Una birra per Olena (III)

La Calva Tettuta, poggiato il telefonino sul vassoio argentato, si alza dal divano Frau personalizzato ed avanza fino alla finestra scorrevole dalla quale si accede alla grande terrazza prospiciente il giardino botanico Rana, dove vengono coltivate piante esotiche e rare come il Nanocellus Officiantes volgarmente detto prete nano e la Scamarcia Fracitia, dal colore bumbia acceso.
Gilda apre la finestra e va ad appoggiare, pensosa, il generoso petto che le è valso il meritato soprannome alla balaustra in pietra leccese; dopo qualche minuto di meditazione emette un sospiro e si rivolge interrogativa al maggiordomo James, che è rimasto in rispettosa attesa.
«James caro, pensi che Jürgen possa fronteggiare questa faccenda da solo? Francamente non mi pare attrezzato»
«Tenderei a dubitarne signora. L’ingegnere nei frangenti concitati non mantiene la freddezza necessaria» afferma il maggiordomo, ricordando il momento in cui aveva dovuto strofinargli i glutei con lo straccio intriso di acquaragia.
«Già, lo penso anch’io. Dovremo attivarci, giusto? Prendere il toro per la coda o giù di lì. Si ma, James?» chiede la vedova Rana, con la fronte corrugata dalla preoccupazione.
«Signora?»
«James, non vorrei essere pessimista ma mi sembra che siamo a corto di truppa. Dove sono finiti tutti quanti?» indicando il giardino desolatamente vuoto.

A Blaenavon, in Galles, nella grande miniera di carbone in disuso che ospita il Big Pit Mining Museum (Museo minerario del pozzo grande) si sta svolgendo un concerto fuori programma. Un gruppetto di attempate casalinghe, accese d’entusiasmo, applaudono e fischiano il proprio idolo, il famoso cantante Tom Jones, incitandolo a concedere il bis del suo cavallo di battaglia “Sex bomb”. L’artista appare decisamente provato e vorrebbe declinare l’invito, ma l’orgoglio del vecchio leone e soprattutto  un pungolo elettrico che una delle sue fan brandisce minacciosamente lo convincono ad attaccare il refrain. Non sono certo le esigenze di scena a richiedere che Tom sia legato alle caviglie da una lunga catena, e che sia vestito soltanto di un perizoma, per di più leopardato: l’anziano sex symbol è stato rapito dalla banda di babbione ostili alla sua amicizia con Priscilla Presley, l’ex moglie di Elvis.
«Vi prego, care signore, sono stanco…» chiede Tom, con la sua voce calda e roca che attizza ancor di più le indiavolate groupies.
«Nudo! Nudo!» urlano queste scatenate, strappandosi i capelli e lanciando verso l’improvvisato palchetto mutandoni e reggiseni, cosa quest’ultima che causa un crollo delle attrezzature da questi sorrette.
«Cazzo! Ma sono già nudo!» protesta il cantante. «E mi scappa pure da pisciare, con tutta la birra che mi avete fatto bere, fatemi uscire di qua!» e così dicendo cerca di liberarsi dalle catene, beccandosi immediatamente una scarica elettrica nel fondoschiena che lo riporta a più miti consigli.
«E va bene!» cede Tom «ma ancora una volta e poi basta, eh!» poi, sebbene, riluttante, inizia a cantare:
Aw, aw baby, yeah, ooh yeak, huh, listen to this
Spy on me baby use satellite
Infrared to see me move through the night
Aim gonna fire shoot me right
Aim gonna like the way you fight
And I love the way you fight

Improvvisamente la base si spegne, ed un mormorio di delusione serpeggia tra le ammiratrici. Dal buio del vecchio tunnel si sente cantare:
«Sex buomb, sex buomb, gliù ar a sex buomb…»
Con la bocca leggermente aperta dalla sorpresa tutte si girano lentamente verso l’origine del suono, da dove avanza una figura vestita con una tuta militare completamente nera, con la faccia striata di nero e con un berretto, anch’esso nero, in testa. Anche gli stivali che le arrivano sopra al ginocchio sono neri. Con un mitra Spectre M4 a tracolla, Olena avanza verso il palco, canticchiando.
«Molto pratico questo attrezzo» dice alla donna che impugna il pungolo elettrico. «Tu provato prima su tuo marito, sì? Brava» la elogia muovendo la testa in segno di approvazione.
«Ora da brave liberate uomo, prego. Bello giuoco dura puoco» consiglia Olena, togliendo la sicura al mitra.

Poi rivolgendosi al prigioniero, rimasto a bocca aperta:
«Signor Jones, mi manda Priscilla. Belle mutandine, ma ora voi potete rivestire, prego.»

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Una birra per Olena (II)

L’ingegner Jürgen Matthäus, un sessantenne non molto alto, rossiccio, rubicondo e sovrappeso, direttore responsabile degli impianti Rana in Germania, siede sprofondato nella poltrona del suo ufficio alla Rana Tower di Monaco di Baviera, a due passi dal Deutsches Museum, ed a stento riesce ad articolare qualche parola.
«Jürgen, carissimo, che piacere sentirti» lo saluta la Calva Tettuta, nel tentativo di metterlo a suo agio. «Tutto bene con i nipotini? Salutami la cara Hilga, quando la vedi. Volevi parlarmi, caro?»
«Ja, frau Rana,» attacca l’ingegnere, con un marcato accento tedesco che l’agitazione accentua:
«E’ terripile, terripile! Non posso kretere ke questo successo in Cermania. Inconcepipile!»
«Ma di cosa stai parlando, caro? Non avrete anche voi un governo gialloverde per caso?» chiede Gilda, che ha a cuore la stabilità politica dell’Unione Europea.
«Nein, nein, peccio, molto peccio!» e un brivido serpeggia per la schiena di Gilda, ma prima che questa possa fare supposizioni su derive nazionaliste l’ingegnere continua:
«Hafete presente nuofo makkinario ke afremmo tofuto installare in Stalag Rana-1?»
«Ecco, adesso su due piedi non proprio, Jürgen, tra l’altro non ti avevo detto di cambiare nome a questi stabilimenti? Il nostro marketing trova che non diano un’immagine rassicurante¹. E i sindacati ci stanno col fiato sul collo, lo sai» lo rimprovera Gilda, preoccupata per le relazioni sindacali. «Comunque, che è successo a questi macchinari?»
«Ieri pomericcio appiamo portato nuofe makkine nei kapannoni. Makkine ti nuofa cenerazione, potentissime! Protucono il toppio tell’impasto Krakatofeln ti kuelle fecchie con la metà tegli attetti.»
«Krakatofeln? Ah, già, crauti e kartoffeln, da quelle parti ne andate ghiotti. Ma addirittura raddoppiare la produzione mi sembra esagerato, caro Jürgen. Chi ha ordinato queste macchine?»
«Ehm, siete stata foi signora, ciusto un mese fa, ho kuì la mail con l’ortine…»
«Io, dici? Mah, chissà dove avevo la testa. Aspetta un attimo, Jürgen» lo ferma la padrona, e coprendo la cornetta con la mano chiede a James:
«James, che tu sappia Flettàx ha imparato ad inviare le mail? Non vorrei che oltre ad imitare le voci si metta ad inserire ordini»
«Tenderei ad escluderlo, signora» risponde il maggiordomo «le zampe zigodattili non sono compatibili con le tastiere Qwerty»
«Gli uccelli non hanno segreti per te, grazie caro» lo loda Gilda, e riprende la conversazione interrotta:

«Ma senti Jürgen, e dell’altra metà di operai che ne facciamo? Quelli sono specializzati in Krakatofeln, come li riconvertiamo?»
«Nostro ufficio ricerka stutiato nuofo prototto che potrà afere successo krantissimo!»
«Davvero Jürgen? Stento a crederlo. Ricordo ancora la Kakkuzza, il ripieno cavolo cappuccio e zucca, una boiata che persino la buonanima di Toshiro Laganà si rifiutò di avallare» osserva Gilda, con una smorfia di disgusto.
«Kvesta itea rivoluzionaria, frau Rana! lo appiamo kiamato Wurstellino»
«Che nome grazioso, Jürgen! Di che si tratta stavolta?» chiede una dubbiosa Gilda.
«Appiamo pensato una krossa innovazione! Non useremo la karne come ripieno, ma useremo wurstel come involukro e lo riempiremo ti tortellini. Ceniale!»

La Calva Tettuta rimane qualche secondo in silenzio per elaborare la proposta del suo direttore dopodiché, non prima di essersi sistemata la bandana in seta di colori cangianti, emette il verdetto:
«Contrordine, Jürgen. Lascia stare il nome dello stabilimento. Fammi un piacere, però»
«Tica, signora»
«Impacchetta tutto il tuo reparto di creativi e mandalo alla catena di montaggio, gli operai in avanzo sforneranno senz’altro idee migliori e con un costo sensibilmente minore. Da parte mia cercherò di dimenticare questa telefonata e di ricordarti com’eri, caro Jürgen. Ma, a proposito di telefonata, non mi hai ancora detto perché mi hai chiamato. E’ per questa storia dei wurstellini?»

«Nein, frau Rana, nein… atesso kvesto non è problema… le makkine! Kvesta notte le makkine sono state fatte saltare in aria ed i kapannoni tati alle fiamme! Polizei parla ti attentato, siamo kiusi!»

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¹ Gli Stalag (abbreviativo di Stammlager) erano campi di concentramento tedeschi per prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale. Niente a che vedere con gli Stalag Rana, abbreviativo di Stabilimenti Laganà così chiamati in onore dell’ex  direttore R&S Toshiro Laganà, deceduto tragicamente (cfr. Niente sushi per Olena – 2018)
² Ara Macao insolente e scurrile scappato ad un senatore padano e rifugiato nel parco di Villa Rana (cfr. Ferragosto con Olena – 2019)

Una birra per Olena (I)

Nel giardino all’inglese di Villa Rana, ricco di alberi secolari, cespugli, grotte, fontane con giochi d’acqua e ruscelli dove si abbeverano i caprioli, sopra un rialzo artificiale in tufo di Fiumicino è costruito un tempietto in stile dorico dove Gilda, la padrona di casa, ama ritirarsi quando il suo spirito tende alla malinconia.
In questi casi ella si reca al tempietto con una tisana alle erbe di mellifrace ed un libro del suo autore preferito, il filosofo-naturista Augusto Propoli, scelto tra i tanti della sua biblioteca: “Corpo o anima? Come dire addio alla stitichezza con le erbe di mellifrace” , “Farci o esserci? Come ritrovare la regolarità intestinale con le erbe di mellifrace” e “Si può dare di più? Come aumentare il piacere sessuale con le erbe di mellifrace”, quest’ultimo il suo preferito e lì, accovacciata sulla poltrona Bergere in pelle bordeaux con le gambe ripiegate sotto di sé, gli occhiali modello Lolita poggiati vezzosamente sul bel nasino, si concentra corrucciando leggermente il labbro superiore nel tentativo di assorbire gli insegnamenti del Maestro.
Lo sforzo si prolunga in genere per tre-cinque minuti dopo di che, vuoi per l’effetto calmante della tisana, vuoi per la profondità dei contenuti del libro o vuoi per lo scorrere dell’acqua del ruscelletto, un torpore o cecagna che dir si voglia la colpisce, gli occhiali le scivolano dal nasino ed il libro le cade dalle mani finendo in terra con un rumore attutito dal grande tappeto persiano Tabriz.

E’ appunto in uno di questi frangenti che una figura a noi ben nota, vestita in un inappuntabile completo nero di Girifalchi, scarpe in vernice Graziano Cucchiaroni lucidate a specchio, con un’unica concessione alla frivolezza data dalla pochette con pesciolini rosa watermelon, si materializza sulla soglia del tempietto reggendo un vassoio in argento sul quale è poggiato un cellulare ultimo modello che ronza in modalità vibrazione.
James entra nella stanza, si porta la mano chiusa alla bocca e tossisce con discrezione, svegliando delicatamente Gilda dal sogno in cui, indossato solo un corto camice bianco da infermiera, sta applicando al filosofo Propoli un clistere a base delle erbe da lui magnificate, per testarne l’efficacia e constatarne i benefici.

«Chiedo venia, signora, c’è una chiamata per lei»
«Oh, James» risponde la vedova Rana stiracchiandosi «stavo facendo un sogno bellissimo, ero una paramedica e giocavo al dottore e l’infermiera con un filosofo»
«Sono dispiaciuto di doverla disturbare, signora, ma l’ingegner Matthäus ha insistito, sembrava oltremodo agitato»
«Jürgen agitato? Questo mi sorprende molto, James. Jürgen è la flemma in persona, l’unica volta che l’ho visto agitato è stato quando la cameriera Hilga dell’Hofbrauhaus l’ha accusato di non pagare gli alimenti per il sostentamento dei quattro figli che lui non ricordava assolutamente di avere»
«Rammento bene quella sera, signora, una scena imbarazzante se posso esprimere il mio parere.»
«Già, ce n’è voluto del bello e del buono per convincere Hilga che quello che stava insolentendo non era il padre dei propri figli. Il povero Jürgen dovette perfino calarsi i pantaloni per dimostrare di non avere la voglia a forma di castagna matta sulla chiappa sinistra. E l’orchestrina di ottoni continuava a suonare, che rebelòt!» conclude Gilda, scuotendo la testa.
«Una situazione davvero incresciosa, signora»
«Puoi dirlo forte, James. Tra l’altro ricordo che tu fosti chiamato a constatare con mano che il nostro Jürgen non avesse cancellato la voglia con qualche vernice, sfregandogli il didietro con un solvente»
«In effetti la signora Hilga pretese che io fossi molto scrupoloso con l’acquaragia, dovetti applicarmi con solerzia» ricorda il maggiordomo con un brivido di raccapriccio.
«Certo che fu un bel colpo per la ragazzona scoprire che quello che aveva creduto suo marito non fosse Jürgen ma il fratello gemello Helmut. Pianti e strepiti, ricordo male James?»
«Perfettamente, signora. L’ingegnere, nonostante l’accoglienza della cognata, si comportò da perfetto gentiluomo ed acconsentì a coprire i debiti del fratello gemello»
«Tutto è bene quel che finisce bene, James. E dunque, che vorrà mai quel ragazzaccio? Passami il telefonino, che sentiamo il motivo di tanta agitazione»

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Ferragosto con Olena – The End

L’ottobre è mite, ed i festeggiamenti per l’anniversario della fondazione dell’Istituto di Carità intitolato al Beato Turoldo Cesanese del Piglio non potrebbero essere più festosi.
La processione si dipana per le vie del paese, con in testa la banda cittadina che sfoggia le nuove divise disegnate dallo stilista Girifalchi ispirate alle Quattro Stagioni di Vivaldi ma per i maligni alla pizza quattro-stagioni, dono della Fondazione Rana; la partecipazione di fedeli, pie donne e congregazioni negli abiti tradizionali è massiccia, così come la presenza della folla ai lati della strada; la statua del Beato ondeggia a ritmo, sorretta da squadre di nerboruti manovali che si danno il cambio lungo i cinque chilometri del percorso.
Gilda, in divisa da crocerossina delle Volontarie del Soccorso ai soccorritori volontari sfila fianco a fianco a suor Matilda, commentando gli eventi dell’estate passata.
«Gilda, non so come ringraziarti. Se non fosse stato per te non so come saremmo uscite da quella situazione. Come potrò mai sdebitarmi?» chiede la suora alla sua vecchia amica.
«Non pensarci nemmeno, Marisa. Mi sono divertita tantissimo, specialmente con il lanciarazzi, mi serviva proprio divagarmi un po’ , non si vive di solo ripieno, giusto? Mi è dispiaciuto per l’auto del Vescovo, mi è scappato un colpo ma spero che quella nuova gli sia piaciuta…»
«Si, c’è rimasto proprio male! » ride la suora «Gli hai fatto saltare una Multipla e gli hai comprato una Jeep Cherokee, non finiva di ringraziare la provvidenza! Ma non c’era bisogno Gilda, hai fatto anche troppo… finanziato tutti i preparativi, avviato la costruzione del Museo della Corona di Galla Placidia… lo stabilimento per la produzione della Zuppa Imperiale…»
«Per quello mi raccomando, eh? Ci tengo, ho ordini fin dal Sultano del Brunei. Pugno di ferro in guanto di flanella o giù di lì, metti suor Emerenziana a contrattare con i sindacati» suggerisce la Calva Tettuta, ritrovando il piglio confindustriale.
«Ah, ah, ma certo, non preoccuparti» la rassicura la suora, poi dandole di gomito le indica il Vescovo:
«Guardalo, Gilda, non ha ancora capito niente di quello che è successo…»
«E ti credo» risponde la Calva Tettuta, «tra lui e don Martino si sono scolati una botte di vino… e quando si è svegliato ormai la mia Delta Force Rana aveva fatto sparire tutto. »  Poi, indicando all’amica la coppia che coadiuva S.E. Ardizzone dice: «Non li trovi teneri, Marisa? James non molla il campanellino e don Martino gli tiene il broncio. Beata gioventù!»

Sul grande palco allestito sul lungomare, davanti al ristorante “La coratella”, un’orchestra di All Stars sta eseguendo l’introduzione di “Historia de un Amor” nella versione mambo di Perez Prado.
Johnny Tempesti col suo sax tenore guida la sezione dei fiati tra cui spiccano i fuoriclasse Kuz Guardatí, italo-francese, alla tromba; Peter Petersen, norvegese, al clarinetto; Marco Cubillas, colombiano, al trombone e Walter Cotequinho, brasiliano, al sax baritono. Agostino picchia sulle percussioni, Armando ha abbandonato la fida fisarmonica per battere il ritmo con le claves, mentre Oscar sostiene l’armonia con il suo organo Hammond. Spicca nella sezione ritmica la presenza al  basso del cubano Giorginho Cerezo, in rotta dagli Adelante Compañeros per divergenze sul repertorio e soprattutto sugli emolumenti. La cantante Luana si muove languida scuotendo le maracas, operazione nella quale è maestra.
La pista è gremita di ballerini, tra cui spiccano le bionde Olena e Ljudmila. Quest’ultima è attorniata da una torma di indigeni, mentre Olena fa coppia fissa con Puccio Bongiovanni, inconfondibile con la sua camicia aperta sul petto villoso e la magliettina a proteggere l’arietta sulle spalle. Il marpione finge di non vedere le occhiate minacciose di Luana, e si affanna intorno alla russa nel suo stile accalappia-turiste-a-Brisighella.
Ad un tratto la luce sul palco si affievolisce, ed uno spot illumina la scalinata dietro al palco. Si apre il sipario e, coperta dai grandi ventagli in piume di struzzo sventolati dai due boys Petr e Ivan discende con movenze fatali lei, l’etoile, fasciata da un abito di lamè, con lunghi guanti di seta ed in testa un turbante a forma di ananas: poi, sull’ultima nota di Johnny, i ventagli si scostano e nonna Pina, ritornata per un giorno Wanda, si dona ai suoi ammiratori e con voce roca intona:
Ya no estas mas a mi lado corazón
En el alma sólo tengo soledad
Y si ya no puedo verte
Por qué Dios me hizo quererte
Para hacerme sufrir mas

Ad un tavolino del ristorante è seduto un uomo anziano, abbronzato, con un Panama in testa ed un sigaro Cohiba Siglo II in bocca. Pepe Secundo ascolta rapito nonna Pina, e si accorge appena della prosperosa cameriera Manuelona che, sfoggiando un seno della quinta misura abbondante, gli posa davanti una bottiglia di rhum, un bicchiere ed una ciotola di noccioline salate.

Siempre fuiste la razón de mi existir
adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba
el amor que me brindaba
el calor de tu pasión.

All’improvviso dal fondo della strada si sente lo smarmittare di una Ape Car Piaggio, sul cui cassone svetta una mulatta considerevole, che incita il guidatore ad affrettarsi.
«Miguel, cabròn, tra tante macchine che c’erano proprio esta scatoletta dovevi rubare!» lo apostrofa Paio.
«Ma mi amor, è l’unica che potevo guidare senza patente. Se ci fermavano i vigili?» risponde il giardiniere, ligio alle regole della strada.
«Mierda a todos los guardias de tráfico!» esclama Paio, esasperata. «Y mierda para ti!» poi, scorgendo una figura ben conosciuta:
«Eccola là, quella sciacquetta! Ferma immediatamente Miguel, fammi scendere!» ordina la cubana. Miguel, preoccupato, cerca di trattenerla:
«Por favor, amor, non farlo…» ma Paio si è già lanciata sulla pista, mentre il pappagallo Flettàx, sentito l’odore di noccioline, si dirige svolazzando verso il tavolo di Pepe Secundo.

La sagoma della cubana, in canottiera e gonnellina rossa, si staglia in mezzo alla pista, mentre i ballerini si spostano per farle largo.
Olena la vede arrivare, si ferma e la aspetta. Paio le si piazza davanti, e con un sorrisetto la sfida: «Fammi vedere adesso quello che sai fare…»
Olena la fissa negli occhi, e le dice: «Non ti è ancora bastato, vedo…» poi abbranca Puccio e gli sibila in un orecchio: «Preferisci morire ballando o facendo amore?» al che Puccio trova più allettante rispondere: «Facendo l’amore, ma…» e mentre Paio si è già messa in posizione con Miguel, Olena gli ordina: «Allora vedi di ballare bene, finuocchietto»

Es la historia de un amor
Como no hay otro igual
Que me hizo comprender
Todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Hay que vida tan obscura
Sin tu amor no viviré

Pepe si mangia con gli occhi la sua amata Wanda, mentre Flettàx gli mangia le noccioline.
«Che mujer!» commenta tra sé e sé, chiedendosi cosa sarà mai quella bevanda che ha davanti.

The End

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«O saggio Po, un cruccio mi attanaglia»
Il vigoroso Svengard, il norreno che ha trovato un posto nel cuore della Calva Tettuta dopo la dipartita del Cavaliere, cammina avanti e indietro di fronte al cinese Po, che sta svolgendo i consueti esercizi di Tai-Chi nella posizione del babbuino artritico.
Il confuciano poggia entrambe le gambe a terra prima di rispondere al biondo vichingo.
«O glande uomo del nold» risponde il saggio «Sei ploplio siculo che sia un cluccio ad attanaglialti? Di solito il cluccio allovella, il dubbio attanaglia. Che ti cluccia, comunque , o glande?»
«Maestro» risponde un accorato Svengard, sorvolando sull’aggettivo usato dal cinese, «tu che conosci i più reconditi anfratti dell’animo umano, aiutami»
«Se posso, mio amico, lo falò volentieli. Anche nel mio intelesse, è una settimana che spacchi legna, tla poco il boschetto salà diventato un campo da golf. Dimmi pule, dunque» lo invita Po.
«Po, in nome delle antiche scorribande in risció, rispondi a questo quesito: sai dirmi per quale motivo in questa storia hanno partecipato cani e porci, e solo io sono rimasto a spaccar legna?»

Ferragosto con Olena (XVII)

«Animali che non siete altro, avete portato la suora a casa mia? In modo che la polizia possa collegare a me tutta questa faccenda? Voi siete dei pazzi, dovrei spararvi seduta stante e sciogliervi nell’acido! Vi ha visto qualcuno arrivare fin qua?» chiede il russo, esasperato.
«Nessuno, capo…» risponde Ivan, a testa bassa «siamo andati direttamente nel parcheggio sotterraneo, e da lì abbiamo preso l’ascensore»
«Il parcheggio…» pensa il capo, ripromettendosi di cancellare le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Prende un grosso respiro, resistendo all’impulso di far fuori su due piedi i suoi scagnozzi, e poi ordina:
«Adesso voi due, idioti, statemi bene a sentire e fate esattamente quello che vi dico. Tu, Petr, raduna immediatamente la squadra, andiamo al convento»
«La squadra?» chiede Petr preoccupato. «Tutti quanti? Ma signore, sono solo delle suore!»
«Non discutere i miei ordini!» urla il russo alzandosi in piedi e sbattendo le mani sulla scrivania. «Non voglio sorprese, hai capito? Deve essere un lavoro pulito, non dobbiamo lasciare niente al caso, sorvegliare le entrate, bonificare l’area, e alla fine niente testimoni, è chiaro adesso? Quel maledetto mi ha preso in giro, ma adesso la pagherà cara! Muoversi, scattare! E tu invece…» dice rivolto a Ivan
«Fai sparire la vecchia. Non voglio sapere come, non voglio sapere dove, ma deve sparire!»
«Ma capo, ehm, signore, devo farlo qui? Proprio qui?» chiede Ivan guardandosi intorno.
Il loro datore di lavoro alza gli occhi al cielo.
«Parola mia, non posso crederci. Allora, ti dico per filo e per segno quello che devi fare: prendi la vecchia, la porti in garage, la metti nel portabagagli, poi vai in un posto disabitato, le spari e le dai fuoco. Ci vuole tanto?»
«Ah, ecco. Così è chiaro» conclude Ivan. Poi un dubbio gli attraversa la mente:
«Ehm, e con Ljudmila che dobbiamo fare, capo… signore?»
«Ljudmila? Che c’entra Ljudmila, adesso?» ringhia il capo.
«Ljudmila l’ha vista, signore…» si giustifica Ivan.
Il russo fissa il suo sottoposto, indeciso se usare la Beretta che ha poggiato sul tavolo, poi decide per il momento di soprassedere. Scuotendo la testa, sospira: «Ljudmila… è laureata in astrofisica, da non credere, vero? E adesso per colpa di due deficienti dovrò far fuori anche lei…» poi riprendendo il suo tono autoritario chiama:
«Ljudmila!»
Dopo pochi secondi compare la ragazza.
«Si, zietto?» risponde la bielorussa cinguettando.
«Ljudmila vestiti, che devi accompagnare la vecchia suora nel bosco con questo mio amico»
«Con babbo natale?» chiede maliziosa la ragazza. «Ma certo zietto, devo vestirmi da Cappuccetto Rosso? »
«Non c’è bisogno, sarà una cosa veloce, Metti sopra una maglietta e vai»
«Come vuoi tu, zietto» risponde Ljudmila, corrucciata per non poter dare sfoggio ad una delle sue mise.

Il vescovo Ardizzone varca finalmente la soglia della cantina magnificatagli dall’amico abate, e trova ciò che vede buono e giusto. Decine di botti perfettamente allineate seguite da una sfilza di bottiglie messe ad invecchiare: il paradiso!.
«Visto superiora, ci voleva tanto?» dice a suor Matilda con aria soddisfatta. Le suore, sorprese, si scambiano uno sguardo interrogativo.
«Dove diavolo sono finiti tutti?» chiede sottovoce suor Matilda a suor Emerenziana, mentre l’assistente del vescovo inizia a controllare l’inventario.
Un luccichio in un angolo attrae l’attenzione del Vescovo. Si china a raccogliere l’oggetto e se lo passa davanti agli occhi, sorpreso:
«E questo che ci fa qui?» mostrando alle suore il bossolo di un proiettile calibro 9.
«Porca miseria non li avrà mica davvero infilati nelle botti» pensa tra sé suor Matilda, che tuttavia recupera immediatamente il sangue freddo e risponde al suo superiore:
«Oh, questo? Non ci faccia caso, Eccellenza, ogni tanto ne salta fuori qualcuno. Sa, qui durante la guerra sono passati i tedeschi, battaglie scaramucce attacchi ritirate, capisce? Ogni tanto esce fuori un vecchio bossolo. Dia qua, ci penso io» e così dicendo toglie di mano il bossolo al Vescovo e se lo mette in tasca.
Il Vescovo, sconcertato, risponde:
«Lo tenga pure suor Matilda, ma siete sicura che questi siano gli unici reperti bellici, avete controllato bene? Non vorrei che ci fossero in giro anche armi o bombe inesplose o qualche altra diavoleria. Forse è meglio chiamare i carabinieri a controllare, loro hanno gli strumenti adatti, i cani…»
«Ma no eccellenza, perché disturbare le forze dell’ordine, che hanno già tanto da fare? Probabilmente questo era conficcato nel muro, e qualche assestamento l’avrà fatto cadere…»
«Assestamento dice?» si chiede dubitativo Ardizzone. «Si, può essere.» poi pensando alla Zuppa Imperiale, richiama l’assistente:
«Don Martino, qui allora abbiamo finito, giusto? Direi di passare alle celle, adesso» e prima che l’assistente possa protestare si avvia verso l’uscita.
In quel momento il silenzio è rotto dal suono anacronistico di una sirena antiaerea. Le due suore si guardano strabuzzando gli occhi ed a suor Emerenziana scappa un «Ca…volo, il segnale…»
Il Vescovo, frastornato, chiede:
«Che cos’è questo pandemonio suor Matilda? Che vuol dire tutto questo?»
«Niente di cui preoccuparsi, Eccellenza, è la suora vivandiera che avvisa che il pranzo è pronto. Vogliamo appropinquarci? Magari le celle le visiterete più tardi» improvvisa suor Matilda.
«Si, andiamo, andiamo, ma faccia cessare questo fracasso!» ordina il Vescovo.
«Subito, Eccellenza, faccio strada, con permesso». La Superiora si avvia per le scale seguita da suor Emerenziana e prima che il Vescovo e don Martino escano dalla cantina quest’ultima, con una manata, chiude la pesante porta.
Il Vescovo, superato il primo momento di stupore, urla con il suo vocione: «Suor Matilda! Che scherzi sono questi, aprite immediatamente questa porta!»
«Mi scusi Eccellenza, è stata una corrente d’aria, apro subito» risponde suor Matilda, poi armeggia con la chiave finché non si sente un “tac” sospetto.
«Suor Matilda, ci tiri fuori di qua, ho detto!»
«Sono mortificata, Eccellenza, ma la chiave si è spezzata nella serratura… dovremo far intervenire un fabbro, andiamo immediatamente a chiamarlo…» e sale verso il piano superiore, lasciando il Vescovo esterrefatto a declamare una sfilza di improperi in latino.

Miguel, Paio Pignola, il pappagallo Flettàx ed il camionista ceco Pavel Zatopek stanno percorrendo la litoranea verso Capalbio dove il camionista deve consegnare, per conto della ditta Svoboda, una partita di liquore Becherovka molto amato dai frequentatori di quelle spiagge.
L’autotrasportatore osserva con interesse le lunghe gambe di Paio che sbucano dalla succinta minigonna, cercando di capire il legame tra la stangona mulatta ed il frivolo accompagnatore. I due infatti, da quando li ha fatti salire perché il loro camioncino della lavanderia era in panne, non hanno fatto che litigare e l’autotrasportatore considera se tra i due litiganti non ci sia modo di godere. Peccato che la lingua non gli consenta di capire quello che i due si dicono, altrimenti avrebbe sentito i due insolentirsi:
«Miguel, ora mi sono ricordata perché ti avevo lasciato. Sei un deficiente, e non solo dal punto di vista fisico» dice Paio, squadrandolo in maniera poco lusinghiera, e continua: «Perché non hai fatto il pieno, si può sapere?»
«Mia querida,» risponde i l giardiniere «siamo partiti così in fretta che ho dimenticato tutto, e tra l’altro ho lasciato a casa anche il portafoglio con soldi e patente.» Poi, notando gli sguardi del camionista, suggerisce: «Però vorrei chiederti, mia querida, di non sventolare così il gonnellino, altrimenti l’autista potrebbe insospettirsi»
«Ma che stai dicendo?» insorge la cubana. «Io sventolo quanto mi pare e piace! Non ho niente da nascondere, io!» dimenticando forse il particolare non proprio secondario di non essersi ancora sottoposta all’operazione di cambiamento di sesso.
Pavel comunque non sospetta niente, è solo leggermente confuso, quasi affascinato, dai lunghi piedi della mulatta, 44 o giù di lì, ed ogni tanto con la scusa di cambiare marcia allunga le mani verso le cosce muscolose della salsera.
Miguel osserva mortificato i maneggi del ceco ed i sorrisetti che Paio gli lancia di traverso: il suo sangue ribolle, ma essendo sprovvisto di documento di guida è costretto a sopportare.
«Cornuto!» gracchia Flettàx, con tutto il tatto di cui dispone un Ara Macao padano.

«James caro, il tuo outfit da cappellano militare è perfettamente azzeccato. Mi ricordi Henry Fonda in “C’era una volta il West” ma con molti più bottoni. E’ vero che i bottoni non sono comodissimi in caso di necessità urgente, ma l’insieme è molto elegante. »
«La ringrazio signora, l’ho trovato nella sagrestia e per combinazione è proprio della mia misura. Anche il suo abito è appropriato, se posso esprimere la mia opinione» dice il maggiordomo, ammirando la tuta mimetica in sfumature autunnali della Calva Tettuta, completata da un paio di stivali con la zeppa di Vivienne Westwood.
«Grazie James, temevo che fosse troppo quaresimale» poi si guarda intorno con circospezione e cambia discorso:
«Senti James, volevo chiederti una cosa»
«Dica signora, se posso essere d’aiuto»
«Ma questa cosa» e così dicendo si guarda intorno indicando il convento «non sarà un tantino al di sopra delle nostre possibilità? Voglio dire, le suore in quanto a preparazione militare lasciano un po’ a desiderare. Tra l’altro tendono ad empatizzare con il nemico, ama il prossimo tuo, porgi l’altra guancia non so se mi spiego, forse era meglio chiamare dei professionisti»
«Natascia è stata scrupolosa nella preparazione, signora, non dovrebbero esserci intoppi»
«Si James, ma Natascia è Natascia… ad esempio, prendiamo te, James. Sei un ottimo maggiordomo, direi anzi perfetto, ed in più di una occasione hai mostrato di avere coraggio da vendere, ma sei addestrato per queste evenienze? Voglio dire, hai un curriculum vitae adeguato?»
James annuisce con modestia.
«In effetti signora mi rendo conto di aver omesso una piccola parte del mio excursus professionale, un periodo che ho ritenuto non significativo rispetto alle mansioni da svolgere»
«Ah davvero James? E quale sarebbe questo excursus su cui hai, diciamo, sorvolato?» chiede Gilda con una punta di rimprovero.
«Ecco, signora, ho svolto il servizio militare come guardiamarina. Diciotto mesi di ferma, addestramento alla navigazione ed agli armamenti, mesi passati a battere il mare in lungo e largo» rimembra il maggiordomo sognante.
«Guardiamarina? James, tu non finisci mai di stupirmi. Per la divisa bianca, vero? Elegante, non c’è che dire. Tuttavia James vorrei farti notare un piccolo particolare che forse ti è sfuggito»
«Davvero, signora? E quale?»
«Non vedo acqua qua intorno, James. Potrebbe essere difficoltoso veleggiare.»
«Oh, senza dubbio signora, ma volevo solo dire che la disciplina militare non mi è sconosciuta»
«Ottimo allora, mi sento più serena, e ad ogni modo tra poco vedremo come andrà a finire. Prendi comunque questo biglietto, è il numero della Delta Force Rana, in questo momento quei ragazzotti si trovano in Arabia Saudita per indagare sullo strano caso di giornalisti scomodi usati come ripieno per tortellini, ma in un paio di orette possono essere qua operativi»
«Davvero tranquillizzante, signora. A proposito di arabi, preparerei un caffè con una miscela fifty-fifty, la gradisce?»
«Grazie James, sei un tesoro»

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Ferragosto con Olena (XV)

Nella cantina del convento, seduti sulla panchina alla quale sono legati, Ivan Kozlov e Victor Gusev si lanciano un’occhiata impaurita, scostandosi per quanto possibile dal loro amico Petr Prostakov che, con un sorrisetto beffardo dipinto sul volto, sta sostenendo lo sguardo di Olena che sembra aver perso per un attimo la consueta fermezza.
La russa è costretta a prendere un lungo respiro e poi, con calma gelida e battendosi lo scudiscio su uno stivale, si rivolge a Petr scandendo bene le parole:
«Che. Cosa. Hai. Detto?»
Petr, messa da parte la sua baldanza, deglutisce e cerca con la coda dell’occhio l’aiuto di Ivan e Victor, che a cenni gli suggeriscono di non continuare. Petr esita, ponderando i pro ed i contro di una ritrattazione parziale, quando Olena decide di dargli un aiutino assestandogli prima un pagnottone a mano aperta sull’orecchio sinistro facendolo lacrimare, e poi chiedendo gentilmente a Nonna Pina:
«Babushka, potete lasciarci soli un attimo, per favore?

«Gilda, ma sarà prudente lasciare suor Katiuscia, ehm, cioè, la tua ragazzona, da sola con quei brutti ceffi?» chiede una preoccupata suor Matilda, seduta alla grande scrivania del suo studio, alla vecchia amica.
«Non preoccuparti Marisa, l’ho vista con i miei occhi suonare un fottìo di cinesi come zampogne, figurati se le mettono pensiero tre babbi natale. Spero solo che non decida di buttare quei tizi dentro una delle tue botti, mi dispiacerebbe far andare a male del vino così buono.»
«Nelle botti? O Signore benedetto» – commenta la Superiora – «Speriamo almeno che li infili in quelle in fondo al corridoio, lì c’è l’aceto» conclude, facendosi il segno della croce.

La calma della discussione viene interrotta dall’improvvisa irruzione di Suor Burialda, la portinaia, seguita a ruota dalla giovane Suor Pulcheria.
«Superiora, Superiora! Non è colpa mia! Ci ho provato, ma non c’è stato niente da fare, non ce l’ho fatta a fermarli!» dice la suora, affannata e rossa in volto.
«Ma che dici Burialda, ma certo che non è colpa tua. Come potevi fermarli, erano pure armati! Preghiamo piuttosto il nostro Protettore, il Beato Turoldo Cesanese del Piglio, che le cose non siano andate peggio!»
«No reverenda madre, non dicìo de quilli» continua concitata la guardiana, passando al dialetto. «Non gliel’ho fatta a ‘vvisavve, issi non m’ha dato tempu, è ‘bboccati e …»
«Per la miseria Burialda ma che diamine stai dicendo, non capisco un accidente!» sbotta Suor Matilda.
«Suor Burialda voleva dire, reverenda Madre» interviene Suor Pulcheria dal di sotto dei suoi baffetti, «che è arrivato il…»

«Sua Eccellenza il Vescovo!» annuncia suor Emerenziana, affacciandosi sulla soglia dello studio con l’espressione di chi pensa: “E mo’ sono tutti cavoli nostri”, e mettendosi poi di lato alla porta per godersi la scena.
Suor Matilda sgrana gli occhi, impietrita, ma riprende subito il controllo, si alza dalla scrivania e indossato il miglior sorriso d’ordinanza avanza di tre passi verso il Vescovo. Infine, prima di inginocchiarsi a baciare l’anello cinguetta:
«Vescovo Ardizzone, ma che sorpresa! Qual buon vento la porta da queste parti?» lanciando a Gilda un’occhiata che equivale ad un SOS.
Ardizzone Lambruschini, vescovo di Ladispoli e dintorni, è un omone sanguigno di una sessantina d’anni, con una gran barba, una gran pancia ed una voce tonante con la quale fa tremare le vetrate della cattedrale durante le omelie appassionate nel corso delle quali non manca di invitare le pecorelle smarrite a contenersi, non indulgere ai vizi e soprattutto resistere ai piaceri della carne. E’ accompagnato dal suo segretario, don Martino Gattolin, un biondo veneto venticinquenne che attrae l’attenzione ammirata delle suore e della Calva Tettuta.
«Suor Matilda!» tuona il vescovo.
«Eccellenza?» chiede la Superiora fingendo stupore, prevedendo tempesta.
«Suor Matilda, sono contrariato con voi!» proclama il Pastore.
«Me ne dolgo, Eccellenza Reverendissima» dice Matilda, umilmente. «Posso sapere in che cosa ho mancato?»
«Suor Matilda, non prendetemi per il c… ehm, non mi prendete in giro, va bene? Dove siete sparita tutto questo tempo? Vi siete fatta negare al telefono per settimane, mi è toccato venire a trovarvi in incognito come Maometto alla montagna!» ma prima che la Superiora possa rispondere il suo Superiore continua: «No, no, lasci stare, non voglio saperlo. Quello che voglio che mi diciate, ora e subito, è che tutto va bene e non ci saranno intoppi. Me lo assicurate?»
Suor Matilda resta un attimo interdetta, poi si azzarda a chiedere:
«Ehm, assicurarvi in merito a cosa, eccellenza?»
Il vescovo sembra prendere lo slancio prima di eruttare.
«Come di cosa dovete assicurarmi? Come vanno i preparativi? Tra pochi giorni ci sarà la grande processione per l’anniversario della fondazione dell’Istituto, cinquecento anni, e voi che state facendo? Niente! Dove sono le pie donne? Dove sono gli uomini delle Confraternite che reggono le statue? Bisogna sistemare la chiesa, i fiori, tutto il percorso, prendere accordi con le autorità, ci dev’essere la banda! Verrà gente da tutta Italia, ed anche dal mondo! Gli ostelli, gli alloggi, li abbiamo sistemati? Siamo in ritardo, in ritardo! Ed inoltre quel vostro Santone che fine ha fatto?» e qui il vescovo coglie uno sguardo di disapprovazione del suo assistente « Si, si, lo so che non dovrei incoraggiare questa caz.. ehm, devozione popolare! Ma la gente ci è affezionata, che diamine! No, cara suor Matilda, non ci siamo, non ci siamo proprio! »
«Ecco, Eccellenza, lasciate che…» inizia a parlare suor Matilda, subito interrotta da una voce amica.

«Eccellenza, permettete che le spieghi io, invece» dice Gilda, decisa, abbrancando la mano del vescovo e baciandogli l’anello, estraendo inavvertitamente la puntina della lingua.
Ardizzone ritrae la mano sorpreso, e chiede a suor Matilda:
«Ehm… chi è questa signora, una parrocchiana?»
«No, Eccellenza, non sono una parrocchiana… sono un’umile devota del beato Turacciolo»
«Turoldo» corregge il segretario, beccandosi un’immediata occhiataccia di Gilda.
«Turoldo, Turoldo» continua Gilda. «Sono la vedova del cavaliere Rana, l’avrete sentito… tortellini, ravioli…»
«”Quel” cavaliere Rana?» chiede il Vescovo, comprendendo che la faccenda si stia facendo interessante.
«Proprio lui, Eccellenza» conferma Gilda con un movimento del capo, riuscendo a farsi scappare persino una lacrimuccia.
«Voglia accettare le mie condoglianze, signora» dice il vescovo, facendo cenno al segretario di porgere a Gilda un fazzoletto.
«Grazie, eccellenza» dice Gilda, tenendo un secondo di troppo la mano del segretario tra le sue, e lanciandogli da dietro al fazzoletto un lampo di malizia che lo fa arrossire.
«Sono qui per adempiere alle ultime volontà del mio povero Evaristo, anche lui grande devoto del Beato Turac.. ehm Turoldo, che in punto di morte mi disse: “Gilda, cosa possiamo fare per quelle povere suore che dispensano bene per ogni dove? Mi vergogno di essere stato per tutta la vita così egoista mentre quelle suorine che non hanno mai visto un’estetista in vita loro”» e così dicendo squadra dall’alto in basso le suore «sono costrette a scavare nell’orto a mani nude per ricavarne il duro sostentamento della giornata. Si, questo era l’uomo che amavo, signori» e così dicendo, Gilda scoppia in un pianto dirotto.
«Oh, che animo nobile!» esclama il Vescovo, che si affretta ad abbracciare la sofferente, constatandone una consistenza ragguardevole.
«E dunque» continua Gilda, sciogliendosi dall’abbraccio «ci siamo detti: “Sai che c’è? Due soldarelli fanno comodo a tutti. Andiamo al convento e sentiamo i bisogni di quelle povere sventurate”. Ma purtroppo mio marito non ha fatto in tempo a vedere realizzato il suo sogno ed eccomi qua in sua vece, sola» calcando forse un po’ troppo l’ultima parola «Mi sono incontrata con la vostra Suor Matilda, una Santa!» esclama Gilda, incocciando lo sguardo divertito della vecchia amica «e l’ho pregata di mantenere il riserbo sui nostri incontri e sui preparativi. Capirà, Eccellenza» dice Gilda guardandosi intorno con circospezione «Questo è un paese pieno di Santi e Beati. Se si sparge la voce, hai voglia a far tortellini…»
«Certo, certo, Signora, capisco benissimo, e sono lieto che la Provvidenza vi abbia indirizzato a noi…»
«E dunque, Eccellenza» continua Gilda «tutto è bene quel che finisce bene, la buonanima è sepolta e noi siamo qua. Le assicuro che tutto sarà pronto per il momento opportuno, non deve preoccuparsi, ci penserà la ditta Rana a coprire le spese (tanto le scaricheremo dalle tasse). Però, Eccellenza, devo chiederle un favore» dice Gilda, avvicinandosi ed abbassando la voce.
«Dica pure, signora Rana, se posso…» dice il presule.
«Ecco… siccome noi non abbiamo grandi esperienze in materie canoniche… ci servirebbe, come dire, un aiutino…»
«Ma certo, capisco, ovviamente… metterò a disposizione tutto ciò che le serve…»
«Non potrebbe prestarci il suo segretario per qualche settimana?»
«Il mio segr… don Martino?» chiede il vescovo confuso.
«Ah, si chiama don Martino? Si, proprio lui» dice Gilda fissando il giovane come una gatta fissa un topolino di passaggio, leccandosi lievemente i baffi.
«Ma Eccellenza, io devo finire gli esami di Antropologia teologica, non posso… » prova ad obiettare il segretario.
«Don Martino, non mi rompere i… ehm, don Martino, gli esami possono aspettare. Dai una mano a queste brave suore, che un po’ di pratica non potrà farti che bene. Anzi, già che ci sei dai una mano anche nell’orto, ce l’avete una bella zappa per il mio collaboratore?» chiede il Vescovo, che poi si rivolge a suor Matilda.
«Suor Matilda, mi scuso se sono stato un po’… impetuoso. Voi avete fatto un ottimo lavoro e vedo che mi sono preoccupato per niente… ora, cara Superiora, già che sono qui procederei all’ispezione.»
«L’ispezione, Eccellenza? Adesso?» chiede la Suora, allarmata.
«Si, l’ispezione, l’ispezione, e insomma suor Matilda, non vorrete che torni apposta per l’ispezione? Già che sono qua, facciamo questa benedetta ispezione, suvvia. Vi dispiace accompagnarmi alle cantine?»
«Le cantine?» ripete suor Matilda, che presa alla sprovvista non riesce ad inventare una scusa plausibile.

In quel mentre un uomo elegante che indossa un clergyman firmato Girifalchi entra sorreggendo un vassoio con tazzine e caffettiera, con cioccolatini e biscottini di mandorla:
«Gradite un caffè, Eccellenza? Arrivato fresco fresco dalle missioni del Togo»

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La Nato spianerà le buche di Roma!

Per far fronte all’emergenza buche l’amministrazione capitolina ha deciso di ricorrere alle maniere forti e di chiedere l’intervento dell’esercito. A mali estremi, estremi rimedi! Purtroppo, al momento della mobilitazione, ci si è accorti che non ci sono abbastanza soldati per l’opera meritoria, perché a parte quelli che abbiamo in giro per il mondo a cercare di mantenere un minimo di pace tra vicini riottosi o a volte ad aiutare ad inculcare la democrazia, quelli impegnati a presidiare i punti sensibili delle città in funzione anti-terrorismo, quelli impegnati in funzione anti-mafia, per le emergenze non ne rimangono tanti, e dire che tra incendi, terremoti, inondazioni e frane di lavoro ce ne sarebbe parecchio.
L’esercito sembra che non lo voglia nessuno, ma poi tutti lo invocano. Strano fenomeno!

Quanto avrebbe fatto comodo in questi tempi di buche e monnezza incendiata un bell’esercito di leva! Che magari si sarebbe potuto chiamare guardia nazionale, all’americana, o leva civile con funzioni di prevenzione e protezione appunto civile.

Trovandosi quindi in deficit di organico, l’esercito è stato costretto a chiedere aiuto agli alleati della Nato, che si sono detti felicissimi di spianare le buche di Roma, del resto l’hanno già fatto nel l’43, e persino i sette colli se occorre.

Qualche voce solitaria si erge a dire che forse basterebbe assumere qualche stradino o cantoniere, o dotare di pala e bitume i tanti pensionati pubblici che girovagano per l’Urbe, o magari aggiungere una postilla al reddito di cittadinanza: “obbligo pala”, come quando per l’assunzione di un violino alla Scala si mette “con obbligo di fila”. Oppure che le ruspe salviniane, magari affiancate da betoniere e rulli compressori, entrino in azione per obiettivi più impegnativi che campi Rom o baracche di disgraziati. Ma si tratta di bastian contrari, retrogradi che niente hanno a che fare con la modernità.

Dunque avanti, Savoia! Le brecce non ci mettono certo paura: le colonne corazzate non si fermeranno finché i Fori Imperiali non saranno completamente asfaltati. Tappare, e tapperemo!

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p.s. non vorrei sembrare affetto da paranoia, ma veramente mi sembra che la foto-montaggio con il pesce sia stata scattata a Como. Quello mi sembra viale Roosevelt (guarda a volte il caso) ma potrei sbagliare.

 

 

Ferragosto con Olena (XI)

«Pax vobiscum!»
La statuaria suora che ha varcato la soglia del refettorio del convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio, a Ladispoli, così si rivolge alle consorelle ivi riunite.
Non le sfugge l’incongrua presenza di tre babbi natali vestiti di tutto punto e con tanto di barbe bianche d’ordinanza, dei quali uno ha appena strappato una pagina di un Messale del XIV° secolo con l’intenzione di farla mangiare a James, che cavallerescamente si era frapposto fra i manigoldi e le suore, nonché della Calva Tettuta di cui è devoto maggiordomo, ricevendone in cambio un paio di sonori ceffoni che ne hanno imporporato le gote.
Gilda Quacquarini, vedova Rana, alla vista della religiosa tira un sospiro di sollievo.
«Alla buonora!» esclama «ve la siete presa comoda! Si può sapere dov’eravate finite?»
«Perdonate, sorelle, noi fatto piccola deviazione» informa umilmente la nuova suora.

Ad un certo punto infatti nonna Pina, avvistata dall’alto la Maremma, era stata presa da una botta di nostalgia per le antiche cavalcate a pelo con un buttero suo amico, Ottavio Bonavolontà, che effettivamente era infaticabile nella monta tradizionale, ed aveva quindi convinto Olena a fare una piccola deviazione alle terme di Saturnia dove sapeva che il vecchio amico, ormai mitigati gli entusiasmi giovanili, svolgeva la funzione di custode, con una pletora di figli e nipoti intorno. L’improvvisa vista di Pina lo aveva commosso, e volle presentarle l’intera famiglia, che dimostrava quanto il ricordo della antica maliarda fosse rimasto vivo in lui: i figli Pino, Pinuccio e Peppino, i nipoti Carletto detto Pinetto, Pinin e Cio-Pin, adottato dalla Cina. Mentre Olena si sgranchiva le gambe cavalcando Aiace, il cui tris-trisnonno era appartenuto nientemeno che ai principi Torlonia, nonna Pina ed Ottavio andarono a prendere un bagno tonificante sotto le cascate del Mulino, dove Ottavio ben presto dimenticò il motivo che li aveva portati lì e si mise a disquisire di insaccati, dimostrandosi estremamente competente di salame di cinghiale, salame di cinta senese, finocchiona e salame chianino. Constatando quindi che non c’era trippa per gatti nonna Pina lo aveva infine salutato, accarezzandogli teneramente i pochi capelli rimasti, lasciandolo a mollo con le sue fantasie culinarie.

I tre babbi natali, sorpresi, si girano verso l’inconsueta apparizione. Non capita tutti i giorni, bisogna ammetterlo, di trovarsi di fronte ad una angelica suora bionda alta un metro e novanta con una tonaca modello Girifalchi, che già a prima vista aveva suscitato l’invidia delle giovani suor Pulcheria e suor Burialda mentre suor Emerenziana pur preoccupata per il messale scuoteva la testa pensando “o tempora, o mores”, che ruota il pesante rosario in biglie di acciaio come un gaucho farebbe con le sue bolas.
«Cattivi cattivi santa klaus, perché picchiate questo piccolo peccatore?» chiede la suora.
«Peccatore sarai tu» protesta James. «Ancora con questa storia di Sodoma e Gomorra? Uscite dall’oscurantismo!» rivendica orgogliosamente ma forse non del tutto opportunamente il maggiordomo.
«Da dove sbuca questa?» chiede uno dei babbi natali ai suoi compari. Poi, puntandole una pistola addosso, le intima: «Ferma dove sei, Zuccherino. Vieni da questa parte con i tuoi amichetti e nessuno si farà male».
E’ un attimo e un silenzio pesante cala sul refettorio. Gilda sgrana gli occhi, portandosi una mano alla bocca; James si stappa un orecchio col mignolo, per esser sicuro di aver sentito bene. Le suore, intuendo che qualche forza soprannaturale sta per sprigionarsi, si stringono tra di loro. Persino uno dei babbi natali, colto da un dubbio, tira per la manica quello che ha in mano il messale, convincendolo a posarlo sul leggio.

Olena stringe impercettibilmente le palpebre, fissando l’uomo con la pistola.
«Come tu ha chiamato me, piscialletto?»
Il “piscialletto” lascia interdetto il babbo natale armato, risvegliandogli ricordi sopiti. La barba che gli copre il volto impedisce di vedere il rossore che lo sta ricoprendo. Si gira verso i compari per chiedere appoggio, ma vede solo due barbe incredule, delle quali una fa appena in tempo a dire:
«Cazzo, Ivan, la suora è il capita…»
Il rosario sibila come una frusta verso la mano del babbo armato, ed il crocefisso appuntito si infilza sul dorso della mano, tra le ossa del metacarpo: Ivan Kozlov, questo è il nome del bandito, urla e spara inavvertitamente al piede del compare, Victor Gusev; il terzo, Petr Prostakov, vista la mala parata, decide di abbandonare il campo ma sfortunatamente si imbatte nel gomito di Olena che gli rompe il setto nasale, causando un copioso fiotto rosso che va a sporcare la barba immacolata.

«E che ca…rattere!» urla suor Emerenziana, scandalizzata. «Figlia mia, non è che non apprezzi due schiaffoni ben dati quando ci vogliono, ma mi pare che tu esageri! Cos’è di preciso che non hai capito nel “porgere l’altra guancia?”. Noi siamo qui per redimerli, i peccatori, non per mandarli direttamente all’altro mondo!»
Suor Matilda, la superiora, interviene per stemperare la tensione:
«Calma, calma, sorelle. Suor Katiuscia viene dal convento di Vladivostok e dovete capire che da quelle parti, avendo avuto a che fare per decenni con dei senza dio, per sopravvivere in continenza e castità abbiano dovuto affinare le arti della difesa personale. Per non parlare poi delle mani lunghe dei Pope ortodossi, alle quali le nostre sorelle spuntano le unghie a suon di bastonate.»
Olena annuisce con gravità, osservando con la coda dell’occhio i tre babbi natali che si danno alla fuga lasciando una scia rossa. Suor Pulcheria e Suor Burialda la osservano incantate.
«Insegnerai anche a noi, suor Katiuscia?» chiede adorante la baffuta suor Pulcheria.

I tre babbi natale corrono, cercando di mettere più spazio possibile tra loro ed il convento.
«Ivan, sei un idiota!» urla Petr, tenendosi un fazzoletto premuto sul naso.
«Aahh cazzo sono ferito, portatemi in un ospedale dannati coglioni!» urla Victor, che è costretto a scappare saltellando con un buco sul piede.
«Deficiente vacci da solo all’ospedale! Anzi vai addirittura dai carabinieri già che ci sei! Ma non potevate avvertirmi prima che c’era quella in giro? E poi, ma che cazzo ci fa il capitano Smirnoff in mezzo a delle suore?»
«Perché non glielo vai a chiedere? Anzi quasi quasi ci vado io, così gli chiedo anche come mai ti ha chiamato piscialletto! E adesso che cacchio facciamo, chi glielo dice al capo?»

«Oh, oh! Merry Christmas, finocchietti!»
Nonna Pina, seduta sull’Antonov An-2 posteggiato sul retro del convento, ridacchiando punta le due mitragliatrici Browning 12,7 sui macilenti babbi natali, che si guardano sconcertati.
Ivan Kozlov si gira perplesso verso Petr Prostakov. «Non avevi detto che sarebbe stato un lavoretto da niente?» e Petr, confuso quanto lui, risponde: «Ma io che ne potevo sapere…?» prima di prendersi un pugno sul naso già rotto che lo manda nel mondo dei sogni.

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Ferragosto con Olena (X)

Com’è bello far l’amore
da Trieste in giù
com’è bello far l’amore
io son pronta e tu?

Miguel, il giardiniere tuttofare, abbracciato al rastrello con il quale ramazza le foglie cadute da una delle querce secolari del parco di villa Rana, si esibisce in una personalissima versione di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà ad uso e consumo del pappagallo celtico Flettàx.
Il pennuto sembra apprezzare, e lo dimostra concludendo il ritornello con una citazione dotta: «… ma poeù vegnen chì a Milan… Terùn!»
«Miguel… ppsst… Miguel!» Da un cespuglio adiacente la quercia, una voce in falsetto richiama l’attenzione del messicano. Miguel lascia cadere il rastrello e si avvicina incuriosito al cespuglio, scosta le foglie e prorompe in un gridolino di sorpresa: «Tu?! Paio? Paio, mi amor, que haces aquì?»
«Sshh… habla piano, Miguel…» dice sottovoce Hector García, in arte Paio Pignola. «Tu mi devi aiutare…»

Nel ristorante tipico “Casa Castalda”, situato nell’omonimo borghetto in provincia di Perugia, il proprietario nonché cuoco Lollo Cavaturaccioli meglio conosciuto come “Il mago della crescia” sta sovraintendendo all’allestimento dei numerosi tavoli all’aperto, tutti prenotati per l’attesissima finale di Miss Saltarello che si terrà di lì a poche ore sul palco allestito proprio di fronte al locale. Per il premio speciale al miglior gruppo folcloristico favoritissimo è il gruppo “Li ‘ngrifati de Montemeló” che, trascinati dalla famosa coppia di stornellatori Gustì de Pertecaró e Mariuccia Olivieri detta Fiencacelli e accompagnati dal funambolico organettista Leone Cacciamà, hanno affrontato una trasferta di ben 85 km pur di portare a casa per il quinto anno consecutivo il prestigioso premio “La crescia d’argento”.
I due improvvisatori stanno scaldando la voce con qualche rima sapida, mentre il corpo di ballo composto da ben dodici robuste ragazzotte dodici e relativi accompagnatori sgambetta allegro:

Gustì:
Me lo dicìa sempre la pora nonna
la tigna è sempre stata la ruvina della vigna
la vigna rovinata dalla tigna
uva ne fa tanta, ma non se magna
allora, cocca mia, mpara na cosa
a volte bisogna pur darla la pelosa.¹

Mariuccia:
Da lontano se sente che prufumi d’ignoranza
mammata te n’ha data proprio tanta;
scì natu in un periodu de bbonnanza
se ne venni una metà, troppa te ne ‘vvanza.

Il terzetto di ottantenni che risale lentamente la salita che porta alla piazzetta attira l’attenzione di Lollo. Si ferma un attimo, con lo strofinaccio in mano, e li osserva dirigersi verso il palco. Il più alto dei tre, che indossa una specie di saio marrone, fissa lo stornellatore con calma ma decisione. Quando Gustì se ne accorge rimane a bocca aperta per la sorpresa, lasciando Mariuccia senza l’attesa risposta. Quando si riprende, lascia alla partner il cembalo che usa per accompagnarsi e scende le scalette del palco, avvicinandosi al terzetto che lo aspetta a braccia conserte. Finalmente recupera la favella:
«Virginio, cazzo, mi stavi facendo prendere un colpo. Che ci fai con ‘sti rincoglioniti?» indicando Oscar e Armando, che ridacchiano sotto i baffi.
«Siamo venuti a prenderti, Agostino. Ci serve un batterista» spiega il Santone, con un accenno di sorriso, e continua: «E’ ora di fare quel lavoretto. Il Russo è tornato»
«Il Russo… lo sapevo che non era morto, quel bastardo!» sibila Agostino con disprezzo.
«Ancora no, gli serve una spintarella» lo informa Armando Grasparossa. Poi, guardando verso il palco: «Ma quella non è Mariuccia? Ma almeno te l’ha data dopo tutti ‘sti anni?» ridacchia il fisarmonicista.
«Sta’ zitto rimbambito, non farti sentire che è ancora una jena…» lo zittisce lo stornellatore «per tua informazione abbiamo cinque figli e diciotto nipoti, ma non ha ancora voluto sposarmi»
«Bè, quando torniamo falle la dichiarazione. Io ti suono l’Ave Maria, però sbrigati, che sennò mi tocca suonarti il Requiem Aeternam» ridacchia a sua volta Oscar Calatrava.
«Vaffanculo, Oscar». Poi, girandosi preoccupato verso il palco dove la compagna Mariuccia lo aspetta con le mani ai fianchi ed un’espressione infastidita sul viso:
«Mariuccia, amore mia, devo partì pe quarche jornu co ‘sti amici, non te sta’ a preoccupà»
Mariuccia squadra il quartetto, scuotendo la testa, poi si rivolge direttamente al Santone, guardandolo negli occhi.
«Tu non molli mai, eh? Lo sapìo che un jornu o l’antru saristi ‘rriatiu, è da quanno è morta la pora Giovanna che te ‘spettavo… »² Poi, dopo aver guardato Agostino con tenerezza, continua:
«Vidi de ‘rportarmilu a casa ‘ssu testó… che sennò, se non te ‘mmazza quillu te ‘mmazzo io»
Poi gira loro le spalle, e rivolta al gruppo folcoristico dichiara: «Ragazzi, Gustì non se sente bene. Stavolta faccio tutto io… daje Cacciamà, ‘ttacca»

«Natascia, figlietta mia, quanto manca per arrivare? Che questi sedili non sono proprio comodi, sai»
Nonna Pina, seduta al posto del secondo pilota, osserva Olena manovrare i comandi del vecchio Antonov An-2. «E poi sinceramente preferirei rimettere i piedi sulla terraferma, questi rumori non sono per niente rassicuranti» dichiara la ultracentenaria.
«Tranquilla, babushka, questo aereo è gioiellino. Scarta leggermente a destra in decollo, ma quando in aria sicuro come poltrona di casa. Ora speriamo che in atterraggio non andiamo in mille pezzi» dice la russa, concentrata.
«Spero questo macinino sia assicurato» chiede preoccupata nonna Pina «che ripagarmi come nuova costerebbe una fortuna»
«Ah, ah, avete ragione babushka… ma non ci sarà bisogno, io scherzavo…»
Nonna Pina guarda Olena con stupore «Aspetta aspetta che controllo se sta arrivando una tempesta di neve. Tu scherzavi? Ah, ah, Natascia non sai come mi fai contenta, ero preoccupata per te!»
«Preoccupata babushka? Perché mai?» chiede la russa.
«Perché ti ho visto triste, pensavo che avessi qualche problema… tutto a posto allora?»
«Si, tutto a posto babushka, davvero» conferma Olena, con lo sguardo fisso all’orizzonte.
«Bene, sono contenta per te» approva nonna Pina. «Allora dai, accelera che così arriviamo prima di mia nuora e del maggiordomo. Però, Natascia, posso chiederti una cosa?»
«Certo babushka, cuosa?»
«Come mai hai tolto di nuovo i serbatoi e rimesso le mitragliatrici?»

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¹ Tratto da “Stornelli marchigiani” di Leucano Esperani www.luoghifermani.it
² trad. Lo sapevo che un giorno o l’altro saresti arrivato, ti aspettavo da quando è morta la povera Giovanna. Vedi di riportarmelo a casa questo testone… che se no, se non ti ammazza quello ti ammazzo io.

Ferragosto con Olena (IX)

Nel bel mezzo della ampia camera di nonna Pina, dalle cui finestre si gode una splendida vista del palazzetto del ghiaccio padronale dove la nazionale sudanese di curling si sta allenando in vista delle Olimpiadi Invernali del 2022, un uomo ritto sopra uno sgabellino sta cercando di prendere le misure ad una donna statuaria che è in piedi di fronte a lui con le braccia allargate.
«Quanto tempo ancora io deve cuosì restare?» chiede la donna, mentre con uno sbuffo si rialza una ciocca di capelli biondi che le era calata sugli occhi.
«Chi bella vuol comparire qualche pena deve soffrire» risponde provocatoriamente James il maggiordomo, reggendo la cartellina delle misure che il sarto gli ha affidato.
«Tu non dire altra parola se tiene tuoi gingilli, si?» suggerisce amichevolmente Olena a James che assiste con aria divertita alla cerimonia.
«Uh, siamo permalosetti stamattina!» constata il maggiordomo, tenendosi ad ogni buon conto a distanza di sicurezza. «Cosa avrò mai detto di male? Solo che la divisa da suorina ti si confà, ti dona un certo qual  tocco sbarazzino. Tra l’altro mi ricordi una cara amica, assistente alla poltrona del mio dentista, che veniva spesso invitata a delle cene eleganti purché ci andasse vestita da crocerossina. Una carriera fulgida.»
«Chiudi tua buocca o io appalluottola te!» sbotta Olena.
«Devo solo avvisarti che dovrai cambiare qualche accessorio. Quelli, ad esempio» continua James, indicando gli stivali di pelle che le arrivano fin sotto il ginocchio. «Calzini bianchi, cara mia, e sandali. Fattene una ragione.»
«No, no, ferma, non muoverti, che ti pungo!» intima il sarto ad Olena, intuendo che questa si appresta a dar seguito alle minacce.
«Ma che impazienza carina, un attimo che Jean Astolphe tuo ha quasi finito. James bello, stai prendendo nota?» chiede il famoso stilista, Jean Astolphe Girifalchi, a suo cugino James, il maggiordomo.
«Certo Oronzo, non sto mica qui a pettinare le bambole!» risponde James, al quale il ruolo di ragazzo di bottega non aggrada.
«Ma come siamo tutti nervosetti oggi!» constata lo stilista. «Poi quante volte ti ho detto di non chiamarmi Oronzo,  quella dell’Oronzo è storia passata. Chiamami Jean Astolphe o Maestro, o Maestro Jean Astolphe, come preferisci» E dopo aver redarguito il cugino, che a fatica si trattiene dal ricordare al congiunto gli scappellotti scambiati da bambini insieme ai vestiti delle sorelline, si allunga con la fettuccia verso Olena e detta le misure:
«Petto 90. Vita 60 e… fianchi 90. E ti pareva. Qui ci vorrà un sacco di stoffa.» commenta il sarto, disapprovando l’opulenza della modella.

Nel sagrato del duomo di Pennabilli lo sposo Ubaldo Campetelli passeggia nervosamente avanti e indietro, aspettando l’arrivo della sposa, Iginia Passannanzi. I testimoni dello sposo sbadigliano, provati dalla nottata precedente dove avevano festeggiato l’addio al celibato dell’amico nella vicina Rimini, girovagando da un locale all’altro collezionando una discreta dose di birre scure doppio malto e whiskeis torbati. Al culmine della festa si erano ritrovati in un locale sudamericano dove impazzava una musica eseguita da un’orchestra cubana in tournée, gli “Adelante Compañeros”, ed in pista una mulatta considerevole, sebbene dai tratti un pelino troppo marcati, che mostrava di non avere pregiudizi di sorta verso la categoria dei testimoni di nozze.
L’organista Oscar Calatrava, vecchio jazzista costretto a suonare a matrimoni e ricevimenti per sbarcare il lunario, seduto davanti alla tastiera del grande organo a canne Aletti 1930 che troneggia nella Cantoria è pronto ad attaccare la Marcia Nuziale di Richard Wagner, al segnale concordato con il sagrestano Duilio Marangoni, terrore dei chierichetti.
Oscar sistema i registri del vecchio organo, e ringrazia che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di sposarsi, cosa che da parte sua aveva rimpianto da tempo e precisamente da quando aveva trovato sua moglie, Zelinda Cicconi, a letto con il portalettere Luigino Giovanardi, avvenimento che a suo tempo aveva arrecato scalpore in quanto non è usuale veder correre per le vie del paese un portalettere nudo inseguito da un organista munito di doppietta.
Lo scricchiolio delle scale di legno che portano alla Cantoria lo distoglie dai suoi pensieri.
«Ma chi cavolo…» fa appena in tempo a dire Oscar, prima che la porticina che da sulle scale si apra, cigolando.
L’uomo che gli si para davanti ha capelli lunghi, bianchi, ed una barba anch’essa bianca. Indossa una tunica marrone lunga, da monaco, con una sacca di juta a tracolla.
«Ma che…» dice Oscar, alzandosi in piedi di scatto, con la velocità che gli consentono i suoi ottantuno anni. «Tu?» dice infine all’uomo, che è sbiancato come alla vista di un fantasma «Johnny? Ma… non è possibile!»
L’uomo lo guarda, quasi con tenerezza, poi scuote la testa su e giù, annuendo lentamente.
Oscar capisce. Annuisce a sua volta, poi chiude il coperchio della tastiera dell’organo e spegne l’interruttore. Raddrizza le spalle, e mormora: «E’ da quarant’anni che ti aspettavo»

Finalmente la sposa arriva, scende dalla Torpedo d’epoca affittata per l’occasione e sale raggiante le scale del sagrato. Sposo e sposa, affiancati dai relativi genitori, si preparano a fare l’ingresso, attendendo le solenni e gioiose note della Marcia Nuziale. Duilio il sagrestano si sbraccia verso la Cantoria, dove Oscar non da segni di vita.
«Vecchio ubriacone, si sarà addormentato» pensa tra di se, e facendo cenno agli sposini di aspettare  si appresta a salire dall’organista.
«E che cazzo!» scappa detto al sagrestano, non trovando Oscar al suo posto.
«Ma dove cavolo è andato quel rimbambito?» osservando gli spartiti sparpagliati in terra; poi, sporgendosi dalla Cantoria, fa cenno al prete di aspettare un momento e si precipita giù dalle scale per comunicare al quasi sposo che dovrà fare a meno della musica.
«Cominciamo bene» pensa Ubaldo allargandosi il colletto della camicia, lanciando uno sguardo imbarazzato alla bella Iginia ed uno preoccupato a Ursus Passannanzi, il futuro suocero.

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