Ode all’uomo grave

Credo di aver promesso, tempo fa, di non scrivere più poesie. Questa però è voluta uscire da sola e non ce l’ho fatta a fermarla, ci vuole pazienza.

Soffro, mi struggo, languo,
la gravità mi opprime
Fuoriesce come flatuo
spasmo di idea sublime.

Ingorgo nel cervello
so poche cose e male
si sfidano a duello
il prete ed il maiale.

Ne artista ne scienziato,
maestro di autocritica.
Meglio sarebbe stato
seguir la via politica

Fingere gran disprezzo
per soldi e per prebende
vendendomi a buon prezzo
al miglior offerente.

Vano e superficiale
perfetto per l’andazzo
sembra che sappia tutto
e invece non so un cazzo,

Nel secolo che aborro
sarei stato osannato
mascherato da Zorro
avrei fottuto e rubato.

Ma lo specchio mi richiama
son grave ma non troppo
coliche di coscienza
mi causano l’intoppo;

Ne dindi ne moldave,
l’encefalo va in blocco
non sarò forse grave
ma, alfin della licenza, tòcco.

giomag, 12 ottobre 2017

cyrano

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Leggere fragranze estive

Non so se vi sia mai capitato di andare ad acquistare un profumo. Non per voi stessi, dico, che come è noto l’omo pe esse omo ha da puzzà, ma per ingraziarvi qualcuna dell’altro sesso o per farvi perdonare qualcosa.
Io ci vado, di rado ma ci vado. Alla Rinascente, per chi è pratico di Milano.
Innanzitutto le commesse mi intimidiscono.
Hanno quel modo di squadrarti dall’alto in basso, con la puzza al naso forse per l’abitudine a sniffare essenze, con quell’occhiata che la contessa di Windsor riserva di solito all’addetto alla sostituzione del pannolone del nonno, come a dire: “figurati ‘sto morto di fame che profumo che verrà a prendere”. E poi, quando apri bocca, fanno un sorrisino alla vicina come a dire: “che ti avevo detto?”.

Per non sentirmi troppo in soggezione, nel vederle così schierate in attesa di clienti, riporto alla mente l’immagine di quelle donnine allineate nelle vicinanze del porto di Amburgo; non che sia un frequentatore di donnine e specialmente del porto di Amburgo, ma mi è capitato qualche anno fa di passare da quelle parti e mi aveva colpito molto l’ordine teutonico di queste lavoratrici. Si limitavano a stare in mostra ed aspettare, da quanto potetti osservare mentre, fingendo di essere scandalizzato e forse persino bofonchiando “è una vergogna!”, resistevo agli spintoni della mia signora che mi tirava lontano; credo fosse per non incorrere nel reato di adescamento, loro dico non la mia signora; la sicurezza comunque era garantita dalla presenza, poco distante, di un paio di auto della polizia.

Fortunatamente non devo chiedere consiglio alle venditrici, perché altrimenti mi appiopperebbero senz’altro quello che più fa comodo a loro; purtroppo la mia forza di volontà non è rocciosa e se una bella ragazza, per puro interesse, mi fa un complimento, sono propenso a comprare qualsiasi cosa.
Mi succede regolarmente con i pantaloni: vado per comprarne uno e ne porto a casa due; vado per un maglioncino e porto a casa un vestito completo (che come sapete non metto per non sciuparlo).

Il profumo che compro è sempre lo stesso da anni, e sembra che lo vendano solo alla Rinascente; l’unico problema è che dimentico regolarmente nome e marca, e ritrovarlo diventa ogni volta laborioso.
Mi accosto allora ad una delle commesse e spiegando il mio problema chiedo se può aiutarmi; al che vedo che la luce dei suoi occhi, che già presagiva un fatturato benché piccolo, si spegne; ma di solito l’istinto materno (o della crocerossina) prevale, e cerca di capire dalle mie poche stentate sillabe quello che accipicchia cerco.
“Non si ricorda la marca?”
“Non so, mi pare Trudeau… Tromò?”
“No guardi non esiste… ma è francese?”
“No, io sono marchigiano… ah, il profumo dice? Potrebbe essere benissimo, aveva un nome di donna mi pare…Chantal? Cochon?”
“Chantal? Ma non sarà per caso Chanel?”
“No Chanel no signorina è l’unico nome che conosco me lo ricorderei”
“Ma non ricorda almeno che confezione aveva? Che colore?”
“La boccetta mi pare che fosse un po’ panciuta, a botticella”
“Come questa?” (ne tira fuori una a botticella)
“No non mi pare proprio… forse era più squadrata”
“Ah… ma il profumo com’è? Innanzitutto è un’eau de toilette o un’eau de parfum? E’ muschiato, fruttato, fresco, dolce… non se lo ricorda?”
“Guardi è dolce sicuramente, a mia moglie piace dolce il profumo…”
“Ah è per sua moglie? Allora sarà un profumo classico…”
“No no non è classico si vende solo qui è un profumo stranissimo…”
“Moniiii!!!” (alla sua collega) “che profumi abbiamo che vendiamo solo qua?”
“Non lo so Lori, forse nel reparto speciale giù in fondo”
“Ah si ecco, forse era nel reparto speciale, allora vado a vedere là”

(a questo punto però la commessa è travolta dalla curiosità e non se la sente di farmi andare da solo)

“L’accompagno perché a questo punto sono proprio curiosa ”
“Grazie ma non si disturbi”
“No no si figuri nessun disturbo, per di qua”

Al reparto speciale un’altra commessa mi rifà tutte le domande a cui ho già risposto. Ad un certo punto ho l’illuminazione:
“Danielle! La donna si chiama Danielle!”
“Danielle? Non mi risulta. Intende forse Eau De Daniel?”
“Eh, io che ho detto? Danielle! Esiste Danielle?”
“Si esiste ma no, non può essere.”
“Ah non può essere? Eppure mi pare proprio quella… perché non può essere?”
“Innanzitutto perché Daniel non è un nome di donna” (la mia bocca si apre involontariamente) “e poi perché Eau De Daniel non è affatto dolce! Non è classico!” (sospettosa) ”Ma è proprio sicuro che sia per sua moglie?”
“Signorina, per favore, certo che è per mia moglie! Ma almeno la boccetta è a botticella?”
“Si, quella è a botticella, ma non credo proprio sia quella che cerca”
“Senta, non potrei dargli un’occhiata? Magari vedendola…”
“Mah, proviamo… Jenniiiii!!! Mi porti una boccetta di Eau De Daniel?
“Parfum o Toilette?”
“E’ lo stesso è per farla vedere a uno… un cliente. (rivolta a me) Comunque non è quella”
“E perché non può essere quella?”
“Perché…” (occhiata di compatimento) “…è… costosa.”

A questo punto la voglia di brandire la carta di credito e sbatacchiarla a mò di mazza chiodata diventa irrefrenabile, e cado nel tranello:
“Non m’importa quanto costa! Voglio quel profumo!”
“Ma certo… Parfum o Toilette?”
“Pa… Parfum! No Toilette! Qual è che costa di più?”
“Parfum. Vuole la confezione da 50 o da 100 emmeelle? Con quella da 100 risparmia, sa?”
“Da 100, da 100, certo che voglio quella da 100! Non c’è più grande?” (che cacchio sono questi emmeelle?)
“Ottima scelta, signore,” (sottolinea “signore” ammiccando alla collega) “eccola qua.” (sbircio il prezzo e rabbrividisco) “Qualcos’altro?”
“No!”
“Qualcosa per lei, vuole dei campioncini?”
“No!”
“Facciamo un pacchetto regalo?”
“No! Cioè, si!”

Finalmente, se Dio vuole, ottengo il sospirato profumo. Le commesse mi salutano lisciandosi i baffi. Sono fuori e mi auguro di aver scelto il profumo giusto. Tra l’altro sono tutto sudato ed avrei davvero bisogno di profumarmi, ma ho rifiutato i campioncini. Era davvero Danielle?  Lo scoprirò stasera.

(144 – continua)

Interrail-Amburgo5

Però mi vuole bene. Manuale ad uso dei fratelli minori.

Come promesso, fornirò di seguito alcune avvertenze necessarie alla sopravvivenza dei fratelli minori. Qualche suggerimento l’avevo già sparso qua e la, se lo citerò è solo per completezza di informazione.

a) Cercate di non nascere a distanza regolare da vostro fratello.
Se vi ostinate a nascere a scaglioni di cinque anni, avrete una buona possibilità di incontrare sulla vostra strada gli stessi maestri del primo. Questi, con tutta la loro buona volontà, di fronte ad ogni vostra defaillance non potranno fare a meno di rimarcare: “eh, ma tuo fratello…”.

b) Non contate troppo sulla maturità di vostro fratello.
Specialmente se siete poppanti e avete un po’ di appetito. Cercate di non infastidirlo con pianti inopportuni, quando è alle prese con i primi compiti sul quaderno a quadretti. Potrebbe capitare che intinga il cucchiaino nel vino e ve lo faccia leccare. E’ comprensibile che trovandovi in bocca un liquido non consono lo bandiate per sempre dalla vostra vita: sarebbe un peccato.

c) Non crediate che solo perché vi ha fatto divertire col dindoló della catena ogni gioco sia buono.
Mio fratello minore era molto fiducioso. Giocavamo con una carriola di mio padre con delle grandi ruote con i raggi. Io spingevo e mio fratello sballonzolava sopra, piccolino, e se la rideva tutta. Ad un certo punto la carriola si inceppò, ed io cercavo di sbloccarla spingendo sulle stanghe. Spingi e spingi, mi ci volle un po’ per capire dove fosse l’intoppo. Al poverino era finito un piedino tra i raggi ma non osava piangere, per non interrompere il gioco; anzi, si domandava perplesso se non fosse proprio quello, il gioco. Comunque il piede è salvo ed anche l’affetto reciproco; in carriola non penso sia più salito, però.

d) Se vostro fratello ha fatto il militare non vuol dire che sia un generale.
Avevamo costruito una graziosa casettina su un albero, poco distante. Bande avverse di coetanei del mezzano perfidamente se ne erano appropriati; non essendo dignitoso che uno più grande partecipasse direttamente alla pugna, incitai mio fratello all’arrembaggio. Al primo assalto fu respinto, con perdite; facendo leva sull’onore, la famiglia e forse persino la patria lo rimandai all’attacco. Dove fu colpito da un bastone appuntito brandeggiato da un nemico spietato: solo per un miracolo da quel momento non divenne Ernesto il cecato. Grazie ai solerti angeli custodi di entrambi, se la cavò con qualche punto di sutura alla palpebra. La casetta rimase al nemico, ma poco dopo fu firmato un armistizio.

e) Se vostro fratello sa suonare non vuol dire che sappia anche ballare.
Sapete già tutto su questo punto, non mi dilungherei. Il succo è che se volete intraprendere la strada del boogie-woogie o del rock acrobatico dovete scegliere un partner meno infido, o meno scivoloso. Fra qualche mese comunque potrei sorprendervi (ma non anticipo niente).

f) Se vostro fratello guida la vespa, con o senza patente, non è necessario imitarlo.
Mia sorella, di solito con i piedi per terra, si mise in testa di voler imparare a guidare la vespa che come  ricorderete era stata lasciata in nostra eredità da uno zio emigrato per costruire automobili Fiat. Non Fca, Fiat. Quella vespa bisognava conoscerla: la frizione, ad esempio, staccava molto tardi, e bisognava farlo molto lentamente. Uno dei problemi era che mia sorella non riusciva a poggiare saldamente i piedi per terra; per questo babbo si accomodò sul sellino posteriore per equilibrarla e darle le istruzioni del caso. Da dietro sentimmo solo il “Piano!…” strozzato di mio padre; mia sorella non aveva idea di cosa volesse dire rilasciare una frizione, e tantomeno piano: la vespa disarcionò mio padre, e lei partì ad andatura sostenuta verso il suo primo viaggio in solitaria su mezzo motorizzato. Forse, e dico forse, se avesse guardato la strada invece di continuare a cercare la frizione, o il pedalino del freno posteriore, l’avventura sarebbe durata più a lungo: invece dritto per dritto alla prima (semi)curva si infilò nel fosso, con babbo corrente dietro. Grande ilarità degli astanti, non condivisa dai due protagonisti. Mia madre era al balcone del quarto piano e, se non udii male a causa della distanza, le sue parole non furono di elogio verso mio padre.

Penso di aver reso un servizio utile, ma nel caso occorrano altri consigli resto a disposizione: se vi siete sempre chiesti come mai vi sentiate soffocare alla vista dell’acqua, o perché affacciarvi dal balcone vi metta in ansia, chiedete a vostro fratello maggiore.

(63. continua)

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Il fratello grande

Quello di fratello maggiore è un mestiere impegnativo. Vi si accede senza meriti particolari, ma non tutti possono intraprenderlo; il requisito indispensabile credo lo sappiate è quello, tra almeno due fratelli, di essere nato per primo. In tempi civili ad esso era riservato il patrimonio della famiglia, mentre i cadetti venivano mandati a fare i militari e le sorelle le monache; a dire la verità ho appreso recentemente che i punici usavano immolare i loro primogeniti a non so quale divinità, al che nonostante l’ ammirazione per Annibale di cui vi ho già parlato mi sono sinceramente rallegrato per la vittoria dei Romani. Non mi è ben chiaro se il sacrificio rappresentasse un estremo segno di devozione oppure si tendesse ad una selezione eugenetica del tipo “va bè, questo è venuto così così, la volta prossima vedremo di fare meglio”.

Il fratello maggiore viene sottoposto ad una educazione particolare. Finché rimane solo, e la condizione può durare solo qualche mese nel qual caso non può essere apprezzata appieno oppure qualche annetto ed allora si avrà tempo di crogiolarvisi, è ricoperto da ogni sorta di attenzioni. Genitori, nonni, zii, sono tutti per lui: figurarsi poi quando è anche il primo nipote. AI miei tempi comunque si era molto più sobri di adesso, persino nelle effusioni: difficilmente avreste visto nonni o babbi baciare nipoti e figli maschi, se non in partenza o di ritorno da un viaggio. Poi, quando il bambino si è convinto di essere al centro del mondo, arriva la domanda: “Non ti piacerebbe avere un fratellino (/sorellina)?”.

A proposito di centro del mondo, i moderni sistemi educativi non mi convincono. Una volta la prima cosa che si insegnava ai bambini era che, quando parlavano i grandi, bisognava stare zitti. E che, quando si riceveva un ordine, bisognava eseguirlo senza indugi. La domanda “perché?” non aveva bisogno di ricevere spiegazioni che partissero dalla teoria della relatività o dal big bang. La risposta era: “perché si” o “perché no” e se si insisteva sull’argomento lo si faceva a proprio rischio e pericolo. Insomma, i bambini erano trattati da bambini; provo una sensazione di disagio quando al ristorante genitori affannati cercano di inculcare al loro pargolo urlante le proprietà benefiche dei cavolfiori: o gli prendete le patatine fritte e la finite lì, o se proprio volete prendergli i cavolfiori non cercate di convincerlo, un “mangia e zitto” basta e avanza.

Lì per lì la domanda fratellino vs. sorellina sembrerebbe innocua, ma lascia sempre frastornato il ricevente. Innanzitutto fratellino o sorellina non è che siano proprio la stessa cosa. Pur non avendo ben presenti le differenze anatomiche, intuivo che a breve termine con l’uno avrei potuto giocare a pallone o ai cowboys, mentre con l’altra sarei finito a pettinare le bambole; la bilancia sembrava quindi pendere verso il primo, ma d’altro canto avevo anche un bellissimo bambolotto, del quale non ricordo il nome ma solo che quando traslocammo nelle nuove case popolari me ne rimase solo la testa, per cui condividerne la pettinatura non mi avrebbe pesato più di tanto.

In realtà, bisognava essere pronti a tutto. Non c’erano le ecografie a svelare anzitempo il sesso del nascituro; ci si basava su forma o altezza della pancia, o la posizione della luna durante il concepimento: previsioni basate su rilevazioni empiriche e soggette ad elevati margini di errore.

Così, un bel giorno, divenni il fratello maggiore, o grande come si dice da noi, di mia sorella. Che era bellissima, e non parlo a vanvera ma ci sono prove fotografiche che lo dimostrano. Secondo mia zia Emanuelita (omaggio di nonno Gaetano a Vittorio Emanuele III imperatore d’Etiopia nonché Re di Italia e Albania) si sarebbe dovuta chiamare Maria Stella; alla lunga credo che Cinzia sia stato più appropriato.

Iniziò così la mia carriera di fratello grande che si impennò nei seguenti cinque anni, quando arrivarono a distanza più o meno regolare altri due pargoletti. Mi sembra istruttivo, per i futuri fratelli maggiori, dare alcune indicazioni sul come poter minare la fiducia che i minori ripongono in loro in modo da liberarsi da ogni responsabilità; ed è ciò che farò nel prossimo racconto ma avvertendovi fin d’ora che io ci ho provato, ma finora non ci sono riuscito.

(58. continua)

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Mi chiamo Olena e voglio un grave uomo

Stamattina, aprendo la posta elettronica in ufficio, vi ho trovato un messaggio curioso firmato da una seria signorina di nome Olena, con un oggetto dal contenuto imperativo: “Voglio trovare un grave uomo!”. Poiché la missiva non è stata ricevuta dagli ilari colleghi, ne sono fiorite le più fantasiose speculazioni sul perché, tra tutti,  come grave uomo fossi stato individuato proprio io.

Non mi sentirei di definirmi l’anima della festa in caso di brigate numerose ma, pur mantenendo una certa riservatezza di fondo, mi considero una persona allegra e positiva. Tranne quando si parla di politica, allora lì spesso il buonumore vacilla e vira verso la depressione; ne risalgo pensando alle parole di Ennio Flaiano: “la situazione è grave, ma non seria”.

Ma non credo che alla giovane ucraina possano interessare le mie convinzioni politiche: nel caso comunque sappia che deploro in toto l’operato di Michail Sergeevic Gorbaciov e che se fosse per me l’Ucraina farebbe ancora parte della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Certo ci saremmo dovuti attrezzare per sostituire in qualche modo l’esercito di badanti da colà arrivate ma può darsi che, pagandole il giusto, delle signore volenterose le avremmo trovate anche qua.

Scopro poi, scorrendo il testo, una frase commovente: la ragazza, 35enne, si definisce donna romantica e di cuore aperto, facile da fare. In Ucraina tutte le donne romantiche e di cuore aperto saranno facili da fare? O quest’apertura generosa è riservata agli uomini gravi? Nel qual caso, e se non fossi monogamo, non avrei disdegnato ostentare una certa gravità.

Spunterei dal curriculum tutta la parte riguardante il moto, poco consona alle mie caratteristiche. Alla ragazza lodevolmente “piace giocare i giochi sportivi”, a me anche quelli antisportivi purché non implichino sudorazione; lei ama il “riposo attivo”, io cerco di evitare gli ossimori. Della mia attitudine al ballo, che lei dichiara di adorare e praticare a livello professionale, vi  ho già parlato e non ci tornerò su.

Il “saggio, maturo, uomo generoso con un buon senso dell’umorismo e di amare il cuore” sembrerebbe il mio ritratto: in effetti cuore fegatini e rognoni, in padella con le cipolle, li amo molto.

Temo però che tanta maturità e saggezza alla lunga non siano confacenti alla vitalità della sportiva Olena. Voglio dire, 20 anni di differenza sono pur sempre 20 anni. Mi sovviene che il mio amico Enzo, fisioterapista, sosteneva tempo fa che un uomo normale ha almeno quaranta erezioni al giorno, di cui la maggior parte a sua insaputa. La cosa mi preoccupava, specialmente quando mi trovavo steso sul lettino sotto le sue mani; non dubitavo della sua eterosessualità, tuttavia avrei preferito non trovarmi in mutande nel bel mezzo di uno dei suoi attacchi. Senza contare che il concetto di sua insaputa in questo caso mi sembrava un po’, come dire, stiracchiato.

Comunque, non vorrei entrare troppo nel personale ma credo di essere stato sotto la media persino ai bei tempi , figurarsi adesso: pratico il riposo attivo con diligenza ma parsimonia, per capirci.

Pertanto, cara Olena, credo proprio di non essere abbastanza grave da fare al caso tuo; non dubito comunque che con tali virtù non faticherai, entro breve, a trovare qualcuno di così veramente grave da poterti donare, disinteressatamente si intende, tutto quanto tu desideri.

Perché non crediate che mi sia inventato tutto, pubblico il testo della mail ricevuta sabato 18 luglio:
Hi Credi nell’amore a prima vista? forse tu sei il mio destino. Voglio parlare un po di me. Il mio nome Olena. La mia eta di 35 anni. Sono di Ucraina. Io donna romantica e cuore aperto, facile da fare. Sono sportiva e salutare, vivere uno stile di vita sano. Io sono tranquilla e comunicativa, la gente si fida di me i loro segreti e chiedere consigli. Ho molti amici, andiamo spesso al fiume o al bosco, fanno picnic. Mi piace giocare i giochi sportivi e avere riposo attivo. Frequento palestra regolarmente, guardo dopo la mia forma e salute. Mi piace cucinare, sono molto operosa. Inoltre mi piace ballare, che e il mio hobby e il lavoro. Mi piacerebbe incontrare saggio, maturo, uomo generoso con un buon senso dell’umorismo e di amare il cuore. Io non sono una ragazza viziata e non pretendo molto, ma voglio fidarmi di lui e di essere sicuro che non tradira me e non farmi del male. Non mi piace condividere, quindi apprezzo la fedelta e la lealta. Sono una donna molto devota, e spero che godere la mia sincerita e apprezzo il tempo che passiamo insieme. Ho intenzione di aspettare per voi lettera nel mio indirizzo e-mail (omissis) Cordiali saluti. Olena.

(54. continua)

olena

Allarme caldo

Sta arrivando l’estate, e come sempre accade da qualche anno a questa parte, porta con se l’ “allarme caldo”. Va da se che l’inverno porterà l’ “allarme freddo”: di “allarmi così così ” per primavera e autunno ancora non si parla ma si sa, non esistono più le mezze stagioni, nemmeno per gli allarmi.

Sembra che lo scopo principale dei mezzi di informazione ultimamente sia quello di tenerci in uno stato di costante ansia. Già abbiamo abbastanza preoccupazioni con crisi economiche, guerre, epidemie, fondamentalismi: dobbiamo pure stare in ansia se d’estate fa caldo. Partono i moniti: attenzione ai bambini e agli anziani; portateli in ambienti freschi (meglio se in supermercati dove già che ci sono possono spendere qualcosa). Ora, a parte che non ho ancora visto statistiche di anziani morti di caldo in Italia, dico, non in sub-Sahel, e quanti invece di complicazioni polmonari legate all’esposizione all’aria condizionata dei supermercati, forse varrebbe la pena riprendere norme antiche ma evidentemente dimenticate.

I miei nonni tutti i pomeriggi facevano la pennichella. Non sulla poltrona, ne sul divano, no, no: proprio a letto. Un’oretta, e ne uscivano ritemprati. La casa era su tre livelli: al piano terra un bagnetto una cantina e una stanzetta di lavoro; al primo piano cucina e stanza da letto, di sopra la soffitta. La chiave di casa era sempre nella toppa, sarebbe stato uno sgarbo verso i vicini, una mancanza di fiducia, toglierla; che ricordi io nessuno se ne è mai approfittato, e se qualche furto c’è stato è stato per opera di forestieri di passaggio. E’ sempre una buona politica avere a portata di mano dei forestieri di passaggio a cui dare la colpa.

Fino alle cinque del pomeriggio in giro non avreste visto molta gente. Si stava in casa, essendo in collina un refolo d’aria c’era sempre; quando rinfrescava, si usciva.

L’altra regola di buonsenso era: se hai caldo spogliati, se hai freddo copriti. Noi veramente portavamo i pantaloncini corti per un bel pezzo, sia d’inverno che d’estate; d’inverno con i calzettoni e d’estate con i pedalini; dotarci di pantaloni lunghi nella fase della crescita più tumultuosa avrebbe voluto dire continuare a cambiarli, cosa inimmaginabile, oppure andare in giro con pantaloni a “zompafossi”, così si chiamavano quelli a cui il malleolo era esposto in bella vista. Tutto doveva durare, e quello che si rompeva si aggiustava. In genere i fratelli minori ereditavano gli indumenti dismessi dai maggiori: per i miei fratelli maschi non fu possibile perché nati a distanza troppo ragguardevole da me, e tempi e gusti erano decisamente cambiati. Indossare i pantaloni corti, comunque, era una condizione sociale. Finchè i pantaloni erano corti si era bambini: con il diritto di indossare i pantaloni lunghi si acquisivano purtroppo anche i doveri dei grandi.

L’indumento virile per eccellenza era la canottiera. Accessorio indispensabile per i lavoratori edili, era preferita a quei tempi alla maglietta della salute, quella con le maniche. A mio avviso in effetti era più confortevole, a patto di procedere a frequenti abluzioni delle ascelle che non andavano per alcun motivo decespugliate. Ora sembra caduta in oblio, come le ghette o la cravatta a papillon. Faceva il paio con le mutande da uomo, cioè gli slip con lo spacco laterale; non comodissimi, per la verità, in caso di urgenze immediate.

Nello spogliarsi attuale riscontro una certa ineleganza. Fortunatamente sembrano passati di moda gli orribili pantaloni a vita bassa. Dovrò chiedere a qualche gastroenterologo quanti attacchi di colite abbiano provocato, di sicuro in me provocavano imbarazzo, specialmente quando seduto in metropolitana mi ritrovavo ad altezza occhi qualche esemplare, meglio femminile ma purtroppo spesso maschile, col pantalone calato fino all’inguine; e non è che col lato B andassero meglio.

A Parma l’arrivo dell’estate si notava dalla lunghezza delle gonne delle cicliste. Vi sarà noto che a Parma tutti vadano in bicicletta, dalla nascita alla morte, così come tutti possiedano un’affettatrice, non di rado a volano. La pausa pranzo durava circa 2 ore – 2 ore e mezza, per permettere ai locali di tornare a casa, mangiare i tortelli di erbetta innaffiandoli di lambrusco o malvasia, e poi dedicarsi al salutare pisolino. Io e il mio amico Massimo, paesano di Gene Gnocchi, essendo gli unici non residenti avevamo molto tempo a disposizione, che impiegavamo per lo più in lunghe passeggiate.

C’era una biondina, che scoprimmo più tardi essere amica della ragazza del ping-pong di cui vi ho parlato, che sembrava facesse apposta a passare proprio all’ora della nostra digestione. Sarà stata un’impressione ma secondo me rallentava apposta l’andatura e, con lieve malizia, interrompeva il ritmo della pedalata, altrimenti fluido. Prendeva un po’ d’aria, insomma, con in faccia un sorriso angelico. Non credo si notasse il leggero filo di bava che scendeva dall’angolino sinistro della mia bocca, cercavo di dissimularlo guardando le vetrine. Per Massimo, essendo affetto da lieve strabismo, non avrei potuto garantire.

(45. continua)

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Si, la vita è tutta un quiz

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna stabilire chi comanda. Tramontati i tempi in cui era sufficiente roteare con maestria una clava, o quelli più recenti in cui come ci suggeriva la millenaria civiltà orientale: “Appena arrivato a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei si”, la figura del capofamiglia si è via via annacquata. Tali abitudini in alcuni angoli del pianeta, non necessariamente meno civili, persistono; nel nostro angolino di mondo e nella contingenza storica che attraversiamo, sono biasimate. Anche la moda non aiuta: se una volta bastava un’occhiata ai pantaloni, e quindi a chi li indossasse in casa, ora il dubbio persisterebbe. Resta, per affermare il predominio, il possesso di oggetti simbolici, dei feticci: gli antropologi saranno d’accordo con me che cedere il telecomando alla moglie, o compagna, o fidanzata che sia, per permetterle di piangere all’ennesima replica di Dirty Dancing o Ghost mentre su un canale concorrente è in corso la semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus è un’abdicazione inammissibile. Sconsiglierei, se il rapporto non fosse già regolarizzato o se il cedimento non fosse motivato da biechi scopi opportunistici (do ut des), dal proseguire la frequentazione di tale partner, specialmente nei mercoledì di coppa.

Intendiamoci, non che sia un fissato del calcio. Mi piace, ma il troppo stroppia: l’eccesso di palle rotolanti a tutte le ore mi ha sfiancato. Sono persino arrivato a sostenere l’unica idea sensata del professor Monti, che era quella di sospendere per almeno tre anni tutti i campionati, alla quale naturalmente, forse per non intristire ulteriormente i lavoratori esodati dalla ministra piangente, non ha dato seguito.

Del resto l’ultima mia partita di calcetto risale al secolo scorso: Franco, che già conoscete, è finito all’ospedale con una caviglia rotta, ed un altro ha cercato di distruggere un paletto con un orecchio. E senza nemmeno avversari, cosa che mi ha ancor più impaurito.

Dunque non è per passione pallonara, ma per puro esercizio del potere, che affermo come Renzo Arbore nell’87 in Si, la vita è tutta un quiz: “tu nella vita comandi fino a quando, ci hai stretto in mano il tuo telecomando!”.

Prima sarebbe stato anacronistico. Fino al ’79 i canali erano solo due, e per cambiare si schiacciava un pulsantino posto sotto al video. I televisori avevano dentro delle enormi valvole e il tecnico era un po’ come un medico: veniva in casa, faceva la diagnosi, e poi decideva per il ricovero o la sostituzione in loco. Da noi veniva Manfredo, un amico di babbo, e se diceva “ahia, Nino” bisognava temere il peggio.

Sarò vetero ma penso che se ci fossimo fermati a tre, numero perfetto, ne avremmo avuto più che abbastanza. Invece ad un certo punto ci siamo fatti mettere in testa che più televisioni fossero sinonimo di più libertà; della qual cosa si è avvantaggiato un discusso imprenditore edile per creare un impero economico e una carriera politica. Una conoscenza almeno per sentito dire del romanzo “1984” di Orwell avrebbe dovuto metterci in guardia, per non parlare della Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco e qui mi fermo per non sembrare troppo saputello. Ora ho 300 canali, e quando ho voglia di vedere qualcosa di decente vado al cinema.

Da piccoli, la tele ci veniva concessa con parsimonia, anche perché i programmi adatti a noi erano concentrati in un’oretta, nella Tv dei ragazzi. C’erano degli sceneggiati strepitosi: il più bello, per me, Giovanna la nonna del corsaro nero, con Lina Volonghi: “Marabooo lei fa il judo’, e tutti i suoi nemici metterà kappaò!”. La sera, dopo il telegiornale a cui si assisteva in religioso silenzio, il Carosello. Calimero, con la sua dichiarazione politicamente scorretta: “Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero.” “Tu non sei nero, sei solo sporco”; Ercolino sempre in piedi, Carmencita, la mucca Carolina… simpaticissima, ma che non mi ispira ricordi lieti.

I miei, come vi ho accennato, avevano avuto un grave incidente stradale, ed erano stati ricoverati entrambi all’Ospedale Civile di Macerata. Io ero affidato ai nonni materni; dalle finestre della loro casetta, sopra le mura del paese, a pochi chilometri in linea d’aria si vedeva il capoluogo, che allora mi sembrava su un altro continente. Quando chiedevo dove fossero i miei, nonna mi rispondeva: “là”, ed io aiutato da uno scalino rimanevo affacciato per ore a vedere se per caso riuscissi a scorgerli; e quando chiedevo quando sarebbero tornati, nonna teneva un atteggiamento dilatorio che avrebbe dovuto tranquillizzarmi ma non raggiungeva lo scopo. Avevo già sentito di mamme volate tra gli angioletti, non mi sarebbe piaciuto che la tappa di passaggio fosse Macerata. Cavalcavo la mucca nel vicolo delle Monache, ma non ero sereno.

Io mi chiedo, e lo svilupperò prima o poi in qualche commedia, cosa possa pensare di noi un alieno che dovesse capitare sulla terra e sintonizzarsi sulla prima rete dopo il telegiornale (oddio, non è che durante avrebbe chissà quali impressioni): sui Pacchi. Leggevo proprio ieri che una puntata dei pacchi ha avuto 15 milioni di spettatori. Vivi e lascia vivere, è il motto a cui in linea di massima cerco di attenermi, ma quando è troppo è troppo. Toglietegli il telecomando!

(43. continua)

silavitaetuttaunquiz

Viaggio di un poeta

“Son poeta, e sommo”. Non ricordo se la dichiarazione fosse di Dante Alighieri, o Giobbe Covatta: fatto sta che ad un certo punto anch’io mi ero messo in testa che Euterpe, o Erato, o Calliope, o tutte e tre le Muse insieme, mi avessero baciato.

Il mio amico Franco, compagno di banco delle medie, ricorda distintamente, cosa della quale ho già scritto a proposito di un fallito concorso europeo, del gradimento della nostra professoressa di italiano verso i miei componimenti misti. Inframmezzavo i temi con piccole poesie, come quando scopiazzando il coro del Mercadante per i fratelli Bandiera scrissi : “Chi per il calcio muor / vissuto è assai / il cuoio del pallon / non langue mai”. Solo la tenerezza di un’insegnante che vede crescere i suoi virgulti poteva premiare simili boiate, ma certo non stava a me lamentarmi. Franco, vedendo che la cosa funzionava, tentò di imitarmi ma la prof non abboccò. Le sue rime, non del tutto disprezzabili a mio parere, non incontrarono tuttavia il favore del pubblico: un perentorio  4 suggellò la diffida  a riprovarci.

A quei tempi non si usavano gli eufemismi attuali: “buono”, “buonino”, “sufficiente”… un 8 era un 8, e un 4 un 4. Potrà sembrare un’età cinica, ma che un cieco fosse “non vedente” ci sembrava scontato; che un paralitico fosse “diversamente abile” era tutto da dimostrare.

Con Franco avevamo in comune una timidezza di fondo, bilanciata da una enorme grinta. Io ero una mezzala, se siete pratici. Correvo molto, senza combinare granché. A volte giocavo da mediano, e allora avevo licenza di randellamento. Il mondo era semplice: zone e diagonali erano solo concetti geometrici, noi prendevamo un uomo e precorrendo i tempi  lo sposavamo fino alla fine della partita; Franco era un terzino, e dunque gli toccavano le ali. Le ali (Causio, Claudio Sala, Bruno Conti… ) erano quei folletti dispettosi la cui missione era quella di far impazzire i terzini che li avevano in cura, spesso irridendoli con finte e controfinte, per arrivare con la palla fino al termine del campo da dove inventavano parabole perfette per gli attaccanti. Ora non ne fabbricano più.

Credo che fosse proprio in casa del Castelraimondo del mio amico Sandro che l’avversario gli fece un tunnel. Un tunnel, per i profani, è quando incautamente lasci le gambe aperte (l’atto come saprete è ammesso nei luoghi opportuni e con parsimonia) e ti ci fanno passare la palla sotto, lasciandoti alquanto imbarazzato. Nell’azione successiva il reo ci riprovò. Franco lo aspettava: lo fece sfilare e poi lo giustiziò con una scivolata da dietro, resa ancora più plastica dal campo bagnato. Secondo noi era tutto regolare ma l’arbitro, forse condizionato dai contorcimenti del caduto, era dell’opinione opposta e lo ammonì. Il tempo per il poverino di rialzarsi e riavvicinarsi al mio amico con qualche titubanza, che i suoi compagni commisero lo sbaglio di passargli la palla. Credo fosse solo per liberarsene che la buttò avanti e cercò di andare a riprenderla; se quella era la sua intenzione, non poté concretizzarla. Franco l’aveva già atterrato, con un’entrata fotocopia della precedente accompagnata stavolta da un sorriso compiaciuto, ma prendendolo sull’altra gamba. Legge e giustizia non sempre vanno a braccetto: e se pure la punizione era stata giusta, la legge però era a sfavore di Franco, che venne espulso. Perdemmo la partita, ma acquisimmo molto rispetto.

Il nostro allenatore usava un metodo per caricarci davvero singolare: sotto ai sedili posteriori della sua bianchina familiare teneva una collezione di giornalini. Non pensiate chissà che, roba che oggi si potrebbe vendere in parrocchia: i migliori fra tutti erano il Lando (con la faccia di Lando Buzzanca) e il Tromba (con le fattezze di Adriano Celentano nelle vesti di un idraulico), che andavano per la maggiore anche a militare. Risate ce ne facevamo tante: che la lettura ci rendesse più aggressivi, non credo.

L’ultima poesia, credo della mia vita ma chissà, la scrissi qualche anno fa. E’ in dialetto, ma abbastanza comprensibile. Era stata una giornata un po’ faticosa ed avevo corso dalla mattina alla sera; nell’ultima strofa, ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti è puramente casuale.

‘Na jornata tranquilla

Curri, curri, la sveglia ha sonato,
arzete, daje, cala dallu lettu.
Incubu! Penza, stanotte o sognato
che jìo a fadigà senza esse costrettu.

Sgrighete, sbrighete, è pronto lo latte:
te lavi? Che spetti? Sfreca ‘ssa faccia!
Vestete, su, stai ancora in ciavatte?
Rtròete li pagni (co lu ca’ dda caccia).

Lestu, lestu, che parte lu trenu,
lu sinti lu fischiu? A piedi, te lascia.
Fermatilu, sverdi, tirate lu frenu!
Lu postu? ‘Na grazia, Santa Rita da Cascia.

Camina, camina, li squilli ho sintito,
entra, rispunni, non fa che rettacca;
clienti, lamenti, “Il problema ha capito?”,
reclami, ritardi, la testa se spacca…

Jìmo, Jìmo, adesso se magna.
Pasta? Secondu? Compà, te lo scordi.
In piedi, un paninu, non fa tanta lagna:
la linea manteni, e sparambj li sòrdi.

Scatta, scatta, lu capu è ‘rriatu:
te vole, te cerca, chiama a rapportu.
Rispunni: “Presente!” come un sordatu.
Ne ferie, ne aumenti: oddio, che sconfortu!

Forza, forza, per ogghj è finita.
Lu tramme non passa? Cumincia a ‘vviatte.
Sciopero: certo, ce sta la partita:
loro la vede, de me, se ne sbatte.

Veloce, veloce, se jaccia la cena.
A ‘st’ora se ‘rrìa? Un po’ de creanza,
armeno ‘vvisassi, m’ì fatto stà in pena!
E magna de meno, te cresce la panza!

Mùite, mùite, cambia canale,
de che voi discorre, ce scade la rata?
Te prego, me vojo vedé la finale,
cuscì tu me voi ‘vvelenà la serata!

Veni, veni, sò tutta un bollore,
spòjete, ‘bbracceme con sintimentu,
basceme, caru, facimo l’amore…
Embè? Tutto qqua? Ma ‘spetta un momentu!

Como, 15 marzo 1999

(42. continua)

viaggiodiunpoeta

Macchie

E’ indubbio che un atteggiamento fiducioso e ottimistico predisponga alla risoluzione dei problemi meglio di uno pessimista e rinunciatario. L’ottimismo della volontà, slogan di un noto statista milanese (rubato a Gramsci). Purtroppo per lui, essendosi circondato da gente che non si limitava a rubare slogan, finì latitante, o esule a seconda dei punti di vista, ad Hammamet, dove prevalse il pessimismo della ragione.

Non so se conoscete le macchie di Rorschach. Sono delle tavole, su cui sono stampate appunto delle macchie di colore, che in mano a psicologi esperti riescono ad evidenziare aspetti della personalità del soggetto. Magari il grande pubblico le avrà orecchiate grazie al fumetto “Sturmtruppen” di Bonvi, dove un soldato veniva sottoposto a questo test e in ogni macchia individuava una donnina nuda; ma quando poi al posto della macchia gli veniva mostrata la foto della suddetta  se ne andava sconsolato, ripetendo:  “sempre guerra, sempre guerra…”.

Sono stato sottoposto un paio di volte a questa prova. La prima, in una visita preliminare per essere ammesso al corso per ufficiali di complemento, ad Ancona, insieme al mio amico Sandro di cui vi ho già parlato a proposito della mentalità vincente. In quel caso però la scelta di presentarsi con un “tanto so già che non mi prenderete” non fu vincente, anzi, i manuali del buon candidato la sconsigliano; io invece mi sottoposi all’esame senza pregiudizi. Non vidi donnine e la cosa mi tranquillizzò: tra foglie in autunno, astronavi e nuvole cariche di pioggia in primavera me la cavai.

Poi l’esaminatore passò alla domanda più attinente all’oggetto: quale fosse il condottiero nella storia che più mi avesse colpito. Preso a bruciapelo, pensai che Garibaldi e Napoleone fossero un po’ troppo inflazionati; Attila e Hitler forse non erano le scelte più accattivanti. Mi venne Annibale. “Annibale? E perché?” – c’era della sincera curiosità nella voce del maggiore esaminatore. Non potendo dirgli che il nome mi piaceva, in quanto portato con orgoglio dal nonno del mio amico Antonello, fabbro e antico datore di lavoro di mio padre (nonché una volta in pensione compagno di merende, a cui non mi fecero mai partecipare), improvvisai una risposta plausibile. “Perché aveva idee nuove” – dissi – “mica era da tutti portare gli elefanti attraverso le Alpi per andare a far guerra ai romani”. “Anche se poi ha perso?” –  mi chiese. – “Ha perso, ma almeno ci ha provato.”  Al maggiore la risposta piacque, perché dopo una dissertazione sulle antiche e moderne tecniche di combattimento, alla quale interloquivo dondolando su e giù la testa, mi congedò con un poco profetico: “Noi ci rivedremo, giovanotto!”.

Non che ce l’avessi con i romani, per carità. Solo che per carattere tendo a simpatizzare per quelli che perdono, e di conseguenza a gioire quando i più forti prendono qualche legnata. Sarà l’origine picena. Questo popolo fiero, fondatore tra l’altro (sembra) del mio paese, fu l’ultimo popolo italico a sottomettersi ai romani, e come diceva Nino Manfredi nella commedia Straziami ma di baci saziami: “So piceno, embè? Li piceni gliel’hanno sonate spesso e volentieri alli romani, se lo voi sapé.”

Mia nonna Nunziata (Annunziata) era stata a servizio a Roma. Negli anni ’30 non esistevano le agenzie interinali. Anzi, non sono esistite fino alla fine degli anni ’90 e, considerati i risultati, potevamo continuare a farne a meno. La chiamata avveniva per passaparola: ho sentito che… zia Francesca che è a Roma ha detto… Io ancora adesso, lo confesso, prima di partire per un viaggio sono sempre un po’ in apprensione. Immagino cosa potesse essere, per una ragazzina di quei tempi, analfabeta per giunta, lasciare il suo paesino e la sua famiglia per andare in una grande città. Di cui, quando tornava, ne sapeva quanto prima, perché tutta la sua vita si era svolta  all’interno del palazzo dei “signori”.

Proprio il rampollo di uno di questi signori, un conte nientemeno, d’estate veniva a passare qualche settimana al paesello, dove nonostante l’avvento della repubblica gli era rimasto qualche possedimento. In uno di questi, un giardino o orangerie, c’era un campetto che faceva proprio al caso nostro. Un lusso, visto che spesso ci trovavamo a tirar calci in un vecchio orto in pendenza,  e le partite ne venivano abbastanza condizionate . Sapete come funziona: ci si trova, si scelgono due capitani, e questi scelgono i compagni, uno alla volta, in genere dal più bravo al più scarso (diversamente bravo). C’era anche un milanese, ed è ovvio che romano e milanese militassero sempre in squadre diverse. Al conte cercavamo di picchiarlo a turno, amichevolmente, in modo che non potesse dire che qualcuno l’avesse preso in antipatia, non certo perché fosse romano ma per una forma subdola di lotta di classe; ogni tanto gli concedevamo di fare qualche gol, in fondo campo e pallone erano suoi: ma di partite no, non ricordo ne abbia mai vinte.

(41. continua)

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E’ arrivato Takimiri

L’arte circense è una delle forme più ammirevoli di spettacolo. Giocolieri, domatori, acrobati, pagliacci: ogni gesto sottende una preparazione ferrea, giorni e mesi e anni di esercizi per quei quattro, cinque minuti di esibizione che lasciano gli spettatori a bocca aperta.

Grandi famiglie storiche girano il mondo con i loro tendoni: gli Orfei, i Togni, gli Errani… elefanti, leoni, tigri, scintillio di paillettes, equilibriste in costumi succinti, macisti capaci di sollevare un’auto da soli. A proposito degli animali, alcuni cultori della natura ne invocano la messa al bando dai circhi. Passi per la corrida, ma sostenere che in un circo gli animali vengano torturati mi sembra azzardato.  Se fossero torturati veramente, ci sarebbe un grande turn-over di domatori. Al loro posto non sarei sereno nel condividere una gabbia con un leone che nutrisse del risentimento nei miei confronti.

Verso la fine del dicembre scorso nei dintorni di Macerata un commando dei suddetti, animato dalle migliori intenzioni, ha liberato un ippopotamo oppresso. Come è noto, l’habitat ideale di un ippopotamo è la strada provinciale marchigiana: ed è lì che libero e selvaggio il pachiderma si è diretto. Confesso che, come è capitato all’autista della Polo che è sopraggiunta poco dopo, anch’io sarei rimasto perplesso se non incredulo. L’immagine impressa nella retina avrebbe fatto fatica a raggiungere il cervello, e di conseguenza gli impulsi ad azionare l’impianto frenante sarebbero stati rallentati. La bocca spalancata non avrebbe aiutato, e purtroppo anch’io avrei investito la povera Aisha, 15 quintali, stroncandone in un sol colpo la fuga verso la libertà  e la vita.

Prima di Natale arrivava il circo Takimiri. Prendeva il nome dal suo fondatore, il clown-acrobata Takimiri; come tutti i circhi familiari ogni membro della famiglia aveva un ruolo, e spesso più di uno: così avreste trovato l’assistente del domatore alla cassa, e mi sono sempre chiesto come facesse a cambiarsi così in fretta.

Da piccoli nostro padre cercava di stimolare in noi doti acrobatiche. Si metteva lungo disteso sul letto, con le braccia in alto, e noi ci posizionavamo con i piedi sulle sue mani; dopodiché dovevamo cercare di rimanere in equilibrio mentre ci sollevava. Maneggiando il ferro, a lui veniva abbastanza agevole; con qualche rimpianto devo dire di non aver riproposto l’esercizio a mio figlio.

A nostra volta inventavamo giochi aerei: uno di questi vedeva i miei fratelli, a turno, prendere una breve rincorsa  in corridoio alla fine della quale io li aspettavo, seduto in terra, e spingendo il loro piede con le mani incrociate li catapultavo alle mie spalle, sul letto di mia sorella (che, privilegiata, aveva una cameretta per se). Grandi risate: finché, vuoi per la rincorsa troppo veloce, vuoi per la spinta troppo energica, catapultai il più leggero dei tre non sul letto, ma sulla finestra. Prendete la miglior situazione comica ma mettetela in un contesto inadeguato e il riscontro del pubblico non sarà gratificante.

Di situazioni comiche se ne intendeva il buon Takimiri: uno dei suoi numeri preferiti era quello di coinvolgere il pubblico in qualche impresa ridicola. In ognuno di noi è presente una piccola componente sadica, che gode nel poter sbeffeggiare i propri simili, specialmente dopo aver rischiato di essere quei simili. E arrivò così il momento del “Ed ora, prendiamo tre volontari dal pubblico!”.

Io, e credo di averlo ben rappresentato finora, voglio bene a mia madre. Molto. Tuttavia non posso garantire che i pensieri che mi attraversarono la mente, nell’attimo in cui alzò la mia mano, furono di amore filiale. In un baleno mi ritrovai al centro della pista, insieme a due compagni di sventura, destinati di lì a poco a rientrare nel novero dei diversamente amici.

Nel primo esercizio, di riscaldamento, si trattava di impersonare le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Non parlare mi riusciva abbastanza bene. Nel secondo, più di abilità, si trattava di sedersi su una sedia rovesciata in terra, che bisognava rialzare salendoci  sopra dalle gambe. Realizzai più tardi che quello era solo un test di idoneità.
Il clou, infatti, era il terzo gioco. Ci avrebbero legato ciascuno ad una gamba dell’altro, ed avremmo dovuto correre verso la parte opposta della pista, dove il primo arrivato avrebbe guadagnato il premio consistente in un biglietto per un altro spettacolo. Se fate mente locale, visualizzerete che essendo in tre, quello di sinistra aveva la gamba destra legata, e quello di destra aveva la gamba sinistra legata.

In mezzo, c’ero io.

Per cui entrambe le gambe erano legate; particolare che mi poneva in una condizione svantaggiosa, ma che sul momento non colsi. Takimiri si raccomandò di partire solo al suo fischio: ma sono sicuro che con i miei rivali avesse concordato un diverso segnale. Infatti il fischio mi colse abbastanza disunito: i due dimostrando scarsissimo fair play erano già partiti, sollevandomi contemporaneamente i piedi, e poco gloriosamente mi stavano trascinando verso la meta. Essere strascinati per il sedere oltre che poco onorevole è anche abbastanza doloroso, se avete provato a fare qualche metro sull’osso sacro saprete di che parlo:  tentavo di salvare il salvabile cercando di sollevarmi con le mani all’indietro, e l’effetto era quello di un ragnetto annaspante.

Ricordo vagamente l’arrivo, la liberazione dai legacci, le proteste per la falsa partenza, le risate del pubblico e l’applauso chiamato da Takimiri.

In quel momento un bel leone innervosito dai maltrattamenti mi avrebbe fatto proprio comodo. Ma Takimiri li trattava troppo bene, i suoi animali.

(37. continua)

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