Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

palio-1024x768

 

Annunci

Altro che tempi bui!

Amici cari, come si fa a dire che il mondo è brutto quando accadono fatti come questi?

  • Durante il banchetto nuziale, vicino Abbiategrasso, gli sposini si sono azzuffati con i cognati per un apprezzamento poco simpatico del cognato sul vestito della sposa. Apriti cielo! Botte e cognati portati al pronto soccorso: che goduria! Peccato non essere stato tra gli invitati. Si prevedono bis per le feste di Pasqua, Natale e compleanni vari.
  • Una ragazza francese si è tuffata nuda nella fontana dell’Apple Store in piazzetta Liberty, a Milano: “non pensavo fosse vietato, in Italia”, si è giustificata, rivelando così una grande considerazione della nostra apertura mentale. E pensare che qualcuno ci considera dei bigotti!
  • Ho visto solo oggi purtroppo le foto della ragazza che a Madrid, durante la finale della Champions League, ha fatto invasione di campo correndo in costume da bagno e scarpe da tennis. Per il poco che ho visto della partita, il suo spettacolo è stato senz’altro migliore di quello che hanno offerto le due squadre: la coppa (ben meritata) l’avrebbero dovuta assegnare a lei!

Enjoy!

reggio-emilia-sposa-abbandonata

 

Why do Italians live so long?

It’s universally acknowledged as Italy, this lovely place kissed on the forehead by Dea Fortuna, was the most beautiful country in the world.
About this topic I must reject any objection, my dear friends, and, if you don’t feel like my humble belief, take a look to the UNESCO report: fifty-five sites (since today) recognized as World Heritage, between natural, historical, architectural, even culinary… the largest quantity on the planet.
But, my devoted readers, it’s not my intention to talk about obvious thing.
Instead, I want introduce to you the Italians, firstly by refuting and rejecting annoying cliché and also to show some aspects of our way of life that I am sure are poorly known.

If you are some of that guys that imagine Italians busy all day (including holydays) eating pizza and spaghetti _ about this I had an embarrassing welcome in a restaurant in Stockolm, but I’ll tell it again, if you have curiosity _  and playing mandolino, I must disappoint you: i.e. I play guitar and not mandolin, and not all the day.

After this brief introduction, I would like to begin with an important, quite fundamental argument: why do Italians live so long?

This is why Italians live so long
Please friends, avoid easy answer: yes it’s true, we have sun, sea, lakes, mountains, temperate climate, lot of water, good and sometimes excellent public healthcare, charming towns and villages, aptitude for socializing, expansiveness and an excellent art of getting by. It’s not so true all over the whole country, but in most part of it yes.
Open your ears and mind because I’ll now reveal to you the real reasons why we live more than other peoples:

  • Mediterranean diet;
  • Sex.

About diet you could consult thousands of sites and all of them will recommend to you a correct mix of carbohydrates, protein, fats and sugars for improve health and wellness; yes all true, but I ask to you: What about ingredients? What about cooking? What about the taste of eating? (à propos of cooking, I’ll talk about this in a future episode “Why Italians love their moms so much”) And, of course: what about wine? You know, we produce great quantity of wine and personally I offer a substantial contribution to domestic consumption, as you can guess from this few rows.

But, once you have well eaten, my dears, how to spend the rest of the time?
You have surely heard the names of famous latin lover of the past: Giacomo Casanova, Rodolfo Valentino, Silvio Berlusconi, but what you don’t know is that inside each Italian you could find a latin lover, even in late age.

Take me, for example, I have sex five times a day: 1) just woke up, with my wife 2) middle morning, with my colleague Virna; 3) at noon, in the company canteen, with chi c’è c’è; 4) in the evening, bis with my colleague Virna; 5) during dinner, with my wife again. Never during the night, sleeping is necessary to restore potency.
Unbelievable, isn’t it? Considering my age, moreover.

I have only a little problem, added to my poor knowledge of English, my memory: what is precisely sex, stuff you can eat?

Sophia-Loren_Marcello-Mastroianni_filmIeri-oggi-domani

Una birra per Olena (VII)

«James caro, sono pronti questi bagagli?»
Gilda, abbigliata da principessa Sissi, picchietta impazientemente in terra con il grazioso piedino mentre si rimira nell’antica specchiera veneziana appesa ad una parete della sala.
James il maggiordomo, vestito del costume tipico bavarese Lederhosen¹, fa il suo ingresso nella stanza reggendo due valigie.
«Chiedo venia, signora, con queste dovremmo essere pronti. Non sarebbe stato appropriato partire senza il vostro costume Dirndl¹ ma purtroppo era scomparso; abbiamo dovuto mettere la casa sottosopra, ma alla fine l’abbiamo trovato»
«Oh, meno male, e dove si era andato a cacciare? Non lo mettevo dai tempi della caccia al cervo con la buonanima di Evaristo»
«Era in un armadio nella camera di Miguel, signora, il giardiniere ama il cosplay, si traveste spesso da Heidi»
«Che monello quel Miguel! Ma a proposito James, quando tornerà quell’ometto? Il giardino sembra un po’ trascurato»
«Ecco, signora, se tutto va bene dovrebbe essere di ritorno alla fine del mese, sempre che eventi imprevisti non lo trattengano» dice James rabbrividendo, sperando che la sua preoccupazione non si tramuti in premonizione.

In quel preciso istante infatti, nella Hacienda “Pedro Pineda”, a Laguna Seca, nello stato di Zacatecas in Messico, si sta preparando la grande festa che si terrà dopo il tramonto, quando il sole che martella quella landa desolata avrà accordato una tregua ai lavoratori della terra, in attesa di riprendere le ostilità il giorno seguente.
Il padrone di casa, don Ignacio de La Peña, osserva orgoglioso il palco su cui l’orchestra mariachi “Aureliano Zapata” sta scaldando gli strumenti con una versione originale del classico Cielito Lindo.
Intanto, al piano di sopra della casa padronale, la tragedia incombe.
«Paio, mi querida, esci di lì por favor»
«No, no e no! Non verrò mai alla festa con questi straccetti!»
«Ma mi amor, che ti importa del vestito, sei bellissima!»
Paio Pignola, al secolo Hector Garcìa, esce come una furia dal bagno dove si era rintanata.
Vestita di un abito tradizionale variopinto, con un lungo sottanone ed una camicia di pizzo allacciata sul davanti, in testa un velo che la fa assomigliare ad un famoso dipinto di Frida Kalho non fosse altro che per i generosi baffetti neri, la salsera inferocita carica il malcapitato Miguel.
«Tu e le tue maledettissime idee!» sbotta la cubana. «Facciamo solo una piccola deviazione per trovare i miei… dovevamo andare ad Acapulco e guarda in che buco mi hai portato! Ed hai perso anche le valigie!»
«Ma mi amor, non è stata colpa mia… come potevo sapere che l’autista dell’autobus fosse un ubriacone e si addormentasse mentre guidava? Per fortuna siamo riusciti a saltare fuori prima che si capottasse nel burrone…»
«Se mi amassi veramente, come dici, avresti salvato almeno il mio beauty case! E invece eccomi qua, sembro una suora di clausura!» afferma Paio, sollevando il sottanone.
«Ma quale suora, Paio, sei elegantissima. Lo so che sei nervosa per la festa, ma non devi preoccuparti, i miei genitori sono persone alla buona, vedrai!»
«E non dire che sono nervosa, ti ho detto che non sono nervosa!» strilla Paio in falsetto. «E prega che vada tutto bene, se no nel burrone ci finiranno i tuoi gingilli!»

Gilda, riflettendo sulle qualità del fido tuttofare, formula un auspicio: «Bè, speriamo proprio di no, mi dispiacerebbe perdere un collaboratore così variopinto» poi, guardando con interesse il maggiordomo:
«James, te l’hanno mai detto che i pantaloncini con le bretelle ti donano? Anche il cappello con la piuma, ma di più i calzoncini. Potresti metterli più spesso, magari nelle cene informali»
«Grazie signora» risponde James con modestia «in gioventù ho praticato la Schuhplattln² con il mio amico boscaiolo Hans. Ricordo che abbiamo partecipato a diverse gare e riscuotevamo un discreto successo nello Jodel a due voci»
«Davvero, James? Mi sarebbe piaciuto assistere. Ma come mai la coppia si è sciolta?»
«Ehm, ecco, per divergenze artistiche, signora» risponde James, ripensando agli schiaffi veri che il boscaiolo gli aveva affibbiato quando lo aveva scoperto nel capanno del guardaboschi Ulrich.
«Bè, è un vero peccato James. Ma, come si dice, the show must go on the table, con o senza gatto» poi, come se avesse un ripensamento, la Calva Tettuta continua:
«James, sai che ho una alta opinione di te, vero? Perciò non prendere questa mia domanda come una mancanza di fiducia. E’ stata allertata la cavalleria? Natascia, intendo. Non so perché ma sento che potremmo aver bisogno di una consistente potenza di fuoco.»
James risponde senza scomporsi «Mi sono preso la libertà di avvisare la nostra Natascia appena saputo dell’accaduto, dovrebbe già essere sul posto », ripensando a quanto successo due giorni prima.

All’uscita dalla miniera, Olena accende il telefono satellitare per avvisare la sua committente Priscilla Presley dell’avvenuta liberazione del suo amico Tom Jones. Prima che possa digitare il numero viene preceduta da una chiamata, ed il nome che compare sul display le procura un sorrisetto che le increspa l’angolo destro delle labbra.
«Amuoruccio! Tu non riesce proprio a stare senza di me. Tu carino, ma ora io lavoro, può tu chiamare più tardi?»
«Natascia, abbiamo un problema» annuncia un compìto James. «Servirebbe la tua presenza a Monaco di Baviera, pensi di farcela per domani mattina? E ti sarei grato di soprassedere sull’amuoruccio»
«Quando tu capirai mio nome io smetterò di chiamare tu amuoruccio, capito finuocchietto?» mette in chiaro la russa, tornata seria. «Cosa successo a Muonaco?»
Il maggiordomo concede solo un assaggio di risposta:
«Presentati dal direttore Matthäus. Il caso è rognoso, la polizia brancola nel buio, il direttore annaspa aspettando che il trombettiere annunci l’arrivo dei nostri»
«Piatto ricco mi ci ficco» risponde Olena, chiudendo la conversazione.

Gilda annuisce in segno di approvazione ed elogia il suo maggiordomo.
«James, poche persone sono efficienti come te. Ti confesso che adesso sono più tranquilla, perlomeno di russi, cinesi e pigmei non dobbiamo temere. Possiamo muoverci, adesso?»
«Senz’altro, signora, faccio strada» e James solleva le valigie e si avvia verso il taxi che li sta aspettando per andare all’aeroporto,

a017_M17_0141GELMAN_D_1

¹ Il Lederhosen ed il Dirndl sono costumi tipici bavaresi, l’uno maschile e l’altro femminile
² Lo Schuhplattler è una danza bavarese e tirolese dove ci si tira degli schiaffoni

Carràmba che sorpresa!

Come diceva l’Ispettore Rock nella famosa pubblicità della brillantina Linetti degli anni ’50 e ’60, “anch’io ho commesso un errore…”.

Qualche anno fa, sull’onda dell’esplosione di facebook, mi iscrissi a questo social network ed ebbi modo di constatarne la straordinaria potenza come strumento di distruzione di massa dei cervelli e di ricettacolo di ogni fuori di testa del pianeta. Pertanto a poco a poco me ne sono allontanato, limitandomi a darci un’occhiata ogni tanto ed a mettere qualche like qua e là, specialmente a foto di vacanze e bottiglie di vino.
Ogni tanto degli sconosciuti e sconosciute mi chiedono l’amicizia ma l’amicizia, come la fiducia (tanto per restare in tema di réclame) è una cosa seria, perciò l’ho sempre centellinata ed accordata solo a persone che conoscevo o con le quali mi sentivo in sintonia.

A questo allontanamento ha contribuito anche il mio telefonino, che avendo una versione vecchia di Windows Phone non supporta più la app di facebook, e quindi la sera a casa dovrei accendere il computer, collegarmi etc… cosa che faccio di rado e di malavoglia, dato che di computer ne ho abbastanza di giorno.

L’altro giorno però, tra le richieste che di solito casso senza entrare nel merito, solitamente di signorine evidentemente entusiaste della mia foto sul profilo, che peraltro è di qualche annetto fa, e desiderose di intrattenere una proficua e fruttuosa corrispondenza, ne è arrivata una di una certa Albertina, dalla Francia, che mi ha colpito e spiazzato.
Una bella ragazza senz’altro, bionda con occhi chiari, decisamente di aspetto francese, con una bella bambina; poiché nel mio lavoro ho avuto a che fare con banche francesi ho pensato che potesse essere qualche collega, ma il nome non mi diceva niente; oppure qualche amica di conoscenti francesi ai quali per qualche strano motivo facebook mi avesse presentato come amicizia comune; oppure, dato che recentemente ho fatto stampare “Ferragosto con Olena” su un negozio online scoprendo poi che questo era francese, che sia stata addirittura un’impiegata di questa società, colpita dalla copertina (fatta da un professionista che dovrebbe decidersi a farmi diventare presto nonno).

Rassicuro (o deludo) tutti, il libro non è in vendita. L’ho fatto stampare in poche copie per regalarlo agli amici a Natale (qualcuno lo baratterebbe con una bottiglia, ma con quello che l’ho pagato non avrei preso nemmeno una bottiglia di moscatello delle giostre…) e per tenermelo in libreria per i nipoti, che potranno dire quanto il nonno fosse rimbambito ancora da relativamente giovane.

Contravvenendo quindi alle mie stesse regole ed ai più elementari principi di opportunità e prudenza, ho concesso alla ragazza l’amicizia (con restrizioni, che credo significhi che non può scrivere sul mio profilo senza il mio permesso, ma non ne sono sicuro) ripromettendomi appena possibile di andare a capire chi è questa Albertina.

Capirete quindi il mio imbarazzato e disappunto quando, collegato finalmente alla nuova amicizia, non mi sono trovato di fronte la slanciata Albertina ma un tozzo ed ingrugnito Nkono Kakame (o giù di lì: diciamo che ero rimasto abbastanza con la bocca aperta e non ho afferrato benissimo il nome) che mi guardava beffardo e minaccioso. Non era possibile pensare ad un caso di cambiamento di sesso, tipo Bradley Manning diventato Chelsea per intenderci: anche perché il nostro Albertino era decisamente troppo scuro. Mi sono affrettato a revocare l’amicizia al simpatico Kakame, e non vorrei che la decisione sia equivocata come dettata da razzismo: ho parecchi amici neri ma non simpatizzo per i Kakame che si presentano come Albertine, posso incolpare l’ambiente frequentato se questo mio lato del carattere sembrerà antipatico e fuori moda.

inter9

Del resto: basta saperlo! Un mio ex-collega torinese, di cui vi ho già parlato come lusingatore, non si è fatto scrupoli di frequentare un trans, e me ne ha anche magnificato la femminilità, la sensibilità, la dolcezza: tutti i gusti son gusti, amico caro, ma sarebbe un po’ difficile per un ragazzo all’antica come il sottoscritto trascurare alcuni dettagli non proprio secondari.

Addio dunque dolce Albertina! Poteva essere una bella amicizia, ma è finito tutto in Kakame.

linetti

Una birra per Olena (V)

«Quindici uomini, quindici uomini… craa! Sulla cassa del morto… craa!! E un barile di rhum! »
Flettàx, il pappagallo padano sovranista, dalla coffa del drakkar vichingo aguzza la vista per individuare terre emerse. Sul capo un cappellino da pirata e sull’occhio destro una benda nera, arruffa le penne ciangottando al vento.

Uppallo I e Uppallo IV, i cantanti gemelli monozigoti reduci dal successo nell’Air Guitar World Championship di Oulu, la bella cittadina nel centro della Finlandia che si affaccia sul Golfo di Bothnia, in pratica un festival di suonatori di chitarra senza chitarra¹ , dove hanno spopolato simulando di suonare in coppia uno dei loro più grandi successi: Sockerkaka Dragan Len, che alla lettera starebbe per stampo da forno – set per bagno da 4 pezzi – cuscino da allattamento ma nella cultura norrena è un inno alla trasgressività e alla libertà di costumi, strimpellano un vecchio Kantele² componendo il prossimo successo.

Il cinese Po, ultimo rimasto della guardia personale dell’ultimo imperatore Pu Yi, sulla tolda della slanciata nave da guerra esegue i consueti esercizi con la sua arma preferita, la racchetta elettrica, facendo particolare attenzione alla respirazione diaframmatica in modo che lo jin e lo jang entrino in armonia tra di loro.

Svengard il vichingo, con l’elmo cornuto in testa, è al timone e dirige l’agile barca verso l’aurora boreale. La voce di Uppallo I, il più importuno dei due gemelli, lo strappa ai suoi profondi pensieri:
«O Svengard, amico fraterno, compagno (senza riferimenti politici) di tante battaglie, perdona se ti distolgo dalle tue gravi meditazioni, ma non c’è modo di far star zitta quella bestia?»
Ma Svengard, assorto nei suoi pensieri, non dà segno di aver inteso la domanda.
Allora Uppallo IV, il più impulsivo dei due, lato del carattere che gli ha causato non pochi dispiaceri, lo riporta alla realtà usando meno tatto di quello che sarebbe forse necessario:
«Svengard, gran cornuto!» dice il cantante, in relazione all’elmo. «Vuoi far star zitto quel pappagallo? Che altrimento gli tiro il collo»
All’accenno alle corna Svengard ha un soprassalto e Uppallo I si scosta dal fratello, temendo che la somiglianza gli possa causare spiacevoli conseguenze.
«O amici cari» risponde finalmente il norreno. «Quel pappagallo ha più cervello di tutti noi tre messi insieme, ma non è per questo che vi impedirò di tirargli il collo, idea peraltro che mi ha accarezzato la mente non poche volte»
«Ah, si?» si sorprende Uppallo I. «E perché non l’hai fatto, allora?»
«Ahi, amici! Il pappagallo mi è stato affidato dalla dolce Gilda, e se dovesse succedergli qualcosa me la passerei parecchio male. Fatemi combattere contro mille nemici, ma non contro una Gilda infuriata. Perciò, miei aedi, il pappagallo resta ed ha facoltà di cantare quanto vuole. Fatevene una ragione»
Mentre i due Uppalli stanno per accennare una protesta, dal posto di vedetta si sente Flettàx lanciare un allarme:

« Terra! Craa…!! Terra! Craa…!! Terùn!!»

Il pappagallo ha infatti visto la sagoma della terraferma, probabilmente nelle vicinanze di Kokkola, e lancia i suoi richiami ai compagni di viaggio. Insieme alla fragranza della terra umida, però, al becco del pappagallo arriva un altro, inconfondibile odore: femmina! E’ un attimo e Flettàx, buttato il cappello e tolta la benda, si da una scrollata alle piume variopinte e parte alla volta dell’origine dell’effluvio.

Svengard, gli Uppalli e Po rimangono con il naso all’aria osservando le evoluzioni dell’uccello, che strillando il suo grido amoroso: «Sun chì, ammorre! Craa…!!!» si allontana dalla barca.
Un brivido percorre la schiena dell’impietrito Svengard, e proprio in quel momento squilla il telefono satellitare. Il norreno guarda il numero e impallidisce; il suo primo impulso è quello di gettare in mare l’apparecchio ma resiste. Infine, con voce che definire ferma sarebbe improprio, risponde alla chiamata:
«Ehm… pronto?»
«Sven, sei tu? Che voce strana che hai, ti sei ricordato di fare i gargarismi mattutini tesoro? » poi, non sentendo risposta, continua: «Svengard sono Gilda, non mi riconosci? Sven, che stai facendo?»
«Ecco, ehm, cara, sto navigando…»
«Perfetto Sven, allora fai una bella cosa, naviga fino a Monaco di Baviera che c’è bisogno di te»
«A Monaco, mia amata? Ma io stavo andando in Lapponia. E a Monaco non mi risulta ci sia il mare»
«Svengard Sundström, non cominciare a mettere scuse. Tieni presente che non facciamo l’amore da una settimana, tre giorni e quattro ore, e sono al limite. Perciò lascia stare la Lapponia e dirigiti subito dove ti ho detto. Ah, a proposito, come sta Flettàx? Passamelo che lo saluto»
All’udire la parola Flettàx Svengard inizia a sudare freddo, e coprendosi la bocca con la mano imita il verso del pappagallo: «Cra…!! Cra..!! Legittima difesa! Va a ciapà i rat!»
«Oh, sono proprio contenta che Flettàx stia bene. Allora ci vediamo domani, eh, amoruccio? E vedi di essere puntuale. Baci baci» e interrompe la comunicazione, lasciando Svengard a rimirare la cornetta grattandosi l’elmo.

 

drakkar_vichinghi

¹ Giuro che esiste.
² Strumento tradizionale finlandese e non solo.

Una birra per Olena (III)

La Calva Tettuta, poggiato il telefonino sul vassoio argentato, si alza dal divano Frau personalizzato ed avanza fino alla finestra scorrevole dalla quale si accede alla grande terrazza prospiciente il giardino botanico Rana, dove vengono coltivate piante esotiche e rare come il Nanocellus Officiantes volgarmente detto prete nano e la Scamarcia Fracitia, dal colore bumbia acceso.
Gilda apre la finestra e va ad appoggiare, pensosa, il generoso petto che le è valso il meritato soprannome alla balaustra in pietra leccese; dopo qualche minuto di meditazione emette un sospiro e si rivolge interrogativa al maggiordomo James, che è rimasto in rispettosa attesa.
«James caro, pensi che Jürgen possa fronteggiare questa faccenda da solo? Francamente non mi pare attrezzato»
«Tenderei a dubitarne signora. L’ingegnere nei frangenti concitati non mantiene la freddezza necessaria» afferma il maggiordomo, ricordando il momento in cui aveva dovuto strofinargli i glutei con lo straccio intriso di acquaragia.
«Già, lo penso anch’io. Dovremo attivarci, giusto? Prendere il toro per la coda o giù di lì. Si ma, James?» chiede la vedova Rana, con la fronte corrugata dalla preoccupazione.
«Signora?»
«James, non vorrei essere pessimista ma mi sembra che siamo a corto di truppa. Dove sono finiti tutti quanti?» indicando il giardino desolatamente vuoto.

A Blaenavon, in Galles, nella grande miniera di carbone in disuso che ospita il Big Pit Mining Museum (Museo minerario del pozzo grande) si sta svolgendo un concerto fuori programma. Un gruppetto di attempate casalinghe, accese d’entusiasmo, applaudono e fischiano il proprio idolo, il famoso cantante Tom Jones, incitandolo a concedere il bis del suo cavallo di battaglia “Sex bomb”. L’artista appare decisamente provato e vorrebbe declinare l’invito, ma l’orgoglio del vecchio leone e soprattutto  un pungolo elettrico che una delle sue fan brandisce minacciosamente lo convincono ad attaccare il refrain. Non sono certo le esigenze di scena a richiedere che Tom sia legato alle caviglie da una lunga catena, e che sia vestito soltanto di un perizoma, per di più leopardato: l’anziano sex symbol è stato rapito dalla banda di babbione ostili alla sua amicizia con Priscilla Presley, l’ex moglie di Elvis.
«Vi prego, care signore, sono stanco…» chiede Tom, con la sua voce calda e roca che attizza ancor di più le indiavolate groupies.
«Nudo! Nudo!» urlano queste scatenate, strappandosi i capelli e lanciando verso l’improvvisato palchetto mutandoni e reggiseni, cosa quest’ultima che causa un crollo delle attrezzature da questi sorrette.
«Cazzo! Ma sono già nudo!» protesta il cantante. «E mi scappa pure da pisciare, con tutta la birra che mi avete fatto bere, fatemi uscire di qua!» e così dicendo cerca di liberarsi dalle catene, beccandosi immediatamente una scarica elettrica nel fondoschiena che lo riporta a più miti consigli.
«E va bene!» cede Tom «ma ancora una volta e poi basta, eh!» poi, sebbene, riluttante, inizia a cantare:
Aw, aw baby, yeah, ooh yeak, huh, listen to this
Spy on me baby use satellite
Infrared to see me move through the night
Aim gonna fire shoot me right
Aim gonna like the way you fight
And I love the way you fight

Improvvisamente la base si spegne, ed un mormorio di delusione serpeggia tra le ammiratrici. Dal buio del vecchio tunnel si sente cantare:
«Sex buomb, sex buomb, gliù ar a sex buomb…»
Con la bocca leggermente aperta dalla sorpresa tutte si girano lentamente verso l’origine del suono, da dove avanza una figura vestita con una tuta militare completamente nera, con la faccia striata di nero e con un berretto, anch’esso nero, in testa. Anche gli stivali che le arrivano sopra al ginocchio sono neri. Con un mitra Spectre M4 a tracolla, Olena avanza verso il palco, canticchiando.
«Molto pratico questo attrezzo» dice alla donna che impugna il pungolo elettrico. «Tu provato prima su tuo marito, sì? Brava» la elogia muovendo la testa in segno di approvazione.
«Ora da brave liberate uomo, prego. Bello giuoco dura puoco» consiglia Olena, togliendo la sicura al mitra.

Poi rivolgendosi al prigioniero, rimasto a bocca aperta:
«Signor Jones, mi manda Priscilla. Belle mutandine, ma ora voi potete rivestire, prego.»

mars attacks

Una birra per Olena (II)

L’ingegner Jürgen Matthäus, un sessantenne non molto alto, rossiccio, rubicondo e sovrappeso, direttore responsabile degli impianti Rana in Germania, siede sprofondato nella poltrona del suo ufficio alla Rana Tower di Monaco di Baviera, a due passi dal Deutsches Museum, ed a stento riesce ad articolare qualche parola.
«Jürgen, carissimo, che piacere sentirti» lo saluta la Calva Tettuta, nel tentativo di metterlo a suo agio. «Tutto bene con i nipotini? Salutami la cara Hilga, quando la vedi. Volevi parlarmi, caro?»
«Ja, frau Rana,» attacca l’ingegnere, con un marcato accento tedesco che l’agitazione accentua:
«E’ terripile, terripile! Non posso kretere ke questo successo in Cermania. Inconcepipile!»
«Ma di cosa stai parlando, caro? Non avrete anche voi un governo gialloverde per caso?» chiede Gilda, che ha a cuore la stabilità politica dell’Unione Europea.
«Nein, nein, peccio, molto peccio!» e un brivido serpeggia per la schiena di Gilda, ma prima che questa possa fare supposizioni su derive nazionaliste l’ingegnere continua:
«Hafete presente nuofo makkinario ke afremmo tofuto installare in Stalag Rana-1?»
«Ecco, adesso su due piedi non proprio, Jürgen, tra l’altro non ti avevo detto di cambiare nome a questi stabilimenti? Il nostro marketing trova che non diano un’immagine rassicurante¹. E i sindacati ci stanno col fiato sul collo, lo sai» lo rimprovera Gilda, preoccupata per le relazioni sindacali. «Comunque, che è successo a questi macchinari?»
«Ieri pomericcio appiamo portato nuofe makkine nei kapannoni. Makkine ti nuofa cenerazione, potentissime! Protucono il toppio tell’impasto Krakatofeln ti kuelle fecchie con la metà tegli attetti.»
«Krakatofeln? Ah, già, crauti e kartoffeln, da quelle parti ne andate ghiotti. Ma addirittura raddoppiare la produzione mi sembra esagerato, caro Jürgen. Chi ha ordinato queste macchine?»
«Ehm, siete stata foi signora, ciusto un mese fa, ho kuì la mail con l’ortine…»
«Io, dici? Mah, chissà dove avevo la testa. Aspetta un attimo, Jürgen» lo ferma la padrona, e coprendo la cornetta con la mano chiede a James:
«James, che tu sappia Flettàx ha imparato ad inviare le mail? Non vorrei che oltre ad imitare le voci si metta ad inserire ordini»
«Tenderei ad escluderlo, signora» risponde il maggiordomo «le zampe zigodattili non sono compatibili con le tastiere Qwerty»
«Gli uccelli non hanno segreti per te, grazie caro» lo loda Gilda, e riprende la conversazione interrotta:

«Ma senti Jürgen, e dell’altra metà di operai che ne facciamo? Quelli sono specializzati in Krakatofeln, come li riconvertiamo?»
«Nostro ufficio ricerka stutiato nuofo prototto che potrà afere successo krantissimo!»
«Davvero Jürgen? Stento a crederlo. Ricordo ancora la Kakkuzza, il ripieno cavolo cappuccio e zucca, una boiata che persino la buonanima di Toshiro Laganà si rifiutò di avallare» osserva Gilda, con una smorfia di disgusto.
«Kvesta itea rivoluzionaria, frau Rana! lo appiamo kiamato Wurstellino»
«Che nome grazioso, Jürgen! Di che si tratta stavolta?» chiede una dubbiosa Gilda.
«Appiamo pensato una krossa innovazione! Non useremo la karne come ripieno, ma useremo wurstel come involukro e lo riempiremo ti tortellini. Ceniale!»

La Calva Tettuta rimane qualche secondo in silenzio per elaborare la proposta del suo direttore dopodiché, non prima di essersi sistemata la bandana in seta di colori cangianti, emette il verdetto:
«Contrordine, Jürgen. Lascia stare il nome dello stabilimento. Fammi un piacere, però»
«Tica, signora»
«Impacchetta tutto il tuo reparto di creativi e mandalo alla catena di montaggio, gli operai in avanzo sforneranno senz’altro idee migliori e con un costo sensibilmente minore. Da parte mia cercherò di dimenticare questa telefonata e di ricordarti com’eri, caro Jürgen. Ma, a proposito di telefonata, non mi hai ancora detto perché mi hai chiamato. E’ per questa storia dei wurstellini?»

«Nein, frau Rana, nein… atesso kvesto non è problema… le makkine! Kvesta notte le makkine sono state fatte saltare in aria ed i kapannoni tati alle fiamme! Polizei parla ti attentato, siamo kiusi!»

merkel-wurstel-876627_tn

¹ Gli Stalag (abbreviativo di Stammlager) erano campi di concentramento tedeschi per prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale. Niente a che vedere con gli Stalag Rana, abbreviativo di Stabilimenti Laganà così chiamati in onore dell’ex  direttore R&S Toshiro Laganà, deceduto tragicamente (cfr. Niente sushi per Olena – 2018)
² Ara Macao insolente e scurrile scappato ad un senatore padano e rifugiato nel parco di Villa Rana (cfr. Ferragosto con Olena – 2019)

Una birra per Olena (I)

Nel giardino all’inglese di Villa Rana, ricco di alberi secolari, cespugli, grotte, fontane con giochi d’acqua e ruscelli dove si abbeverano i caprioli, sopra un rialzo artificiale in tufo di Fiumicino è costruito un tempietto in stile dorico dove Gilda, la padrona di casa, ama ritirarsi quando il suo spirito tende alla malinconia.
In questi casi ella si reca al tempietto con una tisana alle erbe di mellifrace ed un libro del suo autore preferito, il filosofo-naturista Augusto Propoli, scelto tra i tanti della sua biblioteca: “Corpo o anima? Come dire addio alla stitichezza con le erbe di mellifrace” , “Farci o esserci? Come ritrovare la regolarità intestinale con le erbe di mellifrace” e “Si può dare di più? Come aumentare il piacere sessuale con le erbe di mellifrace”, quest’ultimo il suo preferito e lì, accovacciata sulla poltrona Bergere in pelle bordeaux con le gambe ripiegate sotto di sé, gli occhiali modello Lolita poggiati vezzosamente sul bel nasino, si concentra corrucciando leggermente il labbro superiore nel tentativo di assorbire gli insegnamenti del Maestro.
Lo sforzo si prolunga in genere per tre-cinque minuti dopo di che, vuoi per l’effetto calmante della tisana, vuoi per la profondità dei contenuti del libro o vuoi per lo scorrere dell’acqua del ruscelletto, un torpore o cecagna che dir si voglia la colpisce, gli occhiali le scivolano dal nasino ed il libro le cade dalle mani finendo in terra con un rumore attutito dal grande tappeto persiano Tabriz.

E’ appunto in uno di questi frangenti che una figura a noi ben nota, vestita in un inappuntabile completo nero di Girifalchi, scarpe in vernice Graziano Cucchiaroni lucidate a specchio, con un’unica concessione alla frivolezza data dalla pochette con pesciolini rosa watermelon, si materializza sulla soglia del tempietto reggendo un vassoio in argento sul quale è poggiato un cellulare ultimo modello che ronza in modalità vibrazione.
James entra nella stanza, si porta la mano chiusa alla bocca e tossisce con discrezione, svegliando delicatamente Gilda dal sogno in cui, indossato solo un corto camice bianco da infermiera, sta applicando al filosofo Propoli un clistere a base delle erbe da lui magnificate, per testarne l’efficacia e constatarne i benefici.

«Chiedo venia, signora, c’è una chiamata per lei»
«Oh, James» risponde la vedova Rana stiracchiandosi «stavo facendo un sogno bellissimo, ero una paramedica e giocavo al dottore e l’infermiera con un filosofo»
«Sono dispiaciuto di doverla disturbare, signora, ma l’ingegner Matthäus ha insistito, sembrava oltremodo agitato»
«Jürgen agitato? Questo mi sorprende molto, James. Jürgen è la flemma in persona, l’unica volta che l’ho visto agitato è stato quando la cameriera Hilga dell’Hofbrauhaus l’ha accusato di non pagare gli alimenti per il sostentamento dei quattro figli che lui non ricordava assolutamente di avere»
«Rammento bene quella sera, signora, una scena imbarazzante se posso esprimere il mio parere.»
«Già, ce n’è voluto del bello e del buono per convincere Hilga che quello che stava insolentendo non era il padre dei propri figli. Il povero Jürgen dovette perfino calarsi i pantaloni per dimostrare di non avere la voglia a forma di castagna matta sulla chiappa sinistra. E l’orchestrina di ottoni continuava a suonare, che rebelòt!» conclude Gilda, scuotendo la testa.
«Una situazione davvero incresciosa, signora»
«Puoi dirlo forte, James. Tra l’altro ricordo che tu fosti chiamato a constatare con mano che il nostro Jürgen non avesse cancellato la voglia con qualche vernice, sfregandogli il didietro con un solvente»
«In effetti la signora Hilga pretese che io fossi molto scrupoloso con l’acquaragia, dovetti applicarmi con solerzia» ricorda il maggiordomo con un brivido di raccapriccio.
«Certo che fu un bel colpo per la ragazzona scoprire che quello che aveva creduto suo marito non fosse Jürgen ma il fratello gemello Helmut. Pianti e strepiti, ricordo male James?»
«Perfettamente, signora. L’ingegnere, nonostante l’accoglienza della cognata, si comportò da perfetto gentiluomo ed acconsentì a coprire i debiti del fratello gemello»
«Tutto è bene quel che finisce bene, James. E dunque, che vorrà mai quel ragazzaccio? Passami il telefonino, che sentiamo il motivo di tanta agitazione»

top10_happyhours_hofbrauhaus

Ferragosto con Olena – The End

L’ottobre è mite, ed i festeggiamenti per l’anniversario della fondazione dell’Istituto di Carità intitolato al Beato Turoldo Cesanese del Piglio non potrebbero essere più festosi.
La processione si dipana per le vie del paese, con in testa la banda cittadina che sfoggia le nuove divise disegnate dallo stilista Girifalchi ispirate alle Quattro Stagioni di Vivaldi ma per i maligni alla pizza quattro-stagioni, dono della Fondazione Rana; la partecipazione di fedeli, pie donne e congregazioni negli abiti tradizionali è massiccia, così come la presenza della folla ai lati della strada; la statua del Beato ondeggia a ritmo, sorretta da squadre di nerboruti manovali che si danno il cambio lungo i cinque chilometri del percorso.
Gilda, in divisa da crocerossina delle Volontarie del Soccorso ai soccorritori volontari sfila fianco a fianco a suor Matilda, commentando gli eventi dell’estate passata.
«Gilda, non so come ringraziarti. Se non fosse stato per te non so come saremmo uscite da quella situazione. Come potrò mai sdebitarmi?» chiede la suora alla sua vecchia amica.
«Non pensarci nemmeno, Marisa. Mi sono divertita tantissimo, specialmente con il lanciarazzi, mi serviva proprio divagarmi un po’ , non si vive di solo ripieno, giusto? Mi è dispiaciuto per l’auto del Vescovo, mi è scappato un colpo ma spero che quella nuova gli sia piaciuta…»
«Si, c’è rimasto proprio male! » ride la suora «Gli hai fatto saltare una Multipla e gli hai comprato una Jeep Cherokee, non finiva di ringraziare la provvidenza! Ma non c’era bisogno Gilda, hai fatto anche troppo… finanziato tutti i preparativi, avviato la costruzione del Museo della Corona di Galla Placidia… lo stabilimento per la produzione della Zuppa Imperiale…»
«Per quello mi raccomando, eh? Ci tengo, ho ordini fin dal Sultano del Brunei. Pugno di ferro in guanto di flanella o giù di lì, metti suor Emerenziana a contrattare con i sindacati» suggerisce la Calva Tettuta, ritrovando il piglio confindustriale.
«Ah, ah, ma certo, non preoccuparti» la rassicura la suora, poi dandole di gomito le indica il Vescovo:
«Guardalo, Gilda, non ha ancora capito niente di quello che è successo…»
«E ti credo» risponde la Calva Tettuta, «tra lui e don Martino si sono scolati una botte di vino… e quando si è svegliato ormai la mia Delta Force Rana aveva fatto sparire tutto. »  Poi, indicando all’amica la coppia che coadiuva S.E. Ardizzone dice: «Non li trovi teneri, Marisa? James non molla il campanellino e don Martino gli tiene il broncio. Beata gioventù!»

Sul grande palco allestito sul lungomare, davanti al ristorante “La coratella”, un’orchestra di All Stars sta eseguendo l’introduzione di “Historia de un Amor” nella versione mambo di Perez Prado.
Johnny Tempesti col suo sax tenore guida la sezione dei fiati tra cui spiccano i fuoriclasse Kuz Guardatí, italo-francese, alla tromba; Peter Petersen, norvegese, al clarinetto; Marco Cubillas, colombiano, al trombone e Walter Cotequinho, brasiliano, al sax baritono. Agostino picchia sulle percussioni, Armando ha abbandonato la fida fisarmonica per battere il ritmo con le claves, mentre Oscar sostiene l’armonia con il suo organo Hammond. Spicca nella sezione ritmica la presenza al  basso del cubano Giorginho Cerezo, in rotta dagli Adelante Compañeros per divergenze sul repertorio e soprattutto sugli emolumenti. La cantante Luana si muove languida scuotendo le maracas, operazione nella quale è maestra.
La pista è gremita di ballerini, tra cui spiccano le bionde Olena e Ljudmila. Quest’ultima è attorniata da una torma di indigeni, mentre Olena fa coppia fissa con Puccio Bongiovanni, inconfondibile con la sua camicia aperta sul petto villoso e la magliettina a proteggere l’arietta sulle spalle. Il marpione finge di non vedere le occhiate minacciose di Luana, e si affanna intorno alla russa nel suo stile accalappia-turiste-a-Brisighella.
Ad un tratto la luce sul palco si affievolisce, ed uno spot illumina la scalinata dietro al palco. Si apre il sipario e, coperta dai grandi ventagli in piume di struzzo sventolati dai due boys Petr e Ivan discende con movenze fatali lei, l’etoile, fasciata da un abito di lamè, con lunghi guanti di seta ed in testa un turbante a forma di ananas: poi, sull’ultima nota di Johnny, i ventagli si scostano e nonna Pina, ritornata per un giorno Wanda, si dona ai suoi ammiratori e con voce roca intona:
Ya no estas mas a mi lado corazón
En el alma sólo tengo soledad
Y si ya no puedo verte
Por qué Dios me hizo quererte
Para hacerme sufrir mas

Ad un tavolino del ristorante è seduto un uomo anziano, abbronzato, con un Panama in testa ed un sigaro Cohiba Siglo II in bocca. Pepe Secundo ascolta rapito nonna Pina, e si accorge appena della prosperosa cameriera Manuelona che, sfoggiando un seno della quinta misura abbondante, gli posa davanti una bottiglia di rhum, un bicchiere ed una ciotola di noccioline salate.

Siempre fuiste la razón de mi existir
adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba
el amor que me brindaba
el calor de tu pasión.

All’improvviso dal fondo della strada si sente lo smarmittare di una Ape Car Piaggio, sul cui cassone svetta una mulatta considerevole, che incita il guidatore ad affrettarsi.
«Miguel, cabròn, tra tante macchine che c’erano proprio esta scatoletta dovevi rubare!» lo apostrofa Paio.
«Ma mi amor, è l’unica che potevo guidare senza patente. Se ci fermavano i vigili?» risponde il giardiniere, ligio alle regole della strada.
«Mierda a todos los guardias de tráfico!» esclama Paio, esasperata. «Y mierda para ti!» poi, scorgendo una figura ben conosciuta:
«Eccola là, quella sciacquetta! Ferma immediatamente Miguel, fammi scendere!» ordina la cubana. Miguel, preoccupato, cerca di trattenerla:
«Por favor, amor, non farlo…» ma Paio si è già lanciata sulla pista, mentre il pappagallo Flettàx, sentito l’odore di noccioline, si dirige svolazzando verso il tavolo di Pepe Secundo.

La sagoma della cubana, in canottiera e gonnellina rossa, si staglia in mezzo alla pista, mentre i ballerini si spostano per farle largo.
Olena la vede arrivare, si ferma e la aspetta. Paio le si piazza davanti, e con un sorrisetto la sfida: «Fammi vedere adesso quello che sai fare…»
Olena la fissa negli occhi, e le dice: «Non ti è ancora bastato, vedo…» poi abbranca Puccio e gli sibila in un orecchio: «Preferisci morire ballando o facendo amore?» al che Puccio trova più allettante rispondere: «Facendo l’amore, ma…» e mentre Paio si è già messa in posizione con Miguel, Olena gli ordina: «Allora vedi di ballare bene, finuocchietto»

Es la historia de un amor
Como no hay otro igual
Que me hizo comprender
Todo el bien, todo el mal
Que le dio luz a mi vida
Apagándola después
Hay que vida tan obscura
Sin tu amor no viviré

Pepe si mangia con gli occhi la sua amata Wanda, mentre Flettàx gli mangia le noccioline.
«Che mujer!» commenta tra sé e sé, chiedendosi cosa sarà mai quella bevanda che ha davanti.

The End

268x0w

«O saggio Po, un cruccio mi attanaglia»
Il vigoroso Svengard, il norreno che ha trovato un posto nel cuore della Calva Tettuta dopo la dipartita del Cavaliere, cammina avanti e indietro di fronte al cinese Po, che sta svolgendo i consueti esercizi di Tai-Chi nella posizione del babbuino artritico.
Il confuciano poggia entrambe le gambe a terra prima di rispondere al biondo vichingo.
«O glande uomo del nold» risponde il saggio «Sei ploplio siculo che sia un cluccio ad attanaglialti? Di solito il cluccio allovella, il dubbio attanaglia. Che ti cluccia, comunque , o glande?»
«Maestro» risponde un accorato Svengard, sorvolando sull’aggettivo usato dal cinese, «tu che conosci i più reconditi anfratti dell’animo umano, aiutami»
«Se posso, mio amico, lo falò volentieli. Anche nel mio intelesse, è una settimana che spacchi legna, tla poco il boschetto salà diventato un campo da golf. Dimmi pule, dunque» lo invita Po.
«Po, in nome delle antiche scorribande in risció, rispondi a questo quesito: sai dirmi per quale motivo in questa storia hanno partecipato cani e porci, e solo io sono rimasto a spaccar legna?»