Che mongolfiere! (Cronachette dall’ex-zoccolo duro)

Amiche e amici,

si avvicina l’ora del redde rationem ovvero il giorno in cui per lavorare sarà obbligatorio avere il green pass in regola: non avrei mai creduto si sarebbe arrivati a tanto, mesi fa l’avevo buttata là come una battuta e invece eccoci qua. Stranamente solo oggi i “migliori” si sono accorti che se tutti i lavoratori senza tessera non andassero al lavoro saremmo in un bel casino: pare che 12.000 guardie carcerarie su 37.000 ne siano sprovviste, tanto per dire. Esprimo la solidarietà ai lavoratori portuali di Trieste, che hanno detto che se anche a uno solo dei loro compagni non verrà permesso di lavorare bloccheranno tutto. La ministra dell’Interno, preoccupata di dover mandare i poliziotti a fare a botte con i camalli, ha invitato le aziende a provvedere a fare i tamponi gratuiti a chi fosse sprovvisto della certificazione; qui a Como alcune aziende si sono dette disponibili a pagare il tampone pur di non fare a meno di operai specializzati. Dato che le vaccinazioni sono ormai al 430% e secondo i virologi accampati giorno e notte da Fabio Fazio & c. avremmo dovuto raggiungere l’immunità di gregge già da quel dì, mi chiedo che senso abbia questo accanimento.

Dato che io il green pass ce l’ho, anche se per il lavoro non mi riguarda perché come sapete con buona pace di Brunetta tornerò in ufficio forse nel 2199, ieri volevo godermelo andando a Milano (dopo 19 mesi!) per incontrare dei compagni di merende con i quali avevamo l’abitudine di farci ogni tanto un aperitivo. Bene, la cosa non è stata possibile perché a) uno lavora ancora da casa in Veneto e venire apposta per un aperitivo era un po’ eccessivo b) l’unico già in pensione è più indaffarato ora di quando lavorava, e corre tutto il giorno dietro ai nipoti ed ai loro impegni. Comodo fare i figli e sbolognarli ai nonni! Insomma, per beccarlo bisogna prendere appuntamento settimane prima, e a volte non basta; e infine c) al sottoscritto è venuto mal di stomaco. Sarà stata l’emozione di riprendere il trenino, o il freddo che è arrivato all’improvviso? Le temperature si sono abbassate parecchio, specialmente al mattino; forse non ero preparato, non ho ancora fatto il cambio nell’armadio, e sono uscito troppo leggero…

Non so se avete visto le immagini di quella mongolfiera che è andata a sbattere contro il tempio Voltiano, qui a Como, abbattendo una delle statue della facciata; in TV l’hanno definita chiesa ma in realtà è un tempietto in stile neo-classico che ospita un museo dedicato ad Alessandro Volta ed alle sue invenzioni (la dice lunga su come le notizie vengano controllate). L’ultima volta che ci sono entrato sarà stato vent’anni fa e la sensazione che mi aveva dato era quella di luogo poco ospitale, polveroso e di scarso interesse, spero che nel frattempo sia migliorato. Me la sono scampata bella, perché tra qualche giorno sarà il mio compleanno e mia moglie aveva ventilato un paio di volte quanto sarebbe stato bello fare un giro in mongolfiera, che ogni tanto sorvola anche casa nostra  (199 euro a testa: sarà pure bello, ma ho un milione di modi migliori per buttar via i soldi) ma adesso, dopo l’incidente, se dovesse ripropormelo potrei interpretare l’invito come velata minaccia.

A proposito di freddo, sabato mattina siamo andati a Colico, in alto lago; siamo stati all’Abbazia di Piona, un luogo davvero ameno con una bellissima vista sul lago e dove i frati preparano dei liquori miracolosi come la Goccia Imperiale, di 90 gradi, poche gocce nel caffè rinvigoriscono e tonificano ed è anche indicato come anestetico in caso di mal di denti.  C’ero stato trentacinque anni fa da fidanzato e confesso che non mi ricordavo niente. Questo mi ha depresso ulteriormente, e c’è voluta l’Eredità di ieri sera, quando ho indovinato la risposta finale “Nonna” e soprattutto l’indizio Giovanna, che rimandava a “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero”. In quanti saremo rimasti in Italia a ricordare la nonna del Corsaro Nero? Ma non divaghiamo; Colico è un paesino delizioso, una bella passeggiata a lago, spiaggiette dove prendere il sole, tanti windsurf e wakeboard. Dal paese partono dei sentieri che si addentrano nei dintorni, dove ci sono dei forti da visitare ed altre passeggiate; noi siamo andati a visitare la fortezza Montecchio Nord, dove c’è una batteria di cannoni difensiva, costruita prima della prima guerra mondiale. Pur essendo sostanzialmente pacifista i cannoni mi affascinano sempre, e vedere queste bestie da 150 tonnellate, che sparavano a quattordici chilometri, mi ha dato una certa emozione. La fortezza in realtà non è stata mai utilizzata perché quando è scoppiata la Prima guerra mondiale gli austriaci avevano già dei mortai che avrebbero sfondato le difese fino a poco prima ritenute impenetrabili. Così i cannoni sono stati portati al fronte; poi rimessi al loro posto non sono stati mai usati durante la Seconda Guerra Mondiale. Anzi, gli unici colpi sembra li abbiano sparati i partigiani a scopo intimidatorio verso i tedeschi che scappavano, e la volgata narra che questi, impressionati, consegnarono Mussolini che stava scappando con loro, pur di salvarsi la pelle. Nessuno sa se il racconto sia vero, se lo fosse però vorrebbe dire che a qualcosa quei cannoni alla fine sono serviti…

Sabato prossimo a Roma si terrà una grande manifestazione, in risposta all’assalto guidato dagli squadristi di Forza Nuova alla sede della Cgil (il più grande sindacato italiano con 5 milioni di iscritti tra lavoratori attivi e pensionati) . Dopo quasi cento anni dalla marcia su Roma, dopo settantacinque dalla promulgazione della Costituzione repubblicana e antifascista, che ci sia ancora bisogno di manifestare la dice lunga sul come siamo messi…

Amiche e amici, spero di non avervi annoiato troppo; vi ricordo che il prossimo weekend ci saranno le Giornate Fai d’Autunno, con apertura di ville, parchi e monumenti spesso chiusi al pubblico. Purtroppo anche per questo servirà il green pass, ma chi può approfitti!

Voglio proprio vedere chi ha il coraggio di chiederle il green pass!

Olé Olé Olé Olé Maradona è meglio ‘e Pelè (Cronachette dalla zoccolo duro – 9)

Amiche e amici, i miei congiunti mi hanno diffidato dal parlare ancora di Covid, di Green Pass, di vaccinazioni, di no-vax e si-vax. Mi sto fissando, dicono, al mondo non esiste mica solo il Covid! E hanno ragione, anche se a guardare i nostri telegiornali non sembrerebbe. Così, per distrarmi, stanno mettendo in atto una serie di tattiche diversive. Sabato ad esempio sono voluti tornare in alto lago, stavolta a Domaso, e camminare fino a Sorico, passando per Gera Lario. Bei posti, indubbiamente, ma che vi devo dire, lago oggi, lago domani, alla lunga io mi scoccio: tanta gente in barchetta, in windsurf, tante coppie in bicicletta, evidentemente con energie in sovrabbondanza che non trovano modo di sfogare in altro modo. Tante famiglie straniere con bambini piccoli, da quelle parti ci sono parecchi campeggi e le spiaggette non sono per niente affollate.

L’altra settimana era successo un fatto curioso, ovvero una signora tedesca di Dortmund, in vacanza sul lago, aveva mollato baracca e burattini (trolley e documenti) e si era avviata a piedi sulla strada Regina. Qualcuno l’ha notata e l’ha segnalata ai vigili di Tremezzina, che sono prontamente intervenuti: sono state contattate delle amiche che si sono precipitate dalla Germania per riportare a casa Lassie ma si sono viste opporre un rifiuto categorico: Io a Dortmund? Non ci penso nemmeno, ma vi siete guardate intorno? E così la signora è rimasta ma poi è sparita di nuovo ed è stata riavvistata stavolta a Como, vicino al Tempio Voltiano. Di nuovo allertate le amiche che sono state ben felici di tornare, e stavolta pare che se la riportino via. Ma io mi chiedo: ma uno non è più nemmeno libero di fare il vagabondo o perfino il barbone, se ne ha voglia? Ma c’è davvero qualcuno sano di mente che potendo scegliere preferirebbe vivere a Dortmund piuttosto che sul lago di Como?

A Gera Lario c’era un raduno di trucks, cioè di camion; in altri tempi ci sarebbero state salamelle, polente e birra a fiumi, purtroppo in questi momenti quaresimali i camionisti si sono organizzati in piccoli gruppetti ed ho visto addirittura delle schiscette, che tristezza. Noi comunque non ci siamo fatti mancare pizzoccheri, polenta e salsicce al sugo in un bar con cucina nelle vicinanze, la parte migliore dell’escursione: 10 euro, un prezzo onestissimo. C’erano dei camion bellissimi, pensavo di trovare anche mio cognato che è uno dei camionisti tipo, grande passione per i motori, grande abilità nella guida e grande pancia da mangiatore e bevitore: ora sta pagando gli eccessi perché si è fatto venire il diabete, ma se c’è da farsi una grigliata non si tira certo indietro.

La domenica invece, da qualche mese a questa parte, con mio figlio andiamo a camminare nella Spina Verde, il polmone verde a poca distanza da casa. Un paio d’ore disintossicanti, noto con piacere che il pargolo ha perso diversi chili (16, la dieta ed il moto funzionano, ma ne ha ancora una decina da smaltire, l’anno di “reclusione” è stato devastante: nel frattempo io mi rinsecchisco…) e mi stacca regolarmente, come è giusto che sia. Usiamo i bastoncini da trekking, che una volta mi facevano ridere, invece sono molto utili sia per l’appoggio e la spinta ma soprattutto per muovere anche le braccia e le spalle.  

Ieri sono andato dal commercialista che mi ha finalmente detto quante tasse devo pagare, pensavo si volesse tenere il segreto: è una bella mazzata che lì per lì mi stava invogliando ad imitare la signora di Dortmund. Ma poi mi sono arrivate in aiuto le parole di saggezza di mia suocera: “se hai tasse da pagare vuol dire che hai lavorato e guadagnato” ed inoltre mia moglie (un’altra azione diversiva) mi ha invitato a stappare una bottiglia di prosecco perché pensava che avremmo dovuto pagare molto di più.  Non me lo sono certo fatto ripetere due volte e così ieri sera ci siamo scolati una bottiglia di Prosecco Rosé docg millesimato 2020: chi vuol esser lieto sia eccetera eccetera.

Ieri pomeriggio, quasi avesse letto il mio post, mi ha chiamato la dottoressa. Non ci volevo credere! Mi ha chiesto che intenzione avessi con il vaccino. Le ho accennato agli anticorpi e mi ha detto di non guardare a quelle cose, adesso hanno spostato i termini per i guariti ed ho un anno per fare la dose unica (ma sarà vero?) e quindi di darmi una mossa. Ne ho approfittato per chiederle il numero di telefono della segretaria, dato che ha cambiato sede senza dir niente ai suoi assistiti, ma questo è un dettaglio. L’ho rassicurata, sì, sì, mi prenoto non si preoccupi, anzi vado là direttamente. Magari la prossima settimana. Allora (non per parlare ancora di Covid, ma se mi ci tirano) se davvero hanno spostato il tempo utile per vaccinarsi, mi daranno anche il Green Pass di straforo? Io ci provo, vediamo che mi dicono, vi faccio sapere…

Avevo promesso di dare conto anche dei benefici di cui sono venuto a conoscenza a seguito della vaccinazione, e non solo degli eventi avversi, ed eccomi qua: a) una amica di mia moglie, parrucchiera, ha detto che dopo la vaccinazione ha avuto una sensazione di benessere, di forza, che le è durata una settimana; b) mia cognata, 55 anni, che ha spesso dei dolori alle mani, non lancinanti ma fastidiosi (inizio di artrite) per quindici giorni non ha avuto nessun disturbo; c) il marito di una delle coriste ha avuto un effetto Viagra che gli è durato qualche giorno, del quale la moglie sulle prime è stata lusingato ma dopo un po’ è risultato fastidioso.  Per precisione scientifica, tutte le vaccinazioni di cui ho parlato erano Pfizer. Comunque l’Istat ha certificato che a causa del Covid l’aspettativa di vita per gli uomini si è accorciata di due anni: vuol dire che potremo andare prima  in pensione?

Va bene, non ce l’ho fatta a non parlare proprio per niente di Covid, ma devo disintossicarmi poco a poco…

Questa signorina è di Dortmund ma non vagabonda

Invito a cena con tampone (Cronachette dallo zoccolo duro – 8)

Dopo una settimana passata in sostanziale isolamento, grazie allo smart working (traduzione truffaldina di: lavoro da casa usando i propri mezzi di produzione, la propria corrente elettrica, la propria stampante, senza prendere una lira in più e senza nemmeno avere la gioia di parlare con i colleghi di calcio e di donne), nel fine settimana sentivo il bisogno di sgranchire le gambe, così sabato tralasciando le pulizie a cui sono solitamente addetto ho caricato la famigliola in auto e siamo andati in alto lago, per la precisione a Musso, che è appena prima di Dongo, il paese famoso perché vi fu catturato il Duce che scappava verso la Svizzera e fu poi fucilato poco lontano, a Giulino di Mezzegra. Rassicuro i lettori, non mi sono recato da quelle parti per qualche nostalgia come invece fanno ogni anno dei manipoli in orbace in occasione della triste (per loro) ricorrenza, ma perché sul lago si possono fare delle bellissime passeggiate, per niente difficili, godendo di una vista stupenda e respirando aria salubre. Siamo andati di sabato perché poi la domenica le strade del lago sono congestionate dai milanesi in libera uscita; da casa mia è un’oretta di macchina, ma ne vale la pena. Fino a qualche anno fa queste passeggiate non erano possibili, perché alcune sponde del lago sono rocciose ed a picco, per cui bisognava scendere e risalire fino alla strada Regina (quella che ogni tanto quando piove frana) che è molto trafficata, come dicevo, abbastanza stretta e quindi per niente amichevole. Invece ora nei punti una volta impraticabili sono state stese delle passerelle, e quindi è diventata una meta deliziosa per chi vuol fare un po’ di movimento. La passeggiata da Musso si snoda fino a Cremia passando per Pianello del Lario, paese famoso fin dal Cinquecento per la qualità delle pietre che vi si estraevano, adatte ad essere usate come macine da mulino. Una piccola perla la chiesetta di San Vito, a Cremia. C’era il sole ma l’arietta era fresca; quelle zone sono sempre ventose, tanto che parecchi amanti del windsurf, specialmente stranieri, vengono a passarci qualche giorno. Tante barchette a vela; diverse spiaggette di sassi con gente che prende il sole e fa un bagnetto. Niente assembramenti, niente bambini urlanti, molti cani che portano a spasso il loro padrone e lo invitano a farli giocare tirandogli dei legni, insomma una pace di santi che invita alla meditazione ed alla riflessione. A me a dir la verità fa venire fame,e per fortuna sulle rive del lago ci sono diversi ristorantini e bar.

Durante la passeggiata mia moglie mi ha ricordato che l’indomani sarebbe stato il compleanno di mio padre, se fosse stato ancora vivo; ne avrebbe compiuti 93, ed uno dei rimpianti più grandi che ho è quello di non essere andato alla festa per il suo 90°, anche se con ogni probabilità non mi avrebbe riconosciuto. Più mi guardo intorno e più sono convinto che quelli della sua generazione fossero più capaci di fare i padri di quelli venuti dopo.

Verso metà pomeriggio siamo tornati a casa perché la sera avevamo appuntamento con diverse coppie di amici con le quali di solito ci ritroviamo alla fine delle ferie, per raccontarci come le abbiamo passate; di solito andiamo in pizzeria, e non ci sarebbe stato nessun problema nemmeno quest’anno se non fosse che il sottoscritto il green pass come sapete non ce l’ha (su dieci persone solo io, penso di rispecchiare la media nazionale), e quindi in caso di maltempo avrei  dovuto mangiare fuori o aspettare in macchina. L’alternativa sarebbe stata farmi un tampone che avrebbe aumentato parecchio il costo della pizza, ma per fortuna non c’è stato bisogno perché abbiamo deciso di prendere delle pizze da asporto e mangiarcele nel giardino di una delle coppie di amici. Pizza buona ma il pizzaiolo doveva essere a corto di ingredienti: ad esempio la mia messicana, che avrebbe dovuto avere pancetta salsiccia fagioli e cipolla, aveva solo la pancetta; alle prosciutto e funghi aveva messo solo il prosciutto. Però si deve essere reso conto della mancanza, infatti ce le ha fatte pagare tutte come pizze margherita, abbiamo risparmiato. Veramente, dato che ognuno ha portato qualcosa per non presentarsi a mani vuote, avremmo anche potuto fare a meno delle pizze… io ho contribuito attingendo alla mia cantina, due bottiglie di prosecco ed una di passito, tutte molto gradite.

Di ferie però non abbiamo parlato molto; abbiamo parlato naturalmente di Afghanistan e di vaccino, ormai siamo diventati tutti virologi e tutti esperti di geopolitica caucasica. Il mio contributo (modesto, ero distratto dalle cibarie e soprattutto dalle bevande) è stato ricordare che l’Afghanistan, che sui nostri atlanti sembra uno sputacchio, ha un’estensione che è più del doppio di quella dell’Italia, territorio in gran parte impervio, quindi pensare di dominarlo senza il loro consenso è abbastanza velleitario; e che in cinquant’anni, nonostante le guerre ininterrotte, la popolazione è passata da 7 a 38 milioni, perché le donne volenti o nolenti, burka o non burka, fanno figli, mentre nella nostra società “evoluta” ci siamo fermati a sessanta milioni, e prima o poi ci supereranno anche loro. Abbiamo parlato anche di accoglienza, perché un gruppo di una dozzina di persone arriverà anche a Como e verrà ospitato in una struttura dei Padri Comboniani, gestita da una onlus legata alla Caritas. Io sono abbastanza critico su queste organizzazioni, continuo a pensare che se è lo Stato che accoglie debbano essere strutture dello Stato a organizzare e gestire. Ma forse è giusto così, evidentemente lo Stato che ho in mente io non è quello in cui vivo.

A proposito di vaccini, gli operatori turistici hanno spinto sul governo per far togliere la quarantena ai turisti in arrivo dalla Gran Bretagna: ma che bella pensata, quelli hanno contagi e morti alle stelle e noi gli stendiamo i tappeti rossi per far contenti gli albergatori e i ristoratori, e in compenso teniamo in quarantena i nostri sani che non hanno il green pass. L’altra notizia è che l’Ema è stata invitata ad accelerare l’autorizzazione allo Sputnik perché altrimenti i turisti russi non possono venire. Era ora! Una notizia che ho letto stamattina è che a livello nazionale  gli attuali ricoverati per Covid sono al 25% già vaccinati (1 su 4!), fino a qualche giorno fa era il 20%: sbaglio o stanno aumentando i contagi tra i già vaccinati? Titolone poi sull’età media dei contagi che si sta abbassando: è ovvio, i ragazzi ed i giovani si muovono di più, ma mi chiedo: dato che alla fine tra di loro di ricoveri ce ne sono veramente pochi, non è meglio così, che si infettino e guariscano da soli, piuttosto che vaccinarli con esiti futuri non prevedibili?

Il giornale locale ha dato in un trafiletto una notizia (diffusa dalla BBC in base a testimonianze di reporter presenti all’aeroporto di Kabul) che al TG non ho sentito, ovvero che parte dei morti non sono stati uccisi dalla bomba, ma dagli americani che in preda al panico o per allontanare la gente, si sono messi a sparare sulla folla. C’era un modo peggiore per concludere questa avventura? Dubito.

Amiche e amici, come vedete anche io alla fine mi sono confermato virologo e afghanologo: forse è meglio ricominciare a parlare di cose di cui capisco veramente, non vi pare? Ma forse così la pagina rimarrebbe vuota…

Messicana light

Metti un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente…

… anzi leggerissima…

Amiche e amici, come promesso (o minacciato, fate voi) vi racconterò qualcosa della breve vacanzina appena conclusa. Non mi sono voluto informare su quello che succedeva per il mondo e credo di aver fatto bene; del resto la mia lettura preferita durante le ferie come sa chi mi segue da tempo è Cronaca Vera, ma in realtà non acquisto la rivista da tempo e non so nemmeno se la pubblichino più. Sono stato a Piombino, in Toscana, e precisamente a Marina di Salivoli, in un complesso di appartamenti nuovi e molto ben curati. Non conoscevo affatto la zona, di Piombino sapevo solo che era una città industriale (le acciaierie) e portuale: portuale lo è ancora in quanto vi partono i traghetti per la Corsica, la Sardegna e l’Isola d’Elba lì di fronte, la parte industriale invece è in crisi, l’altoforno  è stato chiuso nel 2014 e da allora si sono succedute proprietà il cui unico scopo era ciucciare soldi allo Stato sulla pelle degli operai (come gli indiani che attualmente la detengono) facendo grandi promesse ma con poche intenzioni serie. Questi sono gli investitori esteri che tanto corteggiamo: bisogna pure pagarli per far andare gli impianti, a quel punto non capisco perché non subentri direttamente lo Stato (abbiamo voluto smantellare l’Iri, quanto bisogno ce ne sarebbe stato in questi anni di crisi) con un serio piano industriale ma figurarsi, i nostri governanti si baloccano con la legge Zan e la riapertura delle discoteche, sai che gli frega dell’acciaio. Tanto stiamo diventando un popolo di affittacamere, camerieri e commesse, che le fabbriche le facciano in Cina…   

La zona è molto bella, la Costa degli Etruschi con il Golfo di Baratti, il parco della Sterpaia, varie cale (Cala Moresca in primis); spiagge attrezzate e spiagge libere ma tenute molto bene ed in genere comunque fornite di servizi (a Baratti ad esempio nella pineta dietro la spiaggia il Comune di Piombino ha messo a disposizione dei bagni pubblici con docce, ci sono bagnini che sorvegliano e persino un’ambulanza). A me comunque il mare interessa poco, mi annoio, diffido del sole (sono stato quasi sempre sotto l’ombrellone ed anche con la maglietta addosso ma nonostante ciò mi sono scottato i piedi) e le onde non mi attizzano; nei dintorni ci sono diversi sentieri per escursionisti ma anche la natura non mi appassiona e inoltre faceva caldo ed il pericolo di lasciarci le penne con un infartino è sempre dietro l’angolo. Oltre le spiagge nominate sopra, quello che ho  apprezzato di più è stato:

  • La visita a Populonia Alta, con l’acropoli etrusco-romana (il borgo in sé stesso si fregia di essere  uno dei più belli d’Italia, ma mi sembra esagerato); quella bassa invece, dove ci sono le tombe etrusche, non l’ho potuta visitare perché a) l’ufficio turistico apre alle 9:30 e b) quando sono andato a fare i biglietti la bigliettaia ad ognuno spiegava la rava e la fava e così ho perso la visita guidata delle 10:30 e la seguente ci sarebbe stata alle 11:30, così ho mandato a quel paese etruschi e bigliettaia e me ne sono andato.
  • Il Parco Archeo-Minerario di San Silvestro, a Campiglia Marittima (che si chiama Marittima ma è in alto); qui si visitano due miniere, una a piedi ed una in trenino, e soprattutto si ripensa a quelli che lì ci lavoravano, i minatori: fuori dalla seconda miniera c’è un piccolo museo che ripercorre le lotte che i minatori hanno affrontato negli anni ’70 per non far chiudere le miniere, per difendere il loro lavoro, pur così duro, rischioso, ingrato. Difendevano il lavoro e la dignità che dava loro quel lavoro, con orgoglio ed a volte disperazione: ma adesso che vogliamo saperne, basta tornare a farsi lo spritz serale. Le miniere sono state chiuse perché erano antieconomiche, dato che i minerali dall’estero costavano meno, e perché si ritenne che in Italia i minatori non avessero più ragione di esistere. Secondo me in Italia sarebbero ben altri quelli che non avrebbero ragione di esistere, in miniera ce ne manderei parecchi e a essere onesti anch’io, da borghesucolo come sono diventato, un po’ di miniera me la meriterei.
  • Napoleone Bonaparte all’Isola d’Elba: Portoferraio è a un’ora di traghetto da Piombino, e lì abbiamo visitato una delle due Ville dove è stato “ospite” Napoleone durante il suo esilio; i mobili sono quasi tutti non originali anche se dell’epoca, tranne una brandina da campo che sembra che l’Imperatore si portasse sempre dietro e che preferisse a letti ben più comodi. Certe volte mi chiedo se saremmo stati migliori o peggiori se Napoleone avesse vinto a Waterloo (che comunque ai tempi dell’Elba era ancora di là a venire). Ma coi “se” non si fa la storia, probabilmente saremmo stati tali e quali a quello che siamo: dei minchioni consumisti.
  • Il Vermentino che ho bevuto tutte le sere a Piombino in ottimi ristoranti, naturalmente abbinato a pesce, totani, cacciucco, baccalà; abbiamo mangiato sempre divinamente tranne una sera dove ci siamo seduti e dopo mezz’ora non ci avevano portato nemmeno l’acqua e solo quando i commensali del tavolo vicino a noi se ne sono andati spazientiti si sono degnati di avvicinarsi. Ci hanno magnificato il loro antipasto di otto portate, peccato che abbiano portato un piattino alla volta e dopo un’ora eravamo ancora al caro amico: adios, avrebbe detto Antonino Cannavacciuolo, e così abbiamo fatto anche noi: adios! Amici cari, capisco che vogliate recuperare i mesi di fermo forzato, ma così vi fate del male: se tutti fanno come me, che prima di andare in un locale dà un’occhiata a Tripadvisor, potete anche chiudere…
  •  A proposito di vino, a Suvereto, un bel paesino medievale nell’interno, proprio nel weekend della nostra partenza ci si svolgeva la sagra del Vermentino: che peccato non aver potuto partecipare! Nel paesino, che abbiamo visitato la mattina del ritorno a casa, avrei voluto visitare il museo della Rocca Aldobrandiana, o almeno il Museo delle Bambole: ma aprivano alle 17:30, e a quell’ora eravamo arrivati a casa.

Potrei anche nominare il camioncino con i panini nella pineta di Baratti, fornitissimo di ogni ben di Dio: certo panino porchetta e zuppetta toscana con birra Ichnusa non è proprio il massimo per poi passare un sereno pomeriggio sotto l’ombrellone, da piccolo mia madre mi diceva sempre che prima di entrare in acqua dovevo aspettare di aver digerito il pranzo: sarà per quello che in tutta la settimana non ho fatto nemmeno un bagno?

A presto, amiche e amici!

Cronachette dal paese dei migliori (13)

Amiche e amici, torno dalla breve vacanza veneziana ritemprato e dolorante: ritemprato perché ho sgombrato la testa dalle nuvole fosche che vi si stavano addensando, e dolorante perché ho camminato probabilmente troppo e mi fa male un’anca, oltre ad essermi sgarbellato un dito mettendo il trolley nella rastrelliera dell’Italo, per fortuna al viaggio di ritorno.

Girare Venezia senza la folla di turisti è bellissimo, quasi irreale: non so quanto tempo passerà ancora prima di vedere Piazza San Marco semivuota come era venerdì, forse ci vorrà un’altra pandemia. Già sabato e specialmente domenica l’affluenza era aumentata, quasi tutti italiani ma anche qualche straniero, in prevalenza tedesco. Anche a Como, leggevo oggi sul giornale locale, sono tornati i tedeschi: il tassista che ci ha portati a casa ieri sera dalla stazione minimizzava e poi si lamentava che i tedeschi spendono poco, insomma amico contentati, anche loro hanno avuto i loro problemi mi pare…

A Venezia ero stato diverse altre volte ma mai per più di un giorno e confesso che ero andato poco oltre i luoghi canonici come Piazza San Marco, il Palazzo Ducale, il ponte dei Sospiri ed il ponte di Rialto; tra l’altro c’ero stato un paio di volte in occasione della regata storica e non si riusciva nemmeno a camminare, mentre la primissima volta ero stato insieme al mio coinquilino siculo di Parma per il Carnevale: e incredibile tra le migliaia di persone presenti, fatti pochi passi fuori dalla stazione incontro una ragazza del mio paese, sorella di un mio caro amico, che era a Venezia a studiare architettura: fenomeni paranormali, serendipity, non so. Fatto sta che ci siamo dati appuntamento al pomeriggio, avrebbe dovuto portare un’amica ma non ci siamo più visti.

L’albergo era in posizione strategica, tra Piazza San Marco e Rialto, comodo per ogni spostamento, sia a piedi che ovviamente con il vaporetto. Che costicchia, ma è indispensabile e comunque il biglietto cumulativo si ripaga dopo pochi viaggi. Il distanziamento è aleatorio, viene fatto un controllo sul numero massimo (ridotto rispetto ai tempi normali ma pur sempre notevole). Certo che una volta quando a Venezia si parlava di maschere si pensava a tutt’altro… Sabato sera assembramenti a Rialto, ma non li posso biasimare perché sicuramente se avessi avuto venti anni e con tutte quelle ragazze intorno mi sarei assembrato anch’io.

Abbiamo visitato con tutta calma S.Maria della Salute, San Giorgio con il Campanile con visuale su tutta Venezia, Burano e Murano (Burano splendida con le sue casette colorate, sembra di essere a Copenaghen o forse viceversa); certo questi non vedono l’ora che si riempia di nuovo perché campano con i turisti, ma egoisticamente io sono stato molto contento di camminare senza essere spintonato.  A San Marco, che avevamo visitato in passato abbastanza bene, siamo entrati solo per ammirare la Pala d’Oro; l’arte ha avuto una buona parte con la Scuola Grande di S.Rocco con le sessanta tele del  Tintoretto e le Gallerie dell’Accademia, dove mi ha colpito il ciclo restaurato di S.Orsola. Ma naturalmente questa per me era solo una scusa: quello che cercavo era solo camminare all’aria aperta, mangiare e godere di altre attività ricreative sacrificate ai lockdown. L’aria aperta mi ha fatto bene, il colore bianco smart-working si è un po’ attenuato; per pranzare e  cenare abbiamo trovato diversi posticini dove mangiar bene senza svenarsi e per le altre attività non mi posso lamentare. I ristoranti erano abbastanza pieni; sabato ho fatto fatica a prenotare, ho richiamato anche quello dove eravamo stati il giorno prima che mi ha detto che all’esterno era tutto pieno però se avevo la partita Iva mi poteva far mangiare all’interno, facendo una specie di contratto di somministrazione. Io la partita Iva l’avrei ma mi è sembrato un po’ esagerato, considerato poi che da domani si potrà mangiare dentro; comunque siccome la sera minacciava pioggia (che non ha fatto) in un’altro ristorante ho chiesto di mangiar dentro e non hanno fatto un plissé, avranno applicato le regole della Repubblica Serenissima?

Rombo di 1,2 kg al forno con patate, pomodorini e olive taggiasche. Altro che Pfizer!

Mia moglie avrebbe voluto visitare la Biennale di Architettura ma non me la sono sentita; siamo arrivati solo fino all’Arsenale, dove c’è il Salone della Nautica, senza però entrare.  Una visita strana, perché casuale, è stata invece alla Chiesa di San Giovanni Battista dei Cavalieri di Malta o San Giovanni dei Furlani, dove il custode vedendoci avvicinare ci ha invitati ad entrare e ci ha raccontato tutta la storia. I Cavalieri di Malta avevano moltissimi possedimenti lì intorno, Napoleone glieli ha portavi via (non senza ragioni) ed una parte è poi ritornata. Contiene una bella pala d’altare di Giovanni Gentile recentemente restaurata (curiosità: siccome l’opera è ora dello Stato Italiano che l’ha data in usufrutto perpetuo ai Cavalieri di Malta il restauro si è dovuto fare completamente dentro il priorato).

Quando lavoravo per una ditta di Padova il fratello di un mio collega aveva abbandonato un posto fisso per mettersi a fare il gondoliere: chissà se l’avrà rimpianto in questo anno?

Abbiamo viaggiato con Italo, puntualissimo sia all’andata che al ritorno; il distanziamento viene mantenuto bene, le coppie o le famiglie possono viaggiare insieme facendo il biglietto apposito. Sul treno locale che ci ha riportato da Milano a Como una scena indicativa dei tempi: una signora continuava a tossire, ed un ragazzo che le sedeva davanti ad un certo punto si è alzato e l’ha giustamente apostrofata, dicendole di mettersi almeno le mani davanti alla bocca.

Ed eccoci qua, amiche e amici, ritornati al tran tran: domani avrà le sue pene, ma intanto questi giorni ce li siamo goduti. A presto!

E la mascherina?

Cronachette dal paese dei migliori (11)

La scorsa domenica ho deciso di godere della libertà che il governo dei Migliori ci ha graziosamente accordato e così ho dato forfait al coro parrocchiale e aderito all’invito di una coppia di amici per andare a visitare l’Oasi Zegna, vicino Biella. Una delle coriste alla mia comunicazione tardiva e laconica ha risposto che pregherà per me: male non fa, anche se forse è un tantino prematuro.

L’Oasi Zegna prende il nome da Ermenegildo Zegna, che in quei luoghi impiantò all’inizio del secolo scorso il lanificio che fece la sua fortuna; un mecenate di altri tempi che decise di collegare i paesini sparsi per i crinali con una bellissima strada panoramica, diede impulso al turismo facendo costruire una funivia (tragico che mentre tornavamo a casa alla radio passava la notizia del disastro del Mottarone) e fece sistemare boschi, sentieri e belvedere per renderli fruibili ai posteri e dare ricchezza ai locali. Anni fa avevo una giacca Zegna che adoravo ed ho indossato fino allo sfinimento, ma questa è un’altra storia. Comunque sull’Oasi Zegna troverete tutte le informazioni sul web, quello che voglio riportare invece è stata la mia esperienza con la prima domenica di (quasi) liberi tutti. Tanta gente, direi rispettosa delle regole; mattinata di sole incerto, perciò siamo andati per prima cosa a visitare il giardino dei rododendri: purtroppo la fioritura è in ritardo, abbiamo potuto ammirare solo parzialmente i colori reclamizzati. Comunque camminando e ammirando si era fatta una certa e siamo andati alla ricerca di un posto dove mangiare. All’ufficio turistico (gentilissimi) ci avevano detto che non c’erano problemi e così speravamo ma non avevamo fatto i conti con la quantità di persone che si è messa in moto e col fatto che la capienza dei ristoranti è dimezzata, potendo servire solo all’aperto. Non avete prenotato? Ahi ahi, fino alle 14:30 tutto pieno… questo è stato il refrain che ci ha accompagnato; io avrei anche rinunciato a mangiare ma i nostri amici si erano fissati con un birrificio che avevamo visto all’inizio: così ci siamo seduti veramente alle 14:30 e abbiamo ordinato un tagliere di salumi e formaggi, per fare in fretta. Non l’avessimo mai fatto! Il tagliere si è materializzato alle 15:30 e dopo diverse sollecitazioni; mi sono offerto persino di andare personalmente ad affettare il salame che sono abbastanza esperto, ma niente. Qui apro e chiuso una parentesi: amici ristoratori, vi siete lamentati giustamente (forse) della sorte iniqua e ria, e quando c’è da lavorare fate aspettare un’ora per un tagliere? La prossima volta mi porterò i panini… insomma, siamo ripartiti alle 16:30. A quel punto era inutile continuare per l’Oasi, sarà per un’altra volta (con panini); ci siamo invece diretti a Ricetto di Candelo, poco lontano, un borghetto medievale ben conservato e benissimo tenuto: in origine dei magazzini fortificati, ora ospita artisti, botteghe di artigianato e ci si svolgono eventi. Tra l’altro se l’avessimo saputo prima saremmo venuti qua a mangiare, i locali sembrano non mancare.

Al ritorno coda in autostrada: quanto mi mancavano! Aggravate, secondo me, dal fatto che in auto non si può viaggiare in quattro se non si è conviventi: infatti noi siamo dovuti andare con due auto, raddoppiando spese e inquinamento: ha senso ciò? Non credo, forse i Migliori dovevano pensarci, invece hanno pensato bene di togliere il blocco ai licenziamenti dal primo luglio, all’inizio dell’estate: con che coraggio lo sanno solo loro. E c’è chi si balocca con la legge Zan…  

Dopo questa bella giornata sono arrivato a casa distrutto, non sono più abituato a stare in macchina tanto tempo e non mi piace nemmeno tanto guidare; datemi il mio divano, un libro e viaggio benissimo anche senza muovermi. Ermenegildo, saresti stato contento di tutto questo? Dubito. Se trovo un’offerta però un’altra giacca la comprerò, se dura come l’altra mi arriva minimo fino alla pensione… a presto, amiche e amici!

Cultura a fasci!

Amiche e amici, il weekend sebbene non abbia offerto un tempo bellissimo ha comunque permesso di svolgere le visite che ci eravamo prefissi ai beni aperti nell’ambito delle Giornate di Primavera del FAI, Fondo Ambiente Italiano: Villa La Clerici, a Erba, e Villa Casana, a Novedrate. Come già per le scorse Giornate di Autunno, le visite erano possibili solo su prenotazione e con gruppi di massimo 15 persone alla volta (con una piccola elasticità di 2-3 al massimo); visite aperte a soci Fai e non soci, con un piccolo contributo di 3€ a testa.  Siamo andati con due diversi gruppi di amici, sabato ad Erba e domenica a Novedrate; in provincia c’erano altri beni aperti, alcuni esclusivamente per questo evento ed altri invece già beni Fai, come ad esempio la stupenda Villa del Balbianello ad Argegno o la casa Fogazzaro-Roi, luoghi questi che abbiamo già visitato in passato, e che i soci possono visitare quando vogliono senza attendere le aperture straordinarie come queste.

Queste giornate erano state precedute da una polemica di una associazione di guide turistiche professionali, che si lamentavano di non essere state utilizzate. La polemica mi sembra fuori luogo, queste giornate servono per propagandare il Fai, raccogliere donazioni e sollecitare nuove iscrizioni; le attività si basano su una rete di volontari encomiabile, in gran parte giovani ed entusiasti (tra l’altro spesso sono coinvolte delle scuole, anche ad indirizzo turistico, in modo da dare ai ragazzi anche la possibilità di fare esperienza): se il Fai dovesse pagare le guide professionali queste aperture non sarebbero certo possibili. Senza contare che, nell’anno di pandemia, il Fai come tantissime altre associazioni ha avuto una netta diminuzione di donazioni, per cui tanti lavori sono stati sospesi come tanti nuovi progetti sono stati posticipati. Care guide, il bersaglio è sbagliato: rivolgetevi al ministro Franceschini!

Ma, dopo questa difesa da appassionato (che per la verità ho dovuto fare con qualcuno degli amici venuti in visita), illustrerò brevemente quello che siamo andati a vedere.

Siamo in Brianza, zona operosa per eccellenza, forse anche troppo: Villa La Clerici era infatti un antico filatoio e filanda; semplificando molto, il filatoio è la parte dove dai bozzoli del baco da seta si estrae il filo di seta e la filanda è la parte dove si lavora questo filo e si produce il filo per la tessitura. Le macchine erano molto grandi e richiedevano molto spazio, il lavoro era duro e le operaie erano per la quasi totalità donne (“Cos’è cos’è che fa andare la filanda, è chiara la faccenda, son quelle come me”, cantava Milva). Questi Clerici erano dei geniacci, dismessa la filanda uno degli eredi che aveva conosciuto personalmente Thomas Alva Edison si è messo a produrre lampadine, diventando uno dei maggiori produttori italiano e vendendo infine alla Osram. Infine la struttura, che comprendeva anche un piano di alloggi per le maestranze, è stata trasformata in residenza, ancora oggi abitata nei mesi estivi; c’è un bel parco all’inglese dove la vasca che serviva ad affogare i bachi (la prima parte della lavorazione, per prendere il bozzolo non si poteva aspettare che il baco ne uscisse, avrebbe rotto il filo) è stata trasformata in piscina. All’interno abbiamo visitato il teatrino, una biblioteca, la sala da pranza ed il salotto, con tanto di pianoforte fatto costruire probabilmente in occasione di una visita in Italia di Wagner, e dove il maestro avrebbe suonato. Nella biblioteca una simpaticissima giovane guida ci ha parlato del capostipite, un giudice, e dell’importanza che rivestiva possedere una biblioteca: “perché allora alla cultura ci si teneva” le è scappato detto ridendo… La Villa viene affittata anche per eventi, feste e matrimoni  e come set cinematografico. Chi fosse interessato… Finita la visita siamo saliti fino al monumento ai caduti della prima guerra mondiale, salendo una ripida scalinata: da lì si gode un bel panorama, e c’è uno spiazzo erboso dove sicuramente in estate sarà pieno di gente che prende il sole.

Al ritorno ci siamo fermati in un bar e ci siamo fatti il primo spritz della stagione: liberatorio ma deludente per quanto riguarda la consistenza alcolica. Amici baristi, meno ghiaccio e più prosecco!

Domenica come dicevo siamo andati a Novedrate, eravamo in nove quindi  il gruppo era quasi tutto nostro; questa apertura era stata organizzata dal gruppo giovani di Como, di cui sono orgogliosissimo perché i due promotori sono due ragazzi che facevano parte del gruppo teatrale che ho diretto e uno dei volontari è mio figlio. Il palazzo si affaccia nella piazza principale di Novedrate (paesino che ha poche altre attrattive per la verità); dal settecento ad oggi ha una lunga storia di passaggi di proprietà, dovuti quasi tutti a mancanza di eredi maschi e matrimoni (Traversa, Isimbardi, Casana e forse ne ho dimenticato qualcuno). Il Comune l’ha acquistato recentemente, con il grande parco annesso, ed ha intenzione di metterci gli uffici comunali: del resto è stato di proprietà dell’Ibm dagli anni ’70 fino al 2006, e c’erano gli uffici amministrativi. Lo stile che si nota di più è quello eclettico di inizio novecento; il Comune (amministrazione leghista ma secondo me in gamba) ha organizzato le cose per bene, ha mobilitato dei figuranti di una scuola di danza dell’ottocento del posto che hanno illustrato gli abiti dell’epoca, suscitandomi  un po’ invidia perché come forse qualcuno ricorderà qualche tempo fa mi ero dato anch’io al ballo dell’ottocento, perfetto per il mio aplomb; nelle poche sale visitabili un gruppo di merlettaie al tombolo, tradizione che si tramanda ancora oggi, e un gruppo di presepari. Una chicca, nel parco, la cappella privata ora sconsacrata che imita la chiesa di San Francesco di Paola in centro a Milano, in via Manzoni. Alla fine (ma noi ce ne eravamo andati) l’amministrazione comunale ha offerto un rinfresco a tutti i partecipanti, e non posso che applaudire. Così si fa!

Mi sono dilungato un po’ troppo, sarà l’emozione del riprendere le attività normali (anche se non normalmente); o sarà che non voglio pensare a quello che succede per il mondo…

Bella la vita nell’Ottocento!

Cultura a secchiate! (II)

Secondo weekend delle Giornate FAI d’Autunno; i luoghi che visitiamo, meno spettacolari rispetto a quelli della scorsa settimana ma non meno interessanti, si trovano stavolta non “sul” ma “tra” i due rami del lago. Saprete tutti che il Lago di Como _ o Lario _ ha la forma di ypsilon rovesciata, o bastone da rabdomante se preferite,  e che il ramo cantato da Manzoni non è quello di Como ma bensì di Lecco, che ha dato anche i natali a Formigoni se proprio vogliamo trovargli altri demeriti; il territorio compreso nella V rovesciata si chiama Triangolo Lariano,  ed è nella parte meridionale di questo triangolo che i due paesi, Erba e Caslino d’Erba, si trovano. Erba anzi, per essere precisi, è già in Brianza, la parte più operosa del paese e dell’intero mondo se non dell’Universo, a parte forse qualche ristretta zona della Cina; Caslino invece è a pochi chilometri ma già più verso le Prealpi.

A proposito di vicende tristi, Erba è balzata agli onori () delle cronache, qualche anno fa, per la vicenda di Olindo e Rosa, i coniugi che, sembra esasperati dalle intemperanze dei vicini, hanno ordito e realizzato una strage; non oso pensare cosa avrebbero combinato in questi periodi di lockdown e coprifuoco, dove la gente va via di testa per molto meno…

Anche stavolta abbiamo prenotato on-line; insieme a due coppie di nostri amici ci eravamo riservato il pomeriggio della domenica, dato che i posti sono poco distanti; siamo partiti ciascuno con la propria auto,  galvanizzati dall’ulteriore annuncio del premier Conte di ulteriori strette e privazioni. Abbiamo pensato fosse meglio non andare a cercarsi il freddo per il letto, come  dicevano i miei colleghi quando abitavo a Parma…

Martirio di Santa Eufemia di Calcedonia

 La prima tappa è stata ad Erba, dove la visita prevedeva la Chiesa di Santa Eufemia ed il Borgo medievale di Villincino. La Chiesa ha una storia lunghissima, fu infatti fondata dal Vescovo Abbondio (ora Sant’Abbondio, a Como c’è una chiesa a lui dedicata, forse uno dei più begli esempi di romanico in Italia) che, di ritorno dal Concilio di Calcedonia (niente a che fare con le calze, lì si trattava di definire la natura del Cristo, di stabilire l’ortodossia, mica ciufole) portò il culto di Sant’Eufemia, questa giovinetta martirizzata per non aver abiurato alla fede; eravamo nel 451, poco prima del crollo dell’Impero Romano di Occidente, crollo che portò la Chiesa come unica istituzione rimasta prima a surrogare e poi ad assumere poteri civili, che mantenne poi per secoli alla faccia del “date a Cesare…”. Interessante il racconto del Battistero, che si trovava sul sagrato perché in origine solo i battezzati potevano entrare in chiesa, e della costruzione della torre in funzione sia difensiva che di comunicazione con altre torri distanti, con sistemi acustici (campane) o visivi (bandiere, fuochi) a seconda del tempo e del messaggio da trasmettere.

A pochi passi la Piazza del Mercato è la stessa dove si svolgeva il mercato nell’antichità; ora c’è una trattoria gestita da ragazzi che propone piatti della tradizione come ad esempio cassoeula, trippa (qui nella versione busecca, una sorta di brodaglia che non mi piace molto), salame d’oca, eccetera. Attraversato il mercato, a un centinaio di metri si arriva al Borgo di Villincino, a cui si accede attraversando il portone dell’antico castello; si tratta di un gruppo di case di origine medievale radunate appunto a quello che era il castello di tali Carpani, dei signorotti che avevano fatto fortuna con il carbone; una associazione, La Martesana, cerca di valorizzare questi luoghi, tenuti peraltro molto bene, con feste ed eventi quest’anno sfortunatamente proibiti. Nel Borgo pare abitassero un centinaio di persone, tra cui una strega (o almeno, sono stati trovati documenti relativi ad un processo in tal senso di cui però non si conosce l’esito, anche se dubito che le abbiano concesso le circostanze attenuanti). Una curiosità su questi Carpani: come sapete, per togliersele dai piedi  si usava mandare le figlie non sposate in convento, ma il pietoso Carpani per non averle troppo lontane fece costruire un convento a pochi passi da casa, di cui naturalmente sua figlia era la Badessa: verrebbe da chiedersi, con vocazioni così spontanee, quante fossero all’epoca le Monache di Monza…

La visite avrebbero dovuto essere guidate dagli alunni di una classe di uno dei Licei della cittadina, purtroppo però una delle ragazze è risultata positiva al Covid e così tutta la classe è stata ritirata; i giovani volontari FAI comunque si sono rimboccati le maniche e li hanno sostituiti egregiamente. Uno di loro per la cronaca è mio figlio e sono contento di constatare che i soldi spesi per farlo studiare non sono stati stati buttati…

Alla fine della visita del borghetto ci siamo resi conto che non ce l’avremmo fatta ad arrivare in tempo a Caslino d’Erba per la prima delle due visite previste, quella all’Oratorio di San Gregorio; abbiamo allora deciso di rinunciarci puntando a quella più prestigiosa, al palazzo Pecori, e ci siamo rifocillati nella trattoria di cui vi dicevo sopra, con tavoli separati per evitare assembramenti: donne da una parte, con tè, caffè e dolcetti e uomini dall’altra, con birra e ginseng corroborante.

Oratorio di San Gregorio – Caslino d’Erba

Ritemprati ci rechiamo quindi a Caslino d’Erba, parcheggiando appena fuori del paese perché il centro è fatto di viuzze strette dove ogni tanto si incastrano delle auto, e proprio pochi giorni fa non si sa come addirittura un camion, tradito dal navigatore Gps, ci si è andato ad infognare e per uscire ci ha messo del bello e del buono, danneggiando peraltro un paio di macchine lì parcheggiate.

La visita riguardava Palazzo Pecori, per la prima volta aperto al pubblico; la storia risale al tempo degli Sforza e Visconti, forse addirittura prima dato che nei pressi è stata trovata una fornace di origine romana; comunque dopo varie vicissitudini è arrivato fino ai giorni nostri finché gli eredi degli ultimi proprietari, appunto i Pecori originari di Firenze, l’hanno ceduto al Comune di Caslino d’Erba nudo e crudo, infatti i mobili e gli arredi di qualche valore se li sono portati via tutti… L’edificio ha di certo conosciuto giorni migliori ed ha bisogno di restauri pesanti; di notevole bellezza sono degli affreschi risalenti al settecento, di cui però non ho testimonianze fotografiche che ne rendano l’idea perché la visita è iniziata alle 17, e a causa del cambiamento d’orario eravamo già al buio; al piano affrescato non c’era la corrente elettrica per cui ci siamo dovuti arrangiare con torce elettriche e telefonini.

Due figure spiccano tra i vari proprietari succedutisi: Teresa Carini Castelletti, una donna austera che all’inizio dell’ottocento si dice fosse una specie di sindachessa del paese, a lei si rivolgevano infatti i paesani per dirimere liti o controversie; ed il cavaliere Enrico Pecori, che sposò una delle bisnipoti di Teresa diventando il padrone del palazzo, e che nel 1891 inventò il triciclo a vapore con il quale se ne andava tutti i giorni da Caslino d’Erba a Como, dove aveva un laboratorio di oreficeria. Incuriosito, appena tornato a casa sono andato a consultare la mia “Storia dell’Automobile”, un bellissimo libro che mi venne regalato in quinta elementare come borsa di studio insieme ad una cartella in pelle, e che conservo come una reliquia: si, Pecori c’è, peccato che poco dopo i motori a scoppio presero il sopravvento e per il suo triciclo non ci fu più spazio…

Amiche e amici, temo che per qualche tempo queste visite ce le sogneremo, cerchiamo di stupirci, di gioire e di godere comunque di quello che abbiamo intorno che, come diceva Eduardo, à dda passà ‘a nuttata…

Interessante ritrovamento in cantina

Cultura a secchiate!

Domenica scorsa, per distrarmi un po’ da contagi, movide, Mes, coprifuochi e tristezze varie,  di cui magari parleremo un’altra volta, sono andato a visitare i beni aperti dal FAI nella mia zona in occasione delle Giornate d’Autunno. La location, come si dice adesso, è stupenda, infatti i posti prescelti si trovano in alto lago di Como e già di per se stessi valgono una visita, non fosse altro che per i panorami che vi si possono godere: si tratta infatti di due paesi sulle rive del lago, Gravedona e Dongo (quest’ultimo tristemente _ si fa per dire _  famoso perché da queste parti fu catturato il Duce dai partigiani mentre fuggiva nascosto in un camion di tedeschi in ritirata e fucilato poco distante, a Giulino di Mezzegra, insieme alla sua amante Claretta Petacci e ad altri gerarchi, da dove vennero poi portati a Milano in Piazzale Loreto ed appesi a testa in giù, nello stesso punto dove i nazifascisti, l’anno prima, avevano fucilato 15 partigiani ed esposto i corpi al vilipendio ed all’oltraggio) e di due paesini arrampicati sulla montagna dietro Gravedona, Peglio e Livo, poco distanti l’uno dall’altro.

L’organizzazione, a cura dei giovani del Fai di Como, è stata impeccabile; gli assembramenti sono stati evitati grazie ad un sistema di prenotazioni che ha limitato sicuramente l’accesso ma ha dato modo a chi ha partecipato di godere molto di più delle visite. Il Fai quest’anno ha perso, a causa delle chiusure imposte dal Covid, ben 11 milioni di euro di contributi di soci e visitatori: e sarebbero andati tutti o quasi al restauro e salvaguardia di beni storici, dunque è proprio una grave perdita…

La visita è iniziata da Peglio, perché la mia strategia era quella di passare la mattinata in alto, mangiare in una qualche trattoria o crotto e poi scendere in basso: avevo sbagliato i conti, amici cari, perché purtroppo ho trovato tutto chiuso (tranne un posto, ovviamente pieno) ed ho capito perché i miei sforzi di due settimane per prenotare nella trattoria Sant’Anna a cui miravo sono stati vani: ha chiuso, e pare per sempre. Anche questa è una grave perdita..

Peccato ci sia un po’ di foschia…

La Chiesa dei SS.Eusebio e Vittore a mio avviso è stupefacente e le assegnerei il primo posto tra i beni visitati. Completamente affrescata, con un sontuoso organo con il quale ancora oggi vengono tenuti concerti, e tanta storia: queste sono zone che hanno visto passare il Barbarossa, dove si è combattuto tra cattolici e protestanti, che alla dominazione milanese ha visto succedere quella spagnola, dove Napoleone ha voluto pure lui dire la sua per non parlare poi degli austriaci: insomma un guazzabuglio di scontri e intrecci religiosi e politici davvero affascinanti, che varrebbe davvero la pena approfondire, ci vorrebbe una puntatina di Alberto Angela… Curioso, e dovrebbe far riflettere, il culto di Santa Rosalia, sì, quella siciliana: infatti questi paesi videro una forte emigrazione di uomini verso Palermo, che partivano per andare a lavorare lasciando a casa mogli e figli (tanto che, mentre nel resto d’Italia a qualcuno che aveva fatto fortuna si diceva “hai trovato l’America”, qua si diceva “hai trovato Palermo”…) e, tornando, portarono con loro il culto della eremita del monte Pellegrino. Ve l’ho raccontato di quando siamo saliti sul monte Pellegrino portati da uno di quegli apecar che trasportano turisti? Che sagoma, non ci si spiccicava più, e voleva perfino farci andare a mangiare da un suo cuggino… ma questa è un’altra storia.

La seconda tappa è a Livo, alla Chiesa di San Giacomo “vecchia”, anche questa un gioiello, più piccola dell’altra, con affreschi forse meno pregiati ma pieni di colori; anche qui si nota l’influsso degli emigranti di ritorno, e accanto alla presenza di Santa Rosalia si nota quella di Sant’Angelo patrono di Licata, oltre alla coloratura degli archi a sesto acuto dipinti a strisce bianche e nere come si possono trovare appunto in diverse chiese siciliane. Il visitatore può divertirsi a contare le Madonne raffigurate: ce ne sono ben ventitré!

Di Livo mi ha colpito il racconto che al momento del massimo fulgore contava duemila anime, ed ora appena duecento, destino comune agli abitati montani in tutt’Italia: chissà, lo smart working potrebbe contribuire al ripopolamento? E se invece di buttare soldi per i monopattini cominciassimo a finanziare gente che si riappropri di questi luoghi e li faccia rivivere invece di rimanere depositi di seconde case quando non ruderi fatiscenti? Senza guardare al colore della pelle, però, perché mi sa che di italiani disposti a stare scomodi ce n’è rimasti pochi…

Godendoci ancora il panorama scendiamo a Gravedona; qui nel cercare parcheggio cerco di imbucarmi in un ricevimento di battesimo (ma non erano limitati a trenta persone?) ma vengo sgamato; andiamo allora sul lungolago e ci fermiamo in un baretto dove, seduti ad un tavolino al sole come turisti nordici ma molto più freddolosi di loro prendiamo una bruschetta ed una pizza, ad un prezzo tutto sommato onesto. La visita qui riguarda Palazzo Gallio ma c’è ben poco da vedere, le sale sono quasi tutte non visitabili, alcune adibite ad uffici della Comunità Montana, il piano di sotto a ristorante, ed in una era in corso un Corso sulla Sicurezza di volontari della protezione Civile. Il pezzo pregiato è la terrazza con una fenomenale vista sul lago, purtroppo c’è un po’ di foschia altrimenti sarebbe stata davvero una visione celestiale. Da regista avrei consigliato ai giovani ciceroni volontari di raccontare qualche storia, ma l’entusiasmo e la buona volontà non sono certo mancati.

La giornata finisce a Dongo, alla Biblioteca Storica del Convento Francescano presso il Santuario della Madonna delle Lacrime. Questa visita, amiche e amici, mi rimarrà impressa nella memoria finché vivrò, e vi spiego perché. Innanzitutto, a differenza delle altre visite dove le presentazioni erano fatte da volontari Fai o da giovani di licei perlopiù ad indirizzo turistico, qui le visite erano guidate dal bibliotecario in persona, che si chiama Alberto ed è un signore di 82 anni. Che non si limita a mostrare la biblioteca, ma racconta la storia del convento e quindi dei francescani, guida nella visita del chiostro e della Chiesa, dove sono presenti due gruppi lignei, la Crocifissione e l’Ultima Cena, davvero notevoli, specialmente quest’ultimo; illustra le targhe più significative del corridoio, quelle che di solito nessuno legge mai e invece, a saperle leggere, raccontano storie interessantissime come quella della famiglia che, quando Napoleone confiscò il convento, lo comprò per poi ridonarlo ai frati quando Napoleone cadde… e infine la Biblioteca, il suo Sancta Sanctorum, dove ci ha parlato delle tecniche di stampa, delle rilegature, del sistema antincendio, ci ha mostrato i libri più antichi, con una competenza ed  una lucidità che mi hanno fatto sentire piccino piccino ed anche, lo confesso, commosso: che ne sarà di tutta la passione che quest’uomo ha incamerato in tutta la sua vita di studio, ma direi di più, di devozione alla sua missione? La visita avrebbe dovuto durare un’ora, ed è durata quasi due: io ci ho visto un’esigenza, da parte di questo uomo, di trasmettere un messaggio, per chi lo vorrà cogliere. Per chi fosse interessato, le visite sono possibili anche senza giornate Fai, bisogna contattare direttamente i responsabili del convento, consiglio di approfittarne finché Alberto sarà disponibile…

Amiche e amici, siamo davvero fortunati a vivere in questo paese, e dell’eredità che ci è stata lasciata da chi ci ha preceduto; un dono che è anche una responsabilità… vi ricordo che sabato e domenica prossima saranno aperti altri siti, al virus piacendo…

Panorama montano dalla chiesa di Livo

Autunno, cadono i marroni

Cronachette della fase tre (11-22 settembre)

L’estate è finalmente finita, con i tormentoni quotidiani sull’aumento o diminuzione dei contagi (a seconda di quanti tamponi venivano fatti), l’allarme per le scuole con alti lai su mancanza di mascherine, di aule, di banchi, di insegnanti e perfino di mense: come se senza Covid tutto andasse per il meglio, infatti come è noto ad inizio anno ci sono sempre stati tutti i professori, negli anni non si sono create classi con numeri sempre più alti di studenti, per razionalizzare s’intende,  e le mense funzionavano a meraviglia, specialmente quelle smantellate o privatizzate dagli stessi che oggi strillano allo scempio; nel passato se vogliamo mancava anche la carta igienica, di questo si saranno dimenticati o almeno a questo si è posto rimedio?  Briatore e Berlusconi poverini, “quasi quasi mi dispiace” dice mia madre,  pensa a te ma’ che già hai i tuoi problemi, riapriamo gli stadi ai tifosi (ma si, e teniamoceli dentro), non criminalizziamo i luoghi del divertimento, ma no per carità ci mancherebbe, non criminalizziamo nemmeno chi ha deciso di andare ad impestarsi in Grecia, in Spagna, a Malta, in Croazia: ma vi sembrava il momento giusto? Non criminalizziamo nessuno, nemmeno quelli che hanno ammazzato di botte il ragazzino a Colleferro, o quello che ha ammazzato il prete a Como, poverino anche lui, aveva tanti problemi…

Oh Gio’ ma che hai, direte, ti ha morso la tarantola? Non sarai mica arrabbiato per l’esito del referendum? Tranquilli amici, del referendum non me ne importava una cippa anche se alla fine sono andato a votare, ma giusto per mettere un timbro sulla scheda elettorale e per controllare le misure di sicurezza; data l’affluenza non è che corressi tutto ‘sto gran rischio, ma comunque devo dire che sono state prese tutte le precauzioni possibili, anche quella di disinfettare la matita dopo l’uso. No, è solo che sono un po’ nervoso, e non solo perché continua la cattività ovvero il telelavoro ma, non bastasse questo, mi tocca condividere la gabbia con mia suocera. Che, poverina anche lei, è venuta a svernare a casa nostra perché  nel condominio di fronte al suo stanno facendo dei lavori di rifacimento dei tetti coibentati con l’ethernit; e per evitarle di respirare qualche fibra di amianto, che peraltro avrebbe digerito senza problemi, è stata portata a distanza di sicurezza. Ora, non vorrei dare cattive impressioni ma a mia suocera voglio bene, solo che non abbiamo niente da dirci e le sue storie ormai le conosco tutte a memoria; in più è una sorda selettiva che tende a capire solo quello che le fa comodo. D’altro canto lei penserà che io sia un orso selvatico, non fosse altro perché qualsiasi gioco delle carte mi fa venire sonno e di solito non parlo per slogan ma cerco di argomentare qualche opinione, sforzo che viene puntualmente vanificato dalle convinzioni eterne e immutabili della vecchia. Aggiungete che la stanza dove è il mio studiolo è anche la stanza degli ospiti e quindi sono dovuto sloggiare in soggiorno e capirete che la mia gioia di vivere non è alle stelle.

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A proposito di marroni l’altra domenica sono andato in visita al Castello di Masino, bene FAI, poco distante da Ivrea, per una visita guidata al giardino e soprattutto per la degustazione di Erbaluce, il vino tipico della zona, che un mio collega originario di quelle parti mi ha promesso per anni e non mi ha mai portato, vatti a fidare. Così, se Maometto non va all’Erbaluce, ecco che si muove Gio’… la visita è stata molto interessante, il castello è ricco di storia ed il parco è curato con tutti metodi naturali; i giovani del FAI vendevano anche della marmellata fatta nel Giardino della Kolimbetra, ad Agrigento: noi ci eravamo stati sei anni fa quando il Giardino era stato riaperto da poco, e quella di fare la marmellata era solo un’idea. E’ strano però trovarsi a Torino a parlare di Giardini di Agrigento!

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Masino è un piccolo borgo dove è rimasta una trentina di persone, tutti anziani; noi ne abbiamo incrociato una decina, quindi un buon trenta per cento; da una di queste abbiamo comprato delle castagne, anzi appunto dei marroni (confesso che alla mia veneranda età non avevo mai visto dei ricci così grandi). In settimana mi sono esibito in qualcosa che non avevo mai fato in vita mia e cioè lessare delle castagne (facile: ma ricordarsi di mettere un po’ di sale e una foglia di alloro, e poi pelarle ancora calde) e poi al forno. Purtroppo quest’ultimo esperimento non è andato bene perché a) ho aspettato troppi giorni e le castagne cominciavano a seccare e b) le ho cotte troppo. Risultato: le prime ancora calde sono riuscito a sgranocchiarle ma per le altre nessuno si è sentito di rischiare la dentiera. Che peccato, mi toccherà tornare! E ne ho ben donde, dato che alla fine l’Erbaluce non l’ho comprato, e nemmeno il passito di Caluso (un paese lì vicino dove fanno un passito favoloso) perché abbiamo deciso di andare a visitare Ivrea. Ora,a Ivrea c’ero stato nel 1982 in visita alla Olivetti dove si progettavano e realizzavano circuiti elettronici integrati: erano all’avanguardia e nessuno ha mai fatto un mea culpa per la fine che ha fatto quell’azienda. Tutta gente che ancora oggi pontifica per il bene del paese, eh! Allora mi colpì il terreno brullo intorno, di un ocra che mi metteva tristezza; ma forse il ricordo è fallace, perché oggi la cittadina l’ho trovata carina, non ho visitato niente perché era tutto chiuso ma in compenso ho visto che ci sono molti ristoranti e trattorie per future puntate.

Che strano, anche stavolta finisco con un richiamo alle trattorie; sarà che in questa prigionia sto mangiando tanta di quell’insalata che temo di trasformarmi presto o tardi in una capretta. Ma che marroni!

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