Olena à Paris – 35

«Mesdames et Messieurs, quello che vi proponiamo oggi non è solo un capolavoro, un’opera d’arte inarrivabile, un pezzo di storia. No, signori, qui ci troviamo di fronte ad un evento magico, un vero e proprio miracolo: un’opera data per dispersa, svanita nelle temperie della guerra, riappare per merito di un benefattore che preferisce restare anonimo, la cui famiglia l’ha salvata rocambolescamente dalla distruzione ed ora, dopo più di settant’anni, la rivela a intenditori come voi che ne sanno apprezzare il valore e sono ansiosi di goderne la bellezza.»
Serge Mannoucharyan, dopo questa premessa enfatica, beve un piccolo sorso di Evian e osserva attentamente la sala riservata dove sono convenuti una ventina di collezionisti, selezionati rigorosamente. Controlla con la coda dell’occhio che gli addetti alla sicurezza siano posizionati nei punti strategici e, con un cenno del capo, fa segno al commesso di togliere il drappo che copre il quadro. Un silenzio carico di attesa accompagna lo svelamento, silenzio subito rotto da un brusìo misto di stupore e perplessità.
«Signori, signori!» richiama la platea alla calma il banditore. «Comprendo la vostra meraviglia, noi stessi quando l’opera ci è stata proposta siamo stati restii a considerarla. La fama della nostra casa è quella di rigore e competenza, ne converrete signori, dato che siete tutti nostri affezionati clienti» e qui Serge fa una pausa, ed un sorriso ai cenni di assenso che si levano dagli astanti.
«Abbiamo fatto esaminare l’opera dai migliori esperti, potete visionare voi stessi le perizie» dice Mannoucharyan brandendo un fascio di documenti «e tutti hanno assicurato che si tratta di un’opera originale ed in ottimo stato di conservazione. François , per favore, faccia girare» invita il commesso, che prontamente esegue. Serge, ignorando l’occhiata languida scoccatagli dal collaboratore, continua:
«Domande, signori?»
Un uomo corpulento, che il banditore riconosce immediatamente per un mercante di antichità, si alza in piedi e chiede, con una sottile vena sarcastica:
«Immagino non sia possibile conoscere il nome di questo, ehm, benefattore?»
«Come dicevo, monsieur Bergeron, il venditore ha richiesto la massima riservatezza» risponde Serge, con un’espressione di rammarico sul volto.
«Si può sapere almeno se questo signore ha intenzione di mettere in vendita altri pezzi? Potremmo essere interessati ad uno stock…» dichiara un allampanato sessantenne, direttore di un museo privato.
«Questo non possiamo escluderlo» risponde il banditore «ma al momento nemmeno confermarlo. Naturalmente, dovesse accadere, sarete i primi ad esserne informati» conclude l’armeno.
Quindi, constatato che il pubblico è ormai in trepida attesa, inizia:
«Signore e signori, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio dipinse questo ritratto di donna, o meglio Ritratto di Cortigiana, a Roma nel 1597 e dunque sono passati più di 420 anni ma notate l’attualità di quella luce oserei dire cinematografica, lo sguardo con cui il soggetto, Fillide Melandroni, ci fissa, distante eppure provocante; sembra chiedersi chi sarà degno di conquistarla… per quest’opera, uno degli ultimi ritratti dipinti dall’artista e forse l’unico di donna, la base d’asta è di un milione di euro. Faites vos offres¹» invita Serge, impugnando il martelletto. La platea, all’udire la cifra, è percorsa da un brivido di eccitazione.
«Un milione e mezzo» annuncia Serge, notando la paletta alzata da Bergeron.
«Un milione e seicento» rilancia Laurent Clèvenot, architetto.
«Due milioni» offre il direttore di museo.
«Tre milioni» è l’offerta di Jean Paul Brizard, banchiere.
«Dieci miliuoni»
Tutte le teste si voltano verso la voce femminile che ha scandito le parole. La donna, seduta nell’ultima fila vicino al suo segretario con la paletta alzata, rivolge un sorrisetto beffardo agli altri partecipanti.
«Vogliamo fare sul serio o qvi voi giuocare? Noi non abbiamo tempo da perdere» li provoca.
I concorrenti si guardano intorno, chiaramente impreparati a raggiungere la soglia e tantomeno superarla: chi tossicchia, chi si guarda le scarpe, chi consulta l’orologio. Serge controlla che non ci siano rilanci, attende qualche secondo ed infine conclude:
«Non ci sono altre offerte, signori? Et un, et deux, et trois, aggiudicato alla contessa Żubrówka Kasprowicza. Complimenti, Madame » e, con uno schiocco di dita, fa apparire un valletto che consegna alla contessa un mazzo di fiori.

«Accetti questo piccolo omaggio della casa, Madame. Vengono da Sanremo, in Italia» spiega Serge.
«Grazie, Monsieur, li adoro. Sanremo è bella città, molta allegria, tutti cantano dalle finestre, anche se per me ricordo muolto triste» confessa la contessa.
«Davvero, signora? Ne sono desolato, se vuole glieli faccio cambiare. François?»
Ma prima che il commesso si muova, la contessa lo ferma con un cenno imperioso della mano.
«No, lasciate, lasciate. Sono fiori stupendi. E’ ricordo di mio povero terzo marito, morto così, in viaggio di nozze, che mi commuove»
«Le mie condoglianze, madame. E’ stata una disgrazia, un incidente?» si informa Serge, partecipe.
«Da, voi detto bene, uno incidente. Lui tradito me con cameriera, e dopo inciampato e volato da finestra.» poi, cambiando tono e discorso:
«Christofer, sistema tu qvestioni burocratiche, vuoi? Arrivederci, signori» e, alzatasi, sistema sulle spalle la stola d’ermellino e incede maestosamente verso l’uscita.

¹ Fate le vostre offerte

Olena à Paris – 34

Sì, noi siam le signorine
Delle sere parigine
Lolò, Dodò, Jujù, Cloclò, Margò, Frufrù..
E moi!¹

E, finalmente, possiamo ripartire dall’inizio…

«James, mi spieghi che stai combinando?»
Christopher, l’azzimato segretario della contessa polacca Agnieszka Żubrówka Kasprowicza, controlla con lo sguardo che nessuno si affacci nello stretto corridoio che sta percorrendo, si avvicina all’uomo che lo precede, il banditore d’aste Serge Manoucharyan, sorride e gli si rivolge rivelando una passata confidenza.
«Ti trovo bene, Serge, non perdi mai il tuo charme. Mi è venuta la pelle d’oca quando hai battuto quel quadro, detto tra noi una vera crosta, et un, et deux, et trois, che ricordi. Perché ci siamo lasciati? Eravamo una coppia così affiatata.»
«Non dire scemenze, James, mi hai messo le corna persino con Astolphe l’imbianchino, quel cinghiale col culo basso, altro che affiatati» risponde l’armeno, acido.
«E’ stato un momento di debolezza, chéri, tu eri sempre in giro con le tue aste… e lui a suo modo era un artista del pennello. Un grande pennello, in effetti» confessa James, con un filo di rimpianto.
Serge si irrigidisce ed un lampo assassino gli balena negli occhi. Poi lentamente la mascella si rilassa e le labbra si stirano in un sorriso che si trasforma presto in una risata.
«Ah, ah, sei sempre un gran salaud², lo sai vero? »
«Si fa quel che si può» concede James, con un lieve inchino.
«Andiamo a mangiare un boccone, vuoi? Così mi racconti tutto. Sushi? Ce n’è uno ottimo qua vicino»
«Perché no, ho il pomeriggio libero» annuisce il segretario-maggiordomo. «Però ho un’idea migliore del sushi. E’ ancora aperto Au Pied de Cochon?»
«In Rue Coquilliére? Come ai vecchi tempi, eh? Ma certo, ci mancherebbe, chiamo subito un’auto» propone Serge, estraendo dalla tasca interna della giacca uno smartphone con cover in madreperla.
«No, lascia stare» lo blocca James. «Facciamo due passi, è una giornata così bella, approfittiamo…»

Varcato il portone dell’hotel che ospita la casa d’aste la contessa Kasprowicza, altera, lancia un sguardo frettoloso verso entrambe le direzioni del marciapiedi per individuare la più vicina fermata dei taxi ma, al momento di avviarsi, qualcosa le fa cambiare idea e si avvia a piedi verso il vicino Museo Grévin, il museo delle cere dove sono esposte statue di figure storiche e celebrità francesi e non solo, come ad esempio i presidenti Putin e Trump: la statua di quest’ultimo però a causa della pessima abitudine dei visitatori di scattarsi dei selfie infilandogli le dita nel naso è stata ritirata per sottoporla a restauri. Pagato il biglietto e attraversata la Sala degli Specchi, la contessa percorre sale e corridoi fino ad arrivare nella stanza dove Charlotte Corday uccide Marat per l’eternità, e rimane assorta in contemplazione. Alle sue spalle si materializza una figura che si avvicina silenziosamente e si ferma poco dietro di lei.
«Sapeva che la vasca da bagno è originale? La acquistò Grevin in persona per dare fama al suo museo» dice il nuovo arrivato, palesando così la sua presenza.
«L’amico del popolo…» risponde la contessa, persa in un suo pensiero. «Idealista o assassino, o entrambi? Le rivoluzioni non si fanno a metà, non è vero?» si chiede retoricamente, prima di volgersi verso l’interlocutore.
«Vassilissa, puntuale come sempre, complimenti. Non sapevo fossi anche guida turistica»
«Ho sempre avuto la passione della storia, capitano»
«Hai sempre avuto molte passioni, in effetti» conferma Olena, avvicinandosi per baciarla.

James e Serge, seduti ad un tavolo dell’Au Pied du Chocon, si dividono un plateau de coquillages discutendo amabilmente.
«James, sei impazzito? Così mi metti nei guai. Non posso mettere all’asta quadri di cui non si conosce la provenienza, la polizia mi farebbe chiudere!» protesta il banditore.
«Ma certo che si conosce la provenienza» lo rassicura James. «Sono tutti della collezione Żubrówka Kasprowicza, la contessa garantisce personalmente»
«Ma quale contessa, sappiamo entrambi che non esiste nessuna contessa, e sai che ti dico? Se tanto mi da tanto anche i quadri saranno fasulli, e io non mi rovino certo la reputazione per vendere dei…»
Mentre l’uomo protesta, James prende da una tasca interna dell’impermeabile un cilindro di pelle, lo apre e ne estrae un rotolo di tela che allunga verso il commensale.
«E questo che sarebbe?» chiede Serge, svolgendo la tela che si rivela essere un dipinto di medie dimensioni. L’armeno rimane paralizzato per qualche secondo, poi finalmente recupera la favella e ancora incredulo chiede:
«Ma non è possibile… Ritratto di cortigiana di Caravaggio? Ma è andato bruciato nell’incendio della Flakturm Friedrichshain di Berlino, appena dopo la fine della guerra, deve essere per forza una copia! Ben fatta, peraltro…» ammette Serge, continuando a rigirarsi la tela tra le mani.
«Te la lascio» lo ferma James «falla esaminare da chi vuoi, con discrezione mi raccomando. E ti consiglio di chiudere la bocca, non vorrei ci sbavassi sopra. Ah, Serge?» dice James, alzandosi per pagare.
«Si?»
«Se la perdi o la rovini la contessa ti uccide. E non dico tanto per dire»

¹ Can-Can Grisettes, dalla Vedova Allegra di Franz Lehar, su libretto di Victor León e Leo Stein (1905).
² Figlio di buona donna, o giù di lì.

Olena à Paris – 33

“Yo soy el toro
y también cansado, agobiado por los años,
si la visión es borrosa y los reflejos se ralentizan,
No me quedaré mirando mi manada
que se va en la pampa.
Si quieres mi lugar ven y tómalo
gran cornudo,
llegará la hora pero no tengo miedo.
Pelearé y tal vez moriré
pero nunca abandonaré mi rebaño en la pampa.
Porque, si aún no lo has entendido,
Yo soy el toro.”¹

«Cosa stai leggendo, Juanito?»
«Ti ho svegliato, querida? Mi dispiace, scusami… è una poesia, ma riposa ora»
«Ho riposato abbastanza… l’hai scritta tu? Non sapevo fossi anche poeta. E’ un po’ triste, il toro morirà, lo sai vero Juanito?»
«Lo so, querida, ma non è questo il giorno. No, non è mia la poesia, anche se mi piacerebbe. E’ di un grande poeta che è vissuto da queste parti tanti anni fa…»
«Vieni qua, Juanito, stenditi vicino a me, vuoi?»
«Sei sicura, querida? Io non…»
«Tappati la bocca, Juanito, non abbiamo tutto il tempo del mondo, mi pare»

La quiete è finalmente tornata su Villa Rana. Ognuno è ritornato alle proprie occupazioni, gli operosi operai al lavoro, i combattivi sindacalisti a sindacare, i competenti pensionati a controllare i cantieri; i pigmei si sono dati alla macchia ed i koala, raccolti davanti al televisore sgranocchiando foglie di eucalipto, seguono la quattrocentoduesima puntata di “Lacrime e Laterizio” commentando di tanto in tanto con degli eloquenti “eh!” ed “ah!”. Miguel il giardiniere, con in groppa il piccolo Chico, rastrella il viale d’ingresso dalle foglie; il saggio Po discute di economia con il pappagallo Spread mentre Svengard distrae Adalgiso, il personal trainer e toy boy di nonna Pina ormai disoccupato, introducendolo nell’arte del far rotolare una botte di aringhe marinate salendoci sopra in equilibrio, specialità olimpica nei paesi dell’aurora boreale. Solo non si vedono i due liocorni², verrebbe da dire, ma solo perché non si è saliti al piano superiore.
Nell’ampio soggiorno infatti Gilda sta sorbendo con il ditino alzato una tisana alle erbe di mellifrace, un toccasana per digestione, vie urinarie e disordini intestinali, servita con la consuetà professionalità dal maggiordomo James, peraltro turbato dai braccialetti in pietra lavica che la Calva Tettuta indossa ad ambedue i polsi per bilanciare i propri Chakra³ ed in particolare i primi due, quelli più attinenti alla sfera sessuale.
«Che giornata, James» sbuffa Gilda «un’altra così e dovranno portare anche me al camposanto. Non bastassero i pigmei, ci mancavano anche i koala che indossavano i paramenti del Vescovo, chissà che gli sarà passato per la testa!»
«Credo che più che dal colore siano stati attratti dall’odore, signora, quel particolare tono di incenso deve aver risvegliato in loro ricordi gioiosi»
«Simpatici animaletti, ma a volte un po’ invadenti. Ma veniamo a noi James, è ora di raccogliere le idee, fare il punto della situazione e focalizzarci sul da fare, non trovi?»
«Senz’altro, signora»
«Bene. Puoi ripetermi per favore la storia del deposito di quadri? Evaristo conosceva tutto di ripieni e impasti, ma che io sappia non distingueva un Picasso da un rotolo di carta da parati dell’Ikea. Anch’io a dire la verità avrei dei problemi, ma questo è un altro discorso. Dunque, perché diavolo avrebbe dovuto avere un deposito di quadri in Argentina?»
«Da quanto ho potuto capire, signora, e Natascia potrà eventualmente aggiungere più dettagli» dice James, rivolgendo uno sguardo supplicante a Olena che, appoggiata alla balaustra del balcone, sta facendo girare tra le dita lo scovolino per la pulizia della canna della sua Glock 44, «il signore era del tutto ignaro dell’utilizzo di quel magazzino. Il deposito faceva parte delle proprietà presenti nell’appezzamento di Tres Lomas, acquistato nel ’95, ed era accatastato come ricovero per animali. Torturand… ehm, interrogando alcuni degli uomini incaricati di sorvegliare l’edificio, Natascia ha potuto appurare che il signore non è mai stato visto da quelle parti»
«Mi stai dicendo che abbiamo acquistato un terreno per due lire, su questo terreno c’era un deposito di opere d’arte inestimabili ed Evaristo non ne sapeva niente?» chiede retoricamente la Calva Tettuta, che inizia ad agitarsi.
«Tutte le evidenze porterebbero a crederlo, signora» conferma James.
Gilda rimane un attimo perplessa scuotendo la testa, poi scoppia in una risata irrefrenabile ed infine, quando i singulti si sono fermati, si alza in piedi, mette le due mani intorno alla bocca a mò di megafono e scandisce:
«Evaristo, sei un grandissimo coglione! Volevi conquistare il mondo con i tuoi manometri⁴, e avevi a portata di mano una fortuna per realizzare i tuoi piani! Ah, ah, rotolati nella tomba e mangiati le ossa dei gomiti, deficiente!» poi, riacquistando un minimo di controllo, chiede:
«Ma insomma, ci sarà ben stato qualcuno che li pagava questi “sorveglianti”, si sa chi è?»
«Gli uomini prendevano ordini da un certo Carlos Houseman, un tipo tenebroso, un mercenario» dice James, con un brivido di eccitazione «Lui avrebbe potuto dire chi c’era dietro, ma purtroppo Natascia se l’è fatto scappare» rivela con un pizzico di perfidia .
«Io non fatto scappare» precisa Olena puntando pericolosamente lo scovolino verso il maggiordomo. «Io sa esattamente dove trova lui adesso»
«Davvero, Natascia? Mi sembrava strano che qualcuno fosse rimasto vivo dopo un incontro ravvicinato con te, in effetti. Ed ora che intenzione hai? No, anzi, non dirmelo, meno so di questa storia e meglio è. Dimmi solo una cosa, ti serve qualcosa, qualcuno?»
Olena mette in tasca lo scovolino e resta con la pistola in mano. Si avvicina a James e, con un sorrisetto beffardo, gli sibila in un orecchio:
«Mi servi tu, finoucchietto»

Adalgiso affranto per la dipartita di nonna Pina

¹ “Yo soy el toro” di Camilíto Estudiantes, tratta dalla raccolta Canciones de la Pampa (1932). Trad.: Io sono il toro / e anche se stanco, gravato dagli anni / se la vista è appannata e i riflessi rallentati / non resterò a guardare la mia mandria / che si allontana nella pampa. / Se vuoi il mio posto vieni a prenderlo / gran cornuto / verrà l’ora ma io non ho paura. / Combatterò, forse morirò / ma non abbandonerò la mia mandria nella pampa. / Perché, se non l’hai ancora capito /io sono il toro.
² Ci son due coccodrilli ed un orangotango… ma che ve lo dico a fare.
³ Come sanno i cultori delle medicine alternative, dai quali l’autore prende le distanze, i Chakra sono sette.
⁴ cfr. “Natale con Olena”, 2017

Olena à Paris – 32

«Mi chiamo Louis D’Ivoire¹, buffo per uno nero come la pece, vero? Ma i miei antenati erano arrivati dalla Costa d’Avorio, la Côte d’Ivoire, e così la provenienza ci è rimasta nel cognome. Mio padre era un grande appassionato di Louis Armstrong, il grande Satchmo, e così volle chiamarmi come lui, e fin da quando avevo cinque, sei anni mi mandò a lezione di musica e tromba da un suo amico barbiere, lezioni che ripagavo lavorando gratis come garzone… imparai bene, tanto che iniziai presto con la professione, suonavo il jazz nei club di New Orleans ma solo con il jazz non si racimolava molto, così ogni tanto accettavo degli ingaggi per suonare in qualche orchestra, anche di musica leggera, e andavo in giro qualche mese per l’America.»
Gilda, desiderosa di riprendere a massaggiarsi i piedi, lancia un’occhiata interrogativa al musicista.
«Scusate, signora, vengo al dunque… era l’ottobre del 1960, io avevo appena venti anni e l’orchestra per cui lavoravo in quel momento fu chiamata a suonare al Metropolitan di New York in un Gran Galà organizzato dalla comunità italo-americana per appoggiare il candidato democratico alle elezioni presidenziali che si sarebbero svolte il mese successivo, John Fitzgerald Kennedy. Dovevamo accompagnare grandi artisti, Frank Sinatra, che era amico personale di Kennedy, Dean Martin, Perry Como, e dall’Italia arrivarono mister Volare Domenico Modugno, il grande pianista Renato Carosone, Tony Renis… e lei»
«Lei chi?» chiede Gilda, raddrizzandosi sulla poltrona, mentre James contravvenendo alle regole del buon maggiordomo si è seduto in un angolo su una sedia damascata.
«Lei, signora, vostra nonna Wanda» chiarisce Louis, con un sorriso riverente.
«Aspetti, aspetti» lo ferma la Calva Tettuta. «A parte il fatto che non era mia nonna ma la bisnonna di mio marito, lei mi sta dicendo che nonna Pina ha conosciuto Frank Sinatra, Dean Martin, e addirittura il presidente Kennedy? Non la confonde con qualcun’altra, che so, Wilma De Angelis o Betty Curtis, pace all’anima loro? A quell’epoca a quanto sapevo si era ritirata dalle scene…»
«No, no, nessun errore, signora. Lei ha ragione, la signora Wanda si era ritirata dalle scene, ma fu invitata personalmente da Frank Sinatra che l’aveva conosciuta in una tourneé di qualche anno prima e ne era rimasto affascinato; del resto erano quasi coetanei, così come con il presidente Kennedy, e fraternizzarono facilmente»
«In che senso “fraternizzarono”?» chiede Gilda, ormai preda della curiosità.
«In senso artistico, naturalmente» chiarisce il trombettista «anche se Wanda, permettetemi di chiamarla così, era una donna esuberante, riempiva la scena… all’epoca aveva circa quarantacinque anni, e non passava certo inosservata»
«Più o meno la mia età, effettivamente l’età migliore» concorda la vedova Rana.
«Lei aveva una voce roca, molto blues, e quella sera propose delle canzoni napoletane tradizionali, Luce ‘e notte, Torna ‘a Surriento, delle belle ballads…»
«Effettivamente alla lunga delle belle ballads. Ma in napoletano? James, ti risulta che la nonna conoscesse le lingue straniere? Mi esce da un fianco»
«La signora è stata senz’altro un’artista polivalente» risponde James in modo competente.
«Quella sera successe qualcosa che mi cambiò la vita, e la carriera. Wanda doveva aver notato, prima delle prove, qualche fraseggio che improvvisavo per riscaldamento. Così quando arrivò all’ultimo pezzo del suo programma andò verso il direttore, gli parlò in un orecchio e poi mi indicò con la sua mano guantata. Io non capivo cosa stesse succedendo, il direttore dopo qualche attimo mosse la testa e fece ok, e mi fece cenno di alzarmi e mettermi di fronte all’orchestra. Stavo letteralmente facendomela addosso, quando Wanda mi si avvicinò, le spalle nude rivolte al pubblico, e strizzandomi l’occhio mi disse “Baby, ho sentito dire che hai le palle. E’ ora di tirarle fuori, non trovi?”. E senza lasciarmi il tempo di rispondere attaccò “Era de maggio”, con l’orchestra muta, ed io solo a sostenere il suo canto. Fu una cosa magica, un trionfo… la platea era tutta in piedi, e Kennedy in persona salì sul palco a consegnarle un mazzo di fiori. Dopo lo show andai a ringraziarla in camerino, lei mi abbracciò e guardandomi negli occhi mi disse: “Baby, da domani sarai su tutte le copertine, ma dammi retta. Lascia stare questa merda, suona il jazz”. E così ho fatto, è stata dura ma ho fatto quello per cui ero nato. Ho aperto anche una scuola per giovani che hanno voglia di imparare ma non hanno i mezzi, sua nonna ci mandava un paio di volte l’anno degli strumenti e ci aiutava a pagare l’affitto dei locali, lo sapeva signora?»
«No, veramente io… tu sapevi qualcosa, James?»
«No, signora, ne ero all’oscuro, ma la signora era molto munifica» risponde James, commosso.
Il trombettista si alza, tira fuori dalla marsina una busta e la poggia sul tavolo.
«E questo che cos’é?» chiede Gilda, confusa più che mai.
«E’ il nostro compenso, signora. Non posso accettarlo, questa volta offro io.»

¹ NdA: Per facilitare la comprensione il racconto di Louis D’Ivoire non è riportato in lingua originale ma nella sua traduzione italiana.

Olena à Paris – 31

Gilda, affondata nella morbida poltrona Frau, si massaggia i piedi provati dall’impervia impresa di affrontare la processione dalla chiesa al cimitero in equilibrio su scarpine tacco 12. Di fronte a lei James sta posando su un tavolinetto in stile impero un vassoio in argento contenente vari generi di conforto inviati giornalmente dalla Premiata Pasticceria Giustozzi di Serrapetrona, paese natale della padrona di casa, come mostaccioli ricoperti di cioccolata, scroccafusi affogati nell’alchermes e cicerchiata al miele, accompagnati da vino cotto dolce proveniente dalla cantine di Loro Piceno.
«Una bella cerimonia, non trovi James? Dovremmo farne più spesso. Peccato per quel piccolo incidente…» sospira la Calva Tettuta, addentando un mostacciolo.
«Davvero spiacevole, signora» concorda il maggiordomo. «Tutto era andato bene fino alla tumulazione nella cappella di famiglia, Sua Eccellenza il Vescovo ha proferito parole molto toccanti sui meriti della defunta signora»
«Hai ragione James, anzi ricordami di firmargli un bell’assegno prima che riparta per Ladispoli. Ma cosa può essere successo, tu l’hai capito?» chiede Gilda, sorseggiando un bicchierino di vino cotto.
«Una volta deposta la bara, i calciatori sono tornati alla villa prendendo la scorciatoia che taglia per il bosco. Probabilmente il rumore della brass band che ha attaccato “When the Saints go marchin’ in” deve aver eccitato gli animi dei pigmei antropofagi che colà dimorano» ipotizza James.
«Ma santo cielo, non li avevamo rimandati tutti a fare gli animatori, anzi a mangiare gli animatori, nei villaggi Ranatour in Africa¹? Che ci fanno ancora qua?»
«Pare che un nucleo familiare, quello di un certo Gnugnu², si sia rifiutato di partire. E’ bizzarro, ma sembra che venerino un’immagine della nostra Natascia»
«Adesso si spiega il mistero del come mai continuano a sparire i portalettere. Passi per i postini, ma si può sapere perché hanno mangiato Alvaro Recoba?»
«Sembra che tra Gnugnu e l’uruguagio ci fossero degli antichi screzi» spiega il maggiordomo « Talvolta il fantasista ,quando i compagni non gli passavano il pallone, per palleggiare rubava al pigmeo la zucca che gli funge da indumento intimo restituendola tutta ammaccata. “Maltrattate la zucca ad un pigmeo ed egli non sarà mai ben disposto nei vostri confronti”, diceva sempre il mio professore di antropologia culturale»
«Bhè, a questo punto non posso dargli tutti i torti. Del resto mi pare che il calciatore si fosse ritirato, giusto James? L’assicurazione ci farà senz’altro uno sconto. Ma a proposito di Natascia, che fine ha fatto la ragazza? Non l’ho vista al funerale»

«Natascia era provata, sapete quanto fosse legata alla signora» riferisce James, ripensando ai due anni nei quali la russa sotto le mentite spoglie di badante aveva svuotato le padelle della centenaria allettata. «L’ho vista dirigersi verso l’hangar e montare le armi sul bimotore, mi ha detto che aveva bisogno di sfogarsi, credo andasse a mitragliare le auto parcheggiate in seconda fila vicino Piazza Castello, a Milano»
«La capisco James, anch’io a volte vorrei mitragliare. Buono questo scroccafuso» dice Gilda, leccandosi le dita dall’alchermes colato. In quel mentre si sente bussare e James, cogliendo lo sguardo interrogativo della vedova Rana, va alla porta per tornare subito dopo seguito da un anziano uomo di colore che indossa una marsina violetta, dei pantaloni neri con una riga dorata ai lati, in mano una tromba e sotto il braccio un alto cappello a cilindro nero.
«James?» chiede la Calva Tettuta sorpresa, ricomponendosi e posando a malincuore lo scroccafuso sul cabarè.
«Il signore è il direttore dell’orchestrina che ha animato la processione, prima di tornare a New Orleans ci teneva a salutarla»
«Che caro, ma prego, si sieda» lo invita Gilda, indicandogli l’ampio divano Chesterfield. «Gradisce un po’ di cicerchiata? Dalle sue parti dubito che se ne trovi»
«Thank you, signora, ma io deve andare presto, airport» ringrazia l’uomo, in un italiano stentato.
«Lei parla la nostra lingua?» chiede stupita Gilda
«A little, missis, poco poco. Io voleva dire che dispiace a lot per signora morta, io conosciuto lei many many years ago»
«Lei ha conosciuto nonna Pina? Ma in quale occasione, un altro funerale? James, aiutami con la traduzione per favore. Ma prego, si accomodi, non stia lì in piedi, e non si preoccupi per l’aereo, se lo perde la farò accompagnare con il nostro. Ecco, così, bravo» elogia l’uomo, che intanto si è seduto. «Assaggi un po’ di questo vino, altro che il vostro bourbon. Mi stava dicendo, allora?»

¹ cfr. “Niente sushi per Olena”, 2018
² cfr. “Natale con Olena”, 2017

Olena à Paris – 30

«Siamo qui riuniti, cari fratelli e sorelle, per porgere l’ultimo saluto a questa donna, Eusebia Lombardini, moglie, madre, nonna, bisnonna e trisnonna esemplare, esempio di virtù e rettitudine» declama dal pulpito il Vescovo Ardizzone, con enfasi, rivolto alla folta assemblea che affolla la chiesa dedicata ai martiri Siro e Lampugnano, edificata nel cuore del parco della villa. Sul passo che parla di virtù e rettitudine un accesso di tosse, che dai presenti è scambiato per commozione, colpisce Gilda, seduta in prima fila affiancata dal vigoroso Svengard.
«Chi sarebbe questa Eusebia Lombardini?» chiede Nanni Cantaluppi, presidente onorario della Bocciofila Calcinate Brianza convenuto in rappresentanza dei propri anziani associati, convinto di partecipare alle esequie di quella vecchia dispettosa che si divertiva a sparare ai boccini dei pensionati durante le partite ma che in cambio di questo innocuo passatempo ricompensava l’associazione con lauti contributi annuali.
«Ella ha passato, nella sua lunga vita, tempi duri, ma ha sempre saputo affrontare le difficoltà con cristiana rassegnazione» continua Ardizzone, ispirato.
«Sì, rassegnazione…» sussurra Augusto Trozzo, che regge lo stendardo del Cobalapari, comitato di base lavoratori di pasta e ripieni, al suo segretario Armando Carrettoni «da giovane pare che ne abbia fatte più di Bertoldo in Francia, altro che rassegnazione»
«Sshh, un poco de respeto, por favor!» li redarguisce Miguel, sinceramente addolorato, con in braccio il piccolo Chico che ha ormai perso quasi del tutto il pelo.
Gilda, che indossa una mascherina in pizzo macramé ricamato al tombolo da solerti artigiane canturine, poco adatto a proteggere dal contagio ma senz’altro elegante ed appropriato al momento, si volta leggermente alla propria sinistra.
«James, non sembra anche a te che la morte doni alla nonna? Voglio dire, guardala com’è serena lì nella bara, sembra ringiovanita, le rughe sono stirate e persino la carnagione è migliorata. Se lo avesse saputo, probabilmente sarebbe morta prima» riflette la vedova Rana, ammirata.
«Effettivamente, signora, le condizioni della signora sono invidiabili per una ultracentenaria defunta da una settimana. La decomposizione non è neppure iniziata, il fenomeno forse potrebbe essere dovuto al microclima della pampa» ipotizza il maggiordomo, a sua volta ammirato dalla stola ricamata in oro zecchino di don Martino, assistente di Sua Eminenza, con cui in passato ha avuto degli screzi per motivi di precedenza nell’utilizzo del campanellino cerimoniale¹.
«Una donna che nella sua vita ha saputo fare del bene, generosamente e disinteressatamente, nella quale la carità si è incarnata ed è diventata sostegno tangibile per tanti bisognosi» insiste il presule, partecipe.
«Su questo ha ragione» concorda Gilda «lo sa solo il cielo le offerte che distribuiva ogni anno alle associazioni più disparate. Anche agli orfani del terremoto dei Colli Albani del ’27 mandava soldi, quando ormai saranno morti anche gli orfani degli orfani. Non vorrei che avesse ragione lui, e la nonna è davvero una santa. Dovremmo attrezzarci con un mausoleo, sarebbe un bel fastidio, non trovi?»
«Non credo sarà necessario, con il dovuto rispetto, la signora ha fatto senz’altro del bene ma mi sembra ben lungi dalla santità» afferma James, ripensando alle volte che la nonna scaracchiando gli centrava le sparpe appena lucidate.
«Il Signore l’ha richiamata a sé…» inizia la chiusa Ardizzone.
«Veramente pare che le abbiano sparato, se no sarebbe stata qua volentieri altri cento anni» insinua Trozzo a Carrettoni, freddato da un’occhiataccia di Miguel.
«… nel suo abbraccio amoroso, dove un giorno tutti saremo accolti» chiude finalmente il Vescovo, compiaciuto dalla performance.
«Amen» si affrettano a invocare i fedeli, con poca conoscenza della liturgia.
Ardizzone, coadiuvato da don Martino, prosegue la celebrazione, finché tra il sollievo dei presenti arriva finalmente alla benedizione della defunta e intona il De Profundis:
«De profùndis clamàvi ad te, Dòmine;
Dòmine, exàudi vocem meam»
Gilda si asciuga una lacrima, sussurrando a James:
«Sarò sentimentale James, ma il francese mi commuove sempre» con il maggiordomo che soprassiede.
«Rèquiem aetèrnam dona eis, Domine» continua il Vescovo, che notata la luce spenta negli occhi degli astanti è costretto a ricorrere ad un linguaggio più familiare:
«L’eterno riposo, dona loro, o Signore» e, cogliendo finalmente una risposta decente, sibila a don Martino
«E che diamine, altro che Concilio Vaticano Secondo, qui bisogna ripartire dall’abbicì!»
E, mentre il coro di voci bianche intona “In paradisum deducant a te angeli”, benedicente segue i rappresentanti della squadra dell’Inter del 2005 Alvaro Recoba, Giorgios Karagkounis, Kily Gonzales e Carlos Alberto Gamarra, ospiti di Villa Rana per un lungo periodo², che prendono in spalla la bara di nonna Pina e la depositano nella limousine che la accompagnerà verso l’ultima dimora terrena.

¹ cfr. “Ferragosto con Olena”, 2019
² cfr. “Natale con Olena”, 2017

Olena à Paris – 28

Gilda, con indosso una tuta di cotone organico di color rosa antico, dopo aver compiuto due volte il periplo del parco di villa Rana come riscaldamento, raggiunta la collinetta degli eroi così chiamata in quanto vi sono sepolti i resti dei portalettere che hanno avuto la sfortuna di avventurarsi nel boschetto sottostante ai tempi in cui era abitato da una tribù di pigmei antropofagi, si ferma un attimo per riprendere fiato con le mani ai fianchi, flettendo in avanti il busto che l’ha resa famosa come Calva Tettuta, ma il battito di mani dell’esperto istruttore la richiama subito all’ordine.
«Pausa, generale, non ce la faccio più, non sono più una ragazzina!» chiede comprensione Gilda, con un pizzico di civetteria.
«Pausa non buona, laffledda muscoli. Il movimento non deve essere intellotto di colpo, deve fluile a valle come acqua di solgente che scolle velso il male»
«Se non mi siedo un attimo un colpo prenderà a me, generale Po» protesta la vedova Rana. «E poi oggi non sono dell’umore adatto»
«Capisco, la peldita della vecchia signola ha colpito molto tutti quanti. Facciamo cinque minuti di pausa» concede il cinese.
«In realtà, Po, non è tanto quello che mi preoccupa. Non vorrei sembrare cinica, se è questa la parola giusta, ma in fondo aveva più di cento anni, da quanto sappiamo è morta senza soffrire, quanto voleva campare ancora? Io ci metterei la firma»
«Allola cosa la cluccia, signora?» chiede l’ultraottuagenario Po, toccandosi gli attributi senza darlo a vedere.
«Po, ho bisogno di un tuo consiglio»
«Se posso, signola, glielo dalò volentieli. Devo pelò avveltilla che se si tlatta di questioni di cuole sono un po’ allugginito. Ligualda il glande uomo del Nold?» chiede l’antico combattente, riferendosi all’amante norreno di Gilda.
«Il glan… no, non si tratta di Svengard. Povera stella, a lui basta dargli qualche albero da tagliare e una bella cavalcata di notte ed è a posto. Un paio di volte l’ho sorpreso mentre leggeva un libro di nascosto e mi sono preoccupata, ma poi quando ho visto che si trattava di fiabe islandesi mi sono tranquillizzata»
«Allola cosa la angustia, signola?»
«Po, mi hanno offerto una piccola fortuna per vendere l’azienda. Non l’ho fatto, non so se più per tigna che per razionalità. La responsabilità di tutte queste persone pesa sulle mie spalle… e se avessi sbagliato? Se dovesse andar male, e questa gente perdesse il lavoro per una mia impuntatura? A volte penso di non essere all’altezza, io non ho il pelo sullo stomaco come Biscuit, o come l’aveva Evaristo… ogni giorno sembra di essere in guerra, ma io non sono tagliata per questo… Po, che devo fare?» chiede la vedova Rana, preoccupata.
Il cinese Po, l’ultima delle guardie del corpo dell’ultimo Imperatore cinese, raddrizza le spalle e scruta l’orizzonte, come cercarvi un lontano passato.
«Si può perdere tutto, ma non si deve perdere l’onore. L’onore è quello che conta. Io avrei potuto abbandonare l’Imperatore al suo destino, come hanno fatto in tanti, nessuno avrebbe potuto biasimarmi. Ma chi sarebbe stato quell’uomo che ogni giorno avrei guardato allo specchio? Un vile, un traditore, un opportunista. Lei non ha bisogno di pelo sullo stomaco, il suo pelo è al posto giusto… io non credo affatto che lei non sia tagliata per la battaglia, signora. Lei è una donna speciale ed una brava imprenditrice. Qual’è la donna che vuol vedere quando si specchia?»
«Po, ma tu hai pronunciato le erre!» constata Gilda, sorpresa.
«Quali elle?» chiede Po, sopreso a sua volta.
Gilda rimane assorta qualche secondo, poi alza il mento, fiera.
«Grazie, Po, anche se non ho afferrato tutto, le tue parole mi hanno rincuorato. Tutto quello che ho l’ho guadagnato con anni di lavoro duro e non lo lascerò in mano a degli squali senza combattere.»
«Bene» dice Po, con un sorriso di compiacimento «Allola liprendiamo allenamento. Pausa finita»

«E’ incredibile…»
James, arrivato a Buenos Aires dopo un volo di tredici ore con l’Air Force Rana e di altre quattro con un elitaxi, senza nemmeno un attimo per riposarsi è stato portato immediatamente nel magazzino del deposito di Tres Lomas. Alla vista del contenuto della decina di casse che Olena ha aperto per fargliele visionare, rimane a bocca aperta.
«Allora, cuosa tu dice?» lo incalza la russa.
«Un attimo, per la miseria, fammi riprendere fiato!» protesta James, ancora incredulo.
Gira qualche minuto intorno ai quadri, si avvicina per esaminarli meglio, scuotendo la testa… «Impossibile…» dice tra sé e sé.
«Cuosa impossibile?» chiede Olena, impaziente.
James reprime l’istinto di dare una rispostaccia, si avvicina ad uno dei quadri ed inizia a spiegare.
«Natascia, io non sono un critico d’arte, ma se questi quadri sono quello che sembrano, non dovrebbero essere qui…»
«Perché tu dice questo?» lo interroga la siberiana.
«Perché si tratta di quadri spariti durante la seconda guerra mondiale, che erano considerati perduti, distrutti dai bombardamenti o trafugati dai tedeschi e finiti in qualche caveau in Svizzera o magari nella stessa Germania, o in Unione Sovietica dopo la caduta del Reich… senza offesa, naturalmente» precisa James, vedendo l’angolo sinistro della bocca di Olena corrucciarsi, come sempre quando si parla di Unione Sovietica. «Se fossero autentici staremmo parlando di valore inestimabile, vedi quello? E’ un Raffello, “Ritratto di giovane uomo”, si trovava a Cracovia, fu confiscato dai tedeschi e non se ne seppe più nulla… e quello un Caravaggio, “Ritratto di una cortigiana”, lo si credeva bruciato nell’incendio della Flakturm Friedrichshain, a Berlino, poco dopo la fine della guerra… e quello è un Van Gogh, quell’altro un Cezanne…»
James prende fiato e si asciuga il sudore con la pochette in seta stampata con una fantasia di amorini, poi continua:
«Natascia, mi pare che questa faccenda sia un po’ troppo grande per noi. Questo è un patrimonio dell’umanità, dobbiamo farlo studiare, stimare, dobbiamo avvisare le autorità…»
Olena ferma James e lo fissa con uno sguardo che non ammette repliche:
«Niet autorità. Io, sono l’autorità»

Olena à Paris – 27

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale centinaia di tedeschi, qualcuno responsabile di crimini di guerra, grazie a complicità varie riuscì a fuggire dalla Germania occupata e rifugiarsi in Sudamerica, dove erano già presenti numerosi connazionali e dove alcuni governi non erano troppo schizzinosi con i nazisti, sia pure ex; di questi fuggiaschi una buona parte trovò accoglienza in Argentina. Per la verità già durante la guerra c’era stato un certo viavài tanto che negli archivi di una nota banca a Buenos Aires recentemente si sono ritrovati i i conti di ben dodicimila tedeschi scappati, per lo più con beni depredati agli ebrei.

A Tres Lomas la battaglia si è conclusa, i superstiti si sono arresi e sono stati presi in consegna dagli uomini di Juanito: quello che li aspetta non è la prigione ma un lungo periodo come sorveglianti di bovini, sorvegliati a loro volta da sorveglianti di uomini. Nella stanza al secondo piano, sventrata da un razzo lanciato da uno degli antichi montoneros, Olena, Juanito e Osvaldo sono rimasti soli.
«Muchas gracias don Juan, senza di voi e dei vostri uomini non sarebbe stato facile uscire di qua»
«E’ stato un vero piacere, señorita, mi avete fatto ritornare giovane e mi avete dato l’opportunità di suonarle a quei banditi per cui lavoravano i miei nipoti, spero abbiano capito la lezione» risponde Juanito, orgoglioso. Poi, indicando l’uomo accasciato sulla sedia:
«E di lui, che ne facciamo?»
Olena abbassa lo sguardo verso Osvaldo, con un misto di delusione e disprezzo.
«Lasciatelo libero, don Juan»
«Libero, señorita? Siete sicura? Ha tradito una volta, lo farà ancora…»
«Si, liberatelo» conferma Olena, poi freddamente si rivolge ad Osvaldo:
«Vattene. E ricorda che fortuna passa una volta sola»
Osvaldo guarda i due, incerto, temendo una trappola. Si alza in piedi e si avvia all’uscita con circospezione, poi si gira cercando di dare una spiegazione:
«Capitano, io…»
«Vattene!» ripete la russa, puntandogli la pistola alla testa. Osvaldo indietreggia fino ad arrivare alle scale, dopodiché si dà ad una fuga precipitosa.
«Possiamo fidarci?» chiede Juanito
«Io crede che sì» afferma Olena, serrando le mascelle.

Allontanatosi Osvaldo, Olena dice a Juanito:
«E ora scopriamo cosa c’è di così prezioso in questo deposito da difendere con un piccolo esercito»
«I miei compañeros hanno setacciato i tre piani e non hanno trovato niente» comunica Juanito «se c’è qualcosa dev’essere nei sotterranei»
«Allora andiamo a controllare, don Juan» dice Olena, avviandosi.
I due scendono fino al piano interrato e attraversano un lungo corridoio, alla fine del quale si trovano di fronte un ostacolo.
«Una porta blindata, c’era da aspettarselo» afferma Olena.
«Un caveau?» si chiede Juanito.
«Così sembra» risponde Olena, avvicinatasi a studiare la serratura. «Combinazione manuale a otto cifre, vecchiotta ma efficace» dichiara la russa.
«Faccio venire qualche esperto?» si offre l’ottuagenario. «Mio cugino Pedro, la pecora nera della famiglia, è un maestro della lancia termica»
«Non c’è bisogno, gracias» risponde Olena, estraendo dallo zainetto due panetti di esplosivo plastico che piazza sui cardini e sulla serratura della porta blindata. Assicurati all’esplosivo i detonatori, suggerisce:
«Meglio se ci allontaniamo» e appena giunti a distanza di sicurezza, aziona il telecomando.
Quando il fumo e la polvere si sono diradati i due, passando sopra la porta blindata riversa a terra, entrano in quello che supponevano fosse il caveau, ma con loro meraviglia si trovano in un grande locale che assomiglia più ad un magazzino, con lunghe corsie suddivise da alti ripiani metallici su cui sono stipate delle casse di legno.
«Ma che posto è questo? Sembra di essere all’Ikea» esclama Juanito, stupito. «E’ un deposito di armi?»
«Lo scopriremo subito» risponde la siberiana, sollevando una cassa e poggiandola a terra; poi facendo leva con il coltello, riesce a schiodare il coperchio ed aprirla.
«Un quadro?» constata Juanito, sorpreso.
«Si, quadri» conferma Olena, girando lo sguardo intorno e cercando di valutare l’entità della fortuna lì immagazzinata.
«Dovremo denunciarli al Governo, alla Sovrintendenza alle Belle Arti…» ipotizza Juanito.
«Non ancora don Juan, non ancora» lo ferma Olena, alla quale balena in testa un piano. «Per ora mettete delle guardie a sorvegliare l’ingresso, poi vedremo il da farsi»
Uscita all’aperto, Olena estrae il telefono satellitare e compone un numero.

«Pronto, qui casa Rana. Chi parla?» risponde una voce nota.
«Io fatina da capelli turchini, tu piccolo Finuocchietto, bambino cattivo?»
«Natascia!» esclama James il maggiordomo. «A parte che la favola parla di Pinocchio con la P e tu non hai i capelli turchini, si può sapere dove ti sei andata a cacciare? Perché non ti sei fatta viva, l’abbiamo dovuto sapere dal consolato della povera signora Pina!» la rimprovera James.
«Lascia stare adesso babushka» lo interrompe Olena. «Tu sempre vantato di essere esperto di arte, sì?»
«Esperto, insomma, me ne intendo abbastanza ma… che c’entra questo, adesso? Si può sapere dove sei?»
«Tu prende immediatamente aereo per Buenos Aires, io aspetta te domani mattina»
«Buenos Aires, domani? Ma che stai dicendo, sei impazzita? Qui stiamo preparando un funerale, e tu mi parli di arte? Ma piuttosto sbrigati a venire qua, e porta con te la salma!» sbotta James, perdendo per un attimo il consueto aplomb.
«Tu non chiamare salma babushka Pina!» lo rimbecca Olena.
«E come devo chiamarla? Salma, defunta, deceduta, cara estinta, morta, insomma devi riportarla qua immediatamente! E, se vuoi saperlo, la signora Gilda è molto contrariata con te» la informa James con un pizzico di perfidia.
«Niet, io non posso spiegare ora, ma non posso muovere da qui. Tu viene domani, e avrai tua salma» dice Olena, e tronca la comunicazione.
Rimane un attimo a guardare il telefono, poi con un sorrisetto dice tra sè: «Se tu vuole salma, salma avrai, non c’è problema»

Olena à Paris – 26

Nel salone delle feste di Monterrey l’orchestra Los Melograños ha appena attaccato il classico South of the Border, o Stella d’Argento, ed i ballerini iniziano ad affollare la pista.
DONNA TERESA: Non fare quella faccia, che sembra che stai andando a un funerale. Ecco Don Carlos, sorridi, sorridi!
ROSA: Non ce la faccio, madre!
DONNA TERESA: (le da una gomitata nelle costole) E sorridi, ingrata.
DON CARLOS: Donna Teresa, i miei omaggi. Siete un incanto! Degna madre di una bellezza come la mia prossima sposa… come state, Rosa?
ROSA: Serva vostra, Don Carlos… per la verità ho un leggero mal di testa, e voi come state?
DON CARLOS: Mai stato così bene, figliola mia. Siete pronta per il grande annuncio?
ROSA: Ecco, io… (donna Teresa le pesta un piede) Ahi!
DON CARLOS: Cos’è stato, vi sentite male?
ROSA: Niente, la mia emicrania… (entra Ramon, Rosa tra sé) Cielo! Ramon è qui! Signore del cielo… ma che sta facendo? Balla con mia cugina Carmelita, quella smorfiosa? E guarda come la stringe… Ah, traditore!
DON CARLOS: Se non vi sentite bene, magari vorrete tornare a casa, posso farvi accompagnare con la mia carrozza…
DONNA TERESA: No! Ehm, cioè, sono cose di poco conto, adesso mia figlia si darà una rinfrescata al viso e sarà pronta per riprendere il ballo. Con permesso… (trascina Rosa in bagno)
Che stai facendo? Guarda che con me i tuoi trucchetti non attaccano… te la faccio venire io l’emicrania, a forza di bastonate se non ti sbrighi a tornare dentro e fare il tuo dovere!
ROSA: Come volete, madre. (Tornano in sala e Rosa vede Ramon ancora avvinghiato a Carmelita) Ah, vigliacco!
DON CARLOS: Vi sentite meglio, Rosa?
ROSA: Benissimo, don Carlos, anzi mi è venuta voglia di ballare.
DON CARLOS: Andiamo, dunque. Mi permettete questo ballo?
(i due vanno verso al centro della pista ed iniziano a ballare, quando si avvicinano a Ramon e Carmelita Rosa fa uno sgambetto alla cugina e la fa cadere)
ROSA: (fissando Ramon) Oh, come mi dispiace!
CARMELITA: L’hai fatto apposta!
ROSA: (sottovoce) Ladra e baldracca!
DON CARLOS: Orchestra, si fermi la musica! (l’orchestra tace) Rosa, te lo chiedo qui, davanti a tutti: (si inginocchia) vuoi sposarmi e rendermi un uomo felice?
ROSA: (guarda Ramon e Carmelita e risponde con rabbia) Si!
RAMON: Ah, traditrice!
CARMELITA: Bene, così Ramon sarà mio!
DONNA TERESA: Era ora, vecchio caprone, così si fa, figlia mia!
ROSA: Cielo, che ho fatto? Aiutami tu…

“Cielo, cielo” ripetono i koala e il piccolo Chico, partecipando al dramma della protagonista della telenovela. Dal balcone del grande soggiorno Gilda osserva i marsupiali, con un sorriso materno.

«James caro, dovremmo organizzare qualcosa, che ne pensi? Una veglia funebre, un momento di rimembranze, potremmo coinvolgere qualche suo amico di infanzia… oddio, questo mi pare parecchio difficile… non so, qualcuno che possa portare qualche testimonianza, ad esempio quei pensionati della bocciofila… I figli sono morti tutti da un pezzo, bisognerà rintracciare qualche nipote. Te ne puoi occupare tu, James?»
«Senz’altro signora» risponde il maggiordomo, compìto.
«E per il funerale? Ai fiori ci pensa Miguel, ma mi piacerebbe tanto un corteo come quelli che si svolgono in Louisiana, con gente variopinta che suona, canta e balla… pensi sia possibile ingaggiare una cinquantina di comparse, James?»
«Non ravviso problemi signora. Ricorderà che le ho parlato di quel mio amico che suonava nell’orchestra di Hengel Gualdi¹, ebbene con lui ci siamo recati diverse volte a New Orlens, in Bourbon Street, per il Mardi Gras, ed ho mantenuto dei buoni contatti; mi attivo immediatamente per ingaggiare una brassband² e qualche decina di avventizi, col suo permesso» dice James, accingendosi a lasciare la stanza.
«Ottimo, tutto a posto allora, eppure ho la sensazione che stiamo dimenticando qualcosa… James?» chiama Gilda, improvvisamente resasi conto di una falla del piano.
«Signora?» chiede James, fermandosi sulla soglia.
«E la salma, James? Che diamine di fine ha fatto la salma?»

¹ cfr. “Ferragosto con Olena”, 2019
² Banda di ottoni

Olena à Paris – 25

All’ultimo piano della Tour Bifidus, a La Defénce, nell’ufficio di Jean Biscuit squilla il telefono. L’uomo, impegnato in un proficuo scambio di opinioni e fluidi con la stagista Chantal, pigia il bottone per prendere la linea ed alza spazientito la cornetta.
«Che c’è, Geneviéve?» chiede con malagrazia alla stagionata segretaria «Ti avevo detto di non disturbarmi per nessun motivo, mi pare»
«Mi perdoni dottore ma ha chiamato il direttore Calderon, da Buenos Aires, era molto agitato e chiede di essere richiamato urgentemente. Ah, dottore, sua moglie sta venendo da lei» chiude Geneviève, con una smorfia maliziosa.
«Che cosa, mia moglie?» si allarma Biscuit. «Su, svelta, allacciati la camicetta» ordina alla giovane.
«Non mi hai lasciato segni di rossetto, eh? Su, dammi una mano a sistemare la cravatta… ma che diamine vorrà mia moglie, non si fa mai vedere da queste parti!»
Jean fa appena in tempo a sistemare la camicia e sedersi sulla poltrona presidenziale che la porta si apre ed entra una donna magra sulla quarantina, curata ma un po’ sciupata, con uno splendido tailleur Christian Dior.

«Antonietta, mia cara, ma che sorpresa!» dice Biscuit, alzandosi e andando incontro a sua moglie. «Come mai da queste parti, sei venuta per fare shopping?»
«No, niente shopping, caro» dice Antonietta avvicinando appena la guancia a quella del marito «Hai cambiato dopobarba, caro? » chiede con nonchalance, sentendo un profumo inatteso. «No, avevo una riunione con padre Jacques per i festeggiamenti del patrono, e mi sono detta “perché non passare a trovare Jean, lavora così tanto ed abbiamo così poche occasioni di incontrarci”… ti dispiace caro? Oh, ma non mi presenti la signorina?» chiede la signora Talnone prima di dargli il tempo di rispondere.
«Chi? Ah, lei… lei è qui per uno stage, vero signorina… signorina?» si incespica Biscuit.
«Chantal Aubreil, molto piacere signora» si presenta la ragazza porgendo la mano ad Antonietta, che la tiene tra la sua un attimo più del dovuto, guardando il marito.
«Lei è molto giovane, Chantal, sono sicura che qui potrà fare parecchia esperienza, del resto è evidente che lei è molto… volenterosa» la incoraggia con un filo di sarcasmo Antonietta, fissandola.
«Grazie signora, farò del mio meglio»
«Oh, su questo non ho dubbi, Chantal. Sono sicura che mio marito potrà darle dei consigli molto utili per la sua carriera futura»
«Bè, sai com’è cara,» bofonchia Jean «il tempo è quello che è, non ho certo molto tempo da dedicare agli stagisti, devono saper cogliere al volo quello che si fa in questo posto, affari, strategie…»
«Su, Jean, non fare l’orso. Sono sicuro che qualche minuto per la signorina potrai trovarlo»
«Che devo dirti? Mi sforzerò, ma non prometto niente»
«Ecco, bravo, fai uno sforzo» dice Antonietta, in un tono che fa correre un brivido alla schiena del marito, che si affretta a cambiare discorso:
«E come sta il nostro bravo padre Jacques? Sempre intento a pascolare le sue pecorelle?»
«Padre Jacques è molto impegnato anche lui in questo periodo» risponde Antonietta fingendo di non aver colto l’accento ironico del marito. «I bisognosi aumentano sempre, c’è la mensa, l’accoglienza per i senzatetto… per fortuna c’è tanta gente di buona volontà ad aiutarlo»
«Come te, mia cara… bene, posso offrirti qualcosa prima di andare, un thè, un caffè? Chantal, potresti…» dice Jean, con l’intento di congedarla.
«No, grazie, caro, sono a posto, non preoccuparti. Ah, non dimenticarti che stasera siamo invitati dai Renaud»
«I Renaud? Mi ero completamente dimenticato. Ma dobbiamo proprio andare, cara? Sono terribilmente noiosi, e io avrei parecchio da fare…»
«Jean, i Renaud sono nostri amici e soprattutto hanno un bel pacchetto di azioni della nostra società. Quindi fai questo sacrificio caro, so quanto il lavoro ti impegni, ma cerca di esserci, puntuale alle otto» poi si volta senza dargli il tempo di ribattere e si rivolge alla stagista:
«Arrivederci, signorina» e, avvicinandosi per stringerle la mano, le dice di sfuggita:
«Complimenti, ha un buon busto per il profumo. Eau d’Hadrien, vero? Ottima scelta» e senza dire altro lascia l’ufficio.

Jean Biscuit rimane a fissare la porta, pensieroso.
«Zietto, secondo me tua moglie sospetta qualcosa»
«Sospetta? Ma cosa vuoi che sospetti, quella ha la testa piena solo di opere pie e ricevimenti, l’hai sentita no? Bisognosi, carità… tutte sanguisughe. E anche se sospettasse, che potrebbe fare? Sono io che mando avanti la baracca, qua. E ti ho detto mille volte di non chiamarmi zietto»
Innervosito, prende in mano la cornetta e chiama la sua segretaria.
«Geneviève?»
«Signore?» risponde solerte la segretaria.
«Chiamami Calderon»
«Subito, signore» e dopo pochi secondi Biscuit ha in linea una voce concitata.

«Monsieur Biscuit, c’è stato un pasticcio…»
«Pasticcio? Che pasticcio?»
«Ehm, ecco… agli uomini è scappata un po’ la mano…»
«Scappata la mano? Ma che avete combinato, incapaci?»
«Una delle due donne è morta, monsieur»
«Che cosa, morta? Ma santo Dio, dovevate solo sorvegliarle! E l’altra? Avete ammazzato anche l’altra?»
«No, monsieur, al contrario. L’altra ha fatto fuori parecchi dei nostri e ora ha in mano il deposito»
Jean Biscuit sente girare per un attimo la testa e si siede, incredulo.
«Avete perso il deposito? Siete degli idioti! Assolda altri uomini, recuperalo, o sei un uomo morto!»
Una voce diversa da quella di Calderon risponde a Biscuit:
«Señor, il vostro direttore è già un uomo morto. Ordinategli di pagare il mio onorario»
«Che cosa? Onorario?» strilla Jean «E avete anche la faccia tosta di parlare di onorario, vi siete fatti soffiare il deposito da due donne, anzi da una sola, perdio! Potete andare a farvi fottere voi e l’onorario!»
«E’ la vostra ultima parola, señor?» chiede Carlos, glaciale.
«Certo che è la mia ultima parola! E dì a quel deficiente di Calderon che se non riprende il deposito io…» ma la frase è interrotta dal rumore attutito di uno sparo, e di una testa che batte violentemente sul tavolo.