Добрый день!¹

Sto imparando il russo. Da autodidatta potrei anche riuscirci nei prossimi dieci, venti anni; considerando però che in trenta e passa anni non ho ancora imparato a pronunciare correttamente le parole in milanese non ne sono molto sicuro.

I miei studi sono appena all’inizio, e sto affrontando la comprensione dell’alfabeto cirillico; questo spero mi permetterà di leggere correttamente le targhe delle vie e delle piazze e delle fermate della metropolitana se e quando riuscirò a fare quel viaggetto a Mosca e San Pietroburgo che mi attira da tempo; inoltre in questo modo le varie Olena non dovranno prendersi la briga di usare scadenti traduttori automatici (a proposito: ultimamente ne arrivano di genere incerto, non scherziamo care amiche va bene la teoria gender ma sono un po’ all’antica, a noi mettevano il fiocco blu sul grembiulino nero per capirci).

Nel 1983, avevo appena iniziato a lavorare a Parma, mi feci infinocchiare convincere da una graziosa venditrice ad acquistare un corso di lingue di inglese. Veramente mi sembrava di ricordare di aver firmato solo per un volume di prova che avrei potuto restituire; e forse era così ma con la clausola che avrei dovuto restituirlo entro sette giorni dalla ricezione. Firmai a maggio e quando mi inviarono i volumi? In agosto, mentre ero in ferie. Al ritorno trovai solo una lettera che mi ingiungeva il pagamento, con un supplemento per la mora; mi misi in contatto per chiedere che, pagare per pagare, mi mandassero almeno il corso di russo al posto di quello di inglese, che quello bene o male un po’ lo masticavo. Niente, furono irremovibili, pretesero i soldi ed in più non mi rimandarono neanche il corso d’inglese. Nemmeno la venditrice, dalla quale avrei potuto cercare di avere un piccolo risarcimento in natura, rividi più, cosa che mi dispiacque forse più del russo stesso.

L’altra sera ho visto la prima parte del film-intervista a Putin di Oliver Stone. E’ stato girato prima delle ultime elezioni americane, ed è imbarazzante confrontare il presidente russo con quello che è poi risultato il  vincitore di quelle elezioni. Purtroppo attualmente manca sulla scena politica mondiale uno come il nostro saggio ex-premier che possa farli sedere allo stesso tavolo e discutere serenamente, o magari in qualche dacia con grandi lettoni (lettóni ho detto, non lèttoni, ma anche lèttoni su lettóni andrebbero bene).

Fa un po’ impressione pensare al 1983… guadagnavo 800.000 lire, e dovevo pagarmi la stanza, il mangiare ed ovviamente i viaggi quando volevo tornare a casa. Non c’era troppa trippa per gatti… Dovetti chiedere subito un aumento chiarendo che altrimenti me ne sarei dovuto tornare al paesello e con mia sorpresa mi venne accordato: un milione! Da autonomo però, e dovevo mettermi da parte la quota per Inps, Irpef, camera del Commercio, Associazione di categoria… insomma il netto rimaneva di 700.000 scarse.
Proprio la scorsa settimana parlavo con una ragazzina del gruppo di teatro che lavora ormai da più di un anno come estetista in un centro, e mi diceva che guadagna 350 euro al mese. Non c’è che dire, abbiamo proprio fatto dei passi in avanti.

Ho già avuto comunque il primo successo come traduttore: grazie a degli amici ci siamo iscritti ad una associazione (in pratica arruolato ad honorem nella terza età!) che organizza tra altre cose movimentate come gare di burraco e balli di gruppo attività più riflessive come serate a teatro, e con loro siamo andati al Piccolo Teatro Paolo Grassi ad assistere a “Le serve” di Jean Genet, tutt’altro che allegro. Non incolpo le brave attrici se la palpebra mi è calata dopo un’oretta, la resistenza ad oltranza non è il mio forte. E pensare che ero anche digiuno!
Ma, a parte questo, nell’atrio ho fatto la mia bella figura traducendo il titolone di una locandina, Арлекін: Arlecchino! Non era difficile per la verità anche perché tutta la parete era tappezzata da manifesti di Arlecchino in tutte le lingue. Tradurre servitore di due padroni era più difficile, sarà per la prossima volta.

Essendo una persona metodica, mi sono imposto di studiare tutti i giorni un’oretta, sfruttando il tempo del viaggio di ritorno in treno. Sfortunatamente l’altro giorno stavo appena tirando fuori dalla borsa il mio bel manualetto quando due signore si siedono vicino, ed iniziano a parlare russo. Cercando di non essere scoperto ho riposto il libretto e mi sono disposto all’ascolto della pronuncia, dato che il mio contributo alla conversazione non avrebbe potuto essere per il momento di grande interesse, a meno di ripetere Arlecchin, o anche Ananas o Banan.

Come dicevo, difficilmente la decina di anni che mi mancano alla pensione basteranno.
до Свидания!²

(165 – continua)

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¹ Buon giorno!
² Arrivederci!

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Mente sapendo di mentina

L’operaio conosce 100 parole e il padrone 1000 per questo lui è il padrone, così diceva Don Milani, parafrasato da Dario Fo in una delle sue più corrosive commedie di teatro politico alla fine degli anni sessanta; è per colmare questo divario che i nostri genitori ci mandavano a scuola, non per suscitare in noi ambizioni padronali ma semplicemente per evitare di essere imbrogliati da parole sparate a vanvera, solo perché non se ne conosceva il significato.

Per imbrogliare, ora, non ritenendo più sufficienti le parole italiane, si ricorre a quelle inglesi: Jobs Act, Stepchild Adoption: si mente sapendo di mentina, come diceva la spiritosissima figlia di un mio geniale collega epistemiologo informatico, titolo di cui peraltro ignoro tuttora il significato, quando si parla di assunzione a tempo indeterminato sapendo che il tempo è determinato dall’arbitrarietà del padrone, che può decidere quando vuole di liberarsi del suo dipendente versando un obolo; o che l’adozione del figlioccio non sia una norma pensata per le coppie omosessuali, quando per le coppie conviventi  eterosessuali è ammessa fin dal 2007. Poi uno può essere d’accordo o meno: ma le cose andrebbero dette come stanno.

Non so cosa ne pensiate voi, a me non sembra che l’accresciuto livello di istruzione sia stato indirizzato verso il benessere comune, ne che abbia elevato il senso civico: col tempo ho imparato che uno stupido rimane stupido anche se istruito, anzi più istruito è e più danni riesce a fare.

Ho imparato anche a distinguere bene tra istruzione e cultura; ci sono laureati che non sanno niente di cosa c’è al di fuori del poco che hanno trovato scritto sui loro libri di testo; ignorano la storia, la geografia persino, non parliamo di politica; formano le loro convinzioni su slogan e sentito dire (i più giovani su lanci di twitter): teste vuote, braccia rubate all’agricoltura.

In questa categoria metterei senz’altro la maggior parte di quelli che conosco meglio, i programmatori informatici: al livello più basso della scala evolutiva animale (vi inviterei a fare una capatina nei nostri bagni, dove in una settimana dei subumani sono riusciti a divellere tutti e tre i dispensatori di sapone liquido, non per cattiveria ma semplicemente perché non capivano come dovesse uscire il detergente), individualisti sfrenati, che pensano di essere artisti perché scrivono due istruzioni Java di seguito: amici miei, se aveste iniziato con le schede perforate ed i diagrammi a blocchi come ho fatto io, abbassereste di molto le arie.

I nostri genitori speravano, loro che avevano potuto frequentare le elementari o al massimo le medie, che i loro figli istruendosi diventassero anche più capaci di impegnarsi per far star meglio chi stava peggio; in realtà nella stragrande maggioranza siamo diventati dei borghesucci, con l’orizzonte racchiuso tra le quattro mura dell’appartamento di proprietà, il lavoro impiegatizio, le ferie al mare. Altro che il privato è politico! Piuttosto tutto quello che era pubblico diventa allegramente privato, tra alzate di spalle generali.

Per dire, abbiamo privatizzato telecomunicazioni, poste, banche, energia elettrica, smantellato chimica e siderurgia, non mi pare con risultati apprezzabili; abbiamo chiuso l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, e Dio solo sa quanto ne avremmo avuto bisogno ora, definendolo un carrozzone: come danno collaterale  abbiamo perso praticamente la maggior parte del settore agroalimentare e l’abbiamo regalato ai nostri concorrenti francesi, che ancora ci ringraziano. Vorrei capire: è sbagliato che le industrie in difficoltà vengano partecipate dallo Stato, consentendone dove possibile un risanamento e salvaguardando l’occupazione, e invece è giusto lasciare sulla strada milioni di persone per poi blaterare di reddito di cittadinanza? E siamo sicuri che i miliardi pubblici spesi per il Jobs Act (a favore dei datori di lavoro privati) sarebbero stati spesi peggio dall’Iri pubblica? Ah, ma avevamo l’inflazione, dice. La cosa preoccupava chi aveva i soldi in banca, non certo i lavoratori, funzionava così: acquistavi casa con un mutuo a tasso fisso, e dopo qualche anno la rata diventava ridicola permettendo anche ai meno abbienti di diventare proprietari. Provateci ora. L’autonomia regionale, che avrebbe dovuto responsabilizzare e migliorare le priorità di scelta delle spese del territorio, cosa ha portato? Venti califfati regionali, dove prima c’era lo Stato: proliferazione dell’assistenza caritatevole per pochi  (bonus bebè, bonus tranquillità…) invece di migliorare la qualità dei servizi per tutti.

Lo dico ai nostri figli: sappiate che tutto questo avevamo e ce lo siamo fatti togliere, complici o distratti: era anche vostro, ma ce ne siamo fregati. Spero che ne prendiate atto: prendeteci a calci in culo, ne avete la facoltà.

(84. continua)

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