Vacche sacre e pesci rossi

I pesci rossi, a differenza di quanto la maggior parte delle persone crede, sono animali intelligenti. A mio parere molto più dei criceti. Il mio pesciolino si chiamava Fufi, ed era arrivato in casa in un sacchettino di plastica, vinto dal mio figlioletto nel vicino luna park, dove aveva pescato cinque paperelle di plastica con la canna da pesca d’ordinanza.
Arrivato a casa l’abbiamo posto in una boccia di vetro, senza grandi speranze di sopravvivenza; invece Fufi evidentemente contento di poter sguazzare in un ambiente meno ristretto di un sacchettino, sembrava felice e contento. Se la scialava, insomma.
Il mio compito era quello di pulirgli regolarmente la boccia e soprattutto di cibarlo; quest’ultima attività in particolare la svolgevo al ritorno a casa dal lavoro, di solito attorno alle sette di sera.
Se per qualche motivo capitava tardassi, arrivato a casa avevo appena il tempo di poggiare la borsa e togliermi la giacca che dalla sala arrivava un “plof!” di saluto: era Fufi che faceva un saltino fuori dall’acqua mostrandomi la sua contentezza.

Un gruppo di animalisti vegani, sprezzanti del pericolo e soprattutto del ridicolo, domenica scorsa ha interrotto la corsa dei maialini che si sarebbe dovuta svolgere nel paesino di Cilavegna in provincia di Pavia.
Tutti conoscono la mia moderatezza e tolleranza. Riconosco un certo eroismo a questi strenui difensori delle specie animali ma non sarei del tutto contrario ad assegnar loro, anche personalmente, una buona razione di legnate. Esorto il ministro Pinotti a ripristinare il servizio di leva obbligatorio (non civile: di leva), è ormai un fatto di salute pubblica.

Il mio pesciolino viveva quindi beato, accudito e riverito (addirittura una volta lo portammo in ferie con noi, a riprova che l’impero occidentale è ormai agli sgoccioli), finché a qualcuno non venne in mente che si sentiva solo. A me sinceramente non sembrava, tra l’altro non sapevo nemmeno se fosse maschio o femmina, e nemmeno se esistessero pesci rossi maschi o femmina se è per quello, e insomma mi impietosii e ne comprai uno in un negozio di pesci rossi. Il nuovo arrivato era d’aspetto bruttarello, anzi ad un esame più approfondito risultò mancante di un occhio; mi sembrava indelicato riportarlo indietro, e commisi un grave errore. La mattina dopo infatti il nostro Fufi galleggiava sull’acqua a pancia in su, con lo stomaco innaturalmente gonfio, tanto che nel tentativo estremo di restituirgli una decente linea di galleggiamento provammo persino a bucargli la pancia con un ago; ma non ci fu niente da fare, era morto e non credo di contentezza.
Lo seppellimmo con una degna cerimonia nel giardinetto condominiale; spreco a mio avviso, in quanto avrebbe preferito concludere il suo ciclo come pasto per il gonfio gatto del cortile e non come mangime per lombrichi; ma tant’è. Incollerito con quello che ritenevo il responsabile della dipartita lo tenni a stecchetto per qualche giorno; poi un giorno pulendo di malagrazia la boccia il reo mi scivolò nel water. Avrei potuto ancora recuperarlo ma a che pro? Il ricordo di Fufi era ancora vivo. Tirai lo sciacquone, e via.

In realtà avrei voluto farlo, ma non lo feci.  Il mio buon cuore è proverbiale, ed inoltre non vorrei incorrere nelle ire di quel rappresentante di non so quale associazione talebana che ha protestato con la Rai per aver permesso a Francesco Gabbani, il piaccia o non piaccia vincitore di Sanremo, di farsi accompagnare sul palco dell’Eurofestival da un ballerino vestito da scimmia. Basta sfruttare l’immagine degli animali! Ha tuonato il prode. In questo caso non me la sentirei di invocare la camicia di forza, la cara vecchia cura della zappa dovrebbe essere sufficiente.

Non mi è ignoto che, dall’alba dei tempi, l’uomo ha sempre mitizzato alcuni animali identificandoli con qualche divinità; così come alcune prescrizioni igieniche si sono dovute ammantare di precetto religioso per poter essere rispettate. Nel tempo alcune abitudini sono cambiate, ad esempio i vicentini hanno quasi del tutto abbandonato la pratica di magnare gatti con la polenta, e può darsi che col tempo anche i cinesi la smetteranno di mangiare cani; ma che una nuova religione pretenda di imporre la divinizzazione di tutte le specie animali lo trovo un po’ eccessivo. In India le vacche saranno pure sacre ma le pecore se le mangiano, eccome.

(138 – continua)

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Alluci ed altre estremità

La suprema intelligenza che presiede all’invio delle e-mail dopo avermi bersagliato per mesi, come vi ho informato, di profferte da educate e benintenzionate signorine dell’Est Europa, visto che non c’era trippa per gatti ha iniziato a bombardarmi con proposte commerciali di altro tenore.

Le offerte coprono un ampio spettro di bisogni, e vanno da:

  1. cura miracolosa dell’alluce valgo; ci ho messo un po’ a capire cosa fosse questo alluce valgo e ora che l’ho capito temo che le mie estati in spiaggia non saranno più le stesse e sarò ossessionato da questi fastidiosi inestetismi;
  2. cura miracolosa della micosi delle unghie, di questo sono abbastanza informato, purtroppo è una delle complicazioni della chemioterapia, promettere soluzioni miracolose mi pare azzardato;
  3. prolungamento miracoloso dell’erezione con garanzia di durata congrua;
  4. allungamento miracoloso dell’organo riproduttivo (dell’uomo, specifichiamo), fino a 7 (sette!) centimetri, con metodi naturali, grazie ad un ritrovato dal nome evocativo di Penirium.

Sorvolando sui punti a) e b), per i punti rimanenti non so se qualche rimostranza o lamentela sul mio conto sia giunta all’orecchio della suprema intelligenza di cui sopra, nel qual caso me ne corruccerei.

Tra l’altro, in epoca in cui tutti sono diventati medici e ognuno dice la sua sulla validità e l’opportunità delle vaccinazioni, questi mi sembrano i mali minori.
Io ricordo che a noi ci vaccinavano contro il vaiolo (debellato grazie alle vaccinazioni) e la poliomielite; la vaccinazione era obbligatoria ed era una specie di iniziazione, specialmente quella del vaiolo, con quel pennino che andava a incidere il braccio. Ora fanno i tatuaggi, ridicoli! Noi si che avevamo un tatuaggio come si deve. Il mio assomiglia vagamente ad un teschio, e ne vado molto fiero.

L’altro giorno ho visto un filmato, non so se di bufala si tratti, in cui delle operose operaie cinesi iniettano nei  gamberi destinati all’esportazione una strana sostanza gelatinosa. L’operazione serve ad aumentarne artificialmente il peso ottenendo quindi un guadagno truffaldino. D’ora in poi me ne guarderò bene dal frequentare quegli allettanti all-you-can-eat a 9 euro e 90 centesimi!

Il procedimento di gonfiaggio dei gamberetti, forse complici le bottiglie di Falanghino e Barbaresco che ci siamo scolati abbiamo degustato la sera stessa con degli amici, non mi ha lasciato dormire serenamente creando delle strane associazioni; mi attanagliava il dubbio che l’aumento del volume avvenisse a scapito, come dire, della consistenza; a meno che il liquido iniettato non abbia un funzionamento analogo a certi termostati, per chi è pratico di idraulica, nei quali la cera contenuta all’aumentare della temperatura si scioglie espandendosi e andando ad aprire la valvola dell’acqua fredda. Un’informazione corretta dovrebbe evidenziare che un conto è iniettarsi la sostanza al polo ed un’altra all’equatore.

Per la durata, invece,  la pillola miracolosa promette, a seguito di seri studi, di allungarla fino al 76% in più e beneficiare quindi di una svolta di 180° nella vita di coppia. Tenendo presente che il 76% di zero resta sempre zero, avrei anch’io dei rimedi naturali da suggerire: il primo consiste nel ripassare le tabelline partendo da quella dell’undici e andando avanti; anche il pensare alle bollette di fine mese può aiutare ma non al mutuo, che lì c’è il rischio che la fantasia avvizzisca, per così dire.

A proposito di cazzoni, voglio vedere con che faccia gli amici americani continueranno a dare del patetico pagliaccio all’illuminato e moderato presidente della Corea del Nord, dopo quello che si sono messi loro in casa.

Letta la lista dei paesi messi al bando, mi sorprende che manchino Arabia Saudita ed Emirati Arabi, da dove proveniva la maggior parte degli attentatori delle Torri Gemelle. Mi preoccupa anche che in cima alla lista sia stato posto l’Iran: non vorrei fosse il preludio ad una bella campagna di bombardament esportazione della democrazia di cui non mi pare abbiamo il bisogno.

Concluderei con un appello ai tanti italo-americani, soprattutto a quelli che grazie a Tremaglia hanno ottenuto la possibilità di mettere il becco anche nelle faccende di casa nostra: ma insomma, dal 1994 in poi le nostre vicende non vi hanno insegnato niente? E cavolo, state un po’ più attenti!

(121 – continua)

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Beato te che non capisci un cavolo

Chi l’avrebbe detto appena qualche anno fa che in poco tempo avremmo avuto gli strumenti per collegarci in tempo reale con vecchi compagni di asilo, commilitoni di cui avevamo perso le tracce, compaesani sparsi per il mondo e parenti desaparecidos?

Ricordo che un giorno il mio vecchio capo, di fronte all’esplosione dell’Internet, mi chiese che ne pensassi e che cosa ci avremmo potuto fare. Con la mia consueta sagacia risposi come nella réclame del Chinamartini: “Düra minga, düra no”. Con questo si capisce perché io sono io e Zuckerberg è Zuckerberg.

Gente di cui non abbiamo sentito la mancanza per decenni, cordialmente ricambiati, ricompare nella nostra vita grazie alla potenza del social network, reclamando per ciascuno un pezzo della nostra esistenza: ti ricordi la maestra tale?  ti ricordi il professor talaltro? ed il capitano tizio? e il collega sempronio?
Gente di cui avevamo perso le tracce, che magari già all’epoca non sopportavamo, riemerge dall’angoletto polveroso in cui era stata relegata per chiederci l’amicizia. Tutti si aspettano che tu sia rimasto uguale a quello che loro ricordano tu fosti; cosa impossibile, perché anche ammettendo che  lo avessero capito veramente bisogna vedere se lo ricordano correttamente, e cosa ricorderebbero poi? Quello che apparivi o volevi apparire, la tua immagine in un’epoca in cui forse nemmeno tu lo sapevi, chi eri.

Io ad esempio ho attraversato tutte le superiori fregandomene dei compagni di classe. Esclusi due o tre, gli altri mi stavano tutti o antipatici e nemmeno cordialmente, o francamente sulle scatole. Cosa pensassero di me non mi tangeva; non vedevo l’ora di prendere il mio trenino e di tornarmene a casa alla mia vita vera. Erano alieni, come io lo ero per loro: contenti reciprocamente. Che amicizia volete chiedermi, che quando era l’ora di essere amici veramente ci siamo schifati?

Così si ha a che fare con degli sconosciuti; con persone con le quali si è condiviso un tratto di strada ma delle quali si ignora tutto.
Si cerca così di capire come la pensano dai post, dai commenti, ma l’esercizio diventa impegnativo perché anche dall’altra parte scatta lo stesso meccanismo; per non sbagliare ci sono degli argomenti che è meglio evitare in assoluto, me ne sono fatto un elenchino come promemoria al quale cercherò di attenermi il più possibile.

Argomenti di cui assolutamente non parlare per non perdere le amicizie:

  • Politica
  • Grigliate di carne
  • Omosessuali
  • Ruberie della Juventus
  • Immigrati
  • Gnocca (con le donne)
  • Religione
  • Libri (per non apparire troppo intellettuali)
  • Teatro (vedi Libri)

Argomenti di cui si può parlare senza paura di perdere amicizie:

  • Gatti
  • Cani
  • Vacanze preferibilmente al mare
  • Gnocca (con gli uomini)
  • Cibo (limitandosi agli antipasti, primi e dolci; secondi a base di carne e pesce da evitare)
  • Vittorie dell’Inter (non molto spesso)
  • Malattie esantematiche dei bambini
  • La Casta
  • Musica, fingendo competenza
  • Allarme caldo / Allarme freddo a seconda della stagione

Seguendo questo semplice vademecum si avrà la certezza di apparire un perfetto coglione, come del resto tutti ricordano si fu stati: ma le amicizie saranno salve.

(110 – continua)

p.s.:
mi sono cimentato con forme verbali di cui non sono sicuro al 100%. Spero di averne sbagliate almeno la metà, anche questo aiuterebbe nella considerazione e stima generale.

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Cinquanta sfumature di grigio

Ieri sera, abbastanza affannato per cercare di prendere in tempo il treno che mi riportasse a casa ad un’ora decente, all’ingresso della stazione di Milano Cadorna, all’esterno della quale e lo dico per quelli non pratici del luogo troverete conficcato un enorme ago disegnato da Gae Aulenti, la designer e architetta alla quale è stata dedicata la piazzetta all’ombra del grattacielo di Unicredit nel nuovo quartiere di Garibaldi, salite le scale della metropolitana, dicevo, mi trovo di fronte due belle ragazze, con indosso una pettorina azzurra con lo stemma di una nota organizzazione umanitaria, con una penna in mano ciascuna ed in evidente attesa di qualcuno da abbordare.

Qualche tempo fa vi parlai della mia avversione a lasciare che dei peli residui rimastimi in testa (caduti sicuramente grazie ad un eccesso di surriscaldamento delle meningi) si occupino parrucchieri cinesi. Niente contro gli operosi orientali: nutro solo diversi dubbi sul fatto che paghino le tasse, ma questo casomai accomuna i nostri popoli ancora di più; posso arrivare ad apprezzare la loro lucida strategia di distruzione del capitalismo con le armi del capitalismo; ma non riuscendo ad andare oltre una conversazione che comprenda “corti”, “si”, “no”, “quant’è?” preferisco l’amico Leo, col quale se non altro discutiamo di calcio e donne, ormai in quest’ordine. La settimana scorsa però, avendo fretta di sistemarmi e con la coerenza che mi contraddistingue, sono tornato dai cinesi. In dieci minuti mi avevano sciampato e scalpato; non sono stato abbastanza veloce nel dire “non troppo corti” che sul “non” un tassello di lobo parietale era già scoperto. Tra l’altro non ho riconosciuto nessuno di quelli in servizio l’ultima volta, ma confesso di non essere particolarmente fisionomista.

Vi è mai capitato di pensare di esser stati bambini più di mezzo secolo fa? A chi ha più di mezzo secolo, intendo. A me è capitato l’altra sera: terribile rivelazione, che per un attimo mi ha tramortito; a rincarare la dose il giorno dopo ha provveduto il mio medico di base, una dottoressa alla quale mi rivolgo solo in casi estremi e questo era uno di quelli, ovvero una fastidiosa tracheite presa arbitrando in un torneo di calcetto tra squadre nazionali di migranti. Peru, Ecuador, Salvador 1 e Salvador 2, Africa nera e Ponte Chiasso che essendo vicino alla Svizzera voleva avvalersi dello status di extracomunitari. La mobilità non è il mio forte, avrò percorso in tutto duecento metri; ma il freddo era parecchio e nonostante la divisa comprendesse giaccone e berretto di lana alla sera ero cotto. Ho avuto l’accortezza, per non perdere tempo, di portare in visione alla dottoressa gli esami del sangue fatti a maggio, poco prima che cadessero in prescrizione: al che, dopo un sommario esame, lei si premurava di dirmi che:  a) alla mia età, certe alzate d’ingegno andrebbero evitate e b) gli esami anche se stagionati indicavano che i valori dei grassi erano sballati, e sempre considerando la mia età era il caso di considerare l’assunzione di qualche pillolina.

Credo sappiate tutti, perché è uno degli argomenti più discussi nella parte satolla del mondo dove fortunatamente e senza meriti particolari ci troviamo, che il colesterolo alto è dannoso. Il concetto di alto si stabilisce confrontandolo con una soglia: ed ecco che, abbassando quella soglia, quello che ieri era normale oggi diventa alto. Il gioco funziona anche a rovescio: se qualcosa fa male in rapporto ad una soglia, basta alzare quella soglia. Qualche giorno fa, ad esempio, i legislatori europei hanno adottato questa tecnica per alzare i limiti di emissioni di ossidi di azoto ammesse per l’omologazione dei veicoli. Tutto è relativo.

Insomma salito l’ultimo scalino della metropolitana, come temevo, mi sento apostrofare da una delle due questuanti: “Una firma contro la fame nel mondo!”. Cosciente che tutti non si può aiutare, ho deciso da tempo quali organizzazioni sostenere, e pur apprezzandola questa non è nel mio elenco; mi accingevo quindi ad attuare la solita tattica di sganciamento, ovvero guardare un punto lontano e far finta che chi si ha davanti non esista. La manovra aveva quasi avuto successo, quando l’altra mi fa: “ehi, cinquanta sfumature di grigio, perché non firmi?”.

Ci ho messo qualche secondo a collegare il riferimento al grigio, colore che com’è noto sta bene con tutto, con i miei capelli effettivamente cangianti per colpa delle scalette cinesi e non a qualche fantasia della ragazza scaturita dalla lettura del noto romanzo; devo dire che se da un lato ho ammirato la passione con la quale la ragazza perorava la propria pausa, non ho gradito che mi si rivolgesse con lo sbarazzino tu: o sono grigio o sono giovane, deciditi.

(86. continua)

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Sono un fondamentalista

Quando si inizia a praticare qualsiasi disciplina, sportiva o artistica che sia, è importante fissare le basi. I fondamentali. Se giocate al calcio dovreste riuscire a fermare, a stoppare come si dice, un pallone che vi venga passato a media velocità; a passare lo stesso ad un compagno; a tirare almeno di collo (del piede, intendo) e di piatto (di esterno è già livello superiore), a colpire di testa, a fare qualche palleggio, a correre con il pallone vicino al piede preferito. Se suonate che so, un clarinetto, dovreste imparare a leggere la musica; poi ad imbracciare il vostro strumento non curanti se qualche profano lo chiamerà piffero, imparare a soffiare nella stretta cavità tra bocchino e ancia senza fischiare, tappare i buchi giusti e premere le giuste chiavette,  riuscire a fare scale ascendenti e discendenti con buona articolazione. Insomma, bisogna acquisire una tecnica: tecnica che con il tempo e l’applicazione porterà a raggiungere risultati sempre migliori e, se supportata dal necessario talento, in alcuni casi eccellenti o addirittura eccezionali.

Sostengo fortemente, l’ho già detto, la necessità di ripristinare in questo paese il servizio di leva obbligatorio. Prevengo le obiezioni: tempo perso, nonnismo, l’esercito non ha bisogno di marmittoni ma di personale altamente addestrato, mettete dei fiori nei vostri cannoni eccetera. A parte che da quando la leva è stata abolita (tecnicamente sospesa, per abolirla bisognerebbe cambiare la Costituzione dove afferma che la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino) non è che le guerre siano diminuite, ne le spese militari; e se non posso che concordare sul fatto che un mondo senza armi sarebbe migliore, finché c’è qualcuno che queste armi le ha ed è pronto ad usarle contro di te, e di questi tempi mi sembra che i pretendenti non manchino, è meglio averne di più potenti. Parere personale, intendiamoci.

Chi mi conosce sa che sono l’uomo più pacifico del mondo, anche se non imbelle; e se faccio questa tirata para-militarista è per segnalare che qualcosa di buono a militare si faceva: si pulivano i cessi.

All’atto della sua famigerata discesa in campo, per impedire a dir suo che l’Italia divenisse un enorme soviet, mi rammento di un manualetto, riciclato da quello in dotazione ai suoi venditori pubblicitari, che il nostro mr. B. distribuiva ai neo-deputati. In esso erano contenute delle norme di comportamento fondamentali: si andava dalla rasatura fresca, alla lunghezza del taglio di capelli, al comportamento in caso di accesso a bagni pubblici o privati. Quest’ultima parte secondo me era la più interessante, e non capisco perché nei vent’anni in cui poi successivamente ha imperversato non l’abbia fatta inviare a tutte le famiglie invece della propria autobiografia; riassumendo, si diceva: se utilizzi un bagno devi lasciarlo pulito, altrimenti quelli che entreranno dopo di te, anche se non sei stato tu a sporcarlo, penseranno che sei stato tu. Dava anche consigli pratici: controllare che lo sciacquone funzioni prima di lasciare ricordini, verificare che ci sia abbastanza carta igienica, lavare le mani prima e dopo l’uso.

Alcune mamme, ne prendo atto con perplessità, insegnano ai loro figli maschi a fare la pipì seduti, per non sporcare in giro. Sbagliato e poco igienico, secondo me: bisogna invece indurre i figli a migliorare la mira a suon di scapaccioni, se necessario; ed inoltre non starei ad ingenerare nei giovani ulteriore confusione, in tempi di coppie X-Y, X-X e Y-Y.

Secondo me lo stato di civiltà di un popolo si misura anche dallo stato dei bagni comuni e a giudicare da quelli che mi tocca frequentare al lavoro, siamo ad un livello di molto anteriore alle termae romane; proporrei, riprendendo l’intuizione di Mao Tze Tung, una rivoluzione culturale che porti tutti i laureati, specialmente in informatica, a rieducarsi andando per un congruo periodo temporale a pulire servizi igienici o anche a zappare terre incolte: un modo ragionevole e divertente per tornare ai fondamentali del vivere civile.

(85. continua)

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Piccolo galateo reazionario

Può darsi che la mia ottica sia parziale e che le conclusioni che tragga da questa osservazione siano soggette ad accuse di conservatorismo, ma ho l’impressione che la convivenza tra genitori e figli stia diventando sempre più difficile. Una volta l’aspirazione naturale dei figli era quella di rendersi autonomi il prima possibile per uscire di casa e farsi i fatti propri (che nell’ordine significava: guadagnare e spendere senza sentirsi in colpa; poter disporre a piacimento dei propri spazi senza render conto di calzini lasciati qualche giorno sul pavimento a decantare; invitare amici e sperabilmente amiche senza tema di essere disturbati o interrotti sul più bello; ed, infine, per metterne su una propria, di famiglia).

Ora noto invece una tendenza preoccupante a volersi fare i fatti propri ma senza nessuna ambizione di togliersi dai piedi per far respirare i poveri genitori. Con i propri soldi, dico: che di togliersi dai piedi con i soldi di mammà son buoni tutti. E passi quando si è da soli; ma ora si pretende anche di imporre la presenza di fidanzatini, amichette e sodali.

Credo fermamente che alcune regole di igiene vadano ripristinate. Regole sociali e di educazione create nel corso dei decenni se non dei secoli allo scopo precipuo di salvaguardare i genitori e sentire i figli costretti, soffocati, in modo da dargli il giusto stimolo per togliere al più presto il disturbo.

Le regole (lo ammetto, più stringenti per le ragazze che per i ragazzi, ma forse proprio per questo ancora più  valide) erano poche e semplici:

  • questa casa non è un albergo:

traduzione: in questa casa ci sono degli orari da rispettare. C’è un’ora per la colazione, una per il pranzo ed una per la cena: se non sta bene, quella è la porta. La postilla per il desinare era che se non piaceva quello che c’era nel piatto si poteva tranquillamente astenersene, ma si restava a tavola fino alla fine. Il giorno dopo, probabilmente, si sarebbe ritrovata la stessa pietanza. Una variante era: se inizi a mangiare, poi lo finisci. Non si lasciano avanzi nel piatto. Considerando che un recente studio di Waste Watcher afferma che le famiglie italiane sprecano ogni anno cibo per 13 miliardi di euro, ripristinare questa regola apporterebbe anche indubbi vantaggi economici.

  • ognuno mangia a casa sua:

non si fanno visite all’ora di pranzo o cena. Se per caso ci si trova a fare i compiti da un amico/a, anche di fronte all’invito che i suoi genitori faranno per cortesia: “vuoi rimanere a cena da noi?” si risponde: “No, grazie” e si torna a casa, coscienti che se si è arrivati fino a quel punto ci si è fermati già troppo.

  • ognuno dorme a casa sua:

le assurde richieste “Mamma, posso rimanere a dormire dalla Stefi?” oppure “Mamma, la Sabri può rimanere a dormire da noi?” hanno una risposta categorica ed inequivocabile: NO. Io voglio e pretendo la libertà di girare per casa mia come cacchio voglio, in mutande e Crocs gialle se mi aggrada, e non voglio nessuna Stefi o Sabri tra i piedi mentre mi gratto il sedere. Se la Stefi e la Sabri sono state in grado di arrivare fin qua, devono anche essere in grado di tornarsene da dove sono venute. E non mi chiedano di accompagnarle a casa. Chiamino i loro, di genitori, se del caso.

  • ognuno contribuisce all’economia familiare:

il patto tra generazioni è: finché studi (sempre che tu sia portato per studiare) io se ci riesco ti mantengo, e tu dai una mano come puoi in casa; quando cominci a guadagnare qualcosa, e sempre fintanto che rimani in casa, una parte del tuo stipendio per piccolo che sia viene incamerato. Poi magari viene messo da parte e restituito, ma senza obblighi. D’altronde anche il valore del risparmio si è un po’ svalutato. Ricordo che alle elementari era istituita una giornata del risparmio, e appunto la locale Cassa di Risparmio dava a tutti gli alunni una cassettina blu di lamiera, a forma di libro, dove mettere i pochi spiccioli che si ricevevano di quando in quando; dopo un congruo periodo, all’apertura della cassettina seguiva l’immediata apertura del libretto in banca, dove con lo stesso sistema anno dopo anno si andavano accumulando delle fortune. Credo di aver estinto il mio libretto a 16 anni per comprarmi il violino: avevo un capitale di ben trenta mila lire! Pensando a che fine fanno le mancette ed i regali di Natale dei bambini moderni, e cioè in gran parte ad arricchire compagnie telefoniche ed elettroniche, non sarebbe meglio recuperare le vecchie cassettine di latta?

  • qui non siamo americani, e nemmeno svedesi:

se vuoi far l’amore con il tuo ragazzo, non pensare di poter usare la tua camera ne tantomeno il divano. Non m’interessa se la alla tua amica Stefi i genitori lasciano la casa libera: vai dalla tua amica Stefi! E se proprio vogliamo parlarne, non mi sta nemmeno bene che continuiate a sbaciucchiarvi sul divano mentre si guarda la televisione. Andate al cinema. E se volete fare l’amore, buttatevi su un prato. Dice: eh ma oggi ci sono tanti pericoli, meglio in casa che chissà dove. In casa mia, no. Uscite e correte il pericolo.

  • ogni cosa a suo tempo:

ai miei tempi prima di fidanzarsi ci si pensava bene. Le parole e gli atti avevano il giusto peso: fidanzamento aveva un preciso significato e costituiva un preciso impegno: non ci si fidanzava così tanto per fare. Ci si metteva insieme perché si intravedeva la possibilità di realizzare un progetto di vita (parolone, ma così è); e non era un mero fatto personale, ma un avvenimento che coinvolgeva almeno le rispettive famiglie. In un paese poi figurarsi, riguardava tutti.

Ora a 16 anni una ragazzina dice: “Mi sono fatta il fidanzato” dove per fatta non intende solo “ho una simpatia ricambiata”. Detta ragazzina chiederà senz’altro di poter partire per il weekend con il “fatto”, perché lo fanno tutte le sue amiche, ed i genitori ritenendosi moderni le daranno il consenso. Calma, ragazza. Tu con il mio consenso fino a 18 anni non vai da nessuna parte, tantomeno a farti il fidanzato. Ed anche dopo i 18, se sei in questa casa, è tutto da vedere. E poi, dico, perché? Perché questa fretta? Perché questo bisogno di scimmiottare i grandi, dico, se vuoi fare l’amore fallo, ma che bisogno c’è di “fidanzarsi”? E poi magari dovrei ospitare per contraccambiare il fidanzato lontano? No, mi dispiace, la camera degli ospiti è occupata.

(79. e non finisce qua)

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Privacy e cerbottana

Andare a scuola, un secolo fa, era un po’ diverso da oggi. Il passaggio dalle elementari alle medie era molto sentito perché innanzitutto si dismetteva il grembiule nero che ci aveva accompagnato per cinque anni; nonostante il sollievo provato, sono un sostenitore accanito del grembiule per i bambini delle elementari. Non c’è sfoggio di magliette firmate o vergogna per dei capi troppo lisi: un grembiulino nero per tutti, e via andare. Noto con rammarico che, nelle scuole dove ancora se ne fa uso, è stato abolito il fiocco.

Poi perché si passava dalle classi monosesso alle classi miste, cosa che per ragazzini in pieno travaglio ormonale era un bello shock. Sapete, allora andavano di moda le minigonne, e c’era già abbastanza carne scoperta: a nessuno sarebbe venuto in mente di andare a scuola con dei pantaloni bucati, se non per disattenzione. Anche i jeans, adesso che ci penso, non erano così diffusi: a quella aggressiva dell’indumento americano si preferiva un’eleganza low profile, da signori di campagna.

Gli zainetti non li avevamo; ci bastava una cartella, un po’ più grande di quella delle elementari ma sufficiente anche per la sostanziosa merenda, e alle superiori nemmeno quella: i libri, quei pochi che servivano, si portavano sottobraccio stretti da una cinghia.

Non eravamo connessi. Non esistevano i computer, se non in enormi stanzoni ubicati perlopiù in banche o grandissime industrie che dalla nostre parti scarseggiavano;  il telefono c’era ma uno squillo fuori orario era sempre accolto con trepidazione. “Niente nuove, buone nuove” era la massima che regolava le comunicazioni quando ci si allontanava dalla base.

Già non era frequente possedere una macchinetta fotografica, a quell’età, figurarsi usarla per autoscattarsi negli spogliatoi della palestra; a parte il valore estetico del soggetto, ci sarebbero voluti i soldi per far sviluppare i rullini, e se anche li avessimo avuti sarebbero finiti dall’unico fotografo del paese, Peppe de Sittì: non avremmo di certo potuto appellarci al segreto professionale per non fargli riferire ai nostri genitori della bravata.

Se aveste scritto un bigliettino e lo aveste sparato con la cerbottana ad un vostro amico magnificando che so, le poppe  della compagna di banco, o dileggiando le manie o tic di qualche professore, in caso di intercettazione non avreste trovato ne solidarietà ne comprensione.

Qualcuno ricorderà che nel 1984 uscì nelle sale il film omonimo, tratto dal libro profetico di Orwell; devo dire che assistendo alla sua visione in un cinema milanese, accanto all’allora futura moglie a mia insaputa, feci una delle più lunghe dormite della mia storia cinematografica. Seconda solo alla performance realizzata con Dune, sempre nello stesso anno, il 1984: lì ci ritrovammo a ronfare testa a testa, sognando vermoni e sperando che mangiassero regista, cast e troupe intera. C’era anche Sting, e come sbagliarsi: un praticante di sesso tantrico come lui non poteva mancare in un pippone di tal genere.

Oggi leggo di una classe, nel torinese, dove ventidue alunni delle medie sono stati sospesi  perché sorpresi a fotografare con il telefonino i professori in aula e se stessi in palestra, per poi scambiarsi commenti più o meno offensivi  su Whatsapp, applicazione usata nella fattispecie come versione moderna della nostra cerbottana.

Alcuni genitori hanno preso le distanze da questa iniziativa. Non dei propri figli, no no: dei professori e della dirigente scolastica che hanno appioppato il provvedimento disciplinare. Per via della privacy, dicono: cioè quei professori non avevano nessun diritto di andare a sbirciare nei telefonini dei loro pargoletti.

A meno che quei genitori non siano tutti degli avvocati, e allora lodevolmente stiano cercando di educare i figli a cercare di individuare il cavillo nell’uovo ed al negare ogni evidenza, questa richiesta di rispetto del diritto alla riservatezza mi sembra eccessiva.

Voglio dire, fa un po’ ridere appellarsi alla privacy quando i loro figli, e magari loro stessi, mettono a nudo  sul Librofaccia ogni aspetto della loro personalità, e spesso non solo quella, comprese le foto fatte in palestra. Ci siamo consegnati volontariamente al Grande Fratello, inteso non esclusivamente come sagra televisiva dei guardoni, e stiamo lì a sindacare sulla privacy di quattro ragazzini brufolosi.

Secondo me, poi ognuno è libero di fare come crede, sarebbe meglio mandarli a scuola senza smartphone, i propri figli; ma se proprio ce li volete mandare, almeno non difendeteli se la cerbottana fa cilecca.

(71. continua)

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L’uomo in mutande

A volte la realtà supera talmente la fantasia da lasciarci nel dubbio se stiamo vivendo nel mondo reale oppure in una sorta di Truman Show in cui, all’improvviso, lo sceneggiatore sia impazzito.

Non so se l’ho già detto, ma tra le tante cose in cui mi diletto c’è anche quella di scrivere delle commediole per ragazzi, di cui poi per mero narcisismo curo la regia; ma certe scene le riterrei assurde anche in un contesto farsesco.

Prendiamo ad esempio una persona qualunque, che so, un impiegato comunale. Anzi, meglio, un vigile urbano. Questo vigile si sta apprestando, un po’ trafelato, a timbrare il cartellino di presenza in Comune. Fin qui niente di strano, anzi la nostra mano si leverebbe a coprire il lieve sbadiglio; ma poi, tac! Scatta la situazione comica: il vigile non indossa la divisa, eh no! Anzi, non ha nemmeno i pantaloni. Il distratto uomo, abitando al piano superiore,  è sceso a timbrare il cartellino in mutande. Risata assicurata dalla platea, che nel mentre però si chiede: ma che ci fa un vigile urbano in mutande in Comune? A togliere il dubbio interviene l’avvocato (non manca mai un avvocato in una farsa) che dichiara: il mio assistito è sceso in mutande perché aveva fretta di andare a multare un’auto in sosta vietata. A questo punto io come epilogo avrei fatto entrare degli infermieri (che non mancano mai neanch’essi, tranne che negli ospedali) e avrei fatto indossare una camicia di forza sia all’avvocato che al suo assistito; magari per finire in gloria avrei potuto mettere anche gli infermieri in mutande.

Devo dire, ammettendo un leggero pregiudizio, che non avrei mai ambientato la scena in Liguria, ma eventualmente a Napoli; questo non perché ritenga i liguri più onesti dei campani ma perché la fantasia partenopea, corroborata dalle commedie di Eduardo e Scarpetta, mi sembrava fin’ oggi inarrivabile.

Avrei dovuto sospettare delle doti uniche dei sanremesi fin da quando nel ’90, nell’ultimo Festival che mi è capitato di seguire, ebbero la straordinaria idea di abbinare Toto Cutugno a Ray Charles (sullo stile di Zorro contro Maciste): l’esperimento però funzionò a metà perché The Genius lungi dal farsi trascinare dalla melensaggine cutugnesca decise di usare solo tre o  quattro note della canzone originale e per il resto ne inventò una lì per lì. Molto meglio di quella in concorso, peraltro, tanto da lasciare la giuria così interdetta che per togliersi d’impaccio diede la vittoria agli sdolcinati Pooh.

Intendiamoci, non è che mi scandalizzi un vigile in mutande. Io, ad esempio, almeno un vigile del mio paese in mutande l’ho visto. Anche senza mutande, se è per quello: ma era fuori servizio, mica pretendeva di correre ad appioppare multe in quelle condizioni. Almeno non prima di aver finito la doccia, specialmente se il campo da calcio era pesante.

Sembra, poi, che il solerte impiegato a volte si facesse sostituire nella timbratura dalla moglie, ovviamente in vestaglia. Questa è comunque, secondo me, una buona idea: trasformare il posto fisso in impresa familiare potrebbe essere una buona leva per rilanciare l’occupazione. A quel punto tanto valeva che l’infrazione venisse sanzionata direttamente dalla signora in deshabillé; ma ci sono cose che competono solo a chi (almeno) in casa porta i pantaloni.

Avrei voluto finirla qua e sarebbe stata anche una chiusura elegante; se non che leggo un’intervista a Tony Blair, mentitore professionale e idolo del nostro attuale premier, nella quale chiede scusa per la guerra in Iraq. Dodici anni dopo: ha mentito sulle prove, ha attaccato scienziati e giornalisti contrari costringendone persino qualcuno al suicidio; insieme ai suoi amichetti Bush e Berlusconi ha offeso e svillaneggiato tutti i movimenti per la pace e rifiutato persino proposte di soluzione politica; ha distrutto un paese, destabilizzato un’intera area e dato sfogo ai peggiori fondamentalismi. I’m sorry, dice. Ma con il criterio con cui lui e i suoi sodali hanno permesso di impiccare l’ex alleato Saddam Hussein poi divenuto sanguinario dittatore, colpevole secondo loro di opprimere il popolo curdo quando l’attuale alleato Erdogan (in futuro sanguinario dittatore?) bombarda i curdi ogni giorno, che fine dovrebbe fare il buon Tony colpevole direttamente della morte di centinaia di migliaia di persone e dell’esodo di altri milioni?

Allora va bene, lapidiamo pure il fantasioso vigile e l’amorosa mogliettina; ma non dimentichiamoci, per favore, di tenere le pietre più grosse per chi veramente le merita.

(68. continua)

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Trent’anni dopo

Fa una certa impressione, almeno a chi come me all’epoca aveva tutti i capelli e quelli rimasti di un altro colore, riflettere sul fatto che sono passati trent’anni dal film “Ritorno al futuro”, simpatica commedia che nel suo secondo episodio immaginava un viaggio nel tempo che portava i protagonisti nel 2015, cioè oggi.

Se a quell’epoca avessi avuto a disposizione una DeLorean DMC-12 ed avessi intrapreso il balzo spazio-temporale, penso che avrei fatto un po’ fatica a riconoscermi, e probabilmente avrei pensato ad una qualche distorsione; e non parlo dell’aspetto fisico, che anzi a parte i capelli qualcuno  sostiene sia persino migliorato (lo prendo come un complimento), ma di tutto il resto.

“Va’ dove ti porta il cuore” si intitolava un noto romanzo che sfogliai appena, alla sua uscita; ed effettivamente là sono finito, ma allora non ne avevo idea. Avevo conosciuto da un annetto una ragazzotta lombardo-veneta simpatica e spigliata ma ero ancora ben lungi dal capire come sarebbe andata a finire; qualche anno dopo, sorridente in abito da sposa, lei mi confessò invece di averlo saputo da subito, e che io come al solito non capisco un tubo.

Ricordate Primuccio? Ve ne ho parlato a proposito del vino cotto serale, un toccasana; aveva avuto una vita movimentata ed avventurosa, era stato persino in America a stendere i binari dei treni; quando stava per mancare, a 99 anni, scherzando diceva che sua madre, morta a 104 anni, di là l’avrebbe preso in giro. Eppure a chi gli chiedeva cosa fosse stata la vita, la sua vita, rispondeva: “La vita è un ciuffiu”. Un soffio.

Con questa consapevolezza, sarei salito sulla DeLorean e chiuso gli sportelli: partenza, un attimo la durata del viaggio, e gli sportelli si sarebbero riaperti. La nube di fumo si sarebbe diradata, mi sarei guardato intorno e avrei visto l’altro me dopo trent’anni.

Dunque:  mi ritrovo a 500 chilometri da dove sono partito; quella là che mi saluta la mattina la riconosco, ha cambiato pettinatura mi pare; quello è mio figlio quasi alla mia età? Perbacco com’è alto. Quelli sono i miei amici? Mai visti prima. Ma che cavolo sto cantando, cosa ho avuto, una crisi mistica? Che dice quel gruppetto di ragazzini che mi saluta? Ci vediamo alle prove? Che prove? Teatro? Che c’entro io con il teatro? E il lavoro? Ah, meno male. Programmo ancora in Cobol. Dicevano che era obsoleto già nell’85, ed è ancora qua. Non vedo palloni in giro, mi sa che non gioco più. Dov’è che sto andando? A prendere il treno… oh no, ancora il treno… a Milano…

Buffo, mi sembra ieri che Milano mi sembrava su un altro pianeta, quando venivano in vacanza le sorelline milanesi al paesello;  mi ricordo anche che una volta, passando da Rimini, conobbi una ragazza milanese e facemmo una lunga chiacchierata. Alla fine ci salutammo e mi disse: no, tu a Milano non staresti bene, sei troppo calmo. Infatti mi sembra di vedere che sono diventato un po’ meno calmo.

E intorno, che succede?

Tutti hanno in mano qualcosa, sembra un telefonino, ci stanno pistolettando sopra, ma che fanno? Incrocio gente di tutti i colori e nazioni: forse c’è qualche fiera in giro, ma mi sembrano un po’ tanti. Aspetta, prendiamo un giornale, vediamo un po’ come sta andando il mondo: lo sapevo, Gorbaciov con le sue glasnost e perestrojka è riuscito a distruggere l’Unione Sovietica, e Leningrado è tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Tè, ho lasciato un papa polacco e ce n’è uno argentino. Meno male! L’America ha un presidente nero??  E non l’hanno ancora fatto fuori? Strano… Sono cose troppo grandi, vediamo un po’ che succede in casa nostra:  musica… concerto di Morandi e Baglioni… ah, ok, qui ci siamo. Politica: che fine hanno fatto i partiti che conoscevo? DC, PCI, PSI… spariti! What the Hell… il presidente del Milan è a capo del maggior partito di governo? E Beppe Grillo!!! Leader del maggiore movimento di opposizione? O la politica è diventata una barzelletta, o non so proprio che pensare. Vediamo il calcio… Sassuolo, Carpi e Frosinone in serie A? E no, dai, ragazzi non scherziamo.

Ho capito, devo aver toccato qualche tasto sbagliato: sono finito in un universo parallelo. Adesso riaccendo la DeLorean, torno indietro e ci riprovo.

(66. continua)

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Sudore e armonium

Mi è stato insegnato, evidentemente sulla base di qualche fondamento scientifico, che per curare un raffreddore può essere utile fare una bella sudata. Ogni età ha le sudate che si merita, e se me lo chiedereste adesso la prima cosa che mi verrebbe in mente sarebbe un bel piumone riscaldato; qualche tempo fa avrei preferito provocarla, la sudorazione, praticando quel riposo attivo tanto caro alla generosa Olena;  ancora prima avrei condiviso lo sforzo con una ventina di persone, perché sudare voleva dire correre e correre giocare a pallone.

Da piccolo devo aver avuto una bella voce bianca. Prima che la pubertà, arrivando a turbare i sogni innocenti dei fanciulli in fiore, facesse emergere degli aspetti animaleschi insospettati, ero uno dei migliori interpreti di “Cuore matto”, come ho raccontato a proposito delle colonie estive, nonché uno dei beniamini di Don Luigi nel coretto parrocchiale.

La vita ora è diventata più dura anche per i preti. Innanzitutto il numero si è di molto ridotto: più pance piene, meno vocazioni. E poi la dimensione dei problemi si è talmente ingrandita che, con tutta la buona volontà, farvi fronte richiederebbe un intervento diretto di chi di dovere di cui allo stato non sembra di cogliere segni. L’altro giorno, ad esempio, abbiamo assistito all’outing in diretta di un monsignore; pur essendo notoriamente tollerante la richiesta di chiudere un occhio sulla convivenza con il suo amore, seppur dello stesso sesso, mi è sembrata eccessiva. Voglio dire, stiamo parlando pur sempre di preti cattolici: sono i protestanti quelli di manica più larga.

Don Luigi non era il parroco ma una specie di franco tiratore: il suo incarico principale, oltre quello di dire Messa nelle chiesette di campagna, o di presenziare alle cene di tutte le associazioni, era semplicemente quello di portare in giro se stesso come réclame del buonumore e della serenità. Se avreste cercato una buona parola o un sorriso, da quelle parti non sarebbero mai mancate.

Nella bella collegiata di San Biagio, prima dell’avvento dell’elettronica che avrebbe rivoluzionato persino il modo di far musica in chiesa, in un cantuccio della sagrestia avreste notato un armonium. Per i profani, l’armonium è quello strumento a tastiera che, come l’organo, emette dei suoni tramite dell’aria che passa attraverso delle lamelle, o ance: come l’armonica a bocca, se avete presente. A differenza del pianoforte dove il suono è prodotto da delle corde battute da martelletti. O del clavicembalo, dove le corde sono pizzicate da plettri. O da… va bè, ci siamo capiti. L’aria veniva soffiata attraverso dei mantici azionati con i piedi: ottimo modo per fare ginnastica suonando, si potrebbe utilizzare ancora oggi al posto dello step.

I mantici c’erano anche nel grande organo posto sopra l’ingresso, venivano azionati a braccia con delle lunghe stanghe e di solito chi tirava il mantice non cantava; poi c’è stato applicato un motorino elettrico, tutta la poesia è andata a farsi friggere ma almeno il tiratore ha tirato un sospiro di sollievo.

Se è per quello anche le campane si manovravano tirando delle corde; ora la maggior parte di esse è collegata a dei bellissimi meccanismi elettronici capaci di riprodurre fino a 100 pezzi diversi; allora bisognava essere in tre o quattro, pronti a tirare a tempo seguendo le indicazioni di Renato, postino, campanaro e grancassista in banda. Quando consegnava la posta scendeva le scale della bottega salutando mio padre con voce stentorea (era anche cantante del Miserere): “La pomiceee!”, che credo facesse riferimento alle quantità industriali di carta vetrata che mio padre aveva dovuto usare fin da piccolo, non certo per suo diletto; al che la risposta era l’immancabile “L’apostulu!!” _ l’apostolo_ più che appropriato per un portalettere.  Stranamente il mio amico Stefano, pur facendo l’imbianchino, ha ereditato da suo padre il titolo di “apostulu”. La pomice invece non faceva per me.

Rileggendo questa paginetta mi accorgo che se fosse uno dei compiti che assegno ai programmatori sui quali esercito con magnanimità il potere di vita e di morte (lavorativa) glielo farei rifare, tanto mi sono attorcigliato; comunque dove eravamo rimasti? Ah, si, l’armonium.

Don Luigi quindi con il suo armonium cercava di inculcare i rudimenti del canto liturgico a un gruppetto di chierichetti per lo più indifferenti. Nel caso specifico i canti erano di Natale, ed ero stato scelto per cantare qualche strofa in solitaria. Se dicessi che la cosa mi entusiasmava non sarei onesto; anzi a dirla tutta se non fosse stato per non dispiacere il buon Don Luigi, me la sarei svignata appena possibile.

Arrivai nell’imminenza del debutto con un bel raffreddore. Sebbene il dialetto maceratese già di suo non sia tenerissimo con la consonante ti, la pronuncia “Du scendi dalle sdelle” o “Asdro del giel” non mi sembrava impeccabile, così ebbi il colpo di genio: una bella sudata, e via.

Se tra le antiche spartane poteva essere ritenuto normale, se non addirittura doveroso, che il proprio virgulto in vista degli impegni futuri presso le Termopili si esponesse alle intemperie, altrettanto non poteva dirsi delle moderne picene. L’accoglienza di mia madre la sera, quando mi presentai con un inizio di febbre poi debordato in bronchite, non fu delle più benevole. Tentai di difendere le mie intenzioni, ma con pochi margini di manovra.

Così Don Luigi per quel Natale non mi ebbe tra i suoi coristi più ispirati; ne mi ebbe negli altri Natali, perché presa la palla al balzo l’armonium non mi vide più tra i vicini più assidui. Si interruppe così una promettentissima carriera; e l’episodio mi è tornato in mente solo perché domenica scorsa ho cercato di intonare un canto un’ottava sopra di quanto avrei dovuto, ed un bel falsetto mi sarebbe stato di grande aiuto.

(65. continua)

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