Marsala all’uovo!

Cronachette della fase tre (30-31 agosto)

Durante questo weekend avrei voluto scrivere un po’ ma invece mi sono immerso nella lettura di un bel libro, “I leoni di Sicilia”, la saga della famiglia Florio, quella del marsala e della Targa Florio per capirci, un racconto che parte dalla fine del Settecento attraversando la storia della Sicilia e del mondo. Era da un bel pezzo che non leggevo così di gusto, sarà un buon segno?

Leggendo ripensavo a quando siamo stati  nella parte occidentale della Sicilia, qualche anno fa, girando per Trapani, Erice, Mazara del Vallo, Marsala, le Egadi… a Favignana abbiamo visitato la vecchia tonnara Florio, ora museo, in una interessantissima visita guidata dove ci sono state spiegate tutte le fasi della mattanza e  della lavorazione del tonno fino alla messa sott’olio e l’inscatolazione. La mattanza era una pesca senz’altro cruenta, ma aveva una sua nobiltà ed a suo modo salvaguardava la continuazione della specie; le navi di alto mare (giapponesi, anche: che cavolo vengono a fare fino qua?) che pescano a strascico non risparmiando nemmeno le altre specie sono migliori solo perché non spargono sangue? Non mi pare.

Il mio interesse principale, a Marsala, più che lo sbarco di Garibaldi era ovviamente quello di visitare le cantine Florio; obiettivo fallito miseramente perché mi sono presentato di sabato, quando gli stabilimenti sono chiusi: un fallimento che ancora mi brucia. Anche perché al marsala è legato un ricordo dell’infanzia: al mio paese infatti in un Sali e Tabacchi che faceva anche da merceria c’era la titolare Chicchina, che io ricordo da sempre anziana e burbera con una crocchia di capelli grigi in testa, che teneva le bottiglie nel retrobottega che era diviso dal negozio da una tenda di stoffa, e le malelingue dicevano che non disdegnasse di appartarsi ogni tanto per farsi un bicchierino di marsala all’uovo magari in compagnia di qualche estimatore delle virtù corroboranti della bevanda.

A proposito di Sali e Tabacchi, una volta vendevano anche i francobolli: adesso non è detto, e infatti è diventato difficile anche spedire una cartolina.

Paesaggi da cartolina come quelli che si possono godere in Val Chiavenna, Valtellina, dov’ero stato prima di ritornare al lavoro: ad esempio le Cascate dell’Acquafraggia, a Borgonuovo di Piuro, certo non a livello delle Cascate delle Marmore appena viste ma spettacolari e soprattutto accessibili gratis ed infatti sulle rive del fiume Mera e nei prati sottostanti un sacco di persone prendevano il sole, si bagnavano e stendevano tovaglie per i picnic. Noi non eravamo attrezzati e quindi abbiamo prenotato al non distante Crotto del Belvedere (notate che era venerdì ed era tutto pieno, per riprendere il discorso sulla crisi…). Antipasto di bresaola (anzi brisaola, come dicono lì) e sciàtt, e poi ovviamente pizzoccheri, piatto estivo per eccellenza. Il mio colesterolo ha fatto salti di gioia ed anch’io; la sala dove ci hanno ospitati era accogliente e soprattutto aveva una bella vista.

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Sotto al locale è possibile visitare il vecchio crotto, ovvero la grotta dove erano tenuti (e ancora vengono tenuti) il vino ed i salumi a stagionare. Una frescura deliziosa, piacevolissima dopo la grappa alle erbe offerta dal gestore. Nel pomeriggio siamo andati a visitare Palazzo Vertemate Franchi, a Piuro, una dimora del ‘500 con un bel giardino ed un castagneto; sono ammesse solo visite guidate che bisogna prenotare, ma ne vale la pena. Come tutte le dimore antiche anche su questa sono state costruite delle leggende, una è quella che tutte le donne debbano fare una riverenza al  ritratto del vecchio proprietario, altrimenti il fantasma andrà a infastidirle…

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La dimora ha una lunga storia, perché in origine era solo una dependance, il Palazzo nobile di trovava in paese, che allora si chiamava Belforte ma venne spazzato via da una frana che seppellì l’intero abitato uccidendo quasi tutta la popolazione.

Dopo la visita ci siamo diretti a Chiavenna, alla Collegiata di S.Lorenzo, per un saluto a suor Maria Laura Mainetti, la suora uccisa ormai 20 anni fa da tre ragazzine (16 e 17 anni…) che nella loro mente offuscata intendevano compiere un rito satanico. Se Satana esiste non ha certo vinto: le ragazze si sono distrutte la vita, e la suora verrà beatificata l’anno prossimo…

Da Chiavenna partono diverse passeggiate, qualcuna alla portata di tutti e qualcuna più impegnativa; bisognerà assolutamente tornare, anche perché l’altra specialità, gli gnocchetti (non pensate a quelli di patate: sono fatti di acqua e farina, e conditi con burro, bitto o casera _ o entrambi_), non li abbiamo assaggiati.

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Certo, a questo punto mi direte “e grazie al cavolo che ti viene mal di stomaco se pensi sempre a mangiare”, in realtà non sareste originali perché è la stessa cosa che mi dice sempre mia moglie, ma dico io altrimenti come si fa a sopravvivere alle notizie che ci bombardano? Referendum si/no; apertura delle scuole si/no; Lukaschenko che in Bielorussia ha appena vinto le elezioni con l’80% ma è un dittatore e che vi devo dire, se la democrazia che vogliono questi oppositori è la stessa che si è trovata la Russia quando è caduta l’Unione Sovietica, con Eltsin e la sua cricca che hanno depredato tutto il depredabile, non penso che ne potrà venire niente di buono per i bielorussi; Erdogan invece è nostro amico, tanto che facciamo le esercitazioni navali insieme a Grecia, Cipro e Francia per non farlo allargare ancora di più nel Mediterraneo, però non è un dittatore ma un  “importante partner”, tra l’altro non solo ha riaperto come moschea Santa Sofia, ma anche l’altro gioiello che è San Salvatore in Chora _ per fortuna ho fatto in tempo a visitarle entrambe prima che il nazional-islamismo prendesse il sopravvento_ ; in Germania i “no-mask” (una volta si chiamavano nazi) danno l’assalto al Parlamento; in America si sparano addosso bianchi e neri come ai bei tempi (anzi, ai bei tempi erano solo i bianchi a sparare ai neri: si vede che la musica sta cambiando…);  l’Egitto, altro nostro grande amico nonostante quel “piccolo inciampo” che è Giulio Regeni, tiene in carcere da mesi un ragazzo che era venuto a studiare a Bologna (cospirazione contro lo Stato se non ho capito male, per essersi occupato di diritti civili…) e se ne sbatte dei richiami della UE e non solo; Navalny avvelenato si/no (e nel caso da chi: perché si vocifera che i servizi russi lo tenessero d’occhio per proteggerlo, dato che evidentemente un Navalny morto fa più danno a Putin di un Navalny vivo, e allora come in tutti i gialli bisognerebbe forse chiedersi cui prodest…).

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Amiche e amici come al solito mi sono lasciato prendere la mano, e saltando di palo in frasca partendo dal marsala sono arrivato al thè corretto; tra i due comunque la mia preferenza pensi si sia capita…

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (LXXXVI)

Martedì 19 maggio

Anche oggi il tempo non è molto bello, ieri sera c’è stato un bel temporalone; ricordo che da bambino quando in lontananza ne ne vedeva uno ci mettevamo con mio padre vicino alla finestra e calcolavamo quanti secondi passavano tra il lampo del fulmine ed il rumore del tuono per capire quanto fosse lontano (ogni secondo corrisponde più o meno alla distanza di tre chilometri); ancora oggi mi piace stare dietro la finestra con le luci spente e godermi gratis lo spettacolo della natura, altro che Sky!

La vita continua, nel bene e nel male: è morta la madre di un mio amico, di vecchiaia; era una donna sempre gentile, sorridente, negli ultimi anni però era stata colpita da una grave forma di demenza, non riconosceva più nessuno, urlava e insultava i suoi stessi figli, bestemmiava come credo non abbia mai fatto in vita sua: forse un tempo le persone in queste condizioni le avrebbero chiamate indemoniate… una sofferenza per tutti, che in questo caso sorella morte ha alleviato.

Ma alleviamo ancora l’atmosfera con un paio di notiziole che rallegrano: gli americani annunciano di essere sulla buona strada per produrre il vaccino, l’hanno testato su ben 8 (otto) volontari, non so voi cari amici ma io prima di farmi vaccinare con quel vaccino lì indosserò la mascherina ancora per parecchio tempo. Purtroppo questo tormentone (“quando sarà pronto il vaccino?”) sostituirà quello vecchio (“quando potremo dire di essere fuori dalla fase uno?”) e quindi prepariamoci a sorbircelo tutte le sere, come la pubblicità del rimedio contro le flatulenze. Un’altra notizia carina è che gli svedesi hanno in pratica rinunciato a lockdown e distanziamenti sociali, puntando quindi nell’immunità di gregge anche se per decenza non la chiamano proprio così; la popolazione è d’accordo e quindi che dire, contenti loro contenti tutti, del resto l’eugenetica l’hanno inventata gli svedesi, di selezione naturale se ne intendono.

Stamattina mi è arrivato un pacco, che il postino ha giustamente lasciato nell’androne, con dei libri inviati dal Club a cui sono iscritto da tantissimi anni, fin da ragazzo: nel mio paese non c’erano librerie ed era un modo economico e comodo per acquistarne, in particolare era vantaggiosa l’offerta di ingresso, dove con poche lire si ricevevano tre o quattro libri e così avevo iscritto, uno alla volta, tutta la famiglia. Mi piaceva e mi piace ancora sfogliare il catalogo cartaceo, anche se quando vengono presentati sul catalogo i libri non sono più propriamente novità; li rifiuto quasi sempre, anche perché da un paio d’anni il club ha aperto un negozio fisico gestito da una ragazza gentilissima aiutata dai suoi genitori, e quindi ogni tanto ci faccio un giro ed una chiacchierata. Con la testa occupata altrove in questo periodo mi sono dimenticato di rifiutarli, e quindi temo che da febbraio in poi dovrò beccarmeli tutti. Intanto già tra quelli di oggi c’è un doppione, tenterò di portarlo al negozio e farmelo cambiare… a proposito di libri, ha riaperto anche la biblioteca; non funziona ancora il comodissimo circuito provinciale organizzato in modo che se un libro non è presente o non disponibile nella biblioteca della propria città ce lo si può far mandare da una qualsiasi delle biblioteche della rete, e poi ritirarlo nella propria biblioteca. Un servizio utilissimo, che ha contribuito anche lui a fare in modo che riducessi di molto gli acquisti (non per tirchieria, è che non so più dove metterli…).

Una nostra amica, quella che ha il B&B che per ora non riaprirà, ieri ci ha portato delle mascherine fatte da lei. Dato che il diluvio di mascherine che avrebbe dovuto seppellirci ancora non si vede si è messa a farsele da sé. Ingegnosa! Le ha fatte come dei portatovaglioli: hanno una tasca dove si può infilare della garza che fa così da filtro. L’elastico è stato recuperato da mutande in disuso e mascherine da buttare.

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Il cosiddetto “Decreto Rilancio” non è ancora in Gazzetta Ufficiale, e quindi i “piccioli” dovranno ancora aspettare per essere erogati. Per il reddito di emergenza leggo dall’Ansa che difficilmente, dati i paletti fissati ed i controlli necessari verrà erogato prima di luglio. Probabilmente non devo avere lo stesso concetto di emergenza dei nostri decisori politici, infatti non riesco davvero a capacitarmi di come si possa sopprimere il saldo e l’acconto del pagamento dell’Irap, la tassa che tra l’altro finanzia la Sanità (!)  per tutte le aziende che abbiano subito danni o meno, concedere alla FCA (l’ex Fiat, che ha sede legale in Gran Bretagna e fiscale in Olanda: cosa c’è rimasto di italiano, i debiti?) 6,3 miliardi (miliardi!) di garanzia statale sul prestito (non prendiamoci in giro: quei soldi lo Stato li tirerà fuori, altro che garanzia) ed invece a chi non ha una lira (che se non sono morti di fame finora lo saranno presto) concedere graziosamente 400 micragnosi euro a babbo morto (ma sì, tanto morirà pure lui). O non sarà un esperimento di eugenetica anche questo?

Con questo dubbio scientifico, amiche e amici, vi saluto. Per domani non prometto e non minaccio niente, ormai tutto quello che viene è grasso che cola… buon pomeriggio e buona serata!

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Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XLVI)

Giovedì 9 aprile

Stamattina come ormai di routine vado a fare la spesa. Arrivo cinque minuti dopo l’apertura della Coop ed il piazzale è già pieno di macchine: non ne usciremo più… stavolta manca l’alcool, o meglio una delle inservienti mi dice che l’avevano appena messo ma evidentemente qualcuno deve farcisi il bagno ed avrà riempito il carrello… Comincio a capire dove si trovano le cose che devo prendere, ma spero di dimenticarmene presto. Incontro Giuseppe, non l’edicolante ma uno dei pochi coristi uomini del mio coro; è un fervente credente, e la mattina alle sette non si perde la messa del Papa, trovando solo strano di parteciparvi in pigiama. Stamattina però la Messa non c’era, ci sarà stasera (Giovedì Santo, inizio del Triduo Pasquale; quando ero piccolo con la famiglia si faceva la visita dei Sepolcri, che era una visita a tutte le chiese del paese…); col coro avremmo fatto la nostra bella cantata ma pazienza, se ne riparlerà l’anno prossimo. In omaggio alla tradizione ho comprato le costolette d’agnello, ammazza quanto costano! E arrivano dal Regno Unito, tra l’altro. Ma come, se proprio l’altro giorno in TV dicevano che gli agnelli italiani quest’anno avranno tempo di diventare pecore? All’uscita dei ragazzi della Protezione Civile distribuiscono le mascherina, una per ciascuno. Adesso i farmacisti con quelle che hanno in magazzino da vendere a tre euro (o a dodici!) ci si potranno pulire gli occhiali, come il presidente della regione Campania in un divertentissimo video. La Coop ha annunciato che domenica sarà chiusa, e spero che facciano tutti così: è Pasqua anche per chi lavora nei supermercati, ed hanno tutto il diritto di passarla il più possibile serenamente anche loro.

A proposito della Messa, mia suocera che di solito si alza dal letto verso le nove (non tutti gli anziani soffrono d’insonnia!) da quando c’è quella del Papa non se ne perde una (pur non essendo una che mastichi rosari e avemarie, anzi) con una motivazione semplice ma profonda: “se il Papa viene a casa mia, chi sono io per non aprirgli la porta?”. Inoltre si è messa a cucire mascherine, si è ricordata di avere in casa una stoffa particolare, la macchina da cucire ce l’ha, non saranno omologate ma,  come si dice qua, piutost che nient l’è mei piutost… mi sono ricordato dei racconti di quando cuciva le tende in casa, a cottimo, facendosi aiutare dalle figlie al ritorno dalla scuola; e mi sono ricordato che io stesso quando mia madre  cuciva in casa le gonne per un terzista del luogo mi faceva infilare gli elastici: ci avete mai provato? Si mette ad una estremità dell’elastico una spilla da balia, e con quella lo si trascina nel cinturino spingendo e tirando la spilla con le dita, finché non esce dall’altra parte. A dirlo sembra facile… certo mi divertivo di più ad aiutare mio padre a bottega, ma non mi sono mai sentito sminuito nella virilità a infilare elastici.

C’è voglia, tanta, di tornare alla normalità, ma che si intende per normalità? Tornare a comportarsi come prima, ad essere le stesse teste di cavolo di prima? Per dire, ieri mia moglie, che deve ancora recarsi al lavoro fisicamente sebbene gli uffici siano chiusi al pubblico, passando nel famigerato sottopassaggio ha dovuto camminare sopra un tappeto di guanti di plastica. In pratica la gente li mette per prendere l’autobus ma poi evidentemente in tanti si guardano bene dal buttarli nei cestini ma li lasciano dove capita, meglio nel sottopassaggio dove nessuno li vede. Saremo migliori alla fine di tutto questo? Mah, sinceramente ne dubito.

Con questo finale pieno di speranza vi saluto, care amiche e amici; la giornata è stupenda anche oggi e ci stiamo perdendo la primavera, proprio quest’anno che mi pare che sia di quelle giuste, una mezza stagione come si deve; speriamo almeno che per Pasquetta piova, almeno non avremo troppi rimpianti… a domani!

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Olena à Paris – 6

Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!

Flettàx, l’Ara Macao celtico, saltella cupo sbatacchiando la gamella del becchime alle sbarre della grande voliera dove è stato rinchiuso per ordine dell’autorità veterinaria di Kokkola, grazioso paese finlandese dell’Ostrobotnia Centrale.
La misura cautelare si era resa necessaria a seguito della rissa scatenatasi durante la festa di chiusura invernale del Parco Animali Toivonen che aveva visto Flettàx, vedette dello spettacolo, scontrarsi con i giovani fratelli napoletani Ciro e Sposito Donnarumma che avevano criticato coloritamente la messa in scena dove il pappagallo si esibiva in una divertente imitazione di Santa Claus, provocando la dura reazione del pennuto che era passato alle vie di fatto, ma più che questo era stata la sfilza di “terùn dell’ostrega” ed altri epiteti politicamente poco corretti che aveva convinto il direttore del parco, Tapio Myllymäki, a richiedere l’intervento del veterinario ed a concordare con lui un periodo di quarantena per l’animoso uccello.

Piia Pihlajamåki, la giovane guida del parco, accompagnata dalla gallina Kocca, la cavalla Fiona e la renna Riitta, si avvicina alla gabbia ed allunga una manciata di noccioline nel tentativo di rabbonire lo sdegnato volatile che, dichiaratosi prigioniero politico, ha iniziato da qualche minuto uno sciopero della fame.
«Su, Fletti, non fare i capricci. Mangia qualcosa! Guarda, ti ho portato anche il Jäätelö keksillä che ti piace tanto» cerca di convincerlo Piia, mostrando la versione finlandese del Camillino, il famoso gelato con biscotto.
«Si, Flettino, mangia qualcosa!» ripetono a pappagallo al pappagallo le sue tre partner in arte e non solo.

Il pappagallo, con le penne arruffate e la voce fremente di sdegno, fatica a trattenere la rabbia:
«Craa!! Ingrati! Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Incarcerato innocente come Silvio Pellico, come Antonio Gramsci, come Nelson Mandela!» protesta l’Ara Macao, mostrando una sorprendente conoscenza della storia moderna.
«Fletti, non ti sembra di esagerare?» lo rimprovera Riitta, la renna. «Nelson Mandela non ha becchettato il naso di nessuno. Se chiedessi scusa, il direttore potrebbe abbreviarti la pena…»
«Puah!» risponde il pennuto, sprezzante. «Non mi abbasserò mai a chiedere la grazia! Combatto per la libertà dell’arte, io! Craa!! E non chiamatemi più Fletti o Flettino! Io sono Spar-ta-cus! E vi dico che ben presto spezzerò queste catene che mi opprimono!»
Kocca, Fiona e Riitta applaudono ammirate alla performance dell’uccello sovranista. «Fletti, sei un portento. Appena esci la mettiamo in scena, ok? Io faccio Messalina» propone l’ambiziosa cavalla, incurante del fatto che la voluttuosa imperatrice fosse di circa un secolo più giovane del coraggioso gladiatore.

«Craa!!» risponde l’incompreso pappagallo scuotendo la cresta. Guarda il gruppetto allontanarsi, con la gallina che, a causa della lunghezza delle zampe, rimane indietro.
«Kocca!» la chiama. La gallina accorre subito al richiamo dell’amato.
«Hai preparato tutto?» chiede circospetto Flettàx.
«Si, Fletti, tutto pronto»
«Bene! Allora è per domani, all’alba vincerò!» proclama il variopinto artista con un acuto.
«Per fortuna siamo in primavera» constata Kocca «altrimenti l’alba l’avremmo dovuta aspettare un bel po’. Vado a preparare le valigie, allora. Ciao Fletti!» lo saluta la gallina, e si allontana ondeggiando.
«Kocca?» la richiama il pappagallo.
«Si, Spartaco?» risponde la pennuta, lievemente ironica «che c’è?»
«Mi avvicineresti il Camillino, per favore?»

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Dammi una lametta che mi taglio le vene

Così cantava Donatella Rettore nel 1982, l’anno in cui la nazionale di calcio di Bearzot vinse il Campionato del Mondo e in cui la mafia uccise Carlo Alberto dalla Chiesa, l’anno della guerra delle Falkland (o Malvinas) tra Argentina e Gran Bretagna e di film come Rambo, E.T. e Blade Runner; la Olivetti presentava il Personal Computer M20, nato per far concorrenza al neonato PC IBM, a cui seguì l’anno dopo l’M24; in America il presidente era l’ex-attore Ronald Reagan, mentre in Unione Sovietica finiva l’era Breznev ma la perestrojka era ancora ben lontana (per fortuna); in Italia c’era un governo pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) guidato da Giovanni Spadolini, il primo governo repubblicano guidato da un non democristiano (a dicembre però il governo cambiò ed i DC si ripresero la guida, con Fanfani). Nella pressochè totale indifferenza un certo Umberto Bossi, un perito elettronico con diploma preso per corrispondenza, fondava la Lega Autonomista Lombarda che alle successive elezioni politiche del 1983 nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio raccoglierà ben 157 voti.
L’Istat aveva appena certificato che, su tutto il territorio nazionale, erano presenti ben 321.000 stranieri, per cui si provvide a stabilire delle norme per regolarizzare quelli che non erano in possesso dei documenti.

Avevo allora 23 anni, e in ottobre mi trasferii a Parma per lavorare come programmatore in una giovanissima azienda informatica. Parma è una bellissima città dove la prima cosa che imparai fu che il salame di Felino non era fatto col gatto (quello lo fanno a Vicenza, mi canzonavano gli amici) e la seconda è che tutti vanno in bicicletta non importa che tempo faccia. Prendevo 800.000 lire lorde al mese, che facendo un po’ di conti, tenendo conto dell’inflazione, corrispondono a più di 1.400 euro attuali: non male anche se, dovendo mantenermi, ci stavo dentro a malapena ed a dicembre chiesi un aumento, che mi accordarono (ero bravo, modestamente): un milione.
Scoprivo, con meraviglia, di aver letto molti più libri della gran parte delle persone con cui lavoravo tra cui i miei capi, e di conoscere anche la situazione politica molto meglio di loro: meraviglia, dico, perché venendo da un paesino soffrivo un po’ di complessi di inferiorità e pensavo che la gente di città fosse più “avanti”, ma in fondo Parma era più un paesone che una città…

Ripensando a quei tempi non riesco a capacitarmi di come di quel mondo l’unica cosa che si è salvata sia la Lega e mi prende una botta di tristezza, una sensazione strana come di essere punito ingiustamente per qualcosa che altri hanno commesso: ma forse, come diceva l’altro Umberto, quello colto, il Tozzi, gli altri siamo noi e allora è giusto così, piglia su e porta a casa.
Rettore, ce l’hai ancora quella lametta?

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Orticello di guerra

Ieri mia madre, chiacchierando del più e del meno durante la telefonata domenicale, parlando dei fiori del mio balcone mi ha chiesto se non stessi curando il mio “orticello di guerra” e poi ha intonato una canzoncina chiedendomi se me la ricordassi. Considerando che la canzone è del ’41 non vedo come avrei potuto ricordarla, ma lei insiste che la cantavo da piccolo e quindi può darsi che qualcuno me l’abbia insegnata (secondo me si confonde un po’: nel ’41 aveva sei anni e mio nonno era in guerra, dunque senz’altro l’avrà cantata lei…).
In sottofondo ho sentito agitarsi allarmato mio padre al quale la canzoncina deve aver risvegliato ricordi non proprio piacevoli. Veramente non so se al mio paese gli orti di guerra ci fossero, dato che intorno era tutta campagna: loro quando avevano fame (sempre) cercavano di andare a rubare qualcosa ai contadini…
L’ho comunque cercata e la riporto, si intitolava “Caro papà” :

Caro Papà
ti scrivo e la mia mano
quasi mi trema, lo comprendi tu.
Son tanti giorni che mi sei lontano
e dove vivi non lo dici più.
Le lacrime che bagnano il mio viso
son lacrime di orgoglio, credi a me.
Ti vedo che dischiudi un bel sorriso,
e il tuo Balilla stringi in braccio a te.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio.

Caro Papà,
da ogni tua parola
sprigiona un “Credo” che non si scorda più
fiamma d’amore di patria che consola
come ad amarla mi insegnasti tu.
Così da te le cose ch’ho imparato
le tengo chiuse, strette nel mio cuor
ed oggi come te sono un soldato
credo il tuo Credo con lo stesso amor.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio

che vi devo dire, può darsi che l’abbia cantata veramente, perché ancora mi commuove…

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Vota Anton(ello)!

Se qualcuno mi avesse detto, non dico tanto ma un paio di anni fa, che nel mio paese natale ovvero Pollenza, Macerata, Marche, Italy, la Lega Nord avrebbe preso più del 20% alle elezioni politiche per la Camera dei Deputati l’avrei preso per un buontempone, per non dire un pazzo.
E’ vero che la buonanima (politica) di Bossi tempo fa nel suo delirio secessionista ci aveva graziosamente incorporati in quella invenzione storico-geografica che era la Padania; storicamente peraltro non con tutti i torti, dato che i Piceni con i Celti avevano diversi punti in comune:
https://www.cronachemaceratesi.it/2016/07/04/egizi-piceni-e-celti-la-storia-perduta-delle-marche-e-scritta-nellabbazia-di-rambona/818390/
ma la generosa apertura del celodurista era stata per lo più relegata a boutade da avanspettacolo dagli operosi marchigiani, più vicini allo Stato della Chiesa che ai riti pagani del dio Po.

La Padania comunque era bella che morta e sepolta già dal 2012, quando scoppiò lo scandalo dei rimborsi elettorali che dalla Lega Nord erano finiti in diamanti in Tanzania e non solo; il partito moribondo alle elezioni del 2013 prese a livello nazionale poco più del 4%, e nel mio paese secondo logica raccolse 20 (venti!) voti di qualcuno che di duro aveva solo la testa.

Se si considera che alle successive elezioni del 2018 la Lega di Salvini ha poi preso 828 voti (+4040%!), drenandoli in gran parte a Forza Italia ed al Partito Democratico e, cosa ancora più allarmante, senza che la destra tradizionale abbia perso voti anzi; che la Lega è il secondo partito, perché il primo è il Movimento 5 Stelle, votato da ben 1.363 cittadini (più o meno stabile dal 2013), si può riflettere sul cambiamento direi proprio antropologico intervenuto in questi ultimi sventurati cinque anni.

Ma come mai, mi chiederete, questo preambolo?

Perché tra pochi giorni si terranno le elezioni amministrative: il paese negli ultimi dieci è stato amministrato abbastanza bene (almeno a parere dei miei conoscenti) da una lista civica di orientamento di centrosinistra;  avendo però esaurito i due mandati il sindaco uscente non può ricandidarsi.

Mi sono sorpreso nello scoprire che, a capo di una delle due liste sfidanti quella uscente, c’è un mio coetaneo, compagno di elementari e medie, di pallone, di banda e col quale abbiamo fondato l’orchestrina: Antonello!
Figlio d’arte tra l’altro, perché il padre, maestro elementare, fu un giovane sindaco democristiano dei primi anni ’60; fu anche mio maestro, per un anno, l’anno che sostituì la moglie perché incinta del terzo figlio.

Sinceramente, non vivendo più da quelle parti da oltre trentacinque anni, non partecipo alle vicende politico-amministrative e le conosco solo per sentito dire; con Antonello quando va bene ci vediamo una volta all’anno, perciò non saprei nemmeno dire di che orientamento sia, figurarsi a che impronta voglia indirizzare il suo impegno. Non mi sembra abbia mai svolto attività politica e tantomeno abbia avuto incarichi in qualsivoglia partito: questo in altri tempi sarebbe stato un handicap, oggi sembra essere un punto essenziale del curriculum vitae del buon candidato.
Lo voterei comunque sulla fiducia, la (nostra) classe era buona e come si sa la classe non è acqua; se riuscisse poi a far togliere qualcuno dei pannelli fotovoltaici che deturpano le colline gliene sarei grato, anche se temo che esuli dalle competenze dei sindaci.

Che dire, allora? Daje Antonè, facce sognà!

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Come lacrime nella pioggia

Giovedì scorso, 25 aprile, lasciando casa dei miei genitori per tornare al “nord”, al lavoro, mia moglie ha incrociato mio padre, che si era alzato sentendo i rumori dei preparativi.
«Ciao Nino, noi stiamo andando» lo ha salutato. Lui l’ha guardata sorpreso, un po’ stranito, e le ha chiesto:
«E dove andate?» dispiaciuto che questa bella signora lo lasciasse.
«Torniamo a casa, a Como» ha spiegato mia moglie e lui, colpito, ha osservato:
«Ah, a Como? Io ho un figlio a Como…»

Mio padre è del ’28, ne ha passate parecchie come tanti della sua generazione, qualche storia ve l’ho raccontata: figlio di apolide, secondo di cinque figli, a 16 anni si ritrova in guerra dalla “parte sbagliata” ed al ritorno, dopo le peripezie della prigionia, scopre di essere rimasto pure orfano di padre. Ha cominciato a lavorare a 10 anni, una vita da artigiano, e con mia madre hanno formato una bella famiglia, con quattro figli, sette nipoti e (per ora) un bisnipote.
Un uomo forte, che non si è perso mai d’animo nelle difficoltà, che ha sempre anteposto la famiglia alle sue aspirazioni: tutto il suo impegno è sempre stato per il futuro dei figli, aiutandoci in tutti i modi quando c’era bisogno di lui.
Lo svelarsi della fragilità a cui l’età lo ha esposto è doloroso: senza mia madre sarebbe perso, ed è triste pensare che tutta la vita,tutti i ricordi, tutte le storie che adesso avrebbe potuto raccontare ai nipoti, se solo fossero stati disposti ad ascoltarlo, sono persi per sempre nei meandri della sua memoria.

Sono stato in casa sua tre giorni, ma non mi ha riconosciuto: sa di conoscermi, ma non chi sono: il Giorgio che ricorda lui è giovane, gioca a calcio con gli amici e suona in banda, prende il treno per andare a scuola e ogni tanto lo aiuta a bottega: ma questo signore gentile con i capelli brizzolati, che lo guarda con tenerezza e gli parla con rispetto e affetto, chi è?

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Vieni tu o vengo io?

L’ultima che ci siamo visti, con il mio amico Vincenzo e sua moglie, è stato una decina di anni fa. Mio figlio partecipava ad una manifestazione di rievocazione medievale a Quattro Castella, non distante da Parma, e così ne abbiamo approfittato anche noi per una rimpatriata. Ci siamo sempre tenuti in contatto, ogni tanto ci sentivamo per telefono, ed ogni volta ci promettevamo: “dai, a primavera vengo su” oppure “dopo Pasqua veniamo a fare un giro”…
Il tempo è passato, amico mio, e tutte quelle discussioni sull’Inter, sulla politica (sui 5S ci avevi visto meglio di me, ma tu avevi avuto l’esperienza di Pizzarotti…), del lavoro che non era più quello che avevamo vissuto noi, non le faremo più; a forza di “vieni tu o vengo io” non ci siamo più incontrati: pensavamo di avere tutto il tempo del mondo e invece no, Big Ben ha detto stop, fine delle trasmissioni.

Quando sabato la moglie Rosanna mi ha chiamato non volevo crederci: ma che si fa così, all’improvviso, con questo male che ti tenevi dentro senza saperlo o senza volerlo sapere, senza lasciare il tempo di promettersi di vedersi ancora, da me o da te? E sono rimasto così, stupido, pensando a che diavolo avevamo di più importante o urgente da fare che non venir giù io e berci insieme una bella bottiglia di malvasia o venir su tu a farci una bella pizzoccherata…

Però ci siamo divertiti, eh, Vince? Chissà se dove sei andato ci sono tavoli da ping pong…

Sassofono e ping pong

 

Ridendo e scherzando…

…il blog compie quattro anni!

Non l’avrei mai detto, anzi a dire la verità già alla fine del primo anno avevo annunciato il ritiro, per poi smentirmi subito;
non faccio previsioni sul futuro e non mi prefiggo niente: sono già abbastanza contento così, mi accontenterei di riuscire bene o male a dare un minimo di continuità alla mia presenza, cercando di non dire troppe stupidaggini…
soffio quindi sulle candeline, confidando che memoria ed ispirazione mi assistano e che le vicende del mondo non mi intristiscano troppo.

Qua sotto il link al primo post pubblicato in questo spazio, ed a quello che inspiegabilmente ha avuto finora maggior fortuna.

Il mio violino

Mi chiamo Olena e voglio un grave uomo

Cin cin!

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