Ferragosto con Olena (VI)

Maracaibo,
balla al Barracuda,
si ma balla nuda, zà zà…

Luana, la cantante solista dell’Orchestra Spettacolo Armando Grasparossa, cinquantenne dotata di un fisico prorompente non supportato da capacità vocali di pari livello, dal palco della Casa del Popolo di Brisighella sta deliziando il pubblico pagante e non con una spettacolare versione di “Maracaibo” di Raffaella Carrà.
Armando, classe ’32, fisarmonicista leggendario in grado di eseguire tutte le variazioni della Mazurca di Migliavacca ad occhi chiusi e con la tastiera coperta da un panno, scuote la testa e sbotta:
«Socc’mel Agalgisa!» – che questo è il vero nome della cantante – «ma tienila mo su!»
«Ma più di così non posso, nonnino!» risponde la cantante sgambettando intorno a Carlone, il trombettista. «Già si vedono le mutande!»
«Ma non la sottana, oca che sei, la nota, la nota devi tenere su! Non senti come cali? E non chiamarmi nonnino!» la redarguisce l’anziano musicista.
«Uffa quante storie, sapessi come cali tu, io mi lamento per caso?» » risponde Luana-Adalgisa. provocatoriamente, accennando malignamente al fatto che il loro sodalizio travalica l’aspetto artistico. «Al “mio” pubblico comunque piace, guarda mo!» e la cantante, sempre continuando ad ancheggiare, rivolge uno sguardo languido ai ballerini che si accalcano in pista, tra i quali spicca un sessantenne abbronzato, leggermente sovrappeso, con abbigliamento da rimorchiatore da spiaggia composto da scarpe da yachting senza calzini, pantaloni bianchi, camicia a righe verticali bianche e blu con colletto rialzato tenuta fuori dai pantaloni e slacciata sul petto depilato, catenina d’oro a maglie di media grandezza e magliettina celeste di cotone appoggiata sulle spalle ed annodata sul davanti: Tullio Bongiovanni detto Puccio Maxi-bon, delizia delle mogli in vacanza e terrore dei mariti in città.
«C’è anche quel povero deficiente!» commenta Armando riconoscendo il Casanova alla piadina, lanciandosi in una svisata che copre l’assolo del sassofonista.
«Lascia stare Puccio o te li scateno, eh!» lo ammonisce Adalgisa. Poi, a scopo dimostrativo, brandisce il microfono e, con un gesto plateale come ad abbracciare la platea, pronuncia la frase di rito: «Brisighella, io vi a-mo! Siete fan-ta-sti-ci!» a cui seguono di riflesso applausi e fischi entusiastici.
«E ricordati di prendere la pastiglietta, piuttosto» sibila perfidamente la cantante. Sorpresa dalla risposta che non arriva, si volta verso il maestro di fisa e lo vede, sbiancato in volto e con il mantice fermo, fissare un punto in fondo alla sala con la bocca leggermente aperta.
«Oddio, gli è venuto un coccolone» è il primo pensiero dell’artista, che cerca di sincerarsi del sospetto scuotendo il capo-orchestra. « Armando, che succede Armando, ti senti male?»
Armando si riscuote, guarda Adalgisa, le fa una carezza, poi poggia in terra la fisarmonica e la rassicura: «No, niente, niente, tranquilla, è tutto a posto. Voi continuate pure, io vado a prendere un po’ d’aria, torno subito». Poi si alza, scende dal palco e si avvia lentamente verso l’uscita.

«Craa! Püsa via, brut curbàtt! Craa!!!»¹
Flettàx, l’Ara Macao allevato da un celta adoratore del dio Po, accoglie così suor Matilda che, passeggiando con Gilda, si sta avvicinando al suo trespolo.
«Ma com’è variopinto il tuo pappagallo!» constata ammirata suor Matilda «Devo esserle simpatica, guarda come sbatte le ali»
«Non farci caso, Marisa, Flettàx è esuberante. Miguel lo sta educando, ma siamo ancora alle prime lezioni» Poi, tornando al discorso precedente:
«Ma dopo essere scappata dal manicomio dove sei andata?»
«Non avevo una direzione precisa… ho camminato, camminato, finché mi sono seduta sfinita davanti ad un portone e mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ero in una celletta, con tre suore che stavano pregando, e mi hanno detto che avevo dormito tre giorni e tre notti. Mi sono seduta sul letto, stupita, mi sono guardata intorno, pareti spoglie, un piccolo crocifisso, e mi sono accorta di stare bene… avevo anche fame, pensa un po’. E quelle donne intorno a me, quelle suore, contente, ma non per finta sai Gilda? Avevano gli occhi che ridevano, trasmettevano gioia, serenità… proprio quello che avevo perso, di cui avevo bisogno. E ho capito che non ero arrivata lì per caso…»
«Che strana chiamata! Non era più facile apparirti in sogno?» riflette Gilda, pratica di estasi mistiche.
«Ah, ah, si, hai proprio ragione…» ride suor Matilda «ma ognuno ha la sua vocazione, e ci vuole un po’ a scoprirla… prendiamo te, per esempio»
«Io? Ma che c’entro io? Io non ho avuto nessuna chiamata…»
«Dici di no? Ma se allora non avessi seguito quello sconosciuto non saresti qua, non saresti mai diventata…» e qui la suora fa un gesto per indicare quello che c’è intorno «… questo.»
«Ah, tu dici che anch’io ho seguito la mia vocazione? Mmhh, devo pensarci, non so se prenderlo come un complimento» dice Gilda, ripensando alle circostanze che l’avevano condotta a passare da moglie appassionata e assaggiatrice di ripieni a vedova appassionata, ma proprietaria dell’impero del tortellino.

«Ma torniamo al motivo della tua visita… Marisa cara, devo dirtelo francamente: questa storia del sassofono andrà bene per le tue suore, ma a me non convince per niente. Sei sicura di non aver tralasciato qualche… ehm… dettaglio?» chiede Gilda, riportando l’amica all’argomento all’ordine del giorno. «No, te lo dico perché Natascia ha un certo caratterino, ed è meglio avvisarla se qualcosa non va. Non c’entrano per caso pigmei e cinesi? Perché se ci sono quelli ti consiglierei di far evacuare il convento.»
«Pigmei e cinesi? Ma come ti salta in mente, Gilda!» protesta la suora. «Anche se, in effetti, forse ho tralasciato un piccolo particolare…» confessa la suora reticente.
«Ecco, proprio a questo mi riferivo, cara. Eviterei di tralasciare particolari con Natascia in giro. Di che si tratta allora? Su, spara» incalza la Calva Tettuta.
«Vieni, sediamoci là» la suora indica una panchina appartata, e dopo essersi sincerata che nessuno le stia osservando, estrae dalla tasca un sacchetto in pelle marrone, chiuso da un laccio di cuoio.
«Dentro al sassofono c’erano queste…» e rovescia il contenuto del sacchetto sulla sua gonna.
«Fréchete! Monete d’oro? Ma che è, antiche? ‘Ndó l’ha pijate lu santó?» esclama Gilda, che nei momenti di agitazione ricorre al vernacolo del paese natale, Serrapetrona.
«E chi lo sa, Gilda, solo lui può dircelo, e anche perché le ha lasciate lì… con questo» risponde l’amica, estraendo dal sacchetto un pezzo di carta e porgendolo a Gilda.
«Un biglietto? “Il passato reclama il pagamento. Perdonatemi”… melodrammatico, non è vero? Hai un’idea di quello che voglia dire, Marisa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Gilda, il santone non mi ha mai parlato del suo passato…»
«Marisa, te lo devo dire, non ci sto capendo più niente. Per fortuna però c’è un’entità superiore alla quale rivolgerci»
«Dici di rivolgere qualche preghiera al Signore, Gilda?» chiede speranzosa la monaca.
«Male non fa» concede la vedova Rana. «Comunque prima proverei con James»

¹ Craa! Pussa via, brutto corvaccio! Craa!!!

capodanno

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Le sirene del ballo

Non penso di essere portato per il ballo. Non che manchi di senso del ritmo, ne di conoscenza rudimentale dei passi principali ma i miei movimenti risultano legati, legnosi, un po’ macchinosi diciamo. A mia parziale giustificazione potrei dire che nel periodo più adatto alla formazione ho potuto far poco per migliorare le mie doti: infatti suonando in un’orchestrina il nostro compito era quello di far ballare gli altri e nella fattispecie del mio strumento, il basso, quello che nello zum-pà-ppà del valzer fa lo zum per intenderci, l’assenza dal palco si sarebbe sentita. Il pà-ppà senza zum non funziona.

Tanto per farvi capire, mia sorella Cinzia già grandina si era iscritta ad un corso di boogie-woogie, accompagnata da un nostro cugino. Poiché questo non si distingueva per elasticità, Cinzia mi chiese di aiutarla a provare qualche passo. Come ho detto non sono un John Travolta ma mia sorella confidava che, dopo aver visto tanto ballare, qualcosina avessi imparato. Arrivammo così al punto in cui la ballerina salta in grembo al ballerino e poi, facendo una capriola all’indietro, gli si ritrova di fronte generalmente in piedi. Io sostengo ancora oggi che la ballerina dovrebbe darsi un minimo di slancio, lei che i ballerini non dovrebbero avere le mani di burro: insomma mi ritrovai con la sorella sottosopra, incapace di fare l’ultimo mezzo giro, e scivolandomi dalle mani atterrò sulla testa. Quella sera la sua fiducia in me venne meno e la passione per il boogie-woogie svanì.

Una delle più formidabili coppie di ballerini che abbia mai conosciuto era costituita dal maresciallo dei carabinieri del paese e la di lui signora. Lui era un omone all’apparenza burbero, tipo un Peppone, con una bella pancia e due piedini piccoli; lei una romagnola snella con in testa uno chignon o ciuccio, come si diceva da noi, che la faceva un po’ rassomigliare a Olivia di Braccio di Ferro. Vederli volteggiare per la pista era uno spettacolo, e se la battevano in maestria con i miei genitori.
Un Capodanno fummo ingaggiati da un locale dal nome pretenzioso, il Mulin (sic) Rouge, in precedenza denominato “da Catirbittu”: una rimessa adibita a sala da ballo, con un soffitto alto non più di tre metri. Al Park Hotel, fino ad allora nostro feudo incontrastato, avevano deciso di cambiare musica (e suonatori) costringendoci all’esilio; il tradimento ci aveva ferito, anche perché solitamente il Veglione era preceduto dalla sontuosa cena, parte integrante del cachet.

Mio padre ci raccontava di quando da giovane, nel periodo della raccolta del granturco, venisse invitato a partecipare alle feste che si svolgevano sull’aia di qualche casa colonica; la cerimonia era quella dello scartocciamento, ovvero del liberare le pannocchie, o tùtuli, dalle foglie che le avvolgevano, in modo da poter in seguito sgranare i chicchi di mais con comodità. A queste feste non mancava mai un organetto, come veniva chiamato, che in realtà era una fisarmonica con pochi tasti; poeti provetti improvvisavano stornelli e si ballava ovviamente con le prosperose ed a volte generose donzellette che tanto attizzavano Giacomino, il tormentato genio recanatese. La tecnica di questi suonatori, abituati del resto a maneggiare ben altri strumenti, non si potrebbe definire sopraffina: per questo il nostro maestro di banda, quando sentiva qualcosa non eseguito con grazia, ci chiedeva se per caso non stessimo scartocciando.

Non me ne vogliano i seguaci della teoria creazionista, ma mi sento più in sintonia con Darwin quando afferma che l’ambiente influenza l’evoluzione; ma anche l’involuzione, se è vero che quella sera da Catirbittu per adeguarci all’ambiente stavamo scartocciando. Ma la gente si divertiva, ed è quello che conta; anche se avevamo un po’ l’espressione di quell’attore che vorrebbe recitare Amleto, e dal pubblico si leva un “facce ride, facce ppà”.
Da poco passata la mezzanotte, dopo il conto alla rovescia e i brindisi di rito, nel bel mezzo di una raspa che in questo contesto non va intesa come grossa lima da legno vediamo con la coda dell’occhio un gruppetto di persone in abiti eleganti affacciarsi nella sala. Nel mucchio maresciallo e consorte; i miei ed altri ballerini. Fu una delle soddisfazioni più grandi della carriera: siamo venuti a ballare, lassù proprio non si riesce. Lasciammo finalmente stare le pannocchie di granturco, e iniziammo a suonare.

(49. continua)

boogiechicago