Ferragosto con Olena (VI)

Maracaibo,
balla al Barracuda,
si ma balla nuda, zà zà…

Luana, la cantante solista dell’Orchestra Spettacolo Armando Grasparossa, cinquantenne dotata di un fisico prorompente non supportato da capacità vocali di pari livello, dal palco della Casa del Popolo di Brisighella sta deliziando il pubblico pagante e non con una spettacolare versione di “Maracaibo” di Raffaella Carrà.
Armando, classe ’32, fisarmonicista leggendario in grado di eseguire tutte le variazioni della Mazurca di Migliavacca ad occhi chiusi e con la tastiera coperta da un panno, scuote la testa e sbotta:
«Socc’mel Agalgisa!» – che questo è il vero nome della cantante – «ma tienila mo su!»
«Ma più di così non posso, nonnino!» risponde la cantante sgambettando intorno a Carlone, il trombettista. «Già si vedono le mutande!»
«Ma non la sottana, oca che sei, la nota, la nota devi tenere su! Non senti come cali? E non chiamarmi nonnino!» la redarguisce l’anziano musicista.
«Uffa quante storie, sapessi come cali tu, io mi lamento per caso?» » risponde Luana-Adalgisa. provocatoriamente, accennando malignamente al fatto che il loro sodalizio travalica l’aspetto artistico. «Al “mio” pubblico comunque piace, guarda mo!» e la cantante, sempre continuando ad ancheggiare, rivolge uno sguardo languido ai ballerini che si accalcano in pista, tra i quali spicca un sessantenne abbronzato, leggermente sovrappeso, con abbigliamento da rimorchiatore da spiaggia composto da scarpe da yachting senza calzini, pantaloni bianchi, camicia a righe verticali bianche e blu con colletto rialzato tenuta fuori dai pantaloni e slacciata sul petto depilato, catenina d’oro a maglie di media grandezza e magliettina celeste di cotone appoggiata sulle spalle ed annodata sul davanti: Tullio Bongiovanni detto Puccio Maxi-bon, delizia delle mogli in vacanza e terrore dei mariti in città.
«C’è anche quel povero deficiente!» commenta Armando riconoscendo il Casanova alla piadina, lanciandosi in una svisata che copre l’assolo del sassofonista.
«Lascia stare Puccio o te li scateno, eh!» lo ammonisce Adalgisa. Poi, a scopo dimostrativo, brandisce il microfono e, con un gesto plateale come ad abbracciare la platea, pronuncia la frase di rito: «Brisighella, io vi a-mo! Siete fan-ta-sti-ci!» a cui seguono di riflesso applausi e fischi entusiastici.
«E ricordati di prendere la pastiglietta, piuttosto» sibila perfidamente la cantante. Sorpresa dalla risposta che non arriva, si volta verso il maestro di fisa e lo vede, sbiancato in volto e con il mantice fermo, fissare un punto in fondo alla sala con la bocca leggermente aperta.
«Oddio, gli è venuto un coccolone» è il primo pensiero dell’artista, che cerca di sincerarsi del sospetto scuotendo il capo-orchestra. « Armando, che succede Armando, ti senti male?»
Armando si riscuote, guarda Adalgisa, le fa una carezza, poi poggia in terra la fisarmonica e la rassicura: «No, niente, niente, tranquilla, è tutto a posto. Voi continuate pure, io vado a prendere un po’ d’aria, torno subito». Poi si alza, scende dal palco e si avvia lentamente verso l’uscita.

«Craa! Püsa via, brut curbàtt! Craa!!!»¹
Flettàx, l’Ara Macao allevato da un celta adoratore del dio Po, accoglie così suor Matilda che, passeggiando con Gilda, si sta avvicinando al suo trespolo.
«Ma com’è variopinto il tuo pappagallo!» constata ammirata suor Matilda «Devo esserle simpatica, guarda come sbatte le ali»
«Non farci caso, Marisa, Flettàx è esuberante. Miguel lo sta educando, ma siamo ancora alle prime lezioni» Poi, tornando al discorso precedente:
«Ma dopo essere scappata dal manicomio dove sei andata?»
«Non avevo una direzione precisa… ho camminato, camminato, finché mi sono seduta sfinita davanti ad un portone e mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ero in una celletta, con tre suore che stavano pregando, e mi hanno detto che avevo dormito tre giorni e tre notti. Mi sono seduta sul letto, stupita, mi sono guardata intorno, pareti spoglie, un piccolo crocifisso, e mi sono accorta di stare bene… avevo anche fame, pensa un po’. E quelle donne intorno a me, quelle suore, contente, ma non per finta sai Gilda? Avevano gli occhi che ridevano, trasmettevano gioia, serenità… proprio quello che avevo perso, di cui avevo bisogno. E ho capito che non ero arrivata lì per caso…»
«Che strana chiamata! Non era più facile apparirti in sogno?» riflette Gilda, pratica di estasi mistiche.
«Ah, ah, si, hai proprio ragione…» ride suor Matilda «ma ognuno ha la sua vocazione, e ci vuole un po’ a scoprirla… prendiamo te, per esempio»
«Io? Ma che c’entro io? Io non ho avuto nessuna chiamata…»
«Dici di no? Ma se allora non avessi seguito quello sconosciuto non saresti qua, non saresti mai diventata…» e qui la suora fa un gesto per indicare quello che c’è intorno «… questo.»
«Ah, tu dici che anch’io ho seguito la mia vocazione? Mmhh, devo pensarci, non so se prenderlo come un complimento» dice Gilda, ripensando alle circostanze che l’avevano condotta a passare da moglie appassionata e assaggiatrice di ripieni a vedova appassionata, ma proprietaria dell’impero del tortellino.

«Ma torniamo al motivo della tua visita… Marisa cara, devo dirtelo francamente: questa storia del sassofono andrà bene per le tue suore, ma a me non convince per niente. Sei sicura di non aver tralasciato qualche… ehm… dettaglio?» chiede Gilda, riportando l’amica all’argomento all’ordine del giorno. «No, te lo dico perché Natascia ha un certo caratterino, ed è meglio avvisarla se qualcosa non va. Non c’entrano per caso pigmei e cinesi? Perché se ci sono quelli ti consiglierei di far evacuare il convento.»
«Pigmei e cinesi? Ma come ti salta in mente, Gilda!» protesta la suora. «Anche se, in effetti, forse ho tralasciato un piccolo particolare…» confessa la suora reticente.
«Ecco, proprio a questo mi riferivo, cara. Eviterei di tralasciare particolari con Natascia in giro. Di che si tratta allora? Su, spara» incalza la Calva Tettuta.
«Vieni, sediamoci là» la suora indica una panchina appartata, e dopo essersi sincerata che nessuno le stia osservando, estrae dalla tasca un sacchetto in pelle marrone, chiuso da un laccio di cuoio.
«Dentro al sassofono c’erano queste…» e rovescia il contenuto del sacchetto sulla sua gonna.
«Fréchete! Monete d’oro? Ma che è, antiche? ‘Ndó l’ha pijate lu santó?» esclama Gilda, che nei momenti di agitazione ricorre al vernacolo del paese natale, Serrapetrona.
«E chi lo sa, Gilda, solo lui può dircelo, e anche perché le ha lasciate lì… con questo» risponde l’amica, estraendo dal sacchetto un pezzo di carta e porgendolo a Gilda.
«Un biglietto? “Il passato reclama il pagamento. Perdonatemi”… melodrammatico, non è vero? Hai un’idea di quello che voglia dire, Marisa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Gilda, il santone non mi ha mai parlato del suo passato…»
«Marisa, te lo devo dire, non ci sto capendo più niente. Per fortuna però c’è un’entità superiore alla quale rivolgerci»
«Dici di rivolgere qualche preghiera al Signore, Gilda?» chiede speranzosa la monaca.
«Male non fa» concede la vedova Rana. «Comunque prima proverei con James»

¹ Craa! Pussa via, brutto corvaccio! Craa!!!

capodanno

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Ferragosto con Olena (V)

«Suor Emerenziana, Suor Emerenziana!!!»

Suor Burialda, la guardiana che funge anche da centralinista del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, agitata, abbandona momentaneamente il posto di controllo vicino all’ingresso e corre a grandi balzi verso la sala di lettura dove la consorella è in raccoglimento sfogliando con la massima delicatezza una Bibbia miniata del XII° secolo.
Qui irrompe, facendola sobbalzare e rischiando di farle cadere il prezioso libro dalle mani.
«E che ca…spita, Burialda, quante volte devo dirtelo di fare piano! Mi farai venire un colpo una volta o l’altra!» la redarguisce Suor Emerenziana, decana del convento, accompagnando il rimbrotto con un’occhiataccia.
«Insomma, che c’è di così urgente?»
«Suor Emerenziana, ho in linea il Vescovo… che gli dico?» risponde la giovane suora, torcendosi le mani.
«Il Vescovo? Oh ca…volo, ci mancava anche questa!» pensa l’anziana ancella del Signore. Poi rivolta alla suorina, chiede: «Ti ha detto cosa vuole?»
«Si, mi ha detto che vuole parlare con la Superiora, per mettersi d’accordo sulla processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, in ottobre…»
«Mer…itorio questo suo interessamento, non è vero Burialda? Gli hai detto qualcosa?»
«None sorella, non sapìo che dije! Minca putìo raccontaje che la Superiora è corsa dietro a lu Santó!» risponde Burialda, alla quale quando è nervosa scappa qualche parolina nel dialetto di origine.
«Brava, brava, hai fatto bene. Coraggio, su, passamelo di là, ci penso io»
Suor Burialda parte a razzo verso la sua postazione, mentre suor Emerenziana, con la solennità necessaria, ripone il libro nella teca che lo custodisce. Poi, con la velocità che le consente l’età, si dirige all’apparecchio posto nella stanza vicina, non prima di sostare un attimo davanti all’effigie del Fondatore.
«Beato Turoldo aiutami tu» poi considerando che presto dovrà confessarsi alza la cornetta, prende la linea e risponde con modestia alla voce nervosa dall’altra parte del cavo:
«Sua Eccellenza, quale onore. Sempre sia lodato. Suor Matilda sta facendo gli esercizi spirituali, può dire a me?»

Gilda e suor Matilda, la sua vecchia compagna di infanzia, passeggiano nel giardino di Villa Rana. In sottofondo il ciangottare del pappagallo Flettàx che, improvvisando sulle note di “Mi sono innamorato ma di tuo marito” di Cristiano Malgioglio, rivolge epiteti politicamente scorretti all’indirizzo del giardiniere Miguel.
«Quanto tempo è passato, Marisa… ti ricordi quando andavamo a lavare insieme i panni al lavatoio comunale?»
«Sembra sia passato un secolo, vero? Come eravamo giovani…» riflette con un pizzico di nostalgia la superiora.
«E tu eri la più bella del paese!» ricorda Gilda. «Quando passavi per la piazza si giravano tutti i ragazzi…»
«Ah, ah, tu non eri certo da meno!» ride suor Matilda. «Me lo ricordo ancora come sculettavi, sai! Ah, ah, e poi mi fregavi tutti i fidanzati!»
«Io sculettavo? Ma sentila! Fidanzati, ma figurati! Io non ci facevo proprio caso a quei farfalloni!» continua ridendo Gilda.
«Eh, lo so, tu cercavi il grande amore…» continua la suora, e poi guardandosi intorno constata: «Bè, mi pare che non ti sia andata male, no? Come ci si sente ad essere una possidente?»
«Possidente… insomma, diciamo che me la cavicchio. Il povero Evaristo, pace all’anima sua,  mi ha lasciato la fabbrica e qualche milioncino, così mi posso togliere qualche sfizio»
«C’è anche quello tra gli sfizi?» chiede allusiva la monaca, riferendosi al vichingo che spacca la legna nel giardino.
«Chi, Sven? No, no, con Sven è una cosa seria… mi tocca tirargli fuori le parole con le pinze, ma gli voglio bene veramente. Ogni tanto piglia e scappa, ma ritorna sempre. Ma tu piuttosto… quando me ne sono andata stavi per fidanzarti con Alfredo… che è successo?»

Un’ombra attraversa il volto della suora.
«Alfredo… Alfredo è morto, non l’hai saputo?» poi, vedendo lo stupore sulla faccia di Gilda, continua:
«Ci saremmo dovuti sposare la settimana dopo… ti avevo anche cercato per mandarti le partecipazioni, ma non si sapeva mai dove trovarti, eri sempre in giro…»
Gilda annuisce, ripensando ai tempi in cui girava l’Italia alla ricerca di ingredienti per i ripieni che avrebbero permesso al marito di creare il suo piccolo impero.
«Era sera, stava tornando a casa con la Vespa, la 125, te la ricordi? Non s’è mai saputo che è successo, l’hanno trovato in un fosso con la testa spaccata. Qualcuno dice che si è sentito male, qualcuno che è stato buttato giù apposta, per la politica… poi io mi sono ammalata, non avevo più voglia di fare niente, non riuscivo più nemmeno ad alzarmi dal letto, volevo solo andare da Alfredo, e basta»
«Mi dispiace Marisa, non sapevo niente… avevo solo saputo che te ne eri andata dal paese, ma nient’altro…»
«Alla fine mi ricoverarono. Una casa di cura la chiamavano per delicatezza, un manicomio, in effetti. Lì conobbi il santone, che mi salvò la vita.»
«Il santone? Era ricoverato anche lui?» chiede Gilda, alla quale la storia inizia a sembrare una telenovela.
«No, non era ricoverato… e non era ancora il santone, per la verità. Era la moglie ad essere ricoverata. Era rinchiusa nel suo mondo, non riconosceva più nessuno, nemmeno lui. Lui veniva, una volta alla settimana, le sistemava i capelli, le accarezzava le mani e le raccontava quello che aveva fatto da quando l’aveva salutata. Lei lo lasciava fare, non capiva niente o così sembrava, continuava a guardare fuori dalla finestra senza dire niente. Poi, prima di andare, tirava fuori dalla custodia il suo sassofono, e le suonava una canzone dolcissima, sempre la stessa. Certe volte sembrava che la musica le ricordasse qualcosa, e allora muoveva le mani, quasi a dirigere un coro che vedeva solo lei… poi lui asciugava il sassofono, lo metteva via, e la salutava con un bacio sulle labbra. “Ciao amore mio”, le diceva, “voleremo ancora, vedrai”, e se ne andava »
«Ma tu come facevi a sapere queste cose?» chiede Gilda, commossa dal racconto.
«Io ero nella stanza vicina, quando sentii per la prima volta suonare quella canzone qualcosa mi si mosse dentro… mi avvicinai alla porta della loro stanza e la aprii appena, e continuai così per quasi sei mesi, ogni volta che veniva a trovarla.»
«E poi, che è successo?»
«Un giorno, mentre lui suonava, passa un’infermiera e mi sorprende mentre li guardo dallo spiraglio della porta aperta. Mi urla contro di chiudere immediatamente e di tornare in camera mia e si muove per venire a prendermi, io mi spavento e così la porta si chiude e sbatte. Rimango lì paralizzata, sento che la musica si è interrotta, ed i passi del santone che vengono verso la porta. La apre, e mi trova lì, che tremo. Mi guarda con degli occhi, Gilda, degli occhi verdi che avevano dentro tutta la dolcezza e la sofferenza del mondo… mi guardava dentro, mi leggeva l’anima… so che possono sembrare sciocchezze, specialmente dette indossando quest’abito, ma così mi sembrò allora. Passò qualche secondo, ma mi sembrò l’eternità… alla fine si scostò dalla porta, con un gesto mi mostrò sua moglie seduta alla finestra, e fissandomi ancora negli occhi mi disse: “Signorina, lei non deve stare qui. Lei non è come loro. La vita la aspetta fuori, vada a prendersela”. Poi richiuse la porta, e ricominciò a suonare. Il giorno dopo scappai.»

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Ferragosto con Olena – personaggi in cerca d’autore

«James, caro, non sembra anche a te che quest’affare vada a rilento?»

E’ una Gilda pensosa quella che, appoggiata alla balaustra della ringhiera del balcone che si affaccia sul giardino, osserva Miguel, il giardiniere tuttofare, intonare una pregevole versione di “Quando l’amore diventa poesia”, impugnando un gambo di girasole come se si trattasse dell’asta di un microfono Shure, indossando una parrucca a caschetto che lo fa assomigliare ad Orietta Berti sul palco di Sanremo nel ’69, dedicandola al pappagallo Flettàx che sembra gradire, tanto da accompagnare il ritmo con gracchi e sbattiti di ali, e sull’acuto di “Io ti amo, e gridarlo vorrei!” rispondere con un appropriato: “Ma va’ a ciapà i rat!”.

«Effettivamente, signora» – risponde il maggiordomo disponendo artisticamente su di un vassoio d’argento i cetriolini per il thè delle cinque – «non per criticare ma sembra che l’Autore se la stia prendendo un po’ comoda. Tra l’altro, a voler essere pignoli, ferragosto è passato da un pezzo.»
«Gli toccherà cambiare titolo, come minimo. A meno che non voglia mandarci tutti in Australia, dove mi dicono che le stagioni siano rovesciate, ti risulta James?»
«Effettivamente, signora, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale» conferma il competente James.
«Su di te si può sempre contare James, sei un esperto di emisferi ed anche di inversioni. Ti dirò, non mi dispiacerebbe andare in Australia, conosco una ragazza a Perth che alleva ragni da combattimento. Ad ogni modo» – e qui l’espressione di Gilda si fa più preoccupata – «se non si sbriga, Sven abbatterà tutti i pioppi del boschetto, e poi mi toccherà comprare delle stufe a pellets. Poverino, si sta annoiando» constata Gilda sistemandosi il foulard in seta Mantero che le copre la calvizie «di questo passo fra poco ripartirà con i suoi amici suonati, e poi per sei mesi chi s’è visto s’è visto.»

Nonna Pina, che indossa una tunica a fiorellini con una fila di bottoncini sul davanti, è distesa su una sdraio imbottita in materiale Memory ai bordi della piscina olimpionica situata nel parco della villa. In testa un sombrero, in mano un calice di prosecchino appena versato dalla bottiglia posta nel cestello ripieno di ghiaccio. Alza il calice davanti agli occhi e, attraverso il cristallo, osserva Olena che, fasciata da un costume intero con la scritta CCCP sul davanti, siede ad un tavolino del vicino bersò sfogliando un tomo monumentale con su scritto “Dossier Mitrockin”, sibilando insulti e montando e smontando velocemente la nuova pistola PL-15K, sparando ogni tanto qualche colpo ad un bersaglio con al centro una foto di Gorbacёv.
La vegliarda si riscuote, ingolla il prosecchino, si butta alle spalle il calice e scoppia:
«Per la miseria, Natascia, non si può fare qualcosa? Non è che può tenermi qua fino a duecento anni, non è credibile! Da quando è tornato dalla Russia sembra rimbambito, non è che gli avete dato qualcuno dei vostri intrugli?»
«Niet, babushka, niente intrugli. Mia fonte dice che gira per casa in mutande e colbacco in testa ripetendo che vuol andare in pensione. Tra l’altro» e qui la voce della russa si fa sprezzante «dice che non ha bevuto nemmeno uno guoccio di vuodka. Nessuno crede lui, però» risponde la russa, con il sopracciglio sinistro aggrottato.
«Ma santo Dio, non ci può mica lasciare così a bagnomaria! Sentiamo se il cinese sa qualcosa. Generale? Ehi, generale!» la nonna si sbraccia e richiama Po, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, impegnato nei consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica. Po poggia in terra la racchetta e si reca presso la sdraio di nonna Pina.

«Avele chiamato, bella signola Eusebia?» chiede retoricamente il cinese con un inchino.
«Po, non ti ci mettere anche tu con questa Eusebia. E non fare il ruffiano cinese» lo bacchetta la centenaria. «Sai qualcosa di questa faccenda? Che sta facendo quell’impiastro? Che ormai non ho più boccini a cui sparare» afferma la nonna.
«Mio cugino Xi incontlato lui a Gubbio. Voi sapele, paese di Don Matteo»
«Che diamine dici Po, Gubbio è il paese del lupo e di San Francesco, ma che andate ad inventarvi in Cina?» protesta nonna Pina, scandalizzata.
«Comunque, mio cugino detto che visto lui in ostelia mangiale clescia con glossa palla di insaccato. Coglione.»
«Si, che è un coglione lo sappiamo, ma vai avanti Po» lo sollecita la vecchia.
«No, coglione è nome di insaccato, coglione di mulo. Mangiava coglione di mulo e beveva vino flesco Glechetto. Ela molto tliste»
«Me lo immagino quanto era triste» chiosa la nonna. «Ma perché avrebbe dovuto essere triste, poi?»
«Dile che ponte clollato ela più giovane di lui e che non sapeva che Molandi plogettasse ponti oltle che cantale “la fisalmonica”. E che vuole andale in pensione.» conclude il cinese.

«E basta con questa pensione!» ruggisce la nonna. «E a questi allora che gli facciamo fare?» indicando, dall’altra parte della piscina, la ballerina cubana Paio Pignola ed un attempato seduttore in maglietta azzurra con il collo rialzato e catenina d’oro sul petto villoso che svolazzano ballando la salsa. «Chi diamine è quello, tuo cugino lo sa?» chiede a Po.
«Si chiama Tullio Bongiovanni, ma amici chiamale Puccio Maxi-Bon. Maxi per le dimensioni» risponde il cinese, informatissimo.
«Di sicuro non per le dimensioni del cervello, suppongo» arguisce nonna Pina, squadrando l’ultimo arrivato scuotendo la testa.

«E va bene, adesso basta!» proclama la vegliarda. «Qui bisogna prendere in mano la situazione, il toro per le corna o quel che è. Natascia?»
Olena chiude il dossier e lo ripone nel cassetto del tavolo. Poi si alza, indossa lentamente la fondina ascellare intonata con il costume olimpionico, e si avvicina a nonna Pina.
«Eccomi babushka. Cuosa facciamo?»
«Figlietta mia, hai carta bianca. Sparagli pure se serve, ma fallo ritornare al lavoro»

Olena increspa leggermente l’angolo destro della bocca, alza gli occhi al cielo ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu e sbatte sul calcio della PL-15K che ha lucidato amorevolmente.
«Nessun pruoblema nonna, nessun pruoblema. Finita pacchia per finuocchietto»

 

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Ferragosto con Olena (IV)

Ad est ad est, adesso si va
Ad est ad est, da dove nasce il sole
Ad est ad est, ritroverò la vita
Ad est ad est, perchè non è finita.

Nel salotto di villa Rana i convenuti si stanno passando di mano in mano un biglietto, vergato con scrittura stentata su un foglio di quaderno a righe delle elementari. James, impeccabile come al solito, ha nascosto l’occhio nero sotto uno spesso strato di cerone, e fluttua fra le poltrone porgendo generi di conforto come caffè equo e solidale dell’Equador, foglie da tè fatte arrivare appositamente dalla Dolceria Salemi di Zafferana Etnea e boeri al cioccolato fondente ripieni di ciliegine e maraschino che un corriere consegna quotidianamente da Cuneo.

E’ la padrona di casa, la Calva Tettuta assisa nella sua poltrona Frau, a rompere il ghiaccio schiarendosi la voce:
«Ehm… scusa sai Marisa… volevo dire suor Matilda…» rivolgendosi all’amica di gioventù «ma io non ci capisco niente. Sei sicura che il tuo Santone ci stesse con la testa?» chiede dubitativa, picchiettandosi contemporaneamente la tempia con l’indice.
«Ti assicuro, Gilda, che il Santone era sanissimo e perfettamente in sé fino alla sera prima. Nessun segno, niente che facesse pensare che se ne volesse andare. Del resto, poi, perché avrebbe dovuto farlo? E’ servito e riverito, anzi le consorelle fanno a gara a viziarlo!» protesta la suora.
«Eh, ma questo non vuol dire» interviene nonna Pina con competenza. «Ad una certa età funziona così, un giorno sei un leone e il giorno dopo nemmeno ti ricordi chi sei. Ma quanti anni ha il tuo Santone?» chiede la centenaria.
«Compirà ottanta anni la settimana prossima… sempre che ci arrivi» sospira la suora.
«Ah bè, ma allora è ancora giovane» constata la nonna, dal suo punto di vista.

«Ma fammi capire, Mari… suor Matilda.» interviene di nuovo Gilda «perché pensi che gli sia successo qualcosa? Non potrebbe essersi semplicemente stufato di stare in convento e aver deciso di andarsene? Voglio dire, non aveva nessun obbligo per rimanere lì, giusto? E a parte questo biglietto, ha lasciato altri indizi?»
«Si, purtroppo… suor Pulcheria? Puoi aprire quella scatola per favore?»
«Subito, superiora!» e la suorina rimasta fino a quel momento in disparte, facendo sfoggio di entusiasmo nonché di un bel paio di baffetti, poggia sul tavolo quella che sembra la custodia di uno strumento musicale, e la apre facendone scattare le chiusure. James, nelle vicinanze, si lascia sfuggire un commento di ammirazione:
«Notevole! Un Selmer Mark VI, uno strumento da professionisti»
«Lei si intende di sassofoni?» chiede suor Pulcheria, meravigliata e curiosa, al maggiordomo.
«James si intende di tutto, cara» dice orgogliosa Gilda.
«Troppo buona, signora. Per combinazione un caro amico, che suonava nell’orchestra di Henghel Gualdi, mi introdusse ai segreti degli strumenti ad ancia semplice. “James”, mi disse, “devi sapere che a volte un buon bocchino può aiutare a superare i limiti di uno strumento modesto, anche se”…»

Gilda lo interrompe: «James, scusa caro se te faccio notare ma ci sono le suore. Non mi pare il caso ora di mettersi a parlare di ance e affini…»
«Chiedo scusa signora, mi sono lasciato andare ai ricordi, capirà, il mio amico era un virtuoso dello strumento» dice il maggiordomo rinculando.
«Capisco, certe lezioni rimangono indelebili, ne so qualcosa. Ma dimmi suor Matilda, che c’entra questo sassofono, per quanto bello?»
«Il Santone non se ne sarebbe mai andato senza… quando è arrivato da noi, venti anni fa, aveva solo una canottiera e un paio di calzoncini tenuti su da due straccali¹ consumati. E il suo sax, che lucidava e suonava tutti i giorni… e ci ha fatto promettere che, quando morirà, il sax venga sepolto insieme a lui.»
«Bè, quand’è così le cose cambiano. Ma toglimi una curiosità, perché ti sei rivolta a me? Non sono la Sciarelli². Senti, facciamo così, adesso andiamo a fare una passeggiata in giardino e mi racconti tutto, va bene?»
«Come vuoi Gilda, andiamo pure» acconsente la suora

«Ah, suor Matilda, non far caso all’uccello, al pappagallo, dico. Non so ancora come la pensa sulle suore»

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¹ Vi risparmio la fatica di andare a cercare sul vocabolario: bretelle
² La brava giornalista conduttrice di “Chi l’ha visto”

Ferragosto con Olena (III)

Aaahh freak out!
Le freak, see’est Chic
Freak out!
Aaahh freak out!
Le freak, see’est Chic
Freak out!¹

Nel salottino dell’Air Force Rana che li sta riportando da Cuba a Milano, Olena, nonna Pina e James stanno occupando il tempo giocando una partita di Tressette con il morto; il posto di quest’ultimo è occupato da una foto del fu Evaristo Rana, nipote di nonna Pina e creatore dell’impero dei Rana, deceduto per problemi alla cervicale dopo un incontro troppo ravvicinato con Olena.²
Nonna Pina, sigaro in bocca, momentaneamente in coppia con il defunto, lo sprona a scegliere la carta da giocare:
«Evaristo, datti una mossa per piacere! Che si sta facendo notte» poi sposta una delle carte scoperte e la mette al centro del tavolo. La scelta non la convince, tanto da spingerla ad insolentire ancora il nipote:
«Ma che cavolo giochi! Da vivo eri un deficiente, a parte i soldi che quelli li sapevi fare, ma da morto sei completamente inutile!» concludendo la giocata con una risata gracchiante.

Olena piega l’angolo sinistro della bocca in qualcosa che assomiglia ad un sorriso, mentre James rimane imperturbabile dietro i suoi occhiali neri D&G.
«Busso» dichiara il maggiordomo.
«Bravo!» lo elogia nonna Pina  «Lascia che ti dica, caro mio, che come bussi tu bussano in pochi. Se ne è accorto anche Pepe e guarda che non è l’ultimo arrivato, eh? Ai suoi tempi era un peso welter» continua la vegliarda. «Se proprio devo farti un appunto, è che dovresti tenere la guardia un po’ più alta. Quel diretto l’avresti parato, almeno»
James annuisce, e si sfila gli occhiali facendo mostra di un bell’occhio nero.
«Ha ragione signora, ma tenga presente che sono stato colto alla sprovvista. Il mambo era quasi finito, e non potevo immaginare che Natascia sgambettasse Paio»
«Io non ha sgambiettato nessuno!» puntualizza gelida Olena. «Tua amichetta inciampata su mio piede, e detto poi me brutte parole» Poi, pizzicandogli una guancia: « Ma tu vero uomo, tesuoruccio, e difeso me. Vieni io da bacino su bua.» E così dicendo Olena appoggia le labbra sull’occhio chiuso di James, che si schermisce:
«Natascia, ti proibisco di chiamarmi “tesuoruccio”! E la prossima volta che ti vuoi azzuffare come uno scaricatore di porto sei pregata di non coinvolgere me!»
«Ragazzi, una rissa così non la vedevo da una cinquantina d’anni. Ne avete stesi una ventina, tra uomini e donne, e senza nemmeno versare una goccia di rhum. Pepe ha già prenotato un tavolo per l’anno prossimo» conclude allegra nonna Pina.

Prima che James possa ribattere si ode il trillo del telefono satellitare.
Tutti si rivolgono verso di lui, l’addetto alla risposta. Questi si schiarisce la voce e risponde in tono professionale:
«Qui Air Force Rana. Chi parla?»
«James, sei tu? Grazie al cielo» risponde Gilda, che continua con un rimbrotto affettuoso «James caro, non potresti lasciar perdere quel “chi parla?”. E’ pleonastico, se mi concedi questa licenza poetica.»
«Chiedo venia, signora, è l’abitudine» si giustifica il maggiordomo.
«E’ un vizietto che proprio non riesci a toglierti, vero? Ma non fa niente, caro, per il resto sei perfetto»
Poi Gilda lascia da parte i convenevoli, e viene al sodo:
«James, quanto tempo vi rimane al rientro?»
«Il pilota stima che manchino almeno tre ore all’atterraggio, signora»
«Non si potrebbe accelerare, caro? Perché qui ci sarebbe un problemino»
«Ha detto problemino, signora?»
«Si, James, problemino, problemino, non ripetere a pappagallo. Ah, a proposito, ti saluta Flettàx, senti» dice Gilda, girando la cornetta verso il giardino, da cui arrivano i versi dell’Ara Macao padano:
«Craa!! Craa!! Caccià i dané! Craa!! No, la Tanzania no!»
«Spero che Miguel l’abbia accudito bene, signora»
«Si, si, non preoccuparti, ormai hanno fatto amicizia. Dicevo che fareste meglio a prendere qualche scorciatoia, perché ci sarebbe un problemino da risolvere»
«Vedrò quello che posso fare, signora. Intanto vuole anticiparmi di che si tratta?»

Gilda risponde velocemente e riattacca. James rimane in piedi, guardando la cornetta, non del tutto convinto di aver capito bene. Nonna Pina, che ha cercato di captare il discorso, invita il maggiordomo a relazionare:
«Allora, James? Chi era?»
James si riscuote, e poggia la cornetta sulla base del telefono. «Era la signora Gilda, signora»
«E…?» lo incita a continuare nonna Pina
James prende fiato, e risponde:
«Dice che il Santone è scappato» riporta il maggiordomo «e chiede se Natascia non possa essere così gentile da entrare in convento»
«Ah be’, se è per così poco» constata la vecchia. «Natascia, come sei messa col catechismo?»
Olena solleva leggermente il sopracciglio sinistro «Niet, babushka. Io non crede in queste cose»

«Uhm, capisco» commenta pensosa nonna Pina «Del resto, figlietta mia, oggigiorno con questa Internet non si sa più cosa credere»

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¹ Chic – Le Freak – 1978
² Niente sushi per Olena – 2018

Ferragosto con Olena (II)

Dal palco della Casa della Musica di Miramar, a L’Avana, l’orchestra “Adelante Compañeros” sta eseguendo una cover dei Los Van Van, “Me gusta y no puede ser”, uno dei brani più graditi dal pubblico.
La pista, piena fino a poco prima di corpi accaldati e ansimanti, si è svuotata per fare spazio a due coppie formidabili di ballerini, che gli astanti osservano ammirati.

La prima coppia è formata da un uomo sui 35 anni, sul metro e settantacinque, in forma ed abbronzato, con una bella barba nera da hidalgo e due profondi occhi scuri, che indossa una sobria tutina verde sotto un bolero rosa firmato Girifalchi con maniche a sbuffo che tiene per i fianchi la sua partner, una stupenda mulatta con canottierina e gonnellino rosso fuoco.
«Te muoves muy bien, querido» lo elogia la compagna esibendo un personale forse un tantino troppo atletico, mentre lo segue con movenze da pantera.
«Grazie, ma chérie, mi alleno tutti i giorni con il giardiniere» dichiara James, il maggiordomo di casa Rana in vacanza.
«Davvero? Non sapevo che da voi in Italia i giardinieri ballassero la salsa» dice stupita la cubana.
«Il nostro Miguel è talentuoso, cara. Come hai detto di chiamarti, a proposito? Hai una bella voce calda e profonda, te l’hanno mai detto?» chiede James, ammirando l’accenno di pomo d’Adamo al collo della salsera.
«Mi chiamo Paio, querido, Paio Pignola. Yo soy la mejor bailerina de Cuba!» proclama volteggiando. Poi, stringendosi forse eccessivamente al maggiordomo, gli sussurra in un orecchio:
«Llévame a Italia contigo, mi amor, non te ne pentirai» infilandogli peraltro la punta della lingua nel padiglione auricolare.
«Vada pure per il Paio, mia cara» concede un benevolo James, piacevolmente sorpreso da una protuberanza manifestatasi sotto il gonnellino della mulatta «ma quel Pignola non mi sembra appropriato. Ci sarebbe da discutere, diciamo. Ad ogni modo mi sembra tu abbia dei numeri notevoli, manda pure il curriculum vitae a casa Rana, vedrò di mettere una parola buona per te.»
«Muchas gracias, querido…» sussurra con voce roca Paio, stringendosi ulteriormente al maggiordomo.

Ad un tavolo defilato, due vecchi amici conversano amabilmente, ricordando i tempi passati.
Nonna Pina, la più anziana dei due, con in testa un Panama, sta fumando il suo Montecristo N°2 sorseggiando un bicchiere di rhum; il suo accompagnatore degusta il Cohiba Siglo II che l’amica gli ha regalato.
«La revolución no es una cena de gala!» proclama enfatico l’uomo.
«E su questo siamo d’accordo, Pepe. Ma quello che ti chiedevo è: ti pare giusto che un tassista guadagni più di un chirurgo? Voglio dire, va bene ad ognuno secondo i propri bisogni, ma anche l’utilità sociale andrebbe premiata, non trovi?»
«La colpa è dell’embargo e dei gringos che non accettano il nostro socialismo» risponde l’uomo «anche il povero Secundo la pensava così» ed un velo gli appanna la vista, già appannata di suo.
«Pepe,» dice nonna Pina, stringendogli una mano «mi è dispiaciuto molto per tuo fratello Secundo, sai quanto gli fossi affezionata»
«Lo so Wanda, lo so, da quella volta che lo piantasti ad Acapulco con l’orchestra ed il conto del gioielliere da pagare non era più riuscito a toglierti dalla testa… e del resto come avrebbe potuto, una donna hermosa come te?» sospira l’attempato Ganimede.
«Ah, ah, Pepe, ma che vai a rivangare? E’ passato un secolo da quando mi chiamavano Wanda…» ride civettuola la centenaria «ma adesso guarda come sono messa…» indicando le rughe che le scavano il volto.
«Per me tu sei sempre bellissima come quando scendevi le scale del Tropicana » dichiara lo spasimante  «Come avrei voluto essere uno dei tuoi boys! Ma perché non rimani qui con me, a Cuba, per sempre? Balleremo tutto il giorno, fumeremo i migliori sigari e berremo il miglior rhum, e faremo l’amore facendoci cullare dalle onde del mare» dice il cubano con trasporto.
«Pepe caro» chiede nonna Pina un po’ preoccupata  «Scusa se te lo chiedo, ma da quanto tempo non ti fai vedere da un medico? Eppure la vostra sanità è al top, mi dicono. Il tuo geriatra dovrebbe darti una registrata, amico mio. Tra l’altro che fine ha fatto la tua ultima moglie, hai seppellito anche questa? Era la quinta, mi pare. Non ti sembra di esagerare?»
«Scusa Wanda, a volte mi faccio trasportare dalla passione. Sai, il clima, la musica, il sole. Buona tra l’altro questa bevanda, che cos’è di preciso?»
«Ah bhè, andiamo bene!» scuote la testa nonna Pina, accarezzando teneramente i capelli di Pepe, che guarda incuriosito la grolla di Piña Colada che tiene in mano come se non ne avesse mai viste prima in vita sua.

«Vedo tu ha fatto conquista, tesuoruccio?»
James si volta verso la statuaria bionda che le si è avvicinata ballando, ammirandone il vestitino che copre appena l’inguine, mettendo in risalto le lunghe gambe coperte fino alle ginocchia da un paio di stivali di pelle con tacchi alti 10 cm, e le sorride divertito.
«Ah, Natascia, ci sei anche tu? Non ti avevo notato, pensavo fossi andata a pesca di Marlin a mani nude. Un vestitino davvero sobrio, complimenti, dove lo hai preso, nel casino di Dona Flor?» la punzecchia il maggiordomo. «Sei obsoleta mia cara, ormai coprono anche miss America, quest’anno va di moda il vedo-non vedo»
«Vedo infatti tu muolto discreto, come sempre» osserva Olena, piegando leggermente la testa a destra portandosi l’indice alla bocca e fissando la tutina ed il bolerino del maggiordomo. «Bello accuostamento di colori»
«Il verde ama il rosa, non lo sapevi carina? E adesso vai, su, vai a ballare con il tuo cavaliere. Almeno finché ce la fa, che lo vedo un po’ palliduccio»
A questo punto Paio Pignola, al secolo Hector García, si intromette sbottando:
«Ma insomma querido, chi è questa sciacquetta? Vogliamo continuare a ballare o no?» Poi rivolgendosi ad Olena: «Smamma bambina, qui non c’è trippa per gatti. Este es mi hombre!» e si predispone alla battaglia, fronteggiando la russa.

Un brivido attraversa la schiena di James immaginando le conseguenze della sconsiderata dichiarazione di guerra di Paio. Nonna Pina, che da lontano ha seguito la scaramuccia verbale, si sistema il Panama, posa il bicchiere di rhum sul tavolo e si rivolge al suo spasimante:
«Pepe caro, puoi dire al cameriere di portarci qualche nocciolina? Che qui tra poco ci sarà spettacolo»

«Come tu ha chiamato me?» Olena stringe leggermente le palpebre fissando con occhi di giaccio Hector-Paio. Questi, con tutto il coraggio dell’incoscienza, solleva il mento, butta in fuori il petto (rifatto bene, per la verità, come anche Olena ammette tra sé) e risponde con voce leggermente stridula, di un’ottava più alta del necessario:
«Sciacquetta! E anche slavata! Sciacquetta slavata!»
L’orchestra a questo punto ha smesso di suonare. Il bassista, il famoso Giorginho Torres, apre il fodero del suo strumento e ne estrae una bottiglia di Matusalem invecchiato 23 anni che riserva solo per le grandi occasioni. Poi si siede su una cassa dell’amplificazione ed aspetta.

«Adesso faccio io vedere te chi sciacquetta. Raoul!» richiama perentoria il suo accompagnatore, Raul Montero, gigoló di fama internazionale, che dopo l’esperienza della notte passata che l’ha visto nettamente soccombere,  progetta di dedicarsi al tombolo con pizzo di Cantù.
Raul, imbarazzato, si avvicina. «Dime, mi señora», scodinzola.
«Adesso tu baila con questa “señorita” » e così dicendo, con una piccola rotazione del polso gli getta tra le braccia Paio. «Ma che…» ha appena il tempo di dire quest’ultima, e Raoul di rendersi conto dell’entità intrusa tra di loro, che Olena ha abbrancato James, ed è il suo turno di sussurrargli all’orecchio paroline dolci:
«Vedi tu di ballare bene, o io cionco te gambette, da?»
Poi si scioglie i capelli, e ordina all’orchestra, con disappunto di Giorginho:

«E adesso Mambo!»

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Ferragosto con Olena (I)

Gilda Quacquarini, vedova Rana, si pulisce lentamente il viso dal fango del quale è imbrattata, lo butta a terra scuotendo le mani, e sbuffa dall’angolo della bocca guardando con odio la sua avversaria.
E’ in ginocchio nella grande vasca allestita nello stadio di Boryeong, a 200 km da Seul, Sud Corea, dove si stanno svolgendo i campionati del mondo di lotta nel fango femminile.
La sua avversaria, una tonica Barbara D’Urso, l’ha appena atterrata, e sogghigna guardandola dall’alto in basso, con le gambe larghe e le mani appoggiate ai fianchi, ricoperta anch’essa interamente di fango.
«Ti è bastato o ne vuoi ancora?» chiede perfidamente la simpatica conduttrice, e continua:
«Arrenditi vecchia smandruppona, Svengard è mio!»
Più che l’epiteto inelegante è l’udire pronunciare il nome dell’amato dalla bocca della rivale che le fa ribollire il sangue. Si rialza lentamente, in tutto lo splendore del suo metro e sessanta e si sistema il bikini, la cui parte superiore stenta a contenere le forme grazie alle quali è conosciuta come Calva Tettuta.
Strizza i begli occhi verdi, fissa la presentatrice e risponde alla provocazione ricorrendo al vernacolo che riaffiora nei momenti di tensione:
«A scì? E mo’ te lo faccio vedé io, brutta sgallettata, de chi è Svengard!»
Così dicendo avanza verso la D’Urso, la quale con una smorfia di disappunto piega le gambe e flette leggermente il busto in avanti, rimettendosi in posizione di combattimento. Gilda avanza, esegue una finta a destra ed una a sinistra; la D’Urso si sbilancia, ed in un attimo la furia tascabile le è dietro e la afferra per i capelli, tirandola verso il basso; la show-girl cerca a sua volta di attaccarsi ai capelli di Gilda, ma non trova la materia prima: si ritrova in mano solo la bandana con la quale la vedova Rana ricopre la calvizie causata dal pentolone di ripieno di agnolotti bollente rovesciatole in testa proprio dal suo Svengard anni prima.
«E adesso chi è che se arrende, eh?» e comincia a sbatacchiare la testa della D’Urso sul fondo della vasca, provocando un rumore sordo, attutito dalla melma:
“Tum… tum… tum…”

¡Wepa!
Un, dos, tres,
un pasito pa’lante Maria
un, dos, tres,
un pasito pa’tras

Sono le 6:20 del mattino in casa Rana. Gilda sta dormendo nel suo letto King Size a forma di cuore, nuda come mamma l’ha fatta, con gli occhi coperti da una mascherina da notte per non essere colpita dai raggi del sole che penetrano nella stanza dall’enorme portafinestra che da sul balcone.
Risvegliata all’improvviso dalla suoneria del suo Huawei nuovo fiammante, “Un dos tres Maria” di Ricky Martin, allunga un braccio per svegliare il suo amante, Svengard il vichingo.
La ricerca però non sortisce effetto, di Svengard non c’è traccia.
«Sven?» chiama Gilda, con la voce ancora impastata dal sonno. Alla fine, dato che il norreno non risponde, si decide a togliersi la mascherina.
Sorpresa di non trovare il suo amore al suo posto, si chiede per un attimo se non sia andato in cantina a controllare un rumore, o a vedere se la luce in cucina è accesa; ricordatosi poi che era il suo defunto marito Evaristo ad avere problemi di prostata e non certo il gagliardo vichingo, allunga finalmente il braccino verso il comodino dove è poggiato il cellulare.
«Chi sarà mai a quest’ora?» si chiede Gilda ancora accaldata dopo la lotta nel fango notturna.

Dal giardino si sentono dei colpi ritmati: “Tum… tum… tum…” . Gilda si affaccia sul balcone, dopo essersi ricoperta con una vestaglia leopardata, e si appoggia alla balaustra, ammirando il suo Svengard che, a torso nudo, sta spaccando la legna per l’inverno dopo aver abbattuto un pioppo cresciuto abusivamente nel bosco domestico.
Dalla cucina vede uscire Miguel, il messicano che è stato assunto come badante di nonna Pina e uomo tuttofare, che con in testa un vassoio di frutta ed ancheggiando come Carmen Miranda sta recandosi a dare da mangiare all’Ara Macao che si è installato nel giardino dopo essere scappato dalla villa di un senatore padano.
Il pappagallo, riconosciutolo, lo saluta cordialmente:
«Cra…! Cra…! E’ finita la pacchia! E’ finita la pacchia!»
Miguel si guarda intorno circospetto, pronto a passare alle vie di fatto nei confronti dell’insolente uccello tropicale, che continua con i saluti:
«Terùn! Terùn! Cra…! Negher!»
Miguel smettendo di ballare posa il vassoio a terra e si accinge a spiumare il pappagallo, quando Gilda, avvedendosi delle sue intenzioni, lo richiama all’ordine:
«Miguel!»
«Si, señora?»
«Miguel, quante volte devo dirti di non infastidire Flettàx?»
«Ma yo…» prova a giustificarsi il messicano, prontamente stoppato dalla padrona di casa
«Ma yo, ma yo. E’ un animale delicato, poverino. Ha sofferto molto.»
«Ma señora, l’uccello me offende! »
«Miguel smettila di dire stupidaggini. E’ ridicolo! Un ragazzone come te, offenderti per un uccello» e rientra in camera, dove il telefonino ha ripreso a squillare.

Gilda guarda il numero sconosciuto; rimpiange di avere concesso le ferie a James, il fido maggiordomo, ed infine si decide a rispondere:
«Pronto?»
«Sia lodato Gesù Cristo!» risponde la voce squillante in linea.
«Sempre sia lodato» risponde una sorpresa Gilda. «Ma chi è che parla?»
«Sono suor Matilda Inclinata del convento di Ladispoli. C’è la madre badessa?»
«La badessa? Che badessa? Ma no, guardi suora, deve aver sbagliato numero, questo non è un convento»
«Ma certo che non è un convento, lo so bene. Tutt’altro, a quello che mi risulta.»
«Tutt’altro? Cosa vuole insinuare suora?» chiede Gilda, iniziando ad innervosirsi.
«Voglio dire che in quel posto si fornica e si vive nel peccato. Sbaglio per caso?»
«Si forniché? Ma come si permette, nel peccato ci vivrà lei!»
«Su su non è il caso di prendersela. Tanto al giorno d’oggi fornicano tutti»
«Senta suora, non l’ho ancora mandata al diavolo per il rispetto che ho per l’abito che indossa, ma se continua così mi costringe proprio a…»
«Che abito?» la interrompe la suora. Gilda, confusa, risponde:
«Come che abito? La tonaca, no? Il saio, o come si chiama. E che diamine, mica mi posso mettere a insultare una consacrata»
«Perché?» chiede sinceramente incuriosita la suora.
«Ma come perché! Perché sono stata educata così, che i preti e le monache vanno rispettati! Però se continua posso cominciare adesso a fare un’eccezione »
«Ah, ah, ah…» una risata squillante, dall’altra parte del telefono, interrompe la dichiarazione di guerra di Gilda, che rimane sbalordita a guardare il cellulare.
«Ah, ah, Gilda sei incredibile. Non sei cambiata per niente!»
Gilda continua a guardare il cellulare con la bocca aperta. Finché non si decide a chiedere:
«Ma scusi, noi ci conosciamo?»
«Ah, ah, ma che certo che ci conosciamo, tontolana! Sono Marisa, ti ricordi adesso?»

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Niente sushi per Olena – 18

«Evaristo, per l’amor del cielo, si può sapere che c’entri tu con i cinesi? Che tra l’altro ce li copiano pure, i nostri tortellini!»
E’ una Gilda ancora incredula quella che si rivolge al suo ex-defunto marito abbigliato da cinesina.
«Ah, ah, c’entro, c’entro, eccome se c’entro, cara mia!» risponde il cavaliere, con una risata sinistra.
«Ho lavorato anni per conquistare la loro fiducia… tonnellate e tonnellate di ravioli sottocosto… dove pensavi che andassero a finire i nostri scarti, eh? Negli all-you-can-eat, dove la gente si va a sfondare di monnezza a 9 euro e 99 centesimi… gamberoni a 9,99! Pesce che arriva dai posti più inquinati del mondo, e gonfiato di gelatina… siamo diventati un popolo di deficienti, te lo dico io…» continua amaramente il Rana.
«Ha ragione, lo diceva sempre il povero Olindo!» commenta a bassa voce Memo verso il vicino Ambrogio.
«I cinesi si adattano a tutto, comunismo o mercato per loro non fa differenza, basta che possano fare i loro affari… lavorano senza tregua e si accontentano di poco, e mentre sorridono ti fottono… è la razza superiore, sono gli scarafaggi umani, occupano tutti gli spazi, non si vedono ma stanno dappertutto…»
«Sapevo che eri diventato matto, ma adesso pure razzista? Ma ti senti come parli? Che c’entrano gli scarafaggi?» protesta Gilda.
«Razzista io? Gilda, come al solito non capisci niente» afferma categoricamente il cavaliere scuotendo la testa, e prosegue:
«Io li ammiro, altro che razzista! Siete voi che non sopporto più. Ma guardatevi!» e così dicendo lancia uno sguardo di compatimento verso le pantofole col pelo della non più vedova.
«Io! Li ho aiutati a infiltrarsi dappertutto… ristoranti, bar, barbieri, centri massaggi… divani, stamperie, tessiture, mercerie… ah, ah, e poi siamo arrivati con la tecnologia, e ci siamo comprati le banche, costruiamo quartieri, pure le squadre di calcio ci siamo presi! »
«Ma perché parli al plurale, tu non sei cinese anche se sei vestito da cinese!» sbotta Gilda.
«Io sono più cinese dei cinesi, cara mia! Io sono il capo dei cinesi! E tra poco avrò l’esclusiva per i ravioli al vapore… un miliardo e mezzo di persone che mangeranno i miei ravioli! Fabbriche da migliaia e migliaia di operai! Diventerò un eroe della Repubblica Popolare!»
«Compagno cavaliere, non credo che quello che stiate facendo vada a favore del popolo!» interviene Luisito.
«Popolo? Mi parla di popolo, lui. Ma che ne sapete voi di popolo? Non avete più dignità, non avete più vigore, non avete più ideali… siete un organismo in cancrena, una piaga dell’umanità! Dovete estinguervi, come i dinosauri! E se continuerete a mangiare nei nostri sushi bar lo farete di sicuro, ve lo garantisco!»

«Ma chi ti credi di essere, pazzo fanatico?» insorge nonna Pina. «Che cos’è, hai avuto una crisi mistica? Questa “casetta” l’hai comprata tu, te ne sei scordato? Gli operai che ti hanno reso ricco sfondato li hai sfruttati tu, non i dinosauri! Per cinquant’anni hai pensato solo agli affaracci tuoi, e adesso vieni qui a farci la morale? Ma va’ all’inferno!» conclude  nonna Pina, imbracciando il fucile e puntandolo verso il nipote.
«Tsk, tsk, io le to sconsiglio» dice il cavaliere, muovendo l’indice come ammonimento. «La vedi questa?» Il cavaliere si alza la tunica e svela una specie di corazza che lo protegge.
«Bello il costumino, peccato che dovrò farci un buco» dichiara dispiaciuta la nonna.
«Questo costumino, cara, è un esoscheletro a rivestimento magnetico» spiega il Rana. «Ha la brutta abitudine di respingere le pallottole e rimandarle al mittente. Considerala pure la mia piccola contraerea portatile. E adesso basta, facciamola finita!» e al battito di mani del cavaliere le porte del laboratorio si aprono ed entra una squadra di venti ninja in assetto da combattimento.
«Mi dispiace dovervi lasciare, miei cari. Se vi consola, diventerete involtini primavera» e così dicendo volta le spalle agli astanti e si dirige verso l’uscita, mentre i ninja si avvicinano minacciosamente.

«James, qualche idea?» chiede Gilda speranzosa.
«Se ai signori non disturba» dice riferendosi a Memo, Ambrogio e Luisito «proporrei una formazione a testuggine»
«Vada per la testuggine allora, speriamo che gli animalisti non abbiano da ridire» approva Gilda.
Il gruppetto, circondato dai cinesi, si avvicina al pentolone dove è immerso Toshiro; con una spinta decisa lo rovesciano buttando il contenuto, Toshiro compreso,  addosso agli assalitori, dopodiché sollevano il pentolone e se lo infilano in testa.
Quindi, come un grande paguro, si spostano lentamente verso l’uscita, con i cinesi che urlano e cercano di trattenerli, colpendoli alle gambe con dei bastoni .
Finalmente al più sveglio dei ninja viene in mente di legare con una corda le gambe dei nostri, ed in breve questi, intralciati nei movimenti, inciampano e cadono a terra, con il pentolone che rotola lontano.
«Tagliateli a fette!» urla il capo.
I ninja circondano i nostri che si dibattono in terra, pronti a tagliuzzarli, quando la parete in fondo del laboratorio scompare in un boato, e dopo che la polvere si è diradata se ne scopre la causa: Svengard, ai comandi di una ruspa Caterpillar, è entrato senza chiedere permesso.

«Hållefold Tullestund!»¹ intima Svengard ai cinesi in norreno.
Ma gli incappucciati, evidentemente digiuni dell’antico linguaggio, non comprendono l’avvertimento ed in men che non si dica, nonostante la resistenza del vigoroso vichingo, lo estraggono dal bulldozer.
«E’ Svengard! E’ venuto a salvarmi, non è un amore?» cinguetta Gilda al vicino James, che annuisce affermativamente.
Ma i cinesi, per niente inteneriti, legano Svengard, lo sollevano e si apprestano a buttarlo in un altro pentolone bollente. In quel mentre dalla breccia aperta nel muro compare una figura nota, che avanzando lentamente intima in cinese:

«Fermi, uomini senza onore. Liberate immediatamente quelle persone!»
L’uomo si sfila il passamontagna, lo getta in terra e poi, dopo aver battuto con una mano sulle corde della racchetta, si mette in posizione di combattimento.
I cinesi, sorpresi, guardano la figura che li fronteggia senza credere ai loro occhi. Finalmente, impaurito, uno di loro indicando col dito dice:
«Ma è… è… è il generale Po!»
I cinesi realizzano di trovarsi di fronte ad una leggenda vivente, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, colui che gli rimase fedele fino alla fine, persino quando l’imperatore ormai decaduto fu impiegato come giardiniere nell’orto botanico di Pechino²: la metà di loro si ferma, getta a terra le armi e si prostra toccando la terra con la fronte. Gli altri, dopo un attimo di smarrimento, avanzano verso Po, che rimanendo impassibile li guarda, e quasi senza muovere le labbra dice:
«Se così dev’essere, sarà. Oggi è un buon giorno per morire³»

In breve i ninja lo circondano e lo attaccano con le loro katane; Po si difende mulinando con maestria la racchetta elettrica, ne abbatte diversi ma è costretto a retrocedere e infine, incalzato da più parti, viene ferito e la racchetta gli cade di mano.
«Dovevi morire insieme al tuo imperatore» sibila con disprezzo il capo dei ninja, alzando la spada per colpirlo.
«Prima tu» dice una voce dall’alto; tutti alzano la testa, giusto il tempo per veder cadere una fune da una delle travi del soffitto, ed un attimo dopo i cinesi capiscono quanto sia fastidioso trovarsi sulla traiettoria di una raffica di Zastava M70.
Olena si avvicina a Po e gli rivolge un piccolo inchino, al quale il cinese ferito risponde. Poi si gira e va verso Svengard, lo libera e guarda l’unico uomo che le ha resistito correre verso Gilda ed abbracciarla.  Un attimo di distrazione, che le impedisce di accorgersi dell’unico ninja rimasto vivo, che con le ultime forze rimaste si rialza sulle ginocchia e le lancia contro uno shaken.

Il gruppo intanto è uscito dal laboratorio e si affretta ad allontanarsi; i nostri, dirigendosi verso la casa  scorgono una sagoma distesa sotto il grande cedro del Libano che la sovrasta; si avvicinano e riconoscono il cavalier Rana che sembra riposare finalmente tranquillo, con il piccolo particolare della testa girata sul collo di centottanta gradi.

 

Epilogo

In Finlandia, nella cittadina di Sarajärvi, sul lago omonimo, per la finale del campionato del mondo degli snipers sono presenti i migliori tiratori scelti di sette paesi. L’Italia è rappresentata dal sergente maggiore Lojacono, del Battaglione Col Moschin; c’è il turco Hussein Hasman, il britannico Mike Hoswell, il norvegese Pierl Hostrund, l’israeliano Moshe Rabin, ed il favorito, l’americano Paul Bradley, ciascuno con un assistente per il puntamento.
Il bersaglio è a tre chilometri, un tiro che qualunque piccolo movimento può far sbagliare, e che in azione comporta il fallimento della missione con la possibilità concreta di diventare da cacciatore a cacciato.

Una postazione è ancora vuota, e gli arbitri stanno consultando i cronometri per decidere se dare il via procedendo con la squalifica del concorrente mancante.
Dalla strada che collega il campo di tiro alla caserma si vede arrivare un pick-up, e i concorrenti si rialzano per accogliere l’ultimo arrivato.
Il guidatore, un impeccabile James con una divisa immacolata da ufficiale di marina, si ferma facendo derapare il mezzo. Poi scende di corsa dal posto di guida ed apre la portiera posteriore: ne discende una russa statuaria, con un braccio bendato e legato al collo, ed il suo assistente, in divisa da aviatrice ausiliaria della seconda guerra mondiale.

Il turco Hasman, il più vicino, squadra la coppia con curiosità, poi con un cenno di approvazione del capo si rialza e si mette sull’attenti, in un perfetto saluto militare:
«Bentornata, capitano Smirnoff» e ad uno ad uno tutti i concorrenti salutano la coppia appena arrivata. Anche l’americano, sebbene riluttante, si rialza e saluta, non perdendo l’occasione per lanciare una frecciatina alla russa. «E un po’ difficile sparare con un braccio solo, capitano. Se serve una mano, non fare complimenti…» completando la frase con una risatina provocatoria.
Olena rialza la testa, alza gli occhi blu verso il cielo ed un raggio colpisce l’americano in fronte. Lo squadra dall’alto in basso e poi dice:
«Non credo tu reggere ritmo, yankee.»

In tribuna, tra addetti ai lavori, giornalisti e militari, si può distinguere una pattuglia rumorosa e variopinta, con Gilda, Svengard, il cinese Po, Uppallo I e Uppallo IV, e con un Miguel abbigliato da cheer leader, leggermente eccessivo nel contesto. Tutti hanno un binocolo al collo , per poter osservare i tiri.

«Comunque tu non devi preoccupare di me, tenente» continua Olena «il nostro campione è un altro» e passa il fucile, il fedele SVD Dragunov modificato, a nonna Pina, che lo prende con delicatezza e si distende in posizione di tiro. I concorrenti sono sorpresi, l’americano rimane in piedi con il suo McMillan TAC-50 non riuscendo a credere a quel che vede.

«Ma che cos’è, uno scherzo? Ma è una vecchia!» esclama, chiedendo comprensione agli altri tiratori. Poi, non trovando appoggio, si rivolge direttamente a nonna Pina:
«Ehi, nonnina, guarda che hai lasciato la calza a casa! Attenzione che quello è un fucile, non è un retino da farfalle! Ah, ah, ah…»

Olena serra impercettibilmente la mascella e fa un passo verso l’americano. Gli altri concorrenti rialzano la testa, prevedendo il peggio.
Nel silenzio assoluto si sente come un raspare di lima su un ferro arrugginito, e subito dopo lo scaracchio di nonna Pina va a posarsi tra i piedi di Bradley.
Nonna Pina sorride ad Olena, a rassicurarla, poi si gira verso Bradley e lo fissa negli occhi, con un sorrisetto, finché l’americano non abbassa lo sguardo, scuotendo la testa. Poi abbassa gli occhiali antiriflesso e punta verso il bersaglio, il dito appoggiato leggermente sul grilletto.

Trattiene il respiro, e spara. E ancora prima di incrociare lo sguardo di compiacimento di Olena e di sentire gli urli di Miguel, si avvicina a Bradley e gli sussurra in un orecchio:

«Ti è piaciuto, carino? E adesso baciami il culo, finocchietto»

THE END

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¹ trad. “Lasciateli stare o è peggio per voi!”
² La storia dell’imperatore Pu Yi è vera.
³ cit. dal film “Piccolo grande uomo” del 1971, a mio parere uno dei più bei film di tutti i tempi.

Niente sushi per Olena – 17

Nonna Pina, ancora incredula, fissa il nipote, il redivivo Evaristo Rana, che travestito da cameriera cinese spinge in fondo ad un pentolone di ripieno di agnolotti il corpo di un uomo a testa in giù.
Gilda, la vedova tutt’altro che inconsolabile, James il maggiordomo, i tre compagni nostalgici Luisito, Memo e Ambrogio, sono a bocca aperta. Persino Olena, per quanto avvezza ad ogni sorta di colpi di scena, arriccia il sopracciglio sinistro.
E’ nonna Pina che si incarica di rompere il ghiaccio:
«Evaristo, spostati da quel pentolone o quanto è vero Dio ti sparo in testa. Per la miseria, non sei nemmeno capace di morire senza rompere le scatole?»
Gilda, con gli occhi ancora sgranati dalla sorpresa, riesce a dire:
«Evaristo? Ma sei proprio tu, Evaristo? Ma che ci fai vestito da cinese? E soprattutto, che ci fai qua? Tu sei morto! E che cavolo, ti abbiamo pure seppellito!» e così dicendo si volta verso James, chiamandolo a testimone.
«Effettivamente, signore, i pigmei vi hanno mangiato, dovreste ricordarvene. Abbiamo trovato la vostra carcassa nel bosco, a meno di una tibia che Gnugnu deve aver portato via per ricordo» conferma James.

«Ah, ah, ah, poveri idioti!» E’ una risata insana quella che esce dalla bocca della cinese, che dopo aver tolto i denti sporgenti e la parrucca nera a caschetto si rivela per quello che è: il Cavalier Rana in carne ed ossa (non proprio con tutte le ossa a dir la verità). Che svela il mistero della sua ricomparsa:
«Quello che avete seppellito, cari miei, era Desmond, la terza riserva della squadra sudanese di curling. Quei maledetti pigmei mi hanno rosicchiato solo una gamba» e così dicendo mostra la gamba destra, dove appena sotto al ginocchio spicca una protesi al titanio. «Li ho supplicati, e gli ho dovuto promettere che li avrei rimandati in Africa e li avrei fatti lavorare come attrazioni per i turisti nei villaggi Ranatour, dove avrebbero potuto mangiare gli istruttori di zumba e pilates… oltre ad un bel gruzzoletto… così ho salvato le penne, ed ho potuto preparare in tutta calma la vendetta! Ah, ah,ah…»
«Evaristo, chi hai messo in quel pentolone? Toglilo subito di là, se arrivano i Nas ci fanno chiudere!» chiede una Gilda preoccupata per i risvolti occupazionali della pazzia del non più fu-marito.
«Toshiro era una mia creatura, gli avevo insegnato tutto!» sbotta il Rana, con disprezzo. «Tra di noi c’era un patto, ma all’ultimo momento si voleva tirare indietro, quel cacasotto! Non voleva essere complice di un crimine, diceva. Ah, ah, un crimine! Come se preparare ripieni al pollo tandori e gorgonzola non fosse già un crimine!»
«Effettivamente…» scappa detto ad Ambrogio, subito redarguito da Luisito e Memo.

«Ma che cos’è che ti passa per la testa stavolta?» chiede una frastornata Gilda. «Non sarà ancora quella storia dei manometri, vero? E’ una fissazione la tua, lasciatelo dire»
«Nanometri, non manometri, quanto ci vuole a farselo entrare in testa? Ah, ah, ma già, tu hai ben altro per la testa… a parte i capelli, che quelli invece grazie al tuo bellimbusto non li hai più da un bel pezzo!» dice con perfidia il cavaliere, facendo riferimento allo sfortunato incidente nel quale Svendard rovesciando in testa a Gilda un pentolone di ripieno le causò una calvizie permanente.¹
«Ti proibisco di parlare di Svengard in quel modo! Sven vale almeno dieci volte te!» urla a questo punto Gilda infuriata. «E’ forte e sensibile, non è un pazzo come te!»
«Ah, ah, pazzo, si, pazzo… anche il tuo amichetto, cara nonna, diceva che ero pazzo… peccato per quella brutta indigestione…»
«Che cosa? Sei stato tu? Ma per quale motivo, Emilio non faceva male a nessuno!»
«Il tuo Emilio mi aveva scoperto e per non parlare pretendeva che mi facessi da parte e lasciassi tutto a suo nipote, quel calciatore da strapazzo»
«Ehi, piano con le parole!» interviene Memo. «Nagatomo è nazionale giapponese, mica pizza e fichi come i vostri ripieni!» e poi, facendo mente locale: «Nipote? Ma come nipote, se è giapponese!»
«Adesso questo non interessa, è una storia lunga» tronca nonna Pina. «Che gli hai fatto, mostro?»
«Il Cynar non sempre fa digerire, cara nonna… specialmente se nella scorzetta di limone si aggiunge qualche goccia di tetrodotossina²…»
«Il cameriere! Eri tu, assassino! Sei un assassino!» urla nonna Pina tremante di rabbia. «E a Nagatomo cosa hai fatto?»
«Stai tranquilla, è un po’ ammaccato ma vivo. Almeno per ora… se succede qualcosa a me i miei uomini lo tagliano a pezzetti e lo mettono nel ripieno.»
«E Hidetoshi, il macchinista?» chiede una sempre più confusa Gilda.
«Uno sfortunato incidente. Ho preso il treno per andare in laboratorio senza farmi vedere, che ne sapevo che quello aveva l’abitudine di ispezionare i binari? Era una persona troppo coscienziosa!»
«E Olindo? Ha assassinato anche Olindo, vero? Perché?» chiede Ambrogio.
«E no, quello non sono stato io. Si era insospettito e mi ha seguito in cucina, ma sono stati i cinesi a farlo fuori. Col suo movimento no-sushi aveva proprio rotto le scatole.»
«Hai visto? Che ti avevo detto?» fa Memo a Luisito, ancora non convinto.
«E’ stato uno sbaglio, il piano era rapire Nagatomo e far ricadere la colpa su di voi» ammette Evaristo.
«Vedi che avevo ragione io?» dice Luisito ai due amici.
«Solo che quel coglione del vostro amico è venuto a chiedere informazioni proprio a me, e i cinesi si sono innervositi» conclude infine il Rana.
«Ma per l’amor del cielo Evaristo, a che pro tutto questo? Perché? Per i soldi? Ma ne avevi a bizzeffe! Potere? Vendetta?»
«Ah, ah, ma che soldi, ma che potere! Io sono al di sopra di queste quisquilie. E’ la GLORIA! Quella che inseguo e che merito. I libri di storia mi ricorderanno come il benefattore che ha salvato la civiltà occidentale dal declino!»

«James, la situazione è troppo ingarbugliata per il mio attuale abbigliamento. Qualche idea?» chiede sottovoce Gilda al fido maggiordomo.
«Al momento ne sono sprovvisto, signora.»
«Capisco. Bè, sarà quel che sarà³, mi pare cantasse quella tale. Te l’ho già detto che il fondotinta olivastro ti dona, James?»
«Grazie signora. Ho pensato che una nuance calda fosse appropriata.»
«Hai ragione, come sempre. Ah, James» dice Gilda con noncuranza «non vorrei allarmarti, ma Natascia è sparita. Pensi che a breve dovrai buttartimi ancora addosso? »
«E’ possibile, signora. Spero di non essere troppo di disturbo»

 

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¹ vedi  “Natale con Olena” – episodio IX.
² Tossina letale estratta dal fegato del pesce palla.
³ “Sarà quel che sarà”, cantata da Tiziana Rivale, è stato il brano vincitore del festival di Sanremo 1983.

Niente sushi per Olena – 16

«James caro, chi è quella gente laggiù? Non mi sembra di conoscerla. Sono operai in pausa? Non saremo un po’ troppo liberali con le maestranze? Non vorrei che se ne approfittassero, si sa come vanno a finire queste cose. Dagli un dito, prendi un braccio, quelle cose lì insomma»
Gilda, la Calva Tettuta, in divisa mimetica leopardata e babbucce foderate di pelo, in testa un foulard di seta Mantero ed in spalla un sovrapposto Beretta Imperiale Montecarlo con il quale il defunto cavalier Rana si esercitava nella caccia ai pigmei, osserva dal limite del bosco domestico un gruppetto di persone discutere animatamente all’ingresso del laboratorio.
«Tenderei ad escluderlo, signora, gli operai non possono uscire prima della fine del turno» risponde il maggiordomo abbigliato come Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia, mostrando di essere ben al corrente delle regole aziendali. «Le fisionomie di alcuni di loro non mi sono nuove, potrebbero essere fornitori. Vuole che spari un colpo di avvertimento, signora?» continua James, non vedendo l’ora di provare un vecchio fucile Mauser trovato in soffitta. Gilda lo guarda interessata.
«James, sei un birichino. Dove hai trovato quel costume? Ti dona, dovresti vestirti più spesso da beduino. Niente spari però per adesso, non vorrei mi si risvegliasse l’emicrania»
«Come vuole, signora» dice James, leggermente deluso.

Se James nel ristorante cinese in cui era stato condotto da Olena non fosse stato distratto da un colpo di karatè all’orecchio ed un pugno nell’occhio, probabilmente nel capannello antistante il laboratorio avrebbe riconosciuto Luisito, Ambrogio e Memo come tre degli altri avventori di quella serata, e nei cinesi alcuni degli aggressori; anche se per quanto riguarda i cinesi bisogna ammettere che occorre essere più che fisionomisti per riuscire a cogliere sfumature somatiche. Non capita anche a voi di essere colti dal dubbio che la stessa persona tagli i capelli e contemporaneamente arrotoli involtini primavera, e che pratichi persino massaggi rilassanti? Ma non divaghiamo.

«Compagni lavoratori delle lavanderie!»
La voce di Luisito esce metallica dal megafono portatile da manifestazione, mentre si avvicina al gruppetto di cinesi vestiti di nero che sorvegliano l’entrata. Dietro di lui Memo e Ambrogio sorreggono uno striscione del Sindacato Unitario Lavoratori Lavanderie Industriali, il Sulli, realizzato con un lenzuolo di un letto king size espropriato dall’hotel Villa d’Este di Cernobbio.
«Compagni!» continua Luisito «Mi meraviglio di voi! In questo momento in cui il padronato ci vuole schiavi delle politiche neoliberiste e della globalizzazione, ed è stata trovata una intesa per una piattaforma unitaria di lotta, contro la precarizzazione ed il ricatto occupazionale, ed il vostro sindacato ha proclamato quattro ore di sciopero, voi che fate? Siete qui come cani alla catena a lavorare, contro i vostri stessi interessi! Vergogna! Crumiri!»
I cinesi, sorpresi dall’apparire del corteo, osservano interdetti i tre personaggi che avanzano verso di loro. Alla fine quello che sembra essere il capo, riavutosi dalla sorpresa, fa qualche passo in avanti e alzando un braccio con gesto autorevole intima:
«Felmi! Divieto di inglesso»
Al che Memo, facendo finta di niente, chiede ad Ambrogio: «Katanga, l’hai portata la chiave del 18?»
«Fidati, Zagor» risponde Ambrogio, recuperando parte della baldanza di quando entrambi facevano parte del servizio d’ordine alle manifestazioni sindacali.
«E allora mena!» e così dicendo Memo inizia a mulinare l’asta del cartello per crearsi un varco verso la porta, mentre Ambrogio estrae da un tascone dei pantaloni una chiave inglese e si accinge a picchiarla in testa al cinese più vicino.
Il generoso tentativo scatena un tafferuglio nel quale i nostri, digiuni di arti marziali, stanno avendo la peggio, quando uno sparo interrompe la lotta:
«Fermi tutti e alzate le mani! La prossima palla la pianto in testa al primo che si muove»

E’ un James impavido quello che esce allo scoperto, fiero del suo bel turbante e seguito da una fiammeggiante Gilda, anch’essa con turbante, e avanza verso il gruppetto spianando il vecchio Mauser 1903.
Ad un cenno del capo, uno dei cinesi si stacca dal gruppetto e va verso il maggiordomo. «Spala pule, tanto noi cinesi essele un milialdo quattlocento milioni, hai voglia a spalale» è la sfida che il cinese lancia a James. Questi, punto sul vivo, mira ad una spalla anziché alla testa, preme il grilletto ma al posto del rassicurante “bang” si sente solo un misero “clic”: il fucile si è inceppato. Cavallerescamente James si pone tra il cinese e Gilda, e brandendo il fucile per la canna si appresta ad usarlo come mazza, quando due ninja lo attaccano contemporaneamente e James è costretto a parare con l’occhio sano.
«All’anima e ci t’è stramuert’» scappa detto al maggiordomo in dialetto gallese. Mentre i cinesi iniziano a tempestarlo di colpi si sente una voce sbarazzina:
«Uhuh! Amuoruccio! Smetti te giocare con tuoi amici. C’è qui tua gattina per fare giuochetti insieme, da? Vieni casa e metti body in lattex, che poi io frusto te come piace tanto»

Una russa statuaria, in pantaloncini e maglietta attillati, stivali di pelle fino al ginocchio, occhiali neri e berretto da baseball in testa avanza tranquilla verso di loro.
«Grazie a Dio, Natascia. E mó è cazzi vóstri» proclama una inviperita Gilda, mani ai fianchi, recuperando l’idioma familiare.
Arrivata a tre passi il sorriso di Olena si trasforma in una smorfia, getta occhiali neri e berretto a terra, e dal fodero nascosto dietro la schiena compare una katana. Gli occhi di ghiaccio fissano i cinesi, e quasi senza muovere le labbra sibila:
«Finuocchietto, togli te da mie palle»

James, recepito il messaggio cifrato, si volta verso Gilda.
«Con permesso, signora» e senza attendere risposta si getta sulla Calva Tettuta buttandola a terra e coprendola col proprio corpo.
«Babushka, la finestra a destra» indica Olena a nonna Pina, piazzata al limitare del bosco con il fucile di precisione. Un attimo dopo si sente un colpo ed un cinese che vi era appostato vola di sotto.
«Che mi venisse un colpo, l’ho beccato!» esulta la centenaria.
Nel frattempo quattro teste stanno rotolando per il prato, e Olena ripulisce la lama della katana sul kaftano di James. Questi si rialza, con una mano sull’occhio dolorante, si avvicina ad Olena e senza farsi sentire dagli altri le chiede:
«Perché dovevi tirare in ballo il body in lattex? E’ roba da zoccola»
«Fatto bua all’occhietto, piccolino? Poi mammina da bacino te »
«Vaffanculo!» e James aiuta Gilda a rialzarsi. Quest’ultima, ancora un po’ stordita, si sistema il turbante in testa, poi recuperando un minimo di padronanza, dichiara:
«Non ho capito che sta succedendo ma adesso mi sono proprio rotta le scatole! Mo’ entro e li faccio neri» e, imbracciando il sovapposto, avvicina l’occhio al lettore di iride fino a quando sente, con soddisfazione, il clic attutito dell’apertura della porta blindata.

Nel buio del laboratorio una cinese claudicante si sta affaccendando attorno ad un pentolone dal quale spunta un paio di gambe.
«Toshiro!» un urlo strozzato esce dalla gola di Gilda.
«Nagatomo!» urlano Luisito, Memo e Ambrogio.
«Ma è la cameriera!» indica James ad Olena.
Nonna Pina entra per ultima, puntando il fucile sulla sagoma zoppicante. La squadra un attimo, e poi esclama:

«Evaristo, allontanati immediatamente da quel pentolone!»

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