Cronachette dell’anno nuovo che assomiglia tanto al vecchio (2)

Amiche e amici,

sono iniziati i saldi. Me ne sarei fregato allegramente se non fosse che sono rimasto a corti di pantaloni: non ne compravo più un paio da almeno tre anni! Già che c’ero ne ho presi due, così per altri tre anni sono a posto. Cerco di prendere sempre la stessa marca, anche se non proprio lo stesso modello, perché non ho voglia di fare tante prove e voglio impiegare meno tempo possibile perché, sostanzialmente, le commesse mi mettono in soggezione. Specialmente quando ti squadrano con quello sguardo sornione e ti dicono “le calza a pennello” ma si vede che pensano “voglio proprio vedere se questo cretino ha il coraggio di mettersi questa roba” , e tu specchiandoti velocemente cerchi di cogliere un barlume di umanità nei loro occhi. In particolare le commesse della Rinascente, a metà tra vestali ed entraîneuses, sono bravissime a metterti a tuo agio, come ho raccontato qua.

Sabato sera sono stato a vedere Claudio Bisio al Piccolo Teatro Strehler, che metteva in scena La mia vita raccontata male, tratta dai libri di Francesco Piccolo. Di questo avevo letto Il desiderio di essere come tutti, e in diversi passi mi ci ero ritrovato; anch’io avrei potuto diventare comunista quando la Germania Est batté la Germania Ovest nello scontro fratricida ai mondiali del 1974, Davide contro Golia: invece non lo diventai perché, all’istituto tecnico che frequentavo, i compagni delle ultime classi, che si proclamavano comunisti, costrinsero noi più piccoli a saltare le lezione per assistere a non so quale concione sulle avanguardie operaie. Tra l’altro erano tutti figli di papà e di lavoro sapevano pure poco: il proletario era mio padre, lui sì socialista, e mi mandava a scuola con sacrificio per studiare, non certo per fare la rivoluzione.

Appena morto Ratzinger i conservatori della chiesa sono partiti all’attacco di Papa Francesco, chiedendone addirittura le dimissioni. In questa operazione si distinguono i vescovi americani: Dio ce ne scampi e liberi, se gli americani dovessero prendere la guida anche della Chiesa penso che diventerò musulmano.

Quindici anni fa esatti nella città dove vivo, Como, iniziarono i lavori per la realizzazione delle paratie a lago, sul modello Mose di Venezia (tra l’altro c’era in ballo la stessa impresa); dopo uno sperpero enorme di tempo e denaro, sembra che a primavera si dovrebbe arrivare al dunque. Il progetto è totalmente cambiato: niente più Mose ma paratie mobili, rivista la passeggiata a lago. Su questo lavoro cadde a furor di popolo l’amministrazione che lo volle (centrodestra a guida ciellina) e poi anche la successiva di centrosinistra, che non seppe cavare un ragno dal buco dal pantano che i predecessori avevano lasciato; e poi quella successiva, ancora di centrodestra ma stavolta a trazione fratelliditaliana, che per non sbagliare in cinque anni non fece assolutamente nulla; la attuale, una lista civica con un sindaco che ha messo all’opposizione tutti i partiti e con i quali non vuole nemmeno parlare, ed a ragione, forse arriverà finalmente alla fine. Quindici anni: gli egiziani ci mettevano meno a costruire una piramide!

In Brasile i sostenitori di Bolsonaro, che non hanno digerito la vittoria di Lula, hanno imitato i seguaci di Trump di due anni fa e hanno dato l’assalto ai palazzi delle istituzioni. Hanno scelto per fortuna la domenica, quando i palazzi erano vuoti, e quindi non si sono viste le scene drammatiche di Capitol Hill ma i vandalismi sono stati parecchi. L’esercito invocato dai rivoltosi non si è mosso, probabilmente aspettava un via libera da qualche autorevole vicino, come ai tempi di Salvador Allende in Cile, segnale che fortunatamente non è arrivato. Per ora.

Stasera ho intenzione di andare a vedere un film che dovrebbe far ridere, Triangle of Sadness: lo danno in uno dei pochi cinema rimasti che non siano multisala, gestito dall’Arci, nell’ambito della rassegna che propongono ogni lunedì. In un tempo dove tutto si omogeneizza, questi spazi vanno protetti come i panda. Vi farò sapere se poi ho riso veramente…

A presto!    

Mai più ferie!

Amiche e amici,

come spesso mi capita quando sono in ferie mi sono ammalato. Ho visto bene di prendermi l’influenza: tosse, mal di gola e febbre che la sera sale verso i 38. La tachipirina mi fa fare delle sudate epiche che mi costringono ad abbandonare il letto coniugale per impraticabilità di campo. I progetti per la settimana e per Capodanno sono saltati: volevo andare a Milano a vedere la mostra “La carità e la bellezza” a Palazzo Marino, la sede del Comune, dove come tutti gli anni in questo periodo vengono esposte delle opere stupende (quest’anno Botticelli, il Beato Angelico, Filippo Lippi…), poi magari fare un salto al Mudec a visitare la mostra sui popoli di Machu Picchu e lì vicino visitare i depositi della Scala, dove lavora il figlio di una nostra amica (con contratto temporaneo) come aiuto scenografo, e infine andare a mangiare in un ristorante etiope che mi aveva consigliato mio figlio, giusto per documentarmi per le avventure di Olena che sto scrivendo: peccato, dovrò rimandare.

Per Capodanno a dire la verità non mi dispiace molto perché si stava materializzando, a causa di alcuni amici sciagurati e masochisti, la possibilità di passare la giornata camminando da qualche parte, prenotare presto in qualche pizzeria e poi per mezzanotte ognuno a casa sua: un vero squallore secondo me, il mio programma era molto più tradizionale: alle 18 canto del Te Deum, poi a casa e cenone; giochi vari in attesa della mezzanotte; approntamento della tavola (di nuovo) per il panettone; conto alla rovescia, stappatura della bottiglia di spumante e brindisi. Gli anni passati, spegnendo le luci, si poteva godere dei botti e fuochi artificiali che venivano lanciati dalle varie case (rito di giubilo e scongiuro al quale partecipavamo anche noi quando c’erano bambini piccoli, piazzando delle batterie di razzetti sulla ringhiera, legati con lo scotch, puntati contro i condomini vicini. Che spasso! Poi però i prezzi dei fuochi di artificio sono andati alle stelle, il nostro cane aveva cominciato a odiarci _ poverino, si rifugiava sotto al letto e cercava di scavare per andare al piano di sotto _, i bambini sono cresciuti e addio fuochi artificiali. Inoltre la pratica sembra essere sempre più stigmatizzata, quasi criminalizzata, e ormai non se ne vedono più molti).

Il fatto che spesso mi ammali quando sono in ferie sarebbe un caso di studio. Mia moglie lo interpreta come segno inequivocabile della mia natura di guastafeste, ma secondo me deve esserci un motivo oggettivo: siccome lavoro a giornata e quando non lavoro non mi pagano, nelle giornate di contratto difficilmente mi ammalo: ma appena mi rilasso, come scende l’adrenalina e soprattutto ho emesso fattura ecco che i virus e i batteri sono pronti a banchettare sul mio corpo. Comunque il 2 gennaio ricomincerò, per allora sarò sicuramente guarito, con le buone o con le cattive.

E’ tempo di consuntivi e di chiedersi com’è andata, se siamo soddisfatti di noi stessi. Io posso dire che, per lo meno per questo blog, sono contento di essere riuscito ad essere abbastanza presente, con articoli, racconti e soprattutto di essere riuscito a mantenere i contatti con gli amici più affezionati: ormai siamo quasi una famigliola, che tra l’altro ogni anno perde qualche pezzo. Si fa fatica, sicuramente, e ci sono anche altri strumenti espressivi più di moda. Chi resiste a scrivere e a leggere più di qualche riga ormai è un dinosauro…

L’anno è stato difficile, ma ormai ogni anno sembra peggio di quello precedente: non bastava il Covid, a febbraio è iniziata la guerra in Ucraina; tra l’altro il Covid che avevamo dato ormai per morto (ah, ah) e per il quale i nostri politici e media avevano spernacchiato il governo cinese che si ostinava a praticare il lockdown dove si manifestavano focolai, ora che i cinesi hanno allargato le maglie sembra che stia riprendendo alla grande: allora erano proprio così coglioni a tenere chiuso? Ma noi difettiamo di autocritica, oltre che di buon senso, in tutte le cose. Abbiamo salutato il governo dei migliori (senza rimpianti, almeno da parte mia) ed ora abbiamo il governo dei peggiori (ne riparleremo, ma un governo con ministri così poco competenti e autorevoli io non ricordo ci sia mai stato. Probabilmente la Meloni non voleva qualcuno che potesse farle ombra); la crisi incombe: l’inflazione sta erodendo i risparmi, gli stipendi sono al palo, la borsa da inizio anno ha perso il 30% (nel mio piccolo ho qualche Enel comprata ai tempi delle privatizzazioni: non si capisce perché l’Enel debba perdere con quello che è salito il costo dell’energia, e gli extra guadagni che hanno fatto le imprese energetiche, eppure è così), anche il fondo pensione per la prima volta da quando l’ho aperto, dieci anni fa, perde invece di guadagnare. E, se tanto mi da tanto (prosecuzione della guerra, ulteriori rialzi delle materie prime ed energetiche,  tensioni in Kosovo) l’anno nuovo andrà peggio.

Perciò, amiche e amici, per far fronte a tutte queste minacce non mi rimane che fare una cosa: non andare mai più in ferie!

Buon Anno!

La maledizione di Boris Godunov

Amiche e amici,

quasi si trattasse di un Montezuma o peggio un Tutankhamon, Boris Godunov ha colpito. La sera della prima alla Scala, tra signore ingioiellate e uomini in abito da sera, nel palco reale si è insinuato il morbo e così il giorno dopo ci siamo ritrovati con lo Stato decapitato: il primo ministro a letto con l’influenza, e il presidente della repubblica a letto con il Covid. Per quest’ultimo i giornalisti rassicurano dicendo che ha qualche linea di febbre ma è asintomatico: non sono molto ferrato in medicina, ma la febbre non è di per sé stessa un sintomo? Ma sorvoliamo.

Quel palco reale in effetti era parecchio affollato: c’erano anche il sindaco di Milano, la presidente della commissione europea, e perfino il presidente del senato, Ignazio La Russa, ognuno con accompagnatori o accompagnatrici. Quest’ultimo nei giorni successivi ha propugnato il ripristino della leva militare, sia pure ridotta e volontaria. Una leva volontaria non mi pare proprio una leva, fa il paio con la febbre asintomatica. Ricordo una trasmissione di Santoro del 2010, sembra un secolo fa, dove Di Pietro, continuamente interrotto dall’attuale presidente del senato, ad un certo punto sbottò con un “che vuol dire essere fascista? Essere La Russa”. Il quale adesso è diventato  moderato, ma ogni tanto la scheggia gli parte.  

Tutti hanno voluto dichiarare che la cultura russa è parte integrante dell’Europa e non si può cancellare; peccato che abbiano e stiano ancora appoggiando chi la cultura russa non solo qua ha tentato di cancellarla, con le liste di proscrizione e la cancellazione di spettacoli e lezioni universitarie, ma soprattutto hanno sostenuto e sostengono quelli che da ancora prima del 2014 hanno cercato di cancellarla a casa loro, e mi riferisco ai nazisti ucraini (non tutti gli ucraini sono nazisti. Ma i nazisti ucraini ci sono stati e continuano ad esserci).

E’ notizia di ieri che sono stati arrestati per corruzione (per aver preso mazzette consistenti per ammorbidire le relazioni con il Qatar) parlamentari europei, quasi tutti italiani e la vicepresidente del parlamento, una bella greca. Ora, mi chiedo: se là c’è gente che prende soldi per promuovere il Qatar, la prassi è circoscritta o, come diceva Razzi a proposito dei parlamentari italiani “Amico, qua sono tutti malviventi”? Viene da chiedersi, per assonanza: qual è il prezzo per continuare a fomentare una guerra, facendone pagare il costo oltre che agli ucraini anche ai propri concittadini?

Tra qualche giorno si terrà l’assemblea del mio condominio. Spero non sia necessario dotarsi di armi, i morosi stanno aumentando e non vorrei che prima o poi ci scappi il morto pure qua.

A presto!

E’ una congiura!

Amiche e amici,

tutto congiura contro di me. Appena fissata la cena di saluto e scambio di auguri di Natale con ex colleghi affezionati in un ristorante di Milano con menu fisso a prezzo modico, ecco che i Cobas dei treni indicono lo sciopero. E’ escluso che io vada in macchina, perché vorrebbe dire che non dovrei bere e questo è vietato dalla mia religione: chi mangia mangia ma le bevute devono essere pari, dicevano già i nonni quando si ritrovavano in qualche cantina per la “passatella”. Tra l’altro il ristorante alla fine mette sul tavolo grappa, limoncello e liquirizia, ed inoltre al momento di pagare il conto offrono un bicchierino di un inquietante sgorgalavandino di colore verde, che o rimette al mondo o mette direttamente ko. Al prezzo non esoso di 35€ portano una decina di antipasti, due primi, due secondi, dolce, acqua vino caffè e ammazzacaffè: che si vuole di più? E la qualità non è male, perché non si perdono in mille piatti ma fanno un menu unico per tutti: se a qualcuno non piace qualcosa può lasciarlo, che ci pensano gli amici a spazzolarlo. Una volta c’era un anziano mago che allietava i clienti con giochi di prestigio vecchi come lui ma sempre graditi, specialmente dopo un paio di bottiglie di vino: ma si è ritirato, o è morto, e non è stato sostituito. Per me è comodissimo perché arrivo in treno e la stazione di Greco Pirelli è a una decina di minuti a piedi; al ritorno l’unico problema è di non addormentarmi per non ritrovarmi magari senza portafogli al ritorno.

A proposito di portafogli, sabato sera con l’associazione di pensionati nella quale mi sono intrufolato siamo andati sempre a Milano al Piccolo Teatro (quello originale, il Grassi, in Via Dante) a vedere una commedia del settecento di Marivaux, che in Italia non era mai stata rappresentata; ero diffidente perché se per duecento anni non l’hanno fatta un motivo ci sarà stato; in effetti non mi ha convinto del tutto, bravissimi gli attori per carità, encomiabile lo sforzo, ma le scenografie e i costumi mi hanno un po’ deluso. Voglio dire, l’epoca è quella del Goldoni, perché usare veli, giochi di luce, cambi a vista? Diamine, le scene erano all’interno di una villa, e ricostruitela! Ma questa ovviamente è solo la mia opinione; e del resto lo spettacolo era stato funestato da un fatto increscioso: ad una nostra amica è stato ciulato il portafogli, appunto, e ad un’altra il cellulare. Probabilmente il furto con destrezza è avvenuto all’interno del McDonald’s che c’è all’inizio di via Dante, e dove incautamente ci siamo fermati a mangiare: una volta ti mettevi in coda alla cassa, facevi la tua ordinazione, le ragazze ti davano il vassoio con le tue cose: ora invece hanno messo i “totem”, tu devi sceglierti da solo cosa vuoi mangiare, pagare e in cambio ricevi un numero; con quel numero aspetti di essere chiamato dalla cucina. Dicono che l’hanno fatto per migliorare il servizio: in realtà è per risparmiare sul personale.  I totem però, intuitivi quanto si vuole, in gente non abituata creano sempre apprensione, si crea un capannello di “esperti” che danno consigli e nel gruppo i borseggiatori sguazzano. Col senno di poi la nostra amica ricorda di esserti girata, dopo aver lottato con il suddetto totem e di aver urtato una persona, e gli ha chiesto anche scusa: grazie, avrà pensato quello, dato che gli aveva sfilato il malloppo. Malloppo magro: appena 20 euro, persi tra tessere di associazioni varie e di supermercati; abbiamo ipotizzato che visto che è iscritta ad almeno tre gruppi di pensionati può darsi che il ladro, impietosito, aggiunga qualche euro e glielo faccia riavere indietro. Fortunatamente i documenti li teneva in un’altra parte, cosa da fare sempre.

Il mio amico quindi saprà cosa regalare per Natale alla moglie: imbarazzo che invece io ho tutti gli anni perché a) profumi e vestiti se li sceglie giustamente da sola (e per questi ultimi aspetta saggiamente i saldi) b) gioielli, braccialetti etc. sono vietati da quando ci hanno svaligiato casa (non è che sia stato un gran bottino, però qualche anello e collana l’hanno spazzolata) c) gli Swaroski su cui avevo ripiegato ormai costano come gioielli _ tra parentesi quando ci hanno svaligiato ci hanno fregato anche gli animaletti che avevamo collezionato in anni e anni: mi è dispiaciuto più per loro che per gli anelli… _ ). Ogni anno poi ci diciamo: quest’anno niente regali! Proposito meritorio, ma se poi la mattina di Natale non c’è nemmeno un pacchettino sotto l’albero ci si rimane male. Quindi qualcosa dovrò inventarmi…

Agli amici invece da qualche anno faccio solo regali mangerecci. Mi faccio spedire dal mio amico macellaio dei salami dal mio paese e li distribuisco graziosamente. In genere vengono apprezzati molto, è roba artigianale che da queste parti non si trova: ma al limite se a uno non piace può regalarlo a qualcun’altro, qualcuno che apprezza si trova sempre.

Provo quasi un senso di vergogna nel parlare di cose frivole, di regali, e non di guerra, Covid, frane e crisi economica: il pieno di tristezza l’ho fatto ieri sera vedendo la puntata di Report, alla fine della quale uno vorrebbe prendere un bastone e spaccare tutto quello che trova in giro. Ma non è che posso stare qua a frustarmi con il cilicio: la vita è troppo breve…

A presto!  

Italiani, fate figli!

Ogni tanto mi chiedono di scrivere un articoletto per il bollettino parrocchiale domenicale; ognuno deve prendere spunti da una lettera per sviluppare un argomento, nel mio caso era la D ed io ho scelto “D come denatalità” ma forse il contenuto non è stato apprezzato perché non l’hanno pubblicato. Censura? 🙂

La mia generazione è quella del baby boom, quando il gran numero di nascite spinse la crescita demografica  dell’Italia.  Se si considera il decennio tra il mio anno di nascita, il 1959, e quello del mio fratello minore i nati hanno sempre superato i  900.000, con punte di oltre il milione; da allora i numeri sono sempre diminuiti, fino ad arrivare agli attuali 399.000: meno della metà!

I nostri genitori avevano vissuto la guerra con i lutti, le distruzioni, le privazioni, le miserie che comporta; qualcuno aveva anche combattuto e ne portava le cicatrici, nel corpo e nell’anima, ma li accomunava la fiducia, la speranza nel futuro migliore, e la voglia di rimboccarsi le maniche e ripartire. Di ricostruire, a partire dalle loro famiglie.

La popolazione italiana oggi è in calo e in progressivo invecchiamento (l’età media è di 46,2 anni, per fare un confronto quella dell’Etiopia è di 19,3!), l’Istat nelle sue previsioni periodiche arriva a prospettare uno scenario per cui nel 2070 i residenti potrebbero essere 47,7 milioni, ben 11,5 milioni in meno rispetto ad oggi.

Qualcuno potrebbe ritenere che, dato che la popolazione del mondo cresce in maniera quasi esponenziale (si ipotizza di toccare i 10 miliardi nel 2050), con ovvi problemi di sostenibilità, l’Italia che ha il problema contrario stia bene, ma non è così. Se si perde l’equilibrio tra lavoratori attivi e pensionati, infatti, va in crisi tutto il sistema di welfare (oltre al fatto che se diminuiscono i lavoratori anche il benessere che il loro lavoro crea verrà meno).

E’ un modello sociale che non può reggere: se non si incide veramente sulla precarietà del lavoro, se non si danno salari dignitosi, se non si mettono in campo serie politiche abitative e di servizi alla famiglia che non si limitino ai soliti bonus, se non si smette di delegare al terzo settore quello che dovrebbe fare lo Stato (la Caritas deve essere l’eccezione, non la regola!) il trend non si invertirà.

E anche rispetto alla migrazione bisognerà cambiare l’atteggiamento: perché già oggi siamo in difficoltà con tanti mestieri (altro che “vengono a rubarci il lavoro”! Il problema è oggi il contrario, è che senza immigrati certi lavori sarebbero già spariti) e dunque bisognerà ripensare il sistema di ingressi e di cittadinanza.

Altrimenti anche le nostre chiese, con parrocchie in sofferenza sia di vocazioni che di fedeli, si ritroveranno  vuote, come le culle.

Solidarietà alle rifugiate!

La musica deve cambiare!

No cari amiche e amici non mi riferisco ai propositi del nuovo governo, che ha deciso di spezzare le reni a migranti e percettori di reddito di cittadinanza perché la pacchia è finita (in compenso riciccia la flat tax e il ponte sullo stretto: per questi evidentemente la pacchia deve ancora iniziare), ma all’uscita del console ucraino che ha “invitato” sindaco di Milano, presidente della regione Lombardia e sovrintendente alla Scala a cambiare la programmazione musicale ed in particolare togliere dal cartellone l’opera che dovrebbe aprire la stagione nella tradizionale serata di Sant’Ambrogio: il Boris Godunov del grande compositore russo Modest Petrovič Mussorgskij (Quadri di un’esposizione, Una notte sul Monte Calvo) tratto dal dramma di Aleksandr Sergeevič Puškin, colui che è considerato il fondatore della lingua russa contemporanea.

Chissà perché, mi sono chiesto, magari come il sottoscritto preferisce la Traviata, La Forza del destino o il Rigoletto?

Macché, questo signore ha messo nero su bianco che la comunità ucraina in Italia chiede in sostanza di non dare più spazio alla cultura russa (e non è la prima volta, lo stesso copione l’hanno già usato per i balletti) con motivazioni che a me sembrano deliranti, a voler trovare una giustificazione:

“La cultura viene utilizzata dalla Federazione Russa per dare peso all’asserzione della sua grandezza; assecondare la sua propagazione non può che nutrire l’immagine del regime vincente, e per estensione, le sue ambizioni scellerate e i suoi innumerevoli crimini”.

Cioè siccome loro sono in guerra con la Russia noi per non dispiacere alle migliaia di badanti qua presenti non dovremmo più leggere libri di autori russi, godere di balletti e di opere russe,  distruggere i quadri di Kandinskji  e magari non mangiare più insalata russa.

Non so se si rende conto, questo borioso, che queste cose le facevano i nazisti; noi saremo messi male ma non veniamo certo a farci dire dagli ucraini cosa dobbiamo leggere o ascoltare (di propaganda ce ne propina abbastanza tutto il giorno la Rai, non vi basta quella?), almeno su questo dovremmo ancora essere padroni a casa nostra; tra l’altro si fosse dato la pena di leggere la trama del Boris Godunov avrebbe saputo che contiene una critica al sistema autocratico tanto che all’epoca (quando l’Ucraina era una delle periferie dell’impero zarista) venne censurata.

Studia, capra!

E’ positivo essere negativi!

Amiche e amiche, nonostante il mio carattere di norma aperti e fiducioso sul futuro, sono tornato negativo. Che strani tempi questi, quando è positivo essere negativi! Comunque alla fine il virus se ne è andato, o almeno non è rilevabile al tampone; penso di averlo espulso tutto nella notte in cui mi sono alzato dal letto dieci-dodici volte per fare pipì; alla fine me la sono cavata con poco, un paio di giorni di febbre (solo la sera), un po’ di tossetta, gambe legnose (non molli, legnose: cioè facevo un po’ fatica a camminare) ed una temperatura corporea (a parte i giorni di febbre) insolitamente bassa, attorno ai 35,5°; non ho preso medicine, tranne un anti-infiammatorio per le vie aeree e uno spray per la gola a base di propoli. Insomma, come è capitato a moltissimi, una influenza o giù di lì. Mi è venuto anche il sospetto che il tampone che mi ha dichiarato positivo fosse sbagliato, e ci può stare, ma diciamo che va bene così. Tra una quindicina di giorni voglio andare a farmi controllare gli anticorpi, insomma per un annetto almeno spero di essere a posto! Mi consigliano anche di fare l’esame del sangue per controllare che i valori non si siano sballati: mi toccherà farli privatamente perché la mia dottoressa gli esami più di una volta l’anno non li prescrive a meno che non ci siano motivi importanti. A livello economico non è un grosso danno dato che ormai nei centri diagnostici gli esami del sangue costano come il ticket (sono proliferati questi centri negli ultimi anni!) però i miei soldi preferirei darli al servizio sanitario. Tanti lavoratori che conosco ormai sono coperti dalle assicurazioni stipulate in convenzione dalle loro ditte: ci stiamo americanizzando anche in questo, con il Covid dovevamo potenziare il servizio sanitario nazionale e invece ingrassiamo sempre di più i privati.

Non mi aspetto certo che con questo governo possa invertirsi la tendenza…

Sono potuto perciò tornare alle occupazioni abituali (a parte il lavoro che non ho mai abbandonato perché se non lavoro non mi pagano, questo non per fare il piangina anche perché chi è causa del suo mal eccetera eccetera) e quindi ieri sera è ripreso il corso di balli popolari: ieri sera tarantella dell’Aspromonte e tammurriata, divertenti entrambi anche se evidentemente le gambe legnose un po’ mi sono rimaste perché certi movimenti non mi riuscivano proprio bene… la tammurriata si ballerebbe suonando le castagnole con le mani, per fortuna ne eravamo sprovvisti perché quaranta persone che sbattono le castagnole a caso non sono un bel sentire. Questi balli mi hanno svelato come vi ho detto un mondo misterioso (il mese scorso avevamo fatto quelli della Guascogna), ci sono tantissimi appassionati, gruppi che suonano dal vivo, si organizzano feste, addirittura stage e raduni estivi (con le nuove normi anti-rave dovranno stare attenti questi arzilli vecchietti); purtroppo confesso di non essere molto portato, avrei dovuto iniziare molto prima perché il corpo si rifiuta di eseguire le indicazioni che partono dal cervello, qualche sinapsi deve essersi scollegata. Stasera invece riprenderò le prove del coro, si avvicina il Natale e rispolveriamo il repertorio adatto, a partire dall’Avvento; non è che facciamo chissà quali canti solo che, un po’ come il ballo, se non ci si esercita anche le cose che si sanno riescono male. E poi c’è sempre qualche scusa per fare bisboccia: una sera qualcuno porta una bottiglia di vino, un’altra una torta, un’altra cioccolatini… a ballare e cantare non saremo granché (scherzo, qualcuno è molto bravo) ma a mangiare e bere…

Quindi amici negativo ma positivo: per oggi quindi lasciamo da parte le tristezze varie e pensiamo solo alla salute… a presto!

Al cimitero in bermuda

Ieri sono andato al camposanto a far visita ad un amico scomparto a inizio anno. E’ una vittima del Covid, non del virus ma delle conseguenze che questo ha avuto sul sistema sanitario: infatti a fine anno si sentiva fiacco, insolitamente stanco, e il suo medico non l’ha mandato a fare accertamenti (è l’età, gli diceva) perché aveva paura che in ospedale si prendesse il Covid. Così non si è accorto che il problema era nel cuore, gli è venuto un infarto e la situazione era così compromessa che non l’hanno nemmeno potuto operare. Se ne è andato in tre giorni, non voleva disturbare da vivo, e lo stesso ha fatto nella morte.

I fioristi in questo periodo fanno affaroni, nonostante i prezzi calmierati; soffrono la concorrenza dei supermercati che si sono messi a fare sconti anche su crisantemi e ciclamini. E anche tante associazioni cercano di appellarsi al buon cuore, all’entrata c’erano i volontari della Croce Azzurra e quelli delle Opere Vincenziane, e non gli vuoi lasciare qualche euro?

Sono fortunato perché essendo capitato da queste parti solo 35 anni fa non conosco poi così tanta gente lì sepolta: ma in città è diverso che in paese dove tutti si ritrovano in un unico posto, qua ogni quartiere ha il suo cimitero, senza contare tutti gli immigrati come me che magari l’ultimo viaggio se lo vogliono fare a casa loro. Io ho lasciato mano libera ai miei: facciano come vogliano. Ho chiesto solo di non essere cremato, possibilmente.

Invece quando vado al cimitero al mio paese ci passo sempre qualche ora, tra amici parenti e conoscenti; tra l’altro è molto caotico, spesso dimentico i posti ed a volte salto qualche zio. Poi ci sono le sorprese, vedi una tomba nuova e pensi: to’, è morto pure questo?

Ho un ricordo di nebbia, di freddo, di malinconia di quando da bambino mi portavano a trovare i morti: ieri invece c’erano 25 gradi e la gente era in maglietta! I fiori mettevano allegria non tristezza, e quasi quasi invogliavano a gironzolare tra i loculi curiosando tra le iscrizioni e gli epitaffi; su questo c’è da dire che una volta erano molto più fantasiosi, del tipo “figlio esemplare, marito integerrimo, padre premuroso, dopo una vita operosa dedita alla famiglia lascia un patrimonio di fede e carità”, adesso invece se va bene c’è la data di nascita, quella di morte, e amen. Devo dire che non mi piacciono molto quelle tombe con le sculture, le trovo kitch (non sto parlando del monumentale di Milano, lì ci sono davvero delle opere d’arte), il mio ideale di cimitero è quello di guerra, con tante piccole croci bianche allineate, tutte uguali: che la morte, come diceva Totò, è ‘na livella.

A noi! (arriverci, spero non al camposanto)

La accendiamo?

Amiche e amici, avete preparato i maglioncini per l’inverno? O confidate nel caro vecchio riscaldamento globale, come diceva l’ex presidente Usa Trump canzonando gli ambientalisti quando mezza America era finita sotto il gelo?

Da piccolo la casa dove abitavo con la mia famiglia non aveva riscaldamento. C’era solo una stufa a legna in cucina, la cucina economica si chiamava, che serviva sia per cucinare che per riscaldare: e infatti d’inverno tutte le attività che richiedevano di stare fermi si svolgevano in cucina: lo studio, la lettura, il lavoro di cucito di mia madre… avevamo anche una saletta, dove dietro un paravento c’era il mio letto; e la camera da letto dove c’era il letto matrimoniale ed il letto dove dormivano i miei tre fratellini (in un letto dormivano in due, uno da un lato e uno dall’altro); questa veniva scaldata con il prete e la monaca infilati nel letto, cioè con un’intelaiatura di legno (il prete) dove veniva messo all’interno un braciere con dei pezzi di carbone (la monaca).  Per fare il bagno (una volta la settimana) mia madre riscaldava delle pentolone di acqua e le versava in una grande conca di plastica.  

Nel 1971 ci fu la svolta: ci venne assegnata una casa popolare, era un sogno! Cucina, sala, camera dei genitori, due camere per noi figli (mia sorella ebbe subito la sua, noi tre maschi invece tutti in una). Non c’era il gas: la cucina veniva alimentata con bombole che ci venivano portate in casa da un venditore che passava con un’ape Piaggio, ritirava le bombole vuote e le sostituiva con quelle piene; l’acqua calda era assicurata da uno scaldabagno elettrico; per il riscaldamento invece avevamo una stufa a cherosene che era messa nel corridoio in un posto strategico da cui irradiava il calore in tutte le stanze, e tramite il tubo che arrivava alla cappa di scarico dei fumi riscaldava anche la cucina.

Solo verso la fine degli anni ’80 nel comune arrivò il gas, e vennero stese le condutture per le vie del paese; l’Istituto delle Case Popolari per quanto lo riguardava curò i collegamenti per tutti i suoi condomini, poi ogni affittuario decise se allacciarsi o meno. Mio padre che era anche idraulico ci fece l’impianto, tirando i tubi di rame in tutte le stanze e piazzando i caloriferi (in ghisa). Anche lo scaldabagno venne sostituito: mio padre aveva installato una caldaia Vaillant e ne andava fierissimo, diceva che era l’ammiraglia delle caldaie! Il progresso per me è stato questo: potersi lavare senza stare a dover lesinare l’acqua calda…

Ora la preoccupazione sembra essere quella opposta: le case sono riscaldate troppo, e per troppe ore, e dato che il gas scarseggia perché per sostenere gli ucraini, sa solo il cielo perché, abbiamo deciso di rinunciare alle forniture russe, come se gli altri a cui ci stiamo legando mani e piedi fossero tutti grandi democratici (uno per tutti: gli azeri che stanno compiendo veri e propri massacri di armeni, ancora una volta) e le bollette sono alle stelle, dobbiamo fare sacrifici. Bisogna risparmiare. Che nobile intento! Quello che non poté Greta lo poté la guerra. Peccato aver buttato la stufa a legna, anche se mi dicono che il prezzo della legna è alle stelle pure quello. Al limite avrei potuto bruciarci i giornali,tanto per quello che servono…

Amiche e amici, vi saluto informandovi che al Piccolo Teatro di Milano è in scena “M il figlio del secolo”, tratto dal libro di Scurati, la storia dell’ascesa al potere di Mussolini: ve lo consiglio caldamente, sono tre ore di spettacolo ma per niente faticose. Ci siamo dimenticati troppe cose, e temo che siamo andati troppo oltre.

A presto! (o a noi, fate voi)

Il vecchio Jack non aveva la stufa a legna

Ho le carte in regola!

In questo anno I dell’era Meloniana, credo sia utile e necessario fare l’appello di quelli che hanno le carte in regola. Io le ebbi!

Mio zio Francesco, combattente della Grande Guerra, conservò come una reliquia il certificato di partecipazione alla marcia su Roma del ‘22 che lo qualificava come legionario. Fervente patriota, aderì alla Repubblica Sociale e si distinse in rastrellamenti di banditi nella bergamasca e nella Val d’Ossola, dove in uno scontro a fuoco venne ferito gravemente e perse la vita. E’ deprimente comunque che a distanza di 100 anni per prendere il potere non ci sia stato nemmeno bisogno di una marcetta. La gente si è impigrita!

Mio nonno Gaetano nel ’35 partì volontario per civilizzare gli abissini, nobile intento che purtroppo non ebbe esito; credo che in ricordo abbia lasciato qualche lontano zio. Non partì per liberare l’Unione Sovietica dal giogo comunista solo perché nell’avventura precedente aveva rimediato la malaria, oltre che la perdita di tutti i denti; in compenso al suo posto venne chiamato il gemello, per la verità non molto contento.

Mia nonna Ida era cuoca delle colonie fasciste, e per questo venne portata in piazza dai partigiani per essere rapata a zero insieme ad altre collaborazioniste; la salvò l’intervento del commissario del popolo che la riconobbe come proletaria e lavoratrice, e l’indomita ringraziò calorosamente con il gesto dell’ombrello e l’animoso “ve la sete pijata in der culo!”.

Mio padre Nino nel ’44, a soli 16 anni, venne portato in campeggio all’Alpe del Viceré e qui arruolato nella RSI; le sue gesta belliche non furono esaltanti perché venne preso prigioniero nella sua prima notte di guardia, e credo gli (e mi) sia andato bene. Si è fatto un paio di anni di prigionia in Algeria, chissà perché li mandavano laggiù. Devo dire che da allora, pur essendo diventato un fervente socialista, non apprezzava molto gli arabi.

Personalmente posso portare le testimonianze dei miei più stretti congiunti che possono senza remore affermare che ho sempre avuto tendenze autoritarie e nostalgiche insomma sono sempre stato di destra anche quando pensavo di essere di sinistra. Se c’è bisogno di abiure, rinnego tutto quello che ho pubblicato su questo blog in questi anni; dichiaro di avere usato l’olio di ricino, ma di più l’olio di mandorle amare, per la pulizia del clarinetto (che non a caso è di colore nero) e all’occorrenza ne posseggo ancora una bottiglietta.

A noi!