Una birra per Olena (III)

La Calva Tettuta, poggiato il telefonino sul vassoio argentato, si alza dal divano Frau personalizzato ed avanza fino alla finestra scorrevole dalla quale si accede alla grande terrazza prospiciente il giardino botanico Rana, dove vengono coltivate piante esotiche e rare come il Nanocellus Officiantes volgarmente detto prete nano e la Scamarcia Fracitia, dal colore bumbia acceso.
Gilda apre la finestra e va ad appoggiare, pensosa, il generoso petto che le è valso il meritato soprannome alla balaustra in pietra leccese; dopo qualche minuto di meditazione emette un sospiro e si rivolge interrogativa al maggiordomo James, che è rimasto in rispettosa attesa.
«James caro, pensi che Jürgen possa fronteggiare questa faccenda da solo? Francamente non mi pare attrezzato»
«Tenderei a dubitarne signora. L’ingegnere nei frangenti concitati non mantiene la freddezza necessaria» afferma il maggiordomo, ricordando il momento in cui aveva dovuto strofinargli i glutei con lo straccio intriso di acquaragia.
«Già, lo penso anch’io. Dovremo attivarci, giusto? Prendere il toro per la coda o giù di lì. Si ma, James?» chiede la vedova Rana, con la fronte corrugata dalla preoccupazione.
«Signora?»
«James, non vorrei essere pessimista ma mi sembra che siamo a corto di truppa. Dove sono finiti tutti quanti?» indicando il giardino desolatamente vuoto.

A Blaenavon, in Galles, nella grande miniera di carbone in disuso che ospita il Big Pit Mining Museum (Museo minerario del pozzo grande) si sta svolgendo un concerto fuori programma. Un gruppetto di attempate casalinghe, accese d’entusiasmo, applaudono e fischiano il proprio idolo, il famoso cantante Tom Jones, incitandolo a concedere il bis del suo cavallo di battaglia “Sex bomb”. L’artista appare decisamente provato e vorrebbe declinare l’invito, ma l’orgoglio del vecchio leone e soprattutto  un pungolo elettrico che una delle sue fan brandisce minacciosamente lo convincono ad attaccare il refrain. Non sono certo le esigenze di scena a richiedere che Tom sia legato alle caviglie da una lunga catena, e che sia vestito soltanto di un perizoma, per di più leopardato: l’anziano sex symbol è stato rapito dalla banda di babbione ostili alla sua amicizia con Priscilla Presley, l’ex moglie di Elvis.
«Vi prego, care signore, sono stanco…» chiede Tom, con la sua voce calda e roca che attizza ancor di più le indiavolate groupies.
«Nudo! Nudo!» urlano queste scatenate, strappandosi i capelli e lanciando verso l’improvvisato palchetto mutandoni e reggiseni, cosa quest’ultima che causa un crollo delle attrezzature da questi sorrette.
«Cazzo! Ma sono già nudo!» protesta il cantante. «E mi scappa pure da pisciare, con tutta la birra che mi avete fatto bere, fatemi uscire di qua!» e così dicendo cerca di liberarsi dalle catene, beccandosi immediatamente una scarica elettrica nel fondoschiena che lo riporta a più miti consigli.
«E va bene!» cede Tom «ma ancora una volta e poi basta, eh!» poi, sebbene, riluttante, inizia a cantare:
Aw, aw baby, yeah, ooh yeak, huh, listen to this
Spy on me baby use satellite
Infrared to see me move through the night
Aim gonna fire shoot me right
Aim gonna like the way you fight
And I love the way you fight

Improvvisamente la base si spegne, ed un mormorio di delusione serpeggia tra le ammiratrici. Dal buio del vecchio tunnel si sente cantare:
«Sex buomb, sex buomb, gliù ar a sex buomb…»
Con la bocca leggermente aperta dalla sorpresa tutte si girano lentamente verso l’origine del suono, da dove avanza una figura vestita con una tuta militare completamente nera, con la faccia striata di nero e con un berretto, anch’esso nero, in testa. Anche gli stivali che le arrivano sopra al ginocchio sono neri. Con un mitra Spectre M4 a tracolla, Olena avanza verso il palco, canticchiando.
«Molto pratico questo attrezzo» dice alla donna che impugna il pungolo elettrico. «Tu provato prima su tuo marito, sì? Brava» la elogia muovendo la testa in segno di approvazione.
«Ora da brave liberate uomo, prego. Bello giuoco dura puoco» consiglia Olena, togliendo la sicura al mitra.

Poi rivolgendosi al prigioniero, rimasto a bocca aperta:
«Signor Jones, mi manda Priscilla. Belle mutandine, ma ora voi potete rivestire, prego.»

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Una birra per Olena (II)

L’ingegner Jürgen Matthäus, un sessantenne non molto alto, rossiccio, rubicondo e sovrappeso, direttore responsabile degli impianti Rana in Germania, siede sprofondato nella poltrona del suo ufficio alla Rana Tower di Monaco di Baviera, a due passi dal Deutsches Museum, ed a stento riesce ad articolare qualche parola.
«Jürgen, carissimo, che piacere sentirti» lo saluta la Calva Tettuta, nel tentativo di metterlo a suo agio. «Tutto bene con i nipotini? Salutami la cara Hilga, quando la vedi. Volevi parlarmi, caro?»
«Ja, frau Rana,» attacca l’ingegnere, con un marcato accento tedesco che l’agitazione accentua:
«E’ terripile, terripile! Non posso kretere ke questo successo in Cermania. Inconcepipile!»
«Ma di cosa stai parlando, caro? Non avrete anche voi un governo gialloverde per caso?» chiede Gilda, che ha a cuore la stabilità politica dell’Unione Europea.
«Nein, nein, peccio, molto peccio!» e un brivido serpeggia per la schiena di Gilda, ma prima che questa possa fare supposizioni su derive nazionaliste l’ingegnere continua:
«Hafete presente nuofo makkinario ke afremmo tofuto installare in Stalag Rana-1?»
«Ecco, adesso su due piedi non proprio, Jürgen, tra l’altro non ti avevo detto di cambiare nome a questi stabilimenti? Il nostro marketing trova che non diano un’immagine rassicurante¹. E i sindacati ci stanno col fiato sul collo, lo sai» lo rimprovera Gilda, preoccupata per le relazioni sindacali. «Comunque, che è successo a questi macchinari?»
«Ieri pomericcio appiamo portato nuofe makkine nei kapannoni. Makkine ti nuofa cenerazione, potentissime! Protucono il toppio tell’impasto Krakatofeln ti kuelle fecchie con la metà tegli attetti.»
«Krakatofeln? Ah, già, crauti e kartoffeln, da quelle parti ne andate ghiotti. Ma addirittura raddoppiare la produzione mi sembra esagerato, caro Jürgen. Chi ha ordinato queste macchine?»
«Ehm, siete stata foi signora, ciusto un mese fa, ho kuì la mail con l’ortine…»
«Io, dici? Mah, chissà dove avevo la testa. Aspetta un attimo, Jürgen» lo ferma la padrona, e coprendo la cornetta con la mano chiede a James:
«James, che tu sappia Flettàx ha imparato ad inviare le mail? Non vorrei che oltre ad imitare le voci si metta ad inserire ordini»
«Tenderei ad escluderlo, signora» risponde il maggiordomo «le zampe zigodattili non sono compatibili con le tastiere Qwerty»
«Gli uccelli non hanno segreti per te, grazie caro» lo loda Gilda, e riprende la conversazione interrotta:

«Ma senti Jürgen, e dell’altra metà di operai che ne facciamo? Quelli sono specializzati in Krakatofeln, come li riconvertiamo?»
«Nostro ufficio ricerka stutiato nuofo prototto che potrà afere successo krantissimo!»
«Davvero Jürgen? Stento a crederlo. Ricordo ancora la Kakkuzza, il ripieno cavolo cappuccio e zucca, una boiata che persino la buonanima di Toshiro Laganà si rifiutò di avallare» osserva Gilda, con una smorfia di disgusto.
«Kvesta itea rivoluzionaria, frau Rana! lo appiamo kiamato Wurstellino»
«Che nome grazioso, Jürgen! Di che si tratta stavolta?» chiede una dubbiosa Gilda.
«Appiamo pensato una krossa innovazione! Non useremo la karne come ripieno, ma useremo wurstel come involukro e lo riempiremo ti tortellini. Ceniale!»

La Calva Tettuta rimane qualche secondo in silenzio per elaborare la proposta del suo direttore dopodiché, non prima di essersi sistemata la bandana in seta di colori cangianti, emette il verdetto:
«Contrordine, Jürgen. Lascia stare il nome dello stabilimento. Fammi un piacere, però»
«Tica, signora»
«Impacchetta tutto il tuo reparto di creativi e mandalo alla catena di montaggio, gli operai in avanzo sforneranno senz’altro idee migliori e con un costo sensibilmente minore. Da parte mia cercherò di dimenticare questa telefonata e di ricordarti com’eri, caro Jürgen. Ma, a proposito di telefonata, non mi hai ancora detto perché mi hai chiamato. E’ per questa storia dei wurstellini?»

«Nein, frau Rana, nein… atesso kvesto non è problema… le makkine! Kvesta notte le makkine sono state fatte saltare in aria ed i kapannoni tati alle fiamme! Polizei parla ti attentato, siamo kiusi!»

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¹ Gli Stalag (abbreviativo di Stammlager) erano campi di concentramento tedeschi per prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale. Niente a che vedere con gli Stalag Rana, abbreviativo di Stabilimenti Laganà così chiamati in onore dell’ex  direttore R&S Toshiro Laganà, deceduto tragicamente (cfr. Niente sushi per Olena – 2018)
² Ara Macao insolente e scurrile scappato ad un senatore padano e rifugiato nel parco di Villa Rana (cfr. Ferragosto con Olena – 2019)

Una birra per Olena (I)

Nel giardino all’inglese di Villa Rana, ricco di alberi secolari, cespugli, grotte, fontane con giochi d’acqua e ruscelli dove si abbeverano i caprioli, sopra un rialzo artificiale in tufo di Fiumicino è costruito un tempietto in stile dorico dove Gilda, la padrona di casa, ama ritirarsi quando il suo spirito tende alla malinconia.
In questi casi ella si reca al tempietto con una tisana alle erbe di mellifrace ed un libro del suo autore preferito, il filosofo-naturista Augusto Propoli, scelto tra i tanti della sua biblioteca: “Corpo o anima? Come dire addio alla stitichezza con le erbe di mellifrace” , “Farci o esserci? Come ritrovare la regolarità intestinale con le erbe di mellifrace” e “Si può dare di più? Come aumentare il piacere sessuale con le erbe di mellifrace”, quest’ultimo il suo preferito e lì, accovacciata sulla poltrona Bergere in pelle bordeaux con le gambe ripiegate sotto di sé, gli occhiali modello Lolita poggiati vezzosamente sul bel nasino, si concentra corrucciando leggermente il labbro superiore nel tentativo di assorbire gli insegnamenti del Maestro.
Lo sforzo si prolunga in genere per tre-cinque minuti dopo di che, vuoi per l’effetto calmante della tisana, vuoi per la profondità dei contenuti del libro o vuoi per lo scorrere dell’acqua del ruscelletto, un torpore o cecagna che dir si voglia la colpisce, gli occhiali le scivolano dal nasino ed il libro le cade dalle mani finendo in terra con un rumore attutito dal grande tappeto persiano Tabriz.

E’ appunto in uno di questi frangenti che una figura a noi ben nota, vestita in un inappuntabile completo nero di Girifalchi, scarpe in vernice Graziano Cucchiaroni lucidate a specchio, con un’unica concessione alla frivolezza data dalla pochette con pesciolini rosa watermelon, si materializza sulla soglia del tempietto reggendo un vassoio in argento sul quale è poggiato un cellulare ultimo modello che ronza in modalità vibrazione.
James entra nella stanza, si porta la mano chiusa alla bocca e tossisce con discrezione, svegliando delicatamente Gilda dal sogno in cui, indossato solo un corto camice bianco da infermiera, sta applicando al filosofo Propoli un clistere a base delle erbe da lui magnificate, per testarne l’efficacia e constatarne i benefici.

«Chiedo venia, signora, c’è una chiamata per lei»
«Oh, James» risponde la vedova Rana stiracchiandosi «stavo facendo un sogno bellissimo, ero una paramedica e giocavo al dottore e l’infermiera con un filosofo»
«Sono dispiaciuto di doverla disturbare, signora, ma l’ingegner Matthäus ha insistito, sembrava oltremodo agitato»
«Jürgen agitato? Questo mi sorprende molto, James. Jürgen è la flemma in persona, l’unica volta che l’ho visto agitato è stato quando la cameriera Hilga dell’Hofbrauhaus l’ha accusato di non pagare gli alimenti per il sostentamento dei quattro figli che lui non ricordava assolutamente di avere»
«Rammento bene quella sera, signora, una scena imbarazzante se posso esprimere il mio parere.»
«Già, ce n’è voluto del bello e del buono per convincere Hilga che quello che stava insolentendo non era il padre dei propri figli. Il povero Jürgen dovette perfino calarsi i pantaloni per dimostrare di non avere la voglia a forma di castagna matta sulla chiappa sinistra. E l’orchestrina di ottoni continuava a suonare, che rebelòt!» conclude Gilda, scuotendo la testa.
«Una situazione davvero incresciosa, signora»
«Puoi dirlo forte, James. Tra l’altro ricordo che tu fosti chiamato a constatare con mano che il nostro Jürgen non avesse cancellato la voglia con qualche vernice, sfregandogli il didietro con un solvente»
«In effetti la signora Hilga pretese che io fossi molto scrupoloso con l’acquaragia, dovetti applicarmi con solerzia» ricorda il maggiordomo con un brivido di raccapriccio.
«Certo che fu un bel colpo per la ragazzona scoprire che quello che aveva creduto suo marito non fosse Jürgen ma il fratello gemello Helmut. Pianti e strepiti, ricordo male James?»
«Perfettamente, signora. L’ingegnere, nonostante l’accoglienza della cognata, si comportò da perfetto gentiluomo ed acconsentì a coprire i debiti del fratello gemello»
«Tutto è bene quel che finisce bene, James. E dunque, che vorrà mai quel ragazzaccio? Passami il telefonino, che sentiamo il motivo di tanta agitazione»

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Ferragosto con Olena – The End

L’ottobre è mite, ed i festeggiamenti per l’anniversario della fondazione dell’Istituto di Carità intitolato al Beato Turoldo Cesanese del Piglio non potrebbero essere più festosi.
La processione si dipana per le vie del paese, con in testa la banda cittadina che sfoggia le nuove divise disegnate dallo stilista Girifalchi ispirate alle Quattro Stagioni di Vivaldi ma per i maligni alla pizza quattro-stagioni, dono della Fondazione Rana; la partecipazione di fedeli, pie donne e congregazioni negli abiti tradizionali è massiccia, così come la presenza della folla ai lati della strada; la statua del Beato ondeggia a ritmo, sorretta da squadre di nerboruti manovali che si danno il cambio lungo i cinque chilometri del percorso.
Gilda, in divisa da crocerossina delle Volontarie del Soccorso ai soccorritori volontari sfila fianco a fianco a suor Matilda, commentando gli eventi dell’estate passata.
«Gilda, non so come ringraziarti. Se non fosse stato per te non so come saremmo uscite da quella situazione. Come potrò mai sdebitarmi?» chiede la suora alla sua vecchia amica.
«Non pensarci nemmeno, Marisa. Mi sono divertita tantissimo, specialmente con il lanciarazzi, mi serviva proprio divagarmi un po’ , non si vive di solo ripieno, giusto? Mi è dispiaciuto per l’auto del Vescovo, mi è scappato un colpo ma spero che quella nuova gli sia piaciuta…»
«Si, c’è rimasto proprio male! » ride la suora «Gli hai fatto saltare una Multipla e gli hai comprato una Jeep Cherokee, non finiva di ringraziare la provvidenza! Ma non c’era bisogno Gilda, hai fatto anche troppo… finanziato tutti i preparativi, avviato la costruzione del Museo della Corona di Galla Placidia… lo stabilimento per la produzione della Zuppa Imperiale…»
«Per quello mi raccomando, eh? Ci tengo, ho ordini fin dal Sultano del Brunei. Pugno di ferro in guanto di flanella o giù di lì, metti suor Emerenziana a contrattare con i sindacati» suggerisce la Calva Tettuta, ritrovando il piglio confindustriale.
«Ah, ah, ma certo, non preoccuparti» la rassicura la suora, poi dandole di gomito le indica il Vescovo:
«Guardalo, Gilda, non ha ancora capito niente di quello che è successo…»
«E ti credo» risponde la Calva Tettuta, «tra lui e don Martino si sono scolati una botte di vino… e quando si è svegliato ormai la mia Delta Force Rana aveva fatto sparire tutto. »  Poi, indicando all’amica la coppia che coadiuva S.E. Ardizzone dice: «Non li trovi teneri, Marisa? James non molla il campanellino e don Martino gli tiene il broncio. Beata gioventù!»

Sul grande palco allestito sul lungomare, davanti al ristorante “La coratella”, un’orchestra di All Stars sta eseguendo l’introduzione di “Historia de un Amor” nella versione mambo di Perez Prado.
Johnny Tempesti col suo sax tenore guida la sezione dei fiati tra cui spiccano i fuoriclasse Kuz Guardatí, italo-francese, alla tromba; Peter Petersen, norvegese, al clarinetto; Marco Cubillas, colombiano, al trombone e Walter Cotequinho, brasiliano, al sax baritono. Agostino picchia sulle percussioni, Armando ha abbandonato la fida fisarmonica per battere il ritmo con le claves, mentre Oscar sostiene l’armonia con il suo organo Hammond. Spicca nella sezione ritmica la presenza al  basso del cubano Giorginho Cerezo, in rotta dagli Adelante Compañeros per divergenze sul repertorio e soprattutto sugli emolumenti. La cantante Luana si muove languida scuotendo le maracas, operazione nella quale è maestra.
La pista è gremita di ballerini, tra cui spiccano le bionde Olena e Ljudmila. Quest’ultima è attorniata da una torma di indigeni, mentre Olena fa coppia fissa con Puccio Bongiovanni, inconfondibile con la sua camicia aperta sul petto villoso e la magliettina a proteggere l’arietta sulle spalle. Il marpione finge di non vedere le occhiate minacciose di Luana, e si affanna intorno alla russa nel suo stile accalappia-turiste-a-Brisighella.
Ad un tratto la luce sul palco si affievolisce, ed uno spot illumina la scalinata dietro al palco. Si apre il sipario e, coperta dai grandi ventagli in piume di struzzo sventolati dai due boys Petr e Ivan discende con movenze fatali lei, l’etoile, fasciata da un abito di lamè, con lunghi guanti di seta ed in testa un turbante a forma di ananas: poi, sull’ultima nota di Johnny, i ventagli si scostano e nonna Pina, ritornata per un giorno Wanda, si dona ai suoi ammiratori e con voce roca intona:
Ya no estas mas a mi lado corazón
En el alma sólo tengo soledad
Y si ya no puedo verte
Por qué Dios me hizo quererte
Para hacerme sufrir mas

Ad un tavolino del ristorante è seduto un uomo anziano, abbronzato, con un Panama in testa ed un sigaro Cohiba Siglo II in bocca. Pepe Secundo ascolta rapito nonna Pina, e si accorge appena della prosperosa cameriera Manuelona che, sfoggiando un seno della quinta misura abbondante, gli posa davanti una bottiglia di rhum, un bicchiere ed una ciotola di noccioline salate.

Siempre fuiste la razón de mi existir
adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba
el amor que me brindaba
el calor de tu pasión.

All’improvviso dal fondo della strada si sente lo smarmittare di una Ape Car Piaggio, sul cui cassone svetta una mulatta considerevole, che incita il guidatore ad affrettarsi.
«Miguel, cabròn, tra tante macchine che c’erano proprio esta scatoletta dovevi rubare!» lo apostrofa Paio.
«Ma mi amor, è l’unica che potevo guidare senza patente. Se ci fermavano i vigili?» risponde il giardiniere, ligio alle regole della strada.
«Mierda a todos los guardias de tráfico!» esclama Paio, esasperata. «Y mierda para ti!» poi, scorgendo una figura ben conosciuta:
«Eccola là, quella sciacquetta! Ferma immediatamente Miguel, fammi scendere!» ordina la cubana. Miguel, preoccupato, cerca di trattenerla:
«Por favor, amor, non farlo…» ma Paio si è già lanciata sulla pista, mentre il pappagallo Flettàx, sentito l’odore di noccioline, si dirige svolazzando verso il tavolo di Pepe Secundo.

La sagoma della cubana, in canottiera e gonnellina rossa, si staglia in mezzo alla pista, mentre i ballerini si spostano per farle largo.
Olena la vede arrivare, si ferma e la aspetta. Paio le si piazza davanti, e con un sorrisetto la sfida: «Fammi vedere adesso quello che sai fare…»
Olena la fissa negli occhi, e le dice: «Non ti è ancora bastato, vedo…» poi abbranca Puccio e gli sibila in un orecchio: «Preferisci morire ballando o facendo amore?» al che Puccio trova più allettante rispondere: «Facendo l’amore, ma…» e mentre Paio si è già messa in posizione con Miguel, Olena gli ordina: «Allora vedi di ballare bene, finuocchietto»

Es la historia de un amor
Como no hay otro igual
Que me hizo comprender
Todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Hay que vida tan obscura
Sin tu amor no viviré

Pepe si mangia con gli occhi la sua amata Wanda, mentre Flettàx gli mangia le noccioline.
«Che mujer!» commenta tra sé e sé, chiedendosi cosa sarà mai quella bevanda che ha davanti.

The End

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«O saggio Po, un cruccio mi attanaglia»
Il vigoroso Svengard, il norreno che ha trovato un posto nel cuore della Calva Tettuta dopo la dipartita del Cavaliere, cammina avanti e indietro di fronte al cinese Po, che sta svolgendo i consueti esercizi di Tai-Chi nella posizione del babbuino artritico.
Il confuciano poggia entrambe le gambe a terra prima di rispondere al biondo vichingo.
«O glande uomo del nold» risponde il saggio «Sei ploplio siculo che sia un cluccio ad attanaglialti? Di solito il cluccio allovella, il dubbio attanaglia. Che ti cluccia, comunque , o glande?»
«Maestro» risponde un accorato Svengard, sorvolando sull’aggettivo usato dal cinese, «tu che conosci i più reconditi anfratti dell’animo umano, aiutami»
«Se posso, mio amico, lo falò volentieli. Anche nel mio intelesse, è una settimana che spacchi legna, tla poco il boschetto salà diventato un campo da golf. Dimmi pule, dunque» lo invita Po.
«Po, in nome delle antiche scorribande in risció, rispondi a questo quesito: sai dirmi per quale motivo in questa storia hanno partecipato cani e porci, e solo io sono rimasto a spaccar legna?»

Ferragosto con Olena (XVIII)

Il convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio è situato in una collinetta che sovrasta Ladispoli. Per arrivarci c’è un’unica strada sterrata, dove a fatica si incrociano due auto.
Il convoglio di quattro pick-up Toyota si avvicina, alzando una nuvola di polvere.
Dal campanile della chiesetta suor Pulcheria, posta a vedetta munita di binocolo, li vede arrivare e comunica con la radio-trasmittente:
«Stanno arrivando. Passo.»
«Suor Pulcheria non giocare alle spie. Scendi subito e vai al tuo posto. Passo e chiudo»
I pick-up varcano l’arco del cortile, delimitato da un alto muro di cinta, e si dispongono a raggiera, ad una decina di metri l’uno dall’altro.
Gli occupanti scendono e si dispongono dietro, al riparo, con le armi spianate.
Poi, ad un cenno del capo, due di loro si staccano e si avviano verso il portone, dove bussano con decisione con il pesante battente di metallo.
Si sente uno scalpiccio di passi, poi si apre uno sportellino e compare la faccia angelica di suor Burialda, che amorevolmente chiede:
«Pace e bene, fratelli. Cosa vi guida al nostro convento?»
Uno dei due, sgarbatamente, risponde: «Suora, siamo venuti a prendere quello che sapete. Apriteci e consegnateci il Santone, e nessuno si farà male»
La suora guardiana sfodera il suo miglior sorriso, e risponde modestamente: «Temo, cari fratelli, che questo non sia possibile…»
All’udire la risposta l’uomo comincia ad inveire: «Che dici, corvaccio! Apri immediatamente o ti faccio saltare la porta!» e si avvicina minacciosamente alla finestrella, trovandosi però davanti la canna di un AK-47 Kalashnikov con la quale l’esperienza gli suggerisce di non avere discussioni.
«Ma che diavolo…» scappa detto al soldato che, cominciando ad intuire che qualcosa non sta andando secondo i piani, si gira verso il capo per ricevere istruzioni.
Quasi simultaneamente dal campanile, dalle stalle, dal boschetto alle spalle e da una feritoia nel muro di cinta quattro razzi vanno a colpire i pick-up, facendoli saltare in aria.
E’ solo il segnale dell’inizio di una fitta sparatoria; gli uomini nel cortile si trovano sotto un tiro incrociato che li martella; quelli che non sono caduti cercano di riorganizzarsi e guadagnare l’uscita.

Nella cantina il Vescovo Ardizzone grida all’assistente: «Che diamine stanno facendo là fuori, don Martino, le prove dei fuochi artificiali? Vedi che succede a lasciare troppa autonomia alle donne, altro che sacerdozio e balle simili! Vorrei sapere chi paga il conto!» poi, sconsolato, prende dalla rastrelliera una bottiglia, la stappa, si siede sulla panca ed inizia a bere.

Dalla torretta del Panzer V Panther appostato al di fuori del convento, una vecchietta osserva beffarda lo stupore degli uomini che, credendo di essere ormai in salvo, si trovano invece davanti un carro armato della Seconda Guerra Mondiale. La vegliarda spara una raffica di mitragliatrice ai piedi dei fuggitivi, giusto per far capire che aria tira, scaracchia potentemente e poi intima loro:
«Mettete giù le armi, finocchietti. I miei amici qua dentro hanno una gran voglia di provare il cannone, io li ho sconsigliati perché potrebbe anche scoppiare ma sapete, gli anziani sono testardi…» li sfida ridacchiando.
I russi, vista ormai la mala parata, buttano le armi e si inginocchiano con le mani dietro la testa.
«Ecco, bravi. Vedo che sapete già come si fa» dice nonna Pina, e da dietro il carro sbucano Oscar ed Agostino, che imbracciando dei mitra si affrettano a prendere in consegna i prigionieri. Dalla torretta sbuca il testone di Armando:
«Ve l’avevo detto che questo gioiellino prima o poi ci sarebbe servito…» accarezzando il panzer che ha tenuto nascosto per decenni nel magazzino degli attrezzi.

I pochi uomini rimasti in piedi, dentro al cortile, si stringono intorno al capo.
Il silenzio che è calato, rotto soltanto dal rumore delle fiamme che avviluppano le auto, è spezzato ad un tratto da una musica che prorompe dall’altoparlante piazzato sul campanile.
Союз нерушимый республик свободных
Сплотила
навеки Великая Русь.
Да
здравствует созданный волей народов
Единый
, могучий Советский Союз!¹
I russi si guardano in faccia, sconcertati: che diamine c’entrano le suore con l’inno dell’Unione Sovietica?

Aprendo la seconda bottiglia di Grechetto il Vescovo Ardizzone ascolta risuonare l’inno e commenta: «Cazzo, don Martino, i comunisti hanno preso il convento. Povere suore, faranno la fine dei chierichetti» poi, porgendo un bicchiere all’assistente, gli dice: «Bevi don Martino, prepariamoci alla resistenza!»

Nella sorpresa generale, la porta del convento si apre e ne esce una piccola delegazione: davanti, sventolando una bandiera rossa, Ljudmila in minigonna con in testa la corona di Galla Placidia; seguita da Ivan, Petr, e Victor, che reggono un lanciarazzi ciascuno.
Il gruppetto si ferma per far passare quello che è in tutta evidenza il loro comandante; la musica si interrompe e, fieramente, il capitano Olena Iosifovna Smirnova, in divisa dell’Armata Rossa, avanza verso i superstiti. Olena fissa freddamente gli uomini davanti a sé, che indietreggiano timorosi; solo uno rimane al suo posto, sostenendo il suo sguardo. Olena lo squadra impassibile, poi con voce gelida lo saluta:

«Bentornato, colonnello Levchenko» sottolineando con disprezzo il grado dell’uomo.
«Olena?» dice il russo, portandosi una mano alla fronte a coprire il riverbero del sole. «Un’entrata scenografica, complimenti… hai pensato a tutto, come al solito… persino la bandiera, vedo» constata Levtchenko, con una risatina nervosa.
«Proprio così, Evgeni… la mia bandiera non è cambiata, a differenza di qualcuno…»
«Capisco, naturalmente… il capitano Smirnova, l’incorruttibile. E quei traditori?» chiede indicando i suoi tre ex-sodali. «Come hai fatto a convincerli?»
«Dovresti dirmelo tu, caro Evgeni, sei tu l’esperto di tradimenti… mi è bastato di minacciarli di fargli esplodere la microcarica esplosiva che gli ho fatto inghiottire, sai com’è, a volte basta un piccolo incoraggiamento… a te invece cos’è servito, Evgeni?» chiede Olena con la voce carica di delusione.
«Olena, lascia che ti spieghi…» prova a dire il colonnello.
«Taci!» intima la donna. «Cosa vorresti spiegare? Hai fatto credere di essere morto, hai tradito e venduto tutti i tuoi compagni, per che cosa Evgeni, eh, per che cosa?»
«Tu non sai di che parli, mia cara… siamo stati traditi tutti, tutti! Solo gli stupidi come te non se ne sono accorti! Un attimo prima eravamo tutti sovietici, e un attimo dopo abbiamo cominciato a spararci addosso! Che ne era rimasto del nostro sogno, della nostra grandezza? Nazionalisti, integralisti, accaparratori… e io avrei dovuto farmi ammazzare per questo, mentre banditi e mafiosi rubavano, arricchivano, prosperavano? Ho tradito, dici? Si, qualcuno è morto, danni collaterali, sarebbero morti lo stesso e se non fossero morti in guerra sarebbero morti comunque al ritorno, gonfi di vodka fino a farsi scoppiare il fegato… No cara, non era certo quello il mio destino!»
«Il tuo destino?» commenta Olena con disprezzo. «Il tuo destino era quello di diventare un ladro, un traditore, un assassino? Senza nessun onore, nessuna morale?»
«Ah, ah, come siamo diventati sentimentali! Morale, dici… non mi pare che tu ti sia mai tirata indietro quando c’è stato da far fuori qualcuno…» dice sarcastico il russo.
«Io ero un soldato!» grida Olena, fremendo di indignazione. «Combattevo per la mia Patria, mentre quelli come te la vendevano pezzo a pezzo! Io facevo il mio dovere!»
Evgeni applaude, lentamente. «Ma che brava… eppure, cara mia, non siamo tanto diversi, noi due…c’è chi è nato per dominare, e chi per essere dominato.» Poi, avvicinandosi, le sussurra all’orecchio: «Sei ancora bella, Olena… ti ricordi come ci sentivamo quelle sere, nudi nella neve, dopo la sauna? Come pulsava il sangue nelle vene? Eravamo vivi, Olena, vivi! Possiamo esserlo ancora, insieme, tu ed io… torna con me Olena, ti ricoprirò d’oro, lascia stare questi pezzenti!» dice il russo, indicando le suore ed i vecchi che si sono fatti intorno.
Olena alza il viso verso il sole, ed un raggio si riflette nei suoi occhi azzurri e va a colpire il volto rugoso dell’ex-colonnello.

«L’uomo che amavo,» scandisce lentamente «mio marito, Evgeni Nikolaevič Levchenko, è morto in Cecenia. Era un eroe. Qui vedo solo un patetico omuncolo accecato dall’avidità… un assassino, un torturatore, un sadico, un pazzo senza dignità. Uno squallido rinnegato sottomesso al dio denaro, ai soldi…»
«Soldi! Si!» ruggisce il colonnello, raddrizzando le spalle. «Macchine, donne, gioielli, opere d’arte, perché dovrei lasciarle a chi non le merita, a chi non sa gustarle? A chi non le apprezza, non le capisce, non ne è degno! Io lo voglio, lo merito! Guardati, Olena! Potresti passare tutte le tue sere all’Opera, in vacanza ai Caraibi, cenare nei migliori ristoranti, e sei qui, con delle monache! Ed il pazzo poi sarei io! Ah, ah, ah!» ed il colonnello conclude con una risata di scherno il suo monologo.

Olena rivolge uno sguardo all’uomo che ha davanti con un’espressione che assomiglia alla compassione. Gli si avvicina, ed estrae dalla tasca destra della giacca una medaglia attaccata ad un nastrino.
«Colonnello, questa è la medaglia al valore che mi è stata data dopo la vostra morte. Ve la restituisco» e gliela appunta al petto.
Poi estrae dalla fondina la sua fedele Tokarev TT-333 e mormora: «E’ finita, Evgeni. Tra poco arriverà la polizia, passerai il resto della vita in carcere». Gli punta la pistola in fronte, ma poi ci ripensa, la gira e gliela mette in mano.
«C’è un colpo solo, Evgeni. Fai la cosa giusta». Lo bacia velocemente e si allontana, voltandogli le spalle.
Evgeni Levchenko, con la pistola in mano, rimane per un attimo pensieroso. Poi prende una decisione, alza la pistola ed avvicina la canna alla bocca, ma all’improvviso una smorfia di odio gli stravolge i lineamenti, punta la pistola verso la schiena di Olena e spara.

Le suore assistono inorridite; Olena, sorpresa, si gira lentamente, ma ancora in tempo per cogliere lo stupore dipinto sulla faccia del suo ex marito, e la macchia di sangue che si allarga sotto la decorazione che gli ha appena appuntato.
«Devo essermi scordata di caricare la pistola come mi avevi detto» dice suor Pulcheria stringendosi nelle spalle, mentre Virginio Tempesti detto il Santone stringe ancora in mano la pistola con la quale ha fulminato l’assassino di sua moglie.

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¹ La Grande Russia ha saldato per sempre
Un’unione indivisibile di repubbliche libere!
Viva l’unica e potente Unione Sovietica
Fondata dalla volontà dei popoli!
(tratto da Inno dell’Unione Sovietica – versione del 1944. Fonte: Wikipedia)

Ferragosto con Olena (XVII)

«Animali che non siete altro, avete portato la suora a casa mia? In modo che la polizia possa collegare a me tutta questa faccenda? Voi siete dei pazzi, dovrei spararvi seduta stante e sciogliervi nell’acido! Vi ha visto qualcuno arrivare fin qua?» chiede il russo, esasperato.
«Nessuno, capo…» risponde Ivan, a testa bassa «siamo andati direttamente nel parcheggio sotterraneo, e da lì abbiamo preso l’ascensore»
«Il parcheggio…» pensa il capo, ripromettendosi di cancellare le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Prende un grosso respiro, resistendo all’impulso di far fuori su due piedi i suoi scagnozzi, e poi ordina:
«Adesso voi due, idioti, statemi bene a sentire e fate esattamente quello che vi dico. Tu, Petr, raduna immediatamente la squadra, andiamo al convento»
«La squadra?» chiede Petr preoccupato. «Tutti quanti? Ma signore, sono solo delle suore!»
«Non discutere i miei ordini!» urla il russo alzandosi in piedi e sbattendo le mani sulla scrivania. «Non voglio sorprese, hai capito? Deve essere un lavoro pulito, non dobbiamo lasciare niente al caso, sorvegliare le entrate, bonificare l’area, e alla fine niente testimoni, è chiaro adesso? Quel maledetto mi ha preso in giro, ma adesso la pagherà cara! Muoversi, scattare! E tu invece…» dice rivolto a Ivan
«Fai sparire la vecchia. Non voglio sapere come, non voglio sapere dove, ma deve sparire!»
«Ma capo, ehm, signore, devo farlo qui? Proprio qui?» chiede Ivan guardandosi intorno.
Il loro datore di lavoro alza gli occhi al cielo.
«Parola mia, non posso crederci. Allora, ti dico per filo e per segno quello che devi fare: prendi la vecchia, la porti in garage, la metti nel portabagagli, poi vai in un posto disabitato, le spari e le dai fuoco. Ci vuole tanto?»
«Ah, ecco. Così è chiaro» conclude Ivan. Poi un dubbio gli attraversa la mente:
«Ehm, e con Ljudmila che dobbiamo fare, capo… signore?»
«Ljudmila? Che c’entra Ljudmila, adesso?» ringhia il capo.
«Ljudmila l’ha vista, signore…» si giustifica Ivan.
Il russo fissa il suo sottoposto, indeciso se usare la Beretta che ha poggiato sul tavolo, poi decide per il momento di soprassedere. Scuotendo la testa, sospira: «Ljudmila… è laureata in astrofisica, da non credere, vero? E adesso per colpa di due deficienti dovrò far fuori anche lei…» poi riprendendo il suo tono autoritario chiama:
«Ljudmila!»
Dopo pochi secondi compare la ragazza.
«Si, zietto?» risponde la bielorussa cinguettando.
«Ljudmila vestiti, che devi accompagnare la vecchia suora nel bosco con questo mio amico»
«Con babbo natale?» chiede maliziosa la ragazza. «Ma certo zietto, devo vestirmi da Cappuccetto Rosso? »
«Non c’è bisogno, sarà una cosa veloce, Metti sopra una maglietta e vai»
«Come vuoi tu, zietto» risponde Ljudmila, corrucciata per non poter dare sfoggio ad una delle sue mise.

Il vescovo Ardizzone varca finalmente la soglia della cantina magnificatagli dall’amico abate, e trova ciò che vede buono e giusto. Decine di botti perfettamente allineate seguite da una sfilza di bottiglie messe ad invecchiare: il paradiso!.
«Visto superiora, ci voleva tanto?» dice a suor Matilda con aria soddisfatta. Le suore, sorprese, si scambiano uno sguardo interrogativo.
«Dove diavolo sono finiti tutti?» chiede sottovoce suor Matilda a suor Emerenziana, mentre l’assistente del vescovo inizia a controllare l’inventario.
Un luccichio in un angolo attrae l’attenzione del Vescovo. Si china a raccogliere l’oggetto e se lo passa davanti agli occhi, sorpreso:
«E questo che ci fa qui?» mostrando alle suore il bossolo di un proiettile calibro 9.
«Porca miseria non li avrà mica davvero infilati nelle botti» pensa tra sé suor Matilda, che tuttavia recupera immediatamente il sangue freddo e risponde al suo superiore:
«Oh, questo? Non ci faccia caso, Eccellenza, ogni tanto ne salta fuori qualcuno. Sa, qui durante la guerra sono passati i tedeschi, battaglie scaramucce attacchi ritirate, capisce? Ogni tanto esce fuori un vecchio bossolo. Dia qua, ci penso io» e così dicendo toglie di mano il bossolo al Vescovo e se lo mette in tasca.
Il Vescovo, sconcertato, risponde:
«Lo tenga pure suor Matilda, ma siete sicura che questi siano gli unici reperti bellici, avete controllato bene? Non vorrei che ci fossero in giro anche armi o bombe inesplose o qualche altra diavoleria. Forse è meglio chiamare i carabinieri a controllare, loro hanno gli strumenti adatti, i cani…»
«Ma no eccellenza, perché disturbare le forze dell’ordine, che hanno già tanto da fare? Probabilmente questo era conficcato nel muro, e qualche assestamento l’avrà fatto cadere…»
«Assestamento dice?» si chiede dubitativo Ardizzone. «Si, può essere.» poi pensando alla Zuppa Imperiale, richiama l’assistente:
«Don Martino, qui allora abbiamo finito, giusto? Direi di passare alle celle, adesso» e prima che l’assistente possa protestare si avvia verso l’uscita.
In quel momento il silenzio è rotto dal suono anacronistico di una sirena antiaerea. Le due suore si guardano strabuzzando gli occhi ed a suor Emerenziana scappa un «Ca…volo, il segnale…»
Il Vescovo, frastornato, chiede:
«Che cos’è questo pandemonio suor Matilda? Che vuol dire tutto questo?»
«Niente di cui preoccuparsi, Eccellenza, è la suora vivandiera che avvisa che il pranzo è pronto. Vogliamo appropinquarci? Magari le celle le visiterete più tardi» improvvisa suor Matilda.
«Si, andiamo, andiamo, ma faccia cessare questo fracasso!» ordina il Vescovo.
«Subito, Eccellenza, faccio strada, con permesso». La Superiora si avvia per le scale seguita da suor Emerenziana e prima che il Vescovo e don Martino escano dalla cantina quest’ultima, con una manata, chiude la pesante porta.
Il Vescovo, superato il primo momento di stupore, urla con il suo vocione: «Suor Matilda! Che scherzi sono questi, aprite immediatamente questa porta!»
«Mi scusi Eccellenza, è stata una corrente d’aria, apro subito» risponde suor Matilda, poi armeggia con la chiave finché non si sente un “tac” sospetto.
«Suor Matilda, ci tiri fuori di qua, ho detto!»
«Sono mortificata, Eccellenza, ma la chiave si è spezzata nella serratura… dovremo far intervenire un fabbro, andiamo immediatamente a chiamarlo…» e sale verso il piano superiore, lasciando il Vescovo esterrefatto a declamare una sfilza di improperi in latino.

Miguel, Paio Pignola, il pappagallo Flettàx ed il camionista ceco Pavel Zatopek stanno percorrendo la litoranea verso Capalbio dove il camionista deve consegnare, per conto della ditta Svoboda, una partita di liquore Becherovka molto amato dai frequentatori di quelle spiagge.
L’autotrasportatore osserva con interesse le lunghe gambe di Paio che sbucano dalla succinta minigonna, cercando di capire il legame tra la stangona mulatta ed il frivolo accompagnatore. I due infatti, da quando li ha fatti salire perché il loro camioncino della lavanderia era in panne, non hanno fatto che litigare e l’autotrasportatore considera se tra i due litiganti non ci sia modo di godere. Peccato che la lingua non gli consenta di capire quello che i due si dicono, altrimenti avrebbe sentito i due insolentirsi:
«Miguel, ora mi sono ricordata perché ti avevo lasciato. Sei un deficiente, e non solo dal punto di vista fisico» dice Paio, squadrandolo in maniera poco lusinghiera, e continua: «Perché non hai fatto il pieno, si può sapere?»
«Mia querida,» risponde i l giardiniere «siamo partiti così in fretta che ho dimenticato tutto, e tra l’altro ho lasciato a casa anche il portafoglio con soldi e patente.» Poi, notando gli sguardi del camionista, suggerisce: «Però vorrei chiederti, mia querida, di non sventolare così il gonnellino, altrimenti l’autista potrebbe insospettirsi»
«Ma che stai dicendo?» insorge la cubana. «Io sventolo quanto mi pare e piace! Non ho niente da nascondere, io!» dimenticando forse il particolare non proprio secondario di non essersi ancora sottoposta all’operazione di cambiamento di sesso.
Pavel comunque non sospetta niente, è solo leggermente confuso, quasi affascinato, dai lunghi piedi della mulatta, 44 o giù di lì, ed ogni tanto con la scusa di cambiare marcia allunga le mani verso le cosce muscolose della salsera.
Miguel osserva mortificato i maneggi del ceco ed i sorrisetti che Paio gli lancia di traverso: il suo sangue ribolle, ma essendo sprovvisto di documento di guida è costretto a sopportare.
«Cornuto!» gracchia Flettàx, con tutto il tatto di cui dispone un Ara Macao padano.

«James caro, il tuo outfit da cappellano militare è perfettamente azzeccato. Mi ricordi Henry Fonda in “C’era una volta il West” ma con molti più bottoni. E’ vero che i bottoni non sono comodissimi in caso di necessità urgente, ma l’insieme è molto elegante. »
«La ringrazio signora, l’ho trovato nella sagrestia e per combinazione è proprio della mia misura. Anche il suo abito è appropriato, se posso esprimere la mia opinione» dice il maggiordomo, ammirando la tuta mimetica in sfumature autunnali della Calva Tettuta, completata da un paio di stivali con la zeppa di Vivienne Westwood.
«Grazie James, temevo che fosse troppo quaresimale» poi si guarda intorno con circospezione e cambia discorso:
«Senti James, volevo chiederti una cosa»
«Dica signora, se posso essere d’aiuto»
«Ma questa cosa» e così dicendo si guarda intorno indicando il convento «non sarà un tantino al di sopra delle nostre possibilità? Voglio dire, le suore in quanto a preparazione militare lasciano un po’ a desiderare. Tra l’altro tendono ad empatizzare con il nemico, ama il prossimo tuo, porgi l’altra guancia non so se mi spiego, forse era meglio chiamare dei professionisti»
«Natascia è stata scrupolosa nella preparazione, signora, non dovrebbero esserci intoppi»
«Si James, ma Natascia è Natascia… ad esempio, prendiamo te, James. Sei un ottimo maggiordomo, direi anzi perfetto, ed in più di una occasione hai mostrato di avere coraggio da vendere, ma sei addestrato per queste evenienze? Voglio dire, hai un curriculum vitae adeguato?»
James annuisce con modestia.
«In effetti signora mi rendo conto di aver omesso una piccola parte del mio excursus professionale, un periodo che ho ritenuto non significativo rispetto alle mansioni da svolgere»
«Ah davvero James? E quale sarebbe questo excursus su cui hai, diciamo, sorvolato?» chiede Gilda con una punta di rimprovero.
«Ecco, signora, ho svolto il servizio militare come guardiamarina. Diciotto mesi di ferma, addestramento alla navigazione ed agli armamenti, mesi passati a battere il mare in lungo e largo» rimembra il maggiordomo sognante.
«Guardiamarina? James, tu non finisci mai di stupirmi. Per la divisa bianca, vero? Elegante, non c’è che dire. Tuttavia James vorrei farti notare un piccolo particolare che forse ti è sfuggito»
«Davvero, signora? E quale?»
«Non vedo acqua qua intorno, James. Potrebbe essere difficoltoso veleggiare.»
«Oh, senza dubbio signora, ma volevo solo dire che la disciplina militare non mi è sconosciuta»
«Ottimo allora, mi sento più serena, e ad ogni modo tra poco vedremo come andrà a finire. Prendi comunque questo biglietto, è il numero della Delta Force Rana, in questo momento quei ragazzotti si trovano in Arabia Saudita per indagare sullo strano caso di giornalisti scomodi usati come ripieno per tortellini, ma in un paio di orette possono essere qua operativi»
«Davvero tranquillizzante, signora. A proposito di arabi, preparerei un caffè con una miscela fifty-fifty, la gradisce?»
«Grazie James, sei un tesoro»

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Ferragosto con Olena (XVI)

«Eccellenza, non vorrebbe iniziare l’ispezione dalle cucine? La nostra suor Germana sta preparando la zuppa imperiale, ci farà l’onore di restare a pranzo con noi?» chiede suor Matilda, cercando di prendere tempo. Il Vescovo Aliprando, tutt’altro che insensibile alle tentazioni culinarie, sentendo attivarsi la salivazione, si informa con finta indifferenza:
«Zuppa Imperiale? Con il brodo di carne, intendete?»
«Certamente, eccellenza» risponde la Superiora «secondo la ricetta originale della Vecchia Scuola Bolognese» lanciando un sorrisetto speranzoso alle altre suore.
Il vescovo si rischiara la gola, propenso ad accettare immediatamente l’invito, ma un’occhiata del segretario lo richiama agli obblighi della sua funzione.
«Ebbene, cara suor Matilda, dite pure alla cuoca di aggiungere un posto a tavola… ma prima il dovere, su, fatemi strada verso le cantine»
«Non vorreste magari cominciare dalle celle delle suore?» propone speranzosa la suora.
«Suor Matilda, per la miseria!» intima il Vescovo con il suo vocione «se ho detto cantine sono cantine, su, non fatemi perdere tempo! Sembra quasi che non vogliate farmele vedere, le vostre cantine! Ah, ah, non ci avrete mica nascosto qualche scheletro?» chiede Ardizzone scherzando, non cogliendo gli sguardi preoccupati delle monache. Suor Matilda cede:
«Come vuole Eccellenza, lo dicevo solo perché nelle cantine c’è fresco, e non vorrei… come non detto, le faccio strada. Suor Emerenziana, potete accompagnarci per favore?» chiede la badessa, pensando che un paio di mani abituate a distribuire sberloni possano essere utili.
L’anziana suora alza gli occhi al cielo ed annuisce, seguendo i due per le scale che portano al piano inferiore, non mancando di farsi un segno della croce rivolgendo un appello al Beato Turoldo.

Nell’ampia sala dell’attico di un elegante palazzo in stile Liberty in viale Tiziano, nel quartiere Flaminio a Roma, un uomo seduto ad una scrivania su una poltrona in pelle del costo superiore al minimo Isee necessario ad ottenere il reddito di cittadinanza, scuote la testa e la cenere del sigaro Davidoff Nicaragua Toro che stringe tra le dita. Con una smorfia di disappunto si rivolge alla ragazza presente nella stanza, che solo un occhio poco allenato potrebbe scambiare per la sua segretaria.
«Ljudmila, portaci una bottiglia di vodka, e poi vai di la a pitturarti le unghie» le ordina l’uomo.
Ljudmila Attikova, ventottenne bielorussa, stiracchia il suo metro e ottanta di sensualità e si alza dal divano dove, in shirt e reggiseno, stava distesa sfogliando l’ultimo numero dell’edizione russa di Vogue.
«Subito, zietto» mormora con voce roca all’orecchio dell’uomo, e si avvia ondeggiando verso la cucina dove si trova il capiente frigobar.
«E ti ho detto di non chiamarmi zietto» le grida dietro l’uomo seduto alla scrivania, scuotendo ancora la testa.
«Come vuoi, zietto» risponde la bellezza, con un sorrisetto impertinente.

L’uomo alza lo sguardo verso le due persone in piedi dall’altra parte della scrivania, incredulo.
«Si può sapere che vi è successo, deficienti? E il vostro compare, dove lo avete lasciato?»
Ivan Kozlov e Petr Prostakov, l’uno con una mano fasciata e l’altro con un vistoso cerotto sul naso ed entrambi gli occhi neri, in piedi a capo chino, con le mani dietro la schiena, si scambiano un’occhiata preoccupata.
«Abbiamo avuto un incidente stradale…Victor è all’ospedale» cerca di giustificarsi Ivan.
«Degli idioti, siete degli idioti!» urla l’uomo. «E cos’è che vi siete messi, perché diavolo vi siete vestiti da Santa Klaus? E’ una tua idea, vero caporale?»
Ljudmila rientra, reggendo un vassoio con sopra una bottiglia di Pertsovka ghiacciata e tre bicchieri, lo poggia sulla scrivania, e dopo aver lanciato uno sguardo malizioso ai due ospiti commenta:
«Carini i tuoi amici, quest’anno il rosso va molto di moda» ed ancheggiando lascia la stanza, spargendo dietro di sé una scia di Black Opium e feromoni.

Ivan deglutisce e continua:
«Ecco, boss, siamo stati al convento come voi ci avete ordinato, ma…»
L’uomo sbatte il palmo della mano che non regge il sigaro sul tavolo e urla:
«Ma? Che significa, ma? Non tollero ma! Vi ho affidato un compito, l’avete portato a termine, si o no? Non voglio sentire scuse, e non ammetto fallimenti, mi conoscete! E chiamami signore, che boss sa di mafioso! Ti sembro un mafioso, io? Io sono un uomo di affari!»
Petr, al quale sotto al costume il sudore ha cominciato a scorrere lungo la schiena, viene in aiuto del suo compagno:
«Signore, è andata così… ci siamo presentati al convento, fingendo di essere incaricati del gas… »
«Del gas? Vestiti in quel modo?» chiede sospettoso il capo.
«Ehm, abbiamo detto che c’era una promozione speciale, le suore ci hanno fatto entrare senza sospettare niente. Molto simpatiche le suore, ci hanno anche firmato un contratto»
L’uomo d’affari, non soddisfatto dalla piega del colloquio, estrae dal cassetto una Beretta APX Combat, con la quale inizia a giocherellare. Capita l’antifona, Ivan decide di vuotare il sacco:
«Signore, abbiamo dovuto torchiare un po’ le suore…»
«Oh, adesso si ragiona. Continua, su!» lo invita l’uomo col sigaro, con un cenno di approvazione.
«Non volevano parlare, ossi duri… così abbiamo dovuto sparare alla più vecchia»
«Danni collaterali, vai avanti»
«Così si sono ammorbidite… e abbiamo saputo che quello che ci avete mandati a cercare non c’è, ma tornerà questo fine settimana»
«Ottimo! E troverà una degna accoglienza…» sibila l’uomo. Poi un pensiero gli attraversa la mente , e chiede ai sui sottoposti:
«Vi siete assicurati che i testimoni non possano parlare?»
«Ecco, boss, ehm, signore… abbiamo pensato che far sparire tutte le suore sarebbe stato un po’ sospetto… allora abbiamo preso un ostaggio» dice Ivan, sperando la loro iniziativa sia gradita.
«Un ostaggio? Si, può essere una buona idea… e dove l’avete nascosto?»
Ivan e Petr si guardano, rendendosi conto di non aver considerato un piccolo particolare. Il capo poggia il sigaro sul portacenere, si alza lentamente dalla poltrona appoggiandosi alla scrivania e, fissando negli occhi i due babbi natale, li interroga:
«Non lo avrete mica portato…»

In cucina intanto Ljudmila ha stappato una bottiglia di Blanc de Blanc, ed ha riempito due calici. La sua ospite, una suora minuta dall’aspetto centenario, raschia la gola, solleva il calice ed osserva la fontanella di bollicine salire dal fondo, e con un cenno di approvazione dice:
«Grazie figliola, io veramente preferisco il Franciacorta, ma se non c’è di meglio…come hai detto che ti chiami, figliola?»
«Mio nome Ljudmila… e vostro nome, sorella?» chiede la ragazza, curiosa.
La suora sorride stringendo gli occhi e, prima di buttare giù il bicchiere di champagne tutto d’un fiato, risponde:
«Chiamami pure Pina. Nonna Pina»

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Ferragosto con Olena (XV)

Nella cantina del convento, seduti sulla panchina alla quale sono legati, Ivan Kozlov e Victor Gusev si lanciano un’occhiata impaurita, scostandosi per quanto possibile dal loro amico Petr Prostakov che, con un sorrisetto beffardo dipinto sul volto, sta sostenendo lo sguardo di Olena che sembra aver perso per un attimo la consueta fermezza.
La russa è costretta a prendere un lungo respiro e poi, con calma gelida e battendosi lo scudiscio su uno stivale, si rivolge a Petr scandendo bene le parole:
«Che. Cosa. Hai. Detto?»
Petr, messa da parte la sua baldanza, deglutisce e cerca con la coda dell’occhio l’aiuto di Ivan e Victor, che a cenni gli suggeriscono di non continuare. Petr esita, ponderando i pro ed i contro di una ritrattazione parziale, quando Olena decide di dargli un aiutino assestandogli prima un pagnottone a mano aperta sull’orecchio sinistro facendolo lacrimare, e poi chiedendo gentilmente a Nonna Pina:
«Babushka, potete lasciarci soli un attimo, per favore?

«Gilda, ma sarà prudente lasciare suor Katiuscia, ehm, cioè, la tua ragazzona, da sola con quei brutti ceffi?» chiede una preoccupata suor Matilda, seduta alla grande scrivania del suo studio, alla vecchia amica.
«Non preoccuparti Marisa, l’ho vista con i miei occhi suonare un fottìo di cinesi come zampogne, figurati se le mettono pensiero tre babbi natale. Spero solo che non decida di buttare quei tizi dentro una delle tue botti, mi dispiacerebbe far andare a male del vino così buono.»
«Nelle botti? O Signore benedetto» – commenta la Superiora – «Speriamo almeno che li infili in quelle in fondo al corridoio, lì c’è l’aceto» conclude, facendosi il segno della croce.

La calma della discussione viene interrotta dall’improvvisa irruzione di Suor Burialda, la portinaia, seguita a ruota dalla giovane Suor Pulcheria.
«Superiora, Superiora! Non è colpa mia! Ci ho provato, ma non c’è stato niente da fare, non ce l’ho fatta a fermarli!» dice la suora, affannata e rossa in volto.
«Ma che dici Burialda, ma certo che non è colpa tua. Come potevi fermarli, erano pure armati! Preghiamo piuttosto il nostro Protettore, il Beato Turoldo Cesanese del Piglio, che le cose non siano andate peggio!»
«No reverenda madre, non dicìo de quilli» continua concitata la guardiana, passando al dialetto. «Non gliel’ho fatta a ‘vvisavve, issi non m’ha dato tempu, è ‘bboccati e …»
«Per la miseria Burialda ma che diamine stai dicendo, non capisco un accidente!» sbotta Suor Matilda.
«Suor Burialda voleva dire, reverenda Madre» interviene Suor Pulcheria dal di sotto dei suoi baffetti, «che è arrivato il…»

«Sua Eccellenza il Vescovo!» annuncia suor Emerenziana, affacciandosi sulla soglia dello studio con l’espressione di chi pensa: “E mo’ sono tutti cavoli nostri”, e mettendosi poi di lato alla porta per godersi la scena.
Suor Matilda sgrana gli occhi, impietrita, ma riprende subito il controllo, si alza dalla scrivania e indossato il miglior sorriso d’ordinanza avanza di tre passi verso il Vescovo. Infine, prima di inginocchiarsi a baciare l’anello cinguetta:
«Vescovo Ardizzone, ma che sorpresa! Qual buon vento la porta da queste parti?» lanciando a Gilda un’occhiata che equivale ad un SOS.
Ardizzone Lambruschini, vescovo di Ladispoli e dintorni, è un omone sanguigno di una sessantina d’anni, con una gran barba, una gran pancia ed una voce tonante con la quale fa tremare le vetrate della cattedrale durante le omelie appassionate nel corso delle quali non manca di invitare le pecorelle smarrite a contenersi, non indulgere ai vizi e soprattutto resistere ai piaceri della carne. E’ accompagnato dal suo segretario, don Martino Gattolin, un biondo veneto venticinquenne che attrae l’attenzione ammirata delle suore e della Calva Tettuta.
«Suor Matilda!» tuona il vescovo.
«Eccellenza?» chiede la Superiora fingendo stupore, prevedendo tempesta.
«Suor Matilda, sono contrariato con voi!» proclama il Pastore.
«Me ne dolgo, Eccellenza Reverendissima» dice Matilda, umilmente. «Posso sapere in che cosa ho mancato?»
«Suor Matilda, non prendetemi per il c… ehm, non mi prendete in giro, va bene? Dove siete sparita tutto questo tempo? Vi siete fatta negare al telefono per settimane, mi è toccato venire a trovarvi in incognito come Maometto alla montagna!» ma prima che la Superiora possa rispondere il suo Superiore continua: «No, no, lasci stare, non voglio saperlo. Quello che voglio che mi diciate, ora e subito, è che tutto va bene e non ci saranno intoppi. Me lo assicurate?»
Suor Matilda resta un attimo interdetta, poi si azzarda a chiedere:
«Ehm, assicurarvi in merito a cosa, eccellenza?»
Il vescovo sembra prendere lo slancio prima di eruttare.
«Come di cosa dovete assicurarmi? Come vanno i preparativi? Tra pochi giorni ci sarà la grande processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, cinquecento anni, e voi che state facendo? Niente! Dove sono le pie donne? Dove sono gli uomini delle Confraternite che reggono le statue? Bisogna sistemare la chiesa, i fiori, tutto il percorso, prendere accordi con le autorità, ci dev’essere la banda! Verrà gente da tutta Italia, ed anche dal mondo! Gli ostelli, gli alloggi, li abbiamo sistemati? Siamo in ritardo, in ritardo! Ed inoltre quel vostro Santone che fine ha fatto?» e qui il vescovo coglie uno sguardo di disapprovazione del suo assistente « Si, si, lo so che non dovrei incoraggiare questa caz.. ehm, devozione popolare! Ma la gente ci è affezionata, che diamine! No, cara suor Matilda, non ci siamo, non ci siamo proprio! »
«Ecco, Eccellenza, lasciate che…» inizia a parlare suor Matilda, subito interrotta da una voce amica.

«Eccellenza, permettete che le spieghi io, invece» dice Gilda, decisa, abbrancando la mano del vescovo e baciandogli l’anello, estraendo inavvertitamente la puntina della lingua.
Ardizzone ritrae la mano sorpreso, e chiede a suor Matilda:
«Ehm… chi è questa signora, una parrocchiana?»
«No, Eccellenza, non sono una parrocchiana… sono un’umile devota del beato Turacciolo»
«Turoldo» corregge il segretario, beccandosi un’immediata occhiataccia di Gilda.
«Turoldo, Turoldo» continua Gilda. «Sono la vedova del cavaliere Rana, l’avrete sentito… tortellini, ravioli…»
«”Quel” cavaliere Rana?» chiede il Vescovo, comprendendo che la faccenda si stia facendo interessante.
«Proprio lui, Eccellenza» conferma Gilda con un movimento del capo, riuscendo a farsi scappare persino una lacrimuccia.
«Voglia accettare le mie condoglianze, signora» dice il vescovo, facendo cenno al segretario di porgere a Gilda un fazzoletto.
«Grazie, eccellenza» dice Gilda, tenendo un secondo di troppo la mano del segretario tra le sue, e lanciandogli da dietro al fazzoletto un lampo di malizia che lo fa arrossire.
«Sono qui per adempiere alle ultime volontà del mio povero Evaristo, anche lui grande devoto del Beato Turac.. ehm Turoldo, che in punto di morte mi disse: “Gilda, cosa possiamo fare per quelle povere suore che dispensano bene per ogni dove? Mi vergogno di essere stato per tutta la vita così egoista mentre quelle suorine che non hanno mai visto un’estetista in vita loro”» e così dicendo squadra dall’alto in basso le suore «sono costrette a scavare nell’orto a mani nude per ricavarne il duro sostentamento della giornata. Si, questo era l’uomo che amavo, signori» e così dicendo, Gilda scoppia in un pianto dirotto.
«Oh, che animo nobile!» esclama il Vescovo, che si affretta ad abbracciare la sofferente, constatandone una consistenza ragguardevole.
«E dunque» continua Gilda, sciogliendosi dall’abbraccio «ci siamo detti: “Sai che c’è? Due soldarelli fanno comodo a tutti. Andiamo al convento e sentiamo i bisogni di quelle povere sventurate”. Ma purtroppo mio marito non ha fatto in tempo a vedere realizzato il suo sogno ed eccomi qua in sua vece, sola» calcando forse un po’ troppo l’ultima parola «Mi sono incontrata con la vostra Suor Matilda, una Santa!» esclama Gilda, incocciando lo sguardo divertito della vecchia amica «e l’ho pregata di mantenere il riserbo sui nostri incontri e sui preparativi. Capirà, Eccellenza» dice Gilda guardandosi intorno con circospezione «Questo è un paese pieno di Santi e Beati. Se si sparge la voce, hai voglia a far tortellini…»
«Certo, certo, Signora, capisco benissimo, e sono lieto che la Provvidenza vi abbia indirizzato a noi…»
«E dunque, Eccellenza» continua Gilda «tutto è bene quel che finisce bene, la buonanima è sepolta e noi siamo qua. Le assicuro che tutto sarà pronto per il momento opportuno, non deve preoccuparsi, ci penserà la ditta Rana a coprire le spese (tanto le scaricheremo dalle tasse). Però, Eccellenza, devo chiederle un favore» dice Gilda, avvicinandosi ed abbassando la voce.
«Dica pure, signora Rana, se posso…» dice il presule.
«Ecco… siccome noi non abbiamo grandi esperienze in materie canoniche… ci servirebbe, come dire, un aiutino…»
«Ma certo, capisco, ovviamente… metterò a disposizione tutto ciò che le serve…»
«Non potrebbe prestarci il suo segretario per qualche settimana?»
«Il mio segr… don Martino?» chiede il vescovo confuso.
«Ah, si chiama don Martino? Si, proprio lui» dice Gilda fissando il giovane come una gatta fissa un topolino di passaggio, leccandosi lievemente i baffi.
«Ma Eccellenza, io devo finire gli esami di Antropologia teologica, non posso… » prova ad obiettare il segretario.
«Don Martino, non mi rompere i… ehm, don Martino, gli esami possono aspettare. Dai una mano a queste brave suore, che un po’ di pratica non potrà farti che bene. Anzi, già che ci sei dai una mano anche nell’orto, ce l’avete una bella zappa per il mio collaboratore?» chiede il Vescovo, che poi si rivolge a suor Matilda.
«Suor Matilda, mi scuso se sono stato un po’… impetuoso. Voi avete fatto un ottimo lavoro e vedo che mi sono preoccupato per niente… ora, cara Superiora, già che sono qui procederei all’ispezione.»
«L’ispezione, Eccellenza? Adesso?» chiede la Suora, allarmata.
«Si, l’ispezione, l’ispezione, e insomma suor Matilda, non vorrete che torni apposta per l’ispezione? Già che sono qua, facciamo questa benedetta ispezione, suvvia. Vi dispiace accompagnarmi alle cantine?»
«Le cantine?» ripete suor Matilda, che presa alla sprovvista non riesce ad inventare una scusa plausibile.

In quel mentre un uomo elegante che indossa un clergyman firmato Girifalchi entra sorreggendo un vassoio con tazzine e caffettiera, con cioccolatini e biscottini di mandorla:
«Gradite un caffè, Eccellenza? Arrivato fresco fresco dalle missioni del Togo»

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Ferragosto con Olena (XIV)

«Contigo en la distancia, mi amor!» dichiara enfaticamente Miguel il giardiniere a Paio Pignola, al secolo Hector García, il transessuale cubano che si è intrufolato di soppiatto nel giardino di casa Rana.
«Miguel querido, ti ho detto un sacco di volte di non essere così appiccicaticcio. Tra l’altro, il tuo “amico” maggiordomo mi ha detto che vi esercitate insieme quotidianamente con la salsa. Non sarai un po’ troppo… zelante?» chiede Paio con una punta di gelosia nella voce.
«Tu me ofendes Paio, come puoi pensare una cosa simile! Lo sai che io amo solo te!» protesta Miguel.
«Bien, bien, Miguel. No pretendo l’exclusiva, ma non voglio che gli insegni i miei passi segreti, comprendi?»
«Ma certo, ma certo! E comunque… lui… no se mueve como ti!» la adula il giardiniere, cingendole la vita con un braccio.

Flettàx il pappagallo celtico interviene intempestivamente, imitando alla perfezione la voce di Miguel:
«Craaa!!! Craaa!!! James tu si che sei un vero macho!» – dice gracchiando – «Craaa… Non come quella zoccola cubana! Craaa!!!»

Miguel avvampa mentre il pomo d’adamo di Paio sobbalza su e giù.
«¿Qué dijo el pájaro?» chiede la cubana stizzita «Che ha detto l’uccello?»
«Quale uccello?» chiede Miguel, fingendo di non vedere l’enorme Ara Macao padano che torreggia sul trespolo dietro di lui.
«Como qual uccello! El papagallo aquì! Me ha dato de la socola!»
«No, ma quale socola mi amor! Ah, ah, il pappagallo ha detto trottola, trottola… voleva dire che balli come una trottola… ha qualche difettuccio de pronuncia…» e così dicendo strappa una penna dal didietro di Flettàx, che lo ripaga beccandogli il dito.
Miguel lancia un urlo e si appresta a strozzare il volatile impertinente, ma Paio lo richiama al dovere.

«Miguel, basta giocare, all’uccello penserai dopo. Veniamo a noi, ahora»

«Certo mi amor, dime todo. Che posso fare per te?»
«Sono stata umiliata, capisci Miguel? Insultata e umiliata. Devo vendicarme de quela bagascia russa»
Miguel si guarda intorno con apprensione.
«Volevi dire Natascia, non è vero Paio? » chiede il giardiniere, facendo segno a Paio di abbassare la voce, già stridula di suo.
«Potresti per favor non llamarla bagascia, perlomeno en mi presencia? Sai, querida, quella mena»
«Anch’io meno!» – proclama Paio che a volte fatica a contenere l’Hector che è in lei – «per tua norma e regola sono stata campeon regionale dei superwelter, entiendes?»
«Non ne dubito, cara, e non vorrei mettere el dito nella piaga, ma me parece che a Cuba te le abbia suonate… e qui sparso nel parco c’è ancora qualche pezzo di pigmeo e di cinese che gli si è messo di traverso…» dice Miguel, con un fremito di preoccupazione.
«E’ stata solo sfortuna!» grida Paio in falsetto. «Ho inciampato nella gonna, e quella ne ha approfittato! Ma la prossima volta non sarà asì fortunata, e la vedremo chi mena di più! E adesso basta parlare, Miguel, mi vuoi aiutare o no? Guarda che se me tradisci te stacco le bolas!»

Se c’è una cosa che non si può dire di Miguel è che, se messo di fronte a proposte ragionevoli, non sia collaborativo: tempo mezz’ora e ritroviamo i nostri due eroi a bordo di un furgoncino della impresa di pulizie Rana, diretti alla volta di Ladispoli.
Miguel è concentrato al volante mentre al suo fianco Paio, con le gambe sollevate ed i piedi nudi appoggiati sul cruscotto, canticchia “Yolanda”, una vecchia canzonetta. Dal vano di carico proviene un raspare metallico e delle grida soffocate che assomigliano stranamente a quelle di un pennuto al quale sia stato legato il becco con un bavaglio ed il quale nonostante l’impedimento si sforzi di insultare tutti i nati al di sotto del parallelo della Brianza.
«C’era proprio bisogno di portarsi dietro il pappagallo?» chiede Paio, spuntandosi le unghie dei piedi con una tronchesina.

«Mi amor, Natascia es terribile ma è niente in confronta alla mia padrona. Se succede qualcosa al pappagallo yo soy un hombre muerto»

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Ferragosto con Olena (XIII)

«Uè Oscar, l’hai sentito il tuo coscritto? “Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo sul futuro del mondo“… hai capito Silvietto? Pare ieri che suonavamo insieme sulle navi da crociera… Pensiero profondo, mica nespole!» Armando, da sempre ammiratore dell’epicureo Cavaliere, stuzzica così l’amico.
Oscar scuote la testa. «Il pensiero sul futuro del mondo è uguale a quello sul passato del mondo… continuare a farsi i cazzi propri mettendolo in quel posto ai poveracci»¹ risponde lapidario.
«Sei sempre il solito comunista!» ride Armando «Non so come fanno a farti suonare in tutti quei matrimoni»
«Perché sono il migliore!» proclama l’organista. «E perché allungo sempre un cinquantino al sacrista…» e così dicendo strizza l’occhio ed alza il bicchiere al cielo.

Nell’antica osteria “Da Nino”, a due passi dalla Rocca dei Papi di Montefiascone, nessuno fa caso al gruppetto di anziani avventori che occupa il vecchio tavolo col piano di formica vicino alla finestra.
L’oste ha appena portato la terza bottiglia di Est! Est!! Est!!! alla quale i nostri amici si apprestano a tirare il collo, accompagnandola con un piatto di olive verdi, un tagliere di formaggio pecorino di varie stagionature ed un salame lardellato che Armando Grasparossa affetta senza parsimonia.
Oscar si appresta a riempire il bicchiere di Agostino, ma questi lo ferma, coprendo il bicchiere con la mano.
«No, per me basta, che c’ho la glicemia alta… se poi lo sa Mariuccia mi mette a stecchetto per tre mesi» chiede comprensione l’antico batterista.
«E no caro, lo sai qual è la regola: chi mangia mangia ma le bevute devono essere pari» lo incalza Oscar.
«E va bene» si arrende lo stornellatore «ma dopo basta veramente eh? Che se no mi dovrete riportare a casa a braccia»
Il Santone guarda i commensali con tenerezza, poi gli sfugge un sospiro:
«Amici miei, siamo diventati vecchi…»
«Parla per te!» lo rintuzza Armando. «Per tua informazione, io ancora sono sulla piazza, non so se mi spiego» e accompagna l’affermazione con un eloquente gesto di punzonatura.
«Si, il problema è che non ti ricordi più che ci fai, sulla piazza…e nemmeno che piazza è» lo canzona Oscar. «Mi hanno detto che ti sei pure ridotto a suonare con le basi registrate. Ma non ti vergogni?» continua l’organista da cerimonie.
«Oh, oh, calmino eh! Si fa presto a dire basi registrate… ma lo sai quanto costa adesso portarsi dietro dei buoni musicisti? Ma tu che ne sai, tu fai i funerali, lì non si lamenta nessuno…» risponde Armando, e continua: «Con quello che ti danno oggi non ci si sta dentro… allora io prendo degli scalzacani, basta che facciano finta di suonare e vadano a tempo, una cantante bona e la metto lì scosciata, chi ci fa caso se ci sono le basi o no… ogni tanto faccio qualche nota con la fisarmonica, giusto per non addormentarmi. Ma che ti credi, che è come quando andavamo in giro noi per le sale da ballo? Il mondo è cambiato, caro mio…»
«Pure troppo è cambiato per i miei gusti…» dice Agostino, e gli amici annuiscono con amarezza.
Poi Agostino si schiarisce la voce, e butta sul tavolo la domanda che aleggiava nell’aria:
«E adesso, Virginio, che si fa?»

Virginio Tempesti, il Santone, alza lo sguardo sui vecchi amici, annuisce ed inizia lentamente a parlare.
«Vi ricordate quando ci siamo visti l’ultima volta?»
«Si, purtroppo» risponde amaro Oscar. «E’ stato al funerale della povera Giovanna»
Un silenzio pieno di ricordi cala sul tavolo. Infine Virginio si schiarisce la voce e riprende:
«Già, Giovanna… che voce che aveva Giovanna, ve la ricordate? Calda, profonda… ed era sempre allegra… fino a quel maledetto giorno.»
«Già, quel maledetto giorno dell’incidente…» dice Agostino.
«Si, una tragedia…» conferma Oscar.

«Incidente…» sorride con una smorfia Virginio guardando fuori dalla finestra, ed inizia il suo racconto.
«Lo rivedo come fosse oggi, era il 15 luglio del ’72… faceva caldo. Quel giorno eravamo in campagna, stavamo provando un nuovo pezzo… ad un certo punto nel cortile entra una macchina, scendono in quattro. Bussano, vado ad aprire, e mi becco subito un pugno in faccia che mi fa cadere a terra. Cerco di rialzarmi, ma mi tempestano di calci e pugni. Giovanna corre ad aiutarmi, e la bloccano subito prendendola per i capelli…» continua Virginio, tra lo sguardo inorridito dei suoi amici.
«Ma ci avevi detto che era stato un incidente d’auto…» protesta Armando, incredulo. Virginio continua, come se non avesse sentito.
«Ci tennero tutta la notte… continuavano a chiedere la stessa cosa… ed a picchiare, picchiare…. Poi presero lei e…» Virginio si ferma, serrando la mascella.
«Santo Dio, Johnny, ma perché non ci hai mai detto niente? Ma chi erano, che volevano da voi?» chiede Agostino, che ancora non riesce a credere a quello che sente.
«Cercavano un bottino, bottino di guerra dicevano… dicevano che mio padre aveva preso qualcosa che non gli apparteneva, e lo volevano da me… riuscii a capire che si trattava di casse sottratte da un camion di tedeschi in ritirata, che conteneva monete d’oro e oggetti d’arte saccheggiati nella fuga. Ma io non sapevo niente, cosa potevo dire? Mio padre era sparito dopo la guerra, che ne sapevo io? Ma loro non ci credevano…» Virginio si ferma, riprende fiato.
«Giovanna era incinta, sapete? Quattro mesi… Perse il bambino…e la ragione. Ancora oggi non so perché non ci ammazzarono… ma dissero che se avessi parlato sarebbero tornati a finire il lavoro.»
«Ci hai sempre detto che era stato un incidente d’auto con un russo che era scappato…»
«Il Russo c’era… era il capo… ma non trovò quello che cercava. Giovanna si richiuse in se stessa, e dopo qualche mese dovetti farla ricoverare… ormai era persa in un altro mondo, non riconosceva nessuno, solo quando suonavo il sax sembrava che tornasse con noi… ma era solo un’impressione. Sedici anni è stata rinchiusa… alla fine si è ammalata di tumore, ed è morta senza poter mai più cantare» Le lacrime scorrono sul viso solcato da rughe di Virginio, che le asciuga col dorso della mano e prosegue.
«Smisi di suonare, di mangiare, di tutto. Stavo per farla finita… quando un giorno entrai in una chiesa, e sentii un coro di monache… assurdo, vero? Un coro di monache… chiesi se potevo fermarmi lì qualche giorno, a dare una mano nell’orto, in officina… e ci sono rimasto venti anni. Il Santone, mi chiamano… ma io non ho niente da insegnare a nessuno, non so niente, solo il dolore… non ho niente da dire, posso solo compatire…»

I tre vecchi amici, commossi, mettono le mani sopra quelle di Virginio, poggiate sul tavolo. Poi è ancora Agostino che si incarica di rompere il silenzio:
«Virginio, perché ci hai chiamati? Se il Russo ha l’età di tuo padre sarà sottoterra da un bel pezzo. Che possiamo fare per te?» chiede con tutta la delicatezza possibile.
«Chi l’ha detto che ha l’età di mio padre?» chiede sorpreso Virginio.
«Mah, ci era sembrato di capire…» dice Oscar, scambiandosi un’occhiata con gli altri.
«Niente affatto!» chiarisce Virginio. «Il Russo che è venuto a casa mia era il figlio di quello che aveva trovato il tesoro con mio padre… e voleva la sua quota di eredità!» rivela con rabbia, e continua:
«Vi ho chiamato perché adesso ho questa…» e così facendo estrae dalla sacca che porta sempre a tracolla la Corona di Galla Placidia.
«Ma che vuol dire? E dove l’hai presa questa?» chiede Armando, che a questo punto non capisce più niente.
«Questa» spiega Virginio «è il motivo per cui mia moglie è impazzita»
«Ma… ce l’avevi davvero tu?» chiede sbigottito il fisarmonicista.
«Certo che no, pensi che avrei fatto ammazzare mia moglie?» e continua: «Il mese scorso mi è arrivata una lettera, da un notaio di Basilea, in Svizzera… diceva che c’era un lascito a mio favore, e dovevo andare a ritirarlo. Mi ha consegnato le chiavi di una cassetta di sicurezza… dentro c’era quello che era rimasto del tesoro, ed una lettera di mio padre»
«Una lettera? E che diceva?» incalza Armando.
«Mio padre faceva parte di un reparto di partigiani… con loro c’era anche un russo. Erano in quattro in perlustrazione e si imbatterono in un gruppo di soldati intorno ad un camion impantanato… attaccarono di sorpresa e li uccisero tutti. Trovarono delle casse, le aprirono e videro che contenevano un tesoro! Le nascosero alla bell’e meglio in una grotta lì intorno, con l’intenzione di recuperarle con calma… ma, pochi giorni dopo, il loro reparto venne attaccato e si sbandò: degli altri seppe solo che due erano morti, ed il russo disperso. Finché, a guerra finita, un giorno non se lo ritrovò davanti casa a reclamare la sua parte.»
«Ma allora ha già avuto quello che gli spettava!» esclama Oscar. Virginio annuisce lentamente:
«Si, ha avuto proprio quello che gli spettava… una palla in testa. E’ sepolto dietro la nostra stalla, sotto due metri di terra. Mio padre aveva saputo chi li aveva traditi… il russo aveva fatto la spia per liberarsi di tutti loro e recuperare da solo il tesoro, ma aveva fatto male i conti»
Virginio beve un sorso di vino, appoggia il bicchiere e continua:
«Il figlio all’epoca era appena nato… quando venne a casa nostra mostrò una lettera scritta di suo pugno dal padre, dove c’erano persino le coordinate della grotta… ma mio padre aveva spostato da tempo le casse. Perciò, pensando che io sapessi del padre e del tesoro, venne da me…» conclude amaro.
«Mio padre non era certo uno stinco di santo…ma Giovanna non c’entrava niente in tutto questo» sibila, duro, Virginio.
«Bene, adesso è tutto chiaro. Andiamo a cercarlo, quel bastardo» propone Oscar.
«Non c’è bisogno, ci troverà lui» rivela Virginio con un sorrisetto beffardo.
«Come, ci troverà lui, che vuoi dire?» chiede allarmato Armando.
«Ho messo in giro la voce che il tesoro è stato ritrovato, ed ho anche fatto fare delle perizie presso delle case d’asta… so per certo che si è messo in moto, e ci sta cercando.»
«E allora che facciamo? Aspettiamo senza fare niente?» chiede preoccupato Agostino.
«No, ci faremo trovare… ma dove e quando lo decideremo noi» conclude Virginio, vuotando il bicchiere e rovesciandolo sul tavolo.

marisa_bartoli

¹ Ogni riferimento a persone e cose esistenti è puramente casuale. In ogni caso l’autore si dissocia dalle posizioni politiche dei propri personaggi.