Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

Evita-Peron-3

¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Olena à Paris – 16

Nonna Pina, seduta come ospite d’onore alla tavola da pranzo a ferro di cavallo, in legno massiccio ricavato da vecchie traversine della ferrovia, guarda la grande famiglia che è lì radunata e rivolge un sorriso al gruppetto di bambini che, seduti in terra a gambe incrociate, aspettano di ascoltare il suo racconto. Si volta leggermente alla sua sinistra, verso Juanito, che con un cenno del capo la incoraggia ad iniziare. Nonna Pina si rischiara la voce, socchiude gli occhi e ritorna con la mente a quei giorni del 1940.

«Evita era di qualche anno più giovane di me, oddio, eravamo tutte e due giovanissime, io allora avevo 26 anni e lei 21, la stessa età di mio fratello… non era ancora Evita Perón, ma solo Eva Duarte, un’attrice che dopo la sua bella gavetta cominciava ad essere conosciuta grazie ai radiodrammi, quei polpettoni che venivano trasmessi appunto alla radio e che avevano un grande seguito, più o meno l’equivalente delle soap operas di adesso. Venne lei a presentarsi, mi disse che aveva assistito al nostro spettacolo a Rosario ed era rimasta affascinata, non vedeva l’ora di rivedermi nel Gran Splendid di Buenos Aires… non era una bellezza appariscente Evita, non per vantarmi ma io ero molto più bella, vero Juanito?»
«Voi non eravate bella, eravate magnifica, donna Eus… donna Pina» dice il padrone di casa.
«Magnifica.. non farmi arrossire Juanito, diciamo che piaciucchiavo» si schermisce la vecchia, con un pizzico di civetteria.
«Scambiammo qualche parola in un buffo misto di italiano e spagnolo, mi disse che le sarebbe piaciuto molto venire in Italia. “Chissà”, le dissi, “magari una volta sarete voi a venire in tourneé da noi, e io verrò ad applaudirvi”. Non sapevo quanto quella frase di cortesia fosse profetica… ma non corriamo. Ah, Juanito, delizioso questo asado¹, si scioglie in bocca» si congratula la centenaria.
«Ve lo dicevo che la nostra carne è la migliore di tutta la pampa, donna Pina. Posso suggerirle di condirla con un po’ di chimichurri² ? »
«Dici, Juanito? Non mi darà bruciore di stomaco? E vada per il chimichurri, bisogna provare tutto nella vita, non è vero?» Poi, dopo aver inghiottito un altro boccone di carne intinto nella salsa verde, continua:
«Dov’ero rimasta? Ah sì, la tourneé. Ad un certo punto della cena uscii in giardino a prendere una boccata d’aria, il vestito mi stringeva ed avevo un caldo pazzesco, i piedi cominciavano a gonfiarsi e non vedevo l’ora di tornare in albergo per riposarmi… stavo per rientrare ma ebbi un mancamento e sarei caduta in terra se non ci fosse stata Evita a sostenermi. Mi aveva tenuto d’occhio per tutta la sera, e quando aveva visto che mi ero allontanata mi aveva raggiunto, voleva chiacchierare un po’, chiedermi consigli. Mi accompagnò fino ad una panchina, mi aiutò a sedere e con un sorriso dolce, indicando la pancia, mi chiese: “Di quanti mesi?”»
«Perché, voi?…» chiede Juanito, sorpreso.
«Si, Juanito, ero incinta, e lei se ne accorse subito. Mi allarmai e la pregai di non dire niente a nessuno, fece una smorfia offesa… capii guardandola negli occhi che quella era una donna di cui ci si poteva fidare, e colsi molto altro nel suo sguardo: orgoglio, volontà, determinazione, rabbia anche, ma anche comprensione, dolcezza, e soprattutto amore, tanto amore per la sua terra»
Nonna Pina beve un sorso di Mendoza tinto³ “Buscado vivo o muerto”, schiocca la lingua in segno di approvazione e continua:
«Rimanemmo lì a parlare, scoprimmo di avere parecchie cose in comune, oltre la professione. Non sopportava le ingiustizie… lei, la quinta di cinque figli che sua madre aveva avuto da un uomo già sposato, che li aveva poi abbandonati quando lei era ancora bambina per tornare con sua moglie e la sua vecchia famiglia; e loro, gli illegittimi, rimasti a masticare umiliazioni e subire discriminazioni, disprezzati persino dagli altri bambini, che non volevano nemmeno giocare con loro. Addirittura quando il padre morì, in un altro paese, a loro non fu nemmeno permesso di avvicinarsi alla bara, nonostante portassero il suo cognome… nel raccontarlo la voce le vibrava di sdegno, l’ingiustizia subita era stata troppo grande, e dentro si coglieva una promessa fatta prima di tutto a sè stessa, che di ingiustizie non ne avrebbe sopportate più. Era magra, Evita, e nemmeno altissima, ma aveva dentro una forza, un fuoco, che la faceva sembrare più grande di quel che era… Io potevo capire cosa volesse dire essere cresciuti senza padre, il mio l’avevo perso nella Grande Guerra…»
«Non lo sapevo, donna Pina. Dovete aver sofferto molto…» dice Juanito, sinceramente dispiaciuto.
«L’ho odiato parecchio, sai Juanito? Non era tenuto ad andare, teneva famiglia. Ma partì volontario, doveva liberare Trento e Trieste, diceva. Per me era un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura, solo crescendo riuscii a capire i silenzi, le lacrime di mia madre ogni volta che riceveva una sua lettera. L’ultima volta che lo vidi era tornato in licenza e mi disse di stare tranquilla che la guerra stava per finire, gli austriaci non ce la facevano più. Ma una pallottola per lui ce l’avevano ancora… Quella notte probabilmente mise incinta mia madre, che così rimase da sola a tirar grandi una bambina di quattro anni e quell’altro che teneva in grembo: mio fratello Mario, bello come il sole, che  per non essere da meno se ne andò volontario a morire in Russia⁴ nel ‘43, ma questa casomai ve la racconta dopo Natascia»
«Sarà mio onore, babushka» acconsente la russa, con gli occhi blu più luccicanti del solito.

(continua…)

¹ arrosto alla brace
² salsa verde a base di prezzemolo, peperoncino ed aglio
³ vino rosso prodotto nella regione di Mendoza
⁴ cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Olena à Paris – 15

Nonna Pina, appoggiata a Juanito, entra nel basso edificio dai muri esterni scrostati e fatti appena due passi si arresta, stupita.
«Entrate, entrate, non fate caso al disordine» la invita Juanito, con Olena e Alfonso che li seguono poco lontani.
Il lungo corridoio è tappezzato da foto in bianco e nero, che il vecchio mostra con orgoglio. Nonna Pina stropiccia gli occhi sentendosi riportata indietro nel tempo e si avvicina alla parete per mettere a fuoco le immagini: una festa, dove uomini eleganti con capelli e baffi impomatati discutono fumando e reggendo dei bicchieri di vino rosso, forse porto; donne fasciate da lunghi abiti da sera che sembrano conversare mettendo in mostra gioielli e decolté; una di queste, seduta su di un basso sofà, si sventola con un ventaglio di pizzo e madreperla mentre con l’altra mano si ravvia i corti capelli neri, ammiccando verso l’obiettivo.
«Ussignur» scappa detto a nonna Pina «Non mi dire che questa sono…» continua la vegliarda rivolgendosi verso Juanito, che risponde con un gran sorriso.
«Proprio così, donna Eusebia, siete proprio voi. E lì dietro, vedete quel bambino che regge il vassoio…»
«Juanito?» realizza finalmente la centenaria «Signore mio, quanto tempo è passato… ma dove hai preso tutta questa roba? Questa casa sembra un museo…»
Juanito risponde, annuendo. «In un certo senso avete ragione, donna Eusebia, è il mio museo… in questi anni mi sono dato da fare per salvare i ricordi di questa casa, mi piangeva il cuore che andassero perduti»
«Ma che è successo, Juanito, come ha fatto ad andare tutto in malora?»
«E’ una storia lunga, donna Eusebia, se avete pazienza ve la racconterò… iniziò tutto proprio l’anno che arrivaste voi, il 1940. La proprietà, forse lo ricorderete, era appena passata a don Ignazio, il nipote di don Otelo… »
«Ignazio Balenciaga… era un bell’uomo, un dongiovanni, e faceva la corte a tutte le belle donne che gli capitavano a tiro… ci provò anche con me, ma non c’era trippa per gatti» ricorda nonna Pina, con un pizzico di rimpianto.
«Si, era molto galante, ma purtroppo aveva anche altri interessi… don Ignazio era un un fervente interventista e avrebbe voluto che l’Argentina entrasse in guerra al fianco dell’Asse. Per questo spesso aveva discussioni, anche accese, con chi non era d’accordo con le sue idee»
«Quella sera successe qualcosa, giusto? Mi pare che ebbe da ridire con uno spagnolo, un commerciante, tanto che i due dovettero essere divisi e lo spagnolo se ne andò, offeso…»
«Ricorda bene, ma purtroppo la cosa non finì lì… don Ignazio aveva bevuto molto, lo seguì fuori e la discussione trascese, finché accusò gli spagnoli di essere dei vigliacchi e degli irriconoscenti dopo l’aiuto ricevuto da Italia e Germania contro i repubblicani… lo spagnolo cercò di sottrarsi ma don Ignazio continuò ad insultarlo e arrivò a schiaffeggiarlo. Il duello era vietato, ma l’offesa era troppo grande ed era stata fatta davanti a testimoni: andava lavata col sangue, e la scelta delle armi toccava allo sfidato. Così la mattina seguente don Ignazio e lo spagnolo si sfidarono alla pistola, di cui sfortunatamente quest’ultimo era maestro; don Ignazio rimase ferito e dopo un paio di settimane morì per un’infezione. La penicillina non era ancora arrivata e bastava poco per andare all’altro mondo…»
«Povero don Ignazio, avevo saputo che era stato un attacco di cuore…»
«La famiglia volle tenere la vicenda segreta. La estancia rimase così al fratello, don Alfonso, un debosciato che in poco tempo dilapidò tutti i possedimenti al gioco e con donne di malaffare; tentò anche la strada della politica ma ebbe poco successo… Morì in un incidente d’auto, completamente ubriaco, e girava la voce che fosse stato “suicidato”…»
Juanito interrompe il racconto, notando che nonna Pina è affascinata da un’altra foto, dove due donne, una bruna ed una bionda, si stanno abbracciando calorosamente.
«Eva…» sussurra nonna Pina, accarezzando la foto.
«Si, Evita» conferma Juanito annuendo, provocando in Olena un fremito nel sopracciglio destro.
«Babushka, voi avete conosciuto Evita Perón?» chiede la russa, perdendo per un attimo la sua abituale freddezza.
Nonna Pina si raddrizza, e le rughe del suo volto si stirano in un sorriso «Se l’ho conosciuta?» risponde, volgendo lo sguardo al vecchio che appare commosso.
«Juanito, tu che dici, la conoscevo?»
Juanito si schiarisce la voce e risponde:
«Donna Eusebia e donna Evita si erano conosciute proprio qui, ed erano diventate grandi amiche… ma all’epoca Evita non era ancora la signora Perón»
Poi, riprendendosi:
«Ma che ne direste di continuare questa conversazione a tavola? Sarete affamati, e sono sicuro che alla mia famiglia farà un immenso piacere sentire il racconto dalla vostra voce»
«La tua famiglia, Juanito?» chiede nonna Pina, sopresa.
«Per grazia di Dio, signora, ho avuto tre mogli, sette figli, ventidue nipoti e non so più quanti trisnipoti; qualcuno se n’è andato ma la maggior parte è rimasta qua, a dare una mano nell’allevamento»
«Perché, tu hai un allevamento?» chiede ancora nonna Pina, interessata.
«Certo che ho un allevamento, non ve l’avevo detto donna Eusebia? Che sbadato, ormai la testa è quella che è… ho il più grande allevamento di bovini della provincia di Santa Rosa, si tratta di ventimila capi di Aberdeen Angus, non per vantarmi ma la carne migliore della pampa…»
«Juanito, effettivamente mi è venuto un languorino allo stomaco» lo ferma nonna Pina prendendolo sotto braccio e lanciando uno sguardo eloquente ad Olena. «Che ne dici se ci appropinquiamo? Ah, e mi faresti un piacere, caro Juanito?»
«Tutto quello che vuole, donna Eusebia» risponde l’ottantenne con deferenza.
«Ecco, appunto. Potresti smetterla di chiamarmi donna Eusebia? Chiamami Pina, donna Pina»

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Olena à Paris – 14

Gilda, in piedi davanti al grande specchio della camera da letto, accoglie con sollievo l’arrivo del fidato maggiordomo che regge un vassoio in argento su cui sono poggiati una boccetta azzurrina, una caraffa d’acqua ed un bicchiere in cristallo di Boemia.
«Grazie al cielo, James, avevo giusto bisogno di un tuo consiglio. Che ne pensi di questo accostamento?» chiede rimirandosi pensierosa.
James osserva da intenditore le scarpe close up con il tacco trasparente a forma di pigna e la borsetta tourtoise in pelle di anaconda a forma di rene, che corrisponde esattamente al suo costo, e infine emette il suo verdetto, non senza un brivido di concupiscenza:
«Trovo l’accostamento estremamente azzeccato, signora, sul tubino giallo risalta ma senza disturbare. Si potrebbe, volendo, dare un ulteriore tocco di sobrietà aggiungendo delle collane e dei bracciali Masai»
«Tu dici, James?» chiede la Calva Tettuta, corrugando il labbro. «Il multietnico tira sempre, non è vero caro? Ius soli, me too, vada per i Masai, allora». Poi, notando finalmente il vassoio, cambia discorso:
«Oh, vedo che hai portato la mia Pilosella Betulla. E’ un toccasana per i piedi gonfi»
«L’estratto è ottimo contro la ritenzione idrica, signora»
«Anche contro la cellulite dicono che faccia molto bene. Tu l’hai provata, James?»
«Non io personalmente, signora, ma un mio ami… ehm, una mia amica la assume regolarmente con soddisfazione. Ma lei signora non ne ha certo bisogno, la sua pelle è tonica ed elastica»
«Sei un incorreggibile adulatore, James. Versamene una dose abbondante, che devo andare a fare due chiacchiere con il direttore della Banca del Ponte: quel tanghero si rifiuta di diluirmi i pagamenti del prestito, ma ti pare possibile? Se fosse stata qua Natascia avrei mandato lei a convincerlo, ma mi toccherà cavarmela da sola. A proposito, ci sono notizie dall’Argentina o siamo ancora in silenzio radio? Niente nuove buone nuove o devo iniziare a preoccuparmi anche su quel fronte?»
«Per il momento le notizie sono incoraggianti, signora»
«E speriamo che continuino ad esserlo… bene, allora possiamo andare, tu mi accompagni vero caro?»
«Se la signora lo desidera…» risponde il maggiordomo con modestia.
«Bè, ma che domande, certo che lo desidero. Tu ti intendi di interessi, non è vero James? Perché quando il direttore comincerà a parlare di interessi composti, frazionamenti, avrò bisogno di una spalla robusta»
«Veramente signora, la nostra formazione verte più che altro sull’amministrazione domestica, che è simile ma non proprio uguale a quella societaria…»
«Mmhh, hai ragione, ci serve un tecnico. Sai che facciamo, allora? Portiamo Spread»

Usciti nel cortile i due si fermano, incuriositi da un gruppo di koala che si affollano davanti alla cucina.
«James, che tu sappia le direttive governative prevedono qualcosa per gli assembramenti di marsupiali?»
«Non mi risulta, signora. Per ora nella popolazione dei fascolarti¹ non sono stati riscontrati casi positivi.»
«Bè, quand’è così suppongo che siano esentati dall’indossare mascherine. Ma come mai non se ne stanno arrampicati sui loro eucalipti?»
«Hanno familiarizzato molto con il piccolo Chico, signora, penso siano convinti di essere loro fratellini e che la signora che recita in televisione sia la loro mamma»
«Bisognerà fare due chiacchiere con Miguel. Anche perché la storia è avvincente ma non troppo educativa, non vorrei si facciano strane idee. Te ne incarichi tu, James?»
«Senz’altro, signora» risponde James, accompagnando Gilda verso la Rolls Royce tirata a lucido.

ROSA: (si sveglia di soprassalto) Oh, grazie al cielo! Era tutto un sogno!
DONNA TERESA: (entra con irruenza e spalanca la finestra) Alzati poltrona, ché donna Annunziata ti sta aspettando per prenderti le misure!
ROSA: Misure? Che misure, mamma?
DONNA TERESA: Come che misure? Le misure del vestito, il vestito per il ballo! Tuo padre si è svenato, abbiamo debiti fino al giorno del giudizio! Ma stai sicura che un vestito così non ce l’ha nessuna, resteranno tutte a bocca aperta, schiatteranno d’invidia!
ROSA: Ma mamma, non dovevate, lo sapete che io non ci tengo…
DONNA TERESA: Non dovevamo, non ci tengo… ma che volevi, andare al ballo conciata come una stracciarola? Don Carlos deve restare incantato, tramortito, e deve decidersi finalmente a fissare la data… Dio solo sa cosa ha trovato in te quel vecchio caprone, ma non dobbiamo farci scappare l’occasione!
ROSA: Ecco, mamma, io devo dirti una cosa…
DONNA TERESA: Una cosa? Cos’è, non ti senti bene? Ti sono venute le tue cose? Non facciamo scherzi, eh, al ballo ci vai anche se sei in punto di morte, non voglio sentir storie!
ROSA: Mamma, io non voglio sposare Don Carlos!
DONNA TERESA: (resta bloccata con gli occhi sbarrati, poi esplode) Che cosa? Tu che cosa? Figlia ingrata, vuoi mandare tutto a rotoli dopo i sacrifici che abbiamo fatto per te? Spezzerai il cuore a quel cornu… quel bravuomo di tuo padre, che si rompe la schiena e non solo da mattina a sera! Perché ci fai questo, perché, che ti abbiamo fatto? E’ ancora per quella storia delle capre? Va bene, ti ho già detto che d’ora in poi andrà tua cugina a pascolarle, ma per l’amor del Cielo non fare pazzie o quant’è vero iddio guarda che ti stróppio, ti riempio di legnate che non solo don Carlos non vorrà più vederti, ma nessuno al mondo vorrà più saperne di te!
ROSA: Ma mamma, io non lo amo!
DONNA TERESA: (guarda la figlia come fosse un’aliena sbarcata da Marte) Che dici? Amore? Ma chi se ne frega se lo ami o no! E’ ovvio che non lo ami, chi può amare quel rospo! Tu devi sposarlo, sposarlo, capisci la differenza o sei rimbambita? Tu mi farai morire di crepacuore, sei la disgrazia di questa famiglia! Di amore, mi viene a parlare… sai quanto ci mangi con l’amore!
ROSA: Ma mamma, è un vecchio!
DONNA TERESA: Meglio, figlia mia! Meglio! Vuol dire che diventerai vedova presto. Devi solo stringere i denti per un po’, dargli un paio di marmocchi (se quello ce la fa ancora, nel caso dovrai dargli un aiutino, poi ti spiega mamma) ed il gioco è fatto. Don Carlos non ha altri eredi, diventeremo padroni di tutte le sue ricchezze e possedimenti!
ROSA: Diventeremo?
DONNA TERESA: Diventeremo, diventeremo! Mica penserai che ti lascerò sola ad amministrare tutto questo ben di Dio! Tu avrai altro di cui occuparti, i vestiti, i balli, le feste, i gioielli…
ROSA: (in tono di sfida) E se io non volessi? E se amassi un altro?
DONNA TERESA: (strappandosi i capelli) Aahh!!! Tenetemi che l’ammazzo! Io l’ho fatta e io la disfo!

«Aahh!» strillano i koala, strappandosi i peli dalla testa.

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¹ Il koala è l’unico rappresentante vivente del genere Phascolarctos famiglia Phascolarctidae, o marsupiali arrampicatori.

Olena à Paris – 13

Juanito e nonna Pina camminano fianco a fianco seguiti da Olena e Osvaldo che sorvegliano i due nipoti, di cui quello sano ma scorticato ha fermato l’emorragia del fratello con un bendaggio fatto alla bell’e meglio e l’ha caricato a forza, tra urli e strepiti, sul cavallo del nonno.
«Vi prego di scusare i miei nipoti, donna Eusebia, sono la vergogna della famiglia» poi lancia un urlo che blocca immediatamente i lamenti: «¡Cállate cabrón, o cuán verdadero es Dios, te dispararé en la otra pierna!¹»
«Non essere troppo severo Juanito, sono ragazzi… certo che la vita è incredibile, non è vero? Incontrarsi per caso dopo ottanta anni, e in questo posto sperduto… ma a proposito, che ci fai qua?» chiede la centenaria, che inizia ad avvertire un vago disagio.
«Che ci faccio qua?» ripete il vecchio, divertito «Ma io ci vivo, qua… questa è casa mia, donna Eusebia»
«Casa tua?» chiede nonna Pina confusa «Ma io vedo solo ruderi, come fai a…»
«Ruderi, già… » ammette l’anziano, scuotendo malinconicamente la testa «eppure una volta qui era pieno di vita» continua scrutando il volto della centenaria, sempre più inquieta.
«Dimmi una cosa, Juanito» chiede nonna Pina, stringendo il polso dell’antico amico. «Io qua ci sono già stata, vero?»
«E me lo chiedete?» ride di gusto Juanito, vedendo nonna Pina sempre più confusa «Voi eravate la regina della estancia Balenciaga!»

In un ufficio anonimo al terzo piano di un palazzo che guarda in Plaza Manuel Belgrano, a Buenos Aires, squilla un telefono. Il numero, che è impossibile trovare negli elenchi telefonici, è noto solo a pochi intimi ed usato solo per chiamate di emergenza.
«Carlos» risponde fredda l’unica persona presente nella stanza, subito aggredita da una voce concitata.
«Carlos, sono Hernando. Si può sapere che sta succedendo? Che stanno facendo i tuoi uomini? Perdìo, Carlos, io sto rischiando le chiappe, vi volete dare una mossa?»
Carlos Housemann accoglie la tirata del suo committente con una smorfia di fastidio e la mano solleva involontariamente la pistola poggiata sul tavolo, una Ruger SuperBlackHawk 44 Magnum a canna lunga, puntandola verso il telefono.
«Don Hernando» risponde con calma Housemann «prima che questa conversazione diventi spiacevole, risponda ad una semplice domanda»
«Una domanda? Ma che facciamo, gli indovinelli? Carlos, fino a prova contraria sono io che pago, e sono io che faccio le domande. Hai fatto seguire o no le persone che aspettavamo? Non mi pare sia tanto difficile seguire due impiegati, o no?»
«Impiegati?» sibila Carlos incredulo e continua, alzando la voce: « Don Hernando, spero vivamente che lei non mi abbia nascosto volontariamente informazioni importanti per risparmiare sul compenso, perché potrebbe costarle caro, molto caro» scandisce l’uomo, serrando la mascella.
«Costare caro? Ma che fai, mi minacci adesso? Senti Carlos, non mi pare questo il momento per litigare» sbuffa Hernando Calderon, il direttore della filiale argentina della Tanone, addivenendo a più miti consigli. «Ti ho detto tutto quello che sapevo: sarebbero arrivati due emissari della ditta Rana ed avrebbero contattato degli allevatori per comprare carne, voi dovevate seguirli e “scoraggiare” eventuali venditori. Niente di strano mi pare, no?»
«Emissari, dice? Niente di strano? Don Hernando, ma lei ha idea di chi sono quegli “emissari”? »
«Ma cosa vuoi che ne sappia di chi sono quelli là!» sbotta Hernando. «Non capisco perché dovrebbe interessarmi. Ti pago apposta per tenermi lontano da questi problemi! Insomma, siete tanti, siete armati, e questi chi saranno mai, Rambo? Carlos non deludermi, aspetto a breve tue notizie» conclude Hernando, riattaccando.
Carlos Housemann rimane pensieroso per qualche istante, tenendo in mano la cornetta muta.
Infine con un sospiro si alza dalla scrivania, prende il revolver, fa girare il tamburo controllando che sia completamente carico e lo infila nella fondina.
«Rambo…» sospira ripensando all’ultima volta che ha incontrato Olena. «Magari fosse Rambo…»

 

¹ Stai zitto idiota, o quanto è vero Dio ti sparo sull’altra gamba!

Ruger-Super-Blackhawk-Bisley-770

continua…

 

Olena à Paris – 12

«James, ti confesso che sono un po’ emozionata. Non me l’aspettavo, sai? Addirittura un invito personale, chissà perché proprio me, non mi pare di aver fatto niente di particolare…» dice Gilda, dando un’ultima occhiata al trucco e premurandosi che la scollatura sia bene in evidenza.
«Se posso esprimere il mio parere, signora, lei è troppo modesta. Dato il consesso, si tratterà sicuramente di un riconoscimento alle sue capacità imprenditoriali. Il Presidente vorrà conoscere la sua opinione in merito alla ripresa…»
«Tu dici, James? Non mi starai un tantino adulando? Non so se sono all’altezza, come sai sono più portata per la pratica che per la teoria, e lì ci saranno un sacco di cervelloni e professoroni. Come ci si rivolge tra l’altro al Presidente, Eccellenza andrà bene? Non vorrei fare brutta figura… E questo vestito, dici che è adeguato all’occasione?»
«Presidente andrà benissimo signora, ed in quanto all’abito mi sembra che il blazer morbido color lavanda sopra il top glitterato e paillettato rappresenti quel giusto mix di classico e attuale, di morbidezza e decisione indispensabili alla manager e donna moderna» dichiara il maggiordomo, con un filo d’invidia.
«Come rassicuri tu rassicurano in pochi, James caro. Tra l’altro il Presidente ha buon gusto nel vestire, non è vero?»
«Sicuramente, signora, incidentalmente ci serviamo dallo stesso stilista»
«Davvero, James, anche lui veste Girifalchi? Mi sembrava infatti, quelle pochette mi erano familiari»
«Il Presidente ne possiede una bella collezione, purtroppo per motivi istituzionali può indossare solo quelle a tinta unita»
«Bè, è un peccato, vero James? Qualche barchetta o pesciolino non avrebbe sfigurato. Bene, allora andiamo, vuoi caro?» dice Gilda, sistemandosi la bandana in seta stampata con figure di piccoli cupidi che si rincorrono.
«Prego, signora, faccio strada» dice James, aprendo il grande portone del salone delle cerimonie di Villa Pamphilj.

Gilda si ferma un attimo sulla soglia, permettendo ai numerosi partecipanti di ammirare quelle grazie per cui è nota come Calva Tettuta; dopo aver misurato il gradimento della parte maschile, si avvia verso il gruppetto di rappresentanti del sesso cosiddetto debole, e le saluta con esagerata cordialità:
«Ma guarda guarda, ci siete proprio tutte… Ursula, Angela, Christine, Kristalina… ma che bella sorpresa! Angela ti trovo un po’ sciupatella, non mangi? Domani ti faccio spedire un camion di agnolotti al sanguinaccio, mi raccomando eh?»
«Danke Gilda, ma io essere a tieta, manciare solo insalata e kvauti»
«Non essere sciocca Angela, non puoi andare avanti con quella roba, una della tua costituzione! Accetta almeno un carico di olive ascolane»
«Fa bene, allora molte krazie Gilda»
«Di niente, figurati. Scusate un attimo eh, ragazze? Vado a salutare il Presidente»

Il Presidente, in un impeccabile completo blu, è girato di spalle e riordina sul grande tavolo degli oratori i fogli del suo discorso; Gilda si avvicina fino ad arrivare alla distanza opportuna e poi tossicchia, per attirarne l’attenzione.
«Eccell… ehm, Presidente, sono qua, mi ha mandata a chiamare?»
Il Presidente, al vibrare del cinguettio della Calva Tettuta ha come un soprassalto. Poggia i fogli sul tavolo, si raddrizza e si gira, lentamente.
Sul volto di Gilda si dipinge la sorpresa, e poi l’orrore, mentre il Presidente inizia a ridere irrefrenabilmente, e con lui tutta la sala.
«Aahhh!!!!» urla Girla, terrorizzata. «Evaristo!!!»

Gilda si sveglia, sudata, con il respiro affannato ed il cuore in gola. Dalle persiane filtra appena una striscia di luce notturna; con una mano tocca Svengard che addormentato al suo fianco gode il meritato sonno e tirato un sospiro di sollievo sta per rimettersi a dormire quando, dall’angolo della stanza, un’ombra luminescente non attira la sua attenzione.
«Aahh!!» ristrilla Gilda, stavolta sveglia. «Evaristo, per la miseria, mi stavi facendo prendere un colpo! Lo vuoi capire che sei morto? Andato, defunto, kaputt, devi toglierti dalle scatole! Guarda che lo faccio, eh! Domani chiamo l’esorcista! Si può sapere che vuoi?»
«Perché disturbi il mio sonno? Ci sono segreti che devono rimanere tali! Lascia stare l’Argentina!» intima lo spettro.
«Fino a prova contraria chi disturba il sonno degli altri sei tu, mi pare!» protesta Gilda. «Perché non ti rendi utile, se proprio devi stare tra le scatole? Segreti, ma di che segreti vai blaterando? Procurami almeno qualche numero da giocare al lotto, anche da fantasma non servi a niente!» strilla la Calva Tettuta.
Il fantasma, scuotendo la testa dolentemente si allontana indietreggiando, seguito dalle contumelie della ex-moglie finché, arrivato alla parere di fondo, si avvolge nel suo tabarro e scompare.
«E non farti vedere più!» gli urla dietro Gilda, tirandogli una ciabatta di pelo.

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Olena à Paris – 11

«Natascia, lasciatelo dire, senza offesa» dice nonna Pina guardando l’uomo inginocchiato «Dove hai imparato a tagliare i capelli? Gli hai lasciato tutte scalette, per non parlare dei tagli che ha in testa e di quell’orecchio mezzo staccato. Ci toccherà chiamare il veterinario per fargli mettere qualche punto» conclude la vegliarda scuotendo la testa.
«Colpa sua, io avevo detto lui di non muovere sua testa» risponde Olena, alzando le spalle.
«Senti, giovanotto» riprende nonna Pina amichevolmente «facciamo così: adesso tu ci dici che volevate da noi e noi forse vi lasciamo andare, va bene? Oppure Natascia ricomincia e ti dà un’altra spuntatina»
«Vi ho detto che non so niente, dovete credermi! Noi dovevamo solo seguirvi e riferire, non conosciamo questo Carlos, non l’abbiamo mai visto, veniamo sempre contattati per telefono!»
«Seguirci e riferire al telefono, ma certo» ripete nonna Pina comprensiva. «Dunque siete una specie di esploratori, dei boy scouts, dico bene? Bè, allora è tutto chiaro, deve esserci stato un fraintendimento. Non pare anche a te, Natascia? Ma dimmi una cosa, il cannone che portavi alla cintura a che ti serviva, a segnare il mezzogiorno¹? Natascia, tagliagli l’altro orecchio»
«Molto vuolentieri, babushka» risponde la russa, accingendosi a dare una passata contropelo al malcapitato; prima che questo inizi a protestare però un uomo anziano in sella ad uno splendido criollo dal mantello falbo² fa il suo ingresso nel cortile spianando un fucile da caccia:
«¿Lo que pasa?» chiede l’uomo, deciso.
Tutti si girano lentamente verso il nuovo arrivato; Olena allargando le braccia gli rivolge un sorriso, mentre nonna Pina gli punta contro il Kalashnikov.
«Ma che sta succedendo? E che state facendo ai miei nipoti?» ripete l’uomo, puntando il fucile ora sull’una ora sull’altra. Poi, incrociando lo sguardo di nonna Pina, un ricordo lontano affiora alla sua mente; abbassa il fucile, si sporge in avanti e strizza gli occhi per mettere meglio a fuoco, e infine chiede:
«¿Eres doña Eusebia?» poi, vedendo la meraviglia dipingersi negli occhi della centenaria, continua: «Donna Eusebia, sono Juanito, vi ricordate di me?»
Nonna Pina raddrizza la schiena sconcertata e fissa la sorgente di quel saluto inaspettato, finché una luce le si accende negli occhi .
«Juanito?» chiede ancora incredula. «Juanito la pulce… sei proprio tu? Mio Dio, come hai fatto a riconoscermi, Pulce? Saranno passati…»
«Ottant’anni, donna Eusebia, ottant’anni. Ma voi siete ancora bellissima»

All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, nonna Pina si trovava in tournée in Argentina con la compagnia di varietà di Tazio Martelloni, compagnia di cui era la vedette assoluta con il nome d’arte di Wanda del Rio, nome che evocava spiagge e passioni esotiche; tra attori, ballerini e orchestra si trattava di una cinquantina di elementi che avevano attraversato insieme tutto il paese anche se con trattamenti assai diversi, le star in alberghi lussuosi e i comprimari in pensioncine o locande tanto che spesso qualche ballerina e ballerino non disdegnava di farsi ospitare da qualche ammiratore focoso. Per il gran finale a Buenos Aires la compagnia era attesa al famoso teatro Grand Splendid, più di mille posti, e l’accoglienza si prospettava entusiastica, dato che la capitale era, e lo è ancora, una delle città con più abitanti di origine italiana al mondo. Fino a quel momento in Argentina della guerra si erano sentite solo le eco, più che altro attacchi a navi mercantili per tagliare i rifornimenti ai nemici, da una parte e dall’altra; aveva fatto scalpore l’affondamento o meglio l’autoaffondamento della corazzata tedesca Admiral Graaf davanti al Rio della Plata, ma gli argentini ne erano stati solo spettatori. Wanda era al massimo del suo fulgore e i rotocalchi erano pieni di foto del sorriso languido e delle “rotondità” della soubrette, la quale però pur senza darlo a vedere era preoccupata perché le fasciature e gli abiti di scena facevano omai fatica a nascondere l’incipiente maternità dato che era infatti incinta di sei mesi di un ballerino della troupe, Emilio Pallavicini³, relazione che i due tenevano segreta per non compromettere la carriera di Wanda. Il Ministero degli Affari Esteri del Regno d’Italia era guidato da Galeazzo Ciano, conte di Cortellazzo e Buccari, genero del Duce; gli interessi italiani richiedevano che l’Argentina si schierasse con l’Asse o quantomeno rimanesse neutrale ed a questo scopo il Ministero manteneva una fitta rete di informatori e finanziava personalità politiche, imprenditoriali e militari considerate amiche. A questo scopo si utilizzavano ovviamente anche le associazioni degli emigranti,  che godevano di un vasto seguito e disponevano di un buon potere economico; anche gli artisti potevano dare una mano, dato che spesso venivano invitati a presenziare a pranzi, feste, ricevimenti, convivi in cui tra un bicchiere e l’altro, un approccio e l’altro, qualche ospite si lasciava andare a qualche confidenza, magari per far colpo sull’interlocutore; e così Wanda ed Emilio, non avrebbero saputo dire nemmeno loro se più per convinzione che per per spirito d’avventura, si ritrovarono ad ascoltare e riferire: a fare le spie, insomma.

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¹ Riferimento al cannone del Gianicolo che segna il mezzogiorno ai romani, o se preferite al cannone di Brunate che segna il mezzogiorno ai comaschi.
² Il criollo è un tipico cavallo dei gauchos; il mantello falbo è grigio argentato con zebrature degli arti.
³ Cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Olena à Paris – 10

Nel 1885 i fratelli Hector e Otelo Balenciaga, avventurieri di Toledo, inseguiti da una mezza dozzina di mariti cornificati e dalle guardie di re Alfonso XII di Borbone ritennero prudente cambiare aria emigrando in Argentina e appena arrivati ci misero poco a capire che quella era la terra dei loro sogni: sconfinata, accogliente, fertile, con poche regole che non si potessero accomodare con un uso accorto delle pesetas e, se necessario, di coltello e fucile: l’Eldorado insomma, e si misero subito alla ricerca di un appezzamento di terra non troppo in vista, per impiantare una attività intanto che le acque non si fossero calmate e che dalla Spagna si fossero dimenticati di loro. Si inoltrarono a cavallo da Buenos Aires verso l’interno attraverso la pampa finché, in una bettola nel paesino di San Enrique, non si fermarono per rigovernare i cavalli e mettere qualcosa sotto i denti. Gli stranieri furono accolti gentilmente dall’oste e sua moglie Floridiana, che offrirono da bere del mate ed espressero l’auspicio che si fermassero per la notte; lo sguardo eloquente della prosperosa ostessa stava per convincere i due viaggiatori quando da un tavolo all’angolo, vicino alla finestra, furono attirati dal rumore di due dadi fatti girare in un bicchiere da un uomo alto, con dei lunghi capelli biondi ed una barba altrettanto lunga. Henderson, o meglio Lo Svedese, così era conosciuto, era stato capitano di vascello finché, stufo di veleggiare, era approdato sul Mar della Plata ai lidi che più gli erano congeniali: donne, sbronze e baruffe. Notando il borsellino che pendeva dalla cintura di Otelo, Lo Svedese invitò i fratelli a brindare alle rispettive patrie lontane ed a fare una partitina e, brindisi dopo brindisi di vino rosso di Cuyo Henderson si ritrovò presto in mutande ma la prese sportivamente: cedette ai due l’atto di concessione su un terreno poco lontano, dal quale il governo aveva provveduto a scacciare gli indigeni senza troppi riguardi, sull’esempio dei gringos americani; su questa pagina della storia argentina è stata scritta da Camilìto Estudiantes una poesia celeberrima, “Jugaban descalzos”:

Dijeron che estaba desierto
No nos parecìo
La pradera era nuestro hogar
nuestros niños jugaban descalzos
pero llevaban botas de cuero pulido.
Por nuestro bien, por la civilización,
nos dispararon con rifles Remington,
morimos tirando bolas, que mierda.¹

I fratelli si misero subito in marcia, prima che Lo Svedese si fosse ripreso dalla sbronza e si potesse accorgere dei dadi truccati, e presero possesso della loro tenuta che in quel momento consisteva in una distesa di terra da pascolo su cui scorreva un fiumiciattolo, una mandria di un centinaio di mucche, una stalla per i cavalli ed una baracca per i mandriani. Ammainarono immediatamente la bandiera svedese che si innalzava su un palo nel bel mezzo del cortile e la sostituirono con la Croce di Borgogna, la bandiera dei Carlisti, i reazionari sostenitori di Carlo VII per i quali avevano parteggiato nella terza guerra civile contro i liberali della Prima Repubblica.

“Que viva Don Carlos” è ancora leggibile sul cartello appeso all’arco di quella che una volta era l’ingresso della tenuta Balenciaga; arco che, sopravvissuto all’abbandono, dopo aver percorso un vialone di duecento metri introduce in quello che era il cortile della casa padronale, di cui oggi rimangono solo rovine, come gli altri edifici che vi si affacciano a semicerchio. In mezzo al cortile, con il muso rivolto verso l’entrata, è fermo un monovolume nero con i vetri oscurati, con il cofano aperto da cui esce un fumo grigiastro; di fianco una vecchina seduta su una carrozzina, con le gambe coperte da un plaid a scacchi scozzesi. I due uomini, rayban e cappello alla texana, scendono dal pick-up con un’andatura dinoccolata e si dirigono verso la carrozzina, guardandosi intorno; arrivati ad un paio di metri si fermano ed uno dei due, sempre guardandosi intorno, si rivolge all’altro:
«Una volta qua venivano a scaricare le sigarette di contrabbando, ti ricordi Ricardo? Ora scaricano le vecchiette, che brutti tempi» poi, poggiando distrattamente la mano sul calcio della Smith & Wesson 500 poggiata sulla fondina in pelle marrone che gli pende dalla cintura, si rivolge alla vecchia fissandola negli occhi:
«Dove sono finiti i tuoi amici, nonnina?»
«Cos’è tutta questa confidenza, giovanotto?» risponde la vecchia indispettita. «Non mi pare che abbiamo mai mangiato insieme, cos’è questo “tu”? Ma pensa te. Innanzitutto non ti hanno insegnato che ci si toglie il cappello davanti ad una signora? E si chiede per favore. E poi a te cosa interessa dove sono andati i miei amici?»
L’uomo, con un ghigno divertito, si toglie il cappello e ripete la domanda:
«Gentile signora, sarebbe così gentile da dirci, per favore, dove possiamo trovare i suoi amici?»
«Oh, così va meglio. L’educazione è importante, che diamine. Dunque, fammi pensare… devi scusarmi sai, la memoria non è più quella di una volta…» poi, notando che la mascella dell’uomo che sta serrando, e la mano slaccia il fermaglio della pistola, l’anziana si affretta a proseguire:
«Ecco, ecco, che fretta… mi pare abbiano detto che andavano a cercare un meccanico. Ah no, che stordita, adesso mi ricordo. Dunque, uno è là dietro» dice indicando un punto alle spalle dell’uomo «che sta per far saltare la testa al tuo amico»
Si sente un piccolo schiocco, e il compare cade a terra urlando, colpito ad una gamba.
«Si vede che ci ha ripensato. E l’altra invece ha detto che doveva parlarti»
«Ma che…» sibila l’uomo, abbassandosi di colpo. «Io non parlo con nessuno, e tu adesso viene con me, mummia!» e così dicendo si getta verso la vegliarda con l’intenzione di farsene scudo, dovendo però recedere dai suoi propositi alla vista della canna dell’AK-47 che spunta da sotto il plaid.
«Mani bene in vista, hombre» intima nonna Pina «Slacciati il cinturone e fai qualche passo indietro, e sbrigati che il grilletto è sensibile e mi tremano le mani. Ecco, da bravo, e adesso in ginocchio, e con le mani sulla testa, forza!»
L’uomo esegue, sebbene riluttante, e nonna Pina si alza dalla carrozzella, facendo cadere a terra il plaid, e sempre tenendo sotto tiro l’uomo inginocchiato, dà il segnale di via libera:
«Vieni Natascia, è tutto tuo»

Dal monovolume esce una donna statuaria inguainata da una tuta nera con in testa un passamontagna ed in mano un lungo astuccio rigido. La donna arrivata a pochi passi dal prigioniero si ferma, poggia in terra l’astuccio e ne estrae due spade šaška². Esegue qualche rotazione, poi con una smorfia di disapprovazione si rivolge all’uomo:
«Io non capisco come gente così trascurata, non pensa anche voi babushka? Capelli tutti in disordine, che verguogna. Ma tu uomo muolto fortunato, c’è qui tuo parrucchiere. Tu preferisce sfumatura alta o bassa?»
«Che… che intenzione hai di fare con quelle?» chiede l’uomo preoccupato, vedendo che la donna ha ripreso a far roteare le spade. Olena si ferma, si toglie il passamontagna e si sistema i capelli scrollando la testa, poi fissa l’uomo con gli occhi di ghiaccio, e risponde:
«Dipende da te, finuocchietto. Chi manda voi? Dov’è Carlos? E non muovere testa, se tu tiene a tue orecchie»

¹ Dicevano che era deserto / a noi non sembrava / la prateria era casa nostra / i nostri figli giocavano a piedi nudi / loro indossavano stivali di cuoi lucido. / Per il nostro bene, per la civiltà / ci spararono con i fucili Remington / che merda, siamo morti lanciando bolas.
² La Šaška era una sciabola usata dai cosacchi, poi adottata dai dragoni dello Zar; oggi viene usata in danze tradizionali dove dei virtuosi si esibiscono roteandola con maestria.

Olena à Paris – 9

Nel giardino di Villa Rana un uomo il cui vestito impeccabile è impreziosito da mascherina e guanti in tinta firmati Girifalchi si avvicina levitando al bersó sotto il quale, sdraiata su una elegante chaise longue color tortora Fratelli Impallomeni riposa la padrona di casa, il cui movimento sussultorio del generoso petto avrebbe causato turbamento in chiunque in quel momento si fosse avvicinato, levitando o meno, ma non nel nostro uomo avvezzo a situazioni del genere ma soprattutto interessato al braccialetto da caviglia con pendagli a forma di elefantino che  Gilda, la Calva Tettuta, indossa al piede sinistro. Con un sospiro di cupidigia repressa James, il maggiordomo, si palesa tossicchiando.

«Ah, James caro, sei tu? Devo essermi appisolata. Stavo leggendo un libro interessantissimo, “Sconfiggere la pandemia con le erbe di mellifrace”  di Augusto Propoli, ed ero arrivata al punto in cui parlava di fustigare il partner con i rami più flessibili. Quel Propoli è un genio, non capisco come mai non gli abbiano ancora assegnato il Premio Nobel, o almeno l’Oscar. A proposito, hai visto in giro Svengard? Se lo incontri digli di raggiungermi più tardi vestito da pastore sardo. Non alzare il sopracciglio James, guarda che ti ho visto, hai qualcosa contro i pastori sardi? »
«Assolutamente, signora» risponde il maggiordomo senza scomporsi «mi stavo solo chiedendo se preferisse un costume della Barbagia o della Gallura, ci sono piccole differenze ma significative.»
«Barbagia, Gallura, non stiamo a sottilizzare, James, l’importante è che sia un pastore. Tu hai mai sognato di far l’amore con un virologo, James? Scusa, come non detto. Il fatto è  che sono un po’ turbata, ho sognato appunto che un virologo vestito da pastore mi voleva convincere a raggiungere insieme l’immunità di gregge ma sul più bello la sua virilità è scemata, per così dire, però l’idea non mi pare da buttare ed ho intenzione di continuare l’esperimento con Svengard»
«Benissimo, signora. Ah, signora, dimenticavo, ha chiamato la signora Pina. Dice che hanno dovuto fare una piccola deviazione e probabilmente ritarderanno un paio di giorni.»

La pampa è un’immensa pianura del Sudamerica, che si estende per una superficie più grande del doppio dell’Italia tra Argentina, Brasile e Uruguay; vi si allevano milioni di capi di bestiame, tra ovini e bovini, la cui carne viene esportata in tutto il mondo; la pampa è il regno del gaucho, il leggendario mandriano che insieme al tango e a Maradona è l’emblema dell’Argentina, e sulle cui gesta sono state scritte pagine epiche. Uno dei massimi cantori della pampitudine, il poeta Camilito Estudiantes, così descriveva la vita nella pampa nella sua celeberrima “Tierra y vacas”:

Tierra y vacas
hasta donde llega la vista
y sobre todo
nubes de tàbanos.
Al horizonte, vacas:
y aquì, dos bolas. ¹

o nell’altra lirica altrettanto famosa dedicata proprio al gaucho, questo eroe solitario duro e orgoglioso ma capace di slanci poetici come in “Un mar de cuernos”:

Navego sobre un mar de cuernos          
El caballo conoce el camino
Pienso y me rasco la cabeza
Mi esposa se fue con Rocco
Ladròn de miseria, la vaca.²

Ed è proprio verso questa terra incantata, e precisamente a Santa Rosa, il capoluogo della provincia de La Pampa, che il monovolume con Olena,  nonna Pina e Osvaldo si stava dirigendo quando gli avvenimenti hanno costretto il gruppetto ad una piccola deviazione.

«Pronti, babushka?» chiede Olena, controllando dallo specchietto retrovisore il pick-up Nissan che si sta avvicinando.
«Lanciarazzi o bombe a mano?» chiede nonna Pina, armeggiando nel baule.
«Tutte e due» risponde la russa con un sorrisetto. «Osvaldo, tu vede quelle due case isolate?»
«Certo, capitano. Accelero?»
«Vai, accelera» dice Olena, imbracciando un lanciarazzi e calandosi in faccia un passamontagna.

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¹ Terra e vacche / fin dove arriva la vista / e soprattutto / nubi di tafani. / All’orizzonte, vacche / e qui, due palle.

² Navigo su un mare di corna / il cavallo conosce la strada / Penso e mi gratto la testa / Mia moglie è scappata con Rocco / miseria ladra, la vacca.

Personaggi in cerca di bonus (Vita quotidiana al tempo del coronavirus – LXXXI)

«Allora, James, ci hai parlato?»
Gilda, fremente di indignazione, si solleva con il gomito dalla sdraio sulla quale è distesa e punta verso il maggiordomo il bicchiere di Mojito pieno, o vuoto a seconda dello stato d’animo dell’osservatore, per metà.
«Si, signora, ho potuto conferire brevemente con il signore» dice il maggiordomo, porgendo un vassoio con delle ciotoline di stuzzichini.
«E allora? Ti ha detto che intenzioni ha? Su, parla, non farti tirar fuori le parole con le tenaglie!» intima nervosamente la Calva Tettuta.
«Ehm, ecco, il signore dice che vuole immortalare questo momento. “Voglio tramandarlo ai posteri”, proprio così ha detto, mentre ticchettava sulla tastiera del suo portatile»
Gilda guarda inorridita il suo maggiordomo, non riuscendo a credere alle proprie orecchie.

«Ah, ah, ai posteriori casomai, altro che posteri»
Sotto l’ombrellone posto al bordo della grande piscina a forma di cuore, in testa un cappello a falda larga, in bocca un sigaro Cohiba Behike ed in mano un bicchiere di Ron Santiago de Cuba Añejo, Nonna Pina sghignazza con una voce ruvida come una lima da sgrosso.
«Quello si è montato la testa, ve lo dico io» continua la centenaria. «Non penserà di essere uno scrittore? Un Verga, un Pirandello? Ma per piacere! A chi pensa che interessi quello che combina tutti i giorni nella sua ridicola esistenzuccia, il lavoro, lo spritz, la pizza… puah, baggianate. I lettori vogliono evadere dalla quotidianità, vogliono sognare, vogliono identificarsi con dei personaggi! I lettori vogliono noi!» afferma la vegliarda, rafforzando il concetto con un potente scaracchio che per un pelo non va a colpire la coda del gatto Ringo. «Dico bene, Generale?»

Il cinese Po, ultimo rimasto della guardia dell’ultimo imperatore Pu Yi, sospende gli esercizi di tai chi con la racchetta elettrica e volge lo sguardo ad est, poi sorridendo risponde a Nonna Pina:
«Il nostro Autole tlae ispilazione dalla vita quotidiana, come solo i glandi sanno fale. Dobbiamo avele pazienza»
«Dici bene tu che sei confuciano!» sbotta Gilda. «Qui la pazienza è bella che finita. Guardatevi intorno, perfino i koala si stanno annoiando, e tra parentesi si sono quasi mangiati tutti gli eucalipti, ma se aspettano che glieli ripianto stanno freschi!»

«Io non mi annoio affatto» proclama Miguel, porgendo il becchime ai pappagalli Flettàx e Spread che si contendono il trespolo insultandosi coloritamente. «Forse perché “io” lavoro, io.» continua polemicamente il giardiniere «Chi annaffia l’orto, strappa le erbacce, dà da mangiare agli animali? Io, sempre io, Miguel. Non come certi sfaticati di mia conoscenza» dice il messicano sdegnato, carezzando la testa del piccolo Chico, il figlio avuto dalla relazione breve ma intensa con Conchita, la donna barbuta protagonista della telenovela “Lacrime e Laterizio”, indicando un tavolo dove quattro uomini stanno facendosi un pokerino fumando e bevendo birra.

«Ce l’hai con noi per caso?» chiede retoricamente Uppallo I, il maggiore dei due gemelli cantautori. «Non è colpa nostra se quello non scrive niente. Noi siamo stati ingaggiati per cantare e veleggiare, non per zappare l’orto»
«Ed io ho un contratto da toy boy» precisa Adalgiso, che ha in mano un full d’assi che non vede l’ora di metter giù.
«Io invece devo ancora capire cosa ci faccio, qua» si chiede pensieroso Svengard, il norreno.
«Non essere sciocco Sven, senza di te queste storie non starebbero in piedi» lo rassicura Gilda. «E comunque ne parliamo dopo, a quattrocchi» dice leccandosi i baffi.

«Amici, bisogna fare qualcosa» riprende Gilda. «Anche economicamente la cosa non è più sostenibile. Se quello non ci fa più lavorare finiremo sul lastrico! E allora io dico: chiediamo anche noi il bonus al governo, perché agli attori sì ed ai personaggi no? Se non ci fossimo noi loro non sarebbero niente, ha ragione nonna Pina. Ed i posteri dello spritz se ne fregano!»
«Per quanto, se posso permettermi, uno spritz ben fatto ha il suo perché» interviene il maggiordomo «Personalmente consiglio prosecco di Valdobbiadene e Aperol, ma c’è chi preferisce…»
«James non mi pare il momento di un trattato di spritzologia, vero caro?» lo interrompe bruscamente Gilda.
«Dobbiamo tutelarci, anche per una vecchiaia. Un sussidio farebbe comodo, lo danno anche agli attori che hanno lavorato appena sette giorni l’anno scorso, e noi che siamo stati sempre in pista, allora? Io dico di rivolgerci ad un patronato, ad un sindacato personaggi, insomma dobbiamo portare la questione all’attenzione dei media, fare rumore! E che diamine, alle badanti si e a noi no, non mi pare giusto!»

«Secondo me lui fa puoco sesso»

All’improvviso cala il silenzio e tutti si girano verso la voce, che appartiene una bionda statuaria intenta a oliare la sua pistola, una semiautomatica russa Udav a 18 colpi. Sentendosi osservata, la donna continua:
«Perché voi guardare me così? Io sicura che se lui fa più sesso, cento per cento pensieri negativi sparire e scrive nuove storie muolto divertenti» conclude la bionda, con un sorrisetto malizioso.
«Natascia, figlietta mia, sei un genio. Hai ragione, agli uomini non bisogna lasciargli il tempo di pensare troppo, si perdono. Il loro cervello non è attrezzato per fare due cose contemporaneamente, o pensano o scrivono. Adesso però c’è un problema… » dice nonna Pina guardandosi intorno «chi si sacrifica?»
Gli sguardi di tutti vagano dall’uno all’altro personaggio, finché non trovano un accordo e si concentrano tutti sulla stessa persona.

«Occhei, occhei. Io indossa stivaloni e prende frusta, si? Se domani lui non riprende a scrivere io non chiama più me Olena»

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