Merde alors!

Me ne stavo beatamente mangiando un piatto di tortellini, innaffiandoli con una congrua dose di Lambrusco nel luogo più idoneo, e cioè in una trattoria di Bologna, quando da un tavolo vicino ho captato una conversazione che mi è sembrata contrastare con la leggerezza del momento, fatta da una compagnia di amiche intente a dividersi un tagliere di affettati vari, mortadella e formaggi.
Di solito non ascolto le conversazioni altrui, è una questione di educazione, ma in questo caso la mia attenzione era stata attratta dal fatto che un cameriere maldestro aveva rovesciato sui pantaloni bianchi di una delle commensali un calice di rosso, cosa che nel caso di persone a me molto vicine lo avrebbe esposto a rappresaglie dolorosissime: mentre invece la vittima ha incassato con eleganza, intingendo con grazia il ditino nella pozza sul tavolo e portandoselo dietro l’orecchio, dichiarando: “Porta fortuna”.

Così sono venuto a conoscenza che il ministro degli Esteri del Granducato del Lussemburgo, Stato grande un po’ meno di Genova che produce essenzialmente soldi per chi già ne ha, in un convegno che lo vedeva partecipare insieme ad altri ministri dell’Unione Europea tra cui il nostro ministro dell’Interno, ha condiviso l’esposizione del moderato programma di quest’ultimo per la gestione dell’immigrazione che consiste essenzialmente in punti forti come: a) basta immigrazione clandestina b) aiutiamoli a casa loro c) l’unico modo per non far morire affogati i migranti è non farli partire, sbottando entusiastico in un “merde alors!” che in lussemburghese sembrerebbe significare “bravo Salvini!”.

Scavalcando addirittura a sinistra il nostro ministro, commosso da tanto calore, Asselborn ha invitato a ricordare di quando i nostri emigranti venivano trattati di merda in Lussemburgo, Svizzera, Germania, Belgio e Francia, e regolarsi di conseguenza per non commettere i loro stessi errori. A tale scopo, come parziale risarcimento delle discriminazioni subite e delle condizioni in cui i nostri compatrioti erano tenuti, il ministro ha annunciato che  l’illuminato Granduca in persona ha deciso di devolvere quattro miliardi di euro l’anno per far fronte all’accoglienza dei nuovi migranti in Italia, ed ha annunciato l’invio di una task force di banchieri per insegnare ai nuovi arrivati i rudimenti dell’economia monetaria.

Strette di mano e abbracci convinti hanno suggellato il nuovo patto italo-lussemburghese, che prevede anche che ogni finanziaria del paese accolga almeno dieci cittadini extracomunitari: al momento di lasciarsi il nostro ministro ha salutato il collega con un festoso: “ma va’ a da’ via i ciapp’” che come è noto significa “arrivederci a presto amici!”.

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Mazze, palle e meloni

Leggo di una ragazza in Canada che, cameriera in un club di golf, è stata licenziata perché si ostinava ad andare al lavoro senza indossare il reggiseno. L’atteggiamento sbarazzino che in ambienti più aperti verrebbe apprezzato e premiato, è stato inopinatamente mortificato e punito. Il proprietario da parte sua dice di non avere personalmente niente contro le ragazze senza reggiseno, ma di aver preso il provvedimento a scopo preventivo (“so che succede quando gira l’alcool”, sembra abbia dichiarato) per evitare problemi alla ragazza e soprattutto ai soci del club.
Probabilmente conosce bene i suoi polli, mi verrebbe da dire, ed ha preferito evitare che i giocatori, alle prese con mazze, palle e buche, fossero distratti da bocce e meloni. La ragazza ha sporto una denuncia per discriminazione sessuale: sostiene che si, è vero, non indossa il reggiseno da due anni perché non lo sopporta; che si, è vero, faceva caldo ed indossava solo una maglietta e si vedevano i capezzoli: ma è pure vero che i capezzoli ce li hanno anche gli uomini, e allora se deve mettere il reggiseno lei devono metterlo anche gli uomini. Non fa una grinza!

Già al ritorno dalle ferie avevo avuto l’impressione che il mondo andasse a rovescio, e non mi riferisco solo alla situazione politica: i media avevano dato gran risalto al fatto che un giovane attore americano sembra abbia fatto causa ad una attrice italiana, maggiore di lui di una ventina d’anni, perché all’età di 17 anni lo avrebbe molestato sessualmente ed il fatto gli ha provocato un trauma psicologico gravissimo. Potrei sbagliare ma mi sembra di ricordare che alla sua età nessuno dei miei conoscenti sarebbe stato così schizzinoso, considerando poi che non stiamo parlando del mostro di Loch Ness: ad avercene, anzi! Tra l’altro se il giovane avesse letto Il Primo Libro di Li Po (non il mio Po, quello come ricorderete si occupa di risció e racchette elettriche) avrebbe saputo che il tao raccomanda di apprendere i rudimenti amorosi da donne più esperte per acquisire la padronanza ed il controllo dei propri impulsi. L’ignoranza, che brutta bestia!

Tra l’altro, a proposito di molestie, l’altro giorno è stata la volta di una giovane attrice e ballerina di dichiarare di essere stata violentata, per due volte ed in due giorni diversi, da un notissimo attore francese, in casa del medesimo. Non vorrei essere accusato di qualcosa tipo sessismo o giustificazionismo, ma mi è sembrato un po’ imprudente recarsi dopo qualche giorno dalla prima violenza a casa del violentatore col risultato di venire violentata un’altra volta, così come a suo tempo mi sembrò imprudente il comportamento di quella ragazza che si recò nella camera del pugile Mike Tyson e sul più bello gli disse di no; ma ripeto, non vorrei essere tacciato di selèandataacercarismo: la donna non si tocca nemmeno con un fiore (se lei non vuole) è e rimane il mio motto.

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Mara Carfagna può dire qualsiasi cosa, io ci crederò sempre

Quindi, in pratica, dal ritorno delle ferie è una molestia continua; gli argomenti che monopolizzano i media sono: a) immigrazione b) molestie e violenze (comprese quelle a chierichetti) c) crollo di ponti. Il mondo praticamente non esiste e siamo ripiegati a contemplarci l’ombelico; ogni sera tocca ascoltare dichiarazioni senza senso di politici del governo e dell’opposizione (le più moleste se posso esprimere il mio parere le esponenti forziste Bernini Gelmini Bergamini _ c’è qualche motivo recondito se i loro cognomi finiscono tutti in “ini” quando quello del loro capo finisce in “oni”? _ e Carfagna che però come la Giorgia Moll dei bei tempi con quel sorriso può dire ciò che vuole, che come quei giocattoli caricati a molla e rilasciati sul tavolo continuano a rigirare in tondo tra una rete e l’altra ripetendo sempre le stesse cose, tra l’altro credendo di essere vive quando è evidente che si tratta di automi, come capirà chi ha visto il film di fantascienza La donna perfetta¹.

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¹ Siccome ho letto che Steve Bannon² è un cinefilo ed ama citare i film che più l’hanno colpito con interpretazioni alla cavolo di cane di quanto ha visto, non voglio essere da meno ed anch’io inizierò a citare i film che più mi hanno colpito. In questo caso quello che mi ha più colpito è stata Nicole Kidman.
² Il consigliere di Trump che poi è stato licenziato perché era troppo persino per Trump. Allora è passato a consigliare Salvini, rispetto al quale pensa di essere moderato.

Sugar daddies!

Che bel mondo amici!
Sembra che in diversi paesi del mondo (America first! ovviamente) stia prendendo piede il fenomeno delle sugar babies / sugar daddies. Ne ero ignaro fino a stamattina, quando mi sono imbattuto in una vignetta di un giornale nigeriano, dove una donna chiedeva al marito cosa ci trovassero tutte queste giovani donne ad accompagnarsi con uomini che avrebbero potuto essere loro nonni. “Lo zucchero!” rispondeva lui.

Di che si tratta, insomma? Si tratta di maturi o anche avvizziti uomini facoltosi (almeno benestanti) che, in cambio di compagnia fresca e piacevole, offrono un sostegno economico ed un tenore di vita più che decoroso a delle giovani bisognose. Ad esempio, nei paesi dove per frequentare l’università ci si deve indebitare pesantemente fanno fronte alle rette scolastiche; così come sempre sul fronte educativo o della formazione integrale contribuiscono con viaggi, cene e qualche evento mondano.
Si potrebbero definire dei mecenati, se non addirittura dei benefattori, che forniscono i mezzi affinché le potenzialità delle fanciulle, altrimenti oppresse da problemi terra-terra come il dover lavorare, possano esplodere appieno.

La relazione normalmente non è effimera come quella che potrebbe esserci con delle professioniste ma è una specie di affitto a lungo termine, come per le automobili; una sorta di lavoro a progetto, nel quale una volta raggiunto l’obbiettivo viene meno la causale del contratto, e amici come prima.

Ripensandoci bene il fenomeno non mi pare così nuovo, anzi, quella delle mantenute è una condizione vecchia come il cucco: la novità è costituita dal fatto che, come Uber o Airbnb, sono state create delle App che mettono insieme domanda ed offerta con soddisfazione reciproca (e guadagni per i creatori e gestori dei siti: a differenza dei papponi tradizionali questi si limitano a favorire la conoscenza, in cambio di una piccola commissione).

In un mondo in cui si fanno figli per conto terzi non mi scandalizzo di certo, casomai provo pena per quelle società dove i cittadini trovano normale il doversi indebitare per frequentare l’università o per curarsi; del resto leggevo l’altro giorno di gente, in Italia e non in Salabalucistan, che si faceva spezzare delle ossa per simulare incidenti stradali e truffare qualche centinaio di euro alle assicurazioni: se avessero avuto una App che li avesse aiutati magari non sarebbero arrivati a tanto.

Per rispettare la parità di genere citerò comunque anche le altre possibilità offerte dalla App: vecchia donna-giovane uomo / vecchio uomo-giovane uomo / vecchia donna-giovane donna.
Tra qualche anno comunque i robot antropomorfi verranno usati per sostituire tutte queste forme francamente antiigieniche di contatti umani: e non bisognerà nemmeno pagargli l’università, un bel vantaggio!

 

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Avvistato barcone con carico di migranti venezuelane al largo di Lampedusa!

Lunedì 27 agosto, dal vostro inviato a Lampedusa:

Stamattina alle ore 10:30 è stato avvistato un barcone con un carico di migranti in fuga dal concorso miss Venezuela, dopo le ripetute accuse di brogli che hanno funestato la manifestazione.

Il governo si è subito attivato facendo velocemente sbarcare gli africani dalla nave Diciotti e spedendola immediatamente al salvataggio delle sventurate.

Si registra una dichiarazione del portavoce della UE: “Siamo pronti a tendere le mani all’Italia, uno Stato lasciato troppo solo nella gestione di queste emergenze”, a cui ha fatto seguito una cortese ma ferma risposta del nostro governo: “Non ci provate nemmeno”.

Gara di solidarietà da parte dei comuni italiani per accogliere le richiedenti asilo; i sindaci del nord-est in delegazione si sono recati dal ministro dell’Interno, offrendo le proprie strutture: “Non è giusto che la Caritas, che ha già fatto tanto, sia caricata anche di quest’ulteriore onere. Faremo la nostra parte, in spirito di collaborazione”. Il numero verde istituito per la gestione della crisi registra migliaia di chiamate da aziende e privati disposti ad accogliere una o più delle sfortunate modelle.

L’Albania ha offerto il porto di Durazzo per lo sbarco, in segno di riconoscenza per il sostegno che l’Italia ha dato a suo tempo alle migliaia di albanesi in fuga. Cortese ma ferma la risposta del governo: “Durazzo? Attaccatevi al c…”

Al momento la destinazione più probabile sembra essere Salsomaggiore, la cui amministrazione ha reagito per prima, provvedendo a requisire le necessarie ville dotate di Jacuzzi . Si attende a breve una conferenza stampa del ministro dell’Interno.

Qui giomag59, a voi studio.

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Il bel gioco dura poco

Mi pare ora che quelle centocinquanta persone vengano fatte sbarcare.

Io guardo quella nave e mi vergogno, non so voi, e la sento come una vergogna collettiva, che forse meritiamo ma che non si può tollerare ancora.

Se bisogna punire qualcuno non sono quei poveracci, ma chi ha destabilizzato, chi ha tollerato, chi ha corrotto, chi ha negato, chi ha mal gestito, chi ha lucrato, chi ha speculato, chi ha sottovalutato.

Cento anni fa si era nel corso della Prima guerra Mondiale. Settanta anni fa si camminava sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Ora noi, da questa parte del mondo, stiamo incommensurabilmente meglio rispetto ad allora, possiamo negarlo? Ma purtroppo una buona parte di mondo non sta così bene, e cerca un posto dove vivere meglio.

Sono le ingiustizie che vanno combattute, le disuguaglianze, la rapacità, l’ingordigia. Se non si combatte questo, non basteranno tutte le Diciotti del mondo.

 

 

A’ cazzari!

E’ notizia di ieri che i servizi segreti ucraini hanno simulato l’omicidio di un giornalista anti-Putin per evitare, dicono loro, che venisse ucciso dai servizi segreti russi.

«A’ cazzari!» è stata la sobria risposta dei russi, quando la messinscena è stata svelata dagli stessi protagonisti; tra l’altro era già partito un coro di condanna unanime, come nel caso dell’avvelenamento delle ex-spie a Londra, che lascia perplessi sull’equilibrio sia di varie istituzioni che di parecchi media.

Fortunatamente gli ucraini hanno tenuto fede al detto “il bel gioco dura poco”, altrimenti avremmo potuto anche assistere alla scena del giornalista che ricompare dopo il proprio funerale, o addirittura durante, vedendo di nascosto l’effetto che fa come nella canzone di Jannacci.

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Comunque a me l’idea è piaciuta, e mi meraviglia che non sia già venuta in mente a qualcuno; in questo modo si sarebbero potuti prevenire un sacco di lutti, incolpando chi più ci sta sull’anima.

C’è anche da considerare però che se la cosa prendesse piede non si saprebbe più cosa credere, e di fronte ad un vero omicidio si rimarrebbe in attesa della ricomparsa del supposto defunto per parecchio tempo, creando un effetto Elvis Presley o Michael Jackson, dei quali fans increduli attendono ancora il ritorno.

Mi rallegra che in quanto a cazzaritudine ci sia qualcuno che ci batte, di questi tempi sono soddisfazioni!

p.s.
perché non si dica che sia prevenuto verso l’Ucraina:

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Attaccatevi a ‘sto spread!

La settimana scorsa ho avuto delle belle soddisfazioni.

La prima è stata che ho ricevuto una proposta di lavoro, che data l’età non verdissima fa sempre piacere; ho fatto dei colloqui con ragazzi che potevano essere tranquillamente miei figli (se avessi conosciuto a suo tempo le madri), ed ho avanzato la mia richiesta economica, sulla quale li ho lasciati meditare.
Veramente mi sono venuti parecchi dubbi, ed il principale è: ma io ho ancora voglia di lavorare? Mica tanto, mi sono risposto. E dunque a questi ragazzi, nel caso decidano di prendermi, potrò essere davvero utile? Considerando che miei coetanei si stanno già avviando ai campi di bocce, sfruttando i vari scivoli che generosamente gli istituti bancari concedono (in larga misura con soldi dei contribuenti, non illudetevi), non ne sono così sicuro.

Quest’estate avrei voluto andare in vacanza in Liguria. Poi si è alzato il coro “Savona no, Savona no!” e pur non comprendendo questa ostilità verso la simpatica cittadina dovrò cambiare destinazione.

La seconda soddisfazione è stata che una signora mi si è seduta in grembo. Preciso che eravamo tutti e due vestiti. Il fatto è successo in metropolitana; io ero seduto intento a sbirciare un interessante articolo sul giornale del vicino di posto, quando la signora, che evidentemente non aveva ancora trovato modo di attaccarsi ai corrimano, è stata sorpresa dalla partenza brusca e, inciampando nella mia borsa posata in terra tra le mie gambe, ha compiuto una strana rotazione e più che sedersi mi è caduta sopra. Ho solo fatto in tempo ad allungare un braccio per tentare di sorreggerla, ed un osservatore poco attento avrebbe potuto malignare sul fatto che la mano si è appoggiata su una parte molle, indugiandovi forse un secondo di troppo. Naturalmente, da gentiluomo, mi sono offerto di cederle il posto, ma la signora ha declinato l’offerta, non risparmiando una critica alla collocazione della mia borsa, responsabile secondo lei dell’inciampo. Non è mia abitudine polemizzare con le persone che mi siedono addosso, perciò avrei lasciato perdere, quando un’altra signora non so perché ha risposto in mia vece, consigliando alla signora di attaccarsi meglio invece di prendersela con gli altri, e che se proprio avesse avuto qualcosa da ridire avrebbe dovuto prendersela con quelli che in metro indossano lo zaino in spalla, ostacolando e infastidendo tutti gli altri passeggeri.

Le persone che indossano gli zaini sui mezzi pubblici sono effettivamente una piaga. Fosse per me vieterei l’accesso alle metropolitane a quelli che indossano zaini, anche per una questione di ordine pubblico. Tantissimi di loro ci trasportano computer, ad esempio.

La terza soddisfazione è che a settembre torneremo a votare.
La campagna elettorale, di cui abbiamo già le prime avvisaglie, sarà stucchevole e deprimente: una parte, sempre senza entrare nel merito, cercherà di accreditarsi come europeista-antifascista-antisovranista, insomma i migliori che sanno qual è il bene del popolo ma stranamente il popolo irriconoscente non ringrazia, contro i peggiori, i beceri, i puzzoni. A questi ultimi basterà dire che avevano avuto la maggioranza ma gli è stato impedito di governare, non dovranno nemmeno sforzarsi molto.
Per come si sono messe le cose, l’esito mi pare scontato e quindi si potrebbe anche fare a meno di andarci: stragrande vittoria del destra-centro ed in particolare di Salvini, sostanziale tenuta dei 5S, irrilevanza di tutto il resto dello schieramento politico.
Dopodiché, sempre che i manovratori dello spread lo consentano, si potrà avere un governo, che stavolta non farà prigionieri.

Comunque non si può negare che i tempi siano migliorati. Negli anni settanta per sbarrare la strada a chi voleva cambiare lo status quo si usavano le bombe. Oggi bastano lo spread e l’euro (per ora).

Una bella settimana, non c’è che dire!

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Il paradiso non esiste

«Bulan, sbrigati amore che è tardi. Papà ci aspetta di sotto, dai che arriviamo tardi in chiesa»
Ratu, la mamma, è chinata sulla figlia minore, di sei anni, Mawar, e la sta aiutando ad allacciarsi il bell’impermeabilino rosso di cui la figlia è tutta orgogliosa, cucito da sua nonna Melati, che stravede per le nipotine.
«Uffa mamma, non ci voglio venire in chiesa» risponde la figlia maggiore, Bulan, dal bagno in cui si è rinchiusa da dieci minuti.
«Nessuna delle mie amiche va in chiesa!» protesta la ragazzina.
«Bulan?» continua paziente Ratu, rialzandosi e squadrando con un sorriso Mawar, che si è messa davanti al grande specchio ovale dell’ingresso, e stira le piccole pieghe dell’impermeabile con le manine.
«Mamma, dopo possiamo andare a mangiare il gelato tutti insieme, anche con Guntur e Kuwat?» chiede la bambina, che ha una vera venerazione per i due fratelli maggiori. Ratu scuote la testa, e pensa a quei suoi figli inseparabili, sempre in giro in due sulla stessa moto e sempre senza casco: “Prima o poi farete qualche incidente!” li ammonisce sempre bonariamente, sapendo bene che tanto non l’ascolteranno.
«I tuoi fratelli hanno promesso di andare anche loro in chiesa, ci vedremo tutti dopo» la rassicura la mamma. Al pensiero dei due figli ha un tuffo al cuore, un velo le offusca per un attimo la vista, ma si riprende subito e richiama ancora una volta la figlia ritardataria:
«Su Bulan, non fare i capricci. Lo sai come la pensa tuo padre. Quello che fanno le tue amiche è affare delle loro famiglie, quando sarai più grande potrai fare anche tu come vorrai. Adesso però esci, che è veramente tardi»
La porta del bagno si apre lentamente e Bulan esce, con il capo leggermente abbassato, non per modestia o imbarazzo, ma solo per non dar modo a sua madre di  vedere il filo di mascara che si è passata sugli occhi per sembrare più grande.
Ratu scruta questa figlia che sta crescendo, bella anche lei con il suo impermeabile rosso, e si accorge subito del trucco sugli occhi. Un sorriso di tenerezza e nostalgia le illumina il volto, e il pensiero vola a quando aveva la sua stessa età, il periodo delle prime cotte, quando si sentiva goffa e inadeguata, e va ad abbracciare la figlia, che ricambia, un po’ sorpresa.

Giù in strada Setiawan, il padre, aspetta seduto al posto di guida della vecchia auto, con il motore acceso,  e ascolta dalla radio musica tradizionale, con il gomito appoggiato sul finestrino aperto, e con le dita tamburella a ritmo sul tettuccio. Suo zio era stato un discreto suonatore di bonang, ed a Setiawan era rimasto il rimpianto di non aver avuto il tempo di imparare. Era dovuto andare a lavorare presto, e non c’era stato più spazio per il resto… aveva conosciuto Ratu, si erano sposati da giovani, e tutte le sue energie erano andate a mantenere la famiglia, e fare in modo che i figli crescessero bene, educati e rispettosi, e che potessero poi trovare la loro strada per realizzarsi nella vita.
A volte lo accusavano di essere un padre autoritario, ma lo faceva solo per il loro bene; tutti gli riconoscevano di aver cresciuto una bella famiglia, e se avevano dovuto fare qualche sacrificio, come ad esempio rinunciare alla macchina nuova, pensa Setiawan guardandosi intorno, ne valeva la pena.
“Adesso però comincia a farsi tardi ” pensa Setiawan guardando l’orologio dell’auto, e suona il clacson due volte, per richiamare le sue donne.
Che in un attimo sono fuori, controllano che non arrivino auto e attraversano la strada per salire in macchina, Radu davanti vicino a suo marito, e le bambine dietro.
Mawar sporge la testa dal finestrino guardando indietro, e vede qualcosa che le mette allegria:
«Aspetta papà, non partire, arrivano Guntur e Kumat!»
Setiawan controlla dallo specchietto retrovisore e sorride, vedendo arrivare effettivamente i due figli, a cavallo dell’inconfondibile moto.

«Buongiorno padre, buongiorno madre, ciao pesti!» saluta Kumat, mentre Guntur sgasa per non far spegnere la moto.
«Quando la porterai dal meccanico?» chiede Mawar al fratello. «Fa una puzza tremenda!» riferendosi al micidiale gas di scarico emesso dalla moto, senza marmitta da secoli.
«Quando sarai grande te la regalerò, così ce la porterai tu!» la canzona Kumat, scompigliandole i capelli.
«Siete pronti ragazzi?» chiede Setiawan ai due figli, guardandoli negli occhi.
«Siamo pronti, padre» risponde Guntur.
«Allora andiamo, ci troviamo di là» dice Setiawan ai figli, poi si gira verso la moglie, come a chiedere conferma. Anche lei guarda i figli, poi si volta verso le figlie e le accarezza. Infine si sistema sul sedile, e guardando fissa avanti a sé, dice:

«Si, andiamo, ragazzi. Ci troviamo di là»

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Domenica scorsa in Indonesia i membri di un’intera famiglia si sono divisi e sono andati a farsi eplodere in tre diverse chiese cristiane. Non c’è Dio che possa chiedere ad una madre di far esplodere le sue figlie, così la penso io. Non c’è paradiso che possa valere tanto.

p.s.
la mente, almeno la mia, non riesce a capire come certe azioni siano possibili. Ho provato ad immaginare gli ultimi minuti “normali” di questa famiglia, convinto che con la ragione non si possa arrivare a comprendere quei genitori, quei fratelli. Le sorelline sapevano? Spero di no. I nomi sono inventati, ed ho usato i nomi più normali possibile, non è vero che nel nome c’è già il destino. Il destino forse è nella fortuna di nascere nel posto “giusto”, e di avere genitori (e di esserlo noi stessi) che si sacrifichino e lottino per farci stare meglio qui ed ora, non nel paradiso dell’ignoranza e del fanatismo.

Ratu (“Regina”) la madre
Mawar (“Rosa”) la figlia minore
Bulan (“Luna”) la figlia maggiore
Melati (“Fiore di gelsomino”) la nonna
Guntur (“Tuono”) il figlio maggiore
Kumat (“Forte”) il figlio minore
Setiawan (“Uomo fedele”) il padre

Colon irritabile

Da qualche sera, all’ora di cena, la televisione ci allieta con una pubblicità dove una simpatica coppia di mezza età decanta gli effetti benefici di un medicinale portentoso sul loro colon irritato.
Curioso tra l’altro che entrambi soffrano del fastidioso problema.

C’era un tempo in cui certe parti del corpo in televisione, e non dico solo in prima serata, non potevano nemmeno essere nominate; adesso tra pruriti vaginali, prostate infiammate e stitichezze ostinate è tutto un tripudio di parti anatomiche finora ingiustamente relegate nell’ombra.

Non si può negare in effetti che parecchi motivi di irritazione esistano, e non solo del colon; nel mio piccolo quest’anno confesso di far fatica a ritrovare la leggerezza che mi contraddistingue.

A proposito di leggerezza e garbo, l’altro giorno è morto Paolo Ferrari, un grande attore, che ha accompagnato la mia giovinezza recitando in grandi sceneggiati (bellissimo il Nero Wolfe con Tino Buazzelli) e rimasto prigioniero, come Calindri con il Cynar, di una réclame fin troppo riuscita: “Signora, cambierebbe il suo fustino di Dash con due di un’altra marca?”.
Che è un po’ quello che è stato chiesto agli italiani con le elezioni di febbraio, domanda incauta perché gli italiani si sono affrettati ad accaparrarsi i due fustini.

Paolo Ferrari l’ho visto recitare qualche anno fa al teatro Manzoni, a Milano, in Victor Victoria, la commedia di Blake Edwards, con Matilde Brandi nella parte che fu di Julie Andrews e Gianni Nazzaro, che sinceramente credevo fosse morto e con mia sorpresa era ancora vitale. Ora però è sparito di nuovo: Gianni, dove sei?

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In questi giorni mi è capitato di ripensare a cosa facevo quarant’anni fa, quando le BR assassinarono Aldo Moro, il presidente della DC, rapito il giorno in cui il nuovo governo Andreotti (IV), con l’appoggio esterno del Pci, si sarebbe dovuto presentare in Parlamento a chiedere la fiducia. Fu tenuto prigioniero 55 giorni, con giri a vuoto, depistaggi, addirittura riunioni spiritiche, ed una volontà tenace di non trattare. Ragione di stato si diceva, non si tratta con i terroristi. Qualche anno dopo però con la mafia si trattò, eccome: sarà per quello che i terroristi non ci sono più e invece la mafia è viva e vegeta?

Comunque, sarà che a quei tempi non avevo ancora diciannove anni, mi sembra che fosse tutto molto migliore di adesso. Sarà che non ho ancora preso la pastiglia.

Sarà.

 

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