Tre stelle per Olena – 43

Montesi estrae dalla sua cartella in pelle nera una pratica; ne estrae un verbale di interrogatorio, lo scorre velocemente e lo rimette al suo posto, apparentemente soddisfatto.
«Signor Marrakech, lei ha confessato di aver ucciso suo cugino Ahmed involontariamente, conferma la sua versione?»
Farouk Marrakech annuisce in fretta, timoroso, senza alzare lo sguardo.
«Così conferma » constata il maresciallo. «E sarebbe così gentile da raccontarci com’è andata?»
«Ma ho già detto tutto alla sua amica» dice il marocchino, che teme qualche trappola.
«Alla mia amica? Ah, intende il capitano Smirnoff… e le dispiacerebbe essere così gentile da raccontarlo anche a me?» insiste Montesi, dando uno sguardo rapido in giro per vedere se c’è traccia di Olena.
«E va bene… come al solito ero in cucina da solo, il ristorante era pieno, e mi chiama Fatima, la moglie di Ahmed, terrorizzata. Si era chiusa in camera, e Ahmed stava cercando di buttare giù la porta. La accusava di tradirlo, di essere una poco di buono, la minacciava di tagliarle la gola… quell’uomo era paranoico, e quando beveva diventava violento. Ogni tanto Fatima aveva degli strani lividi in faccia, a volte diceva di inciampare, qualche altra di essere distratta e sbattere nei mobili, ma io sapevo che era il marito a picchiarla. Le avevo suggerito di lasciarlo e di andarsene, ma lei non riusciva a decidersi. Insomma, non era la prima volta che c’erano litigi ma stavolta la situazione mi sembrava grave, così ho lasciato tutto e sono salito in casa loro. La porta era aperta, Ahmed aveva in mano un’ascia, sembrava un pazzo… gli ho chiesto che stesse facendo, di mettere via quell’ascia, ma per tutta risposta mi si è scagliato contro ed ha cominciato a gridare che ero io l’amante di sua moglie, e che me l’avrebbe fatta pagare… mi si è avventato contro, abbiamo lottato, non riuscivo a fermarlo, così ho preso il coltello che avevo in tasca e l’ho colpito. Ma non volevo ucciderlo!»
«Capisco, lei è intervenuto per difendere la moglie di suo cugino, è stato attaccato e si è difeso; ci sarebbe da discutere sul fatto che abbia lasciato la cucina portandosi dietro un coltello, ma sarà stata una dimenticanza non è vero signor Farouk? Insomma lui aveva un’ascia, lei si è trovato in mano un coltello, potremmo rientrare nella fattispecie della legittima difesa. Ma mi tolga una curiosità, come mai la moglie di suo cugino ha chiamato proprio lei? Tra di voi c’era solo un rapporto di amicizia o c’era dell’altro e suo cugino aveva ragione di sospettare? Ma passiamo oltre» dice Montesi prima che Farouk possa rispondere.
«A questo punto lei, invece di chiamare la polizia, ha nascosto il cadavere di suo cugino in cantina, e l’ha messo sotto sale; dopodiché ne ha assunto l’identità, e si è presentato a Turchese come Ahmed. Avete fatto amicizia, e qualcosa in più; ma una volta arrivato qua Turchese è stato messo al corrente del fatto che lei non era chi diceva di essere, e l’avrebbe smascherata in diretta, perciò l’ha ucciso»
«No!» insorge Farouk «Ve l’ho già detto, io amavo Turchese. Sì, è vero, gli avevo nascosto di non essere il vero Ahmed, ma noi ci volevamo bene, Alessandro stava facendo dei progetti per trasferirsi da me a Casablanca, avremmo anche cambiato nome al ristorante, non più “Le Zac e voilà”, ma “Les deux bouchons”»
«Molto romantico» commenta Montesi. Poi, cambiando discorso: «Quant’era grande il coltello che ha usato, signor Farouk? Voglio dire, era uno spelucchino, un santoku, uno a lama seghettata, uno per filettare il pesce? Quanto sarà stata lunga la lama, 10 centimetri, 20?»
«Il coltello?» risponde Farouk, sospettoso. «Perché me lo chiede? Non ricordo bene… mi pare un trinciante… sarà stato lungo 20, 25 centimetri»
«Strano» afferma Montesi, pensoso.
«Perché dice strano?» chiede Farouk, confuso.
«Eh sì, è strano. Vede, signor Farouk, dall’autopsia eseguita sul corpo di suo cugino, benché sotto sale, il medico legale ha stabilito che Ahmed non è stato ucciso con una lama di venti centimetri»
«Le ho detto che non ricordo bene di che coltello si trattava… sarà stata di 30?» azzarda il marocchino.
«Nemmeno di trenta. Anzi, a dire la verità non si è trattato di nessuna lama. La ferita era profonda e di forma circolare, compatibile con un corno di rinoceronte. Lei per caso ha un coltello a forma di corno di rinoceronte, signor Farouk?»
Farouk tace, a capo chino.

«Lei non ha ucciso suo cugino, nemmeno per sbaglio. Quella sera la moglie di suo cugino la chiamò e le chiese di aiutarla, perché era successo davvero un incidente. Continuo io, signor Farourk, o preferisce andare avanti lei? »
Farouk a questo punto raddrizza le spalle, come liberandosi da un peso, e rivela cosa è veramente successo quella sera.
« Io e Fatima ci conosciamo da quando eravamo bambini, ci chiamavano i fidanzatini… giocavamo insieme alle bambole, ci scambiavamo i vestiti. Anche una volta cresciuti, quando io scoprii di essere attratto dagli uomini, rimanemmo amici, e ci sentivamo spesso. Fui io a farle conoscere mio cugino, e ancora oggi me ne pento… Ahmed a suo modo aveva un certo fascino, Fatima se ne innamorò, e le due famiglie furono ben contente di benedire il matrimonio. Lì per lì anch’io fui contento, pensai che così avrei potuto continuare a starle vicino, ma non fu così. Ahmed svelò presto il suo carattere: era possessivo, geloso maniacale, e come le dicevo diventava anche violento. Ma questo non è niente… giocava: passava intere notti al Casinò all’Hamza, e perdeva fortune al baccarat… ecco perché la qualità del ristorante crollava: lui non aveva più soldi, e doveva tagliare su tutto. Finché cominciò a fare a Fatima degli strani discorsi. “Noi siamo una famiglia”, le diceva, “e in una famiglia ci si aiuta… abbiamo delle difficoltà economiche, ma possiamo farcela, se tu mi dai una mano”. Fatima credeva che il marito le chiedesse di lavorare al ristorante, e ne sarebbe stata ben felice dato che la teneva praticamente segregata in casa. Ma lui aveva in mente un’altra cosa, e quando gliela disse le fece accapponare la pelle. “Tu sei bella, Fatima, io sono fortunato, sai quanti uomini pagherebbero per passare qualche ora con te?” Fatima ovviamente si scandalizzò, pensò anche che suo marito volesse metterla alla prova per un’altra delle sue scenate di gelosia, ed invece continuò sullo stesso tenore “Non si tratterebbe di tradimento, se il marito è consenziente… sarebbero tutte persone pulite e discrete, non ci sarebbe niente di male. Potremmo lasciarci alle spalle questo brutto momento e ricominciare, magari in un’altra città, a Rabat, ad Agadir, o magari andare in Francia, a Parigi…” Fatima rispose che piuttosto si sarebbe uccisa; lui sul momento lasciò perdere, ma ogni tanto riprendeva il discorso, e prese a picchiarla più spesso; poi magari il giorno dopo le chiedeva scusa… »
«Insomma suo cugino avrebbe voluto far prostituire la moglie per coprire i suoi debiti di gioco, ho capito bene signor Farouk? E lei era al corrente di questa storia?»
Farouk prende un attimo di tempo, prima di rispondere.
«Sì, Fatima me lo confidò. Lei non avrebbe voluto che dicessi niente, ma io andai da Ahmed e gli chiesi a quanto ammontavano i suoi debiti. Avrei venduto casa, la mia quota al ristorante, tutto pur di aiutare Fatima: ma lui mi rise addosso, e disse che ai suoi problemi ci pensava lui e aveva già trovato come risolverli»
«E così il giorno dopo si presentò a casa con un cliente, un uomo che Fatima tra l’altro conosceva molto bene; all’inizio lo presentò come ospite ma quando le intenzioni si fecero chiare Fatima si mise a gridare che se ne sarebbe andata e avrebbe chiamato la polizia; Ahmed iniziò a picchiarla, mentre l’uomo sgattaiolava via; lottarono, e Fatima riuscì a liberarsi spingendolo lontano; mio cugino inciampò nel tappeto e cadde di schiena su quella stupida testa di rinoceronte che teneva nel tavolino basso, e si infilzò. Fatima era chiaramente nel panico, sotto shock; mi chiamò e corsi subito ad aiutarla, forse avrei fatto meglio a chiamare la polizia ma non volevo che rimanesse collegata a questo scandalo torbido, così nascosi il cadavere e la aiutai a pulire la stanza»
Montesi annuisce, compiaciuto di aver avuto conferma alle sue congetture.

«E così fu davvero un incidente, alla fine. Sì, sarebbe stato meglio se lei avesse chiamato subito la polizia, anche che capisco che non sarebbe stato piacevole spiegare le circostanze. Ma non è tutto, è vero signor Farouk? Continui, la prego»
Lo chef marocchino fissa Montesi, e capisce che è venuto il momento di vuotare tutto il sacco.
«Dopo qualche giorno iniziai a ricevere delle telefonate. Era un uomo che mi diceva di sapere tutto, che io e Fatima avevamo ucciso Ahmed e lui ne aveva le prove. All’inizio lo mandai al diavolo, ma poi mi mandò una foto, e capii che sapeva davvero quello che era successo.»
«Che foto?» chiede Montesi, interessato.
«La testa del rinoceronte con il corno insanguinato… per liberarmene l’avevo buttata in un cassonetto, ma evidentemente l’uomo mi aveva visto ed aveva fatto due più due…»
«E poi?»
«Poi cominciò a chiedermi dei soldi, prima non con grosse somme, ma via via divenne più insistente e voleva sempre di più… finché gli dissi che non gliene avrei più dati, e che il suo rinoceronte poteva metterselo dove voleva. Mi minacciò allora di farmela pagare, e ci è quasi riuscito.»
«Signor Farouk, lei ha detto che Fatima conosceva la persona che suo marito gli aveva portato in casa. Lo disse anche a lei?»
«Sì, me lo disse» conferma Farouk, a voce bassa.
«Mi guardi e risponda attentamente: quella persona è in questa stanza?»
«Sì»
A questo punto tutti gli astanti iniziano a guardarsi intorno, per individuare nei vicini tracce evidenti di abiezione, secondo gli studi di Lombroso¹.
«Può indicarcelo, signor Farouk?» chiede Montesi, facendo cenno a Corinaldi e Piccioni di tenere d’occhio le uscite.
«Lui» scandisce a voce alta e ferma Farouk, puntando il dito contro l’uomo che per ben due volte gli aveva dato dell’impostore: il fratello di Ahmed.
«Oohh» un bisbiglio di meraviglia si alza dalla platea; l’uomo accusato si alza in piedi di scatto ed estrae dal tabarro una pistola automatica puntandola alla testa della giovane Isolina e facendosene scudo cingendole la gola con un braccio.
«Togliti di lì!» intima a Corinaldi, appoggiato alla porta più vicina. Corinaldi, già con l’arma in pugno, dà un’occhiata a Montesi, dopodiché poggia in terra la pistola e, alzando le mani, si allontana.
«Brutto finocchio» urla l’uomo a Farouk «non potevi farti gli affari tuoi, no? Ma certo, cosa c’è da aspettarsi da uno che gioca con le bambole… la tua amichetta Fatima sarebbe stata contenta, te lo dico io, le avrei fatto vedere io com’è fatto un vero uomo… e voi» minaccia Montesi «non provate a seguirmi, o le faccio saltare la testa, avete capito?»

Così dicendo indietreggia verso la porta, trascinando la povera Isolina più morta che viva, la apre ed esce; Corinaldi recupera l’arma e si sta per lanciare all’inseguimento, frenato da Montesi, quando l’uomo riappare, con un braccio che pende in maniera innaturale e la pistola della quale si era servito per fuggire puntata alla sua testa, impugnata da una bionda statuaria con una smorfia di disgusto sul bel viso.
La donna avanza di qualche passo nella stanza, spingendo l’uomo avanti a sé; lo costringe ad inginocchiarsi, ed estrae dagli stivali della tuta mimetica un coltello da commandos; lo prende per i capelli e gli appoggia la lama alla gola.
«No, vi prego …» piagnucola l’uomo, dolorante, sentendo la lama che incide la pelle.
Montesi, rimasto interdetto, punta la pistola verso Olena, e le intima di abbassare il coltello.
«Non farlo, Olena, non ne vale la pena» le chiede.
Olena lo fissa, mentre un raggio di sole si riflette su una goccia del lampadario di Murano e la colpisce negli occhi blu. Senza staccare il coltello dalla gola dell’uomo gli sibila all’orecchio:
«Piangi come femminuccia, vero uomo… prega di non incontrare me mai più» poi si rialza di scatto e con un calcio alla schiena lo manda a sbattere la faccia per terra.

¹ Cesare Lombroso sosteneva che l’origine del comportamento criminale sarebbe insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale. Ovvero, se uno ha la faccia da bandito è un bandito. Applicata a determinate categorie è una teoria interessante, ad esempio ai finanzieri, i banchieri, gli speculatori. Peccato che per lo più sia stata applicata a poveracci.

Tre stelle per Olena – 42

Joao do Patimento, lacero e contuso, ammette parzialmente le sue colpe.
«E’ verdade, eu conhecia o Turchese… era venuto ao Brasil para o carnaval, il carnevale, era capitato per caso nel mio locale ed era rimasto encantado do meu bacalhau, checché ne dica quella là» dice indicando Paio Pignola, che per prudenza è stata ammanettata ad un pesante calorifero in ghisa. «Facemmo amicizia e lo portai a visitare la scuola di samba del mio quartiere, la Portela, e gli presentai tanti amici, ballerini e ballerine, musicisti… nós dançamos e bebemos, abbiamo ballato e bevuto, insomma eravamo un po’ alticci, e alla fine della serata, dato che aveva prenotato un albergo dall’altra parte della città, mi offrii di ospitarlo a casa mia. Accettò volentieri, e non so se per colpa del bacalhau o del samba finimmo a scambiarci la saponetta sotto la doccia. Mi promise che avrebbe ricambiato appena possibile, e infatti qualche settimana fa mi chiamò per chiedermi se volessi partecipare a questo show, diceva che avrei avuto un sacco di pubblicità. Visto come sono andate le cose ne avrei fatto volentieri a meno… e comunque come le ho detto non avevo niente contro di lui, non vedo perché avrei dovuto avvelenarlo.» conclude lo chef, tenendo d’occhio, almeno con quello rimastogli aperto, la cubana.
«Quindi dopo quella volta non vi siete più rivisti, ho capito bene signor do Patimento? Ci pensi bene, non le sfugge qualcosa?» chiede Montesi, allusivo.
«Não, non mi pare…» risponde Joao, guardingo. «Perché, cosa dovrei ricordare?»
«Ci risulta, signor do Patimento, che il Turchese ebbe una… disavventura, il giorno dopo il vostro incontro. Mi corregga se sbaglio: Turchese venne sequestrato. Un mini rapimento, in effetti, mentre rientrava al suo albergo: il taxi su cui viaggiava fu bloccato da una banda di meniños de rua¹, il presentatore venne portato in una baracca e gli venne chiesto, per poter essere liberato, di procurarsi 10.000 real. Non una grande somma se ci pensiamo, più o meno cinque mesi di stipendio medio brasiliano, pari a duemila euro, una somma sicuramente alla portata di Turchese. Però c’era un problema, ovvero che Turchese aveva perso il portafogli, e quindi non aveva modo di pagare. Vuol continuare lei, signor do Patimento?» lo invita Montesi, mentre Nonna Pina chiede alla cameriera un altro bicchiere di rum ed una tazzina di noccioline.
Lo chef si schiarisce la voce, e inizia a raccontare:
«Turchese mi chiamò, era molto agitato. Mi chiese di aiutarlo, non conosceva nessun’altro a Rio. Mi disse di essere stato preso da questi ragazzini, il tassista era scappato, e quelli volevano dei soldi o minacciavano di affogarlo nelle latrine. Lo tranquillizzai, gli assicurai che gli avrei portato i soldi, poi me li avrebbe ridati con comodo… così presi parte degli incassi e andai a fare lo scambio. Stetti attento a non farmi vedere dalla polizia, perché da quelle parti ci mettono poco a sparare»
«Una buona azione, non capisco perché non ce ne abbia parlato prima. Turchese le fu riconoscente, immagino» constata il maresciallo, sornione.
«Sim, muito grato… ma era anche molto spaventato, volle partire al più presto, e lo aiutai con il biglietto aereo. Pochi giorni dopo tramite un money transfer mi restituì tutto il denaro prestato, e la storia finì lì; mi era perfino passata di mente, per quello non ne ho parlato»
«Ma a Turchese non era passato di mente, a quanto pare» afferma Montesi, serio.
«Non mi risulta, perché dice questo?» chiede Joao, guardingo.
«Semplicemente, a mente fredda, Turchese cominciò a fare due più due. Era lei che aveva insistito per ospitarlo; era da lei che aveva sicuramente lasciato il portafoglio; il taxi su cui era salito era stato chiamato da lei… »
«Ma queste sono coincidenze, non vorrà insinuare che…»
«Non io» lo blocca Montesi «ma Turchese era tignoso, e ingaggiò un investigatore: così scoprì dei prelievi fatti da lei con la sua carta di credito, dell’identità del tassista ovvero suo cugino Emerson, e soprattutto del fatto che non era la prima volta che “incidenti” del genere accadevano a suoi ospiti. E’ lei che controlla una banda di meniños, a loro dà qualche spicciolo ed un po’ di droga, e il resto lo tenete lei e il suo complice. Il ristorante non va poi così bene, a quanto pare… Turchese l’aveva scoperto, e l’avrebbe svergognata in diretta, lei non poteva permetterlo e l’ha ucciso»
«No, non è vero! O almeno sì, è vero, il ristorante non va bene da un po’ di tempo, i creditori non mi lasciano tregua, ma non ho ammazzato Turchese! Avevamo sistemato da tempo i nostri problemi, gli avevo ceduto il mio locale in cambio del suo silenzio, ecco, guardi qua!» conclude lo chef, estraendo tasca interna della giacca a quadretti verdi e gialli un documento e porgendolo a Montesi. Questi lo prende, lo scorre con gli occhi e lo passa al suo appuntato:
«Corinaldi, prendi questo contratto di vendita, mettiamolo agli atti» Poi, tornando a rivolgersi al brasiliano:
«Signor Joao do Patimento, lei è in arresto. La procura di Rio ha chiesto la sua estradizione, domani partirà con il primo aereo. »
«Ma come, lo rimandate a casa sua questo porco?» insorge Paio Pignola, che lo vorrebbe avere ancora sotto le mani per dieci minuti almeno.
«Sì, signor Garcìa. Per quanto il suo ex fidanzato sia una persona spregevole, non è stato lui a commettere l’omicidio di Turchese. Piccioni, ne abbiamo ancora di manette?» chiede al carabiniere.
«Ed ora passiamo al nostro ultimo sospettato» annuncia Montesi, indicando il già ammanettato Farouk Marrakech.

¹ Bambini di strada che abitano le favelas, spesso orfani o abbandonati, che vivono di furti ed espedienti; vengono anche ingaggiati dalla malavita per spaccio ed altro; dediti alla droga, muoiono quasi tutti giovani.

Tre stelle per Olena – 41

«Il qui presente signor Hector Garcìa, infatti» continua Montesi «era furioso con il suo ex-compagno Miguel Guterrez da quando aveva scoperto che questi aveva avuto un figlio nientemeno che da una donna, tanto da conciarlo per le feste quando il loro matrimonio è andato a monte. Rabbia che covava ancora, fino ad arrivare a sedurre lo chef Joao do Patimento per tornare qua senza destare sospetti e porre in atto la propria vendetta. Dico bene, signor Garcìa?»
«Ma es ridicolo!» protesta il/la cuban*. «Por primera cosa, yo no soy un hombre ma una mujer, una donna. Tocca, tocca» e così dicendo abbranca una mano del maresciallo e se la poggia su un seno, dandogli modo di constatare l’ottimo lavoro del chirurgo plastico, tradendosi però con un falsetto decisamente stridulo che fa vibrare il pronunciato pomo d’adamo. Montesi riesce a fatica a sfilare la mano, e chiede:
«Era lei che si aggirava attorno al tavolo della giuria in veste di cameriera, con quali intenzioni se non quelle di danneggiare il suo ex fidanzato?»
«Yo non ho fatto proprio niente!» alza la voce Paio-Hector, causando un allarmante ingrossamento delle vene del collo. «E’ vero, ero arrabbiata con Miguel, ma io non ero lì per fare male a nessuno. Me l’aveva chiesto Alejandro!» rivela la cubana, gonfiando il petto già gonfio di suo e portandosi le mani ai fianchi.
«Alejandro? Vuol dire che Alessandro Turchese le ha chiesto di fare da cameriera? E perché mai avrebbe dovuto farlo?»
«Ehm, ecco, io e Alejandro ci conoscevamo già…» confessa Paio, con una certa ritrosia.
«Che cosa? Non mi dirà che anche lei… e perché non ce l’ha detto prima?» chiede Montesi, incredulo.
«Sì, es veridad, ho conosciuto Alejandro durante un suo viaggio a Cuba, era venuto a scegliere una location per il suo show “Te gusta la papaya?” e abbiamo fatto… amicizia. Quando ci siamo rivisti, qua, ha detto che la produzione del programma avrebbe avuto piacere che partecipassi come comparsa, por una question de par condicio tra generi. Magari avrebbe anche voluto rinverdire la conoscenza, ma non ce n’è stato il tempo» dice Paio, con un filo di rimpianto.
«Zoccola!» la apostrofa Miguel «e avevi la faccia tosta di insultare me!»
«Bugiarda!» rincara la dose Joao do Patimento. «E dicevi che eri venuta per caso! »
«Uh, ma come la fate lunga!» taglia corto Paio, scrollando le spalle «E va bene, abbiamo avuto una storia! Abbiamo ballato la salsa, bevuto rum, e da cosa nasce cosa. Non capisco cosa hai da protestare» dice rivolta allo chef brasiliano «come pensi di essere arrivato al concorso, grazie ai tuoi fagioli? Illuso… Ci ho messo una parolina io con Turchese, e non solo una parolina per essere precisi. E in quanto a te, Miguel, almeno io ho avuto il buon gusto di tradirti con un uomo!»
Montesi, sconcertato e presago di un’imminente catastrofe, blocca la cubana.
«Devo contraddirla su una questione, signor Garcìa. Non è stato grazie al suo interessamento, o almeno non solo a quello, che il signor Patimento è stato selezionato. Lei sapeva che lui e Turchese hanno avuto una relazione? Dunque anche la sua presenza non era casuale, dico bene Patimento?»
Passato qualche secondo di silenzio gravido di sventura, prima che lo chef brasiliano possa tentare una giustificazione si ritrova in un occhio il pesante pugno destro di Paio Pignola, memore dei suoi trascorsi giovanili da mediomassimo¹, e in sala si scatena la bagarre, con l’appuntato Corinaldi ed il carabiniere Piccioni impegnati duramente a dividere i contendenti.

Mentre nonna Pina sta divorando tutte le noccioline americane, gustandosi la scena da saloon, Gilda coglie un accenno di lacrima bagnare il ciglio del suo fido maggiordomo.
«James, la tua sensibilità mi commuove. Sembra che questo Turchese ne abbia fatte più di Bertoldo in Francia. Pareva una personcina così a modo, e invece mi chiedo se in questa sala ci sia una persona che non si sia portato a letto. Non guardava in faccia a nessuno! Credo che saranno in pochi, a parte te, a piangerlo»
«Veramente, signora» risponde James, soffiandosi delicatamente il naso con un fazzoletto in batista di cotone con orlo roulé realizzato a mano «con tutto il rispetto per il defunto, è un’altra la scomparsa che mi addolora.»
«Ah, davvero, caro? Un parente, un affine? Condoglianze vivissime. Ma la vita è così, oggi ci siamo eccetera eccetera.»
«Grazie, signora, non è propriamente una parente anche se la considero una di famiglia. Parlo della regina Elisabetta II, che ho avuto l’onore di servire in gioventù, e che si è degnata di avere parole di apprezzamento nei miei confronti per la grazia con la quale portavo a passeggio i suoi Corgi reali² preferiti. Purtroppo una allergia mi costrinse ad abbandonare il lavoro, con mio grande rincrescimento» ricorda James, massaggiandosi i polpacci più volte addentati dalle bestiacce.
«Il tuo attaccamento alla corona è lodevole, James caro. Charles sarà all’altezza di cotanta madre? Mi risulta che il lavoro più rilevante che abbia svolto in vita sua sia quello dell’assorbente interno³ . God save the king!»

¹ Quella dei mediomassimi è una categoria di peso pugilistica che va dai 76,205 ai 79,38 chilogrammi. Un cazzotto di questi fa parecchio male.
² I welsh corgi pembroke, adorati dalla defunta monarca, sono insulsi e inutili cagnolini dalle grandi orecchie.
³ Gilda si riferisce ad un messaggio che Carlo avrebbe indirizzato alla sua Camilla, quando peraltro era ancora sposato con Diana, nel quale le rivolgeva frasi d’amore dichiarando che avrebbe tanto voluto essere il suo tampax.

Tre stelle per Olena – 40

«Sciocchezze!» protesta Liza. «Qualcuno l’avrà messa lì per incastrami, è ovvio. Che motivo avrei avuto per ammazzare Turchese?»
«Ci risulta che per un periodo di tempo siate stati amanti» dichiara Montesi, tra la sorpresa dei numerosi amanti del presentatore presenti.
«Acqua passata… Sì, è vero ci siamo divertiti un po’, ma era finita da un pezzo»
Montesi annuisce, facendo intendere di conoscere questo aspetto della relazione; poi cambia apparentemente discorso e chiede alla chef:
«Sembra che lei non ami molto gli abbandoni, non è vero signorina Maelström?»
«In che senso, scusi?» chiede Liza, sulla difensiva.
«La polizia di Stoccolma ci ha segnalato di strani incidenti occorsi ai suoi ultimi due conviventi. Uno caduto dalle scale della cantina, e l’altro volato dal secondo piano.»
«L’ha detto lei maresciallo, incidenti» risponde la svedese, sorridendo. «Non è colpa mia se i miei uomini sono sfortunati…»
«Naturalmente può trattarsi di un caso. Tuttavia la psichiatra che l’ha avuta in cura, segnalataci sempre dai colleghi, ci ha detto che lei ha una personalità paranoide, dovuta con ogni probabilità ad un trauma subito in gioventù. E qual è questo trauma, mi chiedo, magari quello di aver scoperto che l’uomo col quale credeva di essere fidanzata in realtà erano due?»

Uppallo I e Uppallo IV, i gemelli norreni, dopo essersi allontanati di socquatto da Villa Rana ed aver raggiunto il loro drakkar ormeggiato a Varazze, veleggiano verso lidi tranquilli componendo canzoni per l’imminente festival della canzone popolare di Utsjoki, in Lapponia, il comune più a nord dell’intera Unione europea.
«Ascolta questa fratello, sento che spaccheremo» dice il maggiore dei due, intonando un’arietta ritmata accompagnandosi con l’arpa celtica: «Sanela Begåvining, Lommarp Trampa Lynbyn, du Sanela Begåvining»
«Mhh, devo pensarci» risponde il gemello, poco convinto. «Non giurerei che i gelati possano essere apprezzati da quelle parti, con una temperatura media di due gradi. Che ne dici di questo attacco, invece: Läckö Viholmen, Tvetö!»
E continuano in questo modo per varie miglia marine finché, sospendendo il loro sforzo creativo, aprono due scatole di aringhe fermentate e si apprestano a consumare il lauto pasto.
«Avremo fatto bene ad andarcene così? La gente penserà che abbiamo qualcosa da nascondere» dice Uppallo IV, quello con più scrupoli.
«Certo che abbiamo fatto bene! Svengard ha ragione, quella matta ci avrebbe tagliato gli zebedei e li avrebbe fatti fermentare. No, no, molto meglio così! Poi quando tutto si sarà chiarito, con calma, torneremo»
«Sì, hai ragione» acconsente il gemello minore. «Lo diceva sempre la povera mamma che tu sei l’intellettuale della famiglia. Anche, se, ad essere onesti, diceva anche “la prima ciambella non viene mai bella”» poi, cambiando discorso:
«Non ti sembra che ci stiamo avvicinando un po’ troppo a quell’isoletta? Che ne diresti di correggere la rotta? O hai qualcuno a cui fare l’inchino³?»
«Sì, vado, anche se potresti farlo da solo, mi pare che le mani ce le hai!» risponde Uppallo I stizzito, poggiando la scatoletta di aringhe. Arrivato al posto di comando prova qualche manovra ma non ottenendo risultati armeggia con la ruota del timone finché non se la ritrova in mano, staccata dal piantone. La osserva incredulo, rilevando i segni inequivocabili di una sega; sotto, attaccato con lo scotch, un bigliettino piegato in quattro: “E questo è ancora niente… baci, Liza”.

Montesi riprende la sua spiegazione:
«E che il loro migliore amico, che era anche suo amico, sapeva tutto e gliel’aveva tenuto nascosto, anzi si è anche approfittato di lei?»
A questa domanda lo sguardo di Montesi si posa sull’uomo che siede vicino a Gilda e che tenta inutilmente di raggomitolarsi su se stesso fino a sparire. La Calva Tettuta impiega qualche secondo a individuare la destinazione dell’occhiata ironica che Liza sta lanciando.
«Svengard Sundström? Tu conosci questa donna?»
«Ecco, io…» tenta di giustificarsi il vichingo, sentendo la tempesta incombere sul suo capo.
Gilda si alza e sfoga la sua indignazione:
«Dunque è vero, la conosci? Ed è vero quello che dice il maresciallo, che hai approfittato di lei? Come hai potuto mentirmi così, Svengard! Mi avevi detto di essere vergine!»
Svengard cerca una debole difesa, vedendo le sue quotazioni abbassarsi drasticamente sulla borsa di casa Rana.
«Ecco, proprio approfittato non direi…» riuscendo però solo ad attirarsi in testa una scarpina, di taglia 36 ma con tacco 12.

A questo punto una risata interrompe la requisitoria.
«Ah, ah, approfittato un corno! Figurarsi se un citrullo come quello poteva approfittarsi di chiunque. Poi io sarei paranoide… La psichiatra, quella sì che è una pazza! Io sapevo tutto benissimo, e mi stava più che bene, e non ho capito perché i suoi amici se ne sono andati. In quanto al tuo Sven tienitelo pure, fa l’amore come se tagliasse dei tronchi, che poesia! E’ vero, ho fatto pressione su Turchese perché mi invitasse allo show perché volevo rivederli. Ma non vedo perché avrei dovuto ammazzarlo, casomai avrei ammazzato loro se sono così pazza come dicono!»
«Magari anche a lei sarebbe bastato far scoppiare uno scandalo che mettesse in cattiva luce il suo bello, e fare in modo che la signora Rana lo lasciasse» ipotizza il maresciallo che, alle proteste della svedese (“Ma chi lo vuole!”) continua:
«Scandalo che, del resto, anche qualcun altro avrebbe avuto interesse a far scoppiare» dice Montesi, indicando Paio Pignola.

¹ Gelato al cioccolato, dolce e un po’ salato. Tu, gelato al cioccolato”
² Ghiaccio bollente, sei tu
³ Quelli con la memoria più lunga ricorderanno che il naufragio della Costa Concordia, del 13 gennaio 2012, fu dovuto al fatto che il capitano Schettino si avvicinò troppo all’Isola del Giglio per effettuare uno stupido rito (“l’inchino”), colpì uno scoglio e la nave affondò, Nel naufragio perirono 32 persone.

Tre stelle per Olena – 39

Mentre Montesi si prepara a continuare, un’ombra offusca lo sguardo della vedova Rana.
«James, sai cos’ha il nostro Haruki? Lo vedo sofferente. Problemi di cuore?» ipotizza indicando Haruki Laganà, il direttore della produzione che, seduto in pizzo su un divano Biedermeier, si torce nervosamente le mani guardando fuori dalla finestra. James annuisce gravemente, confermando i timori della padrona.
«Il direttore, signora, è tormentato. Pare che le scorte di anidride carbonica stiano finendo, ed i fornitori non riescono a consegnarla»
«Anidride carbonica? Perché mai Haruki dovrebbe preoccuparsi della penuria di anidride carbonica? Non mi pare che produciamo bibite gasate. Capisco che a breve termine potrebbero esserci ripercussioni per gli spritz¹, ma ce ne faremo una ragione.»
«Purtroppo, signora, e mi rammarico per averlo scoperto solo da poco, l’anidride carbonica, che pure è così copiosa nell’atmosfera, per essere utilizzata a scopi alimentari deve essere prodotta, e sembra che ultimamente alla scarsità della materia prima si sia aggiunto un aumento del prezzo dell’energia che la rende introvabile. Lo stabilimento ne richiede una grossa quantità, necessaria per garantire la catena del freddo, per l’abbattimento di muffe, e soprattutto per la conservazione dei tortelli freschi nelle vaschette. Sembra che sia rimasta autonomia solo per una settimana, dopodiché tutte linee di produzione del fresco dovranno essere fermate. Il nostro Haruki sta affilando la spada cerimoniale per il seppuku.»
«James, resterei ore ad ascoltarti» lo ferma Gilda, con la palpebra già a mezz’asta « Come te la cavi con i documentari sugli animali? Ora che Piero Angela² ci ha lasciato ti vedrei bene a presentare Superquark. In quanto ad Haruki digli di non fare pazzie che appena è finita questa storia ci penso io a sbloccare la situazione».

Ed è proprio con l’intenzione di dare una scossa alla trama che la Calva Tettuta si rivolge spazientita al carabiniere:
«Maresciallo, non vorrei disturbare il suo monologo fantasioso, ma spero che non abbia intenzione di tirare in ballo tutta la servitù, altrimenti il conto degli straordinari glielo mando in caserma. Che c’entra Palmira? Lei la gente la nutre, non va in giro ad avvelenarla!» conclude in attesa dell’arrivo degli stuzzichini.
«Se mi lascia proseguire glielo spiego subito, signora» risponde Montesi. «Lei sapeva che la sua cuoca ha perso una figlia?»
Gilda resta un attimo interdetta, poi rivolge un’occhiata indagatrice a James, che a sua volta inarca le sopracciglia.
«Be’, un attimo di disattenzione può capitare a tutti. La mia amica Adalgisa lo perde regolarmente, ma quello torna sempre. L’ultima volta, al supermercato, si era andato a infilare nella cella frigorifera e per scongelarlo l’hanno dovuto mettere in forno per venti minuti. Però non sapevo che avessi una figlia» dice rivolta a Palmira «altrimenti ti avrei aiutato a cercarla»
«Volevo dire, signora» riprende Montesi «che Palmira aveva una figlia ma è morta tempo fa poco dopo aver dato alla luce un bambino, e dopo che il padre di suo figlio era stato ucciso»

Gilda, sconvolta, guarda la sua cuoca che tenendo la testa china si liscia il grembiule con entrambe le mani.
«Ucciso? Che tragedia… ma è tutto vero? Palmira, perché non me ne hai mai parlato? Ma chi è stato? E perché?» dice Gilda, che commossa si alza e corre ad abbracciare l’anziana cuoca, che si schermisce e risponde lentamente.
«Non volevo rattristarti, Gilda. E’ una storia vecchia e penosa, non avevo voglia di rivangarla. Quando sono venuta a servizio da te è stato anche per dimenticare, oltre che per l’amicizia che c’era con tua madre e che mi ha raccomandato di starti vicino. Sì, quello che ha detto il maresciallo è tutto vero, mi dispiace»
«Ma tutto vero che? Vuoi dire che hai ammazzato tu Turchese? Ma per quale motivo, e perché adesso?» chiede la Calva Tettuta incredula.
«A questo posso rispondere io, se permette» interviene Montesi. «Dopo anni di ricerche, Palmira ha individuato quelli che riteneva i responsabili della morte di sua figlia e del suo compagno, ed ha deciso di vendicarsi. E appena ne ha avuto l’opportunità, ha messo in atto il suo proposito. Ha avvelenato i ravioli di Li Wok con del veleno per topi, scommettendo sul fatto che il primo a mangiarli sarebbe stato il presidente della giuria»
«Il presidente della giuria chi, Auguste Trésomarie? Ma che diamine c’entra Trésomarie, o chiunque altro?»
«Auguste Trésomarie è il figlio di quelli che , piazzando una bomba su una nave di Greenpeace, hanno causato la morte del genero di Palmira. Uccidendolo, voleva punire i suoi genitori»

La Calva Tettuta rimane un attimo in silenzio, pensosa. Poi sbotta:
«Palmira dai retta a me: nega tutto. Negare sempre! E poi questa storia è così incredibile che nessun giudice ci crederebbe. Tra l’altro, qui lo dico e qui lo nego, se l’hai fatto hai fatto bene. E il bambino che fine ha fatto, è morto anche lui? No perché se hanno ammazzato anche quello ti autorizzo a servire a Trésomarie un bel risotto di ammanita falloide!»
«Ehi, ma che c’entro io!» protesta Trésomarie «Io non sapevo niente di questa faccenda! I miei genitori erano impiegati del ministero, e comunque cara la mia avvelenatrice è arrivata tardi, perché sono morti entrambi! »
«Esatto, abbiamo controllato ed effettivamente i genitori di Trésomarie sono deceduti in un incidente stradale. Sarebbe stata una vendetta inutile, signora Palmira. Ma, per rispondere alla sua domanda signora Rana, che fine ha fatto il bambino? Anche se è difficile credere anche questo, ce l’ha proprio davanti agli occhi: eccolo lì» dice il maresciallo indicando Amaru Timu, e continua:
«Il padre era maori; lui dice di essere capitato qui per caso, e può essere, ma una volta arrivato qua e scoperta l’identità di sua nonna non escludiamo che si sia reso complice dell’omicidio»
«Ma lei vaneggia!» protesta Amaru. «Io non ho ammazzato proprio nessuno!»
Montesi sorride, e annuisce:
«Sì, lo sappiamo. E nemmeno Palmira ha ucciso qualcuno, si tranquillizzi signora Rana. Isolina fece cadere il tegame con il veleno per topi, e cucinò altri ravioli. E del resto l’autopsia nel corpo di Turchese non ha trovato veleno per topi, ma estratto di Gelsemium Elegans, di cui stranamente abbiamo trovato una boccetta nell’armadietto della concorrente Liza Maelström » conclude Montesi puntando l’indice verso la svedese.

¹ L’aperitivo spritz è composto da due parti di Aperol (o Campari per gli eretici), tre di Prosecco preferibilmente di Valdobbiadene e una spruzzata di seltz. Alcuni baristi senza scrupoli lo allungano troppo con seltz o soda e lo annacquano con quantità esagerate di cubetti di ghiaccio. L’Autore in realtà al seltz o alla soda rinuncia senza traumi, ma i puristi non ne possono fare a meno.
² Piero Angela, giornalista e divulgatore scientifico, inossidabile inventore e conduttore di programmi cult come Quark e Superquark, è scomparso recentemente. Era del 1928 come il padre dell’Autore, e nel corso della sua lunga vita aveva visto tante di quelle cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare.

Tre stelle per Olena – 38

Mancano pochi minuti alle quindici e nel salone di Villa Rana abitualmente adibito a concerti ed eventi culturali per un pubblico selezionato e competente nonché parecchio abbiente, eventi che la Fondazione Rana sponsorizza al solo e unico scopo di detrarli dalle tasse, una variegata e variopinta schiera di ospiti occupa tutti i divani e le poltrone disponibili; qualcuno si guarda intorno, sperando che il cabaret di pasticcini posato davanti a Gilda venga portato nella propria direzione da mani amorevoli, ma la padrona di casa ha dato disposizioni ferree e gli unici beni di conforto che vengono distribuiti sono dei biscottini secchi prossimi alla scadenza ed un nocino prodotto dalla buonanima di Evaristo che aveva procurato a Ringo, il gatto di casa che l’aveva lappato inavvertitamente, una fastidiosa psoriasi della coda che continuava a leccare senza sosta.
Nella grande stanza oltre a quattro dei concorrenti allo show, al presidente della giuria ed alle tortelline Lori e Dori sono presenti gli abitanti di Villa Rana quasi al gran completo; ed è con un misto di insofferenza e curiosità che gli astanti, grande orologio a pendolo in stile barocco veneziano scandisce lo scoccare dell’ora, accolgono l’entrata del maresciallo Montesi accompagnato dai fidi Corinaldi e Piccioni che spingono l’ammanettato Ahmed-Farouk, seguito da suo cugino. Mancano all’appello, oltre ad Olena, solo i gemelli cantanti Uppallo I e Uppallo IV, avendo questi ritenuto più prudente mettere qualche migliaio di miglia marine di distanza tra loro e la concorrente svedese. Gilda, in qualità di padrona di casa, si incarica di dare il benvenuto a Montesi:
«A che dobbiamo questa adunata, maresciallo? Sarebbe ora di arrivare a qualche risultato, non crede? Ha un’idea di quanto mi sta costando tutto questo scherzetto?» e continua, infervorandosi sempre più:
«Comunque la avviso: io oggi sgombero tutti. Portateli dove volete, in caserma, in carcere, metteteli sotto qualche ponte, non mi interessa ma io qua non voglio più nessuno. Ci siamo capiti?» proclama la Calva Tettuta, provocando un brivido negli ospiti forzati.
Montesi annuisce, comprensivo.
«Comprendo il suo stato d’animo, signora. Abbiamo cercato di arrecare meno fastidio possibile, ma un omicidio richiede indagini accurate, ed era necessario che quanti a vario titolo potessero essere coinvolti non si allontanassero. Le chiedo ancora qualche minuto di pazienza, dopodiché potremo togliere il disturbo»
«Vuol dire che avete scoperto l’assassino?» chiede Gilda con una punta di eccitazione nella voce, domanda alla quale però Montesi evita di rispondere direttamente, e inizia la sua ricostruzione dei fatti.
«L’autore è stato bravo ad ingarbugliare le cose. Ognuno aveva un movente… prendiamo lei» dice rivolgendosi a Li Wok, la cinese, seminascosta dietro il ventaglio tradizionale con il quale si sventola nervosamente.

«I fatti dicono che Turchese è morto dopo aver mangiato un suo raviolo avvelenato con un’erba originaria della Cina; lei ha negato di essere l’avvelenatrice ma ha anche negato di aver conosciuto il presentatore in precedenza, mentre siete stati addirittura amanti, e quando le abbiamo contestato questa incongruenza ci ha risposto più o meno che si è trattato di una avventura senza alcuna importanza, e di essersi lasciati in buoni rapporti. Conferma, signorina?» chiede Montesi, che al cenno veloce di assenso di questa riprende il racconto.
«Peccato che noi abbiamo fatto ulteriori indagini presso l’albergo dove avete alloggiato alle Maldive, e ci hanno raccontato di furiosi litigi; inoltre nella corrispondenza di Turchese abbiamo trovato delle mail in cui lei lo minacciava, ed abbiamo le prove che ha fatto di tutto per essere invitata al concorso. V come Vendetta, era questa la sua ricetta, non è vero?» chiede Montesi, ma prima che Li Wok possa replicare continua:
«Ma in realtà Turchese era solo uno strumento… lei lo ha usato per essere qui. Perché lei si riteneva l’erede dell’ultimo imperatore della Cina e voleva punire l’uomo che considerava un traditore perché secondo lei non aveva protetto a dovere il suo bisnonno, e così facendo aveva contribuito alla sua caduta in disgrazia. Poco importa che il suo bisnonno fosse, con rispetto parlando, un deficiente: quell’uomo andava punito, magari facendolo accusare di un omicidio che non aveva commesso… perché era questo che lei voleva fare al qui presente signor Po Hui» conclude la requisitoria Montesi.
«Non è così!» protesta Li Wok, chiudendo di scatto il ventaglio e alzandosi in piedi. «Sì, è vero, avevo scoperto dell’esistenza di Po: l’ultimo rimasto della guardia personale dell’imperatore… sono venuta qua per conoscerlo, per guardarlo negli occhi, per buttargli addosso tutto il mio disprezzo… ma non avevo capito niente, ora lo so» conclude Li, e si rivolge verso l’anziano cinese con deferenza:
«Perdonatemi, generale, sono stata una stupida»
Il vecchio Po, seduto accanto a Nonna Pina, si sente stringere il polso da quest’ultima; si alza e si dirige lentamente verso la ragazza.
«Non devi chiamarmi generale. Chiamami nonno, nonno Po.»

Gilda sussulta alla rivelazione, appoggiandosi a James.
«Erede dell’ultimo imperatore, ma che bizzarria è questa James? Ai miei tempi quelli che si mettevano in testa gli scolapasta proclamando di essere Napoleone li avrebbero rinchiusi in manicomio. A proposito, oggigiorno è consentito dire manicomio James? Non vorrei incorrere nelle ire di qualche woke. Ma senti, e in tutto questo cosa c’entra il nostro caro Po?»
«Il generale è molto riservato, ma sembra che l’erede dell’imperatore in realtà non fosse precisamente figlio dell’imperatore. Mater certa, pater incertus» conclude allusivo il maggiordomo.
«James, il tuo francese mi commuove. Vuoi dire che il generale Po in gioventù ha fatto il birichino?»

Come a risponderle il maresciallo continua la sua spiegazione:
«E così la signorina ha scoperto di non essere discendente dell’imperatore, ma bensì del comandante della sua guardia del corpo. Era con lui che parlava quando ha lasciato i ravioli ad Isolina, giusto?»
«Sì, ero con lui. Quella signora» risponde Li Wok indicando Nonna Pina «era venuta a trovarmi, dicendomi che dovevo assolutamente parlare con lui. Ed ho capito che in tutta la mia vita ero stata una stupida» continua Li, abbracciando il vecchio Po, che con calma si scioglie dall’abbraccio, raddrizza le spalle e si rivolge al maresciallo:
«Mia nipote non ha ucciso nessuno. Se c’è un colpevole, qua, sono io»

Montesi lo guarda con ammirazione, ma lo contraddice:
«Molto nobile da parte sua, signor Hui; nella sua lunga vita sarà stato certamente colpevole di qualcosa, chi non lo è? Ma di sicuro non di questo omicidio. Perché a questo punto entra in ballo la cuoca, la signora Palmira Rosticini. »

«James caro» dice Gilda al maggiordomo, sull’orlo di perdere il consueto aplomb «pensi sia possibile avere qualche nocciolina e magari un Cuba Libre? Sento che la faccenda andrà per le lunghe, nonostante le premesse, e non vorrei arrivare a corto di energie. Ah, James?»
«Signora?» chiede il maggiordomo, deferente.
«Agli “ospiti” fai servire spuma, anche se calda, e le patatine avanzate dall’ultima festa, anche se sono posse. Incentiviamoli all’esodo.»

Tre stelle per Olena – 37

Il sole è già alto nel cielo quando un tossicchiare leggero e discreto interrompe il sonno di Gilda che, nuda come mamma l’ha fatta, si stiracchia mollemente scostando le lenzuola di raso rosa, impiegando qualche secondo a realizzare che il buio dal quale è avvolta non è dovuto ad una improvvisa eclissi di sole ma alla mascherina in seta naturale che è solita indossare per non farsi disturbare dalla luce mattutina.
«Ah, sei tu James, sia lodato il cielo» è il saluto che rivolge al suo maggiordomo, tirandosi intanto a sedere senza curarsi di coprire le parti del corpo per le quali è conosciuta come Calva Tettuta. «Pensa che stavo sognando che degli ometti in maglietta verde ci avevano conquistato e ci obbligavano a produrre una assurda zuppa di barbabietole¹. Il nostro Haruki aveva armato le maestranze ed animato la resistenza ma era stato sopraffatto; una volta catturato, in barba alla convenzione di Ginevra, era stato sottoposto a tortura, o rieducazione come la chiamavano loro: dopo una settimana di letture del libro del loro capo “Come lavare la maglietta verde a 60 gradi senza farla scolorire” aveva ceduto e si era affogato nel pentolone di zuppa.»
«Il nostro Haruki è un valoroso» commenta James con un lieve inchino, omaggiando così il direttore della produzione Haruki Laganà, fratello di quel Toshiro Laganಠcaduto effettivamente nell’adempimento del proprio dovere per mano di Evaristo, il defunto marito di Gilda, il cui spirito erra ancora inquieto nella residenza di famiglia.

Il pensiero fa rabbrividire Gilda, causando peraltro un turgore dei capezzoli che la convince ad indossare la vestaglia che il maggiordomo amorevolmente le offre. Si alza, indossando delle pantofole pitonate del premiato calzaturificio Cucchiaroni che suscitano un fremito di invidia nel maestro di buon gusto James, e si dirige al grande terrazzo dal quale si può ammirare buona parte del giardino. Mentre beve il suo bicchiere di estratto di mellifrace depurativo e tonificante osserva la vita che procede lieta: ed ecco là il giardiniere messicano Miguel rastrellare le foglie saltellando al ritmo di Llàmame, canzone rumena vincitrice morale dell’Eurovision song contest 2022, almeno a detta di Cristiano Malgioglio; e verso il limite del boschetto scorge il suo amante norreno Svengard che, a torso nudo, sta abbattendo una betulla a colpi d’ascia, ripromettendosi la notte successiva di non lasciargli così tante energie; mentre sulla collinetta che svetta in lontananza la coppia ultracentenaria formata dal generale cinese Po e da Nonna Pina saluta il sole, peraltro come detto già alto, con lenti movimenti di Tai Chi; intanto dalla cucina salgono le voci della cuoca Palmira e di sua nipote Isolina, e soprattutto un inconfondibile odore di ragù di papera, da abbinare alle pappardelle che le due, dopo avere impastato la farina con le uova, stanno spianando con matterelli reduci da mille battaglie. Che pace, che serenità! Gilda sorride, incurante dell’ennesimo bicchiere di cristallo di Boemia scivolatole a terra; respira a pieni polmoni godendo dell’arietta ancora frizzante, e si compiace nel constatare che l’opera del Creatore³ è buona e giusta. Poi si volta, recuperando l’atteggiamento efficientista che le permette di dirigere con polso fermo l’impero della pasta ripiena lasciatole dal marito.


«James caro, hai diramato l’allerta generale? Direi di dare inizio all’operazione speciale subito dopo colazione. Cominciamo a sgomberare a partire dai piani alti: se qualcuno oppone resistenza siete autorizzati ad usare la forza. Nel boschetto non c’è rimasto qualche pigmeo?» chiede la vedova Rana, alludendo alla tribù di pigmei antropofagi che dimorava nel parco della villa ai tempi della buonanima, ai quali saltuariamente veniva concesso di banchettare con qualche sindacalista fastidioso o cliente inadempiente. Al cenno negativo di James continua, rammaricandosi:
«Peccato, sarebbe stato un aiuto prezioso. E di Natascia⁴ cosa mi dici, sei riuscito a rintracciarla? Non per sfiducia, ma la sua presenza mi renderebbe più tranquilla. Sento che l’artiglieria pesante potrebbe non essere eccessiva»
Il maggiordomo, con un cenno del capo deferente, mette al corrente della situazione la sua padrona.
«Natascia sarà di ritorno a breve, ha avuto degli affari di… ehm, famiglia, da risolvere. Invece riguardo l’operazione, signora, suggerirei di rimandare»
«Che cosa?» si inalbera la Calva Tettuta, scandalizzata. «Se non ti conoscessi bene, James, potrei sospettare un’insubordinazione. Cosa sono questi capricci? Non ho nessuna intenzione di sfamare ancora questa compagnia di giro di coreuti, ammesso che coreuti sia la parola giusta. Dammi una ragione valida per non buttarli fuori a calci prima di pranzo!»

«Il maresciallo Montesi ha convocato tutti i sospettati per oggi pomeriggio»
«Ah, bene, era ora! Ci vorrà uno stadio per metterceli tutti»
«Sembra che la cerchia sia più ristretta signora, mi sono permesso di suggerire il salone verde, ho fatto male?»
«A parte che ti ho appena detto che con il verde ho avuto degli incubi, ma ti pare il caso caro James? Vogliamo offrire anche dell’insalatina, dei cetriolini, delle olivette naturalmente verdi già che ci siamo?»
«Ecco, ho pensato che fosse più opportuno mantenere la discrezione»
«Apprezzo il tuo scrupolo, James, ma è un mese che siamo su tutti i giornali scandalistici, i paparazzi assediano la villa, le azioni crollano, e ora che si arriva finalmente al dunque non ti sembra fuori luogo mantenere la discrezione?»
«Comprendo la sua riserva, signora» concorda James, serio, porgendo a Gilda la lista dei convocati ricevuta da Montesi e indietreggiando immediatamente dopo elegantemente. Gilda scorre l’elenco perplessa, fino ad arrivare ad un punto che la fa trasecolare:
«Ci siamo anche noi? Passi per te, senza offesa James caro ma è noto che in caso di omicidio il maggiordomo è il primo sospettato. Ma io che c’entro?»

¹ Si tratta del borsch; sembra che gli ucraini ne rivendichino la primogenitura, contraddetti da russi e polacchi. L’Onu dovrebbe intervenire per dirimere la questione, prima che i contendenti passino ad ulteriori vie di fatto.
² cfr. “Niente sushi per Olena”, 2018.
³ Anche l’Autore ci ha messo lo zampino, a essere precisi.
⁴ I lettori più affezionati sanno che a Villa Rana tutti si ostinano a chiamare Olena Natascia, fin dai tempi in cui era stata ingaggiata come badante di Nonna Pina (cfr. “Natale con Olena”, 2017)

Tre stelle per Olena – 36

«Mamma, sei sicura che sia una buona idea? A me sembra… ridicola!»
Anastasia Smirnova, Nastya per gli amici, vestita da crocerossina con un camice in verità più adatto ad una cena elegante¹ che ad un servizio infermieristico, spinge perplessa una sedia a rotelle dove è stato caricato, incosciente, Misha.
«Tu ne avevi una migliore?» ribatte Olena, che la segue guardinga. «Il tuo bello, qua, peserà una novantina di chili, che volevi fare, prenderlo in braccio? Spingi e non lamentarti»
«Potresti almeno aiutarmi. E che intenzioni hai con quel ferrovecchio?» la apostrofa la figlia, indicando la Tokarev TT-33 impugnata da Olena.
«Non è di questa che devi preoccuparti, il suo servizio l’ha sempre fatto bene e non immagini nemmeno quante volte… Tu piuttosto vedi di non fare scemenze, se incrociamo qualcuno metti in mostra le gambe»
«Scusa se te lo dico ma il tuo piano mi pare proprio balordo. Perché mai un soldato che è chiuso qua sotto da due mesi dovrebbe guardarmi le gambe? E’ assurdo!»
«Si vede che conosci poco gli uomini. A meno che non abbia qualche problema, e speriamo di no, è proprio perché è qua sotto da due mesi che ti guarderebbe le gambe, e lo farebbe anche se fossero molto meno belle di quelle che ti ho fatto io» constata Olena con compiacimento. «La natura è natura, stai tranquilla che una sbirciata gliela daranno. Giusto quel secondo che servirà a me…»
«Ma che vuoi fare?» chiede la figlia, preoccupata.
«Whatever it takes²» risponde Olena, applicando il silenziatore alla canna della pistola.
Come se avesse ascoltato il loro dialogo, attraversata una serie di corridoi un urside in divisa, con una inquietante barba rossiccia ed un ancor più inquietante stemma di croci uncinate al braccio, si para loro innanzi. Come Olena aveva previsto, lo stupore nel trovarsi davanti la bella infermiera gli rallenta i riflessi, e prima di poter alzare il mitragliatore che porta a tracolla si vede puntata alla testa la pistola della russa, che con un gesto lo dissuade dal tentare inutili eroismi.
«Tsk, tsk, tu piccolo sporcaccione» lo rimprovera Olena. «Si diventa ciechi a fare certe cose, non te l’ha detto la mamma?»
«Che cosa?» biascica l’uomo, confuso «Ma chi siete? E dove lo state portando?»
«Non sono affari che ti riguardano» lo zittisce Olena, prima di ordinare alla figlia:
«Disarmalo, legalo e imbavaglialo. Veloce»
«Non penserete mica di uscire di qua? E come? Le uscite sono tutte sorvegliate, non entra e non esce nemmeno uno spillo. Siete morte»
«Ascoltami bene» sibila Olena, fissandolo con occhi di ghiaccio. «Non ti sparerò in testa. Alla schiena, rimarrai paralizzato e morirai qua dentro mangiato dai topi. E’ questo che vuoi? Per me non c’è problema. Oppure puoi aiutarci, allora forse avrai una chance, se non ti ammazzano i tuoi. Decidi tu, ma fallo in fretta. Hai cinque secondi, quattro, tre…»

«James caro, pensi sia possibile bere qualcosa di fresco? Magari un chinotto, o una spuma. La rumba è divertente ma mette sete» afferma la Calva Tettuta, seduta a bordo pista, sventolandosi con un ampio ventaglio di pizzo nero regalo del compianto Evaristo.
«Naturalmente, signora. Gradirebbe magari un cubetto di ghiaccio, una fettina di limone?» suggerisce il fido maggiordomo.
«Perché no? Se riuscissi a rimediare anche un piatto di olive ascolane sarebbe perfetto. Ma guarda quei due che teneri» divaga Gilda, indicando una coppia impegnata in un animato cha cha cha. Sono contenta che Miguel e Paio Pignola si siano riappacificati, sono fatti l’uno per l’altra, o altro. Il costume di Miguel tra l’altro è particolarmente azzeccato, non trovi? »
«E’ decisamente, ehm, variopinto» concede James, rabbrividendo all’immagine del giardiniere in calzamaglia rossa attillata e giubbetto giallo e verde con maniche a sbuffo.
« Sai che ti dico James? El cumbachero³ mi ha risvegliato un certo appetito. E se ci facessimo una bella spaghettata aglio, olio e peperoncino?»
«Nessun problema, signora, vado a dare disposizioni in cucina. Per quante persone?»
Gilda si guarda intorno valutando i presenti con occhio clinico. «Facciamo un centinaio. Anzi, centocinquanta, che questi sono peggio delle cavallette» dice la padrona di casa. «A questo punto soprassediamo sul chinotto, vai di prosecco e bonarda dell’Oltrepò»
«Ottima scelta, signora» annuisce James, rinculando come suo solito prima di dirigersi all’uscita. Fatto qualche passo, la voce di Gilda lo richiama:
«James?»
«Signora?»
«Annuncia ai nostri la mobilitazione generale: domani con le buone o con le cattive buttiamo fuori tutti. Rintraccia Natascia, servirà l’artiglieria pesante»

«Era proprio necessario? Avevi promesso di non fargli del male» dice Nastya, con una punta di rimprovero nella voce, rivestendosi dopo aver superato il muro di cinta dell’acciaieria.
«Avevo promesso di non sparargli» puntualizza Olena, ripulendo il coltello dal sangue. «Stava tenendo bloccata la porta per far uscire i suoi amichetti, ho dovuto farlo. Gli è andata fin troppo bene, gli rimangono ancora otto dita, farà fatica a reggere le tazzine di tè, peccato, la regina non lo inviterà più ai ricevimenti. Me ne frego di quell’idiota, l’importante è che noi siamo uscite sane e salve ed abbiamo portato Misha con noi. Ah, Nastya, non devi raccontargli per forza come è andata. Adesso sbrighiamoci, si sta svegliando, dobbiamo allontanarci»
Infatti l’uomo, sofferente, ha aperto gli occhi e sta cercando di rendersi conto di dove si trova. Vede la sua compagna e un lieve sorriso gli stira le labbra.
«Nastya? Dove siamo, che è successo?»
«Sshh, non parlare, Misha. Non devi sforzarti» cerca di calmarlo la ragazza.
«Ma io non posso, devo tornare…» continua Misha tentando di alzarsi, prima di rendersi conto di una presenza conosciuta.
«Tua madre? Signora glielo dica anche lei, io devo…»
Olena gli si mette di fronte, cercando nei tratti dell’uomo che ha davanti quelli del bambino che giocava a cavalluccio con sua figlia, sorprendendosi a sorridere con affetto.
«Soldato Mikhail Olegoviĉ Petrakov, sei stato fatto prigioniero. Sei ferito e ti stiamo portando in ospedale. Poi avrai bisogno di convalescenza, molta convalescenza. Devi rimetterti in forze ed accudire la tua famiglia. La guerra è finita, game over»
«Ma io…» protesta flebilmente Misha, guardando Nastya che si massaggia la pancia.
«Ah, Misha, un’altra cosa» continua Olena, stavolta con voce autoritaria.
«Non azzardarti mai più a chiamarmi signora. Chiamami capitano, o mamma. Ci siamo capiti?»

Note:
¹ Ogni riferimento a cene eleganti svoltesi in casa di un anziano ex-premier è puramente casuale.
² Tutto quello che è necessario. Questa l’ho rubata all’attuale premier, di poco meno anziano di quello delle cene eleganti ma molto meno divertente.
³ Famosa rumba cubana.

Tre stelle per Olena – 35

Montesi, con il panciotto dello smoking sbottonato, ancora arrossato dopo l’ultimo giro di fox-trot, siede interrogativo davanti a Palmira, che come niente fosse si è messa a sgranare dei fagioli.
Il maresciallo fatica a inquadrare la situazione; con un cenno della testa indica a Corinaldi lo chef polinesiano in piedi in un angolo della cucina, rivolgendogli un gesto eloquente con la mano destra per chiedere cosa ci faccia quell’omone da quelle parti, ma l’appuntato si stringe nelle spalle, ignaro; perplesso squadra l’aiuto cuoca seduta all’altro capo del tavolo, che piange asciugandosi le lacrime con il zinale, o grembiule che dir si voglia. Infine, considerato che la faccenda sembra andare per le lunghe, si toglie il papillon mettendolo in tasca, allarga il colletto della camicia con un sospiro di soddisfazione, e comincia l’interrogatorio.


«Signora Palmira? Il signor Timu, qua presente, mi ha detto che ha delle dichiarazioni da fare a proposito dell’omicidio. Ho capito bene?»
«Signorina, prego» puntualizza Palmira. «E sì, ha capito bene. L’ho ammazzato io, ma è stato un incidente, non volevo»
Montesi guarda affascinato le mani della donna che continuano velocemente ad aprire i baccelli, estrarre con i pollici i fagioli facendoli cadere in una grande ciotola e buttare le bucce in un secchio. Con tutta la calma di cui è capace si rivolge alla donna:
«Si spieghi meglio, ehm, signorina. Ha ucciso qualcuno? E in che senso è stato un incidente?»
Palmira inspira profondamente, quasi a prendere la rincorsa per il racconto.
«Vede, maresciallo, era un po’ che ci pensavo. Fin da quando avevo capito chi era. Mi ero procurata il veleno, ho aspettato che un concorrente si distraesse, sa, erano tutti gelosissimi dei loro piatti e non facevano avvicinare nessuno, così quando la cinese è venuta in cucina ed ha lasciato il suo tegame incustodito ce l’ho versato dentro. Pensavo che il primo boccone spettasse a lui, invece l’ha preso il presentatore. E’ stato un incidente, gliel’ho detto»
Il maresciallo guarda Corinaldi, che si sta grattando la testa.
«Lei mi sta dicendo che ha avvelenato Borghese, ma è stato uno sbaglio? E chi è che voleva ammazzare, invece?»
«Ma lui, no? Quello antipatico, il francese» dice Palmira, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Ma mica volevo ammazzarlo perché era antipatico, non sono matta, cosa crede.» continua la cuoca, mettendo finalmente da parte la ciotola di fagioli.


«Lo vede quello?» chiede Palmira indicando Amaru. «E’ mio nipote. Sì, lo so, è stato difficile da credere anche per lui, ma si fidi. Sua madre è morta a causa delle radiazioni degli esperimenti atomici dei francesi e americani, e suo padre è stato ammazzato dai servizi segreti francesi. E quelli che l’hanno ammazzato hanno fatto appena un anno di carcere… »
«Alt, alt, per l’amor del cielo, lei mi fa scoppiare la testa! Nipoti improbabili, radiazioni, servizi segreti, ma che storia è questa? Senta, io non ho tempo da perdere, mi faccia il favore» dice Montesi, poggiando le mani sul tavolo per alzarsi e andare via.
«Auguste Trésomarie» lo ferma Palmira, mettendo una mano sopra la sua. «Lui è il figlio di quelli che l’hanno ammazzato. E sono ancora vivi, quei criminali! Volevo far provare anche a loro cosa vuol dire perdere un figlio. Non ci sono riuscita, mi dispiace per Borghese…»
Montesi si risiede, fissando negli occhi Palmira, e trovandovi dentro un dolore antico.
«Vendetta dunque, un classico» afferma Montesi, che per niente convinto chiede:
«Come ha fatto ad avvelenare solo un raviolo?».
«Ma che raviolo, mica sono stata lì a scegliere. Ho buttato il veleno, gli ho dato una girata col cucchiaio e via. Non so perché è finito tutto su un raviolo.»
Montesi, sempre più scettico, insiste ancora:
«Come ha fatto a procurarsi quel veleno, Palmira? Non è roba che si compra al supermercato»
«Figurarsi, veleno per topi se ne trova a bizzeffe qua in villa. Proprio l’altra settimana sono venuti i disinfestatori…»

Montesi scuote la testa, constatando che il racconto non collima con gli eventi, e la conferma ai suoi sospetti gliela fornisce la giovane aiuto cuoca:
«Scusate, posso dire una cosa?» chiede Isolina, tirando su con il naso.
«Se è inerente al caso sì, altrimenti lasci stare signorina» risponde il maresciallo.
«Sì, c’entra, c’entra… vedete, la cinese mi aveva chiesto di tenerle in caldo i ravioli, perché lei doveva fare una faccenda. Mi era sembrato strano, perché il regolamento della gara non permetteva che ci fossero interventi esterni… però la cinese mi promise una mancia, mia zia non c’era, insomma non mi sembrava di fare niente di male… ho messo a scaldare il tegame, però visto che la cinese non tornava sono andata a cercarla. L’ho trovata in cortile, stava parlando fitto fitto con qualcuno che però quando sono arrivata si è allontanato. Quando tornai vidi che il tegame era stato tolto dal fuoco e la zia stava uscendo dalla stanza… ho preso il tegame ma sono inciampata in quel maledetto gatto che gira sempre qui intorno e mi è caduto tutto in terra. Non sapevo come fare, mi avrebbe ammazzata… ho buttato via tutto e ho cucinato altri ravioli. Avevo visto un po’ come facevano, non era difficile. Ho preso i ravioli nostri, quelli pronti in tre minuti, li ho messi in una pentola a pressione con un po’ di brodo di carne e li ho cotti al vapore. Alla fine li ho messi in un altro tegame, speravo che nessuno se ne accorgesse, e l’ho portato personalmente alla cinese»
«Quindi lei mi sta dicendo che i ravioli che sua zia aveva avvelenato li ha buttati?»
«Sì, ma io non lo sapevo… scusa zia» dice Isolina sinceramente dispiaciuta.
«Non deve scusarsi, signorina. Anzi, ha appena salvato sua zia da una accusa di omicidio, anche se preterintenzionale, dovrebbe essere contenta» dice Montesi, sollevato.
«Corinaldi, prendi tu le deposizioni dei signori? Io dovrei tornare da Ines, se non le faccio fare una polca diventa una jena. Ci sentiamo più tardi, rimanete a disposizione. Signori!» saluta Montesi, esibendosi in un perfetto battito di tacchi. Uscito dalla stanza chiude la porta e si rimette il papillon. Poi mentre trattiene il respiro per allacciarsi il panciotto, ripensa a quando invece del panciotto indossava il giubbetto antiproiettile, e copriva le spalle ad un capitano delle truppe scelte russe.


«Olena, per la miseria, ma dove sei finita? Non fare cazzate…» pensa tra sé e sé, prima di tornare al ballo.

Tre stelle per Olena – 34

Amaru scuote la testa, confuso.
«Ancora non capisci, vero?» gli chiede Palmira. «Lo so, non è facile, ma ci arrivo, dammi solo qualche minuto ancora» dice la cuoca alzandosi a controllare il ragù d’agnello che bolle lentamente.
«Isolina, ti ho detto di stare attenta a non farlo attaccare!» rimprovera la nipote, incantata a seguire il racconto, prima di risedersi a tavola.
«Dopo una ventina di giorni cominciai a sentire delle nausee; la signora si accorse dei miei malesseri, io le dissi che forse avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male, ma lei aveva capito subito di cosa si trattava. Una mattina, invece di andare in farmacia, si fermò e mi chiese senza giri di parole chi era stato, e se i miei lo sapevano. Le raccontai tutto, pregandola di non raccontarlo a nessuno, e di aiutarmi… mi abbracciò, dicendo di non preoccuparsi, che tutto si sarebbe risolto. Pensai che mi avrebbe aiutato ad abortire, a quei tempi c’erano le mammane che facevano quei lavori, ma lei aveva un’altra idea. I suoi genitori avevano una casa al mare, dove passavano l’estate; così chiese ai miei se potessi trasferirmi per qualche mese, per aiutarli: mi avrebbero ricompensato bene, e i miei genitori accettarono senza sospettare niente. Passai un bel periodo, il lavoro era leggero ed i miei padroni erano gentili e premurosi, stavano attenti che non mi stancassi; ogni tanto passava a visitarmi una levatrice, che quando vide che era ormai ora di partorire chiamò la signora, che nel giro di qualche ora arrivò dal paese. Per controllare che stessi bene, e che onorassi il patto fino in fondo»
«Il patto? Che patto?» chiede Amaru, sempre più confuso.
«Lei mi aveva protetta dalla vergogna, dallo scandalo, dai pettegolezzi, ed io avrei partorito il bambino che sarebbe andato ad una coppia che non poteva avere figli. Non mi disse chi erano, mi disse solo che erano suoi amici dell’alta Italia, gente che stava bene, non gli sarebbe mancato niente, io che potevo dargli? Partorii senza problemi, la levatrice ridendo disse che ero portata, ne avrei fatti tanti… ebbi solo il tempo di vedere che era una femmina! Di stringerla al petto e baciarla; spezzai il ciondolo che mi aveva lasciato Torello, e gliene misi metà al collo, con un nastrino preso dalla cuffietta che avevo preparato. Poi mi addormentai, e quando mi risvegliai non c’era più»

Il silenzio seguito alla rivelazione di Palmira viene interrotto da Isolina, che si soffia rumorosamente il naso per ricacciare indietro le lacrime che le scendono copiose.
«Dopo qualche settimana tornai a casa; smisi di andare a servizio, trovai lavoro in una trattoria dove iniziai come sguattera e poi piano piano imparai a cucinare.»
«Ma poi li hai avuti altri figli?» chiede Amaru, commosso anche lui.
«No, sono stata alla larga dagli uomini… per un po’ ho aspettato Torello, che però non è più tornato; qualcuno mi disse di averlo visto in Belgio dove aveva messo su famiglia e faceva il minatore, ma non ho mai indagato. Qualche moscone che mi ronzava intorno c’è stato, ma l’ho sempre scacciato. Stavo bene da sola… ogni tanto pensavo a quella bambina, a come sarebbe stato se l’avessi tenuta con me, ma poi ricacciavo indietro l’idea. Indietro non si torna… finché mi capitò sottomano un giornale con quella fotografia, e il passato mi ripiombò addosso all’improvviso» dice Palmira, indicando la foto che Amaru tiene in mano.
«Questa?» chiede Amaru incredulo. «Ma perché, cosa ha di straordinario?»
«Guardala bene, lo vedi cosa indossa al collo?»
«Al collo? Aspetta… sembra un ciondolo, assomiglia al mio…»
«E’ il tuo, te lo assicuro. Non ne esistono due uguali, era stato cesellato dal nonno di Torello in una trincea della prima guerra mondiale, con un bossolo di cannone austriaco. La vedi? E’ una Madonnina che tiene in braccio il suo figliolo. A lei ho lasciato la Madonnina…»
«Ma non è possibile, deve essere una coincidenza! » sbotta Amaru «Santo cielo, ma non mi vedi? Io sono un maori, come faccio a essere suo figlio? Perché ti sei fissata con questa storia assurda?» protesta ancora il gigante, che scruta tuttavia il volto sorridente nella foto con una strana emozione che gli sale alla gola.

«Oh sì che sei un maori!» conferma Palmira, annuendo. «Se non lo fossi stato sarebbe stato strano, tuo padre lo era. Quel padre che però non hai conosciuto, giusto?»
«Sì, è vero, mio padre era un pescatore, e morì poco prima che nascessi durante una tempesta, ma tu come fai a saperlo?» chiede ancora Amaru, sempre più confuso.
«Non importa come l’ho saputo. Però ti hanno raccontato male la storia, figlio mio. Tuo padre non era un pescatore. Forse si può definire più un aviatore che un pescatore: volava con la fantasia, figurarsi che voleva cambiare il mondo! E ci ha provato, eccome se ci ha provato, insieme a tua madre. Erano due idealisti, ma mica di quelli astratti che scrivono libri, fanno prediche, no, no, loro si rimboccavano le maniche, si opponevano alle ingiustizie, lottavano contro le prepotenze, erano guerrieri! E i guerrieri, quelli puri, di solito muoiono giovani… perché vedi Amaru, quella notte, quando affondarono il Rainbow Warrior, non ci fu solo un morto. Fu ucciso anche tuo padre, e il corpo fatto sparire; tua madre non si diede pace, smosse mari e monti finché le forze non le vennero meno, era incinta di te e iniziava a stare male. Purtroppo aveva assorbito troppe radiazioni nelle campagne precedenti, e si era ammalata di leucemia; i dottori le dissero che non poteva sostenere una gravidanza, ma lei non ne volle sapere. Fece appena in tempo a vederti nascere; l’infermiera che la accudì disse che ti sorrise dicendo che era un’ingiustizia, di lei avevi preso solo le fossette sulle guance; ti mise al collo la collanina col ciondolo che le avevo lasciato io, per riconoscerla se un giorno ci fossimo incontrate: poi iniziò a tossire, e poco dopo morì»

Amaru, vinto dall’emozione, si alza e va verso la finestra, dando le spalle a Palmira e Isolina. Guarda il volto riflesso sul vetro, con quelle fossette e quegli occhi incredibilmente chiari di cui il nonno, che l’aveva accudito fin da piccolo, non gli aveva mai dato una spiegazione, e capisce che quella donna incontrata a 18.500 chilometri da casa gli sta raccontando la verità. Poi si volta, ritorna al tavolo dove è poggiato il ciondolo, finalmente riunito, ed abbraccia la madre di sua madre. Palmira lo abbraccia con tenerezza, accarezzando le spalle poderose che arriva appena a toccare; poi lo sposta di lato, guardandolo negli occhi, e gli dice seria:
«Adesso però devi farmi un favore»
«Se posso, volentieri…» risponde il maori.
«Dovresti chiamarmi il maresciallo Montesi»
«Il maresciallo? Ma perché, è successo ancora qualcosa?» chiede Amaru, preoccupato.
«No, niente. Solo che Borghese l’ho ammazzato io, volevo dirglielo prima che incolpi qualcuno che non c’entra niente»