Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

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Una birra per Olena (XVII)

Fritz Gunnerbaum grattandosi la testa guarda sbalordito la donna che occupa la sedia a dondolo del gatto Ringo e che sembra in confidenza sia con sua moglie Ursula che con il suo superiore, il commissario capo Horst Tupperware. Poggia infine sul tavolo il piattino di torta che Ursula gli ha messo in mano, e sbotta:
«Signorina, visto che nessuno si degna di informarmi, non sarebbe così gentile da dirmi chi accidenti è lei e che ci fa a casa mia?».
Olena sorride ad Ursula, e con un cenno del capo le lascia la parola:
«Accomodati Fritz, adesso ti racconto tutto…» poi, quando il marito finalmente si siede, comincia a raccontare:
«Ci siamo conosciute nel 1988, a Seoul…»
«A Seoul? Che ci facevi a Seoul?» interviene subito Fritz, sbigottito.
«Fritz, per piacere, non cominciare ad interrompere. Cosa dovevo fare a Seoul? Ero alle Olimpiadi, no? Con la squadra di atletica della DDR»
«Con la squadra di atletica…» ripete Fritz «Ma che c’entravi tu con la squadra di atletica,  non facevi mica  sollevamento pesi? Tra l’altro allora non c’era ancora il sollevamento pesi femminile alle Olimpiadi…»
Ursula continua a raccontare, senza nemmeno ascoltarlo, persa ormai nei ricordi:
«Avevamo una squadra fortissima in tutte le discipline… vi ricordate? Portammo a casa 102 medaglie, secondi solo all’Unione Sovietica che ne vinse 132… e davanti agli americani, che ne presero solo 94. Per noi non era solo una questione sportiva, si trattava di dimostrare la superiorità del socialismo nello sviluppo armonico della persona rispetto al capitalismo»
Olena conferma, annuendo.
«Stronzate» interloquisce Fritz, zittito da un’occhiataccia della moglie.
«Fin da giovanissimi eravamo sottoposti a ritmi di allenamento massacranti… specialmente con noi donne erano molto severi, noi dovevamo essere i simboli dell’emancipazione femminile, con risultati che si avvicinavano sempre di più  a quelli maschili»
«Donne toste…» commenta Olena.
«Si, toste, ma a che prezzo… hai ragione Fritz, io non avrei dovuto partecipare a quelle Olimpiadi. Ma una mia compagna, Heidi Schmidt, una lanciatrice di peso, si infortunò. O così ci dissero…»
«Che vuoi dire, non era vero che si infortunò? E che le capitò allora?» chiede Fritz.
«Nei campionati mondiali precedenti aveva conosciuto un saltatore canadese… aveva deciso di scappare e chiedere asilo politico approfittando delle Olimpiadi, ma fu scoperta. Tutto questo lo venimmo a sapere molto dopo, naturalmente… allora ci dissero che aveva avuto un attacco di appendicite acuta, avevano dovuto operarla d’urgenza e c’erano state complicazioni. Io ero la prima riserva e presi il suo posto, e feci anche la mia bella figura…»
«Sei modesta, Ursula, una medaglia d’argento non è solo una bella figura…» dice Olena, con sincera ammirazione «tu eri una campionessa!»
«Una campionessa…» ripete con amarezza Ursula. «Lo pensi davvero, Olena? Tu sai bene come stavano le cose»
Ma prima che Olena possa rispondere, Fritz interviene:
«Olimpiadi, medaglia d’argento? Ursula, ma che storia è questa? Quando ci siamo conosciuti facevi la cameriera in una birreria e mi hai detto che avevi praticato un po’ di sport… e questo lo chiami un po’ di sport? E lei?» chiede Fritz a Olena «Anche lei ha praticato “un po’ ” di sport? E dove è stata tutto questo tempo, Ursula non mi ha mai parlato di lei!»
Ursula interviene:
«Fritz, lascia stare, queste sono cose che è meglio non…»
«No, Ursula, tuo marito ha ragione, ha diritto ad una spiegazione» la ferma Olena, alzandosi in piedi con sollievo del gatto Ringo.
«Mi chiamo Olena Iosifovna Smirnova, all’epoca avevo diciannove anni e facevo parte dei servizi di sicurezza sovietici»
«Servizi di sicu… che mi venga un colpo, il KGB?» chiede Fritz, ormai totalmente stordito.
«Esatto, per la precisione ero sottotenente ed avevo l’incarico di agente provocatore. Dovevo fingermi interessata alla fuga in occidente, scoprire la rete che gestiva le diserzioni e neutralizzarla»
Fritz trasecola:
«Neutralizzarla? Ma in che senso, scusi, doveva denunciarli?»
«Eliminazione fisica, preferibilmente» continua Olena senza cambiare tono.
«Ufficialmente facevo parte della squadra di biathlon, come riserva. Potevo girare per il villaggio olimpico e fu così che conobbi Ursula…»

«Tu lo sapevi?» chiede esterrefatto Fritz.
«Ma certo che no, sciocco! Mica andava in giro a dire “ciao, sono un agente segreto!”. Ci siamo incontrate in palestra, Olena non passava inosservata, era sempre attorniata da maschietti diciamo, ehm, interessati»
«Faceva parte del mio compito quello di mettermi in mostra»
«E ci riuscivi parecchio bene…» ridacchia Ursula, e continua «Così bene che qualcuno pensò che se ne potesse approfittare. Una sera la squadra di pallanuoto turca la aspettò nel sottopassaggio che portava dalla palestra al villaggio. L’avevano studiata bene, avevano messo persino dei complici agli ingressi del sottopassaggio, per avvisare in caso di “disturbi”. Quella sera, uscendo dalla palestra, le cadde dal borsone la giacca della tuta… pensai che avrebbe dovuto rimborsarla, e così le corsi dietro per riportargliela» poi, notando l’occhiata di Fritz, puntualizza: «Pesavo ottantadue chili allora, ero un concentrato di muscoli, non come… adesso» constata Ursula con amarezza, indicando il suo corpo eccessivo. «Insomma, immagina ottantadue chili lanciati in velocità ed un cretino che ti indica di fermarti, e per di più brutto. E’ volato come uno straccetto senza nemmeno il tempo di dire “ahi” e sono piombata come un missile nel sottopassaggio e lì mi sono trovata davanti a quella scena…»

Olena a questo punto le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio.
«La stavano spogliando… lei era incosciente, dalla testa le colava un filo di sangue, l’avevano colpita a tradimento quei maiali»
Fritz, a bocca aperta, non riesce a staccare gli occhi da sua moglie, cercando di trovare nella casalinga che ha davanti le tracce della sconosciuta che gli si sta rivelando.
«Indossavo ancora la cintura addominale, sai, quel cinturone che si usa nel sollevamento pesi, allora li avevamo in cuoio pesante con due grandi fibbie di ottone… quelli avevano già i pantaloni abbassati, cominciai ad urlare e a picchiare come una pazza, cercavano di scappare e cadevano, ed io picchiavo, e picchiavo, e picchiavo, per Olena, per la rabbia, per i miei allenamenti di merda, per il corpaccione goffo che mi ritrovavo, per Heidi…»
Ursula si interrompe, con le lacrime che le scorrono lungo il viso. Olena la abbraccia e le accarezza i capelli, sussurrandole all’orecchio:
«Basta, Schutzi, è tutto passato, è finito…»
Ursula alza il mento, tira su col naso, e sciogliendosi dall’abbraccio seguita:
«Per fortuna Olena si riprese e me li tolse dalle mani, sennò li avrei ammazzati tutti… Il giorno dopo furono rimpatriati, i loro dirigenti dissero che avevano avuto un incidente stradale…»
«Già, avevano avuto un frontale con il TIR Schutzentagger…» ride Olena.
«Incredibile… ma perché non me ne hai mai parlato, Ursula?» chiede Fritz, commosso, colto poi da un pensiero improvviso:
«La squadra di pallanuoto… non era una squadra turca quella che cadde con l’aereo, l’anno dopo? Erano partiti da noi, da Dresda, giusto? Che strana coincidenza…» dice Fritz, fissando intenzionalmente Olena.
Olena sostiene il suo sguardo, e arricciando le labbra in un sorriso beffardo, risponde:

«Il mondo è pieno di coincidenze, Herr Gunnerbaum»

Berlin, Junioren-Sportfest, Katrin Krabbe

Una birra per Olena (XVI)

«Vostro onore, mi dichiaro innocente!»
Il giudice istruttore, Walter Ritzenberg, uno scapolo quarantenne alto e magro con dei capelli rossi arruffati ed una barbetta rada dello stesso colore, abbassa la testa per osservare, dal di sopra degli occhialini alla Cavour che correggono la sua miopia e gli danno un certo tono autorevole, la donna che siede dall’altra parte della scrivania, assistita nella traduzione da quello che ha presentato come suo avvocato.
La donna, fasciata da un completo rosso Valentino impreziosito da un turbante Mantero in twill di seta, si  sventola con un ventaglio in madreperla e, accaldata per l’agitazione slaccia i bottoni della giacca, movimento che lascia intravedere un top che fatica a contenere i seni della quinta abbondante, come giudica il giudice ad un esame sommario, seni posti ancor più in risalto dal fatto che la donna è seduta sul bordo della sedia protendosi verso Ritzenberg come a chiedere protezione.
Il giovane giudice, che è tutt’altro che insensibile al fascino femminile, si premura di rassicurarla.
«Deve esserci un equivoco signora, lei non è assolutamente accusata di nulla. Glielo dica anche lei, avvocato, questo è solo un colloquio informativo, pura routine»

«James, avevi ragione tu, come sempre» dice Gilda all’uomo alle sue spalle. Poi, riallacciatasi la giacca e mettendosi più comoda sulla sedia, con delusione di Ritzenberg, passa subito all’attacco, recuperando la  grinta da padrona del vapore:
«Caro giudice, capirà che il mio tempo è prezioso. Ho diverse fabbriche da portare avanti e centinaia di lavoratori che dipendono da me e che aspettano che ci facciate riaprire al più presto, pertanto la pregherei di essere conciso. Di che si tratta?»
Walter Ritzenberg , sconcertato dal cambiamento di tono, fatica a riprendere il filo.
«Ehm… voi producete pasta ripiena, dico bene Frau Rana?»
«Bè,questo non mi pare sia un segreto, dico bene giudice? Siamo leader anche nel vostro paese, tra l’altro. Ma perché quest’interesse per la pasta, Herr Ritzenberg?»
«In realtà, signora, l’interesse più che per la pasta è per il ripieno»
«Ah davvero?» dice sorpresa Gilda.«Se ha qualche curiosità chieda pure, giudice, anche se forse sarebbe stato più adatto il nostro direttore della produzione»
«Già, l’ingegner…» il giudice cerca il nome tra le sue carte, e finalmente lo trova «Ingegner Jürgen Matthaeus. Ecco, l’abbiamo cercato in realtà, ma sembra essere irreperibile. Come peraltro il vostro direttore amministrativo… Ha lasciato per caso qualche messaggio, qualche recapito?»
Gilda,dopo aver lanciato di sottecchi un’occhiata all’imperturbabile James, risponde candidamente:
«Giudice, capirà che non sono la segretaria dell’ingegner Matthaeus…»
«Naturalmente, naturalmente signora. Lo chiedevo solo perché in realtà abbiamo già sentito la segretaria, ma non è stata in grado di darci indicazioni utili»
«Ah, peccato, sarà andato a pesca. Avete provato a cercarlo in qualche lago della foresta Nera? Ricordo che ogni tanto ne parlava. Potreste chiedere a sua cognata, Hilda, magari ne sa qualcosa» suggerisce Gilda maliziosamente.
«No, sua cognata dice che non si fa vivo da qualche giorno. »
«Mi dispiace allora, non saprei come aiutarvi» taglia corto la Calva Tettuta. «Possiamo andare adesso?»
«Un’ultima cosa, signora. Come sa la finanza ha ispezionato i magazzini ed i libri contabili…»
«A proposito di questo» dice Gilda che fatica a contenere l’indignazione, oltre che i seni «ce n’era proprio bisogno? E quand’è che toglierete i sigilli alle fabbriche?»
«Solo un attimo signora, mi permetta di spiegare… volevamo capire se c’erano stati degli ammanchi, qualche furto di merce, dei furti di materiale, e che i responsabili avessero interesse con gli incendi a far sparire le prove… per questo abbiamo verificato anche i riscontri con le bolle di consegna»
«Che ti dicevo James? Controllavano le bolle. E i contribuenti pagano… E cosa avete scoperto, caro giudice?»
«Voi avete diverse linee di produzione, giusto?»
«Ma certo che abbiamo diverse linee, noi diversifichiamo, cosa crede! Abbiamo le linee classiche, le stagionali… ad esempio a maggio ripieno fave e pecorino, in autunno prosciutto e fichi… poi ogni tanto lanciamo delle novità: adesso per esempio abbiamo un brasato al mojito che sta andando alla grande»
«Al mojito? Interessante» afferma il giudice con un brivido di raccapriccio. Poi poggia gli occhiali sul tavolo e fissa Gilda freddamente negli occhi:
«E, Frau Rana, che linea pensavate di lanciare con i trenta quintali di nandrolone che abbiamo trovato nei vostri magazzini?»

E’ la volta di Gilda a rimanere interdetta dal cambiamento di tono del giudice:
«Nandrolone, nandrolone… mi ricorda qualcosa ma su due piedi non saprei dire, ci vorrebbe il nostro direttore Ricerca e Sviluppo… » e, non badando ai colpetti di tosse di James, continua:
«E’ qualcosa di esotico? Il nome è evocativo, ricorda il merolone¹ e il nostro marketing potrebbe anche lavorarci su… So che in Nuova Zelanda stiamo per lanciare il kiuzzo, ripieno di kiwi e struzzo, ma non mi pare che c’entri questo nandrolone… James caro, per caso è uno dei tuoi caffè?»

jennifer lopez

¹ Valerio Merola è un conduttore televisivo, abbastanza conosciuto negli anni ’80 e ’90, che nel ’96 fu coinvolto in un’inchiesta per violenza sessuale accusato da alcune “soubrette” di aver preteso rapporti sessuali in cambio di apparizioni TV. In un caso si difese sostenendo che le dimensioni del suo pene (da qui il “merolone”) non gli avrebbero consentito di avere il tipo di rapporto che l’accusatrice sosteneva di aver dovuto subire. L’inchiesta, per la cronaca, non arrivò mai a processo, e servì solo a “sputtanare” i protagonisti ed a rovinare loro le carriere e, in qualche caso, ad accorciargli la vita (vedi Gigi Sabani).

Una birra per Olena (XV)

Ursula Schutzentagger, che indossa un grazioso grembiule con disegni marini dove campeggia la scritta “Bellaria sole cuore e amore” ricordo del viaggio di nozze,  entra in soggiorno sorreggendo una teglia appena uscita dal forno, contenente il suo famoso stinco alla birra con patate arrosto.
Suo marito, l’agente scelto Fritz Gunnerbaum, la ammira orgoglioso mentre distribuisce generosamente pezzi di carne a lui ed ai loro ospiti, sua cugina Rose Zizzander ed il commissario capo Horst Tupperware.
Rose Zizzander, fresca vedova del terzo marito, è una spilungona segaligna sui sessantacinque anni, con i capelli biondo platino raccolti in uno chignon che la allunga ancora di più; l’invito non è stato fatto a caso, Fritz spera che l’esperta cugina riesca ad entrare nelle grazie del commissario capo, per il quale pur essendo più giovane si preoccupa come un fratello maggiore.

Rose, fattasi intraprendente dopo la terza bottiglia di birra, si rivolge civettuola a Horst:
«Non si sente bene, commissario? E’ così taciturno… e non sta mangiando niente, sta solo piluccando…».
In effetti Horst, distratto, sta sminuzzando la carne dello stinco in piccoli pezzi che impila con la forchetta uno sopra l’altro, e la voce della vedovella lo scuote:
«Oh, mi perdoni, frau Zizzander, sono un pessimo commensale. Questo caso che abbiamo tra le mani mi impegna molto…»
«Sgrumpf!» commenta Ursula, (“figurarsi”…), mentre il marito le lancia un’occhiata di supplica.
«Il caso dei tortellini, non è vero? Avete un’idea di chi possa essere stato?» chiede Rose, e continua senza attendere risposta: «Sicuramente qualche immigrato. Lo diceva sempre il mio povero terzo marito Hermann, pace all’anima sua: questo posto è diventato un casino» Poi, chinandosi verso il commissario mettendo in mostra lo scarso decolté e sfiorandogli con finta distrazione il ginocchio, gli chiede:
«Lei che ne pensa, commissario capo?»
«Ehm, a che proposito, signora?» risponde l’imbarazzato Tupperware.
«Ma commissario, non mi chiami signora, mi fa sentire vecchia… mi chiami semplicemente Rose… anzi non potremmo darci del tu?» incalza appoggiandosi ancor di più, e senza dar tempo di rispondere continua: «dicevo, cosa ne pensi, è stato qualche immigrato?»
«Purtroppo frau, ehm… Rose, non possiamo parlare delle indagini in corso, capirai, una parola fuori posto potrebbe compromettere le indagini… al momento comunque non abbiamo elementi per sospettare il coinvolgimento di stranieri»
«Umpf!» sottolinea Ursula, a voler dire “Non sapete niente, come al solito”.

In quel momento si sente suonare il campanello di ingresso. Ursula guarda interrogativamente il consorte, che appare sorpreso quanto lei. Dato che il campanello insiste, Fritz si stringe nelle spalle, si alza e va ad aprire.
Alla porta c’è una donna statuaria avvolta in una pelliccia violetta, che senza dire una parola gli mette in mano una Florentiner Torte della celebre Konditorei Widmann ed una magnum di champagne Brut Rosé Dame-Jane di Henri Giraud, dopodiché gli passa davanti ancheggiando senza degnarlo di uno sguardo.
«Buonasera a tutti» saluta i presenti, rimasti con le forchette in aria e le bocche aperte.
Poi si avvicina alla padrona di casa, immobilizzata dalla sorpresa, e le stampa in bocca un bacio alla russa:
«Buon compleanno, Schutzi» dice infine all’esterrefatta Ursula, che finalmente riacquista la parola:
«Olena Iosifovna Smirnova?» chiede incredula la tedesca. «Per la miseria Olena, a momenti mi fai venire un colpo. Che ci fai qua?»
«Sono venuta a trovare i vecchi amici, compagna Schutzentagger» e poi, rivolta ad Horst:
«A proposito, panzerotto, non ti avevo detto di chiamarmi? »
«Panzerotto?» chiede Rose a Horst «Tu conosci questa “signorina”, caro?»
«Ehm, ecco, la storia è un po’ lunga, cara Rose, non vorrei annoiarti… magari te la racconterò un’altra volta. Adesso però si è fatto tardi, e tu sarai senz’altro stanca, ti chiamo un taxi…»
«Ma io non sono affatto stanca! Sono appena le nove, e non abbiamo ancora mangiato la torta!»
Ursula a questo punto si alza, e con tutto il tatto di cui dispone si rivolge alla cugina del marito:
«Rose, hai dieci minuti per toglierti dalle palle»
«Che cosa?» strilla la vedova «Togliermi dalle palle? Non sono mai stata trattata così in vita mia! Fritz, tu non hai niente da dire?» chiede al cugino, che si guarda bene dal contrariare sua moglie.
«Ah, è così dunque! Non rimarrò in questa casa un momento di più, allora! Ma prima voglio dirvi cosa penso di voi» sbraita raccattando il suo soprabito e la sua borsetta.
«Tu!» dice a Fritz «sei un cacasotto senza palle e tu!» a Horst «sei un finocchio, “panzerotto”! E in quanto a te, brutta panzona, il tuo stinco fa caca… »
Fritz riesce appena in tempo a portare fuori di casa la cugina prima che Ursula, già lanciata, la usi come zerbino per le scarpe, e la accompagna beccandosene tutti gli improperi lungo i tre piani di scale che la portano all’uscita. Quando ritorna, Horst sta stappando lo champagne, Ursula taglia la torta ed Olena si è tolta la pelliccia e siede sulla sedia a dondolo in vimini di solito dominio del gatto Ringo, che ha ceduto il posto ad un felino più grosso.
Fritz si avvicina al tavolo in silenzio, prende il calice che Ursula gli porge e lo tracanna in un sorso.
«Adesso posso sapere anche io che cavolo sta succedendo?»

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Una birra per Olena (XIV)

«Natascia?»
Nonna Pina, arrivata a Monaco di Baviera da Cuba dove ha lasciato un inconsolabile Pepe Secundo, si chiude alle spalle, perplessa, la porta del bagno.
Olena, seduta vicino all’ampia finestra della suite del Grand Hotel Ludwig II che le ospita , sospende la preparazione del drone lancia-dardi a cui si sta dedicando e si volta verso la vegliarda.
«Si, babushka?»
«Natascia, tu sai che sono una donna di larghe vedute, vero? Non sono una che si scandalizza o formalizza»
«Certo, signora, voi siete donna di mondo»
«Puoi dirlo forte, figlietta mia. Ai miei tempi ne ho fatte più di Bertoldo in Francia¹»
«Bertoldo? Chi essere questo Bertoldo?» chiede Olena incuriosita.
Nonna Pina, rendendosi conto che la russa potrebbe non essere padrona della letteratura italiana del 1600, continua:
«Sorvoliamo su Bertoldo, per il momento, cara. Mi assicuri che quello che stai facendo non è pericoloso?»
«Assolutamente, babushka. Drone comandato a distanza, spara piccole frecce che fanno punturina come piccola zanzara. Certo, se punta avvelenata con tossina letale bisogna maneggiare con cura» spiega con naturalezza la russa.
«Natascia, non fare la finta tonta. Non mi sto riferendo alle punturine. Che mi dici di quel tizio nudo appeso al soffitto, incaprettato e bendato? Sei passata alla mafia russa, per caso? Non sarà mica uno di quelli che prende rubli a sua insaputa, vero?»
Olena arriccia l’angolo destro delle labbra in un sorriso:
«Niet nonna, niente rubli, per quelli abbiamo uffici preposti. Essere piccola trasgressione erotica, si tratta di bondage²… »
«Ma sei sicura che il gancio regga? » chiede preoccupata nonna Pina  «Oltretutto non è un bello spettacolo, mi sembra giù di forma, un po’ frollo… »
«Niente rischi nonna, tasselli fissati a calcestruzzo omologati fino a 400 chilogrammi di peso» risponde rassicurante Olena.
«Ah bè, quand’è così allora divertitevi pure, beata gioventù…»
Poi, abbassando la voce, chiede, curiosa: «Ma chi è, lo conosco? La fisionomia non mi è nuova…»
«Non credo, babushka» minimizza Olena «è un ingegnere»
«Un ingegnere, dici? Ma pensa te» commenta nonna Pina «Non sarà per caso uno di quelli che si occupa di computer? Nel caso, abbonda con le frustate. Anzi, ti dispiace se gliene appioppo qualcuna anch’io?»

Il cellulare posato sul grande tavolo ovale nella sala riunioni che si trova all’ultimo piano di un elegante palazzo che si affaccia sulla Karlsplatz inizia a vibrare.
Il relatore da un’occhiata al numero sul display e poggia la penna laser con la quale evidenzia i punti principali delle sue slides.
«Scusate un attimo, signori» dice, prima di uscire nel corridoio.
«Ti avevo detto di non chiamarmi al lavoro» sibila contrariato.
«Chiamo quando mi pare e piace. Si può sapere che state combinando? Perché diamine avete messo sotto sequestro gli stabilimenti?»
«Noi non c’entriamo… è stata la Finanza»
«Vedi di sbloccare al più presto la situazione, se non vuoi finire su tutti i giornali»
«Ma…»
«Niente ma, o devo pensare che vuoi tirarti fuori dall’affare? Non sarebbe carino da parte tua, lo sai vero?»
«No, assolutamente, ma ho bisogno di un po’ di tempo…»
«Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo abbia, e a te non ne è rimasto molto… pensaci. Ah, un’altra cosa»
«Si?»
«Jürgen è scomparso. Tu ne sai qualcosa?»

«James, ho una strana sensazione» dice Gilda al suo maggiordomo, nel taxi che li sta accompagnando dal Pubblico Ministero che l’ha convocata.
«Davvero, signora? Non dovrebbe preoccuparsi, si tratterà sicuramente di comunicazioni di routine. E poi la Compagnia ha fior di avvocati, per ogni evenienza. Per non parlare di tutte le donazioni alle varie associazioni culturali dei diversi partiti politici e le inserzioni pubblicitarie sui maggiori giornali del paese»
«Grazie James, sei rassicurante. In effetti spendiamo un sacco di soldi per tener buona tutta questa gente, mi chiedo se non sarebbe meglio pagare un po’ di più gli operai, invece. Ma lasciamo stare questi discorsi… no, la mia preoccupazione è un’altra caro James»
«Quale, signora?»
«E se al giudice non piacessero i tortellini?»

Oktoberfest 2013 - Opening

¹ Sebbene questo blog si proponga di diffondere cultura a 360° ed oltre, ritengo offensivo verso i lettori spiegare chi sia Bertoldo. Mi limiterò solo a riportare l’epitaffio che il re Alboino gli fece incidere sulla tomba:
In questa tomba tenebrosa e oscura
Giace un villan di sì deforme aspetto
Che più d’orso che d’uomo avea figura,
Ma di tant’ alto e nobil’intelletto,
Che stupir fece il Mondo e la Natura.
Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,
Fu grato al Re, morì con aspri duoli
Per non poter mangiar rape e fagiuoli.
² Pratica sessuale in cui uno dei due partner, consenziente, viene immobilizzato e gli viene limitata la capacità sensoriale (vedere, sentire…). C’è chi lo trova divertente: è piuttosto pericoloso però, e ogni tanto qualcuno ci lascia le penne.

Una birra per Olena (XIII)

«O saggio Po, svegliati, siamo arrivati!»
Dopo diversi chilometri in più di quelli indicati dal simpatico Pekko Karjalainen, Svengard e Po sono finalmente all’ingresso del parco Toivonen, sotto l’arco dove spicca la scritta “Tervetuloa”, il benvenuto finlandese.
Appena il tempo di posteggiare il carretto che subito si fa loro incontro una graziosa e procace contadinella che li accoglie calorosamente.
«Siete appena in tempo, signori, presto, lo spettacolo sta per cominciare! Venite, seguitemi!»
«Ma veramente noi siamo qui per…» prova a spiegarsi Svengard, ma l’energica ragazzotta li spinge in uno spiazzo dove è stata allestita una rudimentale gradinata inchiodando delle assi di peccio finlandese sulla quale si trova assiepata una cinquantina di persone, per la maggior parte famigliole con bambini.
La ragazza richiama il pubblico al silenzio.
«Signore e signori buongiorno e grazie di essere venuti a trovarci. Mi chiamo Piia Pihlajamåki e sono una delle guide che vi illustreranno le bellezze e particolarità di questo parco e museo contadino: la fattoria, le stalle, gli attrezzi di lavoro, i metodi di coltivazione… quest’anno per voi abbiamo riservato una sorpresa che vi piacerà sicuramente: il parco Toivonen è lieto di presentare il nuovo spettacolo dell’estate: “Animali selvaggi!”. Inizieremo con una coppia tutta particolare… gli alci innamorati!»
Finita la presentazione, dal boschetto alle spalle di Piia risuona un possente bramito: gli spettatori aguzzano lo sguardo per cogliere i movimenti di queste bestie, i bambini eccitati dalla possibilità di vedere da vicino questi animali di solito timidi, ed i genitori un po’ preoccupati perché gli esemplari più grandi possono raggiungere anche i sette quintali di peso e, pur essendo di indole pacifica, è meglio non farli arrabbiare.
Ed è davvero una bella sorpresa quella riservata agli ospiti del parco: al posto di due alci della Lapponia fanno il loro ingresso una renna camuffata da alce con in groppa un pappagallo Ara Macao a cui è stato applicato un piccolo palco di corna in testa, che imita perfettamente il verso dell’alce in amore.
I bambini divertiti applaudono freneticamente i due beniamini, che si lanciano in evoluzioni e versi e fingono di litigare e riappacificarsi, con Flettàx che canta Felicità! come Albano a Romina.
Svengard spalanca la bocca stropicciandosi gli occhi incredulo, e lancia uno sguardo smarrito a Po: Flettàx è diventato l’attrazione del parco!
Seguono altre scene: Flettàx vestito da cowboy in groppa alla cavalla Flora, che imita la voce di John Wayne e gli spari di una Colt 45; Flettàx che fa l’urlo di Tarzan ricoperto da una pelle di leopardo mentre la gallina Kocca truccata da scimpanzé fa la parte di Cita e gran finale con tutti gli animali della troupe vestiti da Village People che ballano sulle note di YMCA.
Pubblico in visibilio! Alla fine dell’esibizione, i protagonisti si concedono a qualche foto ricordo e ricevono la giusta ricompensa di noccioline, carote e sale, ed è in questo frangente che succede il patatrac.
Sfilando davanti al pubblico Flettàx si accorge della presenza di Svengard ed inizia a strillare:
«Craa!!! Non voglio!!! Aiuto! Mi vuole rapire!!! Craa!!! Mi maltratta, mi droga, mi costringe a prostituirmi!! Craa!!!» e svolazza fino ad abbracciare la presentatrice, che lo accoglie sull’ampio petto.
Un silenzio di tomba cala sullo spiazzo. Tutti gli occhi degli spettatori si puntano sul povero Svengard, dal quale il saggio Po si è saggiamente allontanato; gli animali si schierano a formare una barriera davanti al pappagallo, fremendo di indignazione.
Piia Pihlajamåki, con Flettàx in braccio, guarda il norreno con uno sguardo carico di disgusto e disapprovazione; ed è a questo punto che Svengard, vistosi perso, tenta il tutto per tutto: abbrancato un sacco di juta con il mangime per le galline, si lancia verso Flettàx con l’intenzione di infilarcelo dentro, lanciando un urlo di guerra vichingo: «Flettàaaax!!! Io ti spenno!». Nel parapiglia che ne segue Svengard viene scalciato dalla cavalla Fiona, preso a testate dalla renna Riitta mentre la tenera Piia gli rifila una ginocchiata nelle parti molli, non riuscendo nemmeno ad avvicinarsi al pappagallo che da parte sua riesce a becchettargli l’orecchio sinistro.
Quando infine tutto il pubblico scende in pista per compiere una giustizia sommaria, entra finalmente in scena Po che, recuperato il carretto, sottrae Svengard alla furia degli animalisti indignati e corre a perdifiato verso l’uscita.
Una volta in salvo, uno Svengard traumatizzato e ancora dolorante si rivolge all’anziano portantino.
«O saggio Po, perché mi hai salvato? La mia vita non ha più senso. E poi, se non riporto il pappagallo a Gilda mi ammazzerà lei stessa, perché sottopormi a quest’umiliazione? Sarebbe stato meglio per me morire con onore sul campo di battaglia!»
«A pagale e a molile c’è semple tempo» sentenzia Po. «L’uomo saggio impala dalle sconfitte più che dalle vittolie, pelciò tu avlai molto da impalale, o glande. Lasciamo questo lido insopitale,tolniamo alla nave e salpiamo velso il male apelto»
Così i due, modi e pensierosi, e Po per la verità anche affaticato dal dover trasportare un quintale di vichingo, ritornano all’emporio di Pekko Karjalainen, che li accoglie con la sua proverbiale bonarietà.
«Stranieri, vedo che tornate a mani vuote. Dunque il vostro uccello non si trovava al parco Toivonen? Mi dispiace di avervi mal indirizzati. Posso offrirvi un sorso di Kostenkorva in segno di rinnovata amicizia?»
«Sei gentile, amico» risponde un demoralizzato Svengard «e per quanto la Kostenkorva in questo momento potrebbe aiutarmi, non nutriamo nessun astio verso di te. Al contrario, avevi pienamente ragione: il pappagallo c’era, ma non ha assolutamente voluto seguirci»
«Ahi!» esclama il commerciante. «Brutto segno quando gli uccelli vogliono fare di testa loro. Ma forse posso aiutarvi lo stesso»
«Aiutarci, dici?» ripete Svengard, dubbioso. «E come? Disponi per caso di un pappagallo Ara macao scurrile e irriverente?»
«Ecco, il mio animale non ha proprio le caratteristiche che mi avete decantato, ma potrebbe fare lo stesso al caso vostro. Aspettata qua un momento» Pekko va nel retro nel negozio, dove ci sono delle grandi voliere; ne apre una, ne estrae il suo ospite e lo porta in visione ai due naviganti.
«E’ arrivato nel mio cortile tre mesi fa» lo presenta Pekko «è un uccello solitario e molto ordinato. Deve essere scappato a qualche economista tedesco: io mi faccio aiutare per la chiusura serale dei conti, non sbaglia un decimale!»
Po e Svengard guardano il pappagllo sbigottiti: la copia sputata di Flettàx!
«Amico, tu mi salvi la vita!» dichiara Svengard. «A quando lo vendi?» chiede pratico il norreno.
«Che fretta!» dice Pekko. «Capirete che per me è una grossa perdita, bisogna farci sopra una bella bevuta. Comunque direi che con un sacco di liquirizia salata ed un altro paio di barili di concime vegetale potrei separarmene»
«Ottimo!» esclama Svengard. «Allora sia, stappiamo subito la bottiglia e brindiamo all’affare. A proposito, ha un nome questo pappagallo?»
«O si che ce l’ha, ce l’aveva scritto su una medaglietta che portava al collo, guardate» e mostra ai due il collarino con la medaglietta.
«Spread?» legge Svendard sorpreso «Ma che razza di nome è “Spread”?»

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Una birra per Olena (XII)

«Che cosa? Gli impianti sono sotto sequestro? Ma siamo impazziti, Jürgen, che diamine sta succedendo? Noi siamo la parte lesa, ma come ragionate qua in Baviera? Lo sanno i tuoi amici quanto ci costa ogni giorno di fermo produzione? E quale sarebbe il motivo, si può sapere? Non hanno già fatto tutti i rilievi del caso? Questo è ridicolo, ridicolo! »

Nella suite del Grand Hotel Ludwig II, situato sulla riva destra del fiume Isar a due passi dal Deutsches Museum, una Gilda infuriata e sbuffante lancia improperi girando per la stanza come una leonessa in gabbia, urlando contro il suo direttore della produzione.
James, preoccupato ma allo stesso tempo ammirato dalla mise della sua padrona, un lungo camicione in canapa e cotone biologico con frange in macramè, osserva in disparte pronto a fornire il necessario supporto di generi di conforto.
Jürgen Matthaeus siede sul bordo della squadrata poltrona dal design essenziale, affranto, scomodo e con la testa tra le mani.
«Sembra che la Guardia di Finanza abbia riscontrato delle irregolarità amministrative…» risponde con un soffio di voce.
«Irregolarità amministrative?» ruggisce Gilda «ma che stanno cercando quelle teste vuote? Ci danno fuoco ai macchinari e vanno a spulciare le bolle di consegna? Non ci posso credere! Ma non bastava convocare il nostro direttore amministrativo e farsi spiegare tutto da lui? E’ stato sentito, almeno?»
«Ehm, ecco signora, purtroppo il dottor Stielike è sparito, e con lui sono spariti anche i registri contabili ed il contenuto della cassaforte della sede centrale»
Gilda rimane per un attimo senza parole, e poi da fuoco alle polveri:
«Pezzo di somaro, quando pensavi di dirmelo? Vuol dire che la Finanza sta spulciando i nostri conti senza che sia presente nessuno dei nostri? Che ha combinato quell’idiota di Stielike, non avrà usato qualche nostro armadio per infilarci qualche scheletro? Me lo sentivo che non dovevo fidarmi di un commercialista e per di più tedesco! E’ stata denunciata almeno la scomparsa? Oddio, mi sento male» dichiara Gilda, accasciandosi melodrammaticamente sul divano, portando alla fronte il dorso della mano. James accorre prontamente, accostando al nasino della Calva Tettuta una fialetta di essenza di salicandro.
«Grazie, James, sei l’unica ancora di salvezza in questo mondo ingiusto e crudele»
«Faccio solo il mio dovere, signora» si schermisce il maggiordomo.
«Non essere modesto James, tu vai sempre oltre. Per non parlare del gusto squisito per gli accessori» dichiara Gilda, riferendosi alla cravatta Girifalchi sette pieghe con motivi marinari che il butler sfoggia con naturalezza.
«James caro, mi faresti un favore?» chiede sofferente la vedova Rana, indicando la porta della suite.
«Certamente signora, dica pure»
«Chiama Natascia e dille di prendere in consegna il qui presente ex-direttore»
«Subito, signora. Con permesso» e con un lieve inchino James esce, rinculando professionalmente.
«Ma, signora…» prova a protestare l’ingegner Matthaeus.
«Jürgen, Jürgen, non fare i capricci. Sai bene che quanto ti sta per capitare è giusto e meritato. Ti sei comportato da emerito coglione, affidati con letizia alla punizione redentrice»
«Noo!!!» urla Jürgen tentando di lanciarsi verso la porta finestra, prontamente bloccato da Olena, entrata silenziosamente.
«Qvanta fretta, finuocchietto! Se tu piace volare, più tardi io faccio volare te. Adesso tu segue me senza protestare, prego, schizzi sangue su tappeto difficili da lavare»
Gilda e lo rientrato James osservano la russa trascinare il piagnucolante Jürgen Matthaeus verso l’ampia stanza da bagno, fino a chiudersi la porta alle spalle.
«Credi che soffrirà molto, James?» chiede Gilda, in fondo affezionata all’ex sottoposto.
«Non credo, signora. Nell’attesa, gradisce un caffè? Ho portato qualche confezione di San Cristobal delle Isole Galapagos, completamente biologico»
«Biologico, James? Guardami negli occhi» dice Gilda dubitativa. «Beh, peggio del caffè tedesco non potrà essere, preparalo pure, caro»

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Una birra per Olena (XI)

Dedicated to Arto Paasilinna

Kokkola è una graziosa cittadina finlandese dell’Ostrobotnia Centrale, che si affaccia sul tratto di mare che separa la Finlandia dalla Svezia, il golfo di Botnia; fu fondata dal re svedese Gustavo II Adolfo il Grande nel 1620, nei tempi in cui la Svezia era una grande potenza e dominava il Mar Baltico: anni movimentati quelli, quando in Europa cattolici e protestanti se le suonavano di “santa” ragione e, tra guerre e pestilenze, ci vollero trent’anni e qualche milioncino di morti per farli smettere.
La cittadina crebbe e prosperò grazie al commercio ed ai carichi di catrame vegetale; i contatti e gli scambi le hanno permesso di maturare una vocazione internazionale che si è mantenuta fino ad oggi e che si manifesta nella dimestichezza con le lingue, l’affabilità e la distinzione dei suoi abitanti.
Kokkola è anche una città culturale, che attira visitatori con i suoi musei, come il K.H. Renlund, che illustra la storia della città e le sue tradizioni e mette in mostra le collezioni d’arte del fondatore in un ambiente piacevolissimo dove d’estate si può anche prendere il sole e bere una tazza di caffè, il Kieppi, il museo di storia naturale in cui si possono ammirare impagliati quasi tutti i mammiferi ed uccelli presenti in Finlandia, e persino un museo della pesca ed un altro dei pompieri.
Non c’è quindi da meravigliarsi se Pekko Karjalainen, il proprietario dell’omonimo emporio situato nei pressi del canale navigabile Sundet, all’altezza del Palazzetto dello Sport, non si sorprenda dell’apparizione di un drakkar sul cui ponte troneggia un vichingo con tanto di elmo in testa.

Il timoniere, un concentrato Svengard, accosta permettendo così all’amico Uppallo IV, il più agile dei gemelli cantanti, di saltare sulla banchina e fissare con una cima l’imbarcazione ad una bitta¹.
Pekko osserva la manovra con compiacimento, e con la cordialità che lo accomuna ai propri concittadini esprime ai nuovi venuti il proprio apprezzamento:
«Bella manovra, stranieri! Noi leghiamo la cima anche alla barca, ma c’è sempre da imparare a questo mondo» li elogia, mentre Uppallo IV tiene in mano perplesso l’altro capo della cima che il gemello gli ha gettato. « Scendete prego, facciamoci un goccetto di Kostenkorva² in segno di fratellanza fra popoli»
Svengard, rifilato un pedatone ad Uppallo I che si affretta a gettare un’altra cima al gemello, si affaccia al parapetto di dritta³ e risponde al commerciante:
«Niente ci farebbe più piacere che brindare con te con vodka alla liquirizia salata» dice il norreno rabbrividendo «ma purtroppo siamo di fretta, caro amico. Siamo in pena per un nostro animale, un pappagallo colorato: è scappato e temiamo che sebbene siate estremamente ospitali il vostro clima possa nuocergli fino a lasciarci le penne. E’ passato di qua per caso?»
Pekko Karjalainen rimane qualche istante pensoso, strofinandosi le mani con il grembiule che indossa sempre, poi si illumina e risponde :
«Quell’elmo ti rende giustizia, straniero! Se le corna che porti in testa testimoniano la tua sfortuna in amore, la fortuna ti bacia su tutti gli altri fronti. Il tuo pappagallo è passato di qua due giorni fa, tra l’altro mi ha mangiato un sacco di noccioline tostate e di caramelle alla liquirizia e aspettavo proprio qualcuno che me li risarcisse»
Svengard, leggermente piccato, risponde:
«Per tua regola, cordiale autoctono, io sono estremamente fortunato in amore e questi amici possono testimoniarlo» poi, vedendo che i due Uppalli scantonano e persino il vecchio Po si allontana tossicchiando, prosegue:
«Ma tralasciando questo argomento, sarò ben lieto di risarcirti delle spese se mi indicherai la direzione presa dal pappagallo»
«L’ho visto svolazzare con una certa premura verso nord-est. Suppongo si sia diretto verso il parco Toivonen: sapete, è un’area protetta dove è stata ricostruita la vita di campagna del secolo scorso, ed anche se un pappagallo non è certo un animale tipico di queste latitudini può aver sentito qualche richiamo che lo ha attirato»
«Lo so io cosa lo ha attirato…» pensa tra sé e sé Svengard. «E’ lontano questo parco?»
«No, straniero, non molto lontano. Con la barca però dovrai tornare indietro fino al golfo, costeggiare verso nord e rientrare seguendo il fiume Peronjoki. Oppure potete lasciar qui la barca e andare a piedi: sono appena quattro chilometri, un ragazzone come te anche se gravato da quelle protuberanze in mezz’oretta ce la può fare»
«Seguiremo il tuo consiglio allora, gentile nativo. Po, preparati a sbarcare, e voi due» intima ai due Uppalli «restate qua e vedete di non farvi smontare la barca»

Scesi dal drakkar, Svengard e Po adocchiano un carretto nei pressi dell’emporio di Pekko, per il quale Svengard intavola una trattativa alla conclusione della quale i nostri ottengono in prestito il carretto in cambio dell’acquisto di 2 barili di catrame, dieci confezioni sottovuoto di aringhe del Baltico e una dozzina di pregevoli riproduzioni del vaso Savoy di Alvar Aalto.
Svengard, notando l’anziano guidatore di risció prendere posto alle stanghe del carretto, lo ferma con un ordine affettuoso:
«Sali a bordo, saggio Po. Ho bisogno di fare una corsetta e sgranchirmi le gambe ed ho bisogno della tua sapienza e del tuo sostegno»
«Con piacele, glande uomo del nold. Il sindacato guidatoli di lisció non salebbe d’accoldo, ma del lesto non pago la tessela da tlent’anni, e dunque chi se ne flega? Ma dimmi, o glande, come posso aiutalti, che pene ti affliggono? Amole, salute, soldi?»
«Po, hai ancora a disposizione quella spada cerimoniale, vero? Perché temo che se non ritroverò Flettàx il mio onore sarà perduto e sarà meglio per me fare harakiri piuttosto che affrontare Gilda. Che posso fare?»
«Pel plima cosa allontana da te questi pensieli negativi. I pensieli negativi poltano allo scolamento, e dallo scolamento alla deplessione è un attimo. Ogni cosa a suo tempo e mai fascialsi la testa plima di esselsela lotta, questo è il succo della civiltà olientale»
«Si, ma queste sono che si dicono anche da noi, non ci vuole mica questa gran filosofia!» protesta Svengard.
«Se è pel quello da voi si dice anche “non dile gatto se non ce l’hai nel sacco” ma è una glossa stupidaggine. Vai con fiducia, o glande, colli come il vento e libela la mente: nel flattempo io falò una pennichella, ehm, lifletterò sul tuo caso, svegliami quando salemo allivati»

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¹ E’ una colonnina dove si legano i cavi di ormeggio.
² Vodka finlandese. Aromatizzata al salmiakki, la liquirizia salata, prende il nome di Salmiakki Koskenkorva ed è bandita come arma chimica dalla convenzione di Ginevra.
³ dritta=destra manca=sinistra. In effetti di questi tempi si sente la mancanza di una sinistra degna di questo nome.

 

Una birra per Olena (X)

Riassunto delle puntate precedenti:
Qualcuno ha preso di mira, con attentati e sabotaggi, gli stabilimenti Rana in Germania. Gilda, ritenendo che il direttore Jürgen Matthaeus non sia in grado di fronteggiare gli eventi, vola a Monaco con James, convocando la truppa: ma solo Olena li raggiunge dopo aver liberato il cantante Tom Jones rapito da un gruppo di stagionate fans, mentre Svengard veleggia dietro al pappagallo Flettàx scappato per amore, Miguel è in Messico per presentare Paio Pignola ai genitori e di Nonna Pina si sono perse le tracce. Incaricato delle indagini è il commissario capo Horst Tupperware con il suo aiutante Fritz Gunnerbaum, una strana coppia che più che indagare sembra tirare a indovinare con ipotesi campate per aria. Un passato comune sembra legare Olena ed Horst: per ora, comunque, a casa tutti bene.

«Pepe, mi sto annoiando»
Nonna Pina, seduta ad un tavolo della Bodeguita del Medio, a L’Avana Vecchia, sorseggia distrattamente un mojito, facendosi aria con un ventaglio brisé in avorio dipinto. Il suo accompagnatore e spasimante, Pepe Secundo, fratello minore di Compay Secundo, la guarda incredulo.
«Ma Wanda, come puoi annoiarte! Non te gusta hesta musica?» riferendosi all’orchestra sul palco, i ricostituiti Adelante Compañeros con il rientrante bassista Giorginho Torres che stanno eseguendo un pezzo dei Pupy y Los que Son Son, “Nadie Puede Contra Eso”.
«Ma no Pepe, non c’entra niente la musica. Anche se, salsa oggi, salsa domani, anche un Peppino di Capri tanto per cambiare non sarebbe male»
«Mi querida, non siente la magia de hesto locale historico?» chiede Pepe, indicando gli scaffali pieni di bottiglie di rhum e le foto in bianco e nero che tappezzano le pareti. «Aquì passava le serate Ernest Hemingway…»
«Non mi parlare di quel sacripante!» sbotta nonna Pina.
«Perché, tu e…» chiede sorpreso il cubano. Nonna Pina annuisce, beve un sorso di mojito e inizia a raccontare.
«E’ passato un bel po’ di tempo, caro Pepe… se non ricordo male doveva essere il cinquantadue. Dopo la guerra mi ero dovuta ritirare dalle scene, troppo compromessa col regime mi dicevano gli impresari… mi ero sposata con Camillo, un brav’uomo, ma i riflettori mi mancavano; così quando capitò l’occasione di questa tournée accettai senza pensarci due volte. Avevo trentotto anni, una bella voce, bella presenza…»
«Tu sei bellissima ancora oggi» dichiara l’adorante Pepe.
«Non dire sciocchezze Pepe, e fatti controllare la cataratta» ribatte la vegliarda, e riprende:
«Da Las Vegas a Miami… un successo enorme, pensavamo di tornare a casa dopo qualche settimana, rimanemmo sei mesi, e alla fine…L’Avana! Tu eri piccolo, Pepe, ma ti ricordi com’era L’Avana a quei tempi?»
«Seguro che me recuerdo! Ma non ero affatto piccolo, avevo già sedici anni e lavoravo in una fabbrica di sigari… è stato l’anno che Fidel iniziò la revolucion contro la dittatura, per abbattere Fulgencio Batista e portare il popolo al potere!»
«Pepe caro, non buttarla sempre in politica. Intendevo dire gli spettacoli, i ristoranti, la vita! C’era tuo fratello che impazzava, al Buena Vista… ti ricordi tutte le auto americane che giravano?»
«Eravamo diventati un parco divertimenti por los gringos, Wanda…»
«Oh si, era proprio un gran bel luna park per chi poteva permetterselo! E Ernest non si tirava certo indietro… allora era sposato con la quarta moglie, che aveva lasciato in Europa, e girava con la sua barca a vela, il Pilar, andava a pesca, e poi la sera lo trovavi sempre in qualche bar a bere e far baldoria con gli amici. Io cantavo al Tropicana… che spettacolo Pepe!»
«Verdad, mi querida… tu brillavi, eri una estrella, una stella… e che ballerine! Pensa che yo me arrampicavo sulla grondaia per arrivare fin alla ventana, la finestra dei camerini por mirar tanta bellezza…»
«Ah, ecco chi era quel porcellino. Le ballerine se ne erano accorte, sai, Pepe? Facevano apposta a lasciare scoperta qualche tetta, l’intraprendenza va premiata. A un certo punto però non ti hanno più visto, che ti era successo, gli inservienti ti avevano scoperto?»
«No, niente inservienti, Wanda… una sera Lola Montalvo si è voltata verso di me come mamma l’ha fatta, presi uno spavento che me caì dal cornicion… »
«Ah, ah, ma Pepe! Non avevi mai visto una donna nuda?» chiede ridendo nonna Pina.
«E’ proprio questo il punto, Wanda! Lola non era affatto una donna, cara mia, teneva un pitón sotto le sottane! Caddi abajo, e mi ruppi una gamba: da allora mai più cornicioni!»
«Lola un travestito? Questa mi esce da un fianco Pepe, comunque noi non nutriamo pregiudizi, non è vero caro? Ma dov’eravamo rimasti? Ah, si, il Tropicana» riprende la centenaria.

«Una sera dopo lo spettacolo eravamo a cena al Floridita al solito tavolo, con Ernesto Pintabal il regista, Flora Maricones la costumista e Alvaro Temblón Jr. il direttore d’orchestra. Ad un certo punto Hemingway, che aveva già fatto il pieno di daiquiri, si avvicina al tavolo e senza nemmeno salutare mi chiede se il giorno dopo voglio andare a pesca di Marlin insieme a lui»
«Che sfrontato! Tipico dei gringos» commenta Pepe. «E tu?»
«Lo squadrai come un insetto… poi gli chiesi se pensava di avere una canna adatta per quella pesca. Scoppiò in una risata poderosa, e se ne andò dicendomi di farmi trovare al molo la mattina seguente. Figurarsi, io ero abituata ad alzarmi alle due del pomeriggio… ma che ti devo dire, Pepe… beveva troppo, era trascurato e sovrappeso, aveva una quindicina d’anni più di me, ma era indubbiamente affascinante… andai all’appuntamento»
«Es incredibile… e poi?»
«Passammo un periodo di sogno… al mattino andavamo al largo con la sua barca, pescavamo e facevamo l’amore.. poi al pomeriggio mi riportava a terra, e mi preparavo per lo spettacolo. Lui iniziò a scrivere un libro su un vecchio che va a pesca, diceva che ero la sua musa; voleva lasciare la moglie e sposarmi! Ma, a parte che io ero già sposata e a quei tempi non si poteva divorziare, non avevo nessuna intenzione ne di diventare la quinta signora Hemingway ne di abbandonare le scene… e così lo lasciai»
«Non deve essere stato facil para él accettare il tuo rifiuto, Wanda…»
«Seppi poi che era caduto in una profonda depressione, e le bevute non lo aiutavano di certo. Si è sposato un’altra volta, ma non si è più ripreso… quando seppi del suo suicidio mi sentii molto in colpa, Pepe. Chissà, se le fossi rimasta accanto…»
«Esta es la vida, mi querida. Non si può prevedere il futuro…»
«Ecco, a proposito di futuro, Pepe, ho deciso di partire. Qui il clima è buono, la compagnia ottima, il cibo delizioso ma francamente non ne posso più. Mi manca quella brigata di scombinati, le scazzottate, il tirassegno ai pensionati e il prosecco: adios, Pepe!» e così dicendo nonna Pina si alza, stampa un bacio in fronte a Pepe Secundo, ed uscita dal locale con un fischio alla pecorara ferma al volo un taxi e si fa portare all’aeroporto.

Pepe Secundo rimane seduto, con la testa bassa. Una lacrima si incunea in una della profonde rughe che gli solcano il viso; quando rialza la testa seduto vicino a lui c’è un giovane che conosce bene.
«E tu?» chiede Pepe, sorpreso. «Perché sei tornato?»
Giorginho Torres poggia lentamente sul tavolo la bottiglia di Matusalem invecchiato 23 anni che apre solo per le occasioni speciali e due bicchieri colmi di cubetti di ghiaccio. Versa il rhum e porge il bicchiere al vecchio socialista.

«Volevano pagarmi con i minibot, nonno. Fottuti capitalisti»

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Una birra per Olena (IX)

Horst Tupperware passeggia avanti e indietro nel suo ufficio, al terzo piano nella sede della Landespolizei, in Ettstrasse. Seduto davanti alla sua scrivania c’è un agitato Jürgen Matthäus, che si asciuga il sudore con un fazzoletto a quadrettoni.
«Ingegner Matthäus» chiede finalmente Horst «confermate quindi di non aver ricevuto nessuna minaccia? Nessuna offerta di protezione, nessuna richiesta di pagamento?»
«Ma no, ma no!» protesta Jürgen, per la quinta volta. «Quante volte devo dirvelo? Vi siete fissati con questa storia della mafia!»
«Che rapporti avete con i sindacati?» chiede a bruciapelo il commissario capo.
«I sindacati?» chiede Matthäus, preoccupato. «Cosa c’entrano i sindacati? Comunque i rapporti sono buoni, non abbiamo nemmeno vertenze aperte in questo momento. Ma perché me lo chiede?»
«Herr Matthäus, non dobbiamo sottovalutare nessuna pista. C’è qualche dipendente che potrebbe aver motivo di rancore? Qualcuno licenziato senza giusta causa? Abbiamo saputo che volevate incrementare la produzione, questo può aver creato malumori? Potrebbe essere una forma di luddismo?»
«Assolutamente, assolutamente! La cogestione¹ da noi funziona benissimo. I rapporti sono ottimi, e non per vantarmi commissario ma anche le condizioni economiche per il nostro personale sono più che soddisfacenti. Escludo che qualcuno dei nostri dipendenti possa avere a che fare con una cosa del genere, col rischio di far chiudere la fabbrica e rimanere tutti sulla strada! Piuttosto…» e qui l’ingegnere fa una pausa significativa «state indagando sui nostri concorrenti?»
Horst lancia un’occhiata del tipo “stiamo indagando sui concorrenti?” a Fritz Gunnerbaum, che seduto ad una scrivania alle spalle di Matthäus sta verbalizzando il colloquio. Fritz svicola, incassando la testa tra le spalle e concentrandosi sui suoi due indici che picchiano sulla tastiera; Horst continua allora senza rispondere:
«Herr Matthäus, lei lo sa che l’80% di chi indossa calzini bianchi è malvagio? Ha mai riflettuto su questo punto?» chiede Horst, fissando intenzionalmente l’intimo che sbuca dai calzoni del direttore.
Jürgen Matthäus, che stava bevendo un sorso d’acqua dal bicchiere in plastica che Fritz gli aveva porto, si strangozza². «Ma che diavolo c’entrano i calzini bianchi, adesso?» chiede paonazzo.
«Ma lasciamo stare questo punto» continua Horst con noncuranza. «Chi poteva entrare nei vostri stabilimenti? Come mai la vostra sicurezza non si è accorta delle violazioni?»
«Commissario capo, ma quale sicurezza, noi facciamo tortellini!» sbotta Jürgen, ormai violaceo. «Abbiamo un guardiano, che serve più che altro per aprire i cancelli se arriva qualche fornitore… ci sono le telecamere… e un’auto della Vedetta Bavarese che fa un paio di giri per notte»
«Lei dunque ritiene che si sia trattato di una semplice coincidenza il fatto che in tutte e dieci le vostri sedi quei personaggi si siano introdotti senza che nessuno se ne sia accorto e senza dar modo alle telecamere di fornire qualche elemento alla identificazione? A me sembra parecchio strano, lei che ne dice Herr Matthäus?»
Jürgen Matthäus sentendo che la pressione sta arrivando a livelli di guardia fa un respiro profondo, si alza dalla sedia e, ripiegando il fazzolettone, dice:
«Commissario, sinceramente non capisco lo scopo delle sue domande e delle sue insinuazioni. Cosa pensa, che ci sabotiamo da soli gli stabilimenti? Sono venuto qui per sapere se ci sono novità nelle indagini, e lei mi parla di calzini! Quello che a me sembra strano è che invece di indagare lei stia qui a perder tempo con queste ipotesi campate per aria. Santo Dio, il luddismo! E perché non gli alieni, già che ci siamo! Mi sembra che stiate prendendo questa cosa sotto gamba, caro commissario: ne parlerò con i suoi superiori! Buon giorno!»
E così dicendo Jürgen Matthäus se ne va, seguito dallo sguardo per niente preoccupato di Horst Tupperware che poco dopo, con un sorrisetto, chiede al suo aiutante:
«Che ne pensi, Fritz? Illuminante, non credi?»
«L’ingegnere mi è sembrato parecchio arrabbiato, capo. Ma mi tolga una curiosità, se non sono indiscreto»
«Dimmi pure Fritz»
«Che diamine è questo lubbismo?»
«Luddismo, Fritz, luddismo. E’ stato un movimento di protesta operaia che si è sviluppato all’inizio del XIX secolo in Inghilterra: in pratica sabotavano i telai meccanici perché li incolpavano di fargli perdere il lavoro»
«Bè, non avevano tutti i torti, dal loro punto di vista, no?»
«Caro Fritz, il problema non sono i telai, ma i padroni dei telai» chiude Horst Tupperware, accarezzando la medaglia dell’Ordine al merito per la patria³ che porta sempre in tasca.

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¹ In Germania, i lavoratori e le rappresentanze sindacali hanno un potere significativo nella gestione dell’azienda. Partecipano alle decisioni delle società attraverso due organi, il Betriebsrat (consiglio di fabbrica) e l’Aufsichtsrat, il consiglio di sorveglianza, che possono influire sulle decisioni del consiglio di amministrazione (Vorstand) aziendale.
² L’Accademia della Crusca è ancora indecisa se ammettere questo termine nel vocabolario. Io sarei favorevole perché rende bene l’idea di uno che tossisce perché gli è andato per traverso qualcosa.
³ Decorazione della Repubblica Democratica Tedesca assegnata a chi si era distinto per servizi speciali allo Stato e alla società.