Olena à Paris – 12

«James, ti confesso che sono un po’ emozionata. Non me l’aspettavo, sai? Addirittura un invito personale, chissà perché proprio me, non mi pare di aver fatto niente di particolare…» dice Gilda, dando un’ultima occhiata al trucco e premurandosi che la scollatura sia bene in evidenza.
«Se posso esprimere il mio parere, signora, lei è troppo modesta. Dato il consesso, si tratterà sicuramente di un riconoscimento alle sue capacità imprenditoriali. Il Presidente vorrà conoscere la sua opinione in merito alla ripresa…»
«Tu dici, James? Non mi starai un tantino adulando? Non so se sono all’altezza, come sai sono più portata per la pratica che per la teoria, e lì ci saranno un sacco di cervelloni e professoroni. Come ci si rivolge tra l’altro al Presidente, Eccellenza andrà bene? Non vorrei fare brutta figura… E questo vestito, dici che è adeguato all’occasione?»
«Presidente andrà benissimo signora, ed in quanto all’abito mi sembra che il blazer morbido color lavanda sopra il top glitterato e paillettato rappresenti quel giusto mix di classico e attuale, di morbidezza e decisione indispensabili alla manager e donna moderna» dichiara il maggiordomo, con un filo d’invidia.
«Come rassicuri tu rassicurano in pochi, James caro. Tra l’altro il Presidente ha buon gusto nel vestire, non è vero?»
«Sicuramente, signora, incidentalmente ci serviamo dallo stesso stilista»
«Davvero, James, anche lui veste Girifalchi? Mi sembrava infatti, quelle pochette mi erano familiari»
«Il Presidente ne possiede una bella collezione, purtroppo per motivi istituzionali può indossare solo quelle a tinta unita»
«Bè, è un peccato, vero James? Qualche barchetta o pesciolino non avrebbe sfigurato. Bene, allora andiamo, vuoi caro?» dice Gilda, sistemandosi la bandana in seta stampata con figure di piccoli cupidi che si rincorrono.
«Prego, signora, faccio strada» dice James, aprendo il grande portone del salone delle cerimonie di Villa Pamphilj.

Gilda si ferma un attimo sulla soglia, permettendo ai numerosi partecipanti di ammirare quelle grazie per cui è nota come Calva Tettuta; dopo aver misurato il gradimento della parte maschile, si avvia verso il gruppetto di rappresentanti del sesso cosiddetto debole, e le saluta con esagerata cordialità:
«Ma guarda guarda, ci siete proprio tutte… Ursula, Angela, Christine, Kristalina… ma che bella sorpresa! Angela ti trovo un po’ sciupatella, non mangi? Domani ti faccio spedire un camion di agnolotti al sanguinaccio, mi raccomando eh?»
«Danke Gilda, ma io essere a tieta, manciare solo insalata e kvauti»
«Non essere sciocca Angela, non puoi andare avanti con quella roba, una della tua costituzione! Accetta almeno un carico di olive ascolane»
«Fa bene, allora molte krazie Gilda»
«Di niente, figurati. Scusate un attimo eh, ragazze? Vado a salutare il Presidente»

Il Presidente, in un impeccabile completo blu, è girato di spalle e riordina sul grande tavolo degli oratori i fogli del suo discorso; Gilda si avvicina fino ad arrivare alla distanza opportuna e poi tossicchia, per attirarne l’attenzione.
«Eccell… ehm, Presidente, sono qua, mi ha mandata a chiamare?»
Il Presidente, al vibrare del cinguettio della Calva Tettuta ha come un soprassalto. Poggia i fogli sul tavolo, si raddrizza e si gira, lentamente.
Sul volto di Gilda si dipinge la sorpresa, e poi l’orrore, mentre il Presidente inizia a ridere irrefrenabilmente, e con lui tutta la sala.
«Aahhh!!!!» urla Girla, terrorizzata. «Evaristo!!!»

Gilda si sveglia, sudata, con il respiro affannato ed il cuore in gola. Dalle persiane filtra appena una striscia di luce notturna; con una mano tocca Svengard che addormentato al suo fianco gode il meritato sonno e tirato un sospiro di sollievo sta per rimettersi a dormire quando, dall’angolo della stanza, un’ombra luminescente non attira la sua attenzione.
«Aahh!!» ristrilla Gilda, stavolta sveglia. «Evaristo, per la miseria, mi stavi facendo prendere un colpo! Lo vuoi capire che sei morto? Andato, defunto, kaputt, devi toglierti dalle scatole! Guarda che lo faccio, eh! Domani chiamo l’esorcista! Si può sapere che vuoi?»
«Perché disturbi il mio sonno? Ci sono segreti che devono rimanere tali! Lascia stare l’Argentina!» intima lo spettro.
«Fino a prova contraria chi disturba il sonno degli altri sei tu, mi pare!» protesta Gilda. «Perché non ti rendi utile, se proprio devi stare tra le scatole? Segreti, ma di che segreti vai blaterando? Procurami almeno qualche numero da giocare al lotto, anche da fantasma non servi a niente!» strilla la Calva Tettuta.
Il fantasma, scuotendo la testa dolentemente si allontana indietreggiando, seguito dalle contumelie della ex-moglie finché, arrivato alla parere di fondo, si avvolge nel suo tabarro e scompare.
«E non farti vedere più!» gli urla dietro Gilda, tirandogli una ciabatta di pelo.

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Olena à Paris – 11

«Natascia, lasciatelo dire, senza offesa» dice nonna Pina guardando l’uomo inginocchiato «Dove hai imparato a tagliare i capelli? Gli hai lasciato tutte scalette, per non parlare dei tagli che ha in testa e di quell’orecchio mezzo staccato. Ci toccherà chiamare il veterinario per fargli mettere qualche punto» conclude la vegliarda scuotendo la testa.
«Colpa sua, io avevo detto lui di non muovere sua testa» risponde Olena, alzando le spalle.
«Senti, giovanotto» riprende nonna Pina amichevolmente «facciamo così: adesso tu ci dici che volevate da noi e noi forse vi lasciamo andare, va bene? Oppure Natascia ricomincia e ti dà un’altra spuntatina»
«Vi ho detto che non so niente, dovete credermi! Noi dovevamo solo seguirvi e riferire, non conosciamo questo Carlos, non l’abbiamo mai visto, veniamo sempre contattati per telefono!»
«Seguirci e riferire al telefono, ma certo» ripete nonna Pina comprensiva. «Dunque siete una specie di esploratori, dei boy scouts, dico bene? Bè, allora è tutto chiaro, deve esserci stato un fraintendimento. Non pare anche a te, Natascia? Ma dimmi una cosa, il cannone che portavi alla cintura a che ti serviva, a segnare il mezzogiorno¹? Natascia, tagliagli l’altro orecchio»
«Molto vuolentieri, babushka» risponde la russa, accingendosi a dare una passata contropelo al malcapitato; prima che questo inizi a protestare però un uomo anziano in sella ad uno splendido criollo dal mantello falbo² fa il suo ingresso nel cortile spianando un fucile da caccia:
«¿Lo que pasa?» chiede l’uomo, deciso.
Tutti si girano lentamente verso il nuovo arrivato; Olena allargando le braccia gli rivolge un sorriso, mentre nonna Pina gli punta contro il Kalashnikov.
«Ma che sta succedendo? E che state facendo ai miei nipoti?» ripete l’uomo, puntando il fucile ora sull’una ora sull’altra. Poi, incrociando lo sguardo di nonna Pina, un ricordo lontano affiora alla sua mente; abbassa il fucile, si sporge in avanti e strizza gli occhi per mettere meglio a fuoco, e infine chiede:
«¿Eres doña Eusebia?» poi, vedendo la meraviglia dipingersi negli occhi della centenaria, continua: «Donna Eusebia, sono Juanito, vi ricordate di me?»
Nonna Pina raddrizza la schiena sconcertata e fissa la sorgente di quel saluto inaspettato, finché una luce le si accende negli occhi .
«Juanito?» chiede ancora incredula. «Juanito la pulce… sei proprio tu? Mio Dio, come hai fatto a riconoscermi, Pulce? Saranno passati…»
«Ottant’anni, donna Eusebia, ottant’anni. Ma voi siete ancora bellissima»

All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, nonna Pina si trovava in tournée in Argentina con la compagnia di varietà di Tazio Martelloni, compagnia di cui era la vedette assoluta con il nome d’arte di Wanda del Rio, nome che evocava spiagge e passioni esotiche; tra attori, ballerini e orchestra si trattava di una cinquantina di elementi che avevano attraversato insieme tutto il paese anche se con trattamenti assai diversi, le star in alberghi lussuosi e i comprimari in pensioncine o locande tanto che spesso qualche ballerina e ballerino non disdegnava di farsi ospitare da qualche ammiratore focoso. Per il gran finale a Buenos Aires la compagnia era attesa al famoso teatro Grand Splendid, più di mille posti, e l’accoglienza si prospettava entusiastica, dato che la capitale era, e lo è ancora, una delle città con più abitanti di origine italiana al mondo. Fino a quel momento in Argentina della guerra si erano sentite solo le eco, più che altro attacchi a navi mercantili per tagliare i rifornimenti ai nemici, da una parte e dall’altra; aveva fatto scalpore l’affondamento o meglio l’autoaffondamento della corazzata tedesca Admiral Graaf davanti al Rio della Plata, ma gli argentini ne erano stati solo spettatori. Wanda era al massimo del suo fulgore e i rotocalchi erano pieni di foto del sorriso languido e delle “rotondità” della soubrette, la quale però pur senza darlo a vedere era preoccupata perché le fasciature e gli abiti di scena facevano omai fatica a nascondere l’incipiente maternità dato che era infatti incinta di sei mesi di un ballerino della troupe, Emilio Pallavicini³, relazione che i due tenevano segreta per non compromettere la carriera di Wanda. Il Ministero degli Affari Esteri del Regno d’Italia era guidato da Galeazzo Ciano, conte di Cortellazzo e Buccari, genero del Duce; gli interessi italiani richiedevano che l’Argentina si schierasse con l’Asse o quantomeno rimanesse neutrale ed a questo scopo il Ministero manteneva una fitta rete di informatori e finanziava personalità politiche, imprenditoriali e militari considerate amiche. A questo scopo si utilizzavano ovviamente anche le associazioni degli emigranti,  che godevano di un vasto seguito e disponevano di un buon potere economico; anche gli artisti potevano dare una mano, dato che spesso venivano invitati a presenziare a pranzi, feste, ricevimenti, convivi in cui tra un bicchiere e l’altro, un approccio e l’altro, qualche ospite si lasciava andare a qualche confidenza, magari per far colpo sull’interlocutore; e così Wanda ed Emilio, non avrebbero saputo dire nemmeno loro se più per convinzione che per per spirito d’avventura, si ritrovarono ad ascoltare e riferire: a fare le spie, insomma.

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¹ Riferimento al cannone del Gianicolo che segna il mezzogiorno ai romani, o se preferite al cannone di Brunate che segna il mezzogiorno ai comaschi.
² Il criollo è un tipico cavallo dei gauchos; il mantello falbo è grigio argentato con zebrature degli arti.
³ Cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Olena à Paris – 10

Nel 1885 i fratelli Hector e Otelo Balenciaga, avventurieri di Toledo, inseguiti da una mezza dozzina di mariti cornificati e dalle guardie di re Alfonso XII di Borbone ritennero prudente cambiare aria emigrando in Argentina e appena arrivati ci misero poco a capire che quella era la terra dei loro sogni: sconfinata, accogliente, fertile, con poche regole che non si potessero accomodare con un uso accorto delle pesetas e, se necessario, di coltello e fucile: l’Eldorado insomma, e si misero subito alla ricerca di un appezzamento di terra non troppo in vista, per impiantare una attività intanto che le acque non si fossero calmate e che dalla Spagna si fossero dimenticati di loro. Si inoltrarono a cavallo da Buenos Aires verso l’interno attraverso la pampa finché, in una bettola nel paesino di San Enrique, non si fermarono per rigovernare i cavalli e mettere qualcosa sotto i denti. Gli stranieri furono accolti gentilmente dall’oste e sua moglie Floridiana, che offrirono da bere del mate ed espressero l’auspicio che si fermassero per la notte; lo sguardo eloquente della prosperosa ostessa stava per convincere i due viaggiatori quando da un tavolo all’angolo, vicino alla finestra, furono attirati dal rumore di due dadi fatti girare in un bicchiere da un uomo alto, con dei lunghi capelli biondi ed una barba altrettanto lunga. Henderson, o meglio Lo Svedese, così era conosciuto, era stato capitano di vascello finché, stufo di veleggiare, era approdato sul Mar della Plata ai lidi che più gli erano congeniali: donne, sbronze e baruffe. Notando il borsellino che pendeva dalla cintura di Otelo, Lo Svedese invitò i fratelli a brindare alle rispettive patrie lontane ed a fare una partitina e, brindisi dopo brindisi di vino rosso di Cuyo Henderson si ritrovò presto in mutande ma la prese sportivamente: cedette ai due l’atto di concessione su un terreno poco lontano, dal quale il governo aveva provveduto a scacciare gli indigeni senza troppi riguardi, sull’esempio dei gringos americani; su questa pagina della storia argentina è stata scritta da Camilìto Estudiantes una poesia celeberrima, “Jugaban descalzos”:

Dijeron che estaba desierto
No nos parecìo
La pradera era nuestro hogar
nuestros niños jugaban descalzos
pero llevaban botas de cuero pulido.
Por nuestro bien, por la civilización,
nos dispararon con rifles Remington,
morimos tirando bolas, que mierda.¹

I fratelli si misero subito in marcia, prima che Lo Svedese si fosse ripreso dalla sbronza e si potesse accorgere dei dadi truccati, e presero possesso della loro tenuta che in quel momento consisteva in una distesa di terra da pascolo su cui scorreva un fiumiciattolo, una mandria di un centinaio di mucche, una stalla per i cavalli ed una baracca per i mandriani. Ammainarono immediatamente la bandiera svedese che si innalzava su un palo nel bel mezzo del cortile e la sostituirono con la Croce di Borgogna, la bandiera dei Carlisti, i reazionari sostenitori di Carlo VII per i quali avevano parteggiato nella terza guerra civile contro i liberali della Prima Repubblica.

“Que viva Don Carlos” è ancora leggibile sul cartello appeso all’arco di quella che una volta era l’ingresso della tenuta Balenciaga; arco che, sopravvissuto all’abbandono, dopo aver percorso un vialone di duecento metri introduce in quello che era il cortile della casa padronale, di cui oggi rimangono solo rovine, come gli altri edifici che vi si affacciano a semicerchio. In mezzo al cortile, con il muso rivolto verso l’entrata, è fermo un monovolume nero con i vetri oscurati, con il cofano aperto da cui esce un fumo grigiastro; di fianco una vecchina seduta su una carrozzina, con le gambe coperte da un plaid a scacchi scozzesi. I due uomini, rayban e cappello alla texana, scendono dal pick-up con un’andatura dinoccolata e si dirigono verso la carrozzina, guardandosi intorno; arrivati ad un paio di metri si fermano ed uno dei due, sempre guardandosi intorno, si rivolge all’altro:
«Una volta qua venivano a scaricare le sigarette di contrabbando, ti ricordi Ricardo? Ora scaricano le vecchiette, che brutti tempi» poi, poggiando distrattamente la mano sul calcio della Smith & Wesson 500 poggiata sulla fondina in pelle marrone che gli pende dalla cintura, si rivolge alla vecchia fissandola negli occhi:
«Dove sono finiti i tuoi amici, nonnina?»
«Cos’è tutta questa confidenza, giovanotto?» risponde la vecchia indispettita. «Non mi pare che abbiamo mai mangiato insieme, cos’è questo “tu”? Ma pensa te. Innanzitutto non ti hanno insegnato che ci si toglie il cappello davanti ad una signora? E si chiede per favore. E poi a te cosa interessa dove sono andati i miei amici?»
L’uomo, con un ghigno divertito, si toglie il cappello e ripete la domanda:
«Gentile signora, sarebbe così gentile da dirci, per favore, dove possiamo trovare i suoi amici?»
«Oh, così va meglio. L’educazione è importante, che diamine. Dunque, fammi pensare… devi scusarmi sai, la memoria non è più quella di una volta…» poi, notando che la mascella dell’uomo che sta serrando, e la mano slaccia il fermaglio della pistola, l’anziana si affretta a proseguire:
«Ecco, ecco, che fretta… mi pare abbiano detto che andavano a cercare un meccanico. Ah no, che stordita, adesso mi ricordo. Dunque, uno è là dietro» dice indicando un punto alle spalle dell’uomo «che sta per far saltare la testa al tuo amico»
Si sente un piccolo schiocco, e il compare cade a terra urlando, colpito ad una gamba.
«Si vede che ci ha ripensato. E l’altra invece ha detto che doveva parlarti»
«Ma che…» sibila l’uomo, abbassandosi di colpo. «Io non parlo con nessuno, e tu adesso viene con me, mummia!» e così dicendo si getta verso la vegliarda con l’intenzione di farsene scudo, dovendo però recedere dai suoi propositi alla vista della canna dell’AK-47 che spunta da sotto il plaid.
«Mani bene in vista, hombre» intima nonna Pina «Slacciati il cinturone e fai qualche passo indietro, e sbrigati che il grilletto è sensibile e mi tremano le mani. Ecco, da bravo, e adesso in ginocchio, e con le mani sulla testa, forza!»
L’uomo esegue, sebbene riluttante, e nonna Pina si alza dalla carrozzella, facendo cadere a terra il plaid, e sempre tenendo sotto tiro l’uomo inginocchiato, dà il segnale di via libera:
«Vieni Natascia, è tutto tuo»

Dal monovolume esce una donna statuaria inguainata da una tuta nera con in testa un passamontagna ed in mano un lungo astuccio rigido. La donna arrivata a pochi passi dal prigioniero si ferma, poggia in terra l’astuccio e ne estrae due spade šaška². Esegue qualche rotazione, poi con una smorfia di disapprovazione si rivolge all’uomo:
«Io non capisco come gente così trascurata, non pensa anche voi babushka? Capelli tutti in disordine, che verguogna. Ma tu uomo muolto fortunato, c’è qui tuo parrucchiere. Tu preferisce sfumatura alta o bassa?»
«Che… che intenzione hai di fare con quelle?» chiede l’uomo preoccupato, vedendo che la donna ha ripreso a far roteare le spade. Olena si ferma, si toglie il passamontagna e si sistema i capelli scrollando la testa, poi fissa l’uomo con gli occhi di ghiaccio, e risponde:
«Dipende da te, finuocchietto. Chi manda voi? Dov’è Carlos? E non muovere testa, se tu tiene a tue orecchie»

¹ Dicevano che era deserto / a noi non sembrava / la prateria era casa nostra / i nostri figli giocavano a piedi nudi / loro indossavano stivali di cuoi lucido. / Per il nostro bene, per la civiltà / ci spararono con i fucili Remington / che merda, siamo morti lanciando bolas.
² La Šaška era una sciabola usata dai cosacchi, poi adottata dai dragoni dello Zar; oggi viene usata in danze tradizionali dove dei virtuosi si esibiscono roteandola con maestria.

Olena à Paris – 9

Nel giardino di Villa Rana un uomo il cui vestito impeccabile è impreziosito da mascherina e guanti in tinta firmati Girifalchi si avvicina levitando al bersó sotto il quale, sdraiata su una elegante chaise longue color tortora Fratelli Impallomeni riposa la padrona di casa, il cui movimento sussultorio del generoso petto avrebbe causato turbamento in chiunque in quel momento si fosse avvicinato, levitando o meno, ma non nel nostro uomo avvezzo a situazioni del genere ma soprattutto interessato al braccialetto da caviglia con pendagli a forma di elefantino che  Gilda, la Calva Tettuta, indossa al piede sinistro. Con un sospiro di cupidigia repressa James, il maggiordomo, si palesa tossicchiando.

«Ah, James caro, sei tu? Devo essermi appisolata. Stavo leggendo un libro interessantissimo, “Sconfiggere la pandemia con le erbe di mellifrace”  di Augusto Propoli, ed ero arrivata al punto in cui parlava di fustigare il partner con i rami più flessibili. Quel Propoli è un genio, non capisco come mai non gli abbiano ancora assegnato il Premio Nobel, o almeno l’Oscar. A proposito, hai visto in giro Svengard? Se lo incontri digli di raggiungermi più tardi vestito da pastore sardo. Non alzare il sopracciglio James, guarda che ti ho visto, hai qualcosa contro i pastori sardi? »
«Assolutamente, signora» risponde il maggiordomo senza scomporsi «mi stavo solo chiedendo se preferisse un costume della Barbagia o della Gallura, ci sono piccole differenze ma significative.»
«Barbagia, Gallura, non stiamo a sottilizzare, James, l’importante è che sia un pastore. Tu hai mai sognato di far l’amore con un virologo, James? Scusa, come non detto. Il fatto è  che sono un po’ turbata, ho sognato appunto che un virologo vestito da pastore mi voleva convincere a raggiungere insieme l’immunità di gregge ma sul più bello la sua virilità è scemata, per così dire, però l’idea non mi pare da buttare ed ho intenzione di continuare l’esperimento con Svengard»
«Benissimo, signora. Ah, signora, dimenticavo, ha chiamato la signora Pina. Dice che hanno dovuto fare una piccola deviazione e probabilmente ritarderanno un paio di giorni.»

La pampa è un’immensa pianura del Sudamerica, che si estende per una superficie più grande del doppio dell’Italia tra Argentina, Brasile e Uruguay; vi si allevano milioni di capi di bestiame, tra ovini e bovini, la cui carne viene esportata in tutto il mondo; la pampa è il regno del gaucho, il leggendario mandriano che insieme al tango e a Maradona è l’emblema dell’Argentina, e sulle cui gesta sono state scritte pagine epiche. Uno dei massimi cantori della pampitudine, il poeta Camilito Estudiantes, così descriveva la vita nella pampa nella sua celeberrima “Tierra y vacas”:

Tierra y vacas
hasta donde llega la vista
y sobre todo
nubes de tàbanos.
Al horizonte, vacas:
y aquì, dos bolas. ¹

o nell’altra lirica altrettanto famosa dedicata proprio al gaucho, questo eroe solitario duro e orgoglioso ma capace di slanci poetici come in “Un mar de cuernos”:

Navego sobre un mar de cuernos          
El caballo conoce el camino
Pienso y me rasco la cabeza
Mi esposa se fue con Rocco
Ladròn de miseria, la vaca.²

Ed è proprio verso questa terra incantata, e precisamente a Santa Rosa, il capoluogo della provincia de La Pampa, che il monovolume con Olena,  nonna Pina e Osvaldo si stava dirigendo quando gli avvenimenti hanno costretto il gruppetto ad una piccola deviazione.

«Pronti, babushka?» chiede Olena, controllando dallo specchietto retrovisore il pick-up Nissan che si sta avvicinando.
«Lanciarazzi o bombe a mano?» chiede nonna Pina, armeggiando nel baule.
«Tutte e due» risponde la russa con un sorrisetto. «Osvaldo, tu vede quelle due case isolate?»
«Certo, capitano. Accelero?»
«Vai, accelera» dice Olena, imbracciando un lanciarazzi e calandosi in faccia un passamontagna.

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¹ Terra e vacche / fin dove arriva la vista / e soprattutto / nubi di tafani. / All’orizzonte, vacche / e qui, due palle.

² Navigo su un mare di corna / il cavallo conosce la strada / Penso e mi gratto la testa / Mia moglie è scappata con Rocco / miseria ladra, la vacca.

Personaggi in cerca di bonus (Vita quotidiana al tempo del coronavirus – LXXXI)

«Allora, James, ci hai parlato?»
Gilda, fremente di indignazione, si solleva con il gomito dalla sdraio sulla quale è distesa e punta verso il maggiordomo il bicchiere di Mojito pieno, o vuoto a seconda dello stato d’animo dell’osservatore, per metà.
«Si, signora, ho potuto conferire brevemente con il signore» dice il maggiordomo, porgendo un vassoio con delle ciotoline di stuzzichini.
«E allora? Ti ha detto che intenzioni ha? Su, parla, non farti tirar fuori le parole con le tenaglie!» intima nervosamente la Calva Tettuta.
«Ehm, ecco, il signore dice che vuole immortalare questo momento. “Voglio tramandarlo ai posteri”, proprio così ha detto, mentre ticchettava sulla tastiera del suo portatile»
Gilda guarda inorridita il suo maggiordomo, non riuscendo a credere alle proprie orecchie.

«Ah, ah, ai posteriori casomai, altro che posteri»
Sotto l’ombrellone posto al bordo della grande piscina a forma di cuore, in testa un cappello a falda larga, in bocca un sigaro Cohiba Behike ed in mano un bicchiere di Ron Santiago de Cuba Añejo, Nonna Pina sghignazza con una voce ruvida come una lima da sgrosso.
«Quello si è montato la testa, ve lo dico io» continua la centenaria. «Non penserà di essere uno scrittore? Un Verga, un Pirandello? Ma per piacere! A chi pensa che interessi quello che combina tutti i giorni nella sua ridicola esistenzuccia, il lavoro, lo spritz, la pizza… puah, baggianate. I lettori vogliono evadere dalla quotidianità, vogliono sognare, vogliono identificarsi con dei personaggi! I lettori vogliono noi!» afferma la vegliarda, rafforzando il concetto con un potente scaracchio che per un pelo non va a colpire la coda del gatto Ringo. «Dico bene, Generale?»

Il cinese Po, ultimo rimasto della guardia dell’ultimo imperatore Pu Yi, sospende gli esercizi di tai chi con la racchetta elettrica e volge lo sguardo ad est, poi sorridendo risponde a Nonna Pina:
«Il nostro Autole tlae ispilazione dalla vita quotidiana, come solo i glandi sanno fale. Dobbiamo avele pazienza»
«Dici bene tu che sei confuciano!» sbotta Gilda. «Qui la pazienza è bella che finita. Guardatevi intorno, perfino i koala si stanno annoiando, e tra parentesi si sono quasi mangiati tutti gli eucalipti, ma se aspettano che glieli ripianto stanno freschi!»

«Io non mi annoio affatto» proclama Miguel, porgendo il becchime ai pappagalli Flettàx e Spread che si contendono il trespolo insultandosi coloritamente. «Forse perché “io” lavoro, io.» continua polemicamente il giardiniere «Chi annaffia l’orto, strappa le erbacce, dà da mangiare agli animali? Io, sempre io, Miguel. Non come certi sfaticati di mia conoscenza» dice il messicano sdegnato, carezzando la testa del piccolo Chico, il figlio avuto dalla relazione breve ma intensa con Conchita, la donna barbuta protagonista della telenovela “Lacrime e Laterizio”, indicando un tavolo dove quattro uomini stanno facendosi un pokerino fumando e bevendo birra.

«Ce l’hai con noi per caso?» chiede retoricamente Uppallo I, il maggiore dei due gemelli cantautori. «Non è colpa nostra se quello non scrive niente. Noi siamo stati ingaggiati per cantare e veleggiare, non per zappare l’orto»
«Ed io ho un contratto da toy boy» precisa Adalgiso, che ha in mano un full d’assi che non vede l’ora di metter giù.
«Io invece devo ancora capire cosa ci faccio, qua» si chiede pensieroso Svengard, il norreno.
«Non essere sciocco Sven, senza di te queste storie non starebbero in piedi» lo rassicura Gilda. «E comunque ne parliamo dopo, a quattrocchi» dice leccandosi i baffi.

«Amici, bisogna fare qualcosa» riprende Gilda. «Anche economicamente la cosa non è più sostenibile. Se quello non ci fa più lavorare finiremo sul lastrico! E allora io dico: chiediamo anche noi il bonus al governo, perché agli attori sì ed ai personaggi no? Se non ci fossimo noi loro non sarebbero niente, ha ragione nonna Pina. Ed i posteri dello spritz se ne fregano!»
«Per quanto, se posso permettermi, uno spritz ben fatto ha il suo perché» interviene il maggiordomo «Personalmente consiglio prosecco di Valdobbiadene e Aperol, ma c’è chi preferisce…»
«James non mi pare il momento di un trattato di spritzologia, vero caro?» lo interrompe bruscamente Gilda.
«Dobbiamo tutelarci, anche per una vecchiaia. Un sussidio farebbe comodo, lo danno anche agli attori che hanno lavorato appena sette giorni l’anno scorso, e noi che siamo stati sempre in pista, allora? Io dico di rivolgerci ad un patronato, ad un sindacato personaggi, insomma dobbiamo portare la questione all’attenzione dei media, fare rumore! E che diamine, alle badanti si e a noi no, non mi pare giusto!»

«Secondo me lui fa puoco sesso»

All’improvviso cala il silenzio e tutti si girano verso la voce, che appartiene una bionda statuaria intenta a oliare la sua pistola, una semiautomatica russa Udav a 18 colpi. Sentendosi osservata, la donna continua:
«Perché voi guardare me così? Io sicura che se lui fa più sesso, cento per cento pensieri negativi sparire e scrive nuove storie muolto divertenti» conclude la bionda, con un sorrisetto malizioso.
«Natascia, figlietta mia, sei un genio. Hai ragione, agli uomini non bisogna lasciargli il tempo di pensare troppo, si perdono. Il loro cervello non è attrezzato per fare due cose contemporaneamente, o pensano o scrivono. Adesso però c’è un problema… » dice nonna Pina guardandosi intorno «chi si sacrifica?»
Gli sguardi di tutti vagano dall’uno all’altro personaggio, finché non trovano un accordo e si concentrano tutti sulla stessa persona.

«Occhei, occhei. Io indossa stivaloni e prende frusta, si? Se domani lui non riprende a scrivere io non chiama più me Olena»

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Olena à Paris – 8

«Per la miseria James, ci hanno bloccato i voli. E adesso?» è una Gilda preoccupata quella che, sorbendo una tazza di tisana al talissandro, osserva dalla terrazza il giardiniere Miguel ballare una discutibile versione del Geghegé di Rita Pavone.
«Per il momento, signora, i cieli sono preclusi» risponde poeticamente il maggiordomo che, allo squillo dell’interfono, vi si dirige con eleganza.
«Pronto, qui casa Rana, chi parla?» risponde James, beccandosi un’occhiataccia dalla padrona di casa.
«E’ il direttore Laganà» annuncia James, porgendo la cornetta a Gilda.
La Calva Tettuta si siede sulla sua poltrona preferita e risponde:
«Allora, Haruki, hai avuto finalmente una buona idea?»
«Si, signora, la chiamavo proprio per questo!» conferma Haruki Laganà, entusiasta.
«Dici davvero Haruki? Aspetta un attimo caro» lo ferma Gilda, dubbiosa, e si rivolge al maggiordomo. «James, Haruki dice di aver avuto un’idea. Pensi sia possibile?»
« Il direttore sa essere creativo, signora. Una volta per Carnevale si travestì da Rita Hayworth» ricorda il maggiordomo, con un brivido.
«Nessuno si intende di creativi come te, James. Bene, sentiamo cosa si è inventato Rita Hayworth.» poi, cambiando tono, si rivolge al direttore:
«Haruki caro, dimmi, sono tutta orecchie, stavi dicendo di aver avuto una buona idea?»
«Più che buona signora, giudichi lei stessa: abbiamo adattato le linee di produzione per produrre mascherine!»
«Mascherine? E’ geniale, Haruki! Ma il tessuto dove lo prendiamo?» chiede Gilda interessata.
«Niente tessuto signora, le nostre mascherine sono completamente alternative. Le chiameremo mascherine sfogliavelo!»
«Sfogliav… ehm, Haruki, esattamente come pensavi di realizzarle?» domanda la vedova Rana, alla quale un sospetto attraversa il cervello.
«Farina di grano duro, acqua e uova. Pasta fresca, insomma, a cui applicheremo degli elastici. Le venderemo in confezioni da 10, ognuna può essere usata una sola volta e poi basterà buttarle nell’acqua bollente per disinfettarle e farci le lasagne. Che ne dice?»
Gilda rimane qualche secondo immobile e interdetta a fissare la cornetta, posizione che preoccupa James tanto da farlo avvicinare con cautela.
«Signora?» chiede il maggiordomo.
«Signora?» ripete Laganà, in sottofondo.
Gilda prende un profondo respiro, e poi risponde calma:
«Haruki, c’è ancora in giro quella spada cerimoniale di tuo fratello? Ah, bene. Allora devi farmi un favore, ascolta attentamente. Legati una fascetta in testa, mettiti in ginocchio e infilzati. Ah, poi pulisci tutto, ok?» e così dicendo restituisce la cornetta a James.

Jean Biscuit, il presidente della Talnone, cammina nervosamente avanti e indietro nel suo ufficio portandosi il telefono cellulare da un orecchio all’altro, incapace di credere a quanto sta sentendo.
La giovane stagista Chantal siede paziente di fronte alla scrivania del suo capo, in una delle sedie degli ospiti, limandosi le unghie; indifferente al contenuto della conversazione, scuote ogni tanto la testa sistemandosi i lunghi capelli biondo scuro e invertendo la posizione delle lunghe gambe accavallate.
«Che vuol dire che le avete perse? Cosa sono, delle borsette, delle chiavi che si perdono? Cazzo, dovevate solo seguirle dall’aeroporto fino a destinazione, anche dei deficienti ci riuscirebbero. Mi avevi assicurato che erano dei professionisti!»
Hernando Calderón, direttore della filiale argentina della Talnone, sente il sudore scorrergli nella schiena.
«Non capisco Jean, sono mortificato, Carlos Houseman è il migliore, ci ha servito diverse volte senza problemi, l’ultima volta con quell’assessore che non voleva concederci la licenza per l’ampliamento dei capannoni… »
«Idiota, non parlare di queste cose al telefono. E vedi di trovare al più presto quelle due, o ti mando a pascolare pecore merinos insieme ai tuoi uomini!» urla Jean, pentito di aver ceduto alle richieste della ambiziosa e voluttuosa moglie di Hernando, Soledad, sua occasionale amante.

Quella mattina, a Buenos Aires.
All’aeroporto internazione Ministro Pistarini di Buenos Aires, meglio conosciuto come Ezeiza, una infermiera in uniforme blu ed una cuffia bianca con una croce rossa in testa spinge una carrozzina che trasporta una anziana, semicoperta da un plaid a quadrettoni scozzesi e da una mascherina collegata ad una bombola di ossigeno. Dietro di loro un facchino spinge faticosamente un carrello con un baule e diverse valigie, chiedendosi che mai avranno caricato le due per pesare così tanto. Arrivate all’uscita degli arrivi internazionali trovano ad attenderle un uomo vestito di nero, con berretto nero e occhiali neri, che regge un cartello con la scritta “Residencia Santa María de la Salud”.
«Desde que se fue? » chiede l’infermiera, con un lieve accento esteuropeo.
«Triste vivo yo¹» risponde l’autista, portando la mano alla visiera del berretto.
«Muy bien, vamos Osvaldo» ordina l’infermiera, e segue l’uomo fino ad una monovolume nera con i vetri oscurati. La donna schiaccia un pulsante e fa scendere un predellino, grazie al quale carrozzina e passeggera vengono caricate in auto. Intanto il facchino carica i bagagli nel retro, ma prima di sistemare l’ultima valigia viene fermato.
«Lascia, questa la prendo io» dice l’autista, togliendogliela dalle mani e caricandola sul sedile posteriore.
Finalmente, pagato l’uomo, Osvaldo mette in moto e l’auto parte.
Fatta qualche decina di metri, dalla carrozzina si sente un raspare metallico di gola, e coperta e mascherina volano per terra.
«Uff, non ne potevo più di stare rattrappita qua sotto» sbuffa nonna Pina, alzandosi dalla carrozzina e sedendosi sul sedile. «Natascia, aiutami a chiudere quest’accidente» chiede impaziente all’infermiera.
«Un attimo, babushka» risponde sorridendo Olena, che nel frattempo si è tolta il velo e sta proseguendo con la svestizione, incurante della presenza di Osvaldo.
«Ma c’era proprio bisogno di questa mascherata?»
«Prudenza mai troppa» dice la russa, ritoccandosi il trucco degli occhi.
«Como estas, Osvaldo?» chiede Olena all’autista «è passato molto tempo…»
«Bien, gracias capitano. Dieci anni, per la precisione»
«Sei ancora così preciso, Osvaldo?» chiede Olena, ripensando alla missione che li aveva portati ad annientare un intero clan di narcotrafficanti, dove Osvaldo aveva partecipato come tiratore scelto.
«Me la cavo, capitano» risponde l’autista, accennando appena un sorriso.
«Non avevo dubbi, te la sei sempre cavata…» sussurra la russa maliziosa, sfiorandogli con le unghie il dorso della mano poggiata sul cambio.
«Scusate se interrompo il vostro idillio, ma si può sapere dove stiamo andando? Questa non è la strada per Santa Rosa, mi pare» chiede nonna Pina.
Olena e Osvaldo si lanciano uno sguardo di intesa, poi con un sorriso la russa si rivolge alla ultracentenaria:
«Piccola deviazione, Babushka. Può preparare attrezzatura, prego?»

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¹ La prima parte della strofa di Caminito, un tango del 1926.

Olena à Paris – 7

Considero questa puntata una bozza, un work in progress. Ma dovevo sbloccarmi, altrimenti tutti questi personaggi in cassa integrazione mi costavano troppo. Man mano correggerò errori e limerò dei pezzi, ma intanto andiamo avanti!

«Fletti! Sveglia, Fletti, è ora!»
Kocca, la gallina finnica, zampetta verso la prigione di Flettàx trascinando due piccole valigie e tenendo al collo con un nastrino la chiave della gabbia sottratta nottetempo al direttore Tapio Myllymäki.
Il pappagallo artiglia la chiave con il becco ed armeggia con la piccola serratura finché non sente il “clic” che annuncia l’apertura; varcata la soglia, spavaldo, sta per lanciare il suo grido di battaglia quando Kocca gli tappa il becco applicandogli una barba posticcia.
«Craa!! Ma che diamine è questa roba?» protesta sputacchiando l’Ara Macao celtico.
«Fletti non fare i capricci» lo redarguisce la gallina «ho dovuto prendere un costume di scena, mica potevamo andare in giro da soli, un pappagallo ed una chioccia, non trovi? Avremmo dato troppo nell’occhio»
«Ah bè, mah, cra!…» bofonchia il pappagallo, restio a dar ragione alla gallina. «Ma giusto per sapere, che costume hai preso?»
«Quello che ti piace tanto, con i pantaloni a righe e le stelle sul cappellone…»
«Che? Zio Sam? Ma per la miseria, Kocca, ti sembra il caso? Con quello ci sgamano subito, tanto valeva vestirsi da Tarzan!»
«Senti Fletti, non fare storie. Ci serve solo per salire sulla barca, poi potrai metterti quello che vuoi. E poi zio Sam è rispettato dappertutto» risponde la gallina, piccata.
«Va bene, va bene, ma adesso andiamo, su, forza… eehh? Ma loro che ci fanno qui?»
Flettàx osserva incredulo la cavalla Fiona e la renna Riitta, ciascuna con un bauletto in groppa, aspettare trepidanti vicino all’uscita del parco.
«Ehm, ecco, ci tenevano tanto a venire… non sono mai uscite dal parco… non ti dispiace vero Flettino?» crocchia implorante la gallina.
«Porco diavolo, avevo detto di scappare con una barca, non con l’arca E poi questa doveva essere la nostra luna di miele, e che ca…volo!»
La delusione si dipinge sul muso delle quadrupedi, mentre una lacrima sgorga dagli occhietti della gallina.
«Sei un bruto!» lo accusa Kocca, tirando su col becco.
Il pappagallo valuta se sia il caso di ritornare in cella e rinchiudersi dentro, ma gli sguardi supplichevoli del trio lo impietosiscono.
«E va bene!» cede il pennuto. «Ma sia chiaro, non ammetterò scenate di gelosia come al solito, siamo intesi? Altrimenti vi mollo in Lapponia!» minaccia Flettàx.
«Si Fletti! Grazie Fletti! Staremo buonine buonine, Fletti» promette il trio.
«E non chiamatemi Fletti!» tuona Flettàx. «Sono Spartaco!» proclama il pappagallo, e si avvia trionfante verso la libertà.

«Che rabbia, James!»
Gilda, furibonda, passeggia avanti e indietro nella sua grande sala, con il maggiordomo che attende paziente reggendo un vassoio sul quale è posata una mascherina chirurgica.
«Avevo detto di farmene avere un set di colori diversi, questa sembra quella di un verniciatore di casse da morto! Mi rifiuto di uscire conciata in questo modo, piuttosto mi metto in quarantena ed aspetto la fine di questo delirio!»
«Sono desolato, signora, purtroppo il signor Bepi, l’artigiano che le produceva, è stato ricoverato e non ha potuto far fronte agli impegni»
«Non mi dire che si è preso il virus anche lui! L’ha fatto il tampone? Non sarà una scusa, vero?»
«Nossignora, purtroppo è stato vittima di uno spiacevole incidente. Si era recato al vicino supermercato per acquistare un paio di bottiglie di prosecco, ad uso ricreativo, quando una folla di persone si è precipitata verso gli scaffali del detergente spintonandosi e rovesciando tutto quello che si trovava sul percorso. Le bottiglie di sapone si sono aperte e versati ed il povero Bepi è scivolato e caduto sul pavimento; ha salvato le bottiglie ma non ha potuto fare a meno di battere la testa: commozione cerebrale, ne avrà per una settimana»
«Che disdetta! E tuo cugino, lo stilista, non può inventare qualcosa?»
«Jean-Alphonse è purtroppo irreperibile, signora. Al momento dell’allarme si trovava nei dintorni di Codogno, ed ha ritenuto più prudente recarsi in Cina. Da allora se ne sono perse le tracce»
«E’ un momento difficile, James, bisogna stringersi a coorte, come diceva quel tale.»
«Decisamente, signora» concorda il maggiordomo.
«Ho un’idea, James, sai quelle idee che ti vengono all’improvviso? Mi chiameresti Haruki?»
«Certamente, signora, solo un attimo»
James si reca all’interfono e compone il numero del laboratorio. Dopo pochi squilli risponde una voce stanca.
«Laganà»
«Direttore, la signora desidera parlarle» e passa la cornetta a Gilda, che per prima cosa si informa sulla salute del suo dipendente.
«Haruki? Come stai caro? Bene, sono contenta. Senti, mi è venuta un’idea. Pensi sia possibile in tempi brevi riconvertire il laboratorio R&S? Per sperimentare il vaccino. No, niente test sugli animali, mica voglio trovarmi la Brambilla in casa! Direttamente sulle persone, ma si, usiamo disoccupati, cassintegrati, esodati, co-co-co e co-co-pro, pensionati al minimo… ah, dici che non si può fare? Aspetta un attimo»
Gilda copre l’apparecchio e cerca l’approvazione del maggiordomo:
«Haruki dice che usare pensionati al minimo è contro la legge, mi sembra un’assurdità, tu che ne pensi James?» ma l’alzata di sopracciglio del maggiordomo la consiglia a desistere.
«Ok, ok, Haruki, lasciamo stare. Comunque resisti, eh? La quarantena è appena all’inizio. I viveri sono arrivati, giusto? Eventualmente vi autorizzo a mangiare qualche confezione di gnocchi ripieni. Ciao caro!»
La Calva Tettuta riattacca la cornetta con una smorfia di disappunto.
«Notizie da Natascia e Nonna Pina?»
«Si signora, le signore sono sbarcate a Buenos Aires ed hanno preso contatto con il nostro emissario»
«Oh, finalmente una buona notizia! Sella il cavallo, James, si va nella pampa»

Un dramma intanto si sta consumando davanti alla televisione al piano terra. I Koala e Chico, spaventati, si abbracciano piangendo.
DON CARLOS Rosa!
ROSA (tra sé) (Cielo! Don Carlos!) Don Carlos! Come sono felice di vedervi!
DON CARLOS Non mentire, Rosa! Io so tutto!
ROSA Lasciate che vi spieghi…
DON CARLOS Non c’è niente da spiegare, ingrata! Ma è colpa mia! Mi chiamavano folle quando io, Don Carlos Almeyda y Azulgrana, ti chiesi in moglie, una servetta senza arte ne parte…
ROSA No, don Carlos, non è stata colpa vostra! E’ stato l’amore!
DON CARLOS Certo che non è stata colpa mia, ci mancherebbe anche! L’amore, dice! Vedremo quanto ci mangerete con il vostro amore, tu e il tuo carpentiere!
ROSA Capomastro.
DON CARLOS Carpentiere, capomastro, che cambia! Da oggi è disoccupato, perché io lo licenzio, e ti assicuro che non troverà mai più lavoro nelle mie terre! Dovrete emigrare!
ROSA Pietà, don Carlos!
DON CARLOS Dovrete strisciare ai miei piedi! Addio, Rosa!
ROSA Ah, me meschina! Quante sofferenze per amore di Ramon.

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus

Sabato sera io e mia moglie siamo stati a teatro a Milano, al Piccolo Teatro Strehler (non lo dico per tirarmela, è solo che ho un abbonamento pensionati _ anche se pensionati non lo siamo ancora, ma grazie ai buoni uffici di due amici ci siamo imbucati in un’associazione benemerita per risparmiare, e poi è comodissimo: andata e ritorno in pullman, posti prenotati… _). Sul pullman meno gente del solito, ed incredibilmente il baretto dove andiamo a prendere il panino prima dello spettacolo, di solito strapieno, era semivuoto e la gentilissima padrona è stata anche lì con noi a chiacchierare cinque minuti, quando normalmente non riesce ad alzare la testa dalla cassa. In sala qualche posto vuoto, ma nemmeno troppi: paura del contagio o dello spettacolo? “La tragedia del vendicatore” di Middleton, coevo di Shakespeare, non è leggerissima, anche se l’allestimento del regista Donnellan ha attualizzato la storia e l’ha “alleggerita”. La notizia della chiusura dei teatri, il giorno dopo, è stata dolorosa anche se non inaspettata.

Ieri siamo andati a fare una bella passeggiata sul lago. La giornata era calda, primaverile, era davvero un peccato rimanere in casa. Di solito scendiamo a Como con il bus, ma stavolta siamo andati in macchina, per ridurre al minimo i contatti: in giro meno gente del solito, meno confusione, ma non il deserto che temevamo: famiglie, innamorati, nonni e nipotini, turisti… gente che fa jogging, che va in bicicletta, in monopattino… ma al bar no, non ci fermiamo: siamo sicuri che li lavino proprio bene i bicchieri? E quello che starnutisce lì, stiamogli un po’ alla larga… ad un certo punto un raggio di sole mi entra e nel naso e fa starnutire me: quasi quasi mi viene da scusarmi, tranquillizzare i vicini, tutto ok ragazzi, è solo il sole…

Ieri pomeriggio mio figlio è venuto a Milano, per incontrare la sua compagnia di amici. Le raccomandazioni che si è dovuto subire erano più adatte ad una partenza per la guerra che per un viaggetto a quaranta chilometri, ma tant’è; poi una volta partito continuavamo a chiederci: con chi andrà? Ma gli amici li conosci? Non è che ce n’è qualcuno di Lodi? Ieri sera è tornato a casa sano e salvo ma un po’ confuso: la società di co-working di Cormano dove lui e i suoi soci hanno preso gli uffici per la loro azienda di grafica ha deciso di chiudere gli spazi per una settimana.

Stamattina sono andato al lavoro. Ho preso il mio trenino pendolari, semi vuoto, poi la metropolitana con addirittura qualche sedile libero. Qualcuno si protegge naso e bocca con la mascherina; qualcuno (come me, che le mascherine non le ho comprate, ma dicono che non si trovino nemmeno a pagarle a peso d’oro) con la sciarpa. Lo so, non serve a niente, se non come invito a starmi lontano.
Rinviati eventi sportivi, chiuse scuole, asili, musei, teatri, addirittura le chiese: i luoghi di socialità, come dice il sindaco di Milano.
Il badge per entrare era disabilitato. L’hanno fatto per tutti gli “esterni”, per tutti quelli cioè che non sono dipendenti, anche quelli, come me, lavorano in questo posto da quasi venti anni; ci sottopongono un questionario dove si dichiara di non essere stati, negli ultimi 15 giorni, in uno dei paesi infetti; passato il controllo salgo al piano dove, delle oltre duecento persone che affollano lo stanzone, ne è presente una decina. Quasi tutte le società (i “fornitori”) infatti hanno invitato i loro dipendenti a rimanere a casa e lavorare se possibile da lì: solo chi non ha il collegamento o ha motivi eccezionali può lavorare in loco. Io in realtà di motivi eccezionali non ne avrei, se non quello abbastanza nobile che se non lavoro non mi pagano: per oggi va così, domani vedremo, se mi danno la linea, le autorizzazioni, bene, se no rimarrò a casa a scrivere qualche puntata di Olena…

Comincio a sentire i colleghi sparsi per l’Italia, è un po’ dappertutto così, chi può lavora da casa, tanti uffici sono chiusi, porte sbarrate…

E mi è venuto un sospetto: ma questo virus non sarà stato creato apposta per non farci più muovere da casa? E’ comodo un popolo che non si possa riunire, incontrare, confrontare… E’ solo il preludio di quello che ci aspetterà da qui a venire, ogni volta che scoppierà una nuova influenza? Sembra che il mondo sia davvero diventato troppo piccolo: da villaggio globale a lazzaretto globale è un attimo…

Comunque, ridendo e scherzando, si è fatta l’ora di pranzo: la mensa ed i bar interni sono chiusi; mangiare i toast delle macchinette è contrario ai miei precetti religiosi: quattro passi fuori c’è il mercato comunale e mi prendo un bel panino alla bresaola (con le ultime due fette di pane rimaste!) ed una birretta Ichnusa; una chiacchiera al cioccolato e due tortelli che domani è carnevale… seduto su una panchina al sole, di rientrare non ho proprio voglia, che faccio? Torno a lavorare o me ne vado a casa?

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Olena à Paris – 6

Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!

Flettàx, l’Ara Macao celtico, saltella cupo sbatacchiando la gamella del becchime alle sbarre della grande voliera dove è stato rinchiuso per ordine dell’autorità veterinaria di Kokkola, grazioso paese finlandese dell’Ostrobotnia Centrale.
La misura cautelare si era resa necessaria a seguito della rissa scatenatasi durante la festa di chiusura invernale del Parco Animali Toivonen che aveva visto Flettàx, vedette dello spettacolo, scontrarsi con i giovani fratelli napoletani Ciro e Sposito Donnarumma che avevano criticato coloritamente la messa in scena dove il pappagallo si esibiva in una divertente imitazione di Santa Claus, provocando la dura reazione del pennuto che era passato alle vie di fatto, ma più che questo era stata la sfilza di “terùn dell’ostrega” ed altri epiteti politicamente poco corretti che aveva convinto il direttore del parco, Tapio Myllymäki, a richiedere l’intervento del veterinario ed a concordare con lui un periodo di quarantena per l’animoso uccello.

Piia Pihlajamåki, la giovane guida del parco, accompagnata dalla gallina Kocca, la cavalla Fiona e la renna Riitta, si avvicina alla gabbia ed allunga una manciata di noccioline nel tentativo di rabbonire lo sdegnato volatile che, dichiaratosi prigioniero politico, ha iniziato da qualche minuto uno sciopero della fame.
«Su, Fletti, non fare i capricci. Mangia qualcosa! Guarda, ti ho portato anche il Jäätelö keksillä che ti piace tanto» cerca di convincerlo Piia, mostrando la versione finlandese del Camillino, il famoso gelato con biscotto.
«Si, Flettino, mangia qualcosa!» ripetono a pappagallo al pappagallo le sue tre partner in arte e non solo.

Il pappagallo, con le penne arruffate e la voce fremente di sdegno, fatica a trattenere la rabbia:
«Craa!! Ingrati! Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Incarcerato innocente come Silvio Pellico, come Antonio Gramsci, come Nelson Mandela!» protesta l’Ara Macao, mostrando una sorprendente conoscenza della storia moderna.
«Fletti, non ti sembra di esagerare?» lo rimprovera Riitta, la renna. «Nelson Mandela non ha becchettato il naso di nessuno. Se chiedessi scusa, il direttore potrebbe abbreviarti la pena…»
«Puah!» risponde il pennuto, sprezzante. «Non mi abbasserò mai a chiedere la grazia! Combatto per la libertà dell’arte, io! Craa!! E non chiamatemi più Fletti o Flettino! Io sono Spar-ta-cus! E vi dico che ben presto spezzerò queste catene che mi opprimono!»
Kocca, Fiona e Riitta applaudono ammirate alla performance dell’uccello sovranista. «Fletti, sei un portento. Appena esci la mettiamo in scena, ok? Io faccio Messalina» propone l’ambiziosa cavalla, incurante del fatto che la voluttuosa imperatrice fosse di circa un secolo più giovane del coraggioso gladiatore.

«Craa!!» risponde l’incompreso pappagallo scuotendo la cresta. Guarda il gruppetto allontanarsi, con la gallina che, a causa della lunghezza delle zampe, rimane indietro.
«Kocca!» la chiama. La gallina accorre subito al richiamo dell’amato.
«Hai preparato tutto?» chiede circospetto Flettàx.
«Si, Fletti, tutto pronto»
«Bene! Allora è per domani, all’alba vincerò!» proclama il variopinto artista con un acuto.
«Per fortuna siamo in primavera» constata Kocca «altrimenti l’alba l’avremmo dovuta aspettare un bel po’. Vado a preparare le valigie, allora. Ciao Fletti!» lo saluta la gallina, e si allontana ondeggiando.
«Kocca?» la richiama il pappagallo.
«Si, Spartaco?» risponde la pennuta, lievemente ironica «che c’è?»
«Mi avvicineresti il Camillino, per favore?»

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Olena à Paris – 5

«Che ne pensi della faccenda, James?»
Gilda e James, tornati dalla trasferta parigina, osservano dal balcone della sala il giardiniere Miguel che, abbigliato da Elettra Lamborghini, sta dando lezioni di twerking¹ al piccolo Chico ed ai koala ospiti del parco.
James inarca il sopracciglio destro ed emette il suo verdetto:
«Non mi sembra che Miguel abbia la conformazione fisica adeguata, signora. Manca di peso specifico, se mi spiego»
«Ti riferisci al fondoschiena, James? Concordo. Tuttavia non era del sedere di Miguel che volevo parlarti, ma della proposta di Biscuit» precisa la Calva Tettuta, interrotta però nel suo ragionamento da un vociare proveniente dal cancello della villa.
«Chi sono quegli individui, James?» chiede incuriosita, aguzzando la vista.
«Credo si tratti di una delegazione sindacale, signora. Stamane si è tenuta un’assemblea delle maestranze»
«Operai? Che bizzarria. Eppure mi sembra di aver concesso fino a tre soste di cinque minuti per andare in bagno, e in ogni pacco natalizio ho fatto mettere 10 confezioni in scadenza di Rabbi, i ravioli alla ricotta salata e cardi gobbi. Ad ogni buon conto, saresti così gentile da andare in camera e prendere dall’armadietto della buonanima di Evaristo il suo sovrapposto Franchi² per la caccia alle beccacce?»
«Naturalmente, signora. Lo desidera carico?» si informa il maggiordomo, lievemente preoccupato.
«No grazie, James, risparmiamo le munizioni, per adesso. Vedremo in seguito se ci sono gli estremi per la legittima difesa.»

Come anticipato da James, in effetti in mattinata si era tenuta una movimentata assemblea dei lavoratori dello stabilimento brianzolo di Ciapanò, di cui riportiamo un succinto resoconto:

«Compagni, un attimo di attenzione. Silenzio, compagni. Compagni, e basta, cazzo!»
Aurelio Trozzo, delegato sindacale appartenente al COBALAPARI, Comitato di base dei lavoratori di pasta e ripieno, batte il martelletto sul tavolo per richiamare l’assemblea alla calma.
Quando finalmente il vociare diminuisce Trozzo può introdurre l’argomento all’ordine del giorno:
«Compagni, siamo riuniti per discutere della grave situazione di crisi che si è venuta a creare nella fabbrica. Come sapete, la proprietà ha chiesto di poter accedere alla cassa integrazione a zero ore per i reparti bloccati dalla mancanza di materia prima. Resterebbero attive, per ora, le linee vegetariane e la pasta sfoglia»
La sala inizia a rumoreggiare, preoccupata ed arrabbiata.
«Ma lascio la parola al segretario generale Carrettoni, che ci illustrerà la situazione»
Armando Carrettoni, basco in testa e sciarpa rossa al collo, prende il microfono e si alza in piedi.
«Compagni! Ancora una volta i capitalisti mostrano la loro faccia e abbandonati infine i toni paternalistici e le pacche sulle spalle ricorrono alla solita vecchia tattica: dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, di serie A e di serie B, socializzare le perdite dopo aver incassato per anni sulla nostra pelle i guadagni, e che guadagni! Ma noi non cascheremo nella loro trappola!»
«Bravo! Bene!» rispondono gli operai entusiasti.
«O tutti o nessuno, diremo alla proprietà, non ci stiamo a pagare per i loro sbagli di programmazione o peggio…»
«Che vuoi dire? Parla chiaro!» lo incitano gli operai.
«Voglio dire, compagno, che è strano che da un momento all’altro una fabbrica fiorente sia sull’orlo della crisi. Viene quasi da pensare che qualcuno “voglia” che ci sia la crisi, abbiamo visto troppe volte questo giochetto!»
«Chi, chi? E perché?»
«E’ chiaro chi: la proprietà! Per ristrutturare licenziando, e poi vendere al migliore offerente! E allora io propongo, compagni, di rispondere duramente: sciopero ad oltranza!»
«Si! Sciopero, sciopero!» urlano i più infervorati, mentre qualcuno si guarda in faccia smarrito, pensando al mutuo in scadenza. Carrettoni si guarda in giro soddisfatto, e sta per concludere l’intervento, quando dal fondo della sala si alza un omone che, con una voce di basso profondo, dice solo:

«Io non ci credo»

Tutti si girano verso l’uomo che, quasi trascinando i piedi, avanza verso il tavolo degli oratori.
«Compagno Cazzaniga, non sei d’accordo con l’analisi del segretario?» chiede Trozzo, il moderatore.
«Ma che compagno e compagno. Aurelio, chiamami Luison, come fai sempre» poi si volta verso la platea e comincia a parlare:
«Lavoro in questa fabbrica da quando il povero signor Evaristo l’ha aperta… qualcuno di voi l’ho visto entrare che aveva i calzoncini corti»
«Sei vecchio, Luison!» urla uno screanzato dall’ultima fila, avendo cura di nascondersi dietro quello davanti. Luison guarda verso la direzione da cui è arrivato il grido, e serra la mascella.
«Con te dopo facciamo i conti a casa» dice all’autore, suo figlio. «Ma è vero, si, sono vecchio! E ne ho viste succedere tante. Ma nessuno mi convincerà che la signora Gilda ha architettato questo per vendere la fabbrica. Avrebbe potuto farlo quando voleva, perché adesso? E invece ha continuato a investire, a lanciare prodotti nuovi, e anche le nostre condizioni sono migliorate: l’asilo nido, le gratifiche, le borse di studio… e allora io dico no, che è tutto il contrario: c’è qualcuno che vuole fare del male a questa ditta, ma non è di certo la signora Gilda! E dico anche che scioperare in questo momento sarebbe una cosa assurda: chiudere anche i reparti che funzionano, invece di usarli per sostenere quelli che vanno male, è darsi la zappa sui piedi!»
Ma l’ala massimalista non gradisce il ragionamento dell’anziano operaio:
«Parli così perché stai per andare in pensione, ma a noi non ci pensi?»
«Venduto ai padroni!»
«Che ti hanno promesso, Luison?»
Su quest’ultima accusa però Luison non ci vede più, e individuato l’autore nel cognato Erminio col quale ha una vecchia ruggine per questioni di confini gli si avventa contro, scatenando una rissa che il servizio d’ordine fatica a sedare; e dopo qualche testa rotta ed occhio nero si stabilisce di andare in delegazione fino a Villa Rana per trattare direttamente con la proprietaria.

La Calva Tettuta, vestita da Che Guevara ma senza barba, si avvicina ai cancelli, seguita da James che indossa loden e scarpe Clark con riluttanza.
«Compagni!» grida la Calva Tettuta, scavalcando Carrettoni a sinistra. «La plutocrazia internazionale congiura contro di noi. L’eccellenza italiana, tutto merito di chi, come voi, si alza alle sei del mattino per produrre prodotti che tutti ci invidiano, dà fastidio a lor signori!»
«Brava! La plutocrazia!» urla un operaio, che chiede poi al vicino, sottovoce: «Che cazz’è ‘sta plutocrazia?»
«E l’Europa, che dovrebbe tutelarci, che fa?» chiede retoricamente Gilda.
«Già, che fa?» chiede un altro operaio, confuso.
«Ve lo dico io cosa fa: se ne impippa! Anzi, vi dico che c’è qualcuno che ogni volta che una fabbrica italiana chiude brinda a champagne!» urla la Calva Tettuta, provocando un brivido di sdegno nella folla. «Ma noi non molleremo!»
«No! mai!» urlano gli operai.
«E sapete che vi dico, compagni, amici, fratelli?» continua la vedova Rana, forse esagerando con l’enfasi populista tanto che James è costretto a tossicchiare per riportarla su toni più appropriati.
«Vi dico che se qualcuno pensa di fermarci si sbaglia di grosso! In questo preciso momento stiamo prendendo contatti con grossi fornitori, e la situazione si sbloccherà presto! Voi avete fiducia in me?»
chiede Gilda, sventolando una bandiera giallorossa.
«Siii!!!» urla in coro la folla.
«Allora tornate sereni a casa, e quando abbraccerete i vostri figli dategli un bacio in fronte da parte mia, e ditegli: “questo ve lo manda la Padrona”. E ora andate!»

La manifestazione si scioglie pacificamente, e qualche lacrima inumidisce gli occhi di quei duri lavoratori. Come spesso accade, pur non essendo cambiato niente rispetto al mattino, il futuro non è più così nero come sembrava.

Nel ritorno alla villa i due si fermano davanti alla cucina, attirati dall’assembramento di koala che sta assistendo alla nuova puntata di Lacrime e Laterizio.

ROSA (cuce e sospira)
CARMELITA Che hai, cara cugina? Ti vedo pensierosa.
ROSA No, niente, solo un po’ di mal di testa.
CARMELITA Non vorrai ammalarti proprio adesso, vero? Sabato c’è il ballo!
ROSA Già, il ballo… (povera me). Hai visto le mie forbici, Carmelita? Le avevo appoggiate qua, sul tavolino.
CARMELITA No, Rosa, io ho le mie, vedi? Ma senti, hai già deciso che vestito metterai? Sarà un gran giorno… verrà annunciato il tuo fidanzamento con DON CARLOS…
ROSA (si punge) Ahi! Per favore, Carmelita!
CARMELITA Sei nervosa, Rosa? E’ normale, tutti gli occhi saranno puntati su di te e DON CARLOS.
ROSA (si ripunge) Ahi! Eh, vorrei vedere te, cugina Carmelita.
CARMELITA Magari, cara cugina! Ma non ho ancora questa fortuna. Tu invece fra poco sarai sposata con DON CARLOS!
ROSA (si ripunge) Ahi! Carmelita, la vuoi smettere! E poi, non sono le mie forbici quelle che spuntano dalla tasca del tuo grembiule?
CARMELITA Cosa? Oh, ma guarda! Chissà come sono finite qua.
ROSA Già, chissà? (lo so io, ladra rompiscatole)

“Ahi! Ahi!” gridano i koala, pungendosi allegri l’un l’altro e sgranocchiando foglie di eucalipto.

Gilda li osserva divertita, poi commossa rivolge un pensiero agli operai:
«Che brava gente. James, devi ricordarmi di dire ad Haruki di aggiungere nei pacchi natalizi anche i sughi in scadenza»
«Estremamente generoso da parte sua, signora» dice James, senza accenno di ironia.
«Sai che c’è, James? Oggi mi sento rivoluzionaria. Stavo pensando che se a casa nostra quei cornuti di fornitori, e scusa la parola fornitori, non ci vogliono più dare la carne, andremo a prendercela da qualche altra parte.»
«Mi sembra un’ottima idea, signora. Aveva già un’idea?»

«Argentina, James, Argentina. Olè.»

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¹ Ballo castigato che consiste nello scuotere le anche in posizione accovacciata in modo da far tremolare le chiappe.
² La Franchi è una storica fabbrica di armi che produce fucili molto apprezzati dagli appassionati del settore.