La Nato spianerà le buche di Roma!

Per far fronte all’emergenza buche l’amministrazione capitolina ha deciso di ricorrere alle maniere forti e di chiedere l’intervento dell’esercito. A mali estremi, estremi rimedi! Purtroppo, al momento della mobilitazione, ci si è accorti che non ci sono abbastanza soldati per l’opera meritoria, perché a parte quelli che abbiamo in giro per il mondo a cercare di mantenere un minimo di pace tra vicini riottosi o a volte ad aiutare ad inculcare la democrazia, quelli impegnati a presidiare i punti sensibili delle città in funzione anti-terrorismo, quelli impegnati in funzione anti-mafia, per le emergenze non ne rimangono tanti, e dire che tra incendi, terremoti, inondazioni e frane di lavoro ce ne sarebbe parecchio.
L’esercito sembra che non lo voglia nessuno, ma poi tutti lo invocano. Strano fenomeno!

Quanto avrebbe fatto comodo in questi tempi di buche e monnezza incendiata un bell’esercito di leva! Che magari si sarebbe potuto chiamare guardia nazionale, all’americana, o leva civile con funzioni di prevenzione e protezione appunto civile.

Trovandosi quindi in deficit di organico, l’esercito è stato costretto a chiedere aiuto agli alleati della Nato, che si sono detti felicissimi di spianare le buche di Roma, del resto l’hanno già fatto nel l’43, e persino i sette colli se occorre.

Qualche voce solitaria si erge a dire che forse basterebbe assumere qualche stradino o cantoniere, o dotare di pala e bitume i tanti pensionati pubblici che girovagano per l’Urbe, o magari aggiungere una postilla al reddito di cittadinanza: “obbligo pala”, come quando per l’assunzione di un violino alla Scala si mette “con obbligo di fila”. Oppure che le ruspe salviniane, magari affiancate da betoniere e rulli compressori, entrino in azione per obiettivi più impegnativi che campi Rom o baracche di disgraziati. Ma si tratta di bastian contrari, retrogradi che niente hanno a che fare con la modernità.

Dunque avanti, Savoia! Le brecce non ci mettono certo paura: le colonne corazzate non si fermeranno finché i Fori Imperiali non saranno completamente asfaltati. Tappare, e tapperemo!

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p.s. non vorrei sembrare affetto da paranoia, ma veramente mi sembra che la foto-montaggio con il pesce sia stata scattata a Como. Quello mi sembra viale Roosevelt (guarda a volte il caso) ma potrei sbagliare.

 

 

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Ferragosto con Olena (XI)

«Pax vobiscum!»
La statuaria suora che ha varcato la soglia del refettorio del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, così si rivolge alle consorelle ivi riunite.
Non le sfugge l’incongrua presenza di tre babbi natali vestiti di tutto punto e con tanto di barbe bianche d’ordinanza, dei quali uno ha appena strappato una pagina di un Messale del XIV° secolo con l’intenzione di farla mangiare a James, che cavallerescamente si era frapposto fra i manigoldi e le suore, nonché della Calva Tettuta di cui è devoto maggiordomo, ricevendone in cambio un paio di sonori ceffoni che ne hanno imporporato le gote.
Gilda Quacquarini, vedova Rana, alla vista della religiosa tira un sospiro di sollievo.
«Alla buonora!» esclama «ve la siete presa comoda! Si può sapere dov’eravate finite?»
«Perdonate, sorelle, noi fatto piccola deviazione» informa umilmente la nuova suora.

Ad un certo punto infatti nonna Pina, avvistata dall’alto la Maremma, era stata presa da una botta di nostalgia per le antiche cavalcate a pelo con un buttero suo amico, Ottavio Bonavolontà, che effettivamente era infaticabile nella monta tradizionale, ed aveva quindi convinto Olena a fare una piccola deviazione alle terme di Saturnia dove sapeva che il vecchio amico, ormai mitigati gli entusiasmi giovanili, svolgeva la funzione di custode, con una pletora di figli e nipoti intorno. L’improvvisa vista di Pina lo aveva commosso, e volle presentarle l’intera famiglia, che dimostrava quanto il ricordo della antica maliarda fosse rimasto vivo in lui: i figli Pino, Pinuccio e Peppino, i nipoti Carletto detto Pinetto, Pinin e Cio-Pin, adottato dalla Cina. Mentre Olena si sgranchiva le gambe cavalcando Aiace, il cui tris-trisnonno era appartenuto nientemeno che ai principi Torlonia, nonna Pina ed Ottavio andarono a prendere un bagno tonificante sotto le cascate del Mulino, dove Ottavio ben presto dimenticò il motivo che li aveva portati lì e si mise a disquisire di insaccati, dimostrandosi estremamente competente di salame di cinghiale, salame di cinta senese, finocchiona e salame chianino. Constatando quindi che non c’era trippa per gatti nonna Pina lo aveva infine salutato, accarezzandogli teneramente i pochi capelli rimasti, lasciandolo a mollo con le sue fantasie culinarie.

I tre babbi natali, sorpresi, si girano verso l’inconsueta apparizione. Non capita tutti i giorni, bisogna ammetterlo, di trovarsi di fronte ad una angelica suora bionda alta un metro e novanta con una tonaca modello Girifalchi, che già a prima vista aveva suscitato l’invidia delle giovani suor Pulcheria e suor Burialda mentre suor Emerenziana pur preoccupata per il messale scuoteva la testa pensando “o tempora, o mores”, che ruota il pesante rosario in biglie di acciaio come un gaucho farebbe con le sue bolas.
«Cattivi cattivi santa klaus, perché picchiate questo piccolo peccatore?» chiede la suora.
«Peccatore sarai tu» protesta James. «Ancora con questa storia di Sodoma e Gomorra? Uscite dall’oscurantismo!» rivendica orgogliosamente ma forse non del tutto opportunamente il maggiordomo.
«Da dove sbuca questa?» chiede uno dei babbi natali ai suoi compari. Poi, puntandole una pistola addosso, le intima: «Ferma dove sei, Zuccherino. Vieni da questa parte con i tuoi amichetti e nessuno si farà male».
E’ un attimo e un silenzio pesante cala sul refettorio. Gilda sgrana gli occhi, portandosi una mano alla bocca; James si stappa un orecchio col mignolo, per esser sicuro di aver sentito bene. Le suore, intuendo che qualche forza soprannaturale sta per sprigionarsi, si stringono tra di loro. Persino uno dei babbi natali, colto da un dubbio, tira per la manica quello che ha in mano il messale, convincendolo a posarlo sul leggio.

Olena stringe impercettibilmente le palpebre, fissando l’uomo con la pistola.
«Come tu ha chiamato me, piscialletto?»
Il “piscialletto” lascia interdetto il babbo natale armato, risvegliandogli ricordi sopiti. La barba che gli copre il volto impedisce di vedere il rossore che lo sta ricoprendo. Si gira verso i compari per chiedere appoggio, ma vede solo due barbe incredule, delle quali una fa appena in tempo a dire:
«Cazzo, Ivan, la suora è il capita…»
Il rosario sibila come una frusta verso la mano del babbo armato, ed il crocefisso appuntito si infilza sul dorso della mano, tra le ossa del metacarpo: Ivan Kozlov, questo è il nome del bandito, urla e spara inavvertitamente al piede del compare, Victor Gusev; il terzo, Petr Prostakov, vista la mala parata, decide di abbandonare il campo ma sfortunatamente si imbatte nel gomito di Olena che gli rompe il setto nasale, causando un copioso fiotto rosso che va a sporcare la barba immacolata.

«E che ca…rattere!» urla suor Emerenziana, scandalizzata. «Figlia mia, non è che non apprezzi due schiaffoni ben dati quando ci vogliono, ma mi pare che tu esageri! Cos’è di preciso che non hai capito nel “porgere l’altra guancia?”. Noi siamo qui per redimerli, i peccatori, non per mandarli direttamente all’altro mondo!»
Suor Matilda, la superiora, interviene per stemperare la tensione:
«Calma, calma, sorelle. Suor Katiuscia viene dal convento di Vladivostok e dovete capire che da quelle parti, avendo avuto a che fare per decenni con dei senza dio, per sopravvivere in continenza e castità abbiano dovuto affinare le arti della difesa personale. Per non parlare poi delle mani lunghe dei Pope ortodossi, alle quali le nostre sorelle spuntano le unghie a suon di bastonate.»
Olena annuisce con gravità, osservando con la coda dell’occhio i tre babbi natali che si danno alla fuga lasciando una scia rossa. Suor Pulcheria e Suor Burialda la osservano incantate.
«Insegnerai anche a noi, suor Katiuscia?» chiede adorante la baffuta suor Pulcheria.

I tre babbi natale corrono, cercando di mettere più spazio possibile tra loro ed il convento.
«Ivan, sei un idiota!» urla Petr, tenendosi un fazzoletto premuto sul naso.
«Aahh cazzo sono ferito, portatemi in un ospedale dannati coglioni!» urla Victor, che è costretto a scappare saltellando con un buco sul piede.
«Deficiente vacci da solo all’ospedale! Anzi vai addirittura dai carabinieri già che ci sei! Ma non potevate avvertirmi prima che c’era quella in giro? E poi, ma che cazzo ci fa il capitano Smirnoff in mezzo a delle suore?»
«Perché non glielo vai a chiedere? Anzi quasi quasi ci vado io, così gli chiedo anche come mai ti ha chiamato piscialletto! E adesso che cacchio facciamo, chi glielo dice al capo?»

«Oh, oh! Merry Christmas, finocchietti!»
Nonna Pina, seduta sull’Antonov An-2 posteggiato sul retro del convento, ridacchiando punta le due mitragliatrici Browning 12,7 sui macilenti babbi natali, che si guardano sconcertati.
Ivan Kozlov si gira perplesso verso Petr Prostakov. «Non avevi detto che sarebbe stato un lavoretto da niente?» e Petr, confuso quanto lui, risponde: «Ma io che ne potevo sapere…?» prima di prendersi un pugno sul naso già rotto che lo manda nel mondo dei sogni.

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Ferragosto con Olena (X)

Com’è bello far l’amore
da Trieste in giù
com’è bello far l’amore
io son pronta e tu?

Miguel, il giardiniere tuttofare, abbracciato al rastrello con il quale ramazza le foglie cadute da una delle querce secolari del parco di villa Rana, si esibisce in una personalissima versione di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà ad uso e consumo del pappagallo celtico Flettàx.
Il pennuto sembra apprezzare, e lo dimostra concludendo il ritornello con una citazione dotta: «… ma poeù vegnen chì a Milan… Terùn!»
«Miguel… ppsst… Miguel!» Da un cespuglio adiacente la quercia, una voce in falsetto richiama l’attenzione del messicano. Miguel lascia cadere il rastrello e si avvicina incuriosito al cespuglio, scosta le foglie e prorompe in un gridolino di sorpresa: «Tu?! Paio? Paio, mi amor, que haces aquì?»
«Sshh… habla piano, Miguel…» dice sottovoce Hector García, in arte Paio Pignola. «Tu mi devi aiutare…»

Nel ristorante tipico “Casa Castalda”, situato nell’omonimo borghetto in provincia di Perugia, il proprietario nonché cuoco Lollo Cavaturaccioli meglio conosciuto come “Il mago della crescia” sta sovraintendendo all’allestimento dei numerosi tavoli all’aperto, tutti prenotati per l’attesissima finale di Miss Saltarello che si terrà di lì a poche ore sul palco allestito proprio di fronte al locale. Per il premio speciale al miglior gruppo folcloristico favoritissimo è il gruppo “Li ‘ngrifati de Montemeló” che, trascinati dalla famosa coppia di stornellatori Gustì de Pertecaró e Mariuccia Olivieri detta Fiencacelli e accompagnati dal funambolico organettista Leone Cacciamà, hanno affrontato una trasferta di ben 85 km pur di portare a casa per il quinto anno consecutivo il prestigioso premio “La crescia d’argento”.
I due improvvisatori stanno scaldando la voce con qualche rima sapida, mentre il corpo di ballo composto da ben dodici robuste ragazzotte dodici e relativi accompagnatori sgambetta allegro:

Gustì:
Me lo dicìa sempre la pora nonna
la tigna è sempre stata la ruvina della vigna
la vigna rovinata dalla tigna
uva ne fa tanta, ma non se magna
allora, cocca mia, mpara na cosa
a volte bisogna pur darla la pelosa.¹

Mariuccia:
Da lontano se sente che prufumi d’ignoranza
mammata te n’ha data proprio tanta;
scì natu in un periodu de bbonnanza
se ne venni una metà, troppa te ne ‘vvanza.

Il terzetto di ottantenni che risale lentamente la salita che porta alla piazzetta attira l’attenzione di Lollo. Si ferma un attimo, con lo strofinaccio in mano, e li osserva dirigersi verso il palco. Il più alto dei tre, che indossa una specie di saio marrone, fissa lo stornellatore con calma ma decisione. Quando Gustì se ne accorge rimane a bocca aperta per la sorpresa, lasciando Mariuccia senza l’attesa risposta. Quando si riprende, lascia alla partner il cembalo che usa per accompagnarsi e scende le scalette del palco, avvicinandosi al terzetto che lo aspetta a braccia conserte. Finalmente recupera la favella:
«Virginio, cazzo, mi stavi facendo prendere un colpo. Che ci fai con ‘sti rincoglioniti?» indicando Oscar e Armando, che ridacchiano sotto i baffi.
«Siamo venuti a prenderti, Agostino. Ci serve un batterista» spiega il Santone, con un accenno di sorriso, e continua: «E’ ora di fare quel lavoretto. Il Russo è tornato»
«Il Russo… lo sapevo che non era morto, quel bastardo!» sibila Agostino con disprezzo.
«Ancora no, gli serve una spintarella» lo informa Armando Grasparossa. Poi, guardando verso il palco: «Ma quella non è Mariuccia? Ma almeno te l’ha data dopo tutti ‘sti anni?» ridacchia il fisarmonicista.
«Sta’ zitto rimbambito, non farti sentire che è ancora una jena…» lo zittisce lo stornellatore «per tua informazione abbiamo cinque figli e diciotto nipoti, ma non ha ancora voluto sposarmi»
«Bè, quando torniamo falle la dichiarazione. Io ti suono l’Ave Maria, però sbrigati, che sennò mi tocca suonarti il Requiem Aeternam» ridacchia a sua volta Oscar Calatrava.
«Vaffanculo, Oscar». Poi, girandosi preoccupato verso il palco dove la compagna Mariuccia lo aspetta con le mani ai fianchi ed un’espressione infastidita sul viso:
«Mariuccia, amore mia, devo partì pe quarche jornu co ‘sti amici, non te sta’ a preoccupà»
Mariuccia squadra il quartetto, scuotendo la testa, poi si rivolge direttamente al Santone, guardandolo negli occhi.
«Tu non molli mai, eh? Lo sapìo che un jornu o l’antru saristi ‘rriatiu, è da quanno è morta la pora Giovanna che te ‘spettavo… »² Poi, dopo aver guardato Agostino con tenerezza, continua:
«Vidi de ‘rportarmilu a casa ‘ssu testó… che sennò, se non te ‘mmazza quillu te ‘mmazzo io»
Poi gira loro le spalle, e rivolta al gruppo folcoristico dichiara: «Ragazzi, Gustì non se sente bene. Stavolta faccio tutto io… daje Cacciamà, ‘ttacca»

«Natascia, figlietta mia, quanto manca per arrivare? Che questi sedili non sono proprio comodi, sai»
Nonna Pina, seduta al posto del secondo pilota, osserva Olena manovrare i comandi del vecchio Antonov An-2. «E poi sinceramente preferirei rimettere i piedi sulla terraferma, questi rumori non sono per niente rassicuranti» dichiara la ultracentenaria.
«Tranquilla, babushka, questo aereo è gioiellino. Scarta leggermente a destra in decollo, ma quando in aria sicuro come poltrona di casa. Ora speriamo che in atterraggio non andiamo in mille pezzi» dice la russa, concentrata.
«Spero questo macinino sia assicurato» chiede preoccupata nonna Pina «che ripagarmi come nuova costerebbe una fortuna»
«Ah, ah, avete ragione babushka… ma non ci sarà bisogno, io scherzavo…»
Nonna Pina guarda Olena con stupore «Aspetta aspetta che controllo se sta arrivando una tempesta di neve. Tu scherzavi? Ah, ah, Natascia non sai come mi fai contenta, ero preoccupata per te!»
«Preoccupata babushka? Perché mai?» chiede la russa.
«Perché ti ho visto triste, pensavo che avessi qualche problema… tutto a posto allora?»
«Si, tutto a posto babushka, davvero» conferma Olena, con lo sguardo fisso all’orizzonte.
«Bene, sono contenta per te» approva nonna Pina. «Allora dai, accelera che così arriviamo prima di mia nuora e del maggiordomo. Però, Natascia, posso chiederti una cosa?»
«Certo babushka, cuosa?»
«Come mai hai tolto di nuovo i serbatoi e rimesso le mitragliatrici?»

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¹ Tratto da “Stornelli marchigiani” di Leucano Esperani www.luoghifermani.it
² trad. Lo sapevo che un giorno o l’altro saresti arrivato, ti aspettavo da quando è morta la povera Giovanna. Vedi di riportarmelo a casa questo testone… che se no, se non ti ammazza quello ti ammazzo io.

Ferragosto con Olena (IX)

Nel bel mezzo della ampia camera di nonna Pina, dalle cui finestre si gode una splendida vista del palazzetto del ghiaccio padronale dove la nazionale sudanese di curling si sta allenando in vista delle Olimpiadi Invernali del 2022, un uomo ritto sopra uno sgabellino sta cercando di prendere le misure ad una donna statuaria che è in piedi di fronte a lui con le braccia allargate.
«Quanto tempo ancora io deve cuosì restare?» chiede la donna, mentre con uno sbuffo si rialza una ciocca di capelli biondi che le era calata sugli occhi.
«Chi bella vuol comparire qualche pena deve soffrire» risponde provocatoriamente James il maggiordomo, reggendo la cartellina delle misure che il sarto gli ha affidato.
«Tu non dire altra parola se tiene tuoi gingilli, si?» suggerisce amichevolmente Olena a James che assiste con aria divertita alla cerimonia.
«Uh, siamo permalosetti stamattina!» constata il maggiordomo, tenendosi ad ogni buon conto a distanza di sicurezza. «Cosa avrò mai detto di male? Solo che la divisa da suorina ti si confà, ti dona un certo qual  tocco sbarazzino. Tra l’altro mi ricordi una cara amica, assistente alla poltrona del mio dentista, che veniva spesso invitata a delle cene eleganti purché ci andasse vestita da crocerossina. Una carriera fulgida.»
«Chiudi tua buocca o io appalluottola te!» sbotta Olena.
«Devo solo avvisarti che dovrai cambiare qualche accessorio. Quelli, ad esempio» continua James, indicando gli stivali di pelle che le arrivano fin sotto il ginocchio. «Calzini bianchi, cara mia, e sandali. Fattene una ragione.»
«No, no, ferma, non muoverti, che ti pungo!» intima il sarto ad Olena, intuendo che questa si appresta a dar seguito alle minacce.
«Ma che impazienza carina, un attimo che Jean Astolphe tuo ha quasi finito. James bello, stai prendendo nota?» chiede il famoso stilista, Jean Astolphe Girifalchi, a suo cugino James, il maggiordomo.
«Certo Oronzo, non sto mica qui a pettinare le bambole!» risponde James, al quale il ruolo di ragazzo di bottega non aggrada.
«Ma come siamo tutti nervosetti oggi!» constata lo stilista. «Poi quante volte ti ho detto di non chiamarmi Oronzo,  quella dell’Oronzo è storia passata. Chiamami Jean Astolphe o Maestro, o Maestro Jean Astolphe, come preferisci» E dopo aver redarguito il cugino, che a fatica si trattiene dal ricordare al congiunto gli scappellotti scambiati da bambini insieme ai vestiti delle sorelline, si allunga con la fettuccia verso Olena e detta le misure:
«Petto 90. Vita 60 e… fianchi 90. E ti pareva. Qui ci vorrà un sacco di stoffa.» commenta il sarto, disapprovando l’opulenza della modella.

Nel sagrato del duomo di Pennabilli lo sposo Ubaldo Campetelli passeggia nervosamente avanti e indietro, aspettando l’arrivo della sposa, Iginia Passannanzi. I testimoni dello sposo sbadigliano, provati dalla nottata precedente dove avevano festeggiato l’addio al celibato dell’amico nella vicina Rimini, girovagando da un locale all’altro collezionando una discreta dose di birre scure doppio malto e whiskeis torbati. Al culmine della festa si erano ritrovati in un locale sudamericano dove impazzava una musica eseguita da un’orchestra cubana in tournée, gli “Adelante Compañeros”, ed in pista una mulatta considerevole, sebbene dai tratti un pelino troppo marcati, che mostrava di non avere pregiudizi di sorta verso la categoria dei testimoni di nozze.
L’organista Oscar Calatrava, vecchio jazzista costretto a suonare a matrimoni e ricevimenti per sbarcare il lunario, seduto davanti alla tastiera del grande organo a canne Aletti 1930 che troneggia nella Cantoria è pronto ad attaccare la Marcia Nuziale di Richard Wagner, al segnale concordato con il sagrestano Duilio Marangoni, terrore dei chierichetti.
Oscar sistema i registri del vecchio organo, e ringrazia che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di sposarsi, cosa che da parte sua aveva rimpianto da tempo e precisamente da quando aveva trovato sua moglie, Zelinda Cicconi, a letto con il portalettere Luigino Giovanardi, avvenimento che a suo tempo aveva arrecato scalpore in quanto non è usuale veder correre per le vie del paese un portalettere nudo inseguito da un organista munito di doppietta.
Lo scricchiolio delle scale di legno che portano alla Cantoria lo distoglie dai suoi pensieri.
«Ma chi cavolo…» fa appena in tempo a dire Oscar, prima che la porticina che da sulle scale si apra, cigolando.
L’uomo che gli si para davanti ha capelli lunghi, bianchi, ed una barba anch’essa bianca. Indossa una tunica marrone lunga, da monaco, con una sacca di juta a tracolla.
«Ma che…» dice Oscar, alzandosi in piedi di scatto, con la velocità che gli consentono i suoi ottantuno anni. «Tu?» dice infine all’uomo, che è sbiancato come alla vista di un fantasma «Johnny? Ma… non è possibile!»
L’uomo lo guarda, quasi con tenerezza, poi scuote la testa su e giù, annuendo lentamente.
Oscar capisce. Annuisce a sua volta, poi chiude il coperchio della tastiera dell’organo e spegne l’interruttore. Raddrizza le spalle, e mormora: «E’ da quarant’anni che ti aspettavo»

Finalmente la sposa arriva, scende dalla Torpedo d’epoca affittata per l’occasione e sale raggiante le scale del sagrato. Sposo e sposa, affiancati dai relativi genitori, si preparano a fare l’ingresso, attendendo le solenni e gioiose note della Marcia Nuziale. Duilio il sagrestano si sbraccia verso la Cantoria, dove Oscar non da segni di vita.
«Vecchio ubriacone, si sarà addormentato» pensa tra di se, e facendo cenno agli sposini di aspettare  si appresta a salire dall’organista.
«E che cazzo!» scappa detto al sagrestano, non trovando Oscar al suo posto.
«Ma dove cavolo è andato quel rimbambito?» osservando gli spartiti sparpagliati in terra; poi, sporgendosi dalla Cantoria, fa cenno al prete di aspettare un momento e si precipita giù dalle scale per comunicare al quasi sposo che dovrà fare a meno della musica.
«Cominciamo bene» pensa Ubaldo allargandosi il colletto della camicia, lanciando uno sguardo imbarazzato alla bella Iginia ed uno preoccupato a Ursus Passannanzi, il futuro suocero.

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Ferragosto con Olena (VIII)

Oči čёrnye, oči strastnye,
oči žgučie i prekrasnye,
kak ljublju ja vas, kak bojus’ ja vas,
znat’ uvidel vas ja v nedobryj čas.¹

Dalla collinetta che sovrasta la pista di atterraggio della Rana Airlines nonna Pina, in piedi sotto un bersó che la protegge dai raggi del sole, a distanza utile da una bottiglia di prosecco di Valdobbiadene opportunamente immersa in un cestello pieno di ghiaccio, canticchia una vecchia canzone russa musicata da un suo vecchio spasimante² mentre osserva con un binocolo della Regia Aeronautica la bella Olena che, all’interno dell’hangar distante un centinaio di metri dal punto di osservazione, indossata una tuta da meccanico con la sigla CCCP sul dorso e con in testa un fazzoletto da contadina kolchoznica armeggia intorno ad un vecchio aeroplano sovietico Antonov An-2.
La ultracentenaria scuote la testa, preoccupata.
«Generale, è da una settimana che Natascia sta lavorando su quel trabiccolo. Che sta combinando, ne hai un’idea?» chiede a Po, che sta eseguendo i consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica.
Il cinese abbandona la posizione dell’airone operoso, prende il binocolo ed osserva attentamente la russa al lavoro. Dopo qualche istante annuisce, compiaciuto.
«Lagazza usale con glazia chiave del sedici. Avuto buon maestlo!»
«Generale, tu sei un profondo osservatore dell’animo umano» lo elogia nonna Pina. «Detto tra noi, se in questo paese ci fosse più gente capace di maneggiare una chiave del sedici senza schiacciarsi le dita saremmo in condizioni migliori. Ma, a parte questo appunto strettamente tecnico, non hai notato nient’altro? L’ho vista smontare delle mitragliatrici e mettere al loro posto dei serbatoi di diserbante, non è da lei»
«Suo sgualdo offuscato da velo di tlistezza. Sospila, e a intelvalli legolali scluta l’olizzonte con occhi umidi come di lugiada al mattino. Comunque non essele selbatoi di diselbante ma lancialazzi» precisa il cinese.
«O saggio Po, mi intenerisce questo tuo animo poetico, e se avessi una trentina d’anni in meno te lo dimostrerei fattivamente. Tuttavia non mi pare che la tua rappresentazione sia verosimile: è evidente che Natascia non è Madame Butterfly ne mai lo sarà, se afferri quello che voglio dire. E insisto, sono serbatoi di diserbante, li avevo ordinati personalmente per irrorare gli esodati bancari messi al lavoro nei campi di patate delle nostre coltivazioni nella Piana del Fucino»
«Eppule, lancialazzi o no, ella sta sofflendo» insiste Po, cercando la posizione ginnica più consona all’affermazione, senza peraltro trovarla.
«Mmhh, sei sicuro che non si tratti di noia? Da quando mio nipote è venuto a mancare non c’è più stato bisogno di salvare il mondo, mi pare» chiede dubitativamente nonna Pina. «No, hai ragione tu Po, c’è qualcosa sotto. Saranno pene d’amore? Le peggiori, quelle non le risolvi sparando, o almeno non sempre. Che consiglio mi dai, ci sarà qualcosa che posso fare? »
«Pàllale, nonna Pina, pàllale» conclude Po, e con un inchino saluta la vegliarda e torna ai suoi esercizi.

«James caro, il caffè che ci hai servito è una meraviglia, non è vero?» chiede Gilda alle sue ospiti, la sua compagna di gioventù Marisa, ora suor Matilda, e la giovane entusiasta suor Pulcheria. «Di che si tratta stavolta?»
James, lusingato, fornisce le spiegazioni del caso: «Si tratta di mascaracoffea del Madagascar, un caffè selvatico privo di caffeina, miscelato con varietà Arabica. E’ corroborante, se posso usare questo termine»
«Che tu sappia c’è una dose massima consigliata, James? Se nulla osta, più tardi preparane una cuccuma per il nostro Svengard, sento che ne avrà bisogno»
«Nessuna controindicazione signora, tra l’altro il nostro fornitore è appena passato e ce n’è una discreta quantità» assicura James.
«Ottimo, ottimo!» dice Gilda battendo le mani, tornando subito all’oggetto della riunione:
«Hai saputo qualcosa dal tuo amico battitore, James?»
«Ehm, ecco, signora…» James, leggermente imbarazzato, si schiarisce la voce. «Il mio amico Serge, che prima di essere esperto di aste è archeologo, e tra parentesi è proprio in queste vesti che l’ho conosciuto, e precisamente durante una campagna di scavi a Mykonos a cui partecipavo come attaché culturale del…»
«Mykonos?» lo interrompe Gilda. «Mi sembra di aver sentito che sia un luogo ameno da visitare, non è vero James? Feta e sirtaki, sirtaki e feta, e pesce di ogni misura. Ma dunque caro, cosa dice il tuo amico?» chiede la Calva Tettuta, sottolineando forse eccessivamente la parola “amico”.
«Il mio ami.. ehm, Serge, mi ha richiesto delle foto particolareggiate, che gli ho subito inviato. Delle monete, intendo» precisa James, cogliendo l’occhiata interessata di suor Pulcheria.
«Dopo qualche minuto mi ha richiamato, agitatissimo, chiedendomi dove fosse il resto.»
«Il resto?» chiede Gilda. «Quale resto? Marisa, sai qualcosa di resti?»
«No, assolutamente, tutto quello che abbiamo trovato è in quel sacchetto…»
«Eppure Serge afferma di aver già visto quelle monete. Gliele mostrò, per una valutazione, una persona originale che si presentò come collezionista: ma le monete non erano sole.»
«Ah, no? E cosa c’era insieme, James? Quando fai così mi ricordi Alberto Angela³. Ci tieni così tanto sulle spine che mi aspetto da un momento all’altro tu faccia partire la pubblicità.»
«Chiedo venia, signora. Lo stesso Serge rimase a bocca aperta nel vedere il reperto (tra l’altro ha una bellissima dentatura), di una finezza e di una preziosità senza pari. Si trattava di uno scarabeo d’oro, tempestato di ogni sorta di pietre preziose, regalo di Re Ataulfo dei Visigoti a Galla Placidia quando la prese in sposa, e se ne erano perse le tracce da centinaia di anni.»
«Marisa, qua il mistero si infittisce. Mi sfugge cosa c’entri il tuo santone con Galla Placidia ma devo ammettere di non essere esperta di santoni. A questo punto però ti do ragione cara, bisogna assolutamente ritrovarlo.» Poi, rivolgendosi al maggiordomo, dirama l’ordine di battaglia:
«James caro, recapita la cartolina precetto a Natascia e truppa. Si va in convento»
«Provvedo subito, signora» risponde James, apprestandosi a rinculare.
«Un attimo James» lo frena Gilda, presa da un dubbio improvviso.
«E il dress code?»

«Per il convento, signora, è consigliato l’abito scuro.»

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¹ L’autore ha una padronanza del russo imperfetta per cui si affida alle note di Wikipedia:
Occhi neri (russo Очи чёрные, Oči čёrnye (da pronunciare Oci ciornie):
Occhi neri, occhi appassionati
occhi infuocati e bellissimi,
quanto vi amo, quanto vi temo,
di sicuro, vi ho scorto in un momento sfortunato.
² E’ degno di orgoglio che l’autore della musica di una delle canzoni russe più famose al mondo sia  stato un italiano: il maestro Adalgiso Ferraris!
³ Il giovane Angela è un maestro della suspence. L’autore è un fan sfegatato della prima mezzora di “Ulisse il piacere della scoperta”.

Ferragosto con Olena (VII)

«James caro, pendiamo dalle tua labbra. Che ne dici di questo tesoretto?»
Gilda, graziosamente assisa sulla sua poltrona prediletta che troneggia nel grande soggiorno, osserva con compiacimento James che, inforcato un occhialino da orafo, sta esaminando le monete allineate su di un panno di velluto viola disteso sopra l’ampio tavolo vittoriano in mogano che ospita solitamente la collezione di palle di vetro con neve provenienti dalle località più disparate che la Calva Tettuta colleziona e che Miguel, il giardiniere tuttofare, è incaricato di spolverare.
Il maggiordomo, che indossa dei guanti bianchi in cotone da bibliotecario, solleva la testa, si toglie lentamente il monocolo e pronuncia il suo responso.
«Siamo indubbiamente di fronte a reperti sensazionali,» sentenzia James «si tratta di monete d’oro di epoca romana, tardo imperiale… come si può evincere dalle effigi degli imperatori qui ritratti, Onorio, Valentiniano III, Leone I, Livio Severo…» e così dicendo avvicina una delle monete al visino della vedova Rana. La quale, ammirata da tanta competenza, rivolge al maggiordomo un elogio:
«Apro e chiudo una parentesi, James. Il monocolo ti dona, te l’hanno mai detto? Ti da un’aria austro-ungarica, dovresti inforcarlo più spesso, almeno nelle cene importanti»
«Grazie signora, provvederò. Ma tornando alle nostre monete, è affascinante pensare che furono coniate più di millecinquecento anni fa, in periodi tumultuosi, si era ormai in prossimità del crollo dell’Impero Romano di Occidente e…»

Gilda alza la mano e ferma la rievocazione storica del maggiordomo.
«James, tu non finisci mai di sorprenderci. Che ti avevo detto, Marisa?» ammicca a suor Matilda, seduta su di un lato del divano Chesterfield a tre piazze, dietro il quale suor Pulcheria, in piedi, fatica a chiudere la bocca dallo stupore.
«Non è meglio di una puntata di Superquark¹?» chiede Gilda alle astanti che annuiscono convinte, riflettendo peraltro di non essere mai riuscite a resistere sveglie dopo il primo documentario sugli animali.
«Ma dicci James, non per essere venali, quanto può valere tutto questo?» domanda la concreta padrona di casa, accompagnando la richiesta con un eloquente sfregamento del pollice con l’indice.
«Il calcolo è abbastanza semplice… dunque, 150 monete di 4-5 grammi d’oro ciascuna… al prezzo di 30-32 euro al grammo, ipotizzando oro a 24 carati… si va dai 20 ai 25 mila euro di oro»
«Ah, però» commenta Gilda, un po’ delusa. «Mi aspettavo qualcosina in più per dei pezzi millenari…»
«Naturalmente signora questo è il valore del solo materiale… nel caso deprecabile che qualche “barbaro” voglia fonderlo e rivenderlo. Ma la discussione è solo accademica, perché queste monete hanno un grande valore storico, e devono essere consegnate ai Beni Culturali…»
«Su questo non ci piove James, anzi ho già in mente di farli restaurare dalla Fondazione Rana e ricavarne un cospicuo sconto fiscale. Ma mettiamo il caso, solo in via ipotetica eh? Che qualche collezionista sia interessato. Quanto si potrebbe tirar su? Voglio dire, ci si potrebbe aggiustare un convento, per fare un paragone?»
«In caso di collezionisti il valore naturalmente cambia, in base al numero di appassionati dell’argomento, alla quantità di monete disponibili di quel periodo storico, allo stato di conservazione… se si vendono singolarmente, se vengono vendute in blocco, se si mettono all’asta… se può essere di utilità potrei interpellare il mio amico Serge, un franco-armeno, un’autorità in materia di aste.»
«James hai piena facoltà di consultare chi vuoi, sia pure un battitore armeno. Se c’è da pagare qualcosa, non farti scrupoli. »
«Benissimo signora. Vado subito a contattarlo. Con permesso»

Gilda e le suore lo guardano uscire rinculando, ammirate. Poi suor Matilda rompe il silenzio:
«E’ davvero un portento il tuo maggiordomo, Gilda!» dichiara entusiasta.
«Lo so Marisa, lo so!» risponde Gilda.
«E non sai che caffè che mi fa.»

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¹ Chiedo scusa a tutta la famiglia Angela, avrei voluto fare una ricostruzione multimediale ma non avevo a disposizione Paco Lanciano.

Ferragosto con Olena (VI)

Maracaibo,
balla al Barracuda,
si ma balla nuda, zà zà…

Luana, la cantante solista dell’Orchestra Spettacolo Armando Grasparossa, cinquantenne dotata di un fisico prorompente non supportato da capacità vocali di pari livello, dal palco della Casa del Popolo di Brisighella sta deliziando il pubblico pagante e non con una spettacolare versione di “Maracaibo” di Raffaella Carrà.
Armando, classe ’32, fisarmonicista leggendario in grado di eseguire tutte le variazioni della Mazurca di Migliavacca ad occhi chiusi e con la tastiera coperta da un panno, scuote la testa e sbotta:
«Socc’mel Agalgisa!» – che questo è il vero nome della cantante – «ma tienila mo su!»
«Ma più di così non posso, nonnino!» risponde la cantante sgambettando intorno a Carlone, il trombettista. «Già si vedono le mutande!»
«Ma non la sottana, oca che sei, la nota, la nota devi tenere su! Non senti come cali? E non chiamarmi nonnino!» la redarguisce l’anziano musicista.
«Uffa quante storie, sapessi come cali tu, io mi lamento per caso?» » risponde Luana-Adalgisa. provocatoriamente, accennando malignamente al fatto che il loro sodalizio travalica l’aspetto artistico. «Al “mio” pubblico comunque piace, guarda mo!» e la cantante, sempre continuando ad ancheggiare, rivolge uno sguardo languido ai ballerini che si accalcano in pista, tra i quali spicca un sessantenne abbronzato, leggermente sovrappeso, con abbigliamento da rimorchiatore da spiaggia composto da scarpe da yachting senza calzini, pantaloni bianchi, camicia a righe verticali bianche e blu con colletto rialzato tenuta fuori dai pantaloni e slacciata sul petto depilato, catenina d’oro a maglie di media grandezza e magliettina celeste di cotone appoggiata sulle spalle ed annodata sul davanti: Tullio Bongiovanni detto Puccio Maxi-bon, delizia delle mogli in vacanza e terrore dei mariti in città.
«C’è anche quel povero deficiente!» commenta Armando riconoscendo il Casanova alla piadina, lanciandosi in una svisata che copre l’assolo del sassofonista.
«Lascia stare Puccio o te li scateno, eh!» lo ammonisce Adalgisa. Poi, a scopo dimostrativo, brandisce il microfono e, con un gesto plateale come ad abbracciare la platea, pronuncia la frase di rito: «Brisighella, io vi a-mo! Siete fan-ta-sti-ci!» a cui seguono di riflesso applausi e fischi entusiastici.
«E ricordati di prendere la pastiglietta, piuttosto» sibila perfidamente la cantante. Sorpresa dalla risposta che non arriva, si volta verso il maestro di fisa e lo vede, sbiancato in volto e con il mantice fermo, fissare un punto in fondo alla sala con la bocca leggermente aperta.
«Oddio, gli è venuto un coccolone» è il primo pensiero dell’artista, che cerca di sincerarsi del sospetto scuotendo il capo-orchestra. « Armando, che succede Armando, ti senti male?»
Armando si riscuote, guarda Adalgisa, le fa una carezza, poi poggia in terra la fisarmonica e la rassicura: «No, niente, niente, tranquilla, è tutto a posto. Voi continuate pure, io vado a prendere un po’ d’aria, torno subito». Poi si alza, scende dal palco e si avvia lentamente verso l’uscita.

«Craa! Püsa via, brut curbàtt! Craa!!!»¹
Flettàx, l’Ara Macao allevato da un celta adoratore del dio Po, accoglie così suor Matilda che, passeggiando con Gilda, si sta avvicinando al suo trespolo.
«Ma com’è variopinto il tuo pappagallo!» constata ammirata suor Matilda «Devo esserle simpatica, guarda come sbatte le ali»
«Non farci caso, Marisa, Flettàx è esuberante. Miguel lo sta educando, ma siamo ancora alle prime lezioni» Poi, tornando al discorso precedente:
«Ma dopo essere scappata dal manicomio dove sei andata?»
«Non avevo una direzione precisa… ho camminato, camminato, finché mi sono seduta sfinita davanti ad un portone e mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ero in una celletta, con tre suore che stavano pregando, e mi hanno detto che avevo dormito tre giorni e tre notti. Mi sono seduta sul letto, stupita, mi sono guardata intorno, pareti spoglie, un piccolo crocifisso, e mi sono accorta di stare bene… avevo anche fame, pensa un po’. E quelle donne intorno a me, quelle suore, contente, ma non per finta sai Gilda? Avevano gli occhi che ridevano, trasmettevano gioia, serenità… proprio quello che avevo perso, di cui avevo bisogno. E ho capito che non ero arrivata lì per caso…»
«Che strana chiamata! Non era più facile apparirti in sogno?» riflette Gilda, pratica di estasi mistiche.
«Ah, ah, si, hai proprio ragione…» ride suor Matilda «ma ognuno ha la sua vocazione, e ci vuole un po’ a scoprirla… prendiamo te, per esempio»
«Io? Ma che c’entro io? Io non ho avuto nessuna chiamata…»
«Dici di no? Ma se allora non avessi seguito quello sconosciuto non saresti qua, non saresti mai diventata…» e qui la suora fa un gesto per indicare quello che c’è intorno «… questo.»
«Ah, tu dici che anch’io ho seguito la mia vocazione? Mmhh, devo pensarci, non so se prenderlo come un complimento» dice Gilda, ripensando alle circostanze che l’avevano condotta a passare da moglie appassionata e assaggiatrice di ripieni a vedova appassionata, ma proprietaria dell’impero del tortellino.

«Ma torniamo al motivo della tua visita… Marisa cara, devo dirtelo francamente: questa storia del sassofono andrà bene per le tue suore, ma a me non convince per niente. Sei sicura di non aver tralasciato qualche… ehm… dettaglio?» chiede Gilda, riportando l’amica all’argomento all’ordine del giorno. «No, te lo dico perché Natascia ha un certo caratterino, ed è meglio avvisarla se qualcosa non va. Non c’entrano per caso pigmei e cinesi? Perché se ci sono quelli ti consiglierei di far evacuare il convento.»
«Pigmei e cinesi? Ma come ti salta in mente, Gilda!» protesta la suora. «Anche se, in effetti, forse ho tralasciato un piccolo particolare…» confessa la suora reticente.
«Ecco, proprio a questo mi riferivo, cara. Eviterei di tralasciare particolari con Natascia in giro. Di che si tratta allora? Su, spara» incalza la Calva Tettuta.
«Vieni, sediamoci là» la suora indica una panchina appartata, e dopo essersi sincerata che nessuno le stia osservando, estrae dalla tasca un sacchetto in pelle marrone, chiuso da un laccio di cuoio.
«Dentro al sassofono c’erano queste…» e rovescia il contenuto del sacchetto sulla sua gonna.
«Fréchete! Monete d’oro? Ma che è, antiche? ‘Ndó l’ha pijate lu santó?» esclama Gilda, che nei momenti di agitazione ricorre al vernacolo del paese natale, Serrapetrona.
«E chi lo sa, Gilda, solo lui può dircelo, e anche perché le ha lasciate lì… con questo» risponde l’amica, estraendo dal sacchetto un pezzo di carta e porgendolo a Gilda.
«Un biglietto? “Il passato reclama il pagamento. Perdonatemi”… melodrammatico, non è vero? Hai un’idea di quello che voglia dire, Marisa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Gilda, il santone non mi ha mai parlato del suo passato…»
«Marisa, te lo devo dire, non ci sto capendo più niente. Per fortuna però c’è un’entità superiore alla quale rivolgerci»
«Dici di rivolgere qualche preghiera al Signore, Gilda?» chiede speranzosa la monaca.
«Male non fa» concede la vedova Rana. «Comunque prima proverei con James»

¹ Craa! Pussa via, brutto corvaccio! Craa!!!

capodanno

Avvistato barcone con carico di migranti venezuelane al largo di Lampedusa!

Lunedì 27 agosto, dal vostro inviato a Lampedusa:

Stamattina alle ore 10:30 è stato avvistato un barcone con un carico di migranti in fuga dal concorso miss Venezuela, dopo le ripetute accuse di brogli che hanno funestato la manifestazione.

Il governo si è subito attivato facendo velocemente sbarcare gli africani dalla nave Diciotti e spedendola immediatamente al salvataggio delle sventurate.

Si registra una dichiarazione del portavoce della UE: “Siamo pronti a tendere le mani all’Italia, uno Stato lasciato troppo solo nella gestione di queste emergenze”, a cui ha fatto seguito una cortese ma ferma risposta del nostro governo: “Non ci provate nemmeno”.

Gara di solidarietà da parte dei comuni italiani per accogliere le richiedenti asilo; i sindaci del nord-est in delegazione si sono recati dal ministro dell’Interno, offrendo le proprie strutture: “Non è giusto che la Caritas, che ha già fatto tanto, sia caricata anche di quest’ulteriore onere. Faremo la nostra parte, in spirito di collaborazione”. Il numero verde istituito per la gestione della crisi registra migliaia di chiamate da aziende e privati disposti ad accogliere una o più delle sfortunate modelle.

L’Albania ha offerto il porto di Durazzo per lo sbarco, in segno di riconoscenza per il sostegno che l’Italia ha dato a suo tempo alle migliaia di albanesi in fuga. Cortese ma ferma la risposta del governo: “Durazzo? Attaccatevi al c…”

Al momento la destinazione più probabile sembra essere Salsomaggiore, la cui amministrazione ha reagito per prima, provvedendo a requisire le necessarie ville dotate di Jacuzzi . Si attende a breve una conferenza stampa del ministro dell’Interno.

Qui giomag59, a voi studio.

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Ferragosto con Olena – personaggi in cerca d’autore

«James, caro, non sembra anche a te che quest’affare vada a rilento?»

E’ una Gilda pensosa quella che, appoggiata alla balaustra della ringhiera del balcone che si affaccia sul giardino, osserva Miguel, il giardiniere tuttofare, intonare una pregevole versione di “Quando l’amore diventa poesia”, impugnando un gambo di girasole come se si trattasse dell’asta di un microfono Shure, indossando una parrucca a caschetto che lo fa assomigliare ad Orietta Berti sul palco di Sanremo nel ’69, dedicandola al pappagallo Flettàx che sembra gradire, tanto da accompagnare il ritmo con gracchi e sbattiti di ali, e sull’acuto di “Io ti amo, e gridarlo vorrei!” rispondere con un appropriato: “Ma va’ a ciapà i rat!”.

«Effettivamente, signora» – risponde il maggiordomo disponendo artisticamente su di un vassoio d’argento i cetriolini per il thè delle cinque – «non per criticare ma sembra che l’Autore se la stia prendendo un po’ comoda. Tra l’altro, a voler essere pignoli, ferragosto è passato da un pezzo.»
«Gli toccherà cambiare titolo, come minimo. A meno che non voglia mandarci tutti in Australia, dove mi dicono che le stagioni siano rovesciate, ti risulta James?»
«Effettivamente, signora, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale» conferma il competente James.
«Su di te si può sempre contare James, sei un esperto di emisferi ed anche di inversioni. Ti dirò, non mi dispiacerebbe andare in Australia, conosco una ragazza a Perth che alleva ragni da combattimento. Ad ogni modo» – e qui l’espressione di Gilda si fa più preoccupata – «se non si sbriga, Sven abbatterà tutti i pioppi del boschetto, e poi mi toccherà comprare delle stufe a pellets. Poverino, si sta annoiando» constata Gilda sistemandosi il foulard in seta Mantero che le copre la calvizie «di questo passo fra poco ripartirà con i suoi amici suonati, e poi per sei mesi chi s’è visto s’è visto.»

Nonna Pina, che indossa una tunica a fiorellini con una fila di bottoncini sul davanti, è distesa su una sdraio imbottita in materiale Memory ai bordi della piscina olimpionica situata nel parco della villa. In testa un sombrero, in mano un calice di prosecchino appena versato dalla bottiglia posta nel cestello ripieno di ghiaccio. Alza il calice davanti agli occhi e, attraverso il cristallo, osserva Olena che, fasciata da un costume intero con la scritta CCCP sul davanti, siede ad un tavolino del vicino bersò sfogliando un tomo monumentale con su scritto “Dossier Mitrockin”, sibilando insulti e montando e smontando velocemente la nuova pistola PL-15K, sparando ogni tanto qualche colpo ad un bersaglio con al centro una foto di Gorbacёv.
La vegliarda si riscuote, ingolla il prosecchino, si butta alle spalle il calice e scoppia:
«Per la miseria, Natascia, non si può fare qualcosa? Non è che può tenermi qua fino a duecento anni, non è credibile! Da quando è tornato dalla Russia sembra rimbambito, non è che gli avete dato qualcuno dei vostri intrugli?»
«Niet, babushka, niente intrugli. Mia fonte dice che gira per casa in mutande e colbacco in testa ripetendo che vuol andare in pensione. Tra l’altro» e qui la voce della russa si fa sprezzante «dice che non ha bevuto nemmeno uno guoccio di vuodka. Nessuno crede lui, però» risponde la russa, con il sopracciglio sinistro aggrottato.
«Ma santo Dio, non ci può mica lasciare così a bagnomaria! Sentiamo se il cinese sa qualcosa. Generale? Ehi, generale!» la nonna si sbraccia e richiama Po, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, impegnato nei consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica. Po poggia in terra la racchetta e si reca presso la sdraio di nonna Pina.

«Avele chiamato, bella signola Eusebia?» chiede retoricamente il cinese con un inchino.
«Po, non ti ci mettere anche tu con questa Eusebia. E non fare il ruffiano cinese» lo bacchetta la centenaria. «Sai qualcosa di questa faccenda? Che sta facendo quell’impiastro? Che ormai non ho più boccini a cui sparare» afferma la nonna.
«Mio cugino Xi incontlato lui a Gubbio. Voi sapele, paese di Don Matteo»
«Che diamine dici Po, Gubbio è il paese del lupo e di San Francesco, ma che andate ad inventarvi in Cina?» protesta nonna Pina, scandalizzata.
«Comunque, mio cugino detto che visto lui in ostelia mangiale clescia con glossa palla di insaccato. Coglione.»
«Si, che è un coglione lo sappiamo, ma vai avanti Po» lo sollecita la vecchia.
«No, coglione è nome di insaccato, coglione di mulo. Mangiava coglione di mulo e beveva vino flesco Glechetto. Ela molto tliste»
«Me lo immagino quanto era triste» chiosa la nonna. «Ma perché avrebbe dovuto essere triste, poi?»
«Dile che ponte clollato ela più giovane di lui e che non sapeva che Molandi plogettasse ponti oltle che cantale “la fisalmonica”. E che vuole andale in pensione.» conclude il cinese.

«E basta con questa pensione!» ruggisce la nonna. «E a questi allora che gli facciamo fare?» indicando, dall’altra parte della piscina, la ballerina cubana Paio Pignola ed un attempato seduttore in maglietta azzurra con il collo rialzato e catenina d’oro sul petto villoso che svolazzano ballando la salsa. «Chi diamine è quello, tuo cugino lo sa?» chiede a Po.
«Si chiama Tullio Bongiovanni, ma amici chiamale Puccio Maxi-Bon. Maxi per le dimensioni» risponde il cinese, informatissimo.
«Di sicuro non per le dimensioni del cervello, suppongo» arguisce nonna Pina, squadrando l’ultimo arrivato scuotendo la testa.

«E va bene, adesso basta!» proclama la vegliarda. «Qui bisogna prendere in mano la situazione, il toro per le corna o quel che è. Natascia?»
Olena chiude il dossier e lo ripone nel cassetto del tavolo. Poi si alza, indossa lentamente la fondina ascellare intonata con il costume olimpionico, e si avvicina a nonna Pina.
«Eccomi babushka. Cuosa facciamo?»
«Figlietta mia, hai carta bianca. Sparagli pure se serve, ma fallo ritornare al lavoro»

Olena increspa leggermente l’angolo destro della bocca, alza gli occhi al cielo ed un raggio di sole si riflette sui suoi occhi blu e sbatte sul calcio della PL-15K che ha lucidato amorevolmente.
«Nessun pruoblema nonna, nessun pruoblema. Finita pacchia per finuocchietto»

 

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Ferragosto con Olena (IV)

Ad est ad est, adesso si va
Ad est ad est, da dove nasce il sole
Ad est ad est, ritroverò la vita
Ad est ad est, perchè non è finita.

Nel salotto di villa Rana i convenuti si stanno passando di mano in mano un biglietto, vergato con scrittura stentata su un foglio di quaderno a righe delle elementari. James, impeccabile come al solito, ha nascosto l’occhio nero sotto uno spesso strato di cerone, e fluttua fra le poltrone porgendo generi di conforto come caffè equo e solidale dell’Equador, foglie da tè fatte arrivare appositamente dalla Dolceria Salemi di Zafferana Etnea e boeri al cioccolato fondente ripieni di ciliegine e maraschino che un corriere consegna quotidianamente da Cuneo.

E’ la padrona di casa, la Calva Tettuta assisa nella sua poltrona Frau, a rompere il ghiaccio schiarendosi la voce:
«Ehm… scusa sai Marisa… volevo dire suor Matilda…» rivolgendosi all’amica di gioventù «ma io non ci capisco niente. Sei sicura che il tuo Santone ci stesse con la testa?» chiede dubitativa, picchiettandosi contemporaneamente la tempia con l’indice.
«Ti assicuro, Gilda, che il Santone era sanissimo e perfettamente in sé fino alla sera prima. Nessun segno, niente che facesse pensare che se ne volesse andare. Del resto, poi, perché avrebbe dovuto farlo? E’ servito e riverito, anzi le consorelle fanno a gara a viziarlo!» protesta la suora.
«Eh, ma questo non vuol dire» interviene nonna Pina con competenza. «Ad una certa età funziona così, un giorno sei un leone e il giorno dopo nemmeno ti ricordi chi sei. Ma quanti anni ha il tuo Santone?» chiede la centenaria.
«Compirà ottanta anni la settimana prossima… sempre che ci arrivi» sospira la suora.
«Ah bè, ma allora è ancora giovane» constata la nonna, dal suo punto di vista.

«Ma fammi capire, Mari… suor Matilda.» interviene di nuovo Gilda «perché pensi che gli sia successo qualcosa? Non potrebbe essersi semplicemente stufato di stare in convento e aver deciso di andarsene? Voglio dire, non aveva nessun obbligo per rimanere lì, giusto? E a parte questo biglietto, ha lasciato altri indizi?»
«Si, purtroppo… suor Pulcheria? Puoi aprire quella scatola per favore?»
«Subito, superiora!» e la suorina rimasta fino a quel momento in disparte, facendo sfoggio di entusiasmo nonché di un bel paio di baffetti, poggia sul tavolo quella che sembra la custodia di uno strumento musicale, e la apre facendone scattare le chiusure. James, nelle vicinanze, si lascia sfuggire un commento di ammirazione:
«Notevole! Un Selmer Mark VI, uno strumento da professionisti»
«Lei si intende di sassofoni?» chiede suor Pulcheria, meravigliata e curiosa, al maggiordomo.
«James si intende di tutto, cara» dice orgogliosa Gilda.
«Troppo buona, signora. Per combinazione un caro amico, che suonava nell’orchestra di Henghel Gualdi, mi introdusse ai segreti degli strumenti ad ancia semplice. “James”, mi disse, “devi sapere che a volte un buon bocchino può aiutare a superare i limiti di uno strumento modesto, anche se”…»

Gilda lo interrompe: «James, scusa caro se te faccio notare ma ci sono le suore. Non mi pare il caso ora di mettersi a parlare di ance e affini…»
«Chiedo scusa signora, mi sono lasciato andare ai ricordi, capirà, il mio amico era un virtuoso dello strumento» dice il maggiordomo rinculando.
«Capisco, certe lezioni rimangono indelebili, ne so qualcosa. Ma dimmi suor Matilda, che c’entra questo sassofono, per quanto bello?»
«Il Santone non se ne sarebbe mai andato senza… quando è arrivato da noi, venti anni fa, aveva solo una canottiera e un paio di calzoncini tenuti su da due straccali¹ consumati. E il suo sax, che lucidava e suonava tutti i giorni… e ci ha fatto promettere che, quando morirà, il sax venga sepolto insieme a lui.»
«Bè, quand’è così le cose cambiano. Ma toglimi una curiosità, perché ti sei rivolta a me? Non sono la Sciarelli². Senti, facciamo così, adesso andiamo a fare una passeggiata in giardino e mi racconti tutto, va bene?»
«Come vuoi Gilda, andiamo pure» acconsente la suora

«Ah, suor Matilda, non far caso all’uccello, al pappagallo, dico. Non so ancora come la pensa sulle suore»

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¹ Vi risparmio la fatica di andare a cercare sul vocabolario: bretelle
² La brava giornalista conduttrice di “Chi l’ha visto”