A’ cazzari!

E’ notizia di ieri che i servizi segreti ucraini hanno simulato l’omicidio di un giornalista anti-Putin per evitare, dicono loro, che venisse ucciso dai servizi segreti russi.

«A’ cazzari!» è stata la sobria risposta dei russi, quando la messinscena è stata svelata dagli stessi protagonisti; tra l’altro era già partito un coro di condanna unanime, come nel caso dell’avvelenamento delle ex-spie a Londra, che lascia perplessi sull’equilibrio sia di varie istituzioni che di parecchi media.

Fortunatamente gli ucraini hanno tenuto fede al detto “il bel gioco dura poco”, altrimenti avremmo potuto anche assistere alla scena del giornalista che ricompare dopo il proprio funerale, o addirittura durante, vedendo di nascosto l’effetto che fa come nella canzone di Jannacci.

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Comunque a me l’idea è piaciuta, e mi meraviglia che non sia già venuta in mente a qualcuno; in questo modo si sarebbero potuti prevenire un sacco di lutti, incolpando chi più ci sta sull’anima.

C’è anche da considerare però che se la cosa prendesse piede non si saprebbe più cosa credere, e di fronte ad un vero omicidio si rimarrebbe in attesa della ricomparsa del supposto defunto per parecchio tempo, creando un effetto Elvis Presley o Michael Jackson, dei quali fans increduli attendono ancora il ritorno.

Mi rallegra che in quanto a cazzaritudine ci sia qualcuno che ci batte, di questi tempi sono soddisfazioni!

p.s.
perché non si dica che sia prevenuto verso l’Ucraina:

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Attaccatevi a ‘sto spread!

La settimana scorsa ho avuto delle belle soddisfazioni.

La prima è stata che ho ricevuto una proposta di lavoro, che data l’età non verdissima fa sempre piacere; ho fatto dei colloqui con ragazzi che potevano essere tranquillamente miei figli (se avessi conosciuto a suo tempo le madri), ed ho avanzato la mia richiesta economica, sulla quale li ho lasciati meditare.
Veramente mi sono venuti parecchi dubbi, ed il principale è: ma io ho ancora voglia di lavorare? Mica tanto, mi sono risposto. E dunque a questi ragazzi, nel caso decidano di prendermi, potrò essere davvero utile? Considerando che miei coetanei si stanno già avviando ai campi di bocce, sfruttando i vari scivoli che generosamente gli istituti bancari concedono (in larga misura con soldi dei contribuenti, non illudetevi), non ne sono così sicuro.

Quest’estate avrei voluto andare in vacanza in Liguria. Poi si è alzato il coro “Savona no, Savona no!” e pur non comprendendo questa ostilità verso la simpatica cittadina dovrò cambiare destinazione.

La seconda soddisfazione è stata che una signora mi si è seduta in grembo. Preciso che eravamo tutti e due vestiti. Il fatto è successo in metropolitana; io ero seduto intento a sbirciare un interessante articolo sul giornale del vicino di posto, quando la signora, che evidentemente non aveva ancora trovato modo di attaccarsi ai corrimano, è stata sorpresa dalla partenza brusca e, inciampando nella mia borsa posata in terra tra le mie gambe, ha compiuto una strana rotazione e più che sedersi mi è caduta sopra. Ho solo fatto in tempo ad allungare un braccio per tentare di sorreggerla, ed un osservatore poco attento avrebbe potuto malignare sul fatto che la mano si è appoggiata su una parte molle, indugiandovi forse un secondo di troppo. Naturalmente, da gentiluomo, mi sono offerto di cederle il posto, ma la signora ha declinato l’offerta, non risparmiando una critica alla collocazione della mia borsa, responsabile secondo lei dell’inciampo. Non è mia abitudine polemizzare con le persone che mi siedono addosso, perciò avrei lasciato perdere, quando un’altra signora non so perché ha risposto in mia vece, consigliando alla signora di attaccarsi meglio invece di prendersela con gli altri, e che se proprio avesse avuto qualcosa da ridire avrebbe dovuto prendersela con quelli che in metro indossano lo zaino in spalla, ostacolando e infastidendo tutti gli altri passeggeri.

Le persone che indossano gli zaini sui mezzi pubblici sono effettivamente una piaga. Fosse per me vieterei l’accesso alle metropolitane a quelli che indossano zaini, anche per una questione di ordine pubblico. Tantissimi di loro ci trasportano computer, ad esempio.

La terza soddisfazione è che a settembre torneremo a votare.
La campagna elettorale, di cui abbiamo già le prime avvisaglie, sarà stucchevole e deprimente: una parte, sempre senza entrare nel merito, cercherà di accreditarsi come europeista-antifascista-antisovranista, insomma i migliori che sanno qual è il bene del popolo ma stranamente il popolo irriconoscente non ringrazia, contro i peggiori, i beceri, i puzzoni. A questi ultimi basterà dire che avevano avuto la maggioranza ma gli è stato impedito di governare, non dovranno nemmeno sforzarsi molto.
Per come si sono messe le cose, l’esito mi pare scontato e quindi si potrebbe anche fare a meno di andarci: stragrande vittoria del destra-centro ed in particolare di Salvini, sostanziale tenuta dei 5S, irrilevanza di tutto il resto dello schieramento politico.
Dopodiché, sempre che i manovratori dello spread lo consentano, si potrà avere un governo, che stavolta non farà prigionieri.

Comunque non si può negare che i tempi siano migliorati. Negli anni settanta per sbarrare la strada a chi voleva cambiare lo status quo si usavano le bombe. Oggi bastano lo spread e l’euro (per ora).

Una bella settimana, non c’è che dire!

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Il paradiso non esiste

«Bulan, sbrigati amore che è tardi. Papà ci aspetta di sotto, dai che arriviamo tardi in chiesa»
Ratu, la mamma, è chinata sulla figlia minore, di sei anni, Mawar, e la sta aiutando ad allacciarsi il bell’impermeabilino rosso di cui la figlia è tutta orgogliosa, cucito da sua nonna Melati, che stravede per le nipotine.
«Uffa mamma, non ci voglio venire in chiesa» risponde la figlia maggiore, Bulan, dal bagno in cui si è rinchiusa da dieci minuti.
«Nessuna delle mie amiche va in chiesa!» protesta la ragazzina.
«Bulan?» continua paziente Ratu, rialzandosi e squadrando con un sorriso Mawar, che si è messa davanti al grande specchio ovale dell’ingresso, e stira le piccole pieghe dell’impermeabile con le manine.
«Mamma, dopo possiamo andare a mangiare il gelato tutti insieme, anche con Guntur e Kuwat?» chiede la bambina, che ha una vera venerazione per i due fratelli maggiori. Ratu scuote la testa, e pensa a quei suoi figli inseparabili, sempre in giro in due sulla stessa moto e sempre senza casco: “Prima o poi farete qualche incidente!” li ammonisce sempre bonariamente, sapendo bene che tanto non l’ascolteranno.
«I tuoi fratelli hanno promesso di andare anche loro in chiesa, ci vedremo tutti dopo» la rassicura la mamma. Al pensiero dei due figli ha un tuffo al cuore, un velo le offusca per un attimo la vista, ma si riprende subito e richiama ancora una volta la figlia ritardataria:
«Su Bulan, non fare i capricci. Lo sai come la pensa tuo padre. Quello che fanno le tue amiche è affare delle loro famiglie, quando sarai più grande potrai fare anche tu come vorrai. Adesso però esci, che è veramente tardi»
La porta del bagno si apre lentamente e Bulan esce, con il capo leggermente abbassato, non per modestia o imbarazzo, ma solo per non dar modo a sua madre di  vedere il filo di mascara che si è passata sugli occhi per sembrare più grande.
Ratu scruta questa figlia che sta crescendo, bella anche lei con il suo impermeabile rosso, e si accorge subito del trucco sugli occhi. Un sorriso di tenerezza e nostalgia le illumina il volto, e il pensiero vola a quando aveva la sua stessa età, il periodo delle prime cotte, quando si sentiva goffa e inadeguata, e va ad abbracciare la figlia, che ricambia, un po’ sorpresa.

Giù in strada Setiawan, il padre, aspetta seduto al posto di guida della vecchia auto, con il motore acceso,  e ascolta dalla radio musica tradizionale, con il gomito appoggiato sul finestrino aperto, e con le dita tamburella a ritmo sul tettuccio. Suo zio era stato un discreto suonatore di bonang, ed a Setiawan era rimasto il rimpianto di non aver avuto il tempo di imparare. Era dovuto andare a lavorare presto, e non c’era stato più spazio per il resto… aveva conosciuto Ratu, si erano sposati da giovani, e tutte le sue energie erano andate a mantenere la famiglia, e fare in modo che i figli crescessero bene, educati e rispettosi, e che potessero poi trovare la loro strada per realizzarsi nella vita.
A volte lo accusavano di essere un padre autoritario, ma lo faceva solo per il loro bene; tutti gli riconoscevano di aver cresciuto una bella famiglia, e se avevano dovuto fare qualche sacrificio, come ad esempio rinunciare alla macchina nuova, pensa Setiawan guardandosi intorno, ne valeva la pena.
“Adesso però comincia a farsi tardi ” pensa Setiawan guardando l’orologio dell’auto, e suona il clacson due volte, per richiamare le sue donne.
Che in un attimo sono fuori, controllano che non arrivino auto e attraversano la strada per salire in macchina, Radu davanti vicino a suo marito, e le bambine dietro.
Mawar sporge la testa dal finestrino guardando indietro, e vede qualcosa che le mette allegria:
«Aspetta papà, non partire, arrivano Guntur e Kumat!»
Setiawan controlla dallo specchietto retrovisore e sorride, vedendo arrivare effettivamente i due figli, a cavallo dell’inconfondibile moto.

«Buongiorno padre, buongiorno madre, ciao pesti!» saluta Kumat, mentre Guntur sgasa per non far spegnere la moto.
«Quando la porterai dal meccanico?» chiede Mawar al fratello. «Fa una puzza tremenda!» riferendosi al micidiale gas di scarico emesso dalla moto, senza marmitta da secoli.
«Quando sarai grande te la regalerò, così ce la porterai tu!» la canzona Kumat, scompigliandole i capelli.
«Siete pronti ragazzi?» chiede Setiawan ai due figli, guardandoli negli occhi.
«Siamo pronti, padre» risponde Guntur.
«Allora andiamo, ci troviamo di là» dice Setiawan ai figli, poi si gira verso la moglie, come a chiedere conferma. Anche lei guarda i figli, poi si volta verso le figlie e le accarezza. Infine si sistema sul sedile, e guardando fissa avanti a sé, dice:

«Si, andiamo, ragazzi. Ci troviamo di là»

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Domenica scorsa in Indonesia i membri di un’intera famiglia si sono divisi e sono andati a farsi eplodere in tre diverse chiese cristiane. Non c’è Dio che possa chiedere ad una madre di far esplodere le sue figlie, così la penso io. Non c’è paradiso che possa valere tanto.

p.s.
la mente, almeno la mia, non riesce a capire come certe azioni siano possibili. Ho provato ad immaginare gli ultimi minuti “normali” di questa famiglia, convinto che con la ragione non si possa arrivare a comprendere quei genitori, quei fratelli. Le sorelline sapevano? Spero di no. I nomi sono inventati, ed ho usato i nomi più normali possibile, non è vero che nel nome c’è già il destino. Il destino forse è nella fortuna di nascere nel posto “giusto”, e di avere genitori (e di esserlo noi stessi) che si sacrifichino e lottino per farci stare meglio qui ed ora, non nel paradiso dell’ignoranza e del fanatismo.

Ratu (“Regina”) la madre
Mawar (“Rosa”) la figlia minore
Bulan (“Luna”) la figlia maggiore
Melati (“Fiore di gelsomino”) la nonna
Guntur (“Tuono”) il figlio maggiore
Kumat (“Forte”) il figlio minore
Setiawan (“Uomo fedele”) il padre

Colon irritabile

Da qualche sera, all’ora di cena, la televisione ci allieta con una pubblicità dove una simpatica coppia di mezza età decanta gli effetti benefici di un medicinale portentoso sul loro colon irritato.
Curioso tra l’altro che entrambi soffrano del fastidioso problema.

C’era un tempo in cui certe parti del corpo in televisione, e non dico solo in prima serata, non potevano nemmeno essere nominate; adesso tra pruriti vaginali, prostate infiammate e stitichezze ostinate è tutto un tripudio di parti anatomiche finora ingiustamente relegate nell’ombra.

Non si può negare in effetti che parecchi motivi di irritazione esistano, e non solo del colon; nel mio piccolo quest’anno confesso di far fatica a ritrovare la leggerezza che mi contraddistingue.

A proposito di leggerezza e garbo, l’altro giorno è morto Paolo Ferrari, un grande attore, che ha accompagnato la mia giovinezza recitando in grandi sceneggiati (bellissimo il Nero Wolfe con Tino Buazzelli) e rimasto prigioniero, come Calindri con il Cynar, di una réclame fin troppo riuscita: “Signora, cambierebbe il suo fustino di Dash con due di un’altra marca?”.
Che è un po’ quello che è stato chiesto agli italiani con le elezioni di febbraio, domanda incauta perché gli italiani si sono affrettati ad accaparrarsi i due fustini.

Paolo Ferrari l’ho visto recitare qualche anno fa al teatro Manzoni, a Milano, in Victor Victoria, la commedia di Blake Edwards, con Matilde Brandi nella parte che fu di Julie Andrews e Gianni Nazzaro, che sinceramente credevo fosse morto e con mia sorpresa era ancora vitale. Ora però è sparito di nuovo: Gianni, dove sei?

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In questi giorni mi è capitato di ripensare a cosa facevo quarant’anni fa, quando le BR assassinarono Aldo Moro, il presidente della DC, rapito il giorno in cui il nuovo governo Andreotti (IV), con l’appoggio esterno del Pci, si sarebbe dovuto presentare in Parlamento a chiedere la fiducia. Fu tenuto prigioniero 55 giorni, con giri a vuoto, depistaggi, addirittura riunioni spiritiche, ed una volontà tenace di non trattare. Ragione di stato si diceva, non si tratta con i terroristi. Qualche anno dopo però con la mafia si trattò, eccome: sarà per quello che i terroristi non ci sono più e invece la mafia è viva e vegeta?

Comunque, sarà che a quei tempi non avevo ancora diciannove anni, mi sembra che fosse tutto molto migliore di adesso. Sarà che non ho ancora preso la pastiglia.

Sarà.

 

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Belli e intelligenti

Da bambino capitava abbastanza frequentemente che a mia madre venissero rivolti dei complimenti verso la mia diligenza e acume: “Ma quant’è ‘ntiligente ‘ssu figliu tua!” che la inorgoglivano giustamente, perché è ovvio che se uno è intelligente deve aver preso da qualcuno come pensava anche Cornelia la madre dei Gracchi che come è noto erano tribuni del popolo romano e non corvi come per qualche tempo ho creduto, ed era tanto orgogliosa quanto io avrei voluto nascondermi sottoterra quando gli apprezzamenti venivano fatti con me presente. Inspiegabilmente non ho mai sentito elogi alla mia prestanza fisica, e mi chiedo ancora oggi quale ne sia stato il motivo. Sarà forse perché nelle foto delle elementari risultavo sempre il secondo diversamente alto, battuto solo dal poco più piccolo Claudio Caponi? Ma lui però non era nato settimino.

E’ di pochi giorni fa la notizia che il preside (pardon, dirigente scolastico) di una scuola  elementare di un  paese della Toscana ha vietato di fare qualsiasi foto a scuola, compresa la foto di classe, per questioni di privacy. Secondo me ai miei tempi c’era molta più privacy di adesso (e soprattutto pudore) ma la foto di gruppo _ solo quella _  la facevamo; la differenza è che non esistevano ne computer ne social media, ed è stata una bella fortuna esser stati giovani allora.

L’altro giorno mi è caduto l’occhio, del tutto involontariamente, su una ricerca dell’università di Oxford (gli stessi dell’osso del pene dell’uomo di Neanderthal, se non sbaglio) che sostiene che le donne con un lato B prominente sono non solo più resistenti alle malattie ma anche più intelligenti di quelle con un fondoschiena striminzito. Non mi sogno certo di contraddire questi scienziati, anzi la mia esperienza sorretta da evidenze empiriche mi inducono a confermare lo studio; del resto anche la grande attrice Liz Taylor sosteneva che, ad una certa età, per mantenere la pelle del volto liscia bisogna avere un bel sedere.

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Per tornare alle scuole, in poco tempo sono assurti al (dis)onore delle cronache: una professoressa sfregiata con un coltello da un alunno “problematico”, un’altra legata con dello scotch da un’intera classe, ed un altro insolentito da un bulletto. Poi, dove non arrivano i  figli ci pensano i genitori a dare il meglio di se stessi, non assegnando la giusta razione di legnate ai pargoletti ma andando a picchiare i professori che hanno la sfortuna di avere a che fare con i loro pargoletti. Con amarezza registro che spesso  la risposta della scuola è minimizzante, e comunque non ferma come dovrebbe essere. Una volta tanto la mania di postare tutte le stupidate si è ritorta contro gli autori, che si sono rivelati per quello che sono: dei perfetti coglioni. In un paese normale a scuola non dovrebbero più metterci piede, e dovrebbe essergli assegnata d’ufficio una bella zappa, con tanto di terreno da dissodare a forza di calci nel fondoschiena (nel loro caso però anche se dovesse ingrossarsi l’intelligenza non migliorerebbe).

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Ad oltre quaranta giorni dalle elezioni ancora non è emersa una maggioranza di governo. Purtroppo non basta dire “ho vinto io” di fronte all’evidenza dei numeri, e certamente non è facile mettersi insieme, seppure con un contratto ben definito, con chi ci è scambiati insulti e insolenze fino al giorno prima. Comunque, poiché la politica è l’arte del possibile, qualche soluzione si troverà; nel frattempo mi pare interessante l’esperimento di aspettare le elezioni regionali di Molise e Friuli-Venezia Giulia per decidere con chi mettersi insieme. E’ senz’altro un passo avanti rispetto al tempo in cui gli aruspici avrebbero interrogato le interiora degli uccelli, e poi io degli amici molisani e friulani mi fido e mi affido volentieri al loro giudizio.

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Propongo di sciogliere l’Onu. A che serve ormai? Se tre compagni di merende possono decidere chi e quando bombardare prima di ogni risoluzione e verifica, non ne vedo l’utilità. Trovo ridicolo che nel momento in cui si ventila l’utilizzo di armi atomiche tattiche e solo in Siria la destabilizzazione con conseguente guerra civile è costata (finora) più di 400.000 morti e milioni di feriti e sfollati, ci sia qualcuno che si erga a giudice e boia sventolando il patentino di democrazia.

Lanceremo missili belli e intelligenti, ha minacciato mister Trump. Un missile per quanto bello rimane sempre un missile, e sull’intelligenza stenderei un pietoso velo.

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Macerata, Alabama?

Quando, più di 35 anni fa, iniziai a lavorare a Parma, mi iscrissi alla locale associazione artigiani e, quando fu il momento dei dati di nascita, arrivato alla provincia MC, la simpatica impiegata mi chiese: «Massa Carrara?».
Questo per dire quanto fosse conosciuta la cittadina capoluogo di provincia, che dista una decina di chilometri dal mio paese natale.
Desta meraviglia che sia assurta agli onori della cronaca, e per vicende purtroppo non allegre: nel 2016 il terremoto, che ha causato distruzioni e danni a molti paesi (il territorio della provincia si estende dal mare all’appennino, alcuni paesi montani sono stati distrutti o danneggiati pesantemente, ed anche la fascia collinare non è stata risparmiata; tra l’altro anche il mio vecchio istituto tecnico è stato abbattuto perché non più agibile); ed ora questi episodi di violenza efferata che ne danno un’immagine niente affatto rassicurante.
Riassumo l’accaduto: una ragazza giovanissima scappa dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Corridonia (ricordate Pakistonia?) e si imbatte (o lo cerca, o questo la fiuta, ancora non si sa) in uno spacciatore nigeriano. Poteva anche essere italiano, ma era nigeriano. La ragazza va in casa di quest’uomo, muore o viene uccisa, dopodiché viene tagliata a pezzi, messa in due valigie e buttata in un fosso ai piedi del mio paese, Pollenza.
Pochi giorni dopo, con il presunto assassino in carcere, un esaltato con la testa piena di idee balorde si erge a vendicatore dell’italianità, sale in macchina e se ne parte dal suo paese, Tolentino, per andare a Macerata e sparare ai primi neri che trova in giro.

Fine, di parole ne sono già state spese tante che non voglio aggiungerne di ulteriori.

A me pensare a Macerata come il Bronx fa abbastanza ridere; per me è rimasta la cittadina dove noi paesani andavamo sempre con un po’ di timore reverenziale; dove tanti miei amici sono andati a studiare (Licei, Istituti Tecnici e Commerciali, Magistrali, Agraria e Scuola d’Arte, e l’Università che frequentai per ben tre giorni); la cittadina dove presi le lezioni di chitarra, e dello Sferisterio dove si tiene una bellissima stagione operistica estiva; delle squadre di calcio con cui ci confrontavamo nei campionati giovanili e che spesso ce le suonavano; del primo locale dove andammo a suonare con la nostra orchestrina; del magazzino di ferramenta dove mi mandava mio padre a comprare la vernice a credito, con la Vespa 125 eredità di mio zio emigrato a Torino (senza patente, ovviamente); il Corso, dove c’era un negozio di musica dove passavo sempre a comprare gli spartiti; dei Giardini, dove si aspettava l’autobus quando si era in anticipo, seduti sulle panchine guardando il trenino dello Sceriffo che girava; del negozio dove comprammo i nostri strumenti musicali… era la tristezza di un bambino alla finestra, pensando all’ospedale dove i miei erano stati ricoverati dopo l’incidente d’auto, era la preoccupazione prima di andare dal dentista… e della pizzeria delle Scalette con la mozzarella filante¹…

E’ un mondo che è cambiato così in fretta da sembrare quasi un altro mondo; pure il panorama è cambiato, là dove le colline sono state rivestite da distese di pannelli solari anziché di erba medica. Comunità di recupero, immigrazione, fanatici suprematisti, problemi sconosciuti o che riguardavano altre realtà lontane, le città,  il nord…
Forse fra qualche anno, quando tutto sarà un enorme melting pot, questi discorsi faranno ridere. Ai nipotini racconterò della mozzarella filante, e loro mi faranno girare intorno droni caricati con mini-bombette atomiche, non so. «E’ la globalizzazione, bellezza, guarda i lati positivi!» mi dicono.

Dovrò comprare gli occhiali adatti, perché io per quanto mi sforzi non vedo niente.

 

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¹ Può sembrare strano che ricordi così una pizza, ma il fatto è che nel nostro paese non c’erano pizzerie, c’era solo il forno che sfornava la pizza ma senza mozzarella, solo col pomodoro, oppure bianca con il rosmarino o la cipolla… sento ancora l’odore…

Cocchi di mamma!

Apprendo con tenerezza dell’iniziativa dell’istituto Majorana di Brindisi, dove verrà sperimentato un nuovo orario scolastico che partirà dalle 10 del mattino anziché alle 8.
Uno dei motivi sembra essere che, poiché i ragazzi vanno a letto sempre più tardi, al mattino arrivano a scuola assonnati e quindi non possono applicarsi con la dovuta attenzione alle lezioni.
Bene, dico io! Secoli di “il mattino ha l’oro in bocca” potranno finalmente andare a farsi benedire. Anche il film “Shining” dovrà essere cambiato, e Jack Nicholson non potrà più scrivere la medesima frase all’infinito.
Queste sono le notizie che rallegrano la giornata, specialmente quella dei pendolari che tutte le mattine si alzano alle sei per andare a lavorare: averceli avuti ai miei tempi dirigenti scolastici tanto illuminati!
Anche alcuni ricercatori di Oxford la pensano allo stesso modo, tanto per cambiare.

Mi chiedo una cosa. Ma i genitori di quei ragazzi, sono d’accordo? Voglio dire, perché i vostri figli non li mandate a letto prima, se la mattina hanno sonno? E i ragazzi, cosa ne pensano? Se entrano a scuola alle 10, quando escono? Non hanno nient’altro da fare nella vita, sport, musica? Quando studiano, la mattina prima di andare a scuola (che sarebbe il controsenso massimo)?
O questo orario è fatto per la comodità di docenti e dirigenti scolastici?

Ragazzi, vi dico una cosa, amichevolmente. C’è gente che si alza tutte le mattine alle sei, e  anche prima, per andare a lavorare. In paesi meno fortunati del nostro i vostri coetanei, pur di poter andare a scuola, si fanno chilometri e chilometri a piedi. Ribellatevi a questa pagliacciata, rivendicate il diritto a non essere trattati come bamboccioni, oppure non lamentatevi quando il ministro di turno vi apostroferà così! Pretendete di essere come tutti, di penare e di alzarvi anche controvoglia, e perfino di sbadigliare se alla prima ora ancora non carburate.
Se non funzionano i trasporti pubblici e vi costringono ad alzarvi alle cinque, lottate per farli funzionare e chiedete ai vostri genitori che siano al vostro fianco!

Oppure, ragazzi, pensateci. Ma in fondo, che ci andate a fare a scuola? Lasciate stare, perché affannarsi. Una zappa, una bella zappa, non è molto meglio?

(178 – continua)

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Crapa pelada

Questa l’ha scritta un mio amico tempo fa, mi pare attuale e la ripropongo così com’è.

Teste rasate
(un elmetto di carne)
Teste senza cappello
(quello del nonno fatica ad entrare)
Teste senza cervello
(vuoti a perdere)
Teste pelate
(e questo sarebbe il meno)
Teste per piantar chiodi
(utili in certi frangenti)
Teste come arieti medievali
(entrano senza bussare)
Teste ripiene di sugna
(chissà se ci si ungono ancora gli scarpini)
Teste lisciate
(col fazzoletto nero)
Teste a palla di biliardo
(lucide, ma solo fuori)
Teste con bisogno di capo
(che un capo deve avere le palle)
Teste ignoranti
(che approfittano
delle strizzate d’occhio dei benpensanti)
Teste che difendono la purezza
(di una razza dai mille incroci)
Teste di pelle bianca
(caucasica)
Teste cristiane
(ma  Gesù non credo sarebbe d’accordo)
Teste di morto
(ma con meno dignità)

Chi ha più testa la usi
Che il nemico non sono i poveri
Ma chi li fa poveri
Se non capite questo
Sbatterete la testa contro il muro
Che l’uomo non va avanti a testate
Ma con quello che c’è dentro le teste

 

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La chiesa del venerdì nero

La divinità imperante, il dio Mercato, tramite i sacerdoti della sua religione, il Consumismo,  ha deciso di promulgare per i fedeli una nuova festività.

Dopo avere, come le fruste religioni del passato, inglobato ricorrenze e miti preesistenti cambiandone  nome e senso in modo da insinuarsi senza troppe resistenze nella vita dei convertiti, ne inventa di nuove di zecca per alimentare l’osservanza e lo zelo degli adepti.

Per le celebrazioni dei riti sono stati creati appositi templi, i Centri Commerciali, aperti tutti i giorni della settimana ed a tutte le ore; ma, non bastando questo, la divinità nella sua infinita saggezza ha pensato che il tempio potesse raggiungere ogni casa, ed ha fatto in modo che chiunque potesse accedervi direttamente dal divano, ed infine è andato oltre permettendo di raggiungerlo da qualsiasi posto in cui ci si trovi: in viaggio, per strada, al lavoro per chi ce l’ha…

Tramite strumenti magici di controllo, ciascun fedele è richiamato alla pratica: non hai acquistato nulla questa settimana, come mai? Questo articolo potrebbe interessarti. In passato hai acquistato questo e ti è piaciuto, ora c’è quest’altro molto migliore: non vuoi approfittarne? Sono giorni interi che non abbiamo tue notizie e siamo preoccupati: ecco un bello sconto per te da usare entro il prossimo plenilunio.

Questa religione è potentissima perché promette la beatitudine non in un aleatorio aldilà, ma qui ed ora in questa vita tangibilissima e presente: felicità consiste nel possedere più oggetti possibile, non importa se utili o addirittura nocivi, l’importante è che si consumi.

Ed ecco allora la festa del venerdì nero, sconti e risparmi per tutti! Un miscredente potrebbe osservare che se si acquista una cosa che non serve, anche se pagata poco, sempre di spreco si tratta; oppure potrebbe insinuare che se tutti nello stesso giorno si mettono a fare sconti vuol dire che negli altri giorni mantengono i prezzi artificiosamente alti.

Addirittura qualche blasfemo osa affermare che i templi non paghino le giuste tasse sui profitti e che, orrore! sfruttino gli adepti-lavoratori. Anatema!

Purtroppo il miracolo che la chiesa del venerdì nero non è ancora riuscita ad effettuare  è quello della moltiplicazione di salari e stipendi, così accade che purtroppo verso la fine del mese parecchi devoti non riescano a fare la periodica donazione. La simpatica cicala viene redarguita dalla malmostosa formica: se spendi tutto al venerdì, che mangerai sabato?

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Stanotte ho fatto goal alla Svezia

Caracollavo nella trequarti avversaria, spalle alla porta, quando mi arriva tra i piedi un pallone vagante. Mi giro verso la porta svedese, difesa da Filippa Lagerbäck³,  e con la coda dell’occhio intravedo sulla sinistra Boninsegna che tiene occupati tre svedesi a forza di schiaffoni, sulla destra invece Marco Delvecchio¹ è libero, con l’estrema difensora fuori dai pali. Delvecchio mi chiama la palla ma piuttosto che passargliela me la metto sotto la maglietta e vado negli spogliatoi. Sai che c’è: fanculo Delvecchio, io ci provo. Di sinistro, che non è manco il mio piede preferito: una pennellata da quaranta metri, scavalco la simpatica presentatrice e gliela piazzo all’incrocio. Che parabola! Che fondello! (il colpo, non il portiere)
Mi vedevo già impettito alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per essere insignito del Cavalierato quando, sentendo un certo spiffero, mi sono reso conto che la divisa regolamentare era incompleta mancando della parte inferiore e la consapevolezza mi ha svegliato: Bonimba² veleggia verso i  75 e purtroppo le vene varicose gli hanno impedito di essere convocato, ingiustizia secondo me perché avrebbe fatto la sua porca figura; in quanto a Delvecchio è ancora lì che aspetta la palla, e ce lo lascerò fino ai mondiali del 2022.

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Che bei tempi viviamo, amici! L’ho già detto? Nella macchinetta distributrice di merendine è comparso un toast kebab e peperoni. Il cavalier Giovanni Rana produce tortellini col ripieno di paella. Facoltosi fedifraghi vengono rimborsati dalle ex mogli di parte degli alimenti pagati. Che cuccagna!

Mi aspettavo, dopo l’eliminazione, un’ondata di suicidi, invece la reazione è stata abbastanza composta e quasi unanime nel riconoscerci delle pippe. Qualcuno ha cercato di organizzare processioni di penitenti ventilando cali paurosi del Pil; qualcuno ha dato la colpa ai troppi stranieri; qualcun’altro che giocano troppi stranieri perché i nostri sono delle pippe entrando così in un circolo vizioso; l’allenatore, alla richiesta di immolarsi con rituale seppuku, ha declinato l’invito ed anzi ha rilanciato con buon sprezzo del pericolo richiedendo una sostanziosa buonuscita; vendicatori impavidi hanno minacciato di razziare tutte le matite dell’Ikea, costringendo l’Ikea a minacciare di fornire istruzioni incomplete per il montaggio dei loro mobili.
Io stesso, non immune da gesti inconsulti come quando nella finale Roma-Liverpool del 1984 Falcao si rifiutò di tirare il rigore e Ciccio Graziani lo calciò alle stelle e dalla rabbia svuotai nel lavandino una ottima bottiglia di whisky scozzese solo perché non avevo niente di inglese tra le mani, io stesso dicevo l’ho presa abbastanza bene, non ho smontato mobili ne cestinato le amate polpette.

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A proposito di nazionale, è di questi giorni la notizia che l’ennesima multinazionale che ha “investito” nel nostro paese ha annunciato la chiusura dello stabilimento in Abruzzo per delocalizzarlo in Slovacchia. Non perché perdeva, ma per avere più profitto: 420 famiglie sulla strada, più 60 dell’indotto. E’ il mercato, dicono. E’ il mercato o l’ingordigia? Non si va più a vendere prodotti, ma a vendere il lavoro stesso: vengo da te se mi dai condizioni più favorevoli, salari più bassi, sindacati fuori dalle scatole , sovvenzioni, defiscalizzazioni… Addirittura il nostro ministero, invece di dire semplicemente: amici, se volete andare quella è la porta ma lo stabilimento i macchinari e gli ordinativi li lasciate qui, ha offerto 50 milioni che quelli hanno rifiutato (troppo pochi?). Questo non è mercato, questa è  la nuova banalità del male, e bisogna cominciare a dirlo che gli artefici sono i nuovi Adolf Eichmann, e come tali andrebbero trattati, altro che omaggiarli e riverirli!

Io penso di sapere perché non vinciamo più niente a pallone. Perché il calcio da tempo non è più un gioco; perché i bambini non passano più ore e ore a giocare a pallone per le strade o negli oratori, e che quando giocano nei cortili vengono redarguiti da anziani biliosi; perché la concezione di tempo libero non prevede più pause, ma ogni momento deve essere organizzato e pianificato; perché le mode salutiste proclamano che il calcio non va bene perché non sviluppa il corpo armoniosamente; perché i bambini vengono irreggimentati fin da piccolissimi nelle cosiddette scuole calcio, dove crescono come polli in batteria; perché la funzione sociale dello sport è andata a pallino, come tutto d’altronde, e a gratis non si fa più niente, ed anche per giocare adesso devi pagare; perché una volta pensavamo solo a due cose, e una di queste era il pallone.

(173 – continua)

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¹ E’ stato un calciatore discreto, ma è più famoso per aver partecipato a Ballando sotto le Stelle.
² Quando eravamo un popolo virile in attacco schieravamo Boninsegna e Gigi Riva, detto “Rombo di Tuono”. Ora El Shaarawy, non aggiungo altro.
³ Adesso che la Svezia ci ha eliminati non sarebbe giusto dare a Filippa Lagerbäck il giusto spazio e affidarle la conduzione di “ Che tempo che fa” al posto di Fabio Fazio?