Olena à Paris – 7

Considero questa puntata una bozza, un work in progress. Ma dovevo sbloccarmi, altrimenti tutti questi personaggi in cassa integrazione mi costavano troppo. Man mano correggerò errori e limerò dei pezzi, ma intanto andiamo avanti!

«Fletti! Sveglia, Fletti, è ora!»
Kocca, la gallina finnica, zampetta verso la prigione di Flettàx trascinando due piccole valigie e tenendo al collo con un nastrino la chiave della gabbia sottratta nottetempo al direttore Tapio Myllymäki.
Il pappagallo artiglia la chiave con il becco ed armeggia con la piccola serratura finché non sente il “clic” che annuncia l’apertura; varcata la soglia, spavaldo, sta per lanciare il suo grido di battaglia quando Kocca gli tappa il becco applicandogli una barba posticcia.
«Craa!! Ma che diamine è questa roba?» protesta sputacchiando l’Ara Macao celtico.
«Fletti non fare i capricci» lo redarguisce la gallina «ho dovuto prendere un costume di scena, mica potevamo andare in giro da soli, un pappagallo ed una chioccia, non trovi? Avremmo dato troppo nell’occhio»
«Ah bè, mah, cra!…» bofonchia il pappagallo, restio a dar ragione alla gallina. «Ma giusto per sapere, che costume hai preso?»
«Quello che ti piace tanto, con i pantaloni a righe e le stelle sul cappellone…»
«Che? Zio Sam? Ma per la miseria, Kocca, ti sembra il caso? Con quello ci sgamano subito, tanto valeva vestirsi da Tarzan!»
«Senti Fletti, non fare storie. Ci serve solo per salire sulla barca, poi potrai metterti quello che vuoi. E poi zio Sam è rispettato dappertutto» risponde la gallina, piccata.
«Va bene, va bene, ma adesso andiamo, su, forza… eehh? Ma loro che ci fanno qui?»
Flettàx osserva incredulo la cavalla Fiona e la renna Riitta, ciascuna con un bauletto in groppa, aspettare trepidanti vicino all’uscita del parco.
«Ehm, ecco, ci tenevano tanto a venire… non sono mai uscite dal parco… non ti dispiace vero Flettino?» crocchia implorante la gallina.
«Porco diavolo, avevo detto di scappare con una barca, non con l’arca E poi questa doveva essere la nostra luna di miele, e che ca…volo!»
La delusione si dipinge sul muso delle quadrupedi, mentre una lacrima sgorga dagli occhietti della gallina.
«Sei un bruto!» lo accusa Kocca, tirando su col becco.
Il pappagallo valuta se sia il caso di ritornare in cella e rinchiudersi dentro, ma gli sguardi supplichevoli del trio lo impietosiscono.
«E va bene!» cede il pennuto. «Ma sia chiaro, non ammetterò scenate di gelosia come al solito, siamo intesi? Altrimenti vi mollo in Lapponia!» minaccia Flettàx.
«Si Fletti! Grazie Fletti! Staremo buonine buonine, Fletti» promette il trio.
«E non chiamatemi Fletti!» tuona Flettàx. «Sono Spartaco!» proclama il pappagallo, e si avvia trionfante verso la libertà.

«Che rabbia, James!»
Gilda, furibonda, passeggia avanti e indietro nella sua grande sala, con il maggiordomo che attende paziente reggendo un vassoio sul quale è posata una mascherina chirurgica.
«Avevo detto di farmene avere un set di colori diversi, questa sembra quella di un verniciatore di casse da morto! Mi rifiuto di uscire conciata in questo modo, piuttosto mi metto in quarantena ed aspetto la fine di questo delirio!»
«Sono desolato, signora, purtroppo il signor Bepi, l’artigiano che le produceva, è stato ricoverato e non ha potuto far fronte agli impegni»
«Non mi dire che si è preso il virus anche lui! L’ha fatto il tampone? Non sarà una scusa, vero?»
«Nossignora, purtroppo è stato vittima di uno spiacevole incidente. Si era recato al vicino supermercato per acquistare un paio di bottiglie di prosecco, ad uso ricreativo, quando una folla di persone si è precipitata verso gli scaffali del detergente spintonandosi e rovesciando tutto quello che si trovava sul percorso. Le bottiglie di sapone si sono aperte e versati ed il povero Bepi è scivolato e caduto sul pavimento; ha salvato le bottiglie ma non ha potuto fare a meno di battere la testa: commozione cerebrale, ne avrà per una settimana»
«Che disdetta! E tuo cugino, lo stilista, non può inventare qualcosa?»
«Jean-Alphonse è purtroppo irreperibile, signora. Al momento dell’allarme si trovava nei dintorni di Codogno, ed ha ritenuto più prudente recarsi in Cina. Da allora se ne sono perse le tracce»
«E’ un momento difficile, James, bisogna stringersi a coorte, come diceva quel tale.»
«Decisamente, signora» concorda il maggiordomo.
«Ho un’idea, James, sai quelle idee che ti vengono all’improvviso? Mi chiameresti Haruki?»
«Certamente, signora, solo un attimo»
James si reca all’interfono e compone il numero del laboratorio. Dopo pochi squilli risponde una voce stanca.
«Laganà»
«Direttore, la signora desidera parlarle» e passa la cornetta a Gilda, che per prima cosa si informa sulla salute del suo dipendente.
«Haruki? Come stai caro? Bene, sono contenta. Senti, mi è venuta un’idea. Pensi sia possibile in tempi brevi riconvertire il laboratorio R&S? Per sperimentare il vaccino. No, niente test sugli animali, mica voglio trovarmi la Brambilla in casa! Direttamente sulle persone, ma si, usiamo disoccupati, cassintegrati, esodati, co-co-co e co-co-pro, pensionati al minimo… ah, dici che non si può fare? Aspetta un attimo»
Gilda copre l’apparecchio e cerca l’approvazione del maggiordomo:
«Haruki dice che usare pensionati al minimo è contro la legge, mi sembra un’assurdità, tu che ne pensi James?» ma l’alzata di sopracciglio del maggiordomo la consiglia a desistere.
«Ok, ok, Haruki, lasciamo stare. Comunque resisti, eh? La quarantena è appena all’inizio. I viveri sono arrivati, giusto? Eventualmente vi autorizzo a mangiare qualche confezione di gnocchi ripieni. Ciao caro!»
La Calva Tettuta riattacca la cornetta con una smorfia di disappunto.
«Notizie da Natascia e Nonna Pina?»
«Si signora, le signore sono sbarcate a Buenos Aires ed hanno preso contatto con il nostro emissario»
«Oh, finalmente una buona notizia! Sella il cavallo, James, si va nella pampa»

Un dramma intanto si sta consumando davanti alla televisione al piano terra. I Koala e Chico, spaventati, si abbracciano piangendo.
DON CARLOS Rosa!
ROSA (tra sé) (Cielo! Don Carlos!) Don Carlos! Come sono felice di vedervi!
DON CARLOS Non mentire, Rosa! Io so tutto!
ROSA Lasciate che vi spieghi…
DON CARLOS Non c’è niente da spiegare, ingrata! Ma è colpa mia! Mi chiamavano folle quando io, Don Carlos Almeyda y Azulgrana, ti chiesi in moglie, una servetta senza arte ne parte…
ROSA No, don Carlos, non è stata colpa vostra! E’ stato l’amore!
DON CARLOS Certo che non è stata colpa mia, ci mancherebbe anche! L’amore, dice! Vedremo quanto ci mangerete con il vostro amore, tu e il tuo carpentiere!
ROSA Capomastro.
DON CARLOS Carpentiere, capomastro, che cambia! Da oggi è disoccupato, perché io lo licenzio, e ti assicuro che non troverà mai più lavoro nelle mie terre! Dovrete emigrare!
ROSA Pietà, don Carlos!
DON CARLOS Dovrete strisciare ai miei piedi! Addio, Rosa!
ROSA Ah, me meschina! Quante sofferenze per amore di Ramon.

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus

Sabato sera io e mia moglie siamo stati a teatro a Milano, al Piccolo Teatro Strehler (non lo dico per tirarmela, è solo che ho un abbonamento pensionati _ anche se pensionati non lo siamo ancora, ma grazie ai buoni uffici di due amici ci siamo imbucati in un’associazione benemerita per risparmiare, e poi è comodissimo: andata e ritorno in pullman, posti prenotati… _). Sul pullman meno gente del solito, ed incredibilmente il baretto dove andiamo a prendere il panino prima dello spettacolo, di solito strapieno, era semivuoto e la gentilissima padrona è stata anche lì con noi a chiacchierare cinque minuti, quando normalmente non riesce ad alzare la testa dalla cassa. In sala qualche posto vuoto, ma nemmeno troppi: paura del contagio o dello spettacolo? “La tragedia del vendicatore” di Middleton, coevo di Shakespeare, non è leggerissima, anche se l’allestimento del regista Donnellan ha attualizzato la storia e l’ha “alleggerita”. La notizia della chiusura dei teatri, il giorno dopo, è stata dolorosa anche se non inaspettata.

Ieri siamo andati a fare una bella passeggiata sul lago. La giornata era calda, primaverile, era davvero un peccato rimanere in casa. Di solito scendiamo a Como con il bus, ma stavolta siamo andati in macchina, per ridurre al minimo i contatti: in giro meno gente del solito, meno confusione, ma non il deserto che temevamo: famiglie, innamorati, nonni e nipotini, turisti… gente che fa jogging, che va in bicicletta, in monopattino… ma al bar no, non ci fermiamo: siamo sicuri che li lavino proprio bene i bicchieri? E quello che starnutisce lì, stiamogli un po’ alla larga… ad un certo punto un raggio di sole mi entra e nel naso e fa starnutire me: quasi quasi mi viene da scusarmi, tranquillizzare i vicini, tutto ok ragazzi, è solo il sole…

Ieri pomeriggio mio figlio è venuto a Milano, per incontrare la sua compagnia di amici. Le raccomandazioni che si è dovuto subire erano più adatte ad una partenza per la guerra che per un viaggetto a quaranta chilometri, ma tant’è; poi una volta partito continuavamo a chiederci: con chi andrà? Ma gli amici li conosci? Non è che ce n’è qualcuno di Lodi? Ieri sera è tornato a casa sano e salvo ma un po’ confuso: la società di co-working di Cormano dove lui e i suoi soci hanno preso gli uffici per la loro azienda di grafica ha deciso di chiudere gli spazi per una settimana.

Stamattina sono andato al lavoro. Ho preso il mio trenino pendolari, semi vuoto, poi la metropolitana con addirittura qualche sedile libero. Qualcuno si protegge naso e bocca con la mascherina; qualcuno (come me, che le mascherine non le ho comprate, ma dicono che non si trovino nemmeno a pagarle a peso d’oro) con la sciarpa. Lo so, non serve a niente, se non come invito a starmi lontano.
Rinviati eventi sportivi, chiuse scuole, asili, musei, teatri, addirittura le chiese: i luoghi di socialità, come dice il sindaco di Milano.
Il badge per entrare era disabilitato. L’hanno fatto per tutti gli “esterni”, per tutti quelli cioè che non sono dipendenti, anche quelli, come me, lavorano in questo posto da quasi venti anni; ci sottopongono un questionario dove si dichiara di non essere stati, negli ultimi 15 giorni, in uno dei paesi infetti; passato il controllo salgo al piano dove, delle oltre duecento persone che affollano lo stanzone, ne è presente una decina. Quasi tutte le società (i “fornitori”) infatti hanno invitato i loro dipendenti a rimanere a casa e lavorare se possibile da lì: solo chi non ha il collegamento o ha motivi eccezionali può lavorare in loco. Io in realtà di motivi eccezionali non ne avrei, se non quello abbastanza nobile che se non lavoro non mi pagano: per oggi va così, domani vedremo, se mi danno la linea, le autorizzazioni, bene, se no rimarrò a casa a scrivere qualche puntata di Olena…

Comincio a sentire i colleghi sparsi per l’Italia, è un po’ dappertutto così, chi può lavora da casa, tanti uffici sono chiusi, porte sbarrate…

E mi è venuto un sospetto: ma questo virus non sarà stato creato apposta per non farci più muovere da casa? E’ comodo un popolo che non si possa riunire, incontrare, confrontare… E’ solo il preludio di quello che ci aspetterà da qui a venire, ogni volta che scoppierà una nuova influenza? Sembra che il mondo sia davvero diventato troppo piccolo: da villaggio globale a lazzaretto globale è un attimo…

Comunque, ridendo e scherzando, si è fatta l’ora di pranzo: la mensa ed i bar interni sono chiusi; mangiare i toast delle macchinette è contrario ai miei precetti religiosi: quattro passi fuori c’è il mercato comunale e mi prendo un bel panino alla bresaola (con le ultime due fette di pane rimaste!) ed una birretta Ichnusa; una chiacchiera al cioccolato e due tortelli che domani è carnevale… seduto su una panchina al sole, di rientrare non ho proprio voglia, che faccio? Torno a lavorare o me ne vado a casa?

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Olena à Paris – 6

Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!

Flettàx, l’Ara Macao celtico, saltella cupo sbatacchiando la gamella del becchime alle sbarre della grande voliera dove è stato rinchiuso per ordine dell’autorità veterinaria di Kokkola, grazioso paese finlandese dell’Ostrobotnia Centrale.
La misura cautelare si era resa necessaria a seguito della rissa scatenatasi durante la festa di chiusura invernale del Parco Animali Toivonen che aveva visto Flettàx, vedette dello spettacolo, scontrarsi con i giovani fratelli napoletani Ciro e Sposito Donnarumma che avevano criticato coloritamente la messa in scena dove il pappagallo si esibiva in una divertente imitazione di Santa Claus, provocando la dura reazione del pennuto che era passato alle vie di fatto, ma più che questo era stata la sfilza di “terùn dell’ostrega” ed altri epiteti politicamente poco corretti che aveva convinto il direttore del parco, Tapio Myllymäki, a richiedere l’intervento del veterinario ed a concordare con lui un periodo di quarantena per l’animoso uccello.

Piia Pihlajamåki, la giovane guida del parco, accompagnata dalla gallina Kocca, la cavalla Fiona e la renna Riitta, si avvicina alla gabbia ed allunga una manciata di noccioline nel tentativo di rabbonire lo sdegnato volatile che, dichiaratosi prigioniero politico, ha iniziato da qualche minuto uno sciopero della fame.
«Su, Fletti, non fare i capricci. Mangia qualcosa! Guarda, ti ho portato anche il Jäätelö keksillä che ti piace tanto» cerca di convincerlo Piia, mostrando la versione finlandese del Camillino, il famoso gelato con biscotto.
«Si, Flettino, mangia qualcosa!» ripetono a pappagallo al pappagallo le sue tre partner in arte e non solo.

Il pappagallo, con le penne arruffate e la voce fremente di sdegno, fatica a trattenere la rabbia:
«Craa!! Ingrati! Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Incarcerato innocente come Silvio Pellico, come Antonio Gramsci, come Nelson Mandela!» protesta l’Ara Macao, mostrando una sorprendente conoscenza della storia moderna.
«Fletti, non ti sembra di esagerare?» lo rimprovera Riitta, la renna. «Nelson Mandela non ha becchettato il naso di nessuno. Se chiedessi scusa, il direttore potrebbe abbreviarti la pena…»
«Puah!» risponde il pennuto, sprezzante. «Non mi abbasserò mai a chiedere la grazia! Combatto per la libertà dell’arte, io! Craa!! E non chiamatemi più Fletti o Flettino! Io sono Spar-ta-cus! E vi dico che ben presto spezzerò queste catene che mi opprimono!»
Kocca, Fiona e Riitta applaudono ammirate alla performance dell’uccello sovranista. «Fletti, sei un portento. Appena esci la mettiamo in scena, ok? Io faccio Messalina» propone l’ambiziosa cavalla, incurante del fatto che la voluttuosa imperatrice fosse di circa un secolo più giovane del coraggioso gladiatore.

«Craa!!» risponde l’incompreso pappagallo scuotendo la cresta. Guarda il gruppetto allontanarsi, con la gallina che, a causa della lunghezza delle zampe, rimane indietro.
«Kocca!» la chiama. La gallina accorre subito al richiamo dell’amato.
«Hai preparato tutto?» chiede circospetto Flettàx.
«Si, Fletti, tutto pronto»
«Bene! Allora è per domani, all’alba vincerò!» proclama il variopinto artista con un acuto.
«Per fortuna siamo in primavera» constata Kocca «altrimenti l’alba l’avremmo dovuta aspettare un bel po’. Vado a preparare le valigie, allora. Ciao Fletti!» lo saluta la gallina, e si allontana ondeggiando.
«Kocca?» la richiama il pappagallo.
«Si, Spartaco?» risponde la pennuta, lievemente ironica «che c’è?»
«Mi avvicineresti il Camillino, per favore?»

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Olena à Paris – 5

«Che ne pensi della faccenda, James?»
Gilda e James, tornati dalla trasferta parigina, osservano dal balcone della sala il giardiniere Miguel che, abbigliato da Elettra Lamborghini, sta dando lezioni di twerking¹ al piccolo Chico ed ai koala ospiti del parco.
James inarca il sopracciglio destro ed emette il suo verdetto:
«Non mi sembra che Miguel abbia la conformazione fisica adeguata, signora. Manca di peso specifico, se mi spiego»
«Ti riferisci al fondoschiena, James? Concordo. Tuttavia non era del sedere di Miguel che volevo parlarti, ma della proposta di Biscuit» precisa la Calva Tettuta, interrotta però nel suo ragionamento da un vociare proveniente dal cancello della villa.
«Chi sono quegli individui, James?» chiede incuriosita, aguzzando la vista.
«Credo si tratti di una delegazione sindacale, signora. Stamane si è tenuta un’assemblea delle maestranze»
«Operai? Che bizzarria. Eppure mi sembra di aver concesso fino a tre soste di cinque minuti per andare in bagno, e in ogni pacco natalizio ho fatto mettere 10 confezioni in scadenza di Rabbi, i ravioli alla ricotta salata e cardi gobbi. Ad ogni buon conto, saresti così gentile da andare in camera e prendere dall’armadietto della buonanima di Evaristo il suo sovrapposto Franchi² per la caccia alle beccacce?»
«Naturalmente, signora. Lo desidera carico?» si informa il maggiordomo, lievemente preoccupato.
«No grazie, James, risparmiamo le munizioni, per adesso. Vedremo in seguito se ci sono gli estremi per la legittima difesa.»

Come anticipato da James, in effetti in mattinata si era tenuta una movimentata assemblea dei lavoratori dello stabilimento brianzolo di Ciapanò, di cui riportiamo un succinto resoconto:

«Compagni, un attimo di attenzione. Silenzio, compagni. Compagni, e basta, cazzo!»
Aurelio Trozzo, delegato sindacale appartenente al COBALAPARI, Comitato di base dei lavoratori di pasta e ripieno, batte il martelletto sul tavolo per richiamare l’assemblea alla calma.
Quando finalmente il vociare diminuisce Trozzo può introdurre l’argomento all’ordine del giorno:
«Compagni, siamo riuniti per discutere della grave situazione di crisi che si è venuta a creare nella fabbrica. Come sapete, la proprietà ha chiesto di poter accedere alla cassa integrazione a zero ore per i reparti bloccati dalla mancanza di materia prima. Resterebbero attive, per ora, le linee vegetariane e la pasta sfoglia»
La sala inizia a rumoreggiare, preoccupata ed arrabbiata.
«Ma lascio la parola al segretario generale Carrettoni, che ci illustrerà la situazione»
Armando Carrettoni, basco in testa e sciarpa rossa al collo, prende il microfono e si alza in piedi.
«Compagni! Ancora una volta i capitalisti mostrano la loro faccia e abbandonati infine i toni paternalistici e le pacche sulle spalle ricorrono alla solita vecchia tattica: dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, di serie A e di serie B, socializzare le perdite dopo aver incassato per anni sulla nostra pelle i guadagni, e che guadagni! Ma noi non cascheremo nella loro trappola!»
«Bravo! Bene!» rispondono gli operai entusiasti.
«O tutti o nessuno, diremo alla proprietà, non ci stiamo a pagare per i loro sbagli di programmazione o peggio…»
«Che vuoi dire? Parla chiaro!» lo incitano gli operai.
«Voglio dire, compagno, che è strano che da un momento all’altro una fabbrica fiorente sia sull’orlo della crisi. Viene quasi da pensare che qualcuno “voglia” che ci sia la crisi, abbiamo visto troppe volte questo giochetto!»
«Chi, chi? E perché?»
«E’ chiaro chi: la proprietà! Per ristrutturare licenziando, e poi vendere al migliore offerente! E allora io propongo, compagni, di rispondere duramente: sciopero ad oltranza!»
«Si! Sciopero, sciopero!» urlano i più infervorati, mentre qualcuno si guarda in faccia smarrito, pensando al mutuo in scadenza. Carrettoni si guarda in giro soddisfatto, e sta per concludere l’intervento, quando dal fondo della sala si alza un omone che, con una voce di basso profondo, dice solo:

«Io non ci credo»

Tutti si girano verso l’uomo che, quasi trascinando i piedi, avanza verso il tavolo degli oratori.
«Compagno Cazzaniga, non sei d’accordo con l’analisi del segretario?» chiede Trozzo, il moderatore.
«Ma che compagno e compagno. Aurelio, chiamami Luison, come fai sempre» poi si volta verso la platea e comincia a parlare:
«Lavoro in questa fabbrica da quando il povero signor Evaristo l’ha aperta… qualcuno di voi l’ho visto entrare che aveva i calzoncini corti»
«Sei vecchio, Luison!» urla uno screanzato dall’ultima fila, avendo cura di nascondersi dietro quello davanti. Luison guarda verso la direzione da cui è arrivato il grido, e serra la mascella.
«Con te dopo facciamo i conti a casa» dice all’autore, suo figlio. «Ma è vero, si, sono vecchio! E ne ho viste succedere tante. Ma nessuno mi convincerà che la signora Gilda ha architettato questo per vendere la fabbrica. Avrebbe potuto farlo quando voleva, perché adesso? E invece ha continuato a investire, a lanciare prodotti nuovi, e anche le nostre condizioni sono migliorate: l’asilo nido, le gratifiche, le borse di studio… e allora io dico no, che è tutto il contrario: c’è qualcuno che vuole fare del male a questa ditta, ma non è di certo la signora Gilda! E dico anche che scioperare in questo momento sarebbe una cosa assurda: chiudere anche i reparti che funzionano, invece di usarli per sostenere quelli che vanno male, è darsi la zappa sui piedi!»
Ma l’ala massimalista non gradisce il ragionamento dell’anziano operaio:
«Parli così perché stai per andare in pensione, ma a noi non ci pensi?»
«Venduto ai padroni!»
«Che ti hanno promesso, Luison?»
Su quest’ultima accusa però Luison non ci vede più, e individuato l’autore nel cognato Erminio col quale ha una vecchia ruggine per questioni di confini gli si avventa contro, scatenando una rissa che il servizio d’ordine fatica a sedare; e dopo qualche testa rotta ed occhio nero si stabilisce di andare in delegazione fino a Villa Rana per trattare direttamente con la proprietaria.

La Calva Tettuta, vestita da Che Guevara ma senza barba, si avvicina ai cancelli, seguita da James che indossa loden e scarpe Clark con riluttanza.
«Compagni!» grida la Calva Tettuta, scavalcando Carrettoni a sinistra. «La plutocrazia internazionale congiura contro di noi. L’eccellenza italiana, tutto merito di chi, come voi, si alza alle sei del mattino per produrre prodotti che tutti ci invidiano, dà fastidio a lor signori!»
«Brava! La plutocrazia!» urla un operaio, che chiede poi al vicino, sottovoce: «Che cazz’è ‘sta plutocrazia?»
«E l’Europa, che dovrebbe tutelarci, che fa?» chiede retoricamente Gilda.
«Già, che fa?» chiede un altro operaio, confuso.
«Ve lo dico io cosa fa: se ne impippa! Anzi, vi dico che c’è qualcuno che ogni volta che una fabbrica italiana chiude brinda a champagne!» urla la Calva Tettuta, provocando un brivido di sdegno nella folla. «Ma noi non molleremo!»
«No! mai!» urlano gli operai.
«E sapete che vi dico, compagni, amici, fratelli?» continua la vedova Rana, forse esagerando con l’enfasi populista tanto che James è costretto a tossicchiare per riportarla su toni più appropriati.
«Vi dico che se qualcuno pensa di fermarci si sbaglia di grosso! In questo preciso momento stiamo prendendo contatti con grossi fornitori, e la situazione si sbloccherà presto! Voi avete fiducia in me?»
chiede Gilda, sventolando una bandiera giallorossa.
«Siii!!!» urla in coro la folla.
«Allora tornate sereni a casa, e quando abbraccerete i vostri figli dategli un bacio in fronte da parte mia, e ditegli: “questo ve lo manda la Padrona”. E ora andate!»

La manifestazione si scioglie pacificamente, e qualche lacrima inumidisce gli occhi di quei duri lavoratori. Come spesso accade, pur non essendo cambiato niente rispetto al mattino, il futuro non è più così nero come sembrava.

Nel ritorno alla villa i due si fermano davanti alla cucina, attirati dall’assembramento di koala che sta assistendo alla nuova puntata di Lacrime e Laterizio.

ROSA (cuce e sospira)
CARMELITA Che hai, cara cugina? Ti vedo pensierosa.
ROSA No, niente, solo un po’ di mal di testa.
CARMELITA Non vorrai ammalarti proprio adesso, vero? Sabato c’è il ballo!
ROSA Già, il ballo… (povera me). Hai visto le mie forbici, Carmelita? Le avevo appoggiate qua, sul tavolino.
CARMELITA No, Rosa, io ho le mie, vedi? Ma senti, hai già deciso che vestito metterai? Sarà un gran giorno… verrà annunciato il tuo fidanzamento con DON CARLOS…
ROSA (si punge) Ahi! Per favore, Carmelita!
CARMELITA Sei nervosa, Rosa? E’ normale, tutti gli occhi saranno puntati su di te e DON CARLOS.
ROSA (si ripunge) Ahi! Eh, vorrei vedere te, cugina Carmelita.
CARMELITA Magari, cara cugina! Ma non ho ancora questa fortuna. Tu invece fra poco sarai sposata con DON CARLOS!
ROSA (si ripunge) Ahi! Carmelita, la vuoi smettere! E poi, non sono le mie forbici quelle che spuntano dalla tasca del tuo grembiule?
CARMELITA Cosa? Oh, ma guarda! Chissà come sono finite qua.
ROSA Già, chissà? (lo so io, ladra rompiscatole)

“Ahi! Ahi!” gridano i koala, pungendosi allegri l’un l’altro e sgranocchiando foglie di eucalipto.

Gilda li osserva divertita, poi commossa rivolge un pensiero agli operai:
«Che brava gente. James, devi ricordarmi di dire ad Haruki di aggiungere nei pacchi natalizi anche i sughi in scadenza»
«Estremamente generoso da parte sua, signora» dice James, senza accenno di ironia.
«Sai che c’è, James? Oggi mi sento rivoluzionaria. Stavo pensando che se a casa nostra quei cornuti di fornitori, e scusa la parola fornitori, non ci vogliono più dare la carne, andremo a prendercela da qualche altra parte.»
«Mi sembra un’ottima idea, signora. Aveva già un’idea?»

«Argentina, James, Argentina. Olè.»

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¹ Ballo castigato che consiste nello scuotere le anche in posizione accovacciata in modo da far tremolare le chiappe.
² La Franchi è una storica fabbrica di armi che produce fucili molto apprezzati dagli appassionati del settore.

 

Olena à Paris – 4

E se tu a poco a poco
vuoi stare al mio gioco
qualcosa qualcosa accadrà
gira e va gira e va
se la va la va
gira e va gira e va
se la va la va¹

Il quartier generale della Talnone, una delle maggiori industrie mondiali del settore alimentare, si trova sull’Esplanade de La Défence in una avveniristica struttura progettata dall’archistar spagnola Alexandro Ciavapedra e chiamata scherzosamente Tour Bifidus per la forma affusolata che ricorda una bottiglia di yogurt rovesciata. E’ qui che, in un corridoio dell’ultimo piano, una segretaria ossuta con indosso un austero tailleur grigio, con i capelli grigi raccolti a crocchia ed un paio di occhiali con pesanti lenti rettangolari si dirige verso l’ufficio del presidente accompagnando una coppia di visitatori.
La donna, che sfoggia un completino rosso fuoco che ben contrasta col verde dei suoi occhi e con la bandana a motivi floreali che le adorna la testa, la segue con passettini brevi e veloci ticchettando sul pavimento con gli alti tacchi delle sue décolleté Graziano Cucchiaroni mentre il suo accompagnatore, un uomo azzimato con capelli impomatati divisi da una scriminatura nel mezzo ed un monocolo all’occhio destro, le fluttua dietro a distanza di un passo, reggendo una borsa in pelle.
La segretaria bussa discretamente alla porta ma, prima che possa arrivare l’invito ad entrare, questa si apre sospinta da una bella ragazza bionda sui venticinque anni che, allacciandosi la camicetta e riassettando la gonna per la verità non molto lunga, con un sorriso sbarazzino introduce gli ospiti:
«Prego, signori, il presidente vi sta aspettando» ed esce frettolosamente, lasciandosi alle spalle lo sguardo pieno di riprovazione della segretaria.

Il presidente, Jean Biscuit, un massiccio marsigliese sulla cinquantina con un passato da pugile ed attore ed una fama di tombeur de femmes, arrivato in vetta al colosso alimentare grazie al fortunato matrimonio con Antonietta, la bruttina figlia del fondatore dedita ad opere pie e caritatevoli, si alza dalla sua poltrona con entusiasmo e si fa incontro ai visitatori.
«Gilda, carissima, finalmente! Che piacere rivederti…» esordisce Jean, esibendosi in un galante baciamano, al quale Gilda risponde cinguettando:
«Anche per me, caro Jean, ne è passato di tempo… Conosci il mio amico, Jean?» chiede Gilda, introducendo il suo accompagnatore.
«No, non credo… molto piacere, signor…?»
«De La Tour. Georges De La Tour, molto onorato, monsieur Biscuit» risponde l’uomo, stringendo vigorosamente la mano che il presidente gli porge.
«De La Tour, De La Tour… mi ricorda qualcosa. Si occupa di arte, per caso? » chiede Jean, incuriosito, ma è Gilda che si incarica di rispondere:
«Georges è un mio collaboratore, un consulente a tutto tondo, spazia dall’a di Arte alla z di Zuzzurellare, va ben oltre i 360 gradi. Ho pensato che sarebbe stato meglio averlo a portata di mano, ho fatto male, Jean?»
«Assolutamente, assolutamente…» e poi, cambiando discorso:
«Ma fatti ammirare, sei uno splendore! Se non temessi di essere irrispettoso verso il tuo ex-marito, direi che la vedovanza ti dona»
«E tu sei sempre il solito adulatore, caro Jean. Ma anche tu non stai malaccio, mi pare…qualche filo grigio tra i capelli, ma ti dà quell’aria vissuta che non guasta. Ah, complimenti per tua nipote, è proprio una bella figliola»
«Mia nipote? Quale nipote? » chiede Biscuit, confuso.
«Ah, non è tua nipote? Quella ragazza che abbiamo incrociato quando siamo entrati, intendo. Scusa sai Jean, ma mi era sembrato di sentire la parola “zietto” prima che si aprisse la porta, devo aver capito male»
«Zietto… ah, no cara, deve esserci un equivoco… quella è Chantal, una stagista, le stavo dando disposizioni per l’architetto, sai, sto ristrutturando la casa in Provenza… naturalmente appena finito sarai la benvenuta, cara Gilda»
«Grazie, non mancherò di approfittare se non è di troppo disturbo… a proposito di disturbi, Jean, e scusa se sono troppo diretta: cosa c’era di così urgente per farmi venire qua di corsa?» chiede la Calva Tettuta, sedendosi e accavallando le gambe.

Jean Biscuit va verso la vetrata dalla quale si gode la vista de La Grande Arche, e inizia a parlare guardando il panorama:
«Tu sai quanto io e il tuo povero ex-marito fossimo amici, e quanta stima e ammirazione io nutra per te…» ma il preambolo innervosisce Gilda, che lo interrompe.
«Bè, insomma, amici… siete strani vuoi uomini, andare a caccia insieme un paio di volte l’anno non vuol dire essere amici, a casa mia. Tra l’altro ho sempre disapprovato questa passione di Evaristo e non ho mai voluto partecipare alle vostre battute in Argentina, nemmeno quando ho saputo che c’era Roby Baggio prima di diventare buddista»
Jean Biscuit annuisce, e continua lievemente ironico:
«In effetti Evaristo mi parlava di questa tua contrarietà, abbastanza incoerente non ti sembra? Se non sbaglio i vostri ripieni sono fatti per lo più di carne, che viene da animali che sono stati allevati appositamente per essere uccisi»
«Vedo che a te come al mio ex-marito sfugge la differenza tra uccidere per mangiare e uccidere per puro divertimento» replica la vedova Rana piccata «ma al momento lascerei da parte queste considerazioni etiche. Insomma Jean, non per essere scortese, ma si può sapere che vuoi?»

Jean Biscuit si volta verso Gilda, con un sorrisetto di ammirazione.
«Mi sono sempre piaciute le donne dirette… Bene, allora arriverò subito al dunque. Il consiglio di amministrazione mi ha incaricato di farti una proposta di acquisto, Gilda. Vogliono espandersi nel settore della pasta fresca e la tua azienda è perfetta per entrare nel mercato»
«Oh, adesso si ragiona! » esclama la Calva Tettuta, battendo una mano sul tavolo e alzandosi in piedi. «Jean, Jean, perché tirare in ballo il consiglio di amministrazione? Dì chiaramente che hai deciso di allargarti, del resto hai già comprato panettoni, cioccolato, latte, acqua, biscotti, pasta secca, sughi, perché non prendere anche la pasta fresca? Lo capisco, che credi. Ma chi ti dice che io sia disposta a vendere?»
«Ti reputo una persona pratica, Gilda. Il momento per la tua azienda non è dei migliori: i fornitori stanno sospendendo le forniture, faticate a rifornire i clienti, e tra poco le banche chiuderanno i rubinetti… ti troverai in difficoltà, cara mia, e la mia offerta è quanto di meglio potresti ricevere al momento»
«Caro Jean, se non fossimo amici da tanto tempo penserei quasi che tu mi stia minacciando…»
«Al contrario cara, prendila piuttosto come la mano tesa che un amico sincero porge all’amica in difficoltà…»
«Ti ringrazio, Jean. Ma ammettiamo per un attimo che io accetti la tua offerta, che ne sarà della mia azienda? Non farete come al solito, cioè terrete il marchio e sposterete la produzione a Vattelapesca? E per gli altri settori che pensate di farci, il Tour Operator, la Compagnia Aerea…»
«Assolutamente, Gilda, lasceremo tutto così com’è! E anzi, per garantirti ti offriamo un posto nel nuovo consiglio di amministrazione, dove manterrai il 25%»
«Un’offerta senz’altro generosa, Jean, ti prometto che ci penserò» Poi, quasi distrattamente, osserva: «Bello quel quadro che hai lì dietro, di che si tratta?»
«Oh, una sciocchezza, un Modigliani prima maniera. Ma, visto che il signor De La Tour è un esperto, magari vorrebbe dare un’occhiata più da vicino?»
Il consulente, che fino a quel momento è stato in silenzio, si illumina:
«Volentieri, monsieur Biscuit, volentieri…»
Quindi si avvicina al quadro, toglie il monocolo e scorre con lo sguardo il dipinto soffermandosi sui colori e sul lungo collo della modella; ed alla fine emette il verdetto:
«Complimenti vivissimi, monsieur, un pezzo notevole»
«Grazie, signor De La Tour» dice Jean con falsa modestia; poi, rivolgendosi di nuovo a Gilda:
«Allora rimango in attesa di una tua risposta…»

Come per caso la grande televisione appesa alla parete interna si accende e trasmette le immagini di un telegiornale italiano, dove la giornalista annuncia che un gruppo di animalisti ha fatto fuggire tutti i maiali da un allevamento e in una nota catena di supermercati c’è stato un grosso sequestro di tortellini, contaminati da salmonella.

«.. ma non farmi aspettare troppo, Gilda, sai com’è, l’offerta non è valida all’infinito»
«Chiarissimo Jean, grazie» risponde Gilda, fredda. «Ti farò sapere al più presto… Au revoir, caro» e si avvia all’uscita; poi, come se avesse dimenticato qualcosa si volge all’indietro.
«Ah, Jean?»
«Si, Gilda?»
«Salutami Antonietta. E guarda che l’architetto ti ha lasciato dell rossetto sul colletto della camicia» e, lasciando Biscuit nell’imbarazzo, la Calva Tettuta esce, seguita dal suo consulente.

Nella hall, l’addetto alla reception restituisce i documenti ai due, mentre un piccolo televisore trasmette la versione francese di Lacrime e Laterizio:
SOEUR MIRANDA Alors vous l’aimez?
ROSE De toute mon âme, et pas seulement
SOEUR MIRANDA Ah! (merde!)
ROSE Eh!

Usciti dal grattacielo, Gilda prende un grosso respiro, poi si guarda indietro, per essere sicura di non essere seguita, e infine chiede all’accompagnatore col monocolo:
«James?»
«Signora?»
«Che ne pensi?»
«Il quadro è falso, senza dubbio»
«Lo immaginavo. Qui tutto è falso, a cominciare dal capo. Ma del resto, come si dice, “marsigliesi falsi e cortesi”. O era “maceratesi”?»

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¹ Buonasera, buonasera cantata da Sylvie Vartan, sigla di Canzonissima 1969

Olena à Paris – 3

Io di Parigi ancor non ho
le usanze bene apprese
E le malizie ancor non so
di questo bel paese.
Io son Pontevedrina ancor
che ci volete far?
Se fossi Parigina allor
mi saprei regolar!¹

Una figura coperta da un mantello scuro avanza claudicante nella grande camera dove campeggia un letto king size a forma di cuore sul quale giacciono due corpi profondamente addormentati. E’ l’alba, ed i primi raggi di luce filtrano fra le lamelle delle persiane poste a protezione delle grandi finestre all’inglese arrivando a colpire, indiscreti, la schiena della Calva Tettuta, nuda come mamma l’ha fatta.
L’ombra si arresta sul bordo del letto e fissa le forme un tempo ben conosciute; poi con un sospiro si scosta il mantello dal volto e batte con rabbia il bastone a cui si appoggia sul pavimento, gridando:
«Gilda! Per la miseria, almeno copriti!»
Gilda si sveglia di soprassalto e, riconoscendo la voce prima ancora della sagoma minacciosa che incombe su di lei, urla dallo spavento:
«Aahh! Evaristoo! Che cacchio ci fai qui, tu sei morto! E che diamine, possibile che non ti rassegni? Ritorna nell’oltretomba, via, sciò!» lo invita la vedova, accompagnando l’invito con un eloquente gesto della mano.
«Disgraziata, tu dormi mentre la barca affonda!»
«Ma di che barca parli, anche da spettro vaneggi? Infilati nel loculo e non rompere le scatole!»
«Parlo della mia azienda che va in malora, mentre tu ti trastulli! »
«Per tua norma e regola questa adesso è la “mia” azienda, e non preoccuparti che va molto meglio di quando c’eri tu! Ma guarda te se deve venire qua un fantasma a dirmi quello che devo fare. Adesso vai via, hai rotto, vade retro, io ti ordino di lasciare questa stanza con annessi e connessi, insomma Evaristo togliti dalle scatole una volta per tutte! Non costringermi a prendere l’aglio, eh?»
«No, l’aglio no! Non lo digerisco» risponde il fu cavalier Rana, indietreggiando.
«Allora vattene!»
«Me ne vado, ma non finisce qua!» e, ricoprendosi con il mantello, esce svanendo dalla stanza.

Il sonno della Calva Tettuta viene interrotto da un lieve tossicchiare. Gilda apre lentamente gli occhi, si stiracchia, si toglie la benda oscurante dagli occhi e rivolge un sorriso all’uomo che gli porge su un vassoio d’argento un bicchiere di acqua tiepida nel quale è stato spremuto uno spicchio di limone di Sorrento, un piccolo vaso di violette africane ed un cellulare acceso con una chiamata in attesa.
Gilda si siede, gettando uno sguardo al vicino infossamento nel materasso memory.
«Svengard è già andato a spaccar legna, James? Strano, non sento rumori»
«No signora, il signore è partito all’alba con il generale Po, sono andati a pesca di pesci siluro nel Ticino»
«Ha fatto bene a portare il generale, lui dovrebbe essere esperto di siluri. Ah, James?»
«Signora?» chiede il maggiordomo.
«Conosci un buon esorcista, per caso?»
«Appena discreto, signora. Ci si rivolse una mia cugina quando il marito iniziò a uscire di notte travestito da Platinette, ma riuscì solo a fargli fare una dieta dimagrante»
«Lascia stare allora, più tardi farò una telefonatina a Ladispoli» dice Gilda, pensando alla superiora del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, la sua amica di gioventù Marisa poi diventata Suor Matilda². Poi dà un’occhiata interrogativa al cellulare, occhiata che James coglie immediatamente.
«Una telefonata dalla Francia, signora, ha molto insistito»
«A quest’ora, James? Mi sembra inopportuno. Ma chi è?»
«Il presidente della Talnone, signora. Dico di richiamare più tardi?»
Gilda scatta in piedi sul letto, rovesciando bicchiere e vasetto; abbranca il cellulare, preme il tasto verde e, con voce allegra, risponde:
«Jean? Ma che piacere… a che devo tanto onore? E’ una vita che non ti fai vivo… eri preoccupato per me? E perché mai, caro? No, nessuna difficoltà, chi mette in giro certe voci? Non potrebbe andare meglio, mio caro, a gonfie vele direi. Ma no, no, piccoli contrattempi, sai com’è la stampa, esagera sempre… un piccolo calo fisiologico dopo le feste… ma tu, piuttosto, ho visto che avete lanciato l’acqua in bottiglia Poisson, sarà un altro dei tuoi successi» lo adula Gilda rabbrividendo.
«Come dici? Se possiamo incontrarci? Ma naturalmente, perché, sei di passaggio qui in Italia? Ah, dici se posso venire io a Parigi? Bè, adesso su due piedi non so, dovrei controllare gli impegni… domani? Ah, ah, Jean, sei un birbante…» ride Gilda, immaginandosi Jean Biscuit, presidente della Talnone, ricoperto di Nutella.
«Se è così… urgente, come dici, farò in modo di liberarmi… facciamo alle 11? Bien alors, à demain Jean…»
Gilda poggia il cellulare sul vassoio e comincia a fare piccoli salti sul letto, canticchiando Bidibodibù Bidibodiye, infine con un balzo più grande scende dal letto ritrovandosi proprio di fronte al maggiordomo.
«Allerta Natascia e prepara le valigie, James» ordina strizzando leggermente gli occhi «e ricordati: non si fanno prigionieri.»

«Chico? Chico? E’ ora della merenda… Donde te escondiste, Chico?»
Arrivato vicino alla cucina, Miguel sente dei gridolini soffocati, dei piccoli bramiti, dei ruggitini: mette dentro la testa e vede una intera famiglia di koala ed un cucciolo d’uomo, abbracciati, assistere affascinati alla ventesima puntata di “Lacrime e laterizio”:
SUOR MIRANDA (tra sé) (E’ Rosa… Signore, dammi la forza…)
ROSA Sorella, per fortuna vi ho trovata!
SUOR MIRANDA Rosa, che ti è successo? Sei agitata… (Che capelli di seta…)
ROSA Sono confusa, sorella. Sento il cuore che scoppia dalla felicità, e ho paura!
SUOR MIRANDA E dunque cosa ti preoccupa, Rosa?
ROSA Io amo! Ma è male!
SUOR MIRANDA Come può essere male l’amore, se è la cosa più bella che ci ha donato il Signore? (Ho un brivido)
ROSA Ma io sono promessa a don Carlos!
SUOR MIRANDA Ah!
ROSA Eh!
SUOR MIRANDA Sventurata! E don Carlos è al corrente? (Quel vecchio caprone)
ROSA No, sorella… mi aiuterete?
SUOR MIRANDA Certo, figliola… ma vieni qua, sul mio seno, non piangere (Ammazza quant’è soda) … e chi fu a rubarti il cuore?
ROSA Ramon, sorella!
SUOR MIRANDA Ramon? Il carpentiere? (Figlio di buona donna…)
ROSA Capomastro, sorella, capomastro. Si sorella, Ramon… noi abbiamo… peccato!
SUOR MIRANDA Peccato, dici? Ma peccato… quanto? (Sta a vedere che l’ha data a quell’animale)
ROSA Quattro volte!
SUOR MIRANDA Ah!
ROSA Eh!

“Ah! Ah! Eh!” ripetono i koala, mentre Chico ride beato e una lacrimuccia bagna il ciglio del giardiniere.

Koala

¹ La Vedova Allegra di Franz Lehar, Atto Primo
² cfr. Ferragosto con Olena, 2019

Siamo al molo

Non molto lontano da casa mia c’è un capannone che è sede di una struttura gestita da una cooperativa sociale legata alla Caritas dove si può portare quasi ogni tipo di roba usata, abiti, scarpe, mobili, biancheria da cucina, piatti, elettrodomestici, libri insomma ogni sorta di cosa che sia in buono stato e possa essere utile a qualcuno.

Quelle ritenute idonee vengono messe in vendita a buon prezzo, la richiesta è parecchia, i bisogni sono tanti. A differenza di tanti mercatini dell’usato proliferati di recente chi porta le sue cose non ne ottiene un ricavo, ma lo fa per solidarietà se non altro con quei ragazzi che nella cooperativa lavorano e da questa vengono pagati, pur se poco.

Quando dirigevo il gruppetto teatrale di cui vi ho parlato ogni tanto ci facevo un salto per vedere se ci fosse qualcosa adatto al pezzo che avevamo in mente di mettere in scena: abiti, accessori per lo più, una volta ho preso una grande poltrona in vimini che volevo adattare a trono reale, ma che è poi finita nella stanza da lavoro di mia suocera.

Ogni tanto, quando per casa comincia a girare qualcosa che viene troppo spesso scansata senza essere usata, vado anch’io a rifornire il mercatino; l’ultima volta, per dire, ho portato una bella coperta matrimoniale di lana che ha fatto felice l’addetta che ha detto “questa va via subito”, e una poltroncina da studio che ho dovuto cambiare perché mi faceva male alla schiena, ma temo che fosse più colpa della mia schiena che della poltrona.

Dopo aver consegnato mi fermo sempre a fare un giretto, specialmente dalle parti dei libri e dischi: cinque euro tre pezzi, come si fa a non approfittare? Anche se in casa non ho quasi più spazio e temo sempre che la libreria un giorno o l’altro cadrà in testa al condomino del piano di sotto… e ripenso con tenerezza a nonna Annunziata, che diceva a mia madre bulimica di lettura: “ma che ce fai co’ tutta ‘ssa cartaccia” e con commozione a mia madre che ora invece non legge quasi più, abbattuta dalla rottura del femore che ne ha limitato molto i movimenti e dalla cura di mio padre, che piano piano sta tornando bambino.

Proprio a loro pensavo quando, portando a casa appunto i tre libri presi al mercatino, aprendo “Assassinio al Comitato Centrale” di Manuel Vázquez Montalbán è caduto un biglietto.

“SIAMO AL MOLO” c’era scritto in stampatello da una mano tremante, ed ho immaginato un nonno addormentato sotto l’ombrellone leggendo il suo giallo e sua moglie che, per non svegliarlo, gli lascia un bigliettino scritto di fretta proprio tra le ultime pagine che era arrivato a leggere.

Magari, chissà, passati gli anni quei nipoti si sono trovati a dividersi i libri dei nonni, magari anche loro senza spazio per metterli, e ne hanno potuto tenere uno, uno solo a testa e tutti gli altri portarli al mercatino, che ai nonni sarebbe piaciuto così.

Sono sicuro che se avessero sfogliato quel libro e visto il bigliettino avrebbero tenuto quello; e avrebbero ripensato a quei momenti felici, alla vita che scorre, e avrebbero sorriso al messaggio ritrovato: noi Siamo al molo, ragazzi, buona vita a voi.

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Olena à Paris – 2

Tre mesi prima.

Gilda Quacquarini osserva compiaciuta dal balcone della grande sala di villa Rana, di cui è unica proprietaria dopo la prematura dipartita del non molto rimpianto marito Evaristo, le attività che fervono nel giardino sottostante. Si ripara dal rigore dell’inverno con un colorato piumino Emilio Pucci con stampa Vallauris ispirata alle opere in ceramica di Pablo Picasso e dei pantaloni con pannelli a contrasto della stilista ucraina Natasha Zinko, in testa un simpatico Beanie¹ giamaicano a coprire uno dei due motivi per i quali è nota come la Calva Tettuta.
In lontananza, su una collinetta di neve artificiale, la ultracentenaria Eusebia detta Pina, nonna del defunto, si addestra al tiro alla carabina imbracciando una agile Anshütz 1727-F, con la quale conta di partecipare alle Olimpiadi Invernali Seniores di Pechino del 2022 nella specialità del biathlon, sotto l’occhio esperto di Olena, la ex spia del Kgb che le ha fatto da badante per due anni ed è ora la guardia del corpo di tutta la famiglia.
Attorno alla collinetta, su una pista anch’essa artificiale, Svengard il vichingo, l’amante di Gilda, e Adalgiso, il personal trainer tedesco ingaggiato come toy boy da Nonna Pina, si esercitano nello sci nordico coperti dal solo perizoma.

Gilda poggia la tazza della tisana al sardopardio, diuretica e disinfiammatoria, sul vassoio in argento che le porge il maggiordomo, che reprime a stento l’invidia per l’abbigliamento della vedova Rana.
«James caro, non è un portento il piccolo Chico? Guardalo là, ancora non sa camminare e già si arrampica dietro ai koala. Che amore!» cinguetta Gilda.
«Effettivamente, signora, Miguelito è molto dotato, credo sia anche merito dei piedini prensili»
«La peluria è sparita quasi del tutto, hai visto James? E’ una fortuna, all’inizio il veterinario faceva fatica a distinguerlo da quei simpatici animaletti australiani»
«A proposito signora, se posso permettermi, quello di adottare un’intera famiglia di koala e di far piantare un boschetto di eucalipti nel parco è stato un gesto di grande sensibilità ecologica da parte vostra»
«Schiocchezze, James, l’avrebbe fatto chiunque al posto mio, se avesse avuto un parco grande undici ettari. Non potevo certo restare insensibile alla tragedia di questi piccoli marsupiali, che tra l’altro hanno un alito freschissimo. L’associazione voleva mandarmi anche dei dromedari selvatici ma ho dovuto rifiutare, ho saputo che si riproducono come cinghiali ed in breve avrebbero riempito il parco, senza contare che avrei dovuto far portare tonnellate di sabbia del deserto e allestire un’oasi con palme e datteri. Oh, ma guarda!» si interrompe la Calva Tettuta, indicando il ramo di un eucalipto.
«Chico si agita, ha riconosciuto la voce della sua mamma…»

La televisione a 68 pollici installata a piano terra, nella saletta di fianco alle cucine, trasmette infatti la prima puntata di “Lacrime e laterizio”, la telenovela messicana giunta in patria alla ottocentoventitreesima puntata e di cui Conchita, la donna barbuta, è la protagonista nella parte di Rosa, una giovane ingenua, e che per questo ha abbandonato il figlio all’involontario padre Miguel, il giardiniere tuttofare.
«Mamma!» gracchia Chico, gattonando fin sotto la tele, seguito dai koala curiosi.

ROSA No, Ramon, non posso. Non devo, non voglio! Io sono promessa a Don Carlos!
RAMON Don Carlos è vecchio, non può darti la felicità. Rosa, devi essere mia, il mio cuore arde di passione.
ROSA Temerario! Sento che quello che facciamo è sbagliato. No, non avvicinarti, Ramon…
RAMON Dimmelo in faccia che non mi ami e io uscirò per sempre dalla tua vita.
ROSA Io non… no, non posso!
RAMON Lo vedi? La voce del cuore. E adesso baciami.
ROSA Oh, Ramon!
RAMON Oh, Rosa.
ROSA Oh, Ramon!!
RAMON Oh, Rosa. Come si slaccia questa camicetta?²

Lo squillo dell’interfono richiama Gilda alla realtà.
«Pronto, qui casa Rana» risponde professionalmente James.
«James, non eravamo d’accordo che all’interfono non c’è bisogno di rispondere così formalmente? E’ casa nostra, dopo tutto» lo riprende Gilda.
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine»
«Non possiamo lavorarci su questo vizietto, James? Comunque, chi è in linea?»
«E’ il direttore della produzione, signora, il dottor Haruki Laganà, sembra preoccupato»
«Preoccupato o corrucciato, James? Giusto per impostare la voce adatta alla risposta»
«Preoccupato, signora»
«Benissimo, James.»
Gilda prende dalle mani di James la cornetta e, in tono partecipe, si rivolge al sottoposto: «Haruki, caro, che succede?»
«Signora, mi dispiace allarmarla, ma qui sta succedendo qualcosa di strano!»
«Di strano dici, Haruki? A che ti riferisci? Non sarà ancora per la storia dell’impasto di carne non kosher in Israele?»
«No signora, il problema non è della carne kosher, il problema è di tutta la carne! I fornitori stanno consegnando col contagocce e la produzione è quasi bloccata! I nostri clienti chiamano inferociti, non riusciamo a rifornirli e minacciano di rivolgersi alla concorrenza»
«Ma com’è possibile? Sono andati in ferie tutti insieme? Non abbiamo scorte in magazzino?»
«Signora, i nostri prodotti sono freschi, non possiamo immagazzinarli per troppo tempo… e lo stesso è per i nostri fornitori: noi pretendiamo solo materie di prima scelta, non vogliamo prodotti congelati…»
«Ma i fornitori che dicono? Hai provato a contattarli?»
«Certo signora, hanno tutti dei problemi… chi ha avuto la visita dei Nas, chi ha gli operai in sciopero… al Rovellati si sono rotte le celle frigorifere, ed ha dovuto buttare via tutto…»
«Coincidenze, Haruki, non facciamoci prendere dal panico… cerchiamo altri fornitori, magari ci costerà un po’ di più, ma se è per coprire un’emergenza temporanea…»
«E questo è ancora più strano, signora: ne ho contattati diversi, e di solito sono ben contenti di avere un nuovo cliente ma questi… niente! Non hanno disponibilità, dicono che la produzione è già stata comprata tutta, e con prezzi fuori mercato!»
«Fuori mercato? Va bene Haruki, grazie. Stai tranquillo, intanto vai avanti con la linea vegana, che per quella bastano un po’ di carciofi»

Gilda riattacca lentamente la cornetta dell’interfono, poi pensierosa si rivolge al maggiordomo:
«James?»
«Signora?»
«Sembra che qualcuno ci abbia dichiarato guerra»
«Disdicevole, signora»
«Tu sai quel che c’è da fare, non è vero?»
«Naturalmente, signora. Posso suggerire un Orang Utan Coffee del Borneo?»

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¹ Il beanie è un cuffia di lana, ne più ne meno, solo che chiamarla cuffia di lana non è chic.
² Ad uno spettatore competente la recitazione di Conchita sembrerebbe un pelino enfatica e quella del suo partner eccessivamente piatta: ma ai messicani piace così.

Olena à Paris – 1

«Centomila e uno, centomila e due, centomila e tre: aggiudicato alla contessa Agnieszka Żubrówka Kasprowicza!»
Nella sala grande della casa d’aste Cauet, in Rue de Richelieu a Parigi, il banditore, un quarantenne abbronzato franco-armeno non molto alto, leggermente stempiato ma con delle folte sopracciglia, rivolge un sorriso smagliante alla donna che dopo una serie di rilanci si è aggiudicata il famoso quadro Primo maggio con fava e pecorino del pittore naïf Ardito Centini meglio conosciuto come Centinì dagli appassionati d’arte francesi che l’hanno adottato,

La contessa si alza, sollevando nella sala un brusio di ammirazione: statuaria e algida, capelli corti neri a caschetto sui quali è poggiata una coroncina tempestata di perle, un lungo abito violetto che ne mette in risalto le forme, una stola di ermellino sulle spalle nude e le braccia inguainate da lunghi guanti in seta, incede verso il banco seguita dal suo accompagnatore, un bell’uomo di qualche anno più giovane, capelli e barba scuri ben curati, elegante in un completo scuro Girifalchi su cui spiccano cravatta e pochette in seta con motivi di sardine argentate, visibilmente orgoglioso degli stivaletti che calza, realizzati a mano nel laboratorio artigiano Graziano Cucchiaroni a Montecosaro, MC.

«Congratulazioni contessa, un pezzo davvero raro: sono in pochi a possedere un Centinì del 1924…» la accoglie Serge Manoucharyan, il banditore, accompagnando il complimento con un lieve inchino della testa ed uno sguardo interessato verso la borsa in pelle della Cuoieria Fiorentina retta dall’accompagnatore.
«Oui, io so, grazie» risponde la contessa in un delizioso misto di francese e russo, allungando con degnazione la mano verso Serge che esegue un impeccabile baciamani.
«Posso chiederle, contessa, se avremo il piacere di averla con noi anche nei prossimi giorni? Sarebbe per me un privilegio mostrarle il resto della collezione…»
«Non credo, monsieur, io deve tornare subito in mio castello in Puolonia, affari urgenti. Ma voi mostrate pure vostra cuollezione a mio segretario, lui molto esperto» dice la contessa, sollevando appena l’angolo sinistro del labbro in qualcosa di simile ad un sorrisetto ironico, volgendosi poi verso l’uomo dietro di lei:
«Christopher, chérie?»
«Contessa?» risponde compìto il segretario.
«Sistema qvestioni amministrative, vuoi? Io prenderò taxi»
«Naturalmente, contessa. Ma non vuole attendere qualche minuto? La accompagno…»
«Non c’è bisogno, io conosce strada. Au revoir, messieurs» e, portando alle labbra il lungo bocchino di giada, si avvia verso l’uscita lasciando soli i due.

Manoucharyan segue incantato con lo sguardo l’ondeggiare sensuale della contessa finché questa non varca la porta girevole che la separa dal tiepido pomeriggio primaverile, poi si ricompone e si rivolge all’accompagnatore:
«Se vuol seguirmi, monsieur… ehm… Christopher, prego, faccio strada»
A metà del corridoio il banditore si guarda intorno per controllare che non ci sia nessuno, si ferma, si volta verso il segretario e, puntandogli contro un dito, gli chiede:

«James, mi spieghi che stai combinando?»

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Mi ha chiamato l’altro giorno proponendosi per la parte di James. C’è qualche volontaria per fargli un provino?

 

Una birra per Olena – Merry Christmas!

Dal balcone della grande camera da letto Gilda, avvolta da una calda vestaglia in lana di vigogna, osserva compiaciuta il giardino sottostante ritornato alla consueta ordinata vivacità. In lontananza si odono dei rumori ritmici, come di un norreno che spacchi legna o di una russa che tiri con un arco ad un bersaglio posto a 70 metri, che vanno ad intervallare il ritornello dell’allegro canto di lavoro intonato dal giardiniere, “Mi sono innamorato di tuo marito”, con coreografia originale di Cristiano Malgioglio.
Gilda annuisce in segno di approvazione, poi senza voltarsi si rivolge all’uomo impeccabile che, alle sue spalle, attende ordini.
«Non è un amore, James?»
Il maggiordomo si affaccia brevemente e, valutata la situazione, esprime il suo parere:
«Effettivamente, signora, il giallo e l’arancio dei fiori di nasturzio stampati sul camicione mettono bene in risalto il colorito olivastro del nostro Miguel. Peccato che le due braccia ingessate disturbino l’armonia dell’insieme»
«Non vorrei passare per buonista, James, ma la scenata di gelosia della sua ex fidanzata mi è sembrata spropositata. Passi per gli schiaffi, ma usare il manico della zappa è stato esagerato. Per fortuna Natascia e la sua amica sono riuscite a toglierglielo dalle mani, altrimenti non so come sarebbe andata a finire. E tutto per un attimo di distrazione!»
«Purtroppo la… ehm… signorina Pignola non era nello stato d’animo più aperto alla comprensione. Non dopo essersi sentita dare del maricòn davanti ai futuri suoceri da una donna barbuta che spiattella il figlio del proprio fidanzato. Anche quel “io lo sapevo!” di dona Antonieta non ha aiutato, ad essere onesti»
«Ed ora, James?»
«Sembra che la cubana sia fuggita ad Acapulco con Fidencio, il cugino di Miguel, mentre Conchita è tornata al suo lavoro nella telenovela Lacrime e Laterizio» relaziona il maggiordomo.
«Sai James, sto pensando di chiedere a Miguel di far rimanere il piccolo Chico qui con noi. Guarda come si diverte il generale Po a scorrazzarlo con il risció! E nonna Pina si è messa a sferruzzare una mezza dozzina di calze di lana. Il veterinario, cioè il pediatra, ha anche detto che presto perderà la peluria e tornerà normale, a parte la codina»
«Un gesto estremamente generoso da parte sua, se posso permettermi, signora. Ma non sarà d’incomodo? Voglio dire, i bambini piangono, strillano, sporcano…»
«Oh, sciocchezze, James. Abbiamo tante di quelle stanze in questo posto che potremmo giocare a nascondino per anni senza trovarci. Piuttosto, sono preoccupata per Flettàx»
«Per il pappagallo, signora?» chiede James, arricciando un sopracciglio.
«Si, lo vedo… strano. Si, strano… da quando è tornato non sembra più lui. Non insulta, non dice parolacce… l’ho sentito con le mie orecchie pronunciare le parole “cribbio” e “perdindirindina”! Pensa che l’altro giorno l’ho trovato che spulciava i bilanci della nostra società e bofonchiava: “tagliare, tagliare!… rami morti! delocalizzare, ridurre le spese, aumentare i profitti!”. Temo sia malato… sono indecisa se portarlo da uno psicologo per uccelli o spedirlo a Monaco al posto del povero Stielike. Svengard nega che gli sia successo qualcosa durante il viaggio ma se scopro che non me la racconta giusta lo stròppio peggio di Miguel!»

«Oh, oh, oh, Merry Christmas!»
Nel parco Toivonen, nell’ultima giornata di apertura prima della chiusura invernale, un variopinto Santa Klaus allieta gli ospiti sbattendo le ali e cantando “Jingle bells” su di una slitta trainata dalla renna Riitta, la cavalla Fiona e la gallina Kocca, queste ultime travestite anch’esse da renne. Piia Pihlajamåki, la guida, distribuisce dolciumi e piccoli giocattoli artigianali ai bambini, invitando nel contempo i genitori a visitare il Giftshop dove possono acquistare souvenir e prodotti alimentari delle vicine fattorie.
Tra i turisti, una famiglia italiana si fa notare per la squisitezza dei due bambini, Ciro e Sposito, uno dei quali si diverte a sparare con la cerbottana stoppacci di carta masticata alla gallina Kocca strappandole dei coccodè di disapprovazione e l’altro modulando dei “buu” razzisti al passaggio della renna Riitta. Finché, sul finale della canzone, si alza un grido:
«Ma che babbo Natale e babbo Natale, chist’è ‘nu sfaccimm ‘e pappagallo!»
All’improvviso sulla rappresentazione cala un silenzio di ghiaccio, considerando anche la temperatura.
Riitta, Fiona e Kocca si stringono tra di loro, preparandosi alla tempesta .
Flettàx, il pappagallo padano, si toglie il cappuccio e la barba ed ondeggiando sulle zampe si avvicina agli intemperanti, che indietreggiano intimoriti.
Arrivato a pochi centimetri dal naso di Ciro, Flettàx si ferma, raspa ben bene la gola e lancia il guanto di sfida:

«Anca chì al Pòl Nord te vegnet a rump i ball, terunèl?»

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