Tre stelle per Olena – 20

«Ehi voi due, avete visto Kocca? E’ un’ora che la cerco, dove si è andata a cacciare?»
Flettàx, il pappagallo padano, svolazza borbottando e agitando nervosamente le ali; Riitta la renna e Fiona la cavalla si scambiano uno sguardo di intesa, poi è la più battagliera delle due, Riitta, a rispondere:
«Perché la cerchi?»
«E tu perché rispondi a una domanda con un’altra domanda? Se la cerco avrò i miei motivi» ribatte il malmostoso pennuto «Non si sarà infilata nel bosco, eh? Che sta cominciando a far buio»
«Come sei tenero Flettino, sei preoccupato che possa succederle qualcosa? Ma no, sarà qua intorno, lo sai che ogni tanto ha la testa tra le nuvole» interviene la premurosa Fiona.
«Ti ho detto mille volte di non chiamarmi Flettino!» strepita l’Ara Macao «E non sono per niente tenero, anzi sono incazzatissimo! Non sarà mica in giro con quel parrocchetto?»
«Non sarai mica geloso?» lo provoca Riitta.
«Geloso io? Non mi conosci, cara mia. Io sono per l’amore libero! Kocca è grande (insomma, grande) e vaccinata, ha anche il green pass, può fare quello che vuole!»
«Be’, sono contenta che la pensi così perché infatti l’ho vista addentrarsi nel bosco con Spread, ed è inutile che lo chiami parrocchetto perché è molto più virile di te se lo vuoi sapere, che le stava recitando una poesia»
«Che cosa, una poesia?!» insorge Flettàx «Da che parte sono andati, dimmelo immediatamente!»
«Cosa ti importa, non hai appena detto che è grande e vaccinata e può fare quel che vuole?» chiede candidamente la renna.
«Quel che vuole un par di palle! Io li spenno, prima lui e poi lei, anzi tutti e due insieme!» sbraita inferocito il pappagallo.
«Flettino non fare stupidaggini, ti hanno appena liberato dalla voliera, non vorrai farti rinchiudere di nuovo» cerca di riportarlo alla ragione la saggia Fiona.
«L’onore val bene una voliera! Lo faccio vedere io a quei due freghi… fedri¹… insomma a quei due traditori!»
«Alla faccia dell’amore libero» commenta Riitta «Sei il solito maschio possessivo e arretrato. Evolviti, non siamo più all’età della pietra!»
«Sì Flettino, oggi c’è la parità di genere!» ricorda Fiona, rassicurante.
«Ve la do io la parità! Suffragette, femministe e Me Too dei miei rognoni! Aspettate che li prenda e poi gliela faccio vedere io la parità, a forza di beccate sul didietro! E poi che vadano a piangere da…»

«Che sta succedendo qua?»
Kocca, avvicinatosi senza esser vista e curiosa come solo una gallina sa essere, chiede informazioni, interrompendo la tirata del pappagallo, che si ferma e reprime l’impulso di strozzarla.
«Ah, eccoti qua finalmente. Ti pare questa l’ora di tornare? E si può sapere dove sei stata?» chiede Flettàx trattenendo a stento la rabbia.
«Perché, eri in pensiero?» chiede la gallina sognante «Che caro che sei! Ho fatto quattro passi qua intorno, è così bello il giardino, e il tempo è volato… poi sono passata in cucina a prenderti i croccantini, eccoli qua, vedi?»
«I croccantini? Dai qua» ordina il pappagallo strappandole il sacchettino con malagrazia. «E il tuo cicisbeo dove l’hai lasciato?»
«Che cicisbeo?» chiede la gallina sorpresa.
«E’ geloso» la informa Riitta.
«Ho detto che non sono geloso! E adesso mi avete proprio rotto le scatole, cervelli di gallina!»
«Ma io sono una gallina!» protesta Kocca.
«Appunto! Me ne vado!» annuncia Flettàx, non dimenticando di portare con sé il sacchettino con i croccantini.
Le tre amiche rimangono a guardarlo mentre si allontana svolazzando, infine è Riitta a rompere il ghiaccio:
«Kocca?»
«Sì?» risponde svanita la gallina.
«Kocca, non fare la finta tonta con noi. Che stai combinando con Spread? Guarda che Flettàx vi spenna»
L’ovaiola sospira e si accovaccia, e dopo qualche attimo di esitazione risponde:
«Sono confusa… Flettàx mi vuole bene, ma è rude, mi tratta sempre come una gallina. Spread invece mi recita le poesie, mi fa scoprire nuovi aspetti della personalità, mi allarga gli orizzonti…»
«Gliel’hai data?» chiede la pratica renna.
La gallina arrossisce sotto le penne, becchetta un verme che passava da quelle parti, e ammette:
«Ehm, ecco, tra una rima e l’altra, senza che ce ne accorgessimo, vi giuro che non ne avevo proprio l’intenzione, eh? Siamo finiti in un cespuglio, e lì…»
«Gliel’hai data» conclude la renna, prosaica.
«Gliel’hai data, gliel’hai data, lo fai sembrare come se fosse chissà che delitto! Ho ceduto, lo ammetto, ma non si ripeterà più. Anzi, si è già ripetuto a dire la verità, ma non si ripeterà più!» promette la gallina.
Le due amiche le si stringono attorno e la abbracciano, poi Riitta la riporta alla realtà:
«Senti, Kocca, tu hai un problema. Dacci un taglio, lo dico per il tuo bene. Flettàx sospetta, e se vi becca vi spenna per davvero!»
«Ma voi non glielo direte, vero? Siete mie amiche, tutti per uno, uno per tutti!» chiede implorante Kocca.
«Ma certo che no, sciocca, però devi stare attenta» la tranquillizza la renna, che peraltro ha già spifferato tutto.
«A proposito di uno per tutti» interviene Fiona con malcelato interesse «Pensi che Spread sarebbe disposto a declamare qualche poesia anche a me? Piacerebbe anche a me farmi allargare gli orizzonti…»

¹ Fedifraghi. Pare che la parola per i pappagalli sia ostica, anche perché loro sono fieramente e ostinatamente monogami, tranne qualche rara eccezione.

Tre stelle per Olena – 19

« Carramba che sorpresa! Abbiamo qua la nipote del nonno morto. Che cose strane succedono in Cina, che razza di magia taoista avete fatto, Po?» chiede Nonna Pina fingendo stupore e rivolgendo alla ragazza un sorrisetto ironico.
«Più che di magia si trattò di illusionismo… » risponde Po, divertito. «Li Yuqin partorì un bambino sano, e lo sostituimmo prima che i giapponesi se ne accorgessero. Lo feci portare in campagna, affidato ad una famiglia di assoluta fiducia. Perfino a sua madre facemmo credere che il bambino fosse morto, fu crudele ma era per la sua sicurezza… la nostra intenzione era quella di andarlo a riprendere una volta che le acque si fossero calmate, ma non ne avemmo il tempo»
«Perché, che successe?» chiede Montesi, ormai rapito dal racconto.
«La guerra era ormai finita, i giapponesi avevano perso anche se la resa non era stata ancora dichiarata, e si preparavano a lasciare il Manciukuò. Disarmarono a sorpresa tutta la Guardia dell’Imperatore per impedirci qualsiasi ribellione. Questione di ore, i russi invasero la Manciuria e l’imperatore e la corte tentarono di fuggire verso il Giappone per consegnarsi agli americani, immaginando che li avrebbero trattati meno duramente, ma i sovietici li intercettarono e li portarono in Russia. Quando seppi che l’imperatore era stato catturato mi consegnai anch’io per cercare di stargli vicino. Ci tennero prigionieri cinque anni e poi ci restituirono alla Cina, dove nel frattempo Mao Tse Tung aveva sconfitto Chiang Kai-shek e proclamato la Repubblica Popolare. Venimmo internati in un campo di rieducazione, a Fushun, dove rimanemmo nove anni, finché il cittadino Pu Yi fu dichiarato riabilitato»
«Perché rimase con l’imperatore, signor… generale Po? Non aveva più nessun obbligo, mi pare, poteva vivere la sua vita, non era colpevole di nulla più che aver fatto il proprio dovere» chiede Montesi, colpito.
Po respira profondamente, e fissa Montesi negli occhi:
«Avrei dovuto vivere una vita senza onore, maresciallo? Avevo fatto un giuramento. E’ facile stare vicino alle persone quando sono forti e potenti, ma è nella disgrazia che si misura la lealtà. Non sono riuscito a proteggere Pu Yi dall’influenza dei giapponesi, ma posso dire di averlo aiutato a diventare un uomo nuovo e lo sono diventato a mia volta. Ne valeva la pena»
«E il bambino?» chiede Montesi, con la voce incrinata dall’emozione.
Un sorriso illumina il volto di Po:
«A quel punto solo io e la levatrice sapevamo della sua esistenza… la famiglia che l’aveva adottato si trasferii a Hong Kong, dove tuo nonno» dice rivolto a Li Wok «studiò e divenne avvocato. La società per cui lavorava lo mandò per qualche tempo nella sede in Australia, dove conobbe tua nonna e decise di stabilirsi definitivamente. Io uscito di prigione rimasi ancora vicino al mio signore ma dopo la sua morte, nel 1967, non c’era più niente che mi trattenesse. Non era facile uscire dalla Cina a quei tempi, specialmente per chi aveva un passato come il mio, ma finalmente qualche anno dopo riuscii anch’io a raggiungere l’Australia. Ho custodito il segreto di tuo nonno, e controllato che nessuno ne venisse a conoscenza…»
«Perché? Perché non gliel’hai detto, aveva diritto di saperlo, e anche noi!» contesta Li Wok.
«Non era più tempo di imperatori» risponde calmo Po. «Quel mondo è morto, e quello che ne rimane morirà con me. Il popolo non deve mai più dipendere da imperatori, e tanto meno dai capricci di un bambino. Ho avuto tante volte l’impulso di parlare a tuo nonno, ma mi sono sempre trattenuto. A che pro? Aveva una buon lavoro, una bella famiglia, figli e nipoti che adorava e lo adoravano. Tra cui un ragnetto che gli si arrampicava addosso e si faceva sempre fare il solletico..»
Li Wok spalanca gli occhi, colpita.
«Ragnetto? Ma, come fai a…?»
«A sapere che tuo nonno ti chiamava ragnetto? Chiamala magia anche questa, se vuoi. Non è difficile rendersi invisibile… la morte di tuo nonno mi rese molto triste. Avrei potuto tornare in Cina, ma come ho detto non c’era più niente che mi attirasse là, così venni in Europa. L’imperatore aveva avuto un precettore inglese, lo sapevi? Amava i costumi occidentali. Ho visitato luoghi che avevo solo immaginato e infine mi sono fermato qua. Ti aspettavo… »
«Alt, alt, per l’amor di Dio!» implora Montesi, alzando le braccia. «Quindi lei, generale o quel che è, mi sta dicendo che la signorina, qua, è davvero la discendente dell’ultimo imperatore della Cina? E lei signorina, chef o quel che è, come ha fatto a saperlo? E avete qualcosa che lo dimostri, o vi siete inventati tutto e magari vi siete messi d’accordo per far fuori Turchese sa solo il cielo perché? Sapete che vi dico? Che adesso mi sono rotto le palle di questo polpettone storico. Colasanti! Staccati da quella porta, che sta in piedi da sola! » urla Montesi al sottoposto, rimasto appoggiato allo stipite in attesa del finale.
«Comandi, maresciallo» risponde l’appuntato, ricomponendosi.
«Riporta l’imputata in guardina, e voi, signori» intima a Po e Nonna Pina con un gesto eloquente «potete andare. Grazie della collaborazione, vi faremo sapere»
«Ma come, vi faremo sapere? Ma se le abbiamo detto che…» protesta Nonna Pina.
«Ho detto di andare. E non costringetemi a mettere dentro anche voi» taglia corto il maresciallo.
Nonna Pina lancia uno sguardo a Olena, che con un cenno la invita a seguire l’ordine di Montesi. I due, riluttanti, lasciano la stanza scortati da Piccioni, mentre Colasanti riporta Li Wok nella cella dove è custodita.
Montesi e Olena rimangono soli nella stanza, la russa con un sorrisetto ironico dipinto sul volto.
«Ti diverti?» chiede Montesi.
«Abbastanza» risponde Olena. «Loro non c’entrano niente, tu sai vero?»
«Imperatrice della Cina… ma pensa te. Prima che arrivassero quei due ha chiamato il giudice. Mi ha detto che mi dà ancora 48 ore, e poi mi toglie il caso» informa Montesi, scrollando le spalle. «Non che me ne freghi molto, anche se mi dispiacerebbe lasciare le cose a metà»
«Io so cosa ci vuole per te» afferma Olena, con una punta di malizia.
«Lascia stare, l’ultima volta ci stavamo per lasciare la pelle, non mi pare proprio il caso» obietta imbarazzato Montesi.
«Non intendevo sesso, possibile tu pensa sempre a quello?» lo corregge Olena, passandosi la lingua sulle labbra .
«Stasera in villa si balla. Vestiti bene, prego. Rilascia Li Wok, devono esserci tutti» ordina, più che invitare, Olena. Poi si alza ed incede ancheggiando verso l’uscita; sulla soglia, quasi dimenticando qualcosa, si volta e completa le istruzioni:
«E porta Ines, per favore. Lei balla molto meglio di te»

Non sembra anche a voi che Mr. B assomigli sempre più a Mao Tse Tung?

Tre stelle per Olena – 18

Nonna Pina, con gli occhi fiammeggianti e la voce rauca che vibra di indignazione, punta un dito ossuto verso la giovane chef. Po le rivolge un sorriso riconoscente e prova a calmarla:
«Lasci stare signora, è passato troppo tempo…»
«Proprio perché è passato tanto tempo, Po, bisogna che qualcuno racconti la verità a questa signorina!» risponde la battagliera centenaria.
«Chi è questa donna? Non la conosco, non voglio ascoltarla!» protesta Li Wok.
«E invece mi starai a sentire, imperatrice dei miei stivali! Il tuo trisnonno era un deficiente, e mi pare proprio che tu abbia ereditato la sua malattia!»
All’affermazione di nonna Pina Montesi si abbandona stremato sulla poltrona.
«Trisnonno, imperatrice, ma di che sta parlando? Olena, tu ne sai qualcosa?» chiede confuso alla russa, meravigliata quanto lui.
Po, imbarazzato, cerca di frenare la veemenza di Nonna Pina:
«La prego signora, è meglio non…»
«Lasciami fare Po, quando ci vuole ci vuole. Quest’uomo» scandisce indicando il cinese «non è stato semplicemente una delle guardie dell’imperatore. A venticinque anni era già generale, e comandante delle guardie! Ma chi era quel cosiddetto imperatore a cui aveva giurato fedeltà assoluta? Un pupazzo, un vanesio, un inetto! Come avrebbe potuto essere diverso, del resto? Pu Yi era stato messo sul trono a due anni¹, due anni capite? E’ vissuto sempre in un mondo tutto suo, non conosceva niente del suo paese e dei bisogni del popolo. L’hanno fatto abdicare a sei anni, e meno male, e da allora ha vissuto una vita dorata all’interno della Città Proibita con l’unica occupazione di spendere i soldi che i cinesi continuavano a concedergli, solo loro sanno perché. Completamente manipolabile e manipolato, si è prestato per pura ambizione a fare il fantoccio dei giapponesi, opprimendo la sua stessa gente! Ti dico una cosa, ragazzina arrogante: se il tuo trisnonno nella vita ha capito qualcosa è stato solo quando, finita la guerra, i comunisti di Mao Tse Tung l’hanno tenuto in carcere per rieducarlo invece di trattarlo come criminale di guerra e impiccarlo come meritava!»
«Lui aveva giurato di proteggerlo fino alla morte» insiste Li Wok, ma con meno convinzione.
«E ti pare non l’abbia fatto? Pensi che sarebbe sopravvissuto, se Po non l’avesse difeso tutto il tempo? Se Po ha una colpa, cara mia, è solo quella di non averlo fatto fuori con le sue mani il tuo imperatore! Dovresti rispettarlo e onorarlo invece di insultarlo, e baciargli le mani, se non fosse stato per lui…»
«Che vuol dire con questo?» chiede Li Wok, colpita.
Per un attimo nella stanza cala il silenzio, poi Nonna Pina e Po si scambiano un lungo sguardo, alla fine del quale l’uomo si raddrizza, si schiarisce la voce ed inizia il suo racconto.
«I giapponesi cercavano da anni di far sposare Pu Yi con qualche loro connazionale, per rafforzare i legami di amicizia dicevano, ma in realtà l’unica cosa che volevano rafforzare era il dominio sulla Manciuria. L’imperatore aveva sempre rifiutato, anzi nel 1943 aveva preso come quarta moglie Li Yuqin, una ragazza quindicenne: Pu Yi non aveva ancora avuto figli, e si sperava che Li Yuqin potesse dargli un erede. Per la verità la prima consorte, Wanrong, dieci anni prima aveva perso un bambino, e circolava voce che fosse un figlio illegittimo e fosse stato soppresso per ordine dei giapponesi. Quando Li Yuqin rimase incinta eravamo preoccupati che qualcuno potesse far del male a lei o al bambino, e la misi sotto stretta sorveglianza. Nessuno poteva entrare o uscire dalle sue stanze senza venire controllato… i giapponesi in pubblico si felicitavano, ma in realtà erano contrariati dalla presenza di un successore che un giorno avrebbe potuto reclamare quello che ritenevano ormai un loro territorio. Si mostrarono perciò offesi, dissero di ritenere le misure adottate una mancanza di fiducia, e protestarono con l’imperatore che mi ingiunse di permettere l’accesso ad un loro dottore, che avrebbe vigilato sulla salute di Li Yuqin. Mancavano pochi giorni al parto ed un eunuco venne a riferirmi di aver assistito, non visto, ad un colloquio tra due ufficiali giapponesi ed il dottore: appena dopo il parto questi avrebbe dovuto praticare al bambino una puntura letale. C’era poco tempo… quando iniziarono le doglie mandai una pattuglia a prelevare il dottore. L’ordine era di trattenerlo il più a lungo possibile, ed i miei uomini eseguirono alla perfezione, fingendo persino una scaramuccia con degli uomini armati. Quando il dottore arrivò l’imperatrice si era ormai sgravata e dormiva profondamente, spossata. Vicino a lei, piangente, la levatrice teneva in braccio un bambino, morto»
Po si ferma, ripensando a quei momenti, e un velo offusca il suo sguardo. Tutti sono in attesa, affascinati; persino Piccioni e Corinaldi, in piedi sulla soglia della stanza, aspettano la continuazione.
«Il dottore certificò la morte» continua Po «e il giorno dopo il corpicino venne tumulato, con una cerimonia privata»
«Ma non è possibile» esclama Li Wok. «Quel bambino non può essere morto!»
«E perché mai?» chiede nonna Pina, provocatoriamente. «Ne morivano a migliaia di bambini a quei tempi, grazie agli amici del tuo imperatore, e perché proprio quel bambino no?»
«Perché altrimenti io non sarei qui!» rivela Li Wok. «Quel bambino era mio nonno!»

¹ La storia di Pu Yi, maschera tragica e grottesca, è affascinante e decadente come quella della società e del periodo storico in cui ebbe la ventura di vivere. Quello che sembrava dovesse rimanere immutato fino alla fine dei secoli cambiò in poco tempo e tumultuosamente travolgendo il mondo che conosceva: l’avvento della Repubblica, due guerre mondiali inframezzate da guerre civili e sino-giapponesi, la rivoluzione comunista, e Pu Yi si ritrovò da imperatore a giardiniere, riuscendo solo allora ad essere libero e, forse, felice. L’Autore ha romanzato solo la parte del figlio avuto con Li Yuqin, che non è mai esistito.

Tre stelle per Olena – 17

Montesi, accortosi che la mascella di Olena si sta irrigidendo, riporta la ragazza alla calma.
«Signorina, si sieda per favore. Qui decido io chi può parlare» chiarisce il maresciallo, lanciando un’occhiata alla russa che gli restituisce un cenno di approvazione.
«Signor… Po, la prego, si sieda. Ha qualche dichiarazione da fare sul caso? Intanto ci vuol dire perché la signorina le ha dato del traditore, vi conoscete per caso?».
Po ignora l’invito di Montesi e rimane in piedi fissando Li Wok, che volta ostentatamente la testa nella direzione opposta. Un sorriso triste gli attraversa il volto; sposta lo sguardo verso Montesi ed inizia a raccontare.¹
«Mi chiamo Po Hui, e sono nato nella provincia di Heilongjiang, in Manciuria, il 15 aprile 1921, nell’Anno del Gallo»
«Cento anni?» domanda meravigliato Montesi «Ma ne è sicuro, signor Po? Non è che in Cina contate gli anni in modo diverso che qua in Italia? Mi sembra piuttosto in forma per essere un centenario»
«Merito del Tai Chi, maresciallo, della dieta povera di carne e del sesso» risponde sorridendo Po. «Ma la prego, non mi interrompa, la mia mente non è più quella di una volta»
«In che senso sesso? No, lasci stare, prego, continui» si scusa Montesi dubbioso, invitandolo a proseguire con un gesto delle mani.
«Provengo da una famiglia di agricoltori, abituati a spaccarsi la schiena di lavoro e a patire la fame, eravamo costantemente minacciati dalle carestie e soprattutto dalle ruberie… Era un periodo confuso per la Cina: l’Impero era crollato nel 1912 e per anni avevano spadroneggiato i signori della guerra, sconfitti infine dal generale Chiang Kai-shek; la pace però era un miraggio, l’esercito combatteva da un lato contro i giapponesi che avevano invaso proprio la Manciuria e Shangai e volevano ulteriormente espandersi, e dall’altro purtroppo contro gli stessi cinesi, l’esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung. Proprio i giapponesi nel 1932 crearono nei territori della Manciuria il Manciukuò, ponendovi a capo Pu Yi, l’imperatore deposto, facendogli credere che l’avrebbero aiutato a riconquistare tutta la Cina»
«Non nominare quel nome! Non ne sei degno!» insorge Li Wok, scattando ancora in piedi.
«Signorina, la prego» la richiama ancora Montesi «Signor Po, vogliamo venire al dunque? La storia cinese è affascinante, ma qui avremmo da fare…»
Po continua, senza dar mostra di aver capito.
«A sedici anni mi arruolai nell’esercito ed a diciotto i miei superiori, apprezzando le mie capacità, mi cooptarono nella Guardia Personale dell’Imperatore e mi trasferirono a Chanchun, nella capitale. Era il 1939, e da lì a poco sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale… nonostante le promesse, fu ben presto chiaro che i giapponesi non avevano alcuna intenzione di restaurare l’Impero: il Manciukuò di fatto era una colonia ed i cinesi erano oppressi, sfruttati e trucidati quando osavano ribellarsi. Poi, a dicembre del 1941, il Giappone attaccò gli Stati Uniti andando ad affondare la loro flotta a Pearl Harbor, nelle Hawaii, costringendoli di fatto ad entrare in guerra. Da un momento all’altro ci trovammo, da cinesi, su due fronti opposti: Chiang Kai-shek con russi, americani e inglesi, ovvero con gli stessi che per decenni avevano fatto a gara nel depredarci, e noi del Manciukuò con le forze dell’Asse, cioè con quei giapponesi di cui eravamo di fatto prigionieri. I nostri comandanti erano inquieti ma Pu Yi diceva di pazientare, che i sacrifici sarebbero stati ripagati, la vittoria del Giappone era nel nostro interesse perché avrebbe portato alla restaurazione dell’Impero ed a rinnovare l’ordine e la concordia»
«E lei ci credeva, signor Po?» chiede Montesi scettico, prevenendo un altro scatto di insofferenza di Li Wok.
Po si ferma per qualche secondo ed alza lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra alle spalle di Montesi.
«Non è importante quello che io credevo, maresciallo. Ero un soldato, avevo fatto un giuramento e lo avrei rispettato fino alla fine. Chi ero io per discutere le parole dell’Imperatore? Il mio compito era quello di difenderlo, anche con la vita se ce ne fosse stato bisogno. Questo mi imponeva il mio Onore»
A questo punto Li Wok insorge di nuovo e scatta in piedi:
«Tu osi parlare di onore? Tu, che hai lasciato imprigionare il tuo imperatore? Tu che dovevi proteggerlo con la tua vita! Di quale onore parli, tu sei solo un traditore!» urla la cinese, incontenibile.
Po abbassa la testa, quasi curvandosi sotto il peso dell’accusa; infine si rialza e con un sorriso di tenerezza si accinge a rispondere alla ragazza, quando la porta dell’ufficio si apre violentemente lasciando entrare una donna anziana con lo sguardo fiammeggiante che si rivolge a Li Wok con una voce roca e raschiante come una lima sul ferro:
«Come osi tu, piccola stupida! Sciacquati la bocca prima di rivolgerti così al generale Po!»

Montesi guarda sbalordito la vecchia e soprattutto il suo piantone Piccioni che non è riuscito a trattenerla, chiedendosi come sia possibile.
«Ma che cazzo succede ancora?» sbotta il maresciallo balzando in piedi «Ma cosa siamo diventati, la sala colloqui della Baggina²? Adesso basta! Piccioni, toglimi immediatamente dai coglioni questi due o quanto è vero Dio ti faccio fare il giro della caserma a forza di calci in culo!»
Piccioni rosso in volto entra nella stanza ma a questo punto Olena, rimasta fino a quel punto seduta in silenzio, si alza in piedi e si avvicina alla nuova arrivata.
«Babushka, è bello rivedere voi. Come mai da queste parti?» le chiede alzando leggermente il labbro sinistro in quello che sembra un sorriso, e contemporaneamente diffidando con la mano alzata Piccioni dal fare un ulteriore passo.

¹ Per comodità del lettore il racconto verrà riportato in italiano corretto, senza trascrizione del difetto di pronuncia di Po, ovvero del suo pararotacismo.
² La Baggina è il nome familiare che i milanesi danno al Pio Albergo Trivulzio, famosa casa di riposo per anziani, ed è detta Baggina perché situata sulla strada che porta dal centro al quartiere Baggio. Nel 1992 quello che allora ne era presidente, il socialista Mario Chiesa, venne pizzicato con le mani nella marmellata e da lì prese il via l’inchiesta Mani Pulite che contribuì a mettere fine alla Prima Repubblica. L’Autore pur avendo a suo tempo apprezzato la momentanea piazza pulita ha tuttavia molti dubbi sul fatto che quanto venuto dopo sia meglio, anzi.

Tre stelle per Olena – 16

«Signorina, si rende conto che così non ci aiuta, e soprattutto non aiuta sé stessa? Stiamo parlando di omicidio, non di una omelette bruciacchiata. Lo dico nel suo interesse, collabori, vedrà che il giudice ne terrà conto…»
Il maresciallo Montesi, spazientito, si rivolge a Li Wok esortandola a parlare.
«Quante volte devo dirglielo che non ho messo io il veleno. E che V come Vendetta non c’entra niente con Turchese!» protesta Li Wok, arrossata dall’indignazione.
«Sì, ma ci aveva anche detto di non aver conosciuto prima Turchese, e invece guarda un po’ è saltata fuori una foto di voi due in vacanza alle Maldive. Avete passato insieme una settimana, ammetto che non si finisca mai di conoscere gli altri, ma è un po’ troppo per sostenere che sia un estraneo, non crede? Pensa che siamo dei fessi, per caso?» insiste Montesi, sbattendo una manata sul tavolo.
Li Wok sobbalza e si volta verso la bionda alle sue spalle cercando un sostegno, ma si scontra con uno sguardo glaciale. Abbassa la testa, e comincia a parlare.
«E va bene, conoscevo Turchese. Ero in vacanza, quando è arrivato… degli amici mi hanno detto che conduceva delle trasmissioni di cucina, così mi sono incuriosita. Volevo capire se ci fosse modo di promuovere il mio ristorante, e l’ho avvicinato… Alessandro amava molto raccontare di sé e del proprio lavoro e mi ha parlato ovviamente della trasmissione, diceva che lo sponsor non badava a spese per promuovere i prodotti, che la location era molto bella, una grande villa nel nord Italia. Mi mostrò qualche articolo sulle edizioni degli anni precedenti , e mi colpì molto il seguito che aveva il concorso… ad un certo punto si tolse gli occhiali e mi squadrò interessato, poi buttò là che quest’anno non ci sarebbe stata male una concorrente cinese, a patto che…»
«A patto che cosa?» chiede Montesi, sporgendosi in avanti.
«Secondo lei?» risponde Li, sorridendo. «A patto che andassi a letto con lui. Perché no, mi dissi? In fondo ero single, senza legami, e Turchese era anche un bell’uomo. Se poteva giovare alla mia carriera…»
«Quindi lei ci sta dicendo che è diventata l’amante di Turchese per poter partecipare alla sua trasmissione? E che è successo poi, avete litigato?»
«Amante, che parolona. Abbiamo passato una vacanza insieme, tutto qua. Non abbiamo affatto litigato, anzi, ci siamo divertiti e poi amici come prima.»
«E non vi siete più rivisti dopo la… ehm, vacanza?» chiede Montesi, scettico.
«No, perché avremmo dovuto? Io vivo a Hong Kong, lui a Roma, io ho la mia vita e lui la sua, mica eravamo fidanzati! Ci siamo rivisti solo l’altro giorno, alle prove della trasmissione. Ci saremo parlati sì e no dieci minuti, e mai da soli…»
«E dunque questo V come Vendetta da dove sbuca? Cos’era, tutta una sua trovata pubblicitaria?»
«Le ripeto che di questo non voglio parlare, Turchese non c’entra niente!» protesta ancora Li.
«Sembra che lei non voglia proprio capire in che guai si trova…» dice Montesi deluso, interrotto dalla voce del piantone che sta avendo una discussione proprio fuori dall’ufficio.
«Le dico che non si può entrare, non mi costringa a usare la forza! E metta via quella racchetta.»
«E io le dico che devo entrale! Non mi costlinga ad usalla, questa lacchetta!»
Montesi lancia uno sguardo interrogativo ad Olena, che gli restituisce un sorrisetto beffardo. Il maresciallo va ad aprire la porta e si trova davanti due uomini, uno giovane ed uno anziano, che si stanno contendendo quella che sembra essere una racchetta elettrica anti-zanzara.
«Piccioni, che cavolo stai facendo con quella racchetta?» sbraita Montesi. «Non ti ho detto che non volevo essere disturbato per nessun motivo? E una buona volta, smettila di minacciare di usare la forza. O la usi o non la usi. E lei chi diavolo è?» chiede infine all’anziano cinese, che si è raddrizzato trionfante, brandendo la sua racchetta.
«Mi chiamo Po, e sono venuto a pallare con la lagazza»
«Con la ragazza? Con Li Wok, intende? Ma non è possibile, la signorina è in custodia cautelare, può parlare solo con il proprio avvocato. Lei è il suo avvocato? Non mi pare. E adesso faccia il piacere, se ne vada e ci faccia lavorare. Piccioni, accompagna il signore»
Dall’interno della stanza una voce decisa lo blocca:
«Nicuola, fallo entrare. Se dice che deve parlare, deve parlare. Garantisco io per lui.»
Montesi chiude gli occhi e trattiene una imprecazione, poi con un cenno della mano invita Piccioni ad andarsene. Si sposta di lato, e fa passare Po. Appena Li Wok lo vede entrare si alza in piedi di scatto e, puntandogli contro un dito, lo apostrofa con rabbia:
«Non voglio parlare con quest’uomo! Io non parlo con i traditori»

Tre stelle per Olena – 15

Nella grande cucina di Villa Rana c’è fermento, agitazione, nervosismo. Quattro anzi cinque chef stellati discutono animatamente in un angolo mentre Palmira, la cuoca di casa, spignatta per tutti borbottando.
La voce stridula di Auguste Trésomarie sovrasta le altre:
«Questo è un abuso di potere, non possono trattenerci ancora qua! Hanno già preso l’assassina, cosa aspettano a rilasciarci? Io ho il mio ristorante da portare avanti, i miei clienti mi reclamano!» proclama il francese indignato.
«Non sei mica l’unico ad avere un ristorante da portare avanti» lo rintuzza Ahmed Marrakech «se poi vogliamo chiamarlo ristorante. I clienti li spenni, più che dargli da mangiare»
«La mia clientela non si accontenta certo di semolino con qualche pezzetto di verdura come in certe locanducce di mia conoscenza» risponde piccato Trésomarie «La qualità si paga, caro mio!»
«Sì, la qualità, ma fammi il piacere. Comunque una volta tanto sono d’accordo con te: è una vera indecenza che ancora non ci lascino andare! Insomma, sono stato invitato per partecipare a questo show, l’ho fatto anche volentieri perché insomma, si tratta sempre di pubblicità, ma adesso mi pare che il gioco stia durando un po’ troppo! Sapete che vi dico? Io appena posso scappo e me ne torno a Marrakech, al diavolo il contratto ed i ravioli!»
«E come faresti?» lo canzona Liza Maelström, la svedese. «Se riesci a superare il servizio di sorveglianza della russa, accomodati… io invece penso che la pubblicità non sia mai troppa, meglio positiva, è ovvio, ma anche questa alla fine non ci nuocerà… Sapete che vi dico? Che se anche è stata Li Wok, a noi converrebbe che la verità venisse scoperta il più tardi possibile, anzi meglio se non venisse scoperta affatto. Il fascino del mistero, il brivido, la morbosità, i clienti faranno la fila per poter venire nei nostri locali, per capire se siamo degli assassini…»
«Oh, in quanto a questo tu lo sei di sicuro, carina» la interrompe Joao do Patimento, il brasiliano.
«Che vuoi dire? Stai attento a quello che dici, o ti affogo in una delle tue pentole di fagioli!» lo minaccia la svedese.
«Voglio dire, carina, che con le tue aringhe hai stufato. Aringhe a pranzo, a cena, a merenda, a colazione! La gente dopo che è venuta a mangiare da te muore sì, ma di noia!»
«Non ti permettere, sai?» si inalbera Liza. «E poi parla lui, che mette i fagioli dappertutto. Ritira immediatamente quello che hai detto o io…» e così dicendo la svedese, col viso arrossato, avanza minacciosa verso il brasiliano.
«Ti avverto, carina, sono Formado in Capoeira¹, non provare a toccarmi!» dice Joao alla svedese che lo sovrasta in altezza di una buona spanna.
«Ehi, buoni, buoni!» li ferma Amaru Timu, il maori, frapponendosi fra i due.
«E’ inutile che ci mettiamo a litigare tra di noi. E’ frustrante stare qui ad aspettare, ma non pensate che possa essere anche per la nostra sicurezza? Potrebbe anche esserci in giro un pazzo che ha deciso di ucciderci tutti, per quello che ne sappiamo!»
«Perché dici questo?» chiede Trésomarie, preoccupato. «Hai qualche informazione che non abbiamo? Se è così devi dircelo, perché non possiamo rimanere con le mani in mano se l’assassino è ancora qui intorno!»

«Ao’, e ammó basta, eh! Ve volete mette a fadiga’, che fra un po’ è ora de cena?»
Palmira Rosticini, settantenne minuta madrina di battesimo di Gilda, che l’ha voluta a servizio strappandola alla tranquillità della sua Serrapetrona dove cucinava per il ricovero degli anziani pietanze così gustose che i vecchietti rimanevano attaccati alla vita fino all’inverosimile, li interrompe brandendo un matterello, spazientita.
«A proposito de sta’ con le mani in mano, fatevela finita de chiacchierà e venete a da’ na ma’! Tu, signorina, affetta la cipolla, marsh! Francese, tu rosola l’agli, duvristi sapello fa’, no? Lu mettete dapertutto l’agliu, voantri francesi. Tu, capoeira, pulisci li fascioli visto che te piace tanto. E tu, marocco, va’ a pela’ le patate»
«Perché io devo pelare le patate?» protesta Marrakech. «Io sono uno chef, non sono uno sguattero. Io faccio il cus cus! Questo è razzismo!»
«O negus, se pronunci ancora quella parola te cionco, sappilo! Dentro la cucina mia non esiste ne bianchi ne niri, c’è solo lavoratori e scansafadighe, e tu me pare proprio che fai parte de quist’urtimi! Tu peli le patate perché te lo dico io, perché se no te ‘rria su la testa ‘stu rasagnolu², me so’ spiegata?»
Ahmed, convinto, si accinge a pulire le patate, mentre Amaru, rimasto fino a quel momento in disparte, si alza e chiede, timoroso:
«E io? Che faccio, io?»
Palmira squadra il gigante che ha davanti che gli ricorda il compianto marito Torello scomparso in viaggio di nozze, scomparso nel senso che era sparito senza più dare notizie; i maligni sostenevano che si fosse allontanato volontariamente, i più maligni ancora che fosse stata Palmira a suggerirgli di sparire senza farsi più vedere appena scoperto che in viaggio di nozze si era portato anche l’amante. La cuoca pensosa si sofferma sulle spalle, sui muscoli delle braccia e sulle mani del maori, poi annuisce e risponde:
«Tu, che si’ granne e grossu veni co mme alla cella frigorifera. C’è da ‘ncollasse una pacca de manzu¹, de solito lo faccio da sola, ma stasera sento un dulurittu a an ginocchiu. Te dispiace?»

¹ Maestro di Capoeira, l’arte marziale brasiliano misto tra lotta e danza.
² Matterello.
³ Quarto di manzo.

Tre stelle per Olena – 14

James, avvicinatosi levitando alla sdraio dove dorme saporitamente la Calva Tettuta, si palesa con un discreto colpetto di tosse, nel quale un udito allenato avrebbe notato un accento di invidia per il braccialetto Feng Shui¹ in ossidiana nera che la padrona sfoggia intorno alla caviglia sinistra. Sollevato il libro che le preme il nasino, aspetta che la padrona riprenda conoscenza e la saluta ossequiosamente.
«Ha riposato bene, signora? Mi sono permesso di portarle una tisana rinfrescante al bergamotto»
«Sei un tesoro, James. Dicono che il bergamotto abbia un sacco di proprietà salutari, non è vero? E’ incredibile cosa siano capaci di combinare questi bergamaschi, se solo li si lascia sbizzarrire»
James sorvola sull’osservazione di Gilda e versa la bevanda in una tazza in porcellana antica Royal Albert Old Country Rose, che la vedova Rana solleva con grazia; ma prima di portarla alle labbra un pensiero le attraversa la mente e la costringe a fermarsi a mezz’aria con il mignolino alzato.
«James, ma che sta succedendo? Svengard è scomparso, del generale Po non c’è traccia, e persino Miguel non è garrulo come al solito» si lamenta Gilda, indicando la sobria salopette in jeans indossata dal giardiniere. «Non mi sembra che siamo tenuti a tenere il lutto per Turchese, non è vero James? Era pur sempre un artista, probabilmente avrebbe voluto che organizzassimo una grande festa per commemorarlo con lustrini e paillettes. Ti risulta che abbia lasciato scritto qualcosa, James?»
«No signora, temo che il signore non si aspettasse una fine così repentina, non ha lasciato disposizioni in proposito»
«Che peccato. Avrei fatto venire la Pausini e Bocelli a cantare, e il mio amico vescovo di Ladispoli avrebbe celebrato volentieri, ne sono certa. Mmhh, questa tisana è una bontà caro, mi ci voleva proprio, dopo il brutto incubo che ho avuto!»
«Davvero, signora? Me ne dispiace, ma di che cosa si è trattato, se non sono indiscreto?»
«Hai presente quella collinetta davanti al laboratorio, James? C’era Haruki, il nostro direttore della produzione, che stava frustando degli operai. Sono andata su di corsa, tra l’altro rovinando tutti i tacchi delle mie decolté, e gli ho chiesto se non gli stesse dando di volta il cervello: mi ha risposto serio che stava solo ottemperando alle nuove disposizioni diramate da me stessa, secondo le quali gli operai sprovvisti di Rana Pass andavano puniti corporalmente. Non mi capacitavo di come avessi potuto ordinare una cosa simile, e come se non bastasse lì intorno si aggirava un cagnaccio fastidiosissimo, un vero botolo, Trombetta² si chiamava, che scodinzolava con la lingua di fuori dietro al suo padrone, una mummia imbalsamata che ogni tanto viene scongelata per apparire in TV, l’avrai sicuramente notato, abbaiando: “Geniale, geniale!”»
«Davvero fastidioso, signora» commenta il maggiordomo comprensivo.
«James, guardami nelle palle degli occhi: io non ho fatto una castroneria del genere, vero? Perché ogni tanto mi scappa qualche firma, come quando ho mandato dieci container di ravioli in Sud Sudan, dove non avevano nemmeno l’acqua per cuocerli e se li sono mangiati crudi.»
«No signora, la rassicuro, niente del genere»
«Oh, sia lodato il Cielo. Non perché sia contraria in assoluto alle punizioni corporali, sia chiaro, ma non vorrei nuocere alle relazioni sindacali»
«Assolutamente, signora, anzi se posso permettermi lei è fin troppo liberale e munifica. Ad esempio, la decisione di convertire parte dello stipendio delle maestranze in pacchi alimentari in scadenza è stata ben accolta. Per parafrasare il fastidioso Trombetta, direi che è stata geniale. Ha ridotto di molto l’assenteismo, considerato che chi non lavora non riceve il pacco»
«James, sei il solito briccone adulatore. Sai che avevi ragione a proposito del bergamotto? Mi sento rinvigorita, basta oziare. Andiamo caro, il lavoro ci chiama!» proclama Gilda, alzandosi di scatto e rovesciando la preziosa tazza, rompendola in mille pezzi.

¹ Il Feng Shui è un’antica arte taoista cinese secondo la quale l’armonia dipende dall’equilibrio tra i due principi del tutto, lo Yin e lo Yang; per raggiungere questo bisogna conoscere le energie presenti nell’ambiente ed orientarsi ad esse, ad esempio nella progettazione degli edifici. Che energie possano scaturire da un braccialettino però l’Autore lo ignora.
² Ogni riferimento a persone o animali esistenti è puramente causale.

Tre stelle per Olena – 13

«E’ da un’ora che stiamo guardando questo video, si può sapere che stai cercando? Lo abbiamo visto e rivisto, non c’è niente di strano. La cinese ha portato la ciotola, l’ha posata sul tavolo della giuria, nessuno si è avvicinato tranne lei e Turchese, lui ha mangiato un raviolo ed è morto. Lei ha negato di conoscerlo, e invece si è scoperto che erano stati in vacanza insieme. L’arma la aveva, l’opportunità pure, bisogna solo scoprire il movente. Magari corna?»
Olena sbuffa spazientita.
«Vuoi stare zitto? Tu decuoncentra me. Cuorna… non pensate ad altro voi italiani? Anche mafia non esiste, vero? Ammazzano, ma solo per cuorna…»
«Ma che c’entra la mafia, adesso!» protesta Montesi, con il colletto della camicia sbottonato. «E’ che sono stanco, voglio andare a casa, togliermi le scarpe e farmi una birra e poi per la miseria, Olena, rimettiti la camicetta! Sei tu che deconcentri me, altro che palle!»
Olena distoglie per un attimo lo sguardo dal monitor e risponde spazientita a Montesi, che si sta asciugando il sudore con un fazzoletto.
«Nicuola, so che tu soffre freddo, ma qui dentro ci sono cinquanta gradi. Fatti mettere aria condizionata! E comunque non sono nuda, tu non ricuorda come fatta donna nuda? Questo si chiama top! » dice la russa provocatoriamente, indicando la magliettina che lascia straripare le sue forme. «Tu smetti di fissare mie tette e aiuta me, così magari finiamo prima di nuotte!»
«Sì, ma se tu mi dicessi che cosa…»
Il maresciallo non riesce a completare la frase, perché Olena lo blocca:
«Ferma qua!»
Montesi esegue prontamente, bloccando la riproduzione. Olena lo sposta , gli toglie il mouse dalle mani e ingrandisce l’immagine sul monitor. Sulla destra è infatti comparsa una figura sfocata, sulla quale la donna comincia a lavorare isolandola dal contesto, togliendo ombre, regolando contrasto e luminosità, finché non prende forma e si rivela come una persona che con ogni probabilità si sta allontanando velocemente ed è entrato nella ripresa per pochi fotogrammi.
«E questo da dove sbuca? Sembra un cameriere… eppure li abbiamo interrogati tutti, come ha fatto a sfuggirci?» si chiede Montesi, rassegnato a subire le invettive della russa. La quale invece sembra non ascoltarlo, concentrata ancora sull’immagine. Finché, dopo qualche altro ritocco, annuisce soddisfatta.
«Io conosce lui. No, non è cameriere»
«Tu lo conosci? Ma chi diamine è? E se non è un cameriere, che cos’è?» chiede il maresciallo, frastornato.
«Lui è cameriera»

Nella sua camera al quarto piano dell’ala Est James, fischiettando in maniche di camicia, sta stirando la nutrita collezione di pochette provenienti da ogni parte del mondo, dopo averle lavate rigorosamente a mano con sapone di Marsiglia e fatte asciugare all’aria aperta alle prime ore dell’alba per non comprometterne i colori. Giunto ad una di quelle a cui è maggiormente affezionato, dono personale della regina Elisabetta II, la alza delicatamente e la mostra, con un sospiro, ai poster di Anthony Hopkins nei panni del maggiordomo Stevens e di David Niven in quelli del maggiordomo Godfrey¹, suoi modelli e idoli. Si avvicina alla finestra e, scostata la tendina a fiorellini, lancia uno sguardo verso il bordo della piscina dove la donna per la quale presta servizio, distesa su una comoda chaise longue Spennagalli realizzata da artigiani settempedani² specificamente per le sue misure, si è addormentata sotto il sole con il libro che stava tentando di leggere, “L’amore al tempo dei tamponi” del filosofo-naturista Augusto Propoli, poggiato sul delicato nasino. Con un sorriso bonario il solerte maggiordomo richiude la tendina, ripone la pochette della regina nel cassetto del comò e si predispone ad indossare la giacca per recarsi a svegliare la padrona, o quantomeno toglierle dal naso il ponderoso tomo. Non ha ancora finito di infilare il braccio sinistro nella corrispettiva manica che un bussare nervoso alla porta lo interrompe e gli fa chiedere bonariamente tra sé e sé:
«Chi è adesso che rompe i coglioni?»
Ma, recuperato immediatamente l’aplomb per il quale è ammirato e rispettato da datori di lavoro e servitù, oltre naturalmente per l’eleganza negli abbinamenti degli accessori, James si reca alla porta e la dischiude con professionalità quel tanto che basta per essere travolto da un giardiniere ansimante.

«Ayúdame, esa loca me quiere matar!»
Un uomo meno avvezzo a gestire crisi e catastrofi domestiche avrebbe reagito forse con fastidio, se non insofferenza, all’abbraccio che l’uomo sudato con cappellino di paglia, canottiera di rete e calzamaglia color carne da ballerino classico, gli riserva, ma non certo James che, con un passo indietro, recupera la giusta distanza e squadra l’ospite con una smorfia di disapprovazione.
«Miguel, sei impresentabile, quella calzamaglia non si può vedere» sentenzia il maggiordomo, da maestro di stile qual è.
«Por que, cosa c’è che non va?» risponde Miguel, piccato. «Es un regalo di Roberto³, l’ho dovuta far stringere perché mi stava larga di cavallo»
«Ti ho detto tante volte di lasciar stare i cavalli. Chi sarebbe che ti vuole ammazzare?»
«Paio, Paio Pignola! E’ tornata per vendicarsi di me!»
«Paio? Ma chi, il tuo ex, ehm, la tua ex fidanzata? Ma perché mai dovrebbe vendicarsi di te? Mi sembra che le cose tra di voi si fossero chiarite. Certo non ha gradito scoprire ad un passo dall’altare che il suo fidanzato aveva avuto un bambino con una donna, seppure barbuta. E se non ricordo male, ti ruppe tutte e due le braccia a bastonate, e la cosa era finita lì»
«Te digo que no! L’ho vista, è qua… è arrivata insieme a quel brasiliano, Joao do Patimento, deve averlo sedotto per farsi portare qui, quella zoccola! Ed ha fatto di tutto per non farsi vedere, ma io l’ho riconosciuta… proprio la sera del fattaccio, ho sentito un odore che mi era familiare, un dopobarba, Cuba Gold… incuriosito, ho seguito la scia, e l’ho vista! Era vestita da cameriera (tra l’altro con un completino muy sexy) e serviva gli stuzzichini al tavolo della giuria. E’ stata lei ad uccidere Turchese!»
«Miguel, calmati per favore. Ammesso che la cameriera fosse davvero Paio, perché mai avrebbe dovuto ammazzare Turchese? Caso mai avrebbe ammazzato te, e non gli sarebbe servito nemmeno il veleno, l’avrebbe potuto fare a mani nude.»
«Ma non capisci? Lui odia tutti in questa casa, rovinando la señora vuol rovinare tutti noi! E poi yo soy convinto che non volesse uccidere Turchese, ma che quel raviolo fosse destinato a me»
James rimane un attimo pensieroso, e lancia un altro sguardo verso la piscina.
«Miguel, te lo dico spassionatamente: mi sembra un piano troppo arzigogolato per essere stato partorito dalla mente di Paio. Un conto è fare a cazzotti in un bar de L’Avana e un altro è mettersi con uno chef brasiliano per poter tornare di soppiatto a Villa Rana e avvelenare un raviolo, mi sembra oltre le sue capacità. Teniamola comunque d’occhio, e tu non far capire che sai che è qua, ci siamo capiti Miguel?»
«Sì, James, lo entendí bien. Grazie, mi hai sollevato…» e fa per abbracciare il maggiordomo che lo tiene a distanza di sicurezza stendendo un braccio verso di lui, invitandolo ad uscire.
«Ah, Miguel?» lo richiama James.
«Sì?» risponde il giardiniere, grato.
«Vai a toglierti immediatamente quella calzamaglia. Altrimenti se non ti ammazza Paio ti ammazzo io»

¹ Il maggiordomo Stevens è il protagonista del film del 1993 “Quel che resta del giorno”, di James Ivory, tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro. Godfrey invece è il protagonista della commedia del 1957, “L’impareggiabile Godfrey”, che l’Autore ha visto in replica in un pomeriggio di innumerevoli anni fa mentre aiutava sua madre ad infilare gli elastici alle gonne che lei cuciva in casa per arrotondare il bilancio familiare.
² Settempeda è l’antico nome di San Severino Marche, paese balzato agli onori delle cronache un paio di decenni fa, quando per un breve periodo ne fu sindaco Vittorio Sgarbi.
³ Famoso ballerino.

Tre stelle per Olena – 12

«O saggio Po, ho bisogno di un consiglio»
Svengard, avvicinatosi circospetto alla tranquilla radura dove il generale Po sta completando gli esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica antizanzare, arma di cui è maestro, si rivolge all’anziano cinese con una certa agitazione, torcendo le grosse mani che non sa mai dove mettere quando non può usarle per far rotolare barili di aringhe o maneggiare scuri per spaccare tronchi. Po, volgendo lo sguardo verso l’uomo che lo interpella, abbandona la posizione della crisalide balbuziente e si pone in ascolto del vichingo.
«Glande uomo del Nold, cosa ti cluccia stavolta? Già in passato ti misi in gualdia dal non affaticale tloppo le meningi. Palla dunque, palla!» lo incita, con un eloquente gesto della racchetta. Svengard, sorvolando sull’aggettivo iniziale, inizia a raccontare.
«Credo di sapere chi ha avvelenato quel raviolo, Po, ed anche il perché»
«Davvelo?» chiede Po, sorpreso. «Se è così, bisognelà infolmale la polizia. Hai visto qualcosa o è solo una tua sensazione? Pelché spesso le sensazioni possono essele fallaci…»
Il norreno scuote la testa vigorosamente, e continua:
«Devi sapere, o venerando (ammesso che venerando sia la parola giusta, e non vetusto), che prima di lavorare qua a Villa Rana ho solcato i sette mari pilotando il mio drakkar, con i miei amici Uppallo I e Uppallo IV; la nostra era una vita libera e avventurosa, loro suonavano e cantavano e io pilotavo, mangiavo e bevevo: vedevamo gente, facevamo cose¹, e fu durante la sagra del Surströmming, l’aringa acida, di Jokkmokk, che la conoscemmo»
«Conoscemmo chi, se mi è pelmesso chiedele?» chiede comunque Po.
«Come avrai notato, Po» continua Svengard senza concedere il permesso «i miei amici sono gemelli, in pratica due gocce d’acqua; la ragazza faceva la cameriera alla birreria Kvistro e quella sera, per combinazione, eravamo solo io e Uppallo I perché il gemello minore era dovuto andare a fare scorta di liquirizia per la Kostenkorva Salmiakki². Eravamo parecchio allegri, il mio amico le fece la corte, uscirono insieme e, per fartela breve, successe quel che doveva succedere»
Po annuisce, comprensivo.
«Due giovani, sani e consenzienti si piacciono e fanno l’amole, non ci vedo nulla di male in questo. Lo Yin e lo Yang si attlaggono, è l’oldine della natula, guai se così non fosse. Ultimamente pelaltro si sta facendo palecchia confusione» divaga Po «Yin e Yin, Yang e Yang, poi nascono le pandemie ma questo è un altlo discolso. Pel caso la lagazza è limasta incinta? In questo caso sì salebbe stato un guaio, ma non un dlamma…»
«Sì, hanno fatto l’amore, e no, non è rimasta incinta… il guaio è, Po, che di Yang ce n’era più di uno…»
«Capisco che i pensieli facciano fatica a fluile dallo spazio angusto del tuo celvello, ma celca di spiegalti meglio» lo sprona Po «Che significa due Yang?»
«La sera seguente Uppallo IV tornò con la liquirizia, e fu la volta del gemello partire per visionare un antico dulcimer³ che volevano usare per una nuova canzone. Ma questo si dimenticò di avvisare la cameriera della partenza, e così alla fine del servizio lei andò a cercarlo in camera sua. Immaginati la sorpresa di Uppallo IV nel vedersi piombare in camera una ragazzotta e per di più con le migliori intenzioni! Cercò di chiedere spiegazioni, ma non ne ebbe il tempo»
«Un bell’equivoco… ma lei non si accolse di niente, non ebbe nessun sospetto?»
«No, te l’ho detto che sono due gocce d’acqua! Al ritorno Uppallo IV raccontò tutto a Uppallo I e all’inizio questi si arrabbiò perché il gemello l’aveva cornificato, anche se involontariamente, ma poi si abbracciarono e si dissero: perché no? In fondo le cose restavano in famiglia. Così si accordarono, i giorni pari toccava a Uppallo IV, quelli dispari a Uppallo I. Tutto questo durò per circa due mesi, finché un bel giorno levammo l’ancora, slegammo le vele e salpammo alla chetichella»
«Due bei fulfanti i tuoi amici. D’altra palte la lagazza non ha avuto da lamentalsi, o sbaglio?»
«Ehm, ecco… veramente ad un certo punto lei si fece più pressante, e chiese ad uno dei due che intenzione avesse. Questo rispose che aveva intenzioni serie, e voleva sposarla. La sera dopo però richiese la stessa cosa all’altro, che ignaro della risposta del gemello le chiese se fosse impazzita. A questo punto entro in scena io…»
«Tu? Ma tu non sei lolo gemello, mi pale»
«Hai ragione o saggio, ma la ragazza vedendomi tutte le sere in birreria insieme ad uno dei due, che lei credeva lo stesso, venne da me. Si sciolse in lacrime tra le mie braccia e mi chiese di aiutarla, era davvero innamorata poverina! Non potei fare a meno di commuovermi a mia volta, e le promisi di metterci una parola buona»
«O animo geneloso! E lo facesti?»
«Be’ insomma… la ragazza non la finiva più di ringraziarmi, ci scolammo una bottiglia di Kostenkorva e non so come ci ritrovammo a letto»
«Che cosa? Tu hai applofittato di una lagazza debole e indifesa? Velgogna, velgogna!» lo sgrida Po, indignato.
«Ad essere onesti non ricordo bene chi dei due abbia approfittato dell’altro. Sull’indifesa avrei da ridire, quella sollevava dieci pinte di birra alla volta, e a braccio di ferro non era facile batterla. Insomma, vista la piega che avevano preso gli eventi, il giorno dopo ce la filammo. E non la vedemmo più, fino all’altro giorno…»
«Perché, lei è qui?»
«Eccome se è qui! E’ Liza, la cuoca svedese! Sono sicuro che è venuta per vendicarsi dei gemelli e di me, vuole rovinare Gilda per farmela pagare. Tra l’altro, saggio Po, ti pregherei di non parlarne con la mia amata, lei mi credeva vergine»
Po alza lo sguardo verso l’Est, a cercare ispirazione; inspira profondamente ed infine emette il suo verdetto.
«Lalamente ho sentito stolie così alzigogolate. Questo è bene, i collegamenti del celvello non sono completamente fusi. Vollei sincelamente che fosse come tu dici, o Glande, ma non è così. Io so chi ha avvelenato quel laviolo ed il motivo e ti lassiculo: voi non c’entlate niente. Fossi in voi, comunque, visto come maneggia il coltello quando pulisce le alinghe, celchelei di stale alla lalga da quella donna»

¹ Una collega dell’Autore per anni è andata in trasferta per gli stessi scopi; riscuoteva parecchio successo con i clienti, tanto che una sera riuscì a far ordinare ad uno di questi, notoriamente di braccino corto, una bottiglia di Sassicaia del ’96. Cosa abbia concesso in cambio non è dato saperlo.
² Liquore tipico finlandese.
³ Il dulcimer è un’antico strumento a corda norvegese, è una specie di violino che si suona stando seduti poggiandolo sopra le gambe, non con l’archetto ma con il plettro.

Tre stelle per Olena – 11

Sarajevo¹, 30 novembre 2000

«Smettila di fissarmi il fondoschiena²»
«Veramente le sto coprendo le spalle, capitano»
«Allora cerca di guardare dietro di te, non davanti, e mantieni la distanza»
«Fa un freddo dell’accidente capitano, cercavo solo di… scaldarci»
«Meno quattro non è freddo. O vi hanno dato anche stavolta gli stivali di cartone? Sempre uguali, voi italiani»
«Non tocchi questo tasto capitano, mio nonno c’è stato veramente da voi ed è tornato con tutte le dita di un piede congelate. Alpino Fulvio Montesi, una roccia!»
«Se è tornato gli è andata di lusso, tanti suoi camerati sono rimasti là»
«Lo so capitano, ma non dica “camerata” in quel modo. Mio nonno era un soldato di leva, è andato dove l’hanno mandato, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Si è fatto tutta la ritirata del Don, troppi amici ha lasciato lì nella steppa»
«E’ la guerra, maresciallo capo, e nessuno vi aveva invitato, mi pare. E comunque lì c’erano tra i meno 20 e i meno 30, quello sì che si può chiamare freddo»
«Dice bene lei che è siberiana. Ma io vengo da Castelfidardo, ha presente? Dove si fabbricano le fisarmoniche, in collina e a due passi dal mare, da noi il clima è sempre mite…»
«Tu suoni la fisarmonica, maresciallo? »
«Me la cavicchio, capitano, magari quando finiamo vengo a trovarla e gliela faccio sentire»
«Non vedo l’ora. Perché hanno scelto proprio te per questa missione, maresciallo?»
«Non lo so capitano, forse perché sono… bravo?»
«Lo spero, ma non credo sia la sola ragione. Devi essere un rompiscatole, è vero? Devi aver pestato i piedi a qualcuno e anche se ci lascerai le penne non ti rimpiangeranno troppo»
«Incoraggiante da parte sua, capitano, la scuola di motivazione russa è proprio al top. E lei, allora, a chi ha rotto le scatole?»
«A tutti. Ma adesso basta chiacchiere, ecco l’altro, a ore nove. Due all’esterno, e dentro ne troveremo altrettanti. Testa o croce?»
«Testa»
«Croce. Io prendo quello di destra, tu l’altro. Tra due minuti precisi, usa il silenziatore»
«Conosco il mio mestiere, capitano»
«Vedremo. Neutralizzati questi, io entro e tu rimani fuori a coprirmi per davvero le spalle»
«Ma capitano…»
«E’ un ordine, maresciallo»
Olena, liquidata la sentinella di sua competenza con un colpo preciso al centro della fronte, sale guardinga le scale verso il secondo piano del condominio sventrato dalle bombe del generale Mladic, dove un commando di mercenari ingaggiati non si sa da chi tiene prigioniero il serbo Zivko Rodiĉic, il presidente che dovrebbe entrare in carica il giorno seguente: lo scopo è creare il caos, ognuna delle parti darebbe la colpa all’altra, e sarebbe la scintilla per la ripresa dei combattimenti³.
La russa, coperta dalle macerie dei muri e dai nudi pilastri, scivola alle spalle dei due che tengono sotto tiro il presidente, legato ad una sedia; estrae il coltello e taglia la gola del primo e poi, facendosene scudo, spara al secondo che si è girato sorpreso. Si accinge a liberare Rodiĉic, sotto shock, quando dietro di sé sente un colpo di pistola attutito ed un tonfo, a cui segue la voce beffarda di Montesi:
«Erano tre, capitano, tre…»

***

Seduta alla scrivania nel piccolo ufficio della caserma in Brianza, Olena ripensa al primo incontro con l’uomo che ha davanti e scuote la testa, incredula e delusa.
«Che ci fai qua, Nicola? In questa stazioncina di periferia, dico. Non stavi per diventare ufficiale?»
«E’ una storia lunga, Olena, e non è interessante. E tu, allora? E’ da un po’ che ti tengo d’occhio, la badante russa di Villa Rana…»
«Anche la mia è una storia lunga, Nicola, ma ne parleremo un’altra volta. Voglio sapere di te, che ti è successo? Hai perso la… fede?»
Il maresciallo Montesi prende una matita tra le mani, si volta verso la piccola finestra alle sue spalle, dando le spalle a Olena, ed inizia a raccontare la sua storia.
«La fede, dici… dopo la nostra missione fui richiamato in Italia, e per i meriti acquisiti mi fu offerto di diventare ufficiale. Iniziai il corso ed andava tutto bene finché l’anno dopo l’Italia ospitò il G8 a Genova e venni chiamato per pochi giorni per dare una mano nell’ordine pubblico. Vedevo che qualcosa non andava, c’erano questi black block che sfasciavano tutto, in mezzo c’era ogni sorta di provocatore… io li segnalavo, ma la polizia invece di contrastare questi caricava le tute bianche, gente che manifestavano pacificamente. Non capivo… finché non arrivò il giorno in cui fu ucciso quel ragazzo, Carlo Giuliani, da un carabiniere poco più grande di lui, spaventato. Un incidente, dissero… mi misi immediatamente a rapporto dal mio colonnello, e chiesi perché non fossi stato mandato ad aiutare l’equipaggio di quella camionetta, ero a pochi isolati di distanza, tutto questo non sarebbe successo… il colonnello mi liquidò velocemente, c’era l’allerta per gli attacchi di altri black block e non poteva sguarnire la mia postazione, e poi disse l’ultima frase che mi raggelò: “E poi perché se la prende così tanto, Montesi? Una zecca comunista in meno”»
Il maresciallo si gira vero Olena, lo sguardo diventato improvvisamente duro.
«Tu sai che io non mi sono mai occupato di politica, la mia politica era quella di fare il mio mestiere al meglio, di cercare di difendere i più deboli, perché quelli forti si difendono da soli, ma sentir chiamare zecca comunista un ragazzo di 20 anni morto ammazzato mi fece ribollire il sangue… poi la sera ci fu la macelleria alla scuola Diaz e le torture alla caserma di Bolzaneto, e allora capii⁴»
La matita tra le mani di Montesi si spezza, con un crack secco.
«Qualche settimana dopo Genova, seguii il colonnello che andava a trovare la sua amante, una donna sposata, e lo bloccai su una strada di campagna. Gli chiesi se fosse stato programmato tutto, se fosse già tutto preparato, e se noi fossimo stati solo usati come pupazzi. Mi rise in faccia, disse che non capivo niente, che adesso quelle zecche rosse ci avrebbero pensato due volte prima di rifare tutti i casini che avevano combinato a Genova, e che se non avevo lo stomaco per certe cose era meglio che cambiassi mestiere… poi commise uno sbaglio»
«Quale sbaglio, Nicola?» chiede Olena, con un insolito luccichio negli occhi blu.
«Portò la mano alla giacca, e provò ad estrarre la pistola. Quando lo ritrovarono, con l’auto in un fosso, aveva cinque costole ed il braccio destro rotti, la mascella fratturata ed un proiettile nella tempia destra. Strano che si fosse sparato con il braccio rotto, dissero gli inquirenti; per un po’ indagarono su qualche marito cornificato ma poi lasciarono stare, meglio per tutti, uno stronzo in meno. Stracciai la mia domanda da ufficiale, ed eccomi qua. Tra poco sarò in pensione, e me ne andrò in Romagna con Ines.»
Montesi poggia i due pezzi di matita sulla scrivania, avvicinandoli come per riattaccarli.
«E tu, Olena, tu hai perso la fede?» chiede alla russa, fissandola negli occhi.
«Niet, Nicola, la mia fede non è cambiata» risponde Olena, dura. «Sono tutti gli altri che l’hanno persa.»

¹ Tra il dicembre del 1996 e quello del 2004 l’Onu ha schierato in Bosnia-Erzegovina una forza multinazionale per vigilare sul rispetto degli Accordi di Dayton del ’95 che avevano messo fine alla guerra civile jugoslava e sancito la separazione delle Repubbliche su base etnica. Solo la Bosnia-Erzegovina rimaneva multietnica, con componenti croate, serbe e bosgnacche; la forma di governo rimaneva quella federativa, con tre repubblichette, un parlamento comune ed un presidente che, a rotazione, cambia in rappresentanza delle tre componenti.
² Tutti i dialoghi qui riportati si sono svolti in inglese, tradotti dall’Autore per comodità del lettore.
³ Questa vicenda è inventata, anche se verosimile.
⁴ Queste vicende sono invece purtroppo accadute, per quanto possa sembrare inverosimile, nel 2001 nella Repubblica Italiana in quella che avrebbe dovuto essere una democrazia occidentale e non una dittatura del sudamerica degli anni ’60. Il governo in carica, che gli italiani avevano eletto da poco, era quello di centrodestra di Berlusconi, il vice era Gianfranco Fini, il ministro dell’Interno Claudio Scajola, quello dell’appartamento a sua insaputa di fronte al Colosseo.