E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’

Nell’estate del 1980, quando Gianni Togni spopolava con la canzone “Luna”, io stavo felicemente servendo la patria cercando di essere il più possibile credibile, per non farmi sopraffare da militari coetanei e spesso più vecchi per niente disposti a farsi comandare da uno come me, e soprattutto a cercare di non fare troppo la figura del fesso con i marescialli del reparto, i veri dominatori della caserma.

Per sembrare più autorevole mi ero fatto crescere una bella barbetta, che mi donava qualche annetto in più e secondo me non stava male, correggendo anche una piccola sfuggevolezza del mento.¹
Dopo i sei mesi di addestramento a Sabaudia, ero stato mandato in servizio, che durava nove mesi, in una sede alquanto disagiata: Rimini.
Credo immaginiate tutti come le estati a Rimini possano essere un inferno; specialmente poi se alle 17, se non si era in servizio, si poteva andare in spiaggia; ed ancora di più la sera, fino al contrappello di mezzanotte, che per chi non è pratico è la conta dei presenti. Chi non si presentava in tempo veniva messo in punizione, che consisteva di solito  nella consegna ovvero  nell’obbligo di non uscire dalla caserma, o nei casi più gravi dalla camerata.²
Come ufficiali, dirlo adesso mi fa un po’ ridere, rispetto alla truppa eravamo privilegiati; innanzitutto il nostro stipendio non era di quelle striminzite 1000 lire al giorno che spettavano ai soldati di leva, ma era decente tanto che mi permise di mettere da parte qualche soldino (che poi spesi tutto nei primi mesi di lavoro a Parma per pagarmi vitto e alloggio) e godevamo di altri privilegi, come il circolo e la mensa Ufficiali; quest’ultima era situata nella caserma dell’Aeronautica, che era abbastanza lontana dalla nostra; gli aviatori ci squadravano un po’ con la puzza al naso, specialmente quelli di complemento come me che erano solo di passaggio, ed eravamo considerati un po’ dei parvenu.
Nella mensa ufficiali imparai a sbucciare la frutta con il coltello senza prenderla in mano; abilità utilissima in società ma che, non praticando da decenni, ho perso. Adesso se devo sbucciare un’ arancia prima la mordo e poi la sbuccio con le mani, tipo Manfredi in Pane e Cioccolata.

Tanti amici mi hanno chiesto nel tempo perché avessi fatto domanda per fare l’ufficiale. Non ero di certo un militarista, e anzi non avevo nemmeno grandi attitudini militari, in realtà credo di essere risultato agli ultimi posti del mio corso. Non lo sapevo nemmeno io: per la paga, senz’altro; ma soprattutto perché ingenuamente pensavo che se proprio dovessi essere comandato da un coglione, tanto valeva che quel coglione fossi io; non avevo considerato che nella catena di comando di coglioni se ne possono trovare ad ogni gradino ed a iosa; questo vale ovviamente anche nella vita civile, ma se capita da militare non c’è sindacato a cui appellarsi.³

Il 2 agosto 1980 era una giornata normale, una domenica. Il nostro unico pensiero era quello di arrivare a sera, toglierci la divisa ed andare in spiaggia, quando arrivò la notizia: alla stazione di Bologna era scoppiata una bomba.

Ricordo il senso di sbigottimento, lo sbalordimento davanti alla barbarie che era stata commessa, le notizie arrivavano a sprazzi ed i morti e feriti aumentavano sempre più: colpiti ragazzi, famiglie, turisti, gente normale che andava in vacanza o tornava a casa; ricordo la preoccupazione per i commilitoni, che non ne fosse stato colpito qualcuno che andava in licenza; l’angoscia delle persone care, ricordo che mi chiamarono da casa per sapere se stessi bene, io che non avevo nessuna ragione di trovarmi là, figurarsi la trepidazione di qualcuno che aveva una persona cara in viaggio.
Avevo appena vent’anni, come i miei compagni di Bologna che furono chiamati a prestare i soccorsi, soldatini di leva sbalzati in mezzo all’orrore ed alla distruzione; si rimboccarono le maniche piangendo, fecero quello che c’era da fare, avremmo potuto essere tutti lì ed avremmo fatto tutti le stesse cose. Li ringrazio e li abbraccio, dopo tanti anni.

Non mi addentro nella storia, che come tutte le stragi di quella troppo lunga stagione italiana è costellata di depistaggi, connivenze, omertà; di pezzi dello stato che operavano contro lo stato; a distanza di quasi trent’anni si è riusciti ad avere una sentenza giudiziaria definitiva per gli esecutori, ma è notizia di pochi giorni fa che la procura inquirente ha deciso di archiviare l’indagine sui mandanti.

Io non lo trovo giusto. In questi casi non si può ballare tarantelle di “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Uno Stato degno di questo nome deve avere la forza di andare fino in fondo e scovare le verità “vere”, non quelle di comodo per chiudere la vicenda purchessia.
Lo deve in primo luogo alle vittime ed alle loro famiglie, a tutti quelli che ne furono colpiti direttamente e indirettamente, a tutti quelli che si prodigarono negli aiuti e si videro cambiare la vita, a quelli che si trovarono a scavare tra le macerie sentendo che solo per caso non era toccato a loro. Lo si deve a tutti quelli che hanno servito questo paese, anche se per un brevissimo tempo, e vogliono continuare ad essere orgogliosi di essere Italiani.

(154 – continua)

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Note.
¹ Purtoppo alla mia consorte non piace altrimenti me la farei ricrescere.
² O almeno credo che fossero quelli gli orari, ma la parte di neuroni relativa a quel periodo si è cancellata come una scheda SD difettosa.
³ A mio avviso qualcuno di noi avrebbe potuto essere utilizzato nell’amministrazione dello Stato, non necessariamente militare, anche alla fine del servizio. Tipo una scuola per funzionari statali, tipo quella francese. Mi sembra uno spreco non sfruttare le risorse quando ci sono.
³ La foto allegata potrebbe essere del mio collega Riccardo Malagigi. Lui c’era, e non credo che lo dimenticherà più.

Ave Maria

Tra i tanti trofei di cui posso fregiarmi, senza vantarmene troppo, c’è quello di aver suonato l’Ave Maria di Schubert con la chitarra elettrica. Capitò infatti verso l’inizio degli anni 80 che un compaesano restauratore di mobili, anticonformista ma non abbastanza da non sposarsi in chiesa, chiese ai comuni amici Diego e Antonina, duo tastiera e voce esperti di servizi matrimoniali, di completare l’ensemble liturgico con un chitarrista perché lui in chiesa si sposava si, ma l’Ave Maria la voleva elettrica. Come ricorderete io la chitarra la suonavo, anche se l’orchestrina R7 in cui militavamo tutti e tre mi vedeva competente bassista; e visto che l’ingaggio sarebbe stato di gran lunga superiore a quello che avrei guadagnato in una intera stagione, accettai di buon grado l’invito a partecipare all’evento.

Cercai di prepararmi come meglio potei, trovando un arrangiamento non troppo astruso: ovviamente non potevo limitarmi all’Ave Maria ma dovevo suonare l’intera messa compresa la Marcia Nuziale di Wagner; quello che temevo non erano tanto le difficoltà tecniche, quanto il fatto che sul più bello l’emozione mi giocasse qualche scherzo, anche perché il genere era abbastanza lontano da quello a cui eravamo adusi, che erano il liscio, lo swing e i sudamericani anni 50.

Non ho niente contro l’architettura moderna. Diciamo che non apprezzo certe esagerazioni; ad esempio nel paese dove ho vissuto un annetto in attesa di convolare a nozze, nel mentre sistemavamo il bilocalino acquistato dando fondo a tutti i risparmi e previa sottoscrizione di mutuo decennale, c’è una chiesa a forma di pandoro realizzata in cemento armato. A proposito di bilocalino dirò che tra i momenti più belli della mia esistenza annovero quelli in cui, da manovale del valente muratore Angelo, zio acquisito di mia moglie, dopo aver scarrucolato fino al terzo piano secchi di malta impastati con maestria ci fermavamo per la merenda mattutina a base di panini freschi e bologna (mortadella per i diversamente nordici), accompagnati da uno ma anche perché no due bicchieri di vino bianco fresco; dopodiché lo zio si faceva un caffè doppio ed un fiato di grappa Nardini che gli faceva scendere lacrimoni di commozione. Io mi fermavo al caffè.

Non sono un ingegnere edile e come detto nemmeno un muratore, ma non credo che il calcestruzzo possa durare dei secoli come le cattedrali o anche le chiesette di una volta; nel caso del pandoro auspico che il deterioramento sia accelerato e il luogo di culto possa riacquistare al più presto una forma dignitosa.

Invece la chiesa dove mi ritrovai a strapazzare Schubert devo ammettere che si adattasse bene ad una interpretazione moderna: si trovava in una frazione di nuovi insediamenti ed era una di quelle post-conciliari, con l’altare al centro di un’assemblea circolare sopraelevata, grandi vetrate variopinte e crocifisso stilizzato, quasi una pagoda.

Ci posizionammo in posizione sopraelevata rispetto al resto dell’assemblea, e potemmo registrare i sorrisetti di stupore quando, all’entrata della sposa, le note di accoglienza non furono quelle attese del grande organo; feci del mio meglio per non far rivoltare nella tomba il maestro tedesco, ma solo una riesumazione potrebbe dire se ci riuscii. Non so se la sposa fosse al corrente dell’iniziativa ma mi sembra che lo sguardo che lanciò al quasi marito non fu dei più promettenti, anche considerando l’imminente prima notte.

Finalmente arrivammo all’Ave Maria, che affrontai con partecipazione e persino commozione; ancora oggi penso che se anche non avessi suonato sarebbe stato lo stesso perché la voce di Antonina bastava da sola a riempire la chiesa; ciononostante feci del mio meglio, ed alla fine ricevetti anche i complimenti dalla carissima Adua, insegnante di musica, che ammirò soprattutto lo stile con cui riuscii a glissare il finale, visto che la comunione era finita da un pezzo.

(88. continua)

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Parigi, o cara

Sono stato a Parigi per la prima volta in viaggio di nozze. Non da solo, ci tengo a precisarlo. Siamo andati in treno, in un comodo vagone letto che partiva la sera da Milano Centrale ed arrivava a Parigi l’indomani mattina. Avevamo una piccola cabina con un letto a castello: il loculo era arredato con un piccolo lavandino che in basso aveva un armadietto contenente un orinale, per evitare in caso di necessità di doversi recare nei servizi comuni. Non ricordo se entrambi i letti furono utilizzati o ci accucciammo in uno solo, propenderei per la seconda ipotesi. Era la prima volta che andavamo all’estero (se non contiamo la Svizzera); non prendemmo l’aereo prima di tutto perché non avevamo tutta questa fretta di arrivare, e poi perché volare metteva ancora soggezione: i voli erano meno frequenti di ora ed  abbastanza cari; i low-cost non erano ancora stati inventati, e tutto sommato avere una aderenza con il terreno dava più affidamento. Si partiva con un mucchietto di franchi che ci si era premurati di prenotare in banca, altrimenti si portavano i travel cheque che erano degli assegni validi per l’estero che venivano poi cambiati sul posto, pagando una commissione. Ci avevano sconsigliato di partire con le lire, che venivano disprezzate dai transalpini: un franco valeva circa 220 lire.

L’agenzia di viaggi (non c’era ancora la possibilità di prenotare voli e alberghi on-line) ci piazzò in un bellissimo albergo, il Mercure, sotto la collina di Montmartre, a due passi dal quartiere a luci rosse di Pigalle. Lì vicino c’era anche il famoso cabaret Moulin Rouge, dove decidemmo di immolare il ricavato del taglio della cravatta per passare una serata indimenticabile, cenando ed assistendo al fantasmagorico spettacolo “Formidable”: non eravamo certo abituati a quegli ambienti sfavillanti  e ricordo che entrammo sentendoci un po’ in soggezione, timorosi di essere fuori posto e di dire o fare qualcosa di sbagliato. Passai la serata guardando con un occhio i seni delle ballerine e con l’altro mia moglie incantata (e incantevole).

In quei dieci giorni abbiamo girato Parigi in lungo e in largo; quasi sempre a piedi, le distanze non ci facevano paura, ma sempre certi di poter contare nei mezzi pubblici, capillari ed efficienti come dalle nostre parti era utopia sperare di trovare. Il Louvre, la Torre Eiffel (dove mangiammo la soupe à l’oignon: era quello che potevamo permetterci…), Les Invalides e la tomba di Napoleone, le Champs Elysées e l’Arco di Trionfo… la Senna e i Bateaux- Mouches…

Siamo tornati a Parigi altre tre volte, provando sempre l’emozione ed il piacere particolare di girare per questa grande città davvero cosmopolita; l’ultima volta fummo colpiti da alcune famiglie che passeggiavano lungo gli Champs Elysées: uomini barbuti davanti e  donne, coperte da capo a piedi dal burka, dietro. Discutemmo un po’ della cosa, perché l’argomento era di attualità: bisognava tollerarlo? Ci dicemmo, non troppo convinti, che fosse una forma di rispetto di scelte personali, anche se in fondo rimaneva il timore che sotto quel burka potesse esserci chiunque e con qualunque intenzione.

Venerdì 13 novembre la giornata era iniziata male. Dopo un chilometro di camminata per raggiungere la stazione, mi sono accorto di aver lasciato la giacca a casa, con portafoglio e tesserina del treno. Finalmente arrivato al lavoro, verso l’ora di pranzo mi raggiunge una chiamata di mia moglie, che piangente mi informa che dei ladri sono penetrati in casa ed hanno rubato quel poco oro superstite da un precedente furto: ricordi di fidanzamento, di anniversari, di matrimonio… anche gli orecchini che indossava quella sera al Moulin Rouge, ci hanno rubato.

La sera, dopo la visita in caserma per l’inutile denuncia, ancora rintronati per l’arrabbiatura e lo sdegno e poco inclini a provare empatia per il prossimo, apprendiamo dell’eccidio  di Parigi. Bestiale e insensato come quello della redazione di Charlie Hebdo dello scorso gennaio, anche se per quello si erano alzati dei ditini quasi a giustificare i criminali: eh, certo, con quello che scrivevano se lo sono cercato…

Si, è vero, confesso, non sono mai stato in Kenia, o in Nigeria, e nemmeno in Russia se è per quello, e di questi paesi non ho nessun ricordo personale ne ho portato a casa alcun souvenir. Della Russia a dire la verità ho una matrioska che mi regalò una collega, che la visitò quando San Pietroburgo era ancora Leningrado.

Può darsi che questo influenzi la mia sensibilità; può darsi che senta i morti di Parigi più “miei” di quelli keniani, nigeriani o russi, così come la perdita di persone care è più dolorosa di quella di conoscenti. Può darsi semplicemente che gli orrori siano così tanti che è impossibile farsi carico di tutti.

Siamo limitati, dopotutto.

(73. continua)

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Trent’anni dopo

Fa una certa impressione, almeno a chi come me all’epoca aveva tutti i capelli e quelli rimasti di un altro colore, riflettere sul fatto che sono passati trent’anni dal film “Ritorno al futuro”, simpatica commedia che nel suo secondo episodio immaginava un viaggio nel tempo che portava i protagonisti nel 2015, cioè oggi.

Se a quell’epoca avessi avuto a disposizione una DeLorean DMC-12 ed avessi intrapreso il balzo spazio-temporale, penso che avrei fatto un po’ fatica a riconoscermi, e probabilmente avrei pensato ad una qualche distorsione; e non parlo dell’aspetto fisico, che anzi a parte i capelli qualcuno  sostiene sia persino migliorato (lo prendo come un complimento), ma di tutto il resto.

“Va’ dove ti porta il cuore” si intitolava un noto romanzo che sfogliai appena, alla sua uscita; ed effettivamente là sono finito, ma allora non ne avevo idea. Avevo conosciuto da un annetto una ragazzotta lombardo-veneta simpatica e spigliata ma ero ancora ben lungi dal capire come sarebbe andata a finire; qualche anno dopo, sorridente in abito da sposa, lei mi confessò invece di averlo saputo da subito, e che io come al solito non capisco un tubo.

Ricordate Primuccio? Ve ne ho parlato a proposito del vino cotto serale, un toccasana; aveva avuto una vita movimentata ed avventurosa, era stato persino in America a stendere i binari dei treni; quando stava per mancare, a 99 anni, scherzando diceva che sua madre, morta a 104 anni, di là l’avrebbe preso in giro. Eppure a chi gli chiedeva cosa fosse stata la vita, la sua vita, rispondeva: “La vita è un ciuffiu”. Un soffio.

Con questa consapevolezza, sarei salito sulla DeLorean e chiuso gli sportelli: partenza, un attimo la durata del viaggio, e gli sportelli si sarebbero riaperti. La nube di fumo si sarebbe diradata, mi sarei guardato intorno e avrei visto l’altro me dopo trent’anni.

Dunque:  mi ritrovo a 500 chilometri da dove sono partito; quella là che mi saluta la mattina la riconosco, ha cambiato pettinatura mi pare; quello è mio figlio quasi alla mia età? Perbacco com’è alto. Quelli sono i miei amici? Mai visti prima. Ma che cavolo sto cantando, cosa ho avuto, una crisi mistica? Che dice quel gruppetto di ragazzini che mi saluta? Ci vediamo alle prove? Che prove? Teatro? Che c’entro io con il teatro? E il lavoro? Ah, meno male. Programmo ancora in Cobol. Dicevano che era obsoleto già nell’85, ed è ancora qua. Non vedo palloni in giro, mi sa che non gioco più. Dov’è che sto andando? A prendere il treno… oh no, ancora il treno… a Milano…

Buffo, mi sembra ieri che Milano mi sembrava su un altro pianeta, quando venivano in vacanza le sorelline milanesi al paesello;  mi ricordo anche che una volta, passando da Rimini, conobbi una ragazza milanese e facemmo una lunga chiacchierata. Alla fine ci salutammo e mi disse: no, tu a Milano non staresti bene, sei troppo calmo. Infatti mi sembra di vedere che sono diventato un po’ meno calmo.

E intorno, che succede?

Tutti hanno in mano qualcosa, sembra un telefonino, ci stanno pistolettando sopra, ma che fanno? Incrocio gente di tutti i colori e nazioni: forse c’è qualche fiera in giro, ma mi sembrano un po’ tanti. Aspetta, prendiamo un giornale, vediamo un po’ come sta andando il mondo: lo sapevo, Gorbaciov con le sue glasnost e perestrojka è riuscito a distruggere l’Unione Sovietica, e Leningrado è tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Tè, ho lasciato un papa polacco e ce n’è uno argentino. Meno male! L’America ha un presidente nero??  E non l’hanno ancora fatto fuori? Strano… Sono cose troppo grandi, vediamo un po’ che succede in casa nostra:  musica… concerto di Morandi e Baglioni… ah, ok, qui ci siamo. Politica: che fine hanno fatto i partiti che conoscevo? DC, PCI, PSI… spariti! What the Hell… il presidente del Milan è a capo del maggior partito di governo? E Beppe Grillo!!! Leader del maggiore movimento di opposizione? O la politica è diventata una barzelletta, o non so proprio che pensare. Vediamo il calcio… Sassuolo, Carpi e Frosinone in serie A? E no, dai, ragazzi non scherziamo.

Ho capito, devo aver toccato qualche tasto sbagliato: sono finito in un universo parallelo. Adesso riaccendo la DeLorean, torno indietro e ci riprovo.

(66. continua)

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Il pelo nell’uomo

C’è stato un tempo in cui i sarti non erano stilisti, i cuochi non erano chef ed i barbieri non erano coiffeur, men che meno unisex. L’onorevole professione di barbiere era svolta nel mio paese da due rami della stessa famiglia, i Pisani: barbieri e artisti, derivavano i nomi dalla passione operistica dei loro avi: Otello, Adelchi, Orfeo… il mio amico Aldo, autore, regista e attore, ne prosegue la tradizione. E’ dottore e non barbiere, però.

Per breve tempo, dopo sposato, ho frequentato un salone unisex. Devo dire la verità, mi sentivo un po’ a disagio. Voglio dire, dal barbiere si va per: a) leggere Tuttosport b) commentare le partite di calcio c) inveire contro le tasse d) parlare di donne. Il massaggio alla cute è inessenziale.

I barbieri erano aperti la domenica mattina. Servizio utilissimo, in quanto davano la possibilità ai lavoratori indaffarati di darsi una sistemata. I capelli si lavavano rigorosamente a casa. Per Natale era molto ricercato il calendarietto con foto di donnine svestite ma non interamente, figurarsi: se andava bene erano costumi a due pezzi, ma era già qualcosa visto che al mare regnavano i pezzi interi.

I tagli ammessi erano due: o con la riga, o all’indietro, alla “mascagna”. Il compositore di Cavalleria Rusticana era morto da un pezzo, ma il taglio di capelli gli era sopravvissuto. Io (allora) avevo i capelli dritti (soprattutto li avevo), perciò li facevo con la riga.

Anche mia zia Raffaella (guarda caso sposata con un Pisani, ma falegname) era parrucchiera. Tagli, tinture, messe in piega, e caschi dalla forma aerodinamica. Fra 2000 anni chissà cosa penseranno gli archeologi che troveranno i caschi sotterrati. Una mosca che volasse da un barbiere ad una parrucchiera avrebbe una buona probabilità di sentir parlare dello stesso argomento. No, non le tasse. Le donne amano molto parlare di altre donne, specie se assenti.

L’estetica odierna è contraria al pelo. Il vecchio detto “Donna baffuta sempre piaciuta” non è più credibile, ma che addirittura si vedano così tanti uomini ricorrere alla depilazione è inquietante.

Ad Ancona, frequentando un corso di formazione di quadri intermedi, avevamo molto tempo a disposizione. Con l’amico Carlo e la sua Ford Capri, di cui vi ho già parlato, all’ora di pranzo scappavamo al mare, dove passavamo un paio d’ore nella spiaggetta più vicina. Non essendo del posto, ignoravamo che la spiaggetta fosse frequentata da coppiette che allora si definivano equivoche. Personalmente ho maturato la convinzione che la vita sessuale di persone adulte e consenzienti sia affar loro, come dire, i gusti son gusti: tuttavia non sono così moderno dal negare che effusioni tra persone dello stesso sesso, in pubblico, mi mettano in imbarazzo. Potrei definire stupore o meraviglia o incredulità quella con cui vedemmo alzarsi, da un telo poco vicino, una coppia di uomini abbracciata, di cui uno indossante un tanga: visione da vietare ai minori, ed anche ai maggiori sensibili. Ecco, in quel caso avrei auspicato che l’esibizione fosse avvenuta dopo opportuna depilazione. Subentrò poi un’altra preoccupazione: e se qualcuno ci avesse visto, e accostati all’affettuoso quadretto? La volta dopo, per sicurezza, andai a prendere il sole sulla terrazza del capannone dove si teneva il corso. Non calcolai però l’effetto amplificante delle lamiere: mi ustionai di brutto e il corso pomeridiano non mi ebbe tra gli allievi più attenti.

Le creme solari erano roba per femminucce. L’uva era quella che si coglieva in grappoli d’autunno: dei raggi Uva e dell’ozono che poi avrebbe avuto il torto di bucarsi non sapevamo niente. Il sole si prendeva in questo modo: primo giorno, nessuna precauzione se non a volte un cappellino: ustioni di primo grado. In serata, se non proprio il delirio di Fantozzi, insorgeva comunque una leggera febbre. La schiena veniva spalmata di crema Nivea o olio d’oliva, e nei casi più gravi da acqua e amido. Il giorno dopo riposo. Il terzo giorno, si tornava al sole. Le nostre capacità di recupero erano prodigiose, gli scienziati dicono che le pagheremo col tempo, tié.

Un paio di annetti fa, notando che i capelli diminuivano ma le tariffe aumentavano, comprai una macchinetta. Affidai il taglio a mia moglie, che ha il pollice verde. Prese ispirazione dai due attori che più ammira,  lo scomparso Yul Brinner e lo Zingaretti di Montalbano. Il risultato fu soggettivo: per lei ero irresistibile, mentre i colleghi il giorno dopo, con delicatezza, mi chiesero a che ciclo di chemio fossi arrivato.

Sono tornato dal barbiere. Da Leo, prossimo alla pensione, a leggere il Tuttosport del giorno prima, a commentare le partite di calcio di vent’anni fa e a inveire contro il governo di turno, tanto le tasse salgono sempre. Sulle donne, no comment.

(39. continua)

Edoardo-Vianello

Noi vogliamo tanto bene (alla madre superiora)

Alle 5 e 56, ora italiana, del 21 luglio 1969, l’americano Neil Armstrong poggiò un piede sulla luna. Io tifavo per i russi, che avevano reso immortali la cagnetta Laika,  Jurij Gagarin  e Valentina Tereshkova: tuttavia fu la bandiera a stelle e strisce a essere conficcata per prima sul suolo lunare. Qualcuno sostiene che sia stata tutta una messinscena; se all’epoca avessero avuto 10 anni, letto qualche romanzo di Verne e assistito alla cronaca di Tito Stagno, di dubbi non ne avrebbero.

Quando iniziai a lavorare, il nostro computer aveva 5 megabyte di memoria fissa e 5 di memoria removibile. Cioè c’era un padellone, con una maniglia sopra, che si poteva togliere e sostituire con un altro.

Non voglio fare il saputello, ma è solo per dire che oggi il modello base di un qualsiasi telefonino è almeno 100 volte più potente di quel mio primo computer,  il quale a sua volta era più potente di quello che aveva guidato l’Apollo 11. Se poi ci sia bisogno di tutta questa potenza per mandare messaggini sgrammaticati, foto della colazione o uozzappare (sono sicuro che l’Accademia della Crusca approverà questo neologismo) faccine sorridenti con qualcuno che si vedrà cinque minuti dopo, non lo so.

A proposito di padellone, a Parma avevamo installato dei programmi alle Piccole Figlie dei  Sacri Cuori di Gesù e Maria. Io non ero molto addentro al mondo religioso; al mio paese c’era un convento di Clarisse, e per il resto avevo visto suore disseminate tra asili e ospedali, ma non mi ero mai interessato della galassia di congregazioni  che identifichiamo genericamente come “suore”.

Ad esempio, l’asilo “Monsignor Marinozzi” era gestito dalle suore. Io lo frequentai per ben tre giorni, che mi sembrarono un’eternità. Ora si tende a mandare i bambini all’asilo per socializzare. Sarà. Ai miei tempi si socializzava benissimo fuori, anzi chi frequentava l’asilo era visto come un poveretto, un orfanello: possibile che non abbia nessuno, una nonna, una zia, che possa tenerlo? Del periodo trascorso ricordo: una suora con la faccia quadrata che ci faceva correre in cerchio, al ritmo di un fischietto; l’umiliazione del dover chiedere il permesso di andare in bagno per far pipì; l’invidia (immotivata) per i cestini della merenda altrui; la canzoncina che avrebbe dovuto ispirare amore spontaneo e genuino verso le nostre educatrici:
“Tra le rose e le viole
anche un giglio ci sta bene.
Noi vogliamo tanto bene
alla madre superiora.
Superiora, superiora cara!
Vero angelo sei tu.”

Da scrutatore per non so più quali elezioni, mi capitò di accompagnare il presidente ai seggi mobili allestiti in ospedale. Si mette un paravento e si permette anche ai ricoverati di esercitare il diritto di voto; quelli che non sono autosufficienti hanno la facoltà di farsi aiutare. Insomma, dietro al paravento andò una suora: si sentì trafficare con la scheda, finché non si udì la protesta strozzata dell’anziano, immobilizzato si ma con deciso orientamento politico: “No! Falce e martello perdio! Ho detto falce e martello!”. Dal separé emerse la suorina paonazza, ma sicuramente convinta di aver salvato l’anima al peccatore. Nell’urna Berlinguer non ti vede, ma la suorina si.

Con queste premesse partii un po’ prevenuto. Ma queste, non c’è che dire, mi piacevano. Avevano una marcia in più. Innanzitutto il fatto che si informatizzassero non era scontato, più di trent’anni fa. E poi avevano una curiosità, un candore, una gioia che contagiavano. Si accostavano alla tastiera con timore; bei tempi quelli in cui qualche malfunzionamento si poteva imputare alla “macchina” e non agli errori di chi la macchina la programmava. Ascoltavano le spiegazioni con religiosa (!) attenzione, e imparavano subito.

Mi avevano preso a benvolere: ero poco più di un ragazzo, e notato l’accento (credo sappiate che il maceratese è abbastanza diverso dal parmense: a Parma hanno la erre moscia, ops, francese, e le parole generalmente non finiscono in “u”) mi avevano interrogato sulle origini, e sentito che vivevo lontano dalla famiglia si erano intenerite e mi consideravano una specie di consorella.

Io cercavo di passare da loro al pomeriggio, all’ora di merenda: facevano a gara per viziarmi, e ogni volta mi offrivano qualcosa di buono. Chiedevo il vino del prete, e mi portavano un passito dolce che era fantastico; a volte un nocino, per digerire, fatto da loro stesse; e non mancava qualche biscotto e fetta di crostata.

L’unico appunto che potevo muovere, pur intuendo che il loro comportamento fosse giustificato da una forte fede, era che non facevano mai le copie di salvataggio dei dati.

Va bene affidarsi totalmente ad un’Entità Superiore, ma un backup è un backup: quando cercavo di far passare questo concetto senza apparire blasfemo, un sorrisetto sollevava i baffetti della suora contabile, un guizzo negli occhi come quello di un bambino pescato dopo una marachella. Che gli vuoi fare a donne così?

“Dia a me, sorella, mi passi il padellone. Gliela faccio io la copia, il Padreterno ha altro da fare”.

(31. continua)

TITO-STAGNO