Casatschok

Ripubblico questo pezzetto per augurare a tutti, lavoratori e non, un buon Primo Maggio!

L'uomo che avrebbe voluto essere grave

La mattina del primo maggio il paese veniva svegliato dalle note della banda che eseguiva ad libitum  l’Inno dei Lavoratori. Con gioia birichina andavamo a svegliare proprio quei lavoratori che più di altri avrebbero avuto il diritto di riposarsi, almeno nel giorno della loro festa, ma c’è da dire che allora la gente non era solita crogiolarsi sotto le lenzuola.

Non tutti sapranno che le parole di quest’inno sono state scritte nell’ottocento nientemeno che da Filippo Turati; della qual cosa pochi anche allora erano al corrente ma non il nostro maestro, vecchio socialista, che ce lo proponeva con particolare piacere. Gli strumentisti più conservatori a volte opponevano qualche resistenza; per convincerli a suonare Fischia il vento, celebre inno partigiano, bisognava illuderli che si trattasse di Casatschok di Dori Ghezzi.

Pensare di trovare un negozio aperto il primo maggio sarebbe stata (e dovrebbe esserlo ancora, a mio parere) un’eresia. Ci sono…

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Il più grande violino del mondo

Una dozzina di anni or sono, in uno di quegli attacchi tipici delle mezze età che possono sfociare, a seconda della virulenza, con fughe a Cuba alla ricerca di avvenenti mulatte da cui farsi volentieri raggirare oppure con iscrizioni a corsi di burraco (opzione tristissima, secondo me), estrassi da uno scatolone che stava a prender polvere in cantina il violino che vi giaceva da un quarto di secolo, precludendomi così la strada di Cuba.

La storia di quel violino l’ho raccontata: lo acquistai per trentamila lire nel ’75 e per me era una bella sommetta, e comunque tutto quello che ero riuscito a risparmiare dalla prima elementare fino ai sedici anni.

Devo confessare che non fui attirato da quello strumento per i virtuosismi di qualche orchestra da camera; non che non ami la musica classica, ma a piccole dosi se intendete quel che voglio dire.

Invece in quel periodo era sulla cresta dell’onda un bravissimo violinista jazz, Piergiorgio Farina, che stava avendo un grande successo con la versione strumentale della colonna sonora del Padrino (parte seconda); il mio obiettivo era quello di emularlo, cosa che cercai di fare se non altro facendomi crescere, per un certo periodo di tempo, una folta barba che mi dava un aspetto assai maturo.

Una delle più grosse delusioni da musicista la conobbi a militare. Un commilitone, come me allievo ufficiale ma di Napoli, era stato incaricato, giacché batteva i locali della sua città cantando canzoni tradizionali, di allestire un’orchestrina per allietare gli ufficiali e le loro famiglie durante una serata di gala. Non volle ingaggiarmi come bassista, nonostante il mio impeccabile curriculum, ma fu incuriosito dalla mia reclamizzata pratica, forse un po’ troppo enfatizzata, del suddetto violino.

Alla prima licenza dunque tornai in caserma con l’armamentario necessario; ebbi dei piccoli problemi nell’esercitarmi, in quanto i rudi allievi non mi volevano in camerata e mi toccava rinchiudermi nel bagno, che come ho già accennato era comunque lindo in quanto le pulizie erano accurate e frequenti.

Nonostante l’impegno profuso non superai il provino, perché l’arruffone direttore non conosceva la musica e pretendeva che anch’io suonassi a orecchio; cosa di cui ero incapace non per mancanza di orecchio, tengo a precisare, ma di abitudine; perciò mi ritrovai invece che sul palco, tra ufficiali in grande uniforme e mogli in abiti da sera, a percorrere avanti e indietro il perimetro della caserma facendo la guardia, raggiunto dagli “Era de maggio” e “Funiculì funiculà” del pianista da strada.

Fu con quel violino storico che ripresi le mie lezioni; il maestro, un vero talento, aveva l’età di mio figlio; prese tra le mani il mio violinaccio e lo fece sembrare uno Stradivari. Peccato che si dimenticasse spesso di venire ad insegnare lasciandomi ad aspettarlo come un baccalà; devo riconoscere che adottava una tecnica molto accattivante per invogliare gli allievi: a me, ad esempio, diede da ascoltare un CD del grande David Ojstrach (che era già morto da un pezzo); quando lo misi nel lettore del computer però non furono le mie orecchie a meravigliarsi, ma piuttosto gli occhi: il talentuoso ragazzo doveva aver scambiato dischetti, e la sinfonia che apparve vedeva impegnati degli esecutori senz’altro dotati, anche troppo per i miei gusti, ma senza vestiti. Non credo che facesse parte del programma di Conservatorio; gli diedi comunque una sbirciata, non si sa mai, c’è sempre da imparare.

Il mio cane, che aveva la cuccia nella stanza dove mi esercitavo , appena mi vedeva imbracciare lo strumento si alzava e se ne andava uggiolando. Capii di star migliorando quando rimase nella sua cuccia, e addirittura si addormentò con le zampe stiracchiate in alto: forse stava diventando anche un po’ sordo, ma fu comunque  una soddisfazione.

Segnalo agli amici lontani da Milano, con un pizzico di delusione, che il più grande violino del mondo, così viene spacciato al Castello Sforzesco di Milano, è in realtà uno spazio a forma di violino e non un violinone dove entrare e vedere che effetto fa venir suonati. Peccato! Ma se passate di là, una capatina fatecela lo stesso.

(94? bho non ricordo più _ continua)

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Libri e trivelle

In vita mia ho letto molti libri e continuo fortunatamente a farlo. Per dire, ieri parlavo con dei ragazzi che non conoscevano Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno e ignoravano la parola negus. E vanno all’università, il cielo ci aiuti. Forte di questo back-ground, per chi è pratico di saccenti inglesismi, mi sono sottoposto al giudizio del trio kalosfavvocatoloysingrinus (Kavvingrinus) che hanno recensito e commentato le mie preferenze letterarie. Potete leggere i loro pareri, condividerli o contestarli qua:

  • la bella presentazione di  kalosf (autore della foto artistica e azzeccata);
  • i commenti caustici di  avvocatolo , provato dalla lunghezza dello scritto;
  • le osservazioni sagaci di  ysingrinus , valente anche come disegnatore naif.

Ho tentato di corrompere la giuria nella convinzione che il concorso prevedesse dei vincitori tra i partecipanti, perciò troverete nello scritto delle lievi tracce di piaggeria gratuita; alla fine ho scoperto che non si sarebbe vinto niente, ma ormai i complimenti li ho fatti e li lascio.

p.s.
Io a votare ci andrò. Ci sono sempre andato, non vedo perché dovrei mancare stavolta, checché ne dicano gli istigatori dell’andata al mare, anche se autorevoli. Lo fece Bettino Craxi anni fa, era di ben altra levatura, eppure non gli portò bene. Non entro nel merito, ma sentire un presidente del Consiglio ed un presidente della Repubblica (emerito per giunta!) incitare o giustificare l’astensionismo, mi fa star male. Votando penserò a loro.

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Cultura a sgraffi!

Domenica scorsa, approfittando del bel tempo e dei musei gratuiti, abbiamo preso il trenino e con un gruppetto di amici siamo andati a fare un giretto a Milano. Le intenzioni erano disparate: chi proponeva la visita alle Gallerie d’Italia, in piazza della Scala, dove dopo la mostra di Hayez ne è stata allestita un’altra con più di un centinaio di capolavori restaurati; chi avrebbe gradito il Mudec, museo delle culture, dove oltre alla mostra permanente si sarebbe potuta visitare quella di Miró; qualche sconsiderata aveva proposto l’Armani Silos, che sarebbe il museo di Armani o roba del genere; i più prosaici avrebbero optato per una passeggiata sui navigli, con la darsena recuperata, alla fine della quale ci si sarebbe potuti benissimo fermare per una apericena, che come neologismo fa pietà ma come idea non è del tutto malaccio: 10 euro per bibita e buffet illimitato non mi sembrano buttati.

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Un tempo pensavo che Milano non fosse bella, ma non capivo molto.

Ci siamo accordati per recarci come prima tappa al Castello Sforzesco; lì, in cambio della visita al museo degli strumenti musicali, gli uomini si sono dovuti assoggettare a visitare anche i mobili di arredamento, pur antichi che fossero. Una nostra amica sostiene di avere in casa un tavolo più bello di quello in mostra, del 1927; secondo me anche il mio lo era, ma non ho insistito per non parere uno che se la tira. Mi hanno impedito di entrare nel violino più grande del mondo, cosa della quale mi rammarico; al posto del pane e salame e bicchiere di bianco che avrei gradito per merenda mi è stato consentito solo un bicchiere di succo di mirtillo con brioscina alla nutella.

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Per strada tanti pregevolissimi esecutori di musica, di tutti i generi, tra i quali spiccava, in piazza Cordusio, una coppia sulla settantina: lui, un pugliese piccoletto rotondetto con occhialini, cappello in testa, giacca e panciotto, cantava delle hit anni sessanta-settanta accompagnato da stagionate basi musicali; lei, facente funzione di valletta, curava la parte di marketing, promuovendo la vendita del CD realizzato dall’attempato artista. Sono stato diffidato dall’acquisto, ma me ne sono pentito perché non si sa mai cosa riservi la vita. Cantare, un pochino so cantare, non si sa mai. Tra l’altro, visitando il museo degli strumenti mi è venuto voglia di comprarmi un mandolino e suonarmelo: potrei accompagnarmi da me.

A Milano la gente è rimasta orfana dell’Expo. Io stesso lo sono, se fosse stato per me l’avrei lasciato ancora almeno per un anno; in mancanza dei padiglioni, comunque, ci si può consolare con le code. Piatto ricco mi ci ficco! Vista la coda all’esterno delle Gallerie d’Italia ci siamo accodati: giusto il tempo di renderci conto che non saremmo mai arrivati alla meta, e di acquistare due utilissimi utensili da un astuto venditore pakistano, ovvero due infila aghi ad un prezzo di saldo, e abbiamo cambiato obiettivo.

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Ci stavamo dirigendo verso piazza Duomo, con l’intenzione di attraversarla per recarci alla Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, all’inizio di Via Torino, per ammirare quel capolavoro che è il finto coro del Bramante, quando sotto la Galleria Vittorio Emanuele ci siamo fermati, attratti da un’altra coda come mosche dal miele od altre sostanze meno nobili.

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Non capivamo bene di cosa si trattasse: era forse la fila per la mostra Leonardo in 3D? Strano, non ci risultava fosse gratuita; e infatti non era quella. Era forse per la passerella sopra la medesima Galleria, con panorama annesso? No, anche quella è a pagamento. E allora? Non potevo credere ai miei occhi: decine e decine di ragazzi e ragazze in coda per entrare nella libreria Rizzoli.

Non mi sembrava che regalassero libri; ho pensato che dovesse esserci qualche cantante o attore famoso, o magari un Fabio Volo: finalmente ho visto delle ragazzine uscire dalla libreria, tutte contente perché avevano la loro copia autografata del romanzo Divergent, della scrittrice Veronica Roth. Confesso di non saperne niente; mio figlio mi ha spiegato che è l’autrice di una saga di fantascienza, molto amata dai ragazzi, la qual cosa mi ha rassicurato perché pensavo si trattasse dei soliti vampiri sdolcinati; che devo dirvi, mi hanno fatto tenerezza, i ragazzi non i vampiri.

Una scrittrice dunque alla stregua di una pop star, una nuova J.K.Rowling di Harry Potter; forse i puristi storceranno la bocca, ma meglio fare la coda per lei che per un autografo di un qualsiasi calciatorello, no?

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p.s.:
c’era bisogno di scrivere questa roba? Non credo. Volevo scrivere di trivelle, e magari lo farò; se non altro per sottolineare che mi sembra un po’ presto per andare al mare, ma questa è un’altra storia. Ah, se qualcuno non sapesse che voglia dire “a sgraffi”, tradurrò che è quando ci si accapiglia per contendersi qualcosa o qualcuno, prendersi a graffi, insomma, a sgraffi dalle mie parti…