Vacche sacre e pesci rossi

I pesci rossi, a differenza di quanto la maggior parte delle persone crede, sono animali intelligenti. A mio parere molto più dei criceti. Il mio pesciolino si chiamava Fufi, ed era arrivato in casa in un sacchettino di plastica, vinto dal mio figlioletto nel vicino luna park, dove aveva pescato cinque paperelle di plastica con la canna da pesca d’ordinanza.
Arrivato a casa l’abbiamo posto in una boccia di vetro, senza grandi speranze di sopravvivenza; invece Fufi evidentemente contento di poter sguazzare in un ambiente meno ristretto di un sacchettino, sembrava felice e contento. Se la scialava, insomma.
Il mio compito era quello di pulirgli regolarmente la boccia e soprattutto di cibarlo; quest’ultima attività in particolare la svolgevo al ritorno a casa dal lavoro, di solito attorno alle sette di sera.
Se per qualche motivo capitava tardassi, arrivato a casa avevo appena il tempo di poggiare la borsa e togliermi la giacca che dalla sala arrivava un “plof!” di saluto: era Fufi che faceva un saltino fuori dall’acqua mostrandomi la sua contentezza.

Un gruppo di animalisti vegani, sprezzanti del pericolo e soprattutto del ridicolo, domenica scorsa ha interrotto la corsa dei maialini che si sarebbe dovuta svolgere nel paesino di Cilavegna in provincia di Pavia.
Tutti conoscono la mia moderatezza e tolleranza. Riconosco un certo eroismo a questi strenui difensori delle specie animali ma non sarei del tutto contrario ad assegnar loro, anche personalmente, una buona razione di legnate. Esorto il ministro Pinotti a ripristinare il servizio di leva obbligatorio (non civile: di leva), è ormai un fatto di salute pubblica.

Il mio pesciolino viveva quindi beato, accudito e riverito (addirittura una volta lo portammo in ferie con noi, a riprova che l’impero occidentale è ormai agli sgoccioli), finché a qualcuno non venne in mente che si sentiva solo. A me sinceramente non sembrava, tra l’altro non sapevo nemmeno se fosse maschio o femmina, e nemmeno se esistessero pesci rossi maschi o femmina se è per quello, e insomma mi impietosii e ne comprai uno in un negozio di pesci rossi. Il nuovo arrivato era d’aspetto bruttarello, anzi ad un esame più approfondito risultò mancante di un occhio; mi sembrava indelicato riportarlo indietro, e commisi un grave errore. La mattina dopo infatti il nostro Fufi galleggiava sull’acqua a pancia in su, con lo stomaco innaturalmente gonfio, tanto che nel tentativo estremo di restituirgli una decente linea di galleggiamento provammo persino a bucargli la pancia con un ago; ma non ci fu niente da fare, era morto e non credo di contentezza.
Lo seppellimmo con una degna cerimonia nel giardinetto condominiale; spreco a mio avviso, in quanto avrebbe preferito concludere il suo ciclo come pasto per il gonfio gatto del cortile e non come mangime per lombrichi; ma tant’è. Incollerito con quello che ritenevo il responsabile della dipartita lo tenni a stecchetto per qualche giorno; poi un giorno pulendo di malagrazia la boccia il reo mi scivolò nel water. Avrei potuto ancora recuperarlo ma a che pro? Il ricordo di Fufi era ancora vivo. Tirai lo sciacquone, e via.

In realtà avrei voluto farlo, ma non lo feci.  Il mio buon cuore è proverbiale, ed inoltre non vorrei incorrere nelle ire di quel rappresentante di non so quale associazione talebana che ha protestato con la Rai per aver permesso a Francesco Gabbani, il piaccia o non piaccia vincitore di Sanremo, di farsi accompagnare sul palco dell’Eurofestival da un ballerino vestito da scimmia. Basta sfruttare l’immagine degli animali! Ha tuonato il prode. In questo caso non me la sentirei di invocare la camicia di forza, la cara vecchia cura della zappa dovrebbe essere sufficiente.

Non mi è ignoto che, dall’alba dei tempi, l’uomo ha sempre mitizzato alcuni animali identificandoli con qualche divinità; così come alcune prescrizioni igieniche si sono dovute ammantare di precetto religioso per poter essere rispettate. Nel tempo alcune abitudini sono cambiate, ad esempio i vicentini hanno quasi del tutto abbandonato la pratica di magnare gatti con la polenta, e può darsi che col tempo anche i cinesi la smetteranno di mangiare cani; ma che una nuova religione pretenda di imporre la divinizzazione di tutte le specie animali lo trovo un po’ eccessivo. In India le vacche saranno pure sacre ma le pecore se le mangiano, eccome.

(138 – continua)

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Abbasso la quinoa!

Non sono una persona schizzinosa nel mangiare. A parte la panna nel latte mattutino, che non sopporto, ed il grasso nel coniglio che mi disgusta, mangio e bevo di tutto. Non soffrendo di particolari intolleranze se non verso talune persone e non dovendo attenermi ad un regime alimentare ne per motivi medici ne per motivi religiosi mi nutro sobriamente ma con sporadici e gioiosi eccessi e tengo fede alla natura biologica umana che è quella di essere animali onnivori.

Rispetto chi fa scelte alimentari diverse ma alcune forme di fondamentalismo cominciano sinceramente ad urtarmi; non patisco complessi di inferiorità verso chi liberamente decide di cibarsi esclusivamente di vegetali; non mi sento particolarmente in colpa nel mangiare costolette di agnello a Pasqua o qualche fetta di salame ogni tanto e le autoassegnate patenti di superiorità morale di certi salutisti mi fanno sorridere.

Anche le tirate pseudo-scientifiche mi stanno diventando insopportabili: e la carne fa venire il cancro, e il latte è dannoso… parto dal presupposto inoppugnabile che la vita media italiana, grazie in gran parte a quello che mangiamo, è arrivata a livelli record nel mondo. Dice: si, ma senza carne camperesti di più e meglio. E pazienza, mi accontenterò di campare un po’ di meno e peggio anche se ne dubito, perché al solo pensiero di una vita di insalata la mia joie de vivre (e non solo) scema, si affloscia, si spegne. E poi: ma quanto diamine vorremo campare? Ad un certo punto di qualcosa bisognerà pur morire, e che cavolo!

Le intolleranze, di qualsiasi genere, sono in crescita. Parlando di quelle alimentari, su questa crescita si è sviluppata una fiorentissima industria con fatturati miliardari, tanto che viene da chiedersi quante di queste siano vere e quante inventate per far fare soldi a chi vende gli integratori o i cosiddetti cibi funzionali. Possibile che nel giro di poco tempo il paese del pane, della pasta, della pizza e della polenta sia diventato il paese del glutine-free? Stento a crederlo.

A proposito di intolleranze, giusto per dar ragione a mio figlio che a volte si chiede dove io abbia lasciato la divisa da balilla, dirò che mi trovo d’accordo con la mia scimmia nuda sui seguenti argomenti: a) le Ong le Onlus le Caritas e tutte le cooperative devono essere estromesse dalla gestione dei migranti. Lo Stato deve prendere in mano in prima persona questa questione perché ci stanno mangiando in troppi b) sono d’accordo con Orban che ha messo fuori legge l’università di Soros. Non dimentico, io, che i peggiori attacchi alla lira sono partiti da questo signore. Se le tenga le sue università c) sono d’accordo con la Germania che ha deciso di non ammettere donne velate integralmente nei posti pubblici. Non è il momento di andare in giro mascherati d) i turchi hanno tenuto in ostaggio per due settimane un nostro connazionale (come quelli di altre nazioni) per non farci parlare del loro referendum. Vogliamo dirlo?

Non mi riconosco nei connazionali che, quando sono in giro per il mondo, vanno alla ricerca di ristoranti italiani o non resistono alla tentazione di chiedere un piatto di pasta per poi lamentarsi della cottura o del condimento. Sebbene sia intimamente convinto che la nostra cucina sia la migliore del mondo mi piace provare ogni schifezz le pietanze che hanno reso gli altri abitanti del pianeta quello che sono.

Ma ecco che, in omaggio alla globalizzazione, senza bisogno di recarsi nei posti più remoti per gustarli ci ritroviamo invasi da cibi che nella nostra mensa non si sono mai ne visti ne sentiti, e di cui personalmente non sentivo la mancanza, promettendoci paradisi di salute e benessere.

Prendete ad esempio la quinoa:
Originaria del Sud America, la quinoa è un alimento altamente digeribile, molto proteico e con poche calorie, dunque adatto ad ogni dieta; il suo delicato sapore, inoltre, ben si sposa con molte preparazioni. In più, porta numerosi benefici al nostro organismo, perché contiene fibre e minerali come fosforo, magnesio, ferro e zinco.

Sono davvero grato a quei popoli andini che si privano di tanto ben di Dio perché noi, intolleranti o semplicemente troppo sazi, possiamo goderne.

Meraviglia che, pur avendo a disposizione questo cibo degli dei, parecchi di loro siano costretti per sbarcare il lunario a venire in Italia a fare i corrieri express o i tuttofare di pulizie, cibandosi forse meno nobilmente ma almeno più frequentemente.

Da povero analfabeta alimentare qual sono, considerando che questa parte del mondo è prosperata per secoli pur essendo all’oscuro della quinoa, mi chiedo: continuerà così? E il dubbio mi assale.

(136 – continua)

Quinua

Insalata di Farro e tristezze miste

In preda ad un attacco salutista dovuto probabilmente ai sensi di colpa derivanti da sovra-libagioni estive ieri, invece della pasta pasticciata che lo  chef della mensa che frequento proponeva riciclando sapientemente gli  avanzi del giorno precedente, ho voluto mortificarmi prendendo l’insalata di farro.

Non sottovaluto l’importanza storica di questo alimento, che ha accompagnato le legioni romane per secoli; tuttavia confesso che fino a pochissimo tempo fa la mia dieta ne ignorava l’utilizzo e ciò nonostante sono sopravvissuto discretamente.   Sembra comunque che abbia delle proprietà positive rispetto ad altri cereali: meno glutine, meno calorie. S’intende, benefiche per chi ha la pancia piena, perché per gli altri qualche caloria in più non guasterebbe.

Ultimamente c’è stata una riscoperta, grazie allo sviluppo dell’agricoltura biologica, di tante coltivazioni di cui si era persa memoria. Le reputo iniziative lodevoli, e attribuisco interamente alla mia ignoranza l’incapacità di cogliere questa gran differenza tra bio e non bio se non nel prezzo:  e se mi vedrete dondolare la testa su e giù davanti ad un piatto di farro in segno di approvazione è solo per non fare la figura del retrogrado.

Insomma, a me il bio mette tristezza. Il mio inconscio si rifiuta di associarlo a belle tavolate di gente festante, ma piuttosto a sette di penitenti intenti a vendere l’argenteria della nonna per acquistare da perfidi spacciatori dosi giornaliere di zucchine e melanzane. Quando invece penso alle cose genuine, ai sapori di una volta, penso a quei bei pranzi della gioventù.

Sapete, una volta le famiglie di lavoratori non andavano al ristorante. Tra l’altro mezzo secolo fa, dalle mie parti ovvero sulle colline maceratesi, non è che ci fossero tutti questi ristoranti. Quando lo facevano, era per occasioni speciali: matrimoni, comunioni, cresime. Battesimi e funerali no. Siccome i figli erano parecchi, comunioni e cresime venivano ottimizzate per fare in modo di accorparne almeno un paio alla volta.

Il pranzo tradizionale di matrimonio, una maratona del gusto, consisteva con piccole varianti di:

  • antipasto di affettati misti: ciabuscolo, salame lardellato, a volte salsiccia di fegato, lonza, prosciutto; a proposito della lonza, in alcune zone d’Italia viene chiamata coppa, mentre nel maceratese è la soppressata ad essere chiamata coppa;
  • minestra per sciacquarsi la bocca, in genere straccetti ovvero uova strapazzate nel brodo di carne bollente;
  • lesso (“l’allesso”), da non confondere con il bollito; la carne usata per il brodo, insomma, cioè mucca e gallina (vecchie entrambe), e anche cappone,  con contorno di verdure, spinaci o erbette.

Questa prima parte serviva, come si diceva, “per preparare lo stomaco”, poi si passava ai primi:

  • tagliatelle all’uovo (o pappardelle) con sugo di papera (anatra);
  • ravioli di ricotta con sugo di pomodoro;
    qui voglio dire, e spero di non offendere nessuno, che gli sfogliavelo non mi piacciono: la pasta per me si deve sentire sotto i denti, e quella si sentiva, eccome.

Dopodiché, dopo una doverosa pausa, si passava ai secondi:

  • arrosto misto (pollo, maiale, agnello, vitello) con insalata per pulire la bocca;
  • frittura mista (la carne di cui sopra, ma fritta; olive ascolane; crema fritta).

Infine gran finale, con lingue impastate e palpebre cascanti:

  • pizza battuta (ovvero pan di spagna) farcita con crema pasticcera; oppure crostate con frutta di stagione; ovviamente spumante, di solito Moscato;
  • caffè e ammazzacaffè (i più duri prima si facevano il caffè corretto al Varnelli e, poi, l’ammazzacaffè)

Ora che mangio come un uccellino, anche se la mia consorte afferma il contrario, mi chiedo come fosse possibile, considerando anche i bis; venivamo diffidati dal mangiare il pane per non riempirci, al contrario di quanto succedeva a casa, dove invece venivamo esortati a mangiarlo eccome.

Mio padre lavorava abbastanza spesso per un’impresa edile; quando un cantiere si chiudeva era usanza, e spero sia rimasta ancora oggi, che il titolare offrisse la cena a tutte le maestranze: carpentieri, muratori, idraulici, elettricisti. Due o tre volte partecipai anch’io, un po’ intimorito da quella gente rude; in genere non spiccicavo parola, ingenerando in quegli uomini il dubbio che quel figlio di Nino, di cui si decantava l’intelligenza, fosse purtroppo muto.

Ve ne sarete senz’altro accorti, che in questi giorni a Rio de Janeiro si stanno svolgendo le XXXI Olimpiadi dell’era moderna. Mangiando quell’insipido farro, e orgoglioso per meriti non miei, riflettevo sul fatto che gli atleti italiani sono come sempre nei primi posti del medagliere ed hanno, da soli, più medaglie di tutta l’Africa messa insieme.

Come pingue rappresentante di questa parte opulenta del mondo, sono incline all’autocritica. E sia: colonialismo, sfruttamento, colpi di stato, FMI, Banca Mondiale e via discorrendo. Ma non sarebbe ormai onesto da parte delle elites dei paesi africani, a più di sessant’anni dalle varie indipendenze, fare delle considerazioni e dei consuntivi su come questa indipendenza l’hanno usata? Hanno operato per il bene comune od hanno pensato più che altro ad arricchire loro e i loro clan? Pochi ne escono bene.

Non vorrei sembrare un sostenitore del fardello dell’uomo bianco o un nostalgico dell’Africa Orientale Italiana, ma siamo sicuri che gli eritrei che si affollano in stazione a Como, o i somali o gli stessi novanta milioni di etiopi, non sarebbero stati meglio sotto una amministrazione fiduciaria italiana (o al limite dell’Onu) visto che da soli per sessant’anni non sono stati capaci di altro che di farsi guerre? Se fossi in loro chiederei di essere annessi all’Italia come stato federato, come il lontano Alaska per gli Usa; così in poco tempo diventerebbero cittadini europei e potrebbero scorrazzare dove meglio credono, in barba ai doganieri svizzeri.

Infine, anche se nessuno ne sentirà il bisogno,  vorrei dire anch’io due paroline sul divieto per i burkini, tormentone del momento. A parte il fatto che li trovo tremendamente sexy, ma questa dev’essere una mia perversione, non capisco che male facciano; un conto è il burka che copre la faccia, che vieterei senza dubbio, ma questa specie di costume intero non vedo come possa dare problemi di ordine pubblico; a questa stregua allora le suore delle colonie estive non potrebbero più andare in spiaggia, e questa sarebbe una vera cattiveria.

Comunque, oggi, pasta al forno.

(107. continua)

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Natura morta con Recioto

Fallimento!

Vi avevo parlato dei miei propositi di rientrare, con una dieta personalizzata da me medesimo che pretende un’applicazione rigorosa e per questo è consona a uomini di grande carattere e forza di volontà, nella taglia di pantaloni  48 drop 4 che indosso nei momenti  di massimo fulgore.

Devo purtroppo constatare che, da quando ho espresso il lodevole intendimento, la bilancia non mi conforta sui risultati, e nemmeno lo specchio se è per quello: le antiestetiche ancorché utili maniglie sono ancora lì ad ammonirmi: buoni gli spaghetti al pesto e la focaccia ligure, vero?

Sono andato allora a riprendere la tabella di marcia, e mi sono convinto che non il programma fosse sbagliato, ma il momento in cui pretendevo di applicarlo: è vero che il grosso delle feste era passato, ma avevo sottovalutato la potenza dell’Epifania e dell’avvicinarsi del Carnevale. E dunque controordine compagni: si riparte con la Quaresima, periodo più propizio per la contrizione e i sacrifici.

A proposito di sacrifici, l’altra sera ci siamo ritrovati con un gruppo di amici per una pizzata, che a rigor di logica e coerenza avrei dovuto evitare; nell’occasione ho stappato un’ottima bottiglia di Recioto della Valpolicella e l’ho immolata a scopo propiziatorio per il nuovo anno: a Cantù allo stesso scopo, ma con meno soddisfazione,  usano accendere un rogo e bruciarci la Giubiana, castellana traditrice.

Di norma nel corso di queste cene ci applichiamo a risolvere i problemi del mondo, crisi globale, carestie, e di solito alla seconda bottiglia siamo a buon punto; stavolta però, a causa forse dei tempi ristretti dettati dalla necessità di non far raffreddare le pizze, e dal basso contenuto alcolico delle birre, ci siamo dovuti limitare ai problemi locali.

E’ di dominio pubblico che qualche anno fa, a Como,  la precedente amministrazione ha tentato di erigere un muro sul lungolago, pensando che avrebbe rappresentato un’attrattiva turistica al livello di quello del pianto di Gerusalemme o di quello mai abbastanza rimpianto di Berlino; il piano pur lodevole era stato sventato da un pensionato  che, sceso per pisciare il suo cagnetto, attratto dal cantiere come un’ape dal miele o una mosca da qualcos’altro, com’era naturale ed anzi doveroso per i pensionati prima che la sciagurata riforma Fornero impedisse loro di compiere la meritoria funzione sociale di controllo della qualità dei lavori, si era accorto che il lago non si vedeva più.

Il caso finì sui telegiornali nazionali; la pubblicità non giovò alla giunta di centrodestra, che alle elezioni amministrative prese una sonora legnata. Il caso paratie: ovvero il progetto faraonico di costruire un Mose di Venezia sul lago, poi accantonato a favore del muro, ed infine derubricato a paratie mobili. Il tutto avrebbe dovuto proteggere la piazza ed i negozi  circostanti dalle esondazioni del lago: c’è da dire che il progetto ha sinora portato fortuna, e di esondazioni non ce ne sono più state; nel frattempo sono stati spesi milioni di soldi pubblici, che meglio sarebbe stato impiegare in scuole, ospedali e servizi; ma mi accorgo che questo sfogo può espormi ad accuse di qualunquismo e demagogia, pertanto mi taccio.

Allo stato delle cose il progetto è arenato in un pantano e per di più lacustre; lavori fermi, penali da pagare, impossibilità di riaprire i cantieri, enti pubblici al tutti contro tutti. Finalmente, dopo il richiesto intervento dell’autorità anticorruzione di super Cantone, che in sostanza ha detto al Comune: “arrangiatevi”, anche la finora distratta magistratura comasca ha deciso di vederci chiaro; per non sbagliare, ha messo sul registro degli indagati sia quelli che hanno creato il problema sia quelli che hanno cercato di risolverlo, in una sorta di “a chi tocca attacca” che fa bene solo ai sostenitori del “sono tutti uguali”.

Con disappunto devo ammettere che noi, anche aiutati dal Recioto, ce l’abbiamo messa tutta, ma a nostra volta non abbiamo cavato un ragno dal buco: non c’è niente da fare, la dimensione del problema è fuori dalla nostra portata. Torneremo quindi ad occuparci dei temi a noi più congeniali: crisi economica, riscaldamento globale, fame del mondo: lì qualcosa possiamo combinare.

(81. continua)

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Soffrirò in silenzio

Essendomi previdentemente premunito di arrivare alla vigilia delle feste di Natale leggermente sottopeso, pensavo di poter fare il pieno di delizie senza rimorsi. Ho dovuto invece constatare, se mai ce ne fosse stato bisogno, di non possedere più lo smalto ne tantomeno la capacità di smaltimento di una volta: e così, nonostante non abbia ecceduto quasi in niente (almeno secondo i parametri civili: se si pensi che non abbiamo  mangiato nemmeno le lenticchie di mezzanotte, giudicate voi) mi sono ritrovato sul groppone e soprattutto sul girovita, all’altezza delle utili ma ormai ampiamente sottoutilizzate maniglie dell’amore, quei due-tre chiletti che bisognerà provvedere ad eliminare.

Non che tenga particolarmente all’aspetto fisico; forse di più al portafogli, che il passaggio alla taglia superiore costringerebbe ad alleggerire a causa della necessaria revisione del guardaroba, altrimenti aggiornato con parsimonia.

Per dire, l’ultimo paio di pantaloni l’ho comprato poco prima di Natale, e solo perché un paio di quelli precedenti si era spento per consunzione. Tra l’altro ho scoperto, purtroppo in ritardo perché altrimenti l’avrei riportato al suo posto, che il nuovo acquisto era stato prodotto in Bulgaria: non ho niente contro i bulgari, ottimi circensi peraltro ma di cui ignoravo le propensioni tessili, ma aborro gli effetti nefasti di questa globalizzazione, per cui un grande magazzino italiano invece di vendere braghe italiane e ce ne sono di ottime, rifila calzoni bulgari a prezzi peraltro più adatti al gioiellere, Bulgari.

Come personal trainer di me stesso ho già pronto il programma: per due settimane niente pane, un solo bicchiere di vino a pasto, niente superalcolici e niente dolci. Pasta massimo 70 grammi ed una sola volta al giorno. Niente sport, alla mia età è nocivo come il fumo delle sigarette. Su me funziona; però non assumo responsabilità e non accetto reclami se qualcun altro volesse provare.

Saranno quindici giorni di vita contemplativa; da evitare eventi mondani e sociali dove girino tartine e prosecchini; ed anche le pizzate ed i pranzi con parenti ed amici devono essere bandite. Difficile, lo so, anche perché appena passato Natale i supermercati si sono riempiti di dolci di Carnevale, e passato Carnevale compariranno le uova di Pasqua. L’uomo forte, tuttavia, alle lusinghe del mondo può resistere: la donna, non so.

(79 e 1/2. continua)

FESTIVAL

Titì nun ce lassà

Nella commedia “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” del grande Ettore Scola, il cialtrone Titino interpretato da un maiuscolo Nino Manfredi, dopo essere diventato persino stregone del villaggio, in dubbio tra il ritorno alla civiltà e l’appello rivoltogli dai membri della sua tribù (“Titì nun ce lassà”) sceglie la libertà: sale sulla sponda della nave e si tuffa verso il suo villaggio.

Rivendico il diritto di cambiare idea! Lo dice persino il nostro attuale ministro del tesoro a proposito dei limiti all’utilizzo del denaro contante, fino a ieri considerato sterco del demonio ed ora elevato  a motore di sviluppo; che dopo aver costretto tutti i pensionati ad aprire un conto corrente, anche quelli che non ne avrebbero avuto la minima intenzione, togliendogli il passatempo preferito di far la fila alle poste, ora si affermi che chiunque abbia un gruzzoletto sotto al materasso  lo possa spendere senza temere controllo alcuno sia giusto e sacrosanto mi conforta un po’; nel senso che, se come livello di cialtronaggine massima alla quale potevo aspirare c’era quello del buon Titino, la nuova vetta ministeriale per quanti sforzi potrò fare mi sarà irraggiungibile.

Credo di non essere stato l’unico ragazzo, a fronte di qualche rampogna o di qualche rimprovero ritenuto eccessivo o immeritato, ad immaginare di togliersi di mezzo per il gusto di vedere poi la reazione dei congiunti rimasti. “Vengo anch’io, no tu no”, insomma; come il buon Jannacci, immaginare di essere al proprio funerale per vedere l’effetto che fa. Fortunatamente soppesati i pro e contro, dove in cima alla lista dei contro c’è il fatto di non essere proprio sicuri di poter assistere in prima fila alla cerimonia, si finisce quasi sempre per desistere dal proposito.

L’ora delle decisioni irrevocabili, comunque, nel mio caso è passata da un pezzo ; se ormai persino i Papi possono dimettersi come un qualsiasi impiegato dell’Anas, non c’è scandalo se un povero cantastorie scrive di non voler scrivere più, per poi smentirsi il giorno dopo scrivendo di essersi pentito di aver scritto di non voler scrivere più.

Del resto come si fa a restare rintanati nel proprio orticello quando vengono messi a repentaglio i pilastri stessi sui quali si basa la propria cultura? Come non levare una parola indignata e pietosa in difesa del prelibato ciauscolo (o ciavuscolo, o ciabuscolo, fate voi) minacciato di estinzione (Immagino un dialogo nei corridoi dell’Organizzazione mondiale della sanità. Due ricercatori si incontrano. -“Ciao Mike, tutto bene? Di che ti stai occupando ora?” -“Di Ebola” -“Grande! Che sfida! Bellissimo, siamo orgogliosi di voi!” -“Grazie John. E tu, di che ti occupi?” -“Io? Io… ehm..  di salami” -“Ah. Ciao, John”)? Come non preoccuparsi per la prossima apertura alle proteine degli insetti? A tal proposito non so bene quale sia la posizione dei vegani, che come saprete non sono esponenti di una razza aliena qua convenuti da una lontana galassia ma seguaci di una alimentazione esclusivamente vegetale; contenti loro, parafrasando il notoriamente tollerante presidente della Figc (non la federazione giovanile comunista, non c’è più: la federazione gioco calcio), anche se non credo che con tale dieta l’uomo avrebbe potuto raggiungere l’attuale livello evolutivo: molto probabilmente sarebbe rimasto a penzolare su delle liane sbucciando banane.

La mia posizione, pragmatica come al solito, è dunque simile a quella dello scrivano Bartleby : preferirei di no; a differenza di quello, tuttavia, in mancanza di meglio mi acconcerei probabilmente anche ad assaggiare larve, ma solo come estrema ratio.

Prevedo che, tra qualche anno, quando la nuova dieta proteica avrà preso piede, associazioni di ambientalisti si schiereranno contro gli allevamenti di larve; gruppi di animalisti apriranno le gabbie a nuvole di cavallette; allevatori bio protesteranno che i loro bacarozzi sono selezionati secondo le più severe regole Iso-9000.

Non credo che le rigide regole sanitarie odierne lo consentano ancora, ma ricordo con tenerezza quando, da piccolo, in casa nostra si faceva la “pista”. Non abitando in campagna, e non rientrando il maiale nel novero degli animali da compagnia, non era allevato da noi; una volta ammazzato, in modo meno misericordioso di quanto si faccia oggi, veniva tagliato in due e babbo ne portava a casa la metà, una “pacca”. Sul tavolo e credenza della cucina si allestivano gli strumenti, coltelli affilati, tritacarne; veniva in casa un esperto, il pistaiolo (lu pistarolu) che disossava la carcassa e sapeva quali pezzi usare per ciascun insaccato. Non mi dilungo sulle tecniche di macinatura, salatura e pepatura che ogni pistaiolo custodiva gelosamente: per queste dovrei rimandarvi al mio amico macellaio-sassofonista Walter ben più ferrato di me. Fatto sta che alla fine della magia il maiale era scomposto in pezzi che sarebbero bastati mesi e mesi. L’osso del prosciutto, ad esempio, lo si sarebbe ritrovato insieme ai fagioli (e alle cotiche nuove)  al capodanno successivo. Non ho idea del perché lo stesso insaccato abbia nomi diversi a seconda della locazione geografica: perché in un posto si chiami coppa quello che in un altro è lonza, ed in un posto soppressata quello che in un altro è coppa; so che sia io che i miei fratelli a ciauscolo, salame lardellato, coppa e lonza ci siamo diventati grandi; che se penso a casa penso a ciauscolo e mi mette tristezza pensare che, fosse pure tra cent’anni, a qualcuno pensando a casa possano venire in mente scarafoni e cavallette.

(70. boh vedremo)

Manfredi_Sordi