Vita quotidiana al tempo del coronavirus (VI)

Il televisore si è preso il virus. Ieri sera, sul più bello dei Soliti Ignoti, i canali sono spariti e non c’è stato più verso di farli andare. Panico! Su Paramount c’era Padre Brown, uno dei miei preferiti: saltato! Stamattina ho portato il vecchietto (oltre 12 anni) al centro assistenza, e la diagnosi è stata parzialmente infausta: il decoder è morto e data l’età avanzata non ci sono più ricambi: allegria! Posso rimediare con un decoder esterno che tanto, dice il simpatico tecnico, avrei dovuto acquistare tra qualche mese, quando ci sarà la nuova rivoluzione nel digitale terrestre. Televisione intelligente, allora! (ma perché fermarsi proprio su Amadeus, e non sul telegiornale?)

Ieri pomeriggio, prima di prendere il treno (semivuoto) per tornare a casa, sono passato alla Paoline, quelle in Via Albani non in Duomo, per chi è pratico di Milano. Sono molto simpatiche ed un tempo passavo spesso, per spartiti, libriccini, idee: facevamo delle belle chiacchierate (sono più aperte di molti laici!) e mi volevano molto bene. Purtroppo mi hanno dato una brutta notizia, e cioè che chiudono, oggi è l’ultimo giorno. Perchè? Non si sa, così hanno deciso i loro superiori, e loro obbediscono. Secondo me non ci stavano più dentro, la gente legge meno e quel meno che legge lo compra a prezzi scontati su Amazon: prima o poi qualcuno si deciderà a metterla fuori legge, ma sarà troppo tardi. Comunque ho preso “Querida Amazzonia”, l’esortazione apostolica di papa Francesco: comunque la si pensi, male non fa.

Contrordine compagni, la cinese del take away aveva ragione: un “collega” è effettivamente risultato positivo al coronavirus, al 20° piano del palazzone di piazza Gae Aulenti. Il piano è isolato, gli impiegati in quarantena a casa. Gli altri piani sono stranamente immuni.

Cominciano finalmente a levarsi delle proteste per le decisioni delle amministrazioni pubbliche al di fuori della zona rossa di chiudere gli uffici al pubblico, causando dei bei disagi agli utenti (pensiamo all’Inps, ai Comuni…). Non rientravano nell’ordinanza, e quindi si sono fatti le regole da soli; come dicevo non si capiva perché le cassiere dei supermercati dovessero lavorare e loro no: adesso qualche dirigente dovrà spiegare il motivo, ma più probabilmente finirà tutto a tarallucci e virus.

Ho aggiustato la doccia, con la modica spesa di una vite; è incredibile che una rottura di pochi euro possa provocare tanti danni, d’ora in poi mi laverò molto meno, non si sa mai…

Mia nipote, leggermente ansiosa, dato che aveva qualche linea di febbre ha chiamato la sua dottoressa per chiedere se poteva farsi fare il tampone. La dottoressa ha evitato di mandarla a quel paese e le ha spiegato che i tamponi, ora, si fanno solo se uno ha la febbre a 38 e mezzo almeno da tre giorni, e con problemi respiratori. Per le unghie incarnite non è il caso.

Per fortuna per il viaggio a Valencia ho fatto l’assicurazione per il rimborso i caso di impossibilità a viaggiare. Ma questi casi saranno compresi? Non ci faranno volare e poi ci terranno in aeroporto? Ma lo vedremo a suo tempo, casomai faremo come gli italiani all’aeroporto di Tel Aviv che gridavano: “ci tengono in ostaggio!”

L’epidemia ha scatenato le menti più fervide e girano su FB, youtube e whatsapp un sacco di filmati e foto divertentissimi. Uno degli ultimi che ho ricevuto è I CONSIGLI DI NONNA SUL CORONAVIRUS ed è esilarante, almeno per me che mi identifico con la nonna.

Adesso vado, che devo combinare qualcosa: c’è ancora la cantina da sistemare…

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (V)

Venerdì 28 febbraio

Riprendo il treno di ieri, il diretto delle 7:45; normalmente al venerdì c’è meno gente perché ci sono meno studenti, ma siccome di studenti in questo periodo non ce n’è i viaggiatori sono più o meno gli stessi di ieri. Sale una coppia sulla settantina avanzata, ogni tanto li incontro perché vanno a Milano solo al venerdì e cercano di sedersi sempre sugli stessi sedili della stessa carrozza; lo fanno anche oggi anche se c’erano altri posti liberi e la ragazza seduta nel sedile davanti a loro lancia un’occhiata di odio che non colgono o sorvolano. Chiedo loro se non temono il contagio, mi rispondono che ne hanno viste tante e non hanno intenzione di farsi cambiar la vita da un microorganismo…

Ma la vita cambia eccome, magari in piccole cose ma cambia: ad esempio il condomino a cui ho allagato il bagno ha l’anziano padre ricoverato a Napoli, e lo va a trovare una volta al mese; stavolta non andrà per paura di contagiare lui e gli altri vecchietti dell’ospizio, dato che sembra che il virus prediliga persone avanti con gli anni… Mio figlio si ritrova ogni venerdì sera con amici e amiche nella taverna di uno di questi: ma questo in passato ha sofferto di gravi problemi polmonari e la madre non vuole assolutamente rischiare, quindi ha giustamente sbarrato le porte alla compagnia… Mia suocera, 85 anni suonati, ogni venerdì viene accompagnata da mia moglie e mia cognata a fare la spesa; ieri strepitava perché avrebbe voluto andare lo stesso ma l’hanno convinta che, dato che soffre spesso di bronchiti, era meglio lasciar stare… ha protestato un po’, ma alla fine si è rassegnata. Io lunedì avrei dovuto partecipare a delle prove congiunte di cori della diocesi: saltate… (di questo non mi dispiace tantissimo, ad essere onesti).

Di mia suocera prima o poi parlerò, è una donna che ammiro molto, energica, una padovana venuta in Lombardia da ragazzina a fare la servetta quando dalle sue parti si pativa letteralmente la fame; ha lavorato tutta la vita ed ha tirato su la famiglia e la casa praticamente da sola, perché il marito si è ammalato prestissimo. Oggi è affetta da una strana forma di sordità selettiva: sente solo quello che vuole sentire…

A Lipomo, un paese non lontano da Como, c’è stato un primo contagiato, un 84enne che sembra abbia avuto contatti con qualcuno della zona rossa. Ed ora che faranno, isoleranno il paese? Essendo un paese di passaggio, su una strada molto trafficata, dubito fortemente… ma quanta gente ha avuto contatti con codognesi e lodigiani? E come mai pare che qualsiasi straniero sia passato da Milano si sia infettato? (un cronista spagnolo che commentava Atalanta-Valencia; un turista israeliano… ma c’è gente in giro che ha il compito di infettare gli stranieri? Perché qualcosa non torna, per il calcolo delle probabilità allora noi che siamo rimasti a piede libero dovremmo cadere a terra come mosche…)

Al lavoro più o meno siamo gli stessi, c’è appena qualcuno in più probabilmente perché a fine mese bisogna fare i rapportini per le proprie società… un altro vantaggio del coronavirus è che i bagni sono puliti, quindi anche gli ingegneri informatici sono capaci di centrare il buco, se solo ci mettono un po’ di attenzione.

Si cominciano a sentire discorsi preoccupati per le prossime vacanze, che siano di Pasqua o oltre: gli aerei viaggeranno? Si potrà andare in Spagna, in Grecia, a vattelapesca, gli italiani li vorranno? Con un tempismo perfetto, dopo aver rimandato per anni, ho acquistato i biglietti aerei per Valencia proprio due settimane fa, quando si pensava che il virus fosse riservato ai cinesi… spero di non incontrare, nel caso, il cronista di cui parlavo sopra.

Torno a comprare pranzo al mercato comunale: il salumiere dice che i fornitori non gli consegnano più la roba e commenta “In divintà tuut matt”, la birra Ichnusa però per fortuna è arrivata; la panettiera cerca di rifilarmi le chiacchiere al cioccolato avanzate, mentre lo scaffale del pane è abbastanza vuoto. La farmacia non ha ancora le mascherine, visti i sequestri di ieri potrebbero distribuirne un po’, no? A proposito, gli accaparratori in tempo di guerra facevano una brutta fine…

Dovrei scrivere la nuova puntata di Olena, le idee ci sono ma non sono abbastanza concentrato per metterle in ordine: gira e rigira ‘sto virus occupa il cervello, rallenta i movimenti, blocca le iniziative. E questo weekend, che si fa? Se la disperazione mi opprime, riordinerò la cantina.

Vi farò sapere; se non mi sentite vorrà dire che sono in quarantena volontaria.

p.s.:
a voi non sembra che il governatore Fontana stia meglio con la mascherina che senza?

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (IV)

Giovedì 27 febbraio

Stamattina ho preso il treno successivo a quello solito, sarà l’orario più comodo ma c’è più gente. Pochi indossano mascherine; faccio il viaggio insieme ad un’amica che lavora per una casa editrice e mi racconta che stanno correndo per preparare le uscite dei prossimi numeri delle riviste, si portano avanti per paura che qualcuno si ammali e poi non si riesca a restare al passo. Mi chiedo che faranno quando l’emergenza sarà passata: probabilmente dovranno mettersi in ferie forzate…

All’arrivo passiamo in una vicina parafarmacia per chiedere se ci sono le mascherine, niente. E’ difficile capire come sia possibile avere farmacie e parafarmacie sfornite di questi presidi che, anche se in alcuni casi poco efficaci, psicologicamente sono importanti. Mi fa ridere il ministro che dice che colpiranno gli speculatori. Magari se le Regioni (enti inutili) e lo Stato avessero pensato ai rifornimenti, invece di lasciare come al solito tutto al “mercato”, ovvero ad accaparratori e approfittatori… ma tant’è.

Svelato il mistero della notizia che ci aveva dato ieri la cinese (ne hanno parlato Tv e giornali): non si trattava di nostro collega, inteso come bancario _ anche se personalmente non sono bancario ma consulente informatico vecchio, con questo non voglio dire che ne capisca di informatica ma solo che sono esperto del mio orticello e mi pagano per risolvere problemi su cose vecchie anche perché delle nuove e dell’informatica in generale da anni non me può fregar di meno, per inciso se la popolazione dei bancari e parabancari venisse dimezzata nessuno ne patirebbe, e del resto è quello che le banche senza aspettare il virus stanno facendo per conto loro con scivoli e prepensionamenti… _ ma di collaboratrice del presidente della Regione e quindi ora Fontana si è messo in auto-isolamento. Se si applicassero gli stessi criteri di Codogno probabilmente bisognerebbe isolare tutta Milano: nessuno sta ventilando l’ipotesi, anche perché sarebbe come buttare una bomba atomica sulla Madonnina o quasi. Intanto il sindaco Sala, dopo aver salvato l’happy hour permettendo ai bar di rimanere aperti dopo le 18, chiede di poter riaprire almeno i musei ed i teatri: benissimo, ma per De La Tour a questo punto aspetterò qualche settimana.

In ufficio le persone aumentano, men e women in black sono tornati quasi tutti; all’ingresso hanno cambiato i protocolli ed a tutti quelli che si presentano ed ai quali il badge non è stato ancora riabilitato oltre al questionario sulle zone frequentate negli ultimi quindici giorni viene misurata anche la temperatura. Una ragazza diceva che il termometro ha segnato 34, o è morta e non lo sa ancora o la taratura non è delle migliori…

Ieri sera, appena arrivato a casa, faccio appena in tempo a cambiarmi che mi chiama il vicino del piano inferiore dicendo che gli piove in casa. Strano fenomeno atmosferico! Ho pensato. Purtroppo deve essersi rotto qualcosa nella mia doccia ed una bella pozza d’acqua si è allargata nel suo soffitto ed è filtrata pian piano nel bagno. Per fortuna sono assicurato… oggi arriverà l’idraulico, chissà se avrà la mascherina. A proposito di assicurazioni, l’anno scorso sono stato io ad essere vittima di una perdita dal piano di sopra; il perito ha fatto un sopralluogo via skype, ovvero collegandosi col telefonino… non so cosa abbia visto lui, io i soldi non li ho ancora visti, comunque.

Vado a comprarmi pranzo al supermercato: panino, salame bio (non perché sia un amante del bio, ma era in offerta), birra e tocchetti di grana. E’ pieno di anziani, non hanno paura di niente ‘sti vecchietti! Una, incurante del contagio, con una gentilezza d’altri tempi mi chiede un’informazione mentre aspetto la metro per ritornare al lavoro (). L’avrei abbracciata, chissà come l’avrebbe presa…

A pranzo nella sala allestita vicino alle macchinette del caffè, per chi non va in mensa e porta la schiscetta da casa. Di solito è pieno di indiani e sembra di essere in una friggitoria di Calcutta: gli indiani sono ancora a casa (in India?) e le pietanze che si vedono sui tavoli sono italiane al 100%.
Ieri mi ero dimenticato di dirlo ma è stato buffissimo vedere, nei tavoli davanti al take away cinese, una cinese che mangiava un piatto di lasagne prese dalla gastronomia di fronte: non si fidano nemmeno loro o sarà stata stufa di involtini plimavela?

I ritmi di lavoro sono molto blandi, i miei più del solito, ma come guru me lo posso permettere (non è una mia vanteria, ad un certo punto un grande stratega si era messo in testa di “imbozzolare i guru” ovvero isolare gli esperti di una certa procedura e carpirgli il massimo delle informazioni, svuotandoli di conoscenze e potere contrattuale. Io ho opposto una resistenza passiva gandhiana, e per ora sono sopravvissuto a diversi strateghi…); è che fa abbastanza riflettere il semplice fatto che basta che qualcuno ti starnutisca in faccia per cambiarti la vita e quella dei tuoi cari…

Ma per oggi non è successo, e sarà meglio preoccuparsi della fattura dell’idraulico, piuttosto…

A domani, con calma.

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (III)

Mercoledì 26 febbraio

La pacchia sta finendo, sul treno ed in metropolitana c’è più gente anche se, in mancanza degli studenti, c’è abbondanza di posti liberi; Trenord non ha ancora pulito e igienizzato le carrozze, confida nella abitudine dei pendolari a confrontarsi con ogni tipo di batterio e virus. Se è per quello anche nel mio comune non ho visto passare autobotti di disinfettante per spruzzare almeno i marciapiedi, ma del resto nella piazza del quartiere dove abito c’è un sottopassaggio dove la pulizia viene fatta una sola volta a settimana ed è un vero immondezzaio.

Nel tragitto casa-stazione passo davanti ad un negozio di massaggi cinese, incredibilmente chiuso: allora è davvero allarme!
Aspettando il treno incontro un amico salvadoregno, parrucchiere (la cosa buffa è che lavora per una catena che si fa vanto di essere italiana al 100% e che applica ritmi e prezzi cinesi). Mi dice che lavorano con guanti e mascherine e, come misura precauzionale, tengono aperta la porta di ingresso ed una finestra dall’altro lato, per fare corrente d’aria. Così i clienti non si ammaleranno di coronavirus, ma un raffreddore non glielo toglie nessuno.

Al lavoro oggi nello stanzone siamo il doppio di ieri. Un gruppo di men in black (dipendenti della famosa multinazionale che tiene molto al fatto il suo personale indossi vestiti neri) si è ripresentato perché da casa, dicono, non riuscivano a lavorare, la linea era troppo lenta. Sono arrivati con calma, per la verità, ma loro sono fatti così: è inutile arrivare presto quando poi devono rimanere fino a tardi la sera solo per far vedere ai loro capi che lavorano tanto. Io preferisco arrivare presto e andar via presto, ma non ho più ambizioni di carriera, e poi non mi vesto di nero…

A proposito di nero, oggi sarebbe mercoledì delle Ceneri; le messe sono precluse alla presenza dei fedeli ed anche i funerali in Chiesa sono riservati ai parenti stretti. Un tempo si sarebbero fatte processioni per chiedere l’intercessione di qualche santo contro il diffondersi del male, oggi evidentemente non si sa più a che santo votarsi e si chiudono pure le Chiese.

Decidiamo di sfidare la sorte e andiamo nel vicino centro commerciale, per renderci conto della situazione.
C’è un decimo della gente presente normalmente, i negozi sono però tutti aperti lo stesso, compreso il take away cinese che visitiamo settimanalmente. I tavolini all’esterno, di solito zeppi, sono semivuoti; ci fermiamo impavidi proprio lì e parliamo con la ragazza alla cassa (credo sia la direttrice perché comanda i suoi connazionali a bacchetta) e le chiediamo che ne pensa: che deve dire, spera come tutti che passi presto; in Cina la situazione sta migliorando, dice, e ci dà un’informazione allarmante ma che forse è una fake news, e cioè che un nostro collega in Garibaldi è stato trovato positivo. Indagheremo.

Già che ci siamo entriamo nel supermercato: tranquilli, di pasta, pane e carta igienica ce n’è a bizzeffe. L’Amuchina non l’abbiamo vista, l’alcool è quasi finito, in compenso sono avanzate parecchie chiacchiere e tortelli di Carnevale, ma si sa che il carnevale ambrosiano dura di più… mi fa un po’ specie che alle cassiere del supermercato non sia stata data almeno una mascherina, possibile che la Coop abbia trovato un vaccino e noi non ne sappiamo niente?

Al ritorno al lavoro alla reception vediamo uscire uno al quale stanno misurando la febbre con quel termometro che sembra una pistola e che si avvicina alla fronte. Ci guardiamo: l’avrà chiesto lui? E avrà la febbre? Ad ogni modo, meglio stargli alla larga.

Ed anche per oggi pare che l’abbiamo sfangata; il poco fotogenico governatore della Lombardia ieri ha detto che si tratta di un’influenza un po’ più forte, quello che qualche virologo diceva da qualche settimana; comunque, per non saper ne leggere ne scrivere, io la mano non la do a nessuno.

A domani!

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (II)

Nel secondo giorno dell’età del virus comincio ad abituarmi alla situazione e a goderne i vantaggi.
Treno mezzo vuoto che Trenord si è ben guardata dal pulire, tantomeno dal disinfettare: non avranno l’Amuchina nemmeno loro, probabilmente; metropolitana mezza vuota anche lei, e nessuno che corre per qualche inutile fiera: ottimo!
Al lavoro nel mio stanzone siamo gli stessi dieci di ieri, probabilmente tutti consulenti a partita Iva, cani sciolti che per una giornata di fatturato ammazzerebbero qualche congiunto: ho provato a chiedere la connessione da casa, ma non se ne parla. Se sto a casa non prendo una lira, e le ferie preferisco farle quando voglio io.

Sono tornato al mercato a prendermi un panino, più presto di ieri per non rischiare di rimanere senza: al contrario che sui mezzi dove non c’è verso di scambiare una parola con qualcuno (era già difficile prima, dato che al tempo dei social siamo diventati tutti asociali, adesso tra mascherine sciarpe e diffidenza è praticamente impossibile), ho scoperto che c’è gente che si sforza ancora di socializzare! Non incorrerà in qualche multa?

Qualcuno anche troppo: un simpatico vecchietto me lo sono ritrovato davanti in farmacia, in panetteria e dal salumiere: dovunque importunava bonariamente le esercenti e le clienti, vecchie o giovani che fossero, l’ho ammirato sinceramente e spero proprio di arrivare alla sua età per fare la stessa cosa. Al limite, se qualcuna avesse da ridire, basta dare un paio di colpi di tosse.

Ho comprato la birra ma ho dimenticato di farmela aprire, ho ripensato a mio cognato che apriva le bottiglie con i denti ma non è il mio caso; mi sono ricordato di avere a casa un coltellino svizzero che finora non ho mai portato perché non si sa mai cosa può succedere in certi momenti se ci si ritrova per le mani un coltello, anche se svizzero: ma domani lo porto, e voglio proprio vedere chi me lo impedirà.

Già che c’ero sono passato anche in farmacia, la farmacista era sorpresa che mi preoccupassi del colesterolo e non le chiedessi le mascherine, così prima che aprissi bocca si è premurata di informarmi che le mascherine dovrebbero arrivare dopodomani. Ma servono a qualcosa, le ho chiesto? Quelle che arrivano poco, mi ha risposto, ma meglio che niente; quelle col filtro che sarebbero più adatte non sappiamo quando arriveranno. Mi dico che se tanto le mascherine le producono in Cina come tutto il resto è anche inutile farsele arrivare.

Stasera avremmo dovuto fare le prove di canto: niente prove, annullate, così come le messe, il mercoledì delle Ceneri, la messa domenicale, tutte: e mo’ che faccio domenica? I musei sono chiusi, spero che qualcuno non si faccia venire in mente di andare a camminare in mezzo alla natura, che palle la natura!
La diocesi ha diramato delle linee guida per la Via Crucis personale. Approfondirò e vi farò sapere, non so se bisognerà predisporre all’interno del proprio appartamento un percorso con le 15 stazioni.
Matrimoni e funerali solo per parenti stretti: a questo punto è meglio non sposarsi e non morire e aspettare il cessato allarme.

Mia madre ieri ha chiamato, allarmata. Voleva sapere come stavamo, comprensibilmente, dato che ormai sembra che Chernobyl ci faccia una pippa. Finora ero sempre io che chiamavo allarmato quando sentivo di qualche scossa di terremoto, ma adesso questa super influenza ha eclissato qualsiasi avvenimento italiano e mondiale, si parla solo di quello e francamente comincio a pensare che qualcuno ci marci.

Sembra che si dovrà spostare anche il referendum sul taglio dei parlamentari, per me si potrebbe anche cancellare del tutto tanto se va bene andrà a votare il 20% degli aventi diritto, appena poco più di quanti ieri sono andati a votare a Napoli per eleggere un senatore. Propongo la prossima volta di abbinare l’elezione del senatore con la scelta della candidata per Miss Italia, ci sarebbe senz’altro più interesse.

A domani!

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus

Sabato sera io e mia moglie siamo stati a teatro a Milano, al Piccolo Teatro Strehler (non lo dico per tirarmela, è solo che ho un abbonamento pensionati _ anche se pensionati non lo siamo ancora, ma grazie ai buoni uffici di due amici ci siamo imbucati in un’associazione benemerita per risparmiare, e poi è comodissimo: andata e ritorno in pullman, posti prenotati… _). Sul pullman meno gente del solito, ed incredibilmente il baretto dove andiamo a prendere il panino prima dello spettacolo, di solito strapieno, era semivuoto e la gentilissima padrona è stata anche lì con noi a chiacchierare cinque minuti, quando normalmente non riesce ad alzare la testa dalla cassa. In sala qualche posto vuoto, ma nemmeno troppi: paura del contagio o dello spettacolo? “La tragedia del vendicatore” di Middleton, coevo di Shakespeare, non è leggerissima, anche se l’allestimento del regista Donnellan ha attualizzato la storia e l’ha “alleggerita”. La notizia della chiusura dei teatri, il giorno dopo, è stata dolorosa anche se non inaspettata.

Ieri siamo andati a fare una bella passeggiata sul lago. La giornata era calda, primaverile, era davvero un peccato rimanere in casa. Di solito scendiamo a Como con il bus, ma stavolta siamo andati in macchina, per ridurre al minimo i contatti: in giro meno gente del solito, meno confusione, ma non il deserto che temevamo: famiglie, innamorati, nonni e nipotini, turisti… gente che fa jogging, che va in bicicletta, in monopattino… ma al bar no, non ci fermiamo: siamo sicuri che li lavino proprio bene i bicchieri? E quello che starnutisce lì, stiamogli un po’ alla larga… ad un certo punto un raggio di sole mi entra e nel naso e fa starnutire me: quasi quasi mi viene da scusarmi, tranquillizzare i vicini, tutto ok ragazzi, è solo il sole…

Ieri pomeriggio mio figlio è venuto a Milano, per incontrare la sua compagnia di amici. Le raccomandazioni che si è dovuto subire erano più adatte ad una partenza per la guerra che per un viaggetto a quaranta chilometri, ma tant’è; poi una volta partito continuavamo a chiederci: con chi andrà? Ma gli amici li conosci? Non è che ce n’è qualcuno di Lodi? Ieri sera è tornato a casa sano e salvo ma un po’ confuso: la società di co-working di Cormano dove lui e i suoi soci hanno preso gli uffici per la loro azienda di grafica ha deciso di chiudere gli spazi per una settimana.

Stamattina sono andato al lavoro. Ho preso il mio trenino pendolari, semi vuoto, poi la metropolitana con addirittura qualche sedile libero. Qualcuno si protegge naso e bocca con la mascherina; qualcuno (come me, che le mascherine non le ho comprate, ma dicono che non si trovino nemmeno a pagarle a peso d’oro) con la sciarpa. Lo so, non serve a niente, se non come invito a starmi lontano.
Rinviati eventi sportivi, chiuse scuole, asili, musei, teatri, addirittura le chiese: i luoghi di socialità, come dice il sindaco di Milano.
Il badge per entrare era disabilitato. L’hanno fatto per tutti gli “esterni”, per tutti quelli cioè che non sono dipendenti, anche quelli, come me, lavorano in questo posto da quasi venti anni; ci sottopongono un questionario dove si dichiara di non essere stati, negli ultimi 15 giorni, in uno dei paesi infetti; passato il controllo salgo al piano dove, delle oltre duecento persone che affollano lo stanzone, ne è presente una decina. Quasi tutte le società (i “fornitori”) infatti hanno invitato i loro dipendenti a rimanere a casa e lavorare se possibile da lì: solo chi non ha il collegamento o ha motivi eccezionali può lavorare in loco. Io in realtà di motivi eccezionali non ne avrei, se non quello abbastanza nobile che se non lavoro non mi pagano: per oggi va così, domani vedremo, se mi danno la linea, le autorizzazioni, bene, se no rimarrò a casa a scrivere qualche puntata di Olena…

Comincio a sentire i colleghi sparsi per l’Italia, è un po’ dappertutto così, chi può lavora da casa, tanti uffici sono chiusi, porte sbarrate…

E mi è venuto un sospetto: ma questo virus non sarà stato creato apposta per non farci più muovere da casa? E’ comodo un popolo che non si possa riunire, incontrare, confrontare… E’ solo il preludio di quello che ci aspetterà da qui a venire, ogni volta che scoppierà una nuova influenza? Sembra che il mondo sia davvero diventato troppo piccolo: da villaggio globale a lazzaretto globale è un attimo…

Comunque, ridendo e scherzando, si è fatta l’ora di pranzo: la mensa ed i bar interni sono chiusi; mangiare i toast delle macchinette è contrario ai miei precetti religiosi: quattro passi fuori c’è il mercato comunale e mi prendo un bel panino alla bresaola (con le ultime due fette di pane rimaste!) ed una birretta Ichnusa; una chiacchiera al cioccolato e due tortelli che domani è carnevale… seduto su una panchina al sole, di rientrare non ho proprio voglia, che faccio? Torno a lavorare o me ne vado a casa?

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Olena à Paris – 6

Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!

Flettàx, l’Ara Macao celtico, saltella cupo sbatacchiando la gamella del becchime alle sbarre della grande voliera dove è stato rinchiuso per ordine dell’autorità veterinaria di Kokkola, grazioso paese finlandese dell’Ostrobotnia Centrale.
La misura cautelare si era resa necessaria a seguito della rissa scatenatasi durante la festa di chiusura invernale del Parco Animali Toivonen che aveva visto Flettàx, vedette dello spettacolo, scontrarsi con i giovani fratelli napoletani Ciro e Sposito Donnarumma che avevano criticato coloritamente la messa in scena dove il pappagallo si esibiva in una divertente imitazione di Santa Claus, provocando la dura reazione del pennuto che era passato alle vie di fatto, ma più che questo era stata la sfilza di “terùn dell’ostrega” ed altri epiteti politicamente poco corretti che aveva convinto il direttore del parco, Tapio Myllymäki, a richiedere l’intervento del veterinario ed a concordare con lui un periodo di quarantena per l’animoso uccello.

Piia Pihlajamåki, la giovane guida del parco, accompagnata dalla gallina Kocca, la cavalla Fiona e la renna Riitta, si avvicina alla gabbia ed allunga una manciata di noccioline nel tentativo di rabbonire lo sdegnato volatile che, dichiaratosi prigioniero politico, ha iniziato da qualche minuto uno sciopero della fame.
«Su, Fletti, non fare i capricci. Mangia qualcosa! Guarda, ti ho portato anche il Jäätelö keksillä che ti piace tanto» cerca di convincerlo Piia, mostrando la versione finlandese del Camillino, il famoso gelato con biscotto.
«Si, Flettino, mangia qualcosa!» ripetono a pappagallo al pappagallo le sue tre partner in arte e non solo.

Il pappagallo, con le penne arruffate e la voce fremente di sdegno, fatica a trattenere la rabbia:
«Craa!! Ingrati! Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Incarcerato innocente come Silvio Pellico, come Antonio Gramsci, come Nelson Mandela!» protesta l’Ara Macao, mostrando una sorprendente conoscenza della storia moderna.
«Fletti, non ti sembra di esagerare?» lo rimprovera Riitta, la renna. «Nelson Mandela non ha becchettato il naso di nessuno. Se chiedessi scusa, il direttore potrebbe abbreviarti la pena…»
«Puah!» risponde il pennuto, sprezzante. «Non mi abbasserò mai a chiedere la grazia! Combatto per la libertà dell’arte, io! Craa!! E non chiamatemi più Fletti o Flettino! Io sono Spar-ta-cus! E vi dico che ben presto spezzerò queste catene che mi opprimono!»
Kocca, Fiona e Riitta applaudono ammirate alla performance dell’uccello sovranista. «Fletti, sei un portento. Appena esci la mettiamo in scena, ok? Io faccio Messalina» propone l’ambiziosa cavalla, incurante del fatto che la voluttuosa imperatrice fosse di circa un secolo più giovane del coraggioso gladiatore.

«Craa!!» risponde l’incompreso pappagallo scuotendo la cresta. Guarda il gruppetto allontanarsi, con la gallina che, a causa della lunghezza delle zampe, rimane indietro.
«Kocca!» la chiama. La gallina accorre subito al richiamo dell’amato.
«Hai preparato tutto?» chiede circospetto Flettàx.
«Si, Fletti, tutto pronto»
«Bene! Allora è per domani, all’alba vincerò!» proclama il variopinto artista con un acuto.
«Per fortuna siamo in primavera» constata Kocca «altrimenti l’alba l’avremmo dovuta aspettare un bel po’. Vado a preparare le valigie, allora. Ciao Fletti!» lo saluta la gallina, e si allontana ondeggiando.
«Kocca?» la richiama il pappagallo.
«Si, Spartaco?» risponde la pennuta, lievemente ironica «che c’è?»
«Mi avvicineresti il Camillino, per favore?»

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Proteggi i tuoi pelosi!

Ieri sera, tra le decine di mail che quotidianamente mi intasano la casella di posta, ne spiccava una che ha attirato la mia attenzione: “Proteggi i tuoi pelosi!” intimava e poiché sono notoriamente uno che ai suoi pelosi ci tiene ho infranto la regola di prudenza che consiglierebbe di non aprire messaggi di dubbia provenienza e sono andato a vedere di che si tratta.

Ho scoperto così che si tratta di una assicurazione francese che invita a premunirsi dal rischio di dover affrontare ingenti spese veterinarie per i propri animali domestici, evenienza tutt’altro che peregrina, anzi, conosco personalmente gente che si è svenata per le cure oncologiche dei propri cani e gatti, e poco aiuta la detrazione ammessa nella denuncia dei redditi (tetto massimo di 500 euro con franchigia di 129,11: in pratica al massimo si risparmia il 19% di 500-129,11 cioè 70,49 euro. Per carità, piutost che nagott l’è mei piutost come dicono da queste parti, è un piccolo aiuto ma in certi casi ci vuole ben altro).

Ho ripensato al mio cagnolino, di cui vi ho già parlato, morto per le conseguenze di un ictus (non avevo mai pensato fino a quel momento che anche gli animali potessero essere soggetti a queste malattie); negli undici anni in cui è stato con noi aveva subito un paio di operazioni per dei tumori alla pelle, e ne era sempre uscito abbastanza brillantemente; le spese si erano limitate all’operazione di asportazione e ce l’eravamo cavata abbastanza a buon mercato. L’assicurazione in effetti l’avevamo fatta ma era per danni causati a terzi: era un cane e faceva il suo mestiere, ovvero quando poteva rincorreva i gatti; lo portavamo sempre in giro con il guinzaglio ma un attimo di disattenzione può sempre capitare, e non mi sarebbe piaciuto dover ripagare come nuovo un ciclista della domenica o qualche vecchietta con la borsa della spesa… pensare che l’unica volta che ha fatto cadere qualcuno (ma non per colpa sua, è perché il guinzaglio era troppo lungo ed una signora sovrappensiero non l’ha visto e ci ha inciampato) non ho fatto nemmeno in tempo a chiedere scusa, perché la signora si è allontanata sistemandosi i vestiti e chiedendo lei “scusa scusa” come se la colpa fosse sua, cosa che mi ha fatto sospettare che forse non avrebbe dovuto trovarsi in quel posto e in quel momento, ma non ho indagato.

A proposito di assicurazioni, sta prendendo piede per le aziende medio-grandi stipulare ai propri dipendenti delle polizze sanitarie come succede negli Stati Uniti, a quanto mi dicono; a mio modesto parere sarebbe più corretto dare ai propri dipendenti dei soldi in più con i quali ognuno decida cosa fare, siano pure cene con escort: mi sembra una forma insopportabile di salario compassionevole, ma datemi i soldi per la miseria! Che al cosa farci ci penso io.
Per non parlare degli effetti sulla sanità pubblica, già in difficoltà.

Comunque grazie del pensiero, cara assicurazione francese, ma ai miei pelosi ci penso io: voi piuttosto tenete d’occhio i pelosi di qualche politico delle vostre parti, che pare facciano un po’ troppi danni…

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Olena à Paris – 5

«Che ne pensi della faccenda, James?»
Gilda e James, tornati dalla trasferta parigina, osservano dal balcone della sala il giardiniere Miguel che, abbigliato da Elettra Lamborghini, sta dando lezioni di twerking¹ al piccolo Chico ed ai koala ospiti del parco.
James inarca il sopracciglio destro ed emette il suo verdetto:
«Non mi sembra che Miguel abbia la conformazione fisica adeguata, signora. Manca di peso specifico, se mi spiego»
«Ti riferisci al fondoschiena, James? Concordo. Tuttavia non era del sedere di Miguel che volevo parlarti, ma della proposta di Biscuit» precisa la Calva Tettuta, interrotta però nel suo ragionamento da un vociare proveniente dal cancello della villa.
«Chi sono quegli individui, James?» chiede incuriosita, aguzzando la vista.
«Credo si tratti di una delegazione sindacale, signora. Stamane si è tenuta un’assemblea delle maestranze»
«Operai? Che bizzarria. Eppure mi sembra di aver concesso fino a tre soste di cinque minuti per andare in bagno, e in ogni pacco natalizio ho fatto mettere 10 confezioni in scadenza di Rabbi, i ravioli alla ricotta salata e cardi gobbi. Ad ogni buon conto, saresti così gentile da andare in camera e prendere dall’armadietto della buonanima di Evaristo il suo sovrapposto Franchi² per la caccia alle beccacce?»
«Naturalmente, signora. Lo desidera carico?» si informa il maggiordomo, lievemente preoccupato.
«No grazie, James, risparmiamo le munizioni, per adesso. Vedremo in seguito se ci sono gli estremi per la legittima difesa.»

Come anticipato da James, in effetti in mattinata si era tenuta una movimentata assemblea dei lavoratori dello stabilimento brianzolo di Ciapanò, di cui riportiamo un succinto resoconto:

«Compagni, un attimo di attenzione. Silenzio, compagni. Compagni, e basta, cazzo!»
Aurelio Trozzo, delegato sindacale appartenente al COBALAPARI, Comitato di base dei lavoratori di pasta e ripieno, batte il martelletto sul tavolo per richiamare l’assemblea alla calma.
Quando finalmente il vociare diminuisce Trozzo può introdurre l’argomento all’ordine del giorno:
«Compagni, siamo riuniti per discutere della grave situazione di crisi che si è venuta a creare nella fabbrica. Come sapete, la proprietà ha chiesto di poter accedere alla cassa integrazione a zero ore per i reparti bloccati dalla mancanza di materia prima. Resterebbero attive, per ora, le linee vegetariane e la pasta sfoglia»
La sala inizia a rumoreggiare, preoccupata ed arrabbiata.
«Ma lascio la parola al segretario generale Carrettoni, che ci illustrerà la situazione»
Armando Carrettoni, basco in testa e sciarpa rossa al collo, prende il microfono e si alza in piedi.
«Compagni! Ancora una volta i capitalisti mostrano la loro faccia e abbandonati infine i toni paternalistici e le pacche sulle spalle ricorrono alla solita vecchia tattica: dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, di serie A e di serie B, socializzare le perdite dopo aver incassato per anni sulla nostra pelle i guadagni, e che guadagni! Ma noi non cascheremo nella loro trappola!»
«Bravo! Bene!» rispondono gli operai entusiasti.
«O tutti o nessuno, diremo alla proprietà, non ci stiamo a pagare per i loro sbagli di programmazione o peggio…»
«Che vuoi dire? Parla chiaro!» lo incitano gli operai.
«Voglio dire, compagno, che è strano che da un momento all’altro una fabbrica fiorente sia sull’orlo della crisi. Viene quasi da pensare che qualcuno “voglia” che ci sia la crisi, abbiamo visto troppe volte questo giochetto!»
«Chi, chi? E perché?»
«E’ chiaro chi: la proprietà! Per ristrutturare licenziando, e poi vendere al migliore offerente! E allora io propongo, compagni, di rispondere duramente: sciopero ad oltranza!»
«Si! Sciopero, sciopero!» urlano i più infervorati, mentre qualcuno si guarda in faccia smarrito, pensando al mutuo in scadenza. Carrettoni si guarda in giro soddisfatto, e sta per concludere l’intervento, quando dal fondo della sala si alza un omone che, con una voce di basso profondo, dice solo:

«Io non ci credo»

Tutti si girano verso l’uomo che, quasi trascinando i piedi, avanza verso il tavolo degli oratori.
«Compagno Cazzaniga, non sei d’accordo con l’analisi del segretario?» chiede Trozzo, il moderatore.
«Ma che compagno e compagno. Aurelio, chiamami Luison, come fai sempre» poi si volta verso la platea e comincia a parlare:
«Lavoro in questa fabbrica da quando il povero signor Evaristo l’ha aperta… qualcuno di voi l’ho visto entrare che aveva i calzoncini corti»
«Sei vecchio, Luison!» urla uno screanzato dall’ultima fila, avendo cura di nascondersi dietro quello davanti. Luison guarda verso la direzione da cui è arrivato il grido, e serra la mascella.
«Con te dopo facciamo i conti a casa» dice all’autore, suo figlio. «Ma è vero, si, sono vecchio! E ne ho viste succedere tante. Ma nessuno mi convincerà che la signora Gilda ha architettato questo per vendere la fabbrica. Avrebbe potuto farlo quando voleva, perché adesso? E invece ha continuato a investire, a lanciare prodotti nuovi, e anche le nostre condizioni sono migliorate: l’asilo nido, le gratifiche, le borse di studio… e allora io dico no, che è tutto il contrario: c’è qualcuno che vuole fare del male a questa ditta, ma non è di certo la signora Gilda! E dico anche che scioperare in questo momento sarebbe una cosa assurda: chiudere anche i reparti che funzionano, invece di usarli per sostenere quelli che vanno male, è darsi la zappa sui piedi!»
Ma l’ala massimalista non gradisce il ragionamento dell’anziano operaio:
«Parli così perché stai per andare in pensione, ma a noi non ci pensi?»
«Venduto ai padroni!»
«Che ti hanno promesso, Luison?»
Su quest’ultima accusa però Luison non ci vede più, e individuato l’autore nel cognato Erminio col quale ha una vecchia ruggine per questioni di confini gli si avventa contro, scatenando una rissa che il servizio d’ordine fatica a sedare; e dopo qualche testa rotta ed occhio nero si stabilisce di andare in delegazione fino a Villa Rana per trattare direttamente con la proprietaria.

La Calva Tettuta, vestita da Che Guevara ma senza barba, si avvicina ai cancelli, seguita da James che indossa loden e scarpe Clark con riluttanza.
«Compagni!» grida la Calva Tettuta, scavalcando Carrettoni a sinistra. «La plutocrazia internazionale congiura contro di noi. L’eccellenza italiana, tutto merito di chi, come voi, si alza alle sei del mattino per produrre prodotti che tutti ci invidiano, dà fastidio a lor signori!»
«Brava! La plutocrazia!» urla un operaio, che chiede poi al vicino, sottovoce: «Che cazz’è ‘sta plutocrazia?»
«E l’Europa, che dovrebbe tutelarci, che fa?» chiede retoricamente Gilda.
«Già, che fa?» chiede un altro operaio, confuso.
«Ve lo dico io cosa fa: se ne impippa! Anzi, vi dico che c’è qualcuno che ogni volta che una fabbrica italiana chiude brinda a champagne!» urla la Calva Tettuta, provocando un brivido di sdegno nella folla. «Ma noi non molleremo!»
«No! mai!» urlano gli operai.
«E sapete che vi dico, compagni, amici, fratelli?» continua la vedova Rana, forse esagerando con l’enfasi populista tanto che James è costretto a tossicchiare per riportarla su toni più appropriati.
«Vi dico che se qualcuno pensa di fermarci si sbaglia di grosso! In questo preciso momento stiamo prendendo contatti con grossi fornitori, e la situazione si sbloccherà presto! Voi avete fiducia in me?»
chiede Gilda, sventolando una bandiera giallorossa.
«Siii!!!» urla in coro la folla.
«Allora tornate sereni a casa, e quando abbraccerete i vostri figli dategli un bacio in fronte da parte mia, e ditegli: “questo ve lo manda la Padrona”. E ora andate!»

La manifestazione si scioglie pacificamente, e qualche lacrima inumidisce gli occhi di quei duri lavoratori. Come spesso accade, pur non essendo cambiato niente rispetto al mattino, il futuro non è più così nero come sembrava.

Nel ritorno alla villa i due si fermano davanti alla cucina, attirati dall’assembramento di koala che sta assistendo alla nuova puntata di Lacrime e Laterizio.

ROSA (cuce e sospira)
CARMELITA Che hai, cara cugina? Ti vedo pensierosa.
ROSA No, niente, solo un po’ di mal di testa.
CARMELITA Non vorrai ammalarti proprio adesso, vero? Sabato c’è il ballo!
ROSA Già, il ballo… (povera me). Hai visto le mie forbici, Carmelita? Le avevo appoggiate qua, sul tavolino.
CARMELITA No, Rosa, io ho le mie, vedi? Ma senti, hai già deciso che vestito metterai? Sarà un gran giorno… verrà annunciato il tuo fidanzamento con DON CARLOS…
ROSA (si punge) Ahi! Per favore, Carmelita!
CARMELITA Sei nervosa, Rosa? E’ normale, tutti gli occhi saranno puntati su di te e DON CARLOS.
ROSA (si ripunge) Ahi! Eh, vorrei vedere te, cugina Carmelita.
CARMELITA Magari, cara cugina! Ma non ho ancora questa fortuna. Tu invece fra poco sarai sposata con DON CARLOS!
ROSA (si ripunge) Ahi! Carmelita, la vuoi smettere! E poi, non sono le mie forbici quelle che spuntano dalla tasca del tuo grembiule?
CARMELITA Cosa? Oh, ma guarda! Chissà come sono finite qua.
ROSA Già, chissà? (lo so io, ladra rompiscatole)

“Ahi! Ahi!” gridano i koala, pungendosi allegri l’un l’altro e sgranocchiando foglie di eucalipto.

Gilda li osserva divertita, poi commossa rivolge un pensiero agli operai:
«Che brava gente. James, devi ricordarmi di dire ad Haruki di aggiungere nei pacchi natalizi anche i sughi in scadenza»
«Estremamente generoso da parte sua, signora» dice James, senza accenno di ironia.
«Sai che c’è, James? Oggi mi sento rivoluzionaria. Stavo pensando che se a casa nostra quei cornuti di fornitori, e scusa la parola fornitori, non ci vogliono più dare la carne, andremo a prendercela da qualche altra parte.»
«Mi sembra un’ottima idea, signora. Aveva già un’idea?»

«Argentina, James, Argentina. Olè.»

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¹ Ballo castigato che consiste nello scuotere le anche in posizione accovacciata in modo da far tremolare le chiappe.
² La Franchi è una storica fabbrica di armi che produce fucili molto apprezzati dagli appassionati del settore.

 

Ti conosco, mascherina!

Seppellito Sanremo, è ripresa l’odissea dei crocieristi ostaggi del coronavirus: tutte le sere vediamo lo stesso tizio che fa ginnastica sul balcone della sua cabina, o la stessa tizia che posta lo stesso selfie: che strazio! Purtroppo, colpa senz’altro del mio animo malvagio, non riesco ne a immedesimarmi ne a provare quella compassione che i media vorrebbero istillarmi: resistete amici, dopotutto non siete in miniera o in Siberia, tra poco sarete liberi e potrete raccontarla ai nipotini.

Mi preoccupano molto di più invece le grida allarmate che pian piano si stanno alzando: e che colpo per l’economia, e quanto ci costerà questa storia, e le fabbriche rischiano di fermarsi, e la tecnologia la importiamo tutta da lì, e il turismo ne risente, e gli albergatori perdono un sacco di soldi, e non è giusto bloccare tutti i voli…

Mi chiedo come facessimo a vivere quando i cinesi se ne stavano per loro conto e non sciamavano in giro per il mondo ed eravamo capaci di costruirci da soli le cose che ci servivano: ma cosa siamo diventati, un popolo di piagnoni che pur di guadagnare qualche soldo in più è disposto pure ad impestarsi di coronavirus o peggio? Se non altro stiamo utilizzando la Cecchignola per qualcosa di utile: ma riapriamola al servizio militare e mettiamo un annetto in quarantena tutti ‘sti fresconi!

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