Cronachette dallo zoccolo duro (1)

Amiche e amici, dopo una breve vacanza ritemprante eccomi ritornato e, contrariamente a quanto mi ero ripromesso, apro una nuova rubrichetta di cui sicuramente (non) sentivate la mancanza. In verità devo ringraziare la ministra senza portafoglio agli Affari Regionali, Mariastella Gelmini, che mi ha tirato in ballo: infatti, nonostante la campagna vaccinale prosegua senza sosta, tanto che i numeri dei decessi sono esattamente uguali se non leggermente peggiori a quelli dell’anno scorso quando i vaccini non c’erano, manca il guizzo, il colpo di reni che chiuderebbe finalmente la partita. Come mai, ci si chiede, sarà forse per i pasticci comunicativi, Astrazeneca sì/no, prima ai vecchi poi ai giovani poi ancora ai vecchi, sarà perché gli approvvigionamenti scarseggiano, perlomeno nella eccellente Lombardia, e quindi si sono dovute frenare le prime somministrazioni per garantire i richiami, sarà per la campagna forsennata del liberi tutti? Niente di tutto questo: la colpa, i responsabili, sono stati individuati in quei quasi due milioni e mezzo di ultrasessantenni (o per la precisione dai 60 ai sessantanove anni, lo zoccolo duro appunto l’ha chiamato la ministra) che pervicacemente si stanno rifiutando di farsi vaccinare. Renitenti alla leva, disobbedienti incivili, menefreghisti, egoisti, insensibili alla chiamata della Patria (proprio ieri Biden ha detto che la cosa più patriottica che può fare un americano oggi è farsi vaccinare; la seconda è consumare come se non ci fosse un domani, aggiungo io, e un domani non ci sarà veramente se continuano così, già si sono ritrovati con temperature vicine o sopra i cinquanta gradi, ma prendere coscienza che in gran parte di questi cambiamenti è proprio colpa loro non se ne parla). E se questi arzilli sessantenni fossero invece dei resistenti, o semplicemente avessero degli anticorpi temprati all’acciaio? Comunque, la ministra non si sa a che titolo ha detto che andremo convinti. Lì per lì mi è sembrato un messaggio vagamente mafioso ma poi mi sono rasserenato, saranno coinvolti i medici di base e i farmacisti. Se la mia dottoressa dovesse chiamarmi a casa le userei lo stesso trattamento che mi riserva lei: non risponderei, oppure le direi di richiamare più tardi, quando ovviamente non ci sarò, oppure di prendere appuntamento con la mia segretaria. Tra l’altro ha cambiato studio a fine giugno e nemmeno l’ha comunicato agli assistiti, figurarsi. Dei medici di base poi in Lombardia almeno c’è grande penuria: quelli andati in pensione si fa fatica a rimpiazzarli, grazie alle politiche delle amministrazioni di centrodestra (nelle quali si sono distinti i ciellini, a partire da Formigoni) che si sono susseguite e hanno puntato tutto sulle privatizzazioni. Così tra qualche anno (ma anche adesso) avremo un’assistenza come in Nigeria: se lo puoi pagare ti prendi un dottore, altrimenti ti attacchi.

Se poi volevate rendermi minimamente bendisposto potevate fare a meno di togliere il cashback a due giorni dal rinnovo, come ladri nella notte: oh, certo, con quei soldi si faranno tante cose più necessarie, già me le vedo. Intanto i primi effetti dello sblocco dei licenziamenti già si vedono: dopo soli due giorni la Giannetti ruote di Ceriano Laghetto ha licenziato 153 operai, che fino alla settimana prima facevano gli straordinari.

Però non si dica che sono uno che impone le proprie scelte alla sua famiglia: mia moglie ha già fatto entrambe le dosi, e domenica si è vaccinato anche mio figlio. Devo dire che sono stato un po’ in apprensione, specialmente perché è stato dentro il centro vaccinale più  di un’ora e cominciavo a pensar male: tutto bene, solo dolore al braccio, continuo però ad avere notizie di amici e conoscenti con conseguenze certo non gravi ma sicuramente fastidiose, come mal di testa, nausea, stanchezza, a volte protratte anche per una settimana.  

Qualche centinaio di operatori sanitari ha fatto ricorso contro la decisione del precedente governo di rendere obbligatoria per loro la vaccinazione (unici in Europa, sembra) pena il demansionamento o addirittura il licenziamento. A suo tempo mi permisi di esprimere qualche dubbio, e secondo me alla fine questi avranno ragione e giustamente dovranno essere anche risarciti: del resto proprio ieri in Tv un esperto (ma quanti ce ne sono? E il bello è che dicono tutto e il contrario di tutto, come e peggio dei politici: come si fa a fidarsi?) diceva che il vaccino non evita di contagiarsi e di trasmettere il contagio, ma salva solo dalle complicazioni gravi: quindi, dico io, il fatto che un medico contagi un ammalato non dipende dal fatto che si sia vaccinato o meno, cosa che protegge solo lui, ma dal fatto che in quell’ospedale si rispettino tutti i protocolli di isolamento, disinfezione, sanificazione…

In questi giorni impazza l’Europeo di calcio, ma ne parlerò a bocce ferme: auguri intanto all’Italia, arrivata in semifinale con merito, il gioco di passaggini a me personalmente non piace, giochiamo praticamente senza centravanti, conosco meno della metà dei giocatori ma si è andati avanti, bravi.

L’altro tormentone sono le notizie sulla salute del Papa. Io ammiro, stimo e sono devoto di Papa Francesco,  ma sinceramente questo indugiare sulle condizioni del suo colon mi sembra assurdo, irrispettoso direi, e non credo che Lui ne sia così contento. I cristiani gli dimostrerebbero più vicinanza ascoltando quello che dice, specialmente quando parla di mercato che uccide e economia dello scarto, e pregando un po’ di più, non aspettando il bollettino medico del Gemelli…

Intanto è morta Raffaella Carrà. In punta di piedi, senza clamori, non ha fatto trapelare nulla della sua malattia, ha lasciato la scena con grande eleganza e classe. Mi è dispiaciuto molto, come se fosse mancata una di famiglia e un poco lo era: mia zia Emanuelita infatti ai tempi di “Pronto Raffaella” ha chiamato più volte per cercare di indovinare quanti fagioli ci fossero in quel vaso, e per un paese dove si conoscono tutti era stato un momento di gran fama. Mia zia ormai sta più di là che di qua, chissà se si ricorda ancora quelle telefonate; tra poco la raggiungerai, zì, e così finalmente saprai quanti fagioli c’erano.

Amiche e amici, vi lascio perché anche se non ne ho molta voglia devo anche lavorare; la prossima volta vi racconterò della vacanzina, sempre che la Gelmini me lo permetta. A presto!

Cronachette dell’anno nuovo (20)

Mi sono comprato dei bastoni da trekking, o da nordic walking, insomma per appoggiarcisi quando si cammina. Mi porto avanti per quando ne avrò veramente bisogno, penseranno i più irriverenti; in realtà sembra che camminare con questi appoggi apporti dei benefici alle articolazioni delle spalle, alle braccia ed alla colonna vertebrale: e non vogliamo approfittare di tanti vantaggi?  Certo, si potrà apparire un po’ originali, specialmente se invece di andarsene per sentieri di montagna si battono le strade del quartiere; da parte mia non mi preoccupo tanto dell’opinione dei vicinati quanto di schivare le cacche di cane che infestano i marciapiedi, mai tante come in questo periodo, segno inequivocabile di un imbarbarimento generale.

Sono stato redarguito, per l’occasione, perché ho fatto l’ordine proprio il giorno dello sciopero dei dipendenti di Amazon. Mea culpa mea culpa mea maxima culpa, me ne ero dimenticato: comunque gli articoli sono stati recapitati alla velocità della luce, spero in generale che lo sciopero sia riuscito, così come quello dei riders, ovvero i fattorini che consegnano il cibo a domicilio (a proposito: ho scoperto che anche un supermercato non  molto lontano ha attivato il servizio di delivery di piatti pronti, appoggiandosi ad una di queste società, finirà che non usciremo più di casa anche quando la pandemia sarà finita…): lavorare va bene, ma essere schiavi no.

Nella regione dove vivo, la Lombardia, e specialmente nella città dove vivo, Como, c’è ancora caos per le vaccinazioni. Chiamate mai arrivate (ieri parlavo con un vicinato, che ha più di ottant’anni: ha fatto la prenotazione lo stesso giorno della moglie, quasi coetanea _ con l’aggravante che lei ha avuto un tumore poco tempo fa _ e lui è stato chiamato ed ha avuto la prima dose, la moglie ancora no: avrebbero voluto andare nel paesello in cima al lago dove hanno una casetta, ma dovranno aspettare qua), gente chiamata a vaccinarsi a chilometri di distanza, altri chiamati prima che i centri vaccinali siano aperti, altri convocati tutti alla stessa ora con conseguenti assembramenti… insomma, i migliori non mi pare siano tanto migliori, hanno buttato tutta la colpa sul “povero” Gallera ma i nuovi non mi pare che brillino. Figura barbina anche della società di informatica Aria, un elefante; defenestrato il Cda (bene) hanno lasciato il direttore generale (male). Ma non succederà niente, non preoccupatevi, cane non mangia cane…

 A proposito di cani, Bertolaso è venuto a Como per visionare delle possibili località per impiantare i centri vaccinali. Che prima si sia strillato perché non c’erano i vaccini ma non ci si sia preoccupati di stabilire dove farli, mi pare demenziale; e sia chiaro questa è esclusiva responsabilità delle regioni, che naturalmente cercheranno di scaricare sul governo, che secondo me ha avuto una sola colpa ed è stata quella di non sfruttare l’emergenza per riprendere in capo allo Stato tutta la Sanità. Bertolaso ha visionato, non molto lontano da dove abito, la Piazza d’Armi ovvero una spianata dove venivano i Circhi ed i Luna Park; il suo commento è stato “fa schifo” ed ha preferito Villa Erba, una location senz’altro più suggestiva, attrezzata con padiglioni a vetro, dove in primavera si svolgeva Orticolario, una grande fiera di piante e fiori e attrezzature per giardinaggio, e dove per un certo periodo si è svolto il mercato delle vacche, pardon, dei calciatori. L’amministrazione comunale, toccata sul vivo (almeno l’erba avrebbero potuto mandare qualcuno a tagliarla però, se volevano evitare la figuraccia) ha replicato indignata, Bertolaso si è scusato per i toni ma non per la sostanza. Io credo che la sostanza invece sia che il posto, che andava certo ripulito, era più che idoneo; è adiacente a due grandi parcheggi, vicino alla fermata di due bus (che, se ritenuti insufficienti, avrebbero pututo essere supportati da navette), ed in quanto all’allestimento la protezione civile ci avrebbe messo un amen a piazzare i tendoni necessari, o al limite si potevano chiedere in prestito a Nando Orfei… a pensar male si fa peccato, ma stranamente Villa Erba è privata e quindi bisognerà pagare un affitto, poca roba si è premurato di rassicurarci l’ineffabile consulente. Comunque io in fondo sono contento, non mi sarebbe piaciuto che avessero poi preso la palla al balzo per costruire qualcosa anche in quell’area: che rimanga a disposizione di chi ci porta a spasso il cane e di chi ci va ad esercitarsi a far volare i droni, come ho visto passando, l’altro giorno. I cani che correvano mi hanno messo un po’ di nostalgia, ho ripensato a quella volta che ci avevo portato il mio e questo si era rotolato su della paglia lasciata dal circo, dove c’era evidentemente l’odore dei leoni: non so quanto tempo e quanti bagni sono occorsi per togliergli di dosso quel profumo…

Chiudo con un ricordo triste, venti anni fa moriva un amico, più giovane di me di qualche anno, fratello di un amico di infanzia; aveva sempre avuto la passione del teatro, iniziò l’attività nelle recite di paese, nei varietà  a cui partecipavamo con la nostra orchestrina, poi decise di fare sul serio, frequentò l’accademia a Roma e divenne professionista; quella sera aveva recitato a Padova il Re Lear con la compagnia di Glauco Mauri, e mentre tornava in albergo venne investito da un tram. Quando ripenso a questo incidente assurdo non posso fare a meno di pensare che, in fondo, è il caso che guida e gioca con le nostre vite.

L’altro giorno, il 25 marzo, è stato il Dantedì ovvero la giornata dedicata a Dante Alighieri, nella data che gli studiosi riconoscono come inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia. La Rai ci ha propinato la replica di Benigni che legge un canto; purtroppo a me Benigni come attore è piaciuto solo in due occasioni, nel Piccolo Diavolo (perché c’era un enorme Walter Matthau) e in Non ci resta che piangere (con un grande Massimo Troisi); tralascio l’Oscar per La vita è bella, su cui secondo me hanno influito più valutazioni politicamente corrette che di merito, ma a me sinceramente sentire Benigni leggere la Divina Commedia o la Costituzione e l’elenco telefonico fa, come a Fantozzi la corazzata Kotiomkin, cagare.

Detto ciò, care amiche e cari amici, la rubrichetta si interrompe qua; ormai l’anno nuovo è ben avviato, ci governano i migliori e quindi possiamo dormire tra due guanciali; prendendo esempio da loro troverò un altro titolo, per fare esattamente quello che facevo prima… a presto!

Cin cin coronavirus

Amiche e amici, ridendo e scherzando (si fa per dire) è passato un anno da quando il virus è arrivato in Italia, mentre stavamo alla finestra a guardare come se la cavavano i cinesi e in tv passavano immagini di crocieristi in quarantena; giusto domenica, passeggiando con due coppie di amici per sentieri poco battuti ricordavamo che, esattamente un anno prima, il 21 febbraio, eravamo stati insieme a Milano al Piccolo Teatro, e già allora un po’ scherzando ci chiedevamo chissà , se si sarebbe potuto  assistere alle recite successive previste in abbonamento: ce ne avanzavano ancora due, erano le più divertenti, e sono ancora lì nella tessera… c’era preoccupazione ma non ancora del tutto la consapevolezza del pericolo e di quello che ci sarebbe capitato addosso. Tant’è che una decina di giorni dopo con una compagnia di una dozzina di amici andammo a Novara a vedere una mostra e poi al ristorante a mangiare la paniscia… e la sera stessa tutta la Lombardia (e Novara!) furono dichiarate zona rossa (non per colpa nostra, spero…).

Una vaga inquietudine pervadeva un po’ tutti, non si era ancora preso “coscienza”, o più che altro si voleva esorcizzare l’idea che quanto stava succedendo dall’altra parte del mondo potesse succedere anche qua. Sentii l’esigenza, quasi incredulo, di fissare in un piccolo diario quello che mi stava succedendo, e di riflesso quello che mi succedeva intorno; iniziai così a scrivere la Vita quotidiana al tempo del coronavirus, un’impresa che ho portato avanti per cento giorni consecutivi, dal 24 febbraio al 2 giugno; a cui poi sono seguite le Cronachette della fase tre, con una cadenza meno regolare, e quando sembrava che il peggio fosse passato mi sono anche permesso il lusso di una breve vacanza immortalata in Turisti per caso al tempo del coronavirus; finché la situazione, dopo l’estate e come del resto era immaginabile, è peggiorata e ci siamo ritrovati peggio di marzo con la seconda ondata, e ho raccontato quanto (mi, ma anche ci) stava succedendo in Cronachette dalla zona rossa; finché io stesso mi sono contagiato, non ho ancora capito come e mai lo saprò, e l’ho raccontato in vari pezzi raccolti attorno alle Cronachette dall’isolamento; e finalmente, superato il virus con pochi danni (apparenti), ho dovuto ricominciare con le Cronachette dell’anno nuovo. Potrebbe bastare, no?

E’ stato un anno difficile, complicato, ho perso degli affetti cari, nessuno di Covid perché non si muore solo di pandemia; un anno dove le attività si sono rarefatte, le relazioni allentate e a volte isterilite, perché c’è un bel dire ma un conto sono le cuffiette e le telecamere, ed un altro una bella chiacchierata davanti alla macchinetta del caffè, o al tavolo di un bar con una bella birra davanti…

Poco prima che scoppiasse il pandemonio, con un tempismo perfetto, avevamo prenotato il volo per Valencia; quando fu chiaro che sarebbe stato impossibile andare ci siamo fatti convertire i biglietti in un voucher, dicendoci: “vuoi che tra un anno non si possa viaggiare? Saremmo messi proprio male…” ed eccoci qua, messi effettivamente maluccio, ed alla fine ci siamo fatti rimborsare il voucher in soldi, perché fino al 2022 sarà ben difficile andare.

Un anno dove si sono affrontate posizioni diverse sulla pandemia, con conseguenti strategie diverse di contrasto (o di non-contrasto); si passava dal lockdown totale della Cina al totale negazionismo; in Italia il governo Conte nella situazione data e cioè una sanità pubblica indebolita da anni di tagli e competenze divise con Regioni-satrapie, a mio avviso ha fatto abbastanza bene ma questa è ovviamente una mia opinione. Se non altro ha sempre cercato di buttare un occhio a chi stava peggio, con il reddito di emergenza, la tutela dalla disoccupazione, i ristori. Ma ora ci sono i migliori e, lo dice la parola stessa, faranno senz’altro meglio.

Il virus ha monopolizzato i discorsi, i pensieri, e radicalizzato le posizioni; mi è capitato di cercare di ragionare se, dopo un anno, non fosse un accanimento insistere nell’isolamento, e mi sono beccato del negazionista; oppure se, nel caso si fosse stati costretti a scegliere, fosse giusto sacrificare i più anziani a favore dei più giovani (quando peraltro protocolli del genere erano già stati preparati in Svizzera) e mi sono beccato del nazista; del retrogrado contrario al progresso per non partecipare alla magnificazione del telelavoro anzi nel rifiutare l’idea stessa del lavoro segregato (è tanto comodo! Di che ti lamenti?); da complice di un sistema politico sostanzialmente illegale, quasi fascista, solo per il fatto di andare nonostante tutto a votare, peraltro in ampia compagnia; da succube della propaganda di Salvini per ostinarmi a non riconoscere i meriti storici del governo Monti, tirato in ballo a proposito di salvatori della patria; del disadattato per non rassegnarmi ai comportamenti e stili di vita richiesti dal momento; da succubo della propaganda grillina per preferire il governo Conte pur con le sue magagne  a quello dei “capaci e meritevoli”  con tutti dentro appassionatamente. Che poi tutto sommato potrebbe anche essere tutto vero, e molto altro ancora, giacché quello che siamo nel blog è solo una parte di quello che siamo, se lo siamo, e la comunicazione scritta è solo una parte della comunicazione, come del resto anche quella orale, mancando di tutto quello che è il “linguaggio del corpo”.

Mi è tornata in mente a proposito una riunione di condominio di qualche anno fa, quando un anziano condomino alla mia contrarietà nel fare i parcheggi come proponeva lui, mi apostrofò con un: “pensavo fossi una persona intelligente”… Intelligente a chi? Uè, non offendiamo, eh!

Magari l’anno prossimo tutto questo sarà un ricordo e chissà, potrò anche tornare a lavorare in ufficio. Me lo auguro, intanto per domani sera ho ordinato la cassoeula, veramente saremmo in quaresima e sarebbe bene astenersi dalla carne, ma di penitenza mi pare che ne stiamo facendo abbastanza…    

Astenersi dalla carne, please
Svengard il norreno in azione di salvataggio

Marsala all’uovo!

Cronachette della fase tre (30-31 agosto)

Durante questo weekend avrei voluto scrivere un po’ ma invece mi sono immerso nella lettura di un bel libro, “I leoni di Sicilia”, la saga della famiglia Florio, quella del marsala e della Targa Florio per capirci, un racconto che parte dalla fine del Settecento attraversando la storia della Sicilia e del mondo. Era da un bel pezzo che non leggevo così di gusto, sarà un buon segno?

Leggendo ripensavo a quando siamo stati  nella parte occidentale della Sicilia, qualche anno fa, girando per Trapani, Erice, Mazara del Vallo, Marsala, le Egadi… a Favignana abbiamo visitato la vecchia tonnara Florio, ora museo, in una interessantissima visita guidata dove ci sono state spiegate tutte le fasi della mattanza e  della lavorazione del tonno fino alla messa sott’olio e l’inscatolazione. La mattanza era una pesca senz’altro cruenta, ma aveva una sua nobiltà ed a suo modo salvaguardava la continuazione della specie; le navi di alto mare (giapponesi, anche: che cavolo vengono a fare fino qua?) che pescano a strascico non risparmiando nemmeno le altre specie sono migliori solo perché non spargono sangue? Non mi pare.

Il mio interesse principale, a Marsala, più che lo sbarco di Garibaldi era ovviamente quello di visitare le cantine Florio; obiettivo fallito miseramente perché mi sono presentato di sabato, quando gli stabilimenti sono chiusi: un fallimento che ancora mi brucia. Anche perché al marsala è legato un ricordo dell’infanzia: al mio paese infatti in un Sali e Tabacchi che faceva anche da merceria c’era la titolare Chicchina, che io ricordo da sempre anziana e burbera con una crocchia di capelli grigi in testa, che teneva le bottiglie nel retrobottega che era diviso dal negozio da una tenda di stoffa, e le malelingue dicevano che non disdegnasse di appartarsi ogni tanto per farsi un bicchierino di marsala all’uovo magari in compagnia di qualche estimatore delle virtù corroboranti della bevanda.

A proposito di Sali e Tabacchi, una volta vendevano anche i francobolli: adesso non è detto, e infatti è diventato difficile anche spedire una cartolina.

Paesaggi da cartolina come quelli che si possono godere in Val Chiavenna, Valtellina, dov’ero stato prima di ritornare al lavoro: ad esempio le Cascate dell’Acquafraggia, a Borgonuovo di Piuro, certo non a livello delle Cascate delle Marmore appena viste ma spettacolari e soprattutto accessibili gratis ed infatti sulle rive del fiume Mera e nei prati sottostanti un sacco di persone prendevano il sole, si bagnavano e stendevano tovaglie per i picnic. Noi non eravamo attrezzati e quindi abbiamo prenotato al non distante Crotto del Belvedere (notate che era venerdì ed era tutto pieno, per riprendere il discorso sulla crisi…). Antipasto di bresaola (anzi brisaola, come dicono lì) e sciàtt, e poi ovviamente pizzoccheri, piatto estivo per eccellenza. Il mio colesterolo ha fatto salti di gioia ed anch’io; la sala dove ci hanno ospitati era accogliente e soprattutto aveva una bella vista.

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Sotto al locale è possibile visitare il vecchio crotto, ovvero la grotta dove erano tenuti (e ancora vengono tenuti) il vino ed i salumi a stagionare. Una frescura deliziosa, piacevolissima dopo la grappa alle erbe offerta dal gestore. Nel pomeriggio siamo andati a visitare Palazzo Vertemate Franchi, a Piuro, una dimora del ‘500 con un bel giardino ed un castagneto; sono ammesse solo visite guidate che bisogna prenotare, ma ne vale la pena. Come tutte le dimore antiche anche su questa sono state costruite delle leggende, una è quella che tutte le donne debbano fare una riverenza al  ritratto del vecchio proprietario, altrimenti il fantasma andrà a infastidirle…

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La dimora ha una lunga storia, perché in origine era solo una dependance, il Palazzo nobile di trovava in paese, che allora si chiamava Belforte ma venne spazzato via da una frana che seppellì l’intero abitato uccidendo quasi tutta la popolazione.

Dopo la visita ci siamo diretti a Chiavenna, alla Collegiata di S.Lorenzo, per un saluto a suor Maria Laura Mainetti, la suora uccisa ormai 20 anni fa da tre ragazzine (16 e 17 anni…) che nella loro mente offuscata intendevano compiere un rito satanico. Se Satana esiste non ha certo vinto: le ragazze si sono distrutte la vita, e la suora verrà beatificata l’anno prossimo…

Da Chiavenna partono diverse passeggiate, qualcuna alla portata di tutti e qualcuna più impegnativa; bisognerà assolutamente tornare, anche perché l’altra specialità, gli gnocchetti (non pensate a quelli di patate: sono fatti di acqua e farina, e conditi con burro, bitto o casera _ o entrambi_), non li abbiamo assaggiati.

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Certo, a questo punto mi direte “e grazie al cavolo che ti viene mal di stomaco se pensi sempre a mangiare”, in realtà non sareste originali perché è la stessa cosa che mi dice sempre mia moglie, ma dico io altrimenti come si fa a sopravvivere alle notizie che ci bombardano? Referendum si/no; apertura delle scuole si/no; Lukaschenko che in Bielorussia ha appena vinto le elezioni con l’80% ma è un dittatore e che vi devo dire, se la democrazia che vogliono questi oppositori è la stessa che si è trovata la Russia quando è caduta l’Unione Sovietica, con Eltsin e la sua cricca che hanno depredato tutto il depredabile, non penso che ne potrà venire niente di buono per i bielorussi; Erdogan invece è nostro amico, tanto che facciamo le esercitazioni navali insieme a Grecia, Cipro e Francia per non farlo allargare ancora di più nel Mediterraneo, però non è un dittatore ma un  “importante partner”, tra l’altro non solo ha riaperto come moschea Santa Sofia, ma anche l’altro gioiello che è San Salvatore in Chora _ per fortuna ho fatto in tempo a visitarle entrambe prima che il nazional-islamismo prendesse il sopravvento_ ; in Germania i “no-mask” (una volta si chiamavano nazi) danno l’assalto al Parlamento; in America si sparano addosso bianchi e neri come ai bei tempi (anzi, ai bei tempi erano solo i bianchi a sparare ai neri: si vede che la musica sta cambiando…);  l’Egitto, altro nostro grande amico nonostante quel “piccolo inciampo” che è Giulio Regeni, tiene in carcere da mesi un ragazzo che era venuto a studiare a Bologna (cospirazione contro lo Stato se non ho capito male, per essersi occupato di diritti civili…) e se ne sbatte dei richiami della UE e non solo; Navalny avvelenato si/no (e nel caso da chi: perché si vocifera che i servizi russi lo tenessero d’occhio per proteggerlo, dato che evidentemente un Navalny morto fa più danno a Putin di un Navalny vivo, e allora come in tutti i gialli bisognerebbe forse chiedersi cui prodest…).

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Amiche e amici come al solito mi sono lasciato prendere la mano, e saltando di palo in frasca partendo dal marsala sono arrivato al thè corretto; tra i due comunque la mia preferenza pensi si sia capita…

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (LXXXVI)

Martedì 19 maggio

Anche oggi il tempo non è molto bello, ieri sera c’è stato un bel temporalone; ricordo che da bambino quando in lontananza ne ne vedeva uno ci mettevamo con mio padre vicino alla finestra e calcolavamo quanti secondi passavano tra il lampo del fulmine ed il rumore del tuono per capire quanto fosse lontano (ogni secondo corrisponde più o meno alla distanza di tre chilometri); ancora oggi mi piace stare dietro la finestra con le luci spente e godermi gratis lo spettacolo della natura, altro che Sky!

La vita continua, nel bene e nel male: è morta la madre di un mio amico, di vecchiaia; era una donna sempre gentile, sorridente, negli ultimi anni però era stata colpita da una grave forma di demenza, non riconosceva più nessuno, urlava e insultava i suoi stessi figli, bestemmiava come credo non abbia mai fatto in vita sua: forse un tempo le persone in queste condizioni le avrebbero chiamate indemoniate… una sofferenza per tutti, che in questo caso sorella morte ha alleviato.

Ma alleviamo ancora l’atmosfera con un paio di notiziole che rallegrano: gli americani annunciano di essere sulla buona strada per produrre il vaccino, l’hanno testato su ben 8 (otto) volontari, non so voi cari amici ma io prima di farmi vaccinare con quel vaccino lì indosserò la mascherina ancora per parecchio tempo. Purtroppo questo tormentone (“quando sarà pronto il vaccino?”) sostituirà quello vecchio (“quando potremo dire di essere fuori dalla fase uno?”) e quindi prepariamoci a sorbircelo tutte le sere, come la pubblicità del rimedio contro le flatulenze. Un’altra notizia carina è che gli svedesi hanno in pratica rinunciato a lockdown e distanziamenti sociali, puntando quindi nell’immunità di gregge anche se per decenza non la chiamano proprio così; la popolazione è d’accordo e quindi che dire, contenti loro contenti tutti, del resto l’eugenetica l’hanno inventata gli svedesi, di selezione naturale se ne intendono.

Stamattina mi è arrivato un pacco, che il postino ha giustamente lasciato nell’androne, con dei libri inviati dal Club a cui sono iscritto da tantissimi anni, fin da ragazzo: nel mio paese non c’erano librerie ed era un modo economico e comodo per acquistarne, in particolare era vantaggiosa l’offerta di ingresso, dove con poche lire si ricevevano tre o quattro libri e così avevo iscritto, uno alla volta, tutta la famiglia. Mi piaceva e mi piace ancora sfogliare il catalogo cartaceo, anche se quando vengono presentati sul catalogo i libri non sono più propriamente novità; li rifiuto quasi sempre, anche perché da un paio d’anni il club ha aperto un negozio fisico gestito da una ragazza gentilissima aiutata dai suoi genitori, e quindi ogni tanto ci faccio un giro ed una chiacchierata. Con la testa occupata altrove in questo periodo mi sono dimenticato di rifiutarli, e quindi temo che da febbraio in poi dovrò beccarmeli tutti. Intanto già tra quelli di oggi c’è un doppione, tenterò di portarlo al negozio e farmelo cambiare… a proposito di libri, ha riaperto anche la biblioteca; non funziona ancora il comodissimo circuito provinciale organizzato in modo che se un libro non è presente o non disponibile nella biblioteca della propria città ce lo si può far mandare da una qualsiasi delle biblioteche della rete, e poi ritirarlo nella propria biblioteca. Un servizio utilissimo, che ha contribuito anche lui a fare in modo che riducessi di molto gli acquisti (non per tirchieria, è che non so più dove metterli…).

Una nostra amica, quella che ha il B&B che per ora non riaprirà, ieri ci ha portato delle mascherine fatte da lei. Dato che il diluvio di mascherine che avrebbe dovuto seppellirci ancora non si vede si è messa a farsele da sé. Ingegnosa! Le ha fatte come dei portatovaglioli: hanno una tasca dove si può infilare della garza che fa così da filtro. L’elastico è stato recuperato da mutande in disuso e mascherine da buttare.

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Il cosiddetto “Decreto Rilancio” non è ancora in Gazzetta Ufficiale, e quindi i “piccioli” dovranno ancora aspettare per essere erogati. Per il reddito di emergenza leggo dall’Ansa che difficilmente, dati i paletti fissati ed i controlli necessari verrà erogato prima di luglio. Probabilmente non devo avere lo stesso concetto di emergenza dei nostri decisori politici, infatti non riesco davvero a capacitarmi di come si possa sopprimere il saldo e l’acconto del pagamento dell’Irap, la tassa che tra l’altro finanzia la Sanità (!)  per tutte le aziende che abbiano subito danni o meno, concedere alla FCA (l’ex Fiat, che ha sede legale in Gran Bretagna e fiscale in Olanda: cosa c’è rimasto di italiano, i debiti?) 6,3 miliardi (miliardi!) di garanzia statale sul prestito (non prendiamoci in giro: quei soldi lo Stato li tirerà fuori, altro che garanzia) ed invece a chi non ha una lira (che se non sono morti di fame finora lo saranno presto) concedere graziosamente 400 micragnosi euro a babbo morto (ma sì, tanto morirà pure lui). O non sarà un esperimento di eugenetica anche questo?

Con questo dubbio scientifico, amiche e amici, vi saluto. Per domani non prometto e non minaccio niente, ormai tutto quello che viene è grasso che cola… buon pomeriggio e buona serata!

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XLVI)

Giovedì 9 aprile

Stamattina come ormai di routine vado a fare la spesa. Arrivo cinque minuti dopo l’apertura della Coop ed il piazzale è già pieno di macchine: non ne usciremo più… stavolta manca l’alcool, o meglio una delle inservienti mi dice che l’avevano appena messo ma evidentemente qualcuno deve farcisi il bagno ed avrà riempito il carrello… Comincio a capire dove si trovano le cose che devo prendere, ma spero di dimenticarmene presto. Incontro Giuseppe, non l’edicolante ma uno dei pochi coristi uomini del mio coro; è un fervente credente, e la mattina alle sette non si perde la messa del Papa, trovando solo strano di parteciparvi in pigiama. Stamattina però la Messa non c’era, ci sarà stasera (Giovedì Santo, inizio del Triduo Pasquale; quando ero piccolo con la famiglia si faceva la visita dei Sepolcri, che era una visita a tutte le chiese del paese…); col coro avremmo fatto la nostra bella cantata ma pazienza, se ne riparlerà l’anno prossimo. In omaggio alla tradizione ho comprato le costolette d’agnello, ammazza quanto costano! E arrivano dal Regno Unito, tra l’altro. Ma come, se proprio l’altro giorno in TV dicevano che gli agnelli italiani quest’anno avranno tempo di diventare pecore? All’uscita dei ragazzi della Protezione Civile distribuiscono le mascherina, una per ciascuno. Adesso i farmacisti con quelle che hanno in magazzino da vendere a tre euro (o a dodici!) ci si potranno pulire gli occhiali, come il presidente della regione Campania in un divertentissimo video. La Coop ha annunciato che domenica sarà chiusa, e spero che facciano tutti così: è Pasqua anche per chi lavora nei supermercati, ed hanno tutto il diritto di passarla il più possibile serenamente anche loro.

A proposito della Messa, mia suocera che di solito si alza dal letto verso le nove (non tutti gli anziani soffrono d’insonnia!) da quando c’è quella del Papa non se ne perde una (pur non essendo una che mastichi rosari e avemarie, anzi) con una motivazione semplice ma profonda: “se il Papa viene a casa mia, chi sono io per non aprirgli la porta?”. Inoltre si è messa a cucire mascherine, si è ricordata di avere in casa una stoffa particolare, la macchina da cucire ce l’ha, non saranno omologate ma,  come si dice qua, piutost che nient l’è mei piutost… mi sono ricordato dei racconti di quando cuciva le tende in casa, a cottimo, facendosi aiutare dalle figlie al ritorno dalla scuola; e mi sono ricordato che io stesso quando mia madre  cuciva in casa le gonne per un terzista del luogo mi faceva infilare gli elastici: ci avete mai provato? Si mette ad una estremità dell’elastico una spilla da balia, e con quella lo si trascina nel cinturino spingendo e tirando la spilla con le dita, finché non esce dall’altra parte. A dirlo sembra facile… certo mi divertivo di più ad aiutare mio padre a bottega, ma non mi sono mai sentito sminuito nella virilità a infilare elastici.

C’è voglia, tanta, di tornare alla normalità, ma che si intende per normalità? Tornare a comportarsi come prima, ad essere le stesse teste di cavolo di prima? Per dire, ieri mia moglie, che deve ancora recarsi al lavoro fisicamente sebbene gli uffici siano chiusi al pubblico, passando nel famigerato sottopassaggio ha dovuto camminare sopra un tappeto di guanti di plastica. In pratica la gente li mette per prendere l’autobus ma poi evidentemente in tanti si guardano bene dal buttarli nei cestini ma li lasciano dove capita, meglio nel sottopassaggio dove nessuno li vede. Saremo migliori alla fine di tutto questo? Mah, sinceramente ne dubito.

Con questo finale pieno di speranza vi saluto, care amiche e amici; la giornata è stupenda anche oggi e ci stiamo perdendo la primavera, proprio quest’anno che mi pare che sia di quelle giuste, una mezza stagione come si deve; speriamo almeno che per Pasquetta piova, almeno non avremo troppi rimpianti… a domani!

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Olena à Paris – 6

Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!

Flettàx, l’Ara Macao celtico, saltella cupo sbatacchiando la gamella del becchime alle sbarre della grande voliera dove è stato rinchiuso per ordine dell’autorità veterinaria di Kokkola, grazioso paese finlandese dell’Ostrobotnia Centrale.
La misura cautelare si era resa necessaria a seguito della rissa scatenatasi durante la festa di chiusura invernale del Parco Animali Toivonen che aveva visto Flettàx, vedette dello spettacolo, scontrarsi con i giovani fratelli napoletani Ciro e Sposito Donnarumma che avevano criticato coloritamente la messa in scena dove il pappagallo si esibiva in una divertente imitazione di Santa Claus, provocando la dura reazione del pennuto che era passato alle vie di fatto, ma più che questo era stata la sfilza di “terùn dell’ostrega” ed altri epiteti politicamente poco corretti che aveva convinto il direttore del parco, Tapio Myllymäki, a richiedere l’intervento del veterinario ed a concordare con lui un periodo di quarantena per l’animoso uccello.

Piia Pihlajamåki, la giovane guida del parco, accompagnata dalla gallina Kocca, la cavalla Fiona e la renna Riitta, si avvicina alla gabbia ed allunga una manciata di noccioline nel tentativo di rabbonire lo sdegnato volatile che, dichiaratosi prigioniero politico, ha iniziato da qualche minuto uno sciopero della fame.
«Su, Fletti, non fare i capricci. Mangia qualcosa! Guarda, ti ho portato anche il Jäätelö keksillä che ti piace tanto» cerca di convincerlo Piia, mostrando la versione finlandese del Camillino, il famoso gelato con biscotto.
«Si, Flettino, mangia qualcosa!» ripetono a pappagallo al pappagallo le sue tre partner in arte e non solo.

Il pappagallo, con le penne arruffate e la voce fremente di sdegno, fatica a trattenere la rabbia:
«Craa!! Ingrati! Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Incarcerato innocente come Silvio Pellico, come Antonio Gramsci, come Nelson Mandela!» protesta l’Ara Macao, mostrando una sorprendente conoscenza della storia moderna.
«Fletti, non ti sembra di esagerare?» lo rimprovera Riitta, la renna. «Nelson Mandela non ha becchettato il naso di nessuno. Se chiedessi scusa, il direttore potrebbe abbreviarti la pena…»
«Puah!» risponde il pennuto, sprezzante. «Non mi abbasserò mai a chiedere la grazia! Combatto per la libertà dell’arte, io! Craa!! E non chiamatemi più Fletti o Flettino! Io sono Spar-ta-cus! E vi dico che ben presto spezzerò queste catene che mi opprimono!»
Kocca, Fiona e Riitta applaudono ammirate alla performance dell’uccello sovranista. «Fletti, sei un portento. Appena esci la mettiamo in scena, ok? Io faccio Messalina» propone l’ambiziosa cavalla, incurante del fatto che la voluttuosa imperatrice fosse di circa un secolo più giovane del coraggioso gladiatore.

«Craa!!» risponde l’incompreso pappagallo scuotendo la cresta. Guarda il gruppetto allontanarsi, con la gallina che, a causa della lunghezza delle zampe, rimane indietro.
«Kocca!» la chiama. La gallina accorre subito al richiamo dell’amato.
«Hai preparato tutto?» chiede circospetto Flettàx.
«Si, Fletti, tutto pronto»
«Bene! Allora è per domani, all’alba vincerò!» proclama il variopinto artista con un acuto.
«Per fortuna siamo in primavera» constata Kocca «altrimenti l’alba l’avremmo dovuta aspettare un bel po’. Vado a preparare le valigie, allora. Ciao Fletti!» lo saluta la gallina, e si allontana ondeggiando.
«Kocca?» la richiama il pappagallo.
«Si, Spartaco?» risponde la pennuta, lievemente ironica «che c’è?»
«Mi avvicineresti il Camillino, per favore?»

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Dammi una lametta che mi taglio le vene

Così cantava Donatella Rettore nel 1982, l’anno in cui la nazionale di calcio di Bearzot vinse il Campionato del Mondo e in cui la mafia uccise Carlo Alberto dalla Chiesa, l’anno della guerra delle Falkland (o Malvinas) tra Argentina e Gran Bretagna e di film come Rambo, E.T. e Blade Runner; la Olivetti presentava il Personal Computer M20, nato per far concorrenza al neonato PC IBM, a cui seguì l’anno dopo l’M24; in America il presidente era l’ex-attore Ronald Reagan, mentre in Unione Sovietica finiva l’era Breznev ma la perestrojka era ancora ben lontana (per fortuna); in Italia c’era un governo pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) guidato da Giovanni Spadolini, il primo governo repubblicano guidato da un non democristiano (a dicembre però il governo cambiò ed i DC si ripresero la guida, con Fanfani). Nella pressochè totale indifferenza un certo Umberto Bossi, un perito elettronico con diploma preso per corrispondenza, fondava la Lega Autonomista Lombarda che alle successive elezioni politiche del 1983 nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio raccoglierà ben 157 voti.
L’Istat aveva appena certificato che, su tutto il territorio nazionale, erano presenti ben 321.000 stranieri, per cui si provvide a stabilire delle norme per regolarizzare quelli che non erano in possesso dei documenti.

Avevo allora 23 anni, e in ottobre mi trasferii a Parma per lavorare come programmatore in una giovanissima azienda informatica. Parma è una bellissima città dove la prima cosa che imparai fu che il salame di Felino non era fatto col gatto (quello lo fanno a Vicenza, mi canzonavano gli amici) e la seconda è che tutti vanno in bicicletta non importa che tempo faccia. Prendevo 800.000 lire lorde al mese, che facendo un po’ di conti, tenendo conto dell’inflazione, corrispondono a più di 1.400 euro attuali: non male anche se, dovendo mantenermi, ci stavo dentro a malapena ed a dicembre chiesi un aumento, che mi accordarono (ero bravo, modestamente): un milione.
Scoprivo, con meraviglia, di aver letto molti più libri della gran parte delle persone con cui lavoravo tra cui i miei capi, e di conoscere anche la situazione politica molto meglio di loro: meraviglia, dico, perché venendo da un paesino soffrivo un po’ di complessi di inferiorità e pensavo che la gente di città fosse più “avanti”, ma in fondo Parma era più un paesone che una città…

Ripensando a quei tempi non riesco a capacitarmi di come di quel mondo l’unica cosa che si è salvata sia la Lega e mi prende una botta di tristezza, una sensazione strana come di essere punito ingiustamente per qualcosa che altri hanno commesso: ma forse, come diceva l’altro Umberto, quello colto, il Tozzi, gli altri siamo noi e allora è giusto così, piglia su e porta a casa.
Rettore, ce l’hai ancora quella lametta?

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Orticello di guerra

Ieri mia madre, chiacchierando del più e del meno durante la telefonata domenicale, parlando dei fiori del mio balcone mi ha chiesto se non stessi curando il mio “orticello di guerra” e poi ha intonato una canzoncina chiedendomi se me la ricordassi. Considerando che la canzone è del ’41 non vedo come avrei potuto ricordarla, ma lei insiste che la cantavo da piccolo e quindi può darsi che qualcuno me l’abbia insegnata (secondo me si confonde un po’: nel ’41 aveva sei anni e mio nonno era in guerra, dunque senz’altro l’avrà cantata lei…).
In sottofondo ho sentito agitarsi allarmato mio padre al quale la canzoncina deve aver risvegliato ricordi non proprio piacevoli. Veramente non so se al mio paese gli orti di guerra ci fossero, dato che intorno era tutta campagna: loro quando avevano fame (sempre) cercavano di andare a rubare qualcosa ai contadini…
L’ho comunque cercata e la riporto, si intitolava “Caro papà” :

Caro Papà
ti scrivo e la mia mano
quasi mi trema, lo comprendi tu.
Son tanti giorni che mi sei lontano
e dove vivi non lo dici più.
Le lacrime che bagnano il mio viso
son lacrime di orgoglio, credi a me.
Ti vedo che dischiudi un bel sorriso,
e il tuo Balilla stringi in braccio a te.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio.

Caro Papà,
da ogni tua parola
sprigiona un “Credo” che non si scorda più
fiamma d’amore di patria che consola
come ad amarla mi insegnasti tu.
Così da te le cose ch’ho imparato
le tengo chiuse, strette nel mio cuor
ed oggi come te sono un soldato
credo il tuo Credo con lo stesso amor.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio

che vi devo dire, può darsi che l’abbia cantata veramente, perché ancora mi commuove…

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Vota Anton(ello)!

Se qualcuno mi avesse detto, non dico tanto ma un paio di anni fa, che nel mio paese natale ovvero Pollenza, Macerata, Marche, Italy, la Lega Nord avrebbe preso più del 20% alle elezioni politiche per la Camera dei Deputati l’avrei preso per un buontempone, per non dire un pazzo.
E’ vero che la buonanima (politica) di Bossi tempo fa nel suo delirio secessionista ci aveva graziosamente incorporati in quella invenzione storico-geografica che era la Padania; storicamente peraltro non con tutti i torti, dato che i Piceni con i Celti avevano diversi punti in comune:
https://www.cronachemaceratesi.it/2016/07/04/egizi-piceni-e-celti-la-storia-perduta-delle-marche-e-scritta-nellabbazia-di-rambona/818390/
ma la generosa apertura del celodurista era stata per lo più relegata a boutade da avanspettacolo dagli operosi marchigiani, più vicini allo Stato della Chiesa che ai riti pagani del dio Po.

La Padania comunque era bella che morta e sepolta già dal 2012, quando scoppiò lo scandalo dei rimborsi elettorali che dalla Lega Nord erano finiti in diamanti in Tanzania e non solo; il partito moribondo alle elezioni del 2013 prese a livello nazionale poco più del 4%, e nel mio paese secondo logica raccolse 20 (venti!) voti di qualcuno che di duro aveva solo la testa.

Se si considera che alle successive elezioni del 2018 la Lega di Salvini ha poi preso 828 voti (+4040%!), drenandoli in gran parte a Forza Italia ed al Partito Democratico e, cosa ancora più allarmante, senza che la destra tradizionale abbia perso voti anzi; che la Lega è il secondo partito, perché il primo è il Movimento 5 Stelle, votato da ben 1.363 cittadini (più o meno stabile dal 2013), si può riflettere sul cambiamento direi proprio antropologico intervenuto in questi ultimi sventurati cinque anni.

Ma come mai, mi chiederete, questo preambolo?

Perché tra pochi giorni si terranno le elezioni amministrative: il paese negli ultimi dieci è stato amministrato abbastanza bene (almeno a parere dei miei conoscenti) da una lista civica di orientamento di centrosinistra;  avendo però esaurito i due mandati il sindaco uscente non può ricandidarsi.

Mi sono sorpreso nello scoprire che, a capo di una delle due liste sfidanti quella uscente, c’è un mio coetaneo, compagno di elementari e medie, di pallone, di banda e col quale abbiamo fondato l’orchestrina: Antonello!
Figlio d’arte tra l’altro, perché il padre, maestro elementare, fu un giovane sindaco democristiano dei primi anni ’60; fu anche mio maestro, per un anno, l’anno che sostituì la moglie perché incinta del terzo figlio.

Sinceramente, non vivendo più da quelle parti da oltre trentacinque anni, non partecipo alle vicende politico-amministrative e le conosco solo per sentito dire; con Antonello quando va bene ci vediamo una volta all’anno, perciò non saprei nemmeno dire di che orientamento sia, figurarsi a che impronta voglia indirizzare il suo impegno. Non mi sembra abbia mai svolto attività politica e tantomeno abbia avuto incarichi in qualsivoglia partito: questo in altri tempi sarebbe stato un handicap, oggi sembra essere un punto essenziale del curriculum vitae del buon candidato.
Lo voterei comunque sulla fiducia, la (nostra) classe era buona e come si sa la classe non è acqua; se riuscisse poi a far togliere qualcuno dei pannelli fotovoltaici che deturpano le colline gliene sarei grato, anche se temo che esuli dalle competenze dei sindaci.

Che dire, allora? Daje Antonè, facce sognà!

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