Terra!

Trovo molto simpatica la proposta del governo di dare, a chi si impegna a fare il terzo figlio, un bel pezzo di terra da coltivare. Può anche darsi che come incentivo possa funzionare, e del resto chi oggi storce il naso (“Torniamo all’Agro Pontino!”) non è che abbia brillato per piani di sostegno alle famiglie.
Anzi, se vogliamo essere sinceri, non ha brillato per nessun piano, e dunque non appare molto credibile quando oggi richiede agli altri di fare in pochi mesi quello che loro stessi non sono stati capaci di fare per anni.

Parliamoci chiaro: il calo della natalità è in atto da svariati anni senza che nessuno abbia fatto qualcosa per contrastarlo, la precarietà causa principale dell’impossibilità di creare una famiglia non l’ha creata Conte, la situazione del mezzogiorno e la disoccupazione giovanile al 40% non è un’invenzione elettorale di Di Maio, 5 milioni di poveri (secondo l’Istat) non li ha fatti Grillo, il debito pubblico ad oltre 2000 miliardi ed al 132% del Pil non li hanno portati i 5S, le infrastrutture fatiscenti non sono certo colpa dei grillini: questo dovrebbe ammetterlo chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale, e questo certifica senza ombra di dubbio che le politiche seguite finora sono state fallimentari e dannose. E persino le buche di Roma, se vogliamo, si possono attribuire alla giunta Raggi solo fino ad un certo punto (e comunque non dimentichiamo che il sindaco precedente, Ignazio Marino, è stato fatto fuori dal suo stesso partito!), e solo a patto che ogni amministrazione si guardi prima in casa propria.

Intendiamoci: non mi arruolo tra le fila dei cinquestelle, la democrazia dei clic è lontana anni luce dal mio modo di concepire la rappresentanza, ritengo che per governare bene non si possano banalizzare le cose complicate ma non è certo colpa loro se gli altri sono dei masochisti. Forza Italia si sgretola come una mummia egizia messa a prendere aria (ogni riferimento al suo anziano leader è casuale); il PD è stato ucciso dal renzismo, versione annacquata delle politiche berlusconiane, e dai personalismi; gli altri ciuffi non pervenuti. I verdi, che almeno in Germania cercano di arginare le destre, da noi semplicemente non esistono, in un momento dove niente sarebbe più progressista che opporsi alle degenerazioni consumistiche.
Tra l’altro il PD, se avesse avuto un minimo di coraggio ed iniziativa politica, avrebbe potuto sottarre i cinquestelle dall’abbraccio con Salvini: e poi mi vengono a parlare di responsabilità!

Quando sento in TV il segretario pro-tempore del PD contestare il reddito di cittadinanza chiedendo invece interventi per il lavoro, la domanda spontanea è: Ma perché non l’avete fatto voi negli ultimi cinque anni se eravate così bravi? E come fate a criticare il reddito di cittadinanza dopo aver introdotto il limitatissimo REI (reddito di inclusione), e senza una elaborazione teorica sul futuro del lavoro, quando da decenni avete abbandonato l’idea della piena e buona occupazione per tutti?
Per non parlare di Forza Italia e delle replicanti Bernini-Gelmini-Carfagna, preoccupatissime che la manovra finanziaria sia dannosa per i risparmiatori e per il popolo. Quando con loro lo spread arrivò a 500 era una manovra dei poteri forti, mentre adesso che è intorno a 300 è incapacità dei cinquestelle (stranamente si dimenticano di dire che insieme ci sono anche i loro compagni di merende leghisti)? In quanto al popolo, se ne sono occupati così bene che infatti, riconoscenti, alle urne si sono azzuffati per rivotarli.

Ma come, mi chiedono, non sei preoccupato che tutto possa andare a scatafascio? Ma che discorsi, certo che sono preoccupato. Come ero preoccupato, in tutti questi anni, quando perdevamo pezzi e pezzi di industria, comprati dagli “investitori” stranieri, o per gli “imprenditori” che delocalizzavano per salvare la produzione, dicevano loro. Come ero preoccupato dall’aumento dell’età pensionabile, dai jobs act, dalle mafie infiltrate al nord. Come ero preoccupato dalle banche portate sull’orlo del fallimento per i soldi dati agli amici degli amici e mai restituiti, tra la compiacenza degli enti che avrebbero dovuto controllare, dai controllori che sono consulenti dei controllati (il ponte di Genova è emblematico!), dai vergognosi sperperi e ruberie (Pedemontana? Brebemi? Mose? vado avanti?)

Quindi sinceramente si, sono preoccupato. Sono preoccupato perché il socialismo è morto e l’Europa sarà socialista o non sarà, dicevano i firmatari del Manifesto di Ventotene, citato sempre a sproposito; sono preoccupato perché i privilegi vengono spacciati per diritti (le pensioni milionarie vanno bene, ma l’adeguamento di quelle minime no) ed i bisogni per capricci (sei senza lavoro? non hai voglia di lavorare!), sono preoccupato perché tante periferie da luoghi del popolo sono diventate terra di nessuno; sono preoccupato perché si è pensato per anni di risolvere i problemi con i bonus per pochi, invece di pensare al benessere di tutti.

E dunque, se vogliamo fare qualcosa di nuovo ben venga tornare all’antico! Fate figli, italiani, e zappate la terra. Bene o male, qualcosa nell’orto ci sarà sempre.

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Elina Svitolina!

Confesso di non seguire molto il tennis. Come ho detto, ai miei tempi gli sport popolari erano il calcio, il ciclismo e la boxe: tutti gli altri o non esistevano, o erano riservati a chi poteva permetterseli, e non erano molti.
Nel mio paese tra l’altro non c’erano nemmeno campi da tennis, i primi vennero costruiti quando ero già grandicello, all’inizio degli anni ’70: la novità attirò qualche giocatore, a cui non mi accodai per qualche buon motivo e cioè: l’attrezzatura bisognava acquistarla ed il campo bisognava affittarlo (pagando). Chi ce lo faceva fare, quando potevamo giocare a pallone gratis per ore ed ore?
Poco prima era stata costruita una bellissima pista di pattinaggio a rotelle, anche quella gratis! dove generazioni di ragazzini si ruppero denti e braccia, cadendo o sbattendo sui corrimano di recinzione.
Ricordo la Coppa Davis del ’76, quella vinta dai quattro moschettieri Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli in Cile, nel plumbeo Cile del dittatore Augusto Pinochet, ma più per le discussioni politiche che per l’effettivo evento sportivo. Dopodiché, che devo dirvi, è un gioco che non capisco, non mi appassiona e francamente questa pallina che continua ad essere buttata da una parte all’altra del campo mi annoia.

Stamattina dentro al treno pendolari delle ferrovie Nord che mi vede assiduo frequentatore pioveva. Non so come mai ma filtrava acqua dall’alto e sgocciolava sopra alcuni posti. Era divertente vedere gente che ingolosita dal posto libero, una rarità dopo poche fermate dalla partenza, si sedeva e dopo pochi secondi, rendendosi conto della situazione, si alzava a razzo. Comunque poco male, era stato diramato allarme meteo e quindi eravamo tutti muniti di ombrello.

Leggendo il giornale ho così scoperto che esiste questa tennista ucraina, Elina Svitolina, molto brava e con un nome ed un carattere decisamente sbarazzini anche se in quanto ad avvenenza la posizionerei a qualche lunghezza dalla russa Maria Sharapova. Tra parentesi, sono rimasto uno dei pochissimi a sfogliare il quotidiano in treno. Qualcuno legge i titoli delle notizie dai telefonini, qualcuno all’arrivo prende il quotidiano gratuito, Metro. Io bandirei sia i cellulari dal treno che i quotidiani gratis all’uscita della stazione, due misure di salute pubblica forse eccessive ma necessarie.

Sembra incredibile ma sta finendo anche l’era della cancelliera tedesca Merkel. Ha annunciato l’abbandono della Presidenza del suo partito in forte calo di consensi, mentre il governo di coalizione traballa e non si vede come possa rilanciarsi. Ci mancheranno gli scherzi goliardici (cucù!) e gli apprezzamenti che il nostro arzillo ex-premier le riservava. Riposi politicamente in pace: i posteri giudicheranno se, dopo tutti questi anni al potere, lascerà un partito, un paese e un continente migliori di quelli che ha ereditato.

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Declassato!

Succede anche a voi di risvegliarvi al mattino senza aver voglia di far niente?
A me capita da qualche giorno. Apatia, abulia, sensazione di inutilità, pensieri a vuoto, assenza di desideri ed ispirazioni.
La cioccolata ed il whisky torbato invecchiato 12 anni alleviano solo momentaneamente il malessere, che arriva a livelli preoccupanti con la visione dell’Eredità del perfido Flavio Insinna o della partita di calcio Barcellona-Inter.
Mi crogiuolo nell’accidia, brontolo ad ogni pié sospinto, lascio scadere i buoni Groupon ed i cofanetti Smartbox.
Ho pensato e ripensato a quella che potesse essere la causa, sono persino ricorso all’integratore Polase (non diluendolo nel whisky); ero quasi arrivato al punto di ordinare online la nuova potentissima crema Bufalin con effetti duraturi e miracolosi, almeno così sostenuto dalla gentile signorina Angela Rizzo mittente delle mail che periodicamente mi vengono recapitate dai siti più variegati.

Me lo sono chiesto, seriamente. Ma che sarà? Sarà il governo gialloverde? Sarà Trump? Saranno gli arabi affettatori? Sarà che devo scrivere una commedia per la prossima settimana e sono ancora al caro amico? Sarà che sono stato contagiato dalla malinconia russa?

Poi, finalmente, ho avuto l’illuminazione. Ho capito! Ed è strano non averci pensato prima: la colpa è delle Agenzie di Rating! Sono stato declassato, e nemmeno mi hanno informato.

La loro valutazione, così mi è stato riferito, si è basata su criteri oggettivi. Il giorno prima ero A+, il giorno dopo: zac! Ed eccomi qua in B-.
Una vera ingiustizia. E’ vero, ho appena non festeggiato il compleanno (avete mai riflettuto sul fatto che quando si dice compiere gli anni vuol dire che quello è il numero di anni passati dal momento della vostra nascita? Non fatelo. E’ deprimente) ma non sono ancora da rottamare, insomma non ritengo di meritare di essere trattato alla stregua di un diesel euro 3. Tra l’altro non rientro ancora nei parametri di quota 100, cosa che mi deprime ancora di più.

Dei consiglieri esperti mi hanno suggerito, per recuperare fiducia, di concentrarmi solo su una cosa, al massimo due alla volta. Persone a me molto vicine sostengono che del resto non dovrei fare molti sforzi per seguire il consiglio. Può essere, in effetti, anche se mi pare di ricordare che un tempo quelle due-tre cose fossero un po’ diverse da quelle di adesso.

Ricorrerò al Tar del Lazio! O alla vodka Beluga.

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Il teletrasporto è realtà!

La comunità scientifica è in subbuglio: scienziati dell’Arabia Saudita hanno infatti comunicato di aver inventato il teletrasporto umano!

La notizia ha sconcertato gli ambienti accademici, tenendo conto che la scoperta più importante degli ultimi anni in Arabia Saudita era stata quella che anche le donne, nonostante la evidente menomazione causata dal loro stesso sesso e con opportune precauzioni quali ad esempio la presenza di un accompagnatore, possono guidare l’automobile, mentre per la bicicletta si sta ancora discutendo.

Una equipe di studiosi ha portato avanti in segreto gli esperimenti, svolti dapprima sugli animali; si è passati dai topi ai cammelli, con iniziali fallimenti che non hanno tuttavia demoralizzato i ricercatori: ibridi toppelli, topi ruminanti con la gobba, e cattopi, cammelli che razzano indefessamente.
Ma la perseveranza e la tenacia degli arabi sauditi hanno avuto la meglio su ogni difficoltà.

L’Italia ha partecipato agli esperimenti con un consulente di eccezione: Giovanni Brusca, che è stato però sostituito in corso d’opera dal Mago Silvan in quanto si è ritenuto che quest’ultimo fosse più qualificato relativamente alle riapparizioni.

Gli esperimenti si sono svolti in segreto presso il laboratorio allestito nel consolato saudita ad Istanbul, per non destare sospetti. Purtroppo il primo tentativo è stato funestato da un incidente. La prima cavia umana avrebbe dovuto essere un volontario, il cinquantaduenne portinaio Hussein Barabak: purtroppo nel momento di dare corrente all’apparecchiatura è entrato nel consolato un giornalista a cui occorrevano dei documenti per sposarsi e che è passato sotto il macchinario, credendolo un metal detector.

Hussein Barabak, nel tentativo di fermare il giornalista, ha urtato la manopola con le coordinate della riapparizione: al momento non è quindi dato sapere dove il giornalista si sia rimaterializzato, potrebbe trovarsi alle Honolulu (difficile, secondo gli esperti) come sotto qualche metro di sabbia nel deserto.

Ma un incidente, per quanto deplorevole, non fermerà la scienza!

 

Ferragosto con Olena (IX)

Nel bel mezzo della ampia camera di nonna Pina, dalle cui finestre si gode una splendida vista del palazzetto del ghiaccio padronale dove la nazionale sudanese di curling si sta allenando in vista delle Olimpiadi Invernali del 2022, un uomo ritto sopra uno sgabellino sta cercando di prendere le misure ad una donna statuaria che è in piedi di fronte a lui con le braccia allargate.
«Quanto tempo ancora io deve cuosì restare?» chiede la donna, mentre con uno sbuffo si rialza una ciocca di capelli biondi che le era calata sugli occhi.
«Chi bella vuol comparire qualche pena deve soffrire» risponde provocatoriamente James il maggiordomo, reggendo la cartellina delle misure che il sarto gli ha affidato.
«Tu non dire altra parola se tiene tuoi gingilli, si?» suggerisce amichevolmente Olena a James che assiste con aria divertita alla cerimonia.
«Uh, siamo permalosetti stamattina!» constata il maggiordomo, tenendosi ad ogni buon conto a distanza di sicurezza. «Cosa avrò mai detto di male? Solo che la divisa da suorina ti si confà, ti dona un certo qual  tocco sbarazzino. Tra l’altro mi ricordi una cara amica, assistente alla poltrona del mio dentista, che veniva spesso invitata a delle cene eleganti purché ci andasse vestita da crocerossina. Una carriera fulgida.»
«Chiudi tua buocca o io appalluottola te!» sbotta Olena.
«Devo solo avvisarti che dovrai cambiare qualche accessorio. Quelli, ad esempio» continua James, indicando gli stivali di pelle che le arrivano fin sotto il ginocchio. «Calzini bianchi, cara mia, e sandali. Fattene una ragione.»
«No, no, ferma, non muoverti, che ti pungo!» intima il sarto ad Olena, intuendo che questa si appresta a dar seguito alle minacce.
«Ma che impazienza carina, un attimo che Jean Astolphe tuo ha quasi finito. James bello, stai prendendo nota?» chiede il famoso stilista, Jean Astolphe Girifalchi, a suo cugino James, il maggiordomo.
«Certo Oronzo, non sto mica qui a pettinare le bambole!» risponde James, al quale il ruolo di ragazzo di bottega non aggrada.
«Ma come siamo tutti nervosetti oggi!» constata lo stilista. «Poi quante volte ti ho detto di non chiamarmi Oronzo,  quella dell’Oronzo è storia passata. Chiamami Jean Astolphe o Maestro, o Maestro Jean Astolphe, come preferisci» E dopo aver redarguito il cugino, che a fatica si trattiene dal ricordare al congiunto gli scappellotti scambiati da bambini insieme ai vestiti delle sorelline, si allunga con la fettuccia verso Olena e detta le misure:
«Petto 90. Vita 60 e… fianchi 90. E ti pareva. Qui ci vorrà un sacco di stoffa.» commenta il sarto, disapprovando l’opulenza della modella.

Nel sagrato del duomo di Pennabilli lo sposo Ubaldo Campetelli passeggia nervosamente avanti e indietro, aspettando l’arrivo della sposa, Iginia Passannanzi. I testimoni dello sposo sbadigliano, provati dalla nottata precedente dove avevano festeggiato l’addio al celibato dell’amico nella vicina Rimini, girovagando da un locale all’altro collezionando una discreta dose di birre scure doppio malto e whiskeis torbati. Al culmine della festa si erano ritrovati in un locale sudamericano dove impazzava una musica eseguita da un’orchestra cubana in tournée, gli “Adelante Compañeros”, ed in pista una mulatta considerevole, sebbene dai tratti un pelino troppo marcati, che mostrava di non avere pregiudizi di sorta verso la categoria dei testimoni di nozze.
L’organista Oscar Calatrava, vecchio jazzista costretto a suonare a matrimoni e ricevimenti per sbarcare il lunario, seduto davanti alla tastiera del grande organo a canne Aletti 1930 che troneggia nella Cantoria è pronto ad attaccare la Marcia Nuziale di Richard Wagner, al segnale concordato con il sagrestano Duilio Marangoni, terrore dei chierichetti.
Oscar sistema i registri del vecchio organo, e ringrazia che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di sposarsi, cosa che da parte sua aveva rimpianto da tempo e precisamente da quando aveva trovato sua moglie, Zelinda Cicconi, a letto con il portalettere Luigino Giovanardi, avvenimento che a suo tempo aveva arrecato scalpore in quanto non è usuale veder correre per le vie del paese un portalettere nudo inseguito da un organista munito di doppietta.
Lo scricchiolio delle scale di legno che portano alla Cantoria lo distoglie dai suoi pensieri.
«Ma chi cavolo…» fa appena in tempo a dire Oscar, prima che la porticina che da sulle scale si apra, cigolando.
L’uomo che gli si para davanti ha capelli lunghi, bianchi, ed una barba anch’essa bianca. Indossa una tunica marrone lunga, da monaco, con una sacca di juta a tracolla.
«Ma che…» dice Oscar, alzandosi in piedi di scatto, con la velocità che gli consentono i suoi ottantuno anni. «Tu?» dice infine all’uomo, che è sbiancato come alla vista di un fantasma «Johnny? Ma… non è possibile!»
L’uomo lo guarda, quasi con tenerezza, poi scuote la testa su e giù, annuendo lentamente.
Oscar capisce. Annuisce a sua volta, poi chiude il coperchio della tastiera dell’organo e spegne l’interruttore. Raddrizza le spalle, e mormora: «E’ da quarant’anni che ti aspettavo»

Finalmente la sposa arriva, scende dalla Torpedo d’epoca affittata per l’occasione e sale raggiante le scale del sagrato. Sposo e sposa, affiancati dai relativi genitori, si preparano a fare l’ingresso, attendendo le solenni e gioiose note della Marcia Nuziale. Duilio il sagrestano si sbraccia verso la Cantoria, dove Oscar non da segni di vita.
«Vecchio ubriacone, si sarà addormentato» pensa tra di se, e facendo cenno agli sposini di aspettare  si appresta a salire dall’organista.
«E che cazzo!» scappa detto al sagrestano, non trovando Oscar al suo posto.
«Ma dove cavolo è andato quel rimbambito?» osservando gli spartiti sparpagliati in terra; poi, sporgendosi dalla Cantoria, fa cenno al prete di aspettare un momento e si precipita giù dalle scale per comunicare al quasi sposo che dovrà fare a meno della musica.
«Cominciamo bene» pensa Ubaldo allargandosi il colletto della camicia, lanciando uno sguardo imbarazzato alla bella Iginia ed uno preoccupato a Ursus Passannanzi, il futuro suocero.

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Ferragosto con Olena (VIII)

Oči čёrnye, oči strastnye,
oči žgučie i prekrasnye,
kak ljublju ja vas, kak bojus’ ja vas,
znat’ uvidel vas ja v nedobryj čas.¹

Dalla collinetta che sovrasta la pista di atterraggio della Rana Airlines nonna Pina, in piedi sotto un bersó che la protegge dai raggi del sole, a distanza utile da una bottiglia di prosecco di Valdobbiadene opportunamente immersa in un cestello pieno di ghiaccio, canticchia una vecchia canzone russa musicata da un suo vecchio spasimante² mentre osserva con un binocolo della Regia Aeronautica la bella Olena che, all’interno dell’hangar distante un centinaio di metri dal punto di osservazione, indossata una tuta da meccanico con la sigla CCCP sul dorso e con in testa un fazzoletto da contadina kolchoznica armeggia intorno ad un vecchio aeroplano sovietico Antonov An-2.
La ultracentenaria scuote la testa, preoccupata.
«Generale, è da una settimana che Natascia sta lavorando su quel trabiccolo. Che sta combinando, ne hai un’idea?» chiede a Po, che sta eseguendo i consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica.
Il cinese abbandona la posizione dell’airone operoso, prende il binocolo ed osserva attentamente la russa al lavoro. Dopo qualche istante annuisce, compiaciuto.
«Lagazza usale con glazia chiave del sedici. Avuto buon maestlo!»
«Generale, tu sei un profondo osservatore dell’animo umano» lo elogia nonna Pina. «Detto tra noi, se in questo paese ci fosse più gente capace di maneggiare una chiave del sedici senza schiacciarsi le dita saremmo in condizioni migliori. Ma, a parte questo appunto strettamente tecnico, non hai notato nient’altro? L’ho vista smontare delle mitragliatrici e mettere al loro posto dei serbatoi di diserbante, non è da lei»
«Suo sgualdo offuscato da velo di tlistezza. Sospila, e a intelvalli legolali scluta l’olizzonte con occhi umidi come di lugiada al mattino. Comunque non essele selbatoi di diselbante ma lancialazzi» precisa il cinese.
«O saggio Po, mi intenerisce questo tuo animo poetico, e se avessi una trentina d’anni in meno te lo dimostrerei fattivamente. Tuttavia non mi pare che la tua rappresentazione sia verosimile: è evidente che Natascia non è Madame Butterfly ne mai lo sarà, se afferri quello che voglio dire. E insisto, sono serbatoi di diserbante, li avevo ordinati personalmente per irrorare gli esodati bancari messi al lavoro nei campi di patate delle nostre coltivazioni nella Piana del Fucino»
«Eppule, lancialazzi o no, ella sta sofflendo» insiste Po, cercando la posizione ginnica più consona all’affermazione, senza peraltro trovarla.
«Mmhh, sei sicuro che non si tratti di noia? Da quando mio nipote è venuto a mancare non c’è più stato bisogno di salvare il mondo, mi pare» chiede dubitativamente nonna Pina. «No, hai ragione tu Po, c’è qualcosa sotto. Saranno pene d’amore? Le peggiori, quelle non le risolvi sparando, o almeno non sempre. Che consiglio mi dai, ci sarà qualcosa che posso fare? »
«Pàllale, nonna Pina, pàllale» conclude Po, e con un inchino saluta la vegliarda e torna ai suoi esercizi.

«James caro, il caffè che ci hai servito è una meraviglia, non è vero?» chiede Gilda alle sue ospiti, la sua compagna di gioventù Marisa, ora suor Matilda, e la giovane entusiasta suor Pulcheria. «Di che si tratta stavolta?»
James, lusingato, fornisce le spiegazioni del caso: «Si tratta di mascaracoffea del Madagascar, un caffè selvatico privo di caffeina, miscelato con varietà Arabica. E’ corroborante, se posso usare questo termine»
«Che tu sappia c’è una dose massima consigliata, James? Se nulla osta, più tardi preparane una cuccuma per il nostro Svengard, sento che ne avrà bisogno»
«Nessuna controindicazione signora, tra l’altro il nostro fornitore è appena passato e ce n’è una discreta quantità» assicura James.
«Ottimo, ottimo!» dice Gilda battendo le mani, tornando subito all’oggetto della riunione:
«Hai saputo qualcosa dal tuo amico battitore, James?»
«Ehm, ecco, signora…» James, leggermente imbarazzato, si schiarisce la voce. «Il mio amico Serge, che prima di essere esperto di aste è archeologo, e tra parentesi è proprio in queste vesti che l’ho conosciuto, e precisamente durante una campagna di scavi a Mykonos a cui partecipavo come attaché culturale del…»
«Mykonos?» lo interrompe Gilda. «Mi sembra di aver sentito che sia un luogo ameno da visitare, non è vero James? Feta e sirtaki, sirtaki e feta, e pesce di ogni misura. Ma dunque caro, cosa dice il tuo amico?» chiede la Calva Tettuta, sottolineando forse eccessivamente la parola “amico”.
«Il mio ami.. ehm, Serge, mi ha richiesto delle foto particolareggiate, che gli ho subito inviato. Delle monete, intendo» precisa James, cogliendo l’occhiata interessata di suor Pulcheria.
«Dopo qualche minuto mi ha richiamato, agitatissimo, chiedendomi dove fosse il resto.»
«Il resto?» chiede Gilda. «Quale resto? Marisa, sai qualcosa di resti?»
«No, assolutamente, tutto quello che abbiamo trovato è in quel sacchetto…»
«Eppure Serge afferma di aver già visto quelle monete. Gliele mostrò, per una valutazione, una persona originale che si presentò come collezionista: ma le monete non erano sole.»
«Ah, no? E cosa c’era insieme, James? Quando fai così mi ricordi Alberto Angela³. Ci tieni così tanto sulle spine che mi aspetto da un momento all’altro tu faccia partire la pubblicità.»
«Chiedo venia, signora. Lo stesso Serge rimase a bocca aperta nel vedere il reperto (tra l’altro ha una bellissima dentatura), di una finezza e di una preziosità senza pari. Si trattava di uno scarabeo d’oro, tempestato di ogni sorta di pietre preziose, regalo di Re Ataulfo dei Visigoti a Galla Placidia quando la prese in sposa, e se ne erano perse le tracce da centinaia di anni.»
«Marisa, qua il mistero si infittisce. Mi sfugge cosa c’entri il tuo santone con Galla Placidia ma devo ammettere di non essere esperta di santoni. A questo punto però ti do ragione cara, bisogna assolutamente ritrovarlo.» Poi, rivolgendosi al maggiordomo, dirama l’ordine di battaglia:
«James caro, recapita la cartolina precetto a Natascia e truppa. Si va in convento»
«Provvedo subito, signora» risponde James, apprestandosi a rinculare.
«Un attimo James» lo frena Gilda, presa da un dubbio improvviso.
«E il dress code?»

«Per il convento, signora, è consigliato l’abito scuro.»

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¹ L’autore ha una padronanza del russo imperfetta per cui si affida alle note di Wikipedia:
Occhi neri (russo Очи чёрные, Oči čёrnye (da pronunciare Oci ciornie):
Occhi neri, occhi appassionati
occhi infuocati e bellissimi,
quanto vi amo, quanto vi temo,
di sicuro, vi ho scorto in un momento sfortunato.
² E’ degno di orgoglio che l’autore della musica di una delle canzoni russe più famose al mondo sia  stato un italiano: il maestro Adalgiso Ferraris!
³ Il giovane Angela è un maestro della suspence. L’autore è un fan sfegatato della prima mezzora di “Ulisse il piacere della scoperta”.

Arrestati i bronzi di Riace!

La procura di una ridente cittadina calabrese nota come Svizzera d’Italia ha compiuto una importante operazione tesa a scongiurare il traffico di opere d’arte.

Per evitare che a qualcuno venga in mente di trafugare i preziosi reperti conosciuti come “bronzi di Riace” o che ne possa trarre vantaggi indebiti come ad esempio favorire il traffico di turisti con conseguente aumento dell’inquinamento e del traffico, vera piaga a queste latitudini, ha fatto prelevare le due opere dal Museo della Magna Grecia dove facevano indebito sfoggio della loro virilità e le ha poste agli arresti domiciliari.

Soddisfatto il ministro dei Beni Culturali: “Chissà cosa diranno Saviano e i buonisti” ha commentato.

 

Mi annoiavo

Sta prendendo sempre più piede, come giustificazione per le azioni più balorde, la scusa: “mi annoiavo”.
Si tratti di lanciare da macchine in corsa uova in faccia al primo malcapitato (di norma nero) a rischio di accecarlo, come è accaduto di recente ad una giovane atleta, o di picchiare un coetaneo mandandolo all’ospedale per rubargli cellulare e soldi senza averne alcun bisogno (ragazzi di “buona” famiglia sono stati descritti. Figuriamoci se fossero state famiglie di delinquenti. Ci sarebbe molto da discutere sul concetto di buona famiglia: si può definire una famiglia buona quella dove non si ha idea di quello che combinino i figli?) con lo scopo di postare la prodezza su fessbuc¹, o di dar fuoco ad un barbone: eh, mi annoiavo!

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Tigellino, al suo imperatore che suona la cetra mentre Roma brucia: «Nerone, ma che cazzo avete combinato?»
Nerone: «Eh, mi annoiavo!»
Tigellino: «Ah bè, allora avete fatto bene. Continuate pure a suonare»

Come ho già detto, sono contrario a quell’overdose di attività a cui vengono sottoposti i bambini fin da piccoli. E la scuola, e poi il tennis, e poi magari danza, e poi teatro, e poi… occupazione di tutti gli spazi e tempi in una sorta di horror vacui dei genitori, da un lato preoccupati di non dare al proprio pargoletto tutti gli strumenti indispensabili al successo futuro (ma più spesso in cerca di soddisfazione alle proprie ambizioni) e dall’altro spaventati, non attrezzati a concedere ai figli quella libertà di cui forse più di tutto avrebbero bisogno. Perché concedere la libertà significa prima di tutto educare alla responsabilità, perché libertà non è fare tutto quello che ci piace fregandocene delle conseguenze.

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Carla a Nicholas: «Mon amour, che hai combinato stavolta?»
«Ma niente, ero annoiato, ho mandato i Mirage a bombardare Gheddafi. Sarò libero di bombardare chi ne ho voglia, no?»
«Oh bè, merde alors. Ti canto una canzoncina?»

Temo che a qualche spirito troppo empatico venga in mente di inserire la noia nel nostro codice penale, come attenuante, trattandola come incapacità di intendere e volere (anche temporanea): e va bè, poverino, se si annoiava… mica era colpa sua, è la società che non l’ha messo in grado di sviluppare tutte le sue sicuramente enormi potenzialità o di fornirgli a domicilio un panel di occupazioni che favorissero il suo sviluppo psico-fisico e la piena realizzazione come persona umana.
Ma io dico, se ti annoi tanto perché devi andare a rompere le scatole agli altri? Non puoi leggere un libro, fare un giro in bicicletta, andare in una bella palestra di pugilato che così ti danno le sventole che ti meriti?
Dobbiamo rettificare i termini, allora: non di noia si tratta, ma di vuoto, di assenza assoluta di freni inibitori, disprezzo del vivere civile, totale mancanza di educazione e di rispetto, ozio coltivato, assecondato e giustificato (“una goliardata”, “ragazzate”, pure quando stuprano in gruppo una ragazzina).

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Melania: «Cavolo Donald, ma si può sapere perché hai pigiato quel bottone? Hai fatto scoppiare una guerra mondiale!»
«Eh, così, mi annoiavo…»

A costo di essere noioso, e quindi di procurare noia, ripeterò che la cura principale per questa malattia sociale è semplice ed efficace: la zappa. Bisogna istituire un registro degli annoiati, dotarli di una zappa ed inviarli chi a Rosarno a raccogliere pomodori, che in Trentino a raccogliere mele, chi semplicemente a pulire i marciapiedi della propria città. Otto ore ben fatte tutti i giorni, ed obbligo di leggere almeno un libro al mese. In poco tempo la malattia sarà debellata e saremo il primo paese noia-free al mondo. Poi avremo il problema opposto, cioè quello di tenere a freno tutti i cittadini attivi e responsabili, ma a quello ci penseremo a tempo debito, una cosa alla volta.

Melania Trump works in the White House garden with students from the Boys and Girls Clubs at the White House in Washington

Qualsiasi cosa faccia Mrs. Melania la fa bene.

 

 

¹ Non è scritto male. Sono sempre più convinto che i social network contribuiscano all’imbarbarimento collettivo e spero in un’arma che distrugga al più presto tutti i server su cui si appoggiano.