all’ingresso del parco Toivonen, sotto l’arco dove spicca la scritta “Tervetuloa”, il benvenuto finlandese.
Appena il tempo di posteggiare il carretto che subito si fa loro incontro una graziosa e procace contadinella che li accoglie calorosamente.
«Siete appena in tempo, signori, presto, lo spettacolo sta per cominciare! Venite, seguitemi!»
«Ma veramente noi siamo qui per…» prova a spiegarsi Svengard, ma l’energica ragazzotta li spinge in uno spiazzo dove è stata allestita una rudimentale gradinata inchiodando delle assi di peccio finlandese sulla quale si trova assiepata una cinquantina di persone, per la maggior parte famigliole con bambini.
La ragazza richiama il pubblico al silenzio.
«Signore e signori buongiorno e grazie di essere venuti a trovarci. Mi chiamo Piia Pihlajamåki e sono una delle guide che vi illustreranno le bellezze e particolarità di questo parco e museo contadino: la fattoria, le stalle, gli attrezzi di lavoro, i metodi di coltivazione… quest’anno per voi abbiamo riservato una sorpresa che vi piacerà sicuramente: il parco Toivonen è lieto di presentare il nuovo spettacolo dell’estate: “Animali selvaggi!”. Inizieremo con una coppia tutta particolare… gli alci innamorati!»
Finita la presentazione, dal boschetto alle spalle di Piia risuona un possente bramito: gli spettatori aguzzano lo sguardo per cogliere i movimenti di queste bestie, i bambini eccitati dalla possibilità di vedere da vicino questi animali di solito timidi, ed i genitori un po’ preoccupati perché gli esemplari più grandi possono raggiungere anche i sette quintali di peso e, pur essendo di indole pacifica, è meglio non farli arrabbiare.
Ed è davvero una bella sorpresa quella riservata agli ospiti del parco: al posto di due alci della Lapponia fanno il loro ingresso una renna camuffata da alce con in groppa un pappagallo Ara Macao a cui è stato applicato un piccolo palco di corna in testa, che imita perfettamente il verso dell’alce in amore.
I bambini divertiti applaudono freneticamente i due beniamini, che si lanciano in evoluzioni e versi e fingono di litigare e riappacificarsi, con Flettàx che canta Felicità! come Albano a Romina.
Svengard spalanca la bocca stropicciandosi gli occhi incredulo, e lancia uno sguardo smarrito a Po: Flettàx è diventato l’attrazione del parco!
Seguono altre scene: Flettàx vestito da cowboy in groppa alla cavalla Flora, che imita la voce di John Wayne e gli spari di una Colt 45; Flettàx che fa l’urlo di Tarzan ricoperto da una pelle di leopardo mentre la gallina Kocca truccata da scimpanzé fa la parte di Cita e gran finale con tutti gli animali della troupe vestiti da Village People che ballano sulle note di YMCA.
Pubblico in visibilio! Alla fine dell’esibizione, i protagonisti si concedono a qualche foto ricordo e ricevono la giusta ricompensa di noccioline, carote e sale, ed è in questo frangente che succede il patatrac.
Sfilando davanti al pubblico Flettàx si accorge della presenza di Svengard ed inizia a strillare:
«Craa!!! Non voglio!!! Aiuto! Mi vuole rapire!!! Craa!!! Mi maltratta, mi droga, mi costringe a prostituirmi!! Craa!!!» e svolazza fino ad abbracciare la presentatrice, che lo accoglie sull’ampio petto.
Un silenzio di tomba cala sullo spiazzo. Tutti gli occhi degli spettatori si puntano sul povero Svengard, dal quale il saggio Po si è saggiamente allontanato; gli animali si schierano a formare una barriera davanti al pappagallo, fremendo di indignazione.
Piia Pihlajamåki, con Flettàx in braccio, guarda il norreno con uno sguardo carico di disgusto e disapprovazione; ed è a questo punto che Svengard, vistosi perso, tenta il tutto per tutto: abbrancato un sacco di juta con il mangime per le galline, si lancia verso Flettàx con l’intenzione di infilarcelo dentro, lanciando un urlo di guerra vichingo: «Flettàaaax!!! Io ti spenno!». Nel parapiglia che ne segue Svengard viene scalciato dalla cavalla Fiona, preso a testate dalla renna Riitta mentre la tenera Piia gli rifila una ginocchiata nelle parti molli, non riuscendo nemmeno ad avvicinarsi al pappagallo che da parte sua riesce a becchettargli l’orecchio sinistro.
Quando infine tutto il pubblico scende in pista per compiere una giustizia sommaria, entra finalmente in scena Po che, recuperato il carretto, sottrae Svengard alla furia degli animalisti indignati e corre a perdifiato verso l’uscita.
Una volta in salvo, uno Svengard traumatizzato e ancora dolorante si rivolge all’anziano portantino.
«O saggio Po, perché mi hai salvato? La mia vita non ha più senso. E poi, se non riporto il pappagallo a Gilda mi ammazzerà lei stessa, perché sottopormi a quest’umiliazione? Sarebbe stato meglio per me morire con onore sul campo di battaglia!»
«A pagale e a molile c’è semple tempo» sentenzia Po. «L’uomo saggio impala dalle sconfitte più che dalle vittolie, pelciò tu avlai molto da impalale, o glande. Lasciamo questo lido insopitale,tolniamo alla nave e salpiamo velso il male apelto»
Così i due, modi e pensierosi, e Po per la verità anche affaticato dal dover trasportare un quintale di vichingo, ritornano all’emporio di Pekko Karjalainen, che li accoglie con la sua proverbiale bonarietà.
«Stranieri, vedo che tornate a mani vuote. Dunque il vostro uccello non si trovava al parco Toivonen? Mi dispiace di avervi mal indirizzati. Posso offrirvi un sorso di Kostenkorva in segno di rinnovata amicizia?»
«Sei gentile, amico» risponde un demoralizzato Svengard «e per quanto la Kostenkorva in questo momento potrebbe aiutarmi, non nutriamo nessun astio verso di te. Al contrario, avevi pienamente ragione: il pappagallo c’era, ma non ha assolutamente voluto seguirci»
«Ahi!» esclama il commerciante. «Brutto segno quando gli uccelli vogliono fare di testa loro. Ma forse posso aiutarvi lo stesso»
«Aiutarci, dici?» ripete Svengard, dubbioso. «E come? Disponi per caso di un pappagallo Ara macao scurrile e irriverente?»
«Ecco, il mio animale non ha proprio le caratteristiche che mi avete decantato, ma potrebbe fare lo stesso al caso vostro. Aspettata qua un momento» Pekko va nel retro nel negozio, dove ci sono delle grandi voliere; ne apre una, ne estrae il suo ospite e lo porta in visione ai due naviganti.
«E’ arrivato nel mio cortile tre mesi fa» lo presenta Pekko «è un uccello solitario e molto ordinato. Deve essere scappato a qualche economista tedesco: io mi faccio aiutare per la chiusura serale dei conti, non sbaglia un decimale!»
Po e Svengard guardano il pappagllo sbigottiti: la copia sputata di Flettàx!
«Amico, tu mi salvi la vita!» dichiara Svengard. «A quando lo vendi?» chiede pratico il norreno.
«Che fretta!» dice Pekko. «Capirete che per me è una grossa perdita, bisogna farci sopra una bella bevuta. Comunque direi che con un sacco di liquirizia salata ed un altro paio di barili di concime vegetale potrei separarmene»
«Ottimo!» esclama Svengard. «Allora sia, stappiamo subito la bottiglia e brindiamo all’affare. A proposito, ha un nome questo pappagallo?»
«O si che ce l’ha, ce l’aveva scritto su una medaglietta che portava al collo, guardate» e mostra ai due il collarino con la medaglietta.
«Spread?» legge Svendard sorpreso «Ma che razza di nome è “Spread”?»

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